Il fumettista siriano Ali Ferzat è stato picchiato e sequestrato da uomini vicini al presidente siriano Bashar al Assad per alcune sue vignette (come la prima qui sotto) considerate offensive verso il regime del paese asiatico, che sta attraversando un periodo di rivolta popolare sulla scia di quelli avvenuti nel Maghreb. Nonostante il ricovero in ospedale, Ferzat non ha perso tempo e ha creato un nuovo disegno per reagire alle lesioni subite.
Le novitą del sito del Gruppo Solidarietą al 31/8/2011
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- Calderoli: prendere i soldi alle vedove e ai disabili
- Una manovra disperata, iniqua e senza futuro
- Ricordo di Gianni Pellis
- I numeri della manovra a mezza estate
- Manovra economica. Il decreto legge (138-2011)
- Manovra bis. Salvare le politiche sociali
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- Pareggio di bilancio. E’ meglio farlo sul campo
- I valori della genitorialitą. La pedagogia di don Milani
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- Disabilitą. La regolamnetazione dei servizi nell’ambito 9 di Jesi
- Gli interventi sociali, i Comuni e la Regione
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- Sviluppo servizi sanitari e sociosanitarie nella Zona 5
- Contribuzio ne utenti. Nota del Difensore civico delle Marche
- Marche. Anziani non autosufficienti. Mancato aumento dell’assistenza. Di chi la responsabilitą?
- Per patologia o per bisogno? A proposito di recenti provvedimenti della regione Marche
Jesi, 28 ottobre 2011, I servizi sociosanitari della regione Marche ad un decennio dalle leggi sulle autorizzazioni. Bilancio e prospettive -www.grusol.it/eventi/28-10-11.pdf
Jesi, Venerdģ 25 novembre 2011. Anziani malati non autosufficienti. Valutazione, presa in carico e definizione dei percorsi assistenziali -www.grusol.it/eventi/25-11-11.pdf
Lunedì 22 agosto la Commissione Bilancio del Senato avvierà l’esame del disegno di legge di conversione del decreto legge no. 138 del 13 agosto 2011 contenente “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”. Italia Futura ha già espresso i propri dubbi e le proprie perplessità circa i contenuti di una manovra che consideriamo insufficiente ed iniqua ma soprattutto priva di una visione del futuro del paese (vedi l’editoriale di Luca di Montezemolo del 14 agosto 2011 “Sono scelte deboli contro l’emergenza”). Il Governo ha segnalato in tempi e modi diversi la propria disponibilità a correzioni che ci auguriamo significative.
Cogliendo questa disponibilità riteniamo di dover sintetizzare le direzioni di una possibile modifica del decreto avvertendo che i punti che seguono non devono intendersi come un menù, una lista all’interno della quale scegliere ciò che più aggrada e respingere ciò che appare più scomodo. Essi, al contrario, vanno considerati contestualmente in quanto rispondono ad una idea complessiva del paese, delle sue scelte di finanza pubblica, del loro impatto sulle diverse fasce sociali e delle loro conseguenze sulla crescita.
Il primo attore economico al quale riteniamo necessario e doveroso chiedere un sacrificio in questo frangente sono le Istituzioni (Scheda no. 1: Una patrimoniale per lo Stato e gli Enti locali; Scheda no. 2: Un contributo di solidarietà da parte della politica). Il patrimonio mobiliare ed immobiliare dello Stato e degli Enti locali è il primo patrimonio al quale fare ricorso per abbattere il debito pubblico (con l’obbiettivo di portarlo al più presto al di sotto del 100% del prodotto) e con esso il servizio del debito. Molto si può fare in tempi anche molto rapidi e moltissimo si può fare nel medio periodo. Dismettere il patrimonio pubblico è un atto dovuto nei confronti dei tanti italiani che sperimentano oggi la serietà della crisi. Lo è ancor di più dopo gli eventi delle passate settimane che hanno segnalato come proprio nella acquisizione e nella gestione del patrimonio pubblico si annida spesso la corruzione più diffusa e intollerabile. Ma dismettere non basta, bisogna anche intervenire sui flussi di spesa più direttamente attinenti le istituzioni. Sopprimendo le provincie, e non limitandosi ad accorparne alcune. Intervenendo decisamente su organi costituzionali come il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e su enti locali sui generis come le Camere di Commercio. E si tratta solo dei primi esempi.
Ciò premesso, riteniamo che la manovra all’esame del Parlamento sia una straordinaria opportunità per affrontare e risolvere alcuni nodi annosi dell’economia e della società italiane. La previdenza, in primo luogo (Scheda no. 3: Previdenza, un cantiere da chiudere). Riteniamo che sia arrivato il momento di superare definitivamente istituti nati e cresciuti in un contesto socio-economico completamente diverso da quello attuale (come le anzianità o la minore età pensionabile femminile) anche per poter disporre delle risorse necessarie a costruire un welfare a misura delle donne e un sistema previdenziale aperto alle generazioni più giovani. Se quindici anni fa era Cofferati a gridare “le pensioni non si toccano”, oggi è Bossi a recitare la stessa parte. E’ arrivato il momento che il paese si liberi dei conservatorismi tanto di sinistra quanto di destra che lo hanno fino ad ora ingabbiato.
Il mercato del lavoro, in secondo luogo (Scheda no. 4: Tutti uguali davanti al lavoro). Riteniamo che non sia più rinviabile l’introduzione di un unico contratto di lavoro a protezione crescente per tutti i futuri lavoratori dipendenti (ferme restando le ovvie eccezioni a contenuto formativo o dei contratti a termine per i casi di sostituzioni temporanee o di punte stagionali): occupazione a tempo indeterminato per tutti i nuovi assunti quindi e piena protezione contro le discriminazioni e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati, ma nessuna inamovibilità per motivi economici e organizzativi.
La definizione delle questioni previdenziali permetterebbe di abolire l’odioso, perché profondamente iniquo, contributo di solidarietà. Non mancano peraltro le ragioni per un intervento inteso a chiedere a chi più ha di contribuire maggiormente alla soluzione delle difficoltà del paese (Scheda no. 5: Crescita ed equità, due facce della stessa medaglia). Riteniamo che sia questo il momento per introdurre una imposta patrimoniale permanente con aliquota pari allo 0,5% sui patrimoni superiori a 10 milioni di euro. Il gettito dell’imposta sulle “grandi fortune” contribuirebbe, nel biennio 2012-2013, ad accelerare il percorso verso il pareggio di bilancio (portando comunque ad una pressione fiscale inferiore a quella prevista nella manovra) e sarebbe destinato dal 2014 a finanziare – su base strettamente competitiva – i settori dell’istruzione e della ricerca e della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.
Riteniamo, comunque, che si debba evitare il ricorso, in questa fase, a misure di carattere estemporaneo (Scheda no. 6: Regole sì, ma soprattutto regole stabili). Riteniamo che sia un errore grossolano quello di non mantenere i patti con i contribuenti anche quando questi patti sono sbagliati (come nel caso dello scudo). Il discorso, per inciso, vale anche per l’addizionale Ires sulle imprese energetiche. Tassare nuovamente i capitali scudati sarebbe, comunque, una ipotesi legalmente non praticabile e riproporre un nuovo scudo fiscale non aggiungerebbe nulla di strutturale alla manovra. L’ennesimo tentativo di non prendere atto della serietà della situazione.
Al rigore ed alla equità, riteniamo vadano affiancati interventi in grado di riportare l’Italia a crescere. Si tratta di interventi, in tutti i casi, senza impatto sui conti dello Stato. Interventi relativi al rapporto fra Stato e contribuenti (Scheda no. 7: Dagli evasori ai contribuenti): la lotta all’evasione è compito essenziale di ogni Governo, a prescindere, ed il rispetto dell’obbligo fiscale è essenziale per il corretto funzionamento di un economia di mercato (la autodichiarazione patrimoniale di cui alla Scheda no. 5 può, in questo senso, costituire uno strumento fondamentale), purché, però, contestualmente ci si impegni senza esitazioni a destinare alla riduzione delle aliquote le risorse provenienti dall’attività di contrasto all’evasione.
Interventi relativi al alla composizione del prelievo fiscale (Scheda no. 8: Sostenere le imprese): immaginare di ricorrere ad un aumento della imposizione indiretta (dell’Iva, cioè) per sostituire questo o quel pezzo della manovra è irragionevole; l’aumento dell’Iva può essere una scelta intelligente se e solo se è parte di una manovra di riequilibrio delle entrate intesa a ridurre corrispondentemente, e per lo stesso ammontare, il prelievo sulle imprese (a cominciare dall’Irap).
Interventi relativi al funzionamento dei mercati (Scheda no. 9: Mercato, non solo a parole): l’idea che per sostenere la crescita sia necessario mettere in campo risorse pubbliche è, come minimo, fuorviante (il Mezzogiorno ne è testimone). Il ricorso alla spesa pubblica è, spesso, la modalità con cui la politica evita di affrontare questioni difficili. Le principali misure di sostegno alla crescita nel nostro paese sono a costo zero: riguardano il funzionamento della pubblica amministrazione, in tutti i suoi aspetti, e, in particolare, il funzionamento dei mercati con particolare riferimento al comparto dei servizi. Facciamo nostre le proposte in tema di liberalizzazioni avanzate recentemente dall’Istituto Bruno Leoni.
Interventi tesi a cambiare la cultura politica e sociale del paese (Scheda no. 10: Le riforme costituzionali). Introduzione del vincolo del bilancio in pareggio, dimezzamento del numero dei parlamentari, abolizione delle province, libertà di impresa. Si proceda senza indugio con l’obbiettivo di concludere in tutti i casi l’iter entro l’anno e lo si faccia seriamente.
Disciplina (e serietà) nelle politiche di bilancio e equità nella distribuzione dei sacrifici, crescita: se la politica italiana c’è – tanto al governo quanto all’opposizione – batta un colpo. Se non c’è – tanto al governo quanto all’opposizione – si faccia da parte. L’Italia non può aspettare.
Il primo attore economico al quale chiedere un sacrificio in questo frangente sono le Pubbliche amministrazioni. Riteniamo che il patrimonio mobiliare ed immobiliare dello Stato e degli Enti locali sia il primo patrimonio al quale fare ricorso per abbattere il debito pubblico e con esso il servizio del debito.
Il patrimonio immobiliare delle amministrazioni locali ammonta a ca. 350 mld. di euro. La parte più consistente è posseduta dai Comuni (ca. 230 mld. di euro). Seguono le Regioni (11 mld. di euro) e le Provincie (29 mld. di euro). A ciò si aggiunge il patrimonio delle ASL (ca. 25 mld. di euro) e quello dell’Edilizia Residenziale Pubblica valutabile fra i 50 ed i 150 mld. di euro. Limitandoci al caso di Comuni, Provincie e Regioni, la parte libera, inutilizzata o affittata a terzi, è stimabile, in via prudenziale, in ca. il 3-5% del totale, pari ad un valore di mercato compreso fra i 20 ed i 40 mld. di euro. A questa andrebbe aggiunta la parte dell’Edilizia Residenziale Pubblica che ha perso le originarie finalità sociali, stimabile in ca. il 60% del totale. La Cassa Depositi e Prestiti – soggetto esterno alla P.A. – ha in essere mutui verso Comuni, Provincie e Regioni per complessivi 111 mld. di euro ca. che rappresentano debito pubblico per ca. 6 punti di Pil. Riteniamo che Comuni, Provincie e Regioni che dispongano di patrimonio immobiliare non utilizzato per fini strettamente istituzionali e/o affittato a terzi, debbano utilizzarlo per estinguere immediatamente, in tutto o in parte, i mutui già contratti con la Cassa Depositi e Prestiti (previa valutazione degli immobili da parte di un advisor nominato dalla stessa Cassa). La Cassa Depositi e Prestiti acquisirebbe gli immobili sostituendo nel suo attivo i mutui verso gli enti locali con le quote di un fondo cui gli immobili sarebbero successivamente trasferiti come equity e di cui la Cassa Depositi e Prestiti potrebbe limitarsi ad essere pro tempore il quotista di maggioranza relativa. Gli enti locali si priverebbero della parte non utilizzata del patrimonio immobiliare e contestualmente ridurrebbero l’indebitamento. Inoltre, nel caso di Comuni, Provincie e Regioni che non dispongano di patrimonio immobiliare non utilizzato per fini strettamente istituzionali e/o affittato a terzi ma dispongano di partecipazioni di controllo in società di capitali che gestiscano servizi di pubblica utilità, riteniamo che gli stessi Enti locali debbano utilizzare queste ultime per estinguere in tutto o in parte i mutui già contratti con la Cassa Depositi e Prestiti. L’impatto della norma sullo stock di debito pubblico è potenzialmente pari al 5% del Pil.
Il patrimonio mobiliare dello Stato ammonta a ca. 500 mld. di euro. Al suo interno spiccano alcune partecipazioni che in nessun senso possono considerarsi strategiche: due delle tre reti Rai, Bancoposta, Sace, Anas (per la componente concessioni) per fare solo i primi esempi. La loro dismissione, con modalità da definirsi, deve essere posta immediatamente all’ordine del giorno. L’introito corrispondente dovrebbe essere riversato nel fondo per l’ammortamento del debito pubblico.
Per memoria, si ricorda che fra il 1994 ed il 2003 furono privatizzati asset per ca. 90 mld. di euro. Nel periodo 2000-2005 sono stati privatizzati immobili pubblici per circa 20,4 miliardi di euro, di cui 16,3 miliardi da parte dello Stato ed Enti previdenziali e 4,2 da parte degli Enti territoriali.
L’intervento sulle realtà provinciali e comunali di minori dimensioni presente nella manovra è meritorio ma largamente insufficiente. Nel primo caso, in particolare, esso non prefigura il necessario superamento dell’istituzione provinciale. Riteniamo dunque che, in attesa di norma costituzionale che elimini il livello intermedio di governo fra Comuni e Regioni, debbano essere soppresse tutte le province con meno di 1 milione di abitanti e che le funzioni delle stesse debbano essere fin d’ora trasferite alle Regioni o ai Comuni. A scanso di equivoci, è bene ripeterci: soppresse, e non accorpate.
Riteniamo, inoltre, che il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro possa, nel rispetto del dettato costituzionale, essere collocato presso la Presidenza del Consiglio e ridotto a non più di 15 membri non remunerati per le loro funzioni.
Riteniamo che alcune delle funzioni a rilevanza pubblica oggi svolte dalle Camere di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura debbano essere affidate agli enti locali (in particolare la tenuta del registro delle imprese) e che l’autonomia degli enti camerali debba tradursi in una loro indipendenza economica derivante dalla fornitura a titolo oneroso di servizi alle imprese in regime di concorrenza, in assenza di qualsivoglia autonomia tributaria.
Le riforme dell’ultimo quindicennio – ivi inclusa la recente indicizzazione agli andamenti demografici – hanno fatto molto per garantire la sostenibilità del sistema nel lungo periodo che garantita ancora non è però in presenza di una crescita debole, per un verso, e, per l’altro, di un numero rilevante di carriere lavorative corte e/o discontinue. Riteniamo che sia arrivato il momento di superare definitivamente istituti nati e cresciuti in un contesto socio-economico completamente diverso da quello attuale anche per poter disporre delle risorse necessarie a costruire un welfare aperto alle donne e un sistema previdenziale a misura delle generazioni più giovani.
In primo luogo, le pensioni di anzianità. Nate nel 1969 in un momento in cui le tendenze demografiche sembravano permettere una maggiore generosità, oggi sono un inaccettabile onere a carico delle generazioni future. Chiudere la parentesi delle pensioni di anzianità – con la dovuta eccezione dei cd. lavori usuranti – è semplicemente un atto dovuto. Riteniamo, quindi che i requisiti per le pensioni di anzianità (tanto per i dipendenti quanto per gli autonomi) vadano così ridefiniti: (a) dal 1°gennaio 2012 almeno 36 anni di anzianità contributiva e 62 anni di età, (b) dal 1° gennaio 2013 almeno 36 anni di anzianità contributiva e 63 anni di età, (c) dal 1° gennaio 2014 almeno 36 anni di anzianità contributiva e 64 anni di età, (d) dal 1° gennaio 2015 almeno 36 anni di anzianità contributiva e 65 anni di età. L’intervento riguarderebbe, nel triennio, non più di 150 mila lavoratori.
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In secondo luogo, l’età pensionabile femminile. La differenza rispetto alla età pensionabile maschile non è altro che la conseguenza di un modello sociale centrato sul maschio, prevalente fonte di reddito familiare. Un risarcimento e, soprattutto, un anacronismo che, non contenti, vorremmo cominciare a correggere solo fra dieci anni. Riteniamo che l’adeguamento debba aver luogo a partire dal 1° gennaio 2012 e concludersi, al massimo, nel giro di un decennio.
In terzo luogo, l’età pensionabile. Riteniamo che si debba anticipare al 2012 l’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita, con l’obbiettivo di portare l’età pensionabile a 67 anni fin dal 2016.
Nel complesso, i tre interventi citati comporterebbero a partire dal 2012 minori spese per ca. 0,5-1,0 mld. di euro che crescerebbero nel tempo fino a raggiungere 1-2 mld. di euro nel 2014, 2-3 mld. nel 2015 e, a regime, ca. 15-20 mld. di euro.
Una quota minima dei risparmi citati dovrebbe essere destinata fin dal 2012 (a) alla definizione di uno schema di prestiti contributivi in grado di sfruttare il meccanismo “ad accumulazione” del sistema previdenziale vigente; uno schema inteso a consentire – con oneri marginali per lo Stato – carriere contributive continue anche per le generazioni più giovani in grado di evitare quel che fra qualche tempo sarà inevitabile: il ritorno in grande stile della pensione assistenziale; (b) alla realizzazione di una rete di asili nido in grado di favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro; e (c) al finanziamento della riforma della contrattazione (vedi Scheda no. 4) .
Riteniamo che non sia più rinviabile l’introduzione di un unico contratto di lavoro a protezione crescente per tutti i futuri lavoratori dipendenti (ferme restando le ovvie eccezioni a contenuto formativo o dei contratti a termine per i casi di sostituzioni temporanee o di punte stagionali): occupazione a tempo indeterminato per tutti quindi e piena protezione contro le discriminazioni e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati, ma nessuna inamovibilità per motivi economici e organizzativi. In caso di licenziamento, trattamento complementare di disoccupazione “alla scandinava”, contribuzione figurativa per i periodi di disoccupazione, assistenza nel mercato del lavoro più efficace e controllo altrettanto efficace sulla effettiva disponibilità del lavoratore alla nuova occupazione. Nel contempo, attenta valutazione dei maggiori oneri monetari sopportati dalle imprese a seguito del cambio di regime (valutabili in media e in termini prudenziali in circa lo 0,3% della retribuzione lorda) e rimborso degli stessi oneri medi in via permanente attraverso una riduzione di pari importo di alcune voci di contribuzione e i rimborsi resi possibili dal Fondo Sociale Europeo.
Riteniamo che sia questo il momento per introdurre una imposta patrimoniale permanente con aliquota pari allo 0,5% sui patrimoni superiori a 10 mil. e tetto pari a euro 1.000.000 (escludendo le partecipazioni in società non quotate ma non le immobiliari e le holding di partecipazione). L’imposta sarebbe basata su una autodichiarazione dei patrimoni mobiliari ed immobiliari eccedenti i 10 ml. di euro da parte dei contribuenti da presentarsi unitamente alla dichiarazione Ire e dovrebbe prevedere pesanti sanzioni nel caso di dichiarazioni mendaci.
Secondo le stime dell’Associazione Italiane Private Banking, sono 20 mila gli italiani con un patrimonio finanziario netto fra i 5 e i 10 milioni di euro e 8 mila quelli con patrimonio finanziario netto superiore a 10 milioni di euro: Ricordando che la ricchezza mobiliare delle famiglie italiane tende ad essere i 2/3 circa della ricchezza immobiliare, una valutazione prudenziale porterebbe a valutare in oltre 1,0 mld. di euro il gettito dell’imposta se riferita al solo scaglione più elevato (> 10 ml. di euro).
Il gettito dell’imposta andrebbe a sostituire, per dimensione, negli anni 2012 e 2013 il cd. contributo di solidarietà e, a partire dal 2014, verrebbe destinato a finanziare – su base strettamente competitiva – i settori dell’istruzione e della ricerca e della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.
Il fisco dovrebbe essere il regno della stabilità, della semplicità, della trasparenza. Le norme fiscali dovrebbero essere pensate per durare decenni (e non anni) e dovrebbero essere costruite per essere comprese. Ma non in Italia: valga per tutti l’esempio della addizionale Ires sulle imprese del settore energetico che rappresenta, al meglio, uno dei principi cui più frequentemente si è ispirata la politica italiana nell’ultimo quindicennio: le regole possono essere cambiate in qualunque momento a discrezione del Sovrano. Finché questa sarà l’impostazione, i capitali stranieri di cui pure avremmo estremo bisogno non metteranno piede in Italia (e quelli italiani ne usciranno). In questo senso, sopprimere l’addizionale Ires è parte di una nuova e diversa strategia di politica economica intesa a riportare i capitali esteri in Italia. Nella stessa direzione va il rifiuto di tassare i capitali rientrati con lo scudo fiscale. Che quei capitali siano stati a suon tempo tassati in misura infima è fuori discussione, ma altrettanto fuori discussione dovrebbe essere il rispetto dei patti.
La lotta all’evasione è compito essenziale di ogni Governo, a prescindere, ed il rispetto dell’obbligo fiscale è essenziale per il corretto funzionamento di un economia di mercato. La autodichiarazione patrimoniale (di cui al punto 4) può, in questo senso, costituire uno strumento fondamentale. Purché, però, contestualmente ci si impegni a destinare alla riduzione delle aliquote le risorse provenienti dall’attività di contrasto all’evasione. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: si chieda al Ragioniere generale dello Stato di certificare ex post il recupero da evasione e si stabilisca fin d’ora che lo stesso sarà dedicato anno dopo anno alla riduzione della pressione fiscale. Se per qualche anno si mantenesse il ritmo del 2010 (ca. 10 mld. di euro evasi recuperati dall’Amministrazione), basterebbe una legislatura per ridurre significativamente e visibilmente la pressione fiscale sui contribuenti onesti.
Immaginare di ricorrere ad un aumento della imposizione indiretta (dell’Iva, cioè) per sostituire questo o quel pezzo della manovra è irragionevole: si andrebbe incontro a tutti i rischi di un aumento della imposizione indiretta (in particolare, ad un ritocco generalizzato dei prezzi) senza trarre tutti i benefici che da una simile operazione potrebbero derivare. L’aumento dell’Iva può essere una scelta intelligente se e solo se è parte di una manovra di riequilibrio delle entrate intesa a ridurre corrispondentemente, e per lo stesso ammontare, il prelievo sulle imprese (a cominciare dall’Irap e, in particolare, dalla deducibilità del costo del lavoro).
Facciamo nostre le proposte avanzate oggi su La Stampa in tema di liberalizzazioni dall’Istituto Bruno Leoni. E cioè:
a)separazione della rete gas dall’ex monopolista per liberalizzare il mercato del gas;
b)introduzione della concorrenza nel trasporto ferroviario regionale;
c)liberalizzazione dei servizi pubblici locali;
d)riforma dei servizi idrici (pur nel rispetto dell’esito del referendum);
e)liberalizzazione del settore postale;
f)liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura dei negozi;
g)liberalizzazione dell’assicurazione infortuni (e privatizzazione dell’Inail)
h)piena liberalizzazione delle telecomunicazioni.
Introduzione del vincolo del bilancio in pareggio, dimezzamento del numero dei parlamentari, libertà di impresa. Si proceda senza indugio con l’obbiettivo di concludere in tutti i casi l’iter entro l’anno ma lo si faccia seriamente. Nel caso del pareggio di bilancio (art. 81) si preveda (a) una maggioranza qualificata per l’approvazione di deroghe al pareggio, nel caso in cui si debbano fronteggiare situazioni eccezionali, e (b) un limite percentuale al rapporto tra spesa pubblica e PIL, in modo da rendere più efficace il vincolo del pareggio. Nel caso della libertà di impresa, se proprio si vuole intervenire sull’art. 41, lo si faccia per affermare un principio in Italia regolarmente negato da tutti i governi dell’ultimo quindicenni. Si scriva che le norme che regolano l’attività economica privata non possono essere retroattive. Per gli investitori internazionali questo sarebbe un messaggio infinitamente più forte del “ciò che non è vietato è permesso” che oltre le Alpi avrebbero serie difficoltà, prima che ad interpretare, a tradurre.
11.Come si evince dalla tabella che segue, le modifiche proposte hanno natura strutturale e implicano risparmi crescenti nel tempo. Esse implicano una pressione fiscale inferiore per ca. 0,5 punti percentuali di Pil rispetto alla manovra all’esame del Senato e, a partire dal 2015, pongono le premesse perché i tagli di spesa consentano una ulteriore graduale riduzione della pressione fiscale.
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la città di Anghiari, comune di poco meno di seimila anime in provincia di Arezzo, reca una dicitura che suscita più di una curiosità: “Anghiari, città dell’autobiografia”.
Qui, dal 1998, ha sede infatti la LUA, la Libera Università dell’Autobiografia, nata su iniziativa dello studioso dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca Duccio Demetrio e di Saverio Tutino, inventore dell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, con l’idea di costruire un luogo di ricerca, formazione e diffusione della cultura della memoria.
Uno spazio per convegni, seminari e corsi dedicati alla scrittura biografica e autobiografica definite dai promotori “un mezzo e un metodo insostituibile per la valorizzazione di se stessi, per lo sviluppo delle capacità cognitive e delle diverse forme del pensiero, per la creazione di una sensibilità volta a leggere le testimonianze degli altri e ad ascoltarle per poi riscriverne la storia”.
Una vera e propria scuola, pensata esclusivamente per il racconto delle esperienze di vita. “Ogni anno quasi un centinaio di persone partecipano alle attività dei nostri corsi”, spiega Sara Moretti, responsabile delle relazioni esterne dell’istituto. “Sono soprattutto donne. Si tende a ritenere che per gli uomini sia più difficile lavorare sulle proprie emozioni e questo spiegherebbe il tasso più basso di partecipazione”.
“Le cure palliative consistono nell”assistenza attiva e totale dei pazienti terminali quando la malattia non risponde più alle terapie ed il controllo del dolore, dei sintomi, degli aspetti emotivi e spirituali e dei problemi sociali diventa predominante”. “Le cure palliative hanno carattere interdisciplinare e coinvolgono il paziente, la sua famiglia e la comunità in generale. In questo senso la cura palliativa è un richiamo al più antico e basilare concetto di cura: provvedere alle necessità ed esigenze dei pazienti in qualsiasi luogo si trovino o abbiano scelto per essere curati, al domicilio od in ambito ospedaliero”. “Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire come un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di garantire la migliore qualità di vita, sino alla fine”.
(Dallo Statuto dell”Associazione Europea per le Cure Palliative)
Sull’Iva passa la linea Tremonti. Mini-ritocco sulle pensioni
Così, alla fine, sulla possibilità di un rialzo dell’imposta sul valore aggiunto il titolare dell’Economia è riuscito a far passare la sua linea, cioè quella del rinvio di un eventuale rialzo all’interno della delega fiscale. Pdl e Lega hanno quindi studiato un’altra strada per arrivare al medesimo risultato: cioè quella di una tassazione su intestazioni e interposizioni patrimoniali elusive e di una scure sulle coop per ricavare risorse da destinare alla soppressione della super Irpef. Che dunque dovrebbe finire definiitivamente nel cassetto come chiedeva del resto il Cavaliere. Quanto alle pensioni, altro delicato argomento sull’asse Pdl-Lega, è stato concordato «il mantenimento dell’attuale regime previdenziale già previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione».
Via alla riduzione dei i tagli agli enti locali
Dal summit arriva poi una boccata d’ossigeno anche per gli enti locali. La riduzione dei tagli previsti a loro carico dovrebbe aggirarsi attorno ai due miliardi di euro. Maroni ha illustrato la proposta alla delegazione dei sindaci lasciando il vertice di Arcore poco dopo le 16 ed è poi tornato nella residenza milanese del premier per riferire dell’esito del confronto con i sindaci. Su questo punto, le richieste degli amministratori erano state molto chiare: drastica riduzione dei loro sacrifici o sarà ancora mobilitazione. Non è escluso dunque che la maggioranza possa reperire ulteriori risorse prima del deposito degli emendamenti fissato tra qualche ora. Anche perché, per il momento, dall’Anci non arrivano giudizi molto positivi sul vertice di Arcore. «C’è qualche timido riconoscimento per la situazione finanziaria degli Enti locali ma, in attesa di conoscere i dettagli dell’accordo di maggioranza, il giudizio si configura più negativo che positivo», taglia corto il presidente facente funzione dell’Anci, Osvaldo Napoli.
Piccoli Comuni: nessuna soppressione ma accorpare le funzioni
Sul fronte, poi, della soppressione dei piccoli municipi è stata decisa la «sostituzione dell’articolo della manovra relativo ai piccoli Comuni con un nuovo testo che preveda l’obbligo dello svolgimento in forma di unione di tutte le funzioni fondamentali a partire dall’anno 2013 nonché il mantenimento dei consigli comunali con riduzione dei loro componenti senza indennità o gettone alcuno per i loro membri». Insomma, su questo punto le richieste dei sindaci dei Comuni sotto i mille abitanti – che nei giorni scorsi avevano incontrato anche il sottosegretario Gianni Letta ottenendo da lui precise rassicurazioni – sono state invece in gran parte accolte.
La fine di un tiranno non può mai esser grande: non si può permettere che lo sia, «per la contraddizion che nol consente». Bisogna che alla fine tremi di paura, o scodinzoli dietro alle gonne della sua ultima amante, o cerchi di sistemare al sicuro il malloppo che ha messo insieme. Una vita politicamente grande, quando non è coronata dal successo e quando il consenso non le sopravvive, richiede una fine piccola e meschina. Sono le regole del gioco. Se e quando la realtà storica minaccia di parlare un linguaggio diverso, la manipolazione propagandistica s’incarica di metter le cose a posto.
Ecco perché in fondo, tra i tiranni archetipici del nostro tempo, la sola vera «scandalosa» eccezione è Stalin, morto da vincitore e al culmine della gloria e del consenso mondiale; e la cui stessa damnatio memoriae è arrivata tardiva e ambigua. Ma per descrivere davvero il tragico paradosso storico di Josip Vissarionovich, sarebbero necessari lo stilo di Plutarco o la penna di Shakespeare. Per troppi suoi squallidi o ridicoli succedanei, sarebbe stata o sarebbe già troppo quella di Pitigrilli.
L’agevolazione lavorativa più conosciuta ed utilizzata per poter contribuire nell’assistenza dei nostri cari privi di autonomia è quella introdotta dalla Legge 104.1992, il cui articolo 33 ha previsto la possibilità di utilizzare dei permessi mensili.
Più o meno tutti, torniamo al lavoro. Un rientro strano, per molti il primo di questo genere. Si ritorna a lavorare con la consapevolezza di essere più poveri, e con la quasi certezza che i guai non siano affatto finiti qui.
E’ tutto diverso dall’ultimo “rientro in piena crisi”, quello del 2008. Allora a non avere più soldi, e a rischiare di fallire, erano le grandi banche d’affari (la più nota: Lehman). Oggi sono gli Stati. E la reazione psicologica delle persone è molto diversa.
Pochi credono che tutto dipenda da aspetti tecnici, come i mutui subprime all’origine della crisi di tre anni fa, o da oscure cricche finanziarie internazionali. Anche nelle prime sedute terapeutiche post vacanze, le persone sono preoccupate per gli enormi debiti pubblici, e la banalità dei discorsi dei governanti occidentali, titolari degli stessi.
Questa consapevolezza, che ispira le preoccupazioni delle persone che lavorano, crea in esse un atteggiamento psicologico nuovo. Anche se tutti hanno paura di tasse, balzelli, disordine, emerge l’intuizione che non si tratta di un “momento” ma di un vero e proprio passaggio, forse destinato a cambiare profondamente i sistemi economici e dunque la stessa vita dell’Occidente. Ciò conferisce alle persone anche più forza e determinazione.
Pochi si aspettano che i politici estraggano dal cappello un coniglio miracoloso, e i più preferiscono invece contare su di sé. Il pericolo fa sì che l’assumersi ogni responsabilità in prima persona appaia come l’unica mossa possibile, e la sola che potrebbe davvero cambiare la situazione.
Infatti, anche se il linguaggio della politica ha coperto questa realtà con ragioni ideologiche di vario tipo, la psiche umana sa bene, per un’intuizione elementare, che contare su ciò che non si ha (energie non tue, denari che non hai guadagnato, eventi che non si sono prodotti), mette chi lo fa in una posizione molto pericolosa, che può portare alla rovina. E’ la reazione elementare per la quale il generale De Gaulle, non un vero politico né un economista, ma dotato di buon senso contadino, richiamato al potere dai francesi, pretese il saldo in oro, con periodicità fissa, dei debiti prodotti nel periodo in dollari, moneta che già negli anni 60 del secolo scorso riteneva troppo indebitata.
Cinquant’anni dopo scoppia (come molti prevedevano già allora) la “bolla” dei debiti sovrani. E le persone, in Italia come negli altri paesi, più o meno a malincuore, ricominciano a progettare contando soprattutto sulle proprie forze.
I fallimenti degli Stati che hanno assunto ormai da tempo la fisionomia ambigua di genitori scialacquatori e disordinati, corrotti come quasi sempre accade ai bancarottieri, richiamano i cittadini ad assumersi le proprie responsabilità.
A differenza delle “crisi tecniche” (di origini poco comprensibili), quella attuale, dalla natura assai più chiara, non sembra suscitare reazioni di tipo depressivo, o lamentoso, ma operativo. Quando le navi si incrinano pericolosamente, è più interessante capire come salvarsi che indagare sulle colpe degli ufficiali. E’ questo l’atteggiamento, piuttosto spregiudicato e vitale, che sembra presiedere al nostro rientro. Tra le tante difficoltà si fa strada una quasi-certezza: sbaglia chi conta su forze e risorse che non ha.
L’antico sapere del padre di famiglia condiviso istintivamente dall’animale impegnato nella lotta per la vita, ritrova la sua secolare dignità. Non è certo la fine dei problemi, ma è un inizio.
ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby, liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d’età: 535.752 per la precisione, che costano allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l’anno. Ancora oggi l’Inpdap, l’ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse sotto i 50 anni: di queste più di 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini, per una spesa nel 2010 di 7,4 miliardi. A queste pensioni si sommano 106.905 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) per un costo di altri 2 miliardi.
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Sempre secondo i dati del Casellario centrale, l’età media di questo mezzo milione di pensionati baby sta tra 63,2 anni (per chi ha lasciato il lavoro nella fascia d’età 35-39 anni) e 67 (per chi ha lasciato a 45-49 anni). Questo significa che stanno prendendo l’assegno come minimo da 18-24 anni e che, considerando la speranza di vita, continueranno a prenderlo per un’altra quindicina d’anni.
I baby pensionati ricevono in media una pensione lorda di circa 1.500 euro al mese. Importi generosi considerando che mediamente vengono pagati per più di 30 anni e che hanno alle spalle pochi contributi. Tanto che di solito un pensionato baby incassa minimo tre volte quanto ha versato. Se anche si volesse limitare il contributo a coloro che sono andati in pensione prima dei 45 anni, la platea sarebbe ampia: 240.063 assegni per un costo di 3,8 miliardi l’anno.
Le pensioni concesse sotto i 50 anni sono concentrate al Nord (il 65% circa). Al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi. Seguono: Veneto, Emilia Romagna e Piemonte.
una ottima argomentazione dell’ottimo cadavrexquis
P.F.
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E’ vero che, come sostiene qualcuno, per ora la legge che impedisce di indossareniqab o burka in pubblico non c’è – purtroppo, aggiungo io -, ma è altrettanto vero che la legge del 1975 che impedisce, per motivi di sicurezza, di girare mascherati è tuttora in vigore e può quindi essere applicata. Tanto basterebbe, in teoria, per chiedere alla forza pubblica di “smascherare” le donne che indossano quelle gabbie di tessuto, ma non ne verrebbe disinnescata la giustificazione culturale-religiosa. Io ritengo invece che un’ulteriore legge sia necessaria, proprio per stabilire una questione di principio: chi viene a vivere qui – e sceglie di stabilirsi nel nostro paese – deve accettare determinate regole di base della nostra società, tra le quali quella di mostrare il proprio volto quando si rivolge agli altri e quando è in pubblico. Sottolineo il “deve” – e non “può, se vuole”. Credo che su certe faccende occorra essere intransigenti e, da parte della legge, ci debba essere un intervento proattivo. Non è questione di libertà individuale, come ha sostenuto indignata tale Sumaya Abdel Qader, “mediatrice culturale” giordano-palestinese. Se una donna vuol proprio scegliere di andarsene in giro bardata come una mummia (perché glielo impongono le sue tradizioni culturali o religiose), può farlo tranquillamente in quei paesi dove è consentito – o, per meglio dire, obbligatorio – farlo, come l’Arabia Saudita, per esempio. Se ognuno potesse andare in giro conciato come vuole, allora potremmo cominciare a uscire nudi per strada: basterebbe invocare ilnudismo o il naturismo come articolo di fede di una nostra personalissima religione. Scommettiamo che nessuno si sognerebbe, se venissimo fermati per oltraggio al pubblico pudore, di protestare perché sono stati lesi i nostri diritti individuali?
Ho sempre detto che se fosse arrivato il giorno in cui non avrei più potuto far fronte ai miei impegni come amministratore delegato di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere. Sfortunatamente quel giorno è arrivato.
Rassegno le mie dimissioni da amministratore delegato di Apple. Vorrei essere, se il consiglio di amministrazione lo ritiene, il presidente del board e un dipendente di Apple.
Raccomando fortemente l’esecuzione del nostro piano di successione e la nomina di Tim Cook come amministratore delegato di Apple.
Ritengo che i giorni più splendidi e più innovativi per Apple siano davanti a noi, voglio contribuire al successo di Apple con un nuovo ruolo.
Nella mia vita in Apple mi sono fatto alcuni dei miei migliori amici e voglio ringraziare tutti per i molti anni in cui ho potuto lavorare con voi.
E’ estiva l’abitudine di partire alla ricerca di luoghi che consentano di scoprire nuove realtà lontane dalla consuetudine del vivere quotidiano e dei suoi ritmi doveristici. Un modo per “d imenticarsi” chi si è, dove si abita, chi ti vive accanto e, per un misurato lasso di tempo, poter respirare aria diversa, sperimentare altri spazi, culture, costumi. Il viaggio condotto nell’epoca moderna, diventato ormai routine, ha radicalmente mutato la figura storico-sociale del viaggiatore, così come lo si può riscontrare nelle diverse etimologie che nel corso del tempo hanno sottolineato le ristrutturazioni di tale termine.
La casaè luogo dell’intimità e degli affetti, ambiente in cui ci possiamo “spogliare” delle nostre difese, dei nostri ruoli sociali per ritrovarsi protetti e a proprio agio. Uno spazio “nostro” in cui sentirsi “padroni” (diciamo infatti che ciascuno è padrone a casa sua), da curare secondo le nostre esigenze e i nostri gusti. La casa vera, quella che rispecchia il nostro essere, non è un “oggetto bello” da mostrare agli ospiti per far figura, ma lo “spazio” nel qualevivere in modo comodo e gradevole.
Nella casa raccogliamo gli oggetti e i ricordi della nostra vita che pian piano si stratificano e sedimentano il nostro vissuto, ricordi del tempo che passa, della storia familiare. Allo stesso tempo la “casa” evolvee si adatta alle nuove esigenze; viene modificata per voglia di cambiamento o per necessari rinnovamenti “epocali”.
“Se si votasse in questo momento, il Pdl non prenderebbe piu’ del 22-25%, mentre la Lega Nord si attesta tra il 7 e il 9%. I partiti di opposizione tengono perche’ guardano ai propri serbatoi di consensi eanche perche’ perdura la chiave anti-berlusconiana (punto sul quale Bossi ci sta mettendo del suo). Il Partito Democratico si attesta attorno al 25% e molto probabilmente sarebbe la prima forza in caso di elezioni, anche perche’ gli scandali come quello di Penati sono molto sfumati. Ma attenzione, in questa fase c’e’ una grande indecisione e un’ottima possibilita’ di successo per chi scegliesse di entrare in campo”. Montezemolo? “Se scendesse in politica adesso farebbe danni a tutti, soprattutto al centrodestra. E’ gia’ stato fatto un errore clamoroso di sottovalutazione del Terzo Polo, che alle ultime Amministrative e’ andato benissimo nelle citta’ piccole (tra il 14 e il 19%). Con Montezemolo leader potrebbe arrivare tranquillamente sopra il 20%”.
Pesantissime vendite sui colossi del credito che soffrono le preoccupazioni della Federal Reserve sulla liquidità delle banche continentali attive negli Stati Uniti. Scivola l’euro, petrolio in netto calo. Tengono i BTp – L’eterno ritorno dell’identico copione europeo non rassicura i mercati (di daniele bellasio)…»
Il meeting è diventata un’industria. Ma la potenza vera di Comunione e liberazione sta negli affari: un impero che negli anni ha raggiunto i 70 miliardi di euro, la metà in Lombardia e una buona fetta nelle coop dell’Emilia Romagna
Mancano ormai pochi giorni all’inizio del ciellino “meeting per l’amicizia fra i popoli” di Rimini. La manifestazione costa 8 milioni 475 mila euro, di cui il 71 per cento coperto da sponsor e pubblicità, circa il 20 dai punti di ristoro del meeting, mentre il resto proviene dagli incassi degli spettacoli e dalle donazioni di privati.
Chiamatela “amicizia operativa” come ama definirla Roberto Formigoni, presidente della regione Lombardia e primo fra i Memores Domini di Cl, o se preferite “sussidiarietà dei favori”. Emma Bonino, vice-presidente del Senato usa invece la locuzione “parastatalizzazione del privato”. Vi starete sempre riferendo a quella rete di potere che è stata creata nei decenni da Comunione e liberazione e dalla Compagnia delle opere (CdO), il suo braccio finanziario, una rete di più di 34 mila imprese con un fatturato complessivo di almeno 70 miliardi di euro. Da tempo a questo sistema non sono estranei gli interessi delle cooperative emiliano-romagnole.
Valerio Federico, membro del comitato nazionale dei radicali italiani, nel suo scritto “La peste lombarda”, ha definito questa pratica di governo “lo strumento più efficace e rispondente agli obiettivi di CL di corporativizzazione e confessionalizzazione della società, a partire da quella lombarda, mediante la sistematica acquisizione e gestione del potere politico, religioso, economico, finanziario”.
Anche gli stranieri mungono l’Inps e qualche simpatico vecchietto può accedere alla estesa categoria di pensionato sociale. La Guardia di Finanza solo nel 2011 ha individuato 270 casi di pensioni sociali devolute a stranieri per sopravvivere in Italia, stranieri che appena ottenuta la pensione tornano nel paese d’origine. Il danno alle casse statali di 6,2 milioni di euro ed il meccanismo per assicurarsi la pensione sociale è semplice, mentre difficile è individuare la truffa in atto.
Accade ad esempio che la badante ucraina in Italia da tempo, in possesso di regolare contratto di lavoro e regolare permesso di soggiorno, possa richiedere la ricongiunzione familiare con i suoi genitori. Così un ipotetico nonno Ivan e consorte possono ricongiungersi all’amata figlia, ma giunti in Italia non hanno modo di mantenersi: è loro diritto allora richiedere una pensione sociale all’Inps.
La situazione appena descritta non presenta irregolarità, ma costituisce un diritto al sussidio per l’anziana coppia che ha abbandonato la terra natia, come spiega Vittorio Palmese, tenente colonnello della Finanza: “A termini di legge è sufficiente che il soggetto abbia compiuto 65 anni, risieda sul suolo italiano e non abbia un reddito sufficiente per vivere, pari a 6 mila euro l’anno”.
La truffa nasce quando l’anziana coppia di genitori fa ritorno in patria senza dichiararlo all’Inps, continuando così a ricevere la pensione sociale richiesta non appena messo piede sul suolo italiano. La guardia di Finanza spiega che smascherare la truffa non è semplice: “Bisogna fare controlli approfonditi verificando se una residenza non sia fittizia, controllando i vari visti sui passaporti, verificando le utenze e incrociando i dai, con poteri di polizia che magari altri enti dello Stato non hanno”.
Il mondo è nel mezzo del più imponente e radicale cambiamento demografico nella storia del genere umano. Benché l’umanità abbia impiegato quasi un milione di anni per arrivare intorno all’anno 1800 al miliardo di esseri umani, a partire dal 1960 siamo cresciuti dei successivi miliardi ogni decennio o due, oggi sul nostro pianeta siamo arrivati a 7. Le proiezioni indicano che nel 2050 la popolazione raggiungerà i 9,3 miliardi di persone.
Da qui al 2050 quasi certamente si aggiungeranno alla popolazione esistente quasi altrettante persone di quante abitavano la Terra intera nel 1950. Una delle sfide più grandi con le quali dovrà confrontarsi il genere umano sarà garantire cibo, vestiario, un tetto e assistenza in genere alla popolazione globale terrestre che si aggiungerà a quella esistente.
Se prendiamo come parametro medio di riferimento il progresso materiale raggiunto nei secoli, potrebbe sembrare che la necessità fungerà in ogni caso da madre dell’ingegno e che riusciremo a far fronte alle sfide che ci si presenteranno, proprio come siamo riusciti a far fronte a quelle precedenti grazie all’innovazione tecnologica e delle istituzioni.
I riferimenti medi a lungo termine, però, possono mascherare una significativa instabilità nel tempo e variazioni tra i vari Paesi. Di sicuro sappiamo che l’aumento della popolazione comporta un rischio in futuro, in quanto buona parte di esso si verificherà nei Paesi del pianeta più fragili a livello economico, politico, sociale e ambientale.
Qualora non si riuscisse ad assorbire nella forza lavoro produttiva grandi masse di individui, si correrebbe il rischio di sofferenze di massa e di miriadi di catastrofi. Il protrarsi di sperequazioni estreme tra i redditi dei vari Paesi potrebbe scoraggiare la cooperazione internazionale, paralizzare o perfino ribaltare il processo di globalizzazione, malgrado le potenzialità che essa ha di migliorare lo standard di vita di tutti. Una rapida crescita demografica, infine, tende ad accelerare l’esaurimento delle risorse ambientali sia a livello locale sia globale, e potrebbe compromettere in modo permanente le prospettive di un loro recupero.
Alcuni Paesi in via di sviluppo hanno saputo affrontare bene queste sfide demografiche. Per esempio, negli anni Settanta e Ottanta le “tigri” dell’Asia orientale tagliarono incisivamente e quasi istantaneamente il loro tasso di natalità, e seppero utilizzare il risultante margine demografico per conseguire uno sbalorditivo vantaggio grazie ad assennate politiche della sanità e della pubblica istruzione, a una gestione macroeconomica equilibrata, a un impegno economico prudente e saggio a livello locale e globale.
All’altro capo dello spettro, i Paesi dell’Africa sub-sahariana hanno ottenuto risultati di gran lunga peggiori dal punto di vista dello sviluppo, in buona parte a causa della loro incapacità a scongiurare lo schiacciante fardello rappresentato da una rapida crescita demografica e dalla disoccupazione giovanile.
Ancorché i Paesi in via di sviluppo siano quelli dove per primi si presenteranno i più gravi e seri problemi legati allo sviluppo demografico, i ricchi Paesi industriali hanno difficoltà altrettanto preoccupanti. Da un’ottica meramente demografica, la capacità produttiva delle economie avanzate ha raggiunto la soglia di poco più di due persone in età lavorativa per ogni persona che non lavora. Le proiezioni di questo indice, però, per il 2050 prospettano una caduta a 1,36.
Oltretutto, i Paesi ricchi possono prevedere un sostanziale incremento di massa nella percentuale della propria popolazione anziana, dovuto alla maggiore longevità, al basso tasso di fertilità che si protrae, all’avanzare negli anni e nella piramide della popolazione della generazione dei baby boomer. Per quanto le performance economiche della popolazione in via di invecchiamento siano a dir poco un’incognita, non è difficile cogliere le preoccupazioni e i timori correlati all’integrità fiscale delle pensioni e ai sistemi dell’assistenza sanitaria, come pure ai rallentamenti della crescita derivanti dalla contrazione della forza lavoro.
Per affrontare e risolvere la sostenibilità fiscale e la contrazione della forza lavoro sono già allo studio molte ipotesi e metodi, tra i quali innalzare l’età pensionabile e i contributi obbligatori pensionistici congiuntamente a un abbassamento dei benefit. Un’altra risposta potrebbe essere quella di liberalizzare la migrazione internazionale, quantunque è inverosimile che ciò possa offrire un sollievo apprezzabile, se si tiene conto dell’opposizione sociale e politica all’aumento dell’immigrazione nella maggior parte dei Paesi sviluppati.
È possibile nondimeno contare su un aumento del tasso della partecipazione femminile alla forza lavoro (alimentato dal protrarsi del basso tasso di fertilità); su un miglior livello nella formazione della manodopera dovuto al miglioramento del livello di istruzione; e su più alti tassi di risparmio prevedibili in vista di una maggiore longevità e di un periodo pensionistico più lungo.
Sarebbe irresponsabile disinteressarsene ed esporre il genere umano, senza motivo, a quei grandi pericoli che possiamo ragionevolmente prevedere sin da adesso.
Le pensioni d’oro degli ex parlamentari non si toccano, anzi non sono mai state modificate: mentre a partire dal 1992 i comuni cittadini italiani hanno cominciato a subire gli effetti delle riforme pensionistiche, in un’inchiesta su L’Espresso spunta la lista dei parlamentari che percepisce regolare vitalizio. Accade così che anche per brevi periodi in alla Camera o al Senato, che non siano inferiori ai 5 anni, un deputato percepisce laute pensioni, come l’ex leader dei Verdi ed ex ministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che riceve un vitalizio di 5.802 euro a soli 49 anni, per l’attività politica svolta tra il 1992 e i 2008.
Altro nome illustre è quello di Oliviero Diliberto, che a 55 anni e 4 legislature percepisce una pensione di 5.305 euro, quasi quanto Pietro Folena dell’ex Pci-Pda, che a 51 anni e 5 legislature riscuote 5.527 euro netti mensili. I vitalizi pagati in Italia ai parlamentari sono 3.356, di cui 2.308 pensioni dirette e le restanti di reversibilità, che ogni anno costano allo stato ben 200 milioni di euro. L’Espresso nell’inchiesta non fa sconti nessuno: anche il suo opinionista Eugenio Scalfari compare nella lista, con i suoi 2384 euro di vitalizio per i 5 anni di mandato, e il capitano d’industria Luciano Benetton.
Così Giulio Tremonti e colleghi sono stati ben attenti a non ridimensionare le proprie pensioni, tanto che il contributo di solidarietà del 5 per cento per le pensioni tra i 90 e i 150 mila euro sarà richiesto solo a coloro che vantano almeno 15 anni di mandato. Non finiscono certo qui le misure per tutelare le pensioni d’oro della casta: una nuova legge prevede per i parlamentari eletti dopo il 2008 il pensionamento a 65 anni dopo 5 anni di mandato, come per gli altri cittadini, per poi precisare che l’età pensionabile scala proporzionalmente agli anni di mandato, dunque un deputato con 15 anni di mandato potrà andare in pensione a 50 anni e godere dell’intero vitalizio. Anche i sentori sono ben tutelati, con un regolamento del 1997 che prevede il tetto dei 65 anni di età e 5 anni di mandato per i senatori in carica dal 2001, età pensionabile che scende a 50 anni se si hanno alle spalle 3 o più legislature e si è stati eletti prima del 2001, insomma buona parte dei senatori attualmente in carica.
Prodi: “È la ricevuta fiscale il baluardo della democrazia”
Articolo di Marco Marozzi su La Repubblica del 17 Agosto 2011
«Come si fa a salvare un Paese se fra chi lo governa c´è chi dice che obbligare alla contabilità è comunista?». Romano Prodi ha appena compiuto 72 anni e tira di nuovo fuori gli artigli.
Boccia la manovra senza mezzi termini e avverte che con questo governo tutto il paese rischia di saltare. I mercati colpiscono «i deboli» e noi siamo indifesi come «la Croce Rossa».
L´unica nota positiva è la «supplenza» di Napolitano. Del resto lo sguardo dell´ex premier è rivolto proprio al Quirinale e alla scadenza del 2013. «Continuare a non creare davvero un sistema elettronico per controllare i pagamenti e i guadagni – avverte – , vuol dire portare alla rovina l´Italia. La democrazia si difende con la ricevuta fiscale.
Noi abbiamo di fronte due grandi problemi che ci fanno diversi dalle altre nazioni europee: la criminalità e l´evasione fiscale. Se non si pone un freno a queste due piaghe, se non si mettono in campo misure strutturali, non c´è scampo. E io questa linea nella manovra del governo non la vedo proprio. E se non cambiamo fra tre anni siamo allo stesso punto».
Il Professore non vede alcun progetto nell´esecutivo. «Quando ho visto che le cassette di sicurezza in Svizzera si stavano riempiendo, non ce ne era più una libera, ho capito tutto». «La ragione scatenante dell´attacco della speculazione all´Italia – dice da Novellara, campagna reggiana, fra la tribù di figli e nipoti con cui ha condiviso anche la vacanze al mare di Toscana – è stata la spaccatura nel governo, la lotta continua tra Berlusconi e i suoi.
Le divisioni nella maggioranza e fra i ministri continuano. I mercati sono sensibili alla politica debole, all´insicurezza dei governi. E la politica italiana è un caos enorme. Ognuno tira la manovra come gli torna utile. Per fortuna, abbiamo avuto una sostituzione di lusso con il presidente Napolitano.
La speculazione però si muove come gli Orazi e i Curiazi, vede chi è il più debole e lo infilza. L´Italia non aveva una politica economica, non si sapeva dove andasse. Difficile dire che le cose siano cambiate, siano avviate sulla via del risanamento. Lo spero, da italiano. Ma la democrazia si difende con una cultura di governo che non vedo». Il Professore scuote la testa. «Attaccare l´Italia è stato come sparare sulla Croce Rossa».
Prodi torna a colpire, la sua non è una nuova discesa in campo, è una lunga marcia che potrebbe concludersi nel 2013 al Quirinale. Non solo è importante quel che dice, ma chi incontra. Parla alle università, nelle università, nelle banche. Tiene rapporti internazionali, accademici, economici, istituzionali. Discorsi alti, con zampate terrene.
È stato ricevuto da Giorgio Napolitano un mese fa, alla radio del Sole 24 ore ha ricordato, ascoltato e riverito, che nel suo governo (quello che ama, 1996-98; il secondo 2006-2008 è stato un tormento) c´erano l´attuale presidente della Repubblica, il predecessore Carlo Azeglio Ciampi, il nume scomparso Nino Andreatta.
«Si lavorava insieme, in modo collettivo. Mi ricordo benissimo le lunghissime discussioni. C´era una squadra. Facevamo ore e ore di simulazioni con i funzionari». Tutto per contrapporlo al governo del Cavaliere, dove «ognuno ha la sua tesi e un´opinione diversa».
DISPOSIZIONI PER LA STABILIZZAZIONE FINANZIARIA
Art. 1
Disposizioni per la riduzione della spesa pubblica 1. In anticipazione della riforma volta ad introdurre nella Costituzione la regola del pareggio di bilancio, si applicano le disposizioni di cui al presente titolo. Gli importi indicati nella tabella di cui all’allegato C al decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, alla voce “indebitamento”, riga “totale”, per gli anni 2012 e 2013, sono incrementati, rispettivamente, di 6.000 milioni di euro e 2.500 milioni di euro. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da emanare su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze entro il 25 settembre 2011, i predetti importi sono ripartiti tra i Ministeri e sono stabiliti i corrispondenti importi nella voce “saldo netto da finanziare”. L’importo previsto, per l’anno 2012, al primo periodo del presente comma puo’ essere ridotto di un importo fino al 50 per cento delle maggiori entrate previste dall’articolo 7, comma 6, in considerazione dell’effettiva applicazione dell’articolo 7, commi da 1 a 6, del presente decreto.
2. All’articolo 10, comma 1, del citato decreto-legge n. 98 del 2011 convertito con legge n. 111 del 2011, sono soppresse le parole: “e, limitatamente all’anno 2012, il fondo per le aree sottoutilizzate”.
3. Le amministrazioni indicate nell’articolo 74, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e successive modificazioni, all’esito della riduzione degli assetti organizzativi prevista dal predetto articolo 74 e dall’articolo 2, comma 8-bis, del decreto legge 30 dicembre 2009, n. 194, convertito con modificazioni dalla legge 26 febbraio 2010, n. 25, provvedono, anche con le modalità indicate nell’articolo 41, comma 10, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2009, n. 14:
a) ad apportare, entro il 31 marzo 2012, un’ulteriore riduzione degli uffici dirigenziali di livello non generale, e delle relative dotazioni organiche, in misura non inferiore al 10 per cento di quelli risultanti a seguito dell’applicazione del predetto articolo 2, comma 8-bis, del decreto legge n. 194 del 2009;
b) alla rideterminazione delle dotazioni organiche del personale non dirigenziale, ad esclusione di quelle degli enti di ricerca, apportando una ulteriore riduzione non inferiore al 10 per cento della spesa complessiva relativa al numero dei posti di organico di tale personale risultante a seguito dell’applicazione del predetto articolo 2, comma 8-bis, del decreto legge n. 194 del 2009.
Giovani sempre più promiscui: ad agosto sale l`allerta sui rapporti sessuali non protetti. Il 64% spera di avere un`avventura occasionale in vacanza ma solo uno su 3 ha dichiarato di portare con sé i contraccettivi.
I giovani italiani, “fotografati” dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) con un sondaggio su 1.131 maturandi sono precoci (il 32% inizia l`attività sessuale prima dei 15 anni, nella metà dei casi d`estate) e cambiano spesso partner (il 42% ne ha già avuti da 2 a 5, il 10% da 6 a 10 e il 9% più di 10). Ma solo un`esigua minoranza (12%) utilizza abitualmente la doppia protezione (pillola più preservativo), il più efficace strumento contro gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili e ben una teenager su 4 ha fatto ricorso almeno una volta alla contraccezione di emergenza.
Per rispondere a questa situazione, che diventa “allarme rosso” nei mesi caldi, la Società scientifica lancia l`iniziativa “Parti sicuro con Travelsex”, che questa settimana arriva nell`aeroporto di Firenze. Fino al 27 agosto nella libreria Giunti dello scalo toscano, sarà disponibile per tutti i giovani gratuitamente il “Passaporto dell`amore”, un documento che riepiloga tutte le principali informazioni in tema di contraccezione e protezione da conoscere prima di mettersi in viaggio.
La campagna estiva è attiva anche online su www.sceglitu.it con il concorso “scrivi il tuo SMS per la prevenzione”: i migliori verranno premiati in occasione della giornata mondiale della contraccezione (26 settembre 2011).
I dati sull`utilizzo degli anticoncezionali nel nostro Paese sono sconfortanti, ma la Toscana si colloca al di sopra della media nazionale: la pillola è utilizzata dal 18% delle donne. “Non si può mandare in ferie il cervello – commenta il prof. Herbert Valensise, segretario nazionale SIGO -. Le minorenni sono responsabili da sole del 3,4% del totale di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza e 3 volte su 4 chi contrae un`infezione a causa di rapporti non protetti è un giovane tra i 15 e i 24 anni. Il nostro obiettivo – continua – è sensibilizzare i giovani sull`importanza della prevenzione e dell`informazione. I mesi estivi sono quelli di massima allerta: lo riscontriamo a settembre nei nostri ambulatori dove si verifica un boom di accessi (+30%), per tentare di risolvere situazioni di crisi che si sono determinate nei mesi precedenti”.
La “sindrome rancorosa del beneficato” è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come una autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente “debito di riconoscenza” nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli “dovrebbe” spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il benefattore stesso in una persona da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare.
La crisi finanziaria pone all’Italia (e a tutta l’Europa) problemi straordinariamente difficili: la riduzione del debito pubblico, la sfida competitiva delle economie emergenti, le risposte a cambiamenti geopolitici, tecnologici, climatici e demografici di inedite dimensioni. Come farlo, senza compromettere il modello europeo di welfare, la qualità dei servizi collettivi, i diritti fondamentali dei cittadini, innanzitutto il diritto alla salute?
C’è un’unica strada, quella di riforme radicali e innovazioni coraggiose che consentano di migliorare la qualità dei servizi senza aumentarne il costo. Astrid ha riunito per ciò un gruppo di studiosi ed esperti delle politiche sanitarie noti per la loro competenza e per le esperienze compiute sul campo. Questo libro raccoglie le loro riflessioni e le loro proposte. E apre la strada a qualche speranza per il futuro. La crescita dell’incidenza della spesa sanitaria sul Pil non è un destino ineluttabile. Con le riforme e le innovazioni qui descritte si può, senza compromettere la tutela del diritto alla salute, invertire la dinamica e ricondurre la spesa sanitaria entro un quadro di compatibilità macroeconomiche sostenibili.
In Italia, le politiche sanitarie sono anche un banco di prova per la prossima attuazione della riforma costituzionale, dato il loro peso nella vita politica e gestionale delle Regioni: nella sanità si decide, in gran parte, se il federalismo sarà davvero un “win-win game”, di cui beneficeranno tutti gli attori e tutti i territori, con miglioramenti nella qualità dei servizi e maggiore efficienza nella loro organizzazione, oppure se l’attuazione della riforma avvantaggerà alcuni contesti territoriali a scapito di altri, con gravi ripercussioni sulla tutela del diritto costituzionale alla salute. Anche su questo il gruppo di Astrid ha cercato, insieme a molti interrogativi, di dare qualche risposta.
In tempo di crisi, gli italiani si adattano. E sul lavoro iniziano a “rivalutare” impieghi fino a qualche tempo fa considerati di serie B, come la colf, il giardiniere, il piccolo artigiano che l’estate si “ricicla” venditore ambulante sulle spiagge. Si tratta di un ulteriore segno che la crisi tiene banco e sempre più famiglie sono in difficoltà ad arrivare a fine mese. E cosa fanno? Si arrangiano.
Molte signore italiane di mezz’età tra giugno e agosto si sono rivolte a un’agenzia di somministrazione e hanno accettato un incarico di badante. Un settore che, ha stimato il Censis, conta circa un milione e 500mila lavoratrici, di cui il 71,6% di origine immigrata. E con uno stipendio mensile intorno ai 930 euro. Insomma, non proprio il lavoro dei sogni. Ma sono soldi che fanno comodo specie se il marito lavora “a singhiozzo”. Come alcuni piccoli artigiani, italiani, che quest’estate hanno puntato sulla spiaggia per aumentare le vendite. Parliamo anche qui, di un settore, l’artigianato, che nei primi tre mesi 2011 ha visto chiudere ben 11.500 imprese. In realtà facciamo riferimento a uno spaccato d’Italia sempre più in bolletta.
Cortina Incontra Estate 2011 – “Sei di destra o di sinistra? Boh…”
Rispondono Italo Bocchino, parlamentare Fli, autore de “Una storia di destra” (Longanesi); Paolo Gentiloni, parlamentare Pd; Piero Sansonetti, direttore Calabria Ora e Gli Altri; Renato Mannheimer, presidente Istituto Studi Pubblica Opinione, sondaggista Corriere della Sera e Porta a Porta; Diego Gavagnin, giornalista, curatore de “Sei di destra o di sinistra?” (Ediplan). Conduce: Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”. Dibattito nell’ambito della decima edizione di Cortina Incontra
Il Pd non si sottrae dunque alla sfida che il paese ha di fronte e mette a disposizione il proprio contro piano, un progetto responsabile e alternativo per il bene del paese. Per l’abolizione o il forte alleggerimento delle inique misure del governo noi dunque proponiamo:
1. Per affrontare l’emergenza si prevede un prelievo straordinario una tantum sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e scudati, in modo da perequare il prelievo su questi cespiti alla armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie al 20 per cento e di adeguare l’intervento italiano alle medie delle analoghe misure prese nei principali paesi industrializzati. Gran parte di questi 15 miliardi dovrà essere utilizzata per i pagamenti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese e per alleggerire il patto di stabilità interno così da consentire immediati investimenti da parte dei comuni.
2. Un pacchetto di misure efficaci e non solo di facciata contro l’evasione fiscale, tali da produrre effetti immediati, consistenti e concreti. Si propongono dunque alcuni interventi, tra i quali figurano le misure anti-evasione che in parte riprendono quelle dolosamente abolite dal governo Berlusconi:
a) tracciabilità dei pagamenti superiori a 1.000 euro (pensare a somme più elevate significa lasciare di fatto tutto come è oggi) ai fini del riciclaggio e soglie più basse, a partire dai 300 euro, per l’obbligo del pagamento elettronico per prestazioni e servizi;
b) obbligo di tenere l’elenco clienti-fornitori, il vero strumento di trasparenza efficiente;
c) descrizione del patrimonio nella dichiarazione del reddito annuo con previsione di severe sanzioni in caso di inadempimento.
3. Introduzione di una imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato, fortemente progressiva, con larghe esenzioni e che inglobi l’attuale imposta comunale unica sugli immobili, in modo di ricollocare l’Italia nella media e nella tradizione di tutti i maggiori paesi avanzati del mondo.
4. Un piano quinquennale di dismissioni di immobili pubblici in partenariato con gli enti locali (obiettivo minimo 25 miliardi di euro).
5. Liberalizzazioni. Il Pd propone di realizzare immediatamente almeno una parte delle proposte di liberalizzazione che il partito ha già preparato e presentato: ordini professionali, farmaci, filiera petrolifera, RC auto, portabilità dei conti correnti, dei mutui e dei servizi bancari, separazione Snam rete gas, servizi pubblici locali. Il Pd è contro la privatizzazione forzata, ma non contro le gare e la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Tutto questo si può fare immediatamente senza bisogno di riforme costituzionali.
6. Politiche industriali per la crescita. Il Pd propone di adottare subito misure concrete per alleggerire gli oneri sociali e un pacchetto di progetti per l’efficienza energetica, la tecnologia italiana e la ricerca, con particolare riferimento alle risorse potenziali e sollecitabili del Mezzogiorno. Sarebbe un errore imperdonabile intervenire sul controllo dei conti pubblici senza mettere in campo, sia pure limitatamente alle risorse disponibili, un pacchetto di stimoli alla crescita e per l’occupazione. In questo contesto rientra anche l’implementazione dei più recenti accordi tra le parti sociali senza intromissioni che ledano la loro autonomia.
7. Pubblica amministrazione, istituzioni e costi della politica. In Italia la riduzione della spesa deve riguardare non tanto sulla spesa sociale, ma l’area della Pubblica Amministrazione, le istituzioni politiche e i settori collegati. A Cominciare dal Parlamento: il primo passo è il dimezzamento del numero dei parlamentari. Il Pd ha presentato da tre anni proposte specifiche su questo punto. Su sollecitazione dei gruppi parlamentari del Pd la discussione su questi progetti è stata calendarizzata in
Parlamento per settembre. Si agisca immediatamente. Da lì in giù, bisogna intervenire su Regioni, Province, Comuni con lo snellimento degli organi, l’accorpamento dei piccoli comuni, il dimezzamento o più delle province secondo l’emendamento presentato dal Pd e dall’Udc alla manovra di luglio o, in alternativa, riconducendole ad organi di secondo livello, accorpamento degli uffici periferici dello Stato, dimezzamento delle società pubbliche, centralizzazione e controllo stretto per l’acquisto di beni e servizi nella pubblica amministrazione. In più: la ripresa di un vero lavoro di spending review, interrotto dal governo Berlusconi, dal punto di vista di una politica industriale per la pubblica amministrazione. Il Pd ha proposte specifiche su ciascuno di questi punti. In particolare sui costi della politica il riferimento è il programma contenuto nell’ordine del giorno presentato due settimane or sono in Parlamento.
Ecco la Manovra più pesante di tutti i tempi, più di quella di Amato del ’92. Statali, dipendenti, dirigenti, autonomi, opearai, ceto piccolo, medio, alto: non si salva nessuno.
13/08/2011
La Manovra, durissima, che impone nuove tasse a tutti gli italiani e che fa infuriare gli enti locali, è servita.Venti miliardi nel 2012, altri 25,5 nel 2013. Per arrivare al pareggio di bilancio un anno prima del previsto, come ci chiede (anzi, ci impone) la Banca centrale europea, serviranno dunque 45,5 miliardi di euro. Una somma “monstre” che si aggiunge alle misure già decise tre settimane fa: 25,5 miliardi nel 2012; 49,5 nel 2013, più i 20 del 2014. A conti fatti, si supera il «record» della famigerata manovra Amato del ’92 (quella della tassa sui conti correnti). La cifra complessiva è astronomica: 195 miliardi di euro in tre anni. Un decimo dell’intero debito pubblico.
Dove li prenderà il Governo tutti quei soldi? Con i tagli alla spesa pubblica. Tagli un po’ dappertutto: sforbiciate e spesso colpi di scure. Ma anche dalle tasche dei contribuenti, perché arrivano nuove tasse. Come abbiamo detto, i maggiori sacrifici verranno dagli enti locali, che poi significa scuole, servizi sanitari e assistenziali, strade, giardini, mense. Insomma, a ben vedere, il tessuto socio-connettivo più vicino al cittadino italiano. Uno scaricamento in periferia, quello di Tremonti, che ha fatto infuriare praticamente tutti i politici locali d’Italia, dalle Regioni alle Province ai Comuni. Un contributo decisivo arriverà poi dalla riforma dell’assistenza sociale (tutta ancora da vedere, con il legittimo dubbio che si faccia inevitabilmente macelleria sociale) e dal taglio delle agevolazioni fiscali: le detrazioni e le deduzioni previste dalla normativa. Anche qui idem come sopra: su quali agevolazioni fiscali si risparmierà? Sui mutui? Sulle spese universitarie? Sui contributi pensionistici volontari?
A proposito di pensioni, anche questo settore verrà inevitabilmente toccato. Il “piatto forte” (si fa per dire) della Manovra è il cosiddetto contributo di solidarietà. Un salasso che falcidia la classe medio-alta, ovvero i percettori di reddito con più di 90 mila euro lordi l’anno e gli autonomi con più di 55 mila (e qui forse più che di ceto medio alto dobbiamo parlare di ceto medio, del popolo delle partite Iva). Nel 2012 e nel 2013 i datori di lavoro tratterranno, e poi gireranno all’erario, il 5 per cento della retribuzione lorda eccedente i 90 mila euro annui ed il 10 per cento della parte che supera i 150 mila euro. Per i lavoratori autonomi si interverrà in sede di dichiarazione dei redditi, con l’applicazione di un’addizionale Irpef sulle due aliquote più alte, quella del 41 per cento (che scatta oltre i 55 mila euro lordi annui) e quella del 43 per cento (che vale per la quota di reddito eccedente i 70 mila euro). Dal “contributo di solidarietà” arriverà un gettito di circa un miliardo di euro l’anno, che il Governo del “meno tasse per tutti” vorrebbe rendere permanente.
Ma andiamo avanti e vediamo i detentori di rendite finanziarie. Per tutti, fatta eccezione per i rendimenti dei titoli di Stato, il decreto stabilisce un’aliquota unica di tassazione, pari al 20 per cento. Significa che la tassa sui depositi bancari scenderà rispetto all’attuale 27 per cento (chissà se i clienti delle banche se ne accorgeranno), mentre salirà l’imposizione sui “capital gain” dei titoli azionari, oggi pari al 12,5 per cento. Gettito atteso dalle tasse sulle rendite: un miliardo. Più o meno la stessa cifra arriverà dall’aumento delle tasse sui giochi e delle accise su carburanti e tabacco (un classico delle Manovre di tutti tempi, che ci serve a far capire come mai se sale il prezzo della benzina lo Stato non si preoccupa più di tanto). A carico delle società energetiche scatterà, poi, una nuova «Robin Hood Tax» come la chiama il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sempre molto creativo nel dare nomi alle tasse. Dalla Robin Hood Tax dovrebbe arrivare, a detta del titolare di via XX Settembre, un altro miliardo.
Per l’opposizione della Lega e dei sindacati, nella Manovra non ci sono più le misure per scoraggiare le pensioni anticipate. Per le donne impiegate nel privato, sarà invece anticipato al 2016 l’avvio del percorso che porterà l’età per la pensione di vecchiaia dagli attuali 60 a 65 anni. I risparmi attesi dalla previdenza (un miliardo nel 2012 e altrettanto nel 2013) arriveranno dal rinvio di due anni del pagamento della liquidazione (il Tfr) per i lavoratori pubblici che optano per il pensionamento anticipato. Per gli statali, però, ci sono altre brutte notizie da questa cura da cavallo: rischiano infatti il mancato pagamento della tredicesima se la pubblica amministrazione in cui sono occupati non rispetterà i parametri di spesa. Nel decreto entra anche la validità per tutti dei contratti aziendali stipulati in base all’intesa tra sindacati e Confindustria di giugno. I contratti potranno anche derogare dal contratto nazionale e dallo Statuto dei Lavoratori. Diventa poi reato penale l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro. Il Governo ha fatto poi una relativa marcia indietro sulla libertà di licenziamento.
Come abbiamo detto, la scure si abbaterà su enti locali e ministeri, con altri 9,5 miliardi di tagli. Con il decreto sarà anticipato al 2012 l’avvio del federalismo fiscale, che consentirà ai Comuni di rimpinguare le casse con la nuova Imposta municipale unica. Altre tasse quindi. Stangata in vista anche sui ministeri: sei miliardi di tagli previsti. Preoccupante la riforma dell’assistenza sociale, che si prefigge di risparmiare altri 4 miliardi su un osso già spolpato, con la revisione dei criteri per le pensioni di invalidità e gli assegni di reversibilità. “Se non dovesse aver successo la riforma dell’assistenza”, spiega il documento di Tremonti, “i 17 miliardi arriveranno da un taglio di pari entità di tutte le agevolazioni, deduzioni e detrazioni fiscali”. Per contrastare l’economia in nero il limite all’uso del contante scende alle transazioni di importo pari o superiore ai 2.500 euro, mentre dal prossimo anno ci sarà una nuova revisione degli studi di settore, lo strumento di taratura fiscale attraverso il quale gran parte degli autonomi pagano le tasse.
Le festività laiche verranno poi accorpate alle domeniche, per la gioia di tutti gli italiani che amavano andare in ferie per il ponte. Nella Manovra c’è anche un taglio ai costi della politica. Un colpo di scure che vale 8,5 miliardi l’anno: accorpamento di 1.500 Comuni con meno di mille abitanti, 34 province, con meno di 300 mila abitanti. In tutto saranno cancellate 55 mila poltrone, anzi “poltroncine”. Basterà per saziare l’indignazione degli italiani verso la Casta a fronte di tante lacrime, sudore e sangue?
La scure sugli amministratori locali, tagli ai ministeri e ai governi del territorio, ritorno della Robin Tax, contributo di solidarieta’, stretta sull’evasione.
Ma anche liberalizzazioni e privatizzazioni. La manovra anticrisi poggia in larga parte sui tagli alla spesa pubblica e con le misure aggiuntive approvate dal governo la correzione dei conti pubblici sale a 25,5 miliardi nel 2012 e sfiora i 50 miliardi nel 2013 per raggiungere l’agognato pareggio di bilancio. Considerando gli interventi della manovra di luglio si tratta di una correzione da oltre 90 miliardi di euro da qui al 2013.
I ministri dell’economia, Giulio Tremonti, della semplificazione, Roberto Calderoli e del lavoro Maurizio Sacconi, presentano a Palazzo Chigi i dettagli della maxi-manovra, sottolineano il rigore e l’equita’ degli interventi che non hanno alternative. ”Ho fatto tutto in coscienza di fare il bene per il mio paese” sintetizza il responsabile dell’economia che definisce poi ”saggia” la scelta di non ricorrere alla fiducia preventiva sul decreto che approdera’ alle commissioni bilancio e affari costituzionali del Senato il 22 agosto e in aula il 5-6 settembre.
Costi della politica.
Il premier l’aveva detto: ”Aggrediremo i costi della politica”. La manovra di correzione si abbatte sull’esercito degli amministratori locali. L’intervento su province (spariranno quelle con meno di 300 mila abitanti) e comuni (accorpamento di quelli con meno di mille abitanti) generera’ un impatto di 8,5 miliardi l’anno. Sono oltre 54 mila le ”poltrone politiche elettive” che saranno eliminate, sottolinea il ministro Calderoli precisando che a inizio legislatura i governi del territorio esprimevano circa 140 mila amministratori che scenderanno a meno di 87 mila.
Inoltre scattera’ l’incompatibilita’ tra il mandato parlamentare e gli incarichi pubblici (e un taglio del 50% dell’indennita’ se il parlamentare continua a esercitare la professione), mentre tutti gli ”eletti” e i dipendenti dello Stato saranno costretti a volare in classe economica.
Enti locali e ministeri.
Per loro la nuova manovra sara’ un boccone amarissimo da digerire, con altri 9,5 miliardi di tagli nel biennio 2012-13, che si aggiungono a quelli gia’ pesanti decisi nel 2010 e tre settimane fa. Nel solo 2012 ci saranno minori trasferimenti ai Comuni per 1,7 miliardi, per 700 milioni alle Province, per 3,6 miliardi alle Regioni (2 solo per quelle a statuto speciale). in totale 6 miliardi nel 2012 che potranno scendere a 5 in base al funzionamento della Robin Tax. Con il decreto sara’ tuttavia anticipato al 2012 l’avvio del federalismo fiscale, che consentira’ ai Comuni di rimpinguare le casse con la nuova Imposta municipale unica.
Regioni ed enti locali saranno poi chiamati a liberalizzare ed eventualmente privatizzare i servizi pubblici. Anche sui ministeri si abbattera’ un’altra stangata. Per il 2012 sono previsti 6 miliardi di tagli ulteriori (5 se funzionera’ la ”Robin Hood Tax”), cui se ne aggiungeranno altri 2,5 nel 2013. Il dereto poui prevede la soppressione di tutti gli enti con meno di 70 addetti.
Assistenza e previdenza.
La delega per la riforma dell’assistenza sociale e del fiscosara’ anticipata al 2011 e dispieghera’ i suoi effetti gia’ nel 2012 (con un risparmio di 4 miliardi, che saliranno a 17 nel 2013): sara’ messo a punto un nuovo ”indicatore di bisogno” piu’ severo per l’accesso alle prestazioni dell’Inps, poi saranno rivisti i criteri per le pensioni di invalidita’ e gli assegni di reversibilita’. Se non dovesse aver successo la riforma dell’assistenza, i 17 miliardi arriveranno da un taglio di pari entita’ di tutte le agevolazioni, deduzioni e detrazioni fiscali.
Contributo solidarieta’.
Addizionale del 5% per i redditi sopra i 90 mila euro e del 10% per quelli oltre i 150 mila. Tremonti ha precisato che l’importo e’ deducibile e plafonato e riguarda tutti i contribuenti. Contstualmente viene eliminato il taglio del 10% sugli stipendi nella pubblica amministrazione. Il ministro dell’economia ha poi precisato che per i parlamentari l’addizionale praticamente raddoppia.
Fisco.
La manovra reintroduce la Robin Tax sul settore energetico e Tremonti stima un gettito di 2 miliardi di euro. Aumento delle accise sui tabacchi, interventi sui giochi e scommesse, revisione studi di settore, tracciabilita’ dei pagamenti garantiranno un altro miliardo di gettito.
Pubblico Impiego.
Viene estesa la finestra per il pensionamento anche alla scuola che ne era rimasta esclusa.
L’erogazione della indennita di liquidazione verra’ fatta slittare a 24 mesi se il dipendente cessa il lavoro in anticpo rispetto alla pensione di vecchiaia, altrimenti rimane il tempo di sei mesi. Il decreto abolisce poi premi e promozioni nel pubblico impiego nell’ultima parte della vita lavorativa. Sulla tredicesima ai dipendenti pubblici, non sara’ tagliata ma potra’ essere rinviata se non vengono centrati gli obiettivi di contenimento della spesa.
Lavoro.
”L’articolo 18 non e’ stato toccato” assicura il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, che sottolinea l’introduzione del reato di caporalato e norme per fermare l’abuso dei tirocini.
Liberalizzazioni e privatizzazioni.
la manovra recepisce i suggerimenti della Bce per aprire i mercati e privatizzare. Il grosso riguarda i governi locali (oltre 5 mila le societa’ controllate dagli enti locali secondo la mappa realizzata da Unioncamere). Il decreto introduce incentivi per gli enti locali che collocano sui mercati le municipalizzate. tremonti annuncia anche che ”stiamo studiando ipotesi di privatizzazione” ma non aggiunge dettagli alla domanda se Poste Italiane possano essere uno degli asset da dismettere.
«Il federalismo fiscale è morto». Sono queste le parole con cui Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, ha commentato le misure che il governo ha inserito nel decreto legge “manovra bis”. Parole dure, soprattutto considerando che vengono da uno dei leader più autorevoli del centrodestra, che ieri ha però si è fatto paladino dei governatori italiani.
Ed è stato in questa veste istituzionale che le sue disamine si sono abbattute come una scure sulle proposte che gli erano state appena presentate a Palazzo Chigi nel corso dell’incontro tra governo ed enti locali.
«Per quanto riguarda il comparto Regioni, Province, Comuni – ha spiegato Formigoni numeri alla mano – è stato annunciato un taglio di 6 miliardi per il 2012 e di 3 miliardi per il 2013. I 6 miliardi sono così distribuiti: 1,7 miliardi ai Comuni, 0,7 alle Province, 1,6 alle Regioni a statuto ordinario e 2 alle Regioni a statuto speciale». È partendo da questi dati oggettivi, che Formigoni ha espresso tutto il proprio dissenso: «Il problema – ha attaccato – non è dividere in maniera diversa i tagli, il problema è che una manovra sugli enti locali ha effetti depressivi e colpisce le persone meno abbienti, i servizi sociali, i trasporti, quel minimo aiuto che possiamo ancora dare alle imprese». Quindi la constatazione più sofferta. «Con i tagli che il governo ci ha proposto oggi – ha sottolineato Formigoni – possiamo dire ufficialmente che il federalismo fiscale è morto».
Nella tempesta che sta scuotendo i mercati finanziari, ci sono ancora una volta anche le tre grandi agenzie di rating Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch (le agenzie di rating nel mondo sono più di 70 ma molte sono minori). Il ruolo controverso delle agenzie di rating è ormai una costante delle crisi finanziarie internazionali. È evidente, ad esempio, che il comportamento delle agenzie negli ultimi quattro anni ha punti in comune con il loro comportamento nelle crisi finanziarie del Messico nel 1994 e del Sud Est Asiatico nel 1997.
Alcuni studi1 sottolineano che in quelle occasioni le agenzie mantennero elevati i rating fino allo scoppio delle crisi. Dopo il loro inizio, le agenzie finirono sul banco degli imputati per non essere riuscite a prevederle e, come reazione alle critiche, declassarono a spron battuto i rating di banche, imprese e stati. Secondo questi studi, ciò aggravò le crisi del Messico e del Sud Est Asiatico, rendendo l’accesso di stati e banche ai mercati finanziari internazionali più costoso di quanto giustificato dal deterioramento dei fondamentali economici.
Gli episodi di violenza scatenatisi a Londra e in altre città del Regno Unito ad opera di giovani immigrati e di inglesi figli di immigrati dimostrano semplicemente un fatto: il fallimento del multiculturalismo.
Ci sono senza dubbio tante motivazioni dietro le devastazioni avvenute in vari quartieri e tra queste forse l’ultima è la religione, mentre al primo posto sta il degrado economico e sociale, un po’ come accaduto nelle banlieu parigine nel 2005. Tuttavia, la responsabilità principale ricade sul modello britannico di integrazione, fondato, per l’appunto, sul multiculturalismo, ovvero su una strutturazione della società a “compartimenti stagni”, con tanti ghetti privi di comunicazione tra loro. Una tipologia, questa, ben diversa dal semplice pluralismo, cioè la coesistenza armonica di più culture all’interno di uno stesso Stato. Insomma, un conto è la multiculturalità, che è un dato di fatto innegabile e inevitabile, altro è il multiculturalismo, che è invece un’ideologia ben precisa.
La cocaina viaggia, sempre di più, sotto il mare. E se fino a poco tempo fa i trafficanti sudamericani disponevano di sottomarini artigianali e poco capienti, ora, grazie all’enorme disponibilità di denaro, alla tecnologia e alla complicità di tecnici compiacenti, sono in grado di fabbricare natanti grandi, veloci e sofisticati, in grado di coprire anche lunghe distanze. La Dea, l’Agenzia antidroga americana, ha di recente lanciato l’allarme e messo in guardia i colleghi di mezzo mondo. Perché si teme che i cartelli siano già in grado di trasportare la coca dal Sudamerica alle coste africane e addirittura nel Mediterraneo. Anzi, stando ad alcune fonti di intelligence, le nuove rotte sarebbero già state sperimentate. E, i messicani soprattutto, già signori della droga nelle Americhe e in Australia, potrebbero d’ora in poi controllare direttamente anche il florido mercato europeo. Con conseguenze immaginabili vista l’efferatezza che li contraddistingue.
è una estate pesantemente segnata da una crisi internazionale determinata dalle agenzie di valutazione che sono al soldo di interessi particolaristici delle grandi ricchezze.
Questa mattina l’economista Giorgio Lunghini ha affermato:
“Non esistono i mercati. Esistono gli speculatori che manipolano i mercati finanziari”
«Pensiamo prima a tante piccole parrocchie nei quartieri e poi al duomo». Non c’è fretta per una grande moschea ha assicurato nei giorni scorsi il direttore del centro islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari. Ma Islam.it ieri traduceva bene la politica dei piccoli passi intrapresa due giorni fa intorno al tavolo di Palazzo Marino tra il vicesindaco Maria Grazia Guida e gli esponenti delle associazioni musulmane coordinate da Davide Piccardo, ex candidato di Sel da cui gli Islamici Moderati rimasti fuori dalla porta hanno già preso le distanza («non ci rappresenta e non può prendere impegni a nome nostro»). «Sembra che finalmente nel 2012 la moschea a Milano si farà – scriveva Islam.it -. Verrà costruita su un lotto già ora sede di una sala di preghiera in una zona non centrale della città. Certo non risolverà il problema degli spazi di culto a Milano, ma è un segnale importante e una prova di dialogo fra islam e istituzioni». Sarebbe la seconda dopo Roma. Un progetto c’è già e porta in via Meda, di fianco alla sala di preghiera Al Wahid, l’unica che può davvero fregiarsi del nome di moschea: è gestita dal Coreis di Yahja Pallavicini, ha tutte le autorizzazioni in ordine, è riservata solo agli associati quasi tutti italiani convertiti
“tre punti che considero cruciali
Punto numero uno. [...] l’immigrazione [...] il Cavallo di Troia che ha penetrato l’Occidente e trasformato l’Europa in ciò che chiamo Eurabia. [...].
Punto numero due. Non credo nella fandonia del cosiddetto pluriculturalismo. [...] E ancor meno credo nella falsità chiamata Integrazione. [...] gli immigrati mussulmani materializzano così bene l’avvertimento che nel 1974 ci rivolse all’ONU il loro leader algerino Boumedienne. «Presto irromperemo nell’emisfero Nord. E non vi irromperemo da amici, no. Vi irromperemo per conquistarvi. E vi conquisteremo popolando i vostri territori coi nostri figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria. [...].
Punto numero tre. Soprattutto non credo alla frode dell’Islam Moderato. [...] E continuerò a ripetere: «Sveglia, Occidente, sveglia! Ci hanno dichiarato la guerra, siamo in guerra! E alla guerra bisogna combattere»”
(Oriana Fallaci, Discorso in occasione della consegna dell’Annie Taylor Award, «Un tuffo sulle cascate del Niagara», in «Il Foglio», 3.12.2005)
TEMO che il piano del governo per rispondere alla bufera dei mercati non produrrà gli effetti sperati. Non solo per i limiti relativi alle politiche annunciate, né per le turbolenze globali. Oltre a tutto ciò, c’è un altro problema: noi. Gli italiani. E lui. Berlusconi. Insieme al governo “eletto dal popolo”. In definitiva: il rapporto fra gli italiani e chi li governa. In parte, si tratta di una novità. Gli italiani, infatti, nel dopoguerra, hanno sempre reagito alle emergenze, interne ed esterne. Basti pensare alla Ricostruzione degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando l’Italia divenne uno dei Paesi più industrializzati al mondo. Gli italiani conquistarono il benessere, l’accesso all’istruzione di massa e ai diritti di cittadinanza sociale. Anche in seguito il Paese continuò a crescere. Soprattutto negli anni Novanta, grazie alle aree e ai settori in precedenza considerati “periferici”. Le piccole imprese, il lavoro autonomo, le province del Nord, il Nordest. In quegli stessi anni, gli italiani reagirono alla crisi – economica e politica – affidandosi ai governi guidati da Amato e Ciampi, all’intesa tra il governo e le parti sociali. Gli italiani, allora, affrontarono manovre finanziarie il cui costo complessivo superò largamente i centomila miliardi di lire. E pagarono molto anche tra il 1996 e il 1998, quando al governo erano Prodi e (ancora) Ciampi. Per entrare nell’Europa dell’Euro. Per non restare esclusi dall’Unione – peraltro ancora incompiuta. Pagarono caro, tra molte proteste, comprensibili. Ma pagarono. Perché compresero che non c’era alternativa, se volevano mantenere il benessere e lo sviluppo conquistati con tanti sacrifici. Oggi – lo ripeto – dubito seriamente che riusciremmo nella stessa impresa. Che saremmo – saremo – in grado di affrontare gli stessi costi e gli stessi sacrifici. Con gli stessi risultati.
Ci ostacola, anzitutto, la nostra identità sociale. Il nostro “costume nazionale”. Gli italiani, infatti, si sentono uniti dalle differenze, locali e sociali. Sono – siamo – un Paese di paesi: città, villaggi, regioni. L’Italia è, al tempo stesso, un collage, una “casa comune”, dove coabitano molte famiglie. Appunto. Perché gli italiani si vedono diversi e distinti da ogni altro popolo proprio dall’attaccamento alla famiglia. E ancora, dall’arte di arrangiarsi. Cioè, dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti e di rispondere alle difficoltà. E, ancora, dalla creatività e dall’innovazione. Un popolo di creativi, flessibili, attaccati alla propria famiglia, al proprio contesto locale. E, puntualmente, lontano dallo Stato, dalle istituzioni, dalla politica, dal governo. Una società familista, in grado di affrontare le difficoltà “esterne” di ogni genere. In grado di crescere “nonostante” lo Stato e la Politica.
Si tratta di una cornice condivisa, come ha dimostrato il consenso ottenuto dalle celebrazioni del 150enario. Ma è ancora in grado di “funzionare” come in passato? Penso di no.
Il localismo, la struttura familiare e quasi “clanica” della nostra società: sono limiti alla costruzione di una società aperta, equa, fondata sul merito. Ostacoli a ogni tentativo di liberalizzare. Gran parte degli italiani, d’altronde, sono d’accordo sulle liberalizzazioni. Ma tutti, o quasi, pensano di trasmettere ai figli non solo la casa e il patrimonio, ma anche la professione, l’impresa e la bottega. E molti (soprattutto quelli che non hanno un lavoro dipendente) vedono nell’elusione e nell’evasione fiscale una legittima difesa dallo Stato inefficiente, esoso e iniquo. Il quale, da parte sua, non fa molto per allontanare da sé questo ri-sentimento.
Difficile, in queste condizioni, rilanciare la crescita, abbassare il debito pubblico, imporre il pareggio di bilancio. Anche se venisse imposto per legge. Anzi: con norma costituzionale.
Eppure – si potrebbe eccepire, legittimamente – in passato questo modello ha funzionato. Già: in passato. Quando eravamo (più) poveri. Quando dovevamo conquistare il benessere e un posto di riguardo, nella società. Per noi e i nostri figli. Quando la nostra economia e il nostro Paese dovevano guadagnare peso e credibilità, sui mercati e nelle relazioni internazionali. A dispetto dei sospetti e dei pregiudizi nei nostri confronti. Ma oggi non è più così. Non abbiamo più la rabbia di un tempo. Semmai: la esprimiamo nei confronti dello Stato e degli altri. Gli stranieri. E in generale: verso gli altri italiani. Sempre più stranieri ai nostri occhi.
Poi, soprattutto, è da vent’anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant’altro. E dal Partito Personale dell’Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l’economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell’informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.
Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti: è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico: è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi: come fai a credergli?
Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l’occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri. Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L’arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.
Quindi S&P´s e le altre agenzie non sarebbero credibili?
«Le agenzie di rating continuano a gettare scompiglio sui mercati, ma è tempo che qualcuno ricordi loro che non sono comparabili a veri esperti delle economie nazionali. E non tocca a loro indicare quali sono le riforme da fare. Ci mancherebbe». L´economista Jean-Paul Fitoussi non si unisce al coro dei “l´avevo detto io” dopo l´allarme di Standard & Poor´s sulla sostenibilità del debito italiano. Anzi, ribalta le accuse con veemenza.
«Senta, ma perché dobbiamo fidarci di questi signori? Non ho mai visto analisi rigorose: chi sono gli economisti che lavorano con loro, quali metodi usano, quali parametri considerano? Nulla ci viene fatto sapere: la mancanza di trasparenza nelle loro analisi sarebbe già una colpa: se l´aggiungiamo alle responsabilità che hanno avuto nella crisi, per le quali non hanno pagato un soldo di danno né hanno subìto riforme o regolazioni, ne esce un quadro deprimente. La conclusione è che non bisogna più starle a sentire».
JEAN PAUL FITOUSSI
C´è un problema di metodo, d´accordo. Ma il merito? La base del ragionamento è concreta: il debito italiano è alto, il governo non dà l´impressione di poterlo abbassare.
«L´analisi è più complessa. L´Italia ha un debito pubblico elevato ma un basso debito privato. La solidità patrimoniale dei cittadini è ferrea, non c´è pericolo che non abbiano più soldi per pagare le tasse».
Ammesso che le paghino…
«Lasci stare l´evasione fiscale, o la corruzione, è un altro problema che non è nato oggi. Parliamo di solidità del paese, che è fuor di dubbio. Sa qual è la verità? Che le agenzie hanno visto ridursi la clientela fra le aziende private, e si concentrano sui debiti sovrani. Cercano pubblicità con uscite a sensazione».
Intendiamoci: vengono pagate per la loro funzione di auditing, non è che si accaniscono per gusto sadico.
«I paesi sottoscrivono gli “abbonamenti” perché così fan tutti, e sarebbe ancora più rischioso restare fuori dal giro dei rating. Ma non è un vero auditing perché manca la responsabilità che è legata a questa funzione. Sono solo dei “pareri”, e ciò va corretto. Ha visto com´è finita con l´allarme sull´America? Che i mercati, dopo un minimo sbandamento iniziale, se ne sono infischiati. Le agenzie perdono credibilità ogni giorno: ora si dice che abbiano nel mirino la Francia. Chiuderanno il cerchio con la Germania, non mi stupirei».
«Una misura urgente, non solo per questo motivo, sarebbe che l´Europa trovasse unità e determinazione, dalle quali uscirebbe più forte. Invece i paesi non perdono occasione per parlarsi contro l´un l´altro: è successo con la Grecia, con il Portogallo, con la Spagna. Al quadro di conflittualità fa riscontro il vuoto di decisioni. S&P´s ha fatto un buco nell´acqua con l´America perché se l´è trovata di fronte compatta e forte. Se l´Europa desse la stessa impressione, stia sicuro che i signori del rating perderebbero smalto e le loro sentenze non sarebbero più così ascoltate».FANCULO STANDARD & POOR’S! – L´economista Jean-Paul Fitoussi: “perché dobbiamo fidarci di questi signori?.
LA MODIFICA COSTITUZIONALE È INDISPENSABILE PER PROTEGGERE UNA MINORANZA SENZA DIRITTO DI VOTO (QUELLA DEI NOSTRI FIGLI E NIPOTI) CONTRO L’EGOISMO DELLA MAGGIORANZA AL POTERE; E PER PROTEGGERE IL SISTEMA CONTRO IL RISCHIO DI INSTABILITÀ, AGGRAVATO DALLA GLOBALIZZAZIONE
Editoriale di Nicola Rossi e Pietro Ichino per la Newsletter n. 164, dell’8 agosto 2011
Perché inserire il vincolo del pareggio nel bilancio pubblico nella Costituzione? Innanzitutto per una ragione di equità: per proteggere una minoranza priva del diritto di voto, la generazione futura, alla quale altrimenti genitori e nonni possono accollare un debito senza alcun limite. Come è accaduto in Italia nell’ultimo quarto di secolo. Inoltre per rendere credibili gli obiettivi delle nostre politiche di bilancio e così proteggere più efficacemente oggi e domani il Paese contro il rischio dell’instabilità finanziaria, che nell’era della globalizzazione è notevolmente aumentato a causa della maggiore mobilità dei capitali.
Insomma, per restituire la politica al suo ruolo più autentico: quello di scegliere prendendo su di sé la responsabilità della scelta (e non già quello di accedere a ogni richiesta addossandone il costo a chi verrà dopo).
A questa proposta la vecchia sinistra oppone la vecchia obiezione keynesiana: il vincolo del pareggio nel bilancio pubblico strangola l’economia, perché gli attriti nei mercati e in particolare l’anelasticità dei salari nominali possono produrre capacità produttiva inutilizzata e disoccupazione, richiedendo investimenti pubblici (finanziati coll’indebitamento o, indirettamente, coll’inflazione) per aumentare la domanda di beni, servizi e lavoro.
……. nella sua casa in riva al lago di Como nascevano le «Lezioni di politica pura», l’ambiziosa meta intellettuale. In vita non hanno preso forma definitiva; oggi, a dieci anni dalla morte (10 agosto 2001), il Mulino pubblica due volumi di ampio respiro che raccolgono le lezioni di Storia delle dottrine politiche e le intriganti lezioni di Scienza della politica dove più alto è l’apporto originale e teorico di Miglio. Di lui ebbe a dire Nicola Matteucci: «Miglio non ha incontrato molti favori nell’accademia, ma, per vie sottili, la sua presenza ha avuto un peso incisivo e vasto nella cultura italiana. In lui si ritrova una filosofia politica, cioè un autentico pensiero».
Non è difficile capire l’architettura di Miglio sorretta da tre colonne portanti: il diritto che accompagna l’avvio accademico con Alessandro Passerin d’Entrève e Giorgio Balladore, poi la storia delle istituzioni con le complesse dinamiche (su questo fronte avviò e animò la Fondazione per la storia amministrativa), infine il pensiero politico avviato con lo studio, tra i primi in Italia, di Max Weber di Economia e società. Al positivismo nella ricerca storica, affianca il realismo nell’approccio a ideologie e pensiero politico. Per primo portò in Italia, con la collaborazione di Pierangelo Schiera, Le categorie del «Politico» di Schmitt (il Mulino, 1979) quando lo studioso tedesco era ostracizzato e all’indice; poi provvederanno Adelphi e i ripensamenti di una certa sinistra a sdoganarlo e trasformarlo in un classico. Norberto Bobbio scrisse, dopo l’uscita del volume, che con quegli scritti «Miglio aveva destabilizzato la sinistra italiana». Per rafforzare le sue ipotesi Miglio inaugurò e diresse da Giuffrè la collana Arcana imperii, un’iniziativa che ha restituito agli studiosi opere importanti ma dimenticate (più di trenta volumi con testi di Julien Freund, Sieyes, Gabriel Naudé, Robert Michels, Halifax, Richelieu, Carl Schmitt) e studi ed esplorazioni originali sui concetti di corporazione e di interesse curati da Lorenzo Ornaghi.
Non è un caso che da tempo si stanno ripubblicando i saggi di Miglio. L’iniziativa del Mulino – realizzata su invito del figlio Leo, grazie alla disponibilità delle registrazioni magnetofoniche del corso accademico 1981-82 fatte e conservate da Stefano Talamini, e alla cura di Davide G. Bianchi e di Alessandro Vitale – consente di capire meglio nei suoi molteplici interessi il politologo, di coglierne il metodo e soprattutto di fare i conti con intuizioni, scoperte, suggestioni, tesi, abbozzi di ipotesi, azzardi intellettuali che meritano d’essere esplorati.