Se l’economista non ci azzecca più, Luca Ricolfi

Oggi non c’è grande istituzione o centro di ricerche economiche che non abbia il suo modello econometrico, spesso un mostro matematico fatto di migliaia di equazioni. Le tecniche statistiche si sono evolute, le basi di dati sono molto più ricche, le serie su cui si lavora sono spesso trimestrali, anziché annuali come ai tempi eroici di Sylos Labini. E i modelli sfornano a getto continuo previsioni, a breve e a medio termine, su tutto: prezzi, produzione, consumi, investimenti, e chi più ne ha ne metta.Eppure le previsioni sono estremamente imprecise, spesso errate addirittura nel segno: si prevede un aumento di x, ma x diminuisce, si prevede una diminuzione di y, ma y aumenta. Quanto ai grandi interrogativi, sulle svolte del ciclo o il sopraggiungere di crisi, la risposta tipica è la delineazione di «scenari» possibili, più o meno ottimistici, più o meno ravvicinati nel tempo. Scenari le cui parole chiave immancabili sono «opportunità», «incertezza», «rischio».

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