Cina, i boss giustiziati in diretta tv – Corriere.it


È uscito dal braccio della morte all’ora di pranzo, circondato da poliziotti con l’elmetto, la divisa nera e i guanti bianchi. Lo hanno portato davanti alla telecamera della tv di Stato cinese, gli hanno tolto le manette dai polsi, gli hanno piegato le braccia dietro la schiena e gli hanno passato una corda intorno al collo, costringendolo quasi a inginocchiarsi. Poi gli hanno messo le catene ai piedi e lo hanno portato via. Sorrideva, o forse era solo un ghigno per farsi coraggio quello del birmano Naw Kham, che pochi minuti dopo è stato giustiziato con un’iniezione letale. Stessa sorte per tre complici, un thailandese, un laotiano e un apolide.

COME UN BALZO NEL PASSATO - Per la Cina è stato un balzo nel passato, ai tempi delle esecuzioni pubbliche. Naw Kham, 44 anni, era birmano e per anni era stato il Padrino del Mekong, capo di una banda di un centinaio di trafficanti di droga e rapitori che lavoravano sul grande fiume. segue qui   Cina, i boss giustiziati in diretta tv – Corriere.it.

Olimpiadi e cultura del corpo nella Cina comunista


da http://www.nocensura.com/2012/08/olimpiadi-tante-medaglie-doro-ai-cinesi.html

Suo padre le ha nascosto due drammi familiari: il cancro della madre e la morte dei nonni avvenuta negli ultimi mesi, il tutto per permetterle di allenarsi “serenamente”. «La nostra strategia olimpica fa perdere agli atleti ogni traccia di umanità», scrive un concittadino della strepitosa tuffatrice cinese Wu Minxia, vincitrice di una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Dove finisce la rigida disciplina dello sportivo e dove comincia la disumanità?

Olimpiadi, la crudele medaglia della tuffatrice cinese – Repubblica.it

http://www.repubblica.it

Riforme sanitarie. Se la Cina guarda all’Italia


Una delegazione cinese formata da medici, infermieri, tecnici e manager sanitari è in questi giorni in Italia per studiare il nostro sistema sanitario nazionale. Sotto la lente di ingrandimento i meccanismi che regolano nel nostro Paese i  rapporti tra Stato, Regioni e strutture sanitarie private convenzionate. E’ infatti a un sistema misto pubblico-privato che sembra puntare ora il colosso cinese, alle prese con una faraonica riforma sanitaria che punta verso un deciso intervento finanziario del pubblico, ma con un altrettanto decisiva presenza del privato, per garantire entro il 2020 la copertura sanitaria di base a un miliardo e 300 milioni cittadini cinesi.

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leggi l’articolo completo: QS – Quotidiano Sanità: cronache – Riforme sanitarie. Se la Cina guarda all’Italia.

Amy Chua, “ai figli regalategli un lager”, saggio sui metodi educativi estremi seguiti da molti genitori cinesi


da: MASSIMO GAGGI PER IL CORRIERE DELLA SERA -

…. pubblicazione dell’«Inno di battaglia della madre tigre», un saggio sui metodi educativi estremi seguiti da molti genitori cinesi e adottati anche dall’autrice: Amy Chua, una professoressa cino-americana dell’università di Yale. L’America, ormai in preda alla paura del declino, è frustrata dalla perdita di posti di lavoro, dalla crescita delle potenze asiatiche e si interroga sul futuro dei suoi figli. Legge con angoscia che nei test comparativi internazionali che le scuole di Shanghai sbaragliano tutti mentre i ragazzi di quelle Usa si classificano al 31° posto per la matematica, al 15° nella lettura e al 23° nelle scienze. Così il libro di Amy Chua che descrive la durezza con la quale ha imposto alle sue due figlie di primeggiare sempre in ogni materia, vietando loro ogni distrazione (niente uscite con gli amici, niente tv o videogiochi) è divenuto argomento di discussione nelle famiglie assai più della visita del presidente cinese. Gli eccessi repressivi della Chua hanno suscitato critiche furiose, ma, in qualche modo, il libro ha trasformato in incendio la scintilla del dubbio che serpeggia nelle famiglie americane: siamo diventati troppo accomodanti coi nostri figli? Li mandiamo in scuole che non li preparano a competere in un mondo in cui emergere è più difficile?

La polemica è arrivata fino in Cina, già impegnata in una discussione sui risultati dei test di un mese fa. Un dibattito nel quale dai commentatori e dai politici è venuta una curiosa autocritica: il resto della Cina è più indietro rispetto a Shanghai che ha scuole di eccellenza e poi puntare solo ai voti alti senza curare la capacità di socializzare produce ragazzi che crescono senza gioia, senza fantasia e creatività, delle «foche ammaestrate». Molti preferiscono il modello Usa, centrato sull’autostima dei giovani e, se possono permetterselo, mandano i figli nelle scuole private di lingua inglese anziché in quelle pubbliche cinesi dove una severa selezione inizia già nella scuola materna, a due anni di età. Meglio non tirare un sospiro di sollievo» avverte, però, sul New York Times l’esperto di Asia Nicholas Kristof, che visita continuamente scuole cinesi e ha mandato i figli a scuola in Giappone: «I cinesi stanno facendo enormi passi avanti nell’istruzione, correggono i loro errori e la spinta viene non solo dall’alto, dal governo, ma anche dal basso, da una cultura confuciana che ha un enorme rispetto per la scuola: nel povero villaggio del Sud di mia moglie, i figli dei contadini sanno di matematica quanto i miei ragazzi che frequentano un’ottima scuola di New York».
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dal libro di Amy Chua

Un sacco di persone si chiedono come facciano, i genitori cinesi, a crescere bambini così di successo. Si chiedono che cosa facciano, questi papà e mamme, per tirare su tanti geni della matematica e musicisti prodigiosi, si chiedono come ci si sente dentro le loro famiglie, si chiedono se potevano farlo anche loro. Ebbene, io posso dirglielo, perché l’ho fatto. Ecco alcune cose che le mie figlie, Sophia e Louisa, non sono mai state autorizzate a fare:
- partecipare a un pigiama party
- andare a giocare con le amiche
- partecipare a una recita scolastica
- lamentarsi di non poter partecipare a una recita scolastica
- guardare la televisione o giocare al computer
- scegliersi da sole le attività extracurricolari
- prendere un voto inferiore a una A*
- non essere il miglior studente in tutte le materie, ad eccezione di ginnastica e teatro
- suonare uno strumento diverso dal pianoforte o dal violino
- non suonare il pianoforte o il violino
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In uno studio su 50 madri americane e 48 madri cinesi immigrate, quasi il 70% delle madri occidentali afferma che «insistere sul successo scolastico non è un bene per i bambini« e che «i genitori devono promuovere l’idea che l’apprendimento è divertente«. Al contrario, poco più dello 0% delle madri cinesi la pensa così. La stragrande maggioranza delle madri cinesi, invece, ha detto di ritenere che i propri figli possono essere «i migliori» studenti, che «il successo accademico riflette il successo dei genitori», e che se i bambini non sono stati studenti eccellenti allora significa che c’è stato «un problema» e che i genitori «non stavano facendo il loro lavoro»
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Quello che i genitori cinesi hanno capito è che niente è divertente finché non si è bravi a farlo. Per diventare bravi in qualcosa bisogna lavorare. Ma da soli i bambini non vogliono lavorare, quindi è cruciale ignorare le loro preferenze. Questo spesso richiede forza d’animo da parte dei genitori, perché il bambino farà resistenza; le cose sono sempre difficili all’inizio, ed è in questa fase che i genitori occidentali tendono a rinunciare. Tuttavia, se eseguita correttamente, la strategia cinese avvia un circolo virtuoso. La tenace «pratica, pratica, pratica» è fondamentale per l’eccellenza; l’apprendimento tramite la ripetizione mnemonica è sottovalutato in America. Una volta che un bambino inizia ad eccellere in qualcosa, – che sia la matematica, il pianoforte, lanciare la palla da baseball o il balletto – ottiene complimenti, ammirazione e soddisfazione. Così si costruisce la fiducia e si rende divertente quello che prima non lo era. A sua volta è più facile per i genitori fare in modo che il bambino lavori ancora di più. I genitori cinesi possono ottenere quello che i genitori occidentali non possono avere.
I genitori cinesi possono ordinare ai loro bambini di prendere tutte A.I genitori occidentali possono solo chiedere ai loro figli di fare del loro meglio. I genitori cinesi possono dire: «Sei pigro. Tutti i tuoi compagni di classe sono più bravi di te». Al contrario, i genitori occidentali, che già vivono in modo conflittuale il loro concetto di realizzazione personale, devono cercare di convincersi che non sono delusi di quello che hanno raggiunto i loro figli. Ho pensato a lungo su come i genitori cinesi possono ottenere quello che fanno. Penso che ci sono tre grandi differenze tra l’atteggiamento mentale sull’essere genitori che hanno i cinesi e quello degli occidentali.
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I genitori cinesi chiedono voti perfetti perché credono che i loro figli possano ottenerli. Se il loro bambino non ce la fa è perché il bambino non ha lavorato abbastanza. Ecco perché la soluzione a prestazioni sotto gli standard è sempre quella di criticare aspramente, punire e far vergognare il bambino. Il genitore cinese ritiene che suo figlio sarà abbastanza forte da caricarsi la vergogna addosso e di migliorare a partire da quella. (E poi, quando i ragazzi cinesi eccellono, in casa è tutto un complimentarsi e un gonfiare il suo ego).
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non credo che molti occidentali abbiano la stessa idea sui loro bambini, cioè che i figli siano perennemente in debito con i loro genitori. Mio marito Jed, per esempio, ha tutta un’altra visione: «I bambini non scelgono i loro genitori», mi ha detto una volta. «Non hanno nemmeno scelto di nascere. Sono i genitori che gli hanno rifilato la vita, quindi sono i genitori a dovere provvedere a loro. I bambini non devono qualcosa ai genitori. Avranno dei doveri, piuttosto, nei confronti dei loro stessi figli». Mi sembra che per un genitore occidentale questo sia un pessimo affare. In terzo luogo, i genitori cinesi credono di sapere cosa è meglio per i loro figli, e quindi vanno oltre tutti i desideri e le preferenze dei loro bambini. Ecco perché figlie di cinesi non possono avere fidanzati al liceo e perché i bambini cinesi non possono andare in una gita scolastica in cui si dorma fuori. È anche per questo che nessun ragazzo cinese oserebbe mai dire a sua madre: «Ho avuto una parte nella recita scolastica!
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il succo è che i bambini cinesi devono spendere la loro vita nel ripagare i genitori, obbedendogli e rendendoli orgogliosi. Al contrario, non credo che molti occidentali abbiano la stessa idea sui loro bambini, cioè che i figli siano perennemente in debito con i loro genitori.
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«Ma Lulu e Sophia sono persone diverse» sottolineò Jed.
«Oh no, non questo», dissi, roteando gli occhi. «Ognuno è speciale a modo suo» ho scherzato sarcastica. «Anche i perdenti sono speciali a modo loro. Beh, non ti preoccupare, non devi muovere un dito. Sono disposta a metterci tutto il tempo che ci vuole, e sono felice di essere io quella odiata. E tu puoi essere quello che loro adorano perché gli prepari frittelle e le porti a vedere gli Yankees».
Mi arrotolai le maniche e tornai da Lulu. Usai tutte le armi e le tattiche che mi venivano in mente. Ci esercitammo durante la cena e nella notte, e non lasciai che Lulu si alzasse, né per bere né per andare al bagno. La casa diventò una zona di guerra, io rimasi senza voce a forza di urlare, ma ancora non c’erano progressi, e anch’io iniziai ad avere dubbi. Poi, di punto in bianco, Lulu ci riuscì. Le sue mani improvvisamente si coordinarono, destra e sinistra facevano ognuna il proprio dovere. Lulu se ne rese conto nello stesso momento in cui lo compresi io. Trattenni il respiro. Ci riprovò. Suonò con più sicurezza e più velocemente, e il ritmo era quello giusto. Un attimo dopo, era raggiante. «Mamma, guarda, è facile!». Dopo di che, voleva suonare il pezzo più e più volte e non voleva lasciare il piano.
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Tutti i genitori decenti vogliono fare ciò che è meglio per i loro figli. I cinesi hanno solo una idea completamente diversa di come fare. I genitori occidentali cercano di rispettare l’individualità dei propri figli, incoraggiandoli a perseguire le loro vere passioni, sostenendo le loro scelte, e fornendo loro il rinforzo positivo e un ambiente educativo. Invece i cinesi ritengono che il modo migliore per proteggere i propri figli sia di prepararli per il futuro, facendo vedere loro di che cosa sono capaci, e equipaggiandoli di competenze, abitudini di lavoro e fiducia interiore di cui nessuno potrà mai privarli.
da: AI FIGLI REGALATEGLI UN LAGER, AMY CHUA PER THE WALL STRETT JOURNAL, January 24, 2011 at 10:15 AM

Il Dalai-Lama in Italia: Presenza/Assenza


In questi giorni la politica sta dando il peggio di sè. E non sto parlando di decreti legge da trasformare in leggi.
Sto parlando del Dalai-Lama, che nessun organo di Governo ha il coraggio di ricevere con il rilievo che la sua figura morale ed istituzionale meriterebbe. Per non turbare i rapporti economici con l’Impero comunista cinese, l’erede di quello sovietico (e pensare che negli anni del Post-Sessantotto parte di una intera generazione sbandierava il Libretto rosso del dittatore Mao!)
Quello che segue è lo scritto più informato, partecipe e preciso che abbia letto sulla desolante vicenda della presenza/assenza del Dalai-Lama sulla scena pubblica italiana.
Ringrazio Luca De Biase che mi ha autorizzato a riportarla anche qui.

L’autorità morale e l’istituzione
Riflessioni sconnesse sulla vicenda del Dalai-Lama

La tristezza pervade chi legga le cronache sul Dalai-Lama. Una persona che porta con se un’antica saggezza. Un uomo pacifico e costantemente proteso a testimoniare la speranza della pace. Un simbolo per tutti coloro che cercano le autorità morali alle quali affidare il compito di indicare i criteri di fondo con i quali prendere decisioni, valutare l’onestà intellettuale e pratica della propria azione, coltivare un minimo di saggezza. Non ce n’è certamente una, al mondo. Ma non ce ne sono molte.
Ma la tristezza sta nel fatto che le menti dominante dagli interessi definiti dalle logiche del potere non cessano di interpretare le azioni del Dalai-Lama – e la sua stessa esistenza – come un insieme di mosse politiche, in concorrenza con i loro interessi. Il potere è un meccanismo intellettualmente totalizzante e non lascia spazio a logiche diverse. Un po’ come, su un altro piano, il pensiero unico economicista (che non a caso, a sua volta, si oppone implicitamente alle autorità morali ed esplicitamente alla politica).
La Cina non accetta che i capi politici del mondo incontrino il Dalai-Lama e critica chi lo fa. Evidentemente pensando che per i politici non sia possibile incontrare il Dalai-Lama senza pensare a quello che dal punto di vista politico il Dalai-Lama potrebbe rappresentare. La Cina ha spogliato il Dalai-Lama di un territorio sul quale esercitare il potere e gli ha lasciato soltanto l’autorità morale (che non poteva certo togliergli) ma pensa che implicitamente la sua stessa esistenza simboleggi la rivendicazione di un’indipendenza del Tibet. La Cina ha liberato il Dalai-Lama dalla doppia veste di capo politico e di autorità morale, lasciandogli nella pratica soltanto la seconda. Gli ha dato l’occasione storica di vivere una biografia nella quale può testimoniare il disinteresse e la saggezza. Ma il pensiero politico continua a inquinare quella biografia con il sospetto che dietro la facciata il Dalai-Lama sia ancora interessato alla politica. Ottenendo il risultato di costringere il Dalai-Lama a prese di posizioone che hanno una valenza politica.
E per questo la diatriba sulle modalità della sua successione appare tanto complessa. Il Dalai-Lama vorrebbe che il suo successore fosse eletto in un modo non troppo diverso da come viene eletto il papa e tenendo conto della diaspora tibetana. Una rottura con la tradizione. La Cina vorrebbe invece mantenere la tradizione per la quale il futuro capo tibetano sia individuato da bambino come un predestinato. Si legge in questa differenza un retropensiero: il bambino individuato in un territorio controllato dai cinesi potrebbe non essere educato in modo indipendente dal potere cinese; e al contrario la rottura con la tradizione e l’elezione in stile papale del successore del Dalai-Lama potrebbe essere un atto politico contro il controllo cinese del futuro della cultura tibetana. Non si può certo assumere che uno di questi due punti di vista sia insensato.
Il fatto è che gli interessi politici e le logiche istituzionali non sono coerenti con la coltivazione della saggezza e dell’autorevolezza morale. Ovviamente non è impossibile che il capo di un’istituzione sia moralmente sano. Ma questo dipende dalla sua saggezza non dal modo in cui è scelto alla carica istituzionale. E l’autorità morale non dipende dalla carica ma dalla biografia.
Da questo discorso si evince paradossalmente che l’individuo ha la possibilità di influire sulla storia molto più di quanto non si immagini. La sua saggezza (o la sua immoralità) non dipende dalla sua funzione. E dunque la storia non è fatta soltanto dalle istituzioni e dalle logiche collettive: è fatta anche dagli individui nella loro libera interpretazione del proprio ruolo. L’ultimo capitolo di “Guerra e Pace” resta un caposaldo dei problemi di interpretazione storica, ma la soluzione resta aperta e va interpretata di volta in volta.
Con una precisazione. L’individuo è la fonte delle sorprese. L’istituzione è prevedibile. La prospettiva storica si può dunque interpretare come una successione di fatti che sono definiti dalle logiche istituzionali e collettive a meno che non siano innovate dalla visione e dall’azione degli individui. Che quando per qualche motivo si incontrano – sufficientemente numerosi – sulle stesse visioni e sulle stesse azioni riescono a modificare il corso prevedibile della storia. Dunque c’è speranza. Anche se la speranza è affidata a noi.