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Il fatto della settimana
Il federalismo, da Cattaneo a Bossi
Siamo invasi da neologismi. Anglicismi, per la gran parte, ma anche parole del tutto nuove, solitamente di gran moda in uno specifico settore e che, proprio per questo, identificano lo specialista del ramo.
Nel dibattito sanitario, da qualche tempo, si usa “federalizzare”, verbo che fino ad oggi però non è presente in alcun vocabolario della lingua italiana. Il verbo già in uso nella nostra lingua, infatti, è un altro: “federare”, ovvero condurre entità politiche divise in una unità. Questo era il fondamento del federalismo risorgimentale di Carlo Cattaneo, sconfitto da una versione dinastica dell’unità d’Italia, che ha comunque portato avanti quello che comunemente viene indicato come “processo unitario”, con tutti i diversi passaggi che hanno coinvolto generazioni di italiani, dalla monarchia, al fascismo, alla repubblica, dalle trincee dove si incontravano per la prima volta siciliani e lombardi, alla televisione del maestro Manzi, che portava in ogni casa la lingua italiana e superava i dialetti.
L’impiego di un neologismo nell’attuale dibattito politico, quindi, per una volta non indica sciatteria o uso maldestro del linguaggio. Federalizzare, infatti, indica esattamente ciò che si sta facendo (o che si sta tentando di fare) in Italia: trasformare un’entità nazionale in una federazione di realtà regionali, dividere ciò che è unito. E un processo politico di questo tipo, il federalismo di Umberto Bossi, è una assoluta novità, che non ha precedenti storici e che dunque chiede una nuova parola. E molta cautela, come d’altra parte sta avvenendo, se è vero che, di rinvio in rinvio, si potrebbe arrivare al paradosso politico di un Governo centrale che prosegue nella federalizzazione senza l’assenso dei federanti, ovvero delle Regioni.
Eva Antoniotti |
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