gli islamisti nigeriani uccidono Franco Lamolinara, dopo un anno di infame prigionia


occorre immaginarsi la vita di Franco Lamolinara, per quasi un anno prigioniero degli spietatissimi aguzzini islamisti.

occorre immaginarsi la sua speranza di sopravvivere giorno dietro giorno, nonostante le paure, i tormenti, le mostruose costrizioni (ben raccontate nel film Non desiderare la donna d’altri (Titolo originale Brodre/Brothers), di Susanne Bier, 2004)

Occorre immaginarselo quando viene ucciso dagli islamisti terroristi.

Occorre immaginare i cattocomunisti multiculturalisti, che se ne sbattono di questi poveracci che crepano nelle carceri musulmane, perchè sono più portati a comprendere le LORO ragioni piuttosto che quelle di chi, senza essere colpevole di nulla, muore solo per fare un lavoro nei luoghi dell’ESTREMO PERICOLO.

Occorre immaginare tutto questo

Paolo Ferrario, 8 marzo 2012

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l’ ostaggio italiano Franco Lamolinara è morto durante un blitz delle teste di cuoio britanniche. Con lui è rimasto ucciso anche un altro ostaggio britannico, Cristopher McManus. È successo a Sokoto, nel nord-ovest della Nigeria, non lontano dal luogo in cui l’ingegnere italiano era stato sequestrato il 12 maggio 2011. Lamolinara e il collega britannico sono stati trovati già privi di vita quando le forze speciali inglesi e nigeriane sono riuscite a entrare nell’abitazione dove erano tenuti in ostaggio, secondo quando riferiscono servizi segreti del paese africano.

da Blitz delle teste di cuoio, i rapitori sparano Uccisi Lamolinara e un altro ostaggio – Corriere.it.

Franco Lamolinara è l’ultima vittima della cecità con cui l’Italia, l’Europa e l’Occidente favoriscono il propriosuicidio sostenendo la crescita del radicalismo islamico sia dentro sia fuori casa nostra.

Immaginavamo che l’11 settembre del 2001 fosse l’apice della capacità offensiva di Al Qaida. Oggi dobbiamo ricrederci assistendo alla rapida ascesa e diffusione della più micidiale rete del terrorismo islamico globalizzato in Nigeria, Yemen, Iraq, Siria, Libia, Algeria, Territori palestinesi, Pakistan, Afghanistan, Indonesia, Somalia, Sudan. Altre forze radicali islamiche legate ai Fratelli Musulmani o alla galassia dei Salafiti hanno preso il potere in Egitto, Marocco, Tunisia, Libano.

E in casa nostra, ovunque in Occidente, la presenza del radicalismo islamico cresce giorno dopo giorno tramite la fitta rete di moschee, scuole coraniche, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali sharaitici.

minaccia dell’integralismo islamico cala su Edizioni Anordest, la casa editrice di Villorba che quasi un anno fa ha mandato in stampa «I fiori del Giardino di Allah». Obiettivo della fatwa è l’autore del testo, Attar Fartid al Shahid, pseudonimo dietro il quale si nasconde un intellettuale iraniano contrario alla dittatura degli ayatollah – Cronaca – la Tribuna di Treviso


La minaccia dell’integralismo islamico cala su Edizioni Anordest, la casa editrice di Villorba che quasi un anno fa ha mandato in stampa «I fiori del Giardino di Allah». Obiettivo della fatwa è l’autore del testo, Attar Fartid al Shahid, pseudonimo dietro il quale si nasconde un intellettuale iraniano contrario alla dittatura degli ayatollah. Ed è per la condanna pubblica risuonata durante la predica di un noto rappresentante del clero sciita in Iran che oggi sono finiti sotto sorveglianza la società e il suo direttore editoriale Mario Tricarico.

Il dipositivo è stato attivato martedì pomeriggio dopo il via libera dato dal comitato ordine e sicurezza in prefettura. E’ durante quel vertice infatti che questore e Digos hanno reso noti i risultati di un’attività di indagine e verifica nazionale e internazionale scattata la scorsa estate. A dare il via all’attività di intelligence è stato il ritrovamento di un volantino nei dintorni di viale Jenner, la zona di Milano dove ha sede quello che forse è uno dei centri islamici più importanti dle Nord Italia. L’opuscolo, battuto a macchina in doppia lingua, riportava la condanna dell’ayatollah iraniano contro il libro e il suo autore, una vera e propria fatwa lanciata a seguito di quanto scritto. Da lì, gli agenti della polizia hanno attivato una serie di verifiche che a Roma, centro dell’attività investigativa terroristica, hanno portato a considerare la minaccia «fondata».

Da giovedì quindi la questura di Treviso ha deciso di mettere sotto controllo la sede della casa editrice, in viale fratelli Rosselli a Villorba (a poche decine di metri dal locale centro islamico), ma anche la casa del direttore editoriale Mario Tricarico, diventati potenziali obiettivi

da Fatwa islamica editore sotto protezione – Cronaca – la Tribuna di Treviso.

dopo la lettura di Tommaso Vitale, Les intellectuels italiens et l’islamophobie, captato mediante twitter


egregio professor tommaso vitale
twitter mi ha fatto captare questo suo/tuo articolo:
sono un ammiratore del coraggio intelligente di oriana fallaci (per nulla, di magdi allan, ma solo perchè è passato da un fondamentalismo ad un altro fondamentalismo)  e uno dei miei “maestri” è giovanni sartori (che vedo glossato nel testo)
probabilmente non sono un intellettuale, secondo le categorie classificatorie delle accademie universitarie,  ma probabilmente sono un “islamofobo”, ammesso che questa tipologia spieghi alcunchè della transizione socioculturale geopolitica di questo ormai decennio e dei terribili anni a venire.
derivo questa mia propensione innanzitutto dalla esperienza storica (l’11 settembre e relativo contesto: http://mappeser.com/2011/01/26/elenco-degli-attentati-terroristici-islamici-dall11-settembre-2001-al-2010/) e da due radici:
una è la visione che delle religioni, e in particolare delle “fedi”,  ha emanuele severino come “violenza originaria”.
l’altra è la visione del mio contemporaneo Christopher Hitchens (1948-2011): dio non è grande, come la religione avvelena ogni cosa, einaudi
chissà se, estendendo l’analisi agli intellettuali tedeschi, anche enzensberger sarebbe incluso in questa tipologia:
mi piacerebbe che la “sociologia critica” una volta tanto facesse i conti con questo bel programmino politico per la vecchia europa:
grazie per la lettura
e buon futuro
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risposta alla risposta:
egregio professore, grazie per la risposta
il tuo/suo era proprio per segnare l’incrinatura

a parte il dissenso cognitivo su questo tema ritengo che la sociologia critica dovrebbe indagare prima sulle ragioni della “paura” e poi , semmai elaborare le proprie classificazioni tipologiche 
le etichette appiccicate ad oriana fallaci appartengono a quella decisiva teoria, importantissima in tempi flussi comunicativi accentuati dalle tecnologie internettiane, della “deturpazione morale”. Peraltro già ampiamente praticata nelle culture totalitarie del novecento, per esempio nei processi staliniani.
comunque saranno gli anni a venire a validare questa dissonanza cognitiva
in genere concludo una lettera con i saluti
dunque ripeto
grazie per la lettura
e buon futuro
paolo f

religioni e terrorismo


I nuovi terroristi religiosi non sono esclusivamente di matrice radicale islamica. Nell´attuale scenario internazionale sono attivi gruppi eversivi che si ispirano a correnti fondamentaliste cristiane, ebraiche, induiste, buddiste e sikh, nonché a determinate sette religiose apocalittiche. I militanti di tali organizzazioni percepiscono la violenza terroristica (anche quella che provoca un grande numero di vittime innocenti) come un atto sacramentale, teso a perseguire i più elevati valori morali e spirituali.
L´era del moderno “terrorismo sacro” non inizia con l´attacco al World trade center di New York, ma circa due decenni prima, all´inizio degli anni ‘80. Per buona parte del XX secolo i movimenti terroristici, sia in occidente sia nel mondo non-occidentale, erano prevalentemente di tipo laico e secolarizzato. La rivoluzione islamica in Iran nel 1979 diede un primo significativo impulso all´emergere di movimenti eversivi d´ispirazione religiosa nel mondo islamico. Successivamente, si assiste al riemergere di movimenti estremisti violenti anche nell´ambito di altre tradizioni religiose. Tra questi vanno menzionati, ad esempio, il Christian white supremacist movement negli Stati Uniti, i movimenti estremisti ebrei ispirati al pensiero del rabbino Meir Kahane in Israele, i terroristi indù e i gruppi militanti sikh in India e infine i gruppi buddisti violenti nello Sri Lanka.
….

tutto l’articolo qui: Se la religione fa terrore

unità informativa connessa a:

Christopher Hitchens, DIO NON E’ GRANDE, come la religione avvelena ogni cosa, Einaudi

http://mappeser.com/?s=Christopher+Hitchens%2C+DIO+NON+E%27+GRANDE

Al 21 aprile 2011, 11.032 soldati americani sono stati feriti in azione in Afghanistan


Al 21 aprile 2011, 11.032 soldati americani sono stati feriti in azione in Afghanistan

Nel 2009 ci sono stati in Afghanistan 7.228 attacchi con ordigni esplosivi improvvisati (più comunemente conosciuti come IED, Improvised Explosive Device), con un incremento del 120% rispetto al 2008 e un nuovo record per la guerra. Dei 512 soldati stranieri morti nel 2009, 448 vennero uccisi in azioni militari, e di questi 280 morirono a causa degli IED.

Nel 2010, gli attacchi con gli IED ferirono 3.366 soldati statunitensi, circa il 60% del totale dei feriti a causa degli IED fin dall’inizio della guerra. Dei 711 militari stranieri morti nel 2010, 630 vennero uccisi in azione; 368 di questi vennero uccisi dagli IED (circa il 36% dei morti totali a causa degli IED dall’inizio della guerra).

da Perdite della coalizione in Afghanistan – Wikipedia.

Stefano Dambruoso: giovani musulmani della seconda generazione, nati nel nostro Paese, figli di chi ha avuto a che fare con il terrorismo internazionale. Ragazzi di 17-18 anni che possono venir irretiti dall’estremismo


spiega Stefano Dambruoso, che da pm ha dato la caccia ai terroristi islamici ed ora dirige l’ufficio internazionale del ministero della Giustizia. «Si stanno monitorando i giovani musulmani della seconda generazione, nati nel nostro Paese, figli di chi ha avuto a che fare con il terrorismo internazionale. Ragazzi di 17-18 anni che possono venir irretiti dall’estremismo. Sono in numero sufficiente da considerarli una possibile preoccupazione» rivela Dambruoso.

da Gli insospettabili Terroristi fatti in casa (nostra) – Esteri – ilGiornale.it.

Dati storici ed empirici: Violenza e terrorismo nascono nelle moschee – di Magdi Cristiano Allam, in ilGiornale.it


Appello fraterno da italiano che ama l’Italia ai connazionali succubi del­l’id­eologia del multi­culturalismo e folgo­rati dalla moschea­mania. Fate una semplice ricerca all’interno del sito dell’Ansa, la principale agen­zia nazionale d’informazione, inse­rendo il nome «moschea». Scoprirete che il 99 per cento delle notizie riguarda attentati terroristici e azioni violente che si verificano nelle moschee in tutti i Paesi del mondo, sia quelli dove i musulmani sono maggioranza sia quelli dove sono minoranza, sia quelli dichiaratamente integralisti islamici che consideriamo radicali sia quelli formalmente laici che definiamo moderati; mentre il restante 1 per cento riguarda l’annuncio delle nuove moschee che si vorrebbero costruire in Italia.

Ebbene, il peso della connotazione totalmente negativa delle moschee nel mondo è tale da far apparire noi italiani come chi ostinatamente e ciecamente è votato al suicidio. Mi limiterò a indicare i fatti concernenti le moschee nel mondo degli ultimi mesi. Il 3 settembre a Londra l’imam della moschea di Finsbury Park, il libanese cieco Maymoun Ghandi Zarzour, è stato assassinato all’interno della moschea. Quando nel 1998 conobbi il fondatore della moschea di Finsbury Park, l’imam egiziano Abu Hamza Al Masri, mi confessò candidamente che la moschea organizzava pubblicamente corsi ideologici e militari per la Guerra santa islamica a Crowborough, alla periferia di Londra.

Il 30 agosto a Copenaghen, all’uscita dei fedeli dalla moschea dopo la celebrazione dell’Eid al-Fitr, la festa islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan, uno di loro è stato ucciso in una sparatoria. Il 28 agosto a Bagdad un terrorista suicida si è fatto esplodere nella moschea sunnita di Oum al-Qura, uccidendo 29 persone e ferendone gravemente altre 35. La moschea colpita è diretta dall’imam Ahmed Abdel Ghafour che ha ripetutamente condannato i terroristi islamici. Il 27 agosto a Damasco le forze di sicurezza siriane hanno dato l’assalto a una moschea affollata di fedeli, provocando un morto e 20 feriti.

Il 26 agosto in Afghanistan una bomba viene fatta esplodere nel cortile di una moschea della provincia nord-occidentale di Faryab, uccidendo 4 persone e ferendone altre 14. Il 19 agosto in Pakistan un terrorista suicida di appena 16 anni si è fatto esplodere all’interno di una moschea nel distretto tribale di Khyber, provocando il massacro di 53 persone e oltre 120 feriti. Il 17 agosto in Siria nove persone vengono uccise dalle forze di sicurezza dopo aver inscenato una manifestazione di fronte alla moschea di Fatima a Homs. L’11 agosto l’artiglieria dell’esercito siriano colpisce la moschea Uthman ben Affan a Dayr az Zor, 450 km a nord-est di Damasco e capoluogo della regione confinante con l’Irak, abbattendone il minareto. Per il regime siriano l’epicentro della rivolta popolare sono proprio le moschee. Il 15 luglio nella Tunisia che sarebbe finalmente liberata dalla dittatura di Ben Ali e consegnata alla democrazia, le forze dell’ordine fanno irruzione in una moschea di Tunisi alla ricerca degli autori di attentati terroristici contro le caserme della polizia che si ripetono nel Paese.

Il 14 luglio in Afghanistan ci sono state due esplosioni nella moschea di Kandahar, mentre aveva luogo una funzione religiosa per il fratello del presidente Hamid Karzai ucciso due giorni prima, con un bilancio di 4 morti. Il 10 giugno in Afghanistan un terrorista suicida islamico si è fatto esplodere davanti ad una moschea a Kunduz City, dove si svolgeva un rito in memoria del generale della polizia Dadu Daud, colpito a fine maggio dai talebani nella provincia di Takhar, uccidendo 4 agenti di polizia. Il 3 giugno nello Yemen il presidente Ali Abdallah Saleh resta gravemente ferito in un attentato all’interno della moschea del Palazzo presidenziale dove stava pregando, costato la vita ad altre 7 persone. Il 3 giugno in Irak 17 persone sono rimaste uccise e almeno 50 ferite in un attentato a una moschea di Tikrit.

La bomba che ha provocato la strage era contenuta in un barile di benzina lasciato vicino all’ingresso della moschea durante la preghiera del venerdì. Voglio evidenziare che gli autori degli efferati crimini sono musulmani, così come sono musulmane le vittime del terrorismo islamico. Voglio ricordare che queste atrocità perpetrate all’interno delle moschee sono sempre accadute da quando esiste l’islam, che si conferma come una religione intrinsecamente violenta e storicamente conflittuale. Pensate che ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Umar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Umar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea.

Mi era già capitato in passato di fare ciò che ho appena fatto, ossia registrare gli attentati che si perpetrano nelle moschee, ed è sempre emerso lo stesso risultato: le moschee nel mondo generano violenza. Se le vogliamo significa che siamo propri votati al suicidio. 

da Violenza e terrorismo nascono nelle moschee – Esteri – ilGiornale.it.

norvegese, definito oggi dalla polizia un «fondamentalista cristiano», compie una strage in un campus di giovani laburisti, Oslo e isola di Utoeya, 22 luglio 2011


 

 

Un’esplosione investe la sede
del governo, poche ore più tardi
un uomo fa una strage sull’isola
al meeting dei giovani socialisti

furia omicida del killer, definito oggi dalla polizia un «fondamentalista cristiano». Non è andata altrettanto bene a tanti, troppi, altri giovani come loro: nella notte è salito a 85 il numero dei corpi senza vita recuperati tra i boschi e le spiagge della piccola isola, che si aggiungono ai 7 morti nella capitale per un totale di 92. Ma il bilancio potrebbe essere ancora più pesante: una ventina delle persone ricoverate dopo gli attacchi sono in condizioni disperate

lo scenario era proprio quello di una guerra. In mattinata, con la luce del giorno, sono riprese le perlustrazioni nell’isola, alla ricerca di eventuali altri corpi e di ordigni inesplosi, come quelli che gli artificieri hanno rinvenuto già nella notte. L’attentato è stato pianificato minuziosamente, l’obiettivo era uccidere quante più persone possibile. Un solo uomo è stato fermato dopo il blitz ad Utoya, un norvegese legato agli ambienti dell’estrema destra, il 32enne Anders Behring Breivik, che nel proprio profilo Facebook si definisce «single, cristiano, conservatore e anti-islamico». Proprietario anche di una fattoria, nelle settimane scorse aveva acquistato grandi quantità di un fertilizzante a base di nitrato di ammonio, sostanza che può essere usata per fabbricare esplosivi. Potrebbe anche avere agito da solo, in entrambi i casi: la polizia dice che una telecamera di sicurezza lo ha inquadrato anche nella zona dell’attentato al palazzo del governo, sempre in divisa da poliziotto, la stessa che ha utilizzato per presentarsi indisturbato e armi in pugno al campus dei giovani laburisti. Ma forse ci sono anche dei complici, come rivelano ai media norvegesi alcuni dei superstiti della sparatoria di Utoya, secondo cui i tiratori erano quasi sicuramente più di uno

Il premier: «È un incubo nazionale» Sale a 92 il bilancio delle vittime – Corriere della Sera

Anders Behring Breivik, l’uomo arrestato e ritenuto responsabile dei due attacchi ad Oslo e sull’isola di Utoya ha 32 anni, è biondo, alto, si definisce “single, cristiano e conservatore” con idee di estrema destra e anti-islamico.

E’ il profilo pubblicato sulla pagina di Facebook appena pochi giorni fa. Oltre alla foto, anche gli interessi relativi alla caccia e ai videogiochi come ‘World of Warcraft’ e ‘Modern Warfare 2′. Su Twitter anche una citazione del filosofo inglese, John Stuart Mill: “Una persona con una fede ha la forza di 100.000 che hanno solo interessi”.

Il giovane, secondo quanto scrivono i media norvegesi, è il proprietario di una fattoria a 150 km da Oslo, la Breivik Geofarm, nella regione di Hedmark, il cuore agricolo del Paese dove ha avuto la possibilità di acquistare una grande quantità di fertilizzante di nitrato di ammonio, un ingrediente che può essere usato per fabbricare esplosivi.

La polizia ha perquisito l’appartamento del giovane ad ovest nella capitale norvegese, nella zona ricca della città, che ha lasciato un mese fa per trasferirsi nella fattoria. Una curiosità: la stessa fattoria, nel 2006, venne chiusa dopo la scoperta di una piantagione di mariujana.

Secondo i media norvegesi, gli interventi di Anders Behring Breivik sul sito http://www.document.no riflettono le opinioni nazionaliste e la sua opposizione a una società multiculturale, ma secondo la televisione pubblica NRK, ha anche preso le distanze dal neo-nazismo. Le liste fiscali, che in Norvegia sono aperte alla consultazione pubblica, non mostrano alcun reddito per il 2009 e somme estremamente modeste nel corso degli anni precedenti.

Breivik, è anche un membro della loggia massonica norvegese di San Giovanni Olaus dei tre pilastri. E’ quanto riporta sul suo sito internet il quotidiano del Paese scandinavo Dagbladet. Il motto della loggia, di cui Breivik è membro del terzo livello su dieci, è ‘E tenebris ad lucem’, dalle tenebre alla luce. Il portavoce della loggia, Helge Qvigstad, ha preso le distanze dall’attentatore, sottolineando che “non abbiamo modo di esprimere un parere su individui o incidenti relativi a tutti i membri”.

Inoltre, Breivik è un ex membro del Partito del progresso, una formazione di destra d’impronta populista che si batte tra le altre cose per introdurre maggiori restrizioni in materia di immigrazione. Breivik ha fatto parte dal 2004 al 2006 della formazione politica, il secondo partito nel parlamento norvegese, e ha militato anche nelle fila del sua sezione giovanile, dal 1997 al 2006/07. “Non è più un membro del partito – ha affermato Siv Jensen, leader della formazione di destra – e mi rende molto triste il fatto che lo sia stato in passato. Non è mai stato un membro molto attivo e abbiamo molte difficoltà a trovare qualcuno che sappia molto di lui”.

da http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/07/23/visualizza_new.html_782348651.html

intervista di Giulio Meotti al filosofo americano Lee Harris


Martedì scorso mi è capitato di leggere un articolo spesso e tosto. Spesso di pensiero e tosto di argomenti.
Si tratta delle recenti riflessioni del filosofo americano Lee Harris. Non mi risulta ci siano suoi libri già tradotti in italiano. Ma un prezioso articolo-intervista pubblicato sul Foglio del 16 gennaio colma il mio limite.
Se le cose andranno come Lee pensa è dura. Forse non ancora per la mia generazione, che gode ancora di qualche vantaggio biografico: quello di vivere in Europa, che non ama più le guerre, nemmeno quelle per la legittima difesa, e l’altro di essere ancora indirettamente protetto dagli sceriffi americani, che per mia fortuna fanno lo “sporco lavoro” di difendere la sicurezza internazionale. Sotto gli sputi della opinione politically correct della sinistra-centro. Ma per le prossime generazioni potrebbe essere piuttosto duretta.
Ricordo quando negli anni ’70 ero sulle barricate a polemizzare con i democristiani nel consiglio di quartiere (ah come mi sentivo fiero della mia identità “altra”!). Li vedevo come dei preti travestiti. Domani le generazioni future avranno a che fare con gli improvvisati “imam” invasati che vorranno imporre la religione alla politica (ce ne è uno che era amico e sodale dell’ieri citato Scalzone e che oggi dirige una forte associazione islamica). Il loro compito sarà molto più duro. Altroché i democristiani di allora.
Il tema di fondo di Lee Harris è quello che la nostra cultura è debolissima davanti ad un attacco politico, militare e demografico sostenuto da un’altra cultura compatta e ben aggressivamente aggrappata ai suoi valori religiosi.
Di più: non abbiamo neppure l’energia morale di riconoscere che questa cultura ci è nemica e ci odia. Per loro noi siamo il nemico, ma noi non i li riconosciamo come nemici. E non solo non reagiamo, ma neppure ci difendiamo. Tranne gli americani, che però noi europei odiamo, dimostrando avversità e bruciando simbolicamente la loro gloriosissima bandiera.

L’articolo di Harris è qui sotto. Le sottolineature sono mie, a futura memoria.

Dal FOGLIO del 16 gennaio 2007, un’intervista di Giulio Meotti al filosofo americano Lee Harris:

E’ sulle Stone Mountain, la catena rocciosa nello stato della Georgia dove vive, che il filosofo americano Lee Harris ha imparato a lavorare sui fondamentali. Demografia e relativismo, significato del Corano e concetto di nemico, neosecolarismo e razionalismo, matrimonio e sionismo. Temi apparentemente distanti tra di loro, ma che Harris da molti anni descrive come basamenti della tensione alla sopravvivenza della civiltà occidentale. In “Civilization and its enemies” (Free press), un’opera salutata anche dai liberal come un indispensabile tour de force intellettuale sull’11 settembre, Harris si era spinto a denunciare la perdita dell’istinto di difesa in occidente. Quest’anno Harris torna in libreria con “The suicide of reason”, un pamphlet sul crollo del “fronte interno” e del neorazionalismo di fronte all’attacco del fanatismo islamico.

In questa lunga intervista al Foglio, Harris anticipa i contenuti di un’opera concepita come risposta alla domanda: “Quale nemico stiamo affrontando?”. Il “filosofo dell’11/9”, come è stato ribattezzato, democrat per formazione prestato ai repubblicani dopo che il terrore islamico ha svelato il suo volto, non edulcora lo scontro di civiltà, ritiene che sia in gioco qualcosa di più: il fallimento della nostra civiltà. “Decadenza oggi descrive un certo tipo di caffè. Una volta era un concetto importante, indicava il pericolo per il futuro della sopravvivenza. L’islam radicale è una rivolta contro la decadenza occidentale”.

Questo Carl Schmitt americano, pensatore laico cresciuto nel sud dei battisti evangelici, risale alle origini del progetto illuminista: “Con l’avvento del secolarismo si intendeva creare persone che si sarebbero comportate come ‘attori razionali’. Abbiamo dimenticato il fanatismo. Questa dimenticanza è approdata all’idea seduttiva secondo cui sarebbe naturale comportarsi in modo razionale: l’uomo razionale è libero di realizzare quelli che John Stuart Mill chiamava ‘esperimenti di vita’. Cerca di minimizzare il nemico, spiegarlo e negarlo. Vuole essere lo ‘spettatore disinteressato’ di Adam Smith.

Ci sono due grandi minacce alla sopravvivenza dell’occidente: una esagerata fiducia nel potere della ragione e una profonda sottovalutazione del potere del fanatismo”. Due secoli fa l’esploratore inglese E.W. Lane in Egitto scrisse che il contatto con la cultura occidentale non solo aveva fallito nella modernizzazione dei musulmani, li aveva resi ancora più fanatici. “Il fanatismo islamico è una formidabile arma nella guerra per la sopravvivenza e ha dato all’islam la capacità di espansione territoriale, attraverso la conquista di cuori e menti”, ci spiega Harris. “E’ difficile immaginare un Egitto o un Iran preislamico”. Il mutismo della ragione nasce dallo scacco relativista. “Sono un ammiratore di Joseph Ratzinger. In occidente giudichiamo il successo di una cultura attraverso standard materiali e utilitaristici. La posizione relativista collassa nell’oscurantismo reazionario che dice: tutte le culture sono incommensurabili, è impossibile giudicare. Lo scopo dell’educazione laicista diventa ‘liberare’ tutto, la fede sulla superiorità dell’occidente è sostituita dal multiculturalismo, dal sofisticato nonsense del relativismo. Per noi l’uomo razionale non è più il risultato di ciò che Norbert Elias chiamava ‘processo civilizzatore’: nasciamo razionali. I nostri figli vengono al mondo civilizzati. La società viene organizzata intorno alla massimizzazione del piacere individuale. E’ all’indifferenza per il futuro. Lo zenit delle società del ‘carpe diem’ è espresso dal ritornello ‘don’t worry, be happy’. Gli uomini hanno bisogno invece di una tradizione profonda che inizia dalla nascita. La cristianità è stata necessaria per raggiungere una genuina libertà [qui dissento, ma solo in parte: la cristianità ha introdotto il concetto di “persona nella cultura, ma poi no ne è stata sempre rispettosa. Amalteo] . Ma la libertà di un ethos del carpe diem ci invita a cogliere l’attimo senza pensare alle generazioni future. Se siamo liberi dalle tradizioni di chi ci ha preceduto, perché i nostri figli non dovrebbero avere il diritto di liberarsi di noi? Una civiltà persiste quando c’è un diffuso senso della necessità etica della presente generazione per la terza, i nipoti, i non nati. E’ questo il più alto contributo etico della famiglia: la promozione di un ideale etico nella forma del nostro destino. Il matrimonio non ha niente a che fare con la biologia: è un’elaborata costruzione sociale eretta contro l’anarchia dell’identità umana, allo scopo di trasformare la natura in alto ideale etico. E’ l’istituzione più liberale che l’uomo abbia mai conosciuto” [anche qui dissento, sempre solo in parte: accanto alla famiglia storico-biologica la nostra cultura ha elaborato altre forme di convivenza, forse più fragili, ma comunque capaci di elaborare nuovi sentimenti. Amalteo].

Quando confrontiamo il nostro ethos con il fanatismo islamico, dobbiamo rispondere alla domanda: “Il nostro strumento di giudizio deve essere il momento presente o quella che lo storico Fernand Braudel chiamava ‘la lunga durata’ nel tempo? Se l’occidente si fonda sull’ethos di John Maynard Keynes, teorico di un welfare deresponsabilizzante, quale possibilità di sopravvivenza abbiamo nel confronto con una cultura capace di morire e di uccidere? Come hanno detto i terroristi ceceni durante l’assedio del teatro di Mosca: ‘Alla fine vinceremo, siamo disposti a morire, voi no’”. La stessa frase che un giovane arabo disse ad André Gide.

Le élite occidentali hanno creato un mito autoprotettivo: la modernità. “Sarebbe per l’umanità ciò che la maturità è per l’individuo. Quando ci confrontiamo con il fanatismo ceceno, ci consoliamo pensando che sia una fase di passaggio di uno sviluppo inevitabile. La modernità diventa la cura dell’arretratezza islamica. La nostra profonda riluttanza ad affrontare una simile guerra sulla vita e sulla morte è comprensibile, quando assume la forma della negazione e del wishful thinking diventa una predisposizione al suicidio”. Abbiamo mistificato la ragione disconoscendo l’odio di chi ha portato la morte nelle nostre strade. “L’occidente è unico nel preservare la tradizione della razionalità critica. Ma è unico anche nel fare della ragione un feticcio virtuale. Il concetto illuministico di ragione è pericolosamente errato. Nella Francia del 1793 la ragione divenne un dio che tagliava teste. Il concetto di nemico sfida quest’insistenza illuministica sulla supremazia della ragion pura”. La ragione può salvarci? “No, ma una eccessiva fiducia nella ragione, il razionalismo, può distruggerci. Possiamo e dobbiamo accettare l’unicità dell’occidente e la sua superiorità etica, ma senza lasciare inevasa una domanda: rappresenta uno sviluppo irresistibile? O una configurazione culturale che avrà il suo giorno al sole per poi scomparire dalla storia? Se il mito della modernità è corretto, il peggio che possiamo aspettarci è una serie di guerre fra l’occidente e l’islam che tenta futilmente di resistere alla modernizzazione. Ma se non è corretta, affronteremo un tracollo della civiltà”.

Il decano del postmodernismo, Stanley Fish, in un articolo su Harper’s ha riconosciuto la profonda convinzione che ha motivato i terroristi dell’11 settembre. “La posizione di Fish è più realistica di coloro che non hanno dato credito al coraggio dei terroristi. Non riusciamo ad afferrare cosa abbia spinto diciannove uomini a suicidarsi con dei jumbo. Ci rifiutiamo di attribuire all’altro caratteristiche che troviamo deplorevoli e finiamo per costruire un altro illusorio che si veste e mangia come noi. Noi liberali d’occidente siamo stati abituati a guardare ai nuovi Tamerlani con orrore e repulsione, cerchiamo di spiegarci come i terroristi islamici possano uccidere i bambini di Beslan e gli iracheni che giocano a pallone. La sinistra cerca di spiegare l’islamismo come movimento di liberazione, altri lo hanno bollato come ‘fascismo islamico’. Sono interpretazioni etnocentriche che riducono l’islamismo a modello occidentale per renderlo meno alieno. Ma l’islamismo non è altro che il revival della brutale strategia di conquista originaria”. Come è stato possibile che l’Iraq, promessa della riforma democratica in medio oriente, si sia trasformato nel girone infernale in cui i jihadisti uccidono ragazzi in shorts, venditori di ghiaccio e barbieri che osano radere i figli di Allah? “L’intervento americano in Iraq, come quello in Vietnam, è avvenuto nello spirito della ‘giusta crociata’, non per sfruttare il popolo vietnamita e iracheno, ma per liberarli. In Iraq l’America sta spendendo miliardi di dollari e migliaia di vite americane per creare una società democratica indipendente. Bush avrebbe potuto imporre un governo fantoccio, ma ha lasciato gli iracheni liberi di scegliersi il leader. Ciò che cercava non era un impero, ma la ‘fine della storia’. Era uno scenario di ottimistico progresso derivato da Karl Marx. E’ stata una avventura di ingegneria sociale guidata dallo spirito che animava la Rivoluzione francese: tutto smantellato, esercito e polizia; libere elezioni e assemblea parlamentare; l’Iraq sarebbe prosperato nella libertà”. Il destino della missione in Iraq dipende allora da una domanda: chi è il nostro nemico? “Se sono i seguaci di Saddam, più una manciata di sciiti e di terroristi importati, per l’Amministrazione Bush sarà possibile eliminare questi elementi tossici dal corpo politico iracheno. Ma se il nostro nemico è virtualmente l’intera popolazione maschile sotto i 25 anni, lo scenario è meno ottimistico. ‘Conosci il tuo nemico’ è una ammirevole massima della prudenza. Il nemico è colui che è disposto a morire per ucciderti. Gli obiettivi di al Qaida non sono militari, ma simboli del potere americano riconoscibili dalla strada araba. Gli ingegneri anglosassoni i cui corpi sono stati smembrati non volevano ‘le stesse cose’ della folla che li ha linciati. Erano in Iraq per aiutare il popolo, come i coraggiosi soldati americani. Non immaginavano che la loro morte sarebbe stata occasione di balli per le strade. Il miglior modo per cogliere l’orrore di questo veleno è ascoltare una madre palestinese che offre il figlio di quattro anni come vittima della propria agghiacciante fantasia”.

Dobbiamo tornare alle origini dell’islam. “Fu attraverso una devozione fanatica alla religione di Allah che l’islam ha potuto combattere la tendenza naturale a convertirsi. La sfida al mito della modernità oggi viene dal fanatismo dell’islam. L’islam non parla il linguaggio dell’equilibrio dei poteri, ma della conquista. Se l’occidente fallirà, il destino dei razionalisti sarà oscuro. In nessun’altra parte del mondo i missionari cristiani hanno fallito nel fare conversioni quanto nell’islam. Perché i musulmani dovrebbero rinunciare a un’istituzione, il jihad, che è stato ed è ancora l’agente storico dell’espansione nel pianeta? Così come ci sono i negazionisti dell’Olocausto, esiste una tendenza a negare la realtà del jihad. L’11 settembre non è stato un atto di terrore clausewitziano, ma un grande rituale dimostrazione del potere di Allah. Una manciata di musulmani, uomini la cui volontà era assolutamente pura, come ha dimostrato il loro martirio, si abbatterono contro le torri erette dal Grande Satana. C’era un’altra dimostrazione che Allah stava dalla parte dell’islam radicale e che la fine del Grande Satana era vicina? L’islam radicale vuole che l’occidente cessi di esistere”.

Bush ha introdotto la parola “male” nel vocabolario politico. “Gli americani oggi sono angosciati benignamente dalla domanda: ‘Perché gli islamici ci odiano?’. E tendono a pensare perché abbiamo fatto qualcosa. Il vero obiettivo dell’attacco non era Bush, siamo noi. Bandire la parola ‘male’ è un atto di imperdonabile disonestà morale. Gli americani usavano questa parola contro schiavitù, nazismo, comunismo, segregazione, orrori di Auschwitz. L’intellighenzia, diventata nemica della civiltà rifiutandosi di accettare l’idea che la civiltà possa avere un nemico, non ha idea delle conseguenze che avrebbe la perdita nell’americano medio della sua semplice fede in Dio. Le loro virtù e pensieri fatti in casa sono il basamento della decenza e dell’integrità nella nostra nazione. Queste sono le persone che danno i propri figli per difendere il bene e sconfiggere il male. Se ai loro occhi questa chiara distinzione viene offuscata dalla disseminazione del relativismo morale e di una estetica della frivolezza etica, dove altro la decenza umana troverà simili difensori?”.

E’ la natura del Corano a differire radicalmente dagli altri libri sacri. “Il Corano è coeterno con Allah, è sempre esistito ed esisterà sempre. E’ in profondo contrasto con il concetto cristiano di Pentecoste. Il jihad riconosce un solo status quo, il Dar elislam, la terra della pace, al di fuori della quale c’è solo la terra della guerra. E’ l’obiettivo del jihad: espandere il dominio dell’islamL’islam ha una missione e non è quella di creare imperi: è la diffusione dell’islam. E lo scopo del jihad non è solo di conquista, ma di conversione. Un confronto con le guerre di conquista di Hitler illumina l’unicità del jihad. Un ebreo russo sotto il dominio tedesco non aveva possibilità di convertirsi all’arianesimo. Nel caso del jihad, c’è l’opzione della sottomissione. Al Zarkawi mandò a Bush una lettera in cui lo invitava a convertirsi e tutto sarebbe finito”. Il revival del jihad è l’essenza dell’islam radicale. “Il jihad ha dimostrato una grande capacità di adattamento nell’epoca del post 11 settembre, non c’è ragione per pensare che non possa adattarsi ai cambiamenti della modernità. I jihadisti non sono interessati a vincere, nel senso che noi diamo alla parola. Si ritengono vittoriosi anche solo rendendo invivibile il mondo. Non usano spade e scimitarre, ma il terrore: New York, Madrid, Londra, Amsterdam. Gli islamisti hanno un nemico, la democraziaE hanno la demografia: la fine del testosterone non culminerà nella fine della storia, ma dell’occidente così come noi lo conosciamo.

L’islam radicale è un ritorno allo spirito delle tribù originarie”. E’ fallita ogni strategia con l’islam. “Primo fallimento, il conversionismo. Dovremmo fare dei musulmani dei secolaristi laici e liberal. Ma i musulmani sono educati al rifiuto di tutto ciò che minaccia di sovvertire la supremazia dell’islam. Possiamo ricostruire oledotti, edifici e infrastrutture della società islamica, ma non possiamo farlo con il codice d’onore della mentalità. Il conversionismo si è rivelato una falsa promessa”.

Poi c’è l’assimilazionismo. “Si dà per scontato che i musulmani possano essere assimilati nell’ambiente secolarizzato. Ma è il contrario: chiedono alla cultura di adeguarsi a loro. Un codice etico intollerante trionferà sempre su un codice etico del carpe diem. I nuovi iconoclasti islamici hanno il potere di distruggere qualsiasi immagine in disaccordo con il loro malinconico fanatismo. Stiamo perdendo questa guerra. Dalle foto di chi si gettò dalle Twin Towers allo scannamento di Nick Berg, il nemico ci ha sommerso di immagini che ci tormenteranno fino alla fine dei nostri giorni. Anziché noi assimilare loro, siamo noi ad assimilarci a loro”.

Terzo fallimento, il seduzionismo. “I musulmani saranno sedotti a diventare moderni. Goebbels e Hitler pensavano che fosse stato un errore lasciare i soldati a Parigi troppo a lungo. Mohammed Atta e gli altri dell’11 settembre sembrava, per come vivevano, che fossero stati sedotti dalla cultura del carpe diem. E’ come il serial killer dello Yorkshire, confessò di aver ucciso le prostitute perché lo avevano tentato. In realtà erano educati a essere santi guerrieri, difficile sedurli con l’ethos edonista”.

Harris crede nella necessità dell’eccezione americana. “Gli Stati Uniti rappresentano la principale fonte di legittimazione dell’ordine nel mondo e se venisse sovvertita, entreremmo in quel genere di crisi della legittimità della Prima guerra mondiale, con il collasso di quattro imperi e l’Olocausto alla fine della Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti devono essere primi fra eguali, riservarsi di intervenire unilateralmente, non per sovvertire le regole del liberalismo internazionale, ma per rinnovarle”.

Ma Harris resta pessimista. “L’occidente è completamente sulla difensiva. Possiamo avere una enorme capacità militare e un benessere diffuso, ma abbiamo perso il senso di fiducia nella superiorità della nostra civiltà. Il fanatico islamico è guidato dalla convinzione di avere una missione sacra. Gli stati moderni non possono rispondere come vorrebbero al terrore senza violare i principi umanitari che sono le conquiste della civiltà occidentale. Per questo il ‘contenimento’ non ha alcuna rilevanza al giorno d’oggi. L’Unione Sovietica era costretta a considerare le conseguenze. Oggi invece anche se una bomba nucleare venisse fatta esplodere a Chicago, gli Stati Uniti non potrebbero rispondere con un attacco nucleare su una grande città islamica”. Il benessere del welfare ha come reso l’occidente impermeabile alla minaccia. “Noi pensiamo in termini di pensione, loro di secoli e secoli. Quali figli domineranno la terra? Se c’è una ‘roadmap’ nella cacciata israeliana dei coloni dalle proprie case è quella che informa i terroristi che ciò che serve per sconfiggere l’occidente è un po’ di pazienza e il sangue dei martiri”.

Perché ci odiano? “Fu la rivelazione di Theodor Herzl quando in qualità di inviato fu mandato a seguire il processo Dreyfus. Da studente pensava che la soluzione alla ‘questione ebraica’ fosse la completa assimilazione. Ma la reazione delle folle francesi alla condanna del colonnello pose fine a questa illusione: ‘Morte agli ebrei’. Ma perché, si domandò Herzl, vogliono uccidere tutti gli ebrei? Herzl capì che persino in Francia, una delle nazioni più civilizzate al mondo, gli ebrei assimilati erano odiati in quanto ebrei. Una verità che faceva eco a Karl Lueger, il demagogo antisemita eletto sindaco di Vienna un anno dopo l’arresto di Dreyfus: ‘Decido io chi è ebreo e chi non lo è’. Herzl abbandonò il sogno illuminista e si volse al sionismo”. La democrazia senza spada non ha difeso gli ebrei dai nazisti e gli spagnoli dagli islamisti ad Atocha. “Il popolo spagnolo ha votato per abbandonare la dignità nazionale e compiacere il fanatismo. Hanno votato le forze dell’anticiviltà. La democrazia non ha salvato la Spagna e non salverà noi dal terrorismo, può essere usata dai nemici della civiltà per raggiungere i loro scopi”.

Harris chiude sull’esempio della resistenza olandese all’invasione francese, dimenticato dagli epigoni multiculturali dell’Aia. “Dobbiamo imparare dagli olandesi, pronti in caso di attacco a inondare il paese, come avvenne quando le armate di Luigi XIV cercarono di occuparlo. Sapevano che la loro indipendenza era un’anomalia senza quel potente sistema di dighe. Per loro la libertà era qualcosa per cui valeva la pena battersi. Sarebbero sopravvissuti se avessero pensato, come accade a noi, che ‘vogliamo tutti le stesse cose’?

L’occidente deve imparare a difendere la rara cultura della ragione, così come gli islamici ferocemente difendono la loro. Se il tuo nemico è composto da uomini che non si fermano di fronte a niente, disposti a morire e uccidere, devi trovare uomini dalla tua parte disposti a fare lo stesso. Una società senza nemici non ha bisogno di insegnare ai propri figli come combattere e come correre quando qualcuno vuole ucciderli. Ma una società che ne ha deve fare tutto questo e deve farlo bene, altrimenti perirà.

Non abbiamo alternativa dal combattere questa guerra. E’ stato il nemico, non tu, ad aver deciso cosa è questione di vita e di morte”. Da Socrate all’illuminismo, la ragione è stata concepita come una panacea cognitiva. “Questa fede nella ragione come soluzione universale ai conflitti umani è stata la pietra fondativa dell’ottimismo occidentale sul futuro dell’uomo. Oggi non accettiamo più questa visione della ragione. O è un pregiudizio etnocentrico oppure la ragione è meramente ciò che fa la scienza. Il neosecolarismo e il multiculturalismo non sono in grado di spiegarci perché dovremmo attaccare gli islamisti, anche quando loro attaccano i nostri figli”. Il culto del dubbio può condurre all’autodistruzione.

Nella guerra fra fanatici e dubitaristi non è difficile immaginare chi vincerà.L’unica speranza è che la ragione umiliata riscopra la propria legittimità nel confronto con il fanatismo, riconoscendo se stessa come nemica dei fanatici.Uno dei più bizzarri paradossi del relativismo è che non possiamo dire che la nostra religione e cultura è meglio di altre. Una gloria dell’occidente è stato lo sradicamento del virus del fanatismo. Forse lo abbiamo raggiunto al prezzo della nostra sconfitta”.

Dobbiamo ricordare il modo in cui i greci esprimevano passato e futuro. “Noi diciamo che il passato è dietro di noi e il futuro davanti. Per i greci il passato era ‘prima’ di loro, era il territorio che avevano attraversato. Era il futuro a essere ‘dietro’ di loro, furtivo come un ladro nella notte. Niente può penetrare questa tenebra tranne i rari istanti di previdenza che chiamavano sophos, sapienza. Questi lampi dipendono dalla capacità di ricordare ciò che è eterno e non cambia, ciò che invece noi abbiamo dimenticato”. L’errore della ragione astratta è la dimenticanza. “Civiltà nascono e tramontano e in ciascun caso la caduta non era inevitabile, ma conseguenza di una decisione o della mancanza di decisione. Gli esseri umani avevano dimenticato il segreto di come preservarla per i propri figli. Ci stiamo pericolosamente avvicinando a questo punto. Il passato dice che non può esserci pace perpetua, chi è convinto di questa illusione mette in gioco la propria sopravvivenza, ci sarà sempre un nemico e il conflitto sarà fra due modi di vivere che non possono coesistere. Ma il passato non dice come finirà. Franklin D. Roosevelt sapeva di avere solo due scelte: resa o guerra. Se la ragione tollera coloro che si rifiutano di giocare secondo le regole della ragione, il risultato sarà il suicidio della ragione”.