L’ultimo sindaco di sinistra nella città madre del riformismo italiano fu Borghini, 1993 (Clinton era da poco alla Casa Bianca, i campioni Obi e Pato, giocatori delle due squadre milanesi oggi in campo, Inter e Milan, avevano 2 e 4 anni). Da allora la sinistra ha provato con tanti candidati, persone perbene e brillanti, più populiste (Dalla Chiesa) o attente ai ceti medi (Fumagalli). Ma ha perduto. E mentre grandi città hanno visto solo la sinistra al potere, Venezia, Torino, Napoli, e altre l’alternanza destra-sinistra, Roma, Palermo, Catania, perfino Bologna, Milano no, Milano ha sempre visto prevalere centro-destra e Lega. La risposta al dilemma è semplice: basta rileggere con pazienza il tabellone raccolto dal Sole. La proposta del centro-sinistra non parla a chi vive e vota davvero a Milano. Può commuovere i militanti severi, animare i veterani del bar Giamaica, far battere il cinque all’architetto Tizio e alla professoressa Caia, dar tono a chi vive di glorie in bianco e nero, ma non vince le elezioni. Non vince in una città spaventata dal futuro e fiera del passato, ma concentrata sul presente. Che non è moralista ma, dal cardinal Martini a Tettamanzi, ha una sua spiritualità unica. Impegnata (vedi il fondo sociale della Diocesi) e le mille attività di volontariato laiche. Dove tantissimi sanno che posto fisso e tuta blu non sono più la realtà della vecchia cinta urbana. Una sinistra capace di parlare a chi vive a Milano come a Silicon Valley, a chi chiede giustizia ma anche progresso, a chi non crede che l’ambizione di crescere come persona, start up, azienda, sia un peccato dov’è? Capace di attrarre chi adora un bicchiere di rosso nell’osteria Slow Food, ma ha nell’armadio un tailleur griffato. Che spera di diventar ricco ma per questo non si sente Paperone. Gente che la troppo tetragona divisione di una sinistra un po’ alla moda e un po’ chiusa non sa capire
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da: Andrea Romano, La vittoria di Pisapia e la sinistra che a Milano non sa ancora guardare al futuro – Il Sole 24 ORE:
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la candidatura di Pisapia, con i contenuti che ad oggi l’hanno caratterizzata, può ambire a riportare al voto esclusivamente gli astenuti di sinistra. Coloro che attendevano qualcuno che sapesse almeno leggere e scrivere, rispetto all’insipienza di una leadership massimalista che nel 2008 è riuscita nell’impresa di essere espulsa dal Parlamento.
Ma non sarà Pisapia, così come non sarà Vendola, a dare una risposta convincente ai nuovi “astenuti consapevoli” che arrivano al non voto proveniendo sia dal centro-sinistra che dal centro-destra. Perché il vendolismo, anche nella sua accezione milanese, rimane parte di un gioco a somma zero che si svolge interamente all’interno del centro-sinistra e che solo la disponibilità del Pd a farsi oggetto passivo delle scorribande altrui rende per la prima volta competitivo.
A provare a dettare le strategie uguali per tutti del futuro della nostra sanità federale è l’ultimissimo Piano sanitario nazionale 2011-2013, anticipato su «Il Sole 24 Ore Sanità» n. 43/2010. Un documento cruciale di programmazione (l’ultimo risale al triennio 2006-2008) di 114 pagine che il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha consegnato alle Regioni nei giorni scorsi per avere il loro via libera. Un appuntamento fisso, questo del Piano, che diventa un’occasione per provare a tracciare nuove rotte, sperimentazioni, ma anche linee comuni per tutto il Ssn. Tanto che il nuovo documento si autodefinisce come «l’elemento di garanzia dell’uniforme applicazione degli obiettivi», ma anche dei Lea: i livelli essenziali di assistenza, le cure cioè che vanno garantite a tutti «a livello nazionale». Sul piatto ci sono circa 1,5 miliardi all’anno da ripartire tra le Regioni a cui spetterà il compito finale di dare concretezza a queste strategie.
Le sfide sono note: domanda di salute crescente, invecchiamento della popolazione, aumento dei malati cronici, risorse scarse. In una parola: sostenibilità. Che va garantita «attraverso un sistema di governance multilivello (nazionale, regionale e aziendale) capace di assicurare un costante equilibrio tra il sistema delle prestazioni e quello dei finanziamenti». E di recuperare efficienza, soprattutto nelle Regioni in rosso. Le criticità sono evidenziate con chiarezza: l’«inappropriatezza» di alcune prestazioni ospedaliere, legate all’«organizzazione ancora insufficiente della medicina generale» e del livello territoriale; le lunghe liste d’attesa; l’ingiustificato livello di spesa farmaceutica per abitante di alcune Regioni; un livello qualitativo dei servizi molto differenziato.
è in effetti vero che la situazione pensionistica dei lavoratori autonomi o sotto contratto di collaborazione o altre forme atipiche è più difficile da ricostruire. Al cammino a ritroso attraverso anni di lavoro non proprio stabili è stato persino dedicato un film francese, da poco nelle sale italiane. Si tratta di “Mammuth” (nella foto a sinistra, la locandina), di Benoît Delépine e Gustav Kervern, interpretato da Gérard Depardieu. Il titolo è volutamente evocativo: elefantiaca è la stazza del protagonista e da animale in estinzione sono i suoi sentimenti nei confronti della società contemporanea, rifiutata simbolicamente anche dall’automobile – una non casuale “Munch Mammuth” – degli anni Settanta che si ostina a guidare.
Il film indaga con grande passione sociale nei dilemmi personali e universali di un quasi anziano alle prese con la fine della vita attiva (bella la recensione di Paola Casellasu Europa).
Mentre il caso storico dell’Inghilterra è particolarmente illuminante per mettere in evidenza le variabili che condizionano lo sviluppo dell’assistenza, il caso della Germania lo è per chiarire il sistema della previdenza.
La previdenza svolge la funzione di sostituire o di integrare i redditi dei lavoratori al verificarsi di determinati eventi. Essa nasce come forma di assicurazione sociale per i lavoratori dipendenti, attraverso il versamento obbligatorio di contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro. I principali programmi previdenziali sono i seguenti:
- sostituzione del reddito: pensioni; indennità per infortunio lavorativo; indennità economiche per malattia; indennità economiche per maternità
- integrazione del reddito: assegni familiari
- garanzia temporanea del reddito: indennità di disoccupazione; integrazioni del salario
Un criterio piuttosto chiarificatore per distinguere i diversi tipi di sistemi di welfare è quello di classificarli secondo il grado di copertura dei rischi. Una definizione di Welfare State che ha il vantaggio di essere descrittiva è la seguente:
insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, i quali forniscono protezone sociale sotto forma di assistenza, assicurazione, e sicurezza sociale, introducendo fra l’altro specifici diritti sociali nel caso di eventi prestabiliti nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria [1]
Tali interventi si differenziano per quanto riguarda la copertura, che può essere solo per particolari categorie di bisognosi, oppure di intere categorie di lavoratori, o ancora universale, cioè riguardante tutti i cittadini di uno stato. Le prestazioni possono essere differenziate in rapporto ai contributi versati dalle varie categorie, oppure possono essere standardizzate ed omogenee, essendo alimentate dal sistema fiscale dello stato. Secondo questa prospettiva diventa possibile classificare due principali varianti di copertura:
- universalistica, che assume quali soggetti di diritto tutti i cittadini
- occupazionale, che offre prestazioni alle varie categorie definite in base al settore occupazionale di appartenenza
In realtà i sistemi di welfare nazionali combinano diversamente i due schemi creando delle forme miste.
La matrice del modello universalistico è storicamente rintracciabile nel Piano del deputato inglese William Beveridge (1942). In questo documento furono espressi i grandi principi costitutivi dei sistemi che si definiscono di “sicurezza sociale” [2]:
- sistema generalizzato che copre l’intera popolazione indipendentemente dalla occupazione e dal reddito
- unificazione del sistema di finanziamento e di erogazione
- uniformità delle prestazioni
- centralizzazione: riforma amministrativa che crea un servizio pubblico unico
2.2. Il sistema delle assicurazioni sociali
Viceversa, la matrice del modello occupazionale è rintracciabile nel caso nazionale della Germania. E’ in questo stato che si aprì la prima fase di costruzione della moderna previdenza sociale (1883-1913). Le forze in gioco in questo paese erano: un intenso processo di industrializzazione; una rapida formazione del proletariato; l’organizzazione del Partito socialdemocratico; la politica del primo ministro Otto von Bismarck, che oscillava fra la repressione degli oppositori e la ricerca di consenso sociale. Così scriveva nelle sue Memorie:
I signori democratici tenteranno invano d’incantare il popolo quando questo si accorgerà che i governanti si occupano del suo benessere [3]
Agivano, paradossalmente, due interessi contrastanti, ma contemporaneamente convergenti nei risultati: dal punto di vista dei datori di lavoro quello di comprimere i consumi della classe operaia , al fine di ridurre i salari e, dal punto di vista della classe operaia quello di ottenere forme di mutualità che, estromettendo dal mercato le fasce deboli (vecchi, malati, invalidi), diminuissero la concorrenza. Fu un compromesso di classe per reciproci vantaggi che portò alla differenziazione della struttura previdenziale da quella assistenziale:
Con abilità ed intelligenza, Bismarck inaugurò una politica paternalistica di tipo nuovo, moderno, che avrebbe certamente diminuito il potenziale di lotta della classe operaia germanica. La coincidenza cronologica é significativa: nel 1883 accadono ,sulla scena tedesca, tre fatti di grande importanza. Sul piano economico, viene fondata la più grande impresa elettrica d’Europa, la Allgemeine Elektrische Gesellshaft; sul piano parlamentare si costituisce il “gruppo coloniale” del Reichstag; sul piano sociale ,viene dato inizio al primo istituto di Assicurazioni sociali, l’assicurazione obbligatoria contro i rischi di malattia e di maternità per gli operai tedeschi [4]
I concetti fondamentali che guidavano queste riforme delle assicurazioni sociali tedesche furono i seguenti [5]: principio assicurativo, invece di quello assistenziale; natura obbligatoria delle assicurazioni; sistema di gestione basato sulla costituzione di appositi enti amministrativi; partecipazione degli assicurati alla costituzione dei fondi.
- assicurazione contro le malattie (1883): raggruppamento di diverse organizzazioni volontarie; l’assicurato pagava due terzi dei contributi e l’impresa il restante terzo
- assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1884): l’impresa era ritenuta responsabile di tutti gli incidenti che si verificavano nei suoi locali e finanziava interamente il fondo assicurativo
- assicurazione sull’ ’invalidità e vecchiaia (1889): questo fondo era sovvenzionato anche da fondi pubblici che si aggiungevano ai contributi di uguale ammontare versati dall’assicurato e dall’impresa
Lo schema previdenziale si fonda su un compromesso fra lavoratori ed imprese attraverso la mediazione dello stato. Questo modello è dunque leggibile nelle relazioni che intercorrono fra il mercato e lo stato (Figura 2).
<FIGURA 2
Lo schema della previdenza>
Ma perché alla fine dell’ottocento il movimento operaio era oggettivamente interessato ad un sistema previdenziale? Fondamentalmente perché queste prestazioni ( pensioni di vecchiaia, indennità economiche per malattia , assicurazione per infortuni lavorativi, ecc.) costituivano uno strumento di difesa delle condizioni di vendita della forza-lavoro. Infatti la presenza sul mercato del lavoro di venditori malati, deboli, vecchi avrebbe determinato il ribasso dei salari e la riduzione del potere contrattuale dei sani e dei giovani. Quindi offrire pensioni e indennizzi a questi lavoratori al fine di provocarne l’uscita dal mercato del lavoro era , per la classe operaia, una necessità strategica molto più importante del vantaggio immediato di un aumento del monte salari. L’obiettivo principale di tale rivendicazione, in realtà, era quello di aumentare la forza contrattuale:
L’ammontare di lavoro che può essere estratto dall’operaio in proporzione a quanto egli riceve, può essere largamente influenzato da un fattore quale la forza contrattuale; ed anche se un aumento della forza contrattuale degli operai non può essere in grado di aumentare i guadagni globali degli operai, esiste un margine entro il quale essi possono modificare sensibilmente a proprio vantaggio i termini dello scambio fra il proprio sforzo ed il guadagno.[...] Il basso livello di vita può essere allora la ragione principale per cui le condizioni di offerta del lavoro sono tali da mantenere basso il livello dei salari: “la miseria genera miseria” secondo il detto popolare [7]
Con il 1883 si aprì in tutta l’Europa occidentale un trentennio caratterizzato dalla nascita delle assicurazioni sociali , articolate, fondamentalmente, in quattro settori fondamentali:
- malattia e maternità
- contro gli infortuni sul lavoro
- di invalidità e vecchiaia
- di disoccupazione
La tab 2 fornisce un quadro delle date di introduzione delle leggi previdenziali nei principali paesi [8]
<TABELLA 2
Introduzione delle assicurazioni sociali
La previdenza sociale costituisce una evoluzione in senso statalista del mutualismo operaio ed in termini economici si configura come una forma di risparmio sul salario, al fine di conseguire prestazioni certe (in genere economiche, ma, successivamente, anche servizi diretti) in occasione del verificarsi degli eventi assicurati.
Occorre chiarire il significato delle due fasi. In quella del mutualismo si tratta di quote salariali che vengono accantonate per reintegrare la forza-lavoro menomata dal processo produttivo (infortuni, malattie professionali, ecc.), per conservare e recuperare le potenzialità lavorative (malattie) e per compensare gli associati per la forza-lavoro già erogata (invalidi, vecchi). Qui la tutela previdenziale è contemporaneamente conseguenza e presupposto della erogazione della forza-lavoro, poiché assicura le condizioni per conservare e riprodurre la forza-lavoro e mantiene in vita coloro che sono usciti dal mercato . Nella fase delle assicurazioni obbligatorie mutano le forme di prelievo ed interviene direttamente lo Stato a legittimare questi diritti: ma il significato economico e sociale non muta, poiché si tratta sempre di attività che mirano ad intervenire sul valore della forza-lavoro.
E’ comunque possibile rilevare i dati caratteristici del nuovo sistema:
Rispetto ai loro precedenti storici, é possibile distinguere i sistemi moderni di assicurazione sociale secondo i seguenti criteri:
- si tratta di sistemi regolati da ordinamenti nazionali;
- le prestazioni che essi erogano a garanzia del reddito coprono rischi standard quali infortuni sul lavoro, malattie, invalidità, vecchiaia, morte o disoccupazione dell’assicurato;
- il loro campo di applicazione non é limitato a singole categorie professionali, ma dipende da criteri più generali di reddito o status occupazionale che consentono di norma la copertura di più vaste fasce di persone;
- la loro natura é obbligatoria, ciò che implica l’imposizione dell’assicurazione a determinati gruppi, oppure l’obbligo dei pubblici poteri di finanziare programmi volontari;
- al loro finanziamento vengono chiamati, oltre agli assicurati, lo Stato e/o i datori di lavoro;
- essi riconoscono un diritto soggettivo individuale alle prestazioni, e la fruizione di queste non comporta alcuna discriminazione politica [9]
Prima di passare all’analisi più ravvicinata della situazione italiana, é opportuno concludere con una breve rassegna dei diversi concetti che si sono consolidati nel corso delle varie fasi storiche appena descritte (Tabella3).
L’Italia ha vissuto con ritardo i mutamenti sociali derivanti dalla rivoluzione industriale. Di conseguenza anche gli assetti istituzionali dell’assistenza, della previdenza e più in generale dei servizi pubblici, hanno una loro peculiarità. Questo dipende dalla storia, dalle culture politiche e dai “valori identitari” [10] del popolo italiano. Ecco alcuni tratti caratteristici del nostro paese che contribuiscono a spiegare il funzionamento delle istituzioni:
- sviluppo socio-economico relativamente recente, soprattutto se confrontato a quello di altri paesi [11]
- il ritardo del processo di unificazione politica in uno Stato nazionale [12]
- la debolezza delle classi dirigenti nel procedere a profonde riforme strutturali
- la forte presenza della Chiesa, che ha condotto per suo conto una specifica unificazione culturale del paese e che ha una sua rilevante presenza strutturale in alcuni di questi settori.
Al sorgere dello Stato italiano le classi dirigenti si trovarono di fronte a quell’insieme molto eterogeneo di istituzioni di beneficenza, opere pie, ricoveri, orfanotrofi che aveva costituito la base strutturale del cemento ideologico della Chiesa, ma non elaborarono mai un disegno di riorganizzazione complessiva. Questo spiega l’esistenza, ancora oggi, di quel panorama complicatissimo di strutture assistenziali, di tipo privato o semipubblico, che convivono l’una accanto all’altra , spesso accavallandosi e sovrapponendosi.
Una prima fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali italiane va dal 1859 al 1919[13]. Negli anni successivi all’unificazione si affermò l’ideologia dell’”assistenza legale”, che avrebbe dovuto competere contro la prevalenza ecclesiastica. Ma tutta la politica della borghesia italiana contrastava di fatto con questa aspirazione, fino a creare le condizioni adatte allo sviluppo delle organizzazione cattoliche:
In complesso, e in linea assoluta, la prevalenza ecclesiastica non subì sensibili diminuzioni […]. Del resto non si poteva pensare di sconfiggere la prevalenza ecclesiastica finchè ci si batteva sul suo stesso terreno: e il concetto di assistenza rimase difatti per molti decenni eguale a quello di ‘beneficenza’ salvo l’asserzione tutta formale che l’assistenza, diversamente dalla beneficenza è un diritto. […] Sin qui dunque vastissime zone di cosiddetta ‘assistenza’ non si sono distaccate, in linea di fatto, dall’antico concetto di ‘beneficenza’. Infatti la beneficenza è ispirata al principio ‘cristiano’ quod superest date pauperibus, e non fornisce alcun criterio di misura alle prestazioni, e può ridurle a un simbolico soldino [14]
Con il 1877 salì al potere Francesco Crispi. Nel paese era molto cresciuto il movimento operaio ed era nato il movimento contadino; inoltre era mutata la composizione delle classi dominanti (rafforzamento della piccola e media borghesia, aumento dei gruppi industriali). E questi gruppi aspiravano ad un governo forte , capace di svolgere una politica dinamica sia all’interno che e all’estero:
Ma la richiesta di un governo forte per vasti settori della borghesia si identificava anche con quella di un governo efficiente, che garantisse, insieme alla conservazione dell’ordine, una legislazione più giusta e più moderna e un’amministrazione più svelta e più onesta [15]
Nei suoi primi due ministeri vennero attuate varie riforme legislative ed amministrative:
- riordinamento dell’amministrazione centrale (1888)
- riforma delle legge comunale e provinciale (1888)
- istituzione della giustizia amministrativa (1890)
- riforma del codice penale e legge di pubblica sicurezza (1890)
- legge sulla sanità pubblica (1888)
Inoltre, con la Legge [16] sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza fece la sua prima comparsa istituzionale l’”assistenza pubblica”. Questa legge, che in alcune sue parti é operativa ancora oggi [17], prevedeva quanto segue:
Sono istituzioni di beneficenza [...] le opere pie ed ogni altro ente morale che abbia in tutto o in parte per fine:
a) di prestare assistenza ai poveri, tanto in istato di sanità quanto di malattia;
b) di procurarne l’educazione, l’istruzione, l’avviamento a qualunque professione, arte o mestiere, od in qualsiasi altro modo il miglioramento morale ed economico (art. 1)
Altri contenuti normativi erano: la parziale laicizzazione delle opere di beneficenza ( nomina pubblica dei consigli di amministrazione, riconoscimento statale degli enti); l’istituzione in ogni Comune di un ente detto Congregazione di Carità (trasformato poi nel 1937 in Ente Comunale di Assistenza); l’introduzione di controlli statali dei bilanci preventivi e consuntivi; obbligo di investire i patrimoni in titoli di stato o in immobili. In sintesi si perveniva, alla distanza di quasi due secoli, ad un modello simile alla riorganizzazione amministrativa del ’600. La “legge Crispi” colpì una parte degli interessi privati che sfruttavano ai propri fini l’amministrazione dei patrimoni, talvolta molto ingenti, delle opere pie locali, ma sollevò anche molte discussioni e critiche, sia da parte dei gruppi di tendenza liberale, sia da parte della Chiesa che non accettò questo intervento statale in un settore che controllava da secoli. Le due critiche fondamentali di quest’ultima consistevano nel giudizio che si trattava di una espropriazione di beni senza corrispettivo economico e che lo Stato aveva mutato il fine originario delle opere pie.
Sotto il profilo ideologico-culturale in questa legislazione si sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi: sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:
Io non riconosco la teoria del diritto al lavoro, causa di molti errori e di molte perturbazioni morali nell’Europa attuale. Io non riconosco che il dovere al lavoro [...] La questione sociale batte alle porte del mondo nuovo; bisogna scioglierla con opere di previdenza, col rendere appunto facile il lavoro (…) Ciò investe questioni complesse, dalla cui soluzione dipenderà la fine del socialismo. La legge che discutiamo é anch’essa una di quelle che appunto ci avvieranno alla soluzione del problema sociale [18]
Per quanto riguarda la previdenza ed in generale la legislazione sociale e del lavoro, alla fine del ’900 la situazione dell’Italia era molto arretrata . Le leggi emanate trattavano le seguenti materie[19]: impiego dei fanciulli nelle professioni ambulanti (1873) ; Cassa nazionale assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1883);lavoro dei fanciulli nelle fabbriche (1886) ; istituzione dei probiviri nell’industria (1893); legge sull’obbligo di risarcimento in caso di infortuni lavorativi (1898). In confonto agli altri Stati , la situazione era questa:
Nessuna disposizione in Italia proibiva, (…) il lavoro festivo; l’età minima per l’ammissione dei fanciulli nelle fabbriche era di nove anni, mentre per le altre nazioni andava dai 1O anni della Spagna e dell’Inghilterra ai 14 della Svizzera e della Germania; in Italia nessuna disposizione regolava e proteggeva il lavoro delle donne; il lavoro notturno era da noi proibito ai fanciulli dai 9 ai 12 anni mentre nelle altre nazioni lo era dai 1O anni in su fino ai 13-16 della Francia; nessuna disposizione poi proibiva o regolava il lavoro notturno dei fanciulli al di sopra dei 12 anni, delle donne e dei maschi adulti; il lavoro nelle industrie nocive era proibito solo per i fanciulli fino al 15° anno di età ma non per giovani, donne e uomini adulti [20]
Il blocco agrario-industriale che fu alla base dei governi giolittiani , permise una certa mobilitazione della classe operaia industriale, soprattutto nel “triangolo” Milano-Torino-Genova, cui conseguirono politiche riformiste di alti salari (ovviamente relativi alle condizioni del tempo) e uno sviluppo della legislazione sociale. Sempre nell’ambito di questo processo di modernizzazione del paese va collocata la legge sui manicomi del 1904 [21]. E’ del 1917 una nuova legge sugli infortuni lavorativi che allargò il campo della tutela al settore agricolo (mezzadri, coloni, proprietari). Le prestazioni economiche erano minori rispetto all’industria, ma di maggior rilievo erano i principi giuridici contenuti: automaticità dell’assicurazione (prima, se il datore di lavoro ometteva la denuncia, il lavoratore non era tutelato); commisurazione dei contributi alla produttività della terra (cioè il sistema di finanziamento si avvicina a quello fiscale, pur continuando ad essere contributivo).
La legislazione sociale prima dell’inizio del ventennio fascista, si sviluppò sulle seguenti direttive:
- aumento progressivo dei rischi protetti (da quello per l’infortunio sul lavoro ad altri rischi atti a provocare mancanza di lavoro o di guadagno o aggravio della condizione economica)
- estensione dell’assicurazione ad un numero sempre maggiore di categorie di lavoratori subordinati (specialmente operai, ma si può notare una graduale tendenza ad assicurare anche talune categorie di impiegati e di lavoratori autonomi);
- evoluzione dei principi che si pongono a fondamento delle assicurazioni sociali ( si passa dalla responsabilità per colpa al rischio professionale);
- una certa estensione e un discreto adeguamento delle organizzazioni e delle prestazioni, sanitarie ed economiche, alle finalità previdenziali. A ciò si aggiunga l’inevitabile trapasso dalla mutualità privata all’assicurazione obbligatoria[22]
La seconda fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali inizia nel 1919 (anno dell’introduzione delle assicurazioni obbligatorie di vecchiaia e disoccupazione) e si protrarrà fino ai primi anni Settanta. Durante questa fase si registra una progressiva creazione di enti amministrativi della sicurezza sociale italiana.
L’esperienza della Prima guerra mondiale aveva portato ad una mobilitazione politica delle masse che erano rimaste escluse dal processo di modernizzazione dell’età giolittiana. Il fascismo fu una riposta politica a questo nuovo problema: si trattava di attuare un grande processo di controllo sociale attraverso meccanismi ideologici (corporativismo e nazionalismo) e repressivi delle classi subordinate. Fondamentale divenne l’uso dell’”esercito industriale di riserva” e la divisione sociale tra classe operaia e classe contadina. In un contesto socio-economico di crescita della disoccupazione e di diminuzione dei salari il regime fascista impostò una politica sociale caratterizzata dall’accentramento e potenziamento delle forme previdenziali, entro una logica corporativa, e dallo sviluppo della settorializzazione dell’assistenza.
Le principali realizzazioni furono:
- assicurazione contro la tubercolosi (1927)
- aggiunta delle malattie professionali agli infortuni sul lavoro, quali rischi lavorativi (1927)
- Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), costituiti da un Trattato fra i due Stati, una Convenzione finanziaria, e un Concordato , contenente anche norme in materia di assistenza : riconoscimento della personalità giuridica ad associazioni ed enti cattolici; controllo dello Stato sugli istituti ecclesiastici con funzioni educative ; esenzione da certi tipi di tassazione
- creazione dell’Istituto Nazionale Fascista Assicurazione Infortuni sul Lavoro (1933), che fu all’origine dell’attuale INAIL
- istituzione dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia(1925-1934)
- istituzione degli assegni familiari (1934), che si configurano come una prestazione in parte assistenziale (poiché é commisurata ad uno stato di bisogno legato ai carichi di famiglia) ed in parte previdenziale (poiché é corrisposta solo agli occupati)
- estensione ai lavoratori agricoli dell’assicurazione contro l’invalidità, vecchiaia e morte (1935); tale provvedimento ,però, si accompagna alla loro esclusione dall’assicurazione contro la disoccupazione: é un esempio della politica di differenziazione fra classe operaia e contadina in funzione di reciproco isolamento degli interessi
- riordino della legislazione infortunistica (1935)
- creazione dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (1935),che é il precursore dell’attuale INPS
- soppressione delle Congregazioni di carità, sostituite con gli Enti Comunali di Assistenza (1937)
- istituzione dell’Ente per la Mutualità Fascista (1943), che è all’origine dell’INAM.
Un ultimo elemento che inquadra le funzioni della politica sociale fascista é l’uso strumentale che il regime fece delle risorse finanziarie rastrellate con la previdenza:
L’organizzazione dei grandi Istituti Previdenziali parastatali forniva allo Stato fascista la possibilità di disporre, ai propri fini politici, di grandi capitali. Gli istituti erano fondati su bilanci a capitalizzazione, e quindi immobilizzavano grandi risorse economiche, controllate e dirette dallo Stato.(Solo il 10% poteva venire investito in beni immobiliari.) A mo’ di esempio ricorderemo soltanto che l’Inail dovette partecipare al finanziamento della guerra d’Etiopia e l’INPS alla valorizzazione agraria della Tripolitania [23]
Dunque lo Stato si avvaleva delle riserve previdenziali per il proprio disavanzo di bilancio e per finanziare le imprese coloniali.
In conclusione, i tratti caratteristici delle politiche del regime fascista furono : uso distorto del risparmio previdenziale per finanziare le guerre d’Africa; estensione delle prestazioni come strumento di ricerca del consenso sociale; politica di assistenza alla famiglia direttamente collegata al piano di incremento demografico della nazione; accentramento degli enti e formazione di grandi apparati burocratici.
Questa era la struttura del sistema di sicurezza sociale che l’Italia repubblicana del secondo dopoguerra ereditava.
2.4. Previdenza e assistenza nell’ordinamento italiano
Le attività pubbliche di assistenza e quelle di previdenza sono da tenere concettualmente distinte fra loro, in quanto designano due diversi sistemi di solidarietà sociale previsti nel nostro ordinamento. Infatti, all’articolo 38 della Costituzione si legge che
- “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale“
- ” i lavoratori hanno diritto che siano provveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.
E’ tuttavia in atto una profonda revisione critica di tale bipartizione, in quanto nei moderni sistemi di welfare è sempre più accentuata la tendenza a riportare sia l’assistenza sia la previdenza nell’ambito del più ampio concetto di sicurezza sociale riferito ad ogni cittadino in quanto tale. Si definisce “sicurezza sociale” il complesso delle prestazioni previdenziali ed assistenziali offerte dallo stato al fine di accrescere il benessere della collettività. I sistemi di sicurezza sociale sono nati per superare le insufficienze dei programmi di assistenza su base volontaria. Dopo la seconda guerra mondiale, in relazione all’adozione del piano Beveridge in Gran Bretagna (1942), si è diffusa l’esigenza di garantire una protezione sociale egualitaria non solo agli assicurati, ma a tutti i cittadini (principio dell’universalismo delle prestazioni).
Una classica tipologia di Richard M. Titmuss distingue tre modelli di welfare state[24]:
- residuale. : ossia una politica che interviene solo quando i canali tradizionali di soddisfacimento dei bisogni (famiglia, parentela, gruppi primari, mercato) non sono in grado di aiutare. Questo modello è caratterizzato da politiche sociali selettive, cioè indirizzate verso specifici gruppi sociali
- meritocratico-personalistico: la politica sociale è un importante correttivo del mercato e i bisogni devono essere soddisfatti sulla base del merito, del lavoro svolto e della capacità produttiva
- istituzionale-redistributivo: in cui è lo Stato a fornire servizi sulla base dei bisogni e al di fuori da logiche di mercato. Il sistema di welfare funziona come un importante strumento d’integrazione sociale
In Italia la riforma sanitaria del 1978, con la generalizzazione del diritto alla salute ed alle cure, ha spostato dal sistema assicurativo previdenziale allo Stato e alle Regioni tutto questo settore. Sotto il profilo giuridico, gli schemi istituzionali che corrispondono ai termini “previdenza” e “assistenza” hanno canali di finanziamento differenziati e corrispondono a realtà operative ed organizzative diverse:
Previdenziale è la prestazione commisurata a determinati requisiti, come ad esempio il rapporto di dipendenza del lavoro, l’entità dei contributi versati, e così via; assistenziale è la prestazione commisurata al bisogno. Il settore previdenziale comprende quindi gli operai e gli impiegati; il settore assistenziale copre invece tutta la cittadinanza, anche coloro che non hanno mai lavorato (bambini per esempio, o invalidi dalla nascita, o coloro che, come accade in zone arretrate o in economie agricole, non hanno mai prestato un lavoro dipendente) [25]
La tabella 4 inquadra la suddetta distinzione, sulla base di alcuni fattori significativi.
<TABELLA 4
I concetti di previdenza e assistenza
Gli enti di previdenza, dunque, hanno il compito di erogare prestazioni sostitutive del salario in presenza di certi eventi e sulla base di precisi requisiti stabiliti per legge. Essi sono soggetti alla supervisione del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.
Il più importante tra gli enti previdenziali è l’Istituto nazionale della previdenza sociale, di cui già sono state trattate le origini storiche.
Un’altra importante forma di tutela assicurativa è quella contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, che fanno capo all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL).
Dopo la caduta del fascismo, il settore della previdenza non è mutato nelle sue caratteristiche essenziali. In un contesto economico-sociale contraddistinto dall’incremento del lavoro dipendente salariato e dalla pressione delle masse contadine e dei ceti medi per ottenere trattamenti previdenziali, tale settore si è progressivamente esteso sotto le spinte dei vari gruppi o categorie, ma sempre in modo frammentario, come mostra la Tab. 5, che riporta le date di introduzione di alcune assicurazioni sociali pubbliche, che si affiancavano a quelle già esistenti e che generavano nuovi enti amministrativi.
<TABELLA 5
Estensione degli enti di previdenza
Questo tipo di espansione va inquadrato nella linea di condotta delle maggioranze politiche di governo tendente alla difesa dei ceti medi tradizionali (artigiani, piccoli commercianti) e alla cooptazione di gran parte dei ceti impiegatizi pubblici (reinsediamento nella burocrazia statale e locale del personale dell’apparato dello stato fascista) e di quelli privati:
Si può dire che le strategie di acquisizione del consenso si muovono fra due possibili scelte polari. Da una parte sta quello che potremmo chiamare il consenso basato sull’attrazione individualistica, dall’altra il consenso attraverso l’istituzionalizzazione delle rivendicazioni collettive. Il primo si manifesta in una strategia che utilizza le stesse disuguaglianze che dovrebbero dare origine al dissenso e al rifiuto del sistema e le fa servire invece proprio come incentivo alla partecipazione ai benefici che il sistema può distribuire. Il secondo, in una strategia che implica la capacità di intere categorie di interessi di presentare regolarmente le loro rivendicazioni collettive, mediate però da strutture di rappresentanza che conservano, al di là di una certa soglia conflittuale, una fondamentale solidarietà le une con le altre in nome della preservazione del sistema [26]
In conclusione il settore previdenziale espande la sua azione in modo rilevante, poiché gran parte della popolazione ottiene una copertura assicurativa, ma questo sviluppo assume caratteri contraddittori e problematici così sintetizzabili[27]: dispersione dei mezzi; prestazioni inadeguate per quantità e qualità; alti costi di gestione, talvolta non proporzionali alle prestazioni; frammentarietà delle istituzioni; eccessiva divisione dei poteri fra i diversi ministeri e difformità costante nell’esercizio di questi poteri; difficoltà ad orientarsi per la complessità e variabilità delle norme.
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[5] MATHIAS P., POLLARD S. (cur.) (1992) p. 212-220
[6] Per una descrizione analitica: BARBIERI E ALTRI (1995), p.37-41; GIROTTI F. (1998) op.cit., pp. 161-165
[7] M. DOBB (1965), I salari, Einaudi, Torino, p. 132
[8] La Tab 2 è stata ricostruita sulla base della seguente ricerca giuridica. CASTALDI E. (1953), La previdenza sociale nelle legislazioni straniere, Giuffrè, Milano, p. 236.
[17] Importanti furono le modifiche apportate con il Regio Decreto 30 dicembre 1923 n. 2481 ( a sua volta parzialmente modificato con la Legge 17 giugno 1926 n. 1187), che sostituì alla espressione “istituzioni pubbliche di beneficenza” quella di “istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza”. Solo nel 1977 il D.P.R. 616 tenterà , in modo incompleto e con un parziale insuccesso, di ridefinire la materia.
[18] Stralci da relazioni di Crispi riportate in: Cattaui De Menasce G. (1963), op. cit. p.90.
[19] Informazioni ricavate da: MERLI S. (1976), Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia, Firenze, p.335-356.
[22] Tratto da: HERNANDEZ S. (1965), Profili storici, in Comitato di studio per la sicurezza sociale, Per un sistema di sicurezza sociale in Italia , Il Mulino, Bologna, p.55.
L’espressione “Welfare state” in senso letterale significa “Stato del benessere” e viene utilizzata per indicare i processi decisionali, le azioni ed i contesti istituzionali, variamente organizzati, attraverso cui si sviluppano politiche sociali orientate a creare situazioni di sicurezza per i cittadini e a ridurre le disuguaglianze sociali nell’accesso alle risorse. Il Webster Dictionary ne fornisce la seguente definizione:
Sistema sociale basato sull’assunzione da parte di uno stato politico di responsabilità primarie per il benessere sociale e individuale di ogni cittadino attraverso la legislazione, l’attivazione di specifiche politiche pubbliche e la loro attuazione tramite uffici e agenzie governative [1]
Nelle società delle nostre aree geografiche e nella nostra storia queste strutture svolgono importanti funzioni nell’organizzazione della vita quotidiana degli individui e dei gruppi. Fanno parte dei nostri sistemi socio-culturali e ci accorgiamo della loro importanza quando riducono la loro efficacia, il loro funzionamento entra in crisi e non rispondono più ai bisogni per i quali sono nati. Si tratta di organizzazioni che sono sorte e si sono sviluppate negli ultimi tre secoli, in connessione alle trasformazioni degli stati moderni.
Quindi le politiche di Welfare state vanno messe in relazione ai processi di modernizzazione, ossia:
un mutamento sociale su larga scala, coinvolgente le principali strutture economiche, amministrative, familiari, religiose di una società, che mostra di procedere in direzione di un progressivo avvicinamento ad un modello di società moderna fondato in complesso dalle società occidentali dopo la Rivoluzione industriale (circa 1780– 1830) e la Rivoluzione francese [2]
Nella modernizzazione convergono ed interagiscono più fattori [3]:
- il formarsi di articolate comunità urbane
- lo sviluppo industriale
- il miglioramento della qualità della vita quotidiana
- la strutturazione di sistemi politici ed amministrativi che regolano alcuni aspetti del rapporto fra società ed economia
Per avviare la successiva ricostruzione storica si può partire proprio dall’ultimo punto. Le teorie della finanza pubblica individuano tre funzioni essenziali di governo:
- allocativa, cioè orientata alla distribuzione delle risorse scarse
- redistributiva del reddito, per accrescere il benessere collettivo
- di stabilizzazione, per correggere le inadeguatezze del mercato [4]
I moderni sistemi di welfare, attraverso le politiche sociali, hanno svolto un ruolo centrale per ciascuna di tali funzioni. I confini delle politiche sociali sono piuttosto variabili: possono andare dalla garanzia per il reddito minimo della popolazione povera fino a comprendere un più ampio insieme delle attività di governo[5] . Una semplice definizione di politica sociale è la seguente:
Insieme di azioni pubbliche (o connesse al sistema pubblico) orientate ad intervenire sulle situazioni problematiche che si manifestano con lo sviluppo socio-economico.
La figura 1 ne fornisce una rappresentazione visiva.
vai a: Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 37-53
Il sistema dei servizi può essere considerato come un sotto-sistema delle politiche sociali, costituito da un insieme di offerte che rispondono a domande sociali[6]. La figura ha l’obiettivo di mettere in evidenza anche a livello grafico i seguenti aspetti:
- l’estrema variabilità dei bisogni, che dipendono da fattori economici, culturali, sociali, economici e individuali
- l’estensione e la diversificazione della domanda sociale che sollecita le strutture dei servizi
- la progressiva differenziazione dell’offerta dei servizi.
Con questa figura si vuole anche mettere in evidenza che “bisogno” e “domanda” sono concetti utili per comprendere il funzionamento dei servizi, purché si usi la cautela di tenerli su piani distinti e vederne le differenze.
Il bisogno potrebbe essere definito come:
la tensione di un individuo o di un gruppo sociale orientata ad individuare una concreta soluzione (oggetti, modelli culturali, comunicazione, aiuti, diagnosi…) che ricostituisca un equilibrio compromesso da una carenza [7]
La percezione del bisogno differisce fra i gruppi di popolazione ed anche fra i gruppi professionali. La domanda è quella parte di bisogno che si traduce in richiesta. Se poi introduciamo anche la variabile dell’offerta diventa possibile creare una matrice delle possibilità[8] (Tabella 1)
vai a: Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 37-53
I servizi sociosanitari si collocano nell’intreccio di queste variabili sociali, culturali, legislative, professionali e organizzative.
In Italia una specifica politica dei servizi sociosanitari si è definita in modo più preciso dall’inizio degli anni ’70, e dunque nell’ultimo trentennio. Questo processo si è innestato sui tre sistemi che avevano già radici nel passato storico delle società europee: l’assistenza; la previdenza; la sanità. Per capire ed interpretare le caratteristiche generali e specifiche di questo complesso insieme di strutture e di apparati è utile introdurci ai problemi con un’analisi di tipo storico-sociale.
In particolare si prenderà in considerazione lo sviluppo storico delle :
- politiche assistenziali
- politiche previdenziali
- politiche sanitari
Nelle pagine successive verranno enucleati i momenti chiave che meglio descrivono i processi di cambiamento, anche per ricercare le matrici socio-culturali di modelli organizzativi che ancora oggi presiedono al funzionamento dei servizi. L’uso frequente di citazioni ricavate da libri che hanno analizzato ancora più diffusamente questo tema è finalizzato sia a supportare l’analisi, sia a stimolare una lettura diretta di queste fonti, che spesso forniscono uno scenario sui tempi lunghi tale da illuminare anche il tempo presente. Si precisa che i vari riferimenti storici non hanno un valore sistematico, ma esclusivamente un significato funzionale al tipo di esplorazione che si intende condurre: non si vuole elaborare una storia dell’assistenza[9], della previdenza [10] e della sanità[11], bensì scegliere alcuni dati occorrenti per interpretarne alcune funzioni.
L’assistenza, che si andrà definendo come funzione pubblica tra il XIX e il XX secolo, nasce nel contesto dell’aumento e della concentrazione della popolazione nelle aree urbane ed in connessione allo sviluppo degli stati moderni. L’assistenza mira a prevenire o ad eliminare situazioni di bisogno connesse all’età, a stati di svantaggio fisico e psichico, a condizioni problematiche (come la povertà, gli aiuti in caso di calamità ambientali, le urgenze assistenziali) che non trovano protezione nei normali ambiti di vita.
I contenuti ed i significati del termine “assistenza” si sono evoluti storicamente con molta lentezza. Termini più antichi sono: carità, elemosina, beneficenza, opere di misericordia. In epoca più recente emergono altre denominazioni: opera pia, pia casa, ospizio, confraternita, congregazione di carità. E’ del secolo scorso il concetto di filantropia: lo statista piemontese Cavour definiva l’intervento pubblico come “carità legale”. All’inizio del XX secolo si parla di mutuo soccorso e di previdenza sociale. Il termine “assistenza” entra nel linguaggio legislativo italiano con la trasformazione delle Congregazioni di carità in Enti Comunali di Assistenza (ECA) e solo nel dopoguerra si fa strada quello di “assistenza sociale” ed ancora successivamente quello di “servizi sociali”. A monte di queste trasformazioni terminologiche stanno evidentemente realtà diverse, legate alle società in rapido cambiamento.
Nelle società precapitalistiche (o nelle unioni a basso livello tecnologico che tuttora persistono) non esiste una sfera autonoma che può specificamente essere definita “assistenza” o “beneficenza”: la cura di bambini ed anziani non è un compito autonomo di qualcuno, ma è un aspetto normale del vivere quotidiano di tutti che si compenetra con le altre attività. E’ il gruppo sociale di appartenenza a svolgere, in modi culturalmente determinati, le funzioni educative e quelle di aiuto interpersonale: i rapporti di ricerca degli antropologi culturali sono a questo proposito ricchi di informazioni.
In queste società fortemente integrate la sicurezza della sopravvivenza non é garantita da istituzioni specifiche, ma è ottenuta nel contesto della vita quotidiana del gruppo, attraverso una gestione diretta dei compiti connessi a questa funzione. Bambini e vecchi partecipano al ciclo produttivo e collaborano in base ad assunzioni ed aspettative di ruolo stabilite dall’età e dal sesso, in una forma elementare di divisione del lavoro.
Una chiave esplicativa piuttosto utile per analizzare la storicità delle funzioni assistenziali è quella di ricercare le basi materiali (sociali ed economiche) delle varie trasformazioni che si sono succedute nel corso del tempo.
1.2. Le istituzioni del medioevo
Con riferimento alle società europee, é nel basso Medioevo che si osservano i primi processi di differenziazione delle attività assistenziali. Tale periodo storico appare connotato dalle opere delle Chiese locali e dall’ospitalità data dai monasteri ai pellegrini, ai poveri, ai malati: i grandi sommovimenti sociali, le invasioni ed i cambiamenti dei rapporti produttivi creavano masse bisognose che trovavano nel sistema degli ordini religiosi forme di assistenza organizzata. Con il secolo X, dopo la disgregazione dell’impero carolingio, il feudalesimo ed il sistema signorile modellarono gran parte dell’Europa occidentale:
Il feudalesimo si può in certo modo definire come un assetto sociale basato su un contratto esplicito o implicito. La condizione del singolo dipendeva rigorosamente dalla sua posizione rispetto alla terra, e, reciprocamente il rapporto con la terra determinava i diritti e doveri politici del singolo [12]
L’aumento degli scambi commerciali ed il passaggio dall’autoconsumo ad una maggiore specializzazione produttiva, oltre ad essere alla base del moltiplicarsi delle città, intaccarono l’efficienza dei precedenti rapporti feudali e signorili. In una prima fase le nuove condizioni economiche accrebbero il “potere contrattuale” del signore nella stipulazione di nuovi patti con il servo: tutte le terre migliori erano state occupate ed i nuovi insediamenti dovevano rivolgersi a terre più povere, o sottoporre a sfruttamento più intensivo quelle già coltivate. L’aumento relativo della quantità di lavoro provocò il deterioramento del tenore di vita del lavoratore: il pane divenne più caro ed i salari reali caddero. Il secolo XIII vide contemporaneamente l’inesorabile deterioramento del livello di vita nelle campagne ed una fase di grande espansione del commercio e degli scambi. Ma, essendo l’incremento demografico superiore all’aumento della produttività, si verificò una grande carestia (1315-1317), accompagnata da una serie di epidemie di peste bubbonica e polmonare, a causa delle quali si ebbe una forte contrazione della popolazione:
Il risultato fu che il valore relativo dei prodotti e dei fattori si capovolse. La terra era diventata di nuovo relativamente abbondante e il lavoro più scarso e più caro [...]. La caduta della rendita colpì i signori nel momento stesso in cui la scarsità della manodopera rafforzava il potere contrattuale dei lavoratori. Sotto questa spinta il rapporto servo-signore, che era uno degli elementi costitutivi del sistema signorile, venne gradualmente travolto. La durata dei contratti crebbe e il servo cominciò ad acquisire diritti esclusivi sulla propria terra[13]
Dunque, l’uso della terra passò a vasti gruppi di contadini e questo influenzò direttamente ed indirettamente anche le forme assistenziali dell’epoca:
La chiesa si adoperò per rendere sempre più largo e continuativo il movimento di affrancazione dei servi. Proclamò che la libertà civile del cristiano era sacra ed inalienabile quanto la sua vita stessa e che dovevasi abolire il commercio dei servi come contrario alla dignità ed ai naturali diritti dell’uomo.[...] Non bisogna credere, però, che tale atto di liberalità fosse sempre espressione di uno spirito religioso o umanitario. [...] Anzitutto mediante l’affrancazione i signori erano esonerati dalle cure e dai fastidi della diretta amministrazione dei loro fondi e dal mantenimento da una più o meno numerosa popolazione servile. In secondo luogo, trasformando la maggior parte dei servi in coloni o mezzaiuoli, essi ritraevano dai loro poderi un reddito più sicuro e spesso anche più elevato[14]
Questi mutamenti economici provocarono la nascita di problemi sociali che ebbero ripercussioni sulle forme assistenziali dell’epoca: infatti tutti coloro che non avevano terra quale mezzo di produzione con cui vivere, formarono una vasta popolazione povera e fluttuante (vagabondi, mendicanti, ecc.) che si accalcava alle porte dei conventi e delle chiese:
Il fenomeno del vagabondaggio rispecchiava del resto l’estrema mobilità di una parte della società medievale, la ‘population flottante’: mercanti, sensali, venditori ambulanti e girovaghi (colporteurs),monaci questuanti, o vaganti in fuga dal convento, frati perdonatori e venditori di reliquie, chierici senza patria, poeti cortigiani e cantastorie, studenti itineranti chiedenti la carità muniti della lettera col sigillo universitario, corrieri e cursori, indovini e chiromanti, negromanti ed eretici, settari e predicatori d’ogni ordine e disordine, medicastri e guaritori [...] poi veniva la grande caterva dei pellegrini autentici e no, dei visionari, degli ‘uomini di Dio’, dei giudei erranti e maledetti (e naturalmente dei loro falsificatori) dei mendicanti veri e dei mendicanti falsi (la gueuserie), delle congregazioni di ciechi, degli storpi, degli attratti, dei lebbrosi, dei mercenari[15]
In molti paesi le prime misure contro la povertà furono assunte intorno al 1350:
Ma questa legislazione, che d’altronde rimane spesso inapplicata, non cancella affatto le antiche idee sui diritti sacri del povero quale rappresentante del Cristo sulla terra. Comincia semplicemente a delinearsi una distinzione che avrà molta fortuna nei secoli seguenti, tra poveri ‘buoni ‘ e poveri ‘cattivi’; e i poteri pubblici, almeno, ritengono di usare la massima severità con i secondi. Ma si esita, si va a tentoni. Evidentemente, alla fine del Medioevo non si è ancora deciso quale dei due opposti atteggiamenti adottare[16]
Attraverso questa succinta ricognizione è possibile concludere che la funzione svolta dall’assistenza in epoca medievale è quella di rispondere ai bisogni di coloro che, per motivi diversi, non hanno terra da cui ricavare mezzi di sostentamento:
Privo di terra, il povero non godeva più della protezione della comunità di villaggio, che fino a quel momento anche quando lo disprezzava non l’aveva mai abbandonato. Nella città il povero proveniente dalla campagna era solo un forestiero anonimo, che come mendicante vagabondo poteva diffondere malattie e, ancor peggio, come povero disoccupato poteva causare guai. Di conseguenza, molte città istituirono centri di accoglienza in cui i malati, gli invalidi, i poveri ed i viandanti di passaggio ricevevano assistenza materiale e morale[17]
Fu questa la base materiale per la costruzione di una rete di istituzioni, inizialmente di matrice ecclesiastica, ma successivamente anche laica:
La carità divenne più marcatamente urbana e attraverso l’iniziativa ecclesiastica o con l’appoggio dei vescovi e dei re, portò ad un inizio di riorganizzazione in nuovi, più grandi ospedali, della rete medievale di piccoli ospizi, le cui rendite erano spesso state distolte dalla loro destinazione originaria. Non sorprende che le città italiane del Centro-nord, dato il loro precoce sviluppo e la loro prosperità, abbiano realizzato le più sofisticate infrastrutture di supporto sia pubbliche che private: i primi monti di pietà d’Europa, ospizi per trovatelli, confraternite specializzate nell’assistenza di gruppi particolari, come i poveri vergognosi, o nell’intervento in momenti speciali del ciclo di vita (doti nuziali, funerali) [18]
Ma ritorneremo ancora su questo tema nel capitolo sugli ospedali.
Con le prime fasi di sviluppo delle moderne società industriali si entra in una nuova fase:
Fu nella prima metà del sedicesimo secolo che i poveri apparvero per la prima volta in Inghilterra: essi si misero in evidenza come individui staccati dal feudo ‘o da qualunque superiore feudale’ e la loro graduale trasformazione in una classe di liberi lavoratori fu il risultato combinato della feroce persecuzione contro il vagabondaggio e della promozione dell’industria domestica che fu sostenuta da una continua espansione del commercio estero. [...] Inoltre mentre i poveri alla metà del sedicesimo secolo rappresentavano un pericolo per la società sulla quale calavano come eserciti ostili, alla fine del diciassettesimo secolo i poveri rappresentavano semplicemente un aggravio fiscale [19]
L’affermarsi del modo di produzione capitalistico e l’interconnessa rivoluzione industriale sono gli eventi che spiegano l’origine dei fenomeni sociali, politici, e culturali della nostra epoca: anche le odierne istituzioni assistenziali e previdenziali dunque si inquadrano nel contesto di quei profondi mutamenti strutturali.
In termini descrittivi il capitalismo è un sistema economico-sociale fondato sui seguenti fattori: a) è una economia di scambio, nella quale le transazioni non avvengono in natura, ma attraverso la mediazione del denaro; b) sul mercato si scambiano sia le merci, sia le prestazioni lavorative fra una classe di proprietari che hanno bisogno di lavoro per far funzionare le loro imprese e una classe di lavoratori che hanno da vendere solo la loro forza lavoro; c) accumulazione e reinvestimento di capitale nell’ambito dell’impresa; separazione tra lavoro e proprietà privata dei mezzi di produzione e di quelli di distribuzione dei beni e servizi; d) profondo processo di separazione delle attività di scambio dal resto delle attività sociali[20]. Questi caratteri della nuova formazione economico-sociale hanno prodotto cambiamenti a tutti i livelli (agricoltura, artigianato, imprenditoria) ed in particolare sullo stato moderno e nelle politiche sociali.
Il punto chiave agli effetti di questa sintetica rappresentazione del primo enuclearsi delle funzioni assistenziali è il processo di separazione dei produttori (artigiani e servi della gleba) dai loro mezzi di produzione (terra e strumenti di lavoro). Questo fenomeno avvenne nel modo più tipico in Inghilterra, in seguito a radicali mutamenti dell’organizzazione agricola prodotti dal movimento delle enclosures, ossia delle “recinzioni su vasta scala di campi ed altre aree di proprietà demaniale, attuate di solito da ricchi fittavoli o proprietari senza il consenso degli abitanti meno abbienti, che spesso avevano come conseguenza lo spopolamento della contrada” [21]. In tal modo molti piccoli agricoltori vennero trasformati di fatto in mendicanti, che andavano a costituire i primi gruppi di forza lavoro del nascente capitalismo:
Questa massa di proletari vedeva due grandi rischi sulle proprie possibilità di esistenza: il rischio di non trovare compratori cui vendere la propria forza- lavoro, e il rischio di restare, per malattia o vecchiaia o invalidità, priva di forza-lavoro da vendere [22]
Questo tipo di sviluppo socio-economico andò di pari passo con le disuguaglianze sociali. In tale contesto l’emigrazione era un fatto assolutamente normale: sia i poveri delle città che quelli delle campagne lasciavano i propri luoghi d’origine, sperando di trovare altrove un lavoro o qualche forma di assistenza. Le città dell’Europa occidentale dovettero fare i conti con il diffondersi della povertà e si ridussero sempre più a luoghi di sosta provvisori nell’ambito dei vari spostamenti alla ricerca incerta dei mezzi più elementari di sussistenza. Questa moltitudine sempre più numerosa di poveri vaganti (simile al pauperismo medievale e soggetto anch’esso ad una certa mobilità) provocava nei contemporanei orrore e paura. Tali trasformazioni strutturali ebbero anche delle conseguenze sui modelli ideologici e valutativi dei problemi sociali. Il povero nel XVI secolo non venne più visto come il rappresentante di Cristo, ma piuttosto come un pericolo sociale, una fonte di contagio delle malattie ed un fautore di disordini popolari.
E’ da qui che nasce l’interconnessione fra il controllo della povertà e l’organizzazione amministrativa dell’assistenza. La nuova politica assistenziale, comune sia ai paesi protestanti che a quelli cattolici, trova una completa teorizzazione in un libro (uscito a Bruges nel 1526) del gesuita J.-L. Vivès : De Subventione pauperum. Nel libro si attaccano violentemente i ricchi (che preferiscono farsi costruire tombe troppo sontuose anziché fare l’elemosina) ed i poveri (che mendicano simulando le malattie, disturbano le funzioni nelle chiese, si perdono nei vizi). Nell’interesse di entrambi si impone una riforma:
Due assessori municipali con un segretario dovranno visitare tutti i poveri, sia nell’ospizio che a domicilio. Dovranno annotare i loro modi di vivere, i loro bisogni, il numero dei loro figli, i modi di vivere prima di cadere nella miseria, e le circostanze che li hanno condotto alla povertà. I mendicanti dovranno spiegare quali ragioni li portarono ad elemosinare. L’interrogatorio degli ammalati sarà fatto da un medico.
Quando sarà completata l’anagrafe dei poveri, gli assessori comunali incaricati dell’assistenza prenderanno ciascuno una decisione, presa a ragion veduta, senza tener conto di alcuna raccomandazione. I mendicanti sani riceveranno una specie di foglio di via con i mezzi per recarsi ai loro paesi di origine. Gli altri poveri dovranno lavorare o in laboratori o presso privati o al proprio domicilio o mettersi al servizio della città o degli ospedali. Se non conoscono nessun mestiere, dopo un esame attitudinale, se ne insegnerà loro uno.
Per quelli sprovvisti di intelligenza, si troverà un lavoro non qualificato. Quando il bisogno del povero supera il guadagno ottenuto attraverso il lavoro, il di più sarà devoluto all’assistenza.
Né i ciechi, né i vecchi devono rimanere oziosi. I mentecatti dovranno essere trattati con dolcezza e i contagiosi dovranno essere isolati. Bisognerà avere un capitale per pagare i debiti dei prigionieri. Ci sarà un’assistenza per le donne decadute. Ci saranno piani di soccorso per le vittime degli incendi, delle inondazioni, dei naufragi. In tutti i casi l’assistenza deve essere sufficiente e deve sempre condurre al lavoro. ” [23]
Il libro di Vivès espone quello che oggi chiameremmo un programma di politica sociale: centralizzazione dei fondi per l’assistenza, riforma morale, necessità del lavoro (anche coatto), proibizione dell’accattonaggio, ecc.
Queste idee, unite al manifestarsi di carestie ed epidemie rovinose, diedero vita, dal decennio 1520-1530 in poi, ad ordinanze delle autorità centrali con svariate norme che configuravano radicali riforme della politica sociale. In quasi tutte le città predominava il principio della rigida proibizione dell’accattonaggio, per scoraggiare le migrazioni dei poveri ed obbligare quelli in buona salute (indipendentemente dall’età e dal sesso) ad accettare lavori sottopagati. I fondi esistenti vennero centralizzati in vari tipi di casse: common box, gemene beurs, Aumone générale, gemeinen Kasten, ecc. In Francia vennero introdotte delle tasse obbligatorie per i poveri, che inizialmente incontrarono resistenze, ma che poi vennero accettate:
La prima riforma importante del sistema di assistenza nei decenni dal 1520 al 1550 fu caratterizzata da una natura fortemente comunale e da una notevole identità di fini e di metodi. Le autorità civiche subentrarono alla Chiesa nella responsabilità dell’assistenza e tentarono di centralizzare e razionalizzare le risorse dirigendole verso gruppi specifici (specie i minori), ordinando nel contempo l’espulsione dei forestieri, la proibizione dell’accattonaggio, la restrizione della tradizionale accoglienza ai pellegrini e la segregazione in case di correzione degli individui validi [24]
1.3. Il caso storico dell’Inghilterra: la “Poor Law”
E’ in Inghilterra che si trovano riunite tutte le condizioni che favorirono una completa riorganizzazione dell’assistenza: aumento della popolazione e dei prezzi, sviluppo del movimento delle recinzioni, espansione di un’industria tessile rurale che aumentava il numero dei poveri, ecc. Da un importante dibattito parlamentare (1597-98) emerse uno statuto che costituì la sintesi di tutte le precedenti disposizioni in materia di assistenza: questo testo, leggermente modificato nel 1601, e meglio conosciuto come la Poor Law (Legge dei Poveri elisabettiana), divenne permanente nel 1640 e rimase in vigore fino al 1834:
Il sistema, applicabile all’Inghilterra e al Galles, si basava sulla figura degli Overseers of the Poor, controllati a loro volta dai giudici di pace. Una tassa settimanale obbligatoria viene imposta in ogni parrocchia, o, se questa è troppo povera, nel quadro del distretto. Il rifiuto di pagare la tassa comporta il pignoramento e la vendita dei beni, e perfino l’imprigionamento dei recalcitranti. E’ proibito qualsiasi genere di mendicità. La tassa deve servire a tre scopi. I poveri invalidi e i vecchi vengono soccorsi. I bambini poveri vengono inviati ad apprendere un mestiere, fino all’età di 24 anni per i maschi, sino a 21 per le femmine. I poveri validi vengono mandati a lavorare e, a questo scopo, uno dei compiti degli Overseers of the Poor è quello di costituire stocks di materie prime: canapa, lana, filo, ferro [...]. Organizzazione amministrativa della carità, assistenza per mezzo del lavoro, due concetti guida del XVI° secolo, culminano così nella Legge dei Poveri di Elisabetta che poneva in essere un sistema destinato a diventare famoso [25]
Questi tipi di legislazione si inscrivono nella dottrina filosofico-giuridica del giusnaturalismo, che sostiene l’esistenza di norme di diritto naturali, e quindi razionali, che sostituiscono quelle “divine”: inizia l’idea di laicizzazione dello Stato, si dà fondamento umano al potere di chi governa, l’attività del legislatore è vincolata ad alcuni principi universali al di fuori dei quali non esiste legge, ma solo l’arbitrio. E’ bene chiarire che questo iniziale intervento dello Stato “non corrisponde a criteri filantropici e tanto meno sociali, bensì a ragioni di prestigio e di polizia”[26]: esso è funzionale alla necessità di difendere l’ordine pubblico e di garantire la sicurezza delle classi sociali emergenti dal pericolo rappresentato dal pauperismo ed in particolare da quello urbano.
Nell’analisi fin qui condotta, si è cercato di far emergere le strette relazioni fra sviluppo economico, mercato del lavoro ed assistenza:
La formazione del proletariato precedeva la formazione di quel capitale che avrebbe potuto impiegare la forza-lavoro resa disponibile. Ma gli uomini, che di quelle cose erano protagonisti e promotori, erano totalmente incapaci di comprendere quel che avevano scatenato. Reagirono perciò le classi dirigenti, con provvedimenti che da un lato tendevano a reprimere le conseguenze dei fenomeni economici (comminando pene severissime per il ‘reato’ di povertà) e dall’altro lato tendevano ad utilizzare le forze rese disponibili [27]
Questa funzione di controllo sociale, che originariamente assume l’assistenza, è stata oggetto di vari studi storici e sociologici molto unilaterali e riduttivi[28] che hanno amplificato fortemente tale dimensione, talvolta con il risultato di perdere di vista l’articolazione complessiva dell’insieme dei fattori in gioco (economici, giuridico-istituzionali, culturali, ideologici, ecc.).
La legge sui poveri si presta a mostrare come il rapporto fra la dimensione economica e quella istituzionale va sempre visto nella sua globalità. E’ infatti stato osservato che la Poor Law nel corso del tempo risponde ad interessi diversi[29]. Agli inizi serve i proprietari fondiari, poiché ha il significato di tenere in vita la forza-lavoro, trasferendo sulle tasse dei poveri il relativo costo di mantenimento. In seguito, con l’accentuarsi della polarizzazione proletariato-capitale e la formazione di una economia mista di tipo agricolo-manifatturiero, la stessa legge è funzionale agli interessi della classe lavoratrice, poiché ne aumenta la forza contrattuale sul piano economico, in quanto i suoi mezzi di sussistenza non dipendono solo dalla vendita della forza-lavoro, ma da altre fonti di reddito (il lavoro agricolo, i sussidi, ecc.). In queste condizioni non sono sufficienti i mezzi economici per trasformare totalmente la forza-lavoro in una merce e a comprimerne il prezzo di mercato, ma occorre ricorrere ad altri mezzi, come il prolungamento per legge della giornata lavorativa:
L’assenza di una legislazione protettiva del lavoro (mancanza di tutela del lavoro infantile, mancanza di limiti massimi fissati alla giornata lavorativa) e la presenza, al contrario di una legislazione oppressiva sul lavoro (legge sul massimo salariale e sulla durata minima della giornata lavorativa) cioè nel complesso la mancata tutela dell’esistenza fisica della classe lavoratrice, è, entro certi limiti, espressione del permanere di vasti strati artigianali, e quindi di una larga zona di classe lavoratrice indipendente; cioè l’intensità della pressione politica, legislativa, amministrativa, nei confronti della classe lavoratrice è in un certo senso la misura dell’incapacità, da parte del capitale ad esercitare una sufficiente pressione economica [30]
Negli anni successivi al 1790, a causa di una serie di cattivi raccolti e del rialzo dei prezzi connesso alla guerra contro la Francia, si manifestò una crisi economica ed il precedente sistema di distribuzione dei sussidi, destinati ad integrare i salari insufficienti, si rivelò inefficace, in rapporto al suo localismo, ed inadeguato. Ecco allora la legislazione assistenziale ritornare a vantaggio dei padroni, attraverso la Speenhamland Law:
I magistrati del Berkshire riuniti al Pelikan Inn a Speenhamland presso Newbury, il 6 maggio 1795, in un periodo di grave difficoltà, decisero che i sussidi da aggiungere ai salari, avrebbero dovuto essere attribuiti secondo una scala dipendente dal prezzo del pane, in modo da assicurare un reddito minimo ai poveri indipendente dai loro guadagni. [...] Con la legge elisabettiana i poveri erano costretti a lavorare per qualunque salario essi potessero ottenere e soltanto coloro che non potevano ottenere lavoro avevano diritto al sussidio; un sussidio comeintegrazione del salario non fu né pensato né dato. Con la Speenhamland law un individuo veniva aiutato anche se aveva un lavoro fintanto che il suo salario ammontava a meno del reddito familiare che gli era assegnato dalla scala. [...] Nel giro di pochi anni la produttività del lavoro cominciò a sprofondare al livello del lavoro per gli indigenti fornendo ai datori di lavoro un’altra ragione per non aumentare i salari al di sopra della scala [31]
In questo modo la legislazione assistenziale va a vantaggio dei proprietari dei mezzi di produzione, i quali possono pagare salari inferiori al minimo necessario per mantenere in vita i lavoratori, in quanto una parte del salario viene integrata con i sussidi, che sono a carico delle tasse sui poveri:
Ecco come lo stesso strumento, quella forma embrionale di vera e propria “assistenza sociale”, ha servito successivamente tre classi diverse: in primo luogo la classe dei proprietari fondiari, poi la classe lavoratrice, in ultimo la classe capitalista. L”assistenza sociale’ non serve sempre la medesima classe: e non sempre nella medesima misura: serve alla classe che sa usarla, o meglio, aumenta la forza della classe che ha la forza di usarla [32]
In questo quadro storico-sociale, resta ora da conoscere ed interpretare il ruolo giocato dalle cosiddette Workhouses (case di lavoro), di cui si parlerà ancora quando verrà trattato il tema delle origini degli ospedali. La politica assistenziale del XVII secolo é stata vista anche nei termini di un “grande internamento” [33], poiché strutture che svolgevano questa funzione sorsero in tutta Europa con denominazioni diverse: tuchthuizen (in Olanda), hopitaux généraux (in Francia), zuchthausern (in Germania):
Queste istituzioni, in gran parte case di correzione, in parte sedi di attività artigiane centralizzate, erano sorte con lo scopo di isolare tutti quei gruppi sociali che si supponeva fossero più inclini all’ozio ed al disordine, e specialmente accattoni e vagabondi, per disciplinarli per mezzo di un severo regime a base di lavoro ed istruzione morale, in modo da trasformarli in manodopera disciplinata ed utile. Certo non tutti i disoccupati potevano essere messi al sicuro in queste istituzioni. Come ‘case del terrore’, comunque, esse offrivano la possibilità di un risparmio indiretto nell’assistenza e nuovi stimoli al mercato del lavoro [34]
L’internamento non é in linea di principio, obbligatorio.”Ma il povero che rifiuta di entrare in una workhouse viene privato dei soccorsi parrocchiali distribuiti dagli Overseers of the Poor; e la mendicità è, naturalmente, proibita!” [35]
Da quanto detto, appare abbastanza chiaro che nel passato la legislazione assistenziale si è trovata al centro di interessi contrastanti. Da una parte doveva contribuire a mantenere in vita, a spese di tutte le classi da cui venivano prelevate le tasse, la forza-lavoro che si rendeva necessaria per l’industria in formazione. D’altra parte il livello minimo vitale concesso nelle workhouses non doveva essere più allettante di un basso salario unito ad una lunga giornata lavorativa: i poveri dovevano essere così atterriti dalla prospettiva di finire in questi luoghi, da accettare di essere avviati al lavoro con un salario più basso possibile. Va ricordato che queste politiche sociali incontrarono opposizioni fra i contemporanei. Dal punto di vista degli interessi dei proprietari fondiari e del movimento religioso puritano si può ricordare lo scrittore inglese Daniel Defoe, che riteneva le workhouses dannose per l’occupazione:
Supponiamo ora che una workhouse per l’impiego dei bambini poveri li metta a filare lana pettinata. Per ogni matassa di lana che questi poveri bambini filano, ci dovrà essere necessariamente una matassa di lana in meno filata da qualche altra parte e cioè da qualche povera famiglia o persona che la filava prima [36]
Le sue critiche non ebbero alcun effetto pratico, in quanto il doppio sistema dei sussidi e delle workhouses era ancora funzionale alla formazione del mercato del lavoro. Quando la sola concorrenza tra i venditori della forza-lavoro fu sufficiente a garantirne un progressivo abbassamento del prezzo la legislazione assistenziale, che aveva retto sino ad allora, divenne un ostacolo ed infatti negli anni 1832-1834 venne riformata:
Sotto Speenhamland la società si trovava nel contrasto di due opposte tendenze, l’una che emanava dal paternalismo e proteggeva il lavoro dai pericoli del sistema di mercato, l’altra che organizzava gli elementi della produzione, inclusa la terra, in un sistema di mercato, privando la gente comune del suo status precedente e obbligandola a guadagnarsi la vita offrendo in vendita il proprio lavoro, privando nello stesso tempo quest’ultimo del suo valore di mercato.Si andava creando una nuova classe di datori di lavoro, ma non poteva formarsi una nuova classe di lavoratori. [...] Con il 1834 si formò la convinzione generale, e tra molte persone ragionevoli, una convinzione appassionatamente sostenuta, che tutto era preferibile alla continuazione dei metodi di Speenhamland. O si sarebbero dovute demolire le macchine come avevano tentato di fare i luddisti, o si doveva creare un regolare mercato del lavoro [37]
In conclusione, la politica assistenziale si è intrecciata continuamente al problema del mercato del lavoro: inizialmente per crearlo, successivamente per agire sull’andamento dei salari.
Nel momento storico in cui la sola azione del mercato è sufficiente a stabilire le relazioni fra le classi, ed in particolare quella fra i proprietari dei mezzi di produzione e il proletariato, si entra in una nuova fase dell’evoluzione dei sistemi di sicurezza sociale, consistente nella creazione della “previdenza sociale”, che si affianca alla “assistenza”.
Bibliografia
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BAGNASCO A., BARBAGLI M., CAVALLI A. (1997), Corso di sociologia, Il Mulino, Bologna
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CAMPORESI P. (a cura di.) (1973), Il libro dei vagabondi, Einaudi, Torino
CATTAUI DE MENASCE G.(1963), L’assistenza ieri e oggi, Editrice Studium, Roma
CHERUBINI A. (1958), Dottrine e metodi assistenziali dal 1789 al 1848, Giuffré. Milano
COLOMBO U.M. (1977), Principi ed ordinamento della assistenza sociale, Giuffré, Milano
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DONATI P.P (1993), Fondamenti di politica sociale – Teorie e modelli, Carocci editore, Roma
FLORA P., HEIDENHEIMER A.J. (a cura di.) (1983), Lo sviluppo del welfare state in Europa e in America, Il Mulino, Bologna
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GIROTTI F. (1998), Welfare state: storia, modelli e critica, Carocci, Roma
GUTTON J.P. (1977), La società e i poveri, Mondadori, Milano
LIS C., SOLY H. (1986), Poverta’ e capitalismo nella Europa preindustriale, Il Mulino, Bologna
MOLLAT M. (1983), I poveri nel Medioevo, Laterza, Bari
[5] Wilensky H.L., Luebbert G.M., Reed Hahn S., Jamieson A. M. (1989). Per una rassegna delle definizioni di Politica sociale si vedano i seguenti testi: Donati P.P (1993), Girotti F. (1998), Tognetti Bordogna (1998)
[7] La sintetica definizione fa riferimento alla scuola di sociologia urbana francese ed in particolare a Paul Henry Chombart De Lauwe. Una trattazione è contenuta in GASPARINI A., La casa ideale, Marsilio, Padova 1975 p. 31-52
[8] Elaborato sulla base di: HOLLAND W. W., GILDERDALE S. (1973), New concepts of management in the NHS 1973
[9] In proposito si veda: Ritter (1996); Mollat M. (1983); Cherubini A. (1958);
[10] Cherubini A., Storia della previdenza sociale (1977)
[14] In Lo Monaco – Aprile A., La solidarieta’ umana nella sua evoluzione storica, a cura dell’Associazione Nazionale Enti di Assistenza, Edizione “Il Supplemento di Solidarietà Umana”, Milano 1950, pagg. 69 – 70
[15] L’articolata e colorita descrizione di queste figure sociali (ma l’elenco citato é solo una parte): é in : Camporesi P. (a cura di.) (1973), pp. XXII-XXVII.
[28] Un saggio che radicalizza in modo estremistico questo punto di vista é: F.F. Piven, R.A. Cloward , Assistenza e ordine sociale, in M. Ciacci, V. Gualandi (a cura di ) (1977), in La costruzione sociale della devianza,, Il Mulino, Bologna 1977, p.308-330
Ai partecipanti sarà consegnata una copia del volume “I SITI WEB DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI”
Guida alle norme tecniche e giuridiche alla luce delle Linee Guida Brunetta.
di ERNESTO BELISARIO – GIANLUIGI COGO – ROBERTO SCANO.
Il convegno offre ai partecipanti degli schemi operativi per pianificare una operazione di adeguamento e razionalizzazione dei contenuti on line a partire dalle indicazioni contenute nelle Linee Guida. L’obiettivo è di fornire gli elementi indispensabili per migliorare la qualità dei siti Web della PA sia sotto il profilo dei contenuti offerti che rispetto alla prospettive dell’integrazione di strumentazione web 2.0, di servizi di e-government e di sistemi di knowledge management.
Prendendo come spunto le “Linee Guida Brunetta” pubblicate il 26 luglio 2010, questo convegno si propone di illustrare la normativa rilevante in materia di siti Web pubblici e di offrire gli schemi operativi per pianificare una operazione di adeguamento e razionalizzazione dei contenuti e dei servizi offerti sul Web da parte delle Amministrazioni Pubbliche.
Alla luce dei recenti interventi legislativi, gli Enti hanno infatti bisogno di un quadro sistematico ed aggiornato degli aspetti di cui tenere conto in tutte le attività collegate ai Website pubblici; una loro mancata valutazione – oltre ad impedire all’Amministrazione di conseguire gli attesi benefici in termini di efficienza e trasparenza – rappresenta una violazione degli obblighi normativi ed espone la PA e gli agenti pubblici a sanzioni e responsabilità.
“Fini, Casini e Rutelli non bastano. Gli imprenditori come Luca Cordero di Montezemolo devono scendere in campo. Serve un processo costituente: non per il terzo Polo, ma per il Polo”. Non ha mezzi termini, Massimo Cacciari.
Intervistato dal Corriere della Sera, l’ex sindaco di Venezia rilancia sull’importanza di un impegno in politica della società civile.
“Per quanto intellettualmente onesti e capaci, Casini, Fini e Rutelli non sono sufficienti. Serve una forte partecipazione sulla base di un patto amplissimo per la creazione di un nuovo centro che faccia le riforme, dice. Ma rifiuta l’ipotesi di un partito centrista, rivendicando invece “una forza di centro nel senso della centralità, non del moderatismo e altri ferrivecchi”.
Di Montezemolo, Cacciari apprezza soprattutto il programma: “un programma anticorporativo, con una giusta analisi del fallimento del bipolarismo all’italiana, del berlusconismo e della dimostrata incapacità da parte di coalizioni come l’Ulivo a governare. La riforma del welfare, delle relazioni sindacali, della scuola, la sburocratizzazione reale, la chiusura di province e comuni”.
Obiettivi che si possono raggiungere con elementi sia del Pd sia del Pdl. Perché, sostiene il filosofo, “anche nel Pdl c’erano intenzioni seriamente riformatrici. E anche nella Lega c’è del buono: ci sono autentici federalisti come Maroni, mica solo Bossi e il “trota”. Ma tutti sono stati condizionati da forze giustizialiste, estremiste e massimaliste”.
Mentre promuove parti del Pdl, Cacciari boccia il Pd: “È stato diretto in modo folle. Veltroni ha sbagliato tutte le mosse, Franceschini ha fatto quello che ha potuto, Bersani ha dato al partito un’immagine socialdemocratica d’antan”. Ma neppure Nichi Vendola è nelle corde dell’ex sindaco: “I paragoni con Obama fanno ridere i polli. È esponente di una tradizione anche nobile, come Arci, Legambiente, Verdi. Ma è un’ideologia minoritaria che non sarà mai cultura di governo”. Nonostante questo, “spero che Pd e Pdl non crollino, sarebbe una tragedia peggiore di Tangentopoli”.
Il fatto della settimana
Il federalismo, da Cattaneo a Bossi Siamo invasi da neologismi. Anglicismi, per la gran parte, ma anche parole del tutto nuove, solitamente di gran moda in uno specifico settore e che, proprio per questo, identificano lo specialista del ramo.
Nel dibattito sanitario, da qualche tempo, si usa “federalizzare”, verbo che fino ad oggi però non è presente in alcun vocabolario della lingua italiana. Il verbo già in uso nella nostra lingua, infatti, è un altro: “federare”, ovvero condurre entità politiche divise in una unità. Questo era il fondamento del federalismo risorgimentale di Carlo Cattaneo, sconfitto da una versione dinastica dell’unità d’Italia, che ha comunque portato avanti quello che comunemente viene indicato come “processo unitario”, con tutti i diversi passaggi che hanno coinvolto generazioni di italiani, dalla monarchia, al fascismo, alla repubblica, dalle trincee dove si incontravano per la prima volta siciliani e lombardi, alla televisione del maestro Manzi, che portava in ogni casa la lingua italiana e superava i dialetti.
L’impiego di un neologismo nell’attuale dibattito politico, quindi, per una volta non indica sciatteria o uso maldestro del linguaggio. Federalizzare, infatti, indica esattamente ciò che si sta facendo (o che si sta tentando di fare) in Italia: trasformare un’entità nazionale in una federazione di realtà regionali, dividere ciò che è unito. E un processo politico di questo tipo, il federalismo di Umberto Bossi, è una assoluta novità, che non ha precedenti storici e che dunque chiede una nuova parola. E molta cautela, come d’altra parte sta avvenendo, se è vero che, di rinvio in rinvio, si potrebbe arrivare al paradosso politico di un Governo centrale che prosegue nella federalizzazione senza l’assenso dei federanti, ovvero delle Regioni.
Il fatto della settimana
Il federalismo, da Cattaneo a Bossi Siamo invasi da neologismi. Anglicismi, per la gran parte, ma anche parole del tutto nuove, solitamente di gran moda in uno specifico settore e che, proprio per questo, identificano lo specialista del ramo.
Nel dibattito sanitario, da qualche tempo, si usa “federalizzare”, verbo che fino ad oggi però non è presente in alcun vocabolario della lingua italiana. Il verbo già in uso nella nostra lingua, infatti, è un altro: “federare”, ovvero condurre entità politiche divise in una unità. Questo era il fondamento del federalismo risorgimentale di Carlo Cattaneo, sconfitto da una versione dinastica dell’unità d’Italia, che ha comunque portato avanti quello che comunemente viene indicato come “processo unitario”, con tutti i diversi passaggi che hanno coinvolto generazioni di italiani, dalla monarchia, al fascismo, alla repubblica, dalle trincee dove si incontravano per la prima volta siciliani e lombardi, alla televisione del maestro Manzi, che portava in ogni casa la lingua italiana e superava i dialetti.
L’impiego di un neologismo nell’attuale dibattito politico, quindi, per una volta non indica sciatteria o uso maldestro del linguaggio. Federalizzare, infatti, indica esattamente ciò che si sta facendo (o che si sta tentando di fare) in Italia: trasformare un’entità nazionale in una federazione di realtà regionali, dividere ciò che è unito. E un processo politico di questo tipo, il federalismo di Umberto Bossi, è una assoluta novità, che non ha precedenti storici e che dunque chiede una nuova parola. E molta cautela, come d’altra parte sta avvenendo, se è vero che, di rinvio in rinvio, si potrebbe arrivare al paradosso politico di un Governo centrale che prosegue nella federalizzazione senza l’assenso dei federanti, ovvero delle Regioni.
Il fatto della settimana
Il federalismo, da Cattaneo a Bossi Siamo invasi da neologismi. Anglicismi, per la gran parte, ma anche parole del tutto nuove, solitamente di gran moda in uno specifico settore e che, proprio per questo, identificano lo specialista del ramo.
Nel dibattito sanitario, da qualche tempo, si usa “federalizzare”, verbo che fino ad oggi però non è presente in alcun vocabolario della lingua italiana. Il verbo già in uso nella nostra lingua, infatti, è un altro: “federare”, ovvero condurre entità politiche divise in una unità. Questo era il fondamento del federalismo risorgimentale di Carlo Cattaneo, sconfitto da una versione dinastica dell’unità d’Italia, che ha comunque portato avanti quello che comunemente viene indicato come “processo unitario”, con tutti i diversi passaggi che hanno coinvolto generazioni di italiani, dalla monarchia, al fascismo, alla repubblica, dalle trincee dove si incontravano per la prima volta siciliani e lombardi, alla televisione del maestro Manzi, che portava in ogni casa la lingua italiana e superava i dialetti.
L’impiego di un neologismo nell’attuale dibattito politico, quindi, per una volta non indica sciatteria o uso maldestro del linguaggio. Federalizzare, infatti, indica esattamente ciò che si sta facendo (o che si sta tentando di fare) in Italia: trasformare un’entità nazionale in una federazione di realtà regionali, dividere ciò che è unito. E un processo politico di questo tipo, il federalismo di Umberto Bossi, è una assoluta novità, che non ha precedenti storici e che dunque chiede una nuova parola. E molta cautela, come d’altra parte sta avvenendo, se è vero che, di rinvio in rinvio, si potrebbe arrivare al paradosso politico di un Governo centrale che prosegue nella federalizzazione senza l’assenso dei federanti, ovvero delle Regioni.
Questo spazio è dedicato a tutti quegli Assistenti Sociali che hanno come attività comune la formazione.
Per chi già da tempo opera come formatore, per chi è in cerca di corsi di formazione formale ed informale.
Nello spirito del volontariato cerchiamo di promuovere la cultura della formazione continua per la nostra professione. Su questo sito quindi sarà possibile sia trovare informazioni su i corsi di formazione o convegni e seminari e anche la possibilità di conoscere assistenti sociali formatori e organizzare eventi o scambiare materiali. Una sorta di segretariato per informazioni sulla formazione riguardante la nostra professione. L’Associazione organizzerà anche seminari di preparazione a concorsi pubblici per prepararsi agli esami di stato o per preparsi a concorsi pubblici.
Su questo spazio sarà possibile trovare anche convegni e seminari gratuiti. L’Associazione non è in grado di dare un giudizio su i corsi riportati in questo sito che ci vengono segnalati dai colleghi o che vengono riportati dalle pagine dei siti degli ordini regionali. Ad ognuno la responsabilità di sondare la qualità e professionalità dei corsi o eventi di formazione.
Gli ultimi dati ci dicono che in italia ci sono 37 mila assistenti sociali. Chi formerà gli assistenti sociali? Molti assistenti sociali anche dopo tanti anni di lavoro e specializzazioni hanno una certa “timidezza” a pensarsi come formatori. L’università non forma a competenze di formatore. Come programmare un corso di formazione? Come effettuare l’analisi di fabbisogni formativi? Come erogare un corso di formazione? Come gestire un aula o un percorso di formazione e-learning? La nostra associazione ha in merito delle proposte. Scarica lo statuto qui sotto e se vuoi condividere con noi questo progetto
iscriviti. Il costo di 10 euro all’anno per iscriversi è stato concordato per poter permettere a quanti più assistenti sociali di usufruire di questo gruppo di supporto e le proposte e servizi che l’associazione offre ( nesws letter informativa su i corsi di formazione per assistenti sociali in italia e tematiche inerenti la formazione, la banca della formazione degli assistenti sociali e tante altre iniziative ecc.)
Volontariato: presentazione dell’edizione 2010 della Ricerca
Il volontariato a Milano e provincia
promossa da Provincia di Milano e Ciessevi
lunedì 15 novembre 2010, ore 17
Sala Guicciardini, via Macedonio Melloni 3 Milano
Provincia di Milano e Ciessevi presentano la quarta edizione della ricerca annuale “Il volontariato a Milano e provincia” lunedì 15 novembre 2010, dalle ore 17 alle 19, alla Sala Guicciardini in via Macedonio Melloni 3 a Milano.
Interverranno alla presentazione: Massimo Pagani, Assessore Famiglia, Politiche Sociali, Politiche per le persone con disabilità, Associazionismo della Provincia di Milano; Lino Lacagnina, Presidente Ciessevi; Giangiacomo Schiavi, Vicedirettore del Corriere della Sera; Patrizia Tenisci, Ricercatrice e curatrice dell’indagine; Mariella Trevisan, Direttore Settore associazionismo Terzo settore della Provincia di Milano. Modera l’incontro Rita Querzè, giornalista del Corriere della Sera.
Area Comunicazione
Associazione Ciessevi
p.zza Castello, 3 – 20121 Milano
I 7 saperi necessari all’educazione del futuro Edgar Morin
“I sette saperi necessari all’educazione del futuro”, pubblicato in Italia dall’editore Cortina nel maggio 2001, è stato scritto dal prestigioso sociologo francese Edgar Morin nel 1999, su commissione dell’UNESCO, nell’ambito del “Programma internazionale dell’educazione”.
Dopo “La testa ben fatta – Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero” (Raffaello Cortina Editore, 2000), questo nuovo saggio di Morin costituisce un ulteriore prezioso contributo all’avvio di quella riforma culturale che, rivendicata dalla società della conoscenza, trova ancora nelle scuole, non solo italiane, molte difficoltà e resistenze.
Non si tratta di impostare una riforma in cui tutto sia preventivamente definito e programmato, ma piuttosto di cominciare a individuare alcuni “accessi” attraverso i quali gli insegnanti siano incoraggiati a muoversi verso una nuova impostazione dei saperi. Morin ce ne indica sette . Ora sta a noi entrare e intraprendere il “viaggio”. Un viaggio che non sarà né breve né facile, ma non è più tempo di indugi. Insieme dobbiamo avere il coraggio di rischiare, di non arroccarci nello statu quo, di muoverci lungo questo sentiero, che insieme possiamo scoprire e costruire, cammin facendo.
E’ nota l’importanza del “pensare positivo” in tutti gli aspetti della vita e in particolare in tutte quelle forme di stanchezza, di apatia o di demotivazione che possono arrivare anche a stati d’animo di depressione o di “umor nero”. Ciò si verifica in particolare in tutte quelle forme di malattie che creano impacci nel vivere quotidiano e tendono a far perdere il coraggio nell’agire. E’ ciò che può succedere anche ai malati di Parkinson. Ho quindi ritenuto importante per me, da quando ho verificato i sintomi di questa malattia, cercare di attivare le difese contro simili insorgenze, per non lasciarsi cogliere impreparati, e per potere anche, per così dire, passare al contrattacco.
GLI ESERCIZI SPIRITUALI DI SANT’IGNAZIO DI LOYOLA
Tra le altre cose mi ha molto aiutato un libretto poco conosciuto, scritto nel 1500 da sant’Ignazio di Loyola, un santo che conosceva molto bene la psicologia umana e le sue debolezze. Ha come titolo “Esercizi spirituali” e dà indicazioni per un cammino di purificazione della mente e del cuore che porti a fare le scelte importanti della vita con spirito libero e sereno. L’autore dedica alcune pagine molto preziose per descrivere i diversi stati d’animo positivi e negativi che vengono vissuti nel momento della scelta (e che si riproducono poi in tante circostanze della vita quotidiana) e dà suggerimenti pratici nel come superare i momenti “no” e favorire i momenti “sì”, in altre parole sul come comportarsi nelle fasi “off” e “on”.
FASI OFF: UN MORSO INTERIORE
Le fasi “off” vengono descritte come momenti caratterizzati da tristezza, pesantezza, inquietudine e nervosismo, derivanti anche da ragionamenti falsi o capziosi. Par di sentire come un morso interiore, di cui non ci si sa dare ragione, come un qualcosa che blocca, causa scoraggiamento e impedisce di andare avanti, come un invito a piantar lì tutto e a lasciar perdere un po’ tutto.
FASI ON: FORZA E CORAGGIO
Quello che oggi chiamiamo “pensiero positivo” o “ fase on” viene descritto come “dare coraggio e forza, consolazione pace, rendere facili le cose complesse, rimuovere gli ostacoli, perché si vada avanti nell’esercizio del bene”. E’ quindi uno stato d’animo, un “tono” della coscienza in cui predominano letizia e ottimismo, speranza e voglia di fare. Ma soprattutto interessanti sono le indicazioni che si trovano in questo libretto sul come comportarsi quando ci si trova in questi stati detti anche “grigi” o di “umor nero”, o quando ci si accorge che la mente sta scivolando verso pensieri negativi e tristi. È allora molto importante non lasciarsi andare, non aprire la porta a questo tipo di pensieri, e invece scuotersi e favorire tutte quelle cose e attività che possono indurre a entusiasmo, gioia nell’agire, gusto di riuscire. La mia piccola esperienza in questo campo mi ha mostrato come possa essere importante in questo contesto anche l’uso della musica. Ciò vale in particolare per i malati di Parkinson. Per essi è molto importante muoversi e in special modo camminare a tempo e ritmo di musica. Tralasciando quindi altre indicazioni vorrei descrivere brevemente ciò che mi ha aiutato. Ho provato musiche di vari autori, ma alla fine ho concluso che la musica di Mozart è quella che maggiormente aiuta. Mozart infatti esprime mirabilmente, con brillantezza ed energia, la letizia del cuore umano e stimola a superare le fatiche, i blocchi, le difficoltà a muoversi. In particolare quando è necessario camminare, fare esercizio di deambulazione, la musica di Mozart aiuta a marciare a passo di musica e a superare tutte le remore e le difficoltà che tendono a bloccare o ad appesantire la marcia. Talora mi capita anche di muovermi nella mia camera, sotto l’influsso della musica, come a passo di danza e di mettere così con più facilità in ordine le cose o preparare il materiale per lo studio. Ho fatto l‘esperienza che è importante non soltanto sentire la musica che risuona nell’ambiente. Essa deve arrivare alle orecchie attraverso auricolari di vario tipo ed essere tenuta a livello un po’ alto. Infatti il suono che arriva in qualche modo al cervello stimola maggiormente il movimento e dà quel ritmo che invita a muoversi speditamente. Personalmente ciascuno potrà esercitarsi con diversi tipi di musica, e alla fine ciascuno sceglierà quella che trova più utile. Ma ritengo che in ogni caso la musica di Mozart costituisca un tesoro quasi inesauribile per chi voglia lasciarsi guidare e sostenere dal ritmo e dalla melodia e così dare vigore al suo agire. In essa chi voglia esercitarsi nel “pensare positivo” trova un aiuto concreto e discreto, che non suggerisce pensieri già precostituiti ma stimola la fantasia e il tono affettivo a entrare in una condizione ottimale per agire con impegno e superare le remore e i blocchi nell’azione.
“Il progetto individuale per la presa in carico delle persone con disabilità”, Pierangelo Cenci, Claudia Di Giorgio, Anna Vecchiarini del C.P.A. Umbro (novembre 2010)
La persona con disabilità è titolare di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali
appartenenti al vigente Diritto internazionale, nonché alle Costituzioni democratiche. Ogni
persona con disabilità, quindi, deve essere messa nella condizione di prendere, in modo
autonomo e con autodeterminazione, le decisioni che riguardano la condizione della propria
esistenza, ossia deve avere la possibilità di portare avanti il proprio progetto di vita
(1)
La .
possibilità di pianificare le scelte che riguardano la propria vita, senza costrizioni o
limitazioni ingiustificate da parte di terzi, è un diritto umano fondamentale di tutte le
persone: esso è il diritto alla vita indipendente
(2)
La persona con disabilità è titolare di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali appartenenti al vigente Diritto internazionale, nonché alle Costituzioni democratiche. Ogni persona con disabilità, quindi, deve essere messa nella condizione di prendere, in modo autonomo e con autodeterminazione, le decisioni che riguardano la condizione della propria esistenza, ossia deve avere la possibilità di portare avanti il proprio progetto di vita(1)La .possibilità di pianificare le scelte che riguardano la propria vita, senza costrizioni o limitazioni ingiustificate da parte di terzi, è un diritto umano fondamentale di tutte le persone: esso è il diritto alla vita indipendente(2)
Raccolgo negli schedari di PolSer questa intervista per informazione didattica su:
azione penale minorile e concorrenza di istituzioni in caso di reato penale: Magistratura (in questo caso servizi minorili della amministrazione della giustizia), Questura (nel ruolo qui di agenti della polizia giudiziaria), Ministero degli Interni
interferenze del Governo sulla attività della Magistratura
ruolo del magistrato minorile di turno in caso di fermo per reato di una minorenne
riflessioni sull’art 18 bis del Codice Minorile:
Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono accompagnare presso i propri uffici il minorenne colto in flagranza di un delitto non colposo per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni e trattenerlo per il tempo strettamente necessario alla sua consegna all’esercente la potestà dei genitori o all’affidatario o a persona da questi incaricata. In ogni caso il minorenne non può essere trattenuto oltre dodici ore.
Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno proceduto all’accompagnamento ne danno immediata notizia al pubblico ministero e informano tempestivamente i servizi minorili dell’amministrazione della giustizia. Provvedono inoltre a invitare l’esercente la potestà dei genitori o l’eventuale affidatario a presentarsi presso i propri uffici per prendere in consegna il minorenne.
L’esercente la potestà dei genitori, l’eventuale affidatario e la persona da questi incaricata alla quale il minorenne è consegnato sono avvertiti dell’obbligo di tenerlo a disposizione del pubblico ministero e di vigilare sul suo comportamento.
Quando non è possibile provvedere all’invito previsto dal comma 2 o il destinatario di esso non vi ottempera ovvero la persona alla quale il minorenne deve essere consegnato appare manifestamente inidonea ad adempiere l’obbligo previsto dal comma 3, la polizia giudiziaria ne dà immediata notizia al pubblico ministero, il quale dispone che il minorenne sia senza ritardo condotto presso un centro di prima accoglienza ovvero presso una comunità pubblica o autorizzata che provvede a indicare.
Ciascuno giudichi o per aver visto questa intervista o per averla ascoltata
Intervista a Duccio Demetrio, professore ordinario di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione all’Università degli studi di Milano-Bicocca, per l’uscita del suo nuovo libro edito da Raffaello Cortina:
L’INTERIORITA’ MASCHILE, LE SOLITUDINI DEGLI UOMINI
Openpolis è un fantastico portale web in grado di tenerci aggiornati su tutti i circa 130.000 politici eletti dal parlamento europeo fino al più piccolo comune d’Italia.
Monitora gli incarichi (tutti!?!?), le carriere nei partiti e nelle aziende, i voti espressi, le presenze nelle istituzioni. Raccogli le dichiarazioni e gli impegni assunti su ogni argomento per verificare il compimento.
Al entrare nel sito troviamo un campo dove inserire il comune di residenza e che ci offrirà così la lista di tutti i rappresentanti del collegio elettorale dove si vota.
Possiamo seguire un politico in particolare, verificare dichiarazioni e moltissimo altro con tantissime informazioni rilevanti.
Openpolis è un sistema di pubblicazione aperto che si alimenta e cresce grazie ai contenuti pubblicati dagli utenti, registrandosi chiunque può quindi pubblicare dichiarazioni ed informazioni che riguardano politici eletti.
Come sarà il mondo nel 2050? Abbiamo raccolto il parere di studiosi ed esperti che hanno partecipato ieri e mercoledì, a Bassano del Grappa, al convegno «Benvenuti al Capodanno 2050».
Un progetto per aiutare migliaia di donne ucraine, costrette a vivere lontane dalle loro famiglie. Arrivano in Italia per curare anziani e bambini. Un progetto dell’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, per aiutarle
Madri costrette a vivere lontane dai figli. Donne che arrivano in Italia per curare anziani e bambini e che devono lasciare la propria famiglia in patria. Le immigrate ucraine che vivono in Italia sono circa 200.000 e la maggior parte di loro lavora come badante. In molte restano per anni lontane da casa. Questo “esodo” femminile ha creato un fenomeno in l’Ucraina: quello dei bambini e ragazzi lasciati senza una madre e affidati al padre o ai nonni. Un fenomeno che ormai ha assunto conseguenze drammatiche. Questo è quanto emerge dal Rapporto “Children Left Behind”, presentato a Roma dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim)
Leonardo Capano, 63 anni, ripete più volte durante la chiacchierata conMuoversi Insieme che la sua Web tv e il relativo portale dedicato aicittadini di Sant’Agata (provincia di Foggia, 2.300 abitanti: nella foto a destra, un’immagine del paese di qualche anno fa, presa dal portale come le altre presenti nell’articolo) che vivono ancora in Puglia e a quelli sparsi per il mondo, sono nati dal suo grande amore per la comunicazione e per i media.
“Sono stato il creatore della prima radio libera del paese, nel 1971”, racconta. Nel frattempo, questo signore dal peso oggi importante di 150 chili e qualche difficoltà di deambulazione, ha lavorato una vita all’Enel, azienda in cui è rimasto anche dopo il grave incidente sul lavoro che l’ha costretto a cambiare incarico. Come spesso accade nella vita, Capano ha saputo trasformare l’improvvisa svolta in un’occasione perimparare tutto l’imparabile sulle tecnologie informatiche e internet, ben prima che diventassero un fenomeno di massa.
Bisogna dire: «Si chiude una porta, si apre un portone». È il modo migliore per esprimere efficacemente l’inebriante spazio che si apre alle soglie della vecchiaia quando, conclusa l’attività lavorativa, si fanno i conti con gli anni che, con ogni probabilità, ancora restano da vivere. Tanti anni, sempre di più man mano che avanza la possibilità di campare a lungo e in buona salute. In Italia gli ultracentenari sono ormai più di seimila! La prima reazione, dopo decenni regolati dalla sveglia, è di disorientamento: e adesso cosa faccio? Per le donne la risposta è facile: aiuto i miei familiari, mi metto a disposizione delle loro esigenze. Ma il pericolo è in agguato perché le richieste dei parenti sono infinite. Meglio calcolare anche se stesse tra le persone di cui prendersi cura e ricercare il proprio benessere oltre a quello degli altri.
Indice del volume:
Con sguardo preoccupato: Cronaca di un’idea
1. Maschi e uomini: Una specie interiore?
2. In un corpo di donna: Miti e storie
3. Figure d’uomo nel tempo: Quando Narciso è triste
4. La tragicità maschile: Nel labirinto, non si estingue l’eroe
5. In fuga da se stessi: L’epica della solitudine
6. Ritratti virili: Nobili d’animo e di silenzi
7. A scuola dalle donne: Esercizi per maschi affaticati
8. Un commiato incruento: Per dimenticare Giuditta
DUCCIO DEMETRIO, Dia-logo versus mono-logo? Riflessioni sull’esercizio autobiografico come incontro filosofico (contenuto inAdultità. Rivista semestrale sulla condizione adulta e i processi formativi, n.27, marzo 2008 – numero monografico intitolato Le pratiche filosofiche nella formazione: imparare a vivere, a cura di Romano Màdera), pp.7-12
Indice del saggio:
Preambolo
Esercizi filosofici e tenacia introspettiva della scrittura di sé
Non dimenticare la lezione fenomenologica
L’autobiografia come stile filosofico e di vita
DUCCIO DEMETRIO,L’educazione è interiore. E’ autodisciplina che lascia e cerca tracce invisibili(contenuto neL’educazione non è finita, RAFFAELLO CORTINA EDITORE 2009), pp.139-144
Tutta la seconda parte dell’opera è un’illustrazione dell’idea dell’educazione come autodisciplina interiore: I. L’educazione è autodisciplina – Perché deve tornare nelle nostre mani, pp.109-12 II. L’educazione è liberale – E’ autodisciplina che non tollera gli oltraggi del potere, pp.123-130 III. L’educazione è personale – E’ autodisciplina che ci rende unici e irriproducibili, pp.131-137 IV. L’educazione è interiore – E’ autodisciplina che lascia e cerca tracce invisibili, pp.139-144 V. L’educazione è generosa – E’ autodisciplina dei diritti non solo verso se stessi, pp.145-148 VI. L’educazione è indocile – E’ autodisciplina del dovere di essere indisciplinati, pp.149-151
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Lo stile latino preferisce il concreto all’astratto. Esso ‘direbbe’ “l’uomo interiore”, non “l’interiorità maschile” E Duccio Demetrio, che pure intitola la sua opera “L’interiorità maschile”, a pagina 44 – discutendo di “Chirone: l’uomo completo” – per la prima volta scrive: “l’uomo interiore” (non “il maschio interiore”). Nella pagina successiva si dedica ad una “Lode agli uomini interiori”. Un ulteriore ‘passaggio’ è dato da ‘uomo’ rispetto a ‘maschio’.
L’opera si apre con un auspicio che l’Autore rivolge a se stesso: vorrebbe scrivere come uomo, non comemaschio. Dunque, più che al maschio interiore è interessato all’uomo interiore. D’altra parte, l’interiorità maschile è cosa che pertiene all’uomo, più che al maschio. E’ più corretto dire, allora,l’uomo interiore.
Cioè che è in questione qui è l’interiorità dell’uomo, del maschio come della femmina. Il titolo va bene, perché è chiaro: allude alla condizione in cui si ritrova il maschio, per cui ha da realizzare la propria natura umana, deve crescere a dignità di uomo, ergendosi al di sopra dell’appartenenza di genere, se per genere si vorrà intendere il genere maschile e il genere femminile. A me piace dire: il genere umano maschile e il genere umano femminile, dove l’accento è posto su umano, più che su maschile efemminile.
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L’opera di Demetrio è dedicata
A tutte le donne che ci aiutano a interrogare la vita interiore, senza fare troppe domande alle nostre solitudini.
A pagina 15 si legge:
Interiorità è pensare, custodire intimità, èavere una memoria alla quale poniamo domande, è tutto quanto non può sfuggire alla coscienza. L’interiorità èpreoccupazione etica, è propensione filosofica e artistica, è vocazione religiosao soltanto sensibilità per quanto, della vita, non riusciamo sempre acomprendere. Nessuno, il bruto quanto l’animo migliore, ne è esente. Varieranno i contenuti e le tensioni interiori, ma tanto il criminale quanto l’uomo integerrimo ne hanno una. Chi di più e chi di meno, ognuno ama coltivarla e non si astiene dal farne apertamente argomento di discussione anche con altri, con i quali condivide identiche sensibilità: in ragione della propria storia, di consuetudini educative apprese. Nella caparbia volontà di non voler vivere solamente di apparenze. E’ a questo punto che le qualità interiori si divaricano: per taluni sono fonte di una ricerca continua, per altri sono lo strumento per pensare (anzi per covare), non visti, pensieri e azioni non particolarmente elevati. O funzionali ai propri più disparati tornaconto.
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Saltando a una rapida conclusione, a proposito della necessità di attivare gli strati profondi della propria sensibilità ci è di aiuto quanto afferma Duccio Demetrio nel saggio contenuto in Adultità, che si apre così:
In una recentissima intervista, Pierre Hadot ci ricorda che: «In ambito filosofico, l’esercizio spirituale può considerarsi come una pratica volontaria, tutta personale, destinata a provocare una profonda trasformazione dell’individuo, una profonda metamorfosi del sé». E prosegue: «Per alcuni filosofi antichi, questa pratica potrebbe essere messa in relazione con il prepararsi ad affrontare le difficoltà della vita: la malattia, la povertà, la mancanza del necessario, la variazione improvvisa della fortuna impongono un esercizio interiore che ci aiuta nella quotidianità e, nello stesso tempo, ci insegna a ragionare e a interiorizzare il sapere» (Intervista a Pierre Hadot a cura di N.Ordine, Corriere della sera, 27 febbraio 2008, p.37).
«approntare bilanci pubblici e sociali tali da individuare un surplus sufficiente a riportare in alcuni anni il debito pubblico a livelli tollerabili», «continuare la lotta contro la frode e l`evasione fiscale» e fare tutto ciò «prima delle prossime grandi scadenze elettorali, cioè nei prossimi tre anni». Per ridurre la spesa pubblica senza limitare le garanzie sociali fondamentali, è necessario «proseguire la riforma dello Stato iniziata dieci anni fa». Tra i punti principali di tale riforma, «la caccia sistematica agli sprechi o alle doppie occupazioni nelle amministrazioni militari, civili e sociali; la riduzione massiccia delle sovvenzioni all`agricoltura e alle industrie non più produttive; la diffusione delle tecnologie relative all `«ubiquità nomade» nei servizi pubblici». A tutto ciò, si aggiunge l’aumento di determinate imposte. «Occorrerà certamente aumentare significativamente l`IVA e creare una o due aliquote supplementari alle cinque attuali dell`IRPEF, piuttosto che pensare di ridurre quest`ultima soltanto a due aliquote», spiega Attali. Infine, sarà «necessario tener conto della speranza di vita nel calcolo dei contributi e delle pensioni, anche per i lavoratori del settore pubblico».
Sono dieci gli ambiti che troveranno attenzione speciale durante gli interventi degli specialisti del settore, nei gruppi di lavoro e nel dibattito in generale.
Dieci “nodi” di politiche familiari sui quali si confrontano il mondo della politica, dell’associazionismo familiare e della società civile.
Dieci ambiti che il Centro documentazione del Cisf vuole accompagnare con indicazioni bibliografiche, convinto che buone politiche necessitano anche di studio, informazione, approfondimento.
Ancor più della riforma dei tributi regionali e locali, il vero punto critico del federalismo fiscale è la definizione dei fabbisogni standard. Nei due schemi di decreti finora approvati sugli standard di comuni e province e sugli standard sanitari per le Regioni, il governo ha seguito due ispirazioni e due approcci metodologici profondamente diversi. Ma come far convivere le due accezioni, entrambe presenti nella Costituzione e nella stessa legge delega? Momenti di collegamento vanno ricercati in tutte le fasi del processo di decisione e di applicazione dei fabbisogni standard
Per ora è solo un documento di intenti, ma “Verso un piano nazionale per la famiglia” indica gli strumenti per fornire un sostegno a chi ha figli o ha famigliari non del tutto autosufficienti: riforma del fisco, espansione dei servizi, costruzione di reti di solidarietà locali. Senza però far cenno a risorse o priorità. E in una visione tutta ideologica della famiglia, riconosciuta come tale solo quando è eterosessuale e basata sul matrimonio, mentre rimane indifferente di fronte ai cambiamenti e alla pluralizzazione dei modi di fare famiglia
il ministro Sacconi e il sottosegretarioGiovanardi hanno messo in piedi una sorta di show fatto di slogan, dichiarazioni fortissime e smentite, concentrandosi su questioni ideologiche come la scelta o meno di sposarsi e tirando in ballo argomenti come l’inseminazione artificiale, criminalizzando quasi le coppie che non si sposano o, peggio ancora, incapaci di procreare naturalmente.
Questioni e giudizi morali espressi con tale veemenza e assertività che sarebbero fuori luogo persino in un sermone domenicale, figuriamoci in un appuntamento realizzato sotto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica italiana con rappresentanti del Governo, delle Regioni, delle associazioni civili e di molti altri componenti della società italiana. Uno show che lascia sgomenti, non solo e non tanto per il tratto inappropriato degli argomenti e dell’approccio, ma perché non tocca nessuno dei problemi veri che le famiglie italiane vivono quotidianamente.
Il ciclo prevede tre percorsi distinti: il primo sulla sofferenza mentale, il secondo sugli adolescenti stranieri e il terzo sui minori sottoposti a procedimento penale. I docenti sono professionisti del settore che da anni operano in come esperti e formatori nei servizi sociosanitari educativi. I seminari prevedono un metodo teorico-pratico e la presentazione di esperienze significative.
In allegato trovate il programma del ciclo e del primo corso e le relative schede di iscrizione.
Noi amiamo l’Italia, la nostra Patria e la vogliamo orgogliosa e consapevole, unita nelle sue differenze, civile e generosa, tollerante ed accogliente; una Nazione di cittadini liberi, che credono nell’etica della responsabilità.
Noi vogliamo un’Italia in cui i cittadini che fanno il loro dovere godano di diritti certi, garantiti da uno Stato più efficiente e meno invadente, senza burocrazia e clientele.
Un’Italia protagonista e competitiva nel mondo, aperta al mercato e alla concorrenza.
Un’Italia intransigente contro la corruzione e contro tutte le mafie, che promuova la legalità, l’etica pubblica e il senso civico.
Un’Italia del merito, senza privi! legi, caste e rendite di posizione, dove tutti abbiano uguali opportunità e vengano premiati i più capaci.
Un’Italia solidale, attenta ai più deboli e agli anziani, fondata sulla sussidiarietà, che valorizzi l’associazionismo e il volontariato.
Un’Italia rispettosa della dignità di ogni persona, cosciente della funzione educativa e sociale della famiglia, garante dei diritti civili di ognuno.
Un’Italia che difenda e valorizzi l’ambiente, il paesaggio, le bellezze naturali, il suo straordinario patrimonio culturale e storico.
Un’Italia che rimetta in moto lo sviluppo economico puntando sulle imprese, sui giovani e sulle donne, sull’economia verde, sullo sviluppo della rete, un’Italia che produca più ricchezza e garantisca una maggiore qualità della vita.
Un’Italia che investa nella cultura, nella formazione e nella ricerca, nella scuola e nell&! rsquo;università: un’Italia che promuova l’innovazi one, le infrastrutture immateriali e dove arte, cinema, musica e teatro siano motore della crescita.
Un’Italia severa con chi vìola le leggi, attenta alla sicurezza dei cittadini; un’Italia con un fisco equo, che sanzioni l’abusivismo e l’evasione fiscale, che combatta parassiti e furbi e premi la dignità del lavoro.
Un’Italia in cui la politica non sia solo scontro e propaganda, ma si ispiri a valori e programmi per garantire l’interesse nazionale e il bene comune.
Durante la puntata di Ballaro’ del 09/11/2010 Paglioncelli diffonde il suo ultimo sondaggio politco elettorale.
Molto interessante il sondaggio elettorale sull’ipotesi della formazione del terzo polo. Ad oggi se gli italiani venissero chiamati a votare dovendo scegliere tra il polo di centrodestra, centro e centrosinistra vincerebbe il centrosinistra.
Intenzioni di voto in %:
PDL: 26,5
PD: 23,4
Lega Nord: 11,6
IDV: 7,6
UDC: 5,8
SEL: 7,0
FLI: 7,7
Movimento 5 Stelle: 4
Federazione delle sinistre: 2,5
La Destra: 1,4
III edizione aggiornata con
› D.Lgs. 104/2010 “Codice del processo amministrativo”
› L. 136/2010 “Tracciabilità flussi finanziari”
Con Modulistica per la gestione delle procedure:
› in economia
› ad evidenza pubblica
› di adesione
a convenzioni Consip
APPALTI DI SERVIZI E FORNITURE › Procedure di gara › Accesso agli atti e contenzioso › Gestione del contratto
Molto apprezzata dagli Operatori degli Enti locali, questa Guida al corretto svolgimento delle attività di approvvigionamento di beni e servizi, si presenta nuovamente in linea con le modifiche legislative di recente intervenute in materia.
Completa di Modulistica (anche quella per gestire il procedimento di accertamento di offerte anomale), di utili schemi riassuntivi e tavole sinottiche, la trattazione svolge in maniera puntuale le singole fasi procedurali, dedicando la prima sezione agli adempimenti concernenti la fase di gara, la seconda alla richiesta di accesso agli atti e al contenzioso tra imprese e stazione appaltante, la terza alle problematiche inerenti la gestione del contratto stipulato.
Riserva inoltre una speciale attenzione agli aspetti preparatori della gara che rivestono rilevanza fondamentale per il successo dell’intera procedura d’appalto.
La modulistica fornita – editabile mediante il Cd-Rom allegato - è suddivisa in singoli pacchetti,corrispondenti alle principali procedure che la stazione appaltante può decidere di seguire, e precisamente per: a) Gestire una procedura in economia previa acquisizione di almeno 5 offerte. b) Gestire una procedura in economia previa indagine di mercato. c) Gestire una procedura aperta o ristretta sopra o sotto soglia di rilevanza comunitaria. d) Adesione alle convenzioni CONSIP.
e) Comunicazioni ex articolo 79, comma 5 del Codice, come modificato dal d.lgs. 20 marzo 2010, n. 53 attuativo della “Direttiva ricorsi”.
f) Comunicazioni ex art. 88 del Codice in caso di accertamento dell’anomalia dell’offerta.
g) Determina di esclusione di un concorrente.
Esplicati alla luce delle più recenti novità normative – fino alla Legge 13 agosto 2010, n. 136 – e giurisprudenziali, tutti gli adempimenti e gli accorgimenti operativi trovano pieno sviluppo in questo efficacissimo Manuale, nel dettaglio dei seguenti argomenti:
PARTE PRIMA
1.
Gli aspetti propedeutici alla gara
› La cheklist cronologica dei principali adempimenti per poter correttamente iniziare un procedimento di gara.
› La nomina del responsabile unico del procedimento di gara.
› Differenze tra attività di gara e contrattuali.
› La Consip.
› Il Documento unico di valutazione dei rischi da interferenza (DUVRI).
› La determinazione a contrarre. I principali contenuti del bando e della lettera d’invito. Il capitolato speciale ed il foglio patti e condizioni.
› La scelta tra i principali sistemi di acquisizione.
› Le procedure di gara alternative.
› Criteri di scelta del contraente e assegnazione dei punteggi.
› L’anomalia dell’offerta.
› I soggetti ammessi a partecipare alle gare e i requisiti di partecipazione.
› I requisiti per partecipare alle gare.
› L’acquisizione del codice C.I.G. ed il pagamento della tassa sulle gare.
› La pubblicazione dei bandi e i termini di gara.
› La cauzione provvisoria.
2.
Il procedimento di gara e l’aggiudicazione
› La commissione di gara.
› L’apertura delle operazioni di gara.
› Accertamento sul possesso dei requisiti, aggiudicazione e stipula del contratto.
› Garanzia definitiva.
PARTE SECONDA
3.
Il contenzioso nella gara d’appalto
› Accesso agli atti.
› Le forme alternative al contenzioso.
› Il contenzioso. Informativa in ordine all’intento di proporre ricorso giurisdizionale.
› Revoca e annullamento in autotutela dell’aggiudicazione. Le conseguenze relative al contratto in caso di annullamento dell’aggiudicazione illegittima.
PARTE TERZA
4.
La gestione contrattuale dell’appalto
› La rinegoziazione del contratto.
› Esecuzione del contratto.
› Responsabilità del committente per gli obblighi dell’appaltatore verso i propri dipendenti.
› I pagamenti.
› Recesso e risoluzione del contratto.
› Vicende soggettive dell’esecutore del contratto.
› Il rinnovo e la proroga contrattuale.
› Estensione del “quinto d’obbligo” nei contratti.
› La concessione dell’aumento prezzi. Accorgimenti e clausole da inserire nei capitolati di gara.
S. Biancardi,Funzionario settore Economato-Approvvigionamenti di primario Comune.
Per ricevere subito APPALTI DI SERVIZI E FORNITURE
Maggioli Editore – III edizione novembre 2010 – con Cd-Rom
Pagine 390