De Michelis Giorgio, LA CRISI AL DI LA’ DELLE CONTINGENZE, Scheda e Audio, in Geopolis a cura di Claudio Fontana, 14 marzo 2013


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AUDIO DELL’INCONTRO

Introduzione del prof. Fontana


Lezione del prof  De Michelis:


Intervento del Presidente de gruppo Giovani Industriali Alessandro Rampoldi



Vai a Giorgio De Michelis su Youtube

Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, IL FILM DELLA CRISI, Einaudi 2012


11 dicembre 2012

E’ uscito il nuovo libro di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini sulla crisi in cui sono immersi i paesi occidentali da cinque anni a questa parte. Il film della crisi trae origine dalla mutazione del capitalismo che, dall’inizio degli anni ’80, è stato caratterizzato da un’espansione formidabile del settore finanziario. Tale espansione  ha cambiato i rapporti di forza tra capitalismo e democrazia e tra capitale e lavoro provocando un’involuzione economica e civile che ha prodotto la crisi attuale. Nel libro viene  tratteggiata anche una strategia alternativa per promuovere una crescita sostenibile e una società con un più alto grado di eguaglianza e di consenso sociale.

Qui le informazioni sul libro e l’introduzione.

Commenti

 

 

 

 

 

 

da    Associazione Paolo Sylos Labini.

Risposte alla crisi. Esperienze, proposte e politiche di welfare in Italia e in Europa, Percorsi di secondo welfare – Newsletter 17 / 2012


Lezioni dalla crisi – puntate – Il portale di RAI Educational dedicato all’economia


“LEZIONI DALLA CRISI – PUNTATE”

In che mondo vivremo?

In che mondo vivremo?

Nell’ultima e dodicesima puntata di “Lezioni dalla crisi“ vedremo come l’Italia, rispetto alle altre nazioni europee, sembrava ancora molto arretrata 150 anni fa e poi cresciuta in maniera strabiliante durante il “boom economico”. Oggi sembra rallentare di nuovo. Crescita e declino si alternano n [...]

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A che punto siamo?

A che punto siamo?

Nell’undicesima puntata di “Lezioni dalla crisi“ vedremo come mentre l’Europa ha tentato di fronteggiare la crisi “stringendo la cinghia”, gli Stati Uniti hanno attuato politiche economiche più espansive. Un problema dell’Europa è che non ha risorse federali, e la Banca Centrale Europea ha poteri [...]

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La nostra crisi è “speciale”?

La nostra crisi è speciale?

Lezioni dalla crisi in questo decimo appuntamento, analizza le particolarità che caratterizzano la nostra crisi. L’Italia, infatti, soffre di problemi antichi che non dovrebbero più esistere: il sottosviluppo del Mezzogiorno; la disuguaglianza dei redditi, aumentata a causa della globalizzazione, [...]

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La crisi arriva in Italia o il contrario?

La crisi arriva in Italia o il contrario?

Nella nona puntata di “Lezioni dalla crisi“ parleremo dell’Italia. Da noi, la crisi arriva come conseguenza di quella presente negli altri paesi, principalmente tramite la forte caduta delle nostre esportazioni. Possiamo dividere l’evoluzione della crisi in Italia in due fasi: la prima tra la met [...]

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Il rischio di un circolo vizioso

Il rischio di un circolo vizioso

Il punto di partenza per l’euro è stato una moneta senza Stato e un approccio “ognuno per sé”. Si è tentato quindi di inventare qualcosa, aggirando i paletti posti dalle nostre stesse regole. Se un paese non cresce, non può ripagare il debito, ma sulla scorta dell’emergenza si è privilegiato il p [...]

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da Lezioni dalla crisi – puntate – Il portale di RAI Educational dedicato all’economia.

George Soros, ULTIMATUM A BERLINO: la Germania deve decidere: o guida l’unione o la lascia, in La Lettura del Corriere della sera, 9 settembre 2012


rocesso di integrazione è stato promosso con forza da un piccolo gruppo di statisti lungimiranti che praticavano un processo di ingegneria sociale a tassello, così definito da Karl Popper. Ben sapendo che la perfezione è irraggiungibile, i padri fondatori dell’Europa si erano posti obiettivi limitati e scadenze precise, per poi mobilitare la volontà politica affinché venisse compiuto un piccolo passo in avanti. Erano tuttavia consapevoli che l’inadeguatezza di quel piccolo passo sarebbe stata subito palese e avrebbe richiesto un successivo sforzo. Il processo si è evoluto, alimentato dai propri successi, proprio come una bolla finanziaria. È così che la Comunità per il carbone e l’acciaio gradualmente si è trasformata nell’Unione europea, un passo alla volta.

La Francia e la Germania sono sempre stati i maggiori sostenitori dell’iniziativa. Quando l’impero sovietico cominciò a vacillare, i leader tedeschi, rendendosi conto che la riunificazione delle due Germanie era possibile solo nel contesto di un’Europa ancora più unita, si sono mostrati pronti a ogni sacrificio pur di ottenerla. Nel corso delle trattative, hanno sempre concesso qualcosa di più e accettato qualcosa di meno rispetto agli altri, facilitando così gli accordi. In quel periodo, gli statisti tedeschi affermavano che la Germania non aveva una politica estera indipendente, al di fuori di una politica europea. E questo ha prodotto un’enorme accelerazione del processo di integrazione, culminato con la firma del Trattato di Maastricht nel 1992 e con l’introduzione dell’euro nel 2002.

Ma il Trattato di Maastricht era gravato da numerosi difetti sin dal suo concepimento. Gli architetti stessi dell’euro riconoscevano che si trattava di una costruzione incompleta: la moneta unica era dotata di una banca centrale comune ma mancava un comune ministero del tesoro in grado di emettere titoli condivisi da tutti gli stati membri. Gli Eurobond incontrano ancora oggi forti resistenze in Germania e in altri paesi creditori. Gli architetti dell’euro erano convinti, tuttavia, che nel momento della necessità tutti gli stati membri avrebbero espresso la volontà di varare le misure necessarie verso un’unione politica. Dopo tutto, così è nata l’Unione europea. Sfortunatamente, l’euro aveva però molte altre pecche, di cui né gli architetti né gli stati membri erano pienamente a conoscenza. Queste sono emerse nel corso della crisi finanziaria del 2007-8, che ha avviato il processo di sfaldamento.

Nella settimana successiva alla bancarotta di Lehman Brothers, i mercati finanziari globali crollarono e furono mantenuti in vita artificialmente. Per far questo, il credito sovrano (sotto forma di garanzie della banca centrale e deficit di bilancio) è andato a rimpiazzare il credito delle istituzioni finanziarie che non era più accettato dai mercati. Proprio il ruolo centrale che è stato addossato al credito sovrano ha svelato un difetto dell’euro, fino ad allora rimasto nascosto e non ancora adeguatamente riconosciuto. Nel trasferire alla Banca centrale europea quello che era stato in passato il loro diritto a stampare moneta, gli stati membri hanno esposto il loro credito sovrano al rischio di fallimento o default. I paesi sviluppati che controllano la loro moneta non hanno alcun motivo di fallire, possono sempre stampare altri soldi. La loro valuta perderà di valore, ma il rischio di fallimento è praticamente inesistente. In contrasto, i paesi meno sviluppati che accettano prestiti in valuta straniera devono pagare premi che riflettono il rischio di default. Ad aggravare la situazione, i mercati finanziari possono realmente causare il fallimento di questi paesi attraverso manipolazioni speculative dei mercati – vendita a breve dei loro titoli per spingere ancora più in alto il costo dei prestiti, aggravando così i timori di un fallimento imminente.

Quando fu introdotto l’euro, i titoli di stato erano considerati privi di rischi. I regolatori consentivano alle banche di acquistare quantitativi illimitati di titoli di stato senza mettere da parte alcun capitale di garanzia, e la Banca centrale europea accettava tutti i titoli di stato con la discount window (possibilità per le banche di chiedere in prestito direttamente il denaro alla banca centrale a tassi di favore) a pari condizioni. Così facendo, era vantaggioso per le banche commerciali accumulare i titoli dei paesi membri più deboli, che pagavano tassi di interessi leggermente superiori, per poter guadagnare qualche punto base in più.

In seguito alla crisi di Lehman Brothers, Angela Merkel dichiarò che la garanzia che a nessun’altra importante istituzione finanziaria, interna al sistema, sarebbe stato consentito di fallire, doveva essere offerta da ciascun paese separatamente, e non dall’Unione europea in un’azione congiunta. È stata questa la prima picconata in un processo di disintegrazione che minaccia in questo momento di distruggere l’Unione europea.

I mercati finanziari hanno impiegato più di un anno per accorgersi delle implicazioni della dichiarazione della cancelliera Merkel, a dimostrazione che operano con conoscenze lungi dall’essere complete ed esaurienti. Solo nel dicembre del 2009, quando il governo greco appena eletto dichiarò che il precedente governo aveva truccato i conti e che il deficit dello stato superava il 15 percento del PIL, i mercati finanziari si sono resi conto che i titoli di stato, fino ad allora considerati privi di rischi, erano invece gravati da rischi notevoli ed erano esposti al default. Successivamente a questa scoperta, i premi di rischio (sotto forma di rendimenti maggiori che i governi erano costretti ad offrire per vendere i loro titoli, il cosiddetto spread) sono cresciuti in maniera drammatica. E questo a sua volta ha spinto le banche commerciali, i cui bilanci erano carichi di quei titoli, sull’orlo dell’insolvenza. La situazione ha innescato la crisi del debito sovrano e la crisi bancaria, che sono collegate tra di loro e si alimentano a vicenda. Sono questi i due fattori principali della crisi che l’Europa si trova oggi ad affrontare.

segue

da  Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera.

Hans Magnus Enzensberger, Quante bugie in nome della crisi – l’Espresso


….

Per consentire l’accesso nella Eurozona si sono dovuti inoltre, e sin dall’inizio, allentare a piacere come fossero di plastilina quei criteri economici. E li si è allargati così tanto da permetterne l’accesso anche a paesi come la Grecia e il Portogallo. Paesi ai quali mancavano le prerogative elementari per sussistere nel consorzio monetario europeo.

Del tutto incapaci di ammettere o di correggere gli errori di nascita di questa costruzione monetaria, il regime dei “Salvatori” d’Europa insiste ora per proseguirne a tutti i costi il corso imboccato. La frase che loro ripetono – per cui a tal corso “non ci sono alternative” – nega il potenziale esplosivo derivante dalle differenze sempre più marcate tra le nazioni. Le conseguenze però di queste divergenze ce le abbiamo, e da anni, sotto gli occhi: più che l’integrazione aumentano in Europa le divisioni, i risentimenti, le animosità e le accuse reciproche al posto d’una più profonda comprensione tra i paesi europei.

“Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa!”. E’ con questo slogan assai spiritoso che si prova a convincere un continente con mezzo miliardo d’abitanti a seguire l’avventura di una classe politica completamente isolata. Come se i duemila anni di storia precedente fossero un nonnulla al confronto d’una valuta or ora coniata. Proprio la cosiddetta “crisi dell’euro” dimostra che in realtà non c’è in gioco solo una espropriazione politica dei cittadini, ma che questa conduce logicamente al suo pendant: e cioè, all’espropriazione economica. E’ precisamente nel momento in cui vengono a galla i costi economici di tutta l’impresa che si capisce davvero che cosa essa significhi. La gente a Madrid, ad Atene o a Roma scende in massa a protestare per le strade, solo quando non le resta più nessun’altra scelta. E a simili proteste si arriverà senz’altro anche in altri paesi. 



E’ del tutto indifferente ora con quali e quante metafore la politica tenti di ingioiellare le sue nuove costruzioni: uguale se li si battezzino “Ombrelli” o Bazooka, Eurobond, o Unioni fiscali, bancarie o dei debiti… Non appena emergono le nude cifre dell’impresa, ecco che i popoli si scuotono al volo dalla loro siesta politica. Perché lo intuiscono che, prima o poi, ognuno di loro dovrà pagare per quello che oggi i loro “Salvatori” stanno combinando. 

Il numero delle possibili vie d’uscita risulta, in questa situazione, piuttosto limitato. Il modo più semplice per liquidare i debiti, così come i nostri risparmi, resta sempre l’inflazione. Ma si possono sempre prendere in considerazione anche degli aumenti alle imposte, i tagli alle pensioni e “cut” dei debiti, come in parte già son stati praticati o messi in conto a seconda dei programmi dei vari partiti. Ci sarebbe poi ancora un ultimo, estremo rimedio da considerare: la riforma monetaria. E’ un metodo ben comprovato per punire il piccolo risparmiatore, risparmiando invece le banche, e depennare di colpo gli obblighi nei bilanci statali.

Un’unica, semplice via d’uscita da questa trappola in ogni caso non c’è. Le varie, possibili opzioni sinora ventilate sono state tutte, e con successo, bloccate. Il discorso, ad esempio, di un’”Europa a più velocità” è risuonato invano. Clausole che prevedano una fuoriuscita dall’euro non sono mai state inserite nei Trattati. Ma è in particolare il “Principio di sussidiarietà” che questa politica europea non rispetta: forse perché è un’idea sin troppo evidente per esser presa sul serio. 

Quel principio afferma né più né meno che in ogni comune come in ogni provincia, in ogni Stato nazionale come nelle istituzioni europee, è sempre e solo l’istanza più vicina al volere dei cittadini quella davvero vincolante. E che competenze e poteri debbano essere via via trasferite ad istituzioni superiori solo in ultima istanza, qualora cioè non sia possibile altrimenti. Ebbene, come la storia dell’Unione europea purtroppo dimostra, questo Principio è sempre rimasto lettera morta. Altrimenti l’addio alla democrazia non sarebbe avvenuto così facilmente a Bruxelles. Né l’espropriazione politica ed economica dei cittadini europei sarebbe avanzata sino ai livelli attuali.

da Recessione, la grande bugia – l’Espresso.

SPENDING REVIEW: I TAGLI NEL SOCIOSANITARIO E LA MOBILITAZIONE DELLE COOPERATIVE | Disabili.com


Col decreto della spending review, la situazione delle cooperative e delle associazioni, si fa infatti molto difficile: all’articolo 15, comma 13, il decreto prevede, tra l’altro, il taglio lineare del 5% sui budget dei contratti e servizi stipulati dalla Pubblica Amministrazione. Il tutto a partire dal 7 luglio prossimo. Questo significa che le Asl potranno chiedere alle cooperative di avere inalterati servizi (anche quelli gestiti da enti non profit, come quelli Anffas), a fronte di una riduzione del budget del 5%. 

E’ evidente che un taglio di questo tipo non solo inciderà pesantemente sui posti di lavoro e sugli stipendi decurtati a coloro che lo manterranno, ma anche sulla qualità stessa dei servizi erogati. Alla luce, poi, dei tagli susseguitisi a livello regionale negli ultimi anni, e del progressivo azzeramento da parte dei vari Governi sia del Fondo Nazionale Politiche Sociali che del Fondo per la Non Autosufficienza, la situazione non è affatto rosea.

E’ per questo che l’ Anffas Nazionale ha convocato per il 27 settembre prossimo una riunione straordinaria, per discutere di questo stato di crisi, sottolineando come, siano a rischio oltre 300.000 posti di lavoro che rappresentano la forza lavoro oggi impiegata nel suo complesso dagli enti non profit in Italia. Non solo posti di lavoro, dicevamo, ma concreti servizi messi a rischio. 
Questa situazione” afferma Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas Onlus “solo per i servizi Anffas, si traduce immediatamente nella messa a concreto rischio di oltre 5.000 posti di lavoro e nel gettare nella più buia e cupa disperazione oltre 30.000 persone con disabilità intellettiva e/o relazionale e loro genitori e familiari nei centri gestiti in regime di accreditamento, convenzionamento, etc. in tutte le Regioni d’Italia e realizzati in 54 anni di vita di Anffas grazie all’impegno, alla dedizione ed al volontariato di decine di migliaia di familiari che, spesso in totale assenza dello Stato, si sono fatti carico di realizzare strutture e servizi per garantire ai propri congiunti con disabilità un migliore qualità della vita”. 

La situazione si rivela particolarmente allarmante, soprattutto se messa in relazione al tema Livelli Essenziali di Assistenza ed ISEE, con il concreto rischio di vedere da un lato ulteriormente abbassati i livelli delle prestazionie dall’altro di vedere aumentare la già insostenibile partecipazione alla spesa da parte delle famiglie.

da SPENDING REVIEW: I TAGLI NEL SOCIOSANITARIO E LA MOBILITAZIONE DELLE COOPERATIVE | Disabili.com.

BERLINO: i berlinesi si lamentano …. della crisi …cadavrexquis, Di che cosa si lamentano i tedeschi


Poi, incredibile a dirsi, si lamentano della crisi. Ma come? Non era questo il paese più ricco e potente d’Europa, quello che detta le condizioni a tutti gli altri? E invece no. Ho letto un reportage sui numerosi pensionati berlinesi che, non facendocela con la loro pensione, continuano a lavorare per “arrontondare”. L’interrogativo era: devono o vogliono farlo? Opinioni divergenti. Il giorno dopo è arrivato invece un altro reportage su quanto prenderanno di pensione in futuro i lavoratori di oggi con il nuovo sistema di calcolo e ne è risultata un’erosione sostanziale dell’assegno. L’articolo prospettava una catastrofe e la miseria nera per molti di loro. A questi pezzi se ne aggiunge un altro sul progressivo invecchiamento e sulla necessità di adeguare gli appartamenti in affitto alle esigenze di una popolazione sempre più anziana e sempre meno autonoma (e, in un box, intervista all’esperto che chiosa sulla paura dei tedeschi di invecchiare, a cui si somma il timore di finire in un ospizio, destino per evitare il quale molti stringono i denti e fanno finta di niente). 

da cadavrexquis: Di che cosa si lamentano i tedeschi.

Martha Nussbaum: I SERVIZI SOCIALI E SANITARI COME CAPITALE SOCIALE per accrescere la capacità delle persone e migliorare il funzionamento delle ISTITUZIONI, a cura della Agenzia dei servizi sanitari della Regione Emilia Romagna, 7 giugno 2011


Paolo Ferrario, I consumi nella crisi: ricominciare dalla terra | in Muoversi Insieme di Stannah


La crisi che attanaglia le società europee, e quindi l’Italia, crea una quotidiana preoccupazione sul futuro che ci induce a colorare con tinte fosche e pessimiste il tempo presente. Questo avviene proprio perché oggi gli italiani si accorgono che sono le abitudini consolidate a essere messe in discussione. E, infatti, la parola “crisi” deriva dal greco “Krìsis”, nel significato di “separazione, scelta”.
In quest’articolo prenderemo in esame qualche aspetto dei mutamenti delle condizioni di vita alla luce del “disordine” economico che è in atto. 

La generazione dei post – sessantenni (che in Muoversi insieme abbiamo chiamato della “prevecchiaia”) nel suo ciclo di vita ha attraversato rilevanti fasi di cambiamento della propria quotidianità  —->

segue qui: I consumi nella crisi: ricominciare dalla terra | Muoversi Insieme.

Cosa succede all’Europa se si spezza la coesione sociale di Barbara Spinelli in La Repubblica del 10/05/2012


Come una intelligenza in genere lucida come quella di Barbara Spinelli non interpreta (ma mi rendo conto che tutte le supposizioni sono problematiche, controvertibili ed esposte allìerrore) l’attuale crisi di sistema.

Dire che Hollande è la possibile soluzione alla possibile catastrofe del sistema europa è davvero una valutazione tutta ideologica. Come se la cultura ancora novecentesca della socialdemocrazia abbia le soluzioni alla crisi

Paolo Ferrario

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“Disperazione sociale”: gli storici della Germania nazista danno questo nome, all´ansia che caratterizzò gli anni 30 e sfociò nel nazismo. Disperazione e rabbia per un collasso economico che travolgeva gli averi e le esistenze degli uomini. Disperazione che non tollerava più i corrotti compromessi della politica. Presentendo tempeste, Nietzsche aveva già parlato di un risentimento che come veleno corrode le scale dei valori. Nel Zarathustra, descrive una speciale forma di stanchezza, «che d´un sol balzo vuol attingere le ultime cose, con salto mortale: una misera ignorante stanchezza, che non vuol più nemmeno volere: essa ha creato tutti gli dèi e i mondi dietro il mondo».
È fatta di questo risentimento, la rabbia che si è fatta strada nelle ultime elezioni in Francia, Grecia, Italia, Germania. C´è questa stanchezza di una politica del rigore che colpisce senza aggiustare, e di un´Europa-Leviatano che soggioga senza dare sicurezza. Non sono tutti antieuropei né antipolitici, i partiti nei quali tanti arrabbiati si riconoscono. Ma tutti mettono in questione l´autorità castigatrice che è divenuta l´Unione europea, l´ossessione contabile che la anima. Tutti denunciano il potere anchilosato (l´impotenza, in realtà) di classi politiche che non hanno occhi né orecchie per capire quel che la crisi sta suscitando nelle società, sotto forma di dolori ma anche di speranze, innovazioni, reinvenzioni. Soprattutto le forze centriste sono sotto accusa, ovunque, perché non sono né calde né fredde ma tiepide, e gli arrabbiati vogliono l´estremo. Sono gli orfani dello scontro svanito fra vecchio e nuovo, reazione e cambiamento, destra e sinistra: tutte categorie che il centrismo, le Terze Vie, hanno gettato a mare. È quando questa contrapposizione manca che con un balzo mortale si anela alle ultime cose.
C´è chi si rifugia nei nazionalismi xenofobi, come in Francia e Grecia. Chi vede la salvezza nella fine dell´Euro. I Pirati, in Germania, cercano di presidiare nella crisi la libertà di un´informazione che aiuti i cittadini a conoscere quel che non sanno, a influire sulla politica non ogni 4-5 anni ma in permanenza. La collera imbocca vie diverse ma una cosa le accomuna: il desiderio di una politica che ridiventi lotta, il rigetto di numeri di bilancio assurti a valori supremi, non negoziabili.
Ci sono stati momenti profetici, nella campagna elettorale francese: momenti di acuta coscienza dei pericoli. Uno di questi s´è avvertito quando il centrista François Bayrou ha detto che avrebbe votato Hollande. È stato un inatteso autoaffondamento del centrismo. Bayrou non condivide praticamente nulla della politica economica di Hollande, ma si è esposto perché – ha detto– ritiene che i princìpi repubblicani e democratici siano più importanti delle cifre economiche. Una cosa simile ha detto il gollista Dominique de Villepin: «La sinistra mi inquieta, ma la destra mi spaventa».
Sono momenti profetici perché rivelatori: dicono lo spavento che ti può afferrare quando princìpi sin qui prioritari vengono retrocessi. Dicono le radici di una collera che è stanca della propria impotenza (speculare a quella del potere costituito) e o fugge non votando più, o urla, o s´inventa nemici come lo straniero, o escogita modi non ortodossi di far politica.
Un´economia più espansiva come quella di Hollande inquieta i mercati o i dogmi tedeschi, ma non sarà mai spaventosa come una democrazia che decade, o un popolo che si erge contro la grande conquista che è stata l´unità degli europei, il loro trionfo su se stessi. Keynes l´aveva detto dopo il ´14-18: il castigo economico umilierà i tedeschi, li precipiterà nel baratro.
Le cifre contabili saranno essenziali, ma le costituzioni democratiche ancora di più. Hollande ha vinto perché ha promesso di salvare le istituzioni, lo Stato sociale, la scuola pubblica, la convivenza con lo straniero, e, se non la società affluente, almeno il riparo dall´ingiustizia sociale. A che serve lo Stato, se non a custodire questi progressi? E l´Europa stessa, che nel dopoguerra spense i nazionalismi e costruì il Welfare contro la disperazione sociale: a che serve se si trasforma in un´enorme funesta Equitalia?
Il voto dei popoli dice questo, ai governanti: c´è bisogno di un´altra politica, che includa le persone nei parametri finanziari. Anche perché se entriamo nella logica dei numeri ne scopriremo di mortiferi: 36 suicidi in Italia dall´inizio del 2012, più di 1750 in Grecia dal 2009. Anche il suicidio causato dalla crisi è sete di estremo.
Ripensare l´Europa non può che partire da questa protesta, tutt´altro che omogenea. La rivolta di Grillo non ha nulla a vedere con la destra di Marine Le Pen. La sinistra radicale in Grecia chiede un´Europa diversa e non vuol uscire dalla moneta unica. I Pirati tedeschi prendono voti a sinistra come a destra, e conducono una battaglia antichissima: la battaglia che emancipa l´uomo dandogli informazione e libertà di giudizio.
Si parla di insolvenza degli Stati, ma esiste anche l´insolvenza della politica: soprattutto di quella moderata, che è stata l´ultima a vedere l´arrivo della crisi e a capirla. La democrazia regge in Francia (mentre è ingovernabile in Italia e Grecia) perché la contrapposizione destra-sinistra è preservata, anche se le linee divisorie mutano col tempo e l´esperienza. Hollande non è andato a caccia di centristi. Ne ha conquistati molti, ma prima si è preoccupato di radunare tutta la sinistra, compresa quella radicale.
Per molti anni, la parola d´ordine in Europa è stata la cultura della stabilità, dell´affidabilità economica. Adesso si tratta di darle una cultura politica: dunque un potere veramente sovrano, un Parlamento veramente europeo, un Tesoro veramente unico. E un´agorà, uno spazio di discussione dove le idee più antagoniste sull´Europa da edificare possano liberamente competere. L´Unione non può sopportare, senza autoaffondarsi, di buttare dalla nave gli Stati deboli, o i partiti e movimenti che chiedono un´Europa differente. Troppo grande e distruttiva è la stanchezza generata dal vuoto di alternative. Troppo spaventosa la collera che ti fa dire, con Rilke: «Alle somme indicibili aggiungi te stesso, e distruggi il numero».

Da La Repubblica del 10/05/2012.

La crisi sola ragione dei suicidi? “potremo avere dati certi solo fra due anni. Nessuno al momento può dire cosa sta veramente succedendo. Ma nel frattempo è pericolosissimo affermare che la crisi fa ammazzare”, Marzio Barbagli, da Globalist


È vero che la crisi economica ha fatto aumentare i suicidi? «No», spiega a Il Mondo di Annibale Marzio Barbagli, sociologo, autore di uno dei libri più completi sull’argomento, Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e Oriente (Mulino). «I media continuano a dare notizia di persone che si uccidono e attribuiscono a queste scelte drammatiche una causa economica», ragiona Barbagli. «Ma in realtà è impossibile spiegare un gesto complesso come il suicidio con una motivazione soltanto. Farlo è sbagliato di per sé».

Il professor Barbagli conosce bene le fonti che i giornali e le televisioni stanno usando per avvalorare la tesi che i suicidi per motivazioni economiche stanno crescendo. Si tratta delle statistiche messe a disposizione dall’Istat e compilate sulla base dei rapporti stilati dalle forze dell’ordine subito dopo aver accertato un caso di suicidio. Nei loro verbali i poliziotti e i carabinieri devono riportare anche le presunte cause del suicidio: cause affettive, economiche, eccetera. Lo fanno dopo aver parlato con i familiari dei suicidi ed essersi fatti un’idea di cosa sia successo.

«Questi dati – fa notare Barbagli – sono del tutto inutilizzabili. Intanto perché in un terzo dei casi le forze dell’ordine non sono in grado di attribuire nemmeno una causa presunta al suicidio – e un dato che ha una lacuna tale non serve praticamente a nulla. Secondariamente perché le motivazioni che le persone care alle vittime possono dare ai poliziotti o ai carabinieri sono viziate dal fatto che i suicidi sono gesti intimi, di cui si può provare vergogna. Ragion per cui ognuno di loro da una spiegazione quando più accettabile all’esterno e non necessariamente vera».

L’errore più grave che queste rilevazioni però è «quello di prendere sul serio un vecchio sistema che già quando Durkheim scriveva era superato. Cioè quella di pensare che le persone si uccidano per una causa sola e per una causa facilmente definibile. Non è così».

Il professor Barbagli racconta che più volte ha chiesto ai responsabili dell’Istat di rimuovere dal loro sito questi dati sul suicidio, privi di qualsiasi valore scientifico. Consigliando di lasciare soltanto quelli che vengono dalle rilevazioni effettuate dall’autorità sanitaria. I quali riportano dei numeri molto diversi, essendo il frutto di una rilevazione più meditata e competente. Non è stato ascoltato. Così, anche la rivista Wired, che mercoledì ha pubblicato un’inchiesta con la quale ha tentato di “smascherare” la falsità del racconto giornalistico di queste settimane, sostenendo che non è vero che i suicidi per motivi economici stanno aumentando, commette un errore analogo, basando la sua analisi sui dati sbagliati e avvalorando l’idea che si possa parlare schematicamente di suicidi per motivi economici.

«La verità – dice Barbagli – è che noi potremo avere dati certi solo fra due anni. Nessuno al momento può dire cosa sta veramente succedendo. Ma nel frattempo è pericolosissimo affermare che la crisi fa ammazzare. Nella letteratura scientifica c’è un fenomeno noto come effetto Werther il quale mostra che quando i media dedicano un’attenzione morbosa ai casi di suicidio il numero dei suicidi cresce veramente. Succede per emulazione e perché televisioni e giornali a volte raccontano questi suicidi come se ci fosse una giusta causa».

vai all’intero articolo Globalist.it | La crisi sola ragione dei suicidi?

La crisi sola ragione dei suicidi?
Globalist.it
Secondo il sociologo Marzio Barbagli le cause sono molte. … «No»,
spiega a Il Mondo di Annibale Marzio Barbagli, sociologo, autore di uno dei
libri più …
<http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=15878&typeb=0&La-crisi-sola-ragione-dei-suicidi->

Il sociologo e l’Istat: Nessuna emergenza suicidi
Corriere Nazionale
A sostenerlo, oggi dalle pagine di Repubblica, è il sociologo Marzio
Barbagli, per il quale i 138 suicidi contati dalla Cgia di Mestre tra i
piccoli …
<http://www.corrierenazionale.it/home/cronache/2012/05/10/news/60596-Il-sociologo-e-l-Istat-Nessuna-emergenza-suicidi>

I numeri sorprendono e contano: i suicidi non sono aumentati
Blitz quotidiano
Dunque a quanto calcola e mostra il sociologo Marzio Barbagli, non l’ultimo
arrivato, una dei primi a calcolare contro corrente l’esatta e crescente

<http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/alessandro-camilli-opinioni/numeri-sorpresa-conto-suicidi-aumento-1225724/>

I suicidi NON sono aumentati per la crisi – Wired.it


davvero stiamo assistendo a un’ impennata di suicidi? Davvero la crisi sarebbe la causa di questa strage? Il 2012 sarà ricordato come l’anno dei suicidi o forse ce lo stanno dipingendo così? I dati, se si reputano affidabili le 38 morti dichiarate, parlano chiaro: nel 2012, ogni giorno ci sono 0,29 suicidi per motivi economici, contro lo 0,51 del 2010 e lo 0,54 del 2009. Nessuna epidemia suicida in corso, almeno finora. Per valutare davvero la situazione, si dovrà aspettare. 

“ Ogni anno in Italia si verificano circa tremila casi di suicidio, con punte di quasi quattromila casi nei primi anni Novanta”, osserva Stefano Marchetti, responsabile dell’ultima, recentissima, indagine dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) su  suicidi e tentativi di suicidio in Italia, relativa all’anno 2010: “Ogni gesto estremo, come quelli che le cronache recenti raccontano, nasconde una tragedia umana e impone il massimo rispetto. Ma è difficile affermare, a oggi, che vi sia un aumento statisticamente significativo dei suicidi dovuto alla crisi economica. Temo che si stiamo facendo affermazioni forti, senza robuste evidenze scientifiche”.   
Può sembrare cinico snocciolare numeri e percentuali, ma è l’unico modo per separare i fatti dalle impressioni. Dicevamo: 38 suicidi per motivi economici dal 1 gennaio all’8 maggio 2012. Purtroppo sono la punta dell’iceberg rispetto al fenomeno generale. Nel 2010, per esempio, l’Istat ha contato 3.048 suicidi, di cui 187 per motivi economici, “ in base a quello – specifica Marchetti – che viene indicato dalle forze dell’ordine come il presunto movente”. Se si escludono i suicidi per motivi d’onore (18 in tutto), quello economico è, per assurdo, il movente meno preoccupante di tutti. Quasi una persona su due (1.412) ha deciso di farla finita a causa di una malattia (per 4 su 5 di origine psichica). La seconda causa di suicidio è affettiva324 persone si sono tolte la vita per questioni di cuore, quasi il doppio rispetto a chi l’ha fatto per il conto in banca. E quasi in un caso su tre non è stato possibile individuare il movente del gesto.

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da I suicidi non sono aumentati per la crisi – Wired.it.

servizi di salute mentale: le notizie dei suicidi da crisi economica inducono altri suicidi


Suicidi e crisi. Allarme psichiatri: “No a sensazionalismo in tv. Rischio effetto domino” 
07 MAG - Studi clinici dicono con chiarezza che le notizie dei suicidi da crisi economica inducono altri suicidi. Dal direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, Claudio Mencacci, appello alle Istituzioni per il potenziamento dei servizi di salute mentale. Leggi…

cosa si nasconde dietro questa crisi mondiale? Quali sono le ragioni? di Riccardo Buccella, in Formiche


Il sistema internazionale dal secondo dopoguerra fino al 1971 è stato governato dagli accordi di Bretton Woods, che ripristinarono le condizioni di libero scambio. A parte qualche tensione per la posizione privilegiata del dollaro, quest´accordo aveva funzionato soprattutto perché aveva garantito innovazione e benessere. Ex post questo periodo fu definito come il secolo socialdemocratico, le conquiste del welfare state, ma questa età dell´oro del capitalismo non è durata un secolo ma circa trent´anni. Ciò che è da evidenziare dell´accordo è che furono limitati i movimenti internazionali di capitali. La finanza era sostanzialmente ancora al servizio dell´economia reale. Le banche commerciali erano separate dalle banche d´investimento. Negli Stati Uniti questa separazione era entrata in vigore dal 1933, con il Glass-Steagall Act, in seguito ai fallimenti dovuti alla crisi del ’29.
Nel 1971 per i crescenti disavanzi della bilancia dei pagamenti dell´America fu sospesa la convertibilità del dollaro con l´oro. La conseguenza fu che il sistema, sganciato dall´oro e dai cambi fissi, subiva pesantemente la discrezionalità delle politiche monetarie americane. Un decennio dopo negli anni ´80, gli anni di R. Regan e M. Thatcher, furono liberalizzati i movimenti di capitale, il cui effetto ha generato enormi movimenti internazionali. Inoltre, negli anni ´80 inizia una fase di deregolamentazione del comparto finanziario. Da registrare che sia Regan sia Clinton scelsero come segretario al Tesoro direttori di banche di investimento come D. Regan di Merryll Linch e Robert Rubin di Goldman Sachs. A metà degli anni ´90 ci fu l´esplosione dei derivati, si tentò di regolamentarli ma una forte opposizione delle Lobby bloccò tutto. Greenspan dichiarò che “regolamentare le transazioni dei derivati, che sono negoziati da professionisti, non è necessario”. Nel 1999 con il Gramm-Leach-Bliley Act si elimina la separazione tra banche commerciali e banche d´investimento. S´iniziano a effettuare investimenti rischiosi anche con i risparmi dei clienti e le banche con la rimozione dei limiti operativi cominciano ad espandersi sul territorio oltre determinate dimensioni. Le politiche monetarie USA, al contrario degli anni ´80 con Volcker molto attente al controllo dell´inflazione, alla fine degli anni ´90 e inizi del 2000 sono state molto espansive, con tassi reali addirittura negativi, e di stimolo all´indebitamento. Nel 2004 il tasso della FED era dell´1%. Infine, è utile evidenziare che tra il 1970 e la fine del secolo lo stock finanziario complessivo ha raggiunto 3 volte il valore della produzione mondiale (53.000 miliardi di dollari!).

Il risultato di questo nuovo ordine è una trasformazione radicale del ruolo della finanza, non più concepita in relazione ad un fine l´investimento, o di supporto-copertura all´attività imprenditoriale, ma per creare un´economia fondata sul debito e sulla leva finanziaria.

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tutto l’articolo qui: Tutto quello che avreste voluto sapere sulla crisi.

È nata ufficialmente oggi a Vigonza (Padova), l’associazione dei familiari degli imprenditori suicidi – Il Sole 24 ORE


È nata ufficialmente oggi a Vigonza (Padova), l’associazione dei familiari degli imprenditori suicidi. Presto sarà attivato un numero verde che metterà in contatto gli utenti con psicologi pronti ad aiutare gli imprenditori depressi dalle difficoltà economiche. La nascita dell’associazione arriva dopo una serie di tragici episodi registrati negli ultimi Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/fyg6e

leggi tutto l’articolo qui: Un altro imprenditore si uccide: gestiva un agriturismo a Fano. Nasce l’associazione familiari – Il Sole 24 ORE.

Il momento peggiore della crisi del debito dell’eurozona è passato, Mario Draghi – Presidente della Bce


Il momento peggiore della crisi del debito dell’eurozona è passato e la Banca centrale europea interverrà solo in caso di rischi inflazionistici. Queste le parole del Presidente della Bce Mario Draghi in un’intervista al quotidiano tedesco Bild.

Crisi, Draghi: “Il peggio è passato”.

MAURO CORONA E LA CRISI


Mario Monti sul pesante calo del Pil stimato dall’UE per l’Italia nel 2012. Cambierà il governo la politica per la crescita? “No perchè la nostra è una politica strutturale d’intervento”.


Mario Monti spiega che il pesante calo del Pil stimato dall’UE per l’Italia nel 2012, non comporta una nuova manovra economica e spiega il perchè: “Nel pacchetto ‘Salva Italia’ – afferma Monti – abbiamo tenuto conto dell’andamento prudenziale del prodotto interno lordo e dei tassi d’interessi, che poi sono scesi e non avevamo monetizzato in bilancio i risultati dalla lotta all’evasione fiscale”. Cambierà il governo la politica per la crescita? “No perchè la nostra è una politica strutturale d’intervento”. Infine il presidente del Consiglio si dice piacevolmente sorpreso dell’aumento dell’indice di fiducia dei consumatori”. Video di Manolo Lanaro

Emanuele Severino sulla situazione contemporanea e sulle ragioni della crisi economica. LA DECADENZA DEL CAPITALISMO RIDOTTO COME FOGLIA SECCA: vorrebbe dominare il mondo, ma è sottomesso alla tecnica, in Il Corriere della Sera 18 febbraio 2012


Grecia e Unione Europea: Giorgio dell’Arti fa il Punto, in ALTRI MONDI


I politici greci si sono messi d’accordo fra di loro, ma non ancora con la Ue, con la Bce e col Fondo Monetario, che guarda per ora alle intese interne di quel Paese con un minimo di dubbio. Quindi il fallimento è sempre più vicino, anche se nessuno ci crede, anche se sembra impossibile.

Mettiamo i puntini sulle i. Accordo dei politici greci?

Il presidente del consiglio greco, l’equivalente del nostro Monti, sta in quel posto da poche settimane. Si chiama Lucas Papademos, è un banchiere, viene pure lui da Goldman Sachs. La cosiddetta troika — cioè i rappresentanti di Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale — gli hanno chiesto di: ridurre i dipendenti pubblici di 15 mila unità, primo passo per portarli a un totale di 600 mila adesso sono 750 mila; tagliare del 22% i salari minimi, portandoli a 450-500 euro mensili; altri tagli alle pensioni superiori ai 1200 euro e a quelle integrative 150 euro al mese di meno. La troika chiede nuove privatizzazioni e riduzioni dei salari nel privato. Questo pacchetto andrebbe approvato dal Parlamento di Atene oggi. Il premier Papademos doveva mettersi d’accordo con i capi dei tre partiti principali, Papandreou socialisti, Karatzaferis estrema destra e Samaras centrodestra o moderati. Dopo due giorni di discussioni, un accordo sarebbe stato raggiunto, anche se in questo momento non ne conosciamo i dettagli. Non dev’essere comunque un’intesa troppo convincente. La troika ha risposto: «Beh, cerchiamo di capire meglio».

Come sarebbe?

  • I greci non vogliono toccare le pensioni. Meno che mai le pensioni integrative. Si tratta di mettere insieme 600 milioni.

Se non trovano questi 600 milioni dai tagli alle pensioni integrative, dove andranno a prenderli? In Italia, in questi casi, si ricorre al capitolo «lotta all’evasione fiscale», che è come dire niente, un titolo generico, sotto al quale si può scrivere qualunque numero. È possibile che i greci stiano ricorrendo a un escamotage di questo tipo, e che la troika non ci creda.

Che cosa può fare la troika?

I greci dovrebbero restituire il 20 marzo 14,5 miliardi di debito. Soldi che non hanno. La troika ha promesso di finanziarli con un prestito di 130 miliardi. A patto che taglino quello che devono tagliare. Per ora i 130 miliardi non glieli dànno. I giornali greci fanno titoli in cui si vede la Merkel vestita da nazista.

  • I sindacati hanno proclamato uno sciopero generale oggi e domani. Sono sempre in forte sospetto quando gli scioperi sono proclamati a ridosso della domenica. Ma in ogni caso: scioperando cosa sperano di ottenere? I greci non hanno la coscienza a posto, qualunque rivoluzione delle piazze preparino.


Come può dire questo? Come si può pretendere che uno viva con 450 euro al mese?

  • I greci si son fatti dare soldi per anni, sapendo che non sarebbero stati in grado di restituirli. Hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. Con questo sistema i partiti hanno mantenuto le loro posizioni di potere. I conti pubblici sono stati truccati, per ingannare l’Ue, che a sua volta, per ragioni che potranno chiarire solo gli storici, ha fatto finta di credere a quello che gli veniva raccontato sapevano bene che i conti di Atene erano taroccati.

Ho sentito ieri un’intervista di Cofferati, che si indigna per la severità con cui l’Europa tratta la Grecia. I socialisti europei tra cui appunto Cofferati hanno scritto una lettera a Barroso Ue in cui parlano di «grave tradimento del modello sociale europeo e della solidarietà» eccetera.

  • Ma quale modello sociale? I soldi presi in prestito vanno restituiti o no? Dei famosi 130 miliardi, una trentina saranno a carico dell’Italia e siamo autorizzati a immaginare già che, quando arriverà il momento, i greci non saranno in grado di restituirli. Trenta miliardi è la Manovra appena varata da Monti e che ha suscitato tante grida.

Siamo sicuri di quello che diciamo quando critichiamo la Merkel?

La Merkel voleva commissariare la Grecia?

Un’idea non troppo peregrina. Leggo che in Grecia c’è un forte movimento d’opinione per il ritorno alla dracma. Ma il ritorno alla dracma significa scaffali vuoti nei supermercati, automobili di latta, energia col contagocce, eccetera eccetera. Chi mai venderà la sua merce ad Atene in cambio di dracme? E quante dracme ci vorranno, a quel punto, per comprare un euro? E chi vorrà vedersi restituito con le dracme un debito contratto in euro? Cofferati e quelli come lui, prima di parlare, facciano bene i conti, se ne sono capaci.

da ALTRI MONDI.

la lunga intervista di MARIO MONTI al Financial Time del 18 genniaio 2012: The wishes and worries of a parenthetic revolutionary – FT.com


qui la rassegna stampa di Luigi Spinola di Radio3Mondo, che riassume la lunga intervista, che può essere letta per intero nel sottostante link

Mario Monti

da The wishes and worries of a parenthetic revolutionary – FT.com.

L’ORRIBILE SCENARIO DEL DEFAULT, di Diego Valiante in La Voce.info


gli economisti sono una specie vivente di ricercatori che:

1. non prevedono la crisi speculativa di cui c’erano segni evidenti nei precedenti 5 anni

2. rifiutano nel nome della “crescita” gli scenari miti della decrescita,  che implica sia una diminuzione dei consumi superflui che  una drastica diminuzione della popolazione mondiale (7 miliardi di umani della terra sono la CAUSA delle CAUSE  della attuale crisi economica

3. si applicano sadicamente agli scenari qui sotto elencati in una serie di “punti chiave” da relazione con lucidi a qualche convegnetto

Paolo Ferrario

Che cosa succederebbe se l’Italia non riuscisse a portare avanti le riforme strutturali e a consolidare i conti senza l’intervento di istituzioni europee, come la Bce? I costi cui andremmo incontro non sono quantificabili. Il nostro sistema economico entrerebbe in un perverso meccanismo che può dividersi in tre fasi: crisi di liquidità e insolvenza; pressioni deflazionistiche; pressioni inflazionistiche e instabilità politica ed economica.

per leggere l’intero articolo terroristico vai a: Lavoce.info – ARTICOLI – L’ORRIBILE SCENARIO DEL DEFAULT.

La crisi che non passa. XVI Rapporto sull’economia globale e l’Italia” – a cura di Mario Deaglio, Guerini e associati editore



 

La crisi che non passa

XVI Rapporto

sull’economia globale e l’Italia

 

a cura di Mario Deaglio

 

Guerini e Associati, 2011, pp. 199, Euro 15,50

ISBN 978-88-6250-364-8

 

Vai alla scheda del volume

  

La crisi in cui l’Occidente ha cominciato a scivolare durante l’estate del 2007 e nella quale è definitivamente precipitato nel settembre 2008 non solo non si è ancora risolta, ma se ne deve constatare l’estensione dall’economia alla società, alla politica, ai grandi equilibri politico-strategici internazionali.

Il baricentro del pianeta continua a spostarsi verso est, la «primavera araba» ha rimesso in discussione consolidati equilibri, le istituzioni che reggono l’ordine internazionale – dall’ONU all’FMI alla WTO - appaiono sempre più inadeguate al compito.

L’Europa - e con essa, l’Italia in pole position - è al centro della crisi. La debolezza della finanza si mescola alla debolezza delle istituzioni, mentre la speranza che potessero bastare poche misure tecniche di stabilizzazione dei mercati ha ormai ceduto il passo al convincimento che la crisi sia complessa e multidimensionale: non si potrà tornare a uno sviluppo stabile, senza rimedi innovativi e regole nuove.

MARIO DEAGLIO insegna Economia internazionale presso l’Università di Torino ed è editorialista economico de La Stampa.

GIORGIO ARFARAS è opinionista di economia e finanza e dal 2009 è direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi.

ANNA CAFFARENA insegna Relazioni internazionali presso l’Università di Torino; è presidente di T.wai (Torino World Affairs Institute).

GIORGIO S. FRANKEL, giornalista professionista, si occupa di Medio Oriente, petrolio e industria aerospaziale. Collabora a Il Sole 24 Ore.

GABRIELE GUGGIOLA è docente presso l’Università dell’Insubria, dove si occupa di economia pubblica.

PIER GIUSEPPE MONATERI insegna Diritto civile presso l’Università di Torino; dirige Biblioteca della libertà, la rivista del Centro Einaudi.

GIUSEPPE RUSSO, economista professionista, ha fondato e dirige STEP Ricerche, società di studi economici applicati.

Fitoussi: La recessione sara’ implacabile e duratura


…. “Oggi Berlino trae beneficio dai tassi di interesse a lungo termine molto bassi, perche’ i bund sono considerati come i soli asset privi di rischio in Europa. Approfitta indirettamente della situazione finanziaria difficile degli altri paesi dell’area euro, che spinge gli investitori ad acquistare titoli tedeschi. Oltre il Reno i tassi sono dunque tenuti bassi per vie artificiali”. 


“Inoltre, prosegue Fitoussi, la Germania puo’ di esercitare una vera leadership europea. Ma la presa di posizione nei confronti del ruolo della Bce, lo ripeto, potrebbe cambiare quando gli inconvenienti della situazione saranno maggiori dei vantaggi”. Quando la crescita si interrompera’ nella maggior parte dei paesi dell’Eurozona, a quel punto l’impatto sara’ molto forte anche sull’economia tedesca, che perdera’ i suoi partner europei”.

L’idea che le misure di riduzione del deficit favoriscano la crescita “non e’ mai stata dimostrata: tutti gli studi in materia contraddiscono questa tesi”, dice Fitoussi. E’ una teoria che viene usata dalle autorita’ politiche per giustificare azioni altrimenti difficili da digerire per la popolazione. 

“E’ una strategia che puo’ essere messa in pratica in tempi felici. Ma non c’e’ peggiore follia del voler adottare tali misure in un periodo di tsunami”. Quale sarebbe dunque la migliore strategia fiscale in Europa? Finanziare tutte le misure che possano alimentare la crescita. ….

da Fitoussi: La recessione sara’ implacabile e duratura.

Btp-day, due appuntamenti per comprare i titoli di Stato: 28 novembre e 12 dicembre – Corriere della Sera


Il Btp-day raddoppia. L’Associazione bancaria italiana ha deciso che saranno due i giorni a disposizione per comprare titoli di Stato risparmiando sulle consuete commissioni dovute agli istituti di credito: il 28 novembre per l’acquisto di titoli italiani sul mercato secondario e il 12 dicembre per i Bot a un anno che saranno messi all’asta dal Tesoro.

L’iniziativa era stata lanciata dal Corriere della Sera dopo che Giuliano Melani - responsabile di una società di leasing – ha acquistato una pagina del quotidiano il 4 novembre scorso per rivolgere un appello al Paese: «Ricompriamoci il nostro debito pubblico». Allora, come adesso, i nostri titoli di Stato erano sotto l’attacco del mercato e lo spread dei Btp decennali sul Bund stava battendo tutti i record dalla nascita della moneta unica. Il Corriere ha proposto che le banche rinunciassero per un giorno alle commissioni nei confronti dei risparmiatori che avessero acquistato titoli di Stato. Subito hanno aderito i maggiori gruppi bancari del Paese: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, il gruppo Ubi Banca, Bnl e Banca Sella. Poi è scesa in campo l’Abi, che ha indicato la data: il 28 novembre, raddoppiando ieri l’iniziativa con il 12 dicembre per «dare un chiaro segnale d’impegno anche da parte del settore bancario al difficile momento che il Paese sta attraversando».

da Btp-day, due appuntamenti per comprare i titoli di Stato – Corriere della Sera.