1° MAGGIO/ Ichino: la crisi cambierà il lavoro. Chi cambierà i sindacati?

Lei ha scritto che «il diritto del lavoro può essere difeso efficacemente soltanto se lo si aiuta a evolvere, ad adattarsi al mutare dei tempi». La grande crisi che stiamo attraversando cambierà il lavoro o cambierà i lavoratori?

 

Dalla grande crisi usciremo con alcuni settori che ripartiranno di corsa e altri che resteranno con le vele flosce. Assisteremo, dunque, a un rilevante spostamento della domanda di lavoro verso i settori trainanti. Sarà essenziale la capacità del sistema di accompagnare i lavoratori in questo processo di aggiustamento industriale. Occorre un nuovo ordinamento nel quale la crisi occupazionale della singola azienda non costituisca più, per i lavoratori, una minaccia di catastrofe economica personale e di dispersione della professionalità individuale, bensì al contrario un’occasione di investimento sul capitale umano del lavoratore, coniugato con una forte garanzia di continuità del suo reddito.

 

Nel quadro che lei sta tracciando, i maggiori rischi per i lavoratori vengono oggi da un sistema di tutele e di protezione rigido e ingessato, oppure dalla flessibilità eccessiva?

 

Oggi abbiamo metà del tessuto produttivo rigida e ingessata, mentre le aziende attingono tutta la flessibilità di cui hanno bisogno dall’altra metà: quella dei contratti a termine, dei co.co.co., dei lavoratori a progetto, delle partite Iva, delle aziendine appaltatrici di servizi, delle cooperative che forniscono sostanzialmente manodopera iper-flessibile. Occorre superare questo regime di vero e proprio apartheid tra protetti e non protetti.

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