prosegue la lotta della Task Force per la tutela degli animali d’affezione

 prosegue la lotta della Task Force per la tutela degli animali d’affezione, la lotta al randagismo e ai canili lager voluta dal sottosegretario alla Salute, che ricorda come l’abbandono dei cani oltre a essere un’ignobile piaga è un reato penale. Per questo è partita la Campagna di Comunicazione del ministero dal titolo “Chi abbandona un cane lo condanna”. 


WOL welfare online numero 3 – 2011

nuovo numero di WOL, scaricabile cliccando sul link sotto riportato. I numeri precedenti sono disponibili nella sezione Rivista WOL.

WOL – Numero 3 Anno VII


In questo numero:

• “Rapporto su enti locali e terzo settore” di Francesco Montemurro – pag. 2
• “La lotta alla povertà e all’esclusione sociale: un impegno per l’UE e per gli Stati membri. Sintesi ragionata” di Giovanni Bartoli e Giuditta Occhiocupo – pag. 5
• “Uguaglianza del lavoro: una sfida continua” di Zaira Bassetti – pag. 8

Le ! nostre r ubriche:
• “Cineforum” a cura di Matteo Domenico Recine – pag. 7
• “LibrInMente” a cura di Silvia Spatari – pag. 11


Marco Presta e la vecchiaia… del maschio italiano! , articolo e intervista di Alessandra Cicalini, Muoversi Insieme – il Blogzine di Stannah

Marco Presta e la vecchiaia… del maschio italiano! 

È inutile cercare Marco Presta nel protagonista del suo romanzo Un calcio in bocca fa miracoli (a sinistra, la copertina del libro). Il popolare conduttore radiofonico, voce insostituibile, con quella di Antonello Dose, del Ruggito del Coniglio su Radiodue dai lontani anni Novanta, non nega, com’è ovvio, che c’è anche un po’ di lui nel bisbetico ultrasettantenne romano; ma c’è anche qualcosa di suo nonno, noto ladro compulsivo di penne come il suo personaggio, e, guarda un po’, anche di Enrico Vaime.    

segue qui:  —>

Muoversi Insieme – il Blogzine di Stannah.


Starla, il montascale per gli amanti del legno!, Stannah montascale

Benvenuta Starla, il montascale per gli amanti del legno!
La famiglia Stannah si allarga! Proprio nei giorni scorsi, infatti, abbiamo presentato Starla, il montascale che unisce la qualità e la sicurezza dei nostri prodotti a un design ricercato e personalizzato.La nuova poltroncina sarà particolarmente apprezzata dagli amanti del legno. Infatti, la sua particolarità consiste nel poter scegliere il modello con l’elegante profilo dello schienale in legno chiaro o scuro. Questo, assieme alla vasta gamma di colori (verde, rosso, beige, crema, testa di moro) e materiali disponibili, rende Starla gradevole alla vista e gli consente di adattarsi e armonizzarsi ancora di più con l’ambiente e l’arredamento.  >>


Newsletter S.O.S. Servizi Sociali On Line n. 24 del 14.6.2011 – pamalteo@gmail.com – Gmail


Pensioni: la “gamba” dei fondi integrativi

Fino a prima degli anni Novanta un sessantenne che andava in pensione con 40 anni di contributi da lavoro dipendente poteva contare su un assegno mensile pari al 77% dell’ultimo stipendio. Per un suo omologo del 2035 sarà invece del 58%, una quota che scenderebbe al 42% nel caso limite in cui fosse rimasto sempre precario. La “conversione” media (cioè il valore della pensione rispetto all’ultimo stipendio) dovrebbe comunque stabilizzarsi a qualcosa di più del 50% (dati calcolati dall’economista Felice Roberto Pizzuti nel Rapporto sullo Stato sociale 2011).

vai a: VoceArancio » Blog Archive » Pensione, chi gioca d’anticipo vince.


Fondazione Emanuela Zancan, newsletter del mese di giugno

newsletter del mese di giugno della Fondazione Emanuela Zancan 

I numeri precedenti sono visibili all’indirizzo http://www.fondazionezancan.it/newsletters.
Cordiali saluti.

Ingrid Berto


Camera, oggi inizia l’esame in aula del decreto legge Sviluppo

 

Dopo l’esame in sede referente da parte delle Commissioni riunite V (Bilancio, tesoro e programmazione) e VI (Finanze), oggi il decreto legge Sviluppo approda in aula a Montecitorio.

Si tratta del disegno di legge n. 4357 – Conversione in legge del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, concernente Semestre Europeo – Prime disposizioni urgenti per l’economia, che sarà infine approvato con voto di fiducia (giovedì è prevista la richiesta).

Il disegno di legge approderà poi al Senato, per l’approvazione definitiva, che dovrà avvenire entro il 12 luglio (data di scadenza dei sessanta giorni di validità del decreto legge).

Camera, oggi inizia l’esame in aula del decreto legge Sviluppo, 70/2011.


“I dati sono chiarissimi. Il quorum è stato superato in 102 province su 110. [...] E sono ancora una volta, dopo le amministrative, il Nord e il Centro a penalizzare più chiaramente la maggioranza di centro-destra”, Roberto D’Alimonte su Il Sole 24 Ore

Roberto D’Alimonte, sulle pagine de Il Sole 24 Ore, commenta i risultati del referendum 2011:

  • “I dati sono chiarissimi. Il quorum è stato superato in 102 province su 110. [...] E sono ancora una volta, dopo le amministrative, il Nord e il Centro a penalizzare più chiaramente la maggioranza di centro-destra”.

vai all’articolo:  DAlimonteRef2011

Schiaffo-bis dal Nord – Roberto D’Alimonte su Il Sole 24 Ore – Ufficio Stampa – LUISS Guido Carli.


sì schiacciante a tutti i referendum quali effetti politici avrà nell’’immediato? di Giorgio Dell’Arti

Il quorum è stato raggiunto, i sì hanno vinto con percentuali bulgare, è escluso che l’Italia possa in futuro dotarsi di impianti nucleari o che possa cedere a privati la gestione di acquedotti e rubinetti o che sia consentito al presidente del Consiglio e ai suoi ministri di opporre a un tribunale la norma — abrogata per sempre— del cosiddetto «legittimo impedimento» , cioè la possibilità di giustificare con impegni dipendenti dal loro incarico l’assenza nell’aula di un processo. Erano 16 anni che un referendum non raccoglieva un numero di voti sufficiente a far scattare l’abrogazione, come si sa ormai universalmente il 50%+1 degli aventi diritto. 

Prima di tutto completiamo il quadro con le cifre. 
Ha votato il 57%degli aventi diritto, percentuale che diminuisce di qualche decimo di punto (56,6) se si considera il voto degli italiani all’estero. Il voto degli italiani all’estero, qualunque sia la sentenza della Cassazione, non può comunque in nessun caso modificare i risultati. In tutte e quattro le consultazioni i «sì» hanno ottenuto il 95%dei voti. Il maggior numero di «sì» è andato al secondo quesito sull’acqua, quello relativo ai profitti (96,2%). Il minor numero di «sì» al referendum sull’energia nucleare (94,6). Affluenza più alta al Nord che al Sud, dettaglio che può indurre qualche ulteriore riflessione nella Lega, anche se, storicamente, è sempre stato così.
Come mai stavolta s’è raggiunto il quorum? Il referendum sembrava un attrezzo democratico completamente fuori moda. 
Due ragioni, secondo me. Primo, la tragedia di Fukushima che ha fatto sentire a molti come indispensabile una presa di posizione contraria all’energia nucleare. È quello che Vittorio Feltri, in televisione, ha semplicemente chiamato «la paura». È il referendum che ha generato il maggior rammarico, almeno apparentemente, nel premier: «Il popolo sta decidendo che dovremo rinunciare a questo tipo di energia» ha detto ieri mattina a urne ancora aperte (il premier ha rilasciato dichiarazioni assai sobrie: «Prendiamo atto… la volontà del popolo…» ). Seconda ragione: il desiderio forte in una parte dell’elettorato molto cospicua di mandare a Berlusconi (e probabilmente anche a Bossi) un messaggio preciso: la tua stagione è finita, per favore togliti di mezzo.
I politici di centrodestra negano che al referendum si possa dare un’interpretazione politica. Per lo meno: un’interpretazione politica capace di provocare una caduta del governo o addirittura nuove elezioni. 
Mica tutti. Polverini e Alemanno sono andati a votare, e l’hanno fatto in modo eclatante, in modo che si sapesse. Stessa cosa Zaia, e stessa cosa Maroni, che ha ritirato le schede sull’acqua votando due sì. Sono segni di una lacerazione all’interno del centrodestra. A voto acquisito Alemanno ha rilasciato questa dichiarazione: «Il centrodestra non può in alcun modo minimizzare questo risultato e deve trarne conseguenze dal punto di vista della propria rotta politica e da quello dei propri contenuti programmatici». Calderoli era stato anche più duro: «Alle Amministrative due settimane fa abbiamo preso la prima sberla, ora con il referendum è arrivata la seconda sberla e non vorrei che quella di prendere sberle diventasse un’abitudine. Per questo domenica andremo a Pontida per dire quello che Berlusconi dovrà portare in aula il 22 giugno…» . Questa dichiarazione rende la festa leghista di Pontida un passaggio cruciale: Bossi dovrà evitare fischi e contestazioni e sarà costretto a chiedere magari la luna per rimontare la corrente. Di sicuro: l’abbassamento delle tasse, i ministeri a Milano e molto probabilmente la fine delle missioni all’estero per risparmiare soldi e per tentare di arginare l’emigrazione libica. Veramente la Lega si aspetta che Berlusconi, alla Camera il 22, sia in grado di far promesse tanto impegnative? La fine della guerra di Libia non compete al governo italiano. L’aria è che la Lega voglia andare a votare. Maroni l’ha detto esplicitamente ieri in un’intervista al Corriere della Sera: o c’è la svolta o ci sono le urne. La svolta, con una maggioranza imperniata sui cosiddetti responsabili, non è semplice.
Il centrosinistra? 
 Bersani ha chiesto le dimissioni del governo. Bella la definizione del voto: «È stato un altro referendum sul divorzio, sul divorzio tra il governo e il Paese» . Di Pietro ha scelto una linea molto moderata: «I referendum non erano su Berlusconi. Non vanno adoperati adesso per far cadere il governo» . Fini, Casini e Rutelli hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, in nome del Terzo Polo. Chiedono anche loro che Berlusconi se ne vada.
Può il premier, dopo l’abrogazione popolare del legittimo impedimento, pretendere altre leggi che limitino le azioni dei magistrati contro di lui? 
Prima del voto s’era sentita la chiacchiera per cui il Cavaliere vorrebbe adesso far approvare di corsa dal Senato il «processo breve» . Ho l’impressione che sarà difficile. Non glielo permetterà la Lega e molto probabilmente il presidente Napolitano, con quel 95%di sì, avrebbe in mano una ragione forte per non firmare.

Laurea Magistrale Honoris Causa in Scienze Pedagogiche a Virginio Colmegna, 1. presentazione di Duccio Demetrio; 2. Lectio Doctoralis di Don Virginio Colmegna

Laurea Magistrale Honoris Causa in Scienze Peda…, posted with vodpod

Referendum del 12 e 13 giugno 2011 – Ministero dell’Interno

 

Referendum del 12 e 13 giugno 2011

Referendum 1
SERVIZI PUBBLICI LOCALI

Quesito completo

Italia (Lunedi’ ore 15:00)
8.092 comuni su 8.092
1.279 comunicazioni su 1.279
54,81%
61.599 sezioni su 61.599
1.279 comunicazioni su 1.279
SI
95,35%
NO
4,65%
Referendum 2
TARIFFA SERVIZIO IDRICO

Quesito completo

Italia (Lunedi’ ore 15:00)
8.092 comuni su 8.092
1.279 comunicazioni su 1.279
54,82%
61.599 sezioni su 61.599
1.279 comunicazioni su 1.279
SI
95,80%
NO
4,20%
Referendum 3
ENERGIA ELETTRICA NUCLEARE

Quesito completo

Italia (Lunedi’ ore 15:00)
8.092 comuni su 8.092
1.279 comunicazioni su 1.279
54,79%
61.599 sezioni su 61.599
1.279 comunicazioni su 1.279
SI
94,05%
NO
5,95%
Referendum 4
LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Quesito completo

Italia (Lunedi’ ore 15:00)
8.092 comuni su 8.092
1.279 comunicazioni su 1.279
54,78%
61.599 sezioni su 61.599
1.279 comunicazioni su 1.279
SI
94,62%
NO

5,38%

Referendum del 12 e 13 giugno 2011 – Ministero dell’Interno.


La Psicoanalisi viene ricondotta ad una Psicoterapia, di Chiara Santi | AltraPsicologia

 

La sentenza di cassazione n. 14408 dell’11/4/2011, cui l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna è arrivato dopo aver intentato un processo contro la dott.ssa Alessandra Guerra per esercizio abusivo della professione di psicologo e attività di psicoterapeuta, rappresenta un punto fondamentale nella storia della difesa dei nostri confini professionali.

Viene, infatti, finalmente sancito che “ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 348 c.p., l’esercizio dell’attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed all’inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti). Ciò posto, la psicanalisi, quale quella riferibile alla condotta della ricorrente, è pur sempre una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali. Ne consegue che non è condivisibile la tesi difensiva della ricorrente, posto che l’attività dello psicanalista non è annoverabile fra quelle libere previste dall’art. 2231 c.c. ma necessita di particolare abilitazione statale”.

Il fatto che la psicoanalisi venga ricondotta ad una forma di psicoterapia non ha, naturalmente, nulla a che vedere con i lunghi dibattiti scientifici sulle più o meno sottili differenze nelle forme di cura fra psicoterapia psicoanalitica e psicoanalisi in senso stretto (d’altra parte, anche la cognitiva-comportamentale e quella sistemica-relazionale sono due forme di psicoterapia, pur essendo molto diverse nelle applicazioni), quanto piuttosto con l’elementare diritto del cittadino di essere curato, non solo nelle sue patologie fisiche, ma anche nelle problematiche mentali e psicologiche, da persone che abbiano acquisito una corretta formazione in materia.

Perché questa risoluzione della Cassazione risulta così importante? Perché, innanzitutto, ricorda che siamo in Italia, dove vigono alcune leggi, le quali vanno rispettate, che piaccia o no. Fra queste, anche il fatto che la psicoterapia non possa svolgersi in un vuoto scientifico e normativo, bensì vada ricondotta ad alcuni parametri formativi minimi che possano dare le basi su cui strutturare un intervento tanto delicato. Naturalmente, come in tutti i paesi civili che si rispettino, tali parametri non vengono individuati arbitrariamente da ciascuno secondo il proprio desiderio, ma sono determinati da specifici e a ciò preposti organismi che definiscono un percorso di studi che permetta l’acquisizione delle competenze necessarie per poter operare in un determinato campo.

Fra gli oppositori di tale sentenza e delle sue implicazioni, si ritrovano alcune persone che sostengono che la psicoanalisi non possa  essere “legata”, che verrebbe in questo modo snaturata.
Giova qui ricordare molto brevemente, a chi sottolinea come alcuni psicoanalisti non psicoterapeuti sarebbero ampiamente meritevoli e adeguatamente formati, perciò ingiustamente ostacolati da questa sentenza, l’iter  che portò ad istituire l’Albo degli psicologi e l’elenco degli psicoterapeuti.
La legge 56/89 non può essere esattamente definita come un colpo di mano, un Putsch che da un giorno all’altro ha improvvisamente modificato le regole alla base del lavoro di psicologo e psicoterapeuta.
La possibilità di esercitare in campo psicologico non è scomparsa tutta d’un tratto, per cui centinaia di professionisti il 18 febbraio 1989 si sono svegliati e hanno scoperto, di punto in bianco, di non poter più svolgere il loro lavoro, non essendo in possesso dei nuovi requisiti previsti, trovandosi quindi in mezzo ad una strada e nel lastrico.
Fosse così, potremmo anche capire ed indignarci.
Ma le cose sono andate molto diversamente (basterebbe leggersi la legge negli articoli dal 32 al 35 per capire come sia stato possibile accedere ad Albo ed elenchi per chi effettivamente aveva le idonee competenze ed esperienze), soprattutto perché dopo la prima sanatoria vennero nuovamente aperti, nel ’99, con apposita legge, i termini degli artt. 34 e 35. Quindi, chi aveva conoscenze e pratiche adeguate, poté tranquillamente fare richiesta di iscrizione all’Albo in quei due periodi. E’ piuttosto vero il contrario, cioè che c’è stata a volte una “manica troppo larga” e sono entrate anche persone non così adeguatamente formate, pur di non rischiare di essere troppo ingenerosi.

Chi allora non possedeva titoli adatti, era perfettamente consapevole che, da quel momento in poi, per praticare alcune attività bisognava seguire un certo percorso di studi previsto dalla legge. Niente di diverso, in sostanza, da quanto accade anche con altre professioni che, per la loro delicatezza, richiedono che vi siano iter ben chiari da seguire per potervi accedere.

Il fondamentale esito di questa sentenza, comunque, non è legato solo ed esclusivamente a persone che, in nome di un non meglio comprensibile principio di autodeterminazione professionale, decidono quale sia il loro percorso formativo ideale per poter praticare la psicoanalisi e, studiando le materie che loro (e non la società e, conseguentemente, la legge) ritengono determinanti, poi decidono di operare in questo campo. Naturalmente, rigettiamo fermamente l’idea totalmente autoreferenziale della formazione, ma almeno possiamo apprezzare che abbiano profuso tempo ed impegno nello studio.

Il pericolo ancora più grosso, da cui questa sentenza ci tutela, è soprattutto il contrario. Se è vero che può esserci qualcuno che ha svolto una lunga formazione, anche se totalmente autodeterminata, prima di operare in un campo a lui legalmente negato, esiste tanto più una miriade di personaggi che si inventano di sana pianta un qualche metodo di cura psicologico, senza nessuna istruzione specifica e, colti in flagrante, si attaccano all’etichetta “psicoanalisi” per giustificare la possibilità di fare quello che vogliono.

Da ora in poi questo rischio non si corre più. Con buona pace di chi, sulla formazione alternativa, ci lucra.

Infine, vorrei richiamare l’attenzione su un ultimo aspetto della sentenza che ha destato preoccupazioni in alcuni colleghi. Purtroppo, come capita in modo non infrequente, la stesura presenta alcuni errori formali (ma non sostanziali, se li si situa nel contesto). Nell’ultima parte si ritrova, infatti, questa frase: “Nè può ritenersi che il metodo “del colloquio” non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v’è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un’attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad es. l’anoressia) il che la inquadra nella professione medica, con conseguente configurabilità del contestato reato ex art. 348 c.p. in carenza delle condizioni legittimanti tale professione”.

Conseguentemente, le preoccupazioni che alcuni psicologi hanno manifestato riguardavano il fatto che si attribuisce il colloquio alla professione medica e, quindi, si teme che questo significhi che viene defraudata la psicologia di una delle sue competenze principali.

Comprendo i timori, visto che la nostra professione viene spesso “malmenata” in diverse situazioni, ma basta leggere con calma tutto il dispositivo per rendersi conto che il contesto non permette proprio tale fraintendimento. Sarebbe oltremodo contraddittorio, infatti, che un giudice sostenesse che l’attività di psicoterapeuta sia subordinata a specifica formazione e all’inserimento nell’albo dei medici o psicologi, che ne deducesse poi che la psicoanalisi, essendo psicoterapia, non può essere svolta da chi non ha tali requisiti, e poi asserisse che i colloqui li può fare solo il medico. Ad aggiungere ulteriore forza a tale affermazione, aiuta ricordare che parte civile del processo era l’Ordine degli psicologi, non quello dei medici, e l’accusa era di esercizio abusivo della nostra professione, perciò è assolutamente inequivocabile che, se l’indagata è stata dichiarata colpevole del reato di cui all’art. 348 del codice penale, non può che essere perché si ritiene che quel tipo di colloquio vada condotto da uno psicologo (o da un medico) con specifica formazione.

Se dovessimo guardare a tutti gli errori formali presenti nelle sentenze, non ne salteremmo più fuori. Spero che il nostro compito non sia quello di perderci dietro ad estenuanti congetture. Anche perché, in tal caso, dovremmo preoccuparci anche di sinistri significati in quella parte del testo in cui si parla della “costituita parte civile Ordine Psicologi Regione Reggio-Emilia”; possiamo preoccuparci certo delle nozioni di geografia del giudice, ma spero non mettere in dubbio che da oggi l’Emilia Romagna non sia più una regione e sia sostituita da una delle sue province!

Spero che queste ultime considerazioni tolgano i dubbi anche ai più timorosi e ci permettano di apprezzare, tutti insieme, l’utilità di questa sentenza.

Chiara Santi, in La Psicoanalisi viene ricondotta ad una Psicoterapia. | AltraPsicologia.


Corea di Huntington è un’affezione ereditaria degenerativa del sistema nervoso centrale che determina una distruzione dei neuroni in particolare a livello dei gangli della base e della corteccia cerebrale, da AICH Milano

La Corea di Huntington è un’affezione ereditaria degenerativa del sistema nervoso centrale che determina una distruzione dei neuroni in particolare a livello dei gangli della base e della corteccia cerebrale.
Clinicamente è caratterizzata da movimenti involontari patologici nonché da turbe psichiche, non sempre presenti, che consistono in un deterioramento cognitivo e in alterazione del comportamento.
L’esordio avviene di solito tra i 30 e i 50 anni (raramente in altre fasce d’età) e il decorso è lentamente progressivo e fatale dopo 16-20 anni di malattia.
L’ereditarietà è autosomico-dominante e la trasmissione del gene è indipendente dal sesso. La probabilità di ereditare il gene della corea è del 50% e interessa sia i maschi che le femmine.
Grazie alla recente scoperta del gene della malattia, avvenuta nel 1993, è oggi possibile individuare, tra i soggetti a rischio, chi ne è portatore: egli manifesterà, più o meno presto, la sintomatologia coreica; al contrario, chi non è portatore non avrà né trasmetterà la malattia. Questo test, definito predittivo, è effettuato in alcuni laboratori in Italia, ma richiede un’attenta valutazione dei candidati per i molti problemi di natura psicologica ed etica che esso solleva. Non vi sono farmaci in grado di prevenire, bloccare o rallentare la progressione della malattia; o curarla; le sostanze attualmente disponibili, benché utili, hanno solo un effetto sintomatico.
L’identificazione del gene apre nuove prospettive per una migliore comprensione dei meccanismi patogenetici della corea e stimola gli studi per l’identificazione della proteina alterata del gene. Queste informazioni porteranno sicuramente alla proposta di nuove strategie terapeutiche nel senso di un trattamento etiologico o comunque neuroprotettivo.

La MH è nell’elenco delle malattie rare dell’Istituto Superiore di Sanità.
Il codice identificativo è RF00 80.

Cosa significa “Probabilità del 50%”
Ogni figlio di un genitore malato ha il 50% di probabilità di ereditare la malattia. Questo NON significa che “la metà dei figli l’avrà” oppure che” l’avrà ogni secondo figlio”, ma che ogni figlio singolarmente ha il 50% di probabilità di ereditare la malattia. Dato che la malattia non è legata al sesso, sia i maschi che le femmine hanno la stessa probabilità di ereditarla da un genitore malato.

Come viene fatta la diagnosi della malattia di Huntington
La diagnosi è complicata perché comprende una completa ed accurata storia del nucleo familiare, abbinata a palesi sintomi di movimenti incoordinati, di turbe emozionali e dell’intelletto, e della natura progressiva di tali sintomi. Talvolta i primi segni sono così vaghi che una diagnosi può essere fatta solo dopo che questi sintomi si siano evidenziati per un certo periodo di tempo. Esiste a disposizione del neurologo un test diagnostico.

La malattia di Huntington anche in assenza di precedenti familiari
Questa è una eventualità rara. Talvolta le famiglie hanno difficoltà a rintracciare la storia familiare della malattia.
In alcuni casi le famiglie possono essere separate e lontane geograficamente, e aver perso ogni traccia gli uni degli altri.
I malati più anziani possono non aver avuto una diagnosi o averne avuta una non esatta, oppure la diagnosi può non esser stata loro comunicata. Talvolta le famiglie hanno mantenuto segreti i dettagli circa un’adozione o una parentela dubbia, o un’anamnesi familiare sospetta.
Quando ci sono seri dubbi supportati dalle familiarità è possibile effettuare il test diagnostico atto a confermare la diagnosi stessa.
Questo è utile soprattutto se non si è in grado di ottenere una completa ed accurata anamnesi familiare, lavoro a volte complesso e lento.
Si sa che la malattia si manifesta se nel gene le triplette CAG sono in un numero >35, mentre il test può risultare incerto se sono minori.
E’ anche possibile che nel passaggio da una generazione all’altra avvenga una ricombinazione genetica che aumenta le triplette.

Test presintomatico
Esiste un test presintomatico che permette di prevedere l’insorgere della malattia nell’arco della vita del soggetto a rischio senza però poter con sicurezza prevedere quando si manifesterà la malattia e con quale gravità si manifesterà.
Il test porta con se gravi problemi.
La persona a rischio vuole veramente conoscere la verità? E una volta saputo che avrà o non avrà la malattia, quali saranno le conseguenze sulla persona stessa, sul coniuge, sulla famiglia e sul rischio di discriminazione sociale, assicurativa e nel mondo del lavoro? Saranno fatte pressioni sulle persone a rischio perché scoprano la verità o non la scoprano, e da chi potrebbero venire tali pressioni?
Per la delicatezza del problema sono state redatte delle linee guida da parte dell’IHA (International Huntington Association) e del WFN (World Federation of Neurology) che tutti sono tenuti a rispettare (vedere voce linee guida per la malattia di Huntington).

Quali cure ci sono per la malattia?
Non esistono cure che arrestino o rendano reversibile il decorso della malattia, esistono comunque farmaci a disposizione del neurologo che possono modificare o attenuare alcuni effetti come i movimenti coreici più gravi, la depressione ecc. Il miglioramento dello stato generale di salute, come ad esempio una nutrizione adeguata, porterà un miglioramento dell’insieme della persona e della qualità della vita.
Mantenere le capacità e l’indipendenza del malato il più a lungo possibile, e sostenere insieme le famiglie, migliorerà la loro vita e ne alleggerirà il peso.
Il neurologo deve prendersi in carico il malato per tutto il percorso della malattia prescrivendone i farmaci, valutando il grado e la specificità dei disturbi relativamente allo stadio della malatti

da: AICH Milano.


Scrivere i luoghi della vita: espressioni del Genius Loci, seminario di autoformazione a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia – Libera Universita’ Autobiografia – 28 ottobre 2011

 Scrivere i luoghi della vita: espressioni del Genius Loci, seminario di autoformazione a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia – Libera Universita’ Autobiografia – 28 ottobre 2011


Seminario a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia 

SCRIVERE I LUOGHI DELLA VITA: ESPRESSIONI DEL GENIUS LOCI

I luoghi che abitiamo, assieme al tempo che stiamo percorrendo, sono elementi costitutivi di ogni esistenza.
Di essi abbiamo ricordi e rappresentazioni sensibili che si intrecciano con i diversi momenti delle nostre personali biografie.
Nella relazione che stabiliamo con un luogo si manifesta a livello individuale ed in modo ravvicinato il più ampio ed evolutivo rapporto fra la natura e la cultura, fra noi come soggetti e gli ambienti che ci hanno accolti ed ospitati.
Gli antichi elaboravano una forte immagine per evocare queste connessioni: quella del “Genius Loci”. Loro sapevano che ogni luogo custodisce un’anima. Genius Loci è il simbolo che la esprime ed è il genio protettore che, con forme e intensità storicamente e culturalmente variabili, racchiude la forza e lo spirito esistenti in ogni ambiente vissuto. Si tratta di un simbolo che rappresenta l’essenza, l’anima, la forza di un luogo. Per l’uomo greco accanto al Logos convive il Pathos: sono le emozioni che ci aiutano ad entrare in relazione con il mondo esterno e a farne esperienza vissuta.
Il nostro passaggio sulla terra, così affannosamente controllato dall’incalzante e rumoroso ritmo dei giorni e delle trasformazioni socioculturali, sta trascurando – se non cancellando – la capacità di scoprirlo, di percepirne la presenza, la magia ed essenza.
Eppure ci sono situazioni concrete nelle quali, improvvisamente, agisce dentro di noi il richiamo di qualcosa di profondo legato ad immagini provenienti dal nostro passato più antico. Una sollecitazione inattesa, un suono, un profumo, un’immagine, un sapore riportano alla luce ricordi e sensazioni della speciale relazione che ognuno di noi ha tra sé e il mondo.
È il segnale che il Genius Loci invia per rammentarci la sua presenza, affinchè la sua memoria non scompaia. Se perdiamo la facoltà di ascoltarlo, si allontanerà definitivamente, lasciandoci privi di un’identità e di una storia che da migliaia di anni attraversano il mondo e rendono fertili cultura e tradizioni.
I luoghi premono sui nostri sentimenti: ci emozionano, ci stupiscono, ci atterriscono, comunque ci cambiano.
La ricerca che il seminario propone è la ri-scoperta dei luoghi già dentro di noi, sopiti o un po’ dimenticati. Luoghi attraversati, esplorati, immaginati, vicini o lontani nel tempo. Una graduale marcia di avvicinamento alla nostra personale “topologia” con un cammino lento fatto di sguardo, ascolto e silenzio.
La scrittura autobiografica ci renderà possibile narrare e descrivere il nostro rapporto con lo spazio vissuto, sia esso quello più intimo legato alla risonanza delle percezioni sensoriali, sia esso quello più collettivo dato dal contatto e dal coinvolgimento con chi, come noi, abita la terra.
Costruiremo la nostra personale retrospettiva andando a cercare negli anfratti della memoria gli spazi significativi che disegnano la scenografia della nostra esistenza.
Un archivio di spazi-mondi metaforici o reali per raccontare punti di partenza, o di arrivo, o di svolta, ma comunque raffigurazioni dove la forza del Genius Loci, come scrive James Hillman, si lega alla profondità del sé e rende pertanto indimenticabili i passaggi salienti della nostra storia.
Ci aiuteranno a diventare “rabdomanti di luoghi” riflessioni e spunti evocativi suscitati da letture di brani letterari, immagini, frammenti di film, poesie, recite espressive, esempi di scritture creative.
Per sostenere le nostre narrazioni converrà portarci a corredo fotografie, stralci di diario, scritti sepolti nei cassetti, vecchie mappe di luoghi che ci hanno visto protagonisti della vita.

per iscrizione ed informazioni vai a: Libera Universita’ Autobiografia – 28 ottobre 11 – P. Ferrario e L. Quaia – Scrivere i luoghi della vita: espressioni del Genius Loci.


Storie comuni di malattie rare Come orientarsi nel mondo dei nomi strani

 

Storie comuni di malattie rare
Come orientarsi nel mondo dei nomi strani

ISS e IPRS

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ISBN 978-88-8421-256-6
pp. 246
€ 15,00

La lettura del disagio psicologico e sociale connesso alle malattie rare è semplice: una volta calati nei problemi che affannano le famiglie coinvolte, si apre un orizzonte drammatico e complesso. È impossibile valutarne la portata, qualora ci si limiti ai dati offerti dalla letteratura medico-scientifica. In questa seconda ipotesi il malato finisce con il circoscrivere la propria articolata umanità in un elenco di rituali igienico-sanitari: i fatti importanti si riducono agli appuntamenti con gli specialisti ed ogni più profondo sentimento si esprime attraverso un unico percorso, costituito dagli indicatori della salute. L\’incontro con i soggetti portatori di malattie rare offre un\’occasione di ri-umanizzazione del rapporto di cura e del rapporto sociale, per ridare centralità a risposte non tecnologiche, non tecniche, eppure scientifiche; per operare socialmente, per dare elementi di riflessione a quanti operano nelle professioni di cura. In questo volume ci rivolgiamo in particolar modo agli assistenti sociali, ma è chiaro che le nostre riflessioni vogliono stimolare anche altre professioni, in particolare i medici: pensiamo sia un\’utilissima occasione di ripensare il proprio modo di procedere nel rapporto con i malati ed i loro familiari.

Edup – Libri per chi impara ad imparare.


pensione ai giovani: trasformare il pilastro delle pensioni integrative, che è un pilastro “privato” per definizione, in “previdenza integrativa pubblica”, di Massimo Mucchetti

 

Massimo Mucchetti (Corriere di martedì 7 giugno: come si incoraggiano i giovani alla previdenza integrativa), avrebbe questa soluzione unica. Una soluzione, cioè, capace di realizzare entrambi i mezzi miracoli di arrotondare le pensioni, magre per tutti e magrissime per tanti giovani, e al tempo stesso di ridurre un po’ il deficit pubblico. La soluzione, ben argomentata, ruota attorno alla previdenza integrativa: i fondi pensione, tanto per capirci, ai quali oggi aderisce solo il 27% dei lavoratori dipendenti. A dirla in breve, la soluzione sarebbe questa: trasformare il pilastro delle pensioni integrative, che è un pilastro “privato” per definizione, in “previdenza integrativa pubblica”. Ossia, facendo destinare all’Inps i contributi (Tfr incluso) oggi versati ai fondi pensione, che sono imprese a tutti gli effetti che operano per il tramite di banche e gestori specializzati sui mercati finanziari.

E’ possibile dare una pensione ai giovani senza metterci le mani in tasca? | l’Occidentale.


Guida a congedi e permessi per assistere persone disabili gravi, dopo le novità della L. 183/2010 – pamalteo@gmail.com – Gmail

Novità giugno 2011
L’assetto dettagliato
e  aggiornato di diritti
e benefici con
i presupposti oggettivi
e soggettivi per usufruirne, aggiornati alla Legge 183/2010
CONGEDI E PERMESSI PER ASSISTERE PERSONE DISABILI IN SITUAZIONE DI GRAVITA’
Fra gli argomenti trattati:  cumulabilità dei permessi, trattamento economico
e aspetti previdenziali, permessi mensili e orari giornalieri, congedo straordinario, controlli
e sanzioni
CONGEDI E PERMESSI PER ASSISTERE
PERSONE DISABILI
 IN SITUAZIONE DI GRAVITA’
Dopo le rilevanti modifiche apportate dall’art. 24 della Legge 183/2010 sul riconoscimento dei soggetti legittimati e sulle modalità di esercizio dei diritti previsti, questa nuova Guida chiarisce i contenuti operativi che interessano le figure giuridiche coinvolte e le condizioni richieste per la loro fruizione.

Affronta in modo organico ed essenziale ogni aspetto connesso all’assenza dal servizio – sia nel settore pubblico che privato – per assistere familiari con disabilità gravi, come ad esempio: permessi mensili e permessi orari  giornalieri, prolungamento congedo parentale, congedo straordinario biennale, congedi per cure specifiche, riflessi sul rapporto di lavoro, contribuzione figurativa, scelta del posto di lavoro, divieto di trasferimento, limitazione lavoro notturno e altri benefici previsti a tutela e sostegno di soggetti portatori di handicap.

Completo in appendice della normativa in vigore, dopo le novità introdotte dall’art. 24 della Legge 4 novembre 2010, n. 183, nonchè delle disposizioni dettate, per il settore privato, dall’INPS con Circolare n. 155 del 3 dicembre 2010, e, per il pubblico impiego, dal Dipartimento della Funzione pubblica con Circolare n. 13 del 6 dicembre 2010, il volume si presenta così organizzato:

1.
Congedi e permessi per l’assistenza a persone disabili in situazione di gravità.

2.
Permesso di tre giorni al mese per assistere familiari portatori di handicap in situazione di gravità.

3.
Congedi e permessi per assistere figli in situazione di disabilità grave.

4.
Prolungamento del congedo parentale.

5.
Permessi giornalieri retribuiti in alternativa al congedo parentale “prolungato”.

6.
Permesso mensile di tre giorni.

7.
Congedo straordinario retribuito.

8.
Permessi di tre giorni al mese o, in alternativa, permessi orari giornalieri per i lavoratori maggiorenni portatori di handicap in situazione di gravità.

9.
Contribuzione figurativa.

10.
Scheda riepilogativa.

11.
Controllo sulle condizioni richieste per la legittima fruizione dei permessi.

12.
Istituzione banca dati presso il Dipartimento della Funzione pubblica.

13.
Tutela e sostegno in favore di soggetti portatori di handicap in situazione di gravità: ulteriori benefici.

14.
Congedi per cure “specifiche” e trattamenti riabilitativi.

15.
Appendice di normativa e prassi.

F. Sacco, Esperto in gestione risorse umane negli enti pubblici.
Per ricevere
CONGEDI E PERMESSI PER ASSISTERE PERSONE DISABILI
IN SITUAZIONE DI GRAVITA’
Maggioli Editore – Novità giugno 2011

l’assassino Cesare Battisti: “il volto dice la soggettività e la relazione”, Emmanuel Levinas

“Dunque... il volto dice la soggettività e la relazione. 
L’informazione che si trae da un volto è sempre indizio e rinvio.” 
Emmanuel Levinas


l’assassino Cesare Battisti: La fascinazione degli intellettuali per i cattivi è cosa da manuale di storia, di Francesco Borgonovo

Da Roberto Saviano (che poi ha rinnegato il suo appoggio) a Fred Vargas, la lista di scrittori che hanno sostenuto l’assassino Cesare Battisti è lunghissima. Comprende autori che numerose famiglie italiane hanno nella propria libreria, gente che firma su prestigiosi quotidiani, come Daniel Pennac. Eppure non c’è niente da stupirsi. La fascinazione degli intellettuali per i cattivi è cosa da manuale di storia.

Lo studioso “liberal” Mark Lilla, uno dei migliori cervelli in circolazione negli Stati Uniti, ha scritto un libro meraviglioso intitolato Il genio avventato, tradotto da poco in Italia per Baldini e Castoldi. Prende in esame le vicende di alcuni dei maggiori pensatori del secolo scorso, da Ernst Junger a Martin Heidegger. Giganti che hanno consegnato al mondo opere memorabili, imprescindibili, eppure hanno appoggiato il nazismo. Lilla cerca di capire come sia stato possibile e parla di una sorta di tensione erotica presente nei movimenti politici estremi i quali poi sfociano nelle dittature.

Per quanto riguarda il caso Battisti, tuttavia, forse la soluzione è più semplice. Molti hanno firmato il famigerato appello del 2004 promosso dalla rivista Carmilla perché negli ambienti che frequentavano andava per la maggiore. Chi scrive ne sa qualcosa. Scusate se uso la prima persona, però voglio raccontare un episodio che mi riguarda. All’epoca cercavo di esordire come scrittore. Pubblicai diversi racconti su varie riviste e ne inviai uno anche a Carmilla, web magazine gestito da Valerio Evangelisti, autore che stimavo particolarmente e che continuo tuttora a stimare. Il racconto fu accettato, lo lesse Giuseppe Genna – altro scrittore di fama – il quale mi inviò pure una mail di complimenti. Non mi importava l’orientamento politico di Carmilla, mi interessava soltanto la buona qualità dei racconti che pubblicava. Nel frattempo, la rivista continuava la sua battaglia a favore di Battisti.

Lessi quel che c’era da leggere in merito e mi convinsi che qualcosa non andava. Allora proposi di pubblicare un’intervista a un giornalista – di sinistra – il quale aveva scritto a proposito dell’ex componente dei Proletari armati. Per quanto antiberlusconiano, il giornalista sosteneva che Battisti fosse niente più che un criminale. L’intervista fu rifiutata, tramite una lunga mail in cui il cronista in questione veniva definito “uno stronzo”. Da allora, nessuno della redazione di Carmilla ha più risposto alle mie email. Eppure mi consideravano, fino a qualche momento prima, uno scrittore di qualche valore.

La colpa, ovviamente, è tutta mia. Sono stato ingenuo a pensare che la – minima – qualità del mio racconto bastasse. L’impegno politico contava molto di più. Evidentemente, dal mio scritto – che trattava dell’Undici settembre – la redazione aveva dedotto un’appartenenza ideologica alla sinistra. Dunque ero ben accetto. Quando è stato chiaro che il mio pensiero era differente, tanti saluti.
La storia che ho raccontato, in sé, è irrilevante. Eppure è emblematica. Perché dà l’idea dell’ambiente in cui si muovono gli scrittori italiani. Un ambiente, appunto, ideologizzato e sordo alla diversità d’opinioni, in cui per essere considerati occorre manifestare un pensiero a senso unico.

Se per Junger e Heidegger c’era qualcosa di nobile persino nell’adesione al nazismo, i nostri intellettuali raccolgono ciò che seminano, passando direttamente dalla tragedia alla farsa. Non appoggiano Hitler, ma Battisti. Ridicoli loro, penoso lui. Tanto è lontano dal male supremo l’ex Pac quanto sono lontani gli scribacchini di casa nostra dalla grandezza.

Francesco Borgonovo:  racconto che mi è successo quando non firmai l’appello pro-Battisti | l’Occidentale.


l’assassino Cesare Battisti scarcerato dal governo comunista brasiliano: la sofferenza, l’umiliazione e l’indignazione dei parenti delle sue vittime

Maurizio Campagna, 50 anni, è il fratello di Andrea, agente della Digos di Milano, ucciso nel 1979 in un agguato firmato dai Pac, Proletari Armati per il Comunismo. Il loro leader, Cesare Battisti, è stato scarcerato appena 12 ore prima in Brasile, e per l’omicidio di Andrea Campagna è stato condannato all’ergastolo, uno dei quattro inflitti al terrorista rosso per altrettanti omicidi. «Questa cosa andrà avanti – dice Maurizio Campagna, 50 anni, dipendente Telecom che aveva 18 anni quando suo fratello fu ucciso – si discuterà di questo oltraggio per parecchio e questo vuol dire riaprire una ferita, non è bello. Ora la cosa è una questione politica e il cazzotto in faccia di cui parlo non è a me, ma all’Italia intera. Il nostro governo deve rispondere, non si può fare credere all’estero che la nostra giustizia sia una delle peggiori del mondo perché non è vero. Si fa credere che qui, negli anni Settanta, ci fossero giudici-colonnelli, tribunali militari, si fa credere che oggi ci siano i familiari delle vittime che chiedono vendetta. Il governo deve far capire il contrario, l’Italia è l’unico Paese al mondo che garantisce tre gradi di giudizio». Campagna ha parole particolari di ringraziamento per il Presidente della Repubblica. «Napolitano va ringraziato per le sue parole – dice – e del resto è il politico che ha alzato la voce più di tutti per questi fatti». «Sono più che incazzato perchè è una decisione ignobile – spiega – ma non finisce qui». A parlare è Alberto Torregiani il figlio del gioielliere ucciso in un conflitto a fuoco dai Pac 32 anni fa, su una sedie a rotelle per uno dei colpi sparati dai terroristi in quell’occasione. Torregiani, però non si arrende, «significa che un delinquente può fare ciò che vuole – e, precisa – io a questo non ci sto». Il dito ora è puntato contro chi ha preso la decisione: «L’atteggiamento di questi pseudogiudici è un’offesa per chi fa veramente quel mestiere. La decisione dei 6 (i giudici che hanno votato per il no all’estradizione contro i 3 favorevoli, ndr) era già scontata prima di Natale. Si sono seduti e hanno fatto quattro chiacchiere. Il loro orientamento era quello ed è rimasto quello e le loro motivazioni sono assurde». «Questo per noi è l’ennesimo schiaffo. Sdegno, rammarico e vergogna soprattutto per noi familiari, ma penso anche per tutti gli italiani». Così, Adriano Sabbadin, figlio di Lino Sabbadin ucciso nel febbraio del ’79 da un commando dei Pac di cui era leader Cesare Battisti, commenta il «no» brasiliano all’estradizione del terrorista. «In questo momento penso che cadano i principi fondamentali della nostra democrazia», commenta amaramente e la sua voce tremula rivela la rabbia e lo sconforto. Mau.Pic. 

Il Tempo – Politica – Il pugno in faccia ai parenti delle vittime.


CGIL – Infanzia: report del seminario ‘I livelli essenziali per l’infanzia e l’adolescenza’

Infanzia: report del seminario ‘I livelli essenziali per l’infanzia e l’adolescenza’
09/06/2011  | Welfare Condividi su:  condividi su Facebook condividi su Twitter

Si è tenuto ieri a Roma nella sede dell’UNICEF il Seminario di lavoro “I Livelli Essenziali per l’infanzia e l’adolescenza” promosso da “Batti il cinque”.

“Batti il cinque” nasce a novembre 2009 in occasione della Conferenza nazionale sull’infanzia e l’adolescenza a Napoli per esprimere una preoccupazione e lanciare un grido di allarme per il disimpegno del governo circa i diritti dei minori.Infatti, nonostante le promesse, non era ancora stato presentato il Piano per l’infanzia.“Batti il cinque” si costituisce su iniziativa di 7 organizzazioni promotrici: Agesci, Arciragazzi, Cgil, CNCA, Consiglio nazionale ordine Assistenti sociali, Save The Children Italia e Unicef Italia e si dà lo scopo di ricordare quanto sancito dalla CRC (Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza) riguardo i principi fondamentali nell’attuazione dei diritti dell’infanzia. Individua 5 Diritti essenziali su cui incardinare le proprie azioni a favore dei bambini: diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo; al rispetto del loro superiore interesse; alla non discriminazione; all’ascolto delle loro opinioni.Il documento di Batti il cinque “Perché i colori dell’Infanzia parlino alla Conferenza” (Napoli novembre 2009) riceve nel corso della conferenza stessa 200 adesioni.
“Batti il cinque” ha continuato il proprio impegno di mantenere viva l’ attenzione sui diritti dell’infanzia, oltre che di elaborazione e studio (Seminario nazionale “Le priorità per il Piano d’azione” 22 gennaio 2010 ) e ha formulato precise proposte e richieste a Governo, Commissione Bicamerale Infanzia, Anci, Regioni, focalizzando l’attenzione su: – l’adozione del Piano nazionale infanzia rispettando i tempi e gli impegni finanziari, – la valorizzazione delle elaborazioni fatte dall’Osservatorio Infanzia, – il rispetto delle indicazioni del Comitato Onu, – la valorizzazione delle proposte delle Associazioni, – la leale collaborazione, – la predisposizione di piani regionali infanzia;

- il monitoraggio delle azioni.

Il “Piano nazionale d’azione per l’Infanzia e l’adolescenza” dopo un lungo e travagliato iter e senza allocazione di risorse finanziarie, è stato emanato con il DPR del 21-1-2011 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 9- 5- 2011. “Batti il cinque” tuttavia non ritiene esaurito il proprio compito, anzi rinnova, con senso di responsabilità, la volontà di continuare ad impegnarsi perché i Diritti non basta scriverli sui documenti, non basta che diventino leggi, occorre farli vivere nella realtà, occorre renderli reali ed esigibili per tutte le bambine e i bambini, per tutte le/gli adolescenti. Per far sì che ciò possa accadere occorre che siano individuate le indispensabili risorse finanziarie e siano individuati, come prevede la legge 42 del 2009, i Livelli essenziali delle prestazioni.

Il seminario di ieri 8 giugno 2011 si proponeva proprio di dare avvio ad un processo di definizione dei livelli essenziali per rendere esigibili i diritti delle persone di minore età in Italia. Compito questo di specifica competenza del Governo. Batti il cinque intende contribuire con responsabilità a questo lavoro ed ha cosi individuato 7 ambiti di approfondimento e per ognuno, a partire dagli articoli della CRC, ha iniziato ad individuare livelli essenziali da garantire e azioni da mettere in campo affinchè il diritto in questione sia reso esigibile. Gli ambiti di approfondimento presi in considerazione sono: principi generali della CRC, ambito dei diritti civili e libertà, salute e servizi di base, ambiente familiare e assistenza alternativa, diritto all’educazione e all’istruzione, misure generali per l’attuazione dei diritti previsti dalla CRC, misure speciali per la tutela dei minori ed in particolare per i minori stranieri.

Il lavoro è stato supportato da contributi di esperti quali: Luigi Fadiga, Maria Giovanna Ruo, Francesco Paolo Occhiogrosso, Francesco Alvaro, Liliana Leone, L.orenzo Campioni, Oliviero Forte, che continueranno a lavorare anche per i prossimi appuntamenti.

da CGIL – Infanzia: report del seminario ‘I livelli essenziali per l’infanzia e l’adolescenza’.


Appunti di politiche sociaki n. 193, 2011, GRUSOL- Gruppo di Solidarietà

Appunti n.193 (n. 3-4/2011, marzo-agosto 2011)
(indice Appunti)

Questo numero
Il numero è in gran parte dedicato ai temi della disabilità. Alcuni contributi (Faloppa, Massi, Nocera) riprendono o rielaborano alcuni degli interventi dei seminari promosso dal Gruppo Solidarietà nei mesi di aprile e giugno nel ciclo “Persone con disabilità. I diritti, i bisogni, i servizi”. In particolare le riflessioni riguardano il tema della integrazione scolastica oggetto del primo seminario, dal titolo, “Integrazione scolastica. A che punto siamo?”. Altri due articoli (Giancaterina Gaffuri) affrontano il tema dell’accoglienza residenziale. Nel primo caso presentando un progetto di “sostegno all’abitare”, nel secondo un’esperienza comunitaria rivolta a persone con buoni livelli di autonomia. Nel prossimo numero della rivista continueremo con altri contributi che raccoglieranno ancora le sollecitazioni emerse dagli altri seminari sui temi della residenzialità e sul significato del lavoro educativo. Il numero si completa con il contributo di Maurizio Motta sul tema, assai importante in fase di attuazione del federalismo, dei livelli essenziali delle prestazioni. La riflessione prende in esame due aspetti: quali siano le componenti di una “prestazione di welfare afferente ai livelli essenziali” e “dove” sia opportuno definire le componenti di un livello essenziale; ossia quali aspetti non possono essere lasciati alla sola regolazione territoriale. Infine. L’analisi di Fabio Ragaini in merito alla regolamentazione dei servizi domiciliari, messi a confronto con quelli diurni e residenziali (educativi e di aiuto alla persona), nella regione Marche.Questo numero della rivista si avvale del contributo della Provincia di Ancona e dell’Ambito sociale territoriale 9 di Jesi, per la realizzazione del ciclo di seminari “Persone con disabilità. I diritti, i bisogni, i servizi.Appello ai lettori. Il mancato ripristino delle tariffe agevolate per la spedizione postale (aumento del 400%) rende il nostro lavoro molto difficile, nonostante la sospensione di tutti gli invii in omaggio. Invitiamo, pertanto ancora una volta, i lettori a sostenere la pubblicazione con il sollecito rinnovo dell’abbonamento e per chi può con abbonamenti d’amicizia.

5 per mille al Gruppo Solidarietà. Per sostenere le nostre attività.
C.f. 91004430426

Bimestrale del Gruppo Solidarietà. Nuova serie – Anno 23 (XXIII), n.3-4 (193) marzo-agosto 2011, chiuso il giorno 14 marzo 2011.
Direttore responsabile: Riccardo Ceccarelli. Redazione: Giuseppe Alberti, Cinzia Alberti, Sibilla Giaccaglia, Gloria Gagliardini, Fabio Ragaini
Composizione: Paolo Urbani
Stampa: Unione Tipografica Jesina, Jesi (AN)
Direzione e Amm.ne: Via Fornace 23, 60030 Moie di Maiolati Sp. (AN)
Tel. e Fax 0731.703327- e-mail:grusol@grusol.it
Abbonamento annuo Euro 20,00 (25 per enti pubblici) intestato a Gruppo Solidarietà, Via Calcinaro, 12 – 60031 Castelplanio (AN) – c.c.p. 10878601
Aut.ne del Tribunale di Ancona n. 13 del 10/04/1989 – una copia Euro 3,50 (5 per enti pubblici). Gli articoli non firmati sono redazionali.
Iscritto al Registro nazionale della stampa n.5624 del 5/2/97
Interamente stampato su carta riciclata.
Gli articoli della rivista possono essere ripresi da altre riviste, citando la fonte, ma non possono essere pubblicati su Internet

Gli articoli sono in formato PDF. Alcuni sono accessibili a tutti (accesso libero) altri solo ad utenti abbonati (come abbonarsi).

  • Livelli essenziali delle prestazioni e diritti: di che cosa sono fatti e come definirli?, Maurizio Motta, Docente a contratto presso l’Università di Torino (abbonati)
  • Famiglia e scuola per una società inclusiva, Marisa Faloppa, Rivista “Handicap&Scuola”, Presidente Comitato integrazione scolastica, Torino (abbonati)
  • I ntegrazione scolastica: a che punto siamo?, Danilo Massi, Dirigente scolastico Istituto Omnicomprensivo di S.Egidio e Ancarano (TE) (abbonati)
  • L’integrazione scolastica sull’orlo del declino, Salvatore Nocera, vice presidente Federazione italiana superamento handicap (Fish) (libero)
  • Programmiamo il sostegno all’abitare. Una proposta per costruire con le famiglie un cammino verso un abitare buono e sereno, Silvia Bracci, Asl Roma E, Direttore dell’Unità operativa salute mentale e disabilità, Fausto Giancaterina, Consulente dell’Opera Don Calabria di Roma (abbonati)
  • L’autonomia abitativa di persone con disabilità, un’opportunità d’inclusione e integrazione sociale, Emiliano Gaffuri, Responsabile progettazione, Cooperativa Amicizia, Codogno (LO) (abbonati)
  • La regolamentazione dei servizi domiciliari educativi e di aiuto alla persona nelle Marche, Fabio Ragaini, Gruppo Solidarietà (libero)
  • Segnalazioni librarie (abbonati)

Appunti 193.


Piano di zona del Comune di Napoli


Paolo Ferrario, AUDIO LEZIONE su: POLITICHE DEI SERVIZI SOCIALI E SOCIOEDUCATIVI ALLA LUCE DELLA LEGGE 328/2000


Referendum 12 e 13 giugno, guida al voto | Muoversi Insieme

Con il sì definitivo della Corte Costituzionale dato giusto ieri, anche il referendum sul nucleare si avvia al responso dei cittadini di domenica e lunedì prossimi. Sono dunque quattro i quesiti sui quali siamo chiamati a votare: perché la consultazione abbia efficacia è però necessario che raggiunga i seggi il 50 per cento più uno degli italiani sopra i diciotto anni. In totale, gli elettori chiamati alle urne sono oltre 47 milioni, più gli oltre 3,2 milioni residenti all’estero, che però hanno già votato. Ma su che cosa siamo chiamati a dire sì o no? E soprattutto con quali effetti? Vediamolo insieme

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Referendum 12 e 13 giugno, guida al voto | Muoversi Insieme.


Referendum popolari del 12 e 13 giugno 2011

 

Referendum popolari del 12 e 13 giugno 2011

QUANDO SI VOTA

Domenica 12 giugno, dalle ore 8,00 alle ore 22,00, e lunedì 13 giugno, dalle ore 7,00 alle ore 15,00, si svolgeranno le operazioni di votazione per quattro referendum popolari il cui oggetto è il seguente:

Referendum popolare n. 1:

Scheda di colore rosso – Modalità e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica: Abrogazione.
Il quesito prevede l’abrogazione di norme che attualmente consentono di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati;

Referendum popolare n. 2:

Scheda di colore giallo – Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito: Abrogazione parziale di norme.
Il quesito propone l’abrogazione delle norme che stabiliscono la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, il cui importo prevede attualmente anche la remunerazione del capitale investito dal gestore;

Referendum popolare n. 3:

Scheda di colore grigio – Abrogazione dei commi 1 e 8 dell’articolo 5 del dl 31 marzo 2011 n.34, convertito con modificazioni dalla legge 26 maggio 2011, n.75: Abrogazione parziale di norme.
Il quesito propone l’abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare;

Referendum popolare n. 4:

Scheda di colore verde – Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale.
Il quesito propone l’abrogazione di norme in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale.

COME SI VOTA

All’elettore saranno consegnate quattro schede di colore diverso:

• una scheda di colore rosso per il referendum popolare n. 1;
• una scheda di colore giallo per il referendum popolare n. 2;
• una scheda di colore grigio per il referendum popolare n. 3;
• una scheda di colore verde per il referendum popolare n. 4.

Su ogni scheda vengono riportati il numero del referendum nonché la rispettiva denominazione e il quesito così come approvato dall’Ufficio Centrale per il referendum presso la Corte Suprema di Cassazione.
Ciascun elettore ha diritto di esprimere il voto, con la matita copiativa, tracciando un segno sul riquadro corrispondente alla risposta da lui prescelta [“SI” o “NO”].
Votando SI, il cittadino esprime la volontà di abrogare le norme sottoposte a referendum; votando NO esprime la volontà di mantenere in vigore le norme sottoposte a referendum.
È possibile ritirare, e quindi votare, anche solamente la scheda per uno o per alcuni dei quesiti referendari.
Affinché il referendum sia valido, deve recarsi alle urne il 50% più uno degli aventi diritti al voto.
Le operazioni di scrutinio avranno inizio lunedì 13 giugno subito dopo la chiusura della votazione e l’accertamento del numero dei votanti per ciascun referendum.

CORPO ELETTORALE

I referendum interesseranno, sul territorio nazionale, sulla base dei dati riferiti al 45º giorno antecedente la votazione e suscettibili di lievi modificazioni al termine della revisione straordinaria delle liste elettorali attualmente in corso, 47.357.878 elettori, di cui 22.734.855 maschi e 24.623.023 femmine. Le sezioni saranno 61.601.
Il corpo elettorale della circoscrizione estero interessato alle consultazioni referendarie è di 3.236.990 elettori: il dato è suscettibile di variazione in relazione all’eventuale ammissione al voto disposta dalle autorità consolari competenti.

TESSERA ELETTORALE PERSONALE

Il Ministero dell’interno ricorda che gli elettori residenti in Italia, per poter esercitare il diritto di voto presso gli uffici di sezione nelle cui liste risultano iscritti, dovranno esibire un documento di riconoscimento e la tessera elettorale personale.
Chi avesse smarrito la propria tessera elettorale personale, potrà chiederne un duplicato agli uffici comunali nei cinque giorni antecedenti quello di inizio della votazione (cioè da martedì 7 giugno sino a sabato 11 giugno) dalle ore 9 alle ore 19 nonché nei giorni della votazione (domenica 12 giugno e lunedì 13 giugno) per tutta la durata delle operazioni di voto.

Tutti i risultati elettorali e i dati relativi all’affluenza alle urne saranno consultabili in tempo reale sul sito: www.interno.itMinistero Dell’Interno – Comunicati Stampa.


Motori di ricerca e religioni monoteiste

Come in tutti gli ambiti dove esiste concorrenza un prodotto funziona se offre qualcosa di diversoo prestazioni migliori degli altri. Dato che le prestazioni di Google sono probabilmente le migliori in quanto a completezza, occorre fornire qualcosa di diverso. È sicuramente quello che fanno i motori di ricerca “religiosi”. Jewogle è specializzato in servizi per ebrei. La grafica è una parodia di Google, una sorta di via di mezzo tra un motore di ricerca e una wikipedia ebraica. Si trovano informazioni sull’ebraismo e sugli ebrei nel mondo, oltre a un indice di ristoranti kosher. Ha anche una sezione news, che a differenza di Google News (dove si inserisce una parola e si cercano risultati recenti legati a quella parola), funziona come una sorta di sito di informazioni su tematiche ebraiche.

Servizio simile è Imhalal.com, per i musulmani, che esclude tutto ciò che è contrario alla Sharia,mentre Seekfind è quello dei Cristiano-evangelici. Il nome viene da un versetto del Vangelo di Matteo (il 7,7):Ask and it will be given to you; seek and you will find (chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete). Nonostante le diversità nelle tre religioni monoteiste, i tre siti hanno in comune l’esclusione di risultati moralmente inaccettabili.

da: VoceArancio » Blog Archive » Google, e non solo.


Referendum sull’acqua … se vince il sì … se vince il no …

La scheda rossa. Sulla scheda rossa c’è scritto “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione”. Votando “sì” il cittadino sceglie di abrogare l’art. 23 bis del decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008 e le correzioni che questo testo ha subito nei due anni successivi.

Se vince il no (o non si raggiunge il quorum, formato dal 50% +1 degli aventi diritto). In questo caso resta in vigore l’articolo 23 bis, che prevede la privatizzazione del servizio idrico entro la fine di quest’anno. I comuni che gestiscono il servizio attraverso imprese pubbliche dovranno organizzare gare pubbliche trasparenti per affidare la gestione della rete a imprese private o ad aziende miste tra capitale pubblico e privato, dove però il socio non-statale abbia almeno il 40% delle azioni e anche il potere di prendere le decisioni “operative” sul servizio. Nel caso che la società che gestisce il servizio sia quotata in Borsa, l’ente locale deve scendere sotto il 40% entro il 2013 e sotto il 30% entro fine 2015. Il possesso dell’infrastruttura, comunque, resta sempre pubblico.

Le eccezioni. Solo in casi “eccezionali” il 23-bis consente la gestione del servizio idrico a un’azienda dell’ente locale. Ma serve il via libera dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

Se vince il sì. Con la vittoria dei “sì” l’articolo 23 bis viene abrogato, e quindi saltano gli obblighi previsti e la situazione resta quella attuale: i Comuni possono scegliere liberamente se affidare la gestione dei servizi idrici a una società pubblica, privata, o mista.

Il punto. La vera novità del decreto legge che il referendum chiede di abrogare sta nell’obbligo della vendita ai privati. Perché sono ormai più di 15 anni che, con la legge Galli del ‘94, l’Italia consente la gestione dei servizi idrici da parte di imprese non pubbliche. Difatti sulle 114 società “affidatarie” del Sistema idrico integrato in Italia ci sono 7 imprese private e 31 società a capitale misto pubblico-privato. Ci sono altre 18 imprese non così facilmente collocabili in queste categorie, ma nella maggioranza dei casi (58 aziende) la gestione dell’acqua è solo pubblica.

La scheda gialla. Sulla scheda gialla c’è invece scritto “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma”. In questo caso il referendum propone di cancellare la frase “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” dal comma uno dell’articolo 154 del Decreto Legislativo n. 152 del 2006.

Se vince il no (o manca il quorum). Nel paragrafo de dl. 152 si elencano i criteri sui quali si deve basare il calcolo della tariffa da applicare per il sistema idrico integrato. Si precisa che la tariffa si deve calcolare tenendo conto di diversi fattori, tra i quali i principali sono: la qualità del servizio, i costi delle opere necessarie a fornirlo, le spese per la gestione della rete e l’equa remunerazione del capitale investito, che consiste in un ritorno sull’investimento fatto dall’investitore. La legge fissa il tasso di questa remunerazione al 7%. Vincesse il no, le imprese che gestiscono la rete continueranno ad avere diritto anche a questo ritorno.

Se vince il sì. Una maggioranza di “sì” al secondo quesito spingerebbe presumibilmente a un ribasso delle tariffe del servizio idrico in virtù dell’eliminazione dalla loro valutazione della quota che può dipendere dal criterio di “remunerazione del capitale investito”, dato che questa espressione viene eliminata dalla norma.

La rete. Al centro della questione c’è la rete idrica nazionale. In Italia ci sono 337 mila chilometri di acquedotti. Un sistema che, in media, perde 47 litri d’acqua ogni 100 trasportati sprecando ogni anno, dicono le stime, acqua per 2,5 miliardi di euro. Ovviamente ci sono casi di eccellenza e casi di gestione poco efficiente. Ad esempio a Bari bisogna mettere in rete 206 litri di acqua per farne uscire 100 dai rubinetti e a Palermo 188, mentre le perdite di Milano e Venezia (11 e 9 litri persi ogni 100) sono sotto la media europea di 13 litri persi ogni 100.

Gli investimenti. Utilitatis, l’associazione delle imprese del settore, dice che bisognerà investire 64,1 miliardi nei prossimi trent’anni per mettere a posto la rete. Un progetto, secondo i calcoli del Censis, da finanziare con il 14% di fondi pubblici e con il resto grazie alle tariffe. Coviri, la commissione di vigilanza sul sistema idrico, fa una stima di poco inferiore: servono, dice, 45,3 miliardi. L’idea del dl n. 112 del 25 giugno 2008 è coinvolgere i privati per non costringere lo Stato ad accollarsi tutta la spesa.

DA: VoceArancio » Blog Archive » Di chi è l’acqua?.


Paolo Ferrario, AUDIO LEZIONE su COMUNI E FORME DI GESTIONE DEI SERVIZI SOCIALI ED EDUCATIVI


Paolo Ferrario, AUDIO LEZIONE su POLITICHE DEI SERVIZI SOCIALI ED EDUCATIVI


Paolo Ferrario, AUDIO LEZIONE su LE POLITICHE DEI SERVIZI SANITARI IN ITALIA DAL 1978 AD OGGI


Paolo Ferrario, AUDIO LEZIONE su ANALISI DELLE RIFORME: METODI E TECNICHE


Istat, Struttura e dimensione delle imprese

Nel 2009 le imprese attive nell’industria e nei servizi sono poco meno di 4,5 milioni e occupano complessivamente circa 17,5 milioni di addetti. Il 95% delle imprese ha meno di 10 addetti e impiega il 47% dell’occupazione totale. Le imprese senza lavoratori dipendenti sono circa 3 milioni e corrispondono al 65,2% del totale delle imprese attive.

Si constata una forte concentrazione degli addetti nel settore manifatturiero (23% del totale), nel commercio all’ingrosso e al dettaglio (20%) e nelle costruzioni (11%).

Due terzi delle imprese sono individuali e coinvolgono il 25% degli occupati; le altre adottano, nel 18% dei casi, la forma giuridica di società di persone, nel 17% quella di società di capitali, mentre il restante 1,1% è costituito da società cooperative.

Tra il 2008 e il 2009 diminuisce dell’1% il numero delle imprese e del 2% la relativa occupazione. Nell’industria si riducono tutte le attività manifatturiere (-4,5% le imprese e -5,4% l’occupazione). Aumenta solo il comparto delle utilities, le imprese che forniscono energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (+19,6% le imprese e +1% l’occupazione) e le imprese di fornitura di acqua, reti fognarie, attività di trattamento dei rifiuti e risanamento (+3,6% sia le imprese che l’occupazione).

Anche nelle costruzioni la diminuzione delle imprese e dell’occupazione è consistente (rispettivamente -1,8% e -5%). In perdita appare anche il commercio (-2,6% e -1,1%) e molti settori dei servizi come il trasporto e magazzinaggio (-3,5% e -2,6%). Tra le eccezioni, si segnalano le attività finanziarie e assicurative (+9,6% per le imprese e +0,6% per l’occupazione) e quelle immobiliari (+4,1% per ambedue).

Le imprese che impiegano lavoratori dipendenti registrano variazioni nel numero e nella relativa occupazione, in media più consistenti nei settori industriali e più contenute in quelli dei servizi.

Si riducono le imprese individuali (-1%) e le società di persone (-1,9%). Le società di capitali sono le uniche in moderata crescita (circa 3 mila in più rispetto al 2008), anche se il lieve incremento si accompagna a una contrazione di quasi 162 mila addetti.

Nel 2009 il numero delle imprese e la relativa occupazione diminuiscono rispetto al 2008 in tutte le ripartizioni geografiche. Il Sud e il Nord-est assorbono oltre il 60% della diminuzione nazionale in termini di imprese (rispettivamente -1,9% e -1,1%), mentre quasi due terzi della diminuzione degli addetti si concentra nel Nord (-2,6 nel Nord-est e -2,1 nel Nord-ovest).

Struttura e dimensione delle imprese.


Istat, Cause multiple di morte

L’Istat diffonde i dati sulle cause multiple di morte con riferimento ai decessi dell’anno 2008.

A differenza delle statistiche tradizionali basate sullo studio della sola causa iniziale di morte, i dati sulle cause multiple consentono di fornire un quadro ben più complesso e completo del contesto patologico in cui il decesso è avvenuto. Tale opportunità di analisi è certamente di grande rilievo in un’epoca come quella attuale in cui il ruolo prevalente nella mortalità è giocato dalle malattie cronico-degenerative e l’età media alla morte è sempre più avanzata. In tali circostanze infatti il decesso spesso non è imputabile a una singola patologia bensì a una complessa interazione fra più cause e condizioni che considerate singolarmente potrebbero non essere letali.

Nelle tavole sono presentati i principali indicatori relativi alle cause multiple di morte per i principali gruppi di cause e per sesso.

Un file con un maggiore livello di dettaglio informativo rispetto alle tavole (per ogni decesso sono riportate le cause multiple, il sesso, la classe di età e la ripartizione di decesso) è disponibile su richiesta presso la diffusione.

da: Cause multiple di morte.


Novità Gruppo Solidarietà – 08/06/2011

Le novità del sito del Gruppo Solidarietà al 8/6/2011

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La repressione penale degli stranieri irregolari nella legislazione italiana all’esame della Corte di Giustizia – A. Cossir, Forum Quaderni Costituzionali


Ripensare le autonomie nell’ottica del federalismo fiscale – L. Melica , Forum Quaderni costituzionali


Paolo Ferrario, AUDIO LEZIONE della dispensa didattica n. 6, COSTITUZIONE REPUBBLICANA E POLITICHE SOCIALI


La Corte Costituzionale ha dato il via libera all’unanimità all’ammissibilità del referendum sul nucleare, così come riformulato dalla Cassazione dopo le modifiche introdotte dalla legge ‘omnibus’. Il quesito secondo la Corte e’ “connotato da una matrice razionalmente unitaria e possiede i necessari requisiti di chiarezza, omogeneità ed univocita”

La Corte Costituzionale ha dato il via libera all’unanimità all’ammissibilità del referendum sul nucleare, così come riformulato dalla Cassazione dopo le modifiche introdotte dalla legge ‘omnibus’. Il quesito secondo la Corte e’ “connotato da una matrice razionalmente unitaria e possiede i necessari requisiti di chiarezza, omogeneità ed univocita”.

Sentenza 174/2011
Giudizio
Presidente QUARANTA - Redattore TESAURO
Camera di Consiglio del 07/06/2011 Decisione del 07/06/2011
Deposito del 07/06/2011 Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate:
Ammissibilità del referendum abrogativo avente ad oggetto i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del d.l. 31/03/2011 n. 34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n. 75, nel quesito riformulato dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione con ordinanza 1° giugno 2011.
Massime:
Atti decisi:
ref. 155
SENTENZA N. 174
ANNO 2011

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI,

ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio sull’ammissibilità, ai sensi dell’art. 2, primo comma, della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, della richiesta di referendum popolare per l’abrogazione dei commi 1 e 8 dell’art. 5 del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34 (Disposizioni urgenti in favore della cultura, in materia di incroci tra settori della stampa e della televisione, di razionalizzazione dello spettro radioelettrico, di abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari, di partecipazioni della Cassa depositi e prestiti, nonché per gli enti del Servizio sanitario nazionale della regione Abruzzo), convertito, con modificazioni, dalla legge 26 maggio 2011, n. 75, giudizio iscritto al n. 155 del registro referendum.
Vista l’ordinanza del 1°-3 giugno 2011 con la quale l’Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte Suprema di cassazione ha riformulato il quesito relativo alla richiesta di abrogazione referendaria di alcune norme in materia di nuove centrali per la produzione di energia nucleare, già dichiarata ammissibile con la sentenza n. 28 del 2011.
Udito nella camera di consiglio del 7 giugno 2011 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro;
uditi l’avvocato Alessandro Pace per Di Pietro Antonio, De Filio Gianluca, Maruccio Vincenzo e Parenti Benedetta, l’avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli per il Presidente del Consiglio dei ministri e gli avvocati Gianluigi Pellegrino per il Partito Democratico, per i Gruppi parlamentari del Partito Democratico presso il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati e per il Movimento Difesa del Cittadino e Stefano Crisci per Fare Ambiente – Movimento ecologista europeo onlus.

Ritenuto in fatto
1. – Con sentenza n. 28 del 2011 questa Corte ha dichiarato ammissibile la richiesta di referendum popolare per l’abrogazione di una molteplicità di disposizioni, e di frammenti di disposizioni, che disciplinavano la costruzione e l’esercizio di nuove centrali nucleari, per la produzione di energia elettrica, contenute: nel decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133; nella legge 23 luglio 2009, n. 99 (Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia); nel decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 (Attuazione dell’articolo 44 della legge 18 giugno 2009, n. 69, recante delega al governo per il riordino del processo amministrativo); nel decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 (Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99); richiesta dichiarata legittima, previa modifica, con ordinanza del 6-7 dicembre 2010 dall’Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di cassazione.
2. – Successivamente al predetto giudizio di ammissibilità, il decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34 (Disposizioni urgenti in favore della cultura, in materia di incroci tra settori della stampa e della televisione, di razionalizzazione dello spettro radioelettrico, di abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari, di partecipazioni della Cassa depositi e prestiti, nonché per gli enti del Servizio sanitario nazionale della Regione Abruzzo) convertito, con modificazioni, dalla legge 26 maggio 2011, n. 75, all’art. 5 ha disposto che «al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare» (comma 1); che «entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nella definizione della Strategia, il Consiglio dei ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell’Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali» (comma 8).
L’incidenza della nuova normativa sul procedimento referendario è stata esaminata dall’Ufficio centrale per il referendum, il quale, con ordinanza del 1°-3 giugno 2011, ha trasferito la richiesta di abrogazione referendaria delle disposizioni già individuate come «Norme in materia di nuove centrali per la produzione di energia elettrica nucleare» sulle disposizioni di cui al riportato articolo 5, commi 1 e 8, del d.l. n. 34 del 2011.
3. – Ad avviso dell’Ufficio centrale il suindicato intervento, «in contraddizione manifesta con le dichiarate abrogazioni, dà luogo ad una politica flessibile dell’energia, che include e non esclude anche nei tempi più prossimi, la produzione di energia a mezzo di centrali nucleari e vanifica nell’attuale e in modo totale il fine abrogativo della proposta referendaria»; di qui la riformulazione del quesito nei seguenti termini «Volete che siano abrogati i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del d.l. 31/3/2011 n. 34 convertito con modificazioni dalla legge 26/5/2011 n. 75 ?”, con il seguente titolo “Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare”».
4. – Ricevuta la comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale, il Presidente di questa Corte ha fissato il giorno 7 giugno 2011 per la conseguente decisione in ordine all’ammissibilità della richiesta, così come modificata, dandone regolare comunicazione.
5. – Nell’imminenza della camera di consiglio hanno depositato memorie il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il Movimento Fare Ambiente – Movimento ecologista europeo, in persona del Presidente e del legale rappresentante, che hanno chiesto che sia dichiarata inammissibile la richiesta di referendum in esame. Hanno, altresì, depositato memorie i presentatori, il Partito Democratico, in persona del tesoriere nazionale, nonché i gruppi parlamentari del Partito Democratico presso il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati, in persona dei capigruppo, il Movimento Difesa del Cittadino, in persona del suo Presidente nazionale e legale rappresentante, il WWF Italia, tutti chiedendo di dichiarare ammissibile il referendum.
6. – Nella camera di consiglio del 7 giugno 2011 sono intervenuti l’avvocato Alessandro Pace per Di Pietro Antonio, De Filio Gianluca, Maruccio Vincenzo e Parenti Benedetta, l’avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli per il Presidente del Consiglio dei ministri e gli avvocati Gianluigi Pellegrino per il Partito Democratico, per i Gruppi parlamentari del Partito Democratico presso il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati e per il Movimento Difesa del Cittadino e Stefano Crisci per Fare Ambiente – Movimento ecologista europeo onlus.

Considerato in diritto
1. – Il presente giudizio ha ad oggetto l’ammissibilità della richiesta di referendum abrogativo, così come modificata dalla Corte Suprema di cassazione, Ufficio centrale per il referendum, con ordinanza del 1°-3 giugno 2011, la quale ha disposto «il trasferimento della richiesta di abrogazione referendaria circa le disposizioni già individuate come “Norme in materia di nuove centrali per la produzione di energia elettrica nucleare” sulle disposizioni di cui all’articolo 5, commi 1 e 8, d.l. 31/3/2011 n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 maggio 2011 n. 75».
Le norme oggetto del quesito referendario dichiarato ammissibile da questa Corte con la sentenza n. 28 del 2011 sono state, infatti, modificate da tale intervento legislativo.
L’art. 5 del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34 (Disposizioni urgenti in favore della cultura, in materia di incroci tra settori della stampa e della televisione, di razionalizzazione dello spettro radioelettrico, di abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari, di partecipazioni della Cassa depositi e prestiti, nonché per gli enti del Servizio sanitario nazionale della regione Abruzzo), convertito, con modificazioni, dalla legge 26 maggio 2001, n. 75, benché abbia disposto l’abrogazione di tutte le disposizioni oggetto della originaria richiesta referendaria (commi 2-6), ha previsto, tra l’altro, che «al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche […] non si proced[a] alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare» (comma 1), disponendo che con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, emanato all’esito del procedimento stabilito da detta norma, deve essere fissata «la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia», tenendo «conto delle valutazioni» pure indicate dalla norma (comma 8).
L’Ufficio centrale per il referendum ha trasferito la richiesta referendaria sui commi 1 ed 8 del richiamato art. 5, ritenendoli «non suscettibili di produrre l’impedimento del corso delle operazioni referendarie», poiché recano una disciplina che fa «salva, nell’immediato e contro la volontà referendaria, una scelta attuale nuclearista definendo anche le articolazioni e gli strumenti attraverso i quali essa è, e resta, immediatamente operativa».
2. – In via preliminare, ed al fine di identificare l’ambito del giudizio riservato a questa Corte, va premesso che, secondo la sentenza n. 68 del 1978, qualora nel corso del procedimento referendario la disciplina oggetto del quesito sia modificata, all’Ufficio centrale per il referendum spetta accertare se l’intenzione del legislatore sia diversa rispetto alla regolamentazione precedente della materia. Qualora, infatti, tale intenzione rimanga «fondamentalmente identica, malgrado le innovazioni formali o di dettaglio che siano state apportate dalle Camere, la corrispondente richiesta non può essere bloccata, perché diversamente la sovranità del popolo (attivata da quella iniziativa) verrebbe ridotta a mera apparenza». In siffatta ipotesi, spetta, quindi, all’Ufficio centrale per il referendum verificare se, nonostante gli effetti abrogativi della nuova disciplina, la consultazione popolare debba «svolgersi pur sempre», trasferendo od estendendo la richiesta alla legislazione successiva, al fine di evitare che sia violato l’art. 75 della Costituzione (sentenza n. 68 del 1978).
La giurisprudenza costituzionale ha, altresì, precisato che, in riferimento al quesito riformulato dall’Ufficio centrale per il referendum, compete, invece, a questa Corte verificare che non sussistano eventuali ulteriori ragioni d’inammissibilità rispetto all’art. 75 Cost. ed ai parametri desumibili dall’interpretazione logico-sistematica della Costituzione (sentenze n. 70 del 1978, n. 48 del 1981, n. 137 del 1993).
3. – Così delimitato l’ambito del presente giudizio, il quesito referendario, nella formulazione risultante dal trasferimento operato dall’Ufficio centrale, rispetta i limiti espressamente indicati dall’art. 75 della Costituzione o comunque desumibili dall’ordinamento costituzionale.
3.1. – In particolare, va anzitutto ribadito il giudizio di ammissibilità espresso con la sentenza n. 28 del 2011, tenuto conto dell’identità della materia oggetto della disciplina originaria e di quella modificata. Anche l’attuale quesito, infatti, «non viola […] i limiti stabiliti dall’art. 75, secondo comma, Cost. e quelli desumibili dall’interpretazione logico-sistematica della Costituzione», poiché le disposizioni legislative delle quali si chiede l’abrogazione, «non rientrano fra quelle per le quali detta norma esclude il ricorso all’istituto referendario. In particolare, essa non si pone in contrasto con obblighi internazionali e, segnatamente, con il Trattato istitutivo della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM), firmato a Roma il 25 marzo 1957, ratificato in base alla legge 14 ottobre 1957, n. 1203».
Inoltre, il quesito è connotato da una matrice razionalmente unitaria e possiede i necessari requisiti di chiarezza, omogeneità ed univocità.
Le disposizioni di cui si propone l’abrogazione (commi 1 ed 8 del citato art. 5) risultano, infatti, a seguito della riformulazione del quesito da parte dell’Ufficio centrale, unite da una medesima finalità: quella di essere strumentali a consentire, sia pure all’esito di «ulteriori evidenze scientifiche» sui profili relativi alla sicurezza nucleare e tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore, di adottare una strategia energetica nazionale che non escluda espressamente l’utilizzazione di energia nucleare, ciò in contraddizione con l’intento perseguito dall’originaria richiesta referendaria, in particolare attraverso l’abrogazione dell’art. 3 del d.lgs. n. 31 del 2010.
Dunque, anche il quesito in esame mira a realizzare un effetto di mera ablazione della nuova disciplina, in vista del chiaro ed univoco risultato normativo di non consentire l’inclusione dell’energia nucleare fra le forme di produzione energetica, fermo restando, ovviamente, che spetta al legislatore e al Governo, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, di fissare le modalità di adozione della strategia energetica nazionale, nel rispetto dell’esito della consultazione referendaria.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara ammissibile la richiesta di referendum popolare, come modificata per effetto dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum del 1°-3 giugno 2011, per l’abrogazione dei commi 1 ed 8 dell’art. 5 del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34 (Disposizioni urgenti in favore della cultura, in materia di incroci tra settori della stampa e della televisione, di razionalizzazione dello spettro radioelettrico, di abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari, di partecipazioni della Cassa depositi e prestiti, nonché per gli enti del Servizio sanitario nazionale della regione Abruzzo), convertito, con modificazioni, dalla legge 26 maggio 2011, n. 75.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 giugno 2011.
F.to:
Alfonso QUARANTA , Presidente
Giuseppe TESAURO, Redattore
Gabriella MELATTI, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 7 giugno 2011.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: MELATTI

Paolo Ferrario, AUDIO LEZIONE della dispensa n. 4: MAPPA/RETE DEL SISTEMA DEI SERVIZI


Paolo Ferrario, AUDIOLEZIONE della dispensa n. 20: POLITICHE PSICHIATRICHE


C’era una volta la città dei matti, di Marco Turco, Film Rai Tv. Sulla vita professionale di Franco Basaglia | Il Cinema Racconta …

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retribuzioni mensili dei dipendenti stranieri nel quarto trimestre 2010, Fondazione Leone Moressa (www.fondazioneleonemoressa.org)

Al Nord gli stipendi più elevati e i differenziali più contenuti.
Un marocchino in Italia guadagna come 5,5 connazionali in Marocco
In media un dipendente straniero percepisce 987€ al mese, quasi 300€ in meno di un dipendente italiano (il 22,9% in meno). Nelle regioni settentrionali, soprattutto del NordEst (Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Veneto) la busta paga è “più ricca” e vi è un minor differenziale con gli italiani. Le donne straniere guadagnano appena 797€ al mese, nessun vantaggio salariale per gli stranieri più istruiti, migliori retribuzioni per chi lavora nei settori del trasporto / comunicazione e nelle costruzioni, più basse per chi opera nell’agricoltura o nei servizi alla persona. Tra le prime 5 nazionalità più rappresentate, il salario annuo di un dipendente marocchino è equivalente alla ricchezza prodotta da 5,5 marocchini rimasti in Patria, 6,5 se si tratta di filippini. Questi alcuni risultati di uno studio della Fondazione Leone Moressa (www.fondazioneleonemoressa.org) che ha analizzato le retribuzioni mensili dei dipendenti stranieri nel quarto trimestre 2010.
Per regione. Nelle aree settentrionali gli stranieri guadagno mediamente di più rispetto agli stranieri che lavorano nel Mezzogiorno: si tratta di comparare ad esempio i 1.159 € al mese di un immigrato che lavora in Friuli Venezia Giulia e i 674 € di uno straniero in Calabria. Ma il Sud si differenzia anche per il maggiore gap retributivo tra dipendenti stranieri e italiani: infatti se in alcune regioni settentrionali i differenziali non superano i 300 €, in alcune regioni del Sud il gap retributivo oltrepassa i 500 € (come in Basilicata).
Per genere. I dipendenti stranieri di sesso maschile, oltre a recepire un salario mensile mediamente più alto delle donne (1.135 € vs 797 €), mostrano dei divari retributivi meno ampi rispetto alle retribuzioni dei dipendenti italiani dello stesso sesso: si tratta del 19% in meno per i maschi rispetto al 29,4% delle donne.
Per titolo di studio. Il titolo di studio non ha alcuna influenza sul livello salariale degli stranieri. Infatti, le retribuzioni percepite da coloro che hanno un basso livello di istruzione (nessun titolo, licenza elementare e licenza media) non differisce di molto da quanti invece hanno il diploma superiore. Diverso è invece il caso dei laureati che ricevono in media al mese 1.123 €. Ma più aumenta il livello di istruzione, maggiore è il gap con i dipendenti italiani con le medesime caratteristiche.
Tipologia contrattuale. I dipendenti inquadrati con contratti a tempo indeterminato guadagnano poco meno di mille € al mese, mentre coloro che sono a tempo determinato ricevono 926 €. Nel confronto con gli italiani emerge come i differenziali siano però più evidenti tra i primi rispetto ai secondi. Non esistono invece grosse differenze con gli italiani se si considera il reddito di un dipendente straniero che lavora a tempo pieno (-20,1%) o a tempo parziale (-17,6%).
Settore di attività. I dipendenti stranieri nel settore dei trasporti sono quelli che guadagno di più (1.348 €); seguono quelli del comparto delle costruzioni, istruzione/sanità/servizi sociali, manifattura e commercio le cui retribuzioni superano i 1.000 € mensili. Al di sotto di questa cifra si collocano i dipendenti degli alberghi, dei servizi alle persone, del settore primario e dei servizi alle persone (con appena 724 €). Questi ultimi sono anche quelli che mostrano i gap retributivi più elevati rispetto ai lavoratori italiani nello stesso comparto di attività (-26,4%).
Classe di età. L’età anagrafica non influisce significativamente sui livelli retributivi. Quello che fa evidenziare invece una correlazione tra redditi e l’età è la differenza con i dipendenti italiani con le medesime caratteristiche: con l’aumento dell’età, si amplificano i differenziali con i colleghi nativi: se nella fascia 15-24 anni gli stranieri ricevono appena l’1,2% in meno di stipendio, per gli over 55 il gap supera il 30%.
Provenienza. Gli africani e i cittadini dell’Europa comunitaria sono i lavoratori che in Italia percepiscono una retribuzione mediamente più elevata: rispettivamente di 1.055 € e di 1.024 €. Europei non comunitari, asiatici e americani coloro che ricevono uno stipendio inferiore.
Se si confronta (per le prime 5 nazionalità più rappresentate) la retribuzione di un immigrato che lavora in Italia con la ricchezza procapite nel loro paese di origine, si scopre come un filippino in Italia guadagni come 6,5 connazionali nelle Filippine, un marocchino per 5,5 connazionali, un ucraino per 4,8, un albanese per 4,7.
“La disparità salariale tra stranieri e italiani non deriva esclusivamente dall’origine immigrata dei dipendenti” affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa “quanto da elementi che, combinati, determinano uno svantaggio salariale: la professione ricoperta dagli stranieri, la loro bassa qualifica, l’occupazione nei settori di attività dalla più bassa produttività in cui sono impiegati, l’età giovane della manodopera che non permette di raggiunge una sufficiente anzianità retributiva. Bisogna inoltre considerare che il lavoro per gli stranieri è la condizione necessaria per avere e per rinnovare il permesso di soggiorno. Questo legame indissolubile può portare all’accettazione da parte del lavoratore di condizioni occupazionali marginali, poco tutelate e, in alcuni casi, anche sotto pagate. Il problema del differenziale retributivo si fa più evidente specie in questo momento di crisi, dato che gli stranieri difficilmente possono contare su fonti di guadagno alternative al reddito da lavoro o sul supporto dato dalle reti familiari. Tutto ciò rischia di rallentare i processi di inserimento sociale ed economico degli stranieri che lavorano e vivono nel nostro Paese.”
Per informazioni:
FONDAZIONE LEONE MORESSA
Via Torre Belfredo 81/e
30170 Mestre Venezia
041   2386700;  328  7234247

Referendum : acqua, nucleare e legittimo impedimento. Le ragioni del si e del no, da http://www.quattrogatti.info

vai a : Referendum : acqua, nucleare e legittimo impedimento. Le ragioni del si e del no.


Pietro Ichino |  UNA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE RADICALMENTE NUOVA

Intervista a cura di Marta Fresolone in corso di pubblicazione sul mensile Theorema, giugno 2011 – In argomento v. anche il mio scritto del 23 maggio 2009 Un traghetto per Lampedusa

Che idea si è fatto sulla situazione a Lampedusa all’indomani della crisi libica e dell’arrivo di molti migranti sulle nostre coste?
L’idea di una situazione scandalosa e tragica, frutto di una politica dilettantesca: male informata e male impostata.

Come pensa che vadano affrontati questi grandi flussi migratori?
Occorre distinguere il problema del governo dei flussi in entrata da quello di pura e semplice polizia di frontiera. Per quel che riguarda i flussi in entrata, la regola dovrebbe essere ispirata al favore per l’agevole regolarizzazione dei rapporti di lavoro utili alla nostra economia o addirittura già in atto: questo – con il riassorbimento di una vasta zona di lavoro sommerso dovuto esclusivamente all’impossibilità della regolarizzazione – anche per un nostro interesse economico immediato. Ma occorrerebbe anche una programmazione selettiva molto più attenta e raffinata di questi flussi. Dovremmo privilegiare gli studenti universitari e post-graduate, i dipendenti di multinazionali operanti in Italia, le molte centinaia di migliaia di badanti che con la legge attuale costringiamo stupidamente a lavorare “al nero”, tutti i lavoratori dei quali abbiamo bisogno per la nostra industria, agricoltura e servizi.

E il problema della polizia di frontiera?
Lì è giusto applicare la legge con rigore. Anche quella che impone di accogliere profughi e rifugiati, ovviamente.

Resta il problema degli sbarchi clandestini a Lampedusa.
Due anni fa ho sostenuto – forse un po’ provocatoriamente, ma non poi tanto – che dovremmo trasformare Lampedusa in zona extraterritoriale, con conseguente esenzione fiscale per i residenti, e istituire un traghetto regolare tra la costa africana e Lampedusa, senza controllo di passaporto (Un traghetto per Lampedusa, su il Riformista, 23 maggio 2009). Tanto, gli africani a Lampedusa arrivano lo stesso: meglio che ci arrivino pagando regolarmente un biglietto, senza rischiare la vita e senza ingrassare gli scafisti.

La intende come misura umanitaria o come soluzione del problema del controllo del flusso?
Si tratterebbe, certo, di una misura essenzialmente umanitaria, volta a porre fine allo scempio delle centinaia di uomini, donne e bambini che muoiono annegati o assiderati durante la traversata. Ma potrebbe attuarsi a costo zero; e consentirebbe anche di controllare meglio il flusso, distinguendo più agevolmente i profughi da chi non ha alcun titolo per entrare nel nostro territorio. Con i proventi del servizio di traghetto, oltre che compensare la perdita dei tributi finora pagati dai residenti dell’Isola, si potrebbero, per esempio, istituire grandi centri di accoglienza presso il terminal africano e presso quello italiano, dove sarebbe possibile offrire a tutti coloro che vi si presentano informazione, orientamento, assistenza, anche con il contributo degli altri Paesi europei.

Può fare una valutazione politica sull’azione di Governo in questo campo?
Una politica miope, tutta centrata sulla ricerca dell’annuncio capace di raccogliere il consenso effimero e superficiale di un’opinione pubblica male informata. Con esiti pessimi: sia dal punto di vista umanitario, sia da quello dell’immagine internazionale dell’Italia, sia infine da quello dei risultati, in riferimento all’obiettivo legittimo di contrastare l’accesso dei clandestini.

Cosa pensa del pacchetto di misure adottate dall’Unione Europea per gestire i flussi dal Sud del Mediterraneo, come il sostegno alle nascenti democrazie per prevenire le migrazioni?
In questa crisi originata dalle rivoluzioni nord-africane l’UE non ha brillato né per coesione, né per efficacia delle politiche adottate e praticate. Detto questo, va anche detto però che le risposte negative alle richieste di aiuto provenienti dal nostro Governo erano ampiamente prevedibili: che cos’altro potevamo attenderci, dopo il comportamento provocatoriamente sordo a ogni istanza di coordinamento comunitario, tenuto dal nostro Governo nel decennio passato nei rapporti con Geddafi e con Putin e in generale nella sua politica estera?

Lei intravede la possibilità di un’integrazione sociale? Quali dovrebbero essere le politiche da attuare in questo senso?
Un mondo nel quale si spostino liberamente, come oggi accade, le merci, i capitali, i piani industriali, le idee, ma non si spostino le persone, è impensabile. La globalizzazione porterà necessariamente un rimescolamento di razze, etnie, culture e religioni. Dovremo essere molto rigorosi nell’offrire agli immigrati ed esigere da loro il rispetto delle nostre leggi; ma non potremo esimerci dal predisporre un ambiente esente da discriminazioni, una scuola capace di istruire anche i loro figli, un sistema sanitario capace di offrire loro la stessa assistenza che offre a noi, rapporti di lavoro e previdenziali regolati esattamente come i nostri, la libertà e possibilità effettiva di professare le loro religioni.

Parliamo di lavoro. Esiste la speranza che molte di queste persone ottengano un lavoro nel nostro Paese?
Come dicevo prima, già oggi la domanda di lavoro che gli extracomunitari soddisfano o potrebbero soddisfare è molto superiore al numero dei permessi di soggiorno per lavoro che noi offriamo loro, oltretutto in modo irrazionale, disordinato, poco dignitoso, penoso per chi li riceve, anche sul piano fisico. Comunque è dimostrato che, nella stragrande maggioranza dei casi, i lavori che gli extra-comunitari vengono a svolgere sono quelli per i quali noi non siamo più disponibili: sia nel settore agricolo, sia in quello manifatturiero, sia in quello dei servizi.

Quali potrebbero essere gli ostacoli per un loro inserimento lavorativo?
C’è innanzitutto l’ostacolo della lingua. Inoltre quello della carenza di abitazioni. Ma nel panorama europeo e anche in quello italiano ci sono molte esperienze positive alle quali dovremmo attingere, per riprodurle e generalizzarle: qui da noi, penso per esempio all’esperienza della cooperativa milanese Dar-Casa animata da Piero Basso; oppure al grande lavoro di accoglienza e assistenza svolto dalla Caritas ambrosiana presieduta da don Virginio Colmegna; oppure ancora al lavoro prezioso di integrazione svolto da tanti insegnanti di scuola media, in silenzio e tra mille difficoltà, ma sovente con successo.

Viene obiettato che non abbiamo un sistema efficiente di riqualificazione e sostegno al reddito, come pensa che l’Italia possa sostenere l’arrivo in massa di nuovi “lavoratori”?
Se fossimo capaci di regolarizzare tutti i rapporti di lavoro degli extracomunitari di fatto attivi nel nostro Paese, questo porterebbe un gettito fiscale e contributivo più che sufficiente per garantire loro non solo il trattamento previdenziale cui hanno diritto, ma anche i servizi di formazione e riqualificazione di cui essi possono avere bisogno e i cosiddetti ammortizzatori sociali per il caso di sospensione o perdita del lavoro.

Non si rischia, con questi flussi in entrata, di precarizzare ulteriormente una situazione già di per sé difficile?
La mia proposta, contenuta nel progetto del nuovo Codice del Lavoro semplificato (d.d.l. n. 1873/2009 – n.d.r.), è quella di un nuovo diritto del lavoro capace di applicarsi in modo universale a tutti i nuovi rapporti di lavoro: tutti a tempo indeterminato (salvi i casi classici di contratto a termine, per lavori stagionali, sostituzioni di malattia, ecc.), a tutti le protezioni essenziali, ma nessuno inamovibile. L’idea è di conservare il controllo giudiziale contro il licenziamento discriminatorio, ma non quello sul licenziamento per motivi economici od organizzativi: qui occorre invece, in cambio dell’esenzione dal controllo giudiziale, responsabilizzare l’impresa per una ragionevole sicurezza economica e professionale del lavoratore nel passaggio dal vecchio al nuovo lavoro. Questa riforma garantirebbe al tempo stesso una maggiore fluidità del mercato del lavoro e una maggiore sicurezza nel mercato stesso di tutti i nuovi lavoratori, comunitari o extra-comunitari che siano.

da: Pietro Ichino |  UNA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE RADICALMENTE NUOVA.


LAVORO E RELAZIONI INDUSTRIALI SECONDO MARIO DRAGHI


Nel Capitolo sull’economia italiana delle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia indicazioni sostanzialmente identiche a quelle contenute nella relazione della Presidente di Confindustria (già segnalata la settimana scorsa) sulla necessaria riforma del diritto sindacale e del lavoro, largamente convergenti rispetto ai contenuti dei disegni di legge n. 1872 e 1873/2009


Pietro Ichino |  REFERENDUM: LE MIE SCELTE SU ACQUA, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Su due dei quattro quesiti referendari sui quali siamo chiamati a votare domenica prossima mi trovo nella situazione che ho cercato di spiegare qualche tempo fa (Morale e politica): quella del conflitto tra ragion politica e ragione intellettuale. È questo un caso tipico in cui la logica che presiede alle scelte del buon politico, il quale non può prescindere dal consenso a breve termine, diverge dalla logica che muove lo studioso e l’opinionista serio, il quale deve dire fino in fondo quello di cui è convinto, sulla base dei suoi studi e ricerche, senza curarsi dell’impopolarità.
Il mio partito invita gli elettori a votare quattro “sì”. Nessun problema, per quel che mi riguarda, sul legittimo impedimento: qui voterò “sì” con convinzione. Un problema facilmente superabile per il primo quesito sull’acqua: qui sul piano tecnico-giuridico anche il “sì” è compatibile con le mie convinzioni. Le scelte delle quali capisco la ragione politica contingente ma dalle quali le mie convinzioni personali divergono sono le altre due: quella relativa al secondo quesito sull’acqua e quella relativa al quesito che originariamente verteva sul nucleare.
Vediamole una per una.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO (scheda verde)
Qui la Corte costituzionale ha già provveduto ad abrogare la parte eccessiva della legge 7 aprile 2010 n. 51, che avrebbe consentito al capo del Governo e ai ministri di sottrarsi a qualsiasi procedimento penale: così ridimensionata, la legge n. 51/2011 si riduce sostanzialmente a una specificazione, in riferimento ai membri del Governo, della regola generale posta dall’articolo 420-ter del codice di procedura penale, a norma del quale “quando l’imputato [...] non si presenta all’udienza e risulta che l’assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il giudice [...] rinvia ad una nuova udienza”. È vero, dunque, che l’abrogazione della parte della legge n. 51/2010 rimasta dopo il taglio operato dalla Consulta non avrà alcun effetto pratico apprezzabile sul piano tecnico-giuridico. Tuttavia, l’abrogazione anche di questa parte residua della legge ha un significato politico molto importante: è la manifestazione del rifiuto, da parte degli italiani, della prassi nefasta delle leggi ad personam, delle riforme della giustizia ideate con l’obiettivo primario di risolvere un problema personale del premier. La nostra amministrazione giudiziaria ha certamente bisogno di riforme, soprattutto sul piano organizzativo; ma quelle fin qui attuate o tentate dal Governo Berlusconi sono sempre state viziate dal fatto di essere mosse da un solo interesse prioritario, che non era quello dell’intera collettività.
Condivido dunque pienamente l’indicazione del Pd a favore del “sì”.

PRIMO QUESITO SU ACQUA, TRASPORTI MUNICIPALI E RIMOZIONE RIFIUTI (scheda rossa)
Questo quesito riguarda l’abrogazione dell’articolo 23-bis, sui “servizi pubblici locali di rilevanza economica”, del d.-l. n. 112/2008, già modificato nel 2009. La norma stabilisce che - ferma la proprietà pubblica degli impianti – la gestione del servizio di distribuzione dell’acqua (ma anche di altri servizi pubblici, come i trasporti municipali e larimozione e smaltimento dei rifiuti), deve essere affidata, alternativamente: a) a imprese private scelte mediante gara; b) a società controllate dall’ente pubblico, ma nelle quali un soggetto privato detenga almeno il 40% del capitale (questo al fine di garantire almeno un controllo interno sulla correttezza della gestione, incentivato da un rilevante interesse economico). Questa norma costituisce attuazione particolarmente rigorosa di un principio di diritto europeo, che impone regole concorrenziali minime in materia di gara a evidenza pubblica per l’affidamento dei servizi pubblici di rilevanza economica. L’abrogazione di questo articolo 23-bis non farebbe venir meno la normativa comunitaria, né – ancor meno – impedirebbe l’affidamento di questi servizi pubblici da parte dei comuni o loro consorzi a gestori privati: l’effetto sarebbe soltanto di allentare il vincolo circa la verifica dell’economicità della gestione.
Nelle settimane scorse ho esposto, su questo sito, i motivi del mio orientamento favorevole al principio comunitario dell’affidamento del servizio all’operatore più efficiente (Referendum sull’acqua: un chiarimento necessario; v. in proposito anche  l’articolo di Andrea Boitani e Antonio Massarutto, pubblicato sulavoce.info il 17 maggio scorso). A ben vedere questo principio non è contraddetto dall’abrogazione dell’articolo 23-bis, che ne costituisce soltanto una possibile attuazione: un altro modo di attuarlo è quello indicato nel disegno di legge presentato in Parlamento dal Pd, che effettivamente è più compiuto e per alcuni aspetti anche più coerente con la normativa europea. Dunque, pur non condividendo gli intendimenti di gran parte dei promotori di questo referendum,  non ho particolari difficoltà a seguire l’indicazione del mio partito, favorevole al “sì” su questo quesito.

SECONDO QUESITO SULL’ACQUA (scheda gialla)
Il primo comma dell’art. 154 del d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152 (Norme in materia ambientale) recita: “La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere,dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia [...] Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo”. Il referendum mira all’abrogazione delle parole qui evidenziate in grassetto.
Ora, è evidente che, se la tariffa basta per coprire soltanto i costi di gestione del servizio, ma non la remunerazione del capitale investito, nessun operatore privato investirà su questo servizio: lo potrà fare soltanto un ente pubblico. Poiché oggi né lo Stato né le Regioni né i Comuni dispongono dei capitali necessari per la manutenzione straordinaria di cui la nostra rete idrica ha urgente necessità, essi dovranno prendere il denaro a prestito nel mercato finanziario, accollandosi i relativi interessi. Il quesito referendario può dunque tradursi così: “preferite voi che il capitale necessario per la manutenzione della rete idrica sia reperito e investito dalle amministrazioni pubbliche, con relativa remunerazione a carico di tutti i contribuenti, oppure che esso sia reperito e investito da imprese pubbliche o private sotto il controllo di un regolatore pubblico, con relativa remunerazione a carico degli utenti del servizio, in proporzione all’uso che ne fanno?”. Chi preferisce la prima soluzione vota “sì” (cioè a favore dell’abrogazione della norma che prevede il capitale investito sia remunerato dalla tariffa), mentre chi preferisce la seconda soluzione vota “no”.
Così stando le cose, mentre il “sì” sul primo quesito (scheda rossa) lascia aperta la possibilità di scelta tra l’affidamento della gestione del servizio a un’azienda municipale o a un’impresa privata selezionata mediante gara, invece il “sì” sul secondo quesito (scheda gialla) taglia – per così dire – le gambe a quest’ultima opzione: la rende di fatto impossibile. A meno che, come sovente è accaduto in passato quando ancora i referendum raggiungevano il quorum, ci si riservi di disattendere l’abrogazione facendo rientrare la remunerazione del capitale investito nei “costi di gestione delle opere”: ma questo sarebbe davvero politicamente disonesto. D’altra parte, nonostante che la Corte costituzionale abbia considerato questo esito compatibile con il vincolo europeo di cui ho detto sopra, a me sembra invece che esso possa anche essere considerato non compatibile, poiché se la tariffa non copre la remunerazione del capitale investito il servizio resta chiuso a qualsiasi possibile concorrenza tra imprese.
Che fare dunque nel mio caso, essendo io convinto invece che una concorrenza tra imprese ben regolata (con  il loro apporto di capitali) sia utilissima per il miglioramento del servizio e la riduzione del suo costo? Il mio commitment, che compare da tre anni nella home page di questo sito, è “verso i miei lettori ed elettori, continuare a dire, scrivere e proporre in modo chiaro e diretto tutto quello che penso; verso il partito che ho contribuito a fondare, la massima lealtà nel voto”. Con questo editoriale sto adempiendo al primo impegno; domenica prossimo adempirò correttamente il secondo.

QUESITO SUL NUCLEARE  (scheda grigia)
L’art. 5 del decreto-legge c.d. “omnibus”,  31 marzo 2011 n. 34, aveva abrogato le norme contenute nelle leggi n. 133/2008 e n. 99/2009 che disponevano l’avviamento di un nuovo programma nucleare italiano, rinviando di un anno ogni decisione in proposito. La Corte di Cassazione nei giorni scorsi ha ritenuto che il nuovo testo legislativo contenesse pur sempre disposizioni orientate nella stessa direzione di quelle abrogate, quindi suscettibili di essere sottoposte a referendum. Essa ha quindi modificato il quesito referendario spostandolo su queste nuove disposizioni.  Senonché, esaminato da vicino, il nuovo quesito risultante dalla sentenza della Corte di Cassazione ha ormai ben poco a che fare con la scelta dell’energia nucleare: esso riguarda soltanto la partecipazione dell’Agenzia italiana alle iniziative per la sicurezza delle altre agenzie europee e la disposizione che impegna il Governo a predisporre il piano energetico nazionale, senza specificarne il contenuto. Sul piano strettamente tecnico-giuridico, il “sì” e il “no” non riguardano dunque più la scelta se produrre in Italia energia con l’atomo o in altro modo.
Sul piano politico, tuttavia, il significato del “sì” o del “no” su questi quesiti resta quello originario. Non ci si può pertanto esimere dal prendere posizione. Propongo dunque le mie brevi considerazioni che seguono, da profano della materia, con i conseguenti interrogativi.

1. Votare contro le centrali atomiche, come abbiamo fatto nel referendum del 1987 a seguito del disastro di Chernobil, per poi acquistare a caro prezzo un quarto dell’energia elettrica che ci è indispensabile dalla Francia e dalla Svizzera, le quali la producono con centrali atomiche situate anche a pochi chilometri dal confine con l’Italia, è cosa poco sensata sul piano economico e poco onesta sul piano politico. A meno che noi riconosciamo di essere meno capaci dei francesi e degli svizzeri in questo campo: ma allora occorre esplicitarlo.

2. Se col nostro “sì” al referendum non intendiamo dire questo, sarà bene che chiariamo come altrimenti intendiamo procurarci l’energia di cui abbiamo bisogno. Sui giornali è molto diffusa la tesi secondo cui quel 25 per cento di energia possiamo produrlo sfruttando il sole e il vento (le fonti rinnovabili). Senonché nella fascia oraria tra il tardo pomeriggio e le prime ore della sera, nella quale si verifica il picco del consumo di elettricità, il sole non c’è e capita che il vento non soffi. E non esistono accumulatori che ci consentano di accantonare energia fotovoltaica o eolica al mattino per consumarla la sera (1). Dunque, se rinunciamo all’energia nucleare francese e svizzera, ma nel contempo diciamo che non intendiamo acquistare all’estero e bruciare in casa nostra una maggiore quantità di combustibile fossile (petroliocarbonegas), come intendiamo provvedere al fabbisogno?

3. È vero che esiste la possibilità di accumulare energia solare termodinamica. Ma  è realistico programmare la produzione e accumulazione secondo questa tecnologia nella misura sufficiente per coprire i picchi di fabbisogno? E qualcuno ha calcolato quanti chilometri quadrati occupano gli impianti necessari per produrre secondo questa tecnologia la stessa quantità di energia che può essere prodotta da una centrale nucleare?

4. È pure diffusa la tesi secondo cui potremmo risolvere il problema modificando le nostre abitudini di consumo energetico. Ma è vero o no che anche una modifica drastica delle nostre abitudini non potrebbe produrre più che una riduzione marginale?

5. Viceversa, se vogliamo tornare a crescere sul piano economico, quindi aumentare le nostre attività produttive, occorrerà programmare una corrispondente maggiore disponibilità di energia elettrica. Come intendiamo conciliare la crescita economica indispensabile al Paese con una riduzione dei consumi elettrici?

6. È vero che anche Germania e Svizzera dopo Fukushima hanno deciso una moratoria nucleare. Ma è anche vero che nessuno dei due Paesi ha chiarito come intende sostituire l’energia prodotta con le centrali nucleari. Non sarà forse che in entrambi i casi si è trattato di un atto politico compiuto per far fronte all’onda dell’emozione per il disastro di Fukushima, con la riserva mentale di non considerare questa decisione definitiva e irreversibile?

7. La vera grande obiezione contro il nucleare è che produrlo in modo totalmente sicuro, e stoccare in modo altrettanto sicuro le scorie, costa troppo. Ma se rinunciare al nucleare significa inevitabilmente, per la maggior parte, bruciare più petrolio, più carbone e/o più gas, dobbiamo fare il conto del danno all’ambiente, alla salute e alla pace nel mondo prodotto dall’uso dei combustibili fossili, dall’anidride carbonica e dalle polveri fini diffuse nell’atmosfera (è un danno che colpisce meno l’opinione pubblica, ma si misura in milioni di malati e di morti).

8. Da molti decenni l’Italia è circondata, come lo è tuttora, da molte decine di centrali atomiche che funzionano a pieno regime, a pochi chilometri dai suoi confini, con un impatto ambientale incomparabilmente inferiore rispetto a quello che sarebbe stato causato dai combustibili fossili necessari per produrre la stessa quantità di energia elettrica. Qualcuno ha calcolato i costi in termini di vite umane, di salute e di inquinamento che il nostro Paese avrebbe sofferto se in questi decenni si fossero, invece, trasportati e bruciati intorno a noi miliardi di tonnellate  in più di carbone e di barili di petrolio?

9. La Micronesia ha citato in giudizio con intendimento simbolico, ma fortemente significativo, il Governo ceco per l’aumento del livello delle acque oceaniche prodotto in prospettiva dalla centrale a carbone Prunerov-2, la più grande d’Europa, con le sue enormi emissioni di CO2. Soltanto una delle tante. Ne vogliamo davvero aggiungere qualche decina? Se non lo vogliamo, non è forse più realistico, più economico e meno pericoloso, per l’umanità e per il nostro pianeta, affrontare il costo - per quanto elevato – delle misure di assoluta sicurezza nella produzione con centrali atomiche, che la migliore tecnologia oggi ci offre?

In attesa di una risposta convincente a questi interrogativi, le mie opinioni sulla questione del nucleare rimangono quelle che ho espresso anche pubblicamente prima e dopo lo tsunami di Fukushima (Nucleare: il mestiere diverso del politico e dello scienziato, marzo 2011).
Quello di Fukushima, però, è stato uno tsunami anche per gli orientamenti dell’opinione pubblica mondiale: sul piano politico ha prodotto un’onda a cui era ed è impossibile resistere. Tanto è vero che ha travolto anche la scelta nuclearista compiuta con grande convinzione dal Governo italiano nel 2008 e 2009. Capisco bene, dunque, i motivi che determinano lo schieramento del Partito democratico in questa campagna referendaria: anche questo è uno dei casi nei quali la ragion politica, necessariamente focalizzata sul consenso possibile a breve termine, diverge dalla ragione intellettuale, che per sua natura prescinde dal criterio della popolarità. Vale dunque per me anche in questo caso la regola che ho indicato in riferimento al secondo quesito sull’acqua: lealtà verso il partito nel voto, lealtà verso i miei lettori ed elettori nel dire comunque in modo chiaro e diretto tutto quello che penso. Anche a costo di non potermi considerare un buon politico: il mio ruolo, anche all’interno del mio partito, è un altro.
Come ho detto nella conferenza su morale e politica citata all’inizio, penso che anche di questo ruolo meno politico la politica abbia sempre grande bisogno, se vuol essere capace di mettere in comunicazione il consenso di oggi con quello di domani.

da: Pietro Ichino |  REFERENDUM: LE MIE SCELTE SU ACQUA, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO.


Linee di indirizzo per l’assistenza alle persone in stato vegetativo e stato di minima coscienza

Nella G.U. n. 126 del 1/6/2011 la Conferenza Unificata ha pubblicato l’accordo 5 maggio 2011 recante: Accordo, ai sensi dell’articolo 9 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e gli enti locali sul documento «Linee di indirizzo per l’assistenza alle persone in stato vegetativo e stato di minima coscienza»


Gustavo Pietropolli Charmet Il rifiuto del corpo in adolescenza, Dialoghi sull’uomo, Pistoia, audio

Gustavo Pietropolli Charmet


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