Le istituzioni scolastiche sembrano non aver ancora trovato coraggio sufficiente per rinnovare gli ambienti di apprendimento e le modalità di trasmissione del sapere a fronte delle mutate esigenze educative di ragazzi cresciuti “in rete”, i cosiddetti digital natives. Il convegno “Un giorno di scuola nel 2020″, organizzato nel marzo 2009 a Torino dalla Fondazione per la Scuola, ha rappresentato l’occasione per guardare oltre e immaginare una scuola “più digitale” e a misura di studente, in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione non rappresentano soltanto un’appendice a un’impostazione tradizionale della didattica ma ricoprono un ruolo specifico e costante nel tempo. Questo volume raccoglie i contributi originali di alcuni esperti internazionali offrendo al lettore riflessioni e proposte di lavoro per reinventare la professione di insegnante secondo principi educativi nuovi. La personalizzazione e l’apprendimento autorganizzato, tra gli altri, pongono al centro dell’attenzione non solo i contenuti trasmessi, ma le modalità e il contesto in cui l’insegnamento avviene.
Norberto Bottani, già alto funzionario Ocse, Parigi, ed ex direttore dello Sred, Ginevra, è attualmente consigliere della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo. Anna Maria Poggi, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università degli Studi di Torino, è presidente della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo. Claudia Mandrile, psicologa clinica, dottore di ricerca in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, lavora alla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo.
Welfare, ambiente, cultura, protezione civile sono tutti campi in cui servire la Patria senz’armi. Dal 2001, anno in cui viene introdotto nell’ordinamento, dalla legge 64, il servizio civile nazionale, per i giovani italiani si è aperta una nuova esperienza di crescita umana e sociale, e insieme una interessante opportunità di crescita professionale. Questo volume è un testo guida, un manuale, per la formazione dei volontari in servizio civile. Propone contenuti di riflessione e studio, suggerimenti e approfondimenti: entra nel merito dei significati culturali ed etici dell’esperienza del servizio, con un taglio molto operativo. Il testo affronta da una parte, e ampiamente, i contenuti formativi: l’evoluzione del servizio civile, la cittadinanza attiva, il lavoro per progetti, i servizi di welfare, l’ambiente, la salvaguardia dei patrimoni culturali; dall’altra, i modi della valutazione dei risultati. Nato dalla concretezza della collaborazione fra l’Università di Padova, che dal 2002 gestisce progetti di servizio civile, e la Fondazione “E. Zancan”, che del tema da anni si occupa sotto il profilo teorico e dell’analisi empirica, il volume costituisce un utile strumento per i volontari, per i formatori, per gli enti che accolgono giovani in servizio civile.
Gioia Grigolin è responsabile del Servizio civile nazionale e dirigente dell’Area Sviluppo e organizzazione risorse umane nell’Università degli Studi di Padova. Tiziano Vecchiato è direttore della Fondazione “E. Zancan” Onlus Centro studi e ricerca sociale.
In pochi decenni il pianeta andrà incontro a un collasso – a meno che non si inverta la rotta, avvertono gli scienziati. E la cultura umanistica? Che cosa ha da proporre al genere umano, in una situazione simile? Quelle che un tempo si chiamavano ‘umane lettere’ sembrano assopite, quasi paralizzate. Eppure, è proprio in questa nuova dimensione di consapevolezza del limite e di azzardo, sconosciuta alla modernità, che i saperi umanistici tornano ad avere un ruolo cruciale, non meno decisivo di quello delle scienze.
Questo libro lancia una sfida inconsueta. Si inoltra, con ritmo serrato e vivacità di esempi, nella cultura dell’ultimo decennio (narrazioni, pensiero, arte, politica, cultura di massa, televisione, rete e marketing culturale) considerata come un unico grande campo non frazionato da divisioni specialistiche. Ed entra concretamente nelle sue zone di ustione dove si fanno strada nuove forme di pensiero e di sentire, in urto con le abitudini mentali e le strutture di potere che ci stanno guidando verso la catastrofe.
In occasione dell’invio di questa nuova news letter ci rivolgiamo a tutti coloro che apprezzano e ritengono utile il nostro lavoro chiedendo di aiutarci a continuarlo. Il sostegno può avvenire sia attraverso spontanee contribuzioni sia con l’acquisto, di alcuni nostri prodotti. Ad esempio:
Ringraziando per l’attenzione inviamo cordiali saluti
Gruppo Solidarietà
Informazioni
- Sanità. Le linee di indirizzo della regione Marche
- Lombardia. Regole di gestione del Servizio Socio Sanitario regionale anno 2011
- Istat. L’integrazione scolastica delle persone con disabilità
- Se la crisi nasce dalla disuguaglianza
- Disabilità. A rischio migliaia di posti di lavoro
- Sulla soppressione dei consorzi comunali per la gestione dei servizi sociali
- Riparto fondo non autosufficienze 2010
- Riparto fondo nazionale politiche sociali 2010
Voce sul sociale
- Marche. Problematiche servizi disabilità
- Servizi sociosanitari nelle Marche. I ritardi e le mancate risposte della Regione
- Marche. Sul nuovo accordo tra Regione e strutture di riabilitazione
- Problematiche servizi per anziani non autosufficienti Ambito Jesi
- Un commento sulla nuova Convezione tra Asur Marche e residenze protette anziani
- La programmazione perduta. I servizi domiciliari educativi e di aiuto alla persona nelle Marche
- Marche. Osservazioni alla proposta di Piano sociosanitario
- Percorsi assistenziali e non autosufficienza nelle Marche. Il colpevole disinteresse della Regione
- Casa, Comunità o Residenza protetta? La programmazione sociosanitaria nelle Marche
- La programmazione perduta. I centri diurni per persone con disabilità nelle Marche
- Fondi regionali a sostegno della domiciliarità
- La programmazione sociosanitaria nella regione Marche
- Riconversione casa di cura “Villa Jolanda. A proposito della risposta ad una interrogazione consiliare
- Riabilitazione estensiva residenziale nelle Marche. L’indispensabile chiarezza
- Marche. Tariffe e finanziamento comunità per disabili
- La programmazione perduta. Le comunità protette per persone con disturbi mentali nelle Marche
- La programmazione perduta. Centri diurni per persone con demenza nelle Marche
(regioni.it) La spesa per la protezione sociale in Italia e’ inferiore alla media dei paesi dell’Eurozona. Lo rileva l’Istat nell’analisi sulla spesa delle Amministrazioni pubbliche per funzioni nel confronto internazionale per gli anni 2000-2008 dei paesi appartenenti all’Eurozona.
Comunque l’Italia destina la quota più rilevante della propria spesa pubblica complessiva a questa funzione, e cioè il 37,5% che e’ inferiore alla media Ue-16 di 40,1%. La Germania con quasi il 46% e’ il paese con la percentuale piu’ alta mentre all’ultimo posto e’ Cipro con il 22,6%. E in Italia oltre meta’ delle spesa pubblica e’ assorbita da sanita’ e protezione sociale.
Tra il 2000 e il 2009 la spesa per sanità e sociale e’ passata, in valore assoluto, da circa 279 miliardi di euro a 423 miliardi. In termini d’incidenza percentuale, il complesso della spesa per sanita’ e protezione sociale sul totale della spesa pubblica sale cosi’ dal 49,6% del 2000 al 53% del 2009.
Il 2,7% della spesa totale e’ stato invece riservato per la protezione dell’ambiente, le abitazioni e l’assetto del territorio.
La quota della spesa per l’istruzione e le attivita’ ricreative e culturali, che e’ stata in media pari all’11,1% (11,6% nel 2000, 10,7% nel 2009).
“L’andamento di questo raggruppamento risente anche dei rinnovi contrattuali nel comparto della scuola. La spesa per la funzione istruzione, che costituisce la parte prevalente di questo raggruppamento, infatti, e’ costituita per circa il 70% dai redditi da lavoro dipendente”. In particolare l’Istat segnala che la spesa per l’Istruzione nel nostro Paese (9,7%) “e’ al di sotto della quota media degli altri paesi dell’UE-16 (10,4%)”; percentuali inferiori “si riscontrano in Grecia (6,6%), Germania (8,7%) e Slovacchia (9,5%), mentre Cipro, con il 16,7% e il Portogallo (15,2%) sono i paesi con la percentuale piu’ alta”.
Sono aperte le iscrizioni per il ciclo di incontri collettivi 2011 di sostegno e di auto-mutuo-aiuto che anche quest’anno i Donatori del Tempo organizzano per i familiari di malati di Alzheimer, a partire da mercoledì 9 febbraio, per dieci mercoledì consecutivi dalle ore 18.00 alle 19.30 circa, al Centro Diurno Comunale a Como, in Via Volta, 83 (sede Università Popolare ).
Obiettivo dell’iniziativa è quello di trasmettere informazioni e competenze alle famiglie che si trovano a dover fronteggiare il complesso problema della demenza, con interventi condotti da un gruppo multidisciplinare di professionisti.
Responsabile del Ciclo è la psicologa Dott.ssa Luciana Quaia. Interverranno inoltre il neurologo Dott. Leonardo Sacco, responsabile dell’ U.V.A., Unita’ Valutativa Alzheimer dell’Ospedale S. Anna, l’arteterapeuta Chiara Salza, responsabile dei Laboratori di Arteterapia dei Donatori del Tempo, lo psicologo Dott. Marco Orsenigo, responsabile del Servizio Anziani della A.S.L. di Como, l’avvocato Anna Cardinali e la dietista Lilia Farias della A.S.L. di Como.
Il ciclo 2011 è riservato a nuovi partecipanti.
E’ indispensabile fare pervenire l’iscrizione entro il 25 gennaio 2011, alla sede del Centro, in Piazza Mazzini, 9 a Como, aperta al martedì e giovedì dalle 16.30 alle 18.30 tel./fax 031.270231 - e-mail: donatorideltempocomo@virgilio.it
Il diario ha una grande tradizione nella storia dell’umanità: alla sua base c’è l’idea che fissare per iscritto le esperienze di sé e del proprio ambiente sia un modo per far emergere la propria soggettività e trasmetterla nel corso del tempo. Oggi, nella modernità, si può fare questo usando internet e le tecnologie che la rete mette a nostra disposizione.
La soglia dei 60 anni può aprire nuove opportunità di conoscenza, di studio, di osservazione della realtà. C’è una nuova fase della vita che può essere vissuta allenando la memoria alla ricerca del proprio passato da vivere alla luce del presente: con questo articolo illustriamo le potenzialità dei cosiddetti “blog” nel perseguire questi obiettivi.
Nel suo libro La parte abitata della rete (Tecniche nuove, 2007) Sergio Maistrellopone sotto attenzione le nuove opportunità: “Dentro la parte abitata di internet – scrive a pagina 173 – tutto è interazione. Se i nodi della rete sono punti di presenza delle persone, i collegamenti tra un nodo e l’altro rappresentano relazioni e i contenuti diventano conversazioni”. Ma cos’è esattamente un blog?
Il decreto legislativo n. 216/2010 “recante disposizioni in materia di determinazione dei fabbisogni standard di comuni, città metropolitane e province” è il primo decreto di attuazione della legge sul federalismo (L. 42/2009) licenziato dal governo, ed è quindi meritevole di una attenta valutazione, perché rappresenta il punto di partenza di quello che potrà essere il federalismo in Italia …
Prima Repubblica, Seconda Repubblica, crisi del bipolarismo: il sistema politico italiano sembra alla continua ricerca di una stabilità inafferrabile quanto un miraggio. Ma come reagiscono i cittadini alle trasformazioni della politica? Continuano a essere guidati da identità religiose o di classe? Giudicano l’operato dei partiti o sono sedotti dall’immagine dei leader? Domande a cui questo libro di Itanes (Italian National Election Studies) risponde studiando il mutamento delle scelte elettorali dallo spartiacque del ’68 ai nostri giorni. Le decisioni di voto nelle elezioni più recenti, 2006 e 2008, vengono confrontate con quelle precedenti, in modo da far emergere i fattori che sono venuti meno e quelli che oggi contano di più. Un esame sistematico che consente di ampliare e approfondire, ma anche rettificare, le rappresentazioni del rapporto tra gli italiani e la politica che circolano nel dibattito pubblico.
Paolo Bellucci insegna Scienza della politica nell’Università di Siena. Fra le pubblicazioni: “Political Parties and Partisanship” (con J. Bartle, Routledge, 2009). Per il Mulino ha curato (con M. Bull) l’edizione 2002 di “Politica in Italia”. Paolo Segatti insegna Analisi dei fenomeni politici nell’Università Statale di Milano. Per il Mulino ha curato “Il cittadino elettore in Europa e in America” (con R. Mannheimer e G. Legnante, 2009) e, con J. Blondel, l’edizione 2003 di “Politica in Italia”.
È stato approvato dal Consiglio dei Ministri, nella sua seduta del 21 gennaio scorso, il Piano Sanitario Nazionale (PSN) 2011-2013. Il Piano è basato sui principi di responsabilità pubblica per la tutela del diritto di salute della comunità e della persona; di universalità, di eguaglianza e di equità d’accesso alle prestazioni; di libertà di scelta; di informazione e di partecipazione dei cittadini; di gratuità delle cure nei limiti stabiliti dalla legge, di globalità della copertura assistenziale come definito dai livelli essenziali di assistenza (LEA).
All’interno del Piano vengono valorizzate le eccellenze del Servizio Sanitario Nazionale e vengono previsti investimenti in settori strategici come la prevenzione, la ricerca, le innovazioni mediche. Tra le novità introdotte per il prossimo triennio: piccoli ospedali riconvertiti in strutture ponte tra l’ospedale e i medici di famiglia i quali, a loro volta, potranno gestire ambulatori aperti 24 ore al giorno per trattare i casi meno gravi ed evitare così inutili affollamenti al pronto soccorso. E poi ancora: strutture ospedaliere in “rete” per favorire sinergie, percorsi di riabilitazione individuali per i 2,8 milioni di disabili costretti oggi a cure discontinue e disorganizzate e infine tanta prevenzione.
La bozza di PSN 2011-2013 propone dieci “azioni” e approfondisce alcune tematiche di sistema: dalla ricerca alle nuove tecnologie, dalla sicurezza delle cure alla farmaceutica, fino all’accreditamento delle strutture. Vediamo nel dettaglio i dieci punti cardine diffusi dal Ministero stesso:
1. l’uso delle classi di priorità per le prenotazioni ambulatoriali e di ricovero: le prestazioni devono essere garantite sulla base del quadro clinico presentato dal paziente;
2. l’individuazione di percorsi diagnostico terapeutici (PDT) nell’area cardiovascolare e oncologica e la fissazione dei relativi tempi massimi di attesaper garantire la tempestività della diagnosi e del trattamento;
3. la messa a sistema di soluzioni operative per la gestione dei flussi informatividisponibili per monitorare i tempi di attesa delle prestazioni ambulatoriali e quelli di ricovero programmato, erogate singolarmente o nell’ambito di specifici percorsi, garantite dal SSN sia in ambito istituzionale che in libera professione, per garantire l’affidabilità e la trasparenza dei dati sui tempi d’attesa;
4. la definizione delle modalità di utilizzo della libera professione intramurarianell’ambito del governo delle liste d’attesa per conto e a carico delle aziende, per contenere i tempi di attesa per le prestazioni particolarmente critiche in regime istituzionale;
5. la gestione degli accessi attraverso l’uso del sistema CUP sulla base di quanto previsto dall’Intesa Stato-Regioni del 29-04-2010, anche prevedendo possibilità di sviluppo di iniziative di “Information & Communication Technologies” (ICT) per realizzare funzionalità automatizzate ai fini della gestione del processo di prescrizione, prenotazione e refertazione;
6. l’individuazione delle modalità di “ristoro” per il cittadino, prevedendo forme alternative di accesso alla prestazione, nel caso in cui non vengano garantite a livello aziendale le prestazioni nei tempi massimi di attesa individuati in sede regionale;
7. la vigilanza sistematica delle situazioni di sospensione della prenotazione e dell’erogazione delle stesse;
8. l’attuazione di interventi condivisi per migliorare la qualità prescrittiva, in particolare per le prestazioni a maggiore criticità in termini di liste e tempi di attesa;
9. la comunicazione delle liste d’attesa anche attraverso la valorizzazione della partecipazione di utenti e di associazioni di tutela e di volontariato , per favorire sia un’adeguata conoscenza delle attività e delle modalità di accesso alla prenotazione delle prestazioni, attraverso campagne informative, Uffici relazioni con il pubblico (URP), Carte dei servizi, nonché sezioni facilmente accessibili sui siti web regionali e aziendali;
10. il monitoraggio sistematico dei tempi massimi regionali sui siti web di Regioni e P.A. e di Aziende sanitarie pubbliche e private accreditate, per garantire la trasparenza e l’accesso alle informazioni su liste e tempi di attesa.
Anno dopo anno, cambiano i gusti e le abitudini, personali e sociali. C’è chi li affronta con entusiasmo giovanile, ma insieme attento alle altrui necessità. Su questa direzione si è avviata anchela Stannah Montascale, che ha deciso proprio con l’apertura del 2011 di debuttare con un’immagine completamente nuova inserita nel solco della sua tradizionale inclinazione verso le esigenze concrete delle persone. Non a caso, la frase che accompagna il nuovo logo rosso , il colore caldo delle relazioni, è: “Persone di cui fidarsi”.
In questo modo, il leader nel mercato dei montascale, nato quasi 150 anni fa in Gran Bretagna e presente da 15 nel nostro Paese, ribadisce che al cuore del proprio modo di operare c’è la cura, il “care” in inglese, quindi l’importanza di seguire il proprio cliente ben oltre la relazione commerciale.
Per ragioni analoghe, del resto, Stannah Italia ha lanciato tre anni fa il blog-magazine “Muoversi Insieme” e da poco più di sei mesi è debuttata anche sui social network: si tratta di modi diversi per stringere rapporti sempre più personali e umani
In principio è partita la Reuters, poi, a cascata, molti altri mediahanno pubblicato a loro volta l’intervista a Paolo Ferrario. Come mai? Vi starete chiedendo.
Il nostro esperto sociologo ha commentato con il consueto acume una notiziapubblicata dalle agenzie di stampa a inizio febbraio, secondo la quale i blog sarebbero sempre più frequentati dagli anziani, mentre i giovani si sarebbero spostati suFacebook e Twitter.
In verità, non poteva esserci persona più indicata a parlare delle “tecnologie internettiane”, secondo la definizione che ne ha dato lo stesso Ferrario. Molti le scoprono da “pre-vecchi”, un altro appellativo creato dal nostro esperto per identificare la fascia d’età dai 60 ai 65 anni, l’anno in cui, spesso solo per l’anagrafe, comincia la vera vecchiaia.
Insomma, per parlare di “Muoversi Insieme” e della crescita costante dagli inizi, poco più di due anni fa a oggi (con un incremento ancora più deciso da quando siamo passati dal semplice blog al blogzine), non poteva esserci persona più indicata.
Nell’intervista che il sociologo ha rilasciato alla radio Articolo 1, per esempio, ha precisato quale sia oggi il bisogno di chi cerca informazioni in rete, soprattutto se si colloca nella fascia anziana o “pre-vecchia”: “Data la massa enorme di informazioni di cui attualmente disponiamo – dice – oggi serve selezionare quelle di qualità”. E il blogzine, continua Ferrario, “fa informazione di qualità perché ha scelto di ospitare nella parte Magazine articoli approfonditi nei quattro grandi settori che lo contraddistinguono, ossia Salute e benessere, Casa e Futuro, Diritti e Tempo libero”.
Per ricambiarlo della promozione autorevole che ha fatto al blogzine, vi invitiamo a leggere i suoi articoli, ma anche quelli degli altri autori del nostro Comitato Scientificoche hanno contribuito al successo di questa ancora giovane creatura. Vogliamo ricordarli tutti qui, in rigoroso ordine alfabetico: Laura Cantoni, Gaetano De Luca, Giovanni Del Zanna, Stefania Marcolin, Angela Maria Messina, Luciana Quaia, Massimo Tanzi
La Giunta Regionale pugliese, con l’approvazione del Presidente Vendola, ha segnato un duro colpo per la vita e la libertà degli uccelli: ha approvato la caccia in deroga agli Storni. Non solo. Ha prolungato il periodo di caccia a Tordi, Beccacce e Cesene. Come se non bastasse, sarà possibile cacciare anche nel Parco delle Gravine. Sei anche tu deluso da queste scelte in controtendenza per chi ha a cuore l’ecologia? Vuoi fermare l’uccisione di migliaia di uccelli?
La globalizzazione ha rilanciato il ruolo delle città soprattutto di quelle di dimensione metropolitana. Esse sono i nodi delle reti di relazione economiche, sociali e culturali che attraversano il mondo e sono le protagoniste della competizione economica, le principali motrici di sviluppo, le generatrici di ricchezza e di innovazione. Ma i grandi poli urbani sono anche i punti di accumulazione di tensioni e conflitti, i luoghi dove si concentrano esclusione sociale e insicurezza. Questo ruolo rinnovato delle città sta trovando risposte istituzionali adeguate? Stanno emergendo forme di governo metropolitano in grado di affrontare fenomeni nuovi per dimensione e complessità? Il volume cerca di rispondere a queste domande attraverso l’analisi di sette esperienze nazionali: Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Spagna, Portogallo, Francia e Italia. La collocazione delle istituzioni metropolitane nel complessivo assetto istituzionale, le specifiche forme di governo, i diversi regimi finanziari sono i passaggi attraverso i quali viene fornito un quadro dello stato dell’arte del governo metropolitano in Occidente. Una riflessione che offre spunti interessanti per l’Italia dove, dopo un ventennio segnato dal tormentato avvicendarsi di soluzioni legislative prive di attuazione, le aree metropolitane sono ancora in attesa di un adeguato assetto di governo.
Giuseppe Franco Ferrari, professore ordinario di Diritto pubblico comparato nell’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, è presidente dell’Istituto per la Finanza e l’Economia Locale (Ifel).Pierciro Galeone è segretario generale di Cittalia, Centro europeo di studi e ricerche per i comuni e le città.
P. Ferrario, Integrazione o separazione delle reti?
coincidenza temporale di tre libri in tema di “modello lombardo”: Il modello lombardo di welfare, a cura di Giuliana Carabelli e Carla Facchini, Franco Angeli 2010, p. 254; Come cambia il welfare lombardo: valutazione delle politiche regionali, a cura di Cristiano Gori, Maggioli editore, p. 472; Esperienze di welfare locale: le aziende speciali e la gestione dei servizi sociali nei comuni lombardi, Maggioli editore, 2010 p.195
“continuità” nelle politiche nazionali riforme: la genesi della struttura del sistema italiano; sanità, servizi sociali, la distribuzione delle sfere di competenza fra stato, regioni, enti locali
“discontinuità” nelle politiche sociali della regione Lombardia: le macro Asl del 1997; il modello di politica amministrativa; la conferma nel 2008
“perchè” le “tre reti”
“come” le tre reti
conseguenze per l’attività formativa e il lavoro professionale
Convegno in occasione della pubblicazione del volume: Il modello lombardo di welfare. Continuità, riassestamenti e prospettive, a cura di Giuliana Carabelli e Carla Facchini, Milano, FrancoAngeli, 2011
Sembra lontano, il mondo degli altri. È là in fondo, oltre il muro di cinta, oltre la nebbia. Questo è «un luogo magico e nascosto», un rifugio scelto da chi vuole «cambiare vita e proteggere i propri figli». Piazza del Duomo è appena a quindici chilometri, ma sembra in un altro continente. «Qui ci sono sicurezza assoluta, tranquillità, silenzio», dice Stefano Fierro, che cura la vendita di 146 case e appartamenti in questa cascina Vione, gated community – ovvero comunità chiusa da cancelli – sulla strada che porta a Pavia. «Ci sarà vigilanza armata, ci saranno telecamere sul muro di cinta e sensori elettronici antintrusione. Potranno entrare solo i residenti e gli ospiti dei residenti, dopo l’identificazione».
Stanno nascendo anche in Italia, le città blindate. Vione aprirà il Primo Maggio, con la consegna delle chiavi di casa (elettroniche) a medici, avvocati, manager, impresari… Età compresa fra i 35 ed i 50 anni, tutti con famiglia, quasi tutti con bambini. Spenderanno almeno 4.200 euro al metro quadro per appartamenti che vanno dagli 80 ai 250-300 metri quadri.
Dovranno poi pagare forti spese «condominiali» per vigilanti,giardinieri, custodi. Le vendite vanno bene perché «Vione – è scritto nel sito che propone l’investimento – non è solo un luogo ma un modo di pensare e di vivere». Le promesse sono impegnative. «Si potrà, come una volta, vivere tranquilli lasciando aperta la porta di casa». «Potrai passeggiare come faresti a Portofino o Capri, ma senza il turismo».
Certo, il panorama non è lo stesso. Attorno ci sono le risaie che offrono nebbia in inverno e zanzare in estate. «Ci saranno zanzariere ovunque. Il “panorama” sarà dentro la cascina stessa, perché stiamo ristrutturando edifici secolari, che sono tutelati dalla Soprintendenza ai Beni culturali, e lo facciamo con ogni cura. Questa “grangia”, che è un borgo fortificato, era abitata già nel 1300 dai monaci cistercensi. Oltre a quelli privati, ci sarà anche un grande giardino storico, del ‘700». Pollai, stalle e case dei braccianti sono già diventati appartamenti di lusso, appena meno prestigiosi di quelli ricavati nella villa padronale. Chi arriva qui – lo ha ripetuto cento volte prima di firmare il rogito – ha chiesto prima di tutto la sicurezza e ha avuto risposte esaurienti. Non saranno tenuti lontano solo ladri o rapinatori ma anche gli «indesiderati». «In città – annuncia la pubblicità della cascina – ci sono traffico, inquinamento, aggressività, violenza e soprattutto troppe persone con origini e abitudini diverse». Qui non rischi di trovarti accanto il migrante che cucina con aglio e zenzero. «Verranno ad abitare qui persone con background culturale e lavorativo comune, ci sarà quel buon vicinato ormai perduto in città». L’asticella del reddito è posta ben in alto: chi vuole mettersi sopra il capo un tetto con antiche travi a vista deve infatti ripagare un investimento di almeno 60 milioni di euro per un «condominio» di circa 500 abitanti.
Un mulino diventerà una sala per mostre e convegni del Comune di Basiglio, ci sarà pure un ristorante con le stelle, ma chi li frequenterà non potrà entrare nella gated community. La strada provinciale che passava qui accanto è stata spostata: il rumore delle auto – il residente si infila in garage sotterranei poi si presenta a piedi davanti ai guardiani – non deve ricordare che fuori esiste una vita meno patinata. «Per quanto possa essere stata dura la tua giornata, quando sarai a casa nessuno ti disturberà e il resto del mondo resterà fuori dalla tua vita».
Cascina Vione, con le sue mura antiche, è a un tiro di schioppo da Milano 3, con centinaia di palazzine, parchi e una City di uffici e banche. Tanti altri quartieri, come l’Olgiata a Roma, sono stati costruiti come pezzi autonomi di città. «Insediamenti come questo, e soprattutto come Milano 2 – dice Agostino Petrillo, docente di Sociologia urbana al Politecnico milanese – più che gated communities sono definiti neighdourhood, ovvero quartieri, zone di vicinato. Sono piccole enclave urbane, non vere città indipendenti. Ce ne sono anche a Londra, ad esempio nella zona dei Docks. Sono “blindate” solo in certe ore, alla sera, e non c’è dunque un’auto segregazione completa. Milano 2, inoltre, più che come città chiusa nasce come città giardino e da un punto di vista architettonico è una piccola utopia. La sicurezza non è al primo posto, come nelle gated communities. Voleva essere una città modello, per famiglie, quadri, dirigenti. Ma la piccola utopia non si è realizzata. Le famiglie con figli sono oggi sempre meno presenti, e gli appartamenti sono occupati soprattutto da professionisti che lavorano in città e hanno trasformato Milano 2 in una città dormitorio. Gli spazi comuni, come i prati e i parchi, restano spesso deserti».
Fabrizio Rossitto, architetto, nella sua tesi di laurea ha raccontato le nascenti gated communities milanesi. «In particolare – dice – ho analizzato la Viscontina di Buccinasco. Settanta famiglie, di ceto medio alto, in 29 ville singole, 10 ville bi – familiari, 20 abitazioni a schiera. Quasi tutte le famiglie hanno figli, ci sono anche anziani ma non giovani coppie e tantomeno single. C’è una portineria con custode e telecamere di sorveglianza. In caso di visite, l’inquilino ospitante deve recarsi all’ingresso per ricevere e permettere di entrare all’ospite. I confini sono ben segnati da muri di cinta alti tre metri oppure da una fitta siepe di rovi. Si vive nello stesso spazio protetto ma non c’è vita comune: non vengono mai organizzate ricorrenze o festeggiamenti. Caratteristiche principali sono la tranquillità e la cura del verde: non a caso è stato girato qui uno spot del Mulino bianco della Barilla».
L’ex studente ha analizzato anche un altro complesso di Buccinasco,il Rovido. «Qui ci sono 380 famiglie, anche con giovani e single. Più che una gated community questo è un “vicinato difeso”, con cancelli elettrici e telecamere e tanti cartelli. “Stop. Proprietà privata. Non sostare e non passare”. “Area video – sorvegliata”. C’è chi ha installato telecamere – a volte finte – anche davanti alla propria porta. Ma la voglia di sicurezza a volte è a doppio taglio. Anche un malvivente può cercare in un “vicinato difeso” il rifugio ideale. E proprio al Rovido è stato arrestato un latitante della ‘ndrangheta calabrese».
Una notizia, questa, che non meraviglia certo il professor Agostino Petrillo. «Negli Stati Uniti, dove le gated communities e gli insediamenti protetti ospitano oggi un americano su otto, si è scoperto che la criminalità all’interno di queste comunità con cancello non è diversa da quella che c’è fuori. Negli Usa le gated sono vere e proprie città costruite dalla metà degli anni ‘80 in poi. Con la crisi dell’agricoltura, ad esempio, sono stati abbandonati gli aranceti attorno a Los Angeles e in quelle grandissime aree vuote sono state costruite le città protette. A favorire questi nuovi insediamenti è stata, negli anni ‘90, anche la possibilità di poter lavorare a casa, con il computer. Ma anche quelle comunità sono in declino, perché ci si è accorti che vivere con persone “uguali” a te è rassicurante ma anche noioso. E con la crisi si è capito che le città offrono più occasioni di lavoro. In Italia questi spazi ampi non ci sono, l’urbanizzazione è già altissima. Ma i nuovi progetti raccontano che anche da noi sta avanzando la voglia di cercare un’isola, un rifugio. C’è un’idea di salvezza personale che non passa più da una dimensione collettiva urbana. A spingere sono l’insicurezza e la paura, che sono il marketing di queste città blindate».
Alla cascina Vione c’è una chiesa, dedicata a San Bernardo. Anche questa è di proprietà dei nuovi abitanti. «È ancora consacrata. Si potranno celebrare matrimoni e battesimi. Pagando il servizio, magari si potrà chiamare un sacerdote la notte di Natale. Sarà bellissimo».
Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (n. 13 del 18 gennaio 2011) l’accordo siglato in Stato-Regioni lo scorso 16 dicembre contenente le Linee guida per la promozione, lo sviluppo e il coordinamento degli interventi regionali nell’ambito della rete di cure palliative e della rete di terapia del dolore. Obiettivo è garantire l’assistenza palliativa e la terapia del dolore in modo omogeneo e a pari livelli di qualità in tutto il Paese.
Il modello individuato per raggiungerlo, integrato nel territorio, scompone i livello assistenziale in tre nodi complementari: i centri di riferimento di terapia del dolore (hub), l’ambulatorio di terapia antalgica (spoke) e gli ambulatori dei medici di medicina generale che, in rete, svolgendo la funzione di triage per i centri hub e spoke e riducendo così il ricorso al pronto soccorso per la cura
del dolore.
La possibilità che l’accordo aziendale diventi alternativo rispetto al contratto nazionale, come proposto da Federmeccanica, anche alla luce della vicenda Fiat, ricalca il modello di quanto avviene già da 15 anni in Germania. E non significa la ‘morte’ del contratto collettivo nazionale di lavoro: “No”, risponde il giuslavorista e senatore del Pd, Pietro Ichino.
Il Ccnl, aggiunge, “conserva la sua funzione di rete di sicurezza”. “La soluzione a cui fa riferimento Federmeccanica – spiega Ichino – corrisponde sostanzialmente a quanto oggi accade in Germania dove l’accordo collettivo aziendale può costituire fonte di disciplina del rapporto individuale di lavoro alternativa rispetto al contratto nazionale”.
Nell’ordinamento italiano questa soluzione, “che è la stessa proposta nel disegno di legge numero 1872 presentato da 55 senatori del Pd nel 2009 – ricorda il senatore – presuppone che venga risolto il problema della individuazione del soggetto sindacale abilitato a stipulare l’accordo aziendale. Occorre, in particolare, sciogliere due nodi: se a livello aziendale a stipulare l’accordo sono i sindacati o le rappresentanze elette dai lavoratori; inoltre, quali sono le condizioni ed i requisiti di rappresentatività che l’agente negoziale deve soddisfare”.
Su tutti questi punti, sottolinea il giuslavorista, “oggi si é determinata una grave lacuna di regole applicabili; o si arriva in tempi molto brevi – dice Ichino – ad un grande accordo interconfederale firmato da tutti, che colmi questa lacuna sostituendo il protocollo Giugni del ’93, oppure un intervento legislativo e’ indispensabile, sia pure in via sussidiaria e provvisoria, se vogliamo superare la situazione di vischiosità e inconcludenza del nostro sistema attuale di relazioni industriali. Per questo, appunto, abbiamo presentato il ddl”. “Se questa è la soluzione prescelta”, ossia quella dell’alternatività tra livello aziendale e nazionale, “il contratto collettivo nazionale di lavoro conserva la funzione di rete di sicurezza, cioé di disciplina applicabile in tutti i casi – e sono la maggioranza – evidenzia Ichino – nei quali fa difetto la contrattazione aziendale”.
“Il servizio sociale è strettamente connesso con gli orientamenti politici dei servizi sociali che vengono definiti sia a livello nazionale che locale ed è importante quindi cogliere le linee di tendenza che in ogni periodo emergono nell’ambito dei sistemi di welfare”
Maria Dal Pra Ponticelli, Nuove prospettive per il servizio sociale, Carocci Faber, 2010, p. 15
A partire da questa argomentazione di Dal Pra Ponticelli, l’obiettivo didattico perseguito da questo Laboratorio sarà di analizzare il funzionamento delle politiche sociali che si connettono al sistema dei servizi sociali.
La base di riferimento sarà il manuale di Paolo Ferrario, Politica dei servizi sociali, Carocci Faber 2001 che verrà “aggiornato” in tempo reale, attraverso l’uso della documentazione elaborata durante gli incontri formativi
2. Programmazione delle unità didattiche
Il laboratorio si sviluppa attorno a due fuochi di attenzione:
i temi chiave della politica dei servizi sociali in relazione al servizio sociale:
lista delle questioni rilevanti
schemi di analisi e schedature di libri di particolare rilevanza formativa
la distribuzione delle politiche sociali alla luce della legislazione degli anni ’90 e del primo decennio 2000
implicazioni operative della “regionalizzazione” del sistema di offerta
Applicazione attiva al sistema dei servizi della Regione Lombardia:
Analisi dei periodi chiave del caso lombardo
Analisi approfondita alla luce di alcuni recenti libri: Il modello lombardo di welfare, a cura di Giuliana Carabelli e Carla Facchini, Franco Angeli 2010, p. 254; Come cambia il welfare lombardo: valutazione delle politiche regionali, a cura di Cristiano Gori, Maggioli editore, p. 472; Esperienze di welfare locale: le aziende speciali e la gestione dei servizi sociali nei comuni lombardi, Maggioli editore, 2010 p.195
Metodo di lavoro formativo
Verrà creata una Mailing List per tenere i contatti nel gruppo per tutta la durata del Laboratorio
A supporto del percorso didattico ci saranno tre strumenti web:
Tutto il percorso sarà documentato attraverso una serie di Dispense didattiche, nelle quali confluiranno anche i materiali prodotti dai partecipanti (schede, riassunti, parole chiave, documenti annotati). Se necessario il docente renderà disponibili Audio da ascoltare in connessione all’analisi delle dispense.
Valutazione
La valutazione (approvato/non approvato) avverrà attraverso la verifica delle presenze e la partecipazione attiva al Laboratorio
Ed ora le nuove notizie in giro per l’Italia che potrete trovare nella sezione
Notizie –> Ultime Notizie http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=category§ionid=1&id=1
Pistoia – Corso scrittura – aperte le iscrizioni
Anghiari (AR) – Locanda del viandante, Eventi gennaio/marzo
21 gennaio – Sansepolcro (AR) – Presentazione Primapersona
22 gennaio – Anghiari (AR) – Concerto
22 gennaio – Catania – Seminario
23 gennaio – Castelverde (CR) – Conversazioni con autori
23 gennaio – Modena – Incontro con l’Archivio diaristico
24 gennaio – Calvenzano (BG) – Fili di storie e memorie
26 gennaio – Modena – Concerto
26 gennaio – Marco Paolini sulla 7
28 gennaio – Milano – Presentazione libro
28 gennaio – Anghiari (AR) – VideoTestimonianze
1 febbraio – Castelverde (CR) – Conversazioni con autori
8 febbraio – Torino – Presentazione libro
9 febbraio – Bolzano – L’autobiografia nelle professioni di cura
9 febbraio – Castelverde (CR) – Conversazioni con autori
Calendario di tutti gli appuntamenti delle attività organizzate, patrocinate o segnalate dalla Libera Università, per avere una visione globale delle nostre iniziative. http://www.lua.it/archivioSito/angh/calendario.html
Pierluigi Battista, Lettera a un amico antisionista (ed. Rizzoli)
a destra,Sergio Romano, il destinatario della lettera
Sono trascorsi un paio di decenni da quando, in piena Guerra del Golfo, giurai a me stesso che non avrei più discusso su Israele con chiunque non la pensasse esattamente come me. Tale ottusa risoluzione era il prodotto dell’ennesimo scontro con l’amico con cui da sempre discutevo sulla questione israelo-palestinese. Mi era sembrato che stavolta, in quanto a capziosità, avesse superato il confine imposto dalla decenza dialettica. Da giorni il territorio israeliano era sottoposto alla pioggia di Scud iracheni, e Israele, contrariamente al solito, tergiversava. Il mio amico sosteneva che la mancata reazione israeliana fosse dettata dal solito opportunismo sionista (perché intervenire se c’erano gli alleati di sempre a fare il lavoro sporco?). E che comunque gli israeliani con la loro inerzia non stessero facendo altro che riconoscere le proprie responsabilità morali nella lunga guerra di cui il conflitto in atto non era che l’epilogo tragico. Ero esterrefatto. Responsabilità morali? Che c’entrava Israele con l’invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam Hussein? Possibile che l’intervento in Iraq di una forza militare internazionale potesse essere addebitato a Israele? La rabbia mi stava giocando un brutto scherzo. Mentre il mio amico continuava ad argomentare con la solita distesa impudenza, io balbettavo. Allora presi il mio impegno: non mi sarei mai più esposto a una simile mortificazione. D’ora in poi, cascasse il mondo, avrei vissuto nell’ombra, mostrando un’equanimità putrida e nient’affatto corrispondente ai miei sentimenti e (cosa ancor più grave) alle mie idee. D’ora in poi avrei opposto ai detrattori di Israele un sorrisino di circostanza. Il tutto sarebbe stato reso più arduo dal fatto che mi stavo avviando a una carriera intellettuale, e che i miei colleghi e compagni di avventura sarebbero stati accademici, scrittori e giornalisti, categoria storicamente sospettosa nei confronti di Israele. Ho tenuto fede al mio giuramento? Direi di sì. Ma con quanta fatica, e a costo di quale sacrificio della mia dignità. Forse questo spiega perché abbia letto il libro di Pierluigi Battista Lettera a un amico antisionista (Rizzoli) con il gusto che si avverte nel ricevere un insperato e tardivo risarcimento. Ho trovato enumerati, con puntiglioso talento argomentativo, tutti gli interrogativi che da anni avrei voluto rivolgere a un sacco di miei amici, cosa che mi sono ben guardato dal fare. La lettera di Battista, per esplicita ammissione dell’autore, è una risposta alla missiva che, qualche anno fa, l’ambasciatore Sergio Romano scrisse a un «amico ebreo» . E che suscitò tanta indignazione, soprattutto in ambito ebraico. Ricordo che pure nel soggiorno di casa mia ci divedemmo tra falchi e colombe. Guarda caso è proprio da lì che muove l’argomentazione di Battista. È onesto liquidare come antisemita chi ostenta nei confronti di Israele e dei suoi fiancheggiatori una peculiare sospetta o ossessiva severità? La risposta di Battista è molto interessante: l’accusa di antisemitismo è imprecisa. Battista ne è talmente convinto da confutare Martin Luther King che in una lettera indirizzata a James Earl Ray scriveva: «Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente “antisionista”. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo intende gli ebrei, questa è la verità di Dio» . Battista, evidentemente non a suo agio con «la verità di Dio» e tanto meno con il commovente tono oracolare di quel martire dei diritti civili, rifiuta il sillogismo. Sforzandosi, per esempio, di spiegare le ragioni di Sergio Romano. Dando forma plastica e autorevolezza ideologica alle diffidenze di quest’ultimo. Certo, Battista le considera sbagliate, ma evita di tacciarle di antisemitismo. In fondo Battista sta scrivendo a un «amico antisionista» . Se costui fosse antisemita non sarebbe un suo amico, tanto meno il possibile destinatario di una lettera. Detto questo però, Battista riconosce l’esistenza di un’odiosa ambiguità. «È però vero, che seppure gli antisionisti non sono tutti antisemiti senza sfumature, non c’è purtroppo antisionista che non sia prigioniero di un’ossessione che con l’antisemitismo, fatalmente, ha molte parentele. Di una malattia culturale il cui sintomo principale a me pare si possa definire come il “morbo della dismisura”. Dismisura nei giudizi, nei pregiudizi, nel lessico, nei furori inconsulti e incontrollati. Dismisura nell’acredine contro un popolo, quello israeliano, che numericamente costituisce una piccola quantità nel gran mare del mondo arabo. Dismisura, se soltanto si considera l’angustia geografica di un pezzo di terra contesa che copre una percentuale piccolissima dell’area mediorientale» . Il dato interessante di questo appassionante pamphlet è che Battista non si perde a stabilire ragioni e torti dei contendenti di quel conflitto infinito. Né, mi pare, gli interessi granché esercitarsi in un’inutilmente faziosa apologia sionista. Ciò di cui Battista vuole dare conto è di un atteggiamento mentale, o per meglio dire un sentimento— così prossimo al risentimento— di coloro che da anni professano nei confronti di Israele una diffidenza che dire “préalable”è poco. C’è qualcosa che non va in costoro. Un eccesso di zelo. Una forma di esibizionismo. Un disarmante strabismo. Un’ardente smania di boicottare, rifiutare, giudicare, aborrire. L’antisionista di Battista è un liberal, pieno di sacro fuoco e di sensi di colpa, animato da un molto ebraico «odio del sé» , convinto assertore della responsabilità occidentale nei dissesti del mondo. E che, in nome di tutto questo, identifica in Israele uno scandalo geografico e politico. «L’antisionismo» scrive Battista «è un unicum nella storia pur parecchio variegata delle ideologie antimperialiste, anticolonialiste, indipendentiste, nazionaliste e così via, perché implica la distruzione, tabula rasa, del soggetto “coloniale”o “imperiale”da cui liberarsi» . Qualche anno fa, dalla medesima tribuna, più o meno in questo periodo dell’anno, mi dichiarai ostile al Giorno della Memoria, ravvisando una relazione perturbante tra i commossi retori della Memoria e i grandi esecratori di Israele. Battista, nel suo viaggio nel cuore dell’antisionista doc, nota un’aporia analoga: «Mentre si asciugano le lacrime dopo aver visto Schindler’s list, non sembrano molto scossi quando Ahmadinejad convoca a Teheran l’internazionale negazionista per denunciare la “menzogna di Auschwitz”» . Una contraddizione che una volta un mio amico israeliano liquidò senza fare una piega con queste parole: «Perché ti stupisci? Da sempre un ebreo morto è molto più commovente di un ebreo vivo» .
La commissione Igiene e sanità ha iniziato l’esame del decreto legislativo sulla determinazione dei costi e fabbisogni standard nel settore sanitario. È stato inoltre deciso di svolgere una serie di audizioni prima della discussione generale. Tra i soggetti da ascoltare: la Conferenza dei presidenti delle regioni, l’Agenas, il Cergas, e Kpmg
Secondo Misiani il nuovo quadro finanziario dei comuni definito dallo schema di D.lgs. sul federalismo municipale presenta rilevanti limiti e contraddizioni.
“Per quanto riguarda la fase transitoria (2011-2013) – spiega Misiani – sono tre i nodi da affrontare: le risorse: le entrate comunali risultano fortemente decurtate rispetto alla situazione di partenza, poiché la riduzione dei trasferimenti erariali disposta con il D.l. 78/2010 (1,5 miliardi nel 2011 e 2,5 miliardi dal 2012) contrariamente agli impegni non viene recuperata e l’introduzione della cedolare secca produrrà per i comuni consistenti minori entrate rispetto all’attuale gettito IRPEF sulle locazioni. Di conseguenza, nel 2011 i comuni registrerebbero minori entrate da 1.873 a 2.198 milioni e a regime, nel 2014, da 2.215 a 2.973 milioni. Le entrate devolute saranno inoltre soggette ad una notevole volatilità, a causa del peso rilevante delle imposte sui trasferimenti immobiliari. Per questo è necessario recuperare i tagli ai trasferimenti, prevedere una clausola di salvaguardia efficace per tutto il periodo transitorio e diversificare le fonti di entrata riducendo il peso delle imposte sui trasferimenti immobiliari a favore di una compartecipazione dinamica
Irpef o Iva; la perequazione: la sostituzione degi attuali trasferimenti con imposte caratterizzate da una forte sperequazione territoriale rende necessario un efficace sistema di riequilibrio. Il Fondo sperimentale risponde solo in parte a questa esigenza: va perciò meglio definito nei suoi meccanismi di alimentazione e riparto, avvicinandolo ai criteri stabiliti dalla Legge 42/2009 e anticipando al 2014
l’entrata a regime del Fondo perequativo definitivo; l’autonomia impositiva: fino al 2014 ai comuni non viene garantito alcun margine reale di autonomia. Sarebbe invece necessario superare (con opportuni elementi di gradualità e selettività) il blocco delle aliquote. Se venisse confermata l’introduzione della cedolare secca sugli affitti, bisognerebbe valutare l’opportunità di renderla obbligatoria trasformandola in una Imposta comunale sugli affitti (ICA) manovrabile.
L’assetto a regime (dal 2014) del federalismo municipale – continua Antonio Misiani – non appare coerente con i principi e gli obiettivi della Legge 42/2009, sia sotto il profilo del legame tra tassazione e rappresentanza che dal punto di vista del grado effettivo di autonomia finanziaria garantito ai comuni.
Per riportare il sistema nel solco dell’articolo 119 della Costituzione e della legge-delega è innanzitutto necessario rivedere il nuovo assetto delle entrate tributarie comunali: ridimensionare o sopprimere l’IMUP-trasferimento, troppo sperequata sul territorio e variabile nel tempo per rappresentare un’adeguata fonte di finanziamento dei comuni; eliminare l’IMUS, assai discutibile nei suoi meccanismi e in contraddizione con l’obiettivo di semplificare il sistema tributario; introdurre una “service tax” manovrabile che assorba la TARSU ed altri tributi comunali minori; attribuire ai comuni la possibilità di istituire una o più imposte di scopo, così come stabilito dalla legge-delega;
prevedere, a “chiusura” del sistema, una compartecipazione Irpef o Iva per integrare le fonti di entrata comunali e finanziare il fondo perequativo.
Vanno accresciuti, rispetto a quanto stabilito dallo schema di D.lgs., i margini di autonomia fiscale dei comuni, ampliando la potestà regolamentare sull’IMUP-possesso e aumentando il novero dei tributi manovrabili a livello municipale.
Ultimo punto, ma non certo ultimo in ordine di importanza, la perequazione. I meccanismi di riequilibrio sono una componente decisiva del sistema. Per questo, desta più di una preoccupazione il fatto che nulla si dica nello schema di D.lgs. sulla perequazione nella fase a regime. E’ necessario – conclude Misiani – fare chiarezza, concretizzando i criteri definiti dalla Legge 42/2009: perequazione integrale dei fabbisogni standard per le funzioni fondamentali e riequilibrio in base alla capacità fiscale per le altre funzioni dei comuni”.
Secondo Bankitalia la crescita del Pil nei prossimi due anni sarà dell’1% e l’occupazione resterà ferma. Per cambiare la situazione“è essenziale che vengano rimossi gli ostacoli strutturali che hanno finora impedito all’economia italiana di inserirsi pienamente nella ripresa dell’economia mondiale”. Il consiglio proviene dal bollettino economico trimestrale della Banca d’Italia che rileva inoltre come ”gli effetti di una dinamica piu’ sostenuta attesa per il commercio mondiale verrebbero compensati dagli andamenti piu’ sfavorevoli dei tassi di interesse a medio e lungo termine”.
Restano basse le previsioni di crescita dell’economia italiana stilate dalla Banca d’Italia: ‘il Pil manterrebbe sia nel 2011 sia nel 2012 il basso ritmo di crescita dell’anno passato, intorno all’1%’. L’occupazione non riparte e i più penalizzati restano i giovani.
Sempre secondo Bankitalia gli indicatori congiunturali più recenti prefigurano un ulteriore rallentamento del PIL in Italia nello scorcio del 2010. In ottobre l’indice della produzione industriale è rimasto pressoché invariato rispetto al mese precedente, registrando un incremento di circa l’1 per cento in novembre; tenendo conto delle nostre stime per dicembre, l’attività manifatturiera si sarebbe indebolita nella media del quarto trimestre. Segnali più favorevoli si desumono dalle indagini presso le imprese, che delineano una prosecuzione della ripresa ciclica, pur a ritmi blandi: il clima di fiducia rilevato dall’ISAE è in progressivo miglioramento; l’indice PMI delle imprese manifatturiere si mantiene su livelli compatibili con una fase espansiva. Dal lato della domanda, secondo i dati di commercio con l’estero, nel bimestre ottobre-novembre il volume di esportazioni di beni avrebbe ristagnato. I comportamenti di spesa delle famiglie si confermano improntati alla cautela, risentendo della contrazione del reddito disponibile reale e della perdurante debolezza del mercato del lavoro. Sulla base dell’indagine trimestrale condotta in dicembre dalla Banca d’Italia in collaborazione con Il Sole 24 Ore, la decelerazione della spesa in macchinari e attrezzature osservata durante l’estate dopo la fine degli incentivi fiscali sarebbe continuata nello scorcio del 2010, risentendo anche di margini ancora ampi di capacità inutilizzata e di giudizi più cauti circa le prospettive di crescita di medio termine; l’accumulazione di capitale tornerebbe a crescere a ritmi più sostenuti nell’anno in corso.
Oggi il commissario Ue agli affari economici e monetari Olli Rehn ha dichiarato che e’ necessario agire tempestivamente per rafforzare l’Efsf, il meccanismo salva-Stati, nell’ambito di ‘una risposta complessiva alla crisi del debito sovrano che ancora non è stata risolta’.
La debolezza delle prospettive occupazionali tende a scoraggiare la ricerca di un impiego, soprattutto tra coloro che hanno scarsa esperienza lavorativa. Nel terzo trimestre del 2010 le forze di lavoro sono diminuite, al netto dei fattori stagionali, dello 0,4 per cento rispetto al periodo precedente (-93.000 persone) e il tasso di attività è sceso leggermente.
A tale flessione ha contribuito in particolare la riduzione, la prima dopo due anni di crescita sostenuta, del numero di persone in cerca di occupazione (-1,7 per cento rispetto al periodo precedente; -36.000 persone). Il calo ha interessato soprattutto i giovani e le persone in cerca di prima occupazione. La minore partecipazione al mercato del lavoro ha consentito una leggera flessione del tasso di disoccupazione, all’8,3 per cento, dall’8,4 del secondo trimestre.
Secondo i dati mensili provvisori dell’Istat, questi andamenti non hanno trovato conferma in autunno, quando il numero degli inattivi si è ridotto ed è aumentato quello di coloro che cercano lavoro: in novembre il tasso di disoccupazione sarebbe pertanto salito all’8,7 per cento. Secondo stime preliminari, una misura del grado di sottoutilizzo dell’offerta di lavoro che includa l’equivalente delle ore di CIG e i lavoratori che, scoraggiati, cercano un impiego con minore intensità si collocherebbe almeno due punti percentuali al di sopra del tasso di disoccupazione.
Nel 2010 il fabbisogno del settore statale è stato pari a 67,5 miliardi (4,4 per cento del PIL nominale come stimato in questo Bollettino), inferiore di circa un punto percentuale rispetto alla stima riportata nella Decisione di finanza pubblica (DFP) dello scorso settembre. Il calo di oltre 19 miliardi rispetto al 2009 (-1,4 punti percentuali del PIL) è dovuto alla contrazione delle erogazioni; gli incassi sono rimasti sostanzialmente stabili. La riduzione degli esborsi deriva solo in parte da componenti straordinarie: a fronte delle erogazioni effettuate nel 2009 per la sottoscrizione di speciali obbligazioni emesse dalle banche (4 miliardi) e per il riacquisto degli immobili oggetto della cartolarizzazione SCIP2 (2 miliardi), nel 2010 vi sono state quelle per il sostegno finanziario alla Grecia (circa 4 miliardi). Vi è stato infine uno slittamento di alcune spese al 2011, che tuttavia sarebbe di entità relativamente modesta. Anche il fabbisogno relativo al più ampio settore delle Amministrazioni pubbliche si è ridotto: nei primi undici mesi dell’anno esso è stato pari a 79,1 miliardi contro 91,5 nello stesso periodo del 2009.
Si prende spunto dall’articolo 116 della Costituzione che concede alle Regioni ordinarie la possibilità di richiedere la competenza legislativa esclusiva su una serie di materie conferite completamente o in via concorrente allo Stato. Si tratta della via costituzionale per procedere alla realizzazione di quel “federalismo a geometria variabile” (o “federalismo differenziato”) più volte sollecitato da alcune Regioni del Nord. Anche la “lista della spesa” delle funzioni trasferibili dal centro alla periferia è fissata dalla Costituzione e si è voluto con ciò determinare l’impatto finanziario sui bilanci delle quattro principali Regioni a statuto ordinario del Nord (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto) conseguente ad un ipotetico assetto federale “differenziato”. Istruzione, infrastrutture regionali, protezione civile e beni culturali sono tra i più importanti aspetti su cui si concentrerebbe il cambiamento. Se le quattro regioni chiedessero tutte le funzioni “disponibili”, il pacchetto da trasferire sul territorio si aggirerebbe intorno ai 15,8 miliardi di euro. La Lombardia, da sola, vanta funzioni trasferibili per 6,2 miliardi mentre nelle altre tre regioni il gioco si attesta intorno a quota 3 miliardi. Il risultato di questa ipotesi è un’Italia a tre velocità, con un blocco di regioni a Statuto speciale da 9 milioni di persone, un gruppo intermedio (quello del federalismo differenziato) da 23,4 milioni di italiani e le 11 regioni ordinarie residue, in cui abitano 27,6 milioni di cittadini. Scarica tabelle
Nostra uscita su Il Sole 24Ore di lunedì 20 dicembre 2010
FEDERALISMO, L’80% DEI TRIBUTI VA ALLO STATO 08/01/2011
In Italia il grado di decentramento tributario è limitato e ancora lontano da Paesi federali come Germania e Spagna. Lo dimostrano i dati che confermano la necessità di accelerare sulla riforma e correggere il sistema attuale, fonte di soli sprechi. Nei Paesi federali le entrate tributarie si dividono quasi equamente tra Stato centrale ed Amministrazioni periferiche; diversamente, nei Paesi unitari (o “quasi federali” come l’Italia) lo Stato fa la parte del leone, in quanto sono di sua competenza circa l’80% delle tasse versate annualmente dai cittadini. È questo il principale risultato di un’analisi realizzata dal Centro Studi Sintesi di Venezia, con l’obiettivo di verificare il grado di decentramento fiscale nei principali Paesi europei; nello specifico, due federali (Germania e Spagna) e due non federali (Francia e Italia). Gli ultimi dati pubblicati dall’Eurostat, relativi all’anno 2009, fotografano una situazione molto chiara, anche se ciascun Paese rappresenta un caso a sé stante con peculiarità che non sempre sono riconducibili a mere analisi economiche e finanziarie. In Italia il 79,1% delle entrate tributarie (quindi non sono considerati i contributi sociali) si riferiscono alle Amministrazioni centrali, mentre il rimanente 20,9% sono costituiti dai tributi “propri” di Regioni ed enti locali (IRAP, ICI, addizionali IRPEF, tassa automobilistica, tassa asporto rifiuti); ovviamente, i bilanci delle Amministrazioni periferiche, per far fronte a rilevanti competenze di spesa (si pensi alla sanità, all’assistenza sociale, ai trasporti) sono integrati da flussi finanziari provenienti dalle Amministrazioni centrali (trasferimenti e quote di tributi erariali). A tale proposito, la riforma approvata dal Parlamento nel 2009 (legge n. 42) e in corso di attuazione intende favorire la responsabilizzazione di Regioni ed enti locali rafforzandone l’autonomia impositiva e trasformando i trasferimenti in tributi “propri”. In questo modo, nell’arco di qualche anno, l’Italia dovrebbe avvicinarsi al grado di decentramento di Paesi federali come Spagna (54,4%) e Germania (49,3%), distanziandosi sempre più da un sistema di finanza derivata come quello francese (20,7%). L’Italia paga un decennio di immobilismo nell’attuazione del nuovo titolo V della Costituzione (2001), riforma che ha concesso più poteri e responsabilità alle Amministrazioni periferiche. Nel 2000 il grado di decentramento era pari al 20,6%, ovvero solo lo 0,3% in meno rispetto al 2009. È stato un decennio in cui tale percentuale è oscillata senza crescere in maniera stabile e consolidata; oltretutto, negli ultimi anni si è assistito ad una graduale erosione della quota di tributi locali sul totale complessivo a seguito dei blocchi alle aliquote e all’abolizione dell’ICI sull’abitazione principale. In Spagna, invece, le riforme istituzionali di inizio decennio si sono concretizzate subito in maggiori risorse per le Autonomie locali; prova ne è che il grado di decentramento tributario è praticamente raddoppiato nell’arco di pochissimi anni. La Germania si conferma un Paese a tradizionale vocazione federale, in cui Stato centrale e Lander (con gli enti locali) di fatto si dividono equamente la torta delle entrate tributarie. Negli ultimi anni anche la Francia ha progressivamente fatto registrare una crescita del grado di decentramento, a conferma di una tendenza che riguarda ormai molti Paesi europei.
L’Istat ha presentato un rapporto in schede chiamato “Noi Italia”, che cerca di fotografare il nostro Paese nei suoi aspetti più importanti. Ad esempio la spesa per la protezione sociale assorbe quasi il 30 per cento del Pil e il suoammontare per abitante supera i 7.500 euro annui (anno 2009). Oppure il fatto che ogni famiglia spende per curarsi oltre 1.100 euro l’anno, una spesa sanitaria pari all’1,9% del Pil. Le amministrazioni regionali spendono per la tutela ambientale in media circa 80 euro per abitante (anno 2008). Nel 2009 in Italia la spesa per la protezione sociale sfiora il 30 per cento del Pil e il suo ammontare per abitante supera i 7.500 euro all’anno.
La spesa sanitaria pubblica ammonta a oltre 110 miliardi di euro (7,3 per cento del Pil) e supera i 1.800 euro annui per abitante (anno 2009). La spesa sanitaria pubblica italiana è molto inferiore a quella di altri importanti paesi europei come Francia e Germania.
Le famiglie contribuiscono con proprie risorse alla spesa sanitaria complessiva per una quota pari al 21,3 per cento. La spesa sanitaria delle famiglie rappresenta l’1,9 per cento del Pil nazionale e ammonta a 1.178 euro per famiglia (anno 2008).
L’Italia è tra i paesi Ue quello con il maggior numero di medici in strutture sanitarie pubbliche e private sul totale della popolazione residente, quasi 410 ogni centomila abitanti (2009).
Tra il 2002 e il 2007, in tutte le regioni si è verificata una convergenza dell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante verso la media nazionale, scesa da 4,3 a 3,7 posti letto ogni mille abitanti.
La mobilità ospedaliera fra regioni è un fenomeno rilevante: nel 2008, le regioni sono state interessate da circa 650 mila ricoveri ospedalieri di pazienti non residenti (immigrazione ospedaliera) e da oltre 570 mila ricoveri effettuati dai pazienti in una regione diversa da quella di residenza (emigrazione ospedaliera).
I tumori e le malattie del sistema circolatorio, più frequenti nelle età adulte e senili, rappresentano le principali cause di ricovero sia in Italia, sia nel resto dell’Europa.
Le malattie del sistema circolatorio rappresentano la principale causa di morte in quasi tutti i paesi dell’Ue. In Italia, il tasso standardizzato di mortalità per queste cause è pari a 32,6 decessi ogni diecimila abitanti, quello relativo ai tumori è pari a 26,6 decessi ogni diecimila abitanti, con valori maggiori negli uomini (36,8) rispetto alle donne (19,6). I tumori rappresentano in Italia e in Europa la seconda causa di morte (2007).
Il fumo, l’alcol e l’obesità sono i principali fattori di rischio per la salute. In Italia, nel 2009, i fumatori rappresentano il 23 per cento della popolazione di 14 anni e più, i consumatori di alcol a rischio il 16,1 per cento, le persone obese il 10,3 per cento.
Il livello del Pil pro capite, misurato in parità di potere d’acquisto, è pari a 24.400 euro, valore che colloca l’Italia al 12° posto della graduatoria europea, immediatamente sopra la Spagna ma sotto Francia, Regno Unito e Germania rispettivamente di 1.000, 2.000 e 3.000 euro (2009). Rispetto all’anno precedente il Pil pro capite ai prezzi di mercato è diminuito del 5,7 per cento in termini reali. Le differenze regionali permangono sensibili mantenendo pressoché invariato il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord.
La composizione della domanda interna – consumi e investimenti – è in Italia allineata alla media europea: circa l’80 per cento delle risorse è destinato ai consumi e il 20 per cento agli investimenti. A livello ripartizionale, tuttavia, emerge l’insufficienza della produzione del Mezzogiorno, dove tutte le regioni sono costrette a importare beni e servizi per sostenere i consumi e gli investimenti per una quota del Pil spesso superiore ai 20 punti percentuali.
Nel periodo 2000-2009 la produttività del lavoro presenta un andamento complessivamente negativo (-0,5 per cento in media d’anno); particolarmente forte è la riduzione nel periodo 2007-2009 (-2,7 per cento in media d’anno).
La solvibilità delle imprese che sono ricorse al finanziamento bancario è sistematicamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord. La maggiore rischiosità si riflette sui livelli dei tassi d’interesse, mediamente superiori di circa un punto percentuale indipendentemente dalla durata del prestito.
Nel 2009 l’Italia detiene il 7,6 per cento dei flussi di esportazioni intra-Ue e l’11,3 per cento delle esportazioni dei paesi Ue verso il resto del mondo.
Un giovane su cinque non studia, ne’ lavora: due milioni di ragazzi (15-29 anni) non inseriti in un percorso formativo ne’ impegnati nel lavoro. E’ la quota piu’ elevata a livello europeo su dati 2009. E quasi una donna su due ne’ cerca ne’ ha un posto, un tasso di inattivita’ che e’ il secondo piu’ alto dell’Ue a 27, inferiore solo a Malta. Nel sud e’ irregolare un lavoratore su 5, il 12% in Italia e circa il 45% dei disoccupati cerca lavoro da oltre un anno. Inoltre, quasi una famiglia su 3 sente il rischio crimine e in casa si spendono per la sanita’ oltre 1.100 euro l’anno. Nelle scuole, oltre oltre 130 mila alunni disabili, e il 30% degli istituti ha ancora barriere. Pochi prof di sostegno in Lazio e Abruzzo.
› D. LGS. 163/2006
› DPR 207/2010 (G.U. 10 dicembre 2010,
n. 288, s.o. n. 270)
› DPR 554/1999
› DPR 34/2000
› DM 145/2000 e tabelle
di corrispondenza “vecchia/nuova disciplina”
CODICE DEGLI APPALTI PUBBLICI E REGOLAMENTO DI ATTUAZIONE
Con il D.P.R. 5 ottobre 2010, n. 207 contenente il “Regolamento di esecuzione e attuazione del codice dei contratti pubblici”, è giunto a conclusione il processo di riforma della legislazione sugli appalti degli enti pubblici iniziato con il D.Lgs. 12 aprile 2006, n. 163.
Applicare il nuovo sistema normativo risulta più semplice e sicuro con questo specifico strumento che accorpa in modo unitario il testo integrale del D.Lgs. 163/2006 – aggiornato con le molte modifiche intervenute fino al D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 “Milleproroghe” – e del relativo Regolamento (D.P.R. 207/2010).
Inoltre, poiché quest’ultimo entra a regime 180 giorni dopo la pubblicazione,
il volume riporta anche la disciplina fondamentale vigente fino ad allora, vale a dire il D.P.R. 554/1999, il D.P.R. 34/2000 e il D.M. 145/2000, corredata dell’indispensabile supporto di tre tabelle di corrispondenza tra l’articolato del Regolamento e quello dei provvedimenti citati.
La linearità della struttura ne fa un sussidio operativo particolarmente utile per la corretta applicazione delle norme sui contratti pubblici: un testo di immediato valore pratico quindi, completato da un accurato indice analitico che facilita il pronto reperimento dell’informazione desiderata.
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E REGOLAMENTO DI ATTUAZIONE
Maggioli Editore • Novità gennaio 2011
• Pagine 1.000
Con il referendum appena approvato lo stabilimento Fiat è tornato d’attualità. Dal 1500 a oggi passando per Mussolini e il boom degli anni Sessanta: la nostra storia passa da qui
Percorso di consapevolezza e di riappropriazione del ruolo di regista della propria vita e di artista che può scegliere in un originale Atelier le migliori metodologie per guarire e star bene.
Il mondo della salute è in fervido cambiamento e a fianco della medicina occidentale si sono fatte strada altre discipline che stanno dando un contributo interessante sul tema della guarigione. La sottovalutazione delle emozioni sia nella formazione delle malattie che nella promozione della salute non è più procrastinabile e questo percorso intende mostrare nuove esperienze che aprono nuove possibilità di cura.
Abbiamo pensato di offrire una serie di assaggi su pratiche già ampiamente sperimentate e che possono essere prese in considerazione come discipline che integrano il ruolo della medicina tradizionale.
La caratteristica che verrà mantenuta in ciascuno incontro è la ricerca del benessere, pertanto non immaginatevi le classiche conferenze ex cattedra, ma occasioni di dialogo e di esperienza dove, in ogni serata, si conosceranno nuovi approcci, ma si gusteranno anche momenti di benessere personale.
Una serata speciale sarà anche dedicata all’Acqua, bene primario dell’umanità sulla quale è aperto un dibattito cruciale. Oltre a scoprire il valore di questa risorsa per l’uomo verrà presentata una proposta di rigenerazione da sottoporre ai cittadini che sceglieranno di valorizzare l’acqua del rubinetto, garantita dall’ente pubblico.
Iniziamo con 4 conferenze interattive che hanno il compito di stimolare gli eventuali approfondimenti. I partecipanti che intendessero proseguire saranno indirizzati ai percorsi di formazione specifici e certificati.
Le conferenze si tengono presso la sede di Confcooperative e sono gratuite.
27 gennaio ore 20.45 Andrea Fredi presenta EFT (Emotional Freedom Technique) di Gary Craig e SET (Simply Energy Techinque) di David Lake e Steve Wells.
4 Febbraio ore 20.45 Andrea Magrin presenta “l’Acqua che ti cambia la vita”, una proposta concreta per stare meglio con l’acqua migliore al mondo. L’acqua Kangen di origine giapponese.
10 febbraioore 20.45Paola Eleonora Raschellàpresenta Le Nuove Tecniche energetiche. Percorsi di consapevolezza per il ritorno al naturale equilibrio dei livelli fisico, emotivo, mentale e spirituale strettamente correlati tra loro nel nostro essere.
17 febbraioore 20.45Alberto Terzipresenta“The Journey” il metodo di guarigione emozionale di Brandon Bays
È ANCORA IL CASO RUBY, CON LE PAROLE DEL PREMIER E QUELLE DEL CAPO DELLO STATO, L’ARGOMENTO CHE MOLTI DEI MAGGIORI QUOTIDIANI IN EDICOLA OGGI USANO PER LE APERTURE DI PRIMA PAGINA:
CORRIERE DELLA SERA: BERLUSCONI REAGISCE: NON MI DIMETTO
LA STAMPA: NAPOLITANO: IL PAESE È TURBATO
LA REPUBBLICA: NAPOLITANO: BERLUSCONI DEVE CHIARIRE
IL GIORNALE: GLI ITALIANI NON CI CASCANO. I SONDAGGI CONFERMANO: L’ASSALTO DEI PM NON INTACCA IL GRADIMENTO DEL PREMIER
IL MESSAGGERO: NAPOLITANO: IL PAESE È TURBATO
IL TEMPO: SILVIO: NON SONO MATTO. BERLUSCONI RILANCIA: “MA CHI SI DIMETTE? MI STO PURE DIVERTENDO”
LIBERO: IL DOCUMENTO INTEGRALE DELLE ACCUSE A BERLUSCONI
IL MATTINO: BERLUSCONI: NO AI PM, MI DIVERTO
IL GAZZETTINO: RUBY, SI MUOVE NAPOLITANO.
QUOTIDIANO NAZIONALE: SILVIO IN TRINCEA
GIORNALE DI SICILIA: RUBY, ALTRE ACCUSE. BERLUSCONI: NON MI DIMETTO
AVVENIRE: NAPOLITANO: FARE SUBITO CHIAREZZA
L’UNITÀ: BUNGA BUNKER. NAPOLITANO: IL PAESE È TURBATO
SECOLO D’ITALIA: L’ITALIA È SENZA PAROLE. IL COLLE “TURBATO”, I VESCOVI PREOCCUPATI. MA IL PREMIER RIDE: “MI DIVERTO”
IL RIFORMISTA: CIRCONDATO. BERLUSCONI VACILLA MA NON CROLLA
IL FATTO QUTIDIANO: GIRANO VIDEO E FOTO DEL BUNGA BUNGA. IL COLLE È “TURBATO” E LA CEI DÀ L’ULTIMATUM AL PREMIER
L’OPINIONE: PASSO IN AVANTI. TUTTI GLI DICONO DI FARLO INDIETRO, MA BERLUSCONI NON MOLLA
LIBERAZIONE: STACCHIAMO LA SPINA. BERLUSCONI SE NE DEVE ANDARE
IL MANIFESTO: COLLEBUONE O COLLECATTIVE
EUROPA: NAPOLITANO E CEI: “VADA DAI GIUDICI”. IL PD: “VADA A CASA”
IL FOGLIO: LA RIDOTTA O L’ARMISTIZIO. IL TERZO POLO FA LA SUA OFFERTA: LETTA PREMIER E UN’USCITA ONOREVOLE PER IL CAV. (CHE RIFIUTA). IL PIANO DELLA CHIESA PER COOPTARE
E ORA I TITOLI DI APERTURA DEI RESTANTI QUOTIDIANI:
IL SOLE 24 ORE: TREMONTI: EUROCLUB TECNICO. IL MINISTRO RIDIMENSIONA LA RIUNIONE DEI PAESI A TRIPLA A
Qualche mese fa, dopo una bestemmia del presidente del consiglio Berlusconi alla fine di una sua barzelletta, un esponente della gerarchia cattolica, custode della morale, disse che bisognava “contestualizzare” l’evento.
«La bestemmia va contestualizzata” dichiarava Monsignor Fisichella». «Bisogna sempre in questi momenti saper contestualizzare le cose – proseguiva il presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione – Certamente non bisogna da un lato diminuire la nostra attenzione, quando siamo persone pubbliche, a non venir meno a quello che è il nostro linguaggio e la nostra condizione. D’altra parte credo che in Italia dobbiamo essere capaci di non creare delle burrasche ogni giorno per strumentalizzare
situazioni politiche che hanno già un loro valore piuttosto delicato. Ritengo anche che si debba fare di tutto per evitare il conflitto e dobbiamo quindi guardare a cose più importanti
In sostanza per la struttura del potere della chiesa cattolica una bestemmia in sede pubblica di Berlusconi non era da criticare.
In questi giorni l’accusa è di favoreggiamento della prostituzione minorile e di concussione. Probabilmente anche questi fatti “privati” dell’uomo più pubblico che ci sia andranno “contestualizzati” per l’altissimo prelato della chiesa cattolica?
Paolo Ferrario, 19 gennaio 2011
per memoria ricordo questo accorato messaggio di un parroco di campagna:
Pubblichiamo la lettera che il parroco di Antrosano, don Aldo Antonelli (già parroco di PoggioFilippo) ha inviato al Cardinale Bagnasco dopo le posizioni assunte dalla Chiesa sugli ultimi episodi che sono avvenuti in Italia (25 novembre 2010).
Signor Cardinale,
mi rivolgo a Lei come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana per esprimerle il mio disagio e porle delle domande.
In questi ultimi tempi si è andata ingrossando la valanga di volgarità e di oscenità che già da tempo investe il paese Italia e che sta cancellando, ogni giorno di più, ogni traccia di pudore, senso del limite, coscienza di dignità e che ha imposto un degrado dell’etica pubblica, insomma tutte quelle virtù che con fatica noi parroci cerchiamo di impiantare e tener vive nell’anima dei nostri fedeli.
Da tempo anche i laici più avvertiti lamentano i pericoli di questa deriva, se già nel lontano 2007 Eugenio Scalfari su Repubblica denunciava il pericolo di un andazzo che “vellica gli istinti peggiori che ci sono in tutti gli esseri umani. Impastando insieme illusorie promesse, munificenza, bugie elette a sistema, tentazioni corruttrici, potere mediatico. Una miscela esplosiva, capace di manipolare e modificare in peggio l’antropologia di un intero paese” (Eugenio Scalfari su La Repubblica del 25.11.2007).
Il disagio di fronte a questo stato di cose è ancor più esacerbato dalle cene allegre del segretario di Stato, dalle parole equivoche di Mons. Fisichella e dal silenzio correo di Lei, presidente della CEI.
Soprattutto le parole di contestualizzazione di mons. Fisichella che mirano a giustificare ciò che invece bisognerebbe condannare e i Suoi silenzi prudenziali che tendono a “coprire” ciò che non si può più tacere, appaiono a noi, parroci di periferia, inequivocabilmente immorali e omicidi.
Noi, cui le bestemmie dei violenti fanno meno paura che il silenzio degli onesti.
Cosa altro deve avvenire perché finalmente si oda il Vostro grido e la Vostra condanna? Quale maledizione perché Voi Vescovi finalmente parliate? Il disagio, alla base, è grande.
E in questo disagio si fa strada lo smarrimento, lo sconcerto, la desertificazione degli orizzonti, il dubbio di non essere più all’altezza delle problematiche che la realtà impone. E sorgono delle domande, grosse e gravi come macigni.
Sinteticamente, per non trattenerla oltre il dovuto, ne enumero tre.
1. Circa le parole di mons. Fisichella, le chiedo: ci possono essere situazioni nelle quali la bestemmia diventa lecita? E, nel caso, quali sono? Noi parroci vorremmo conoscerle queste situazioni, individuare questi contesti, anche per risparmiare ai nostri fedeli inutili rimorsi di coscienza….
2. Sempre in tema di “contestualizzazione” le chiedo: perché questa “accortezza cautelativa” è stata usata per Berlusconi mentre è stata accantonata per casi ben più gravi e drammatici come per Welby ed Eluana Englaro? Forse che nell’applicazione della legge morale, anche nella Chiesa esistono corsie preferenziali per l’imperatore ed impraticabili ai comuni mortali?
Ricordo che per i funerali religiosi di Welby, vergognosamente vietati dalla chiesa, fui contattato dai familiari per una benedizione in aperta piazza; declinai l’invito, ricorrendo quel giorno la Domenica della Palme, ma anche per una mancanza di coraggio di cui oggi mi vergogno.
3. Quanto ai suoi silenzi, che sembrano programmati al fine di barattarli con vantaggi corposi circa, per es., il finanziamento delle scuole cattoliche, le chiedo: che differenza c’è tra una prostituta che vende il corpo per danaro ed una chiesa che, sempre per danaro, svende l’anima? Nella mia sensibilità morale una differenza c’è: una donna povera ha comunque il diritto a vivere, mentre la chiesa, per vivere, memore delle parole del suo Maestro, deve pur saper morire.
La crisi economica ha costretto i cittadini a rivedere il proprio modo di fare la spesa, con il risultato, secondo una recente indagine, chei consumi sono tornati ai livelli del 1999. Non tutti, però, giudicano negativamente il cambiamento in atto: acquistare meno, anzi, potrebbe ridurre il numero dei rifiuti in circolazione, una battaglia in cui è impegnata già da diversi anni Last minute market. Nata come spin-off dell’Università di Bologna, la società si prefigge come scopo principale di mettere in contatto i produttori alimentari, alle prese con la costante necessità di smaltire le scorte invendute, con i soggetti che potrebbero averne bisogno …..
Il servizio sociale è costantemente influenzato dai fenomeni emergenti nel contesto sociale, dai cambiamenti in atto nel sistema di welfare e dalle nuove prospettive teoriche e metodologiche delle scienze sociali.
È importante, quindi, riflettere su quali siano oggi gli aspetti più significativi del cambiamento profondo che sta investendo il contesto operativo del servizio sociale per capire come vi si possa far fronte e quali strumenti concettuali e operativi possano essere più adeguati, anche sulla scorta di esperienze in atto in altri paesi.
La relazione di aiuto, l’approccio tridimensionale, la continua sinergia fra teoria e pratica possono rappresentare ancora degli orientamenti di fondo per l’operatività del servizio sociale? I nuovi approcci teorici verso i quali sembrano orientarsi le scienze sociali possono costituire un fondamento valido anche per il servizio sociale come disciplina?
Sono questi gli interrogativi ai quali intende rispondere il presente volume, pensato come strumento di analisi e di approfondimento per gli studenti di Servizio sociale ma anche per coloro che quotidianamente si trovano di fronte alle esigenze di una società in cambiamento.
Il governo percorra ”tutte le strade consentite sul piano giudiziario” per poter assicurare Cesare Battisti alla giustizia italiana. Lo chiede una mozione unitaria frutto dell’intesa tra i gruppi di maggioranza e opposizione che hanno discusso stamane nell’Aula del Senato della mancata estradizione dal Brasile dell’ex terrorista dei Pac. La mozione impegna appunto il governo ad utilizzare ogni mezzo previsto dall’ordinamento giuridico del Brasile per impugnare la decisione di Brasilia.
La gioventù manifesta segni di disagio sempre più vistosi. Proteste e ribellioni si alternano a ondate di violenza urbana. In Europa e oltre. Lo ha scritto Bernardo Valli nei giorni scorsi su queste pagine, per spiegare il crollo del regime in Tunisia. «le rivolte giovanili -ha scritto Valli- sono potenti detonatori che possono imporre svolte politiche». Anche, se le tensioni espresse dai giovani non rivelano tematiche comuni, espresse da componenti specifiche. Disegnano, invece, una scena composita. Più che un movimento indicano, forse, una «sindrome». Un malessere che presenta sintomi diversi di origine diversa. Con un volto comune, riconoscibile dall´età. Giovane, talora giovanissima.
Gli episodi che compongono la “sindrome giovanile” sono numerosi ed eterogenei. Per contesto, contenuto, modello di azione. Ne isoliamo alcuni, particolarmente noti.
Ci sono, anzitutto, le rivolte studentesche. Si susseguono in diversi paesi europei, con vampate improvvise. In Grecia: nel 2008, dopo la morte di un ragazzo in seguito a scontri con la polizia. Negli scorsi mesi, dopo la manovra del governo per rispondere alla crisi economica e finanziaria. Adeguandosi alle condizioni imposte dalla Ue. In Inghilterra, il mese scorso, dopo la decisione del governo di aumentare le rette nelle università, è esplosa una vera guerriglia. Decine di migliaia di studenti, fiancheggiati dai genitori, hanno trasformato gli spazi intorno alla Camera dei Comuni e a Westminster in un campo di battaglia. In Francia è da anni che gli studenti manifestano. Nel 2006: contro la legge che istituiva il «contratto di primo impiego». Nello scorso autunno: contro la riforma che eleva l´età della pensione. Si sono mobilitati in massa, in tutta la Francia. La protesta degli studenti ha investito anche la Spagna, a sostegno degli scioperi proclamati dai lavoratori contro lo stato miserevole del mercato del lavoro e i tagli della spesa sociale.
In questa chiave vanno considerate anche le manifestazioni che si sono svolte in Italia, nello scorso autunno, contro la riforma Gelmini. Promosse da studenti e ricercatori.
Ma la sindrome giovanile non ha interessato solo le scuole e gli studenti. La contrassegnano anche le rivolte che hanno incendiato (letteralmente) le banlieue di Parigi nel 2005 – e in seguito. Protagonisti: non studenti, ma adolescenti «marginali» di origine africana e maghrebina.
Infine, va considerato anche ciò che sta avvenendo in Tunisia. Dove il regime guidato da Ben Ali è crollato all´improvviso, sotto la spinta di una rivolta che ha ragioni sociali, economiche e politiche profonde. Innescata dal gesto disperato di un giovane di 26 anni, Mohammed Bouaziz, laureato in economia, ambulante occasionale. Si è dato fuoco per protestare contro il sequestro del suo banchetto di frutta e verdura. E i giovani, gli studenti costituiscono una parte importante, forse maggioritaria, della mobilitazione che si è propagata nel paese. Contagiando la vicina Algeria, trascinata, anche lì, dai giovani.
Contesti diversi, motivi diversi, obiettivi diversi. Una comune connotazione generazionale. Marcata da problemi comuni.
La disoccupazione, anzitutto. Colpisce il 40% dei giovani (15-24 anni) in Spagna, il 20% nella zona di Parigi, il 25% in quella di Londra. E il 29% in Italia, ma 10 punti percentuali in più nel Mezzogiorno. In Tunisia – rammentava ancora Bernardo Valli – il 72% dei disoccupati ha meno di 29 anni. In Marocco: il 62%. In Algeria: il 75%. Dovunque, per i giovani, è divenuta normale la precarietà. In Italia, più di 2 milioni di giovani non studiano e non lavorano (dati Istat). Stanno lì, ai margini, ad attendere che qualcosa succeda. E intanto fanno lavori e lavoretti informali, oltre che temporanei. Si dice, con un po´ di retorica, che i giovani sono vittime di un «furto del futuro». Vero, ma non basta. Occorre aggiungere che il loro futuro è pesantemente consumato dal presente. La disoccupazione e la precarietà di oggi: appaiono senza fine. In-finite. Peraltro, la società, la politica, gli adulti: non offrono più modelli, né riferimenti. I sistemi di valore, le organizzazioni di rappresentanza politica, per primi i partiti. Sono in crisi. Prevalgono, invece, le logiche del marketing, dei media. Che schiacciano l´orizzonte sul presente. Anzi, sul “quotidiano”. Così si affermano sentimenti di sfiducia e delusione. Oppure, all´opposto, si diffondono le proposte fondamentaliste. Perché danno significato al malessere, alla protesta. Ma anche alla domanda di identità e di riconoscimento.
A questa sindrome contribuisce l´insofferenza verso la riduzione dell´intervento pubblico, in particolare – ma non solo – nella scuola e nell´università. I giovani temono il declino dello Stato previdenziale e provvidenziale – e, dunque, l´indebolirsi – ulteriore -delle garanzie per il “loro” futuro. Difficile spiegare loro che i tagli e le riforme servono a rimediare ai danni prodotti dai più anziani. Difficile chiedere loro di farsi carico della competizione globale. Di pensare in chiave futura, se il futuro – per loro – non esiste più. È stato abolito. Da qui la differenza da altre, precedenti, ondate di protesta. Il Sessantotto, in particolare. Era un movimento anti-autoritario. Progettuale. Oggi invece la protesta giovanile riflette uno stato di necessità. Anche in Italia, dove solo il 10% della popolazione ha tra 15 e 24 anni (in Tunisia è il 25%). La loro protesta è una forma di legittima difesa. Serve a rivelare al mondo che esistono. D´altronde, i giovani italiani sono largamente a-ideologici. Comunque, più a destra dei loro genitori (socializzati intorno al Sessantotto). Non credono nei partiti e neanche nel Parlamento. Sono presidenzialisti. D´altronde, sono cresciuti nell´era di B., della Lega e dei partiti personali. Comunisti e democristiani, per loro, sono parole in-significanti. Quando sono nati, il muro di Berlino era già caduto. Oppure era lì lì per crollare. Sono i ragazzi della Seconda Repubblica. Una generazione im-mediata. Ancora poco auto-consapevole. Non crede alle mediazioni ed è abituata a fare i conti con il presente immediato. Questi giovani, sono reattivi, pronti a sperimentare vecchie e nuove forme di partecipazione. Le loro famiglie: li tutelano, ma, al tempo stesso, li mantengono in libertà vigilata. Una condizione – in apparenza – comoda. In realtà, frustrante e sempre più difficile da sopportare. A (da) cui i giovani sperano di (s)fuggire. Prima o poi esploderanno anche loro.
1. Di che cosa è accusato Berlusconi?
I reati ipotizzati sono due. Il primo è la violazione della legge numero 38 del 2006: «Chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 5.164».
Non dunque “favoreggiamento” né “sfruttamento” della prostituzione minorile, come alcuni giornali hanno scritto, ma semplicemente atti sessuali “prezzolati” con minori. Si tratta di una legge bipartisan, voluta quindi anche dai berlusconiani, che al tempo della sua approvazione erano maggioranza di governo. In particolare, l’articolo in questione fu rivendicato durante la discussione parlamentare, il 3 maggio 2005, dall’allora ministro per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo: «Particolarmente significativo è l’articolo 1 che prevede l’incriminazione di colui che compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i 14 e i 18 anni in cambio di danaro o di altra utilità economica. Si tratta di una disposizione contenuta originariamente in un altro disegno di legge governativo, quello contenente misure contro la prostituzione, che ha costituito oggetto di un emendamento governativo al presente provvedimento».
Il secondo reato di cui è accusato Berlusconi è concussione, articolo 317 del codice penale nella sua formulazione approvata con la legge 26 aprile 1990: «Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità e dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni».
Nel caso dell’inchiesta in questione, si riferisce alla telefonata alla Questura di Milano del 27 maggio scorso con cui, secondo l’accusa, la polizia sarebbe stata indotta a liberare Ruby prima che fosse conclusa la procedura di identificazione e ad affidarla immediatamente a un “delegato” di Berlusconi (Nicole Minetti) in contrasto con quanto stabilito dal giudice dei minori che ne aveva stabilimento l’inserimento in una comunità.
La concussione contestata sarebbe “per induzione” e non “per costrizione”: Berlusconi non avrebbe ordinato formalmente di rilasciare la minore e di affidarla alla Minetti ma avrebbe fatto leva sul proprio ruolo e sulla propria qualità di Presidente del consiglio per influenzare indebitamente le forze dell’ordine, anche mentendo sull’identità della ragazza («è la nipote di Mubarak»).
2. Su che cosa si basa l’accusa?
Le circa 300 pagine scritte dai tre Pm che conducono l’indagine (Boccassini, Forno e Sangermano) sono, nella loro interezza, a disposizione soltanto della procura stessa e della difesa del premier.
la Cgil di Susanna Camusso ha scritto alla Cisl di Raffaele Bonanni e alla Uil di Luigi Angeletti.
LA MISSIVA – Nella lettera, una proposta su rappresentanza e democrazia sindacale, più la disponibilità a un incontro per far partire il confronto e la discussione. Ma, dalla Cisl, è arrivato un no: il sindacato di Bonanni ha bocciato una proposta che, si legge nella nota di risposta, «sembra più mirata alla soluzione di un problema interno di organizzazione che a trovare una base proficua per un accordo interconfederale, di cui la Cisl conferma la opportunità ed urgenza». Al centro del «no», il capitolo con cui la Cgil chiede di alzare sopra il 51% la maggioranza necessaria per rendere valida la firma di un accordo sindacale nelle vertenze più calde.
A tutti coloro che sono venuti in contatto con la malattia di Alzheimer, a tutti coloro che ne hanno solo sentito parlare e si fanno molte domande, a tutti quelli che forse ne allontanano anche solo il pensiero…
A tutti un caldo invito ad assistere a “Pagine strappate”.
Risorse finanziarie assegnate al Fondo per le non autosufficienze
Nella G.U. n. 8 del 12/1/2011 e’ pubblicato il decreto 4 ottobre 2010 recante: Ripartizione delle risorse finanziarie assegnate al Fondo per le non autosufficienze
Come era prevedibile, un minuto dopo la vittoria dei sì nel referendum di Mirafiori, si erano già formati due partiti, entrambi convinti di aver vinto: i sostenitori del sì, contenti di averla spuntata (54% di sì), e quelli del no, contenti di essere stati sconfitti di misura (fra gli operai il sì è prevalso per appena 9 voti).
Ma è inutile chiedersi a questo punto che cosa sarebbe stato meglio, se una vittoria dei sì o una vittoria dei no (io ho tifato per il sì, ma è del tutto irrilevante). Quel che è importante adesso è fare i conti con la realtà, e la realtà è che i sì hanno vinto, e Marchionne dovrà mantenere l’impegno a investire su Mirafiori. L’interesse comune è che l’investimento si faccia, e dia i suoi frutti anche in termini di occupazione e di salari. Possibilmente, che inneschi un circolo virtuoso, aiutando l’Italia ad uscire da un decennio di stagnazione. E allora una cosa è bene dirla subito, in modo chiaro e forte: a questo punto sono gli altri, tutti gli altri, a dover fare la loro parte. Perché Marchionne la sua l’ha fatta. I sindacati anche (con la sola eccezione della Fiom). E, più di tutti, la loro parte l’hanno fatta gli operai e gli impiegati di Mirafiori, che hanno preso su di sé la responsabilità di una decisione difficile.
Andando a votare in massa, e a maggioranza hanno accettato la sfida.
È il resto del Paese, e innanzitutto la sua classe dirigente, che la sua parte non l’ha ancora fatta, o non l’ha fatta abbastanza. Ed è fondamentale che la faccia ora, per non vanificare né la scommessa della Fiat, né le speranze dei lavoratori che hanno votato sì. Perché il problema dell’Italia è di tornare a crescere, ma l’ostacolo che l’accordo Fiat si ripromette di rimuovere è solo uno dei quattro grandi ostacoli che, da ormai molti anni, ostruiscono il nostro cammino, scoraggiando imprenditorialità e investimenti. Marchionne ha agito sui turni, sulla pause, sugli straordinari, sull’assenteismo, sulle regole della conflittualità perché quelle cose si possono regolare con i contratti, indipendentemente da quanto pensano e decidono tutti gli altri soggetti in campo. Ma le relazioni industriali sono solo uno degli ostacoli, che non scalfisce l’enorme potere frenante degli altri tre. Quali sono gli altri tre? Il più importante, a mio parere, è costituito dai costi delle imprese. Sui bilanci delle imprese italiane, e quindi sulla loro competitività, gravano troppo tre voci di costo: il prezzo dell’energia, l’aliquota societaria (Ires e Irap), le tasse sul lavoro (contributi sociali e Irpef). E tutti e tre, anche i costi dell’energia, dipendono da un’imposizione fiscale eccessiva. È ora che gli sbandieratissimi successi della lotta all’evasione fiscale siano dirottati, almeno in parte, ad alleggerire la pressione sui ceti produttivi.
Il secondo ostacolo sono gli adempimenti burocratici, ossia scadenze continue, versamenti, certificazioni, scritture. Lo sanno i nostri politici che molte imprese italiane stanno delocalizzando non in Cina, non in Serbia, non in Romania ma in Svizzera (dove i salari non sono certo più bassi che da noi), perché quel governo promette tasse leggere per 5 o 10 anni, tariffe speciali per l’affitto dei terreni ma, soprattutto, garantisce di accollarsi interamente – e rapidamente: in 3 mesi – gli oneri burocratici connessi all’insediamento di un’impresa straniera su territorio elvetico? Dov’erano i nostri fautori di una rivoluzione liberale quando, giusto pochi mesi fa, il nostro governo varava una legge che obbliga tutte le imprese (anche piccole e piccolissime) a oneri di certificazione dello «stress lavoro-correlato», l’ennesimo adempimento che costerà tempo, denaro (e stress!), senza poter incidere né sulle situazioni in cui lo stress c’è davvero ma è ineliminabile, come alla catena di montaggio, né su quelle in cui il problema sono gli incidenti mortali, come in edilizia?
E infine, terzo ostacolo fondamentale, la giustizia, la sua inefficienza, la sua lentezza, la sua farraginosità, la sua incertezza. Quanti anni ci vogliono per un fallimento? Quanto costa, in tempo, denaro e arrabbiature, far valere le proprie ragioni in una causa civile? Quanta incertezza, nelle cause di lavoro, è connessa al potere discrezionale dei giudici? Quanti anni sono necessari per recuperare un credito? E quanti per far rispettare un contratto? Non per nulla l’Italia è in coda in tutte le classifiche internazionali che valutano competitività, libertà economica, e più in generale le condizioni per attrarre investimenti. Non per nulla siamo agli ultimi posti negli investimenti diretti esteri (Ide), un chiaro segnale che ci vuole molto coraggio per scegliere di produrre in Italia. Non per nulla i nostri giovani che possono permetterselo, perché hanno studiato più degli altri e hanno una famiglia agiata alle spalle, stanno prendendo sempre più la via dell’estero.
L’accordo Fiat ha richiamato, giustamente, l’attenzione di noi tutti sull’arretratezza delle relazioni industriali in Italia. La maggioranza dei lavoratori ha accettato l’accordo, ha raccolto la sfida, ha puntato sul futuro. Ora si tratta di non lasciarli soli. E il modo migliore per farlo è che chi ha le redini del Paese si decida, finalmente, a fare le altre cose che vanno fatte. A partire da quelle che sono necessarie, assolutamente necessarie, se vogliamo aiutare chi lavora e chi produce a interrompere il declino del nostro Paese.
Se fossimo un Paese normale, non ci sarebbe niente di strano o di male nel fatto che ci siano alcuni di noi che si pronunciano a favore del “no” al referendum di Mirafiori e altri che si pronunciano a favore del “sì”. Si tratta del “sì” e del “no” a un accordo sindacale; e in un Paese normale un partito come il nostro che ha tra i suoi principi fondamentali il rispetto dell’autonomia del sindacato si guarderebbe bene dall’interferire nelle scelte relative alla stipulazione di un contratto collettivo. In quel Paese normale ci sarebbe, tra i lavoratori aderenti al Partito democratico, una parte che, considerate meno gravi le ombre nell’accordo e nel piano rispetto al buio pesto in cui ci si troverebbe altrimenti, e ritenendo che tutto sommato Sergio Marchionne fin qui abbia dato buona prova di sé come imprenditore, decide di votare “sì”; un’altra parte che invece decide di votare “no”, ritenendo che i sacrifici superino i benefici, oppure ritenendo inaffidabile un imprenditore che preannuncia “festeggiamenti a Detroit” in caso di bocciatura dell’accordo, oppure ancora ritenendo incompatibili con un’equa ripartizione dei frutti della scommessa comune i compensi milionari che l’Amministratore delegato riserva personalmente a sé stesso anche in riferimento a risultati aziendali di breve termine. Entrambe le scelte sono pienamente ragionevoli; e dovrebbe essere ovvio il pieno diritto di cittadinanza, in un Partito democratico rispettoso dell’autonomia della sfera sindacale, per i sostenitori dell’una come per i sostenitori dell’altra. Il fatto che, invece, il “sì” e il “no” di Mirafiori assumano una valenza politica tale da costringerci a discuterne in questa sede è l’effetto di una circostanza gravissima che caratterizza oggi il nostro Paese: la sua drammatica chiusura agli investimenti stranieri.
Il problema è questo: da quindici anni, nonostante il nostro ingresso nel sistema dell’euro,nessuna altra grande multinazionale è venuta a investire in casa nostra. Con la conseguenza che oggi, di fronte all’aut aut dell’Amministratore delegato della Fiat, i lavoratori sono totalmente privi di alternative. Questo essendo il problema, ciò su cui il Pd deve pronunciarsi in modo chiaro e netto non è tanto il “sì” o il “no” al piano industriale di Marchionne, quanto la diagnosi circa questa malattia mortale del Paese e la terapia necessaria per guarirla. Insomma, credo che dobbiamo porre al centro della nostra riflessione non Marchionne e il suo piano per la Fiat, ma gli altri 29 Marchionne di cui nessuno parla (poi vi dico perché proprio 29): tutte le grandi multinazionali che potrebbero investire nel nostro Paese e non lo fanno. Vorrei proporvi di discutere delle questioni sollevate dalla vicenda Fiat come se la vicenda Fiat fosse già risolta, in un senso o nell’altro, o non si fosse mai posta. Del problema dell’incapacità del nostro Paese di attirare investimenti stranieri noi dovremmo discutere comunque, … etsi Marchionne non daretur.
La questione è di vitale importanza, perché, per un verso, l’Italia nei prossimi cinque anni deve trovare almeno 40 miliardi ogni anno per adempiere l’obbligo comunitario di ridurre drasticamente il proprio debito pubblico. Sarà un miracolo riuscire a trovarli, attingendo in modo equilibrato a riduzioni di spesa, dismissioni di patrimonio pubblico e – forse – anche un’imposta patrimoniale straordinaria; ma il rischio gravissimo sarà di strangolare, con questa manovra, la nostra economia. Per altro verso, l’unica fonte di risorse per rilanciare lo sviluppo economico del Paese può essere costituita dall’apertura agli investimenti stranieri. Su questo terreno i dati disponibili ci mostrano l’Italia penultima della classe in Europa, per capacità di intercettare gli investimenti nel mercato globale dei capitali (dietro di noi c’è solo la Grecia); e gli stessi dati ci dicono che, se in quella graduatoria l’Italia riuscisse a recuperare il distacco che la separa da un Paese europeo mediano, come l’Olanda, questo le consentirebbe di avere ogni anno un maggior flusso di investimenti stranieri pari al 3,6 per cento del suo Pil: cioè pari a quasi 60 miliardi all’anno (ecco perché parlo degli altri 29 Marchionne: se lui ci propone, per i prossimi dieci anni, 2 miliardi di investimento ogni anno, dobbiamo porci il problema degli altri 29 investimenti analoghi a questo che restano ogni anno fuori dal nostro Paese e che dovremmo invece essere capaci di tirare in casa nostra).
Fino a un anno fa, a chi avvertiva che un contributo determinante alla chiusura dell’Italia è dato dal nostro sistema vischioso e inconcludente delle relazioni industriali, la risposta usuale era quella “benaltrista”: le “vere cause” della chiusura sono i difetti di funzionamento delle amministrazioni pubbliche e delle infrastrutture, i servizi alle imprese troppo cari per mancanza di concorrenza nei rispettivi mercati, la criminalità organizzata. In questa risposta c’era e c’è sicuramente molto di vero. Ora, però, la vicenda Fiat ci dice una cosa diversa: Marchionne non indica come questione cruciale da risolvere per dar corso al suo piano industriale né la nostra burocrazia pubblica, né le nostre infrastrutture difettose, né la criminalità diffusa, bensì essenzialmente la questione dell’effettività ed efficacia del contratto aziendale nei confronti di tutti i lavoratori interessati, in un ordinamento come il nostro che questa effettività ed efficacia oggi non è in grado di assicurare. Non è in grado di assicurarle per due gravi lacune delle regole: in materia di rapporti tra contratti collettivi nazionali e aziendali – la questione dei requisiti e dei limiti per la derogabilità del contratto collettivo nazionale ‑ e in materia di efficacia della clausola di tregua, cioè dell’impegno a non scioperare contro il contratto.
Ancora oggi sono in molti ad affannarsi a dire che i veri ostacoli agli investimenti stranieri sono tutt’altri; ci saranno certamente anche gli altri, ma nel caso Fiat la questione critica è questa: un sistema delle relazioni industriali vischioso e inconcludente, nel quale è difficile negoziare un piano industriale che si discosti dal modello-standard delineato (magari quarant’anni fa) dal contratto collettivo nazionale di settore; e anche quando si è riusciti a negoziarlo non si è affatto sicuri che esso possa davvero funzionare. Ed è molto ragionevole ritenere che questi stessi ostacoli, magari in modo meno evidente di quanto si osserva nel caso Fiat, svolgano un ruolo importante anche nel chiudere l’Italia ai piani industriali di altre grandi multinazionali che potrebbero altrimenti essere interessate a investire da noi.
È dunque di vitale importanza che noi affrontiamo questa questione, non tanto per i due miliardi di investimenti all’anno per 10 anni che ci propone Marchionne, ma per recuperare alla crescita del Paese quei 60 miliardi di investimenti che ogni anno mancano all’appello e che invece potremmo tirare in casa nostra se il nostro Paese funzionasse (non dico come la Finlandia o la Gran Bretagna, ma anche soltanto) come l’Olanda. Investimenti che ci porterebbero non soltanto domanda di lavoro aggiuntiva, con il conseguente aumento delle retribuzioni, ma anche innovazione tecnologica e organizzativa, che significa aumento di produttività, la quale è a sua volta la condizione essenziale per un ulteriore miglioramento delle condizioni di lavoro.
Dovrebbero essere per primi i sindacati a occuparsi del recupero di questo flusso di investimenti a cui noi oggi sistematicamente ci chiudiamo: perché per i lavoratori non c’è protezione più efficace – né di fonte legislativa, né di fonte collettiva – di quella che è data da un mercato del lavoro che offre a tutti un’ampia possibilità di scelta tra aziende diverse, quindi la possibilità di sbattere la porta in faccia al datore di lavoro che ti tratta male, o meno bene di altri, avendo a disposizione molte alternative.
Entro domani, in un modo o nell’altro la vicenda Fiat verrà decisa dal referendum di Mirafiori; ma quest’altra questione trenta volte più importante resterà apertissima. E su questo terreno – molto più che sul “sì” o sul “no” a Mirafiori – il Pd non può esimersi dal dire chiaro ciò che pensa e ciò che propone. Fino a oggi non lo ha fatto con la chiarezza e la tempestività che sarebbero state necessarie.
Il Pd deve dire ciò che pensa, innanzitutto, circa il rapporto tra contratto nazionale e contratti aziendali nello stesso settore. Su questo tema difficile e delicato abbiamo assistito negli ultimi mesi a un vero e proprio fuoco di sbarramento da quella parte del movimento sindacale e della sinistra politica che vede nella regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale una garanzia di protezione dei “diritti fondamentali” dei lavoratori. La difesa dei “diritti fondamentali” è stata invocata anche in riferimento specifico agli accordi di Pomigliano e di Mirafiori; ma, a ben vedere, il motivo vero dell’opposizione a quegli accordi non è costituito dal contenuto delle deroghe in essi contenute al contratto collettivo nazionale: ciò che preoccupa la sinistra sindacale e politica è che con l’ammettere la derogabilità del contratto nazionale ci si collochi su di un piano inclinato, dove “si sa dove si comincia ma non si sa dove si va a finire”. Noi, però, sappiamo benissimo dove l’Italia va a finire se resta ferma, se non ricomincia a crescere; sappiamo anche che per tornare a crescere occorre che il nostro Paese si apra all’innovazione nel processo produttivo; e che l’innovazione – direi quasi “per definizione” – non si presenta quasi mai come fenomeno che investe un intero settore produttivo, bensì come esperimento che interessa una singola azienda e solo in un secondo tempo si estende alle altre. Se dunque, in materia di organizzazione del lavoro, struttura delle retribuzioni, distribuzione degli orari, inquadramento professionale, conserviamo la vecchia regola di rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale di settore, il risultato è una chiusura del sistema all’innovazione in tutti questi campi. Certo, non c’è soltanto l’innovazione buona: c’è anche quella cattiva; ma non possiamo, per paura dell’innovazione cattiva chiuderci anche a quella buona. E per aprirci all’innovazione buona abbiamo bisogno di un sindacato che sappia operare come intelligenza collettiva dei lavoratori nella valutazione dei piani industriali e, se la valutazione è positiva, sappia guidare i lavoratori nella scommessa comune con gli imprenditori su quei piani. A questa idea di sindacato si ispira la riforma del diritto sindacale proposta nel disegno di legge n. 1872 presentato da 55 senatori democratici nel 2009 – ben prima che si aprisse la vertenza Fiat – e che, credo, dobbiamo tutti oggi sostenere con grande determinazione. Non per imporre il modello del “sindacato della scommessa” rispetto a quello tradizionale del “sindacato dei diritti”, ma per garantire la possibilità di un confronto aperto e fluido tra i due modelli; per garantire ai lavoratori una reale possibilità di scelta tra di essi, nelle diverse circostanze e in considerazione della diversa qualità dei piani industriali che vengono loro proposti, nonché della diversa qualità degli imprenditori che li propongono.
Il Pd deve dire chiaramente ciò che pensa, poi, sulla questione che Susanna Camusso ha indicato con l’espressione un po’ sindacalese “esigibilità del contratto”, ma che è più chiaro indicare con l’espressione validità ed efficacia della clausola di tregua, cioè dell’impegno contenuto nell’accordo sindacale a non scioperare contro l’accordo stesso finché esso è in vigore. Oggi in quasi tutti i Paesi dell’occidente industrializzato è pacifico che la clausola di tregua contenuta in un contratto collettivo vincoli tutti i lavoratori cui il contratto stesso si applica. Da noi questa regola è stata introdotta, vent’anni fa, soltanto in riferimento ai servizi pubblici essenziali, mentre per tutti gli altri settori su questa materia è rimasta una lacuna legislativa; ora la vicenda Fiat mostra come sia necessario che questa lacuna venga colmata, perché sia garantita l’effettività dei contratti collettivi. Non soltanto nell’interesse dell’impresa, ma anche nell’interesse dello stesso sindacato e dei lavoratori che esso rappresenta: perché un sindacato che al tavolo delle trattative non può spendere la moneta di scambio di un impegno credibile di tregua è un sindacato privo di potere contrattuale.
La nostra iniziativa per un sistema delle relazioni industriali più aperto ed efficiente deve dunque indicare tra i suoi punti fondamentali la riforma non solo delle regole in materia di rappresentanza nei luoghi di lavoro, ma anche delle regole sulla contrattazione collettiva, ivi compresa la materia della clausola di tregua, perché ne risultino definiti in modo chiaro sia il diritto della coalizione sindacale maggioritaria a negoziare contratti con efficacia vincolante nei confronti di tutti i lavoratori interessati, sia il diritto del sindacato minoritario alla rappresentanza riconosciuta in azienda, anche quando esso ritenga di non dover sottoscrivere il contratto.
Il Pd deve, infine, mobilitarsi con decisione per l’ampliamento degli spazi dipartecipazione dei lavoratori nell’impresa. Va ribadito in proposito che la sede ideale per la partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche è l’accordo aziendale sul piano industriale; ma questo non toglie che sia necessario un intervento legislativo per consentire e potenziare tutte le altre possibili forme di trasparenza della gestione, di informazione e controllo sull’andamento della scommessa comune tra lavoratori e imprenditore. A questo tende il disegno di legge sulla “partecipazione” alla cui elaborazione abbiamo dato un contributo decisivo in seno alla Commissione Lavoro del Senato, raggiungendo in proposito anche un accordo con la maggioranza, ma che ciononostante giace ormai da un anno e mezzo, bloccato dal veto del ministro del Lavoro.
Su questi temi, che sono oggetto di un importante documento sulla riforma delle relazioni industriali pubblicato il 29 dicembre scorso da parlamentari di tutte le aree del Pd, mi sembra che l’elaborazione e il dibattito di questi ultimi due anni abbiano creato le condizioni per una convergenza di tutto il Partito democratico: è ora che questa convergenza si traduca in una forte iniziativa politica, nel Paese e in Parlamento.