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J. ZILLER, Diritto delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea
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J. ZILLER Diritto delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea Collana “Manuali” pp. 688, € 40,00 in libreria dal 11/04/2013 |
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Il manuale offre un panorama chiaro e completo del diritto applicabile all’elaborazione e all’attuazione delle politiche europee come pure al funzionamento delle istituzioni dell’Unione. In questo modo fornisce gli strumenti necessari alla comprensione del diritto vigente, nonché delle proposte di modifiche o di integrazione nelle materie di competenza dell’Unione, come lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, il mercato interno e le politiche di complemento, l’unione economica e monetaria e l’azione esterna dell’Unione europea. Indice del volume: Prefazione. – Introduzione. Diritto dell’Unione europea, diritto statale e diritto internazionale pubblico. – Parte prima. Fondamenti giuridici dell’Unione europea. – I. I trattati istitutivi, Costituzione dell’Unione europea: dalle Comunità a 6 Stati membri all’Unione a 28. – II. Il campo di applicazione del diritto dell’Unione europea e il principio di attribuzione. – III. Valori, diritti fondamentali e cittadinanza dell’Unione europea. – IV. Le caratteristiche fondamentali del diritto dell’Unione europea. – Parte seconda. Istituzioni e distribuzione dei poteri nell’Unione europea. – V. Istituzioni, organi ed organismi dell’Unione. – VI. La distribuzione dei poteri nell’Unione. – VII. Le fonti del diritto, gli atti giuridici e gli strumenti di azione dell’Unione. – VIII. La tutela giurisdizionale. – Conclusioni. Il diritto materiale dei diversi settori di politiche. – Bibliografia e documentazione. – Indici. Jacques Ziller è professore ordinario di Diritto dell’Unione europea nell’Università di Pavia. Per il Mulino ha pubblicato «La nuova Costituzione europea» (2003) e «Il nuovo Trattato europeo» (2007).
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da Volumi – J. ZILLER, Diritto delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea.
UNIONE EUROPEA: periodizzazione
Unione europea, cronologia
Codice dell’Unione Europea di Tizzano Antonio – Cedam 2012
Il volume raccoglie i testi “costituzionali” dell’Unione europea, a cominciare da quelli che vanno sotto il nome di “Trattato di Lisbona”, vale a dire il “Trattato sull’Unione Europea” e il “Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”, e a seguire con la «Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea», finalmente formalizzata da quel Trattato. Sono altresì raccolti in modo sistematico taluni testi che integrano, affiancano o comunque aiutano a comprendere quei trattati, nonché tutti i principali atti che definiscono il sistema giuridico-istituzionale dell’Unione: e segnatamente quelli relativi al complesso apparato organizzativo e ai principi fondamentali dell’Unione. L’ultima parte è dedicata ai rapporti tra l’Italia e l’Unione europea.
Diversamente dalle precedenti, questa nuova edizione privilegia gli atti relativi ai profili istituzionali dell’Unione. Coerentemente infatti con le sue finalità di supporto per i corsi universitari sul diritto dell’integrazione europea, il “Codice” prende atto del fatto che oggi tali corsi si sono dovuti adattare alla realtà della straordinaria espansione di quel diritto, e quindi sempre più ormai si concentrano sugli aspetti istituzionali, lasciando ad altre discipline lo studio dei diversi settori di azione dell’Unione. Conseguentemente, le otto Parti in cui il Codice si articolava in precedenza si sono dimezzate; tuttavia, la documentazione relativa agli aspetti istituzionali delle politiche di cui il Codice si occupava prima non è scomparsa insieme con queste, ma è stata rifusa nelle Parti sopravvissute, e in particolare nella Parte II, appositamente ristrutturata.
TIZZANO ANTONIO: professore emerito di Diritto dell’Unione europea nell’Università di Roma La Sapienza. E’ stato dal 2000 al 2006 avvocato generale alla Corte di Giustizia dell’U.E., per poi divenirne giudice. Autore di numerose pubblicazioni, membro della redazione di varie riviste scientifiche, ha fondato e dirige la rivista “Il Diritto dell’Unione europea”. Per molti anni Consigliere giuridico della Rappresentanza Permanente dell’Italia presso l’U.E., ha partecipato a numerosi negoziati internazionali ed in particolare a quelli per l’Atto Unico Europeo e il Trattato di Maastricht.
da Cedam – Codice dell’Unione Europea di Tizzano Antonio – Libri.
Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente | Alice Ricciardi von Platen, Posta | Le Lettere | Bookrepublic.it
Risposte alla crisi. Esperienze, proposte e politiche di welfare in Italia e in Europa, Percorsi di secondo welfare – Newsletter 17 / 2012
Risposte alla crisi. Esperienze, proposte e politiche di welfare in Italia e in Europa
Giorgio Napolitano: Le nuove mappe della politica in Italia e in Europa | alla FONDAZIONE GIANNI PELLICANI
Ringrazio Nicola Pellicani, il sindaco Orsoni e Massimo Cacciari e voi tutti. Ringrazio Mestre per questa così calorosa accoglienza: e’ vero che a Mestre parlo per la prima volta nella mia funzione attuale, ma non saprei dire quante, certo moltissime volte, sono stato a Mestre nello svolgimento della mia attività politica, e quelle erano tutte occasioni di incontro con Gianni Pellicani.
Nicola vorrei, complimentandomi per il suo impegno, dire che è bello vedere come il ricordo anche a me molto caro di Gianni Pellicani e della sua indomita passione politica stia, grazie alla Fondazione, diventando occasione sistematica di dibattito approfondito con indubbio successo, anche oggi, di interesse e disponibilità specie tra i più giovani.
Al sindaco Orsoni vorrei rinnovare il mio apprezzamento per la sapiente dedizione che pone nel difficile compito del governare una realtà eccezionale e complessa come Venezia: a queste difficoltà ha fatto cenno in termini di attualità e in termini non soltanto veneziani ma nazionali.
Massimo ha posto molte incalzanti domande degne di un futuro seminario. Credo che lo abbia fatto anche per trovare il modo di riconoscermi generosamente una certa visione anticipatrice. Spero che nel mio discorso potrete cogliere una risposta, implicita e di insieme a quelle domande, imperniata su ciò che è più cambiato rispetto a 18 o a 20 anni fa e cioè il contesto globale. Non vi meravigli perciò che nell’interpretare e svolgere il tema che mi è stato proposto, parta dall’Europa. Naturalmente verrò poi al quadro italiano. Ma è nel complesso dell’Europa quale oggi ci si presenta, che la politica è in affanno, che la politica – direi – naviga a vista : perché le vecchie mappe risultano, sempre di più, inservibili, e le nuove restano ancora lontane dal giungere a un disegno compiuto.
Il punto cruciale è che in un continente interconnesso come non mai – dall’economia al diritto – la politica è rimasta nazionale. Ed è questo un fattore fondamentale di crisi della costruzione europea, e nello stesso tempo di crisi della politica. Le nuove mappe della politica non possono non abbracciare l’Europa nel suo insieme : e s’intende, l’Europa nel suo rapporto con il mondo di questo inizio del ventunesimo secolo.
La crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008 negli Stati Uniti e di lì propagatasi in tutte le direzioni, ha oggi, come sappiamo, e già da qualche tempo il suo epicentro nell’Europa della moneta unica. E’ qualcosa che domina la politica e la vita quotidiana ; e quando vediamo crescere il numero dei giovani senza lavoro e senza prospettive, quando vediamo crescere il tasso di disoccupazione giovanile – e in Italia nettamente oltre la già elevata media europea – possiamo cogliere in questo fenomeno lo specchio inquietante di tutti i dilemmi che ci assillano, di tutti i rischi che insidiano le nostre società e che incombono sul progetto europeo.
Nel guardare a quel che è accaduto e quindi al da farsi, ritengo si debba partire da una considerazione fondamentale. Le vicende convulse che per effetto della crisi si stanno da un biennio succedendo nell’Eurozona spingono con inaudita forza oggettiva in una direzione ineludibile : quella di un’integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli Stati unitisi prima nella Comunità e poi nell’Unione. Sono infatti insorti e divenuti evidenti limiti e contraddizioni superabili solo attraverso un pieno e coerente compimento politico del progetto europeo nato sessanta anni orsono.
Questa direzione di marcia, questo balzo in avanti incontra ostacoli e resistenze molto forti : ma sta crescendo la coscienza di come sarebbe catastrofica per l’Europa la scelta opposta, un tornare indietro, un regredire dal cammino compiuto nel corso di un sessantennio. E in effetti, l’Unione politica – il concetto e la prospettiva dell’Unione politica – non è più tabù. Vi si fa riferimento in modo spesso troppo vago, se ne danno accezioni diverse, resta da specificare e discutere il percorso da seguire, nelle sue modalità e nelle sue tappe. Ma il tema è sul tavolo, se non concretamente all’ordine del giorno. Non mi addentrerò oggi qui in questa problematica, e nemmeno tenterò di ricapitolare le decisioni prese negli ultimi due anni dalle istituzioni europee per far fronte alla crisi finanziaria e ai rischi fattisi via via più acuti per l’Eurozona, sotto il peso del pericolante debito sovrano di alcuni Stati membri esposti alla pressione dei mercati finanziari.
Quel che voglio dire, in estrema sintesi, è che sono esplosi i problemi lasciati nello sfondo e non affrontati dopo la nascita dell’Euro, come era necessario in coerenza con quella storica decisione e allo scopo di garantirne le fondamenta e gli sviluppi. Il trasferimento alle istituzioni comunitarie delle sovranità nazionali in quel settore cruciale, e alla neo-istituita Banca Centrale Europea della gestione effettiva della politica monetaria, avrebbe dovuto essere rapidamente coronato da passi decisi sulla via della definizione e della rigorosa osservanza di regole e discipline condivise in materia di politiche di bilancio ; e sulla via di un efficace governo dell’economia, per garantire avvicinamento e convergenza – anziché squilibri crescenti – tra i processi di sviluppo dei paesi della zona Euro.
Ma ciò comportava il superamento di riluttanze e rigidità manifestatesi ad esempio nel confronto svoltosi, tra il 2002 e il 2003, in seno alla Convenzione incaricata di elaborare un progetto di Trattato costituzionale. Riluttanze e rigidità sul tema delle competenze da riservare ancora agli Stati nazionali, escludendone allora ogni ulteriore spostamento al livello europeo. Quelle chiusure, ribadite nel Trattato di Lisbona sottoscritto il 13 dicembre 2007, hanno fatto sì che l’Unione europea si trovasse poco dopo impreparata a fare i conti con l’impatto della crisi finanziaria globale e con le ricadute di quest’ultima sulla crescita e sulla coesione dell’Europa a 17 – l’Eurozona – e a 27 – la totalità degli Stati membri – pagando il prezzo di insufficienze e ritardi assai gravi.
Vi si è reagito nel corso degli ultimi due anni con decisioni che – pur tra esitazioni e limiti, e quindi in modo non risolutivo e non persuasivo – hanno teso a stabilire al livello europeo, con un brusco cambiamento di rotta, impegni e vincoli su materie rimaste, ancora col Trattato di Lisbona, riservate alle competenze e alle scelte degli Stati nazionali. Lo si è fatto per via intergovernativa, attraverso accordi tra i governi, in sostanza tra i capi di Stato e di governo membri del Consiglio Europeo ovvero tra i loro rappresentanti in organismi come l’Ecofin e l’Eurogruppo. E ai governi è toccato acquisire il consenso dei rispettivi Parlamenti a quegli accordi – fortemente voluti e condizionati nei loro contenuti da alcuni leader, soprattutto i due più assertivi, che precostituivano e sostenevano da posizioni di maggior forza le soluzioni da adottare.
Si è trattato di cambiamenti spesso rilevanti, nel senso – non c’è dubbio – di una crescente integrazione di fatto (fino alla stipula di un vero e proprio accordo internazionale, il cosiddetto “fiscal compact”) ma entro un orizzonte ancora ristretto, e soprattutto al di fuori di un processo di rafforzamento democratico e di esplicita e conseguente evoluzione istituzionale dell’Unione. Non si è andati finora al di là di un disegno di Unione di bilancio e di Unione bancaria ; e decidendo come si è deciso, si è dato in molti casi alle opinioni pubbliche il senso di costrizioni da subire con sacrificio di procedure democratiche, e in assenza di ogni possibilità di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini, di consapevole riscontro nell’opinione pubblica più larga.
Il profondo disorientamento che ne è scaturito, il diffondersi – anche attraverso movimenti politico-elettorali di stampo populista – di posizioni di rigetto dell’Euro e dell’integrazione europea, il radicarsi – tra gli investitori e gli operatori di mercato su scala globale – della sfiducia nella sostenibilità della moneta unica e della stessa Unione, possono superarsi perseguendo decisamente, e non solo a parole, la prospettiva di una Unione politica europea di natura federale. Prospettiva nella quale sciogliere le ambiguità dello scontro sul tema della sovranità, e dare risposte nuove al problema della democrazia nella vita e nel futuro dell’Unione. E questa prospettiva deve nascere da un ampio moto di partecipazione e da un processo di trasformazione della politica.
Si sollevano ora polemicamente, da qualche parte, riserve e contrarietà su ulteriori cessioni di sovranità nazionale a favore dell’Unione, come se il processo di integrazione non fosse stato basato fin dalla sua nascita sul principio – vedi art. 11 della Costituzione italiana – di una libera autolimitazione della propria sovranità da parte degli Stati nazionali. Ne diede una scultorea motivazione – dopo due decenni, già, di concreta sperimentazione – il grande artefice Jean Monnet nel 1976 a conclusione delle sue Memorie : “Le nazioni sovrane del passato non sono più il quadro in cui possono risolversi i problemi del presente.” E ancora : “Oggi i nostri popoli debbono imparare a vivere insieme sotto regole e istituzioni liberamente consentite se essi vogliono attingere le dimensioni necessarie al loro progresso e conservare la padronanza del loro destino.”
E quel che era già vero nel 1976, allorché Monnet ammoniva : “Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento”, è diventato più che mai drammaticamente attuale e innegabile.
Nel suo grande discorso del dicembre 2011 a Berlino, Helmut Schmidt parla dell’Europa come del “nostro piccolo continente” : e non certo perché gli sia mancato, da leader politico e uomo di governo tra i maggiori nella Comunità fondata nel 1950, il senso dell’orgoglio europeo, la consapevolezza del ruolo storico dell’Europa. Senza smarrire quell’orgoglio e quella consapevolezza, Schmidt ci richiama alla dura realtà di un continente europeo che si avvia a contare solo per il 7 per cento della popolazione mondiale, rispetto a oltre il 20 per cento nel 1950 ; che si avvia a contare solo per il 10 per cento della produzione globale rispetto al 30 per cento nel 1950. E di qui la conclusione : come singoli Stati europei, saremo misurati non più in percentuali ma in millesimi. Se ci teniamo a dimostrare che gli Europei sono importanti per il mondo, dobbiamo operare in stretta unione.
Naturalmente, la scommessa da cui si partì più di 60 anni fa era quella di giungere, in Europa, a esprimere una visione del più vasto interesse comune, “da gestire attraverso istituzioni democratiche, alle quali sia delegata la sovranità necessaria”.
La necessità di delegare funzioni sempre più significative, già proprie della sovranità nazionale, alle istituzioni dell’Unione succedute a quelle della Comunità, si è fatta cogente e ineludibile ; il vero problema è quello della democraticità del processo di formazione delle decisioni dell’Unione. Questo problema si è fatto senza dubbio più critico nel periodo recente, e da ciò sono nate reazioni polemiche e forme di malessere crescente tra i cittadini. L’asse del potere di decisione si è spostato, dalle istituzioni comunitarie sovranazionali – Commissione e Parlamento – verso i capi di governo, verso il Consiglio europeo e il suo nucleo più forte. Ne ha sofferto anche il ruolo dei Parlamenti nazionali. Ma quale può essere la risposta, la via d’uscita?
Il passaggio, per la democrazia, dalla dimensione nazionale a una dimensione sovranazionale, costituisce una prova ardua, come già lo fu il passaggio dalle piccole città-Stato agli Stati nazionali. Lo ha tempo addietro sottolineato un eminente studioso americano, Robert Dahl, mettendo in evidenza le complesse implicazioni dell’estendersi dell’area – territorio e popolazione – cui si rivolgano istituzioni e decisioni di governo.
Sul piano istituzionale, l’Unione europea dovrebbe tendere a una forma federale multi-livello, a una sorta – secondo l’espressione di Dahl – di “poliarchia transnazionale”. Essa non negherebbe, ma continuerebbe a considerare una ricchezza le diversità – culturali, ambientali, umane – che l’Europa ha sprigionato nel corso della sua storia. Sul piano istituzionale e politico, l’Unione federale si nutrirebbe di solidarietà, di sussidiarietà – in una corretta, non subdola accezione del termine – di confronto e cooperazione tra istituzioni sovranazionali, nazionali, regionali e locali, fatto salvo il potere decisionale supremo riservato alle istanze europee nella definizione e nell’attuazione dell’interesse comune.
In questo quadro, una particolare importanza assumerebbe, per il suo potenziale democratico, la componente parlamentare, comprendente insieme il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, che senza sovrapporsi nell’esercizio delle loro distinte funzioni, condividerebbero l’esercizio del potere costituente nell’Unione, concorrerebbero a garantire il rapporto tra elettori ed eletti nel vasto territorio europeo, e collaborerebbero in molteplici campi e modi concreti.
E tuttavia non finisce qui, e cioè sul terreno della possibile e necessaria ulteriore evoluzione istituzionale, il discorso di un’Europa democratica. Quella che manca è una dialettica politica finalmente europea, con le sue sedi, le sue forme di espressione, le sue forze protagoniste.
Siamo in un momento critico come non mai.
C’è stato più consenso politico per la costruzione europea, fin quando questa si identificava – nell’esperienza reale di grandi masse di cittadini dei paesi membri della Comunità fin dall’inizio o entrati via via a farne parte – con una costante e sostenuta crescita economica, con un tangibile avanzamento delle condizioni di vita e dei diritti sociali e civili, con un’apertura crescente di orizzonti e di opportunità oltre le vecchie barriere nazionali. Poi, tutto è diventato più difficile, non solo per difficoltà e fasi di crisi delle economie europee nel mutare degli equilibri mondiali, ma anche per maggiore complessità e minore comprensibilità del modo di operare e delle decisioni dell’Unione.
Gravi deficit sul piano della comunicazione ; assenza di una “sfera pubblica europea”, che consentisse circolazione e confronto delle opinioni ; mancata proiezione e trasformazione in senso europeo dei tradizionali attori politici e sociali, rappresentativi di fondamentali interessi ed esigenze. La politica è rimasta frammentata, chiusa in sempre più asfittici ambiti nazionali, è stata sempre meno capace di guidare le decisioni europee e anche solo di raccontarle.
Si è lasciato deperire – a partire dalla fine degli anni ’80 – un patrimonio di consapevolezza diffusa delle ragioni costitutive dell’intesa da cui aveva preso avvio la costruzione di un’Europa unita ; si è lasciato svalutare un insieme di conquiste storiche, innanzitutto quella della pace nel centro dell’Europa, da cui erano partite due devastanti guerre mondiali ; si è così finito per considerare come naturalmente acquisito, da parte delle generazioni più giovani, quel che naturale non era affatto. Come se cioè non fosse stato frutto prezioso del processo di integrazione l’abbattimento di frontiere e divisioni, che avevano nel passato impedito mobilità, reciproca conoscenza, compenetrazione e arricchimento sul piano culturale, crescita di un comune sentire europeo.
A quest’offuscarsi della consapevolezza e della convinzione europeistica in vasti strati della popolazione in diversi paesi dell’Unione, si sarebbe dovuto reagire con il massimo impegno, a mano a mano che si manifestava e si faceva sentire una così grave crisi finanziaria ed economica in termini globali e in termini europei. Una crisi che ha finito per essere da più parti rappresentata come se l’integrazione europea, culminata nell’Euro, ne fosse più la causa che la sola possibile via d’uscita attraverso le necessarie correzioni e innovazioni. Nello stesso tempo dilagavano le dispute su quale paese avesse di più beneficiato della moneta unica, o portasse di più la responsabilità della crisi dell’Europa, e quale – ad esempio la Germania – avesse invece sopportato più pesi e rischi che non tratto vantaggi alla pari di altri partner.
Ma da chi avrebbero dovuto venire, da diversi anni a questa parte e specie più di recente, le reazioni a simili disorientamenti e mistificazioni? Da chi avrebbe dovuto venire un energico e convincente rilancio del progetto europeo, in termini non retorici ma anche autocritici e soprattutto innovativi?
Da chi, se non dalle leadership politiche, rappresentanti le forze maggiori operanti nei paesi dell’Unione, dai partiti e dai loro gruppi dirigenti? Non sottovaluto, naturalmente, il contributo che a una simile impresa avrebbero potuto (e potrebbero dare) molti altri soggetti, sociali e culturali, ma l’impulso decisivo spettava alle leadership politiche : l’impulso, la guida. Avere funzioni di leadership non significa d’altronde, letteralmente, guidare?
Ora, in questi anni, quanto si è guidato – da chi ne portava la responsabilità – e quanto invece si è seguito? Seguito l’onda degli umori, delle paure, degli interessi particolari, delle tentazioni populiste e nazionalistiche?
Ebbene, così è accaduto perché si è continuato a far politica in chiave nazionale, secondo visuali sempre più ristrette, ed elettoralistiche di parte, rinunciando a una funzione promotrice di riflessione e di dibattito, anche – si sarebbe detto una volta – pedagogica. E ciò è stato fattore tra i più gravi di ripiegamento, immeschinimento, perdita di autorità della politica e dei suoi attori principali, i partiti. Questi hanno certamente, e non solo in Italia, pagato il prezzo, da un lato, di un pesante impoverimento ideale, e dall’altro di arroccamenti burocratici, di un infiacchimento della loro vita democratica, di un chiudersi in logiche di mera gestione del potere e di uno scivolare verso forme di degenerazione morale.
Si possono e debbono, oggi, apprestare rimedi a questi mali, a queste patologie, e perciò si lavora e si dovrà lavorare – con successo, mi auguro – qui da noi, alla regolamentazione in senso democratico dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, alla revisione del sistema di finanziamento dell’attività politica, al rafforzamento delle normative anti-corruzione. Di ciò abbiamo senza dubbio bisogno. Perché non può esserci democrazia funzionante, non possono esservi istituzioni rappresentative validamente operanti senza il canale dei partiti politici. Nessuna nuova o più vitale democrazia potrà nascere dalla demonizzazione dei partiti, nel deserto dei partiti. Quel che è indispensabile, non solo in Italia ma in Europa, è che si rinnovino.
A tale rinnovamento possono certamente contribuire nuove forme di comunicazione e di partecipazione politica, se vi si fa ricorso in modo responsabile e trasparente. Né si può restringere l’attenzione ai partiti già in campo, quali si sono definiti storicamente o più di recente ridefiniti, ignorando nuovi movimenti capaci di raccogliere anche sul terreno elettorale delusioni e aspirazioni specie delle più giovani generazioni. Quel che conta, però, da parte di tutti, è la capacità di guardare lontano, di formulare proposte e indicare soluzioni sostenibili per il futuro delle comunità nazionali nel contesto dell’integrazione europea, di non smarrire il senso di una comune solidarietà di fronte alle sfide economiche e sociali che ci attendono.
E a tal fine, senza trascurare la necessità dei rimedi specifici che ho citato a proposito del nostro paese, la questione cruciale, decisiva è che in Europa la politica, i suoi attori e le sue guide, i partiti e le leadership, riacquistino quel più alto senso della missione che ne ha fatto in precedenti periodi storici la forza e la grandezza.
Un senso della missione comune che può solo essere la missione di unire l’Europa, di farla vivere e pesare nel mondo nuovo di oggi e di domani. E’ una missione che va rimotivata, partendo da quella constatazione di Schmidt sul rimpicciolimento del nostro continente, che conferisce nuovo e ancor maggiore significato al processo di integrazione tra gli Stati e i popoli d’Europa: “un fatto di cui i nostri paesi sono prevalentemente non coscienti – ha sottolineato Schmidt – perché i governi hanno mancato di renderlo ben chiaro a tutti”.I governi, le élite dirigenti e in generale – ribadisco e sottolineo – i partiti politici.
Per rovesciare questo processo di allontanamento da una adeguata, lucida comprensione delle sfide con cui l’Europa è chiamata a confrontarsi nell’unico modo possibile, cioè avanzando sulla via dell’integrazione economica e politica, i partiti debbono impegnarsi – non da soli, certo, ma in prima linea – in una vera e propria controffensiva europeista. E possono farlo solo europeizzandosi. Abbiamo bisogno di partiti realmente europei, ovvero sintonizzati e organizzati su scala europea. Possiamo considerarne un importante embrione i gruppi – popolare, socialista, liberale, verde, e altri – che operano nel Parlamento europeo. Ma quell’embrione, quella componente della nuova specie “partiti europei” – europei non solo di nome – richiede altri, molteplici sviluppi. Rischiano, al contrario, la marginalizzazione e l’irrilevanza gruppi e movimenti politici che in qualsiasi paese dell’Unione si rinchiudano in una logica esclusivamente protestataria, preoccupati soltanto di “chiamarsi fuori” dall’assunzione di comuni responsabilità europee (e vediamo bene questo fenomeno oggi in Italia).
Quella della “europeizzazione” dei partiti e della politica non è questione secondaria nel discorso sul superamento di quanto è rimasto incompiuto nella costruzione europea e sulle prospettive di una sua ulteriore, conseguente evoluzione. Tommaso Padoa Schioppa, proseguendo nella sua riflessione ampia e ricca di europeista convinto e sapiente, scriveva nel 2001 che “l’incompiutezza rende precario il già costruito” e si chiedeva “dov’è allora il punto di non ritorno?” La risposta la traeva da una conversazione con il grande federalista Mario Albertini : “Il «punto di non ritorno» non potrà essere che propriamente politico. E’ il momento in cui la lotta politica diviene europea, in cui l’oggetto per il quale lottano uomini e partiti sarà il potere europeo”.
Ed è precisamente in questo senso che vanno alcune proposte, realizzabili senza dover neppure modificare i Trattati vigenti, ma valorizzando tutte le potenzialità in essi contenute. Come l’adozione, già in vista delle elezioni del Parlamento europeo nel 2014, di una “procedura elettorale uniforme” che consenta lo scambio di candidature e la presentazione di capilista unici tra paese e paese da parte dei grandi partiti europei. O come l’identificazione tra la figura del presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, affidandone in prospettiva la scelta – tra diversi candidati designati al livello europeo dai maggiori schieramenti – agli stessi elettori che votano direttamente (ormai dal 1979) per il Parlamento di Strasburgo.
Una tale “europeizzazione” dei partiti e della competizione politica, non significa ovviamente che i partiti debbano perdere, o non debbano anzi rinnovare e rafforzare, il loro oggi piuttosto debole radicamento nazionale. Non sta per scomparire tutto quel che ha contrassegnato e accompagnato la nascita e lo sviluppo degli Stati nazionali. Restano e resteranno, com’è evidente, in ciascun paese membro dell’Unione – pur evolvendosi questa in chiave federale – retaggi storici, peculiarità culturali, modi di essere dello Stato e strutture economiche, problematiche sociali e giuridico-istituzionali, con cui i partiti, nell’europeizzarsi, debbono restare in concreto rapporto per portare avanti in ciascun paese la loro piattaforma e la loro azione. Non ci si dica dunque, banalmente, che è astratto il discorso sul necessario progredire della politica verso una dimensione europea, e concreto è solo il continuare a fare, magari meglio, politiche immerse nei tracciati vecchi delle società e degli Stati nazionali.
In effetti, l’interdipendenza globale è giunta a un punto tale da condizionare la stessa analisi delle situazioni e delle tendenze dell’economia in qualsiasi paese. E per noi in Italia e in Europa non ci sono politiche pubbliche che possano prescindere – oggi, nell’era della globalizzazione – dall’ancoraggio europeo, dal quadro delle potenzialità e delle scelte dell’Unione. Pensiamo al problema che più di ogni altro possiamo considerare storicamente caratteristico del nostro paese : il problema dello squilibrio tra Nord e Sud, il problema del Mezzogiorno, così rilevante e impegnativo per noi italiani . Ebbene, possiamo, possono le forze politiche e di governo italiane, immaginare una politica per il Mezzogiorno che non sia calata nel contesto della politica europea, nel quadro degli indirizzi dell’Unione? E la questione che è drammaticamente al centro della nostra attenzione – quella della disoccupazione giovanile in Italia – sollecita, sì, l’elaborazione di proposte e l’assunzione di decisioni al livello nazionale, ma forse – chi può sostenerlo? – fuori dal sentiero europeo, di un convergente impegno europeo per la crescita e l’occupazione ?
E non voglio moltiplicare gli esempi, come pure sarebbe facile. Non è tuttavia inutile richiamare l’attenzione su tutt’altro terreno di impegno delle forze politiche in qualsiasi paese. Parlo della politica estera e di sicurezza, che ha costituito un elemento caratterizzante della storia dei singoli Stati nazionali, almeno fino alla prima metà del Novecento. Ancora oggi ciascuno Stato tende in varia misura a caratterizzarsi su quel terreno.
Ma dandosi – e nel modo più solenne, per Trattato – l’obbiettivo di una politica estera e di sicurezza comune europea, l’Unione ha varcato una soglia decisiva per garantire voce e ruolo all’Europa nell’arena delle relazioni internazionali, facendone un soggetto politico unitario (anni fa si tendeva a dire un “global player”), di fronte ad altri grandi, vecchi e nuovi protagonisti del giuoco mondiale. E per lento e arduo che si stia dimostrando il conseguimento di quell’obbiettivo, è ad esso che deve ispirarsi la politica estera di ciascuno Stato membro : la massima ambizione di un paese come il nostro non può, a questo proposito, che essere quella di dare – sulla base delle tradizioni, esperienze e sensibilità proprie dell’Italia e del suo operare nel mondo – un impulso e un contributo incisivo e di qualità al crescere di una politica estera e di sicurezza comune europea, come tratto distintivo e parte integrante di una autentica Unione Politica.
In fondo, è questo lo spirito con cui in ogni campo qualsiasi paese europeo, specie se già integrato nell’Unione, dovrebbe muoversi, se ha chiara la posta in giuoco : far vivere, come europei, dentro una globalizzazione sregolata che potrebbe sommergerci, la nostra identità, il nostro esempio e modello di integrazione e unità, di progresso economico, sociale e civile, in definitiva l’insopprimibile peculiarità del nostro apporto allo sviluppo storico e all’avvenire della civiltà mondiale.
Sapremo riuscirci? Dipende da un grande sforzo collettivo, che stenta a coagularsi soprattutto in termini di volontà politica comune. Ecco perché c’è urgente bisogno di quella che ho chiamato una “controffensiva europeista”. E come si può concepirla e condurla al successo senza un’ampia partecipazione di forze giovani, oggi distanti dalla politica in Italia e non solo in Italia ? Cercate, giovani, ogni varco per far sentire e valere le vostre ragioni, le vostre esigenze e per esprimere – ciascuno secondo le sue libere scelte – idee ricostruttive e rinnovatrici sulla politica. E sappiano le forze politiche che banco di prova per tutte è la capacità che dimostreranno di aprire spazi di partecipazione per le giovani generazioni soprattutto al discorso sull’Europa. Permettetemi di ricordare quel che dissi dieci anni fa, concludendo una lunga riflessione dall’interno della mia esperienza di allora nel Parlamento europeo : “E’ attraverso il discorso sull’Europa che la politica può riguadagnare forza di attrazione, partecipazione e ruolo effettivo nelle nostre società. L’impegno politico che tanti uomini e donne della mia generazione posero al centro della loro vita può essere trasmesso e rinascere solo nella dimensione europea.”
Cari amici, vi ringrazio per l’attenzione che avete prestato e vorrete prestare a questo mio messaggio.
Stournaras / Ministro delle Finanze greco: “Abbiamo il sistema di welfare più costoso dell’Eurozona”
“Abbiamo il sistema di welfare più costoso dell’Eurozona”, ha aggiunto, osservando: “non possiamo più mantenerlo con soldi presi in prestito”
da La Grecia deve restare sotto l’ombrello dell’euro | In dies info.
Effetto Draghi, mercati e governi mostrano ottimismo http://it.euronews.com/
http://it.euronews.com/ Mario Draghi, il presidente della Bce ottiene il risultato cercato, almeno per ora. L’approvazione dei mercati e la fiducia dei governi. Anzi,secondo il quotidiano francese Le Monde anche le stesse cancellerie europee sarebbero pronte a fare il possibile per far scendere i tassi italiani e spagnoli.
“Mi fido di Draghi. Credo che farà tutto il necessario per calmare i mercati e far scendere i tassi di interesse in Spagna e in Italia”.
Sul mercato obbligazionario italiano i rendimenti a 6 mesi sono scesi a circa il 2,5%. Si tratta del rendimento più basso dal maggio scorso. Ad indicare un ritorno di fiducia verso il debitore Italia.
“C’è stato effettivamente un effetto positivo a seguito delle dichiarazioni della Banca Centrale Europea di ieri e su cui i mercati già sul secondario hanno reagito in maniera molto molto buona e anche a livello di aste sul primario i tassi di interesse sono leggermente scesi rispetto alla precedente asta”, ha detto Emanuele Bona… altro
Il Consiglio europeo del 28-29 giugno 2012
Il Consiglio europeo del 28-29 giugno è stato in ampia misura dedicato a questioni economico-finanziarie, tra cui:
a) il rafforzamento dell’Unione economica e monetaria e la stabilizzazione dell’area euro;
b) l’approvazione di un “Patto per la crescita e l’occupazione”;
c) l’avallo politico alle raccomandazioni formulate dalla Commissione europeain esito all’esame dei programmi nazionali di riforma e dei programmi di stabilità di ciascuno Stato membro.
Sono state inoltre oggetto della riunione il negoziato sul quadro finanziario pluriennale 2014-2020, il brevetto unico europeo, la situazione della Siria e dell’Iran, l’adesione del Montenegro, ed alcuni dossier relativi al settore della giustizia e degli affari interni.
Rafforzamento dell’Unione economica e monetaria
Il Consiglio europeo ha esaminato la relazione predisposta dal Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, in stretta collaborazione con il presidente della Commissione, Barroso, il presidente dell’Eurogruppo, Juncker, e il presidente della Banca centrale europea, Draghi. La relazione prospetta varie opzioni per realizzare una vigilanza finanziaria unica, una unione fiscale basata su una sorveglianza rafforzata sui bilanci e, a medio termine, l’emissione di debito pubblico, un più forte coordinamento delle politiche economiche e un incremento della legittimità democratica dell’UEM.
Preso atto delle differenti posizioni espresse dagli Stati membri sulla relazione, il Consiglio europeo ha invitato il Presidente Van Rompuy, a presentare una relazione intermedia nel mese di ottobre ed una relazione finale entro la fine del 2012. La relazione dovrebbe, in particolare, indicare una tabella di marcia con scadenze temporali specifiche per realizzare un’autentica Unione economica e monetaria, tenendo conto della Dichiarazione approvata dal Vertice dell’eurozona.
Patto per la crescita e l’occupazione
Il Consiglio europeo ha approvato un Patto per la crescita e l’occupazione che prevede l’impegno per gli Stati membri a :
- perseguire politiche di consolidamento fiscale orientate alla crescita e che assicurino la sostenibilità dei sistemi previdenziali;
- ristrutturare il sistema bancario e ripristinare il flusso ordinario del credito all’economia reale;
- promuovere la competitività, eliminando gli ostacoli ingiustificati all’accesso al settore dei servizi e sviluppando l’economia digitale;
- combattere la disoccupazione, in particolare quella giovanile attuando contestualmente politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale;
- modernizzare la pubblica amministrazione, in particolare attraverso l’e-government, la riforma del sistema giudiziario e la riduzione degli oneri burocratici.
All’azione degli Stati membri verrebbero affiancate le misure assunte a livello UE, quali:
- il completamento del mercato unico, con l’attuazione delle ulteriori proposte della Commissione europea attese per l’autunno 2012;
- un’attuazione piena e coerente della legislazione vigente, in particolare per quanto riguarda la direttiva sui servizi, e un forte slancio ai lavori sull’agenda digitale;
- l’aumento di capitale pari a 10 miliardi di euro per la Banca europea per gli investimenti;
- l’avvio immediato della fase pilota relativa ai prestiti obbligazionari per il finanziamento di progetti infrastrutturali (cd. project bonds), capaci di mobilitare, secondo le stime della Commissione, fino a 4,5 miliardi di euro di investimenti;
- rapidi progressi su importanti proposte legislative, quali la direttiva sull’efficienza energetica e il regolamento sul brevetto dell’UE;
- completamento entro il 2014 del mercato interno dell’energia;
- la riprogrammazione dei Fondi strutturali per una cifra complessiva di 20 miliardi di euro, da destinare al sostegno alle PMI, all’innovazione e all’occupazione giovanile;
- la lotta contro l’evasione fiscale, anche attraverso un accordo rapido sulla revisione della direttiva in materia di tassazione dei redditi da capitale;
- la conclusione degli accordi di libero scambio con i principali partner commerciali dell’UE (in particolare, USA; India e Giappone).
DA: Camera.it – Documenti – Temi dell’Attività parlamentare.
stile e cultura istituzionale di Mario Monti, a La7/Piazza Pulita del 24 maggio 2012
Come funzionano le istituzioni dell’Europa:
Cosa sono gli eurobond:
Perchè anche alla Germania non conviene che gli stati “mediterranei” escano dal sistema Europa:
“si metta nei panni di uno che a metà novembre 2001 si prende la responsabilità di non far finire l’Italia in un baratro, come La Grecia”:
il sali e scendi dello Spread:
la Grecia non ha avuto un Presidente come Napolitano che ha evitato le elezioni anticipate che avrebbero portato il paese allo sfacelo:
da: http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50267351
IL FEDERALISMO CHE PUO’ SALVARE L’EUROPA, di Giuliano Amato, Jacques Attali, Enrique Baron Crespo, Emma Bonino, Rocco Cangelosi, Jean-Marie Cavada, Fabien Chevalier Daniel Cohn-Bendit, Stefan Collignon, Catherine Colonna, Pier Virgilio Dastoli, Monica Frassoni, Evelyne Gebhardt, Pauline Gessant, Sandro Gozi, Ulrike Guerot, Guillaume Klossa, Pascal Lamy, Philippe Laurette, Jo Leinen, Anne-Marie Lizin, Alberto Majocchi, Pascual Maragall, Philippe Maystadt, Yves Mény Haris Pamboukis, Romano Prodi, Alberto Quadrio Curzio, Barbara Spinelli, Francisca Sauquillo, Anna Terròn, Jacques Ziller
UNA GRAVE CRISI politica e sociale travolgerà i paesi dell’Euro se essi non decideranno di rafforzare la loro integrazione. La crisi della zona Euro non è iniziata con la crisi greca ma è esplosa molto prima, quando è stata creata un’unione monetaria senza unione economica e fiscale nel contesto di un settore finanziario drogato da debiti e speculazione.
Certo, i debiti pubblici sono esplosi in questi ultimi trent’anni ma sono gli squilibri fra i paesi della zona Euro che hanno determinato la situazione attuale. Da una parte, un insieme costituito dai paesi del Nord Europa con la Germania in testa ha costruito la sua economia sulla competitività e le esportazioni. D’altra parte, i paesi della periferia hanno utilizzato deboli tassi di interesse per alimentare la loro domanda interna e costruito la loro economia su settori di beni non esportabili o meno sottoposti alla concorrenza esterna come il settore immobiliare.
L’esplosione della crisi greca ha messo in luce questi difetti strutturali, creando una crisi di fiducia nella sostenibilità dei debiti pubblici: i creditori hanno scoperto l’insostenibilità degli squilibri nella zona Euro. I tassi di interesse sono schizzati in alto fino a creare un effetto-valanga: quando i tassi di interesse sono superiori alla crescita del PIL, il debito si autoalimenta a meno che non si riescano a realizzare surplus di bilancio importanti. Per realizzare questi surplus, ogni paese è stato costretto ad adottare piani drastici di salvataggio e l’intervento della BCE ha concesso loro solo qualche mese di respiro.
La mancanza di coordinamento ed i piani di salvataggio adottati volta per volta non permettono di rendere compatibili il rigore finanziario e la crescita economica. Peggio ancora i tagli alle spese, cercando di realizzare dei guadagni immediati, colpiscono soprattutto le spese sociali e gli investimenti, condizionando negativamente il futuro.
Questo clima di incertezza frena la domanda e le famiglie preferiscono risparmiare in previsione di future tasse. Contemporaneamente, le banche limitano i crediti al settore privato per risanare i loro bilanci. Cosicché il rilancio non può venire né dalla domanda né dagli investimenti privati né dagli appalti pubblici. I paesi più indebitati sono dunque destinati ad una crescita molto debole o peggio alla recessione, il che aggrava il peso dei loro debiti. Se lo scenario attuale si perpetuerà nel tempo, l’Euro non potrà più disporre dei mezzi per resistere alle tendenze centrifughe ed alla crescita dei populismi. La fine dell’Euro sarà allora solo questione di tempo. L’Unione europea non potrà uscire da questa crisi senza un cambio di paradigma.
Un’altra via di uscita è possibile. Essa consiste nel correggere gli squilibri dell’Unione economica e monetaria superando le insufficienze del trattato di Lisbona per andare al di là del coordinamento fra Stati membri. Essa consiste nel denunciare, ridurre e progressivamente annullare i costi della non-Europa.
Per giungere a questi risultati occorre rilanciare la produttività attraverso riforme strutturali in particolare nel settore dei servizi ed investimenti in progetti generatori di crescita. Essi esistono già: nella trasmissione di energia e nell’efficienza energetica, nei trasporti puliti e nelle politiche urbane, nell’aeronautica e nella ricerca…gli industriali dispongono di progetti su scala europea per i quali è necessario il concorso finanziario di tutti i paesi. Per questa ragione è urgente creare deiproject bonds, cioè del debito buono, finanziando esclusivamente progetti generatori di futuri redditi. La BEI potrà senza difficoltà assumere a proprio carico questi progetti sulla base di proposte della Commissione europea.
Occorre circoscrivere poi i debiti del passato mutualizzandone una parte, come proposto dal Consiglio degli esperti tedeschi o dall’Istituto Bruegel. Tale misura diminuirà i tassi di interesse e darà ai paesi indebitati nuovi margini di manovra. All’interno di questa logica occorrerà rafforzare la cooperazione fra la Commissione e i ministeri del Tesoro nazionali nel quadro di un’autorità fiscale europea e nella prospettiva di creare un Tesoro europeo utilizzando il metodo applicato alla BCE che fu preceduta dall’Istituto Monetario Europeo. Si tratta di una nuova tappa verso la creazione di un governo dell’economia europea con un ministro federale delle finanze.
Ma gli investitori acquisteranno i project bonds solo se i mezzi per rimborsarli non proverranno dal contributo volontario dei paesi della zona Euro, perché aumenterebbe il loro debito. Soltanto un’imposta europea nel quadro di un bilancio federale potrà dare credibilità adeguata a questo strumento di crescita. Per finanziare il bilancio federale si può pensare a un punto in percentuale dell’IVA, a una carbon tax e a una tassa sulle transazioni finanziarie. Sarà allora possibile generare con i project bonds più di 1000 miliardi di Euro per investire in progetti di avvenire, rilanciare una vera crescita, proporre una visione convincente dell’Europa e creare i meccanismi per la soluzione degli squilibri che sono all’origine dell’Unione economica e monetaria.
Nessuna imposta potrà essere tuttavia decisa senza legittimità democratica e senza risolvere la crisi di fiducia fra l’Unione europea e i suoi cittadini, offrendo agli Europei una nuova prospettiva. L’Euro non potrà sopravvivere senza un progresso politico democratico decisivo. Noi chiediamo che i deputati europei della zona Euro si riuniscano immediatamente – aperti alla partecipazione di altri deputati europei che lo vorranno – per precisare il cammino che dovrà essere intrapreso da oggi alle elezioni europee nel 2014. Sulla base delle proposte che saranno elaborate, noi chiediamo ai deputati europei di promuovere l’organizzazione di assise interparlamentari sull’avvenire dell’Europa a partire dalla zona Euro, che accoglieranno delegazioni del PE e dei parlamenti nazionali come era stato proposto da François Mitterrand davanti al Parlamento europeo alla vigilia della caduta del Muro di Berlino. Questo federalismo di necessità darà vita ad una vera Europa politica e sociale, le cui istituzioni garantiranno un giusto equilibrio fra politiche monetarie e di bilancio, la stimolazione dell’attività economica, le riforme strutturali della competitività e la coesione sociale rafforzata. La sopravvivenza dell’Euro passa attraverso un governo economico europeo ed un bilancio europeo di crescita.
Solo il federalismo sarà capace di evitare il fallimento dell’Euro e le sue conseguenze disastrose sulla vita di tutta l’Unione europea. Esso aprirà agli Europei la via verso un’Europa giusta, solidale e democratica in grado di garantire il suo spazio centrale nel mondo.
di Giuliano Amato, Jacques Attali, Enrique Baron Crespo, Emma Bonino, Rocco Cangelosi, Jean-Marie Cavada, Fabien Chevalier
Daniel Cohn-Bendit, Stefan Collignon, Catherine Colonna, Pier Virgilio Dastoli, Monica Frassoni, Evelyne Gebhardt, Pauline Gessant, Sandro Gozi, Ulrike Guerot, Guillaume Klossa, Pascal Lamy, Philippe Laurette, Jo Leinen, Anne-Marie Lizin, Alberto Majocchi, Pascual Maragall, Philippe Maystadt, Yves Mény
Haris Pamboukis, Romano Prodi, Alberto Quadrio Curzio, Barbara Spinelli, Francisca Sauquillo, Anna Terròn, Jacques Ziller
da La Repubblica
Vai a: http://www.repubblica.it/esteri/2012/05/08/news/appello_attali_e_altri_per_mercol_mattina-34735625/>
Stile Mario Monti, al Parlamento europeo, 15 febbraio 2012
“Penso che sia estremamente possibile conciliare democrazia e integrazione, solamente una cultura insulare molto superficiale può ritenere ingenuamente che integrazione significhi un super Stato”. Così il premier Mario Monti si è rivolto in inglese a un eurodeputato che lo aveva interrotto nel corso del suo intervento alla sessione plenaria del Parlamento Europeo. Il botta e risposta si è poi concluso con un convinto applauso della maggioranza dell’Aula al presidente del Consiglio
Grecia e Unione Europea: Giorgio dell’Arti fa il Punto, in ALTRI MONDI
I politici greci si sono messi d’accordo fra di loro, ma non ancora con la Ue, con la Bce e col Fondo Monetario, che guarda per ora alle intese interne di quel Paese con un minimo di dubbio. Quindi il fallimento è sempre più vicino, anche se nessuno ci crede, anche se sembra impossibile.
Mettiamo i puntini sulle i. Accordo dei politici greci?
Il presidente del consiglio greco, l’equivalente del nostro Monti, sta in quel posto da poche settimane. Si chiama Lucas Papademos, è un banchiere, viene pure lui da Goldman Sachs. La cosiddetta troika — cioè i rappresentanti di Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale — gli hanno chiesto di: ridurre i dipendenti pubblici di 15 mila unità, primo passo per portarli a un totale di 600 mila adesso sono 750 mila; tagliare del 22% i salari minimi, portandoli a 450-500 euro mensili; altri tagli alle pensioni superiori ai 1200 euro e a quelle integrative 150 euro al mese di meno. La troika chiede nuove privatizzazioni e riduzioni dei salari nel privato. Questo pacchetto andrebbe approvato dal Parlamento di Atene oggi. Il premier Papademos doveva mettersi d’accordo con i capi dei tre partiti principali, Papandreou socialisti, Karatzaferis estrema destra e Samaras centrodestra o moderati. Dopo due giorni di discussioni, un accordo sarebbe stato raggiunto, anche se in questo momento non ne conosciamo i dettagli. Non dev’essere comunque un’intesa troppo convincente. La troika ha risposto: «Beh, cerchiamo di capire meglio».
Come sarebbe?
- I greci non vogliono toccare le pensioni. Meno che mai le pensioni integrative. Si tratta di mettere insieme 600 milioni.
Se non trovano questi 600 milioni dai tagli alle pensioni integrative, dove andranno a prenderli? In Italia, in questi casi, si ricorre al capitolo «lotta all’evasione fiscale», che è come dire niente, un titolo generico, sotto al quale si può scrivere qualunque numero. È possibile che i greci stiano ricorrendo a un escamotage di questo tipo, e che la troika non ci creda.
Che cosa può fare la troika?
I greci dovrebbero restituire il 20 marzo 14,5 miliardi di debito. Soldi che non hanno. La troika ha promesso di finanziarli con un prestito di 130 miliardi. A patto che taglino quello che devono tagliare. Per ora i 130 miliardi non glieli dànno. I giornali greci fanno titoli in cui si vede la Merkel vestita da nazista.
- I sindacati hanno proclamato uno sciopero generale oggi e domani. Sono sempre in forte sospetto quando gli scioperi sono proclamati a ridosso della domenica. Ma in ogni caso: scioperando cosa sperano di ottenere? I greci non hanno la coscienza a posto, qualunque rivoluzione delle piazze preparino.
Come può dire questo? Come si può pretendere che uno viva con 450 euro al mese?
- I greci si son fatti dare soldi per anni, sapendo che non sarebbero stati in grado di restituirli. Hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. Con questo sistema i partiti hanno mantenuto le loro posizioni di potere. I conti pubblici sono stati truccati, per ingannare l’Ue, che a sua volta, per ragioni che potranno chiarire solo gli storici, ha fatto finta di credere a quello che gli veniva raccontato sapevano bene che i conti di Atene erano taroccati.
Ho sentito ieri un’intervista di Cofferati, che si indigna per la severità con cui l’Europa tratta la Grecia. I socialisti europei tra cui appunto Cofferati hanno scritto una lettera a Barroso Ue in cui parlano di «grave tradimento del modello sociale europeo e della solidarietà» eccetera.
- Ma quale modello sociale? I soldi presi in prestito vanno restituiti o no? Dei famosi 130 miliardi, una trentina saranno a carico dell’Italia e siamo autorizzati a immaginare già che, quando arriverà il momento, i greci non saranno in grado di restituirli. Trenta miliardi è la Manovra appena varata da Monti e che ha suscitato tante grida.
Siamo sicuri di quello che diciamo quando critichiamo la Merkel?
La Merkel voleva commissariare la Grecia?
Un’idea non troppo peregrina. Leggo che in Grecia c’è un forte movimento d’opinione per il ritorno alla dracma. Ma il ritorno alla dracma significa scaffali vuoti nei supermercati, automobili di latta, energia col contagocce, eccetera eccetera. Chi mai venderà la sua merce ad Atene in cambio di dracme? E quante dracme ci vorranno, a quel punto, per comprare un euro? E chi vorrà vedersi restituito con le dracme un debito contratto in euro? Cofferati e quelli come lui, prima di parlare, facciano bene i conti, se ne sono capaci.
da ALTRI MONDI.
Al capezzale della moneta unica, a cura di Alessandro Forlani di GrParlamento
Al capezzale della moneta unica
Il I gennaio 2012 l’Euro ha compiuto 10 anni. Non è stato un compleanno felice, perché è arrivato all’apice della crisi economica e finanziaria, che tocca ormai tutti e 16 i paesi, che hanno adottato la moneta unica europea. Sono ormai molti gli economisti e i politici, che profetizzano la fine dell’Euro entro quest’anno. Al di là delle note vicende degli aumenti dei prezzi nel 2002 e dello spread negli ultimi mesi, l’Euro ha frenato l’inflazione e consentito grandi risparmi sui tassi di interesse sia alle famiglie che allo Stato. Per proseguire però nel cammino di sviluppo equilibrato della zona Euro, è ora indispensabile che alla moneta comune corrisponda anche un governo unitario, altrimenti la fine dell’Euro sarà inevitabile. Pagine in Frequenza suggerisce alcuni testi, per orientarsi sulla difficile materia. Parliamo anzitutto con il professor Pietro Alessandrini, docente di politica economica all’università delle Marche ed autore per Il Mulino di: Economia e politica della moneta. Sul tema segnaliamo anche: L’Euro di Lorenzo Bini Smaghi Il Mulino e, dello stesso autore, Il paradosso dell’Euro, luci e ombre 10 anni dopo, Rizzoli, L’Euro e la sua banca centrale di Tommaso Padoa Schioppa, Il Mulino e 10 anni con l’Euro in tasca, conversazioni con Romano Prodi, di Autori Vari, Aliberti. Gli studiosi sono divisi sul fatto che un’eventuale fine dell’Euro si trasformi o meno in una tragedia economica. Del fatto che in assenza di una politica europea di solidarietà, l’Euro abbia i giorni contati, è convinto il professor Bruno Amoroso, autore per Castelvecchi del saggio: EURO IN BILICO, Lo spettro del fallimento e gli inganni della finanza globale. Amoroso è alievo del famoso professor Federico Caffè, ed è docente emerito dell’università danese di Roskilde. Sentiamo l’intervista. Sul tema vi segnaliamo anche: La moneta della discordia, l’euro e i cittadini 10 anni dopo, di Giovanni Moro e Lucia Mazzuca, Cooper. Se siamo arrivati a questo punto, è a seguito di decisioni politiche poco lungimiranti e della speculazione dei mercati. Che l’Euro, come è stato pensato 10 anni fa, sia già defunto, è quanto sostiene il giornalista economico Stefano Feltri nel suo: Il giorno in cui l’Euro morì, Aliberti. Nell’intervista l’autore ci spiega che il 2012 sarà un anno di passione per tutti, ma, se sapremo affrontare equi sacrifici, sotto la guida di una politica che voli alto, potrebbe sorgere un governo europeo comune, che crei lavoro, prodotti innovativi e rilanci la moneta unica. Segnaliamo un ultimo testo:L’acqua e la spugna. Troppa moneta: i guasti di oggi, il controllo di domani, di Franco Bruni Università Bocconi.
da GrParlamento.
Anno europeo del volontariato 2011, a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, 2011
Il 2011 è l’Anno europeo delle attività di volontariato che promuovono la cittadinanza attiva, scelta promossa dalle organizzazioni di volontariato, di Terzo settore e della società civile e fatta propria dal Consiglio dell’Unione europea con la Decisione del 27 novembre 2009 (GU UE L17 del 22 gennaio 2010). Come riportato nella stessa Decisione, infatti, “il volontariato è una delle dimensioni fondamentali della cittadinanza attiva e della democrazia, nella quale assumono forma concreta valori europei quali la solidarietà e la non discriminazione e in tal senso contribuirà allo sviluppo armonioso delle società europee”.
L’Anno europeo nasce dalla volontà di incoraggiare e sostenere - in particolare attraverso lo scambio di esperienze e di buone pratiche - gli sforzi della Comunità, degli Stati membri, delle autorità locali e regionali per creare nella società civile condizioni favorevoli al volontariato nell’Unione europea. Inoltre, fra i principali obiettivi vi è quello di aumentare la visibilità e quindi la conoscenza delle attività di volontariato nell’UE e delle iniziative realizzate dai soggetti del Terzo Settore, ponendo al centro la comunità - creatrice di legami sociali – e il territorio, quali ambiti in cui si accrescono relazioni solidali e partecipative, concretizzando in questo modo il modello sociale proposto dal “Libro Bianco. La vita buona nella società attiva”.
In Italia, la preparazione del 2011 è iniziata nel 2007. Il gruppo di lavoro “Volontariato Europeo e Internazionale a confronto” dell’Osservatorio Nazionale per il Volontariato – costituitosi nel 1997 – ha contribuito alla condivisione e alla costruzione del Piano Nazionale Italia 2011 dell’Organismo Nazionale di Coordinamento.
L’Osservatorio Nazionale del Volontariato, nella seduta del 21 dicembre 2009, ha deliberato l’avvio dei lavori partecipando direttamente alla preparazione dell’Anno Europeo del Volontariato 2011, assumendo come documento di base il Manifesto del volontariato per l’Europa già adottato dall’Assemblea Nazionale del Volontariato tenutasi a Roma il 4 e 5 dicembre 2009.
STUDI E RICERCHE
• IV Rapporto – Intermedio – Biennale sul Volontariato
I° volume (formato .pdf 2,92 Mb)
II° volume (formato .pdf 769,37 Kb)
• ‘La generosità batte la crisi?’ (formato .pdf 2,52 Mb)
I – IV edizione (gennaio 2009 – giugno 2010)
ID – Istituto Italiano della Donazione – Gennaio 2011
• Ricerca ’I giovani e il territorio’ (formato .pdf 2,48 Mb)
Laboratori della cittadinanza partecipata
Osservatorio Nazionale per il Volontariato
• Registro regionale del volontariato in Liguria (formato .pdf 534,73 Kb)
2° report regionale – Dicembre 2010
• ‘Quindicesimo Rapporto sulle Fondazioni di origine bancaria’ (formato .pdf 0,87 Mb)
ACRI – Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio – Novembre 2010
• ‘Il lavoro nel nonprofit’ (formato .pdf 352,75 Kb)
Evidenze dai lavori dell’Osservatorio sulle Risorse Umane nel Nonprofit - Fondazione Sodalitas - Ottobre 2010
• ‘Linee Guida per la Raccolta dei Fondi’ (formato .pdf 1,2 Mb)
Agenzia per le ONLUS – Maggio 2010
• Ricerca ‘Beni confiscati alle mafie: il potere dei segni’ (formato .pdf 1,66 Mb)
Viaggio nel paese reale tra riutilizzo sociale, impegno e responsabilità – Agenzia per le ONLUS
• ‘La generosità batte la crisi?’ (formato .pdf 361,02 Kb)
Quarta rilevazione semestrale CNEL - Giugno 2010
• ‘Il volontariato in Europa. Organizzazioni, promozione, partecipazione’ (formato .pdf 130,33 Kb)
Sintesi dei report paese – CSVnet – Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato – Aprile 2010
• ‘Il valore sociale ed economico del volontariato’ (formato .pdf 776 Kb)
Ricerca condotta nella regione Marche – Marzo 2010
• ‘Volunteering in the European Union’ (formato .pdf 2,84 Mb)
Study on Volunteering in the European Union – Final Report - Febbraio 2010
• ‘L’impegno sociale delle aziende in Italia’ (formato .pdf 154,04 Kb)
Indagine realizzata da SWG per l’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione - Rapporto 2010 (Abstract)
• ‘Impresa e filantropia’ (formato .pdf 302,25 Kb)
III Edizione – Indagine sull’universo di Aziende Socie di Sodalitas Osservatorio IID di Sostegno al Non Profit Sociale – Settembre 2009
• ‘EU Youth Report’ (formato .pdf 1,19 Mb)
Commission of The European Communities – 2009
• ‘European Research on Youth’ (formato .pdf 2,8 Mb)
Supporting young people to participate fully in society – 2009
• ‘Evaluation of the European Commission framework for cooperation in youth policy’ (formato .pdf 114,19 Kb)
A Report to DG EAC under the Framework Contract on Evaluation, Impact Assessment and Related Services
• ‘Report 2008-2009’ (formato .pdf 3,01 Mb)
Sintesi del resoconto delle attività 2008-2009 dei Centri di Servizio per il Volontariato
• ‘Dimensioni e caratteristiche strutturali delle istituzioni noprofit in Italia’ (formato .pdf 465,25 Kb)
Primo Rapporto CNEL- ISTAT sull’economia sociale – Giugno 2008
• ‘Carta Europea della Cittadinanza Attiva’ (formato .pdf 516,39 Kb)
Luglio 2006
DOCUMENTAZIONE
• Il ruolo delle attività di volontariato nella politica sociale – Conclusioni del Consiglio dell’Unione Europea del 3 ottobre 2011
- italiano (formato .pdf 51,87 Kb)
- inglese (formato .pdf 45,27 Kb)
• Comunicazione sulle politiche dell’UE e il volontariato del 20 settembre 2011
- italiano (formato .pdf 170,96 Kb)
- inglese (formato .pdf 166,68 Kb)
• Decisione del Consiglio UE del 27 novembre 2009 relativa all’Anno europeo del volontariato 2011 (formato .pdf 739,46 Kb)
• Risoluzione del Parlamento europeo del 22 aprile 2008 sul contributo del volontariato alla coesione economica e sociale (formato .pdf 101,96 Kb)
• Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Cerimonia celebrativa della giornata del volontariato (formato .pdf 19,71 Kb) – Roma, 4 dicembre 2009
• Inaugurazione dell’Anno europeo del volontariato
Comunicato Stampa della Commissione Europea (formato .pdf 112,6 Kb)
• Enti regionali e locali in azione durante l’Anno europeo del volontariato 2011
Bruxelles, 26 gennaio 2011
Discorso del Presidente del Comitato delle Regioni (formato .pdf 40,912 Kb)
• Documento finale dell’Assemblea del Volontariato Italiano (formato .pdf 11,67 Kb)
Roma, 4 e 5 dicembre 2009
• Manifesto del volontariato per l’Europa
- italiano (formato .pdf 538,55 Kb)
- inglese (formato .pdf 545,22 Kb)
• Carta della Rappresentanza (formato .pdf 195,07 Kb)
• Carta della Rappresentanza Giovanile – Progetto e Risultati (formato .pdf 1,74 Mb)
• L’infrastruttura del volontariato in Italia
- italiano (formato .pdf 72,63 Kb)
- inglese (formato .pdf 1,32 Mb)
• AEV 2011: Italia - La situazione del volontariato in Italia
- italiano (formato .pdf 419,28 Kb)
- inglese (formato .pdf 417,56 Kb)
• AEV 2011: Italia – Dati sul volontariato in Italia
- italiano (formato .pdf 316,6 Kb)
- inglese (formato .pdf 318,71 Kb)
• AEV 2011: Europa - La situazione del volontariato in Europa
- italiano (formato .pdf 306,58 Kb)
• AEV 2011: Europa - Dati sul volontariato in Europa
- italiano (formato .pdf 388,61 Kb)
Göran Therborn, Le società d’Europa nel nuovo millennio
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G. THERBORN Le società d’Europa nel nuovo millennio Collana “Le vie della civiltà”
pp. 464, € 33,00 in libreria dal 17/11/2011 |
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Come è cambiata l’Europa nel passaggio tra il XX e il XXI secolo? Quali sono le sue affinità e difformità interne, e rispetto al resto del mondo? Esistono modelli sociali e politici specificamente europei? Questo volume affronta un’impresa intellettuale nuova: tracciare un quadro storico-comparativo delle società europee sulla base di dati geografici, culturali, sociologici ed economici. Impresa tanto più ambiziosa in quanto l’Europa di cui qui si tratta non è limitata alla sua parte occidentale, né all’Unione europea, ma si estende dall’Atlantico agli Urali. Un compendio di straordinaria ricchezza, che attraversa i confini fra est e ovest così come le demarcazioni della storia contemporanea. Göran Therborn è professore di Sociologia nell’Università di Cambridge, dopo aver diretto per vent’anni lo Swedish Collegium for Advanced Study. Tra i suoi libri: “Critica e rivoluzione” (Laterza, 1972), “Come governano le classi dirigenti” (Editori Riuniti, 1981), “Scienza, classi e società” (Einaudi, 1982) e “The World. A Beginner’s Guide” (Polity, 2011).
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Volumi – G. THERBORN, Le società d’Europa nel nuovo millennio.
N. NUGENT, Organizzazione politica europea
N. NUGENT
Organizzazione politica europea
Istituzioni e attori
Collana “Manuali”
pp. 296, € 26,00
978-88-15-23283-0
anno di pubblicazione 2011
in libreria dal 20/10/2011

Il volume illustra in modo chiaro ed esaustivo attori e architettura istituzionale dell’Unione europea, alla luce delle più recenti vicende comunitarie e dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.
Indice: Premessa. – I. La Commissione. – II. Il Consiglio dei ministri. – III. Il Consiglio europeo. – IV. Il Parlamento europeo. – V. Il diritto dell’Unione, la Corte di giustizia e il Tribunale. – VI. Altri attori e istituzioni. – VII. I gruppi di interesse. – VIII. Gli stati membri. – Sigle. – Cronologia. – Fonti. – Riferimenti bibliografici.
Neill Nugent è docente di Scienza politica e Jean Monnet Professor of European Integration nella Manchester Metropolitan University. Tra i suoi libri: “At the Heart of the Union” (2000).
Speciale Crisi 2011 – Crisi dell’Euro: parte prima – Newsletter quattrogatti.info – Settembre 2011
Speciale Crisi 2011 – La Crisi dell’Euro: Parte Prima
Ciao a tutti i simpatizzanti di www.quattrogatti.info,
vi segnaliamo che è uscita la presentazione sulla crisi dell’Euro.
In questa prima parte analizziamo la crisi del debito che sta minando la tenuta dell’Euro
Crocefisso: Strasburgo assolve Italia. “non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocefisso nella aule scolastiche”
L’Italia ha vinto la sua battaglia a Strasburgo: la Grande Camera della Corte europea per i diritti dell’uomo l’ha assolta dall’accusa di violazione dei diritti umani per l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche. La decisione della Corte e’ stata approvata con 15 voti favorevoli e due contrari. I giudici hanno accettato la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocefisso nella aule scolastiche.
da: Crocefisso: Strasburgo assolve Italia – Politica – ANSA.it.
















