Andrea Bajani (2006) Mi spezzo ma non m’impiego Einaudi, Torino, recensione di Tartarugosa


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Andrea Bajani (2006)

Mi spezzo ma non m’impiego

Einaudi, Torino

Da una dichiarazione di Pietro Ichino: “La Lista Monti è più a sinistra del Pd”.
Se guardiamo l’operazione Monti con gli occhi dei giovani, delle donne e degli over 55 esclusi dal mercato del lavoro e di tutti gli outsider – ha detto ancora Ichino – oserei dire che l’agenda Monti è più dalla parte dei deboli e degli ultimi di quanto non sia il programma del Pd.

Siamo a fine anno e già totalmente immersi nella prevedibile, tormentata campagna elettorale. Lo scenario però si è arricchito proprio nel momento in cui sembrava che all’orizzonte si profilassero i due classici blocchi l’uno contro l’altro armato.

Secondo il la mia opinione, il lavoro rappresenta il punto nodale su cui concentrare ogni sforzo per rimotivare  gli italiani verso la politica. Mettere in agenda questo punto vuol dire uscire da visioni ormai ammuffite appartenenti a quelli che si definiscono di destra o di sinistra: li primi volti a tutelare gli interessi dei già arrivati, di quelli che se per caso perdono il lavoro ricevono in cambio cifre da sogno; i secondi a credere che debbano essere sì tutelati gli interessi del lavoratore, ma solo di quello dipendente.

Ho conosciuto solo recentemente l’autore Andrea Bajani (vedi Cordiali saluti) che affida a “Mi spezzo ma non m’impiego” un’analisi dettagliata, affilata come lama e colorata da un’ironia che rende ancora più tragica la descrizione di che cosa significa la modernità del lavoro d’oggi. In un modo singolare: una collezione di fotografie di vetrine di agenzie di lavoro e un anno di viaggio lungo lo Stivale nel mondo del precariato.

Se la vita per alcuni è la somma di una serie di soggiorni lavorativi, “per un viaggio bisogna prepararsi, non si parte così, improvvisando. Ci sono corsi di formazione, master e quant’altro. Ci sono gli uffici turistici del lavoro. Poi ci sono quelli che si organizzano giorno per giorno i propri viaggi da soli, ma in qualche modo devono partire anche loro. Tutti, in ogni caso, hanno pacchetti di viaggio: contratti a progetto, Partita Iva, contratti di inserimento”.

La formazione

La formazione qualifica, dà quel qualcosa in più a tutti, visto che a diplomarsi e laurearsi son capaci tutti. Fare i master è un buon modo per essere un po’ di più del professionista, e questo nel mondo del lavoro è importante.

“Un master può costare tra i 6.000 e i 12.000 euro all’anno. Ma che sarà mai? .. Se per farlo i figli dovranno spostarsi a Milano o Roma e pagare anche un affitto, che sarà mai? … Tra vitto e camera in affitto, sono 9.000 euro? Vada per 9.000. Più 6.000 che sono quelli del master. Segnamo 15.000 euro all’anno, che per due anni fanno 30.000 euro. … E che sarà mai? Alla fine però diventano professionisti. Ovvero: fanno uno stage gratuito in azienda”.

E la formazione per “vendere” se stessi?

Indispensabile quella di come si scrive il proprio curriculum:”per guadagnarsi un colloquio di lavoro è indispensabile un curriculum fatto a regola d’arte, come sono a regola d’arte le autobiografie solo quando sono scritte a dovere”.

Non meno importante è quella relativa a come sostenere un colloquio di lavoro “Seguire un corso di formazione in cui insegnano, tra l’altro, ad affrontare  al meglio il colloquio è un investimento che vale la pena…. Bisogna arrivare in orario, prima di tutto. … E’ molto importante che lo spieghino, al corso, perché qualcuno potrebbe considerarlo un dettaglio trascurabile….  Altro dettaglio da non trascurare è la Postura sulla sedia. Anche questo è una fortuna, che venga specificato. C’è gente che gira la sedia e si siede con la spalliera in mezzo alle gambe”.

Il lavoro atipico

“Alcuni si manifestano per acronimi: co.co.co per Collaborazione Coordinata e Continuativa (ormai in dismissione e destinati all’archeologia del lavoro), co.pro per Collaborazione a Progetto (i collaboratori sono detti stroboscopicamente anche lap, ovvero Lavoratori a Progetto). Altri contratti hanno nomi meno esotici, ma a loro modo singolari: contratto di Lavoro Intermittente (lo vedo, non lo vedo più, lo vedo, non lo vedo più, lo vedo, non lo vedo più, lo vedo?, boh), contratto di Lavoro Ripartito (un po’ per uno, come si dice ai bambini scalmanati di fronte al padellone dei pop corn). Altri ancora hanno nomi da infermeria: contratti di Somministrazione di Lavoro. Altri hanno nomi ossimorici ed esilaranti: contratti di Collaborazione Coordinata e Continuativa occasionale. … Ci si incontra, ci si stringe la mano e ci si dice “sono una Partita IVA”, “sono un co.pro”, e via così. Quando arriva uno che si presenta dicendo “sono un tempo determinato” non si sa bene come reagire”.

La Partita IVA

Molti dei lavoratori dipendenti, quelli che si continuano a lamentare di essere gli unici a pagare le tasse perché appunto essendo dipendenti hanno la busta paga e non possono pertanto evadere, sono assolutamente convinti che chi possiede una Partita Iva sia un ricco borghese professionista che specula proprio sui lavoratori dipendenti. In genere si fa questa affermazione commentando la parcella di un medico specialista, ma ora che i lavoratori atipici stanno diffondendosi “su comando” anche all’interno delle aziende, appare ancora più convinta l’affermazione che l’azienda si preoccupa di affidare tutto alle partite IVA, trascurando gli avanzamenti dei dipendenti. Si commenta inoltre la cifra delle fatture, ignorando che di quel totale esposto, il 50% viene decurtato per ritenute varie e che non esistono compensi per le ferie, né tanto meno per le malattie. “Il mercato dei farmaci d’altra parte ha fatto sufficienti progressi da consentire di portare avanti il progetto aziendale anche con qualche linea di febbre. Ci si alza la mattina, ci si infila il termometro sotto l’ascella, si verifica di avere la febbre, ci si caccia in bocca una pastiglia di Tachipirina e si sale sull’autobus. I farmaci li hanno inventati apposta per questo”. Se qualcuno pensa al prestigio, beh, effettivamente “Grazie alla Partita Iva il collaboratore diventa una Ditta Individuale. Diventare una ditta è un privilegio che una volta avevano in pochi. Diventare addirittura il titolare (Titolare della Ditta Individuale Omonima) nemmeno nei sogni più rosei lo si poteva sperare. Per questo l’azienda insiste tanto che si diventi Partite Iva. E’ un modo per dare una forma di gratificazione ai lavoratori”.

Il cinquantenne che perde lavoro

Il cinquantenne che comincia a fare vita precaria è una persona molto nervosa…. In cucina, la sera, chiede alla moglie perché mai, dopo aver fatto lo stesso lavoro per tutta la vita, dovrebbe cominciare adesso a farne uno diverso. E non capisce perché, come gli dicono, questa dovrebbe essere un’opportunità. …Nel frattempo anche la moglie ha cominciato a fare lavoretti per raggranellare un po’ di soldi, e alla fine del mese sono sue le entrate maggiori. E’ per questo che il cinquantenne che ha perso il lavoro si inalbera ogni volta che lei tenta di dargli conforto. … Dopo aver rifiutato un paio di chiamate dall’agenzia per lavori considerati poco degni … il cinquantenne decide di accettare il primo lavoro che arriva. … I primi tempi, lo trattano tutti come se fosse un fallito, perché uno che a cinquant’anni comincia a consegnare le pizze col motorino è sicuramente uno a cui qualcosa è andato per storto. … Ma poi le cose cambiano, e insieme alle cose cambiano anche i lavori, qualche volta più lunghi, qualche volta più brevi. .. Il giorno poi, che il cinquantenne si trova a fianci a fianco del figlio a fare lo stesso lavoro, a tutti e due scappa da ridere”.

E poi Bajani nel raccontare il suo viaggio nel mondo del precariato non trascura le mete dei posti di lavoro, gli orari degli spostamenti, l’orario complessivo di una giornata,  i compensi, gli stage, la creatività e la varietà del lavoro occasionale. Dentro quindi nei call center, nei supermercati, nelle scuole, nei servizi editoriali, nelle imprese di pulizia, nelle palestre, nelle case con anziani, nelle fabbriche e persino nei teatri passando da radio e animatore turistico.

Si cimenta, nella conclusione, con qualche numero: “Quanti sono i precari in Italia? Sono tanti o sono pochi. Sono milioni, in ogni caso. Il numero esatto, poco importa. Sono milioni di uomini e donne che vivono in una situazione di costante incertezza. E se i milioni sono pochi, vorrà dire che questo libro è stato scritto per una ristretta cerchia di persone”.

Io sono una di quei milioni Della precarietà so che fa parte della vita e da quando sono precaria non me ne faccio spaventare più di tanto. Ma posso dirlo perché gli anni vissuti cominciano ad essere significativi.

Per i giovani di oggi, invece, sento di avere una responsabilità individuale forte nel creare condizioni diverse da quelle attuali. Ecco perché, nel 2013, sceglierò il programma di chi non si limita a considerare il lavoro un diritto inalienabile, ma parallelamente si occuperà di tutelare anche i diritti del lavoro “atipico” perché:

“Quel che è certo è che gli “atipici” sono dappertutto e … quando gli “atipici” cominciano a diventare sufficientemente “tipici”, perché continuare a definirli “atipici”? Detto altrimenti: se quella che sta diventando sempre di più una norma viene considerata una situazione di “eccezione”, non si sta forse sottovalutando, scientemente, il problema?”

ADESSO BASTA di Simone Perotti edizione Chiarelettere, BookRepublic ebook in italiano


Da non pensionato di 64 anni compiuti oggi, sono molto d’accordo.

La cosa divertente è che sono certo che ci saranno un bel po’ di ipocriti baby pensionati della cgil (il PARTITO che tutela solo i già tutelati) che dall’alto dei loro 1000 euro al mese (un miraggio per i 30-40 nni) diranno “sono d’accordo”. Occorre CAMBIARE.

paolo ferrario del 1948

Adesso basta

Adesso basta

Ne abbiamo abbastanza. Lavorare per consumare non rende felici. Lo sappiamo tutti, ma come uscirne? Cambiare vita da soli sembra una scelta troppo faticosa. Addirittura impossibile. Invece no. Il downshifting (“scalare marcia, rallentare il ritmo”) è un fenomeno sociale che interessa milioni di persone nel mondo (complice anche la crisi). Ma non si tratta solo di ridurre il salario per avere più tempo libero. Simone Perotti propone qui un cambio di vita netto, verso se stessi, il mondo che ci circonda, le abitudini, gli obblighi, il consumo. La rivoluzione dobbiamo farla a partire da noi, riprendendoci la nostra vita per essere finalmente liberi. Come ha fatto l’autore, che racconta la sua esperienza entrando nel merito delle conseguenze economiche, psicologiche, esistenziali, logistiche. Dire no non basta per essere felici. L’insicurezza economica cui andiamo incontro è anche un’occasione per ripensarci.

€ 1.99

vai a   BookRepublic ebook in italiano.

…LAVORO CHE C’È, LAVORO CHE NON C’È… Per ricercare strade percorribili e sostenibili per le organizzazioni e per i singoli, Giornata di Studio, venerdì 23 novembre 2012, Milano, C.so Buenos Aires n. 33, Elfo Puccini teatro d’arte contemporanea, Sala Shakespeare, a cura dello studio APS


Studio APS - Studio di Analisi PsicoSociologica

 

 

 

 

…LAVORO CHE C’È, LAVORO CHE NON C’È… 

Per ricercare strade percorribili e sostenibili per le organizzazioni e per i singoli

 

Giornata di Studio, venerdì 23 novembre 2012, Milano, C.so Buenos Aires n. 33, Elfo Puccini teatro d’arte contemporanea, Sala Shakespeare (visualizza la mappa)

 

Con la Giornata di Studio 2012 intendiamo trattare alcune questioni che ci sembrano sfidanti e centrali per affrontare la situazione di crisi generalizzata, di incertezza di prospettive e al tempo stesso di affanno e preoccupazione da parte di tante persone impegnate all’interno e all’esterno delle organizzazioni.

Vi proponiamo in allegato una prima presentazione di contenuti.

Entro la fine di settembre vi invieremo il programma dettagliato e la scheda d’iscrizione alla Giornata di Studio.

Ci auguriamo che la proposta possa riscuotere il vostro interesse e siamo a vostra disposizione per informazioni, chiarimenti e suggerimenti.

Buona estate e a presto

per lo Studio APS

Francesco d’Angella e Claudia Marabini

 

 

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Pietro Ichino |  SCALFAROTTO: LE RAGIONI DEL NOSTRO DOCUMENTO CONTRO L’APARTHEID NEL MERCATO DEL LAVORO


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La verità è che l’approccio tradizionale della sinistra, e quello che sta assumendo il PD sotto la guida di Fassina, fa prevalere il concetto della sicurezza (solo formale, teorica e sperata, perché per l’intanto di sicurezze i precari ne hanno zero) a quello della sicurezza sostanziale e dell’opportunità. Radica l’aspirazione all’immobilità invece di consentire a chi entra nel mondo del lavoro di assumersi dei rischi (anche investendo su se stessi) sapendo che la protezione sta nel sistema che si prende cura di te nei momenti di debolezza invece che in un datore di lavoro che è costretto a pagarti perché il sistema non ha nessun’altra alternativa da offrirti in caso di disoccupazione improvvisa, se non la fame.

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vai a: Pietro Ichino |  SCALFAROTTO: LE RAGIONI DEL NOSTRO DOCUMENTO CONTRO L’APARTHEID NEL MERCATO DEL LAVORO.

il Bureau of Labor Statics americano, elaborando qualche milione di dati, ha scoperto che le professioni più richieste sono quelle di badante, seguite da quelle di cuoco, muratore e giardiniere. Roba per cui non ci vuole il pezzo di carta? No, i datori di lavoro pretendono che anche in queste professioni vi sia una certa preparazione di base, una certa cultura che potrebbe corrispondere alla nostra laurea breve, associazione AlmaLaurea


Uno studio dell’associazione AlmaLaurea mostra che laurearsi conta sempre meno per trovare lavoro, anche se si è in possesso della «laurea breve», quella che si ottiene dopo tre anni e che il ministro Zecchino, e dopo di lui il ministro Berlinguer, avevano inventato proprio per professionalizzare gli studi superiori, cioè per rendere meno labile il rapporto tra mondo del lavoro e pezzo di carta.

Sarà una selva di numeri. Sentiamo.
Gliene darò il minimo indispensabile, giusto quelli che servono a chiarire il concetto. Si prendono gli anni 2008, 2009 e 2010 e si vede che la percentuale di disoccupati tra quelli che hanno la laurea breve è aumentata: dall’11 al 16,2% (stiamo parlando del primo anno post-laurea). A chi ha laurea lunga, o meglio specialistica, è andata anche peggio: da 10,8 si è passati a 17,7. Si potrebbe pensare che fare i calcoli sul primo anno dopo la laurea è troppo penalizzante. Ma anche tra quelli che hanno preso la laurea da 5 anni ci sono meno occupati di prima, un 5% in meno. Queste brutte percentuali sono accompagnate dalle loro solite sorelle gemelle: aumento dei laureati che lavorano in nero (7%, il doppio del 2008), paghe più basse di prima (-5% reali, cioè calcolando anche l’inflazione, per i laureati brevi e -10%per i lunghi), maggiori difficoltà per chi è laureato, sì, ma all’interno di una famiglia operaia: a 5 anni dal titolo ha un posto il 77%dei borghesi, ma solo il 68%degli operai (e gli operai guadagnano meno, 1249 euro in media contro i 1404 di quegli altri).
Di chi la colpa? Degli studenti? Dei professori? Dei datori di lavoro? Del sistema? Di Berlusconi?
Berlusconi c’entra poco, perché i dati si riferiscono ai risultati di riforme volute da un ministro prodiano (Zecchino) e da un ministro democratico (Berlinguer). La Gelmini s’è tenuta il famoso 3+2, perché «non si può continuamente ripartire da zero». D’altra parte bisogna dire anche questo: chi prende una laurea breve o lunga è «dottore» e si sente per ciò stesso salito a un qualche livello sociale. Solo che il mondo vero questo livello sociale glielo riconosce sempre più difficilmente. Non parlo solo dell’Italia: il Bureau of Labor Statics americano, elaborando qualche milione di dati, ha scoperto che le professioni più richieste sono quelle di badante, seguite da quelle di cuoco, muratore e giardiniere. Roba per cui non ci vuole il pezzo di carta? No, i datori di lavoro pretendono che anche in queste professioni vi sia una certa preparazione di base, una certa cultura che potrebbe corrispondere alla nostra laurea breve. In Spagna, all’ultimo concorso per uscieri alle Cortes (il Parlamento) su 20 mila che si sono presentati ha avuto il posto, quasi sempre, gente che si qualificava come economista, matematico, fisico o avvocato. In generale, quindi, sembrerebbe che la laurea sia piuttosto un’astrazione, che corrisponde sempre meno alla domanda di lavoro.
Come bisognerebbe fare?
La laurea triennale fu adottata per queste due ragioni: i nostri uscivano dall’università enormemente tardi— 28 o 29 anni — rispetto ai colleghi europei (22-23 anni); grande era poi il numero di abbandoni nel primo biennio, c’era cioè troppa gente che cominciava e poi piantava lì. La riforma è servita a poco, si direbbe, perché l’università è rimasta troppe volte un parcheggio, non solo per la maligna volontà dei governi, ma anche per comoda scelta degli utenti. Finché vanno a scuola, la famiglia li mantiene.
L’università, visto che la laurea triennale doveva facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, non avrebbe dovuto organizzarsi diversamente?
Direi di sì. È successo invece che la laurea triennale, unita all’assoluta autonomia lasciata agli atenei, ha favorito una moltiplicazione di corsi fantasmagorica, e titoli di studio che non si sa bene che cosa vogliano dire. Ci sono lauree che si chiamano quasi nello stesso modo e che si ottengono con percorsi completamente diversi. Lauree invece simili, per discipline studiate, che si chiamano invece in modo del tutto diverso tra di loro. Alla fine, per chi deve decidere se assumere o no, ogni laureato è un rebus.
Ma basterà un test per capire se sono preparati. O no?
Forse i più svegli sono quelli che rinunciano al titolo e si mettono subito a lavorare. Oppure quelli che vanno all’estero. Secondo il Centro europeo dell’educazione, otto laureati italiani su cento hanno gravi problemi di scrittura, 25 su cento rischiano di regredire nell’uso della lingua, 21 su cento non vanno oltre un livello minimo di comprensione nella lettura di un testo. Tra i laureati, secondo l’Istat, uno su tre non possiede più di cento libri (all’incirca quelli utilizzati durante il percorso di studi). Il problema sta anche qui.
vai anche a: XIII Rapporto AlmaLaurea
Presentata a Roma la condizione occupazionale dei laureati italian

Pietro Ichino |  IL LIBRO DI ANTONIO PENNACCHI RIPORTA ALLA LUCE LE RADICI DI UN MODO VECCHIO DI INTENDERE E PRATICARE IL SINDACALISMO, CHE HA AVUTO I SUOI GIORNI DI GLORIA MA OGGI HA PERSO IL CONTATTO CON I SEGNI DEI TEMPI


IL LIBRO DI ANTONIO PENNACCHI RIPORTA ALLA LUCE LE RADICI DI UN MODO VECCHIO DI INTENDERE E PRATICARE IL SINDACALISMO, CHE HA AVUTO I SUOI GIORNI DI GLORIA MA OGGI HA PERSO IL CONTATTO CON I SEGNI DEI TEMPI – NEL SUO LINGUAGGIO POETICO E VISIONARIO IL PROTAGONISTA AVVERTE GLI “AMICI E COMPAGNI”: E’ STATO BELLO, MA ORA E’ CAMBIATO TUTTO

Articolo pubblicato nella rubrica “Lettera sul lavoro” del Corriere della Sera, 5 marzo 2011

Caro Direttore, quel Benassa, il capo-operaio della Supercavi protagonista del Mammut di Antonio Pennacchi, mi sembra di conoscerlo da sempre. Anzi, ne ho conosciuti più d’uno. Negli anni ’70 – quando lavoravo al sindacato – ce n’era uno in ciascuna delle fabbriche grandi e medie del centro-nord. Era, come Benassa, quello che in fabbrica contava più del direttore del personale e anche più del sindacato. Era quello a cui il direttore con deferenza chiedeva consiglio sulle questioni più delicate e le cui proposte erano approvate sempre dall’assemblea. Era quello che alla trattativa sapeva tirare la corda fino al punto giusto, avendo le idee chiare su quale fosse il punto giusto e sapendo bene che alla fine a un accordo occorreva sempre arrivare. Era, in definitiva, quello che amava la sua fabbrica più di chiunque altro, compreso il padrone. Ma anche quello che con un cenno faceva fermare come d’incanto tutti i reparti. Perché all’epoca la forza formidabile del collettivo operaio si esprimeva nella capacità di bloccare istantaneamente la fabbrica in qualsiasi momento riprendendo il lavoro altrettanto istantaneamente mezz’ora dopo; e la mezz’ora di sciopero fatto in quel modo pesava al tavolo delle trattative incomparabilmente di più dello sciopero che oggi necessita, per avere qualche speranza di riuscita, di essere collocato al venerdì o al lunedì e di essere propiziato dal picchetto sulla porta, perché una volta entrati i lavoratori non li riprendi più.
Mammut è una celebrazione appassionata e autentica di quella stagione: dell’epopea della “conflittualità permanente” degli anni ’70. Ma al tempo stesso ne è una impietosa dissacrazione. Pennacchi, che quell’epopea l’ha vissuta in prima persona, non si limita a descriverla con profonda autoironia: ne mostra anche una crepa profonda che la percorre tutta, da cima a fondo.
E la sua crudeltà di scrittore arriva al punto di far passare la crepa dentro l’anima stessa del protagonista: fin dal prologo del romanzo compare una possibile grave ombra sull’onorabilità operaia di Benassa, il sospetto di quello che potrebbe essere il suo tradimento finale. A ben vedere, però, quello che può sembrare un tradimento del capo-operaio non è tale. Non è per bassezza morale che Benassa accetta di ritirarsi in cambio del denaro del padrone, ma perché – è lui stesso a dirlo ai “compagni e amici” nell’assemblea dell’addio, con un discorso appassionatamente distruttivo – non è più il tempo dello sciopero e dei blocchi stradali: per farsi sentire, i mezzi ora sono altri (“se non andiamo in televisione, qua non concludiamo un tubo”); e forse – alla fine del racconto siamo ormai negli anni ’90 – non è più neanche il tempo della centralità del collettivo operaio (“l’egemonia operaia? Ma per piacere… Siamo una classe estinta… Come il bisonte d’Europa. Come i mammut”). Insomma, Benassa non crede più nell’idea classista che ha mosso la parte maggiore del movimento sindacale nei vent’anni precedenti. È in grado di scorgere una nuova classe emergente, ma in modo talmente indistinto che nel suo discorso finale la equipara quasi a un popolo di extraterrestri, di lunari.
Nel romanzo di Pennacchi il vecchio sindacato non muore solo simbolicamente, con il suicidio di Cesare, il compagno di mille battaglie di Benassa: è proprio un’intera pagina di storia del movimento operaio che si chiude. E nel libro non se ne vede aprire una nuova. Perché Mammut è la storia di Benassa; e con il sindacalismo del terzo millennio Benassa non ha nulla a che fare.
Nell’era della globalizzazione, all’imprenditore che può andare a cercarsi la manodopera di livello medio-basso nei Paesi emergenti non ha più alcun senso rispondere con lo sciopero. La risposta sta nella capacità di attirare in casa propria il meglio dell’imprenditoria mondiale per produzioni di livello medio-alto; e per questo occorre un sindacato “intelligenza collettiva” dei lavoratori, capace di valutare i piani industriali più innovativi e – se la valutazione è positiva – di negoziare a 360 gradi e in inglese la scommessa comune con l’imprenditore che viene da lontano.
Mammut riporta alla luce le radici storiche di un modo vecchio di intendere e praticare il sindacalismo che sopravvive ancora in molte fabbriche e in molti servizi pubblici, ma che ha perso il contatto con i segni dei tempi. Nel suo linguaggio poetico e visionario Benassa avverte gli “amici e compagni”: è stato bello, ma ora è cambiato tutto. Riproporre oggi quell’epopea sarebbe pura follia.

da: Pietro Ichino |  BENASSA IL MAMMUT.

Francia: Ondata di suicidi nelle campagne – Il Sole 24 ORE


Daniel Lemonie aveva 55 anni. Si è impiccato un lunedì mattina nella sua fattoria di Saint-Martial-Viveyrol, nei pressi di Bergerac, in Dordogna. Una settimana prima la banca gli aveva rifiutato un prestito di 1.500 euro per comprare del gasolio. È stato il figlio Clément, 22 anni, a trovare il corpo. E la lettera: «Scusami ma non ce la faccio più. Mi dispiace di lasciarti debiti per 60mila euro. Abbi cura della campagna e delle bestie».
Alain Baudy aveva 58 anni. Si è sparato nel suo vecchio furgoncino per il trasporto delle mucche – una sessantina, di razza limousin, nelle stalle di Mirandol-Bourgognac – dopo aver parcheggiato nella piazzetta di Carmaux, nel Tarn. Era sposato con Gisèle e aveva due figlie. Vicino al cadavere un bigliettino: «Sono stufo di questa vita».
Claude Lagorse aveva 44 anni. Allevava maiali a Girac, nel Lot-et-Garonne. E coltivava mais. Anche una particella sperimentale di transgenico Mons 810. Tutto in regola, nel rispetto della legge. Ma gli anti-Ogm l’avevano messo nel mirino e, dopo mesi di accuse e polemiche, organizzato un sit in domenicale di protesta nei suoi campi. Forse anche per questo, poche ore prima ha appeso una corda a un albero e se l’è passata intorno al collo. Ha lasciato una moglie e quattro figli.
Daniel, Alain, Claude sono solo alcuni dei nomi di una lunga lista, quella degli agricoltori suicidi. È l’altra faccia del bonheur est dans le pré, del mito dei piaceri della campagna, della vita all’aria aperta, del lavoro indipendente. La faccia della solitudine, con sette uomini ogni tre donne, e dell’isolamento, in zone ormai abbandonate anche dalla scuola e dalla posta. Delle difficoltà finanziarie, delle alluvioni e della siccità. Di un futuro sempre più incerto, con l’apertura dei mercati e la volatilità dei prezzi. Di un passaggio generazionale difficile e a volte impossibile, con la fine di un’attività passata da secoli o decenni di padre in figlio. Del tempo passato tra le richieste di fido e le pratiche per le sovvenzioni comunitarie (che fanno comodo, certo, ma danno la frustrazione di non guadagnare vendendo il frutto del proprio lavoro). Della fatica e della marginalità, con un lavoro che impone una presenza continua e impedisce le vacanze in un mondo che va in un’altra direzione, dove ci si occupa sempre più di tempo libero e qualità della vita.

da: Ondata di suicidi nelle campagne – Il Sole 24 ORE.

Luca Salvioli, Matteo e Matteo, storia di due quasi trentenni che hanno imparato a fare business con le nuove energie – Il Sole 24 ORE


Matteo e Matteo si conoscono agli albori di quella che sarebbe potuta diventare una brillante carriera giuridica. Hanno 24 anni e nelle pause pranzo, quando c’è tempo per farle, parlano di sogni e aspirazioni. Lavorano come avvocati nello studio legale internazionale Freshfields Bruckhaus Deringer. Vogliono diventare imprenditori. Ci vuole un’idea.

Il primo passo è la creazione di un’associazione che promuove il business etico (Corporate social responsibility ed energie rinnovabili). Quasi per caso scoprono che alcuni fondi di investimento stranieri iniziano a guardare all’Italia per investire sul fotovoltaico. Sono gli anni in cui viene introdotto il secondo Conto energia, il generoso incentivo statale che ha reso il mercato italiano dell’energia elettrica prodotta con i raggi del Sole uno dei più interessanti al mondo.

Sono momenti decisivi. «Non avevamo molto tempo, ci dedicavamo al nostro progetto quando non eravamo impegnati nello studio legale – raccontano con sguardo eccitato e ancora un po’ incredulo – e cioè quasi mai», ridono. «Leggevamo le mail a casa, la sera. Fissavamo le riunioni all’alba». L’obiettivo è conoscere un mercato, quello, italiano, assolutamente agli albori. «Nel 2008 abbiamo visto impianti per 1000 megawatt e ne abbiamo proposti al network di investitori che stavamo raccogliendo soltanto 25 megawatt».

Studiando la normativa e conoscendo il territorio («usavamo internet, il passaparola, ma soprattutto molta buona volontà, come due avventurieri») Matteo e Matteo diventano un punto di riferimento per chi guarda al business verde della penisola. «Il nostro problema era l’età. Parcheggiavamo il motorino a qualche centinaia di metri dall’appuntamento. Eravamo professionali e competenti ma quando stringevamo la mano ai potenziali clienti che fino a quel momento avevamo sentito solo per telefono le risposte erano del tipo “ah, siete voi?”».

Alla fine la competenza conta più dell’età, «con il passaparola in molti hanno iniziato a cercarci». Certo, «abbiamo preso tante bastonate». Per fare il grande salto, e cioè dedicarsi esclusivamente al business abbandonando gli studi legali, occorrevano solide partnership. «Ci sono stati tre momenti in cui tutto sembrava pronto, poi con l’arrivo della grande crisi finanziaria abbiamo perso tutto». Fino al 2008, quando nasce Global investment. «Eravamo solo noi due, venivamo in ufficio con uno scooter scalcagnato e il nostro portatile. Le aziende del settore non erano ancora strutturate. Parlavamo direttamente con gli amministratori delegati».

Oggi quelle aziende da pochi dipendenti sono passate a qualche centinaio. Matteo Franceschetti ha 29 anni, Matteo Mattia Gemignani 28. Quando raccontano le sveglie all’alba per incontrare i clienti, prima di andare al lavoro “vero”, scherzano e sembrano persino più giovani. Quando si passa al business diventano manager consumati. Parlano alla velocità della luce, non si accavallano mai. Si vede che sono amici («un grande finanziere italiano ci ha detto che è la nostra grande fortuna»). Non perdono mai di vista iPhone e BlackBerry, ogni tanto si alzano dalla lunga scrivania della sala riunioni, rispondono, rientrano. Il loro team è composto da una quindicina di persone. Global investment controlla diverse società. Ha uffici a New York e Londra, sta valutando un’acquisizione in Romania, joint venture in India e ha il progetto di espandersi in Messico, Brasile, Cina e Sud Africa. Il fatturato nel 2010 è stato di un milione di euro, l’anno prossimo la previsione e di fare cinque volte meglio.

Da advisor a sviluppatori di progetti presto diventeranno produttori di impianti con il contributo di alcuni fondi di private equity. Al momento il mercato italiano «è il più facile al mondo» e anche con la revisione al ribasso degli incentivi del Conto energiale prospettive sono molto buone. «L’osservazione dei mercati più maturi, come la Germania, dà un’idea di come sarà lo sviluppo da noi. In genere le fasi sono tre: impianti a terra, tetti industriali e zone di scarso pregio, abitazioni. Da un gradino all’altro le marginalità calano». E’ per questo che la speculazione «finirà».

Si è fatto tardi, è il momento dei saluti. Che libri leggete? «Sto leggendo “Vent’anni dopo” di Alexandre Dumas, in francese» risponde Matteo G. «Mi piacciono i libri sul business, in particolare i personaggi – dice Matteo F. -. Ho appena letto quello di Richard Branson, il fondatore di Virgin. Mi piacciono le storie di chi ce l’ha fatta. Mi fa venire voglia di fare di più. Non per soldi, ma per passione. Come fosse un gioco»

da: Matteo e Matteo, storia di due quasi trentenni che hanno imparato a fare business con le nuove energie – Il Sole 24 ORE.

Andrea Bajani, MI SPEZZO MA NON M’IMPIEGO, Einaudi 2006


Li chiamano lavoratori precari e invece sono turisti instancabili, viaggiatori sempre pronti a partire per una nuova eccitante vacanza dalla disoccupazione. Sono i lavoratori «atipici», diventati ormai cosí tanti da potersi considerare i piú tipici tra i lavoratori in circolazione. Sono gli ex co.co.co, i neo co.pro, le Partite Iva, gli interinali, i tempi determinati. Sono trentenni che vivono come adolescenti tra altri adolescenti, ragazze che nascondono la gravidanza per non perdere il lavoro, uomini e donne non piú giovani che finiscono in un call center a dire «Buongiorno sono Marco».
Per la prima volta in un libro il pianeta precario raccontato in tutte le sue sfaccettature e le sue contraddizioni. Un pianeta in cui abita una generazione pronta a tutto, rassegnata a dormire ogni notte con la valigia sotto il letto.