Daniel Barenboim e Amos Oz insegnano a capire. ISRAELE E PALESTINA, due Stati sicuri e indipendenti


DANIEL BARENBOIM nel 2012:

Ultima opportunità per dare vita a due Stati sicuri e indipendenti
DANIEL BARENBOIM, Corriere della Sera, Sabato 01 Dicembre 2012
Il 29 novembre è una data storica. Il 29 novembre 1947 le Nazioni Unite, con il «Piano di partizione della Palestina», stabilirono la suddivisione della regione in un territorio per gli ebrei e uno per i palestinesi. Fino a quel giorno eravamo tutti «palestinesi»: musulmani, cristiani ed ebrei.

La ripartizione del 1947  fu accolta con gioia dagli ebrei di tutto il mondo e rifiutata dal mondo arabo, che considerava la Palestina come una terra propria ed esclusiva. Seguì una guerra, cominciata il giorno dopo la dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele, il 14 maggio del 1948.

Il 29 novembre 2012, esattamente 65 anni dopo, i palestinesi hanno chiesto e ottenuto a grande maggioranza il riconoscimento dello status di «Stato osservatore» presso le Nazioni Unite.

Questi sono semplicemente i fatti.

Un’interpretazione potrebbe essere: hanno
avuto bisogno di 65 anni per rendersi conto che Israele è divenuta una realtà innegabile e sono dunque pronti ad accettare il principio della ripartizione del territorio palestinese rifiutato nel 1947?

In questo senso diventa chiaro che la decisione presa ieri dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite deve essere un motivo di soddisfazione anche per lo Stato d’Israele.

Non voglio dare lezioni di morale o di strategia politica né agli israeliani né ai palestinesi; però desidero ricordare che se questo conflitto non è stato risolto per molti anni, è forse perché né gli uni né gli altri e nemmeno il resto del mondo, ne hanno colto l’essenza profonda. Il conflitto israelo-palestinese non è un’ostilità politica tra due Stati che si possa risolvere con mezzi diplomatici o militari: un dissidio politico tra due nazioni può riguardare problematiche relative ai confini, al controllo dell’acqua, del petrolio o casi simili. Questo è prima di tutto un conflitto umano tra due popoli che sono profondamente convinti di avere entrambi il diritto di vivere nello stesso piccolo territorio e preferibilmente in maniera esclusiva.

È ora, anche se tardi, di riconoscere il fatto che israeliani e palestinesi hanno la possibilità di vivere o insieme, o uno accanto all’altro, ma non negandosi.

La decisione presa ieri da 138 Paesi è forse l’ultima opportunità per dare vita al progetto di due Stati indipendenti, sicuri, ognuno con un proprio
territorio continuo e non frammentato. Forse è il destino o la giustizia del tempo che dà oggi ai palestinesi la possibilità di iniziare un processo verso l’indipendenza in maniera identica a quelli che furono gli esordi dello Stato israeliano. È il momento giusto anche per le riconciliazioni interne, essenziali per risolvere la situazione, a partire da quella tra Hamas e Fatah,
riconciliazioni necessarie per avere un’unica posizione e direzione politica. D’altra parte è un errore pensare, come spesso accade, che sia meglio avere di fronte a sé un nemico diviso; per questo, anche per Israele è meglio che i palestinesi siano politicamente uniti. Sono altresì cosciente che i palestinesi non accetteranno mai una soluzione ideologica al conflitto, perché la
loro storia è diversa e dovrebbe essere lo Stato d’Israele a cercare una soluzione pragmatica.
Credo infine che gli ebrei abbiano un diritto storico-religioso di vivere nella regione ma non in forma esclusiva. Dopo la crudeltà europea verso il popolo ebraico nel ventesimo secolo ci sarebbe la necessità di aiutarlo ora con i suoi problemi per il futuro e non solo riconoscendo le responsabilità del passato. Sono commosso dalla quantità di nazioni che hanno votato a favore
della risoluzione; mentre mi rattrista la posizione assunta dal governo israeliano, che mi sembra poco lungimirante nel non cogliere le opportunità che si offrono per un futuro migliore, e degli Stati Uniti, l’unico Paese in grado di far pesare la propria influenza. Mi riempie di felicità che l’Italia, dove trascorro diversi mesi l’anno in qualità di Direttore Musicale del Teatro alla
Scala, abbia votato a favore di una speranza per tutti i popoli della regione.

AMOS OZ, nel 2005

Dall’abisso di Tolosa è alla fine emerso un folle di Allah, non un parà neonazi che cova nella pancia il fantasma nero della storia francese, di Cesare Martinetti – LASTAMPA.it


Dall’abisso di Tolosa è alla fine emerso un folle di Allah, non un parà neonazi che cova nella pancia il fantasma nero della storia francese, ma un soldato di quell’Intifada quotidiana che si consuma nelle banlieues.

…  giorni di follia omicida: tre giovani militari (di origine maghrebina) uccisi a freddo, un altro ferito grave e quattro altri esseri umani (tre bambini e un uomo) inseguiti ed abbattuti come animali al collège ebraico Ozar-Hatorah di Tolosa, la «ville rose» dov’è sepolto San Tommaso, il più razionale dei filosofi cristiani.

….

La realtà ci ha invece consegnato un altro colpevole, questo Mohamed Merah, francese di origine algerina (un immigrato di seconda generazione, come si usa dire con un ossimoro) che all’una dell’altra notte ha telefonato al centralino della tv France 24 ed ha confessato le ragioni di tanta ferocia alla giornalista di turno, Ebba Kalondo, una ragazza nera (è la società multietnica) con voce piana e tranquilla. Merah ha detto di essere legato ad Al-Qaeda e dichiarato che voleva «vendicare i nostri piccoli fratelli e le nostre piccole sorelle in Palestina», denunciare la legge che vieta il velo integrale alle musulmane e la partecipazione dell’esercito francese alla guerra in Afghanistan.

… , il terrorista islamico e il parà neonazi appartengono al sottosuolo della nostra società, due incubi opposti e che pure convivono, senza elidersi ma semmai moltiplicandosi. Intorno alle stragi di Tolosa è avvenuto lo stesso cortocircuito registrato nel luglio scorso a Oslo, in occasione delle stragi realizzate dal folle Anders Behring Breivik: otto uccisi con una bomba, 69 giovani laburisti in campeggio ammazzati a colpi di arma da fuoco. La prima ipotesi fu quella di una carneficina compiuta da terroristi islamici contro giovani occidentali. E invece il colpevole era questo biondo trentenne norvegese che si definiva anti-multiculturalista, anti-marxista, anti-islamico, fondamentalista cristiano e filo-israeliano. …

Due incubi diversi, dunque, ma complementari e compatibili

. Questo è il clima della Francia di oggi nella quale Mohamed Merah, da anni cellula dormiente e solitaria di Al-Qaeda nel quartiere del Mirail di Tolosa ha deciso di passare all’azione. Poteva essere un parà neonazi e invece è stato il fantasma di Bin Laden. Non è certo rassicurante.

da I nostri due incubi quotidiani terrorismo islamico e antisemitismo – LASTAMPA.it.

Benny Morris: “Due popoli una terra”, recensione di cadavrexquis


..Alla fine del suo saggio, Benny Morris avanza una soluzione al dilemma due stati/uno stato. Escludendo, di fatto, la soluzione “stato binazionale” (che, anche per via della pressione demografica araba, finirebbe per diventare un altro stato arabo – probabilmente dominato dai fondamentalisti islamici – in cui gli ebrei non sarebbero tollerati), esisterebbe una soluzione bistatuale percorribile, che ovvierebbe anche all’obiezione (fondata, secondo Morris) secondo cui uno stato di Palestina limitato ai 5.000 chilometri quadrati della Cisgiordania e di Gaza non potrebbe “funzionare”. Si tratta di una federazione giordano-palestinese: già oggi il 70% della popolazione di Giordania è “palestinese”. In questo modo sarebbe anche possibile l’assorbimento di quei profughi palestinesei che ora vivono in Siria e in Libano, privi di ogni diritto di cittadinanza (diversamente dagli ebrei che, espulsi dagli stati arabi, hanno ottenuto subito l’integrazione e la cittadinanza dello Stato di Israele). Naturalmente, perché questa ipotesi possa realizzarsi, occorre il consenso degli attori in gioco – Giordania inclusa – e, soprattutto, la rinuncia, da parte degli arabi, del fondamentalismo islamico e dei progetti eliminazionisti nei confronti di Israele. Personalmente non so quanto questa via sia praticabile: il saggio di Benny Morris è di tre anni fa, antecedente alla cosiddetta “primavera araba”, che ha mostrato, invece, un esacerbarsi dell’odio anti-israeliano. Comunque sia e comunque vadano le cose, il saggio di Benny Morris è un ottimo “bigino” per impossessarsi delle informazioni fondamentali e dei dati storici relativi alla questione. … segue

da cadavrexquis: Benny Morris: “Due popoli una terra”.

quattro pilastri della posizione americana sui «grandi cambiamenti in atto» grazie alle rivolte arabe che Barack Obama illustra parlando per quasi 60 minuti dalla Franklyn Room del dipartimento di Stato


Maurizio Molinari – “ Israele deve tornare ai confini del 1967 “

Sono i quattro pilastri della posizione americana sui «grandi cambiamenti in atto» grazie alle rivolte arabe che Barack Obama illustra parlando per quasi 60 minuti dalla Franklyn Room del dipartimento di Stato.
È il richiamo alla questione israelo-palestinese, che il Presidente fa sul finire del suo discorso, a suscitare le reazioni delle parti in causa. Obama ammette le «attese deluse» per il fallimento di due anni di negoziati – che hanno portato alle dimissioni dell’inviato George Mitchell – ma non si dà per sconfitto e rilancia in avanti la sfida per «raggiungere la soluzione di due Stati per due popoli», con uno Stato palestinese «smilitarizzato», avanzando una ricetta negoziale che terrà banco sin dall’incontro odierno alla Casa Bianca con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. È la prima volta che un Presidente americano si assume la responsabilità di formulare un approccio negoziale, senza lasciarlo al Segretario di Stato o inviati speciali, ed ecco di cosa si tratta: «Serve un accordo su confini e sicurezza per rinviare a dopo i temi più emotivi di Gerusalemme e dei profughi palestinesi». E per confini Obama intende quelli «del 1967 con scambi di territori concordati fra le parti». L’intento è accelerare la pace ove possibile. Il rimprovero a Israele è di «aver ripreso la costruzione di insediamenti» e all’Autorità nazionale palestinese di «aver siglato un accordo con Hamas che non riconosce Israele» come di perseguire una dichiarazione di indipendenza attraverso l’Onu e non un accordo con la controparte. «Serviranno risposte nelle prossime settimane» chiede Obama, dimostrandosi convinto che «i cambiamenti in atto possono far accelerare la pace».

L’affondo nulla toglie al fatto che il focus è la primavera araba sospinta dal vento delle rivolte. È a questo tema che il capo della Casa Bianca dedica gran parte dell’intervento. A quasi sei mesi dal gesto di ribellione con cui un venditore di frutta tunisino innescò «un cambiamento straordinario», il Presidente sceglie di dare seguito al discorso al Cairo del giugno 2009 per illustrare «la risposta degli Usa a quanto sta avvenendo». Il discorso è tradotto simultaneamente in arabo, persiano ed ebraico affinché il messaggio sia lo stesso per tutta la regione. La premessa è la sconfitta di Osama bin Laden perché era «un assassino di massa che era contro la democrazia» ed «aveva già perso quando lo abbiamo trovato» perché le rivolte dal Cairo a Bengasi «chiedono democrazia, non perseguono la violenza» e «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Obama si rivolge alla «nuova generazione» composta dai «giovani di Sana’a che cantano “la notte sta finendo”» e dalle donne siriane «che ai primi colpi ricevuti hanno detto di aver provato dignità». Sono tali rivolte «a favore di diritti e libertà» a «offrire una storica opportunità» a Medio Oriente e Nord Africa che gli Usa si propongono di sostenere impegnandosi in tre direzioni: «Opposizione all’uso della violenza contro i civili, difesa dei diritti universali degli individui e sostegno alle riforme economiche».

Da qui l’approccio duro a despoti e dittatori. Se contro Gheddafi l’intervento militare è stato «necessario perché minacciava orrendi massacri», il monito al siriano Bashar Assad è di «smettere di sparare sulla gente, aprire le porte ad osservatori umanitari e consentire le riforme» cessando di «imitare l’Iran nelle tattiche di repressione». È l’occasione per indicare in Teheran la capitale che «per prima ha represso i manifestanti» nel giugno 2009, dimostrandosi «ipocrita» perché «reprime le rivolte in casa e esprime sostegno per quelle degli altri» come in Egitto. «Anche il popolo iraniano merita che le sue aspirazioni siano ascoltate» sostiene l’inquilino della Casa Bianca, rincarando la dose alla volta del regime di Teheran per «il sostegno al terrorismo» ed il programma nucleare che continua a dispetto dei divieti nelle risoluzioni dell’Onu.

Ai governanti di Yemen e Bahrein, alleati di Washington, Obama chiede di «mantenere le promesse di transizione» mentre è all’intera regione che si rivolge quando invoca «libertà di religione» per ogni minoranza, dagli sciiti in Bahrein ai copti in Egitto, così come «rispetto per i diritti delle donne perché ove ciò avviene c’è più prosperità».

Parlando delle rivolte, esalta il ruolo dei nuovi media: «La televisione satellitare e Internet forniscono una finestra su un mondo che fa progressi incredibili in luoghi come India, Indonesia e Brasile». L’accento è su «telefoni cellulari e le reti sociali che permettono ai giovani di collegarsi, facendo emergere una nuova generazione la cui voce ci dice che il cambiamento non può essere negato», sottolinea con un’enfasi voluta. Fra le novità positive include anche la «multietnica democrazia irachena» spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto: una frase che rivaluta a posteriori il lavoro svolto dall’amministrazione Bush a Baghdad. Da qui il tassello a cui Obama tiene di più ovvero il sostegno allo sviluppo economico delle nascenti democrazie: aperture commerciali a Tunisia e Egitto, cancellazione di un miliardo di debito del Cairo e un piano di sviluppo redatto dall’Fmi che verrà approvato dal G8 della prossima settimana.

da: Informazione Corretta

Pierluigi Battista, Lettera a un amico antisionista, Rizzoli. Sergio Romano, il destinatario della lettera


Pierluigi Battista, Lettera a un amico antisionista (ed. Rizzoli)
a destra,Sergio Romano,  il destinatario della lettera

Sono trascorsi un paio di decenni da quando, in piena Guerra del Golfo, giurai a me stesso che non avrei più discusso su Israele con chiunque non la pensasse esattamente come me. Tale ottusa risoluzione era il prodotto dell’ennesimo scontro con l’amico con cui da sempre discutevo sulla questione israelo-palestinese. Mi era sembrato che stavolta, in quanto a capziosità, avesse superato il confine imposto dalla decenza dialettica. Da giorni il territorio israeliano era sottoposto alla pioggia di Scud iracheni, e Israele, contrariamente al solito, tergiversava. Il mio amico sosteneva che la mancata reazione israeliana fosse dettata dal solito opportunismo sionista (perché intervenire se c’erano gli alleati di sempre a fare il lavoro sporco?). E che comunque gli israeliani con la loro inerzia non stessero facendo altro che riconoscere le proprie responsabilità morali nella lunga guerra di cui il conflitto in atto non era che l’epilogo tragico. Ero esterrefatto. Responsabilità morali? Che c’entrava Israele con l’invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam Hussein? Possibile che l’intervento in Iraq di una forza militare internazionale potesse essere addebitato a Israele? La rabbia mi stava giocando un brutto scherzo. Mentre il mio amico continuava ad argomentare con la solita distesa impudenza, io balbettavo. Allora presi il mio impegno: non mi sarei mai più esposto a una simile mortificazione. D’ora in poi, cascasse il mondo, avrei vissuto nell’ombra, mostrando un’equanimità putrida e nient’affatto corrispondente ai miei sentimenti e (cosa ancor più grave) alle mie idee. D’ora in poi avrei opposto ai detrattori di Israele un sorrisino di circostanza. Il tutto sarebbe stato reso più arduo dal fatto che mi stavo avviando a una carriera intellettuale, e che i miei colleghi e compagni di avventura sarebbero stati accademici, scrittori e giornalisti, categoria storicamente sospettosa nei confronti di Israele. Ho tenuto fede al mio giuramento? Direi di sì. Ma con quanta fatica, e a costo di quale sacrificio della mia dignità. Forse questo spiega perché abbia letto il libro di Pierluigi Battista Lettera a un amico antisionista (Rizzoli) con il gusto che si avverte nel ricevere un insperato e tardivo risarcimento. Ho trovato enumerati, con puntiglioso talento argomentativo, tutti gli interrogativi che da anni avrei voluto rivolgere a un sacco di miei amici, cosa che mi sono ben guardato dal fare. La lettera di Battista, per esplicita ammissione dell’autore, è una risposta alla missiva che, qualche anno fa, l’ambasciatore Sergio Romano scrisse a un «amico ebreo» . E che suscitò tanta indignazione, soprattutto in ambito ebraico. Ricordo che pure nel soggiorno di casa mia ci divedemmo tra falchi e colombe. Guarda caso è proprio da lì che muove l’argomentazione di Battista. È onesto liquidare come antisemita chi ostenta nei confronti di Israele e dei suoi fiancheggiatori una peculiare sospetta o ossessiva severità? La risposta di Battista è molto interessante: l’accusa di antisemitismo è imprecisa. Battista ne è talmente convinto da confutare Martin Luther King che in una lettera indirizzata a James Earl Ray scriveva: «Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente “antisionista”. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo intende gli ebrei, questa è la verità di Dio» . Battista, evidentemente non a suo agio con «la verità di Dio» e tanto meno con il commovente tono oracolare di quel martire dei diritti civili, rifiuta il sillogismo. Sforzandosi, per esempio, di spiegare le ragioni di Sergio Romano. Dando forma plastica e autorevolezza ideologica alle diffidenze di quest’ultimo. Certo, Battista le considera sbagliate, ma evita di tacciarle di antisemitismo. In fondo Battista sta scrivendo a un «amico antisionista» . Se costui fosse antisemita non sarebbe un suo amico, tanto meno il possibile destinatario di una lettera. Detto questo però, Battista riconosce l’esistenza di un’odiosa ambiguità. «È però vero, che seppure gli antisionisti non sono tutti antisemiti senza sfumature, non c’è purtroppo antisionista che non sia prigioniero di un’ossessione che con l’antisemitismo, fatalmente, ha molte parentele. Di una malattia culturale il cui sintomo principale a me pare si possa definire come il “morbo della dismisura”. Dismisura nei giudizi, nei pregiudizi, nel lessico, nei furori inconsulti e incontrollati. Dismisura nell’acredine contro un popolo, quello israeliano, che numericamente costituisce una piccola quantità nel gran mare del mondo arabo. Dismisura, se soltanto si considera l’angustia geografica di un pezzo di terra contesa che copre una percentuale piccolissima dell’area mediorientale» . Il dato interessante di questo appassionante pamphlet è che Battista non si perde a stabilire ragioni e torti dei contendenti di quel conflitto infinito. Né, mi pare, gli interessi granché esercitarsi in un’inutilmente faziosa apologia sionista. Ciò di cui Battista vuole dare conto è di un atteggiamento mentale, o per meglio dire un sentimento— così prossimo al risentimento— di coloro che da anni professano nei confronti di Israele una diffidenza che dire “préalable”è poco. C’è qualcosa che non va in costoro. Un eccesso di zelo. Una forma di esibizionismo. Un disarmante strabismo. Un’ardente smania di boicottare, rifiutare, giudicare, aborrire. L’antisionista di Battista è un liberal, pieno di sacro fuoco e di sensi di colpa, animato da un molto ebraico «odio del sé» , convinto assertore della responsabilità occidentale nei dissesti del mondo. E che, in nome di tutto questo, identifica in Israele uno scandalo geografico e politico. «L’antisionismo» scrive Battista «è un unicum nella storia pur parecchio variegata delle ideologie antimperialiste, anticolonialiste, indipendentiste, nazionaliste e così via, perché implica la distruzione, tabula rasa, del soggetto “coloniale”o “imperiale”da cui liberarsi» . Qualche anno fa, dalla medesima tribuna, più o meno in questo periodo dell’anno, mi dichiarai ostile al Giorno della Memoria, ravvisando una relazione perturbante tra i commossi retori della Memoria e i grandi esecratori di Israele. Battista, nel suo viaggio nel cuore dell’antisionista doc, nota un’aporia analoga: «Mentre si asciugano le lacrime dopo aver visto Schindler’s list, non sembrano molto scossi quando Ahmadinejad convoca a Teheran l’internazionale negazionista per denunciare la “menzogna di Auschwitz”» . Una contraddizione che una volta un mio amico israeliano liquidò senza fare una piega con queste parole: «Perché ti stupisci? Da sempre un ebreo morto è molto più commovente di un ebreo vivo» .

La letteratura ebraico – israeliana scatena i “perdenti radicali”


Dopo il caso della Fiera del Libro di Torino la presenza degli scrittori israeliani ospiti d’onore a Parigi ha scatenato l’impulsiva reazione della cultura musulmana al Salon du livre di Parigi.

Il loro istituto di cultura che raggruppa 50 paesi islamici ha chiesto agli intellettuali musulmani di boicottare la manifestazione parigina in programma dal 14 al 19 marzo, che celebra il 60.mo anniversario della creazione dello Stato ebraico.
Visto che in questi stessi giorni al Festival della matematica 2008 di Roma è stato accolto con giustificati onori Hans Magnus Enzenberger, tanto lodato dalla intellettualità italiana, vorrei ricordare il suo prezioso libro Il perdente radicale, Einaudi, 2007, p. 73 che, all’opposto, questa stessa intellettualità di sinistra ha a suo tempo ignorato.
Nella quinta argomentazione – nella quale diceva che la civiltà arabo-musulmana, invece di provare a rinnovare le proprie coordinate culturali adattandole ai cambiamenti sistemici del mondo, reagisce con il vittimismo, il pianto mediterraneo, l’urletto isterico, l’ira lamentosa, l’odio dei mediocri, il ditone alzato a maledire Hans – Magnus Enzenberger scrive:
questa fede nella propria supremazia ha un fondamento religioso. In secondo luogo collide con la propria evidente debolezza. Questo genera un adontamento narcisistico in cerca di compensazione. Perciò attri­buzioni di colpa, teorie del complotto e proiezioni di ogni genere caratterizzano il sentire collettivo. Secondo il quale il mon­do esterno ostile mira unicamente all’umi­liazione dei musulmani arabi.
Sicché si reagisce con estrema permalosità a ogni offesa presunta o reale …
A rimetterci le penne nei conflitti che na­scono da questa mentalità è l’elementare principio della reciprocità. Così, ad esem­pio, esistono due sensibilità assolutamente incomparabili tra loro: la propria e quella degli altri. Ferire quella degli infedeli è un esercizio quotidiano. (Del resto già questa definizione fa riflettere; evidentemente al­tre religioni, diverse dall’islam, non credo­no a qualcos’altro, bensì a nulla). Offende­re chi la pensa diversamente fa parte del re­pertorio standard dei media islamici. Quan­do mostrano Ariel Sharon con un’ascia a forma di svastica mentre macella bambini palestinesi, la cosa è normale; per conver­so il mondo arabo si sente offeso, se qual­che caricaturista lo prende in giro. La costruzione dì moschee in tutto il mondo è pretesa come un diritto inalienabile; la co­struzione dì chiese cristiane in molti paesi arabi è impensabile. La propaganda della fe­de musulmana è un dovere sacro, la missio­ne di altre religioni un crimine. Il semplice possesso di una Bibbia viene penalmente perseguito nell’Arabia Saudita. Un califfo autonominatosi tale si scaglia contro la pro­pria espulsione in quanto lesiva dei diritti dell’uomo. Laddove l’incitamento ad am­mazzare un romanziere apostata è approva­to da molti musulmani.  Slogan del tipo «morte agli infedeli (agli americani, ai da­nesi, ai tedeschi, ecc.)» sono considerati una forma legittima di protesta, per la quale tut­ti devono mostrare comprensione. Con l’a­ria dell’innocenza bistrattata predicatori dell’odio pretendono la libertà di opinione, la cui eliminazione è il loro scopo dichiara­to. La disintegrazione al tritolo delle statue di Buddha a Bamiyan è stata considerata in Afghanistan un atto di devozione; di rea­zioni violente in Thailandia o in Giappone non è giunta notizia. Ma non appena si pro­spetta la proiezione di un film che critica i costumi islamici, la plebaglia si schiera compatta e fioccano le minacce di morte. Si chiede a gran voce rispetto, ma lo si nega agli altri. (p. 53-54)Per la cronaca storica mi appunto questo articolo:

“E’ un po’ grottesco parlare di boicottaggio in uno degli eventi culturali più importanti dell’anno, il Salone del libro di Parigi. Ma questo era il rischio (diventato una realtà, appesantita da psicosi e misure di sicurezza per la visita ufficiale di Shimon Peres) essendo ospite d’onore la letteratura ebraica, in occasione del sessantesimo anniversario dello Stato d’Israele.
Boicottaggio dichiarato e attuato da parte di scrittori e Paesi arabi; voci di censura (o meglio, appello al politicamente corretto) da parte delle autorità israeliane, secondo quanto riferisce il quotidiano “Haaretz”. Ma la cultura ha una forza intrinseca che trapassa muri e diplomazia, e la parola degli scrittori diventa un grido di libertà, beffardo contro la stupidità dei bavagli, imposti o presunti. 
Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua - i tre ‘tenori’ della letteratura israeliana – ne hanno dato ieri una testimonianza appassionata, raccontando l’esperienza di tante fratture che li accomuna come esseri umani e narratori.
La frattura fra il cittadino di una realtà inaccettabile e l’artista che sogna di cambiarlo, fra identità ebraica e coraggiose posizioni politiche, fra amore di patria e comprensione degli altri: vicini, avversari, nemici. Nel paradosso di essere oggi boicottati e nello stesso tempo di costituire la voce più critica della politica di Israele.
Per David Grossman, la frattura è arrivata all’estremo sacrificio, la perdita del figlio soldato, durante la guerra del Libano di due anni fa. Nel suo ultimo libro, in lavorazione al momento del lutto, lo scrittore rielabora il tema della perdita: dei propri cari, della terra, dell’identità. ‘I dirigenti attuali hanno fatto così poco per preservare questa rara possibilità che ci ha donato la storia. Hanno sperperato un miracolo. Ad Amos Oz dissi che non sapevo se sarei riuscito a salvare il mio libro e lui mi disse che sarebbe stato il libro a salvarmi‘, ricorda. Si parla di libri, poesia e creazione artistica, ma il fantasma del conflitto aleggia nella sala. ‘Il boicottaggio – dice David Grossman – è inaccettabile contro ogni forma di cultura ed espressione, perché rafforza estremismo e pregiudizio. E’ un boomerang contro chi lo ha promosso, contro coloro ai quali vorremmo poter parlare’.
‘Impedire il confronto è un’idiozia’, aggiunge Amos Oz, che smentisce di aver ricevuto le ‘raccomandazioni’ di “Haaretz”: ‘Non saremmo qui se fosse vero’.
I tre scrittori hanno affrontato il tema della ‘prigione psicologica’ in cui si muovono e della libertà artistica che permette di trapassare i cliché e nonostante tutto sperare. ‘Quando scrivo – racconta Amos Oz – uso una penna nera e una penna blu. Una per gli articoli di giornale e un’altra per la letteratura’. ‘I media – dice Grossman – utilizzano stereotipi per descrivere una situazione terribile. La lingua degli scrittori è quella delle emozioni, va dritta all’anima del lettore, forse lo spinge a riflettere, talvolta a cambiare idea. Nella vita reale non abbiamo sempre voglia di conoscere l’altro. Anche quando facciamo l’amore, riusciamo a conoscere l’altro fino in fondo? Non ne sono sicuro. Nel romanzo, un personaggio può esere descritto in modo totale, o almeno come l’autore lo vede veramente’.
‘Quando esco la mattina – racconta Amos Oz – osservo la gente cominciando dalle scarpe e poi provo a mettermi dalla parte degli altri, a entrare nella pelle degli altri. Così la letteratura diventa comprensione’. Yehoshua spiega: ‘L’attualità e le vicende politiche possono impregnare i nostri libri, ma non sono manifesti politici e non lo saranno mai. La letteratura è una forma di relazione fra noi e gli arabi, permette di andare, come Proust e Dostoevskij, alla ricerca di se stessi, alla radice delle cose, all’infanzia, al tempo perduto, all’origine della nostra situazione terribile’.
Il messaggio passa nel pubblico, foltissimo, che ascolta in silenzio questa finta estraniazione dell’artista che diventa arma creativa e ultima risorsa per coltivare la speranza come un dovere, più che come una possibilità. ‘L’esplosione della cultura ebraica in molti campi non è un buon segno. In molte epoche l’arte fiorisce quando la situazione politica e sociale è pessima. Mi piacerebbe che succedesse il contrario’, dice Yehoshua. ‘Gli artisti sono come fusibili che reagiscono al male che li circonda. E’ questa nostra paura esistenziale che produce cultura.
Oggi la nostra vita non è una vita, ma violenza e paura perpetua’, dice Grossman. ‘Viviamo in un’epoca post moderna e nello stesso tempo il fanatismo ci riporta in un’epoca arcaica. Dopo il XXI secolo, vivremo in un nuovo Medioevo?’, si chiede Amos Oz. Non si avrebbe voglia di annuire, nel salone del dialogo monco, della cultura in ostaggio, di un’altra occasione perduta.” (da Massimo Nava, ‘Il boicottaggio punisce gli arabi’, “Corriere della Sera”, 15/03/’08)

 

Fiera del libro di Torino 2008: il nazi-islamismo cresce



In tema di culture e religioni


“L’ultimo attacco contro la presenza di Israele alla prossima Fiera del libro di Torino, in veste di ospite d’onore e dunque con i suoi scrittori e i suoi maggiori esponenti della cultura, viene daTariq Ramadan. Il contestato intellettuale egiziano, nipote del fondatore di Fratelli musulmani, ha dichiarato ieri che è necessario ‘affermare in modo chiaro che non si può approvare nulla che provenga da Israele‘, e che perciò il boicottaggio della manifestazione torinese, lanciato qualche settimana fa da alcune unioni di scrittori arabi, è sacrosanto: ‘non bisogna recarsi in un posto destinato a celebrare uno Stato che pratica l’omicidio e la distruzione’. Una posizione ‘quantomeno bizzarra, la sua’, commenta Ernesto Ferrero direttore della Fiera, ‘anche perché Ramadan, l’anno scorso, è stato da noi e ha tenuto senza problemi e senza censure un suo intervento. Trovo inaccettabile che la libertà di pensiero per lui vada in una sola direzione’. Sono giorni difficili, in sostanza, per la kermesse torinese che aprirà i battenti l’8 maggio. Avviata da un’iniziativa locale del Partito dei comunisti italiani, che ha chiesto di estendere l’invito ufficiale, oltre che a Israele, anche alla Palestina, la campagna di contestazione comincia a preoccupare seriamente i vertici della Fiera del libro e pure le autorità di polizia. [...] Il vero rischio, semmai, è che qualche gruppo estremista possa tradurre in fatti l’ostracismo allo stato di Tel Aviv, che finora è stato limitato a un boicottaggio su giornali e siti internet italiani e del mondo arabo. Ne sortirebbe una Fiera in stato d’assedio, con tutto ciò che ne potrebbe conseguire. Picchioni e Ferrero hanno tentato di andare incontro alle richieste degli artefici del boicottaggio, assicurando che nei cinque giorni del salone ‘sarà garantita piena dignità’ alla cultura palestinese. Ma non sembra un’apertura sufficiente. Intanto c’è già chi ipotizza che si possa recedere dall’idea di ospitare la nazione ebraica. Picchioni e Ferrero lo escludono. Però se dovesse accadere, come sostiene Tullio Levi, presidente della comunità ebraica di Torino, ‘sarebbe un vero disastro’. E oppone ‘alla campagna intimidatoria’ una proposta: ‘Perché non invitare le tante associazioni che si occupano da tempo di integrare israeliani e palestinesi?’.”
da Massimo Novelli, Ramadan attacca la Fiera: ‘No a Israele’, “La Repubblica”, 02/02/’08



Notevole lettura di supporto:

Antisemitismo a sinistra

Gadi Luzzatto Voghera, Antisemitismo a sinistra, EinaudiDicevo appunto, appena un post fa, che una memoria selettiva, che ricorda i campi di sterminio dimenticando l’antisemitismo che li ha resi possibili, è una memoria poco efficace. Una prova indiretta di questo dato di fatto la stanno dando in questi giorni parecchi “intellettuali” di sinistra che sostengono il boicottaggio della Fiera del libro di Torino, rea di aver invitato Israele come paese ospite.

Questi intellettuali considerano Israele uno stato-canaglia, unico responsabile delle sofferenze dei palestinesi, e così facendo riproducono, senza sforzi apparenti né alcun barlume di consapevolezza, uno degli stereotipi antisemiti più duri a morire, quello che assegna agli ebrei il ruolo di carnefici: da uccisori di Cristo e dei bambini cristiani a sterminatori dei palestinesi.

Inutile ricordare a costoro che paragonare la condizione dei palestinesi a qualcosa di anche solo lontanamente simile alla Shoah è un’aberrazione. Inutile ricordare che da sessant’anni a questa parte Israele deve difendersi quotidianamente da attacchi militari e terroristici; inutile sottolineare che Gaza è amministrata da una classe dirigente sorda a qualsivoglia tentativo di dialogo. Niente da fare: colpa di Israele.

E così l’intellettuale Gianni Vattimo se ne esce tranquillamente con sconcezze come questa:

Chi boicotta non vuole affatto impedire agli scrittori israeliani di parlare ed essere ascoltati. Non vuole che essi vengano come rappresentanti ufficiali di uno Stato che celebra i suoi sessant’anni di vita festeggiando l’anniversario con il blocco di Gaza, la riduzione dei palestinesi in una miriade di zone isolate le une dalle altre (per le quali si è giustamente adoperato il termine di bantustan nel triste ricordo dell’apartheid sudafricana), una politica di continua espansione delle colonie che può solo comprendersi come un vero e proprio processo di pulizia etnica.

Apartheid, imperialismo, pulizia etnica, ecco le nuove colpe dei perfidi giudei secondo Vattimo. Il quale certamente non accuserà l’Egitto di apartheid per aver costruito un muro al confine con la striscia di Gaza; né diversi paesi arabi di pulizia etnica per aver espulso ottocentomila ebrei dopo il 1948. Che diamine, è antisionista, lui, mica antisemita!

Chissà se Vattimo o i vari comunisti italiani che gridano al boicottaggio di Israele hanno lettoL’antisemitismo a sinistra, di Gadi Luzzatto Voghera. Temo di no, ma dovrebbero farlo. Sarebbe almeno un tentativo di prendere coscienza di un problema che esiste da parecchio tempo e che purtroppo non accenna a ridimensionarsi.

E chissà cosa faranno Vattimo e soci quando le loro minacce cadranno giustamente nel vuoto, e gli scrittori israeliani porteranno a Torino i loro libri, le loro idee, la cultura del loro paese. Boicotteranno anche i libri? Inciteranno le folle a bruciarli in piazza?

in: http://letturalenta.net/2008/02/antisemitismo-a-sinistra/

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO IN OCCASIONE DELLA CELEBRAZIONE DEL “GIORNO DEL MEMORIA” PALAZZO DEL QUIRINALE, 24 GENNAIO 2008



Lasciate che mi rivolga, innanzitutto alle ragazze e ai ragazzi, alla platea di giovani di varie regioni d’Italia che è qui raccolta. Questi giovani, sotto la guida dei loro insegnanti, anch’essi qui presenti, e grazie all’impegno del Ministro della Pubblica Istruzione e dei suoi collaboratori, così come grazie all’impegno di regioni e enti locali, hanno compiuto – lo abbiamo sentito – attente e serie ricerche sui Giusti fra le Nazioni e su tutti gli uomini e donne che nel loro territorio, negli anni terribili delle persecuzioni antiebraiche, contribuirono, a rischio della loro vita, a salvare degli ebrei, cui veniva data la caccia per deportarli nei campi di sterminio nazisti.
Vi siete misurati, cari ragazzi, con un tema difficile e angoscioso, ma questo impegno è stato importante per la vostra formazione come cittadini della nostra Repubblica, della nostra Europa riunificata nella pace. Bisogna ricordare gli atti di barbarie del nostro passato per impedire nuove barbarie, per costruire un futuro – il vostro futuro – che si ispiri a ideali di libertà e di fratellanza fra i popoli.
E’ nel ricordo di coloro che, in quegli anni bui, non si lasciarono corrompere dalle ideologie di odio allora dominanti, che ho voluto che venisse qui dato, nel Giorno della Memoria, quest’anno, particolare rilievo all’epopea dei Giusti, di coloro che salvarono anche le nostre coscienze, che furono i pionieri e primi costruttori del mondo di pace in cui ci auguriamo che voi giovani possiate trascorrere le vostre esistenze.
Nella vostra formazione storica e morale è bene che si affianchi alla memoria di quell’immenso stuolo di ebrei di tutta Europa che furono vittime della Shoah, anche il ricordo dei Giusti: di coloro, e non furono pochi, che si sforzarono di salvare almeno alcuni tra loro.
Questo 2008 è per noi un anno speciale, in quanto segna il sessantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione della nostra Repubblica. E’ peraltro anche l’anno in cui ricorrerà, nel settembre prossimo, il settantesimo anniversario delle leggi antiebraiche emanate dal regime fascista, che di fatto prepararono l’Olocausto anche in Italia. Leggi che suscitarono orrore negli Italiani rimasti consapevoli della tradizione umanista e universalista della nostra civiltà, e del contributo che ad essa avevano dato, attraverso i secoli, nonostante le persecuzioni, gli Ebrei che vivevano nella nostra terra, ed erano stati partecipi di alcuni dei momenti fondanti della nostra storia, dal Rinascimento al Risorgimento, alle battaglie per l’unità d’Italia; quell’Italia di cui, finalmente parificati nei diritti, essi si sentivano ed erano cittadini, animati da forti sentimenti patriottici.
Noi non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo mai la Shoah. Non dimentichiamo gli orrori dell’antisemitismo, che è ancora presente in alcune dottrine, e va contrastato qualunque forma assuma. Non dimentichiamo e non dimenticheremo neppure i Giusti d’Italia, i cui nomi sono stati ricordati in una benemerita ricerca, realizzata grazie al lavoro infaticabile di studiosi che sono oggi qui presenti, e pubblicata qualche anno fa in un volume con un messaggio del mio predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, e con la sua prefazione, onorevole Fini, nella sua qualifica, all’epoca, di Ministro degli Esteri.
Ai Giusti d’Italia hanno qui reso oggi omaggio, insieme con noi tutti, anziani e giovani – e per questo li ringrazio – il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Avvocato Gattegna, e l’Ambasciatore d’Israele Gideon Meir, a nome dello Stato che rappresenta, e di quel Luogo della Memoria, lo Yad Vashem di Gerusalemme, che vuole tener vivo per sempre, nella coscienza dei popoli, accanto al ricordo straziante delle moltitudini di Ebrei che furono vittime della Shoah, anche i nomi di quei Giusti fra le Nazioni che si prodigarono per salvarli: a testimonianza del fatto che l’ideale antico dell’Amore del Prossimo e dello Straniero che vive tra noi, neppure allora era spento.
Anche a nome di voi giovani, che state formando le vostre coscienze in un’Italia e in un’Europa dove oggi si vive in libertà, rinnovo l’espressione della nostra riconoscenza a quei Giusti che tennero vivi gli ideali di umanità a cui si sono ispirati quanti hanno combattuto, in condizioni drammatiche, per dare vita a un’Italia libera e democratica, e poi per costruire un’Europa di pace.
Sono, perciò, onorato e lieto di procedere ora alla consegna delle medaglie d’oro al valor civile, che sono state concesse, dal Ministro degli Interni, ad alcuni, tra i Giusti d’Italia, che sono con noi. Vi ricordo che altre medaglie d’oro e medaglie dei Giusti fra le Nazioni saranno consegnate, fra pochi giorni, a militari del Corpo della Guardia di Finanza, qui rappresentato dal Comandante Generale Cosimo D’Arrigo.

Sabato prossimo, 27 gennaio, è il Giorno della Memoria


Sabato prossimo, 27 gennaio, è il Giorno della Memoria.
Mi preparo con qualche lettura, per potere elaborare qualche pensiero.
Esploro questo sito.
Mi fermo lì, a tentare di riflettere su quanto può cambiare in pochissimi anni (1933-1945), per una scelta politica allora della Germania e l’assenza di responsabilità degli altri stati, il destino di 6 milioni di persone. E osservo tanti, troppi parallellismi con l’attuale situazione geopolitica

Per oggi mi appunto la legge:

Legge 20 luglio 2000, n. 211
“Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italianinei campi nazisti” – pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000

Articolo 1.

  1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Articolo 2.

  1. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

Il tarlo della dimenticanza e la funzione delle leggi. Riflessione in tema di “negazionismo” e cultura della sinistra, di Paolo Ferarrio


Il tarlo della dimenticanza e la funzione delle leggi

Negazionismo: in riferimento alla Shoa, è il temine con cui si indicano le teorie revisioniste secondo le quali l’Olocausto sarebbe stato assai più ridotto di quanto la storiografia dominante ritenga, o addirittura non sia mai avvenuto (da Wikipedia)
Fino a qualche mese fa era un problema storiografico. Il prof. Cilimandro, dopo avere affermato che lo ”Scopo principale dei ricercatori negazionisti è quello di dare l’impressione che si stia affrontando un serio dibattito storiografico tra storici “ufficiali” (“sterminazionisti”)e storici “revisionisti” “,  aveva già scritto un’aurea scheda di indicazioni per riconoscere un testo negazionista:

-          cercare di smontare le testimonianze ed i documenti che sono alla base dell’esistenza dello sterminio. Si tratta di una prima importante differenza rispetto al metodo storiografico comunemente utilizzato, che parte da una serie di materiali documentari per avanzare ipotesi interpretative ritenute abbastanza attendibili

-          riduzione drastica del materiale documentario e delle testimonianze utilizzate dalla storiografia scientifica, non prendendo in considerazione, ad esempio, le testimonianze dei Sonderkommandos e il contenuto dei discorsi pronunciati da Hitler (o da altri gerarchi nazisti)

-          trascurare del tutto le testimonianze di persone il cui nome ha scarsa risonanza per scegliere invece bersagli ben noti e che assicurano una vasta risonanza. Tale scelta deriva evidentemente da motivi di “marketing”

-          isolamento della testimonianza dal suo contesto immediato.

-          gettare dubbi sulla credibilità del testimone.

-          ricerca ossessiva di qualunque, anche minima, imprecisione

-          rottura del consenso: ciò si verifica quando nella mente del lettore “sprovveduto” viene insinuato il seme del dubbio circa la realtà dello sterminio

-          dopo aver confuso il lettore con la seconda fase si approfitta dunque di questo “stordimento” per proporre con tono perentorio una chiave di lettura che dissolve, con apparente facilità, tutti i dubbi e le incertezze.

 

Dicevo: fino a qualche tempo fa era un problema storiografico.

Da qualche tempo non è più un problema storiografico, ma geopolitico.

Un capo di stato iraniano, che programmaticamente dichiara di volere la distruzione dello stato di  Israele,  organizza un convegno internazionale per sostenere il negazionismo. E le televisioni di tutto il mondo fanno una grandissima pubblicità all’evento.

Il gioco è fatto: il negazionismo non è più una operazione di storiografi poco metodici, ma diventa una operazione che è messa in agenda politica. Si trasforma in un obiettivo culturale che sostiene le ragioni di una azione militare.

Veniamo a noi. All’Italia e al fatto che fra pochi giorni – in base ad una legge di stato (che per mesi fu ostacolata dalle destre, dopo che fu presentata e sostenuta con forza da Furio Colombo) – ci sarà, per legge e non per memoria introiettata dentro ciascuno di noi e nella nostra cultura, il Giorno della Memoria.

Bene. Il ministro della Giustizia (me ne frego che si chiami Mastella, visto che alcuni se la prendono con la sua persona e non con questa sua azione), ripeto il ministro della Giustizia dice che per mettere l’Italia alla pari con gli altri paesi proporrà un disegno di legge per introdurre nel codice penale italiano un nuovo reato: quello di negazione dell’Olocausto.

In Germania la ministra degli interni ha proposto di istituire il delitto di negazionismo in tutta Europa come un passo necessario per rilanciare la normativa contro razzismo, xenofobia e antisemitismo , bloccata per anni per scelta del governo Berlusconi. Nella Unione Europea 9 paesi su 27 hanno già una legislazione antinegazionista, come Germania, Austria, Francia

Una iniziativa giusta, responsabile, presa nel momento giusto. Prima che sia troppo tardi.

E invece, apriti cielo:

-          “iniziativa aberrante dal punto di vista etico e controproducente dal punto di vista pratico” (Alessandro Piperno, scrittore)

-          “Proibire il negazionismo per legge è sbagliato … segnala una inquietante rincorsa delle istituzioni a recintare i percorsi della memoria e della storia” (Giovanni De Luna, storico)

-          “è inaccettabile che un’autorità – politica, giudiziaria, religiosa… – si possa ergere a custode e a garante della Verità della Storia. Esiste un solo Tribunale, ed è quello, ideale, rappresentato dalla comunità studiosi,” (Angelo d’Orsi, storico)

-          “mettere fuori della storia i negazionisti non significa metterli in galera” (Francesco Rutelli, ministro collega di Mastella)

-          “siamo contrari a introdurre i reati di opinione nella legislazione italiana (Renzo Gattegna, presidente della Unione delle comunità ebraiche

-          Convertire la falsità in delitto non basta a far trionfare la verità, anzi rischia di delegare al giudice il ruolo dell’educatore e dello storico” (il Manifesto, 20 gennaio 2007)

 

Per fortuna l’intelligenza ha illuminato qualcuno che ha argomentato all’opposto:

-          “non si tratta di sanzionare una posizione storiografica, che è evidentemente indifendibile, ma le sue motivazioni politiche” (Giorgio Bocca)

-          “esiste una differenza abissale tra libertà d’espressione e libertà di menzogna. La prima s’arresta laddove l’altra ha inizio. E la bugia pubblica deve essere sanzionata in modo proporzionato al danno che produce, al singolo o alla comunità” (Gaetano Quagliarello, storico)

-          ”la legge sulla Shoah è necessaria, negare l’Olocausto deve essere un reato. Se io dichiaro che un tale ha sgozzato un bambino tre giorni fa, vengo denunciato per diffamazione e giustamente condannato. Ciò vuol dire che mi è stata limitata la libertà di espressione? Ovviamente no.” (Amos Luzzatto, ex presidente delle comunità ebraiche italiane)

-          il rifiuto dell’Olocausto oggi non è quasi mai invocato come elemento di disputa teorica, ma come concretissimo strumento di scontro con gli Ebrei (e dunque poi con lo Stato d’Israele) chiamati in causa in quanto razza.” (Lucia Annunziata, La Stampa 25 gennaio 2007

 

A cosa è dovuta questa ostilità ad una legge che avrebbe anche la funzione di preservare la memoria?

Credo che alla base siano due motivi: il primo è che il tarlo della dimenticanza comincia a dare i suoi frutti. In ciò contribuisce anche internet: una grande potenza nel comunicare molte informazioni, ma anche una fruizione veloce e frammentaria dei questi messaggi. E una impossibilità di assimilarli nella mente. La velocità non è una buona alleata per l’introiezione profonda.

E il secondo motivo è quello di non volere capire , nonostante le torri gemelle, Madrid, Londra, che cosa sta succedendo nel mondo e cosa sta producendo la  virulenza della azione politico militare del fondamentalismo islamico.

C’è una resistenza psicologico-culturale nell’accorgersi che Mahmud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica di uno Stato che potrebbe presto avere la bomba atomica, ha trasformato il più grande orrore della storia dell’ umanità in programma politico attuale.

C’è una colpevole sottovalutazione del fatto che in Europa c’è una ripresa d’antisemitismo come mai si era vista dal termine della Seconda Guerra Mondiale e che ha portato all’incendio di Sinagoghe e a violenze fino a qualche anno fa inimmaginabili.

C’è una situazione diciamo così “ambientale” (opinioni policatally correct, giornalisti che vogliono apparire aperti e “critici”,  storici che sono in realtà militanti di partito)  che tenta di impedire di vedere che quelle che erano farneticazioni di pochi isolati si sono trasformate in programma per convegni celebrati in pompa magna a Teheran.

Ecco perché sto con un ministro della giustizia che si chiama Mastella.

Ieri, in un discorso a mio avviso “storico”, ci ha pensato in modo definitivo Giorgio Napolitano a chiarire come deve essere impostata, nella politica italiana, la questione degli ebrei e dello stato di Israele


Quando i “padri” sono meglio dei “figli”.

Qualche giorno fa Massimo D’Alema è stato dichiarato persona non gradita dalla comunità ebraica romana per due suoi articoli di velenosa polemica contro lo stato israeliano ed ha preferito non partecipare alla presentazione del libro  di Luca Riccardi, “Il problema Israele – Diplomazia italiana e Pci di fronte allo stato ebraico (1948-1973)“, Guerini editore.
Ieri, in un discorso a mio avviso “storico”, ci ha pensato in modo definitivo Giorgio Napolitano a chiarire come deve essere impostata, nella politica italiana, la questione degli ebrei e dello stato di Israele:

“possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perchéantisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele.”

Forte, chiaro, autorevole, definitivo.
A me il messaggio è arrivato. Ma ero già predisposto. E’ stata una conferma. Mi fa piacere che sia stato un “grande vecchio” a farlo.
Spero che D’Alema pigli un appunto dalla lezione di un suo “padre”.

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
ALLA CELEBRAZIONE DEL “GIORNO DELLA MEMORIA”

Palazzo del Quirinale, 25 gennaio 2007

….

oggi qui, e poi in tutta Italia, si celebra per il settimo anno il “Giorno della Memoria”. E sappiamo che la data del 27 gennaio fu scelta come ricorrenza del giorno in cui vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz ; quell’immenso campo di sterminio al cui ingresso, per una sorta di macabra, blasfema irrisione, campeggiava la scritta: “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”.
L’istituzione del Giorno della Memoria, è giusto rammentarlo, fu approvata dal Parlamento della Repubblica con voto unanime. Le forze politiche espressero un comune sentire e un comune impegno. E anche grazie a ciò, è poi accaduto che, col trascorrere degli anni, le manifestazioni indette in questa giornata siano divenute non meno, ma via via più numerose. La memoria della Shoah non si attenua, nella coscienza degli Italiani e degli Europei. Sempre nuove ricerche continuano ad accrescere la conoscenza di quella che fu, forse, la più immane tragedia nella storia d’Europa.
Sì, è non solo doveroso ma importante ricordare, conoscere, cercare di capire. E’ importante per tutti, guardando al futuro e non solo al passato. E’ importante perché – come ha scritto Primo Levi – “ciò che è accaduto può ritornare”, per assurdo e impensabile che appaia. ”Pochi paesi possono essere garantiti da una futura marea di violenza generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali”. Ecco, con quelle parole Primo Levi ha indicato tutti i pericoli da cui dobbiamo guardarci, tutti i fenomeni che possono sfociare in aberrazioni come la Shoah : e non abbiamo forse visto in anni recenti, e non vediamo oggi affacciarsi alcuni di quei fenomeni, in più parti del mondo e anche non lontano dal nostro paese?
Dobbiamo guardare con fiducia alla nuova Europa che abbiamo costruito negli ultimi cinquant’anni, una comunità di Stati e popoli amanti della pace, animati – soprattutto nelle giovani generazioni – da spirito di amicizia e tolleranza, dal rispetto dei diversi da noi.
Ma non dobbiamo cessare di riflettere e interrogarci su come in Europa nello scorso secolo si siano intrecciate cultura e barbarie. A questo tema ha dedicato di recente un breve libro Edgar Morin, che così si conclude : “Alla coscienza delle barbarie” che nel Novecento si sono prodotte nel nostro secolo – e non è stata solo la Shoah – “deve integrarsi la coscienza che l’Europa produce, con l’umanesimo, l’universalismo, l’ascesa progressiva di una consapevole visione planetaria, gli antidoti” a ogni rischio di nuove barbarie.
E’ a questo spirito di verità e di responsabilità europea che sono ispirate la ricca gamma di attività (qui richiamate dal Ministro Fioroni) della scuola italiana e dei suoi docenti, e le manifestazioni di cui voi giovani siete protagonisti: come il concorso “I giovani ricordano la Shoah” e come le visite annuali ad Auschwitz di studenti di ogni parte d’Italia.
Vi rivolgo per questo impegno il più vivo e convinto apprezzamento. Col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele.
Come italiani – pur nel succedersi delle generazioni – dobbiamo serbare il ricordo e sentire il peso degli anni bui delle leggi razziali del fascismo e delle persecuzioni antiebraiche della Repubblica di Salò. Egualmente, nei giorni scorsi, a Parigi il Presidente Chirac ha ricordato in un nobile discorso “i momenti profondamente oscuri della storia della Francia”, quelli del governo di Vichy sotto l’occupazione tedesca.
E come lui ha fatto per la Francia, vogliamo anche noi ricordare per l’Italia la luce che venne dalle imprese dei Giusti, di coloro che hanno meritato questo nome per le prove concrete che offrirono – anche col rischio del sacrificio della vita – di solidarietà verso i fratelli ebrei perseguitati, esposti alla minaccia della deportazione, della tortura, dello sterminio nei campi come Auschwitz.
Quei Giusti hanno salvato l’onore dell’Italia : e oggi dobbiamo noi render loro onore, con profonda e sempre viva riconoscenza.


A riprova che l’antisemitismo e antisionismo è molto radicato nella politica italiana:

Su EUROPA, quotidiano della Margherita la notizia della frase del Presidente della Repubblica Napolitano, sull’antisemitismo mascherato da antisionismo, è relegata nelle pagine della cultura, in un trafiletto intitolato “Napolitano: no ad ogni rigurgito di antisemitismo”.

Sull’UNITA‘ è relegata a un sottotitolo “Napolitano, combattere ogni rigurgito di antisemitismo, anche travestito da antisionismo” e a una breve citazione nella cronaca di Anna Tarquini e Massimo Franchi sulla proposta Mastella(“Carcere per le discriminazioni razziali  e sessuali”, a pagina 9).
Completa la censura sull’edizione on line del quotidiano.

Quello di Napolitano è definito “discorso-svolta” nell’articolo. Come mai gli si dà così poco rilievo? Anche in prima pagina non se ne fa menzione, mentre viene richiamato un altro discorso del Presidente della Repubblica: “Napolitano, il lavoro precario uccide”

Nessun cenno al discorso di Napolitano nemmeno sul MANIFESTO e suLIBERAZIONE

Paolo Ferrario, commento al libro “Storie di amore e di tenebra” di Amos Oz


  • commento al libro  “Storie di amore e di tenebra” di Amos Oz
  • più sotto c’è Amos Oz che si racconta

Mike Leigh e Amos Oz | Tracce e Sentieri, 5 Agosto 2004 – 8 Novembre 2011.