Costi standard per i conti degli enti locali


«Sono convinto che il processo dei costi standard vada fortemente
accelerato. A settembre ci sarà il redde rationem».

Ad affermarlo è stato ieri il commissario straordinario per la spesa pubblica Enrico Bondi.
Intanto il Senato ha approvato la fiducia al decreto …
<http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-01/arrivo-costi-standard-conti-063646.shtml?uuid=AbbcVWHG>

Non c’è vera spending review senza fabbisogni standard – di Luca Antonini in Il Sole 24 ORE


La via di uscita obbligata è allora offerta dal processo di attuazione del federalismo fiscale, dove i fabbisogni standard sono giunti ai primi traguardi: la Copaff ha approvato quelli relativi alla polizia locale e a breve saranno disponibili quelli sull’amministrazione generale (rispettivamente circa il 7% e il 30% della spesa comunale). I fabbisogni standard – che identificano le spese di ciascun ente giustificate sulla base delle proprie caratteristiche strutturali (popolazione, territorio e, per la polizia locale, presenza di campi nomadi, numero di scuole, di zone Ztl, ecc.) – sono una riforma fondamentale per orientare la riduzione della spesa sugli sprechi e non sui servizi. di Luca Antonini – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/Yg9xz

tutto l’articolo quiNon c’è vera spending review senza fabbisogni standard – Il Sole 24 ORE.

Sanità, arrivano le tabelle standard per i costi – Risparmio Soldi


Il primo risparmio deve arrivare dalla pubblica amministrazione, non solo per dare il buon esempio. Ecco perché dal 1° luglio prossimo l’Authority per i contratti pubblici pubblicherà on line i prezzi di riferimento, ossia il limite massimo di spesa consentito per dispositivi medici e farmaci ospedalieri. E tutte le Asl o gli ospedali che differiranno da queste tariffe dovranno pagare la differenza.

da Sanità, arrivano le tabelle standard per i costi – Risparmio Soldi.

Da individuare cinque regioni in equilibrio tra cui indicare le tre benchmark per il calcolo dei costi standard


Federalismo fiscale. 
Da individuare cinque regioni in equilibrio tra cui indicare le tre
benchmark per il calcolo dei costi standard.

29 MAR – Ieri il ministro
della salute, Renato Balduzzi, nel corso del question time alla Camera ha
risposto ad un’interrogazione …
<http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=8198>

FEDERALISMO FISCALE: DOCUMENTAZIONE COSTI STANDARD SANITA’- Regioni.it


 FEDERALISMO FISCALE: DOCUMENTAZIONE COSTI STANDARD SANITA’ 01/02/2011

Tuesday 1 February 2011

In allegato la documentazione su Costi standard in sanità al 01/02/2011.

costistandardinsanita.zip

1 Stralcio Atto Governo n. 317

2 Intesa Rep Atti 138 161210

3 Documento approvato dalla Conferenza delle Regioni il 181110

4 Schema D. Lgs. completo 121010

da: news – Regioni.it.

decreto legislativo 68/2011 che stabilisce, a partire dal 2013, l’entrata in vigore del nuovo sistema di costi standard calcolati su tre Regioni benchmark


Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di ieri (n. 109 del 12 maggio 2011) il decreto legislativo 68/2011 che stabilisce, a partire dal 2013, l’entrata in vigore del nuovo sistema di costi standard calcolati su tre Regioni benchmark (una per area geografica, Nord, Centro e Sud) scelte tra una rosa di 5 Regioni indicate dal ministero della Salute e individuate sulla base della capacità di garantire i Lea mantenendo l’equilibrio economico.

Leggi…

2013 quando tutte le Regioni dovranno fare i conti con i costi standard previsti dal quinto dei decreti attuativi del federalismo fiscale ora alla firma del capo dello Stato. Saranno i costi standard a decidere come finanziare le cure del Ssn – Il Sole 24 ORE


La vera sfida partirà nel 2013 quando tutte le Regioni dovranno fare i conti con i costi standard previsti dal quinto dei decreti attuativi del federalismo fiscale ora alla firma del capo dello Stato. Saranno i costi standard a decidere come finanziare le cure del Ssn con la promessa di abbattere per sempre sprechi e sperperi, almeno così si spera, perché saranno costruiti in base alle performance di tre Regioni benchmark scelte in una rosa di cinque che dovranno aver dimostrato di avere i conti a posto garantendo allo stesso tempo prestazioni di qualità ai propri cittadini.
Per il Sud (dal Lazio in giù), alle prese da anni con voragini nei conti di Asl e ospedali, si tratta di uno sforzo non da poco. E senza ciambelle di salvataggio, visto che tutti i tentativi di inserire indici e parametri di deprivazione (basati cioè sulle peggiori condizioni socio-economiche del meridione) sono andati falliti. L’unico contentino è che tra le tre Regioni di riferimento per i costi standard ce ne dovrà essere una del Sud (accanto a una del Centro e una del Nord).

segue qui:

Per il Sud prova rimandata al 2013 – Il Sole 24 ORE.

Parere favorevole è stato espresso il 24 marzo 2011 dalla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale al decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province, e determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario


Parere favorevole è stato espresso il 24 marzo 2011 dalla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale al decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province, e determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario. Il decreto in sintesi individua le fonti di finanziamento delle regioni a statuto ordinario e dispone la contestuale soppressione dei trasferimenti statali. A decorrere dal 2013 verrà rideterminata l’addizionale regionale all’Irpef, con corrispondente riduzione delle aliquote Irpef di competenza statale, al fine di mantenere inalterato il prelievo fiscale a carico del contribuente; la rideterminazione deve comunque garantire alle regioni entrate equivalenti alla soppressione sia dei trasferimenti statali che della compartecipazione regionale all’accisa sulla benzina, entrambe disposte dallo schema in esame. All’aliquota così rideterminata si aggiungono le eventuali maggiorazioni dell’addizionale, attualmente pari all’ 0,9%, che ciascuna regione può effettuare nel limite dello 0,5% fino al 2013, dell’1,1% per il 2014 e del 2,1% dal 2015; qualora peraltro la maggiorazione sia superiore allo 0,5% la parte eccedente tale quota non si applica ai contribuenti titolari di redditi ricadenti nel primo scaglione di reddito (fino a 15.000 euro). Alle regioni spetta altresì una compartecipazione al gettito Iva, che per gli anni 2011 e 2012 viene calcolata in base alla normativa vigente, mentre dal 2013 sarà fissata in misura pari al fabbisogno sanitario “in una sola regione”. Prima di essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il decreto deve avere l’approvazione definitiva del Consiglio dei ministri.

audizione della Corte dei Conti presso la Commissione bicamerale per il federalismo fiscale dedicata alla fiscalità regionale e ai costi standard sanitari


24 FEB - Si è svolta oggi l’attesa audizione della Corte dei Conti presso la Commissione bicamerale per il federalismo fiscale dedicata alla fiscalità regionale e ai costi standard sanitari.
Di seguito ampi stralci dell’audizione relativa al capitolo dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario. In allegato il testo integrale dell’audizione della Corte dei Conti.
“(omissis) La scelta operata nel decreto di valorizzare l’esperienza maturata negli anni nella gestione della spesa sanitaria, se da un lato sembra ridurre l’impatto del riferimento ai costi standard nel nuovo meccanismo di definizione del finanziamento del settore, dall’altro ha il pregio di semplificare la gestione del sistema, garantendo, per altra via, il collegamento tra la programmazione di bilancio, la compatibilità di finanza pubblica, e l’analisi comparativa di quantità e qualità dei servizi erogati.
(omissis)
Il riferimento ai costi standard può rilevare ai fini degli indicatori di efficienza e appropriatezza ed incidere positivamente sul sistema di autovalutazione delle Regioni e sulla conseguente adozione delle “best practices”, ma appare non immediatamente rilevante ai fini della determinazione del finanziamento da riconoscere alle diverse realtà territoriali.
L’allocazione delle risorse è destinata a mutare solo se viene assunto un diverso metodo di pesatura rispetto a quello utilizzato nell’anno preso a riferimento. Infatti eventuali conseguenze redistributive dipenderanno dalla estensione dei pesi per le varie classi di età alle varie categorie di assistenza sanitaria (oggi solo un terzo del finanziamento è ripartito sulla base della popolazione pesata, la parte restante sulla base della popolazione assoluta). Le conseguenze nella disponibilità di risorse, rispetto alla situazione attuale, potrebbero essere in questo caso anche rilevanti.
(omissis)
La disponibilità di dati sui consumi distinti per classe di età, per ora limitata alla spesa ospedaliera, a quella farmaceutica e a quella specialistica ambulatoriale, potrebbe consentire di rivedere nel tempo la stima della spesa standard nazionale, calcolando in modo sempre più preciso il fabbisogno su cui basare il criterio di pesatura e correggere eventualmente il tasso di variazione della spesa sanitaria complessiva compatibile con gli obiettivi di finanza pubblica o l’estensione dei servizi da garantire alla collettività.
Attraverso, quindi, una possibile revisione dei criteri di pesatura (non necessariamente legati a quelli di due esercizi precedenti a quello di avvio della procedura) e con un arricchimento delle informazioni disponibili sul territorio, si potrebbe poter tener conto nel calcolo anche di fattori ulteriori, tra i quali è stato da più parti indicato l’indice di deprivazione come misura delle condizioni di svantaggio socio economico di un’area geografica .
Nel testo è previsto che a decorrere dal 2013 (in fase di prima applicazione) si avvii un processo di convergenza, ovvero il finanziamento dei servizi erogati dalle Regioni non sia stabilito più in base alla spesa storica ma secondo valori standard di costo e fabbisogno. Un aggiustamento da realizzare in cinque anni, ma di cui non viene esplicitato il percorso previsto. In particolare, né come debba essere considerato l’andamento nel prossimo biennio (in cui verranno effettuate le scelte delle Regioni benchmark e definiti i criteri per la pesatura della popolazione), né come si svilupperà la fase transitoria in cui verranno applicati con gradualità in tutte le Regioni valori di costo rilevati nelle Regioni benchmark e i nuovi criteri di ripartizione.
Il quadro è reso ancora più incerto se si considera che nelle modifiche della Conferenza unificata concordate tra Regioni, Enti locali e Governo è stata proposta la eliminazione della disposizione che prevedeva che, fino al raggiungimento dell’intesa, si applicassero i criteri adottati per il riparto delle annualità 2010-2012, ovvero i criteri transitori che coincidono con quelli adottati dal Nuovo patto per la salute del 3 dicembre 2009, basati su un criterio misto popolazione assoluta/popolazione pesata (lettera e). (omissis)

da: QS – Quotidiano Sanità: Governo e Parlamento – Corte dei Conti. Costi standard promossi ma poco rilevanti per determinazione fabbisogno.

La leggenda dei costi standard


….

In un lungo articolo sul Corriere della Sera di domenica 20 febbraio, Sergio Rizzo e Mario Sensini hanno proposto una loro interpretazione dei nuovi costi standard sanitari contemplati nel decreto in discussione in Parlamento: “Se il prezzo di una siringa è, poniamo, di 5 centesimi, lo Stato rimborserà solo quella cifra. Chi vuole spendere di più, si arrangi”. Semplice, chiaro, di una efficacia spietata. Peccato che non sia così.
E sì perché nel decreto sul federalismo fiscale regionale e i costi standard sanitari non c’è scritto niente di tutto questo.
La vera novità dei costi standard, infatti, sta nell’individuazione, oggi assente, di Regioni modello o benchmark, la cui spesa faccia da riferimento per stabilire, non il costo standard ottimale per singola prestazione o singolo dispositivo medico, quanto “la spesa standard ottimale per grandi funzioni di spesa” alla quale dovranno adeguarsi tutte le Regioni.

Eppure attorno al modello di costo standard evocato da Rizzo e Sensini si sta costruendo una leggenda politica che vuole finalmente vincente i buoni, cioè chi spende meno e meglio, contro i cattivi, quelli che spendono male e tanto per la stessa cosa. Una siringa, per l’appunto.
Una visione assolutamente lontana dalla realtà. Non solo perché la legge in discussione non parla di questo. E anche se lo facesse, almeno per il momento, non sarebbe applicabile, vista l’assenza di dati confrontabili per singola prestazione o per singolo costo di una tecnologia o presidio medico, con l’eccezione dei farmaci per i quali da sempre c’è un prezzo di rimborso uguale per tutti. Quanto per il fatto che la grossa parte della spesa sanitaria non è fatta di acquisti di beni e servizi (fermo restando che è ovvio come si debba in ogni caso arrivare ad avere prezzi e costi di riferimento confrontabili per tutti i beni e i servizi sanitari) ma dal complesso delle spese per tutti i servizi sanitari e assistenziali erogati che, al netto di farmaci e beni e servizi, assorbono più o meno il 60% della spesa del Ssn.

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l’intero articolo qui:

http://www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?articolo_id=2932&&cat_1=1&&cat_2=0&&tipo=articolo

Questionari sui fabbisogni standard


Secondo quanto stabilito dal D.Lgs. n. 216/2010 il processo di determinazione dei fabbisogni standard prenderà avvio concretamente con la raccolta dei dati di natura organizzativa, contabile e strutturale e delle informazioni connesse alle funzioni fondamentali di Comuni e Province.
Le norme prevedono che questa attività di raccolta sia svolta per blocchi di funzioni nell’arco del triennio 2011-2013. Nel corso del 2011, ovvero del primo anno di lavoro, verranno censiti, per i Comuni, dati e informazioni riguardanti la funzione e i servizi di Polizia municipale (febbraio-marzo) e successivamente, nell’arco dell’anno, i dati e le informazioni relative alle funzioni generali di amministrazione (comprensive dei servizi demografici e dei servizi tributi) e alle funzioni e ai servizi di governo del territorio (urbanistica, edilizia privata, ambiente).
Questi dati verranno reperiti attraverso la lettura delle banche dati ufficiali (ISTAT, Ministero degli Interni, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Agenzie fiscali statali, ecc.) e attraverso l’interrogazione diretta di tutti i comuni delle 15 regioni a statuto ordinario. Quest’interrogazione avverrà per il tramite di appositi questionari predisposti da SOSE s.p.a. (la struttura che per conto del Ministero dell’Economia e della Banca d’Italia elabora gli studi di settore per le imprese e le professioni) con la collaborazione scientifica di IFEL (Istituto per la Finanza degli Enti Locali).
Il primo questionario (quello sulla Polizia Municipale) sarà disponibile per la compilazione su apposito portale a partire da lunedì 31 GENNAIO 2011.
Da quel giorno il Comune dovrà connettersi al portale e compilare integralmente i questionari esclusivamente per via telematica entro e non oltre 60 giorni dalla loro pubblicazione (dunque per la Polizia Municipale entro e non oltre il 31 MARZO) facendoli sottoscrivere sia dal legale rappresentante che dal responsabile finanziario, pena il blocco dei trasferimenti erariali previsti a qualunque titolo.
Sappiamo che si tratta di un’ulteriore incombenza per i Comuni ma la compilazione corretta dei questionari è decisiva per riuscire a determinare i fabbisogni standard che saranno coperti dalle risorse economiche nel processo del federalismo fiscale. E’ un passaggio quindi decisivo per i Comuni.

ANCI Lombardia – In arrivo i questionari sui fabbisogni standard ::...

Scatta il censimento sui costi dei comuni – Il Sole 24 ORE


FUNZIONI SOTTO ESAME
01|POLIZIA MUNICIPALE
Il primo questionario sottoposto ai comuni indaga costi e struttura della polizia municipale.
È articolato in 121 domande,
in dieci quadri che indagano:
1) Elementi specifici del territorio. Per esempio i semafori, la presenza di zone a traffico limitato o di campi Rom
2) Il personale.Numero di dipendenti, collaboratori e incaricati, ore di formazione
3) Unità locali. Superficie dei locali e funzioni a cui sono adibiti
4) Dotazioni strumentali. Numero di auto, moto, uffici mobili e altre strumentazioni
5) Modalità di svolgimento. Misurazione delle varie attività, dalla polizia stradale a quella giudiziaria, e forme di gestione
6) Servizi svolti. Sanzioni, fermi, arresti e altre attività
7) Forme associate. Tipologie e forme dei servizi svolti in forma associata
8) Entrate
9) Spese
10) Spese per il personale. Compensi, spese per collaborazioni, oneri riflessi e altri dati finanziari
02|FUNZIONI GENERALI
Sono le funzioni generali di amministrazione, gestione e controllo, e riguardano il cuore della burocrazia dell’ente: il questionario, sottoposto ai comuni insieme a quello sulla polizia municipale, è articolato in quattro sottogruppi: anagrafe, tributi, ufficio tecnico e affari generali.
LE ALTRE FUNZIONI
01|FUNZIONI DI ISTRUZIONE PUBBLICA
Nel caso dei comuni, comprendono asili nido, assistenza scolastica, refezione ed edlizia scolastica per la parte di competenza
02|VIABILITÀ E TRASPORTI
I comuni si occupano della rete stradale comunale e del trasporto pubblico locale interno al proprio territorio
03|TERRITORIO E AMBIENTE
Le attività ambientali (per esempio lo smaltimento rifiuti), con l’eccezione di edilizia residenziale e servizio idrico integrato)
04|SETTORE SOCIALE
Asili nido, assistenza domiciliare, assistenza sociale sono uno dei fulcri delle attività dei comuni
FUNZIONI SOTTO ESAME
01|MERCATO DEL LAVORO
Vengono analizzate le risorse impiegate per i centri provinciali per l’impiego e le politiche di incontro fra la domanda e l’offerta di lavoro
02|FUNZIONI GENERALI
Anche per le province entra nel primo turno dei questionari il nucleo dell’attività amministrativa dell’ente
LE ALTRE FUNZIONI
01|FUNZIONI DI ISTRUZIONE PUBBLICA
Nelle province le competenze riguardano soprattutto l’edilizia scolastica secondaria superiore e la formazione professionale
02|TRASPORTI
Le province si occupano delle strade provinciali e dei collegamenti sovracomunali
03|GESTIONE DEL TERRITORIO
Difesa del suolo, valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche, caccia e pesca nelle acque interne sono tra i compiti delle province, che in prospettiva potrebbero veder crescere le proprie competenze sulla gestione del servizio idrico e dei rifiuti
04|TUTELA AMBIENTALE
Il testo unico degli enti locali assegna alle province i compiti di valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità e il controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore
Dietro le cifre
01 | CHE COSA SONO
I fabbisogni standard indicano il livello di spesa necessario per garantire in modo efficienze i servizi necessari ad attuare le funzioni fondamentali degli enti locali
02 | A CHE COSA SERVONO
L’individuazione dei fabbisogni standard serve a fissare i livelli di finanziamento che il federalismo fiscale dovrà garantire a ogni comune grazie ai tributi propri e ai meccanismi perequativi per lo svolgimento delle funzioni fondamentali
03 | COME SI CALCOLANO
I fabbisogni standard saranno il frutto del confronto fra le realtà più efficienti e quelle in cui la spesa è maggiore, tenendo conto delle specificità dell’ente (dimensione, contesto economico e geografico) e della sua organizzazione (per esempio le attività affidate all’esterno)

DA: Scatta il censimento sui costi dei comuni – Il Sole 24 ORE.

Disposizioni in materia di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard di Comuni, Città metropolitane e Province, DECRETO LEGISLATIVO 26 novembre 2010, n. 216


DECRETO LEGISLATIVO 26 novembre 2010, n. 216

Disposizioni in materia di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard di Comuni, Città metropolitane e Province

(GU n. 294 del 17-12-2010)

Federalismo fiscale: via libero definitivo al decreto sui fabbisogni standard


Il decreto legislativo sui fabbisogni standard di regioni, province e comuni è stato approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri del 18 novembre scorso. Spesa storica e fabbisogni standard, efficienza dei servizi e risparmi di spesa, è su questi parametri che nei prossimi anni si potrà valutare l’attuazione concreta del federalismo fiscale nei servizi erogati dalle amministrazioni pubbliche. Il processo di determinazione dei fabbisogni standard punta a soddisfare le esigenze dei cittadini promuovendo un uso più efficiente delle risorse pubbliche. Per valutare l’efficienza, l’efficacia e l’adeguatezza dei servizi erogati al fine di migliorarli a vantaggio di cittadini ed imprese servono però indicatori significativi. Il procedimento di individuazione di questi indicatori è affidato alla Società per gli studi di settore-Sose, con la collaborazione di altri soggetti qualificati, come l’Ifel, l’Istat e la Ragioneria dello Stato. La determinazione dei fabbisogni standard per regioni, province, comuni e città metropolitane rappresenta dunque un passaggio fondamentale nel percorso di attuazione del federalismo fiscale. L’avvio della fase transitoria per il superamento della spesa storica è prevista a partire dal 2012 e terminerà nel 2017. Il passaggio sarà graduale per gruppi di funzioni, le quali vengono individuate in via provvisoria dal decreto sui fabbisogni standard in attesa del varo della Carta delle Autonomie. Il fabbisogno standard sarà determinato con riferimento a ciascuna funzione fondamentale, ad un singolo servizio, o ad aggregati di servizi, in relazione alla natura delle singole funzioni fondamentali.

Costi standard tra utopia e rivoluzione. Un convegno di “Sos Sanità”


23 NOV - Un incontro seminariale, per discutere tra specialisti dei problemi posti dallo schema di decreto legislativo dedicato alla fiscalità regionale e ai costi standard in sanità, attualmente in attesa di essere calendarizzato dalla Conferenza Stato Regioni, dopo aver raccolto molte richieste di emendamenti da parte delle Regioni.
L’incontro, organizzato a Roma dal Comitato Sos Sanità, nato nel 2009 per iniziativa di Nerina Dirindin, Aldo Ancona, Stefano Cecconi e Franco Pesaresi, è stato introdotto da Stefano Cecconi, responsabile Welfare della Cgil, che ha ricostruito l’iter percorso finora dal provvedimento e ha posto in evidenza i problemi rimasti a suo parere aperti, in particolare la definizione di Lea e Lep e la definizione di quel “patto di convergenza”, previsto nella legge 42/99 istitutiva del federalismo fiscale, e finalizzato a definire azioni positive per  superare le differenze esistenti tra le realtà regionali.
Due le criticità messe in evidenza da Aldo Ancona, dirigente della Regione Toscana con incarico specifico proprio sui problemi del federalismo fiscale. La prima riguarda la modalità di costruzione e erogazione del fondo perequativo: “Nella legge 42 si parlava di perequazione verticale – ha ricordato Ancona – mentre  nel decreto si costruisce un sistema che dirà in modo esplicito che ci sono regioni che danno e regioni che prendono. E questo pone problemi di tenuta politica. Come potranno le Regioni più ricche chiedere ai propri cittadini Irap e Irpef e dare poi parte di questi soldi nel fondo perequativo?”. Il secondo problema irrisolto, e che dunque secondo Ancona alimenta la conflittualità tra Regioni, è quello dei parametri di pesatura, che non tiene conto del cosiddetto indice di deprivazione, che pure è stato indicato come correttivo necessario in molti studi,ultimo dei quali, in ordine di tempo,quello elaborato da Agenas per conto della Conferenza dei presidenti delle Regioni. E la mancata soluzione di questo nodo, ha sottolineato il dirigente toscano, è ancora più grave ora, visto che nel decreto si prevede una gestione federalista anche di altre materie, a cominciare dalla scuola.

SEGUE QUI:

Ok della commissione bicamerale al decreto sui costi standard. Fli decisivo, vota col Pdl – Il Sole 24 ORE


Via libera della Commissione bicamerale per il federalismo fiscaleal decreto sui fabbisogni standard di comuni e province. Il parere del relatore di maggioranza Antonio Leone (Pdl) è stato approvato con 16 voti a favore e 14 contrari. Il senatore di Fli, Mario Baldassarri, ha votato a favore così come la senatrice della Svp, Helga Thaler. A “salvare” la maggioranza, è stato il presidente della commissione, Enrico La Loggia, che ha deciso di mettere in votazione prima il parere di maggioranza e solo dopo quello di opposizione. In questo modo l’approvazione del parere Leone (Pdl) ha precluso il voto sul parere Stradiotto (Pd).

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in Ok della commissione bicamerale al decreto sui costi standard. Fli decisivo, vota col Pdl – Il Sole 24 ORE.

Lorenzo Sommella, Federalismo e sanità: speranze e paure, da ItalianiEuropei


Prendendo spunto dalle riflessioni sulla Sanità pubblicate da Italianieuropei la scorsa settimana, Lorenzo Sommella propone alcune considerazioni sul tema “Federalismo e sanità”.

La sanità italiana muove ulteriori passi sul terreno minato del federalismo fiscale. Elemento fondamentale e controverso della riforma sono i fatidici e temuti costi standard, per i quali è stato disegnato l’identikit con il decreto ministeriale d’inizio ottobre, decreto che prevede, tra l’altro, che il benchmark sarà rappresentato da un campione di tre Regioni che hanno i conti in ordine. Ma le criticità e i dubbi sono molti.
I costi standard sono fondati su un principio sano, quello che i medesimi fattori di produzione di una medesima prestazione sanitaria devono avere il medesimo costo in tutta Italia. Essi probabilmente sono un punto di arrivo e non un punto di partenza, e non possono prescindere dalla perequazione regionale delle risorse.
Oggi i trasferimenti statali alle Regioni per finanziare le funzioni essenziali avvengono sulla base della spesa storica e con criteri incrementali. Con il federalismo fiscale i trasferimenti statali saranno invece cancellati. In sostituzione le Regioni godranno di un mix di tributi propri e di compartecipazioni con cui dovranno finanziare al 100% i livelli essenziali delle prestazioni a costi standard, intesi cioè come i costi efficienti a cui presta i servizi la Regione più virtuosa. Per tutte le altre, a compensare le differenze, interverrà il fondo perequativo. Il patto di convergenza si occuperà di accompagnare i territori verso il passaggio ai costi standard.
La sfida maggiore consiste nell’evitare che questo sistema, nato per aumentare efficacia ed efficienza, rappresenti un ulteriore pericolo di divaricazione. In un paese dove le Regioni si caratterizzano per le diversità che le distinguono l’una dall’altra, attribuire loro piena autonomia fiscale e sanitaria, quindi sia nelle modalità di acquisizione del gettito economico (che come è noto va per il 70-80% alla sanità) che nella definizione dei bisogni sanitari, appare difficoltoso.
Abbiamo varcato la soglia dei 60 milioni di abitanti, ma tra la Lombardia e il Molise c’è una differenza di 9 milioni di abitanti. La spesa sanitaria pubblica incide mediamente per il 6,7% del PIL, ma per raggiungere una “massa critica” di finanza sanitaria la Lombardia deve impegnare poco più del 5% del proprio PIL, mentre il Molise, la Campania e la Calabria dovrebbero utilizzare quasi il 10%. Senza contare le differenze di PIL pro capite: quello della Lombardia, ad esempio, è pari al 190% di quello della Campania.
Le differenze regionali non si limitano però solo a dimensioni e caratteristiche socio-economiche: altrettanto rilevanti sembrano essere quelle legate ai bisogni della popolazione, per diversità di età media e di aspettativa di vita alla nascita. Per le Regioni del Sud non basta pesare la popolazione per classi d’età, ma bisogna considerare anche tutta una serie di “indicatori territoriali” legati a elementi socio-economici ed epidemiologici (dagli indici di povertà ai livelli di scolarizzazione). Prendendo ancora ad esempio la Campania, bisogna considerare che questa Regione ha il record europeo di obesità infantile, un fattore di rischio che ha radici socio-culturali profonde ed è alla base di malattie cardiovascolari e metaboliche in età adulta.
Va dunque trovato un giusto equilibrio tra perequazione delle risorse fiscali (conseguibile per legge) e dei bisogni sanitari (conseguibile come?).
Una volta messo a punto il meccanismo per la loro definizione, i costi standard garantiranno la correlazione tra costi e responsabilità e consentiranno di verificare chi governa bene e chi non ne è capace. Essi rappresentano inoltre un richiamo ad una dimensione etica della pubblica amministrazione, che va recuperata e difesa strenuamente, applicando sanzioni dove essa è minata da clientele e corruzione. I costi standard devono in sostanza rappresentare uno strumento di crescita economica e culturale, premiando l’efficienza gestionale in base al principio “ti pago per quello che fai e non per quello che spendi”.
Un’ultima notazione riguarda proprio la qualità delle prestazioni, perché avere i conti in equilibrio non vuol dire automaticamente erogare assistenza tempestiva e di qualità. È tempo ormai di attivare un sistema nazionale di valutazione degli esiti delle cure che sia indipendente e continuativo, in grado di supportare una logica di finanziamento delle aziende sanitarie basata sul principio del pay for performance. Solo così potremo dire di aver compiuto un passo decisivo verso una sanità ancora migliore di quella che, nonostante tutto, viene ritenuta ai primi posti nel mondo.

da: Federalismo e sanità: speranze e paure.

CERM, I NUMERI DEL FEDERALISMO – Benchmarking e Standard su profili di spesa sanitaria per età


Cerm: i numeri del federalismo in sanità

(regioni.it) “I numeri del federalismo in sanità” è uno studio recente prodotto dal Cerm, analizzando la bozza di decreto sul federalismo fiscale – “benchmarking” e costi standard – in base ai profili di spesa sanitaria anche per fasce di età.
Per determinare gli standard di spesa sanitaria si selezionano le Regioni che, nel corso degli ultimi anni, hanno rispettato la programmazione realizzando condizioni di sostanziale equilibrio di bilancio e, inoltre, hanno erogato prestazioni di qualità, testimoniate da rilevazioni e riflesse da un saldo attivo dei flussi di mobilità. Queste Regioni sono assunte come benchmark: Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Umbria, Veneto.
La media, sulle 5 Regioni benchmark, dei valori di spesa pro-capite per fascia di età è assunta come valore standardizzato del fabbisogno sanitario pro-capite per quella stessa fascia di età. Il fabbisogno standardizzato è infine applicato alla struttura demografica delle altre Regioni al 2009, per ottenerne il fabbisogno standardizzato aggregato, prima per capitolo di spesa (diagnosticaspecialistica, farmaceutica territoriale, assistenza ospedaliera) e poi complessivo (Ssr).
Si riportano anche i risultati dell’applicazione alla demografia delle varie Regioni dei valori medi di spesa sanitaria pro-capite per fasce di età calcolati sulle Regioni
benchmark. Anche per le Regioni benchmark si segnalano i valori teorici del confronto tra spesa contabile a consuntivo e fabbisogno standardizzato. Le Regioni che, dopo lastandardizzazione, fanno registrare una spesa a consuntivo 2009 superiore al fabbisognostandardizzato, sono quelle che dovrebbero sostenere azioni correttive (di razionalizzazione, efficientamento, responsabilizzazione degli operatori di settore, etc.).
La Regione che fa registrare lo scostamento assoluto maggiore è il Lazio, oltre 1,5 miliardi di Euro, pari al 14% della spesa contabilizzata nel 2009. Segue la Campania, che dovrebbe operare una riduzione di quasi 1,5 miliardi di Euro, equivalenti a circa il 14% del consuntivo 2009. Quindi la Puglia, 653 milioni di sovraspesa, per l’8,9% del consuntivo; la Sicilia, circa 390 milioni di Euro, per il 4,5%; la Calabria, 354 milioni di Euro, per il 9,5%. Riduzioni percentuali significative dovrebbero operare anche il Molise, 9,3% e circa 60 milioni di Euro, la Sardegna, 8,5% e circa 264 milioni di Euro, e la Basilicata, circa 5,8% e 63 milioni di Euro. Il Piemonte dovrebbe correggere del 3,6% che, data l’ampiezza della Regione, equivale a più di 300 milioni di Euro.
Scostamenti percentuali a doppia cifra per la Valle d’Aosta e le due Province Autonome di Bolzano e Trento: circa 21% e 59 milioni per la prima, oltre 27% e quasi 300 milioni per Bolzano, e oltre 16% e 176 milioni per Trento. A livello Paese, se tutte le Regioni avessero condiviso gli standard di efficienza, le risorse assorbite nel 2009 sarebbero state inferiori di circa il 5,3%, passando da poco più di 110,8 miliardi di Euro a poco meno di 105 (si sarebbero liberate risorse per circa 5,8 miliardi di Euro).


QS – Quotidiano Sanità: studi Agenas, Documento sui costi standard


Secondo gli esperti Agenas “proporre come criterio quello della spesa media delle Regioni virtuose significa di fatto creare un percorso vizioso che riporterebbe, al di là delle più buone intenzioni, alla reintroduzione della spesa storica”. “Il documento contiene indicazioni di carattere tecnico, che prescindono naturalmente dalla sfera politica, ma che possono essere di grande utilità per i decisori” spiega il direttore dell’Agenzia Fulvio Moirano. E oggi le Regioni si riuniscono su questi temi

da: QS – Quotidiano Sanità: studi e rapporti – Anteprima. Documento Agenas: ”Sbagliato usare questi costi standard per determinare il fabbisogno”.

Gli effetti in Sanità del decreto su Federalismo fiscale, costi e fabbisogni standard, SOS Sanità 22 novembre 2010


Seminario di studio

Gli effetti in Sanità del decreto su Federalismo fiscale, costi e fabbisogni standard

ROMA

lunedì 22 novembre 2010

ore 10:30 – 15:30

via Parigi, 11 (sede Regione Toscana)

interventi di

Aldo Ancona, Stefano Cecconi, Cesare Cislaghi, Nerina Dirindin, Filippo Palumbo

Romano Colozzi (Assessore al bilancio della regione Lombardia,e coordinatore della Commissione affari finanziari per la Conferenza delle Regioni) sul decreto legislativo sui costi standard in sanità


(regioni.it) “Le prime reazioni di alcuni Presidenti alla bozza di decreto (sul federalismo fiscale, ndr) hanno dato l’impressione di un prevalere di un atteggiamento di preoccupazione e diffidenza, che è assolutamente comprensibile di fronte ad una svolta che rappresenta per tutti una sfida, ma sono convinto che il confronto delle Regioni fra loro e con il Governo riuscirà a far emergere su tutto questo la convinzione che siamo di fronte ad una scelta ineluttabile per riuscire a coniugare l’esigenza di tenere sotto controllo la spesa pubblica ma contemporaneamente garantire a tutti gli italiani, dovunque risiedano, l’erogazione di un servizio sanitario di qualità”, ne è convinto l’Assessore al bilancio della regione Lombardia,e coordinatore della Commissione affari finanziari per la Conferenza delle Regioni, Romano Colozzi.
“Il Governo si appresta ad approvare il decreto legislativo sui costi standard in sanità” – spiega l’Assessore Colozzi in un articolo pubblicato da http://www.ilsussidiario.net – e “la bozza, che da alcuni giorni è stata fatta circolare dal Governo, dà parziale attuazione a quanto previsto […] della legge 42, affrontando il tema dei costi standard in sanità, ma tralasciando completamente il tema della standardizzazione dei costi per quanto riguarda le altre materie”: assistenza e istruzione e (con riferimento alla spesa in conto capitale) il trasporto pubblico locale che “dunque dovranno essere affrontati – continua Colozzi – con successivi decreti, previa puntuale definizione dei livelli essenziali di prestazioni (LEP) da finanziare”.
“Il confronto sulla bozza – aggiunge l’Assessore – inizierà in Conferenza delle Regioni nei prossimi giorni, per giungere ad un immediato incontro con il Governo, perché è evidente che su un tema così delicato è necessario arrivare ad una condivisione ampia, per evitare traumatiche lacerazioni nel Paese e fra istituzioni.
Mi sembra che il testo messo a punto dal Governo, pur necessitando di precisazioni e integrazioni, rappresenti una corretta e realistica base di confronto, sostanzialmente in linea con principi che nei diversi Patti per la salute sottoscritti negli ultimi anni hanno trovato una ampia condivisione.
Il coordinatore della Commissione affari finanziari si sofferma, nell’articolo, su alcune prime osservazioni sui punti essenziali del decreto.
Non è facilmente comprensibile la decorrenza dell’efficacia del decreto a partire dal 2013. Ritengo che essa possa essere anticipata al 2012 come prima applicazione, così da avere già acquisito importanti elementi conoscitivi nel 2013 al momento del rinnovo del Patto della salute, in cui dovrà confluire una serie di impegni conseguenti alla definitiva applicazione del nuovo modello.
Prendere a riferimento il secondo anno antecedente per l’individuazione delle regioni benchmark è discutibile e potenzialmente fuorviante. Molto più corretto e logico il riferimento ad almeno un triennio, così da ridurre gli impatti di eventi straordinari e fotografare situazioni di effettiva stabilità e rispetto delle regole.
La nuova formulazione del meccanismo per l’individuazione delle tre regioni benchmark appare – secondo Colozzi – piuttosto confusa e non ben motivata, dando la sensazione di rimandare ad una sorta di mediazione politica fra Regioni e fra Governo e Regioni una scelta che deve essere fatta in base a oggettivi criteri quali-quantitativi.
La modalità con cui l’art. 2 prevede la determinazione del fabbisogno sanitario standard conferma, coerentemente con quanto affermato nella Nota sui costi standard approvata dalla COPAFF, che esso è determinato, all’interno del quadro macroeconomico e dei vincoli di finanza pubblica, dalla erogazione dei LEA, non lasciando spazio a chi avrebbe voluto usare i costi standard per giungere alla riduzione del Fondo sanitario nazionale; tuttavia il decreto dovrebbe meglio esplicitare che ad una eventuale riduzione delle risorse deve corrispondere una coerente ridefinizione dei LEA.
Il decreto, molto realisticamente, deve purtroppo prendere atto di enormi lacune nei sistemi informativi di alcune regioni e si limita ad individuare come benchmark di appropriatezza ed efficienza tre grandi macroaggregati per il finanziamento della spesa sanitaria: il 5% per l’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro, il 51% per l’assistenza distrettuale e il 44% per l’assistenza ospedaliera. E’ evidente – conclude Colozzi – che per attivare un sistema credibile ci sarebbe bisogno di una serie ben più analitica di indicatori oggi non disponibili: questa è una lacuna da colmare in tempi rapidissimi, ma ritengo indispensabile che da subito si operi l’integrazione di almeno due indicatori: la spesa farmaceutica territoriale e il costo del personale. Così come il decreto dovrà prevedere dei meccanismi di premialità collegati agli indicatori benchmark di efficienza ed appropriatezza.
(red/01.10.10)

Newsletter n. 1656 del venerdì 1 ottobre 2010.

COSTI STANDARD: NOME NUOVO PER VECCHI METODI di Massimo Bordignon e Nerina Dirindin


La vera partita del federalismo fiscale si gioca sulla finanza regionale e in particolare sulla definizione dei costi standard nella sanità. Nel decreto presentato dal governo, il sistema di definizione del fondo sanitario e i meccanismi di riparto restano sostanzialmente quelli già in vigore da oltre dieci anni. E anche i nuovi costi standard-criteri di riparto sono gli stessi già adottati in passato. Mentre scompare il periodo di transizione. Si rischia così di favorire la conflittualità fra le Regioni e la discrezionalità della peggiore politica.

1. Schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di determinazione dei fabbisogni standard di comuni, città metropolitane e province, Atto del Governo sottoposto a parere parlamentare, 6 agosto 2010; 2. Conferenza delle Regioni e Province autonome, Intesa sullo stesso oggetto


primi appunti della Cgil sulla Bozza di Decreto Legislativo sul federalismo sanitario, 17 settembre 2010


Bozza di Decreto Legislativo

sul federalismo sanitario: primi appunti

Il Governo ha presentato (il 16 settembre n.d.r.) alla Conferenza delle Regioni la bozza di

decreto legislativo sui costi e i fabbisogni standard per la sanità, in attuazione della Legge

delega 42/2009  sul  federalismo  fiscale  (vedi  allegato:  “Schema di  decreto  legislativo

recante  disposizioni  in  materia di  determinazione  dei  costi  e  dei  fabbisogni  standard  nel

settore sanitario”).

Come  noto la Legge delega 42/2009 prevede che i Livelli Essenziali, di cui all’articolo 117

comma 2  lettera m  della Costituzione  (in  questo  caso  per  la  sanità),  siano  finanziati

integralmente,  sulla base di  un  fabbisogno  di  finanziamento  standard  individuato  con

apposito decreto.

Si tratta di un provvedimento delicatissimo, che deve fissare le regole sul finanziamento dei

servizi  per  garantire  ai  cittadini,  nel  rispetto  dei  Livelli  Essenziali  di  Assistenza (LEA),  il

diritto alla salute e alle cure sancito dalla Costituzione.

Accanto alla valutazione di questo specifico decreto sulla Sanità ci dovrà essere quella sul

Decreto  relativo  alle entrate  (fiscali,  tributarie  ecc) e  sul fondo  perequativo  per  le  regioni

con entrate inferiori al fabbisogno standard.

Il  rischio  di  “rompere” l’unità del  Paese, in  questo  caso  non  assicurando  uniforme

finanziamento per i LEA in ciascuna regione, penalizzando quelle più povere, era (e resta)

alto.

Peraltro i disservizi e i disavanzi  accumulati in alcune regioni, a fronte invece della buona

gestione  economica e  assistenziale  di  altre,  hanno  già alimentato  tensioni  e  tentazioni  di

abbandonare  al  loro  destino  proprio  le  regioni  in  difficoltà.  Per  ora la Conferenza delle

Regioni,  pur  tra molte  difficoltà,  ha “tenuto” un  profilo  unitario,  consapevole  che  il  crollo

delle regioni più deboli finirebbe per colpire tutti. Infatti, proprio i disavanzi accumulati in

alcune  regioni  vengono  utilizzati  da  chi  vuole  usare  il  federalismo  fiscale  per  ridurre  i

finanziamenti,  ridimensionare  il  servizio  sanitario  nazionale  e  così  compromettere

l’universalità del diritto alla Salute in tutto il Paese.

Per  questo  è  condivisibile  la bozza di  Decreto  laddove  conferma  che  il  fabbisogno

necessario  alla sanità (il  cosiddetto  ex  fondo  sanitario)  si  determina,  con  Intesa Stato

Regioni, in  sede nazionale (vedi  bozza Decreto  articolo  2: “fabbisogno  sanitario  nazionale

standard”), in coerenza con il quadro macroeconomico complessivo. Infatti, quante risorse

debbano  essere  destinate  a garantire  il  diritto  alla salute  e  alle  cure  è  decisione  tutta

politica,  che  rivela quale  modello  di  coesione  sociale  si vuole in  un  paese. L’importante  è

però  che  si  confermi  anche il  finanziamento  su  base  pluriennale (almeno  un  triennio)  per

garantire certezza e stabilità alla programmazione di un settore così delicato come quello

sanitario.  La scelta di  far  discendere  i  fabbisogni  delle  singole  regioni  da un  fabbisogno

nazionale  fissato  “politicamente” evita,  per  il  momento,  il  rischio  di  imporre  improbabili

costi  di  produzione  industriali  standard  per  la sanità,  dove  invece le  variabili  produttive

sono  influenzate  da moltissimi  fattori  (in  primo  luogo  la variabilità dei  bisogni)  e  dove

efficienza, efficacia e risultato (appropriatezza) non sono separabili.

Invece il decreto non è condivisibile quando usa il solo criterio dell’equilibrio di bilancio per

decidere  quali  regioni  siano  “virtuose”,  diventando quelle  standard  per  definire  poi  il

fabbisogno  di  finanziamento  di  ciascuna altra regione.  Si  mantiene  così  un’impostazione

tutta  ragionieristica,  sbagliata per  la sanità.  Dove,  come  è  noto,  non  basta  l’equilibrio  di

bilancio  per  essere  virtuosi  se non  si  misura anche  la qualità dell’assistenza garantita ai

cittadini.

In  realtà  il  decreto  dichiara     (vedi  bozza decreto  articolo  3  comma  4a) che  “equilibrio

economico” significa erogare  i  LEA  in  condizioni  di  efficienza e  di  appropriatezza,  ma poi

non  prevede  concretamente  come  si  applica questo  principio.  Così  l’unico  criterio  di

“virtuosità” resta l’equilibrio di bilancio.

Suscita poi forti perplessità la procedura tecnica individuata         (vedi bozza decreto: articolo 3

comma 4b) per  definire i  costi  e i  fabbisogni  standard  regionali; in  quanto il meccanismo

scelto è assai contraddittorio e anzi rischia di essere ancora più “rigido” dell’attuale modello

di riparto tra le regioni del finanziamento sanitario, definendo per via centrale addirittura a

quali  LEA  le  singole  regioni  debbano  destinare  le  risorse  (vedi  bozza decreto  articolo  3

comma 4g). Condivisibile  è la conferma della quota procapite  pesata in  base  all’età della

popolazione  di  ciascuna regione  (che  influenza notevolmente  i  consumi  sanitari)  per

calcolare i fabbisogni regionali. Andrebbe però considerato anche l’indice di deprivazione.

Le simulazioni sugli effetti del meccanismo sono assai incerte, quello che è sicuro che se si

dovessero verificare variazioni importanti dell’attuale riparto, ciò causerebbe la rivolta delle

regioni penalizzate. Probabilmente alla fine l’unica soluzione praticabile sarà il tradizionale

“match” tra regioni, e poi con il Governo, sul riparto del finanziamento nazionale (peraltro

l’articolo 4 della bozza di decreto lascia intravedere questa “via d’uscita”).

Per quanto ci riguarda insisteremo affinché nel confronto tra Governo e Regioni (è prevista

il 23 p.v. una Conferenza delle Regioni sul tema)  si decida di cambiare queste parti della

bozza di  Decreto,  soprattutto  misurando  finalmente  i  risultati  sulla  qualità dell’assistenza

assicurata ai cittadini e non solo quelli, pur importanti, di tipo economico finanziario. Come

affermato  giustamente  dal  Presidente  Errani:  “Il  decreto  deve  essere  costruito

sull’appropriatezza dei servizi e non solo sui risultati di bilancio”.

Inaccettabile  è  invece il  silenzio  del  Governo  sul  Sociale:  non  si  parla di  definizione  dei

Livelli Essenziali né di decreto sui fabbisogni standard per il Sociale. Pure qui il Presidente

Errani  è  stato  chiarissimo,  dichiarando  irrinunciabile  definire  anche  per  l’Assistenza,  oltre

che per la sanità, Livelli essenziali e fabbisogni standard.

Infine,  altrettanto  importante  è  rivedere  l’ultima manovra finanziaria che  ha  tagliato  le

risorse destinate al socio sanitario (direttamente e con il patto di stabilità). Perché la spesa

sanitaria è  preziosa,  va usata con  rigore  e  in  modo  appropriato  in  base ai  bisogni  di

assistenza: e proprio l’esperienza delle regioni più “virtuose” dimostra che non con i tagli

indiscriminati  ma con  una  profonda riorganizzazione  dei  servizi  si  assicura risanamento  e

buona assistenza ai cittadini.

Vera Lamonica Segretaria nazionale CGIL   Stefano Cecconi Responsabile Politiche per la Salute CGIL nazionale

17 settembre 2010

bozza in discussione: SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO RECANTE DISPOSIZIONI IN MATERIA DI DETERMINAZIONE DEI COSTI E DEI FABBISOGNI STANDARD NEL SETTORE SANITARIO


SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO RECANTE DISPOSIZIONI IN MATERIA DI DETERMINAZIONE DEI COSTI E DEI FABBISOGNI  STANDARD NEL SETTORE SANITARIO

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

VISTI gli articoli 76, 87, quinto comma, 117 e 119 della Costituzione;

VISTA la legge 5 maggio 2009, n. 42, recante “delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione” e, in particolare, gli articoli 2, commi 1 e 2, 3, 4, 5 e 8;

VISTO in particolare l’articolo 28 della citata legge 42/2009 che stabilisce, tra l’altro, che la relativa attuazione deve essere compatibile con gli impegni finanziari assunti con il Patto di stabilità e Crescita e che dalla stessa legge e da ciascuno dei decreti legislativi di attuazione non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica;

VISTA l’Intesa Stato-Regioni in materia sanitaria del 3 dicembre 2009 concernente il Patto per la salute per gli anni 2010-2012;

VISTI in particolare gli articoli 1, 2, 3 ed 11 della citata Intesa del 3 dicembre 2009, concernenti: la determinazione del fabbisogno del Servizio sanitario nazionale e dei fabbisogni regionali; l’obbligo delle regioni ad assicurare l’equilibrio economico finanziario della gestione sanitaria in condizioni di efficienza e di appropriatezza; l’avvio del sistema di monitoraggio dei fattori di spesa con particolare riferimento agli indicatori del rispetto della programmazione nazionale; gli organismi di monitoraggio della spesa con particolare riferimento alla Struttura tecnica di monitoraggio paritetica di cui all’articolo 3, comma 2; l’accertamento della qualità dei dati contabili, di struttura ed attività delle aziende sanitarie e del settore sanitario regionale;

CONSIDERATO che gli obblighi assunti in sede comunitaria dall’Italia e le compatibilità e i vincoli di finanza pubblica implicano necessariamente che il livello programmato del finanziamento complessivo del servizio sanitario nazionale costituisce il valore di risorse destinabile al finanziamento del Servizio sanitario nazionale che il Paese è nella condizione di assicurare per l’erogazione in condizioni di efficienza ed appropriatezze dei livelli essenziali di assistenza e pertanto assume la natura di fabbisogno sanitario standard nazionale nell’ambito del quale sono fissati i fabbisogni sanitari standard regionali;

CONSIDERATO che, ai sensi della citata Intesa del 3 dicembre 2009, costituiscono indicatori della programmazione nazionale per l’attuazione del federalismo fiscale i seguenti livelli percentuali di finanziamento della spesa sanitaria:

  1. 5% per l’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro;
  2. 51% per l’assistenza distrettuale;
  3. 44% per l’assistenza ospedaliera.

RITENUTO in fase di prima applicazione:

-         di assumere quali regioni di riferimento (benchmark) per il calcolo dei costi e dei fabbisogni standard le regioni che abbiano garantito l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza, in condizioni di efficienza e di appropriatezza, con le risorse ordinarie stabilite dalla vigente legislazione a livello nazionale, ivi comprese le entrate proprie regionali effettive;

-         di individuare per le regioni di riferimento i relativi costi a livello aggregato con riferimento ai tre macrolivelli di assistenza -assistenza collettiva, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera- al lordo della mobilità passiva e al netto della mobilità attiva extraregionale, della quota di spesa finanziata dalle maggiori entrate proprie rispetto alle entrate proprie considerate ai fini della determinazione del finanziamento nazionale, della quota di spesa che finanzia livelli di assistenza superiori ai livelli essenziali e delle quote di ammortamento;

-         di individuare quale costo standard la media pro-capite pesata del costo registrato dalle  regioni benchmark con riferimento ai citati macrolivelli di assistenza e di applicare detto costo a ciascuna regione e Provincia Autonoma di Trento e di Bolzano, con riferimento alla relativa popolazione pesata, al fine di individuare il valore percentuale di ogni singola regioni e Provincia Autonoma rispetto al valore nazionale, quale fabbisogno sanitario standard regionale da applicare al fabbisogno sanitario standard nazionale;

-         di individuare le regioni in equilibrio economico sulla base dei risultati relativi al secondo esercizio precedente a quello di riferimento e di effettuare le pesature con i pesi per classi di età considerati ai fini della determinazione del fabbisogno sanitario relativo al secondo esercizio precedente a quello di riferimento;

-         di stabilire che qualora nessuna regione si trovi nella condizione di equilibrio economico come definito ai sensi del presente decreto, la regione benchmark sia individuata tenendo conto del miglior risultato economico registrato nell’anno di riferimento, depurando i costi della quota eccedente rispetto a quella  che sarebbe stata necessaria a garantire l’equilibrio;

-         di richiamare l’obiettivo per le regioni di adeguarsi alle citate percentuali di allocazione delle risorse di cui alla programmazione sanitaria;

VISTA la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del ….., in attuazione di quanto previsto dall’articolo 2, comma 3, della citata legge 42/2009;

VISTA l’intesa sancita in sede di Conferenza unificata ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, nella riunione del  ………. , come previsto dal citato articolo 2, comma 3, della legge 42/2009;

VISTI il parere della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale di cui all’articolo 3 della legge 5 maggio 2009, n. 42, e i pareri delle Commissioni parlamentari competenti per le conseguenze di carattere finanziario della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, resi in attuazione di quanto previsto dal citato articolo 2, comma 3, della legge 42/2009, per i quali ………… ;

VISTA la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del  … ;

SU PROPOSTA del Ministro dell’economia e delle finanze, del Ministro per le riforme per il federalismo, del Ministro per la semplificazione normativa, del Ministro per i rapporti con le regioni e del Ministro per le politiche europee, di concerto con il Ministro dell’interno, con il Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione e con il Ministro della salute;

Emana

il seguente decreto legislativo:

Art. 1

(Oggetto)

  1. Il presente decreto è diretto a disciplinare la determinazione dei costi standard e dei fabbisogni standard per le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano nel settore sanitario, al fine di assicurare un graduale e definitivo superamento dei criteri di riparto adottati ai sensi dell’articolo 1, comma 34, della legge 662/1996, così come integrati da quanto previsto dagli Accordi tra Stato e Regioni in materia sanitaria.
  1. I costi e i fabbisogni standard determinati secondo le modalità stabilite dal presente decreto costituiscono il riferimento cui rapportare progressivamente nella fase transitoria, e successivamente a regime, il finanziamento integrale della spesa sanitaria, nel rispetto della programmazione nazionale e dei vincoli di finanza pubblica.

Art. 2

(Determinazione del fabbisogno sanitario nazionale standard)

  1. Il fabbisogno sanitario nazionale standard, è determinato in coerenza con il quadro macroeconomico complessivo e nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica e degli obblighi assunti dall’Italia in sede comunitaria.
  1. Per gli anni 2011 e 2012 il fabbisogno nazionale standard corrisponde al livello di finanziamento determinato ai sensi di quanto disposto dall’articolo 2, comma 67, della legge 23 dicembre 2010, n. 191, attuativo dell’Intesa Stato-Regioni in materia sanitaria per il triennio 2010-2012 del 3 dicembre 2009, così come rideterminato dall’articolo 11, comma 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n.122.

Art. 3

(Determinazione dei costi e dei  fabbisogni standard regionali)

  1. Il Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, sentita la Struttura tecnica di supporto della Conferenza Stato-Regioni di cui all’articolo 3 dell’Intesa Stato-Regioni del 3 dicembre 2009, determina annualmente, sulla base della procedura definita nel presente articolo, i costi e i fabbisogni standard regionali.
  2. Per la determinazione dei costi e dei fabbisogni standard regionali si fa riferimento agli elementi informativi presenti nel Nuovo sistema informativo sanitario (NSIS) del Ministero della salute.
  3. Ai sensi dell’articolo 2, comma 2, lettera a), dell’ Intesa Stato-Regioni in materia sanitaria per il triennio 2010-2012 del 3 dicembre 2009, con riferimento ai macrolivelli di assistenza definiti dal DPCM di individuazione dei livelli essenziali di assistenza in ambito sanitario del 29 novembre 2001, costituiscono indicatori della programmazione nazionale per l’attuazione del federalismo fiscale i seguenti livelli percentuali  di finanziamento della spesa sanitaria:
    1. 5% per l’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro;
    2. 51% per l’assistenza distrettuale;
    3. 44% per l’assistenza ospedaliera.
    4. Il fabbisogno sanitario standard delle singole regioni e delle Province Autonome di Trento e di Bolzano, cumulativamente pari al livello del fabbisogno sanitario nazionale standard, è determinato applicando a tutte le regioni i valori di costo rilevati nelle regioni di riferimento (benchmark). In sede di prima applicazione è stabilito il seguente procedimento:

a)      sono regioni di riferimento le regioni che abbiano garantito l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza in condizione di equilibrio economico, come verificato dal Tavolo di verifica degli adempimenti regionali di cui all’articolo 12 dell’Intesa Stato-Regioni in materia sanitaria del 23 marzo 2005. A tale scopo si considerano in equilibrio economico le regioni che garantiscono l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza in condizioni di efficienza e di appropriatezza con le risorse ordinarie stabilite dalla vigente legislazione a livello nazionale, ivi comprese le entrate proprie regionali effettive;

b)      i costi standard sono computati a livello aggregato per ciascuno dei tre macrolivelli di assistenza: assistenza collettiva, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Il valore di costo standard è dato, per ciascuno dei tre macrolivelli di assistenza dalla media pro-capite pesata del costo registrato dalle  regioni benchmark. A tal fine il livello della spesa delle tre macroaree delle regioni benchmark:

-        è computato al lordo della mobilità passiva e al netto della mobilità attiva extraregionale;

-        è depurato della quota di spesa finanziata dalle maggiori entrate proprie rispetto alle entrate proprie considerate ai fini della determinazione del finanziamento nazionale. La riduzione è operata proporzionalmente sulle tre macroaree;

-        è depurato della quota di spesa che finanzia livelli di assistenza superiori ai livelli essenziali;

-        è depurato delle quote di ammortamento.

-        è applicato, per ciascuna regione, alla relativa popolazione pesata regionale;

c)      le regioni in equilibrio economico sono individuate sulla base dei risultati relativi al secondo esercizio precedente a quello di riferimento e le pesature sono effettuate con i pesi per classi di età considerati ai fini della determinazione del fabbisogno sanitario relativi al secondo esercizio precedente a quello di riferimento.

d)      il valore percentuale del fabbisogno regionale, come determinato in attuazione di quanto indicato al punto b), rispetto al valore totale, costituisce il fabbisogno standard regionale;

e)      il fabbisogno standard regionale determinato ai sensi del punto d), è annualmente applicato al fabbisogno sanitario standard nazionale definito ai sensi dell’articolo 1;

f)        qualora nessuna regione si trovi nella condizione di equilibrio economico come definito alla lettera a) del presente comma, la regione benchmark è individuata tenendo conto del miglior risultato economico registrato nell’anno di riferimento, depurando i costi della quota eccedente rispetto a quella  che sarebbe stata necessaria a garantire l’equilibrio;

g)      resta in ogni caso fermo per le regioni  l’obiettivo di adeguarsi alla percentuale di allocazione delle risorse stabilite in sede di programmazione sanitaria nazionale, come indicato al comma 3.

Art. 4

(Revisione a regime dei fabbisogni standard)

  1. Al fine di garantire continuità ed efficacia al processo di efficientamento dei servizi sanitari regionali, i criteri di cui all’articolo 3 possono essere rideterminati previa Intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni, comunque nel rispetto del livello di fabbisogno standard nazionale come definito all’articolo 2.
  2. Le relative determinazioni sono trasmesse, dal momento della sua istituzione, alla Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica di cui all’articolo 5 della legge 5 maggio 2009, n. 42.

Art. 5

(Disposizioni finali ed entrata in vigore)

  1. In fase di prima applicazione:

-         restano ferme le vigenti disposizioni in materia di riparto delle somme destinate al rispetto degli obiettivi del Piano sanitario nazionale, ad altre attività sanitarie a destinazione vincolate, nonché al finanziamento della mobilità sanitaria;

-         restano altresì ferme le ulteriori disposizioni in materia di finanziamento sanitario non disciplinate dal presente decreto.

  1. Resta fermo quanto previsto dall’articolo 9 del decreto legislativo 18 febbraio 2000, n. 56, in materia di sistema di garanzia per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria.
  2. Dal presente decreto non devono derivare minori entrate né nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
  3. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Costi standard: ecco il decreto del Governo. Finanziamento basato sui costi delle Regioni con i conti in attivo


individuate le Regioni di riferimento, si procederà a suddividere la spesa in tre macroaree (assistenza collettiva 5%, distrettuale 51%, ospedaliera 44%), per poi calcolare per ciascuna area la spesa media procapite calcolata suddividendo il totale per la popolazione residente pesata (ovvero parametrata tenendo conto dell’età anagrafica).
Ottenuta così la spesa procapite per area, il finanziamento da concedere alle altre Regioni si calcolerà con una semplice moltiplicazione per il numero di residenti, parlando sempre di popolazione pesata.
Da sottolineare però che dalla spesa delle Regioni di riferimento vanno sottratti i costi delle prestazioni non previste nei Lea, le entrate proprie regionali eccedenti quelle già inserite nel calcolo del fabbisogno nazionale, le quote di ammortamento dei mutui.

….

leggi tutto qui:

QS – Quotidiano Sanità: governo e parlamento – Costi standard: ecco il decreto del Governo. Finanziamento basato sui costi delle Regioni con i conti in attivo.

Regioni, prove di federalismo Tutto poggia sui costi standard


Regioni, prove di federalismo Tutto poggia sui costi standard

Sui costi standard, ovvero Sulla Sanità possibile soprattutto al Sud, quale alternativa all’attuale riparto del fondo sanitario nazionale, si gioca la partita decisiva per il disegno dei reali contorni del federalismo prossimo venturo. A partire dal 15 settembre, in Conferenza Stato-Regioni, inizia l’iter che nell’arco di alcuni mesi definirà il rapporto ottimale tra prestazioni sanitarie e costi da adottare in tutte le regioni. Il parametro di riferimento è quello di quattro governi locali considerati virtuosi. Ossia Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana. Una svolta epocale che difficilmente gioverà alla nostra regione come alle altre compagini del Sud.
In pratica viene abbandonato lo storico concetto dei Livelli essenziali di assistenza, vessillo della Sanità universalistica e finora criterio di riferimento per il riparto del fondi attribuiti alle regioni, per fare posto, appunto ai costi standard. Ora visto che la Sanità assorbe circa il 70 per cento delle risorse dei bilanci regionali, proprio sui costi standard si celebrerà un durissimo tira e molla tra Nord e Sud per accaparrarsi la maggior fetta della torta dei fondi della spesa pubblica. Inutile dire che la coperta è troppo corta per assicurare in maniera omogenea la qualità di altri servizi come trasporti, istruzione, sviluppo. Quello dei costi standard, peraltro, è anche il principale strumento di perequazione del sistema di attribuzione delle risorse derivanti dal gettito fiscale.
L’obiettivo delle regioni più ricche, capaci di giovarsi del vantaggio derivato dalla maggiore capacità economica, è dunque quello di ridurre il più possibile i costi standard per garantirsi margini più ampi su altri fronti di governo.
Il rischio è arrivare, nell’arco di alcuni anni, ad un vero e proprio razionamento delle cure nelle regioni dove sottosviluppo e disoccupazione la fanno da padrona. Già dal prossimo anno la Campania potrebbe perdere circa 1 miliardo di euro dei 10 mld attribuiti oggi dal fondo sanitario regionale. Una china che porterebbe, nell’arco di alcuni anni, ad un vero e proprio dimezzamento dei servizi. Né la Regione può opporre, allo stato attuale, validi argomenti per frenare questo processo visto che oltre mille campani, ogni anno, preferiscono migrare fuori regioni per ricevere cure alimentando un flusso di spesa improprio che ammonta a circa 450 milioni, ossia la metà dell’intero deficit annuo. Insomma a chi difende lo stato attuale viene puntualmente risposto che tutte le risorse attribuite oggi alle regioni in deficit non servono a creare servizi e cure adeguate ma solo a sperperare denaro pubblico che, altrove, avrebbe un migliore impiego.
Una delle azioni politiche che la giunta Caldoro è chiamata a svolgere ai tavoli romani riguarda proprio lo scardinamento di questo assunto oltre che lo sblocco dei 2 miliardi e passa dei fondi del Patto per la salute che il governo centrale tiene fermi da tre anni.
Patto per la salute che prevede appunto, per almeno un altro triennio, un affiancamento economico del governo alle Regioni con i conti in rosso che per la Campania vale circa 330 milioni di euro annui.
Dopo lo stop, della primavera scorsa, all’applicazione immediata dei costi standard ora il governo, anche alla luce della spaccatura con i finiani, intende compiere una scelta politica netta e per venire rapidamente incontro alle pressioni della lega. Ogni ripensamento sembra oggi del tutto improbabile. Gli argomenti per confutare il criterio dei costi standard sono riconducibile ad un unico assunto: la variabilità dei bisogni sanitari e delle prestazioni inficiano alle fondamenta un siffatto sistema sanitario nazionale. E poi: come uniformare i costi di produzione tra chi ha molti abitanti e dunque molte prestazioni e può contare su economie di scala rispetto alle piccole regioni costrette a investire su bassi numeri?
A questo punto l’unica proposta migliorativa percorribile è, da un lato investire sui centri di eccellenza (come la Campania sta facendo con il suo Piano ospedaliero) e dall’altra concepire un nuovo riparto del fondo per quota procapite corretta da altri parametri che non siano solo la anzianità della popolazione (oggi siamo al 45 per cento). I nuovi moltiplicatori sarebbero i bassi livelli di istruzione, di reddito e di consumi, ma anche la qualità dell’ambiente. Un nuovo sistema che avrebbe comunque il pregio di definire costi standard oggettivamente misurabili e di rendere più efficiente l’attuale sistema trascurando invece parametri riferibili all’assistenza territoriale e domiciliare più difficili da misurare e condensare in un dato unico. Anche perchè sulla definizion dei costi standard pesano alcuni nodi irrisolti: come ad esempio la mancanza, in molte regioni, di sistemi di contabilità analitica per scandagliare i flussi contabili e gestionali che rendono critica già oggi la rendicontazione annuale delle spese per cui il costo standard potrebbe rivelarsi poi un costo medio su cui ogni pensiero cattivo è possibile. Uno scenario in cui una sola cosa è certa: l’obiettivo del governo di risparmiare qualcosa come 10 miliardi di euro sulle cure sanitarie già a partire dal prossimo anno da devolvere ad altri settori della spesa pubblica e la durissima battaglia tra le regioni per stabilire chi e come si gioverà di tali risorse.

Regioni, prove di federalismo Tutto poggia sui costi standard.

FNP CISL – Dipartimento per le Politiche socio-sanitari, Documento sull’attuazione del federalismo fiscale


n attesa della piena approvazione dei decreti delegati dal Federalismo fiscale e di una serie di incontri con il Ministero della Salute sui temi della sanità e assistenza agli anziani e non autosufficienti, il nostro Dipartimento per le Politiche socio-sanitarie ha elaborato un documento, che alleghiamo qui di seguito, estratto dei temi trattati dal Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale) relativi ai costi standard sanitari.

Aree tematiche: Sanità , Assistenza

Allegati

PDF

Documento Fnp sui costi standard in sanità

viaFNP CISL.

Le due destre della politica italiana: Gianfranco Fini, Relazione di Mirabello, 5 settembre 2010


Nella teoria delle agende politiche sono di rilievo le date periodizzanti.

E’ probabile che la data del 5 settembre 2010 segni l’inizio del declino del berlusconismo, iniziato nel 1994.

Se così sarà, il dato politico è che non è stata la Sinistra (che per due volte – 1998 e 2006 – ha fatto fallire la prospettiva di Romano Prodi) a far concludere questi anni tristissimi, ma una variante della Destra.

I riferimenti al federalismo, alle politiche economiche, alla questione govanile, alla sicurezza, al welfare delle famiglie …..  si connettono fortemente ai contenuti di questo blog di ricerca.
Qui sotto l’audio di questo (forse) storico inizio:

Qui il testo del  discorso integrale

Stralci:

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sul “federalismo equo e solidale”:

Solo chi non conosce la storia, oltre che la geografia può pensare che la Padania esista per davvero! Bossi ha capito che quella bandiera che ha alzato per primo anni fa, anche raccogliendo l’ironia e lo scetticismo di molti, il federalismo, può essere una bandiera da alzare, che determinerebbe il compimento di quella missione storica che Bossi ha dato al suo movimento. Ma il federalismo è possibile solo se è nell’interesse di tutta l’Italia. Bossi è uomo concreto, sa che il nord ha bisogno del federalismo a condizione che sia nel nome dell’interesse generale. E potrei tranquillamente dire che nella commissione bicamerale con trenta componenti per il federalismo fiscale, il nostro senatore Baldassarri è determinante. Allora, discutiamo assieme a Lega e a Forza Italia allargata di che significa federalismo equo e solidale. È una grande questione che non si riduce al rapporto tra Calderoli e Tremonti. Si può realizzare a patto che si stabiliscano i costi standard.
Il Meridione ha tutto da guadagnare da una riforma in senso federalistico, nella quale è indispensabile valutare i costi standard nelle regioni, perchè nessuno può obiettare il fatto che i costi in Emilia Romagna non sono la stessa cosa di quelli in Calabria. Nessuno difende la spesa storica, quella in base alla quale le amministrazioni si vedevano pagare le loro spese a pié di lista, ma la definizione dei parametri di spesa non può non essere discussa, come si deve discutere dei tempi del federalismo o di cosa voglia dire fondo perequativo. Tanto più che, con questa riforma dobbiamo essere all’altezza di una ricorrenza, quella della celebrazione dei 150 anni di unità italiana, che non deve essere solo ricostruzione dei tempi storici, ma occasione per una riforma nazionale, che non lasci indietro alcune regioni, che non sia espressione di egoismo di parte ai danni di tutti. L’Italia una e indivisibile è non solo interesse del Sud, ma anche del Nord. E basta vedere cosa accade fuori dalla nostra nazione per occorgersi che se la crisi della Grecia fa tremare la Germania, la Padania non può certo sopravvivere alla crisi di un solo paese europeo o che si affaccia nel Mediterraneo. L’Italia ha il dovere di confermare la sua unità e di mettersi in competizione con gli altri paesi. Ha il dovere di fondare un nuovo patto di legislatura, che non sia più un tavolo a due gambe, né un accordo gestito con quiescenza.
Ma che fine ha fatto nel programma quel punto con il quale si pigliavano gli applausi relativo all’abolizione delle province? Che fine ha fatto quel punto del programma che prevedeva la privatizzazione delle municipalizzate? È stato sufficiente capire che in alcune aree diventavano i tesoretti di un partito per allineare la Lega alla sinistra italiana. Il nuovo patto di legislatura non è più soltanto tra Berlusconi e Bossi, ma nell’interesse di tutti, della Lega ma anche di Silvio Berlusconi. Sono convinto che nel suo realismo e pragmatismo metterà da parte l’ostracismo, anche perché non ci fermiamo

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sulla riforma della giustizia:

“come si fa a essere contrari al processo breve? Si deve lavorare per quello e dobbiamo ricordare a proposito che l’Ue ci ha condannati più volte per l’eccessiva durata, occorrono anni per sapere come va a finire. Ma la cosa che non è accettabile è che una volta che il testo che è arrivato dal Senato si stravolga con il rischio che nel momento in cui tante vittime aspettano di sapere il destino del processo li si lasci poi con un pugno di mosche in mano. La riforma va fatta per garantire i cittadini. La riforma della giustizia non può essere fatta contro la magistratura, che certamente non ha il compiuto di interferire con il parlamento. E allora discutiamo in parlamento, di come garantire a Berlusconi il diritto di governare, discutiamo anche con le parti più responsabili dell’opposizione: una dimostrazione su questo punto l’ha data Casini. Discutiamone anche delle proposte che derivano dall’opposizione, senza che i solerti consiglieri del principe hanno subito stracciato, come quella dell’avvocato Pecorella. Facciamo la riforma della giustizia senza per questo determinare però un perenne cortocircuito tra il potere politico e la magistratura.”

“E ancora più convinti di prima, portiamo avanti la lotta contro ogni forma di criminalità, compresa quella dei colletti bianchi, dei furbetti del quartierino, di chi pensa che il garantismo è impunità. Contnuiamo la lotta per la legalità, rilanciamo ildecreto anticorruzione: cosa costa rimetterlo al centro dell’attenzione del Parlamento? Discutiamo sull’opportunità di stabilire un codice etico per chi ha cariche pubbliche. Stabilendo ciò che è legale e ciò che no, ma anche ciò che è opportuno e ciò che è no. Su questi temi e su altri, lavoriamo per unire non per dividere.”

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sulla politica economica:

“È arrivato il tempo di dare vita a una sintesi, a nuovo patto tra capitale e lavoro: significa mettere i produttori di ricchezza dalla stessa parte della barricata. Una proposta che feci in occasione di quella direzione nazionale e che è caduta nel nulla, è una riforma del mondo del lavoro. Serve una politica che comprenda le esigenze del nostro mondo produttivo. I piccoli imprenditori lo sanno meglio di tutti. È importante ricordare che il tessuto produttivo è diverso da altri paesi, si basa su imprese medio piccole. Si tagli il superfluo, ma non si lesini in infrastrutture, in ricerca, in produzione di eccellenze di avanguardia. Viviamo in una fase in cui i giacimenti culturali valgono più – nella globalizzazione – dei giacimenti petroliferi. Dobbiamo investire, anche se è evidente che la coperta è corta. Sarebbe facile dire “il governo tiri fuori le risorse”. Ma dobbiamo passare dallo scontentare tutti a dire che c’è un settore su cui si deve investire, ed è il settore connesso a ciò che può dare competitività al nostro sistema produttivo. Soprattutto per le nostre imprese che esportano: non basta pensare alla delocalizzazione delle imprese, ma bisogna attrarre capitale e mettere chi vuole nelle condizioni di aprire un’impesa. Vuol dire dare attuazione ai punti qualificanti del programa del Pdl. Non voglio affondare il coltello nel burro ma nonostante il ghe pensi mi, vi sembra possibile che ancora non si conosca il nome ministro allo Sviluppo economico, in quale altro paese sarebbe possibile?
È chiaro che deve essere un ministro capace di ragionare e lavorare con il ministro dell’Economia”

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sulla questione giovanile:

“La questione giovanile è centrale, e mi piange il cuore che tra i giovani ci sia un disoccupato su quattro. C’è chi contrabbanda la flessibilità, che è invece necessaria per l’economia e per le imprese, con la precarietà permanente: dimenticano che in Germania ci sono sì molti contratti a tempo determinato, però lì le buste paga non sono certo leggere come da noi, ma spesso più corpose di quelle dei contratti a tempo indeterminato. E dobbiamo renderci conto che il patto generazionele è importante come quello tra Nord e Sud se abbiamo a cuore il governo nazionale.
Perché non è giusto che serva l’aiuto del nonno per far vivere più sereno il nipote: si è completamente ribaltato il mondo, prima spesso era grazie al lavoro del nipote che si sosteneva il nonno.
Poniamoceli questi problemi. Chiediamo ai ragazzi un impegno e quando dico andiamo avanti e non ci fermiamo, lo dico anche perché in queste settimane abbiamo visto come siano i più giovani a dirci “provateci, non vi fermate, siamo con voi”. Credo che sia estremamente bello vedere anche qui questa sera tante ragazze e tanti ragazzi che vogliono ancora credere in una politica capace di costruire il loro futuro. Il futuro della libertà. E la prima libertà è metterli nella condizione di far vedere ciò di cui sono capaci. Che fine ha fatto la rivoluzione meritocratica. Preoccupiamoci delle condizioni sociali. Credo che debba destare preoccupazioni in tutti leggere che nell’ambito della cosiddetta spesa sociale il nostro paese è uno degli ultimi paesi in Europa.”

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sulla politica sociale:

“È doveroso chiedersi visto che la società è profondamente cambiata, la spesa sociale deve essere rivolta verso quelle categorie tradizionalmente più deboli o non è il momento di investire su quella famiglia che rimane il luogo in cui da sempre si dà vita alla trasmissione di valori, si crea la condizione per la quale ci si sente figli di una comunità? Un welfare delle opportunità per i giovani, basato sulle esigenze della famiglia, soprattutto quella monoreddito. Oggi il centrodestra deve saper tradurre in realtà ciò che era stato inserito nel programma di governo.
Intervenire con con politiche a sostegno delle famiglie, vuol dire anche che se nei cinque punti c’è la riduzione del carico fiscale non possiamo annunciarlo e basta ma si deve assume l’onore di fare delle proposte. E noi queste le abbiamo fatte: interveniamo ad esempio sul cosiddetto quoziente famigliare, che faccia si che chi ha a casa più figli o un disabile abbia poi un carico fiscale diverso dagli altri.”

LUCA RICOLFI, Il tassello che manca al federalismo fiscale – LASTAMPA.it


Apparentemente, il cammino del federalismo fiscale procede spedito. Sono già quattro i decreti delegati varati dal governo, ultimo quello sul «fedealismo municipale», in via di definizione in questi giorni. Altri decreti seguiranno a breve, a completamento di una riforma che è la ragion d’essere della Lega.

C’è un problema, però. Per quanto quasi tutti i politici si esercitino in giudizi (positivi per la maggioranza, negativi per l’opposizione), la realtà è che il cammino del federalismo fiscale è semplicemente N.C. (non classificabile), come certi allievi a fine quadrimestre, quando hanno un numero di interrogazioni e compiti in classe troppo esiguo per consentire all’insegnante di calcolare una media.

Perché è difficile formulare un giudizio?

Perché il federalismo va avanti per scatole vuote di numeri. La legge delega (5 maggio 2009) era naturalmente e giustamente una scatola vuota, perché conteneva solo principi generali, come si addice a una legge delega. Ma anche la Relazione sul Federalismo Fiscale presentata dal Governo il 30 giugno scorso, assolutamente meritoria per lo sforzo di dipanare in qualche modo la giungla della finanza pubblica, era tuttavia di nuovo una scatola sostanzialmente vuota, perché – pur piena zeppa di utilissime tabelle – non conteneva né costi standard né obiettivi di bilancio precisi per Regioni, Province e Comuni, bensì solo vaghe indicazioni di metodo, nonché la specificazione di quali Enti dovranno in futuro fare i calcoli.

In questo caso la mancanza di indicazioni quantitative precise era assai meno giustificata. Il grave, però, è venuto con i primi decreti delegati, anch’essi vuoti di numeri e pieni di rimandi a passaggi successivi. Qui l’assenza di cifre precise e di regole stringenti non era prevista e non è giustificata, anche se non è difficile comprenderne le ragioni: quasi nessuno, fra i politici, sembra aver capito in tempo che per decollare sul serio il federalismo fiscale avrebbe dovuto essere studiato nei minimi dettagli per almeno 2-3 anni.

Stante questa assenza di indicazioni quantitative non me la sento di dare alcuna valutazione sull’ultimo decreto delegato, quello relativo al fisco municipale, che dovrebbe dettare le regole di finanziamento delle spese dei comuni, ma in realtà ancora una volta rinuncia a mettere dei numeri precisi nelle caselle chiave. Eppure è quello che avrebbe dovuto fare. Se non fossimo terribilmente indietro, leggendo il decreto delegato sul fisco municipale il cittadino di ogni singolo comune dovrebbe venire a conoscenza di almeno due cifre: quanto il comune è autorizzato a spendere (y), quante imposte dovrebbero versare i suoi cittadini (x). Queste due cifre non si sanno, e chissà quanti mesi o anni dovranno passare prima che si conoscano.

Ma non è tutto. Se il federalismo fosse oggi qualcosa di più che una manifestazione di intenti, i decreti delegati avrebbero già sciolto i due nodi fondamentali della sua applicazione, che chiamerò nodo della perequazione e nodo della chiusura.

Nodo della perequazione. E’ ragionevole che i territori più poveri, avendo un gettito potenziale minore, ricevano una sorta di contributo di solidarietà da un fondo perequativo, alimentato dal gettito dei territori più ricchi. Ma non è mai stato chiarito in modo esplicito se la perequazione dovrà colmare la capacità fiscale mancante, dovuta al fatto che il territorio debole ha redditi più bassi, o dovrà colmare invece il gettito mancante, che spesso dipende anche, in misura tutt’altro che trascurabile, dalla maggiore evasione fiscale.

Esempio: il comune X ha un fabbisogno standard di 100, una capacità fiscale di 70, un gettito di 40 (perché l’evasione fiscale è molto alta). Il fondo perequativo gli assegna solo 30 (100-70=30) o gli assegna 60 (100-40=60) ? Nel primo caso si crea un incentivo a combattere l’evasione fiscale, nel secondo caso l’evasione fiscale è premiata. Il primo meccanismo è virtuoso, ma difficile da mettere a punto perché presuppone la conoscenza della capacità fiscale di un territorio relativamente a uno specifico gruppo di imposte (quelle immobiliari, nel caso dei comuni). Il secondo meccanismo è vizioso, ma facile da applicare perché il gettito, a differenza della capacità fiscale, è perfettamente noto. Il rischio è che si vada verso una soluzione ibrida, in cui il meccanismo vizioso (basato sul solo gettito) viene corretto con un meccanismo premiale, che dà qualche contentino ai comuni che riescono a dimostrare di aver contribuito alla lotta all’evasione fiscale. Sarebbe una vera sciagura, se non altro perché la determinazione delle cifre spettanti a ogni comune – anziché essere automatica – avrebbe una componente negoziale molto rilevante, con conseguente aumento dell’arbitrarietà e dell’incertezza legate ai capricci della politica.

Nodo della chiusura. Contrariamente al governo, non penso che il difetto principale della “finanza derivata”, ossia del sistema che è stato in vigore in Italia negli ultimi 40 anni, sia il peso eccessivo dei trasferimenti statali rispetto alle entrate proprie delle amministrazioni locali. E conseguentemente non penso che, riducendo i trasferimenti dal centro e aumentando i tributi locali, Regioni, Province e Comuni si metteranno in quadro. Il vero difetto del vecchio sistema, che potrebbe benissimo riprodursi nel nuovo, è la mancanza di un meccanismo automatico – fissato da una norma perentoria e inaggirabile – che specifichi come si chiudono i conti. Un meccanismo che escluda l’intervento salvifico dello stato centrale e obblighi l’amministratore locale responsabile del deficit a far pagare ai suoi cittadini un’imposta specifica, esplicitamente collegata al deficit stesso. Una sorta di “imposta di ripiano” (IdR), che scatta immediatamente e inesorabilmente dopo la pubblicazione del bilancio consuntivo di ogni anno. Un’imposta che potrebbe anche, in caso di avanzo di bilancio, capovolgersi in un’imposta negativa, ossia in un assegno (beneficio) staccato a ogni cittadino a certificazione del buon governo.

Conclusione ?

Nessuna, per ora. Solo la convinzione che senza numeri precisi, senza meccanismi automatici – primo fra tutti l’imposta di ripiano – la nostra fiducia nei benefici del federalismo fiscale resta un puro atto di fede.

Il tassello che manca al federalismo fiscale – LASTAMPA.it.