LE PROFESSIONI PIU’ RICHIESTE DALLE IMPRESE NEL 1° TRIMESTRE 2012


FRA I PAESI SVILUPPATI SIAMO AL QUART’ULTIMO POSTO PER OCCUPAZIONE. ECCO PERCHE’ E’ TANTO DIFFICILE di Luigi Ricolfi


Fate presto con la riforma del lavoro, parola di ventenni

Fate presto con la riforma del lavoro, parola di ventenni

Caro sig. Presidente del Consiglio, cara sig.ra Ministro,

in queste ore si discute ovunque della riforma del mercato del lavoro. Il contributo di noi studenti ventenni giunge in forma sincera e spontanea, il nostro non è tifo scriteriato né corporativismo generazionale: è serio interesse per il futuro, anche occupazionale, che ci vedrà giocoforza protagonisti. Riteniamo doveroso partecipare al dibattito con le nostre proposte ed osservazioni: si ragiona di diritti (che ci sono negati, si potrebbe aggiungere) e vorremmo offrire il nostro modesto punto di vista. Le idee che proviamo a riassumere in questa lettera aperta non trovano spazio nello scontro ideologico in atto, anche perché non germogliano all’interno di esperienze rigidamente consolidate; non ci riteniamo “arruolati” nello schema ottocentesco di sigle ed etichette: anzi ci spiace che le scorciatoie lessicali abbiano avuto la meglio sui contenuti. Siamo colposamente sospesi tra il vuoto di aspettative ed il miraggio di sicurezze, senza possibilità di metterci in gioco con le stesse garanzie che i nostri padri e i nostri nonni si vedono attribuite.

Proprio nelle scorse settimane Lei è intervenuto a proposito della necessità di ridare opportunità concrete a chi oggi rischia di restare senza tutela alcuna. Il mondo cui ci affacciamo ci pare follemente bipartito: da un lato i privilegi acquisiti, dall’altro le occasioni perse. Dal guado in cui rischiamo di essere intrappolati, non tolleriamo che – come troppo spesso accade – le posizioni su un argomento tanto delicato cedano alla banalizzazione del partito preso. Vorremmo essere cittadini maturi di un Paese in cui ci si rivolge ai giovani con un occhio di riguardo e siamo convinti che ora si possa realizzare la tanto agognata inversione di rotta: è tempo di premere l’acceleratore sulle riforme. È inoltre evidente che, solo se si riuscisse a puntare tutto sulla nostra generazione, anche la vicenda economica nazionale ne trarrebbe diretto vantaggio.

«Tutelare un po’ meno chi è oggi tutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce ad entrarci». Concordiamo senza dubbio con le parole del Presidente; quanto al metodo, aggiungiamo pure che, in questo momento di trattative serrate, si rischia di lasciare fuori dal tavolo della concertazione un’intera categoria di portatori di interessi: quella di noi giovani. La nostra voce è stata marginalizzata e resa afona, anche per via di nostre comprovate responsabilità: abbiamo subito le decisioni e consentito che la nostra indifferenza lasciasse ampi spazi di manovra a chi non ha avuto a cuore le nostre sorti. Nel sistema economico in cui operiamo, è richiesta la capacità di essere competitivi e dinamici: non abbiamo scritto noi le regole del gioco ma siamo tenuti a rispettarle per vincere la sfida della crescita. Anche le imprese italiane quindi, per offrire nuova occupazione e competere a livello internazionale, devono poter “stare sul mercato”.

Abbiamo forti speranze ed una notevole fiducia in questo esecutivo, crediamo insomma che sia il momento giusto per osare. Chiediamo che si rinunci definitivamente al clima di discriminazione nei confronti dei giovani. È un errore cui occorre porre rimedio, in fretta: spostare la bilancia del futuro dal privilegio al merito è l’impegno con cui vorremmo si cimentassero in questo momento le istituzioni patrie. Sappiamo che il dibattito è attorcigliato attorno a temi abusati, rinunciamo dunque a parlarne per evitare l’autoreferenzialità del già detto. Non ci scandalizza che si cominci a ragionare del cosiddetto “motivo economico o organizzativo per il licenziamento”, nell’ottica di una intelligente spinta riformatrice. Oggi imprenditore e lavoratore si muovono nella stessa direzione e condividono i medesimi obiettivi, entrambi vogliono il bene dell’azienda. Si aggiunga che il “nanismo” del settore imprenditoriale è anche cagionato da norme oggi superate, che hanno finito per imporre un regime di incertezze in cui risulta vincente il precariato come modello d’impiego, specie per i giovani.

Non ci stiamo: proprio perché crediamo di valere molto, ci diciamo pronti alla sfida. Si valutino merito, creatività e talento: si premino i più bravi attraverso un nobile sistema di incentivi economici e sociali. Quella che auspichiamo è una riforma culturale, i nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie ad un «dispetto generazionale»: siamo costretti noi tutti a soccombere rispetto alle mille garanzie che le generazioni che ci hanno preceduti si sono arbitrariamente assegnate. È tempo di ristabilire le priorità e allocare con equità i necessari sacrifici: l’egoismo dei protetti, l’ingordigia dei privilegiati sono malattie che rischiano di ammorbare il nostro avvenire. Scommettiamo senza indugio nella flessibilità e distribuiamo lealmente le tutele: sono queste le nostre richieste, in sintesi. Le sigle politiche che hanno guidato il Paese negli ultimi decenni, anche per via di un ossequio screanzato verso la propria base elettorale, hanno totalmente escluso il tema del lavoro dall’agenda di governo. Hanno prevalso le forze della conservazione, il Paese ha rinunciato alla sua anima “solida” e “solidale”.

Fate presto, vi scongiuriamo: l’unico modo per far davvero crescere una Nazione è investire, investire sul futuro. Sappiamo che la squadra di Governo è al lavoro per ridisegnare i contorni normativi della materia, ci piacerebbe tenesse conto dei nostri spunti. Signor Presidente, non neghi ai giovani la chance di ripartenza e “rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale” che hanno finito per realizzare l’attuale regime di apartheid occupazionale fra protetti e non protetti. Buon lavoro da tutti noi.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/l-agente-mormora/fate-presto-con-la-riforma-del-lavoro-parola-di-ventenni#ixzz1n0Y2T4QB

da Fate presto con la riforma del lavoro, parola di ventenni | L’agente Mormora.


Se il posto non è fisso il salario va alzato In un mondo incentrato sull’occupazione stabile il welfare lo fa la famiglia – di Alberto Alesina, Andrea Ichino in Corriere.it

I benefici del posto fisso (per chi lo ha) sono ovvi. La domanda rilevante è: quanto costa la garanzia del posto fisso al singolo e alla collettività? Un fatto spesso ignorato è che questo costo non è nullo anche per chi il posto fisso già ce l’ha. A parità di altre condizioni, per godere della protezione offerta dall’articolo 18 il lavoratore riceve una retribuzione inferiore a quella che otterrebbe se rinunciasse alla tutela contro il licenziamento. L’imprenditore, infatti, privato della possibilità di licenziare qualora il posto diventasse in futuro improduttivo, sopporta un costo potenziale aggiuntivo, oltre alla retribuzione. Se è disposto a pagare il lavoratore 100 mantenendo il diritto di licenziarlo, vorrà pagare solo, diciamo, 90 per assumerlo senza possibilità di licenziamento. La differenza è una sorta di premio di assicurazione che il lavoratore paga al datore di lavoro per correre meno rischi.

l’intero articolo qui: Se il posto non è fisso il salario va alzato – Corriere.it.


Nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per i giovani che le imprese hanno dichiarato di non essere riuscite a reperire sul mercato del lavoro, vuoi per il ridotto numero di candidati che hanno risposto alle inserzioni (pari a circa il 47,6% del totale), vuoi per l’impreparazione di chi si è presentato al colloquio di lavoro (pari al 52,4%)

Nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per i giovani che le imprese hanno dichiarato di non essere riuscite a reperire sul mercato del lavoro, vuoi per il ridotto numero di candidati che hanno risposto alle inserzioni (pari a circa il 47,6% del totale), vuoi per l’impreparazione di chi si è presentato al colloquio di lavoro (pari al 52,4%). E’ questo il principale risultato emerso da una elaborazione effettuata dalla CGIA di Mestre su dati Excelsior-Ministero del Lavoro. A livello professionale, le figure più difficili da rinvenire sono state quelle dei

commessi (quasi 5.000 posti di lavoro di difficile reperimento);

camerieri (poco più di 2.300 posti);

parrucchieri/estetiste (oltre 1.800 posti);

informatici e telematici (quasi 1.400 posti);

contabili (quasi 1.270 posti);

elettricisti (oltre 1.250)

meccanici auto (quasi 1.250 posti);

tecnici della vendita (1.100 posti);

idraulici e posatori di tubazioni (poco più di 1.000 posti);

baristi (poco meno di 1.000).

Nei prossimi mesi, quando avremo il consuntivo riferito alle assunzioni avvenute nel 2011,  vedremo se le cose sono andate proprio così. Nel frattempo, segnala la CGIA di Mestre,  è alquanto paradossale che in una fase economica in cui la disoccupazione giovanile ha toccato negli ultimi mesi il punto più alto, vi siano 45.250 posti di lavoro “inevasi” tra i giovani sino a 29 anni. Professioni che, nella  maggioranza dei casi, richiedono una grossa preparazione alla manualità.

da Si parla molto di posto fisso, ma poi manca la forza lavoro giovanile | CGIA MESTRE.


Ilvo Diamanti, La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni – Repubblica.it

non è chiaro di cosa siano, davvero, responsabili. Di quali colpe si siano macchiati. I giovani. A guardare dati e statistiche, a leggere le loro storie, molte “accuse” nei loro riguardi appaiono, francamente, prive di fondamento. 

I giovani devono scordarsi la monotonia del posto fisso, si dice. E il 30% dei giovani, in effetti, vorrebbe un lavoro sicuro (Demos-Coop, maggio 2011. Un dato analogo a quello proposto da Mannheimer ieri sul Corriere). Ciò significa, però, che il rimanente 70% antepone altri requisiti. Non ritiene il lavoro fisso una priorità. Peraltro il 65% dei giovani occupati (Demos-Coop, maggio 2011) considera il proprio lavoro “precario” oppure “temporaneo”. E il 60% pensa che, fra uno-due anni, avrà cambiato lavoro. 

D’altronde, il “posto fisso”, per loro, di fatto non esiste. Anzi, per molti giovani, non esiste neppure il lavoro. L’Istat, nelle settimane scorse, ha stimato il tasso di disoccupazione giovanile oltre il 30%. Il più alto dell’Eurozona. (Ma è molto più elevato tra le donne e sale al 50% nel Mezzogiorno). 

Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Ma il fenomeno più significativo è riassunto dai “Neet” (acronimo della definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che “non” lavorano e “non” studiano. Sono oltre 2 milioni e 200 mila. Sospesi. Sulla soglia, fra studio e lavoro. Senza riuscire a entrare né di qua né di là.

Difficile considerarli “partigiani del posto fisso”. Visto che di fisso hanno solo la precarietà. Ma anche l’indisponibilità a lasciare la famiglia e la casa di origine mi pare una leggenda. 

Tutti quelli che possono, durante il percorso universitario, se ne vanno lontano. Svolgono un periodo di studi (utilizzando il programma Erasmus) in Università straniere. Svolgono stages, dottorati, corsi di formazione e perfezionamento in diverse città italiane, europee. Americane. D’altronde, 6 persone su 10 ritengono, ragionevolmente, che per ottenere un lavoro adeguato alle proprie competenze e per fare carriera, i giovani debbano andarsene dall’Italia (Demos-Coop, maggio 2011). 

Una convinzione che cresce particolarmente fra i più giovani. Alcuni anni fa (Demos 2004), oltre quattro giovani su dieci, residenti nel Mezzogiorno, si dicevano pronti a trasferirsi nel Nord o all’estero, pur di trovare lavoro. Difficile trattare da “bamboccioni” i giovani italiani. Che, al contrario, si sono ormai abituati a una vita da precari, al lavoro “temporaneo”. Ma proprio per questo utilizzano la famiglia e la casa di famiglia come una risorsa. Un salvagente. Una stazione di passaggio. 

Peraltro, non è facile staccare i giovani da casa, allontanarli dalla famiglia, in un Paese “immobiliare” come il nostro. Dove quasi 8 famiglie su 10 hanno la casa in proprietà. E il 20% ne ha almeno due. Dove il mercato degli affitti è limitato e caro. Basti pensare al costo di un posto letto per gli studenti universitari. 

Per questo non è chiaro perché a “liberare” l’Italia dal peso del passato debbano essere proprio loro. I giovani. Quegli “sfigati”. 

Come se la società e il mercato del lavoro fossero davvero “aperti”, regolati dal merito. Non è così.  …..

vai a tutto l’articolo: La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni – Repubblica.it.


Giampaolo Pansa, Se avessi vent’anni saprei chi picchiare

Giampaolo Pansa, Se avessi vent’anni saprei chi picchiare


Saprei bene con chi prendermela, e chi picchiare, se fossi un ragazzo italiano sui venticinque anni. Uno di quelli davvero sfigati. Senza un lavoro vero. Con l’unica prospettiva di fare il precario a vita. E di mutare in peggio questa condizione diventando un disoccupato stabile. Privo di un alloggio decente. Con pochi soldi in tasca. Costretto a sperare sempre nell’aiuto economico dei miei famigliari.

  • Per primi me la prenderei proprio con loro: il papà, la mamma, forse anche i nonni. Sono cresciuti in una società dove trionfava il mito del figlio laureato. Volevano il figlio dottore, nella convinzione che un pezzo di carta sarebbe bastato a renderlo benestante per la vita.

Ero uno studente svogliato, ma a tutti i costi hanno voluto mandarmi all’università.

Mi hanno lasciato andare avanti, anche se vedevano che tardavo a dare gli esami e i miei voti erano sempre mediocri. Si consolavano dicendo che prima o poi avrei messo la testa a posto. E dopo la laurea, anche se ben poco brillante, un lavoro comunque l’avrei trovato. Sono dei disgraziati, questi miei genitori. Dei truffatori che hanno ingannato il loro amato figliolo. Quando si sono resi conto che non mi piaceva studiare, che odiavo i libri e gli esami, avrebbero dovuto prendermi per il collo e dire: adesso basta con l’università, devi imparare un mestiere che ti aiuti a campare.

Sarei stato d’accordo anch’io. C’era un lavoro che avrei fatto volentieri: il falegname che costruisce porte, finestre, mobili e li ripara quando si guastano. Quando l’ho detto in famiglia, è successo il finimondo. La mamma ha strillato: il falegname? Impossibile, è un mestiere da poveracci, sempre in mezzo al legno, alla polvere, con il rischio di tagliarsi una mano. Il papà ha aggiunto: nessuna ragazza per bene vorrai mai mettersi con un falegname, non potrai farti una famiglia. Gli ho replicato che esistevano altri mestieri che avrei provato a fare con piacere: il fabbro, l’idraulico, l’elettricista. Quelli che conoscevamo avevano sempre molto lavoro, guadagnavano bene, lo si vedeva dai conti che ci presentavano. Chiamare un antennista perché migliorasse la ricezione del nostro televisore era come convocare un chirurgo: lunghe liste d’attesa e parcelle salate. Non c’è stato verso di convincerli. I miei cari genitori mi rispondevano: prima prendi la laurea, poi vedremo. Comunque, un posto in banca o in un ufficio pubblico lo troverai.

  • Dopo aver pestato per bene papà e mamma, dovrei picchiare i capi di molte università. Hanno lasciato ingrossare corsi che servivano soltanto a mantenere delle cattedre e dei professori.

Non hanno bloccato gli studenti che correvano ad iscriversi, avvertendoli: guardate che qui fabbrichiamo soltanto disoccupati. Laurearsi in storia, lettere e filosofia, psicologia, scienze della comunicazione, sociologia, per fare soltanto qualche esempio, non vi aiuterà mai a trovare un lavoro.
È stato così che migliaia di ragazze e di ragazzi si sono iscritti a un corso qualsiasi, di solito quello che li attraeva di più. E non sono mai stati messi di fronte alla realtà brutale che oggi li schiaccia:

  • non hanno imparato nessun mestiere vero, sono usciti dall’università nudi e crudi come ci erano entrati, con la condanna a non avere niente in tasca che li aiuti a vivere in modo decente.
  • Altri soggetti da pestare di brutto sono i partiti e i sindacati. Quando vedo i loro capi gridare alla televisione che è stato rubato il futuro ai giovani, mi verrebbe voglia di aspettarli sotto casa. Quasi nessuno dei bonzi politici e sindacali si è mai occupato sul serio di noi. Vogliono soltanto il nostro voto, ma in cambio non ci danno nulla.

Non avvertono neppure i diciottenni di oggi che è meglio rifiutare l’università e scegliere qualche buon istituto tecnico che li addestri a un mestiere. Stanno tutto il giorno a rompersi le corna sull’articolo 18 sì o no. E non sprecano un po’ di fiato a spiegarci una verità che ho imparato anch’io, a mie spese. La verità è la seguente.

  • Il problema numero uno non consiste nel trovare un posto di lavoro qualsiasi, ma nel conoscere bene un mestiere.

Che può essere molto diverso: dal falegname che avrei voluto diventare, al tecnico che sa tenere i conti di un’azienda. Se possiedi al meglio una professione, puoi anche perdere il posto di lavoro. Ma prima o poi lo troverai da un’altra parte.

  • I posti di lavoro non si creano per magia, soprattutto in quest’epoca di crisi. Però se hai conquistato un mestiere e sai farlo davvero bene, nessuno te lo porterà mai via.

Avete mai incontrato un idraulico o un elettrotecnico disoccupati? Io mai. E un esperto di coltivazioni agricole, uno che sa tutto di uliveti e di vigneti, l’avete mai visto a mani vuote? Io no.

Purtroppo, i partiti e i sindacati sono vecchie cattedrali zeppe di celebranti superati: cardinali, vescovi, parroci rimasti fermi a un tempo che non esiste più. Dovrebbero spiegare ai loro iscritti e ai loro elettori che anche l’Italia, come il resto del mondo, è coinvolta in una gigantesca rivoluzione culturale. Che cambierà il senso di parole antiche: lavoro, posto fisso o mobile, pensione, titolo di studio, attitudine a svolgere una professione piuttosto che un’altra. Da quel poco che capisco alla mia giovane età, e senza sapere che cosa mi aspetta, credo che cambierà anche la scala di valori oggi dominante nella società. Un bravo falegname verrà stimato quanto un bravo avvocato, e forse sarà pure pagato di più. Un infermiere esperto avrà più mercato di un medico generico. Mio padre e mia madre sbagliano nel dire che nessuna ragazza vorrà sposare uno che costruisce porte o ripara mobili. Quando la ragazza si renderà conto che il moroso guadagna quanto tre impiegati all’anagrafe municipale, farà di tutto per portarlo all’altare o dinanzi al sindaco. Ho immaginato che potrebbe parlare così un giovane tra i venti e venticinque anni. Ma dal momento che sono ben più vecchio, ho due spiccioli di esperienza da offrire ai ragazzi di oggi. Il primo riguarda la conquista dell’eccellenza in una professione. Quasi tutti credono che ai buoni posti di lavoro, e ai buoni stipendi, di solito si arrivi per vie traverse: amicizie importanti, padrinaggi politici, raccomandazioni di vario genere. Ma non è affatto così.

L’eccellenza si conquista sin da ragazzi, con lo studio, la voglia di darsi da fare, la fatica continua, giorno per giorno. Emergere in qualsiasi professione comporta molti sacrifici anche nella vita privata. Se ti sposi o convivi in giovane età, augurati che la tua compagna sia tanto intelligente e generosa da accettare di vederti più al lavoro che in casa. E non ti mandi a quel paese nel sentirti dire: «Scusami, ma ho da fare!». L’altra esperienza rimanda alla polemica sulla battuta del premier Mario Monti, a proposito della noia del posto fisso. Il presidente del Consiglio è stato sommerso da una valanga di rimproveri. Ma non ha detto una cosa priva di senso. Nel corso di una vita bisogna sempre essere disposti a cambiare posto di lavoro, non il mestiere che si è scelto di fare. Mio padre Ernesto, operaio del telegrafo, sosteneva : «È meglio, ogni tanto, cambiare padrone». In molti decenni di giornalismo, sono passato da un editore all’altro. A tutt’oggi ne ho collezionati ben nove. Credo di essere titolare di un record. E mi è rimasto impresso quanto mi disse il primo direttore che lasciai. Era Giulio De Benedetti, che guidava la “Stampa”, un signore anziano che la sapeva lunga. Era il marzo 1964 e non avevo ancora 29 anni. Sul momento, De Benedetti si infuriò perché avevo accettato l’offerta di un quotidiano più piccolo, il “Giorno” di Italo Pietra. Quando l’incavolatura gli passò, mi disse: «Ma sì, fa bene andarsene. Non faccia come i suoi colleghi che sono sempre rimasti qui e adesso nessuno li vuole più!»


Il mito del posto fisso si ritorce sui giovani, di Elisabetta Gualmini- ItaliaFutura.it

Il mito del posto fisso si ritorce sui giovani

Sole 24 Ore

di Elisabetta Gualmini

Le parole pronunciate dal premier sulla riforma del mercato del lavoro, forse non felicissime in alcuni passaggi, hanno il merito di aver specificato senza troppi giri di parole l’obiettivo prioritario del “governo di ferro” (secondo l’icastica definizione dell’Economist).

Quello di ri-equilibrare il sistema «tutelando un po’ meno chi oggi è iper-tutelato e tutelando un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o non riesce a entrarci». Insomma, una riforma per i giovani e non contro. Sono infatti prima di tutto gli inoccupati, chi è alla ricerca del primo impiego, a scontare gli effetti perversi della “retorica” della sicurezza.

 

da Il mito del posto fisso si ritorce sui giovani – ItaliaFutura.it.


Luca Ricolfi: i giovani disoccupati non sono affatto 1 su 3, come da mesi si sente ripetere senza tregua, ma 1 su 14. Per l’esattezza: non il 33%, bensì il 7,1% della popolazione nella fascia dai 15 ai 24 anni, Da La Stampa del 05/02/2012

Disoccupazione giovanile, articolo 18. Prima di discuterne, forse bisogna ricordare alcune verità.
La prima è che

  • i giovani disoccupati non sono affatto 1 su 3, come da mesi si sente ripetere senza tregua, ma 1 su 14. Per l’esattezza: non il 33%, bensì il 7,1% della popolazione nella fascia dai 15 ai 24 anni.

Più o meno quanti erano nel 2006-2007 quando l’economia cresceva, molti di meno che negli Anni Novanta e nei primi Anni Duemila. In Spagna, i giovani disoccupati sono circa il triplo che da noi (20%), nel Regno Unito il doppio (14%), in Grecia e Portogallo sono il 12%, in Svezia e Danimarca il 10%, in Francia, Finlandia e Belgio l’8%.
Fra i Paesi con cui di solito ci compariamo, solo la Germania sta meglio di noi, con il suo 4,8% di giovani disoccupati.

Da dove salta fuori l’idea che «un giovane su tre è senza lavoro»? Deriva dal fatto che, anziché prendere come base il numero totale di giovani, si prende il numero di giovani «attivi» sul mercato del lavoro (occupati o in cerca di lavoro), che in Italia sono appena il 25% del totale, mentre in Paesi come la Germania o il Regno Unito sono più del doppio. Poi, nel fare i titoli su giornali e televisioni, ci si «dimentica» che si sta parlando di una minoranza attiva (1 giovane su 4), e si parla del tasso di disoccupazione giovanile come se descrivesse la condizione dei giovani in generale, anziché quella dei giovani che hanno scelto di lavorare.

E qui veniamo alla seconda verità che, a quanto pare, non incontra il favore dei media.

  • L’anomalia dell’Italia non è che i suoi giovani non trovano lavoro, ma il fatto che non lo cercano.

Fortunatamente non sono presidente del Consiglio, e quindi non sarò costretto a smentire quella che – detta da un politico – suonerebbe come una tremenda gaffe, ma che invece è la pura verità: nel confronto internazionale i nostri giovani si distaccano da quelli della maggior parte dei Paesi avanzati non certo perché più colpiti dalla tragedia della disoccupazione, ma precisamente per la ragione opposta:

  • perché ritardano enormemente il loro ingresso nel mercato del lavoro.

Nei Paesi normali ci si laurea intorno ai 22-23 anni, e si comincia a lavorare relativamente presto, spesso contribuendo al bilancio familiare e alle spese dell’istruzione, che non sono basse come da noi. In Italia ci si laurea tardi, spesso in prossimità dei 30 anni, e si comincia la ricerca di un lavoro a un’età in cui negli altri Paesi si è accumulata una cospicua esperienza professionale. E quel che è ancora più drammatico è che, nonostante la loro relativa assenza dal mercato del lavoro, i giovani italiani sono molto indietro nei livelli di apprendimento già a 15 anni (vedi i risultati dei test Pisa), e hanno maggiori difficoltà a conseguire una laurea, per quanto a lungo ci provino. E infatti

  • la gioventù italiana un primato ce l’ha: è quello del numero di giovani perfettamente inattivi, in quanto non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere (sono i cosiddetti Neet: Not in Education, Employment or Training).

Questo, sfortunatamente, è lo scenario sul quale si sta aprendo la discussione sul mercato del lavoro. Uno scenario di cui i giovani non sono direttamente responsabili, perché – come ha giustamente osservato Antonio Polito qualche giorno fa sul Corriere della Sera –

  • se le cose sono arrivate a questo punto lo si deve innanzitutto «a noi, la generazione dei baby boomer, la prima generazione ad aver disobbedito ai padri e la prima ad aver obbedito ai figli».
  • Siamo noi che, con i nostri partiti e sindacati, abbiamo edificato un sistema per garantire il lavoro, l’inamovibilità, la pensione ai più organizzati fra noi stessi.
  • Siamo noi che, nella scuola e nell’università, abbiamo permesso che si abbassasse drammaticamente l’asticella del livello degli studi, trasformando istituzioni un tempo funzionanti in vere e proprie fabbriche di ignoranza.
  • E siamo sempre noi che, nella famiglia, «invece di fare i genitori ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata la strada verso il nulla» (sono sempre parole di Polito).

Ed eccoci al punto. Io spero e confido che il governo Monti non perda per strada la determinazione che finora lo ha indotto a promettere una vera riforma del mercato del lavoro.

  • Ma nessuna riforma cambierà davvero le cose se anche noi, tutti noi, giovani e adulti, non ci renderemo conto che un intero modo di pensare, un’intera mentalità tipica del nostro Paese è giunta al capolinea.
  • Continuare come in passato non è più possibile. Far credere ai giovani che potranno godere degli stessi privilegi della nostra generazione significa solo prolungare l’inganno che ci ha condotto alla situazione attuale.

Una situazione retta da un patto scellerato fra due generazioni: la generazione dei padri e delle madri, iperprotettiva e per nulla esigente, e la generazione dei figli, spensierata finché l’età e le risorse familiari glielo consentono, e disperata quando deve cominciare a marciare sulle proprie gambe.

  • Il mercato del lavoro italiano, da decenni diviso fra garantiti e non garantiti, è il luogo nel quale il patto scellerato ha preso forma e si è cristallizzato. Di quel patto scellerato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è il tassello principale, ma solo il simbolo.

Farlo lentamente evaporare non potrà produrre né le devastazioni previste dai sindacati, né la crescita immaginata dagli imprenditori. E tuttavia non toccarlo per niente, oltre a mandare un segnale negativo ai mercati, rischierebbe di rimandare ancora una volta il momento in cui – finalmente – cominceremo a fare un vero bilancio e ad affrontare a viso aperto i nostri figli.

I quali hanno tutto il diritto di entrare in un mercato del lavoro più dinamico e più equo, in cui ci siano più opportunità e l’inamovibilità dei padri non sia pagata dalla precarietà dei figli. Ma hanno anche il diritto di sapere quel che finora gli abbiamo nascosto: che studiare sotto casa, poco, male, e irragionevolmente a lungo conforta le loro mamme ma non spiana loro alcuna strada.

Da La Stampa del 05/02/2012


Disoccupazione giovanile: dati più utili, di Donato Speroni | Numerus

Ritorno sul tema della disoccupazione giovanile, già affrontato in precedenti post, cercando di capire più in dettaglio come stanno le cose. L’Istat sul tema offre due fonti:

  1. comunicati mensili, che sulla base dell’indagine Forze di lavoro forniscono il dato della disoccupazione nella fascia di età 15 – 24, i cosiddetti “young young”.
  2. La banca dati I.Stat che ogni tre mesi ci fornisce anche due altri dati: quello sugli “young adults” 25 – 34 e quello intermedio, ma particolarmente significativo, nella fascia 18 – 29.

E’ evidente che il dato sugli young young è il meno importante. Come ha scritto anche Luca Ricolfi sulla Stampa del 5 febbraio, nella fascia di età 15 – 24, meno del 27% dei ragazzi intende lavorare. Ed è giusto così, considerando che in quella fascia di età gran parte dei giovani è ancora impegnato nella propria formazione. Il tasso di disoccupazione (31% a gennaio) si calcola solo sulla popolazione attiva, cioè quel 27% prima citato, ma se invece lo si riporta all’intera popolazione di quella età si ricava che solo 8 giovani su cento vorrebbero lavorare ma non trovanoUno su dodici, appunto. Ma allora perché l’Istat privilegia questo dato e lo diffonde mensilmente? La risposta che mi è stata data è che la fascia 15 – 24 corrisponde a una convenzione internazionale per definire la disoccupazione giovanile; ma non credo che ci sia bisogno di dare risalto a questo dato tutti i mesi, tanto più che i dirigenti dell’Istat, quando presentano rapporti o relazioni, privilegiano invece altri dati, (soprattutto il 18 – 29) che però sono diffusi con frequenza trimestrale.

Sugli young adults 25 – 34 sappiamo tutto ogni tre mesi grazie alla banca dati I Stat. Gli ultimi dati disponibili (terzo trimestre 2011) ci dicono che a quell’età oltre il 73% dei giovani vuole lavorare. I dati quindi sono ben più significativi! Ma quanti sono quelli che non trovano lavoro? L’11%, che diventa l’8% se rapportato all’universo della popolazione di quella età. Ancora una volta un giovane su dodici.

La fascia 25 – 34 forse è troppo acerba, quella 25 -34 troppo stagionata.Vediamo allora la fascia 18 – 29. Anche qui la banca dati I Stat viene in nostro aiuto, ma con dati incompleti perché fornisce solo i tassi ma non le cifre assolute. In ogni caso, per quella fascia di età e per il terzo trimestre 2011 indica al 50,4 di tasso di attività, e al 18,6 quello di disoccupazione. Il rapporto con l’intera popolazione ci dice ancora una volta che meno di dieci giovani su 100 cercano lavoro e non lo trovano. Un po’ più alto di quell’uno su dodici riscontrato nelle altre fasce di età, ma comunque ben lontano da uno su tre!

da Disoccupazione giovanile: vogliamo dati più utili | Numerus.


Camussosauri: Eugenio Scalfari scrive a Susanna Camusso

La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l’agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l’avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l’Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l’Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch’essi inesistenti dell’immensa platea dei migranti. Ecco perché l’agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall’emergenza e dalla necessità di farvi fronte.
Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell’economia italiana. Dipende dall’Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.
La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d’un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.

Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l’avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l’ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta. 

da Cambiamento nelle organizzazioni: Eugenio Scalfari scrive a Susanna Camusso.


i camussosauri e l’abolizione (diminuzione) del valore legale del titolo di studio, di cadavrexquis

tale Mimmo Pantaleo che è, leggo, il segretario generale della Cgil scuola. Quando il giornalista gli fa notare che già esistono università di serie A e di serie B, lui risponde: “Per il privato sì. Ma a noi non interessa. A noi interessano i concorsi e lì devono essere tutti uguali”. Come a dire: a noi del progresso generale della società non ce ne importa una beata mazza, a noi interessa coltivare il nostro giardino di dipendenti statali, anche perché è all’interno dello stato e del parastato che noi sindacati abbiamo sempre fatto il bello e il cattivo tempo, è lì che abbiamo conquistato posizioni di potere e non vorrete mica che ci rinunciamo proprio adesso! E’ la classica posizione conservatrice della Cgil, che rifiuta di ragionare sulle prospettive più ampie di riforma, se queste possono mettere a repentaglio il suo orticello: sono i “camussosauri” che, per esempio, respingono sdegnati di prendere in considerazione le proposte – magari anche solo per analizzarle seriamente – di un Ichino.

cadavrexquis: Di riforme universitarie, titoli di studio e studenti “sfigati”.


sicari del Governo Monti/Napolitano: Sciopero generale, trasporti fermi il 26 e 27 gennaio 2012 contro Monti | Politica 24

i sicari del Governo Monti/Napolitano

PFerrario

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Giornata di disagi in tutto il Paese per lo sciopero generale indetto per oggi 27 gennaio dai sindacati di base di tutti i principali mezzi di trasporto per protestare contro le politicheeconomiche del Governo tecnico, presieduto da Mario Monti, che penalizzano i lavoratori del settore. I principali sindacati di base (Usb, Orsa, SlaiCobas, Cib-Unicobas, Snater, SiCobas e Usa) hanno indetto lo sciopero generale per esprimere contrarietà alle misure previste nel decreto Salva-Italia e nel pacchetto liberalizzazioni che comporterebbero danni e svantaggi ai lavoratori dei mezzi di trasporto. Un’ondata di agitazioni, manifestazioni e proteste che interesseranno aerei, navi, treni e mezzi pubblici urbani. Ma non solo. L’agitazione riguarderà anche scuole, uffici pubblici, poste e telecomunicazioni. Il Governo Monti non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro e procede spedito nel cammino delle riforme così come richiesto dall’Unione europea e anche dal Fondo monetario internazionale con l’obiettivo di rafforzare la fiducia nel nostro Paese.


contratto unico di inserimento(Cui) e del contratto di apprendistato (Ca) CONFRONTO (Tito Boeri e Pietro Garibaldi)

Con l’apertura del tavolo sul mercato del lavoro, il governo Monti affronta un nodo cruciale del suo percorso riformatore. In questi giorni si è molto discusso del contratto unico di inserimento(Cui) e del contratto di apprendistato (Ca), confondendo spesso le due tipologie contrattuali. In questa breve nota vorremmo chiarire le differenze fra i due tipi di contratto.

vai a: DUE CONTRATTI A CONFRONTO (Tito Boeri e Pietro Garibaldi).


Pietro Ichino, POMIGLIANO: BERSAGLIO SBAGLIATO DELLA SINISTRA

anche per questo sono lontano in modo siderale dalla cultura politica delle sinistra massimalista, estremista, violenta e nostalgica degli anni del terrorismo

paolo f

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POMIGLIANO: BERSAGLIO SBAGLIATO DELLA SINISTRA
Chi demonizza un insediamento industriale come questo si assume una responsabilità grave verso il Paese e verso i giovani senza lavoro: leggi le mie riflessioni a margine di una visita allo stabilimento e di un episodio di contestazione di cui sono stato spettatore all’Università di Napoli nello stesso giorno (“contro Marchionne, contro il precariato”), nella Lettera sul lavoro pubblicata sul Corriere della Sera di oggi. V. inoltre sulla contestazione in Università la mia intervista al Mattino di sabato e le cronache

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Lettera sul lavoro pubblicata sul Corriere della Sera del 24 gennaio 2012

Caro Direttore, venerdì mattina ho visitato in ogni reparto il nuovo stabilimento della Fiat di Pomigliano. Il pomeriggio dello stesso giorno, all’Università di Napoli, ho assistito all’intervento urlato di un gruppo di contestatori; uno dei loro slogan era “contro Marchionne e contro il precariato”. Ho provato una stretta al cuore per l’inganno di cui quei ragazzi sono vittime. E per la responsabilità grave che tanta parte della sinistra italiana si assume demonizzando un insediamento industriale come questo.
Ho visto moltissime fabbriche metalmeccaniche; ma una come questa di Pomigliano non l’ho vista mai. Non mi riferisco all’esercito dei robot del reparto lastratura, che compiono interamente da soli il lavoro più pesante e pericoloso: il montaggio e la saldatura della scocca, la struttura della Panda. Mi ha impressionato molto di più il resto della fabbrica, dove a operare direttamente sono le persone. La prima cosa che mi ha colpito è stata l’assenza di rumore, l’ampiezza degli spazi, la distribuzione della luce, l’azzurro della rete dei vialetti, con strisce spartitraffico e passaggi pedonali, che attraversano le zone di lavoro; gli uffici con le pareti di cristallo collocati in mezzo al percorso del montaggio, quasi a sottolineare il superamento di ogni distinzione tra operai e impiegati. Poi il serpentone giallo: la nuova “catena” che catena non è più, collocata su di un largo nastro di parquet tirato a lucido, che si sposta lentamente, dove anche a me estraneo viene consentito di muovermi liberamente nei larghi spazi tra una postazione e l’altra. Tutto è strutturato in funzione della persona che lavora: è la scocca ad abbassarsi o rovesciarsi, non le braccia ad alzarsi. I lavoratori, per lo più giovani, ragazzi e ragazze, tutti con una tuta bianca pulitissima, suddivisi in gruppi di cinque o sei e tra loro intercambiabili. Scelgo a caso quelli o quelle con cui parlare a tu per tu. Tutti mi dicono che la nuova organizzazione è meno pesante della precedente. La paga-base mensile lorda di un quinto livello, qui, è sopra i 1700 euro, quasi 1550 per un terzo livello; poi ci sono il premio e gli scatti; quando entrerà in funzione il terzo turno, a questi si aggiungerà il compenso per l’ora e mezza media settimanale di straordinario e la maggiorazione per il lavoro notturno.
Uscito di lì, attraversando le vie sdrucite della periferia di Napoli, mi frulla per la testa la frase più benevola che ho sentito dalle mie parti politiche riguardo a questo stabilimento due anni fa, quando si discuteva del progetto “Fabbrica Italia”: “Sì, purché sia un’eccezione”. Ma perché questa diffidenza? Solo per le due deroghe marginali che il progetto comportava rispetto al contratto collettivo nazionale, delle quali la più rilevante riguardava appunto la possibilità di un’ora e mezza di straordinario alla settimana? A me sembra che dovremmo, semmai, auspicare altri cento stabilimenti come questo per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno, per rimettere in moto la crescita del nostro Paese. Altro che “un’eccezione”!
Oggi l’obiezione è che a Pomigliano si viola la democrazia sindacale, perché non viene riconosciuto il diritto della Fiom-Cgil a una rappresentanza in fabbrica. Questo è il risultato ‑ conforme, peraltro, alla legge vigente ‑ del rifiuto opposto dalla stessa Fiom alla firma di qualsiasi contratto collettivo applicato dalla Fiat. Cambiamo questa norma. Però l’attacco violentissimo contro il piano “Fabbrica Italia” è venuto molto prima che sorgesse il problema della rappresentanza sindacale. E la guerriglia giudiziaria contro il progetto, l’opposizione a che qualche cosa di simile a Pomigliano si faccia anche altrove, prescinde da questo particolare problema.
Si dice, ancora: “La Fiat non ha chiarito il suo piano industriale”. Sarà; ma qui c’è un investimento colossale che sta dando lavoro per almeno quattro anni a migliaia di persone; e lavoro di alta produttività e qualità, relativamente ben retribuito. Chiediamo pure chiarimenti ulteriori sul futuro, ma qui c’è già qualcosa di chiarissimo per il presente, che stiamo disprezzando senza neppure degnarlo di uno sguardo (il sindaco di Napoli De Magistris ha rifiutato di visitare lo stabilimento!). Oltretutto, disprezzandolo, presentiamo a tutte le multinazionali che potrebbero essere interessate a investire da noi un’immagine repellente del nostro Paese.
Ai ragazzi del centro sociale “contro Marchionne e contro il precariato” ho chiesto: non vi accorgete che, tolto Marchionne, vi resta solo il lavoro nei sottoscala controllati dalla camorra? Chi incita al rifiuto di un investimento come quello della Fiat-Chrysler su Pomigliano, da dove pensa che possa venire lo sviluppo del Mezzogiorno e la crescita di questo Paese?


Ilvo Diamanti, I padroncini della mobilità – Repubblica.it

È INQUIETANTE, ma anche significativa, la condizione di questo Paese, in questo momento. Paralizzato, letteralmente. Città e autostrade, inagibili. Bloccate dalla protesta dei tassisti e dei camionisti. È significativa del paradosso in cui viviamo. Noi, cittadini globali di un mondo globalizzato, dove le distanze spazio temporali sono vanificate, perché avvengono per via “immateriale”. Attraverso la Rete, la comunicazione internautica, satellitare, digitale.

Mentre il movimento delle persone   -  da casa al lavoro, scuola, alla palestra, al cinema (e viceversa)  -  avviene su strade, autostrade, rotaie: vie assolutamente “materiali”. Che è facile bloccare, interrompere, ostruire. Con conseguenze devastanti in un Paese, l’Italia, divenuto ormai una grande unica conurbazione. Una grande azienda diffusa, sparsa in larghe aree del Centro e del Nord. Ma anche nel Sud. Un Paese difficile da attraversare, perché occupato, per larghi tratti, da catene montuose. E perché le politiche, almeno fino agli anni Settanta, hanno badato agli interessi dell’industria dell’auto e del trasporto privato assai più che a quelli pubblici. Per questo oggi è divenuta strategica la questione della “mobilità” (come ha osservato, già alcuni giorni fa, Gigi Riva sul “Piccolo”). O, forse dell’im-mobilità. Per questo è difficile capire e adattarsi, molto più di ieri. Perché, nel frattempo, ci siamo abituati a vivere e convivere con le tecnologie della comunicazione. 

l’intero articolo qui: I padroncini della mobilità – Repubblica.it.



il metodo Mario Monti e il cosiddetto “articolo 18″

…. sono contrario per ragioni di metodo ad organizzare un tavolo di concertazione e PRIMA ANCORA DI INIZIARE  tenere fuori dalla discussione in modo PREGIUSDIZIALE alcuni specifici temi ….


Contratti di lavoro — Agenzia del Lavoro

Contratti di lavoro

Contratti di lavoro

Il rapporto tra azienda e lavoratore è regolato da apposite norme che definiscono le diverse tipologie di contratto che le parti possono instaurare.

Alcune forme contrattuali esistono da parecchio tempo nel nostro ordinamento, altre sono state introdotte recentemente e sono quindi meno conosciute.

Di seguito presentiamo le principali caratteristiche dei diversi contratti.

Azioni sul documento

da: Contratti di lavoro — Agenzia del Lavoro.


Il lavoro: dati comparativi in Europa


Massimo Cacciari, I giovani sono i nuovi schiavi – in l’Espresso

Non occorre essere esperti per capire che l’eroico tempo della grande concentrazione operaia e industriale, dei grandi conflitti tra capitale e lavoro, è tramontata per sempre. almeno da noi (risorgerà, chissà in quali forme, in India, in Cina?): basta avere occhi e girare per le nostre metropoli.

Quel tempo è diventato archeologia. Ma l’inerzia delle organizzazioni sindacali e politiche è pari soltanto a quella delle nostre lingue: le loro strategie mutano con fatica e lentezza anche maggiori. Tutto l’attuale dibattito in materia di occupazione e diritti del lavoro ha l’aria di un nostalgico revival tra vecchie destre e vecchie sinistre.

qui l’intero articolo: I giovani sono i nuovi schiavi – l’Espresso.

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Lega Nord, Tassisti, sindacati Cgli-Cisl-Uil UNITI NELLA LOTTA contro le riforme socio-economiche del governo Monti Napolitano

La Lega con i tassisti: «Siamo pronti anche alla resistenza fisica»

MILANO – La Lega Nord in commissione Trasporti in Parlamento si batterà contro la liberalizzazione dei taxi «anche con la resistenza fisica». Ai tassisti milanesi riuniti in assemblea alla Stazione centrale lo ha promesso il deputato del Carroccio ..

Il Sole 24 Ore

Cgil, Cisl e Uil uniti: l’articolo 18 non si tocca o niente 

Lavoro, Cgil, Cisl e Uil uniti. Camusso: via bozza liberalizzazioni o fallisce confronto con il Governo (Ansa) Per arrivare a una proposta comune che metta l’accento su crescita, pensioni («il capitolo non è chiuso», avverte Susanna Camusso) e 

Struttura produttiva: le imprese con meno di 50 dipendenti


LAVORO: LE AZIENDE CHE ASSUMONO DISABILI SONO SODDISFATTE | Disabili.com

Quella dell’inserimento lavorativo dei disabili è una questione spinosa, che purtroppo vede ancora molti diritti calpestati, pur con una legge che servirebbe a tutelali. I dati infatti ci dicono che in Italia più della metà delle persone con disabilità è disoccupata, sfiorando il 66%. Tutto questo pur con una legge che, appunto, riserva loro circa 100mila posti di lavoro nel nostro Paese. Il che significa che le aziende, al giorno d’oggi, preferiscono probabilmente pagare multe, piuttosto che assumere lavoratori disabili.

A questo punto, appare evidente che a rendersi necessario è un cambio di rotta “culturale”, per aiutare anche gli stessi imprenditori e manager a considerare l’assunzione del disabile sotto il duplice aspetto di poter contare su una forza lavoro preparata e di contemporanei vantaggi fiscali garantiti dallo stato. 

In questo panorama, risulta quindi importante anche capire se e come funziona l’inserimento lavorativo dei disabili in azienda. A questo proposito, interessanti sono i risultati dell’indagine dell’Isfol (l’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) sull’inserimento di lavoratori con disabilità psichica in aziende italiane. La ricerca, i cui dati sono stati presentati nel corso del convegno nazionale “Si può fare in azienda. Aziende, lavoro e disturbo psichico”, traccia un quadro dai contorni positivi. 

L’indagine, durata quattro anni e svoltasi all’interno del Programma per il sostegno e lo sviluppo dei percorsi integrati di inserimento socio-lavorativo dei soggetti con disturbo psichico (Pro.P), promosso dal Ministero del lavoro, ha raccolto, tramite questionari e interviste, non solo i meri numeri riguardanti l’inserimento lavorativo di persone con disagi psichici, ma anche i risultati dello stesso.

vai alla intera scheda LAVORO: LE AZIENDE CHE ASSUMONO DISABILI SONO SODDISFATTE | Disabili.com.


CONTRATTO UNICO/ Ichino: mi dispiace che la Cgil insista con una lettura errata della mia proposta

dispiaciuto del fatto che «la Cgil insista con questa lettura, ma più di quello che ho scritto e detto, per dimostrare l’esatto contrario non posso fare». Intervistato dal “Futurista”, invece, Ichino ha detto che solo con il contratto unico «potrà essere superato il dualismo fra precari e assunti, i quali sono tutelati dall’articolo 18 finché l’azienda va bene ma non quando entra in crisi. I lavoratori hanno invece bisogno di continuità di reddito e rispetto della propria professionalità. Il ministro l’ho sentito più volte, ma il suo piano si baserà sul confronto, non solo sul mio progetto». Inoltre secondo Ichino, «esistono tecniche di protezione diverse che garantiscono la libertà, la sicurezza e la dignità dei lavoratori dipendenti molto meglio dell’articolo 18. E che, soprattutto, non generano dualismo di tutele nel tessuto produttivo, come invece lo genera l’articolo 18». Il senatore Ichino prende invece a modello quelle «tecniche di protezione» che «puntano a fare del mercato del lavoro la fonte principale della forza contrattuale e della sicurezza economica della persona che lavora». Secondo Ichino quindi non vale più l’idea secondo cui «l’unica forma possibile di protezione contro la precarietà sia costituita dall’articolo 18: senza quello, tutti diventano licenziabili e dunque tutti diventano precari, tutti sono privati della libertà e della dignità nel luogo di lavoro.

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CONTRATTO UNICO/ Ichino: mi dispiace che la Cgil insista con una lettura errata della mia proposta.


Continua il calo dell’occupazione straniera nelle piccole imprese in Veneto, Fondazione Leone Moressa


Continua il calo dell’occupazione straniera
nelle piccole imprese in Veneto.
Per l’inizio dell’anno previste nuove assunzioni, ma saranno a termine.
Stranieri scelti per mancanza di manodopera locale e per ricoprire professioni operaie
 
L’occupazione straniera nelle piccole imprese venete fa registrare nel 2° semestre 2011 un calo del -0,8% rispetto al semestre precedente, ma si prevede una ripresa del 2,7% nella prima parte del nuovo anno. Un mercato del lavoro, quello straniero, composto principalmente da lavoratori provenienti dalla Romania, che ricoprono professioni operaie e reclutati dalle imprese per supplire alla mancanza di manodopera locale. Gli stranieri sono inquadrati in queste imprese con contratti a tempo indeterminato anche se le future assunzioni, a causa dell’incertezza verso il futuro, saranno prevalentemente a termine.
Questi i principali risultati di un’indagine condotta dalla Fondazione Leone Moressa(www.fondazioneleonemoressa.org) su un panel di 600 imprese venete con meno di 20 addetti, che analizza le caratteristiche del mercato del lavoro straniero, evidenziandone le trasformazioni congiunturali in corso.
 
Andamento occupazionale degli stranieri nelle piccole imprese venete. Le variazioni percentuali dell’occupazione nella seconda parte dell’anno, mostrano un calo complessivo degli stranieri che si attesta a -0,8 punti percentuali. Un calo più evidente rispetto a quello che interessa il totale degli occupati nella piccola impresa (-0,3%). La riduzione degli occupati stranieri sembra riguardare in particolare i settori dei servizi alle imprese (-2,8%) e con le stesse proporzioni nella produzione e nell’edilizia (-0,7%), comparto quest’ultimo che fa maggior ricorso alla manodopera straniera: su cento imprese edili quasi 40 annoverano lavoratori stranieri. Rimane invariata l’occupazione nel settore dei servizi alle persone, dove si registra un’alta incidenza di lavoratrici straniere.
Le previsioni per la prima parte del nuovo anno segnalano l’intenzione delle piccole imprese ad assumere più lavoratori tra gli stranieri (+2,7%) che tra gli autoctoni (+0,1%), soprattutto nei settori dei servizi alle imprese e nella produzione.
 
Le tipologie contrattuali. Per quanto riguarda quelle in essere, la gran parte degli stranieri (86,9%), così come il totale degli occupati (90,1%), è inquadrata con contratti di lavoro a tempo indeterminato. Per le future assunzioni però gli imprenditori intervistati dichiarano di voler utilizzare prevalentemente forme contrattuali a termine, non solo per quanto riguarda la manodopera straniera (79,8%), ma anche per quella italiana (76,6%).
 
Identikit dei lavoratori stranieri. I lavoratori stranieri attualmente occupati nelle piccole imprese venete provengono principalmente dai Paesi dell’Est Europa, primi tra tutti i Rumeni (25,9%), seguiti da Albanesi (18,0%) e Moldavi (5,9%). Come terzo Paese si trova il Marocco dal quale proviene il 13,4% della forza lavoro straniera. Per quanto riguarda la qualifica, gli stranieri per la quasi totalità sono inquadrati come operai: tra questi si annoverano un numero maggiore di operai specializzati (58,0%) che di operi generici (40,1%). Quasi impercettibile la presenza di stranieri nella posizione impiegatizia.
 
Incontro domanda e offerta di lavoro. Imprenditori e lavoratori stranieri instaurano un rapporto di lavoro principalmente in seguito ad un contatto diretto (42,7%). La segnalazione di persone terze (27,0%) e l’intermediazione di agenzie per l’impiego (27,5%) sono percorsi un po’ meno praticati.
La maggior parte degli imprenditori (52,4%) assume stranieri perché fa difficoltà a trovare manodopera locale da impiegare nella propria impresa; il 16,3% perché accettano mansioni meno qualificate e più pesanti, il 12,4% perché seri ed affidabili e il 7,3% perché sono disposti a lavorare fuori dal consueto orario di lavoro.
Per le mansioni che svolgono, oltre la metà degli imprenditori richiede ai lavoratori stranieri una conoscenza soltanto minima della lingua italiana (58,4%), il 39,5% richiede invece una buona padronanza dell’italiano, mentre appena il 2,1% è indifferente al fatto che i lavoratori la conoscano.
Il 59,5% delle imprese versa gli stipendi dei lavoratori stranieri su conto corrente, il 34,8% salda i crediti tramite assegno e solo il 5,7% dei pagamenti avviene in contanti.
 
Il calo degli occupati stranieri nella piccola impresa veneta nella prima parte dell’anno” affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa è uno dei sintomi della crisi che ha visto le imprese di piccole dimensioni ancora molto esposte alle criticità del momento. Ma si auspica che il vento possa cambiare: le previsioni infatti evidenziano una lieve ripresa nelle assunzioni anche se a termine, che stimoleranno l’occupazione straniera. Le 9mila assunzioni previste per il periodo autunnale in Veneto (ottobre-dicembre), di cui 1.054 riservate ai soli stranieri (dati Excelsior-Unioncamere), contribuiranno ad alleviare, anche se solo in parte, le difficoltà degli ultimi anni. Ma occorrerà aspettare ancora del tempo prima di ritornare ai livelli occupazionali precrisi: la sperata ripresa delle attività economiche si tradurrà inizialmente in un aumento della produttività e solo in un secondo momento in una richiesta di nuova manodopera. I 27mila stranieri ancora senza lavoro in Veneto rischiano infatti di diventare clandestini se non trovano una nuova occupazione, dal momento che il lavoro è per gli immigrati la condizione necessaria per il regolare soggiorno in Italia.”
Fondazione Leone Moressa
 
Via Torre Belfredo 81/e – 30171 Mestre (VE)
Tel. 041   2386700     Cell. 328   7234247      Fax 041   984501

LE NUOVE PENSIONI, Il Sole 24 Ore

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CONCILIAZIONE FAMIGLIA E LAVORO: buone pratiche di welfare aziendale, di Sara Mazzucchelli, Osservatorio nazionale sulla famiglia, 2011


Retribuzioni di fatto e costo del lavoro, Istat 2011

ISTAT

L’Inps e l’Istat diffondono le tavole di dati sui trattamenti pensionistici rilevati in Italia al 31 dicembre 2009

L’Inps e l’Istat diffondono le tavole di dati sui trattamenti pensionistici rilevati in Italia al 31 dicembre 2009.

Le informazioni statistiche sono state prodotte dall’archivio statistico sui trattamenti pensionistici, gestito dall’Inps, la ricchezza ed il dettaglio analitico del quale consentono di analizzare i trattamenti pensionistici con una doppia classificazione, per tipologia e per funzione economica, quest’ultima in accordo ai criteri stabiliti in ambito europeo (Esspros, Regolamento comunitario 458/2007).

Ciò rende possibile la comparazione in ambito comunitario, e al contempo, garantisce la possibilità di effettuare le tradizionali analisi del sistema pensionistico italiano, fondate sulla classificazione tipologica.

L’importo annuo di ciascuna pensione è fornito dal prodotto tra l’importo mensile della pensione pagata al 31 dicembre dell’anno ed il numero di mensilità per cui è previsto il pagamento. La variabile spesa è dunque definita come spesa tendenziale (calcolata da un dato di stock) e può non coincidere con la corrispondente voce di bilancio (dato economico di bilancio).


Per informazioni

Statistiche sulla previdenza e assistenza – Istat
Corrado Peperoni
Tel. 06 4673.6452
peperoni@istat.it

Coordinamento generale statistica attuariale – Inps
Natalia Orrù
Tel. 06 59054685

Periodo dei dati:
Anno 2009
Data di pubblicazione:
venerdì 23 dicembre 2011
Allegati
Indice delle tavole
pdf (547 KB)
Tavole
zip (13 MB)
Glossario
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Nota informativa
pdf (216 KB)

da Istat.it – I trattamenti pensionistici.


Paolo Baroni, recensione di SENZA PENSIONI di Walter Passerini LASTAMPA.it

Il futuro che ci aspetta:
mini assegni per tutti

La copertina del libro di Walter Passerini e Ignazio Marino

La copertina del libro di Walter Passerini e Ignazio Marino

Gli autori: “Presto esploderà la bomba della previdenza. Nessuno fa niente”

PAOLO BARONI

Il nostro futuro sarà «Senza pensioni»? Probabile, molto probabile: basta pensare ai giovani di oggi ed ai loro lavori precari e malpagati, oppure – per tutti gli altri – basta scorrere le tabelle, suddivise categoria per categoria, relativi a mestieri e professioni, impieghi pubblici e contratti privati. Molti, anche quelli che si sono più tutelati, una volta arrivati al dunque, ovvero al momento della quiescenza, non avranno di che vivere: appena il 17-19% dell’ultimo stipendio un consulente del lavoro che oggi ha 50 anni e lavora da venti, 20-25% un ragioniere, 13% un biologo, l’11% il farmacista e l’infermiere, il 30-33% il medico. Se la cavano meglio il giornalista (80%) e l’avvocato (64%). Idem dipendenti statali e privati, più o meno allo stesso livello. A brindare davvero sono solamente i notai che spuntano il 110-130% del loro ultimo reddito professionale.

Sono calcoli brutali, per certi versi, quelli contenuti nel saggio di Walter Passerini e Ignazio Marino. Il primo giornalista specializzato in economia, ideatore del primo «Corriere lavoro» ed oggi curatore dell’inserto «Tuttolavoro» de «la Stampa». Il secondo giornalista di «Italia Oggi» ed esperto di previdenza. «Senza Pensione», ovvero «tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro e che nessuno osa raccontarvi» (Chiarelettere, 171 pagine, 13,90 euro), è un vero e proprio cazzotto in faccia a giovani e meno giovani. E anche, o forse è meglio dire soprattutto, alla classe politica (e sindacale) che in tutti questi anni non ha voluto o saputo affrontare il nodo-pensioni. «Siamo giunti al capolinea di una situazione che è il prodotto dell’incoscienza e dell’irresponsabilità. Siamo alla vigilia dello scoppio della bomba previdenziale e nessuno fa niente», scrivono gli autori. Ed il problema, come segnala Tito Boeri nell’introduzione, non sta tanto nelle differenze tra generazioni diverse ma nelle iniquità presenti nei trattamenti riservati ai lavoratori della stessa classe d’età. «Un sistema squilibrato in partenza» annota Boeri, su cui si deve intervenire «di cesello, non certo con l’accetta».

Indignarsi, di fronte a questa situazione, sostengono Passerini e Marino, «non basta». Di qui l’idea di ragionare, di documentare, la situazione della nostra previdenza, «per cambiare lo stato delle cose». Nessun intento scandalistico, nessuna demagogia. «La questione è più complessa». Il volume diventa così una bussola per orientarsi, utilissime le 50 pagine di appendice finale con le tabelle curate da Giuseppe Cirioli, che mettono ognuno di noi di fronte al proprio futuro. In molti casi di miseria. La stessa miseria, allo stato, a cui sono predestinati oggi tanti giovani. Le nuove generazioni – non è una novità ma è bene ribadirlo per predisporre per tempo le contromisure – sono «naturalmente» i più penalizzati. Bene che vada chi è nato nel 1980 andrà infatti in pensione con il 50% dell’ultimo salario. Si tratta di «una generazione di esclusi e sprecati che si vede offrire solo lavori temporanei e sottopagati con la prospettiva certa di una pensione minima».

Non tacere, intervenire dunque. Come? «Prima che scoppi uno scontro generazionale e sociale – scrivono Passerini e Marino – bisogna investire sui giovani facendoli entrare molto prima nel mercato del lavoro e occorre eliminare le iniquità tra lavoratori dipendenti e le molte categorie di autonomi». Ma bisogna fare in fretta, perché il conto alla rovescia è già iniziato e la bomba sta per esplodere.

Autore:  Walter Passerini
Titolo: Senza pensioni, Ignazio Marino
Edizioni: Chiarelettere
Pagine: 171

Prezzo: 13,90 euro

da Il futuro che ci aspetta: mini assegni per tutti- LASTAMPA.it.


Pensare ai giovani è la vera equità: evidente che la riforma delle pensioni realizzata dal ministro Fornero realizza certamente una maggiore equità intergenerazionale, di Belardelli Giovanni, in Corriere della sera

se sottraiamo il discorso sull’ equità alla polemica politica spicciola, non è impossibile trovare un criterio alla luce del quale la questione dell’ equità può essere affrontata in modo utile. Se guardiamo alle vicende italiane degli ultimi decenni, sono principalmente due i fenomeni che hanno favorito una distribuzione non equa delle risorse e dei costi della vita sociale. Da un lato, l’ estensione dell’ evasione fiscale, il cui insufficiente contrasto viene solitamente addebitato soprattutto ai governi di centrodestra (ma non è che la sinistra del «tassa e spendi» non abbia avuto anch’ essa le sue colpe). Dall’ altro, la frattura intergenerazionale: sia tra giovani lavoratori precari e lavoratori maturi garantiti, sia tra porzioni della società soggette, in virtù dell’ età, a sistemi pensionistici assai diversi quanto a prestazioni e costi. In questo caso, la responsabilità nell’ aver prodotto e difeso la frattura viene imputata soprattutto alla sinistra. Se le cose stanno, sia pure assai schematicamente, così, allora possiamo ricavarne una griglia per valutare l’ equità delle misure del governo meno legata alla contingenza. In questa luce, pare evidente che la riforma delle pensioni realizzata dal ministro Fornero, nonostante le non poche persone che ne sono state danneggiate, realizza certamente una maggiore equità intergenerazionale

da Pensare ai giovani è la vera equità.


la ministra del Lavoro Fornero: “dispiaciuta e sorpresa per un linguaggio che pensavo appartenessa a un passato del quale non possiamo andare certo orgogliosi”

 

“Sono rimasta  dispiaciuta e sorpresa per un linguaggio che pensavo appartenessa a un passato del quale non possiamo andare certo orgogliosi”,  ha aggiunto il ministro riferendosi alle lotte sindacali dei decenni scorsi.

La Fornero ha poi stigmatizzato la “personalizzazione dell’attacco che non fa merito a chi lo ha condotto”


Fornero: «Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil, Luciano Lama: “Non voglio vincere contro mia figlia”. Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i nostri figli.» – Corriere della Sera

I sindacati non ci stanno a toccare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. 

«Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil, Luciano Lama: “Non voglio vincere contro mia figlia”. Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i nostri figli. Ora non voglio dire che ci sia una ricetta unica precostituita, ma anche che non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». 

da Fornero: «Sull’articolo 18 non ci sono totem E dico sì al contratto unico» – Corriere della Sera.


Fornero: «Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all’inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività» – Corriere della Sera

«Giovani e donne sono i più penalizzati perché la via italiana alla flessibilità ha riguardato solo loro, risparmiando i lavoratori più anziani e garantiti. Sono rimasta molto colpita nel sentire i pensionati che si lamentano perché devono mantenere anche i nipoti. Questo è un ciclo perverso. Non è possibile che la pensione di un nonno debba mantenere dei giovani né che questi si adagino su una prospettiva di vita bassa».

Come se ne esce? 

«Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all’inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto».

….

da Fornero: «Sull’articolo 18 non ci sono totem E dico sì al contratto unico» – Corriere della Sera.


Fornero: «Il punto è: il lavoro è ciò che ti dà la pensione» – Corriere della Sera

questa è una riforma strutturale. Per funzionare ha bisogno di un sistema in crescita. Non ci possiamo permettere la stagnazione e tantomeno la recessione. Il punto è: il lavoro è ciò che ti dà la pensione. Un buon lavoro ti dà una buona pensione. Il messaggio è: non vi stiamo tagliando la pensione – al netto del blocco della perequazione dovuto all’impegno al pareggio di bilancio nel 2013 – ma vi stiamo chiedendo di lavorare di più, perché questo vi premia».

Lei crede che le imprese terranno le persone fino a 70 anni? 

«Qui tocchiamo una anomalia del nostro sistema. La previdenza è stata troppo spesso un ammortizzatore sociale, per cui tutte le riorganizzazioni d’impresa sfociano in prepensionamenti. Accade perché se guardiamo alla curva delle retribuzioni, lo stipendio sale con l’anzianità mentre in altri Paesi cresce con la produttività e quindi fino all’età della maturità professionale ma poi scende nella fase finale, perché il lavoratore anziano è di regola meno produttivo. Da noi non è così e questo fa sì che le aziende risolvano il problema mandando i dipendenti più anziani e costosi in prepensionamento. Anche i lavoratori hanno la loro convenienza con la pensione anticipata. E lo Stato copre questo patto implicito tra aziende e lavoratori anziani a scapito dei giovani. Se vogliamo fare la riforma del ciclo di vita, è proprio per rompere questo patto: non ce lo possiamo più permettere». 

da: Fornero: «Sull’articolo 18 non ci sono totem E dico sì al contratto unico» – Corriere della Sera.


Indagine conoscitiva sul mercato del lavoro tra dinamiche di accesso e fattori di sviluppo – Documento conclusivo, Camera dei deputati – Commissione XI Lavoro pubblico e privato, 2011

Camera dei deputati – Commissione XI Lavoro pubblico e privato


il sistema delle PENSIONI, da Rai Uno

PENSIONI: non è lotta di classe, ma matematica


come funziona il sistema delle PENSIONI, a cura del CerP, da Superquark, 2011

PENSIONI: non è lotta di classe, ma matematica


A CHI HA MENO DI 65 ANNI DOBBIAMO OFFRIRE UN “CONTRATTO DI RICOLLOCAZIONE” E NON UNA PENSIONE, Pietro Ichino

ho proposto al ministro del Lavoro di estendere a tutti i sessantenni senza lavoro un trattamento analogo a quello di mobilità (80 per cento dell’ultima retribuzione) e un servizio di outplacement, condizionato alla stipulazione di un “contratto di ricollocazione”  che vincoli il lavoratore a cooperare per il reperimento di una occupazione nel periodo che precede il pensionamento.

     Resta il fatto, tuttavia, che: a) non possiamo chiedere ai tedeschi di farsi carico del nostro debito, se manteniamo i parametri del nostro  welfare fortemente disallineati rispetto ai loro; b) non possiamo tornare a crescere se continuiamo a pagare le persone perché escano dal mercato del lavoro anche quando sono ancora pienamente in grado di lavorare: su questo punto dobbiamo urgentemente correggere un aspetto gravemente sbagliato della nostra cultura industriale e del lavoro; c) ai nostri figli e nipoti stiamo consegnando un sistema di welfaremolto, ma molto, più arcigno di quello di cui questo messaggio denuncia un marginale – anche se, certo, molto rilevante per la singola persona colpita – eccesso di rigore.

….

da Pietro Ichino |  A CHI HA MENO DI 65 ANNI DOBBIAMO OFFRIRE UN “CONTRATTO DI RICOLLOCAZIONE” E NON UNA PENSIONE.


PERCHÉ E COME LA MANOVRA SULLE PENSIONI VA APPOGGIATA, Pietro Ichino

Ci sono due motivi per cui un aumento brusco dell’età media di pensionamento degli italiani – per quanto socialmente costoso ‑ è oggi indispensabile. E nessuno dei due motivi attiene a un’esigenza di “fare cassa”, cioè di alleggerire il nostro deficit di bilancio pubblico a breve termine.

            Uno degli ostacoli alla crescita economica dell’Italia sta nel fatto che per mezzo secolo abbiamo continuato a pagare i cinquantenni, con le pensioni di anzianità e i prepensionamenti, affinché uscissero dal tessuto produttivo, cioè smettessero di lavorare.

 …

segue qui: Pietro Ichino |  PERCHÉ E COME LA MANOVRA SULLE PENSIONI VA APPOGGIATA.


PENSIONI: bibliografia in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

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TUTTO PENSIONI. Il manuale pratico delle novità sulla previdenza

IL SOLE 24 ORE,  2011,  p. 94

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GUIDA ALLA TUTELA DEL LAVORATORE

EDIZIONI LAVORO,  2009,  p. 326

Pietro ichino (cur.)

CODICE DEL LAVORO Costituzione Codice civile Statuto dei lavoratori Lefggi Speciali e Regolamenti

Italia Oggi Novecento Media Cassazione.net,  2009,  p. 840

JESSOULA Matteo

LA  POLITICA PENSIONISTICA

IL MULINO,  2009,  p. 351

Marco Carcano

Il  «Protocollo welfare» – Come cambiano pensioni e lavoro

Aggiornamenti sociali,  2008,  p. 344-355

NATALI DAVID

VINCITORI E PERDENTI. Come cambiano le pensioni in Italia e in Europa

IL MULINO,  2007,  p. 226

AMATO GIULIANO

IL  GIOCO DELLE PENSIONI: RIEN NE VA PLUS

IL MULINO,  2007,  p. 115

DEL GIUDICE F., MARIANI F., SOLOMBRINO M.

LEGISLAZIONE E PREVIDENZA SOCIALE. MANUALE TEORICO PRATICO. XXI edizione

EDIZIONI GIURIDICHE SIMONE,  2006,  p. 576

COMEGNA DOMENICO, BAGNOLI ROBERTO, a cura di Massimo Fracaro

LE  NUOVE PENSIONI.

ETAS,  2004,  p. 222

DAMIANO CESARE, TURCO LIVIA, POLLASTRINI GIOVANNI, WITTEMBERG RAUL

PENSIONI E CONTRORIFORMA

L’UNITA’,  2004,  p. 190

 

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ANDRUCCIOLI PAOLO

LA  TRAPPOLA DEI FONDI PENSIONE

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MEGALE GAETANO, MIGLIOLI FLAVIO, SORGI SERGIO

COME PIANIFICARE LA PROPRIA PENSIONE. GUIDA PRATICA ALLE SCELTE DI PREVIDENZA

IL SOLE 24 ORE,  2004,  p. 252

CIOCIA ANTONELLA

L’  INFINITA RIFORMA DELLA PREVIDENZA IN ITALIA, in STATO SOCIALE IN ITALIA. RAPPORTO

ANNUALE IRPPS – CNR 2002  a cura di CALZA BINI PAOLO, PUGLIESE ENRICO

DONZELLI,  2003,  p. 183-210

MAZZETTI GIOVANNI

IL  PENSIONATO FURIOSO

BOLLATI BORINGHIERI,  2003,  p. 108

MARANO ANGELO

AVREMO MAI LA PENSIONE?

FELTRINELLI,  2002,  p. 142

BOERI TITO, PEROTTI ROBERTO

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LE  POLITICHE DELLA PREVIDENZA, in  POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI

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IL  PENSIONATO frammento di un romanzo poliziesco

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IL  PROBLEMA DELLE PENSIONI – ANALISI E PROPOSTE

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I  FONDI PENSIONE

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PENNACCHI LAURA

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LA  RIFORMA DELLE PENSIONI guida pratica all’applicazione della legge 335 dell’8 agosto 1995

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FINANZIARIA 1994: SANITA’ E PREVIDENZA NEL DISEGNO DI LEGGE

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INPDAP – LE PRESTAZIONI DELLA CASSA PENSIONI DIPENDENTI ENTI LOCALI

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BUZZOLA PAOLA

RIFORMA DELLE PENSIONI: QUALCHE COMMENTO IN RELAZIONE AI SERVIZI SOCIALI

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ARGENTINO GIUSEPPE

RIFORMA DEL SISTEMA PENSIONISTICO

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PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

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L’  ANNOSA QUESTIONE EGLI INDEBITI PENSIONISTICI

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TAGLI A PENSIONI E SANITA’: TESTO DI LEGGE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1992,  p. 2-4

DOCUMENTI

DISEGNO DI LEGGE: DELEGA AL GOVERNO PER LA RAZIONALIZZAZIONE E LA REVISIONE DELLE

DISCIPLINE IN MATERIA DI SANITA’, PUBBLICO IMPIEGO, PREVIDENZA, FINANZA TERRITORIALE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1992,  p. 6-8

GLASSIER VITTORIO

LE  MALATTIE ALLERGICHE: UNA DIFFICILE TUTELA PREVIDENZIALE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1990,  p. 17-19

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STATO E PREVIDENZA IN ITALIA in SCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE E POLITICHE PUBBLICHE a cura

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LINEAMENTI DI DIRITTO PRIVATO

LA NUOVA ITALIA SCIENTIFICA,  1989,  p. 224

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PENSIONAMENTO. RITIRARSI DAL LAVORO NON DALLA VITA. ASPETTI MEDICI E PSICOLOGICI

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PENSIONI

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PENSIONI

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CESARINI F.,CONTE F.P.,VALIANI R.

IL FUTURO DELLE PENSIONI

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CONTI LAURA

PREVIDENZA NON SOCIALE E SICUREZZA SOCIALE

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CONTI LAURA

POSSIBILITA’ DEMOCRATICHE NEL SISTEMA ASSISTENZIALE-PREVIDENZIALE ITALIANO

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PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

CONTI LAURA

L’  ASSISTENZA E LA PREVIDENZA SOCIALE  STORIA E PROBLEMI

FELTRINELLI,  1958,  p.

MANSFIELD KATHERINE

UNA  PENSIONE TEDESCA

RIZZOLI,  ,  p.


Riforma delle pensioni, da Corriere della sera 5 dicembre 2011

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Pietro Ichino |  SULLA QUESTIONE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ, intervista alla Repubblica, 1 dicembre 2011

L’AUMENTO DEL REQUISITO CONTRIBUTIVO PER CHI INTENDE RITIRARSI SENZA REQUISITO DI ETÀ SI GIUSTIFICA SIA SUL PIANO DELL’EQUITÀ TRA GENERAZIONI, SIA IN FUNZIONE DELL’ALLINEAMENTO DEL NOSTRO SISTEMA A QUELLO DEI NOSTRI PARTNER EUROPEI, SIA IN FUNZIONE DELL’AUMENTO DEL TASSO DI OCCUPAZIONE TRA I 55 E I 65 ANNI

Intervista a cura di Annalisa Cuzzocrea, pubblicata su la Repubblica del 1° dicembre 2011

Pietro Ichino non pensa affatto che 40 sia un numero magico, come ha detto il segretario della Cgil Susanna Camusso. Non crede che il diritto ad andare in pensione di chi ha maturato 40 anni di contributi sia intangibile. Anzi, il giuslavorista e senatore pd pensa che il problema da guardare in faccia sia quello dell’equità fra generazioni, e che per farlo il nostro Paese debba adeguarsi al sistema di welfare del nord Europa.

Professor Ichino, il nodo più controverso degli interventi sulle pensioni di cui si parla in queste ore riguarda la possibilità di ritirarsi dopo quarant’anni di lavoro, al di là dell’età. Cosa ne pensa?
«La questione dei 40 anni riguarda persone che hanno incominciato a lavorare all’età di 16 o 18, e che quindi aspirano a ritirarsi a 56 o 58 anni. Qui i problemi sono due: il primo è di equità fra generazioni: stiamo lasciando ai nostri figli un sistema che consentirà loro di andare in pensione, se andrà bene, a 67 o 68 anni, con assegni nettamente inferiori rispetto ai nostri. Davvero vogliamo – oltre a questo – gravarli di un maggior debito pubblico per consentire ad alcuni di noi di ritirarsi prima dei 60 anni? Poi c’è l’Europa».

In che senso?
«In Germania e negli altri maggiori paesi europei la possibilità di pensionamento senza requisiti di età anagrafica non è data a nessuno, eccetto lavori pesanti o usuranti. Non possiamo chiedere ai tedeschi di farsi carico della garanzia per il nostro debito pubblico finché non abbiamo allineato i criteri del nostro welfare al loro. Infine c’è un problema che attiene al mercato del lavoro: se vogliamo tornare a crescere non possiamo continuare a pagare, con denaro pubblico, i cinquantenni perché smettano definitivamente di lavorare».

Ci sono però anche i casi dei lavoratori in mobilità a pochi anni dal vecchio requisito per la pensione.

«Abbiamo sempre detto, e sono certo che il ministro del welfare ha ben presente questa necessità, che la modifica dei requisiti per il pensionamento non deve riguardare i lavoratori in mobilità, o quelli che abbiano effettuato un riscatto contributivo contando sulla vecchia disciplina. Deve essere dettata una disciplina speciale anche per chi ha svolto prevalentemente un lavoro usurante, o chi oggi svolge lavoro manuale».

da Pietro Ichino |  LA REPUBBLICA: SULLA QUESTIONE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ.


Intervista a Tonia Mastrobuoni sulla situazione politica ed economica italiana e mondiale (e in particolare sulle politiche pensionistiche) | da RadioRadicale.it

Intervista a Tonia Mastrobuoni sulla situazione politica ed economica italiana e mondiale

da

Neureka – Intervista a Tonia Mastrobuoni sulla situazione politica ed economica italiana e mondiale | RadioRadicale.it.

Tonia Mastrobuoni è giornalista economica de “La Stampa”

indirizzo twitter: https://twitter.com/#!/who_to_follow/search/mastrobuoni


Il divieto di trasferimento | di Gaetano De Luca in Muoversi Insieme

 

C’è chi nello scegliere un determinato lavoro o nell’accettare una specifica proposta professionale se ne ha la possibilità, dà priorità alla collocazione della sede proprio per stare vicino ai propri familiari. Altri  magari non hanno la fortuna di trovare un lavoro vicino ai propri cari e sperano di poter ottenere in futuro un trasferimento. Altri ancora possono invece trovarsi di fronte ad una richiesta di trasferimento di  sede proposta dal datore di lavoro.
Si tratta di situazioni diverse accomunate dalla centralità della sede di lavoro che per il lavoratore costituisce un aspetto importantissimo e determinante nel caso in cui  i suoi familiari siano in condizioni di salute tali da richiedere un assistenza continua.
Vediamo come il nostro ordinamento giuridico regolamenta questi aspetti. 

Cominciamo dalla scelta della sede.

In primo luogo occorre sapere che il principio generale è quello secondo cui la scelta della sede del posto di lavoro spetta al datore di lavoro, in quanto rientra tra i suoi poteri imprenditoriali.

segue qui Il divieto di trasferimento | Muoversi Insieme.


Il Lavoro e la vita, di Gianpiero Dalla Zuanna), da Il Corriere della Sera del 02/12/2011.

Nel gran parlare di pensioni, non si affronta con la necessaria profondità una questione importante per la vita delle persone e per l’intera società. Al di là degli indubbi risparmi per l’erario, è veramente possibile lavorare fino a settant’anni e oltre? Oppure il prolungamento della vita lavorativa rischia di causare grandi difficoltà individuali, oltre a generare organizzazioni del lavoro poco efficienti? Dal punto di vista strettamente demografico, non dovrebbero esserci troppi problemi.
Infatti, nel giro di trent’anni la vita media in Italia è aumentata di nove anni per gli uomini (da 70 a 79 anni) e di sette anni per le donne (da 77 a 84 anni) e — nello stesso tempo — sono aumentati pressappoco della stessa misura anche gli anni vissuti in buone o discrete condizioni fisiche e mentali. Le condizioni di salute del settantenne italiano medio di oggi non sono neppure paragonabili a quelle del settantenne di trent’anni fa. Inoltre, studi recenti dimostrano che la permanenza sul posto di lavoro rallenta il decadimento cognitivo, e che se l’età alla pensione è più elevata le aziende investono maggiormente e in modo più continuativo anche sulla formazione dei lavoratori maturi.
Tuttavia, è sbagliato pensare che tutto possa essere risolto con un tratto di penna, facendo slittare in avanti di qualche anno l’età alla pensione. Infatti, malgrado le scoperte della medicina e il miglioramento degli stili di vita, non esiste l’elisir di giovinezza, e con l’età le capacità fisiche e mentali inesorabilmente declinano. Quindi, con l’aumentare del numero dei lavoratori maturi, dovrebbero anche moltiplicarsi le forme di lavoro flessibile, garantendo un’uscita soft dal mondo produttivo. Oggi la grande maggioranza dei neo pensionati passa da un lavoro più o meno simile a quello che svolgeva quando aveva quarant’anni alla totale assenza di lavoro. Ciò è irragionevole e poco efficiente. Si potrebbero invece generalizzare forme miste di lavoro-pensione. Ad esempio, un insegnante potrebbe trascorrere i suoi ultimi cinque anni di lavoro (diciamo fra i 65 e i 70 anni) percependo metà pensione e metà stipendio, con un orario di insegnamento dimezzato, magari concentrato su tre giornate lavorative. Lo stesso meccanismo potrebbe essere messo in atto per moltissimi altri lavori, sia manuali che intellettuali, con il vantaggio — tutt’altro che trascurabile — di accumulare altri contributi, aumentando l’entità della pensione negli anni successivi. Inoltre, andrebbero individuati al più presto i lavori più impegnativi sul piano fisico, favorendo non tanto il ritiro precoce dal lavoro di chi li sostiene, ma piuttosto lo spostamento — dopo una certa età — verso attività fisicamente e psicologicamente più sostenibili.
È su questo tipo di provvedimenti che i sindacati dovrebbero concentrare i loro sforzi, facendo proposte circostanziate e praticabili per ogni tipo di lavoro e di professione, abbandonando la difesa di un’età di uscita dal lavoro fiscalmente poco sostenibile e — alla fin fine — poco conveniente per gli stessi lavoratori. Perché lavorando bene e più a lungo, molti pensionati invecchieranno meglio, oltre a garantirsi pensioni più dignitose.


Reddito minimo garantito e politiche del lavoro: i modelli di Francia, Germania, Regno Unito, Norvegia, da Il Sole 24 ore 2 dicembre 2011


Pensioni di vecchiaia: grafico sugli “scalini” da Il Sole 24 ore del 24 novembre 2011


superamento del dualismo del nostro mercato del lavoro, del regime attuale di feroce apartheid fra lavoratori protetti e non protetti, attraverso il nuovo disegno di un diritto del lavoro capace di applicarsi in modo davvero universale a tutti, conciliando il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza economica e professionale per i lavoratori nel mercato del lavoro, Pietro Ichino |  LETTERA APERTA AL PARTITO DEMOCRATICO

All’inizio di questa legislatura erano due i grandi temi caldi della politica del lavoro individuati dal manifesto programmatico del Partito Democratico, sotto il titolo Per dare valore al lavoro. Il primo era quello dello spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, anche per aprire il Paese agli investimenti stranieri e ai piani industriali più innovativi che essi sovente portano con sé. Il secondo era quello del superamento del dualismo del nostro mercato del lavoro, del regime attuale di feroce apartheid fra lavoratori protetti e non protetti, attraverso il nuovo disegno di un diritto del lavoro capace di applicarsi in modo davvero universale a tutti, conciliando il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza economica e professionale per i lavoratori nel mercato del lavoro.

              Nel 2009 i due punti programmatici vengono tradotti in altrettanti disegni di legge, rispettivamente n. 1872 n. 1873, presentati da 55 senatori (la maggioranza del nostro Gruppo al Senato)  …. segue

da Pietro Ichino |  LETTERA APERTA AL PARTITO DEMOCRATICO.