La minaccia dell’integralismo islamico cala su Edizioni Anordest, la casa editrice di Villorba che quasi un anno fa ha mandato in stampa «I fiori del Giardino di Allah». Obiettivo della fatwa è l’autore del testo, Attar Fartid al Shahid, pseudonimo dietro il quale si nasconde un intellettuale iraniano contrario alla dittatura degli ayatollah. Ed è per la condanna pubblica risuonata durante la predica di un noto rappresentante del clero sciita in Iran che oggi sono finiti sotto sorveglianza la società e il suo direttore editoriale Mario Tricarico.
Il dipositivo è stato attivato martedì pomeriggio dopo il via libera dato dal comitato ordine e sicurezza in prefettura. E’ durante quel vertice infatti che questore e Digos hanno reso noti i risultati di un’attività di indagine e verifica nazionale e internazionale scattata la scorsa estate. A dare il via all’attività di intelligence è stato il ritrovamento di un volantino nei dintorni di viale Jenner, la zona di Milano dove ha sede quello che forse è uno dei centri islamici più importanti dle Nord Italia. L’opuscolo, battuto a macchina in doppia lingua, riportava la condanna dell’ayatollah iraniano contro il libro e il suo autore, una vera e propria fatwa lanciata a seguito di quanto scritto. Da lì, gli agenti della polizia hanno attivato una serie di verifiche che a Roma, centro dell’attività investigativa terroristica, hanno portato a considerare la minaccia «fondata».
Da giovedì quindi la questura di Treviso ha deciso di mettere sotto controllo la sede della casa editrice, in viale fratelli Rosselli a Villorba (a poche decine di metri dal locale centro islamico), ma anche la casa del direttore editoriale Mario Tricarico, diventati potenziali obiettivi
sono un ammiratore del coraggio intelligente di oriana fallaci (per nulla, di magdi allan, ma solo perchè è passato da un fondamentalismo ad un altro fondamentalismo) e uno dei miei “maestri” è giovanni sartori (che vedo glossato nel testo)
probabilmente non sono un intellettuale, secondo le categorie classificatorie delle accademie universitarie, ma probabilmente sono un “islamofobo”, ammesso che questa tipologia spieghi alcunchè della transizione socioculturale geopolitica di questo ormai decennio e dei terribili anni a venire.
a parte il dissenso cognitivo su questo tema ritengo che la sociologia critica dovrebbe indagare prima sulle ragioni della “paura” e poi , semmai elaborare le proprie classificazioni tipologiche
le etichette appiccicate ad oriana fallaci appartengono a quella decisiva teoria, importantissima in tempi flussi comunicativi accentuati dalle tecnologie internettiane, della “deturpazione morale”. Peraltro già ampiamente praticata nelle culture totalitarie del novecento, per esempio nei processi staliniani.
comunque saranno gli anni a venire a validare questa dissonanza cognitiva
I nuovi terroristi religiosi non sono esclusivamente di matrice radicale islamica. Nell´attuale scenario internazionale sono attivi gruppi eversivi che si ispirano a correnti fondamentaliste cristiane, ebraiche, induiste, buddiste e sikh, nonché a determinate sette religiose apocalittiche. I militanti di tali organizzazioni percepiscono la violenza terroristica (anche quella che provoca un grande numero di vittime innocenti) come un atto sacramentale, teso a perseguire i più elevati valori morali e spirituali.
L´era del moderno “terrorismo sacro” non inizia con l´attacco al World trade center di New York, ma circa due decenni prima, all´inizio degli anni ‘80. Per buona parte del XX secolo i movimenti terroristici, sia in occidente sia nel mondo non-occidentale, erano prevalentemente di tipo laico e secolarizzato. La rivoluzione islamica in Iran nel 1979 diede un primo significativo impulso all´emergere di movimenti eversivi d´ispirazione religiosa nel mondo islamico. Successivamente, si assiste al riemergere di movimenti estremisti violenti anche nell´ambito di altre tradizioni religiose. Tra questi vanno menzionati, ad esempio, il Christian white supremacist movement negli Stati Uniti, i movimenti estremisti ebrei ispirati al pensiero del rabbino Meir Kahane in Israele, i terroristi indù e i gruppi militanti sikh in India e infine i gruppi buddisti violenti nello Sri Lanka.
Con questo provocatorio titolo è uscito ieri, nella Giornata della Memoria, Il Giornale. L’editoriale del direttore Sallusti è bene, poi, citarlo letteralmente:
“È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer, di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno … Per la loro bravura e superiorità hanno fatto scoppiare due guerre mondiali che per due volte hanno distrutto l’Europa … Questi tedeschi sono ancora oggi arroganti e pericolosi per l’Europa. Se Dio vuole non tuonano più i cannoni, ma l’arma della moneta non è meno pericolosa. Per questo non dobbiamo vergognarci. Noi avremmo pure uno Schettino, ma a loro Auschwitz non gliela toglierà mai nessuno.”
L’editoriale di Sallusti è una risposta all’articolo di Jan Fleischhauer, columnist dello Spiegel Online, che recentemente ha attaccato l’Italia e gli italiani definendoli, con disprezzo, tutti quanti degli Schettino. Se il tono delle parole di Sallusti era inutilmente esagerato, più diplomatico non è stato certamente il giornalista tedesco, che anche è bene citare letteralmente:
“Mano sul cuore, ma vi sorprendete che il capitano fosse un italiano? Vi potete immaginare che manovre del genere e poi l’abbandono della nave vengano decise da un capitano tedesco o britannico? … Conosciamo tipi del genere dalle vacanze al mare, maschi bravi con grandi gesti, capaci di parlare con le dita e con le mani, in principio gente incapace di fare del male, ma bisognerebbe tenerli lontani da macchinari pesanti e sensibili, com’è evidente.”
(ASCA-AFP) – L’Avana, 20 gen - Wilmar Villar, 31 anni, dissidente politico cubano arrestato lo scorso novembre, e’ morto dopo 50 giorni di sciopero della …
2 giorni fa – Si era opposto al tribunale che lo aveva condannato a 4 anni di prigionia con uno sciopero della fame. Cinquanta giorni dopo, il dissidente …
Al 21 aprile 2011, 11.032 soldati americani sono stati feriti in azione in Afghanistan
Nel 2009 ci sono stati in Afghanistan 7.228 attacchi con ordigni esplosivi improvvisati (più comunemente conosciuti come IED, Improvised Explosive Device), con un incremento del 120% rispetto al 2008 e un nuovo record per la guerra.Dei 512 soldati stranieri morti nel 2009, 448 vennero uccisi in azioni militari, e di questi 280 morirono a causa degli IED.
Nel 2010, gli attacchi con gli IED ferirono 3.366 soldati statunitensi, circa il 60% del totale dei feriti a causa degli IED fin dall’inizio della guerra.Dei 711 militari stranieri morti nel 2010, 630 vennero uccisi in azione; 368 di questi vennero uccisi dagli IED (circa il 36% dei morti totali a causa degli IED dall’inizio della guerra).
Il capitolo migliore del volume è quello su Fidel Castro e la sua rivoluzione tradita, nel quale Vecchioni analizza da osservatore diretto la realtà di una Cuba trasformata in una monarchia assoluta dove vige il culto della personalità. Fidel Castro è dipinto come un capo famiglia mafioso che gestisce il potere attraverso amici, parenti e fedelissimi, un uomo che ha designato un erede e si è ritagliato un ruolo da commentatore politico, eliminando ogni garanzia costituzionale. Il capitolo sulla dittatura cubana racconta la figura di un uomo che ha spodestato un dittatore incapace come Batista per insediarsi al potere e mantenerlo ancora più a lungo. Il Parlamento della famiglia Castro è un’assemblea inutile che si riunisce due volte all’anno per ratificare decisioni prese in altra sede.
Fidel Castro e la sua rivoluzione tradita, Bokassa, Mswati III, Imelda e Ferdinando Marcos, Rafael Trujillo, Pol Pot , Idi Amin Dada , François Duvalier detto Papa Doc, Muammar Gheddafi, Than Shwe
per le serie: la politica estera dei governi Berlusconi:
lo scorso maggio a Roma, in occasione di un raduno organizzato da Casapound, Mario Vattani è stato immortalato in alcuni video mentre duetta con Gianluca Iannone, leader degli Zeta Zero Alfa. I filmati, finiti su youtube, mostrano il diplomatico mentre intona versi contro i pacifisti e i disobbedienti, davanti al pubblico che, davanti al palco, tende le braccia per il saluto romano. Pezzi che inneggiano alla a Salò e alla «bandiera nera» («Io so che tra cinque anni / a primavera alzerò la bandiera nera»). Ad annunciare la presentazione di un’interrogazione urgente al capo della diplomazia italiana era stato il Pd con Roberto Morassut: «Nelle prossime ore presenteremo un’interrogazione urgente al ministro degli Esteri, Giulio Terzi, per sapere se ritenga opportuna la nomina a console generale d’Italia in Giappone di Mario Vattani, funzionario della Farnesina e leader di un gruppo musicale vicino agli ambienti di Casapound».
Vattani insieme al sindaco Alemanno e alla moglie Isabella Rauti
CONSIGLIERE DEL SINDACO – Mario Vattani, 45 anni appena compiuti, è stato per tre anni – dal 2008 al 2011 – consigliere diplomatico del sindaco Alemanno, e prima sempre con lui, al Ministero dell’Agricoltura, da luglio è volato in Giappone dove è stato promosso console generale d’Italia a Osaka
la Francia sta approvando una legge che punisce la negazione del genocidio armeno
e la Turchia grida all’oltraggio, annulla visite bilaterali, cooperazione politica, economica e militare e afferma si tratta di un insulto alla nazione
paolo ferrario
23 dicembre 2011
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In un congresso segreto dei “Giovani Turchi”, tenutosi a Salonicco nel 1911, fu deciso di sopprimere totalmente gli armeni residenti in Turchia. L’occasione per realizzare questo piano di sterminio si presentò con lo scoppio del Primo Conflitto Mondiale allorquando le potenze europee, impegnate nella guerra, non potevano interferire nelle faccende interne della Turchia.
Inizialmente furono chiamati alle armi tutti gli Armeni validi che, dopo esser stati separati dai loro reparti, ed inquadrati per costituire i cosiddetti “Battaglioni operai” vennero uccisi. Furono quindi arrestati ed in seguito uccisi tutti gli intellettuali, i sacerdoti, i dirigenti politici. Nelle città e nei villaggi abitati da Armeni rimasero quindi solo donne, vecchi e bambini. Per loro venne decretata la deportazione. Adducendo come pretesto la prossimità della zona di guerra, vennero costretti ad abbandonare le loro abitazioni per trasferirsi, così fu detto, in zone più sicure. Ma furono deportate anche le comunità armene residentia centinaia di chilometri dal teatro bellico, segno evidente che l’allontanamento dalle zone di guerra era solo un pretesto per lo sterminio. Per strada le carovane dei deportati venivano sistematicamente assalite da bande di malfattori, fatti uscire appositamente dal carcere per costituire la cosiddetta “Teskilatemaksuse” (Organizzazione Speciale) il cui compito era lo sterminio degli Armeni.
I mezzi usati per compiere questo sterminio furono di un’inaudita ferocia e di un sadico accanimento contro le vittime. Chi riusciva a sfuggire almassacro periva per la fame, la sete, le malattie e gli stenti del lungo viaggio compiuto a piedi per centinaia di chilometri. Perirono così circa 1.500.000 di persone: laquasi totalità degli Armeni di Turchia. Furono risparmiati solo quelli residenti a Istanbul e Smirne, perchè troppo vicini a sedi diplomatiche straniere. Si salvarono pure gli abitantidi alcune province in prossimità del confine russo, che si misero al riparo fuggendo oltre frontiera o furono salvate dall’avanzata dell’esercito russo.
“In precedenza è stato comunicato che il Governo, su ordine del Partito (Unione e Progresso), ha stabilito di sterminare completamente tutti gli Armeni residenti in Turchia. Coloro i quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a rimanere negli organici dell’amministrazione dell’Impero. Bisognadar fine alla loro esistenza, per quanto siano atroci le misure adottate , senza discriminazioni per il sesso e l’età e senza dar ascolto a considerazioni legate alla coscienza”. Così recita il telegramma del ministro dell’interno turco, Talaat pascià, del 15 settembre 1915.
Secondo l’Armenia sono circa circa un milione e mezzo gli armeni uccisi durante la Prima Guerra Mondiale in quella che oggi è la Turchia orientale, in una politica di genocidio deliberata.
Scrittore, drammaturgo, attivista
è stato il primo presidente ceco.
Guidò il suo Paese dopo la caduta
nel regime comunista nel 1989
È morto all’età di 75 anni Vaclav
Havel, l’ultimo presidente cecoslovacco e il primo presidente ceco dopo la caduta dell’ex regime comunista nel 1989.
Havel lo scrittore presidente, drammaturgo e uomo politico, leader della Rivoluzione di velluto ceca, ha guidato l’opposizione intellettuale cecoslovacca durante l’occupazione sovietica.
Era conosciuto anche come l’eroe di ‘Charta77′, il primo documento di opposizione al comunismo, trasformato poi nel Forum civico, un organismo che mise sottosopra il potere con manifestazioni pacifiche e diffondendo clandestinamente testi che inneggiavano alla rivoluzione non violenta.
Tra questi documenti, anche il suo saggio più famoso, tradotto in tutto il mondo, dal titolo “Il potere dei senza potere”.
Protagonista incontrastato del dissenso nella Cecoslovacchia, Havel, dopo la “Rivoluzione di velluto” e la svolta democratica nel 1989 in cui ebbe un ruolo centrale, divenne il primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista e poi, con la separazione consensuale dalla Slovacchia nel 1993, della Repubblica Ceca. Per i cechi e ben oltre i confini nazionali, è stato il simbolo del dissenso e della lotta contro l’oppressione del regime comunista nel suo Paese e delle dittature in tutto il mondo.
Artefice della Rivoluzione pacifica dell’89 e attivista dei diritti umani. Per il suo impegno per i diritti civili e la libertà, Havel è stato ripetutamente incarcerato in Cecoslovacchia: quasi cinque anni in tutto, un’eternità che gli costò peraltro anche la salute, ma un periodo in cui produsse anche capolavori letterari come le famose lettere dal carcere alla moglie Olga.
Havel era nato il 5 ottobre 1936 in una famiglia benestante di imprenditori ed intellettuali di Praga: una “colpa” mai perdonata dal regime comunista del dopoguerra che l’accusò di avere collaborato coi nazisti durante l’occupazione. Nonostante gravi difficoltà a portare avanti gli studi liceali e poi universitari, Havel riuscì a seguire i corsi serali all’Università tecnica di Praga. Negli anni ’60, dopo il servizio militare, cominciò a lavorare come macchinista in alcuni piccoli teatri, fra cui il Teatro alla Ringhiera, dove poi andarono in scena alcune delle sue prime opere, come Festa in Giardino (1963). Parallelamente studiava per corrispondenza drammaturgia. In quegli anni scrisse due opere di rilievo, Il memorandum (1965) e Difficoltà di concentrazione (1968).
La Primavera di Praga nel 1968 e le repressioni seguite all’invasione sovietica indussero Havel, cacciato dal teatro, a impegnarsi nella lotta contro il regime: quasi cinque gli anni trascorsi dietro le sbarre. Nel 1989 in veste di leader del Forum Civico fu eletto primo presidente della Cecoslovacchia e riconfermato nella Repubblica ceca nel 1993. Nonostante la precaria salute e numerosi interventi chirurgici, nel 1998 fu rieletto per un secondo mandato.
Filoamericano, Havel fu il principale fautore dell’entrata della Repubblica Ceca nella Nato (12 marzo 1999). Nel 2003 gli successe Vaclav Klaus, suo acceso avversario, e Havel annunciò di lasciare la politica per dedicarsi alla sua professione di drammaturgo. Dopo 20 anni di pausa scrisse la piece “Gli Addii”, su un politico incapace di accettare la perdita del potere. La prima si tenne a maggio 2008 al Teatro Arca di Praga. Nella primavera scorsa uscì la versione cinematografica di “Addii” con la sua regia.
..Alla fine del suo saggio, Benny Morris avanza una soluzione al dilemma due stati/uno stato. Escludendo, di fatto, la soluzione “stato binazionale” (che, anche per via della pressione demografica araba, finirebbe per diventare un altro stato arabo – probabilmente dominato dai fondamentalisti islamici – in cui gli ebrei non sarebbero tollerati), esisterebbe una soluzione bistatuale percorribile, che ovvierebbe anche all’obiezione (fondata, secondo Morris) secondo cui uno stato di Palestina limitato ai 5.000 chilometri quadrati della Cisgiordania e di Gaza non potrebbe “funzionare”. Si tratta di una federazione giordano-palestinese: già oggi il 70% della popolazione di Giordania è “palestinese”. In questo modo sarebbe anche possibile l’assorbimento di quei profughi palestinesei che ora vivono in Siria e in Libano, privi di ogni diritto di cittadinanza (diversamente dagli ebrei che, espulsi dagli stati arabi, hanno ottenuto subito l’integrazione e la cittadinanza dello Stato di Israele). Naturalmente, perché questa ipotesi possa realizzarsi, occorre il consenso degli attori in gioco – Giordania inclusa – e, soprattutto, la rinuncia, da parte degli arabi, del fondamentalismo islamico e dei progetti eliminazionisti nei confronti di Israele. Personalmente non so quanto questa via sia praticabile: il saggio di Benny Morris è di tre anni fa, antecedente alla cosiddetta “primavera araba”, che ha mostrato, invece, un esacerbarsi dell’odio anti-israeliano. Comunque sia e comunque vadano le cose, il saggio di Benny Morris è un ottimo “bigino” per impossessarsi delle informazioni fondamentali e dei dati storici relativi alla questione. … segue
spiega Stefano Dambruoso, che da pm ha dato la caccia ai terroristi islamici ed ora dirige l’ufficio internazionale del ministero della Giustizia. «Si stanno monitorando i giovani musulmani della seconda generazione, nati nel nostro Paese, figli di chi ha avuto a che fare con il terrorismo internazionale. Ragazzi di 17-18 anni che possono venir irretiti dall’estremismo. Sono in numero sufficiente da considerarli una possibile preoccupazione» rivela Dambruoso.
anche in un momento così critico, è importante essere in grado, di tanto in tanto, di alzare la testa e saper intravedere le trasformazioni e le opportunità che si dispiegano nel lungo periodo. Provare a leggere i fatti di oggi non con la lente della cronaca, ma con quella della storia, per capire se e come questa fase si può inserire in un’evoluzione più ampia che abbia, alla fine, uno sbocco positivo.
D’altronde la storia economica dell’occidente è costellata da crisi continue e da alcune fasi di grandi cambiamenti epocali, fasi in cui cambia il paradigma produttivo, l’organizzazione industriale e sociale di un Paese. Ogni volta che ci troviamo di fronte a tali trasformazioni ci sentiamo minacciati, in pericolo, pensiamo d’essere di fronte alla fine del nostro mondo e della nostra società. Ma la verità è che poi il nostro mondo è sempre andato avanti. E sempre in meglio. Noi siamo probabilmente di fronte ad uno di questi cambiamenti «paradigmatici». Un cambiamento che, però, siamo incapaci di vedere e accettare. Uno dei motivi per cui siamo così incapaci di coglierlo è che siamo ancorati ad una visione dello sviluppo economico come di un fenomeno limitato, che non può durare all’infinito perché in fondo le risorse stesse sono limitate ed esauribili. È la stessa convinzione che ci fa credere che lo sviluppo sia un gioco a somma zero, in cui se uno guadagna l’altro perde. Ed è una visione miope e antistorica, che ci rende inutilmente catastrofici. Le risorse certamente sono finite, ma le modalità con cui si possono combinare ed utilizzare per creare prodotti e sviluppo (e occupazione) non lo sono.
Luglio 1995. Mancano pochi mesi alla fine della guerra nella ex Jugoslavia. Le truppe paramilitari serbe guidate dal generale Ratko Mladic entrano nell’enclave musulmana-bosniaca di Srebrenica. Le famiglie vengono separate: donne e bambini allontanati con pullman e camion, gli uomini passati per le armi. Ben 8372 le vittime accertate fino ad oggi, i loro resti sparpagliati in un centinaio di fosse comuni. Il più grande crimine di genocidio in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Mercoledì 14 settembre, alle ore 23.00 su LA7Antonello Piroso torna con i suoi monologhi in nome del “vizio della memoria” con Srebrenica 8372, uno speciale che ripercorre a distanza di sedici anni un episodio atroce, considerato tra i più controversi della storia europea recente e che diede una svolta decisiva al successivo andamento della guerra in ex Jugoslavia.
Registrato nella Centrale di Fies, in occasione del meeting di Vedro’ – L’Italia al Futuro, Antonello Piroso coniuga ricostruzione giornalistica e racconto teatrale per non dimenticare un avvenimento divenuto un simbolo del male serbo, ma che continua a sollevare pesanti interrogativi circa le responsabilità della politica e della diplomazia internazionale.
Dopo gli Speciali Walter Tobagi, giornalista; Tortora – Dove eravamo rimasti; Calabresi, un delitto annunciato e “Mi scusi, avvocato Ambrosoli”, Antonello Piroso torna così a scavare nella storia recente questa volta andando oltre i confini del nostro Paese, per sottolineare il valore della memoria, come monito per le generazioni future.
L’evento anticipa il ritorno di Piroso alla conduzione di un nuovo programma L’avvocato del diavolo, prossimamente in prima serata su LA7.
Lo speciale sarà visibile in replica on demand su www.la7.tv
,,, Nel 2009 in occasione della visita del Colonnello Muammar Gheddafi in Italial’Università di Sassari propose di conferire al Leader libico una Laurea Honoris Causa in Giurisprudenza.
“La delibera del Consiglio di Facoltà ha deciso per il conferimento della laurea honoris causa al Presidente Gheddafi, ora la decisione spetterà al rettore e al Ministero” , dichiara Giovanni Lobrano, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Sassari”
Il Preside della Facoltà di Giurisprudenza che voleva laureare Gheddafi è Giovanni Lobrano, Assessore degli Affari generali, del Personale e della Riforma della Regione Autonoma della Sardegna negli anni 1994 e 1995 di una Giunta di Centro-Sinistra. Aveva giustificato l’iniziativa, non andata poi a buon fine, parlando della figura del presidente dell’Unione Africana, Gheddafi appunto, e alla sua importanza «nella costruzione di un sistema costituzionale con forti elementi di novità su diversi piani». ,,,,
La Spagna è più facile da rimettere in riga dell’Italia, e lo si vede bene in questi ultimi giorni. Malgrado il suo incorreggibile orgoglio, Madrid si mostra più obbediente quando la situazione si fa grave. È un paese più verticalizzato, se vogliamo, nel quale i sindacati sono poco potenti e il movimento del 15 maggio (quello degli indignados) non è che una sorta di sommossa sprovvista di un programma, un’esplosione a intervalli. Ad aprire qualche prospettiva sono le elezioni che si terranno il 20 novembre. Si chiuderà così un ciclo, e José Luis Rodríguez Zapatero si dà un gran daffare per preservare la propria immagine, costi quel che costi. È logico. Sa di essere vulnerabile in questo periodo catastrofico che vive il Psoe, e sa anche che l’estrema destra non si preoccupa di questo dettaglio. E ha deciso di prendere le sue precauzioni.
L’Italia, invece, offre maggiore resistenza al Direttorio, con il metodo del catenaccio, la strategia difensiva del calcio. È il paese delle aziende di famiglia, delle società più o meno segrete e dei diritti acquisiti. La sua economia è più ermetica. La presenza straniera nell’industria e nelle banche italiane è limitata, il debito pubblico è concentrato nelle mani dei risparmiatori nazionali. Berlusconi è in declino, ma nessuno può sostituirlo a breve termine. L’Italia vive seguendo un ritmo tutto suo, e un improvviso crollo dei suoi equilibri interni potrebbe rivelarsi devastante per l’Europa. Il Mezzogiorno è una polveriera. Gomorra non vi dice niente?
I tedeschi ne sono consapevoli, ed è per questo che giudicano assolutamente indispensabile che la Spagna si impegni in una disciplina ferrea. Questo spiega, tra le altre cose, la celerità dei parlamentari nel riformare la Costituzione spagnola.
Appello fraterno da italiano che ama l’Italia ai connazionali succubi dell’ideologia del multiculturalismo e folgorati dalla moscheamania. Fate una semplice ricerca all’interno del sito dell’Ansa, la principale agenzia nazionale d’informazione, inserendo il nome «moschea». Scoprirete che il 99 per cento delle notizie riguarda attentati terroristici e azioni violente che si verificano nelle moschee in tutti i Paesi del mondo, sia quelli dove i musulmani sono maggioranza sia quelli dove sono minoranza, sia quelli dichiaratamente integralisti islamici che consideriamo radicali sia quelli formalmente laici che definiamo moderati; mentre il restante 1 per cento riguarda l’annuncio delle nuove moschee che si vorrebbero costruire in Italia.
Ebbene, il peso della connotazione totalmente negativa delle moschee nel mondo è tale da far apparire noi italiani come chi ostinatamente e ciecamente è votato al suicidio. Mi limiterò a indicare i fatti concernenti le moschee nel mondo degli ultimi mesi. Il 3 settembre a Londra l’imam della moschea di Finsbury Park, il libanese cieco Maymoun Ghandi Zarzour, è stato assassinato all’interno della moschea. Quando nel 1998 conobbi il fondatore della moschea di Finsbury Park, l’imam egiziano Abu Hamza Al Masri, mi confessò candidamente che la moschea organizzava pubblicamente corsi ideologici e militari per la Guerra santa islamica a Crowborough, alla periferia di Londra.
Il 30 agosto a Copenaghen, all’uscita dei fedeli dalla moschea dopo la celebrazione dell’Eid al-Fitr, la festa islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan, uno di loro è stato ucciso in una sparatoria. Il 28 agosto a Bagdad un terrorista suicida si è fatto esplodere nella moschea sunnita di Oum al-Qura, uccidendo 29 persone e ferendone gravemente altre 35. La moschea colpita è diretta dall’imam Ahmed Abdel Ghafour che ha ripetutamente condannato i terroristi islamici. Il 27 agosto a Damasco le forze di sicurezza siriane hanno dato l’assalto a una moschea affollata di fedeli, provocando un morto e 20 feriti.
Il 26 agosto in Afghanistan una bomba viene fatta esplodere nel cortile di una moschea della provincia nord-occidentale di Faryab, uccidendo 4 persone e ferendone altre 14. Il 19 agosto in Pakistan un terrorista suicida di appena 16 anni si è fatto esplodere all’interno di una moschea nel distretto tribale di Khyber, provocando il massacro di 53 persone e oltre 120 feriti. Il 17 agosto in Siria nove persone vengono uccise dalle forze di sicurezza dopo aver inscenato una manifestazione di fronte alla moschea di Fatima a Homs. L’11 agosto l’artiglieria dell’esercito siriano colpisce la moschea Uthman ben Affan a Dayr az Zor, 450 km a nord-est di Damasco e capoluogo della regione confinante con l’Irak, abbattendone il minareto. Per il regime siriano l’epicentro della rivolta popolare sono proprio le moschee. Il 15 luglio nella Tunisia che sarebbe finalmente liberata dalla dittatura di Ben Ali e consegnata alla democrazia, le forze dell’ordine fanno irruzione in una moschea di Tunisi alla ricerca degli autori di attentati terroristici contro le caserme della polizia che si ripetono nel Paese.
Il 14 luglio in Afghanistan ci sono state due esplosioni nella moschea di Kandahar, mentre aveva luogo una funzione religiosa per il fratello del presidente Hamid Karzai ucciso due giorni prima, con un bilancio di 4 morti. Il 10 giugno in Afghanistan un terrorista suicida islamico si è fatto esplodere davanti ad una moschea a Kunduz City, dove si svolgeva un rito in memoria del generale della polizia Dadu Daud, colpito a fine maggio dai talebani nella provincia di Takhar, uccidendo 4 agenti di polizia. Il 3 giugno nello Yemen il presidente Ali Abdallah Saleh resta gravemente ferito in un attentato all’interno della moschea del Palazzo presidenziale dove stava pregando, costato la vita ad altre 7 persone. Il 3 giugno in Irak 17 persone sono rimaste uccise e almeno 50 ferite in un attentato a una moschea di Tikrit.
La bomba che ha provocato la strage era contenuta in un barile di benzina lasciato vicino all’ingresso della moschea durante la preghiera del venerdì. Voglio evidenziare che gli autori degli efferati crimini sono musulmani, così come sono musulmane le vittime del terrorismo islamico. Voglio ricordare che queste atrocità perpetrate all’interno delle moschee sono sempre accadute da quando esiste l’islam, che si conferma come una religione intrinsecamente violenta e storicamente conflittuale. Pensate che ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Umar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Umar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea.
Mi era già capitato in passato di fare ciò che ho appena fatto, ossia registrare gli attentati che si perpetrano nelle moschee, ed è sempre emerso lo stesso risultato: le moschee nel mondo generano violenza. Se le vogliamo significa che siamo propri votati al suicidio.
La fine di un tiranno non può mai esser grande: non si può permettere che lo sia, «per la contraddizion che nol consente». Bisogna che alla fine tremi di paura, o scodinzoli dietro alle gonne della sua ultima amante, o cerchi di sistemare al sicuro il malloppo che ha messo insieme. Una vita politicamente grande, quando non è coronata dal successo e quando il consenso non le sopravvive, richiede una fine piccola e meschina. Sono le regole del gioco. Se e quando la realtà storica minaccia di parlare un linguaggio diverso, la manipolazione propagandistica s’incarica di metter le cose a posto.
Ecco perché in fondo, tra i tiranni archetipici del nostro tempo, la sola vera «scandalosa» eccezione è Stalin, morto da vincitore e al culmine della gloria e del consenso mondiale; e la cui stessa damnatio memoriae è arrivata tardiva e ambigua. Ma per descrivere davvero il tragico paradosso storico di Josip Vissarionovich, sarebbero necessari lo stilo di Plutarco o la penna di Shakespeare. Per troppi suoi squallidi o ridicoli succedanei, sarebbe stata o sarebbe già troppo quella di Pitigrilli.
Nella tempesta che sta scuotendo i mercati finanziari, ci sono ancora una volta anche le tre grandi agenzie di rating Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch (le agenzie di rating nel mondo sono più di 70 ma molte sono minori). Il ruolo controverso delle agenzie di rating è ormai una costante delle crisi finanziarie internazionali. È evidente, ad esempio, che il comportamento delle agenzie negli ultimi quattro anni ha punti in comune con il loro comportamento nelle crisi finanziarie del Messico nel 1994 e del Sud Est Asiatico nel 1997.
Alcuni studi1 sottolineano che in quelle occasioni le agenzie mantennero elevati i rating fino allo scoppio delle crisi. Dopo il loro inizio, le agenzie finirono sul banco degli imputati per non essere riuscite a prevederle e, come reazione alle critiche, declassarono a spron battuto i rating di banche, imprese e stati. Secondo questi studi, ciò aggravò le crisi del Messico e del Sud Est Asiatico, rendendo l’accesso di stati e banche ai mercati finanziari internazionali più costoso di quanto giustificato dal deterioramento dei fondamentali economici.
Gli episodi di violenza scatenatisi a Londra e in altre città del Regno Unito ad opera di giovani immigrati e di inglesi figli di immigrati dimostrano semplicemente un fatto: il fallimento del multiculturalismo.
Ci sono senza dubbio tante motivazioni dietro le devastazioni avvenute in vari quartieri e tra queste forse l’ultima è la religione, mentre al primo posto sta il degrado economico e sociale, un po’ come accaduto nelle banlieu parigine nel 2005. Tuttavia, la responsabilità principale ricade sul modello britannico di integrazione, fondato, per l’appunto, sul multiculturalismo, ovvero su una strutturazione della società a “compartimenti stagni”, con tanti ghetti privi di comunicazione tra loro. Una tipologia, questa, ben diversa dal semplice pluralismo, cioè la coesistenza armonica di più culture all’interno di uno stesso Stato. Insomma, un conto è la multiculturalità, che è un dato di fatto innegabile e inevitabile, altro è il multiculturalismo, che è invece un’ideologia ben precisa.
è una estate pesantemente segnata da una crisi internazionale determinata dalle agenzie di valutazione che sono al soldo di interessi particolaristici delle grandi ricchezze.
Questa mattina l’economista Giorgio Lunghini ha affermato:
“Non esistono i mercati. Esistono gli speculatori che manipolano i mercati finanziari”
ma come sono buoni gli islamici … ma come hanno attraversato tutte le tappe della civiltà dei diritti, dall’umanesimo, all’illuminismo, alla democrazia, alla divisione dei poteri, ma come ci portano avanti nella storia della civiltà gli islamici !!!
Dall’Iran la storia di Ameneh, una ragazza accecata e sfregiata nel 2004 da un uomo respinto. Sette anni dopo ha graziato il suo aggressore che secondo la giustizia iraniana doveva essere a sua volta accecato con l’acido. Servizio di Lucia Goracci. Tratto da Tg3 del 31/07/2011 - http://www.tg3.rai.italtro
Bisogna dare atto agli americani che ciò che hanno fatto per loro è stato indispensabile anche per gli occidentali. Lo stesso era accaduto nella lotta al nazismo e al comunismo.
Le date dell´11 settembre 2001, l´attacco alle Twin Towers, e del 2 maggio 2011, la morte di Osama bin Laden, saranno ricordate come l´alfa e l´omega di un periodo caratterizzante la recente storia americana. L´attacco a New York mise clamorosamente in luce un nuovo protagonista della scena internazionale, il terrorismo islamista. Il mondo, che con la fine del comunismo si riteneva pacificato, non lo era affatto. Una diversa sfida incombeva sull´occidente e l´intero globo: al posto dell´Unione sovietica si era sviluppata un´inedita potenza malefica contro cui gli americani dichiararono la “war on terrorism” come nuova missione degli Stati Uniti nel mondo.
Da quella strategia antiterroristica nacquero per iniziativa di George W. Bush le guerre in Iraq e in Afghanistan che hanno impegnato l´America per un decennio. L´eliminazione, il 2 maggio 2011, di Osama bin Laden, testa del serpente terroristico, ha significato il raggiungimento di un obiettivo di grande rilevanza simbolica, approdo di complesse operazioni condotte secondo una duplice strategia, militare e di sicurezza. Oggi, si può affermare che il fronte strategico-militare in Irak e Afghanistan ha conseguito risultati contraddittori, mentre sul fronte della sicurezza nell´area occidentale sono stati acquisiti obiettivi concreti con la prevenzione di attentati, di fatto annullati dopo quelli di Londra e Madrid.
Una volta eliminato bin Laden, tuttavia, gli Stati Uniti si interrogano sul prezzo che è stato pagato nella “war on terrorism”. Per le finanze statunitensi il costo bellico è stimato in oltre 4mila miliardi di dollari, superiore a quello per la Seconda guerra mondiale; e il numero delle vittime americane ha superato quota 8mila oltre i 3mila morti del World trade center. Ai costi finanziari ed umani vanno inoltre aggiunti i danni di immagine che l´America ha subito in tutti i continenti con la diffusione di un antiamericanismo che si è attenuato solo con la presidenza Obama.
…
n Italia, la convivenza con gli islamici che dovrebbe essere vista nel quadro dell´integrazione sotto l´imperio delle nostre leggi, è guardata con sospetto e diffidenza. Dal canto loro gli americani hanno affrontato il trauma terroristico a viso aperto allestendo un ombrello di sicurezza che però è servito anche agli europei. Ancora una volta l´America ha preso la testa dell´intero occidente minacciato dal totalitarismo nichilista, affrontando con successi, insuccessi ed errori il nemico che per la prima volta aveva colpito anche il suo territorio.
n Italia, la convivenza con gli islamici che dovrebbe essere vista nel quadro dell´integrazione sotto l´imperio delle nostre leggi, è guardata con sospetto e diffidenza. Dal canto loro gli americani hanno affrontato il trauma terroristico a viso aperto allestendo un ombrello di sicurezza che però è servito anche agli europei. Ancora una volta l´America ha preso la testa dell´intero occidente minacciato dal totalitarismo nichilista, affrontando con successi, insuccessi ed errori il nemico che per la prima volta aveva colpito anche il suo territorio.
Se oggi a casa nostra possiamo essere tranquilli sul grande terrorismo, in parte lo dobbiamo ai cugini d´oltreoceano.
Se oggi a casa nostra possiamo essere tranquilli sul grande terrorismo, in parte lo dobbiamo ai cugini d´oltreoceano.
Un’esplosione investe la sede
del governo, poche ore più tardi
un uomo fa una strage sull’isola
al meeting dei giovani socialisti
furia omicida del killer, definito oggi dalla polizia un «fondamentalista cristiano». Non è andata altrettanto bene a tanti, troppi, altri giovani come loro: nella notte è salito a 85 il numero dei corpi senza vita recuperati tra i boschi e le spiagge della piccola isola, che si aggiungono ai 7 morti nella capitale per un totale di 92. Ma il bilancio potrebbe essere ancora più pesante: una ventina delle persone ricoverate dopo gli attacchi sono in condizioni disperate
lo scenario era proprio quello di una guerra. In mattinata, con la luce del giorno, sono riprese le perlustrazioni nell’isola, alla ricerca di eventuali altri corpi e di ordigni inesplosi, come quelli che gli artificieri hanno rinvenuto già nella notte. L’attentato è stato pianificato minuziosamente, l’obiettivo era uccidere quante più persone possibile. Un solo uomo è stato fermato dopo il blitz ad Utoya, un norvegese legato agli ambienti dell’estrema destra, il 32enne Anders Behring Breivik, che nel proprio profilo Facebook si definisce «single, cristiano, conservatore e anti-islamico». Proprietario anche di una fattoria, nelle settimane scorse aveva acquistato grandi quantità di un fertilizzante a base di nitrato di ammonio, sostanza che può essere usata per fabbricare esplosivi. Potrebbe anche avere agito da solo, in entrambi i casi: la polizia dice che una telecamera di sicurezza lo ha inquadrato anche nella zona dell’attentato al palazzo del governo, sempre in divisa da poliziotto, la stessa che ha utilizzato per presentarsi indisturbato e armi in pugno al campus dei giovani laburisti. Ma forse ci sono anche dei complici, come rivelano ai media norvegesi alcuni dei superstiti della sparatoria di Utoya, secondo cui i tiratori erano quasi sicuramente più di uno
Anders Behring Breivik, l’uomo arrestato e ritenuto responsabile dei due attacchi ad Oslo e sull’isola di Utoya ha 32 anni, è biondo, alto, si definisce “single, cristiano e conservatore” con idee di estrema destra e anti-islamico.
E’ il profilo pubblicato sulla pagina di Facebook appena pochi giorni fa. Oltre alla foto, anche gli interessi relativi alla caccia e ai videogiochi come ‘World of Warcraft’ e ‘Modern Warfare 2′. Su Twitter anche una citazione del filosofo inglese, John Stuart Mill: “Una persona con una fede ha la forza di 100.000 che hanno solo interessi”.
Il giovane, secondo quanto scrivono i media norvegesi, è il proprietario di una fattoria a 150 km da Oslo, la Breivik Geofarm, nella regione di Hedmark, il cuore agricolo del Paese dove ha avuto la possibilità di acquistare una grande quantità di fertilizzante di nitrato di ammonio, un ingrediente che può essere usato per fabbricare esplosivi.
La polizia ha perquisito l’appartamento del giovane ad ovest nella capitale norvegese, nella zona ricca della città, che ha lasciato un mese fa per trasferirsi nella fattoria. Una curiosità: la stessa fattoria, nel 2006, venne chiusa dopo la scoperta di una piantagione di mariujana.
Secondo i media norvegesi, gli interventi di Anders Behring Breivik sul sito www.document.no riflettono le opinioni nazionaliste e la sua opposizione a una società multiculturale, ma secondo la televisione pubblica NRK, ha anche preso le distanze dal neo-nazismo. Le liste fiscali, che in Norvegia sono aperte alla consultazione pubblica, non mostrano alcun reddito per il 2009 e somme estremamente modeste nel corso degli anni precedenti.
Breivik, è anche un membro della loggia massonica norvegese di San Giovanni Olaus dei tre pilastri. E’ quanto riporta sul suo sito internet il quotidiano del Paese scandinavo Dagbladet. Il motto della loggia, di cui Breivik è membro del terzo livello su dieci, è ‘E tenebris ad lucem’, dalle tenebre alla luce. Il portavoce della loggia, Helge Qvigstad, ha preso le distanze dall’attentatore, sottolineando che “non abbiamo modo di esprimere un parere su individui o incidenti relativi a tutti i membri”.
Inoltre, Breivik è un ex membro del Partito del progresso, una formazione di destra d’impronta populista che si batte tra le altre cose per introdurre maggiori restrizioni in materia di immigrazione. Breivik ha fatto parte dal 2004 al 2006 della formazione politica, il secondo partito nel parlamento norvegese, e ha militato anche nelle fila del sua sezione giovanile, dal 1997 al 2006/07. “Non è più un membro del partito – ha affermato Siv Jensen, leader della formazione di destra – e mi rende molto triste il fatto che lo sia stato in passato. Non è mai stato un membro molto attivo e abbiamo molte difficoltà a trovare qualcuno che sappia molto di lui”.
«Concordiamo di sostenere un nuovo programma di aiuti per la Grecia e, insieme con il Fondo monetario e la partecipazione volontaria del settore privato, a coprire pienamente il ‘gap’ di finanziamento”. Così l’ultima versione della bozza di documento sottoposta al vaglio dei capi di stato e di governo. Dalla bozza é sparito qualsiasi riferimento preciso alle modalità dell’intervento dei privati (scambio di bond, ‘rollover’ e ‘buyback’).
Nella bozza si afferma che il Fondo salva-stati sarà messo in condizioni di agire secondo le nuove modalità «come veicolo finanziario il più presto possibile». Il programma per la Grecia «sarà disegnato, in particolare attraverso tassi di interessi più bassi e l’allungamento delle scadenze (dei titoli, ndr), in modo tale da migliorare la sostenibilità del debito e il profilo di rifinanziamento della Grecia». Sull’aiuto alla Grecia si afferma che gli stati e la Commissione europea «mobiliteranno tutte le risorse necessarie per fornire assistenza tecnica adeguata per aiutare la Grecia ad attuare le riforme».
«Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt’altro che condivisibile l’auspicio di una crescita indefinita.»
Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?
«Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica – la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza – ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent’anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni.»
Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.
«In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»
E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.
«Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente).»
La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.
«Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »
Il problema esiste da decenni… Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni ’50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.
«Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d’accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile… Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»
Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi…) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo
«È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»
Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.
«È da guardare con diffidenza – ma non voglio sembrare cinico – l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»
Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?
«In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria “base naturale”, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»
Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre – quel poco che ne rimane – sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.
«Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell’umanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali – ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni “visione del mondo” e “ideologia” – si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l’«individuo» – come il «capitalista» – si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione. »
Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili…
«Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo – ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione – è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura – anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo – l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»
Mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.
«No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c’entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo).
E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici… E questo in qualche misura significa condizionarli…»
«Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi…»
Si diceva che le sinistre – a parte l’impegno per la difesa del lavoro – non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’Internazionale. Tentare di guardare un po’ più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?
«Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».
Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.
«Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»
In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica…
«Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»
È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità… Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?
«Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»
Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire…, operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica?
«È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile.»
Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso… Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati… A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?
«Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».
Il testo del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di revisione degli obiettivi del Patto di stabilità interno 2011 è stato pubblicato nella G.U. n.120 del 25 maggio 2011.
Il testo del Dpcm prevede l’introduzione di una clausola di salvaguardia per i Comuni, che stabilisce che l’obiettivo del patto di Stabilità per i Comuni non può essere, in rapporto alla spesa media corrente del triennio 2006-2008, superiore a una determinata soglia, individuata nel 5,4 per cento per gli enti sotto i 10mila abitanti e nel 7 per cento per i Comuni con popolazione compresa tra 10 e 200mila abitanti.
Dopo 15 anni è finita oggi la fuga di Ratko Mladic, l’ex generale serbo bosniaco accusato dal tribunale penale internazionale dell’Aja per il genocidio di 8mila civili musulmani a Srebrenica in Bosnia nel luglio 1995
Il massacro di Srebrenica, ottomila morti, avvenne l’11 luglio 1995, nell’indifferenza, se non con la complicità, delle autorità internazionali e del comandante locale del contingente olandese che si spinse a brindare con il generale Ratko Mladic, il capo dell’esercito serbo-bosniaco. La città rimase chiusa ai giornalisti e fu possibile raccogliere soltanto le testimonianze dei sopravvissuti in fuga che scendevano dalle montagne terrorizzati.
In un bosco scorgemmo una donna appesa a un albero: si era impiccata pur di non farsi catturare dalle milizie serbe. In un prato c’erano i resti di un uomo che si era fatto saltare in aria con una bomba a mano, per non essere preso vivo. Molti avevano visto uccidere mariti, figli, fratelli, sorelle, e non riuscivano neppure a parlare, ad alzare gli occhi da terra, quasi si vergognassero di essere ancora vivi.
L’attualità di Srebrenica e della cattura di Mladic, al di là delle sentenze dei tribunali internazionali, è ancora oggi il racconto lancinante delle vittime di una vicenda che non può essere consegnata definitivamente soltanto ai libri di storia. Qualche tempo fa incontrai uno dei sopravvissuti. Era stato ferito e aveva perso conoscenza mentre le milizie di Mladic intorno a lui trucidavano dozzine di persone da seppellire in una fossa comune.
«Svenni su una catasta di cadaveri e i serbi pensarono che fossi morto e anch’io credevo di essere morto. Rimasi rannicchiato per ore fino al mattino seguente quando una mano afferrò il mio braccio, cominciò a scuotermi, a sollevarmi, e alla fine mi trascinò via».
Mladic e le guerre balcaniche sono racconti come questi. Storie che continuano a uscire, anni dopo, dalle bocche dei sopravvissuti, come le voci delle vittime delle stragi naziste turbano ancora, per fortuna, le nostre coscienze. Eppure le stragi dei Balcani, dieci anni di conflitti, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, appaiono già ricordi sbiaditi nella storia e nella memoria europea. Come se avessimo attraversato invano quelle montagne e quelle pianure per raccontare quello che vedevano e sentivamo, con città e villaggi perforati e triturati da bombardamenti e granate, in una sorta di delirio etnico che sembrava non avere mai fine. Ratko Mladic, assieme a Radovan Karadzic e a Slobodan Milosevic, fu uno degli architetti e degli autori dei massacri balcanici. Uno dei peggiori colpevoli. I suoi complici nei massacri di ieri sono coloro che oggi vorrebbero dimenticare.
Maurizio Molinari – “ Israele deve tornare ai confini del 1967 “
Sono i quattro pilastri della posizione americana sui «grandi cambiamenti in atto» grazie alle rivolte arabe che Barack Obama illustra parlando per quasi 60 minuti dalla Franklyn Room del dipartimento di Stato.
È il richiamo alla questione israelo-palestinese, che il Presidente fa sul finire del suo discorso, a suscitare le reazioni delle parti in causa. Obama ammette le «attese deluse» per il fallimento di due anni di negoziati – che hanno portato alle dimissioni dell’inviato George Mitchell – ma non si dà per sconfitto e rilancia in avanti la sfida per «raggiungere la soluzione di due Stati per due popoli», con uno Stato palestinese «smilitarizzato», avanzando una ricetta negoziale che terrà banco sin dall’incontro odierno alla Casa Bianca con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. È la prima volta che un Presidente americano si assume la responsabilità di formulare un approccio negoziale, senza lasciarlo al Segretario di Stato o inviati speciali, ed ecco di cosa si tratta: «Serve un accordo su confini e sicurezza per rinviare a dopo i temi più emotivi di Gerusalemme e dei profughi palestinesi». E per confini Obama intende quelli «del 1967 con scambi di territori concordati fra le parti». L’intento è accelerare la pace ove possibile. Il rimprovero a Israele è di «aver ripreso la costruzione di insediamenti» e all’Autorità nazionale palestinese di «aver siglato un accordo con Hamas che non riconosce Israele» come di perseguire una dichiarazione di indipendenza attraverso l’Onu e non un accordo con la controparte. «Serviranno risposte nelle prossime settimane» chiede Obama, dimostrandosi convinto che «i cambiamenti in atto possono far accelerare la pace».
L’affondo nulla toglie al fatto che il focus è la primavera araba sospinta dal vento delle rivolte. È a questo tema che il capo della Casa Bianca dedica gran parte dell’intervento. A quasi sei mesi dal gesto di ribellione con cui un venditore di frutta tunisino innescò «un cambiamento straordinario», il Presidente sceglie di dare seguito al discorso al Cairo del giugno 2009 per illustrare «la risposta degli Usa a quanto sta avvenendo». Il discorso è tradotto simultaneamente in arabo, persiano ed ebraico affinché il messaggio sia lo stesso per tutta la regione. La premessa è la sconfitta di Osama bin Laden perché era «un assassino di massa che era contro la democrazia» ed «aveva già perso quando lo abbiamo trovato» perché le rivolte dal Cairo a Bengasi «chiedono democrazia, non perseguono la violenza» e «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Obama si rivolge alla «nuova generazione» composta dai «giovani di Sana’a che cantano “la notte sta finendo”» e dalle donne siriane «che ai primi colpi ricevuti hanno detto di aver provato dignità». Sono tali rivolte «a favore di diritti e libertà» a «offrire una storica opportunità» a Medio Oriente e Nord Africa che gli Usa si propongono di sostenere impegnandosi in tre direzioni: «Opposizione all’uso della violenza contro i civili, difesa dei diritti universali degli individui e sostegno alle riforme economiche».
Da qui l’approccio duro a despoti e dittatori. Se contro Gheddafi l’intervento militare è stato «necessario perché minacciava orrendi massacri», il monito al siriano Bashar Assad è di «smettere di sparare sulla gente, aprire le porte ad osservatori umanitari e consentire le riforme» cessando di «imitare l’Iran nelle tattiche di repressione». È l’occasione per indicare in Teheran la capitale che «per prima ha represso i manifestanti» nel giugno 2009, dimostrandosi «ipocrita» perché «reprime le rivolte in casa e esprime sostegno per quelle degli altri» come in Egitto. «Anche il popolo iraniano merita che le sue aspirazioni siano ascoltate» sostiene l’inquilino della Casa Bianca, rincarando la dose alla volta del regime di Teheran per «il sostegno al terrorismo» ed il programma nucleare che continua a dispetto dei divieti nelle risoluzioni dell’Onu.
Ai governanti di Yemen e Bahrein, alleati di Washington, Obama chiede di «mantenere le promesse di transizione» mentre è all’intera regione che si rivolge quando invoca «libertà di religione» per ogni minoranza, dagli sciiti in Bahrein ai copti in Egitto, così come «rispetto per i diritti delle donne perché ove ciò avviene c’è più prosperità».
Parlando delle rivolte, esalta il ruolo dei nuovi media: «La televisione satellitare e Internet forniscono una finestra su un mondo che fa progressi incredibili in luoghi come India, Indonesia e Brasile». L’accento è su «telefoni cellulari e le reti sociali che permettono ai giovani di collegarsi, facendo emergere una nuova generazione la cui voce ci dice che il cambiamento non può essere negato», sottolinea con un’enfasi voluta. Fra le novità positive include anche la «multietnica democrazia irachena» spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto: una frase che rivaluta a posteriori il lavoro svolto dall’amministrazione Bush a Baghdad. Da qui il tassello a cui Obama tiene di più ovvero il sostegno allo sviluppo economico delle nascenti democrazie: aperture commerciali a Tunisia e Egitto, cancellazione di un miliardo di debito del Cairo e un piano di sviluppo redatto dall’Fmi che verrà approvato dal G8 della prossima settimana.
L’annuncio del presidente Obama in diretta televisiva (VIDEO): “Il leader di Al Qaeda è stato ucciso in un’operazione vicino a Islamabad” (VIDEO).
“Oggi, dietro mie istruzioni, gli Stati Uniti hanno sferrato un’operazione mirata contro un compound a Abbottabad, in Pakistan. Una piccola squadra di americani ha condotto l’operazione con coraggio e capacità straordinarie. Nessun americano è rimasto ferito. Hanno fatto attenzione ad evitare vittime civili. Al termine di uno scontro a fuoco, hanno ucciso Osama Bin Laden e preso in custodia il suo corpo”. Con queste parole il presidente americano barack Obama ha annunciato in diretta televisiva la morte di Osama Bin Laden. ”Per oltre due decenni Bin Laden è stato il leader e il simbolo di Al Qaida e ha continuato a pianificare attacchi contro il nostro paese e alleati. La morte di Bin Laden segna il risultato significativo nell’impegno della nostra nazione di sconfiggere Al Qaida. Tuttavia la sua morte non segna la fine del nostro impegno. Non ci sono dubbi sul fatto che Al Qaida continuerà a perseguire attacchi contro di noi. Noi dobbiamo rimanere vigili in patria e fuori, e lo saremo”.
Su Google Maps il punto del blitz americano (MAPPA). Ministero degli Esteri pakistano: ”Assalto condotto direttamente dagli Usa”. Insieme a lui uccise altre tre persone e uno dei suoi figli. Il corpo in mano alle autorità statunitensi, ma per la Cnn “è stato già sepolto in mare”. Si attende il test del Dna. La notizia accolta con manifestazioni di giubilo: interrotta partita di baseball. Gruppo talebano smentisce: “E’ ancora vivo”. Falsa la foto del cadavere diffusa dalla tv pakistana (GUARDA). 11 settembre 2001, ore 8,46: inizia l’attacco al cuore dell’America. Il crollo delle Torri dall’alto (VIDEO). Come sarà il nuovo World Trade Center (VIDEO)
Ancora oggi, ad ormai 66 anni di distanza da quella giornata storica, la Festa della Liberazione richiama alla nostra mente l’idea del compimento di un’opera, del termine di un percorso : la riconquista – per l’Italia – della libertà, dell’indipendenza e dell’unità, a fondamento della rinascita della democrazia. Ma sul significato nazionale di questa ricorrenza a centocinquantanni dall’Unità d’Italia ho parlato ieri all’Altare della Patria e non ritornerò anche perché i drammatici eventi che accadono oltre le nostre frontiere ma intorno a noi e le profonde ripercussioni che essi hanno sul nostro stesso paese e presumibilmente ancor più avranno sul suo futuro ci inducono a guardare al 25 aprile 1945 in una prospettiva più ampia ed attuale.
Siamo dinanzi a un nuovo prorompere delle istanze di libertà e di giustizia in regioni a noi vicine e comunque importanti per le sorti della comunità internazionale : dall’Africa al Medio Oriente. Sono improvvisamente insorti, e tendono a svilupparsi, moti di ribellione contro regimi oppressivi e dittature personali, con il loro contorno di privilegi e corruzione. Si rivendica in sostanza, anche sfidando sanguinose repressioni, il rispetto di quei diritti che le Nazioni Unite sancirono come universali nella solenne Dichiarazione del 1948 e che anche nel mondo diviso in blocchi si riuscì a riaffermare nell’Atto di Helsinki del 1975, destinato a divenire una delle leve essenziali per l’esplodere delle rivoluzioni democratiche nei paesi dell’Europa centro-orientale.
Oggi ci interroghiamo, in Europa e in tutto l’Occidente, sulla possibilità di rivoluzioni o evoluzioni democratiche nel mondo arabo, fatto senza precedenti e carico di potenzialità straordinarie. E le previsioni non sono facili ; né è semplice il compito che può spettare a paesi come il nostro. Ma ciò non toglie che sentiamo – in particolare noi italiani nel ricordo delle lotte di liberazione e del 25 aprile – di non poter restare indifferenti di fronte al rischio che vengano brutalmente soffocati movimenti comunque caratterizzati da una profonda carica liberatoria. Non potevamo restare indifferenti alla sanguinaria reazione del colonnello Gheddafi in Libia : di qui l’adesione dell’Italia al giudizio e alle indicazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e quindi al piano di interventi della coalizione postasi sotto la guida della NATO.
L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia – annunciato ieri sera dal Presidente del Consiglio Berlusconi – costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio Supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento.
Ancora una volta i Comandi e varii comparti delle nostre Forze Armate sono chiamati a fare la loro parte con la professionalità e la dedizione che li distinguono.
Naturalmente sappiamo bene come ai problemi di fondo che si pongono nei paesi dell’area africana e mediorientale lo strumento militare non può dare l’insieme delle risposte necessarie. Si richiede – da parte delle organizzazioni internazionali, dei paesi più avanzati e in modo particolare dall’Europa – uno sforzo consapevole, concreto e conseguente per concorrere alla crescita economica e al riscatto sociale cui aspirano i popoli dell’intera regione mediterranea.
Occorre in questo senso davvero una svolta, mancando la quale non potrebbero consolidarsi le prospettive di evoluzione nella libertà e verso forme di governo democratico nei paesi investiti dai recenti sollevamenti popolari, e finirebbero inoltre per subire gravi contraccolpi paesi dell’Unione Europea come l’Italia.
La risposta di fondo anche al rischio di flussi migratori disperati e convulsi verso le nostre sponde, sta in un fattivo, forte impegno di cooperazione allo sviluppo dei paesi delle sponde Sud ed Est del Mediterraneo. Dobbiamo portarci all’altezza delle nostre responsabilità come mondo più sviluppato e ricco, mostrare lungimirante generosità, essere non solo coerenti con principi e valori di solidarietà, ma capaci di comprendere quale sia il nostro stesso interesse guardando a un futuro che è già cominciato.
Nulla sarebbe più miope, meschino e perdente, del ripiegamento su sé stesso di ciascuno dei paesi membri dell’Unione Europea. Ciascuno dei nostri paesi ha un avvenire solo se scommette sull’unità dell’Europa, e sull’assunzione delle responsabilità che ci competono in un mondo così fortemente cambiato e in via di cambiamento.
E questo è in realtà l’autentico significato della partecipazione dell’Italia e delle sue Forze Armate alle missioni internazionali nelle aree di crisi, nel nome della sicurezza comune e della pace, contro la minaccia e le trame destabilizzanti del terrorismo, e contro negazioni sistematiche dei diritti umani. Il contributo alle missioni dell’ONU, della NATO, dell’Unione Europea ha posto in luce l’alta sensibilità e la qualità operativa – insieme con lo spirito di sacrificio, cui rinnovo il mio omaggio – dei nostri militari, ha dato nuovi titoli di credito all’Italia nella comunità internazionale, e va perciò valorizzato e sostenuto.
Questo impegno delle Forze Armate è parte di una più generale visione che l’Italia è chiamata a coltivare, attraverso la sua collocazione europea e la sua politica estera, e attraverso tutte le forme della sua presenza nel mondo : una visione che rifiuta ogni pericoloso ripiegamento su ristretti, anacronistici orizzonti e approcci nazionali.
E per diffondere nelle nuove generazioni e tra tutti i cittadini il riconoscimento del ruolo delle Forze Armate e dello strumento militare, quale oggi si configura a 150 anni dalla fondazione del nostro Stato unitario – e in pari tempo per rendere evidente e condivisa quella visione generale dell’interesse nazionale e dell’interesse europeo, ormai tra loro inscindibili, che ispira, che non può non inspirare le scelte dell’Italia – facciamo affidamento, lasciatemelo dire, sull’opera vostra, sull’opera appassionata delle Associazioni combattentistiche, partigiane e d’arma qui riunite per celebrare il 25 aprile, il grande giorno della Liberazione del nostro paese.
Viva la Resistenza,
Viva le Forze Armate,
Viva l’Italia.
Circolano due tesi interessanti sull’inizio del risveglio arabo. Non è che le date contino molto. Ma conta il loro significato. La prima tesi, di Robert Fisk (corrispondente di The Independent e uno dei principali commentatori britannici di questioni mediorientali) è che la mobilitazione delle piazze arabe non sia cominciata in Tunisia nel dicembre scorso, con il gesto tragico di un giovane ambulante, Mohamed Bouazizi. Sarebbe cominciata invece nel 2005, in Libano; quando l’assassinio di Rafiq Hariri, l’ex premier sunnita, portò migliaia di persone a chiedere il ritiro delle truppe siriane dal paese. La cosa avvenne, dopo una Risoluzione delle Nazioni Unite sponsorizzata da Francia e Stati Uniti. Ma poi Damasco reagì, fino alla estromissione del figlio di Hariri (Saad), protetto dall’Arabia Saudita, da un governo libanese sostanzialmente egemonizzato da Hezbollah, braccio sciita dell’Iran e di Damasco.
Anche oggi Bashar al Assad accusa paesi stranieri di puntare alla destabilizzazione del suo regime; e la Siria non ha certo rinunciato a influenzare la politica regionale: anzi, proprio il fatto che toccare Damasco significa toccare equilibri particolarmente delicati ai suoi confini, spiega la prudenza della risposta occidentale e israeliana.
Il 2005 del Libano era in ogni caso un anticipo dello showdown che si sta tragicamente consumando in terra siriana fra il potere minoritario alawita e la popolazione sunnita. Al Assad ha alternato promesse di riforma e repressione. Ma la realtà è che ritiene di dovere usare la stessa violenza del padre per restare al potere.
In conclusione: la tesi di Fisk sposta il perno della primavera araba (o già inverno che sia) nel cuore del Medio Oriente: la prova di forza in Siria avrà effetti sul Libano, sulla sicurezza di Israele, sull’Iraq, sulla Turchia (che ha giocato negli ultimi anni una sua carta siriana). Rispetto alla posta in gioco a Damasco, il futuro di Tripoli potrebbe apparire marginale. Ma non lo è: l’esito della prova di forza con Gheddafi condizionerà anche le scelte di Bashar al Assad.
C’è una seconda tesi, quella di Oded Eran, ex-ambasciatore israeliano all’Unione Europea. Dal suo punto di vista, una data essenziale a cui guardare è il referendum sulla indipendenza del Sudan del Sud, nella prima metà del gennaio di quest’anno. Perché quello che sta realmente accadendo – nell’arco di crisi che va dall’Africa centro-settentrionale fino al Golfo Persico, con una punta verso Ovest (il Maghreb) e una verso Est attraverso l’Egitto – è la messa in discussione dei vecchi confini coloniali. Rientra in questo schema la Libia, con lo scenario di una spartizione di fatto fra Tripolitania e Cirenaica. E potrebbe rientrarvi la Siria. Perché in caso di collasso della dittatura alawita, tenderebbe ad elidersi quella frontiera con il Libano che non esisteva nella storia precedente al crollo dell’Impero Ottomano. Sono scenari che oggi sembrano irrealistici, commenta Robert D. Kaplan in un saggio sulla “grande Siria” del 19° secolo. Ma che fanno capire il problema sottostante: cento anni dopo la prima guerra mondiale, la tenuta del sistema post-Ottomano, già messa in discussione nei Balcani, non può più essere data per scontata neanche in Medio Oriente.
Come si vede, cambiando la data di inizio del risveglio arabo ne cambiano anche le implicazioni, le dimensioni e la portata. E cambiano gli scenari. Nella prima interpretazione, un nuovo scontro fra Israele e Siria, via Libano, è probabile: Bashar al Assad cercherà di spostare la crisi interna su un fronte esterno, con l’appoggio di Teheran. Nella seconda, il rischio vero, per la sicurezza di Israele, verrebbe piuttosto dall’ascesa al potere di nuove coalizioni sunnite, collegate ai Fratelli musulmani sia in Egitto che nella “Grande Siria”. E vicine ad Hamas. Mentre l’autorità centrale dei vecchi Stati nazionali tenderebbe a indebolirsi.
In entrambi i casi, ne esce rafforzata la bruciante sensazione che l’Europa stia mancando al suo appuntamento con la storia: perché la storia non è solo quella che abbiamo raccontato in questi quattro mesi – rivolte per il pane o per la dignità e libertà di giovani generazioni dal peso di vecchie dittature corrotte. È anche la storia di una scossa geopolitica decisiva nel cuore del Medio Oriente.
Hanno preso il via lunedì 18 aprile le trattative a Lisbona per la definizione delle misure di austerità fiscale che il Governo portoghese si impegnerà ad attuare per poter ricevere il prestito internazionale, stimato in 80 miliardi di euro. Contestualmente in Finlandia sono stati resi noti i risultati delle elezioni che hanno visto il partito conservatore National Coalition Party, parte del governo uscente, guadagnare la maggioranza relativa dei voti (20,4%) e conquistare così 44 dei 200 seggi disponibili in Parlamento. Il partito social-democratico è rimasto all’opposizione raccogliendo il 19,1% dei consensi e aggiudicandosi così 42 seggi; il vero stravolgimento della compagine politica è derivato però dal successo riscosso dagli ultranazionalisti del partito dei “Veri Finlandesi”, che sono passati dal 4,1% al 19% dei voti, mentre ha perso consensi il partito di centro del governo uscente, che è crollato al 15,8% (dal 23,1% precedente) e si è così fermato a 35 seggi. Anche se lo scenario più probabile vedrebbe salire al governo una maggioranza formata da partito nazionale e socialisti, rimane critico il ruolo giocato dai Veri Finlandesi e i prossimi giorni risulteranno cruciali per valutare il grado di intransigenza del nuovo Parlamento, visto che sia il secondo che il terzo partito per numero di seggi detenuti si sono dichiarati apertamente anti-europeisti. Gli altri paesi membri dell’UE guardano con una certa apprensione a Helsinki dal momento che il Parlamento finlandese ha diritto di ratifica e, quindi, di veto sulle decisioni riguardanti i prestiti da concedere ai paesi in difficoltà.
…. l’avanguardia del movimento è la stessa: una generazione di giovani, educati, “connessi”, informati di ciò che accade all’estero, mossi dal desiderio e dalla rivendicazione di libertà, oltre che dalla critica alla natura predatoria delle dittature. Alla base dei movimenti, dunque, c’è un elemento generazionale, che a sua volta rimanda a un aspetto demografico: pressoché ovunque nel mondo arabo, stiamo assistendo alla progressiva diminuzione del tasso di natalità. Quella che è scesa per le strade, è la generazione figlia del picco demografico, e nutre aspettative molto alte in termini non solo sociali, ma anche di educazione e politica. I giovani del Cairo o di Tunisi non hanno nessuna intenzione di vivere come i loro padri: i dittatori erano già in carica quando sono nati – si pensi a Gheddafi, Mubarak e in parte allo stesso Ben Ali – e, sotto questo punto di vista, hanno voluto rompere con la tradizionale cultura autoritaria che ha dominato i Paesi in cui vivono. Ciò spiega anche l’assenza di veri e propri leader carismatici delle rivolte, e prima ancora di qualunque culto del leader carismatico. Si tratta di una generazione piuttosto individualistica, che reclama pluralismo, multipartitismo, parlamentarismo, e che non lega le proprie rivendicazioni a vere e proprie ideologie o a un’idea forte dello Stato
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nessuno slogan islamico, nessuna bandiera religiosa, nessuno che brandisca il Corano. Ciò non vuol dire che i dimostranti siano portatori di una mentalità secolare, perché continuano a essere credenti, ma lo sono in senso personale. Nel mondo arabo, infatti, al contrario di quanto continuano a pensare in molti, la religione si è individualizzata e depoliticizzata
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già venti anni fa sostenevo che il modello della rivoluzione islamica, a causa di contraddizioni interne, non potesse più funzionare, e che le vie di uscita dall’impasse dell’islam politico fossero due: da una parte la via della democratizzazione, dall’altra il salafismo, che preferisco definire neo-fondamentalismo, in altri termini una re-islamizzazione che si declina come progetto sociale e culturale, piuttosto che politico.
a prima misura contenuta nel Piano per fronteggiare lemergenza immigrazione è di fermare gli sbarchi. Per questo motivo, il presidente Berlusconi e il ministro Maroni hanno incontrato a Tunisi il primo ministro del nuovo governo tunisino per chiedere il rispetto degli accordi bilaterali del 2009. Il Governo è pronto a mettere in campo una serie di misure a favore della Tunisia in termini di mezzi ed equipaggiamenti alla forze di polizia per un valore di circa 100 milioni di euro. La seconda misura è la distribuzione in ciascuna regione – in proporzione della popolazione e ad eccezione dell’Abruzzo – dei profughi in centri di prima accoglienza. Su questo punto, il Consiglio dei ministri, riunito il 31 marzo in via straordinaria, ha preso atto della disponibilità e della sensibilità dimostrata dalle Regioni e dagli Enti locali per limmediata gestione dellemergenza. Il Governo, infine, come terza misura avvierà uniniziativa nei confronti dellUnione europea per una doverosa condivisione, nel rispetto delle norme europee, dellemergenza umanitaria. Per quanto riguarda lo sgombero degli immigrati da Lampedusa, le operazioni di reimbarco continuano come da programma e sono ormai quasi ultimate. Gli immigrati giunti nel nostro Paese sono soprattutto cittadini tunisini ma, in generale il problema immigrati, scaturisce dalla crisi politica ed economica che ha investito e travolto i governi di alcuni paesi del nordafrica ed interessa tutta la sponda sud del Mediterraneo. Berlusconi ha fatto presente che “molti di questi immigrati hanno manifestato la volontà di ricongiungersi con parenti e amici”. Per questi si pensa alla possibilità di “concedere un permesso di soggiorno temporaneo. E, in questo caso si attiverebbe lo strumento legislativo della solidarietà europea.
Cristianesimo e islam non sono dunque semplicemente due forme diverse e contrastanti di civiltà (non danno luogo a uno «scontro di civiltà»), ma affondano le loro radici nello stesso terreno, cioè appartengono entrambi al grande passato dell’ Occidente, cioè della stessa civiltà. Cristianesimo e islam sono certamente in contrasto; ma questo loro contrasto è la superficie di un contrasto radicalmente più profondo, dove cristianesimo e islam stanno dalla stessa parte, si trovano a combattere il comune nemico mortale, cioè l’ Europa moderna, sebbene, a un livello ancora più profondo, un’ «intima mano» unisca l’ Europa moderna al cristianesimo e all’ islam.
Di fronte all’emergenza immigrazione, per incapacità e per esigenze strumentali, il governo ha creato uno stato di confusione e di sbandamento creando tensioni mai viste neppure in situazioni più difficili di questa, che pure il nostro Paese ha saputo affrontare, come nel caso del Kosovo, quando si registrarono circa 50mila arrivi. Assumendosi le sue responsabilità di fronte al Paese, il Partito Democratico presenta le sue proposte per uscire finalmente da una situazione insostenibile e affrontare l’emergenza. Innanzitutto, impegniamo il governo a ottenere un accordo con la Tunisia, che preveda in particolare uno stop agli arrivi oltreché una gestione programmata dei rientri. Secondo, chiediamo l’applicazione dell’articolo 20 del decreto legislativo 286 del 1998 (Misure straordinarie di accoglienza per eventi eccezionali), così da ottenere dall’Unione europea l’applicazione della direttiva 55 del 2001 relativa alla concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e alla cooperazione in ambito comunitario, recepita dal decreto legislativo n.85 del 2003, che rende quindi possibile la circolazione europea e il tempo necessario per organizzare le operazioni di rimpatrio evitando problemi rilevanti di allarme sociale. Si tratta di una scelta ineludibile per garantire la sicurezza e dare certezza a tutto il percorso. Terzo, sulla base dei precedenti punti, chiediamo al governo di abbandonare la strategia delle tendopoli che stanno già creando tensioni ingestibili.In accordo con le Regioni, gli Enti locali e in collaborazione con le associazioni di volontariato e la Protezione civile, si organizzi l’accoglienza in modo diffuso sul territorio.Il Partito Democratico, in tutti i suoi luoghi di responsabilità, è pronto sulla base di questo piano a un impegno convinto per uscire dall’emergenza. Ciò presuppone una radicale correzione da parte del governo dell’impostazione assunta fin qui. In assenza di questa correzione, il governo si assumerà pienamente una grave responsabilità. Infine, il Partito Democratico esprime una vivissima preoccupazione per la totale assenza del governo sullo scenario del Mediterraneo, che è di fronte a una evoluzione i cui effetti non sono ancora prevedibili. L’Italia chieda la convocazione urgente di una Conferenza sul Mediterraneo per determinare una visione comune e comuni linee di intervento.
oggi la ripartizione regionale andrà all’esame della Conferenza unificata Stato-Regioni-città. Si può allora calcolare per ogni regione il numero di rifugiati distribuiti per 100mila abitanti e si vedrà che effettivamente il Viminale ha usato un correttivo (non noto) rispetto al parametro popolazione residente (i dati sono quelli Istat aggiornati a novembre 2010).
Tra le regioni favorite da questa correzione c’è sicuramente la Lombardia che, rispetto alla media nazionale di 84,7 immigrati accolti per 100 mila abitanti, ha un dato di 83,7. È il dato più basso tra quelli della grandi regioni. La Puglia, altra regione al centro delle polemiche, è dentro la fascia media fra 84 e 86: con 85,6 è la terza regione meridionale dopo Molise (93,8) e la Campania (85,7).
Otto regioni rientrano nella fascia media mentre cinque stanno sopra 86 e cinque sotto 84. Oltre alla Lombardia va bene all’Emilia-Romagna del presidente dei governatori Errani (83,5), le Marche (83,1), il Lazio (83,8), la Sardegna (83,6) e la Val d’Aosta che con 78 è nettamente la meno coinvolta dopo l’Abruzzo che non avrà nessun rifugiato.
Le regioni penalizzate nel rapporto rifugiati/popolazione sono tutte piccole: oltre al Molise, Trentino Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Umbria.
Le primavere dei popoli inciampano inevitabilmente nella forza delle armi. Fu così nel 1848, quando le insurrezioni europee dovettero piegarsi sotto il fuoco degli eserciti imperiali. Fu così nel 1956 per Budapest, nel 1968 per Praga, nel 1989 per Tien an Men. Oggi, la stessa sorte stava per toccare alle primavere arabe, quando Muammar Gheddafi ha deciso, per primo e per dare l’esempio, il ritorno all’ordine, qualunque sia il prezzo da pagare. Sono in gioco la sopravvivenza dei manifestanti libici, l’avvenire delle rivolte per la libertà a Sud del Mediterraneo e la sorte dei diritti dell’uomo in tutto il pianeta. Sappiamo che le autorità comuniste cinesi, inquiete, censurano qualsiasi riferimento al Cairo e a Tunisi in rivolta, mentre gli editorialisti russi si interrogano sulla possibilità di un contagio, che l’opposizione si augura, che Gorbaciov stima possibile e che il Cremlino curiosamente teme come la peste. L’intervento internazionale in Libia è cruciale, una parte del nostro futuro si rischia qui e adesso. Qualsiasi guerra è spietata. Un morto è un morto. Per chi non si attribuisce il potere di risuscitare i corpi, non esiste una guerra giusta. Ogni guerra è rischiosa: per quante precauzioni si possano prendere, i danni imprevisti sono moneta corrente e le azioni aeree, per quanto scrupolosamente mirate, non possono «santuarizzare» uno per uno i civili a terra. Provate a spiegare a una vittima «collaterale» che è giusto essere colpita! A meno che non si creda alla saggezza e all’onnipotenza di un Dio, nessuno può decretare che una guerra sia giusta, ci sono solo guerre necessarie o no. È per evitare il peggio che ci si autorizza il meno peggio. È per impedire il massacro annunciato di Bengasi e i «fiumi di sangue» promessi ai suoi 700 mila abitanti insorti che l’Onu, almeno stavolta, autorizza l’intervento aereo voluto dalla Francia di Sarkozy e dalla Gran Bretagna di Cameron. Primi a spiccare il volo, i piloti francesi hanno tolto l’assedio di Bengasi. Sì, non esistono attacchi «giusti» , ma alcuni sono necessari, riguardano la protezione di popoli in pericolo (Risoluzione dell’Onu 1973, marzo 2011). — alcuni fra cui io stesso, pensano: «finalmente!» . Quante ecatombe abbiamo lasciato che si perpetrassero per poi deplorare di non averle impedite? Quante Guernica, dopo il crimine franchista e nazista dipinto da Picasso? Ogni generazione può scandire le proprie vigliaccherie, da un non intervento all’altro. Enumerarle tutte è impossibile: ad esempio, dopo la caduta del Muro, per gli europei, c’è Srebrenica; per la comunità internazionale tutta intera, c’è il Ruanda, dove 10.000 tutsi al giorno furono giustiziati in tre mesi. La Risoluzione 1973 non garantisce affatto che questa pratica del laisser-tuer, lasciar-uccidere, non si produrrà più, ma soltanto che sarà più difficile accettarla. Che «in casa propria ciascuno è re» , non è più totalmente vero; il pretesto di sovranità assoluta, che lasciava ai tiranni le mani libere per sradicare, a loro piacimento, i cittadini dalle proprie terre, si è infranto. Ecco una Grande Prima geopolitica: il diritto universale di vivere e di sopravvivere si erge al di sopra del diritto sovrano di uccidere. Altri brontolano e fingono di non sentire. I russi e i cinesi, astenutisi insolitamente dal loro diritto di veto, non avendo quindi bloccato il Consiglio di sicurezza dell’Onu, attendono febbrilmente che il piano dei liberatori fallisca. Come al solito, il più irritato è Vladimir Putin: riprende parola per parola le affermazioni di Gheddafi; denuncia una «crociata medievale», poi versa come lui lacrime di coccodrillo sulle vite innocenti spezzate dalle bombe occidentali. Giudicando tale esagerazione nociva agli interessi internazionali di Mosca, l’altro pilastro della «tandem-democrazia» , il presidente Medvedev, disapprova il vocabolario usato da Putin che la vox populi russa, invece, approva al 70%. Mentre l’impostore del Kgb-Fsb raccomanda agli occidentali di «pregare per la salvezza delle loro anime» , la Ong «Memorial» , che non ha la memoria corta, gli consiglia con coraggio di preoccuparsi piuttosto della propria salvezza: «Putin, è chiaro, ha dimenticato completamente quel che ha fatto nel suo Paese e la responsabilità che ha in questi tragici eventi. Il Primo ministro dovrebbe, prima di tutto, pregare per la propria anima» . Non soltanto Putin è un intenditore in materia di crociate— alcuni pope andarono a benedire i carri armati che irrompevano nella Cecenia musulmana —, non soltanto eccelle in materia di bombardamenti (massicci, nel caso di Grozny, ridotta come Varsavia nel ’ 44), ma intuisce quanto la condanna di un Gheddafi possa infangare le proprie imprese caucasiche. Altri ancora sono recalcitranti e rifiutano di prendere posizione, preferendo contemplare da lontano il volo degli aerei. In testa, c’è la Germania, che dalla ex Repubblica federale di Bonn eredita la propria condizione di gigante economico e di nano politico. Ci si potrebbe accontentare di sorridere o di disinteressarsene, se la Germania, ormai riunificata e diventata la potenza prospera dell’Unione europea, non tendesse a imporre agli altri la norma della sua non-azione raziocinante: poiché ogni volta l’uso della forza comporta il rischio di sbandamenti o impantanamenti, lasciamo che gli sterminatori continuino a sterminare. Così l’Europa venderebbe armi ai despoti, ma si impegnerebbe a non usarle contro di loro. La morale sarebbe salva e il commercio anche. Si è dimenticata l’ironica saggezza di Clausewitz: colui che vuole stabilire o ristabilire il proprio dominio si ostenta «amico della pace» e stigmatizza come «guerrafondai» coloro che si oppongono alla tirannide e difendono la libertà. La posta in gioco della Risoluzione 1973 è tanto più fondamentale in quanto è delimitata molto precisamente. L’intervento armato mira soltanto a proteggere, non a invadere un Paese, a instaurare una democrazia o a costruire una nazione. Non si tratta di agire al posto di un popolo, ma solo di consentirgli di decidere, a suo rischio e pericolo, del proprio destino. Si tratta di ristabilire un equilibrio delle forze, di bloccare il potere devastatore che la tecnologia moderna degli armamenti conferisce a dittatori senza scrupoli davanti a manifestanti dalle mani nude. L’esempio libico è un caso particolare, il suo successo non è garantito né facilmente trasponibile. È giocoforza fare una distinzione fra i regimi polizieschi e corrotti come quelli di Ben Ali e di Mubarak e il potere terroristico, totalitario, grottesco, alla Gheddafi. Il secolo che viviamo non ha certo chiuso con i dittatori dalle mani insanguinate: costoro sappiano tuttavia che la «necessità di proteggere» le folle disarmate incombe come una spada di Damocle sui loro misfatti. (traduzione di Daniela Maggioni)
Il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, commenta così le dichiarazioni del ministro Umberto Bossi che ha risposto con un “Fora d’i ball” ai giornalisti che gli chiedevano cosa farà il Governo degli immigrati sbarcati sulle coste italiane: “se Bossi avesse visto quello che abbiamo visto noi a Lampedusa – afferma Lombardo – avrebbe provato vergogna per le sue dichiarazioni”.
Il presidente del Veneto, Luca Zaia, sostiene che ”l’aiuto ai profughi o lo danno tutte le Regioni o nessuno. Vediamo i numeri e cerchiamo di capire le potenziali allocazioni”. Zaia richiama il ”Tutti per uno, uno per tutti” per indicare come si muoveranno le Regioni italiane nel decidere l’accoglienza per i profughi libici. Zaia ha spiegato che il ministro Maroni ”si e’ dichiarato disponibile ad applicare alcuni correttivi, come ad esempio quello chiesto dal Veneto sulla pressione degli immigrati. Noi ne abbiamo gia’ 600 mila e fanno pressione demografica anche se si sono integrati. Ma molti di questi sono disoccupati”. ”Dico subito che per quanto ci riguarda – annuncia il presidente del Veneto – escluderemo caserme in disuso o centri cittadini. Abbiamo censito le aree isolate, ma abbiamo visto che non abbiamo stabili pronti nel breve e nel medio periodo”.
”Dobbiamo affrontare – dice Zaia - il problema dei profughi di guerra, non dei clandestini. Non quello dei tunisini che sbarcano a Lampedusa con jeans e giubbotti firmati, cellulare e hanno mille pretese. Ho visto che
qualcuno di loro addirittura rifiuta il cibo perche’ non lo ritiene di suo gusto. Anche per questa gente abbiamo le normative giuste: si spediscono nei Cie per l’identificazione e l’espulsione. Non esiste una terza via”.
Il Presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, spiega che ”nell’incontro di domani ribadiremo al ministro Maroni la nostra disponibilita’ a collaborare per risolvere il problema dei profughi. Riportero’ al tavolo la richiesta di considerare la presenza di immigrati sul territorio, che qui in Piemonte e’ alta”.
”Si sta facendo confusione – ha detto Cota – tra clandestini e profughi. I clandestini sono soggetti a provvedimenti di riconoscimento nei Cie ed e’ previsto il rimpatrio. Noi sosteniamo che non devono arrivare e che quando arrivano devono essere rimpatriati. I profughi hanno diritto ad uno status diverso: deve farsene carico l’Unione Europea e quindi tutti i Paesi europei. Non e’ un problema che dobbiamo gestire solo noi”.
”Domani – sottolinea Cota – parteciperemo alla riunione convocata dal ministro Maroni sul piano per fronteggiare l’emergenza. Tutte le Regioni hanno dato la loro disponibilita’ a collaborare, solo l’Abruzzo ha posto i suoi problemi legati al terremoto che lo ha colpito”.
Siti per l’accoglienza dei profughi in Friuli Venezia Giulia? ”Per il momento di tratta solo di voci – risponde Renzo Tongo, presidente della Regione -. Domani ci sara’ un incontro con il ministro Maroni e il Fvg sosterra’ la tesi che ha gia’ precisato e cioe’ che le regioni che hanno gia’ il Cara e il Cie come la nostra abbiano meno immigrati di quelli che gli sapetterebbero. E noi andiamo su questa linea,dando peraltro garanzie al governo della giusta collaborazione pero’ ci sono regioni che devono fare prima di noi il loro dovere”.
“Il Lazio fara’ la sua parte, purche’ la facciano tutte le regioni. Ma deve essere chiarito in modo inequivocabile – ha sottolineato il presidente Renata Polverini – che si trattera’ di un’ospitalita’ a tempo”.
Anche il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, è intervenuto sulla questione: ”Il ministro Maroni – ha spiegato Formigoni – ha proposto una ripartizione dei profughi sulla base del numero degli abitanti delle regioni. Io propongo di utilizzare anche ulteriori criteri, come quello di calcolare quanti sono gli stranieri gia’ presenti nelle regioni”. Formigoni ha chiarito che questa ”e’ una proposta che la Lombardia avanzera’ al ministero”. ”Di fronte a una tragedia umanitaria – ribadisce Formigoni – dobbiamo fare tutti il massimo sforzo per salvare persone da morte certa, ma e’ giusto accogliere tenendo anche conto di chi gia’ accoglie di piu”’.
La Lombardia e’ pronta a fare la sua parte per accogliere i profughi provenienti dalla Libia ”ma prima e’ necessario fare un controllo persona per persona per la giusta identificazione sui Paesi di provenienza”. E’ importante identificare gli immigrati irregolari dai profughi, “lavoro che dovrebbe pero’ essere fatto nei centri di prima accoglienza”.
Formigoni infine afferma che l’Italia ”dovrebbe ritirare la disponibilita’ delle sue basi” per le operazioni militari in Libia dopo che, alla videoconferenza di ieri tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, l’Italia non e’ stata invitata. ”Ritengo che, a questo punto, il nostro Paese – ha sottolineato Formigoni – dovrebbe ritirare la disponibilita’ delle basi perche’ se alcuni paesi ritengono di poter condurre le operazioni nel Mediterraneo da soli, senza coinvolgere a pienissimo titolo l’Italia, che e’ il paese mediterraneo per eccellenza, e’ bene che l’Italia ritiri le proprie basi”. Secondo Formigoni, quella in Libia ”e’ una guerra partita male e che si sta sviluppando peggio perche’ stiamo andando molto al di la’ del mandato dell’Onu, che era difendere i civili. Questa guerra nata dalla volonta’ bellicista soprattutto dei francesi non puo’ continuare in questo modo”. Formigoni ha anche aggiunto che ”i francesi si stanno macchiando di un atteggiamento inaccettabile” perche’ ”stanno respingendo alla frontiera di Ventimiglia tutti gli immigrati tunisini, che vengono da un paese colonizzato dalla Francia. Che la Francia li respinga e’ qualcosa di vergognoso e inaccettabile, che la comunita’ internazionale dovrebbe sanzionare”.
Giorgio Napolitano considera la situazione che si e’ creata a Lampedusa ”inaccettabile” e fa appello a tutte le regioni affinche’ aiutino l’isola siciliana accogliendo gran parte degli immigrati sbarcati nei giorni scorsi a Lampedusa in nome ”di un spirito di coesione e solidarieta”.
”A Lampedusa si deve intensificare, come gia’ si sarebbe dovuto fare nei giorni scorsi, l’afflusso dei mezzi necessari per portare via gran parte delle persone sbarcate nei giorni scorsi. L’Italia, le singole regioni italiane, non possono dare uno spettacolo di incertezza e divisioni come si rischia di dare. Non ci puo’ essere una regione che accetta di accogliere una parte degli immigrati e un’altra regione che dice di no”, afferma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rinnovando il proprio appello ”allo spirito di coesione e solidarieta’ che non deve mancare in questo momento”.
«Il mondo non poteva assistere senza reagire alle molte vittime e distruzioni massicce inflitte» dal leader libico Muammar Gheddafi alla sua popolazione. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interviene così all’Assemblea generale Onu a New York, dove si trova per un viaggio iniziato nel fine settimana che si concluderà mercoledì. Il capo dello Stato ha precisato che l’operazione internazionale autorizzata dall’Onu a cui l’Italia partecipa rientra «nella piena legittimità internazionale», sottolineando che non bisogna sottovalutare «nel modo più assoluto costi umani e rischi delle azioni militari».
Tuttavia «il governo libico ha rigettato numerosi appelli internazionali, inclusa una richiesta unanime proveniente da questa Assemblea, e ha risposto al dissenso con la repressione, alla protesta civile con la forza millitare, su una scala senza precedenti».
Un background sul regime libico e sui metodi che hanno consentito a Muammar Gheddafi di restare al potere per oltre quarant’anni. Questo articolo apparirà nel prossimo numero dell’edizione cartacea di Aspenia (Le rivoluzioni a metà), nelle edicole e nelle librerie a inizio aprile.
Emergenza sbarchi, Maroni: «Presto un piano per distribuire fino a 50.000 profughi nelle regioni italiane»
Lo ha annunciato il ministro dell’Interno in una conferenza stampa al termine di un incontro al Viminale con i rappresentanti di regioni, province e comuni. La ripartizione avverrà in base al criterio del numero di abitanti, ma con alcuni correttivi
«Regioni, provincie e comuni hanno aderito alla richiesta avanzata qualche giorno fa anche dal Capo dello Stato ed è stato discusso un piano di emergenza per i profughi che deve partire dal principio di solidarietà: tutti i territori devono sentirsi coinvolti». Lo ha detto oggi il ministro dell’Interno Roberto Maroni in una conferenza stampa al termine di un incontro tra i vertici del Viminale ed i rappresentanti delle regioni, delle province e dei comuni. ….
«Il ministero dell’Interno formulerà un piano per la distribuzione fino ad un massimo di 50.000 profughi», ha spiegato Maroni, sottolineando che si tratta di «un numero realistico» di possibili arrivi nel nostro Paese nel prossimo futuro, ipotizzato dagli esperti.
Il piano, che, come annunciato dal ministro Maroni, sarà presentato nei prossimi giorni ad Upi ed Anci, «terrà conto nella distribuzione dei migranti del criterio del numero di abitanti per regione, nel senso che le regioni più popolose accoglieranno un maggior numero di persone, ma – ha precisato – ci saranno dei correttivi: le regioni che hanno già una forte pressione migratoria (Sicilia, Calabria e Puglia) e l’Abruzzo che ha avuto il terremoto, saranno salvaguardate».
Per quanto riguarda le risorse, Maroni ha ricordato che «il Consiglio dei ministri ha rifinanziato il fondo della protezione civile, per consentire al prefetto Caruso, commissario all’emergenza, di gestire nel migliore dei modi ciò che va fatto».
Sarà, inoltre, rafforzato, ha sottolineato il titolare del Viminale, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) messo a punto dal ministero dell’Interno e dalle autonomie locali che vede già 16 province coinvolte.
Un’attenzione particolare è stata rivolta dal ministro al Villaggio della solidarietà di Mineo (Ct), che – ha detto – «sarà trasformato in un modello di eccellenza per l’integrazione degli immigrati. Il miglior modello italiano possibile, esportabile nel mondo». L’istituzione di questo centro, ha ricordato, sarà accompagnata dalla firma di un patto per la sicurezza a Catania con i comuni della provincia catanese che prevede il potenziamento dei presidi di polizia e dei sistemi di videosorveglianza.
«Domani – ha proseguito Maroni – andrò in Tunisia per concordare con le autorità di quel Paese iniziative che possano fermare il flusso di migranti verso Lampedusa».
Dall’inizio dell’anno, ha ricordato il ministro, «sono arrivati circa 15mila persone, tutti tunisini, a Lampedusa, nell’ intero 2010 erano arrivati 4mila clandestini complessivamente, di cui solo 25 tunisini». Quelli sbarcati a Lampedusa, ha aggiunto, «sono tutti giovani, maschi, una generazione in fuga».
«Serve un coinvolgimento dell’Unione Europea - ha osservato Maroni - la Tunisia è un paese amico e sono ottimista sulla possibilità di risolvere il problema». Resta tuttavia, ha concluso, «un punto interrogativo sulla Libia, con i profughi che scappano da una situazione drammatica».
Piena disponibilità al piano che verrà predisposto per la suddivisione dei migranti, che sono giunti e che arriveranno sulle nostre coste, è stata data dal presidente della conferenza delle regioni Vasco Errani, che si è dichiarato d’accordo sulla proposta di sperimentare una nuova forma di cooperazione interistituzionale che tenga insieme governo ed enti locali.
Novecento, secolo dei totalitarismi. Ma anche epoca di tiranni piccoli e grandi, di despoti che, all’ombra del grande risiko delle superpotenze, nascono e crescono nelle plaghe geopolitiche più periferiche e improbabili, costruendo sistemi a volte effi meri a volte capaci di resistere come imbalsamati al tempo. E dunque i semisconosciuti Mswati III, Than Shwe, Papà Doc, Separmurat Nyazov. Ma anche i più famosi Bokassa, Idi Amin, Imelda e Ferdinand Marcos, Kim Il-sung, Pol Pot. Una galleria di volti tutti ugualmente feroci, tutti ossessionati dalla realizzazione dell’idea del potere assoluto, tutti affl itti da un insano distacco dalla realtà. Profi li psicologici, tic, manìe, deliri descritti con perizia, ma pure personalità patetiche e comportamenti al limite del ridicolo, anche se spesso dalle conseguenze tragiche.
Tuttavia mai dimenticando i tratti accomunanti nella costruzione politica dei singoli sistemi di potere. Dalle dittature postcoloniali a quelle ispirate da fonti di natura paranormale, dai regimi basati sul culto della personalità a quelli che preferiscono l’invisibilità del dittatore, e poi
dai sistemi di propaganda a quelli di sterminio di massa, dai despoti affaristi a quelli religiosi. Poteri fondati sul terrore e spesso affogati nello stesso sangue da cui sono nati. In ogni caso personalità distorte e regimi oppressivi che lasciano al presente fosse comuni e ossari di gran lunga più grandi ed estesi di quelli generati dal sopruso ai quali reagirono.