GRAN BRETAGNA: il “Welfare Reform Act”, la più radicale ristrutturazione dello Stato sociale mai tentato dal 1945, in L’Espresso 25 aprile 2013


 il “Welfare Reform Act”, il più radicale disboscamento dello Stato sociale mai tentato dal 1945.

Un intervento enorme, grazie al quale il mito ideologico fondativo dei conservatori, cioè la contrazione compulsiva della funzione dello Stato rispetto a quella del mercato, provvidenzialmente legittimata dall’ingente debito pubblico (2 mila miliardi di dollari, Moody’s per questo ha recentemente tolto al Paese la Tripla A), riceve
una robusta spinta in avanti.

Con milioni di famiglie appartenenti ai ceti più deboli investite dalla politica di rigore introdotta dal governo di coalizione di destra in carica.

Firmata del triumvirato Cameron-Osborne-Duncan Smith, rispettivamente primo ministro, cancelliere dello Scacchiere e ministro del Lavoro tory, appoggiata non senza qualche remora dai liberal-democratici di Nick Clegg, la riforma rappresenta una virata dalle implicazioni epocali per il tessuto sociale del Paese. L’esecutivo la introduce per porre fine a uno Stato sociale, secondo David Cameron, «non solo economicamente insostenibile, ma che intrappola le persone nella povertà, che incoraggia l’irresponsabilità, che diffonde segnali incredibilmente dannosi, come il fatto di credere di avere diritto ad avere qualcosa senza dare nulla in cambio. E che il non lavorare renda».

tutto l’articolo qui   unioneplurale : Message: GRAN BRETAGNA. Niente welfare siamo inglesi.

J. ZILLER, Diritto delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea


J. ZILLER

Diritto delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea

Collana “Manuali”

pp. 688, € 40,00
978-88-15-24180-1
anno di pubblicazione 2013

in libreria dal 11/04/2013

Copertina 24180


Il manuale offre un panorama chiaro e completo del diritto applicabile all’elaborazione e all’attuazione delle politiche europee come pure al funzionamento delle istituzioni dell’Unione. In questo modo fornisce gli strumenti necessari alla comprensione del diritto vigente, nonché delle proposte di modifiche o di integrazione nelle materie di competenza dell’Unione, come lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, il mercato interno e le politiche di complemento, l’unione economica e monetaria e l’azione esterna dell’Unione europea.

Indice del volume: Prefazione. – Introduzione. Diritto dell’Unione europea, diritto statale e diritto internazionale pubblico. – Parte prima. Fondamenti giuridici dell’Unione europea. – I. I trattati istitutivi, Costituzione dell’Unione europea: dalle Comunità a 6 Stati membri all’Unione a 28. – II. Il campo di applicazione del diritto dell’Unione europea e il principio di attribuzione. – III. Valori, diritti fondamentali e cittadinanza dell’Unione europea. – IV. Le caratteristiche fondamentali del diritto dell’Unione europea. – Parte seconda. Istituzioni e distribuzione dei poteri nell’Unione europea. – V. Istituzioni, organi ed organismi dell’Unione. – VI. La distribuzione dei poteri nell’Unione. – VII. Le fonti del diritto, gli atti giuridici e gli strumenti di azione dell’Unione. – VIII. La tutela giurisdizionale. – Conclusioni. Il diritto materiale dei diversi settori di politiche. – Bibliografia e documentazione. – Indici.

Jacques Ziller è professore ordinario di Diritto dell’Unione europea nell’Università di Pavia. Per il Mulino ha pubblicato «La nuova Costituzione europea» (2003) e «Il nuovo Trattato europeo» (2007).

 

da   Volumi – J. ZILLER, Diritto delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea.

Cina, i boss giustiziati in diretta tv – Corriere.it


È uscito dal braccio della morte all’ora di pranzo, circondato da poliziotti con l’elmetto, la divisa nera e i guanti bianchi. Lo hanno portato davanti alla telecamera della tv di Stato cinese, gli hanno tolto le manette dai polsi, gli hanno piegato le braccia dietro la schiena e gli hanno passato una corda intorno al collo, costringendolo quasi a inginocchiarsi. Poi gli hanno messo le catene ai piedi e lo hanno portato via. Sorrideva, o forse era solo un ghigno per farsi coraggio quello del birmano Naw Kham, che pochi minuti dopo è stato giustiziato con un’iniezione letale. Stessa sorte per tre complici, un thailandese, un laotiano e un apolide.

COME UN BALZO NEL PASSATO - Per la Cina è stato un balzo nel passato, ai tempi delle esecuzioni pubbliche. Naw Kham, 44 anni, era birmano e per anni era stato il Padrino del Mekong, capo di una banda di un centinaio di trafficanti di droga e rapitori che lavoravano sul grande fiume. segue qui   Cina, i boss giustiziati in diretta tv – Corriere.it.

Daniel Pipes, Burqa con scasso


Innanzitutto, una nota sugli indumenti femminili islamici che coprono il corpo e/o il volto, che in inglese si tende a chiamare genericamente veli ma che si dividono in tre categorie principali. Qualcuno (l’abaya, l’hijab, il chador, il jilbab o il khimar) cela parti del corpo, soprattutto i capelli, il collo e le spalle ma lascia scoperto il volto e non nasconde l’identità della donna; qualche altro nasconde il volto (lo yashmak) ma mostra la forma del corpo, senza dissimulare l’identità e il sesso di chi lo indossa. All’ultima categoria – l’argomento di cui ci occupiamo qui – appartengono quegli indumenti che coprono integralmente il corpo e che non possono essere definiti veli. Questi indumenti possono coprire interamente chi li indossa (il chadri o il burqa) o avere una fessura per gli occhi (l’haik o il niqab).

Secondo i miei calcoli, negli ultimi sei anni, la zona di Philadelphia è stata testimone di 14 rapine (o tentate rapine) a istituti finanziari in cui i ladri hanno indossato indumenti islamici che coprivano integralmente il corpo

tutto l’articolo qui Burqa con scasso :: Daniel Pipes.

Servizi Sociali del Comune di Lugano – lugano.ch


 

Servizi Sociali

I molteplici servizi sociali garantiti dalla Città di Lugano sono gestiti prevalentemente dagli Istituti sociali comunali, che esplicano la propria attività in tre differenti settori:

Altri importanti servizi di natura sociale sono assicurati dal Dicastero Integrazione e Informazione Sociale (DIIS) e dal Dicastero Giovani ed Eventi (DGE).

Questo sito li riunisce, definendo le rispettive prerogative.

La navigazione è facilitata dal cruscotto che si trova sul versante sinistro della pagina, che consente di raggiungere i servizi destinati alle diverse categorie sociali.

Il tasto “Che richiesta di aiuto posso fare“, consente inoltre di conoscere tutti i servizi offerti e i requisiti richiesti per potervi accedere

Servizi Sociali – lugano.ch.

Codice dell’Unione Europea di Tizzano Antonio – Cedam 2012


Il volume raccoglie i testi “costituzionali” dell’Unione europea, a cominciare da quelli che vanno sotto il nome di “Trattato di Lisbona”, vale a dire il “Trattato sull’Unione Europea” e il “Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”, e a seguire con la «Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea», finalmente formalizzata da quel Trattato. Sono altresì raccolti in modo sistematico taluni testi che integrano, affiancano o comunque aiutano a comprendere quei trattati, nonché tutti i principali atti che definiscono il sistema giuridico-istituzionale dell’Unione: e segnatamente quelli relativi al complesso apparato organizzativo e ai principi fondamentali dell’Unione. L’ultima parte è dedicata ai rapporti tra l’Italia e l’Unione europea.
Diversamente dalle precedenti, questa nuova edizione privilegia gli atti relativi ai profili istituzionali dell’Unione. Coerentemente infatti con le sue finalità di supporto per i corsi universitari sul diritto dell’integrazione europea, il “Codice” prende atto del fatto che oggi tali corsi si sono dovuti adattare alla realtà della straordinaria espansione di quel diritto, e quindi sempre più ormai si concentrano sugli aspetti istituzionali, lasciando ad altre discipline lo studio dei diversi settori di azione dell’Unione. Conseguentemente, le otto Parti in cui il Codice si articolava in precedenza si sono dimezzate; tuttavia, la documentazione relativa agli aspetti istituzionali delle politiche di cui il Codice si occupava prima non è scomparsa insieme con queste, ma è stata rifusa nelle Parti sopravvissute, e in particolare nella Parte II, appositamente ristrutturata.

TIZZANO ANTONIO: professore emerito di Diritto dell’Unione europea nell’Università di Roma La Sapienza. E’ stato dal 2000 al 2006 avvocato generale alla Corte di Giustizia dell’U.E., per poi divenirne giudice. Autore di numerose pubblicazioni, membro della redazione di varie riviste scientifiche, ha fondato e dirige la rivista “Il Diritto dell’Unione europea”. Per molti anni Consigliere giuridico della Rappresentanza Permanente dell’Italia presso l’U.E., ha partecipato a numerosi negoziati internazionali ed in particolare a quelli per l’Atto Unico Europeo e il Trattato di Maastricht.

da   Cedam – Codice dell’Unione Europea di Tizzano Antonio – Libri.

Il testamento biologico nel Codice civile svizzero | infoinsubria


In Svizzera dal 1. gennaio il Codice civile svizzero prevede la possibilità di esprimere direttive vincolanti sui provvedimenti medici che si rifiuta o si desidera nel caso si dovesse perdere la capacità di discernimento. Il cosiddetto testamento biologico riceve così una base legale.

Il provvedimento riconosce all’individuo la possibilità di esprimere la propria volontà in materia di fine di vita, garantendo che i propri desideri e i propri valori vengano rispettati. La legge prevede anche che si possa designare una persona fisica che discuta i provvedimenti medici con il medico curante e decida in suo nome nel caso in cui divenga incapace di discernimento.

Gli specialisti consigliano di redigere le direttive facendosi consigliare da una persona di fiducia, per esempio il medico di famiglia, presso il quale il documento potrebbe anche conservato. In ogni caso la legge prevede che la volontà presente prevalga su quella presunta.

I problemi si pongono naturalmente nel caso di perdita di discernimento. Chi assisterà il paziente non sarà quindi esentato dall’assumersi decisioni difficili, ma almeno potrà farlo sulla base di indicazioni precise e con un interlocutore scelto dal paziente.

da   Il testamento biologico nel Codice civile svizzero | infoinsubria.

Daniel Barenboim e Amos Oz insegnano a capire. ISRAELE E PALESTINA, due Stati sicuri e indipendenti


DANIEL BARENBOIM nel 2012:

Ultima opportunità per dare vita a due Stati sicuri e indipendenti
DANIEL BARENBOIM, Corriere della Sera, Sabato 01 Dicembre 2012
Il 29 novembre è una data storica. Il 29 novembre 1947 le Nazioni Unite, con il «Piano di partizione della Palestina», stabilirono la suddivisione della regione in un territorio per gli ebrei e uno per i palestinesi. Fino a quel giorno eravamo tutti «palestinesi»: musulmani, cristiani ed ebrei.

La ripartizione del 1947  fu accolta con gioia dagli ebrei di tutto il mondo e rifiutata dal mondo arabo, che considerava la Palestina come una terra propria ed esclusiva. Seguì una guerra, cominciata il giorno dopo la dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele, il 14 maggio del 1948.

Il 29 novembre 2012, esattamente 65 anni dopo, i palestinesi hanno chiesto e ottenuto a grande maggioranza il riconoscimento dello status di «Stato osservatore» presso le Nazioni Unite.

Questi sono semplicemente i fatti.

Un’interpretazione potrebbe essere: hanno
avuto bisogno di 65 anni per rendersi conto che Israele è divenuta una realtà innegabile e sono dunque pronti ad accettare il principio della ripartizione del territorio palestinese rifiutato nel 1947?

In questo senso diventa chiaro che la decisione presa ieri dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite deve essere un motivo di soddisfazione anche per lo Stato d’Israele.

Non voglio dare lezioni di morale o di strategia politica né agli israeliani né ai palestinesi; però desidero ricordare che se questo conflitto non è stato risolto per molti anni, è forse perché né gli uni né gli altri e nemmeno il resto del mondo, ne hanno colto l’essenza profonda. Il conflitto israelo-palestinese non è un’ostilità politica tra due Stati che si possa risolvere con mezzi diplomatici o militari: un dissidio politico tra due nazioni può riguardare problematiche relative ai confini, al controllo dell’acqua, del petrolio o casi simili. Questo è prima di tutto un conflitto umano tra due popoli che sono profondamente convinti di avere entrambi il diritto di vivere nello stesso piccolo territorio e preferibilmente in maniera esclusiva.

È ora, anche se tardi, di riconoscere il fatto che israeliani e palestinesi hanno la possibilità di vivere o insieme, o uno accanto all’altro, ma non negandosi.

La decisione presa ieri da 138 Paesi è forse l’ultima opportunità per dare vita al progetto di due Stati indipendenti, sicuri, ognuno con un proprio
territorio continuo e non frammentato. Forse è il destino o la giustizia del tempo che dà oggi ai palestinesi la possibilità di iniziare un processo verso l’indipendenza in maniera identica a quelli che furono gli esordi dello Stato israeliano. È il momento giusto anche per le riconciliazioni interne, essenziali per risolvere la situazione, a partire da quella tra Hamas e Fatah,
riconciliazioni necessarie per avere un’unica posizione e direzione politica. D’altra parte è un errore pensare, come spesso accade, che sia meglio avere di fronte a sé un nemico diviso; per questo, anche per Israele è meglio che i palestinesi siano politicamente uniti. Sono altresì cosciente che i palestinesi non accetteranno mai una soluzione ideologica al conflitto, perché la
loro storia è diversa e dovrebbe essere lo Stato d’Israele a cercare una soluzione pragmatica.
Credo infine che gli ebrei abbiano un diritto storico-religioso di vivere nella regione ma non in forma esclusiva. Dopo la crudeltà europea verso il popolo ebraico nel ventesimo secolo ci sarebbe la necessità di aiutarlo ora con i suoi problemi per il futuro e non solo riconoscendo le responsabilità del passato. Sono commosso dalla quantità di nazioni che hanno votato a favore
della risoluzione; mentre mi rattrista la posizione assunta dal governo israeliano, che mi sembra poco lungimirante nel non cogliere le opportunità che si offrono per un futuro migliore, e degli Stati Uniti, l’unico Paese in grado di far pesare la propria influenza. Mi riempie di felicità che l’Italia, dove trascorro diversi mesi l’anno in qualità di Direttore Musicale del Teatro alla
Scala, abbia votato a favore di una speranza per tutti i popoli della regione.

AMOS OZ, nel 2005

Elezioni USA: Barack Obama, il presidente delle minoranze – da Giornalettismo


Barack Obama, il presidente delle minoranze

07/11/2012 - Una coalizione progressista mai così forte ha riconfermanto alla Casa Bianca il primo inquilino afro-americano

Barack Obama, il presidente delle minoranze

da  Barack Obama, il presidente delle minoranze – Giornalettismo.

Risposte alla crisi. Esperienze, proposte e politiche di welfare in Italia e in Europa, Percorsi di secondo welfare – Newsletter 17 / 2012


CHARLIE HEBDO, settimanale francese della sinistra libertaria sotto attacco degli islamici


CHARLIE HEBDO, settimanale francese della sinistra libertaria sotto attacco degli islamici:

Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 2011 la sede del giornale viene distrutta a seguito del lancio di diverse bombe Molotov, appena prima dell’uscita del numero del 2 novembre dedicato alla vittoria del partito fondamentalista islamico nelle elezioni in Tunisia[2]. Sulla copertina del numero in questione sono apparsi una vignetta satirica con Maometto che dice “100 frustate se non muori dalle risate” e il titolo “Charia Hebdo”, gioco di parole tra Sharia e il nome del giornale[3]. Anche il sito internet della rivista è stato bersaglio di un attacco informatico[2].

Roma – CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “La Francia teme le vendette per la satira su Maometto”. Editoriale di Pierluigi Battista: “La libertà non è un rischio”. Di spalla: “Ambrosoli, Dalla Chiesa e gli eroi imprevisti”. Al centro: “Il caso Lazio scuote il Pdl”. Sotto: “Inutili sceneggiate”. Ancora sotto: “Obama, sostegno a Monti”. In basso: “Perchè un ragazzo su tre vive con mamma e papà”. Ancora in basso: “La scrivania e l’ufficio? Sostituiti da una valigia”. Ancora in basso: “Abu Omar. Per Pollari e Mancini nuovo giudizio”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Ecco il sistema Polverini”. Editoriale di Massimo Giannini: “Perchè deve dimettersi”. Di spalla: “Se il re è nudo la sacralità della monarchia nell’era del Gossip”. Al centro: “Il toga party del centrodestra”. Sotto: “Islam, la Francia chiude le ambasciate”. Ancora sotto: “Intercettazioni, la Consulta ammette il ricorso del colle”. In basso: “La benzina alle stelle il governo taglia le accise”.

LA STAMPA – In apertura: “Il caso Polverini scuote il Pdl”. Sotto: “Vendola riapre lo scontro nel Pd”. Accanto: “De Romanis e le feste in costume ‘A Bruxelles anche Berlusconi’”. In alto: “Sequestro Abu Omar processo al Sismi”. Editoriale di Luigi La Spina: “Cacciatori di poltrone e bella vita”. Di spalla, “Stato-mafia via libera al ricorso del Quirinale”. Sotto, editoriale di Ugo De Servio: “Al di fuori della lotta politica”. Al centro, fotonotizia: “Islam, ecco l’uomo che spaventa la Francia”.

IL GIORNALE – In apertura, “Regioni da rottamare”. Al centro, fotonotizia: “La Polverini in crisi di nervi minaccia le dimissioni”. Sotto: “Ex An-Pdl, Berlusconi congela lo strappo”. Di spalla: ”Vendola papa gay distrugge la sinistra”. Sotto: “La lobby degli omo ora punta al potere”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Le Casse superano gli esami”. Sotto: “Un forziere privato: Lo Stato deve solo vigilare”. Editoriale di Luigi Guiso: “Se il mondo vince la sfida della liquidità”. In basso: “Monti: Attenzione al costo del lavoro”. Di spalla: “Fondi Pdl, la Polverini pronta alle dimissioni Nel partito è scontro”. In alto: “Al via Milano moda Gucci rivisita gli anni 70”.

IL MESSAGGERO – In apertura: Polverini, pronte le dimissioni”. Sotto: “Fiorito dai Pm, accuse agli altri consiglieri”. Editoriale di Alessandro Barbano: “La svolta adesso o mai più”. Al centro, fotonotizia: “Vignette su Maometto, allarme in Francia”. Accanto: “Fiat, ecco le richieste per investire in Italia”. In basso: “Roma, il socio del broker suicida ‘Ora c’è la fila di chi rivuole i soldi’”. Ancora in basso: Uno su tre vive con i genitori ma non sono tutti bamboccioni”.

IL TEMPO – In apertura: “Polverini pronta a lasciare. Pdl a pezzi”. Editoriale di Mario Sechi: “Una crisi tragicomica”. Al centro, fotonotizia: “Er Batman: ‘Io non ho rubato’”. Di spalla: “Una società esterna controllerà i bilanci”. Sotto: “Redditometri ai politici contro la corruzione”. Ancora sotto: “Quella sponda a Vendola dannosa per Bersani”. In basso. “I pendolari vogliono la metro”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Polverini, tutti gli sprechi. La festa è finita”. Editoriale di Marco Travaglio: “Democratica, ma anche no”. In basso: “Anche Md contro Ingroia e la Corte dà l’ok al Colle”. Accanto: “Profitti privati e soldi pubblici: 2,7 miliardi a Marchionne”. In basso: “Le vignette contro Maometto spaventano la Francia: chiuse le ambasciate nei paesi Arabi”. (ilVelino/AGV)
(red) 20 Settembre 2012 07:34

George Soros, ULTIMATUM A BERLINO: la Germania deve decidere: o guida l’unione o la lascia, in La Lettura del Corriere della sera, 9 settembre 2012


rocesso di integrazione è stato promosso con forza da un piccolo gruppo di statisti lungimiranti che praticavano un processo di ingegneria sociale a tassello, così definito da Karl Popper. Ben sapendo che la perfezione è irraggiungibile, i padri fondatori dell’Europa si erano posti obiettivi limitati e scadenze precise, per poi mobilitare la volontà politica affinché venisse compiuto un piccolo passo in avanti. Erano tuttavia consapevoli che l’inadeguatezza di quel piccolo passo sarebbe stata subito palese e avrebbe richiesto un successivo sforzo. Il processo si è evoluto, alimentato dai propri successi, proprio come una bolla finanziaria. È così che la Comunità per il carbone e l’acciaio gradualmente si è trasformata nell’Unione europea, un passo alla volta.

La Francia e la Germania sono sempre stati i maggiori sostenitori dell’iniziativa. Quando l’impero sovietico cominciò a vacillare, i leader tedeschi, rendendosi conto che la riunificazione delle due Germanie era possibile solo nel contesto di un’Europa ancora più unita, si sono mostrati pronti a ogni sacrificio pur di ottenerla. Nel corso delle trattative, hanno sempre concesso qualcosa di più e accettato qualcosa di meno rispetto agli altri, facilitando così gli accordi. In quel periodo, gli statisti tedeschi affermavano che la Germania non aveva una politica estera indipendente, al di fuori di una politica europea. E questo ha prodotto un’enorme accelerazione del processo di integrazione, culminato con la firma del Trattato di Maastricht nel 1992 e con l’introduzione dell’euro nel 2002.

Ma il Trattato di Maastricht era gravato da numerosi difetti sin dal suo concepimento. Gli architetti stessi dell’euro riconoscevano che si trattava di una costruzione incompleta: la moneta unica era dotata di una banca centrale comune ma mancava un comune ministero del tesoro in grado di emettere titoli condivisi da tutti gli stati membri. Gli Eurobond incontrano ancora oggi forti resistenze in Germania e in altri paesi creditori. Gli architetti dell’euro erano convinti, tuttavia, che nel momento della necessità tutti gli stati membri avrebbero espresso la volontà di varare le misure necessarie verso un’unione politica. Dopo tutto, così è nata l’Unione europea. Sfortunatamente, l’euro aveva però molte altre pecche, di cui né gli architetti né gli stati membri erano pienamente a conoscenza. Queste sono emerse nel corso della crisi finanziaria del 2007-8, che ha avviato il processo di sfaldamento.

Nella settimana successiva alla bancarotta di Lehman Brothers, i mercati finanziari globali crollarono e furono mantenuti in vita artificialmente. Per far questo, il credito sovrano (sotto forma di garanzie della banca centrale e deficit di bilancio) è andato a rimpiazzare il credito delle istituzioni finanziarie che non era più accettato dai mercati. Proprio il ruolo centrale che è stato addossato al credito sovrano ha svelato un difetto dell’euro, fino ad allora rimasto nascosto e non ancora adeguatamente riconosciuto. Nel trasferire alla Banca centrale europea quello che era stato in passato il loro diritto a stampare moneta, gli stati membri hanno esposto il loro credito sovrano al rischio di fallimento o default. I paesi sviluppati che controllano la loro moneta non hanno alcun motivo di fallire, possono sempre stampare altri soldi. La loro valuta perderà di valore, ma il rischio di fallimento è praticamente inesistente. In contrasto, i paesi meno sviluppati che accettano prestiti in valuta straniera devono pagare premi che riflettono il rischio di default. Ad aggravare la situazione, i mercati finanziari possono realmente causare il fallimento di questi paesi attraverso manipolazioni speculative dei mercati – vendita a breve dei loro titoli per spingere ancora più in alto il costo dei prestiti, aggravando così i timori di un fallimento imminente.

Quando fu introdotto l’euro, i titoli di stato erano considerati privi di rischi. I regolatori consentivano alle banche di acquistare quantitativi illimitati di titoli di stato senza mettere da parte alcun capitale di garanzia, e la Banca centrale europea accettava tutti i titoli di stato con la discount window (possibilità per le banche di chiedere in prestito direttamente il denaro alla banca centrale a tassi di favore) a pari condizioni. Così facendo, era vantaggioso per le banche commerciali accumulare i titoli dei paesi membri più deboli, che pagavano tassi di interessi leggermente superiori, per poter guadagnare qualche punto base in più.

In seguito alla crisi di Lehman Brothers, Angela Merkel dichiarò che la garanzia che a nessun’altra importante istituzione finanziaria, interna al sistema, sarebbe stato consentito di fallire, doveva essere offerta da ciascun paese separatamente, e non dall’Unione europea in un’azione congiunta. È stata questa la prima picconata in un processo di disintegrazione che minaccia in questo momento di distruggere l’Unione europea.

I mercati finanziari hanno impiegato più di un anno per accorgersi delle implicazioni della dichiarazione della cancelliera Merkel, a dimostrazione che operano con conoscenze lungi dall’essere complete ed esaurienti. Solo nel dicembre del 2009, quando il governo greco appena eletto dichiarò che il precedente governo aveva truccato i conti e che il deficit dello stato superava il 15 percento del PIL, i mercati finanziari si sono resi conto che i titoli di stato, fino ad allora considerati privi di rischi, erano invece gravati da rischi notevoli ed erano esposti al default. Successivamente a questa scoperta, i premi di rischio (sotto forma di rendimenti maggiori che i governi erano costretti ad offrire per vendere i loro titoli, il cosiddetto spread) sono cresciuti in maniera drammatica. E questo a sua volta ha spinto le banche commerciali, i cui bilanci erano carichi di quei titoli, sull’orlo dell’insolvenza. La situazione ha innescato la crisi del debito sovrano e la crisi bancaria, che sono collegate tra di loro e si alimentano a vicenda. Sono questi i due fattori principali della crisi che l’Europa si trova oggi ad affrontare.

segue

da  Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera.

Libia: Attacco della milizia islamica Ansar Al-Sharia al consolato Usa, morto ambasciatore – Mondo – ANSA.it


Ecco le “rivoluzioni arabe”  tanto esaltate dalle culture politiche della sinistra.

Dalle dittature militari alle dittature religiose islamofasciste

Paolo Ferrario

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 L’ambasciatore americano in Libia, che si trovava in visita a Bengasi, sarebbe morti, così come un funzionario e due Marines “per asfissia”, dopo l’attacco alla sede di rappresentanza Usa che è stata data alle fiamme dai dimostranti. Lo afferma una fonte all’ANSA. Tra i dimostranti, ha scritto la stampa locale, “vi erano membri della milizia islamica Ansar Al-Sharia.

 Torna ad infiammarsi Bengasi con un attacco al consolato americano da parte di milizie armate in cui e’ rimasto ucciso un ambasciatore, un funzionario e due marines. L’attacco, avvertito con un ”forte boato” da testimoni distanti poche centinaia di metri, e’ cominciato intorno alle 21.40 di martedi’ sera, hanno riferito testimoni all’ANSA. Ed e’ stato subito collegato, da fonti di sicurezza locali, all’episodio di poche ore prima al Cairo dove manifestanti avevano tentato di scalare la recinzione dell’ambasciata americana in segno di protesta contro un film sulla vita del profeta Maometto, prodotto da alcuni copti egiziani residenti degli Stati Uniti e ritenuto offensivo per l’Islam.

Attacco a consolato Usa, morto ambasciatore – Mondo – ANSA.it

La violenza per protestare contro il film “L’innocenza dei musulmani”. Servizio di Mark Innaro altro
l’ambasciatore è stato ridotto a morte (per un film) così:

Germania: aggressione antisemita da ragazzi di origine “araba” e, quindi, musulmani, da cadavrexquis: Di che cosa si lamentano i tedeschi


….

un fatto – reale – accaduto qualche giorno fa a Schoeneberg, che ha riempito i giornali per un po’ e ha suscitato disagio e stupore. Un rabbino e la sua figlioletta sono stati aggrediti e picchiati da alcuni giovinastri. Lui portava un cappello da baseball per nascondere la kippah, ma loro gli hanno chiesto se era ebreo e quando lui ha risposto affermativamente l’hanno picchiato. E’ finito in ospedale. Non c’è dubbio che si tratta di un’aggressione antisemita: più chiaro di così, visto che si sono persino informati prima. I ragazzi erano di origine “araba” e, quindi, musulmani. Dagli articoli, pare che la Germania scopra solo adesso l’antisemitismo islamico (come se ai tempi andati del nazismo non l’avessero cavalcato abbondantemente con l’apposita propaganda nei paesi arabi). E’ un sentimento che si sta diffondendo sempre di più in questa fascia di popolazione, tanto che tempo fa la polizia aveva incautamente suggerito agli ebrei di non “esibire” i segni della loro appartenenza religiosa: una dichiarazione infausta, soprattutto in una città dove ci sono quartieri a forte presenza musulmana i cui abitanti di non certo non si preoccupano di nasconderlo. 

cadavrexquis: Di che cosa si lamentano i tedeschi.

BERLINO: i berlinesi si lamentano …. della crisi …cadavrexquis, Di che cosa si lamentano i tedeschi


Poi, incredibile a dirsi, si lamentano della crisi. Ma come? Non era questo il paese più ricco e potente d’Europa, quello che detta le condizioni a tutti gli altri? E invece no. Ho letto un reportage sui numerosi pensionati berlinesi che, non facendocela con la loro pensione, continuano a lavorare per “arrontondare”. L’interrogativo era: devono o vogliono farlo? Opinioni divergenti. Il giorno dopo è arrivato invece un altro reportage su quanto prenderanno di pensione in futuro i lavoratori di oggi con il nuovo sistema di calcolo e ne è risultata un’erosione sostanziale dell’assegno. L’articolo prospettava una catastrofe e la miseria nera per molti di loro. A questi pezzi se ne aggiunge un altro sul progressivo invecchiamento e sulla necessità di adeguare gli appartamenti in affitto alle esigenze di una popolazione sempre più anziana e sempre meno autonoma (e, in un box, intervista all’esperto che chiosa sulla paura dei tedeschi di invecchiare, a cui si somma il timore di finire in un ospizio, destino per evitare il quale molti stringono i denti e fanno finta di niente). 

da cadavrexquis: Di che cosa si lamentano i tedeschi.

Giorgio Napolitano: Le nuove mappe della politica in Italia e in Europa | alla FONDAZIONE GIANNI PELLICANI


Ringrazio Nicola Pellicani, il sindaco Orsoni e Massimo Cacciari e voi tutti. Ringrazio Mestre per questa così calorosa accoglienza: e’ vero che a Mestre parlo per la prima volta nella mia funzione attuale, ma non saprei dire quante, certo moltissime volte, sono stato a Mestre nello svolgimento della mia attività politica, e quelle erano tutte occasioni di incontro con Gianni Pellicani.

Nicola vorrei, complimentandomi per il suo impegno, dire che è bello vedere come il ricordo anche a me molto caro di Gianni Pellicani e della sua indomita passione politica stia, grazie alla Fondazione, diventando occasione sistematica di dibattito approfondito con indubbio successo, anche oggi, di interesse e disponibilità specie tra i più giovani.

Al sindaco Orsoni vorrei rinnovare il mio apprezzamento per la sapiente dedizione che pone nel difficile compito del governare una realtà eccezionale e complessa come Venezia: a queste difficoltà ha fatto cenno in termini di attualità e in termini non soltanto veneziani ma nazionali.

Massimo ha posto molte incalzanti domande degne di un futuro seminario. Credo che lo abbia fatto anche per trovare il modo di riconoscermi generosamente una certa visione anticipatrice. Spero che nel mio discorso potrete cogliere una risposta, implicita e di insieme a quelle domande, imperniata su ciò che è più cambiato rispetto a 18 o a 20 anni fa e cioè il contesto globale. Non vi meravigli perciò che nell’interpretare e svolgere il tema che mi è stato proposto, parta dall’Europa. Naturalmente verrò poi al quadro italiano. Ma è nel complesso dell’Europa quale oggi ci si presenta, che la politica è in affanno, che la politica – direi – naviga a vista : perché le vecchie mappe risultano, sempre di più, inservibili, e le nuove restano ancora lontane dal giungere a un disegno compiuto.

Il punto cruciale è che in un continente interconnesso come non mai – dall’economia al diritto – la politica è rimasta nazionale. Ed è questo un fattore fondamentale di crisi della costruzione europea, e nello stesso tempo di crisi della politica. Le nuove mappe della politica non possono non abbracciare l’Europa nel suo insieme : e s’intende, l’Europa nel suo rapporto con il mondo di questo inizio del ventunesimo secolo.

La crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008 negli Stati Uniti e di lì propagatasi in tutte le direzioni, ha oggi, come sappiamo, e già da qualche tempo il suo epicentro nell’Europa della moneta unica. E’ qualcosa che domina la politica e la vita quotidiana ; e quando vediamo crescere il numero dei giovani senza lavoro e senza prospettive, quando vediamo crescere il tasso di disoccupazione giovanile – e in Italia nettamente oltre la già elevata media europea – possiamo cogliere in questo fenomeno lo specchio inquietante di tutti i dilemmi che ci assillano, di tutti i rischi che insidiano le nostre società e che incombono sul progetto europeo.
Nel guardare a quel che è accaduto e quindi al da farsi, ritengo si debba partire da una considerazione fondamentale. Le vicende convulse che per effetto della crisi si stanno da un biennio succedendo nell’Eurozona spingono con inaudita forza oggettiva in una direzione ineludibile : quella di un’integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli Stati unitisi prima nella Comunità e poi nell’Unione. Sono infatti insorti e divenuti evidenti limiti e contraddizioni superabili solo attraverso un pieno e coerente compimento politico del progetto europeo nato sessanta anni orsono.

Questa direzione di marcia, questo balzo in avanti incontra ostacoli e resistenze molto forti : ma sta crescendo la coscienza di come sarebbe catastrofica per l’Europa la scelta opposta, un tornare indietro, un regredire dal cammino compiuto nel corso di un sessantennio. E in effetti, l’Unione politica – il concetto e la prospettiva dell’Unione politica – non è più tabù. Vi si fa riferimento in modo spesso troppo vago, se ne danno accezioni diverse, resta da specificare e discutere il percorso da seguire, nelle sue modalità e nelle sue tappe. Ma il tema è sul tavolo, se non concretamente all’ordine del giorno. Non mi addentrerò oggi qui in questa problematica, e nemmeno tenterò di ricapitolare le decisioni prese negli ultimi due anni dalle istituzioni europee per far fronte alla crisi finanziaria e ai rischi fattisi via via più acuti per l’Eurozona, sotto il peso del pericolante debito sovrano di alcuni Stati membri esposti alla pressione dei mercati finanziari.

Quel che voglio dire, in estrema sintesi, è che sono esplosi i problemi lasciati nello sfondo e non affrontati dopo la nascita dell’Euro, come era necessario in coerenza con quella storica decisione e allo scopo di garantirne le fondamenta e gli sviluppi. Il trasferimento alle istituzioni comunitarie delle sovranità nazionali in quel settore cruciale, e alla neo-istituita Banca Centrale Europea della gestione effettiva della politica monetaria, avrebbe dovuto essere rapidamente coronato da passi decisi sulla via della definizione e della rigorosa osservanza di regole e discipline condivise in materia di politiche di bilancio ; e sulla via di un efficace governo dell’economia, per garantire avvicinamento e convergenza – anziché squilibri crescenti – tra i processi di sviluppo dei paesi della zona Euro.

Ma ciò comportava il superamento di riluttanze e rigidità manifestatesi ad esempio nel confronto svoltosi, tra il 2002 e il 2003, in seno alla Convenzione incaricata di elaborare un progetto di Trattato costituzionale. Riluttanze e rigidità sul tema delle competenze da riservare ancora agli Stati nazionali, escludendone allora ogni ulteriore spostamento al livello europeo. Quelle chiusure, ribadite nel Trattato di Lisbona sottoscritto il 13 dicembre 2007, hanno fatto sì che l’Unione europea si trovasse poco dopo impreparata a fare i conti con l’impatto della crisi finanziaria globale e con le ricadute di quest’ultima sulla crescita e sulla coesione dell’Europa a 17 – l’Eurozona – e a 27 – la totalità degli Stati membri – pagando il prezzo di insufficienze e ritardi assai gravi.

Vi si è reagito nel corso degli ultimi due anni con decisioni che – pur tra esitazioni e limiti, e quindi in modo non risolutivo e non persuasivo – hanno teso a stabilire al livello europeo, con un brusco cambiamento di rotta, impegni e vincoli su materie rimaste, ancora col Trattato di Lisbona, riservate alle competenze e alle scelte degli Stati nazionali. Lo si è fatto per via intergovernativa, attraverso accordi tra i governi, in sostanza tra i capi di Stato e di governo membri del Consiglio Europeo ovvero tra i loro rappresentanti in organismi come l’Ecofin e l’Eurogruppo. E ai governi è toccato acquisire il consenso dei rispettivi Parlamenti a quegli accordi – fortemente voluti e condizionati nei loro contenuti da alcuni leader, soprattutto i due più assertivi, che precostituivano e sostenevano da posizioni di maggior forza le soluzioni da adottare.

Si è trattato di cambiamenti spesso rilevanti, nel senso – non c’è dubbio – di una crescente integrazione di fatto (fino alla stipula di un vero e proprio accordo internazionale, il cosiddetto “fiscal compact”) ma entro un orizzonte ancora ristretto, e soprattutto al di fuori di un processo di rafforzamento democratico e di esplicita e conseguente evoluzione istituzionale dell’Unione. Non si è andati finora al di là di un disegno di Unione di bilancio e di Unione bancaria ; e decidendo come si è deciso, si è dato in molti casi alle opinioni pubbliche il senso di costrizioni da subire con sacrificio di procedure democratiche, e in assenza di ogni possibilità di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini, di consapevole riscontro nell’opinione pubblica più larga.

Il profondo disorientamento che ne è scaturito, il diffondersi – anche attraverso movimenti politico-elettorali di stampo populista – di posizioni di rigetto dell’Euro e dell’integrazione europea, il radicarsi – tra gli investitori e gli operatori di mercato su scala globale – della sfiducia nella sostenibilità della moneta unica e della stessa Unione, possono superarsi perseguendo decisamente, e non solo a parole, la prospettiva di una Unione politica europea di natura federale. Prospettiva nella quale sciogliere le ambiguità dello scontro sul tema della sovranità, e dare risposte nuove al problema della democrazia nella vita e nel futuro dell’Unione. E questa prospettiva deve nascere da un ampio moto di partecipazione e da un processo di trasformazione della politica.

Si sollevano ora polemicamente, da qualche parte, riserve e contrarietà su ulteriori cessioni di sovranità nazionale a favore dell’Unione, come se il processo di integrazione non fosse stato basato fin dalla sua nascita sul principio – vedi art. 11 della Costituzione italiana – di una libera autolimitazione della propria sovranità da parte degli Stati nazionali. Ne diede una scultorea motivazione – dopo due decenni, già, di concreta sperimentazione – il grande artefice Jean Monnet nel 1976 a conclusione delle sue Memorie : “Le nazioni sovrane del passato non sono più il quadro in cui possono risolversi i problemi del presente.” E ancora : “Oggi i nostri popoli debbono imparare a vivere insieme sotto regole e istituzioni liberamente consentite se essi vogliono attingere le dimensioni necessarie al loro progresso e conservare la padronanza del loro destino.”

E quel che era già vero nel 1976, allorché Monnet ammoniva : “Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento”, è diventato più che mai drammaticamente attuale e innegabile.
Nel suo grande discorso del dicembre 2011 a Berlino, Helmut Schmidt parla dell’Europa come del “nostro piccolo continente” : e non certo perché gli sia mancato, da leader politico e uomo di governo tra i maggiori nella Comunità fondata nel 1950, il senso dell’orgoglio europeo, la consapevolezza del ruolo storico dell’Europa. Senza smarrire quell’orgoglio e quella consapevolezza, Schmidt ci richiama alla dura realtà di un continente europeo che si avvia a contare solo per il 7 per cento della popolazione mondiale, rispetto a oltre il 20 per cento nel 1950 ; che si avvia a contare solo per il 10 per cento della produzione globale rispetto al 30 per cento nel 1950. E di qui la conclusione : come singoli Stati europei, saremo misurati non più in percentuali ma in millesimi. Se ci teniamo a dimostrare che gli Europei sono importanti per il mondo, dobbiamo operare in stretta unione.

Naturalmente, la scommessa da cui si partì più di 60 anni fa era quella di giungere, in Europa, a esprimere una visione del più vasto interesse comune, “da gestire attraverso istituzioni democratiche, alle quali sia delegata la sovranità necessaria”.

La necessità di delegare funzioni sempre più significative, già proprie della sovranità nazionale, alle istituzioni dell’Unione succedute a quelle della Comunità, si è fatta cogente e ineludibile ; il vero problema è quello della democraticità del processo di formazione delle decisioni dell’Unione. Questo problema si è fatto senza dubbio più critico nel periodo recente, e da ciò sono nate reazioni polemiche e forme di malessere crescente tra i cittadini. L’asse del potere di decisione si è spostato, dalle istituzioni comunitarie sovranazionali – Commissione e Parlamento – verso i capi di governo, verso il Consiglio europeo e il suo nucleo più forte. Ne ha sofferto anche il ruolo dei Parlamenti nazionali. Ma quale può essere la risposta, la via d’uscita?
Il passaggio, per la democrazia, dalla dimensione nazionale a una dimensione sovranazionale, costituisce una prova ardua, come già lo fu il passaggio dalle piccole città-Stato agli Stati nazionali. Lo ha tempo addietro sottolineato un eminente studioso americano, Robert Dahl, mettendo in evidenza le complesse implicazioni dell’estendersi dell’area – territorio e popolazione – cui si rivolgano istituzioni e decisioni di governo.
Sul piano istituzionale, l’Unione europea dovrebbe tendere a una forma federale multi-livello, a una sorta – secondo l’espressione di Dahl – di “poliarchia transnazionale”. Essa non negherebbe, ma continuerebbe a considerare una ricchezza le diversità – culturali, ambientali, umane – che l’Europa ha sprigionato nel corso della sua storia. Sul piano istituzionale e politico, l’Unione federale si nutrirebbe di solidarietà, di sussidiarietà – in una corretta, non subdola accezione del termine – di confronto e cooperazione tra istituzioni sovranazionali, nazionali, regionali e locali, fatto salvo il potere decisionale supremo riservato alle istanze europee nella definizione e nell’attuazione dell’interesse comune.

In questo quadro, una particolare importanza assumerebbe, per il suo potenziale democratico, la componente parlamentare, comprendente insieme il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, che senza sovrapporsi nell’esercizio delle loro distinte funzioni, condividerebbero l’esercizio del potere costituente nell’Unione, concorrerebbero a garantire il rapporto tra elettori ed eletti nel vasto territorio europeo, e collaborerebbero in molteplici campi e modi concreti.

E tuttavia non finisce qui, e cioè sul terreno della possibile e necessaria ulteriore evoluzione istituzionale, il discorso di un’Europa democratica. Quella che manca è una dialettica politica finalmente europea, con le sue sedi, le sue forme di espressione, le sue forze protagoniste.

Siamo in un momento critico come non mai.
C’è stato più consenso politico per la costruzione europea, fin quando questa si identificava – nell’esperienza reale di grandi masse di cittadini dei paesi membri della Comunità fin dall’inizio o entrati via via a farne parte – con una costante e sostenuta crescita economica, con un tangibile avanzamento delle condizioni di vita e dei diritti sociali e civili, con un’apertura crescente di orizzonti e di opportunità oltre le vecchie barriere nazionali. Poi, tutto è diventato più difficile, non solo per difficoltà e fasi di crisi delle economie europee nel mutare degli equilibri mondiali, ma anche per maggiore complessità e minore comprensibilità del modo di operare e delle decisioni dell’Unione.

Gravi deficit sul piano della comunicazione ; assenza di una “sfera pubblica europea”, che consentisse circolazione e confronto delle opinioni ; mancata proiezione e trasformazione in senso europeo dei tradizionali attori politici e sociali, rappresentativi di fondamentali interessi ed esigenze. La politica è rimasta frammentata, chiusa in sempre più asfittici ambiti nazionali, è stata sempre meno capace di guidare le decisioni europee e anche solo di raccontarle.

Si è lasciato deperire – a partire dalla fine degli anni ’80 – un patrimonio di consapevolezza diffusa delle ragioni costitutive dell’intesa da cui aveva preso avvio la costruzione di un’Europa unita ; si è lasciato svalutare un insieme di conquiste storiche, innanzitutto quella della pace nel centro dell’Europa, da cui erano partite due devastanti guerre mondiali ; si è così finito per considerare come naturalmente acquisito, da parte delle generazioni più giovani, quel che naturale non era affatto. Come se cioè non fosse stato frutto prezioso del processo di integrazione l’abbattimento di frontiere e divisioni, che avevano nel passato impedito mobilità, reciproca conoscenza, compenetrazione e arricchimento sul piano culturale, crescita di un comune sentire europeo.
A quest’offuscarsi della consapevolezza e della convinzione europeistica in vasti strati della popolazione in diversi paesi dell’Unione, si sarebbe dovuto reagire con il massimo impegno, a mano a mano che si manifestava e si faceva sentire una così grave crisi finanziaria ed economica in termini globali e in termini europei. Una crisi che ha finito per essere da più parti rappresentata come se l’integrazione europea, culminata nell’Euro, ne fosse più la causa che la sola possibile via d’uscita attraverso le necessarie correzioni e innovazioni. Nello stesso tempo dilagavano le dispute su quale paese avesse di più beneficiato della moneta unica, o portasse di più la responsabilità della crisi dell’Europa, e quale – ad esempio la Germania – avesse invece sopportato più pesi e rischi che non tratto vantaggi alla pari di altri partner.

Ma da chi avrebbero dovuto venire, da diversi anni a questa parte e specie più di recente, le reazioni a simili disorientamenti e mistificazioni? Da chi avrebbe dovuto venire un energico e convincente rilancio del progetto europeo, in termini non retorici ma anche autocritici e soprattutto innovativi?
Da chi, se non dalle leadership politiche, rappresentanti le forze maggiori operanti nei paesi dell’Unione, dai partiti e dai loro gruppi dirigenti? Non sottovaluto, naturalmente, il contributo che a una simile impresa avrebbero potuto (e potrebbero dare) molti altri soggetti, sociali e culturali, ma l’impulso decisivo spettava alle leadership politiche : l’impulso, la guida. Avere funzioni di leadership non significa d’altronde, letteralmente, guidare?
Ora, in questi anni, quanto si è guidato – da chi ne portava la responsabilità – e quanto invece si è seguito? Seguito l’onda degli umori, delle paure, degli interessi particolari, delle tentazioni populiste e nazionalistiche?
Ebbene, così è accaduto perché si è continuato a far politica in chiave nazionale, secondo visuali sempre più ristrette, ed elettoralistiche di parte, rinunciando a una funzione promotrice di riflessione e di dibattito, anche – si sarebbe detto una volta – pedagogica. E ciò è stato fattore tra i più gravi di ripiegamento, immeschinimento, perdita di autorità della politica e dei suoi attori principali, i partiti. Questi hanno certamente, e non solo in Italia, pagato il prezzo, da un lato, di un pesante impoverimento ideale, e dall’altro di arroccamenti burocratici, di un infiacchimento della loro vita democratica, di un chiudersi in logiche di mera gestione del potere e di uno scivolare verso forme di degenerazione morale.

Si possono e debbono, oggi, apprestare rimedi a questi mali, a queste patologie, e perciò si lavora e si dovrà lavorare – con successo, mi auguro – qui da noi, alla regolamentazione in senso democratico dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, alla revisione del sistema di finanziamento dell’attività politica, al rafforzamento delle normative anti-corruzione. Di ciò abbiamo senza dubbio bisogno. Perché non può esserci democrazia funzionante, non possono esservi istituzioni rappresentative validamente operanti senza il canale dei partiti politici. Nessuna nuova o più vitale democrazia potrà nascere dalla demonizzazione dei partiti, nel deserto dei partiti. Quel che è indispensabile, non solo in Italia ma in Europa, è che si rinnovino.

A tale rinnovamento possono certamente contribuire nuove forme di comunicazione e di partecipazione politica, se vi si fa ricorso in modo responsabile e trasparente. Né si può restringere l’attenzione ai partiti già in campo, quali si sono definiti storicamente o più di recente ridefiniti, ignorando nuovi movimenti capaci di raccogliere anche sul terreno elettorale delusioni e aspirazioni specie delle più giovani generazioni. Quel che conta, però, da parte di tutti, è la capacità di guardare lontano, di formulare proposte e indicare soluzioni sostenibili per il futuro delle comunità nazionali nel contesto dell’integrazione europea, di non smarrire il senso di una comune solidarietà di fronte alle sfide economiche e sociali che ci attendono.

E a tal fine, senza trascurare la necessità dei rimedi specifici che ho citato a proposito del nostro paese, la questione cruciale, decisiva è che in Europa la politica, i suoi attori e le sue guide, i partiti e le leadership, riacquistino quel più alto senso della missione che ne ha fatto in precedenti periodi storici la forza e la grandezza.
Un senso della missione comune che può solo essere la missione di unire l’Europa, di farla vivere e pesare nel mondo nuovo di oggi e di domani. E’ una missione che va rimotivata, partendo da quella constatazione di Schmidt sul rimpicciolimento del nostro continente, che conferisce nuovo e ancor maggiore significato al processo di integrazione tra gli Stati e i popoli d’Europa: “un fatto di cui i nostri paesi sono prevalentemente non coscienti – ha sottolineato Schmidt – perché i governi hanno mancato di renderlo ben chiaro a tutti”.I governi, le élite dirigenti e in generale – ribadisco e sottolineo – i partiti politici.

Per rovesciare questo processo di allontanamento da una adeguata, lucida comprensione delle sfide con cui l’Europa è chiamata a confrontarsi nell’unico modo possibile, cioè avanzando sulla via dell’integrazione economica e politica, i partiti debbono impegnarsi – non da soli, certo, ma in prima linea – in una vera e propria controffensiva europeista. E possono farlo solo europeizzandosi. Abbiamo bisogno di partiti realmente europei, ovvero sintonizzati e organizzati su scala europea. Possiamo considerarne un importante embrione i gruppi – popolare, socialista, liberale, verde, e altri – che operano nel Parlamento europeo. Ma quell’embrione, quella componente della nuova specie “partiti europei” – europei non solo di nome – richiede altri, molteplici sviluppi. Rischiano, al contrario, la marginalizzazione e l’irrilevanza gruppi e movimenti politici che in qualsiasi paese dell’Unione si rinchiudano in una logica esclusivamente protestataria, preoccupati soltanto di “chiamarsi fuori” dall’assunzione di comuni responsabilità europee (e vediamo bene questo fenomeno oggi in Italia).

Quella della “europeizzazione” dei partiti e della politica non è questione secondaria nel discorso sul superamento di quanto è rimasto incompiuto nella costruzione europea e sulle prospettive di una sua ulteriore, conseguente evoluzione. Tommaso Padoa Schioppa, proseguendo nella sua riflessione ampia e ricca di europeista convinto e sapiente, scriveva nel 2001 che “l’incompiutezza rende precario il già costruito” e si chiedeva “dov’è allora il punto di non ritorno?” La risposta la traeva da una conversazione con il grande federalista Mario Albertini : “Il «punto di non ritorno» non potrà essere che propriamente politico. E’ il momento in cui la lotta politica diviene europea, in cui l’oggetto per il quale lottano uomini e partiti sarà il potere europeo”.
Ed è precisamente in questo senso che vanno alcune proposte, realizzabili senza dover neppure modificare i Trattati vigenti, ma valorizzando tutte le potenzialità in essi contenute. Come l’adozione, già in vista delle elezioni del Parlamento europeo nel 2014, di una “procedura elettorale uniforme” che consenta lo scambio di candidature e la presentazione di capilista unici tra paese e paese da parte dei grandi partiti europei. O come l’identificazione tra la figura del presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, affidandone in prospettiva la scelta – tra diversi candidati designati al livello europeo dai maggiori schieramenti – agli stessi elettori che votano direttamente (ormai dal 1979) per il Parlamento di Strasburgo.

Una tale “europeizzazione” dei partiti e della competizione politica, non significa ovviamente che i partiti debbano perdere, o non debbano anzi rinnovare e rafforzare, il loro oggi piuttosto debole radicamento nazionale. Non sta per scomparire tutto quel che ha contrassegnato e accompagnato la nascita e lo sviluppo degli Stati nazionali. Restano e resteranno, com’è evidente, in ciascun paese membro dell’Unione – pur evolvendosi questa in chiave federale – retaggi storici, peculiarità culturali, modi di essere dello Stato e strutture economiche, problematiche sociali e giuridico-istituzionali, con cui i partiti, nell’europeizzarsi, debbono restare in concreto rapporto per portare avanti in ciascun paese la loro piattaforma e la loro azione. Non ci si dica dunque, banalmente, che è astratto il discorso sul necessario progredire della politica verso una dimensione europea, e concreto è solo il continuare a fare, magari meglio, politiche immerse nei tracciati vecchi delle società e degli Stati nazionali.

In effetti, l’interdipendenza globale è giunta a un punto tale da condizionare la stessa analisi delle situazioni e delle tendenze dell’economia in qualsiasi paese. E per noi in Italia e in Europa non ci sono politiche pubbliche che possano prescindere – oggi, nell’era della globalizzazione – dall’ancoraggio europeo, dal quadro delle potenzialità e delle scelte dell’Unione. Pensiamo al problema che più di ogni altro possiamo considerare storicamente caratteristico del nostro paese : il problema dello squilibrio tra Nord e Sud, il problema del Mezzogiorno, così rilevante e impegnativo per noi italiani . Ebbene, possiamo, possono le forze politiche e di governo italiane, immaginare una politica per il Mezzogiorno che non sia calata nel contesto della politica europea, nel quadro degli indirizzi dell’Unione? E la questione che è drammaticamente al centro della nostra attenzione – quella della disoccupazione giovanile in Italia – sollecita, sì, l’elaborazione di proposte e l’assunzione di decisioni al livello nazionale, ma forse – chi può sostenerlo? – fuori dal sentiero europeo, di un convergente impegno europeo per la crescita e l’occupazione ?

E non voglio moltiplicare gli esempi, come pure sarebbe facile. Non è tuttavia inutile richiamare l’attenzione su tutt’altro terreno di impegno delle forze politiche in qualsiasi paese. Parlo della politica estera e di sicurezza, che ha costituito un elemento caratterizzante della storia dei singoli Stati nazionali, almeno fino alla prima metà del Novecento. Ancora oggi ciascuno Stato tende in varia misura a caratterizzarsi su quel terreno.

Ma dandosi – e nel modo più solenne, per Trattato – l’obbiettivo di una politica estera e di sicurezza comune europea, l’Unione ha varcato una soglia decisiva per garantire voce e ruolo all’Europa nell’arena delle relazioni internazionali, facendone un soggetto politico unitario (anni fa si tendeva a dire un “global player”), di fronte ad altri grandi, vecchi e nuovi protagonisti del giuoco mondiale. E per lento e arduo che si stia dimostrando il conseguimento di quell’obbiettivo, è ad esso che deve ispirarsi la politica estera di ciascuno Stato membro : la massima ambizione di un paese come il nostro non può, a questo proposito, che essere quella di dare – sulla base delle tradizioni, esperienze e sensibilità proprie dell’Italia e del suo operare nel mondo – un impulso e un contributo incisivo e di qualità al crescere di una politica estera e di sicurezza comune europea, come tratto distintivo e parte integrante di una autentica Unione Politica.

In fondo, è questo lo spirito con cui in ogni campo qualsiasi paese europeo, specie se già integrato nell’Unione, dovrebbe muoversi, se ha chiara la posta in giuoco : far vivere, come europei, dentro una globalizzazione sregolata che potrebbe sommergerci, la nostra identità, il nostro esempio e modello di integrazione e unità, di progresso economico, sociale e civile, in definitiva l’insopprimibile peculiarità del nostro apporto allo sviluppo storico e all’avvenire della civiltà mondiale.

Sapremo riuscirci? Dipende da un grande sforzo collettivo, che stenta a coagularsi soprattutto in termini di volontà politica comune. Ecco perché c’è urgente bisogno di quella che ho chiamato una “controffensiva europeista”. E come si può concepirla e condurla al successo senza un’ampia partecipazione di forze giovani, oggi distanti dalla politica in Italia e non solo in Italia ? Cercate, giovani, ogni varco per far sentire e valere le vostre ragioni, le vostre esigenze e per esprimere – ciascuno secondo le sue libere scelte – idee ricostruttive e rinnovatrici sulla politica. E sappiano le forze politiche che banco di prova per tutte è la capacità che dimostreranno di aprire spazi di partecipazione per le giovani generazioni soprattutto al discorso sull’Europa. Permettetemi di ricordare quel che dissi dieci anni fa, concludendo una lunga riflessione dall’interno della mia esperienza di allora nel Parlamento europeo : “E’ attraverso il discorso sull’Europa che la politica può riguadagnare forza di attrazione, partecipazione e ruolo effettivo nelle nostre società. L’impegno politico che tanti uomini e donne della mia generazione posero al centro della loro vita può essere trasmesso e rinascere solo nella dimensione europea.”

Cari amici, vi ringrazio per l’attenzione che avete prestato e vorrete prestare a questo mio messaggio.

da Giorgio Napolitano: Le nuove mappe della politica in Italia e in Europa | FONDAZIONE GIANNI PELLICANI.

per BARACK OBAMA: Joe Biden alla Convention dei democratici negli USA, #Charlotte, 7 settembre 2012, ore 4


Svegliarsi in piena notte e non riuscire più ad addormentarsi sentendo il discorso di Joe Biden

alla Convention dei democratici a Charlotte, negli Usa

#Charlotte, Biden: “L’America e’ sulla sua strada, il meglio e’ davanti a noi, rieleggiamo Barack Obama”

Maurizio Molinari ‏@Maumol

#Charlotte, Biden: “Obama comprese che eliminare Bin Laden avrebbe aiutato a sanare una insopportabile ferita”

Maurizio Molinari ‏@Maumol

#Charlotte, Biden: “Obama comprese che salvando l’auto sarebbe iniziato il riscatto”

#Charlotte, Biden parla a voce bassa dell’importanza della “dignita’” e poi cita Obama “che pensa sempre alla classe media”

Biden: un lavoro è più di uno stipendio. Riguarda la dignità e il rispetto http://bit.ly/Uwx7I5 #DNC2012 #Charlotte #Obama2012

Stournaras / Ministro delle Finanze greco: “Abbiamo il sistema di welfare più costoso dell’Eurozona”


“Abbiamo il sistema di welfare più costoso dell’Eurozona”, ha aggiunto, osservando: “non possiamo più mantenerlo con soldi presi in prestito”

da La Grecia deve restare sotto l’ombrello dell’euro | In dies info.

Massimo Cacciari: “la Germania sembra non capire che l’Europa la si deve fare come Europa federale, come europa di confederati, come Europa di alleati dove ci sarà lei, sì, ma come primus inter pares. La Germania sembra ancora non avere riflettuto sufficientemente sulla storia degli ultimi secoli”, da Rainews24.it, 5 agosto 2012


“Premesso che noi siamo nelle condizioni in cui siamo non per responsabilità della Germania -  continua Cacciari –  non c’è dubbio che vi sono analogie impressionanti con con un certo passato storico: la Germania  sembra non capire che l’Europa la si deve fare come Europa federale, come europa di confederati, come Europa di alleati dove ci sarà lei, sì, ma come primus inter pares. La Germania  sembra ancora non avere riflettuto sufficientemente sulla storia degli ultimi secoli”.

“Se la Germania non  collabora in pieno alla unità politica europea, che ancora manca, segherà il ramo su cui è seduta”, continua il filosofo.

da Rainews24.it.

Olimpiadi e cultura del corpo nella Cina comunista


da http://www.nocensura.com/2012/08/olimpiadi-tante-medaglie-doro-ai-cinesi.html

Suo padre le ha nascosto due drammi familiari: il cancro della madre e la morte dei nonni avvenuta negli ultimi mesi, il tutto per permetterle di allenarsi “serenamente”. «La nostra strategia olimpica fa perdere agli atleti ogni traccia di umanità», scrive un concittadino della strepitosa tuffatrice cinese Wu Minxia, vincitrice di una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Dove finisce la rigida disciplina dello sportivo e dove comincia la disumanità?

Olimpiadi, la crudele medaglia della tuffatrice cinese – Repubblica.it

http://www.repubblica.it

Effetto Draghi, mercati e governi mostrano ottimismo http://it.euronews.com/


http://it.euronews.com/ Mario Draghi, il presidente della Bce ottiene il risultato cercato, almeno per ora. L’approvazione dei mercati e la fiducia dei governi. Anzi,secondo il quotidiano francese Le Monde anche le stesse cancellerie europee sarebbero pronte a fare il possibile per far scendere i tassi italiani e spagnoli.

“Mi fido di Draghi. Credo che farà tutto il necessario per calmare i mercati e far scendere i tassi di interesse in Spagna e in Italia”.

Sul mercato obbligazionario italiano i rendimenti a 6 mesi sono scesi a circa il 2,5%. Si tratta del rendimento più basso dal maggio scorso. Ad indicare un ritorno di fiducia verso il debitore Italia.

“C’è stato effettivamente un effetto positivo a seguito delle dichiarazioni della Banca Centrale Europea di ieri e su cui i mercati già sul secondario hanno reagito in maniera molto molto buona e anche a livello di aste sul primario i tassi di interesse sono leggermente scesi rispetto alla precedente asta”, ha detto Emanuele Bona… altro

Il sistema dei servizi sociali in Inghilterra, articolo di Claudia Di Giorgio, SEGNALATO DA SOS servizi sociali online


 

contributi che via via ci farà pervenire la D.ssa Claudia Di Giorgio sulla figura professionale

 

dell’assistente sociale d’Inghilterra

 

 

Per scaricare i contributi, cliccare sul titolo prescelto nella tabella sotto riportata

 

 

DA assistenti-sociali-inglesi.

Il Consiglio europeo del 28-29 giugno 2012


Il Consiglio europeo del 28-29 giugno è stato in ampia misura dedicato a questioni economico-finanziarie, tra cui:

a)     il rafforzamento dell’Unione economica e monetaria e la stabilizzazione dell’area euro;

b)     l’approvazione di un “Patto per la crescita e l’occupazione”;

c)     l’avallo politico alle raccomandazioni formulate dalla Commissione europeain esito all’esame dei programmi nazionali di riforma e dei programmi di stabilità di ciascuno Stato membro.

Sono state inoltre oggetto della riunione il negoziato sul quadro finanziario pluriennale 2014-2020, il brevetto unico europeo, la situazione della Siria e dell’Iran, l’adesione del Montenegro, ed alcuni dossier relativi al settore della giustizia e degli affari interni.

Rafforzamento dell’Unione economica e monetaria

Il Consiglio europeo ha esaminato la relazione predisposta dal Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, in stretta collaborazione con il presidente della Commissione, Barroso, il presidente dell’Eurogruppo, Juncker, e il presidente della Banca centrale europea, Draghi. La relazione prospetta varie opzioni per realizzare una vigilanza finanziaria unica, una unione fiscale basata su una sorveglianza rafforzata sui bilanci e, a medio termine, l’emissione di debito pubblico, un più forte coordinamento delle politiche economiche e un incremento della legittimità democratica dell’UEM.

Preso atto delle differenti posizioni espresse dagli Stati membri sulla relazione, il Consiglio europeo ha invitato il Presidente Van Rompuy, a presentare una relazione intermedia nel mese di ottobre ed una relazione finale entro la fine del 2012. La relazione dovrebbe, in particolare, indicare una tabella di marcia con scadenze temporali specifiche per realizzare un’autentica Unione economica e monetaria, tenendo conto della Dichiarazione approvata dal Vertice dell’eurozona.

Patto per la crescita e l’occupazione

Il Consiglio europeo ha approvato un Patto per la crescita e l’occupazione che prevede l’impegno per gli Stati membri a :

  • perseguire politiche di consolidamento fiscale orientate alla crescita e che assicurino la sostenibilità dei sistemi previdenziali;
  • ristrutturare il sistema bancario e ripristinare il flusso ordinario del credito all’economia reale;
  • promuovere la competitività, eliminando gli ostacoli ingiustificati all’accesso al settore dei servizi e sviluppando l’economia digitale;
  • combattere la disoccupazione, in particolare quella giovanile attuando contestualmente politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale;
  • modernizzare la pubblica amministrazione, in particolare attraverso l’e-government, la riforma del sistema giudiziario e la riduzione degli oneri burocratici.

All’azione degli Stati membri verrebbero affiancate le misure assunte a livello UE, quali:

  • il completamento del mercato unico, con l’attuazione delle ulteriori proposte della Commissione europea attese per l’autunno 2012;
  • un’attuazione piena e coerente della legislazione vigente, in particolare per quanto riguarda la direttiva sui servizi, e un forte slancio ai lavori sull’agenda digitale;
  • l’aumento di capitale pari a 10 miliardi di euro per la Banca europea per gli investimenti;
  • l’avvio immediato della fase pilota relativa ai prestiti obbligazionari per il finanziamento di progetti infrastrutturali (cd. project bonds), capaci di mobilitare, secondo le stime della Commissione,  fino a 4,5 miliardi di euro di investimenti;
  • rapidi progressi su importanti proposte legislative, quali la direttiva sull’efficienza energetica e il regolamento sul brevetto dell’UE;
  • completamento entro il 2014 del mercato interno dell’energia;
  • la riprogrammazione dei Fondi strutturali per una cifra complessiva di 20 miliardi di euro, da destinare al sostegno alle PMI, all’innovazione e all’occupazione giovanile;
  • la lotta contro l’evasione fiscale, anche attraverso un accordo rapido sulla revisione della direttiva in materia di tassazione dei redditi da capitale;
  • la conclusione degli accordi di libero scambio con i principali partner commerciali dell’UE (in particolare, USA; India e Giappone).

DA: Camera.it – Documenti – Temi dell’Attività parlamentare.