Paolo Ferrario, Le Green Economics come scelta di vita e contro la crisi | pubblicato in Muoversi Insieme di Stannah


le Green Economics, ossia quell’insieme di modi di inventare, produrre e vendere merci con criteri di rispetto dell’ambiente e con finalità di miglioramento della qualità della vita.
Il tema va al cuore del rapporto fra le generazioni: i padri e i nonni delle società moderne, quelli che hanno attraversato il secondo Novecento, hanno conquistato discreti (e talvolta esagerati) livelli di benessere anche tramite un’aggressione dell’ambiente che è diventato più impoverito e meno bello. Non dimentichiamoci mai che l’Italia, alla fine degli anni ’40, era ancora un paese a economia rurale e che solo nel 1961 il Censimento registrò l’inversione di tendenza, quando gli addetti all’industria superarono di gran lunga quelli dell’agricoltura. 

Il rischio (anzi: senza azioni deterrenti, la certezza) è di consegnare ai figli e nipoti di questi padri e nonni un habitat più difficile, più ostile, più incapace di soddisfare i bisogni di sopravvivenza.

leggi tutto l’articolo qui: Il green” come scelta di vita e contro la crisi | Muoversi Insieme.

Relazione del Gruppo di lavoro in materia economico-sociale ed europea, Filippo Bubbico, Giancarlo Giorgetti, Enrico Giovanini, Enzo Moavero Milanesi, Giovanni Pitruzzella, Salvatore Rossi, 12 aprile 2013


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Alberto Quadrio Curzio, Scacco alla crisi in cinque mosse – Questo è impossibile oggi all’Italia – Il Sole 24 ORE


Ricordiamone cinque. Un’azione va condotta a livello europeo per ricontrattare con la Ue gli obblighi italiani al fine di ottenere una par condicio di politiche fiscali come quelle della Spagna. Inoltre bisogna chiedere alla Bce la predisposizione dell’ombrello OMTs perché il mercato dei nostri titoli di Stato potrebbe improvvisamente peggiorare. Una seconda azione riguarda un recupero della disoccupazione giovanile. Tra disoccupati (600mila) e Neet (1,5 milioni) ci sono più di 2 milioni di giovani. Stiamo buttando non una generazione ma più generazioni considerato che le difficoltà non sono di Alberto Quadrio Curzio – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/x1ySO

gli audio di alcune conferenze di GEOPOLIS organizzate dal dipartimento Storia e Filosofia del Liceo Scientifico Paolo Giovio di Como in collaborazione con il Gruppo Giovani Industriali di Confindustria di Como, 2010 e 2013


vai a   http://www.segnalo.it/Audio%20LIBRI/Geopolis.htm

 

De Michelis Giorgio, LA CRISI AL DI LA’ DELLE CONTINGENZE, Scheda e Audio, in Geopolis a cura di Claudio Fontana, 14 marzo 2013


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AUDIO DELL’INCONTRO

Introduzione del prof. Fontana


Lezione del prof  De Michelis:


Intervento del Presidente de gruppo Giovani Industriali Alessandro Rampoldi



Vai a Giorgio De Michelis su Youtube

Dipak R. Pant, SCENARI PER UN FUTURO SOSTENIBILE, Como 7 marzo 2013, All’interno del programma di conferenze CHE FINE HA FATTO L’AVVENIRE? IDEE PER UN FUTURO DESIDERABILE, a cura del prof. Claudio Fontana e organizzato dal Liceo Scientifico e Linguistico Paolo Giovio dal gruppo giovani industriali Confindustria


          

Dipak Pant , docente di sistemi economici comparati e antropologia applicata,  Università Liuc  Castellanza                             

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geopolis163Audio della lezione e delle risposte alle domande:







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Le manovre di finanza pubblica del 2012, da Newsletter Legautonomie n. 9/ febbraio 2013


TecaLibri: Giorgio Ruffolo: Il film della crisi, La mutazione del capitalismo, Einaudi


Copertina
Autore Giorgio Ruffolo
Coautore Stefano Sylos Labini
Titolo Il film della crisi
Sottotitolo La mutazione del capitalismo
Edizione Einaudi, Torino, 2012, Passaggi , pag. 120, cop.fle., dim. 14x22x0,9 cm , Isbn 978-88-06-21426-5
Lettore Giorgia Pezzali, 2012
Classe politica , economia , economia politica , storia contemporanea , storia economica

Indice


    Il film della crisi

  3 Introduzione

  9 I.   La controffensiva capitalistica

  9      Le tre mosse della controffensiva
 13      L'esplosione dell'indebitamento privato
 14      La mutazione genetica del sistema bancario
 17      La grande sbornia
 20      Il Titanic della crisi

 26 II.  La finanziarizzazione

 27      La leggenda dell'autoregolazione dei mercati
 33      La finanziarizzazione nel ciclo di crescita
 36      La fine del ciclo di crescita neoliberista
 40      La finanziarizzazione nel ciclo di crisi

 44 III. La dittatura dei mercati

 45      Il salvataggio delle banche e delle istituzioni finanziarie
 49      La punizione degli Stati, dei lavoratori e delle imprese industriali
 54      La Germania punto di forza e di debolezza dell'Unione europea
 58      L'Unione europea promuove un processo di suicidio
 60      L'assalto del mondo capitalistico anglosassone all'Europa
 62      Il ristagno della domanda e la ripresa della finanziarizzazione

 70 IV.  Una strategia alternativa

 74      Il nuovo ruolo della Banca centrale europea
 78      I tedeschi smemorati: le obbligazioni Mefo di Schacht
 85      I Bot e la moneta complementare
 88      La coesistenza tra Stato e mercato: l'economia mista
 93      Il capitalismo di Stato di Hobsbawm

 95 V.   I rapporti tra capitalismo e ambiente

 95      I cambiamenti climatici negli ultimi 400 000 anni
101      La riconversione ecologica dell'economia
103      La domanda pubblica nel processo di riconversione ecologica
106      Le difficoltà di un processo di riconversione dell'economia
110      Andare oltre il Pil

112 Conclusioni

TecaLibri: Giorgio Ruffolo: Il film della crisi.

Un kit per dibattere – Centro Einaudi


Nella polemica politica corrente si accusa Monti di aver ammazzato l’economia con la sua austerità, mentre si difende Monti affermando che le cose sarebbero potute andare peggio. Chi ha ragione e chi torto? E come si può condurre il dibattito? Di seguito forniamo un Kit.

segue qui   Un kit per dibattere – Centro Einaudi.

Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, IL FILM DELLA CRISI, Einaudi 2012


11 dicembre 2012

E’ uscito il nuovo libro di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini sulla crisi in cui sono immersi i paesi occidentali da cinque anni a questa parte. Il film della crisi trae origine dalla mutazione del capitalismo che, dall’inizio degli anni ’80, è stato caratterizzato da un’espansione formidabile del settore finanziario. Tale espansione  ha cambiato i rapporti di forza tra capitalismo e democrazia e tra capitale e lavoro provocando un’involuzione economica e civile che ha prodotto la crisi attuale. Nel libro viene  tratteggiata anche una strategia alternativa per promuovere una crescita sostenibile e una società con un più alto grado di eguaglianza e di consenso sociale.

Qui le informazioni sul libro e l’introduzione.

Commenti

 

 

 

 

 

 

da    Associazione Paolo Sylos Labini.

Emanuele Campiglio, “L’economia buona” edito da Bruno Mondadori


La crisi in atto non ha messo in discussione solo l’economia in quanto tale, ma la stessa disciplina, accusata di non avere capito i meccanismi di questa crisi. Questo è quanto mette in evidenza Emanuele Campiglio , ricercatore presso la New Economics Foundation, e autore del libro “L’economia buona” edito da Bruno Mondadori. La teoria macroeconomia è incompleta sotto alcuni profili come la finanza e l’economia ambientale, elementi invece presenti nella teoria macroeconomica della sostenibilità.

L`economia buona: andare oltre il Pil

Pietro Ichino |  su Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà (ed. Laterza)


il saggio di due economisti, Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà (ed. Laterza), che essi hanno sottoposto a un buon numero di personalità (economisti, sociologi, giuristi, politologi). Secondo un pensiero molto diffuso a sinistra, essi dicono, la crisi che l’Italia e altri Paesi attraversano è il risultato della speculazione, della globalizzazione finanziaria e di un mercato libero da ogni vincolo. Essendo queste le cause, i rimedi sarebbero la crescita della spesa pubblica e una maggiore presenza dello Stato nell’economia. Ma, dicono gli autori, nel caso dell’Italia gridare contro la speculazione e la finanza globale significa schivare questioni reali e parlare d’altro. «I nostri problemi non nascono con la crisi del 2008, ma sono stati prodotti in un arco di tempo molto più ampio. Un trentennio in cui le scelte pubbliche hanno sacrificato la crescita economica e l’equità intergenerazionale, provocato una lievitazione incontrastata della pressione fiscale e prodotto una crisi del patto sociale».

Ci piacerebbe, incalzano gli autori, che la sinistra riconoscesse queste premesse e tornasse a discutere come migliorare le politiche e le istituzioni pubbliche, in nome della giustizia sociale sì, ma anche dell’efficienza. Ma per fare ciò la sinistra dovrebbe assumere «un volto moderno che, noi crediamo, non è ancora riuscita ad avere»; dovrebbe «trovare il modo di parlare alle nuove generazioni e all’insieme della società presentandosi come agente di cambiamento e non di conservazione».

In particolare, la sinistra dovrebbe affrontare di petto alcuni nodi di grande rilevanza.

C’è in primo luogo l’enorme problema del lavoro. Qui bisogna cercare di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro e fare in modo che i giovani (oltre che le donne e gli immigrati) abbiano un trattamento migliore, cioè salari più elevati e più contratti a tempo indeterminato. Ma questo risultato può essere ottenuto solo riducendo i costi di licenziamento e allineando i salari alla produttività. La recente riforma del mercato del lavoro in tema di licenziamenti, varata dal governo Monti, è solo un primo tentativo in questa direzione. Ma è evidente, dicono gli autori, che bisogna fare di più (e rinviano al disegno di legge del senatore Ichino).
Un altro fronte sul quale la sinistra dovrebbe realizzare un ripensamento radicale è quello del nostro Mezzogiorno. «Ha senso, ad esempio, che le organizzazioni sindacali nazionali si sforzino di imporre condizioni contrattuali uniformi su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalle condizioni economiche regionali, come la produttività, le infrastrutture e il costo della vita?» No, non ha senso. Del resto la contrattazione collettiva nazionale ha perso terreno rispetto alla contrattazione a livello aziendale quasi ovunque, anche nei Paesi a tradizione socialdemocratica, come la Germania e la Svezia.
Un altro grande problema da ripensare è quello dell’istruzione. Si sente spesso affermare che l’istruzione deve essere gratuita per consentire anche ai figli dei poveri di andare a scuola o all’Università. Ma l’obiettivo dell’equità può essere raggiunto in tanti modi diversi, e, probabilmente, lo strumento della scuola gratuita per tutti non è quello più efficace. Nel caso della nostra istruzione universitaria, con tasse uguali per tutti facciamo un grande regalo alle famiglie benestanti, e mettiamo in difficoltà le famiglie povere (fino a escluderle completamente dall’educazione terziaria). Sarebbe molto più equo aumentare il costo d’iscrizione all’Università e, nello stesso tempo, creare un ampio sistema di borse di studio, di «prestiti d’onore» ecc. per gli studenti economicamente svantaggiati.

Queste alcune delle argomentazioni di Reichlin e Rustichini.

vai a    Pietro Ichino |  DUE SINISTRE (DIVERGENTI) TRA EQUITÀ E LIBERTÀ.

Giuliano Amato: SE UNA FARFALLA BATTE LE ALI, lezioni di geoeconomia e geopolitica, su Rai Educational/Rai Edu, Ottobre/Novembre 2012


Prima puntata: http://www.economia.rai.it/articoli/italia-ed-eurocentrismo/18691/default.aspx


Seconda puntata: http://www.economia.rai.it/articoli/litalia-nel-mondo-di-oggi/18746/default.aspx


Quanto vale il debito pubblico italiano? L’orologio aggiorna ogni 3 secondi la stima dello stock di debito in base ai rapporti mensili della Banca d’Italia, a cura dell’Istituto Bruno Leoni


vai alla  misurazione del debito pubblico – Istituto Leoni

Quanto vale il debito pubblico italiano? Sebbene il dibattito pubblico non possa prescindere da questo dato, è spesso difficile “visualizzare” cifre tanto grandi. Con questo “orologio”, l’Istituto Bruno Leoni vuole rendere accessibile a tutti la mostruosità del nostro debito pubblico, che poi dà la misura sia dell’irresponsabilità della nostra classe politica, sia degli oggettivi vincoli di finanza pubblica a cui il nostro paese deve sottostare.

L’orologio aggiorna ogni 3 secondi la nostra stima dello stock di debito, che si basa su – e viene continuamente corretta con – i rapporti mensili della Banca d’Italia. In questo modo vogliamo aiutare i cittadini a capire cosa si intende, quando si dice che siamo gravati di un debito pari a circa il 120 per cento del prodotto interno lordo. Per rendere il concetto ancora più chiaro, basta considerare che questo debito a 13 cifre (valore riferito al 31 luglio 2010) equivale a circa 30.724 euro per ogni italiano, inclusi neonati e ultracentenari, ovvero 80.327 euro per ogni occupato. Tra gennaio e luglio 2010 il debito pubblico è aumentato di 50.100.143.820 euro, più di 7 miliardi al mese, 236 milioni al giorno, quasi 10 milioni di euro all’ora, 164.112 euro al minuto. Ogni secondo, questo debito immenso è cresciuto di 2.735 euro, più di quanto guadagni una famiglia media in un mese.
L’orologio del debito fornisce una stima dello stock di debito pubblico italiano in tempo reale. La base di partenza è costituita dai dati forniti dalla Banca d’Italia. Poiché i dati rilasciati si riferiscono a due mesi prima, il nostro debt clock stima l’ammontare per i mesi successivi sulla base dei dati storici. Si tratta dunque di una previsione, e in quanto tale, soggetta a possibili errori di misurazione/previsione.
È in preparazione uno studio, ad opera di IBL, che, ad un anno dalla realizzazione del debt clock, valuti la performance dello strumento.Aggiornamento debt-clock: gennaio 2012
Bankitalia ha diffuso il dato per novembre 2011: 1.905 mld, in lieve riduzione rispetto mese precedente (-0,22%).
Il “regalo natalizio”, cioè la riduzione temporanea del debito dovuto alle tipiche operazioni di buy back del Tesoro di dicembre, è durato giusto il tempo di sospiro: da stanotte il clock riprende a fare sul serio la sua folle corsa verso l’infinito e oltre, al ritmo di 9.607 euro al secondo (si sa, le trote costano) senza dimenticare che senza crescita, non si va da nessuna parte. A fine gennaio il debito toccherà 1.897 mld.E il TUO debito?
Se visualizzare l’ammontare complessivo del debito pubblico italiano è difficile, capire a quanto equivale il peso del debito su ciascuno di noi può dare una misura dell’enormità di questo dato. Oggi ogni italiano, da quando lancia il primo vagito in sala parto e senza rispetto per l’età veneranda, ha mediamente una quota di debito pari a oltre 30.000 euro.Questa somma può essere visualizzata nell’immagine in calce. Le cifre, apparentemente, non si muovono, ma portando il cursore del mouse sul contatore l’aumento continuo del vostro debito personale si paleserà in tutta la sua drammatica inarrestabilità.

L’orologio è “esportabile” sul vostro sito o blog. Le istruzioni sono qui di seguito.

Sul tuo PC

Da oggi è disponibile anche uno screensaver con l’orologio del debito aggiornabile. Le istruzioni per scaricarlo e installarlo sono più avanti in quesata stessa pagina.

Istituto Bruno Leoni – Il debito pubblico.

Vivere insieme, a cura di studio tamassociati Cohousing e comunità solidali, editore Altreconomia


Vivere insieme 
di A cura di studio tamassociati

Cohousing e comunità solidali 

Manuale pratico con strumenti e informazioni per chi desidera coabitare, creare un cohousing o iniziare un’altra esperienza di vita in comune.

L’erba del vicino… è anche mia! Il cohousing è un’esperienza di “vicinato elettivo e solidale” che affianca al proprio alloggio privato spazi comuni e servizi collettivi. Un nuovo modo di abitare che privilegia le relazioni, permette di compiere scelte virtuose dal punto di vista ambientale e sociale – dal car sharing alla costituzione di gruppi d’acquisto solidali – e, non ultimo, di risparmiare. 
Ma come iniziare? Questo libro offre uno “starter kit” completo per il futuro cohouser: dalle motivazioni individuali alla formazione del gruppo, dal metodo partecipativo al “regolamento”, dal budget finanziario fino alla scelta degli spazi comuni e alla costruzione vera e propria. “Vivere insieme” non trascura altre “coabitazioni”: una panoramica delle comuni e delle comunità, degli ecovillaggi e dei condomini solidali in Italia, nati per abitare in modo differente. 
Prefazione di Marianella Sclavi. 

studio tamassociati architettura e comunicazione per il sociale. 
È uno studio tecnico e creativo attento a valori quali equità, 
sostenibilità, beni comuni. Coniuga impegno civile e professione.
http://www.tamassociati.org


Disponibile dal 26 ottobre 2012

da  Altreconomia :: Vivere insieme.

Risposte alla crisi. Esperienze, proposte e politiche di welfare in Italia e in Europa, Percorsi di secondo welfare – Newsletter 17 / 2012


Serge Latouche è un sociologo francese che ha portato all’onore delle cronache la decrescita | da Ritiri Filosofici


Cos’è? La D. è uno slogan politico, sintesi di un manifesto culturale che presuppone una rifondazione della politica. La D. si fonda su un semplice presupposto: uscire dalla società della crescita e decolonizzare l’immaginario che ha portato ad economicizzare ogni aspetto del vivere. Tecnicamente quindi sarebbe più corretto parlare di a-crescita piuttosto che di decrescita. Il motivo è molto semplice: la logica della crescita illimitata in un mondo finito è assurda e ci sta portando verso il disastro ecologico. Ovviamente criticata a destra, la D. è mal vista anche a sinistra la quale, come noto, si fonda sul marxismo e quindi il suo pensiero si inserisce, mani e piedi, all’interno della logica sviluppista dalla quale la D. intende uscire. D. è critica radicale dello sviluppo. L’obiettivo dichiarato è quello di lavorare e consumare meno. D. significa parlare di una utopia concreta ovvero di una costruzione intellettuale di un funzionamento ideale della società che parte da dati esistenti ed evoluzioni realizzabili. Altri termini importanti sono l’autonomia contro l’eteronomia della mano invisibile e la convivialità che si oppone alla dismisura della società dei consumi. Fondamentale per realizzare un mondo conviviale è individuare le soglie oltre le quali l’istituzione produce frustrazioni nonché i limiti oltre i quali lo strumento esercita un effetto distruttivo sulla società. In quest’ultimo lavoro Per un’abbondanza frugale, che segue: La promessa della decrescita e Breve trattato sulla decrescita serena, Latouche affronta direttamente controversie e malintesi relativi a questo approccio che ha il merito di proporre una critica al funzionamento della nostra società a partire da un fondamento filosofico diverso dagli altri contemporanei.

leggi tutta la scheda qui: Sulla decrescita. | Ritiri Filosofici.

Lezioni dalla crisi – puntate – Il portale di RAI Educational dedicato all’economia


“LEZIONI DALLA CRISI – PUNTATE”

In che mondo vivremo?

In che mondo vivremo?

Nell’ultima e dodicesima puntata di “Lezioni dalla crisi“ vedremo come l’Italia, rispetto alle altre nazioni europee, sembrava ancora molto arretrata 150 anni fa e poi cresciuta in maniera strabiliante durante il “boom economico”. Oggi sembra rallentare di nuovo. Crescita e declino si alternano n [...]

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A che punto siamo?

A che punto siamo?

Nell’undicesima puntata di “Lezioni dalla crisi“ vedremo come mentre l’Europa ha tentato di fronteggiare la crisi “stringendo la cinghia”, gli Stati Uniti hanno attuato politiche economiche più espansive. Un problema dell’Europa è che non ha risorse federali, e la Banca Centrale Europea ha poteri [...]

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La nostra crisi è “speciale”?

La nostra crisi è speciale?

Lezioni dalla crisi in questo decimo appuntamento, analizza le particolarità che caratterizzano la nostra crisi. L’Italia, infatti, soffre di problemi antichi che non dovrebbero più esistere: il sottosviluppo del Mezzogiorno; la disuguaglianza dei redditi, aumentata a causa della globalizzazione, [...]

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La crisi arriva in Italia o il contrario?

La crisi arriva in Italia o il contrario?

Nella nona puntata di “Lezioni dalla crisi“ parleremo dell’Italia. Da noi, la crisi arriva come conseguenza di quella presente negli altri paesi, principalmente tramite la forte caduta delle nostre esportazioni. Possiamo dividere l’evoluzione della crisi in Italia in due fasi: la prima tra la met [...]

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Il rischio di un circolo vizioso

Il rischio di un circolo vizioso

Il punto di partenza per l’euro è stato una moneta senza Stato e un approccio “ognuno per sé”. Si è tentato quindi di inventare qualcosa, aggirando i paletti posti dalle nostre stesse regole. Se un paese non cresce, non può ripagare il debito, ma sulla scorta dell’emergenza si è privilegiato il p [...]

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da Lezioni dalla crisi – puntate – Il portale di RAI Educational dedicato all’economia.

George Soros, ULTIMATUM A BERLINO: la Germania deve decidere: o guida l’unione o la lascia, in La Lettura del Corriere della sera, 9 settembre 2012


rocesso di integrazione è stato promosso con forza da un piccolo gruppo di statisti lungimiranti che praticavano un processo di ingegneria sociale a tassello, così definito da Karl Popper. Ben sapendo che la perfezione è irraggiungibile, i padri fondatori dell’Europa si erano posti obiettivi limitati e scadenze precise, per poi mobilitare la volontà politica affinché venisse compiuto un piccolo passo in avanti. Erano tuttavia consapevoli che l’inadeguatezza di quel piccolo passo sarebbe stata subito palese e avrebbe richiesto un successivo sforzo. Il processo si è evoluto, alimentato dai propri successi, proprio come una bolla finanziaria. È così che la Comunità per il carbone e l’acciaio gradualmente si è trasformata nell’Unione europea, un passo alla volta.

La Francia e la Germania sono sempre stati i maggiori sostenitori dell’iniziativa. Quando l’impero sovietico cominciò a vacillare, i leader tedeschi, rendendosi conto che la riunificazione delle due Germanie era possibile solo nel contesto di un’Europa ancora più unita, si sono mostrati pronti a ogni sacrificio pur di ottenerla. Nel corso delle trattative, hanno sempre concesso qualcosa di più e accettato qualcosa di meno rispetto agli altri, facilitando così gli accordi. In quel periodo, gli statisti tedeschi affermavano che la Germania non aveva una politica estera indipendente, al di fuori di una politica europea. E questo ha prodotto un’enorme accelerazione del processo di integrazione, culminato con la firma del Trattato di Maastricht nel 1992 e con l’introduzione dell’euro nel 2002.

Ma il Trattato di Maastricht era gravato da numerosi difetti sin dal suo concepimento. Gli architetti stessi dell’euro riconoscevano che si trattava di una costruzione incompleta: la moneta unica era dotata di una banca centrale comune ma mancava un comune ministero del tesoro in grado di emettere titoli condivisi da tutti gli stati membri. Gli Eurobond incontrano ancora oggi forti resistenze in Germania e in altri paesi creditori. Gli architetti dell’euro erano convinti, tuttavia, che nel momento della necessità tutti gli stati membri avrebbero espresso la volontà di varare le misure necessarie verso un’unione politica. Dopo tutto, così è nata l’Unione europea. Sfortunatamente, l’euro aveva però molte altre pecche, di cui né gli architetti né gli stati membri erano pienamente a conoscenza. Queste sono emerse nel corso della crisi finanziaria del 2007-8, che ha avviato il processo di sfaldamento.

Nella settimana successiva alla bancarotta di Lehman Brothers, i mercati finanziari globali crollarono e furono mantenuti in vita artificialmente. Per far questo, il credito sovrano (sotto forma di garanzie della banca centrale e deficit di bilancio) è andato a rimpiazzare il credito delle istituzioni finanziarie che non era più accettato dai mercati. Proprio il ruolo centrale che è stato addossato al credito sovrano ha svelato un difetto dell’euro, fino ad allora rimasto nascosto e non ancora adeguatamente riconosciuto. Nel trasferire alla Banca centrale europea quello che era stato in passato il loro diritto a stampare moneta, gli stati membri hanno esposto il loro credito sovrano al rischio di fallimento o default. I paesi sviluppati che controllano la loro moneta non hanno alcun motivo di fallire, possono sempre stampare altri soldi. La loro valuta perderà di valore, ma il rischio di fallimento è praticamente inesistente. In contrasto, i paesi meno sviluppati che accettano prestiti in valuta straniera devono pagare premi che riflettono il rischio di default. Ad aggravare la situazione, i mercati finanziari possono realmente causare il fallimento di questi paesi attraverso manipolazioni speculative dei mercati – vendita a breve dei loro titoli per spingere ancora più in alto il costo dei prestiti, aggravando così i timori di un fallimento imminente.

Quando fu introdotto l’euro, i titoli di stato erano considerati privi di rischi. I regolatori consentivano alle banche di acquistare quantitativi illimitati di titoli di stato senza mettere da parte alcun capitale di garanzia, e la Banca centrale europea accettava tutti i titoli di stato con la discount window (possibilità per le banche di chiedere in prestito direttamente il denaro alla banca centrale a tassi di favore) a pari condizioni. Così facendo, era vantaggioso per le banche commerciali accumulare i titoli dei paesi membri più deboli, che pagavano tassi di interessi leggermente superiori, per poter guadagnare qualche punto base in più.

In seguito alla crisi di Lehman Brothers, Angela Merkel dichiarò che la garanzia che a nessun’altra importante istituzione finanziaria, interna al sistema, sarebbe stato consentito di fallire, doveva essere offerta da ciascun paese separatamente, e non dall’Unione europea in un’azione congiunta. È stata questa la prima picconata in un processo di disintegrazione che minaccia in questo momento di distruggere l’Unione europea.

I mercati finanziari hanno impiegato più di un anno per accorgersi delle implicazioni della dichiarazione della cancelliera Merkel, a dimostrazione che operano con conoscenze lungi dall’essere complete ed esaurienti. Solo nel dicembre del 2009, quando il governo greco appena eletto dichiarò che il precedente governo aveva truccato i conti e che il deficit dello stato superava il 15 percento del PIL, i mercati finanziari si sono resi conto che i titoli di stato, fino ad allora considerati privi di rischi, erano invece gravati da rischi notevoli ed erano esposti al default. Successivamente a questa scoperta, i premi di rischio (sotto forma di rendimenti maggiori che i governi erano costretti ad offrire per vendere i loro titoli, il cosiddetto spread) sono cresciuti in maniera drammatica. E questo a sua volta ha spinto le banche commerciali, i cui bilanci erano carichi di quei titoli, sull’orlo dell’insolvenza. La situazione ha innescato la crisi del debito sovrano e la crisi bancaria, che sono collegate tra di loro e si alimentano a vicenda. Sono questi i due fattori principali della crisi che l’Europa si trova oggi ad affrontare.

segue

da  Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera.

Hans Magnus Enzensberger, Quante bugie in nome della crisi – l’Espresso


….

Per consentire l’accesso nella Eurozona si sono dovuti inoltre, e sin dall’inizio, allentare a piacere come fossero di plastilina quei criteri economici. E li si è allargati così tanto da permetterne l’accesso anche a paesi come la Grecia e il Portogallo. Paesi ai quali mancavano le prerogative elementari per sussistere nel consorzio monetario europeo.

Del tutto incapaci di ammettere o di correggere gli errori di nascita di questa costruzione monetaria, il regime dei “Salvatori” d’Europa insiste ora per proseguirne a tutti i costi il corso imboccato. La frase che loro ripetono – per cui a tal corso “non ci sono alternative” – nega il potenziale esplosivo derivante dalle differenze sempre più marcate tra le nazioni. Le conseguenze però di queste divergenze ce le abbiamo, e da anni, sotto gli occhi: più che l’integrazione aumentano in Europa le divisioni, i risentimenti, le animosità e le accuse reciproche al posto d’una più profonda comprensione tra i paesi europei.

“Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa!”. E’ con questo slogan assai spiritoso che si prova a convincere un continente con mezzo miliardo d’abitanti a seguire l’avventura di una classe politica completamente isolata. Come se i duemila anni di storia precedente fossero un nonnulla al confronto d’una valuta or ora coniata. Proprio la cosiddetta “crisi dell’euro” dimostra che in realtà non c’è in gioco solo una espropriazione politica dei cittadini, ma che questa conduce logicamente al suo pendant: e cioè, all’espropriazione economica. E’ precisamente nel momento in cui vengono a galla i costi economici di tutta l’impresa che si capisce davvero che cosa essa significhi. La gente a Madrid, ad Atene o a Roma scende in massa a protestare per le strade, solo quando non le resta più nessun’altra scelta. E a simili proteste si arriverà senz’altro anche in altri paesi. 



E’ del tutto indifferente ora con quali e quante metafore la politica tenti di ingioiellare le sue nuove costruzioni: uguale se li si battezzino “Ombrelli” o Bazooka, Eurobond, o Unioni fiscali, bancarie o dei debiti… Non appena emergono le nude cifre dell’impresa, ecco che i popoli si scuotono al volo dalla loro siesta politica. Perché lo intuiscono che, prima o poi, ognuno di loro dovrà pagare per quello che oggi i loro “Salvatori” stanno combinando. 

Il numero delle possibili vie d’uscita risulta, in questa situazione, piuttosto limitato. Il modo più semplice per liquidare i debiti, così come i nostri risparmi, resta sempre l’inflazione. Ma si possono sempre prendere in considerazione anche degli aumenti alle imposte, i tagli alle pensioni e “cut” dei debiti, come in parte già son stati praticati o messi in conto a seconda dei programmi dei vari partiti. Ci sarebbe poi ancora un ultimo, estremo rimedio da considerare: la riforma monetaria. E’ un metodo ben comprovato per punire il piccolo risparmiatore, risparmiando invece le banche, e depennare di colpo gli obblighi nei bilanci statali.

Un’unica, semplice via d’uscita da questa trappola in ogni caso non c’è. Le varie, possibili opzioni sinora ventilate sono state tutte, e con successo, bloccate. Il discorso, ad esempio, di un’”Europa a più velocità” è risuonato invano. Clausole che prevedano una fuoriuscita dall’euro non sono mai state inserite nei Trattati. Ma è in particolare il “Principio di sussidiarietà” che questa politica europea non rispetta: forse perché è un’idea sin troppo evidente per esser presa sul serio. 

Quel principio afferma né più né meno che in ogni comune come in ogni provincia, in ogni Stato nazionale come nelle istituzioni europee, è sempre e solo l’istanza più vicina al volere dei cittadini quella davvero vincolante. E che competenze e poteri debbano essere via via trasferite ad istituzioni superiori solo in ultima istanza, qualora cioè non sia possibile altrimenti. Ebbene, come la storia dell’Unione europea purtroppo dimostra, questo Principio è sempre rimasto lettera morta. Altrimenti l’addio alla democrazia non sarebbe avvenuto così facilmente a Bruxelles. Né l’espropriazione politica ed economica dei cittadini europei sarebbe avanzata sino ai livelli attuali.

da Recessione, la grande bugia – l’Espresso.

SPENDING REVIEW: I TAGLI NEL SOCIOSANITARIO E LA MOBILITAZIONE DELLE COOPERATIVE | Disabili.com


Col decreto della spending review, la situazione delle cooperative e delle associazioni, si fa infatti molto difficile: all’articolo 15, comma 13, il decreto prevede, tra l’altro, il taglio lineare del 5% sui budget dei contratti e servizi stipulati dalla Pubblica Amministrazione. Il tutto a partire dal 7 luglio prossimo. Questo significa che le Asl potranno chiedere alle cooperative di avere inalterati servizi (anche quelli gestiti da enti non profit, come quelli Anffas), a fronte di una riduzione del budget del 5%. 

E’ evidente che un taglio di questo tipo non solo inciderà pesantemente sui posti di lavoro e sugli stipendi decurtati a coloro che lo manterranno, ma anche sulla qualità stessa dei servizi erogati. Alla luce, poi, dei tagli susseguitisi a livello regionale negli ultimi anni, e del progressivo azzeramento da parte dei vari Governi sia del Fondo Nazionale Politiche Sociali che del Fondo per la Non Autosufficienza, la situazione non è affatto rosea.

E’ per questo che l’ Anffas Nazionale ha convocato per il 27 settembre prossimo una riunione straordinaria, per discutere di questo stato di crisi, sottolineando come, siano a rischio oltre 300.000 posti di lavoro che rappresentano la forza lavoro oggi impiegata nel suo complesso dagli enti non profit in Italia. Non solo posti di lavoro, dicevamo, ma concreti servizi messi a rischio. 
Questa situazione” afferma Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas Onlus “solo per i servizi Anffas, si traduce immediatamente nella messa a concreto rischio di oltre 5.000 posti di lavoro e nel gettare nella più buia e cupa disperazione oltre 30.000 persone con disabilità intellettiva e/o relazionale e loro genitori e familiari nei centri gestiti in regime di accreditamento, convenzionamento, etc. in tutte le Regioni d’Italia e realizzati in 54 anni di vita di Anffas grazie all’impegno, alla dedizione ed al volontariato di decine di migliaia di familiari che, spesso in totale assenza dello Stato, si sono fatti carico di realizzare strutture e servizi per garantire ai propri congiunti con disabilità un migliore qualità della vita”. 

La situazione si rivela particolarmente allarmante, soprattutto se messa in relazione al tema Livelli Essenziali di Assistenza ed ISEE, con il concreto rischio di vedere da un lato ulteriormente abbassati i livelli delle prestazionie dall’altro di vedere aumentare la già insostenibile partecipazione alla spesa da parte delle famiglie.

da SPENDING REVIEW: I TAGLI NEL SOCIOSANITARIO E LA MOBILITAZIONE DELLE COOPERATIVE | Disabili.com.

BERLINO: i berlinesi si lamentano …. della crisi …cadavrexquis, Di che cosa si lamentano i tedeschi


Poi, incredibile a dirsi, si lamentano della crisi. Ma come? Non era questo il paese più ricco e potente d’Europa, quello che detta le condizioni a tutti gli altri? E invece no. Ho letto un reportage sui numerosi pensionati berlinesi che, non facendocela con la loro pensione, continuano a lavorare per “arrontondare”. L’interrogativo era: devono o vogliono farlo? Opinioni divergenti. Il giorno dopo è arrivato invece un altro reportage su quanto prenderanno di pensione in futuro i lavoratori di oggi con il nuovo sistema di calcolo e ne è risultata un’erosione sostanziale dell’assegno. L’articolo prospettava una catastrofe e la miseria nera per molti di loro. A questi pezzi se ne aggiunge un altro sul progressivo invecchiamento e sulla necessità di adeguare gli appartamenti in affitto alle esigenze di una popolazione sempre più anziana e sempre meno autonoma (e, in un box, intervista all’esperto che chiosa sulla paura dei tedeschi di invecchiare, a cui si somma il timore di finire in un ospizio, destino per evitare il quale molti stringono i denti e fanno finta di niente). 

da cadavrexquis: Di che cosa si lamentano i tedeschi.

Ugo Albano su un mio articolo: CRISI ECONOMICA COME OCCASIONE DI CRESCITA?


CRISI ECONOMICA COME OCCASIONE DI CRESCITA?

Grazie al prof.  Paolo Ferrario  si inizia a dibattere anche nel nostro Paese della crisi economica in termini positivi. Invito chi è interessato al tema a leggersi questo  articolo , sviluppato attorno ai consumi italiani in tempo di crisi.  Si tratta di un argomento che inizia ad essere dibattuto anche nel nostro Paese, ovvero di un modello di sviluppo diverso dal consumismo senza limite ed uno stile di vita più sobrio e paradossalmente più vicino all’economia locale. A mio modo di vedere si tratta  anche di una questione culturale ed educativa: è il “limite” una risorsa per stare bene?

Ugo Albano.

Martha Nussbaum: I SERVIZI SOCIALI E SANITARI COME CAPITALE SOCIALE per accrescere la capacità delle persone e migliorare il funzionamento delle ISTITUZIONI, a cura della Agenzia dei servizi sanitari della Regione Emilia Romagna, 7 giugno 2011


Fondazione Nord Est – Gli imprenditori italiani e la crisi


Fondazione Nord Est – Gli imprenditori italiani e la crisi
A disposizione il report sulle opinioni degli imprenditori italiani in
merito all’ andamento dell’economia, il ruolo dell’euro e la valutazione
sulle politiche del …
<http://www.fondazionenordest.net/Gli-imprenditori-italiani-e-la-crisi.979.html>

Effetto Draghi, mercati e governi mostrano ottimismo http://it.euronews.com/


http://it.euronews.com/ Mario Draghi, il presidente della Bce ottiene il risultato cercato, almeno per ora. L’approvazione dei mercati e la fiducia dei governi. Anzi,secondo il quotidiano francese Le Monde anche le stesse cancellerie europee sarebbero pronte a fare il possibile per far scendere i tassi italiani e spagnoli.

“Mi fido di Draghi. Credo che farà tutto il necessario per calmare i mercati e far scendere i tassi di interesse in Spagna e in Italia”.

Sul mercato obbligazionario italiano i rendimenti a 6 mesi sono scesi a circa il 2,5%. Si tratta del rendimento più basso dal maggio scorso. Ad indicare un ritorno di fiducia verso il debitore Italia.

“C’è stato effettivamente un effetto positivo a seguito delle dichiarazioni della Banca Centrale Europea di ieri e su cui i mercati già sul secondario hanno reagito in maniera molto molto buona e anche a livello di aste sul primario i tassi di interesse sono leggermente scesi rispetto alla precedente asta”, ha detto Emanuele Bona… altro