Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell’Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.
La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano “nemici del popolo”. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo racconta Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.
«Viviamo tempi in cui gli uomini, spinti da spiriti mediocri o da feroci ideologie, si abituano a provare vergogna di qualsiasi cosa.
Vergogna di se stessi, vergogna di essere felici, d’amare e di creare. [...]
È necessario quindi sentirsi colpevoli.
Eccoci trascinati al confessionale laico, il peggiore di tutti. »
La minaccia dell’integralismo islamico cala su Edizioni Anordest, la casa editrice di Villorba che quasi un anno fa ha mandato in stampa «I fiori del Giardino di Allah». Obiettivo della fatwa è l’autore del testo, Attar Fartid al Shahid, pseudonimo dietro il quale si nasconde un intellettuale iraniano contrario alla dittatura degli ayatollah. Ed è per la condanna pubblica risuonata durante la predica di un noto rappresentante del clero sciita in Iran che oggi sono finiti sotto sorveglianza la società e il suo direttore editoriale Mario Tricarico.
Il dipositivo è stato attivato martedì pomeriggio dopo il via libera dato dal comitato ordine e sicurezza in prefettura. E’ durante quel vertice infatti che questore e Digos hanno reso noti i risultati di un’attività di indagine e verifica nazionale e internazionale scattata la scorsa estate. A dare il via all’attività di intelligence è stato il ritrovamento di un volantino nei dintorni di viale Jenner, la zona di Milano dove ha sede quello che forse è uno dei centri islamici più importanti dle Nord Italia. L’opuscolo, battuto a macchina in doppia lingua, riportava la condanna dell’ayatollah iraniano contro il libro e il suo autore, una vera e propria fatwa lanciata a seguito di quanto scritto. Da lì, gli agenti della polizia hanno attivato una serie di verifiche che a Roma, centro dell’attività investigativa terroristica, hanno portato a considerare la minaccia «fondata».
Da giovedì quindi la questura di Treviso ha deciso di mettere sotto controllo la sede della casa editrice, in viale fratelli Rosselli a Villorba (a poche decine di metri dal locale centro islamico), ma anche la casa del direttore editoriale Mario Tricarico, diventati potenziali obiettivi
l’assassino pluriomicida cesare battisti , condannato dai tribunali italiani a quattro ergastoli, festeggerà la sua impunità al carnevale di rio sghignazzando sul dolore delle vittime sopravvissute.
sono un ammiratore del coraggio intelligente di oriana fallaci (per nulla, di magdi allan, ma solo perchè è passato da un fondamentalismo ad un altro fondamentalismo) e uno dei miei “maestri” è giovanni sartori (che vedo glossato nel testo)
probabilmente non sono un intellettuale, secondo le categorie classificatorie delle accademie universitarie, ma probabilmente sono un “islamofobo”, ammesso che questa tipologia spieghi alcunchè della transizione socioculturale geopolitica di questo ormai decennio e dei terribili anni a venire.
a parte il dissenso cognitivo su questo tema ritengo che la sociologia critica dovrebbe indagare prima sulle ragioni della “paura” e poi , semmai elaborare le proprie classificazioni tipologiche
le etichette appiccicate ad oriana fallaci appartengono a quella decisiva teoria, importantissima in tempi flussi comunicativi accentuati dalle tecnologie internettiane, della “deturpazione morale”. Peraltro già ampiamente praticata nelle culture totalitarie del novecento, per esempio nei processi staliniani.
comunque saranno gli anni a venire a validare questa dissonanza cognitiva
Giovanni Sartori ci ha insegnato che la nozione di politica si qualifica in rapporto a strutture e istituzioni qualificabili come politiche e a partire da quando queste si definiscono distinguendosi da altre, economiche, religiose e sociali. L’inoltrarsi nel cammino della politica conduce all’impegno nelle istituzioni : questa è stata anche la mia esperienza, dopo essersi, nella fase iniziale, qualificata come scelta di un orizzonte politico-ideale, adesione e partecipazione attiva a un’organizzazione politica, e dunque militanza di parte nelle sue molteplici forme. Imparai presto che il banco di prova della capacità di un’organizzazione politica di perseguire obbiettivi di efficacia generale sta nel suo calarsi nelle logiche e nelle regole delle istituzioni rappresentative. E dunque, se vogliamo riflettere sulla crisi della politica dobbiamo ragionare contemporaneamente sullo stato delle istituzioni ; e più specificamente dei sistemi politici. Lo dico riferendomi all’Italia ma non soltanto ad essa.
Volevano una vita normale, con le piccole e grandi libertà rivendicate dai giovani. Uno stile occidentale sgradito al patriarca, il severo Muhammad. Che, davanti a quella che riteneva una mancanza di rispetto e una sfida insolente, ha deciso una punizione estrema. Senza appello.
l’autore ci informa che: «una volta che lo scopo è raggiunto e che l’idea è esteriormente realizzata nella pienezza di tutte le sue interne possibilità, la civiltà d’un tratto s’irrigidisce, muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, essa diviene civilizzazione». La civiltà occidentale ha subito dunque proprio questo destino, è stata condotta lungo questa strada, ha raggiunto tale «stadio necessario». «Stadio», tra l’altro, che la «riguarda esclusivamente» e che «si distingue da altri consimili solo per la sua estensione». Il terreno adesso è pronto per l’idea finale. Spengler dice che la «civilizzazione» è «il senso di ogni tramonto nella storia, il senso del compimento interno ed esterno, dell’esaurimento che attende ogni civiltà vivente». L’Occidente sta per tramontare perché esso è giunto al suo «inevitabile destino». Il suo culmine costituisce anche la sua fine (il suo «tramonto», la sua dissoluzione). L’idea di Spengler è che «inversione di tutti i valori: questo è il carattere più intimo di ogni civilizzazione. Si comincia col dare una diversa impronta a tutte le forme della preesistente civiltà, col capirle e con l’adoperarle in altro modo. Non si crea più, ci si limita a cambiare il senso di quel che esiste. In ciò sta l’aspetto negativo di tutte le epoche di tale tipo. Esse presuppongono come avvenuto l’atto propriamente creativo. Esse raccolgono la mera eredità di grandi realtà».
Dal 3 febbraio al 30 marzo 2012 tornano gli appuntamenti con i grandi filosofi contemporanei.
Riparte la rassegna “Abitatori del tempo”, ciclo itinerante di incontri in Brianza dedicati alla riflessione sull’oggi con i grandi filosofi.
Abitatori del tempo: 10 Incontri in 9 comuni della Provincia, per riflettere insieme sul tema dell’ “Errore”.
La VIII edizione di Abitatori del Tempo è dedicata al tema dell’ Errore, questione con importanti significati in campo scientifico, filosofico e letterario. Si parte dall’antica Grecia con l’ identificazione Socratica tra sapere e virtù dove l’errore morale coincide con quello conoscitivo per giungere, all’interno della riflessione epistemologica contemporanea, alla svolta fattibilistica di Popper che considera l’errore un ingrediente inevitabile di ogni sapere. Nell’ambito scientifico il tema della rassegna sarà sviluppato per dimostrare come l’errore e le metodologie di lavoro “try and error” siano fondamentali per l’evoluzione ed il progresso scientifico.
INGRESSO LIBERO – Ore 21 (fino ad esaurimento posti)
PROGRAMMA degli incontri
Massimo Marassi - La colpa e il suo fantasma
Venerdì 3 febbraio 2012 – Monza – Teatro Manzoni
Emanuele Severino - Errore o errare
Venerdì 10 febbraio 2012 – Cesano Maderno – Teatro Excelsior
Laura Boella - Agire, errare, perdonare Mercoledì 15 febbraio 2012 – Arcore – Teatro Nuovo
Massimo Cacciari - Storia ed errore
Giovedì 23 febbraio 2012 – Monza – Teatro Manzoni
Vittorio Possenti - Errore, colpa, pentimento
Venerdì 2 marzo 2012 – Giussano – Sala Consiliare
Elio Franzini - Errore, arte e immaginazione
Martedì 6 marzo 2012 – Brugherio - Teatro San Giuseppe
Salvatore Natoli - Per prova ed errore: campi di esperienza e pratiche di conoscenza
Venerdì 9 marzo 2012 – Lissone - Palazzo Terragni
Giulio Giorello - La libertà di errare
Venerdì 16 marzo 2012 – Nova Milanese – Auditorium
Edoardo Boncinelli - L’errore generatore di vite
Venerdì 23 marzo 2012 – Vimercate – Teatro Astrolabio
Franca D’Agostini - Il falso, tra errore e inganno
Venerdì 30 marzo 2012 – Vimercate – Centro Omnicomprensivo
Il giorno 24 gennaio 2012 alle ore 10:00 presso la Biblioteca del Senato della Repubblica “Giovanni Spadolini” nella Sala degli Atti parlamentari in Piazza della Minerva n°38, si svolgerà il Convegno Elementi di attualità del pensiero e dell’impegno politico di Gianfranco Miglio.
L’evento vedrà la partecipazione di importanti relatori del mondo della politica e della cultura i quali parleranno della figura, delle idee e dell’impegno politico del giurista e politologo comasco.
Qua a seguire una breve presentazione dei temi e dei contenuti che veranno trattati all’interno del convegno:
L’impegno dello studioso
“I paradigmi ricorrenti nelle strutture e nel governo della politica”
Relatore: Prof. Lorenzo Ornaghi (Rettore Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – Ministro dei Beni Culturali)
La proposta di un nuovo modello istituzionale per l’Italia
“Il Federalismo in un nuovo assetto costituzionale”
Relatore: Prof. Giuliano Urbani (Presidente del Museo della Scienza e Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano – già Professore ordinario di Scienza della Politica dell’Università Bocconi di Milano)
L’interesse per i modelli organizzativi e gestionali
“Quadri concettuali e riferimenti operativi per il buon Governo e la gestione dell’apparato pubblico”
Relatore: Prof. Giorgio Petroni (Rettore Università di San Marino)
L’impegno politico
“Il ruolo di guida e di testimone nello sforzo di trasformazione del sistema istituzionale del Paese”
Relatore: On. Francesco Enrico Speroni (Deputato del Parlamento Europeo)
Presentazione del volume dei discorsi parlamentari del Sen. Gianfranco Miglio
Relatore: Sen. Paolo Franco (Senatore Questore)
Il Coordinatore dei vari interventi dei Relatori sarà il Prof. Giorgio Petroni – Rettore Università di San Marino
Dopo le singole relazioni seguirà una Tavola Rotonda che vedrà presenti:
Prof. Augusto Barbera (Università di Bologna)
Prof. Alberto Quadrio Curzio (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)
Prof. Avv. Ettore Adalberto Albertoni (già Presidente del Consiglio Regionale della Lombardia)
Prof. Giorgio Petroni (Rettore Università di San Marino)
La Turchia minaccia ritorsioni contro la Francia per la legge sul genocidio armeno Il Senato francese ha approvato ieri la legge che trasforma in reato il negazionismo pubblico del genocidio armeno del 1915, sulla stessa base della legge relativa alla Shoah. Ankara giudica il voto “irresponsabile”, e parla di “totale rottura” delle relazioni fra i due Paesi.
Ankara (AsiaNews/Agenzie) – Il senato francese ha votato ieri una legge in base a cui la negazione pubblica del genocidio armeno compiuto in Turchia dal 1915 in poi è considerata un atto criminale. E’ già illegale in Francia negare la Shoah, un crimine punibile con un anno di prigione e una multa di 45mila euro. La stessa punizione viene adottata per chi nega il genocidio armeno. La legge – passata con 127 voti a favore e 86 contro – sarà inviata al presidente francese Nicola Sarkozy, che la firmerà. L’Armenia ha accolto la votazione lodando la Francia, un Paese che “ha confermato il suo ruolo centrale di vero difensore dei valori umani universali”. da: http://www.asianews.it/notizie-it/La-Turchia-minaccia-ritorsioni-contro-la-Francia-per-la-legge-sul-genocidio-armeno-23775.html
(ASCA-AFP) – L’Avana, 20 gen - Wilmar Villar, 31 anni, dissidente politico cubano arrestato lo scorso novembre, e’ morto dopo 50 giorni di sciopero della …
2 giorni fa – Si era opposto al tribunale che lo aveva condannato a 4 anni di prigionia con uno sciopero della fame. Cinquanta giorni dopo, il dissidente …
Il potere dei più buoni è il lamento prorompente della maggioranza invisibile del Paese, quella che regolarmente, costretta un po’ a vergognarsi per avere lavorato e fatto il proprio dovere, soggiace ad ogni piccolo e macroscopico diritto di ogni minoranza, a volte protetta anche nella propria illegalità. Sorretta in una visione radical chic dell’impegno civile e politico da un sentimento misto, tutto italiano, di solidarismo cattolico e di egualitarismo postcomunista.
Nobili ideali, pessime applicazioni quotidiane. Non è quello di Gaber, compagno di viaggio e utopie giovanili, un inno alla cattiveria, né all’egoismo piccolo borghese, solo una denuncia provocatoria. Una denuncia trascinata da un testo esemplare per efficacia e da una musica appropriata nel suo scandire il crescendo dell’indignazione fino al libertario con i “soldi degli italiani”.
Una denuncia che smaschera l’ipocrisia di un certo atteggiamento sociale e politico, critico verso le intolleranze altrui fino al momento in cui non deve fare i conti personalmente con le emergenze, gli immigrati, la delinquenza, eccetera. In un salotto, in una villa, su una bella auto, la forza di gravità del sociale è molto, molto più sopportabile.
Di buone intenzioni sotto vuoto, protette nel vetro antiproiettile di una teca, il mondo è pieno. Ma è meglio un generosità di facciata, di anime belle, o quella più facile e autentica che cresce, seppur a fatica, lungo le strade del mondo?
Ferruccio De Bortoli, in LA MIA GENERAZIONE HA PERSO, Il Sole 24 Ore, collana io mi chiamo G, 2011
Il capitolo migliore del volume è quello su Fidel Castro e la sua rivoluzione tradita, nel quale Vecchioni analizza da osservatore diretto la realtà di una Cuba trasformata in una monarchia assoluta dove vige il culto della personalità. Fidel Castro è dipinto come un capo famiglia mafioso che gestisce il potere attraverso amici, parenti e fedelissimi, un uomo che ha designato un erede e si è ritagliato un ruolo da commentatore politico, eliminando ogni garanzia costituzionale. Il capitolo sulla dittatura cubana racconta la figura di un uomo che ha spodestato un dittatore incapace come Batista per insediarsi al potere e mantenerlo ancora più a lungo. Il Parlamento della famiglia Castro è un’assemblea inutile che si riunisce due volte all’anno per ratificare decisioni prese in altra sede.
Bernard Lewis, I musulmani alla scoperta dell’Europa
Rizzoli – Bur, 2005, p. 413
In questo classico libro, Bernard Lewis ribalta l’usuale nozione della parola “scoperta”: qui gli europei non sono gli esploratori di terre remote e selvagge, ma gli esotici barbari “oggetto di scoperta e di studio da parte di osservatori provenienti dalle terre dell’Islam.
Lewis racconta la battaglia di Poitiers come dovette apparire non a Carlo Martello ma agli arabi, e Lepanto e l’assedio di Vienna dal punto di vista dei turchi. Racconta soprattutto l’immagine dell’Europa riflessa nelle opere della cultura islamica: un’Europa che nel Medioevo appariva arretrata e incivile, e che nei secoli seguenti diventa sempre più lontana e incomprensibile.
Il titolo del libro del fisico ed epistemologo Ignazio Licata Complessità, un’introduzione semplice esprime un apparente paradosso, e chiarisce che complesso non è l’opposto di semplice e che bisogna distinguere complesso da complicato.
L’idea di complessità, infatti, da un punto di vista cognitivo ed epistemologico, può essere ricondotta, piuttosto, all’impossibilità di ridurre un sistema ad un’unica formula, ed alla necessità di prendere in considerazione descrizioni diverse dello stesso sistema senza poterle ricondurre ad un singolo schema concettuale.
Usando una terminologia accessibile al lettore che non abbia compiuto studi specifici, l’autore sviluppa in tutto il volumetto un parallelo fra le idee che possiamo avere di scienza e le analoghe concezioni dimanagement, con l’obiettivo di mostrare come sia necessario superare alcuni luoghi comuni che rischiano di dare una visione limitata e limitante sia della fisica che della gestione di un’impresa.
la Francia sta approvando una legge che punisce la negazione del genocidio armeno
e la Turchia grida all’oltraggio, annulla visite bilaterali, cooperazione politica, economica e militare e afferma si tratta di un insulto alla nazione
paolo ferrario
23 dicembre 2011
…
In un congresso segreto dei “Giovani Turchi”, tenutosi a Salonicco nel 1911, fu deciso di sopprimere totalmente gli armeni residenti in Turchia. L’occasione per realizzare questo piano di sterminio si presentò con lo scoppio del Primo Conflitto Mondiale allorquando le potenze europee, impegnate nella guerra, non potevano interferire nelle faccende interne della Turchia.
Inizialmente furono chiamati alle armi tutti gli Armeni validi che, dopo esser stati separati dai loro reparti, ed inquadrati per costituire i cosiddetti “Battaglioni operai” vennero uccisi. Furono quindi arrestati ed in seguito uccisi tutti gli intellettuali, i sacerdoti, i dirigenti politici. Nelle città e nei villaggi abitati da Armeni rimasero quindi solo donne, vecchi e bambini. Per loro venne decretata la deportazione. Adducendo come pretesto la prossimità della zona di guerra, vennero costretti ad abbandonare le loro abitazioni per trasferirsi, così fu detto, in zone più sicure. Ma furono deportate anche le comunità armene residentia centinaia di chilometri dal teatro bellico, segno evidente che l’allontanamento dalle zone di guerra era solo un pretesto per lo sterminio. Per strada le carovane dei deportati venivano sistematicamente assalite da bande di malfattori, fatti uscire appositamente dal carcere per costituire la cosiddetta “Teskilatemaksuse” (Organizzazione Speciale) il cui compito era lo sterminio degli Armeni.
I mezzi usati per compiere questo sterminio furono di un’inaudita ferocia e di un sadico accanimento contro le vittime. Chi riusciva a sfuggire almassacro periva per la fame, la sete, le malattie e gli stenti del lungo viaggio compiuto a piedi per centinaia di chilometri. Perirono così circa 1.500.000 di persone: laquasi totalità degli Armeni di Turchia. Furono risparmiati solo quelli residenti a Istanbul e Smirne, perchè troppo vicini a sedi diplomatiche straniere. Si salvarono pure gli abitantidi alcune province in prossimità del confine russo, che si misero al riparo fuggendo oltre frontiera o furono salvate dall’avanzata dell’esercito russo.
“In precedenza è stato comunicato che il Governo, su ordine del Partito (Unione e Progresso), ha stabilito di sterminare completamente tutti gli Armeni residenti in Turchia. Coloro i quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a rimanere negli organici dell’amministrazione dell’Impero. Bisognadar fine alla loro esistenza, per quanto siano atroci le misure adottate , senza discriminazioni per il sesso e l’età e senza dar ascolto a considerazioni legate alla coscienza”. Così recita il telegramma del ministro dell’interno turco, Talaat pascià, del 15 settembre 1915.
Secondo l’Armenia sono circa circa un milione e mezzo gli armeni uccisi durante la Prima Guerra Mondiale in quella che oggi è la Turchia orientale, in una politica di genocidio deliberata.
in Italia c’è chi prova dolore per la morte di #KimJong. Marco Rizzo e il partito dei Comunisti Sinistra Popolare, fondato nel 2009. ilpost.it/2011/12/20/il-
È morto a Houston all’età di 62 anni Christopher Hitchens, lo scrittore e giornalista inglese diventato famoso anche per le sue feroci polemiche contro la religione. Ateo convinto, autore di libri come «Dio non è grande» e un pamphlet critico di Madre Teresa, Hitchens mise nel mirino i bersagli pubblici più disparati, da Henry Kissinger a Bill Clinton, definito «uno stupratore», fino alla monarchia britannica. Aveva condotte molte battaglie progressiste, compresa quella per la restituzione alla Grecia dei marmi del Partenone, ma senza mai allinearsi alla sinistra ufficiale. Spiazzando molti intellettuali «liberal», se la prese ad esempio con l’Islamofascismo (era un ammiratore di Oriana Fallaci che definì «la più coraggiosa giornalista del suo tempo») e sostenne l’intervento in Iraq.
Hitchens, che viveva negli Usa da più di 30 anni, è stato inviato di guerra e critico letterario, collaborando con numerose testate tra cui il Wall Street Journal, Vanity Fair, l’Atlantic, Slate. In patria scriveva di questioni americane per il Daily Mail e in Italia era tradotto dal Corriere della Sera. Quando aveva scoperto di avere un tumore, lo stesso di cui era morto il padre, aveva appena dato alle stampe le sue memorie intitolate «Hitch-22».
Se qualcuno crede ancora che vi sia una differenza sostanziale nella spinta di fondo che ha dato origine al comunismo e al nazismo, allora farebbe bene a leggere l’agile volume di Luciano Pellicani, Lenin e Hitler, I due volti del totalitarismo.
E’ opinione diffusa, infatti, che comunismo e nazismo – nonostante gli esiti nichilistici di entrambi – siano due fenomeni antitetici. In realtà, alla base di entrambi c’è un “programma pantoclastico”, tipico di ogni totalitarismo, che si definisce tale solo se è caratterizzato dal desiderio di produrre una mutazione totale della realtà.
Questo volume introduce il lettore alla politica del XX secolo e alla riflessione filosofica su di essa: dal formarsi delle principali ideologie (nazionalismo, socialismo, liberalismo, cattolicesimo democratico, fascismo e comunismo), alla tragedia dei totalitarismi, alla “rinascita” della democrazia nel secondo dopoguerra, dalla crisi dello Stato sociale ai processi di decolonizzazione e all’affermarsi del capitalismo su scala planetaria, fino alle questioni odierne poste dalla crisi di tale modello e dai processi di globalizzazione.
Indice: Introduzione. – Parte prima: Le ideologie e le trasformazioni della politica. – I. La crisi dell’ordine politico moderno. – II. I teorici delle élite. – III. Il marxismo: 1900-1920. – IV. I nazionalismi europei. – V. Liberalismo e pensiero democratico. – VI. I totalitarismi. – Parte seconda: Filosofia e politica. – VII. Il pensiero dialettico. – VIII. I pensatori della crisi e le critiche della modernità. – Parte terza: Il secondo dopoguerra. – IX. La democrazia realizzata. – X. Le sfide della politica. – XI. L’età globale e le sue crisi. – Nota bibliografica. – Indice dei nomi.
Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche nell’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato fra l’altro: “Genealogia della politica” (nuova ed. 2010), “Lo sguardo di Giano” (2008), “L’umanità multiculturale” (2008); ha curato “I grandi testi del pensiero politico. Antologia” (II ed. 2011) e il “Manuale di storia del pensiero politico” (III ed. 2011). Edoardo Greblo insegna nelle scuole superiori a Trieste. Per il Mulino ha pubblicato “Democrazia” (2000) e “A misura del mondo” (2004). Sandro Mezzadra insegna Studi coloniali e postcoloniali e Le frontiere della cittadinanza nell’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato “La costituzione del sociale. Il pensiero politico e giuridico di Hugo Preuss” (1999) e ha curato il volume di W.E.B. Du Bois “Sulla linea del colore” (2010).
Il manuale fornisce un panorama completo del sistema politico italiano. Dopo aver fissato alcuni concetti fondamentali (sistema politico, attori del sistema politico, studio comparato dei sistemi politici), gli autori ricostruiscono le vicende del nostro sistema politico – caratteri, trasformazioni storiche, configurazioni istituzionali – dando conto dei mutamenti che lo hanno attraversato soprattutto negli ultimi decenni, e delle interpretazioni che sono state avanzate circa la loro natura e le loro conseguenze.
All’indirizzo www.mulino.it/aulaweb docenti e studenti troveranno materiale utile alla didattica e all’apprendimento.
Indice: Premessa. – I. Il sistema politico. Cos’è e come studiarlo. – II. Il sistema politico italiano. – III. Il sistema dei partiti. Dal pluripartitismo polarizzato all’alternanza bipolare. – IV. Elezioni, culture politiche e comportamento elettorale. – V. L’esecutivo. Da governi deboli e instabili a governi più forti e durevoli. – VI. Parlamento e parlamentarismo tra Prima e Seconda Repubblica. – VII. Regioni e governo locale. Un lungo viaggio verso il federalismo? – VIII. La pubblica amministrazione. Dall’immobilismo alla riforma permanente. – IX. Le istituzioni dello stato di diritto. Poteri neutrali e conflitto con la politica. – X. Il cambiamento del sistema politico italiano. Le interpretazioni. – Riferimenti bibliografici. – Indice analitico.
Maurizio Cotta insegna Scienza politica e Politica comparata nell’Università di Siena. Tra le sue pubblicazioni con il Mulino ricordiamo “Scienza politica” (con D. della Porta e L. Morlino, nuova ed. 2008). Luca Verzichelli insegna Analisi delle politiche pubbliche e Sistema politico italiano nell’Università di Siena. Con il Mulino ha pubblicato tra l’altro “Il Parlamento” (con C. De Micheli, 2004) e “Vivere di politica. Come (non) cambiano le carriere politiche in Italia” (2010).
Nella incessante ricerca sul “politico”, sullo Stato e sulle sue contraddittorie ragioni condotta da Carl Schmitt, un momento fondamentale è costituito dal confronto con Hobbes e con la celebre immagine del Leviatano. Mito, macchina, mostro fantastico, persona sovrana: questa figura complessa e ambigua viene qui riletta in una chiave non solo razionalistica e politica ma anche culturale e teologica. Un faccia a faccia sulla razionalità e l’irrazionalità dello Stato moderno, dalle sue origini barocche alla sua drammatica crisi novecentesca.
Carl Schmitt (1888-1985) ha insegnato in varie università tedesche, prima di diventare professore all’Università di Berlino nel 1933. Ritiratosi a vita privata alla fine della seconda guerra mondiale, continuò a lavorare e a pubblicare nel campo del diritto internazionale. Fra le molte opere tradotte in italiano ricordiamo, pubblicate dal Mulino, “Amleto o Ecuba” (1983), “Le categorie del ‘politico’” (1972, ultima ed. 1998) e “Cattolicesimo romano e forma politica” (2010).
Questa antologia presenta una serie di testi di autori classici della storia del pensiero politico moderno e contemporaneo, per documentare le principali linee di sviluppo della disciplina. Uno schema introduttivo a ciascun brano ne espone i concetti principali e ne agevola la lettura critica.
Indice: Presentazione, di C. Galli. – Niccolò Machiavelli. – Martin Lutero. – Jean Bodin. – Johannes Althusius. – Thomas Hobbes. – John Locke. – Baruch Spinoza. – Montesquieu. – Jean-Jacques Rousseau. – Emmanuel-Joseph Sieyès. – Immanuel Kant. – Georg Wilhelm Friedrich Hegel. – Benjamin Constant. – Alexis de Tocqueville. – John Stuart Mill. – Karl Marx. – Lenin. – Max Weber. – Carl Schmitt. – Hannah Arendt.
Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche nell’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato fra l’altro: “Genealogia della politica” (nuova ed. 2010), “Lo sguardo di Giano” (2008), “L’umanità multiculturale” (2008); ha curato il “Manuale di storia del pensiero politico” (III ed. 2011) e “Il pensiero politico contemporaneo” (con E. Greblo e S. Mezzadra, 2011).
Esiste il disagio della democrazia, la rassegnata accettazione del suo cattivo funzionamento e del progressivo restringimento degli spazi civili e degli orizzonti vitali. Ma dal disagio può avere origine anche la rivitalizzazione della democrazia, il rilancio del suo significato umanistico.
Mentre chi non ne gode lotta per realizzarla, chi l’abita da tempo sperimenta l’esaurirsi della sua forza vitale. Mentre sembra l’unica forma politica legittima, la democrazia conosce molti gravi problemi che la sfidano dall’esterno e dall’interno, e che possono sfociare in una crisi complessiva della democrazia. Un’analisi di questi e di altri paradossi, condotta attraverso una genealogia storica e concettuale, getta luce sull’intricata vicenda della democrazia, sui suoi molti significati, sulle sue contraddizioni e sulle principali riflessioni che l’hanno accompagnata e criticata. E suggerisce che, se la democrazia non è un destino, tuttavia, rivisitata senza dogmatismi e senza trionfalismi, custodisce in sé la fragile speranza in un’umanità capace di dare legge a se stessa, nella dignità e nella libertà di tutti.
Nel corso del suo magistero all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Gianfranco Miglio ha insegnato diverse discipline, storiche, giuridiche, politologiche, dei cui strumenti si serviva per interpretare i fenomeni politici al centro dei suoi interessi e del suo lavoro intellettuale. Nelle “Lezioni di politica” – ricostruite sulla base di documentazione originale – è contenuto il materiale relativo ai due fondamentali insegnamenti in cui si è tradotto il suo pensiero, basato su una osservazione rigorosamente realistica e disincantata della politica, sfrondata da ogni elemento estraneo alla ‘pura’ problematica del potere e della sua realtà effettuale. Miglio ricostruisce il pensiero degli autori usando come criterio di misura la scientificità delle loro asserzioni, cioè la capacità di esprimere le ‘regolarità’ della politica fino a suggerire la possibile esistenza di leggi dell’agire politico: la sua “Storia delle dottrine politiche” finisce, infatti, là dove comincia la sua “Scienza della politica”, in cui egli riversa le sue originali elaborazioni su metodo, caratteri e grandi questioni aperte della disciplina.
Gianfranco Miglio (1918-2001), preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dal 1959 al 1988, senatore della Repubblica dal 1992 al 2001, ha fondato importanti centri di ricerca nell’ambito della storia e della scienza dell’amministrazione. Molti dei suoi più importanti contributi scientifici sono raccolti in “Le regolarità della politica” (Giuffrè, 1988).
La fine di un tiranno non può mai esser grande: non si può permettere che lo sia, «per la contraddizion che nol consente». Bisogna che alla fine tremi di paura, o scodinzoli dietro alle gonne della sua ultima amante, o cerchi di sistemare al sicuro il malloppo che ha messo insieme. Una vita politicamente grande, quando non è coronata dal successo e quando il consenso non le sopravvive, richiede una fine piccola e meschina. Sono le regole del gioco. Se e quando la realtà storica minaccia di parlare un linguaggio diverso, la manipolazione propagandistica s’incarica di metter le cose a posto.
Ecco perché in fondo, tra i tiranni archetipici del nostro tempo, la sola vera «scandalosa» eccezione è Stalin, morto da vincitore e al culmine della gloria e del consenso mondiale; e la cui stessa damnatio memoriae è arrivata tardiva e ambigua. Ma per descrivere davvero il tragico paradosso storico di Josip Vissarionovich, sarebbero necessari lo stilo di Plutarco o la penna di Shakespeare. Per troppi suoi squallidi o ridicoli succedanei, sarebbe stata o sarebbe già troppo quella di Pitigrilli.
……. nella sua casa in riva al lago di Como nascevano le «Lezioni di politica pura», l’ambiziosa meta intellettuale. In vita non hanno preso forma definitiva; oggi, a dieci anni dalla morte (10 agosto 2001), il Mulino pubblica due volumi di ampio respiro che raccolgono le lezioni di Storia delle dottrine politiche e le intriganti lezioni di Scienza della politica dove più alto è l’apporto originale e teorico di Miglio. Di lui ebbe a dire Nicola Matteucci: «Miglio non ha incontrato molti favori nell’accademia, ma, per vie sottili, la sua presenza ha avuto un peso incisivo e vasto nella cultura italiana. In lui si ritrova una filosofia politica, cioè un autentico pensiero».
Non è difficile capire l’architettura di Miglio sorretta da tre colonne portanti: il diritto che accompagna l’avvio accademico con Alessandro Passerin d’Entrève e Giorgio Balladore, poi la storia delle istituzioni con le complesse dinamiche (su questo fronte avviò e animò la Fondazione per la storia amministrativa), infine il pensiero politico avviato con lo studio, tra i primi in Italia, di Max Weber di Economia e società. Al positivismo nella ricerca storica, affianca il realismo nell’approccio a ideologie e pensiero politico. Per primo portò in Italia, con la collaborazione di Pierangelo Schiera, Le categorie del «Politico» di Schmitt (il Mulino, 1979) quando lo studioso tedesco era ostracizzato e all’indice; poi provvederanno Adelphi e i ripensamenti di una certa sinistra a sdoganarlo e trasformarlo in un classico. Norberto Bobbio scrisse, dopo l’uscita del volume, che con quegli scritti «Miglio aveva destabilizzato la sinistra italiana». Per rafforzare le sue ipotesi Miglio inaugurò e diresse da Giuffrè la collana Arcana imperii, un’iniziativa che ha restituito agli studiosi opere importanti ma dimenticate (più di trenta volumi con testi di Julien Freund, Sieyes, Gabriel Naudé, Robert Michels, Halifax, Richelieu, Carl Schmitt) e studi ed esplorazioni originali sui concetti di corporazione e di interesse curati da Lorenzo Ornaghi.
Non è un caso che da tempo si stanno ripubblicando i saggi di Miglio. L’iniziativa del Mulino – realizzata su invito del figlio Leo, grazie alla disponibilità delle registrazioni magnetofoniche del corso accademico 1981-82 fatte e conservate da Stefano Talamini, e alla cura di Davide G. Bianchi e di Alessandro Vitale – consente di capire meglio nei suoi molteplici interessi il politologo, di coglierne il metodo e soprattutto di fare i conti con intuizioni, scoperte, suggestioni, tesi, abbozzi di ipotesi, azzardi intellettuali che meritano d’essere esplorati.
«Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt’altro che condivisibile l’auspicio di una crescita indefinita.»
Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?
«Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica – la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza – ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent’anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni.»
Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.
«In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»
E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.
«Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente).»
La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.
«Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »
Il problema esiste da decenni… Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni ’50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.
«Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d’accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile… Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»
Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi…) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo
«È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»
Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.
«È da guardare con diffidenza – ma non voglio sembrare cinico – l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»
Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?
«In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria “base naturale”, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»
Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre – quel poco che ne rimane – sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.
«Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell’umanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali – ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni “visione del mondo” e “ideologia” – si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l’«individuo» – come il «capitalista» – si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione. »
Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili…
«Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo – ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione – è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura – anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo – l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»
Mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.
«No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c’entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo).
E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici… E questo in qualche misura significa condizionarli…»
«Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi…»
Si diceva che le sinistre – a parte l’impegno per la difesa del lavoro – non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’Internazionale. Tentare di guardare un po’ più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?
«Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».
Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.
«Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»
In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica…
«Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»
È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità… Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?
«Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»
Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire…, operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica?
«È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile.»
Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso… Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati… A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?
«Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».
Il mio suggerimento alla Cina è lo stesso che do agli Stati Uniti, da quando anch’essi sono diventati una società altamente commercializzata e mercantilizzata. Il mio punto di vista è che il mercato è uno strumento impagabile per organizzare la produzione e creare ricchezza. Negli ultimi decenni, il mercato ha anche portato prosperità in Cina. Ma il mercato non è il centro della vita. Questo perchè esiste il pericolo di sostituire i valori non materiali con i valori del mercato. I valori non materiali includono la giustizia, l’onestà, l’uguaglianza, lo spirito di comunità e il senso di responsabilità tra individui. Sono preoccupato di questa deriva in America ed Europa. Quando sento parlare dei trend di sviluppo cinesi, ho le stesse preoccupazioni. Allo stesso tempo, penso che il mercato sia uno strumento inestimabile per accrescere la prosperità e organizzare la produzione. Ma questo non è l’obiettivo. Esistono obiettivi etici più importanti, che non devono essere dimenticati. Infatti, il titolo del mio ultimo libro, che sto scrivendo ora, sarà What Money Cannot Buy: The Ethical Limits of Markets [Quello che il denaro non può comprare: i limiti etici del mercato]
Creare capacità
La sfida della giustizia globale secondo Martha Nussbaum
7 giugno 2011 – ore 17.30
Sala Buzzati
Via Balzan 3, angolo via S.Marco 21, Milano
saluto d’apertura Piergaetano Marchetti presidente Fondazione Corriere della Sera
introduce e coordina Lorenzo Sacconi ordinario di Politica economica all’Università degli Studi di Trento e direttore di EconomEtica
interviene Martha Nussbaum Ernst Freund Distinguished Service Professor of Law and Ethics, presso il Dipartimento di Filosofia, la Law School, e la Divinity School, all’Università degli Studi di Chicago. Ha scritto, tra gli altri, Not For Profit: Why Democracy Needs the Humanities (2010), Creating Capabilities: The Human Development Approach (2011)
ne discutono Elena Granaglia ordinario di Scienza delle finanze all’Università degli Studi Roma Tre Alberto Martinelli ordinario di Scienza politica all’Università degli Studi di Milano Stefano Zamagni ordinario di Economia politica all’Università degli Studi di Bologna
Quando parliamo di Politica parliamo di noi Otto lezioni sulle parole chiave del nostro tempo
Tutti i Giovedì, dal 16 Giugno al 7 Luglio a partire dalle 20.30 presso la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica.
Le Parole della Politica, alla seconda edizione, torna ad interrogare alcuni tra i protagonisti e gli interpreti del pensiero contemporaneo e gli chiede di misurarsi con otto nuove parole del dibattito pubblico:
L’intento, così come per il primo ciclo, è quello di rileggere e discutere apertamente la base minima del dizionario democratico e condividere il significato delle parole. Gustavo Zagrebelsky, Barbara Spinelli, Remo Bodei, Miriam Mafai, Sofia Ventura, Michela Marzano, Benedetta Tobagi, Corrado Augias saranno i protagonisti del nuovo ciclo deLe parole della Politica presentate e introdotte da Vladimiro Polchi, da quest’anno nella cornice culturale dell’Auditorium Parco della Musica.
Una iniziativa ideata e progettata dagli Editori Laterza in collaborazione con «la Repubblica»; organizzata dalla Laterza in collaborazione con la Fondazione Musica per Roma, con il sostegno della Provincia di Roma.
Biglietti: posto unico 8 euro, ridotto over 65 e under 26, 6 euro
In vendita presso il botteghino dell’Auditorium e su www.auditorium.com e www.listicket.it; acquisto telefonico al numero 892982 (servizio a pagamento)
Da: Quarta edizione dell’International Summer School di Filosofia e Politica dedicata a “I fondamenti culturali della democrazia”, Fondazione Italianieuropei, Capaccio (SA), dal 5 all’8 maggio 2011.
Oppure fare download e sentirla in cuffia da un lettore
Lunga, lunga vita a Emanuele Severino , mediatore necessario verso gli Eterni.
Paolo Ferrario
Monza, 13 gennaio 2011. Si aprirà venerdì 21 gennaio 2011 al teatro Manzoni di Monza, con un intervento del prof. Kevin Mulligandell’Università di Ginevra, la VII edizione della rassegna “Abitatori del tempo”, il ciclo itinerante di incontri con i più grandi filosofi e pensatori contemporanei, tutti dedicati alla riflessione sull’oggi.
L’edizione 2011 della rassegna prevede 11 appuntamenti sul senso della ‘Verità’, che si terranno fino al 31 maggio in 9 Comuni della Brianza, con ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Non vanno bene le cose per l’Italia. Prima che ce lo dicano le statistiche — comunicandoci per esempio un dato lugubre: che nel 2010 il reddito pro capite degli italiani sarà in termini reali inferiore a quello del 2000 — ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro ciascuno di noi e ogni giorno si rafforza. Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d’istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città, con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall’Alta velocità, è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose. Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile. C’è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l’evasione fiscale fra le più alte d’Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell’area euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d’Europa malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c’impedisce d’intraprendere qualunque politica di sviluppo. Ancora: nessuno dall’estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta. Nessuno di questi mali ha un’origine recente, lo sappiamo bene. Non paghiamo cioè per errori di oggi o di ieri: o almeno non solo per quelli. È piuttosto un intero passato, il nostro passato, che ci sta presentando il conto
….
Resta in silenzio il discorso pubblico della società italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile. Ma soprattutto resta in silenzio la politica, divisa tra lo sciropposo ottimismo di Berlusconi, il suo patetico «ghe pensi mi» da un lato, e la vacuità dei suoi oppositori dall’altro. Bersani, La Russa, Bossi, Fini, Bondi, Vendola, Verdini, Di Pietro, Casini, e chi più ne ha più ne metta credono di parlare al Paese con le loro dichiarazioni, le loro interviste, i loro attacchi a questo o a quello, i loro progetti di alleanze, di controalleanze e di governi: non sanno che in realtà se ne stanno guadagnando solo un disprezzo crescente, ne stanno solo accrescendo la distanza dal loro traballante palcoscenico. Sempre più, infatti, la loro produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola. Mai una volta che uno di essi proponga al Paese una soluzione concreta per qualche problema concreto
Cos’è Cl? E’, in pratica, un movimento ecclesiale fondato da Don Giussani, un gruppo organizzato di cristiani che testimoniano la presenza di Cristo nel mondo. Ma è anche – e soprattutto – una potenza politica ed economica. Ha il suo centro in Lombardia, dove funziona il più potente e pervasivo apparato politico-imprenditoriale esistente in Italia: quello, appunto, dell’area ciellina di Roberto Formigoni. “Un sistema di potere come quello di Formigoni, Cl, non esiste in alcun punto del Paese” – scrisse tempo fa Eugenio Scalfari – “Nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere. Negli ospedali, nell’assistenza, nell’università, tutto è diretto da quattro-cinque persone”.
In ultima analisi, dunque, Comunione e Liberazione potrebbe essere definita unasuper-lobby con le mani in pasta negliaffari, nella finanza, nella politica. Insomma, un’organizzazione legata a doppio filo con i poteri forti italiani: Vaticano, alta economia (Confindustria), Governo. Ma non è tutto: Cl è costellata da una galassia di associazioni no-profit che portano avanti (o dovrebbero portare avanti) azioni caritatevoli verso persone bisognose. Ma, secondo molti, lo spirito cattolico professato dall’organizzazione è soltanto di facciata: alcuni ritengono infatti che poggi su una sottotraccia massonica che ne rimane a capo tutt’oggi.
Consideriamo anche da questo lato il fatto che c’è molta speranza che il morire sia un bene. In effetti, una di queste due cose è il morire: o è come un non essere nulla e chi è morto non ha più alcuna sensazione di nulla; oppure, stando ad alcune cose che si tramandano, è un mutamento e una migrazione dell’anima da questo luo go che è quaggiù ad un altro luogo . Ora,se la morte è il non aver più alcuna sensazione, maè come un sonno che si ha quando nel dormire non si vede più nulla neppure in so gno, allora la morte sarebbe un gua dagno meraviglioso. Infatti, io riten go che se uno, dopo aver scelto questa notte in cui avesse dormito così bene da non vedere nemmeno un sogno, e, dopo aver messo a confronto con questa le altre notti e gli altri giorni della sua vita, dovesse fare un esame e dirci quanti giorni e quante notti ab bia vissuto in modo più felice e più piacevole di quella notte durante tut ta la sua vita; ebbene, io credo che costui, anche se non fosse non solo un qualche privato cittadino, ma il Gran Re,troverebbe lui pure che que sti giorni e queste notti sono pochi da contare rispetto agli altri giorni e alle altre notti. Se, dunque, la morte è qualcosa di tal genere, io dico che è un guadagno. Infatti, tutto quanto il tempo della morte non sembra essere altro che un’unica notte.
Invece, se la morte è come un partire di qui per andare in un altro luogo, e sono vere le cose che si raccontano, ossia che in quel luogo ci sono tutti i morti, quale bene, o giudici, ci potrebbe essere più grande di questo?Infatti, se uno,giunto al l’Ade, liberatosi di quelli che qui da noi si dicono giudici, ne troverà di veri, quelli che si dice che là pronun ciano sentenza: Minosse, Radamante, Eaco, Trittolemo e quanti altri dei se midei sono stati giusti nella loro vita”; ebbene, in tal caso, questo passare nell’aldilà sarebbe forse una cosa da poco?
E poi, quanto non sarebbe dispo sto a pagare ciascuno di voi, per stare insieme con Orfeo e con Museo, con Omero e con Esiodo?
Per quello che mi riguarda, sono disposto a morire molte volte, se questo è vero. Infatti, per me, sarebbe straordinario tra scorrere il mio tempo, allorché mi incontrassi con Palamede, con Aiace figlio di Telamonio e con qualche altro degli antichi che sono morti a causa di un ingiusto giudizio, metten do a confronto i miei casi con i loro! E io credo che questo non sarebbe davvero spiacevole.
Ma la cosa per me più bella sarebbe sottoporre ad esame quelli che stanno di là, interrogandoli come facevo con questi che stanno qui, per vedere chi è sapiente e chi ritiene di essere tale, ma non lo è.
Quanto sarebbe disposto a pagare uno di voi, o giudici, per esaminare chi ha portato a Troia il grande esercito, oppure Odisseo o Sisifoe altre innumerevoli persone che si possono menzionare, sia uomini che donne?
E il discutere e lo stare là insieme con loro e interrogarli, non sarebbe davvero il colmo della felicità?
E certamente, per questo, quelli di là non condannano nessuno a morte. Infatti, quelli di là, oltre ad essere più felici di quelli di qua, sono altresì per tutto il tempo immortali, se sono vere le cose che si dicono.
Messaggio conclusivo di Socrate e commiato
Ebbene, anche voi, o giudici, biso gna che abbiate buone speranze da vanti alla morte, e dovete pensare che una cosa è vera in modo particolare, che ad un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte. Le cose che lo riguardano non vengono trascurate dagli dèi.
E anche le cose che ora mi riguar dano non sono successe per caso; ma per me è evidente questo, che ormai morire e liberarmi degli affanni era meglio per me.
Per questo motivo il segno divino non mi ha mai deviato dalla via seguita.
Perciò io non ho un grande rancore contro coloro che hanno votato per la mia condanna, né contro i miei accu satori, anche se mi hanno condannato e mi hanno accusato non certo con tale proposito, bensì nella convinzio ne di farmi del male.E in ciò meritano biasimo.
Però io vi prego proprio di questo. Quando i miei figli saranno diventati adulti, puniteli, o cittadini, procuran do a loro quegli stessi dolori che io ho procurato a voi, se vi sembreranno prendersi cura delle ricchezze o di qualche altra cosa prima che della virtù.
E se si daranno arie di valere qual che cosa, mentre non valgono nulla, rimproverateli così come io ho rim proverato voi, perché non si danno cura di ciò di cui dovrebbero darsi cura, e perché credono di valere qual che cosa, mentre in realtà non valgo no niente.]
Se farete questo, avrò ricevuto da voi quello che è giusto: io e i miei figli.
Ma è ormai venuta l’ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere.
Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio.
Platone, Apologia di Socrate
In: Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Rusconi, 1991, p. 44-46
Una serata per riflettere: “L’uomo politico: possiamo farne a meno?”.Due le personalità al tavolo: il professor Giovanni Reale e il professor Massimo Cacciari che si confronteranno in un dibattito moderato dal Professor Roberto Radice. L’appuntamento, organizzato dal Centro Culturale Frontiera, dall’azienda I.M.F. srl e dalla Città di Luino, è per il 12 ottobre prossimo alle ore 21 all’azienda I.M.F. srl di Creva di Luino. Il professor Roberto Radice, Presidente di Frontiera anticipa la serata in questi termini: “…questo è il succo della relazione: per quanto sia degradata la politica quotidiana è nell’essenza dell’uomo vivere nella politica. In questo senso siamo tutti uomini politici, della politica non si può fare a meno. I relatori Reale e Cacciari con la loro esperienza e il loro straordinario sapere ci aiuteranno a riflettere sui rapporti tra la Politica ideale e quella reale”.
Il professor Massimo Cacciari è uno dei massimi filosofi italiani viventi, filosofo e politico. Professore ordinario di “Estetica” presso l’Istituto di Architettura di Venezia, ha poi fondato la facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano di cui è stato Presidente fino al 2005. nel 2004. Ha fondato a Milano il “Centro di Formazione Politica”. E’ stato Sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e dal 2005 al 2010.
Il professor Reale, tra i più importanti storici della Filosofia viventi, luinese di adozione, è stato docente di “Filosofia morale” e di “Storia della Filosofia” all’Università di Parma, per poi passare alla Cattolica di Milano, dove è stato Ordinario di “Storia della Filosofia Antica” e dove ha fondato il “Centro di Ricerche di Metafisica”. Dal 2005 è passato ad insegnare presso la facoltà di Filosofia del San Raffaele di Milano.