gli audio di alcune conferenze di GEOPOLIS organizzate dal dipartimento Storia e Filosofia del Liceo Scientifico Paolo Giovio di Como in collaborazione con il Gruppo Giovani Industriali di Confindustria di Como, 2010 e 2013


vai a   http://www.segnalo.it/Audio%20LIBRI/Geopolis.htm

 

Dipak R. Pant, SCENARI PER UN FUTURO SOSTENIBILE, Como 7 marzo 2013, All’interno del programma di conferenze CHE FINE HA FATTO L’AVVENIRE? IDEE PER UN FUTURO DESIDERABILE, a cura del prof. Claudio Fontana e organizzato dal Liceo Scientifico e Linguistico Paolo Giovio dal gruppo giovani industriali Confindustria


          

Dipak Pant , docente di sistemi economici comparati e antropologia applicata,  Università Liuc  Castellanza                             

dipak pant136

geopolis163Audio della lezione e delle risposte alle domande:







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Como: OBIETTIVO CITTÀ MURATA, Tavola rotonda organizzata dall’associazione Chiave di Volta, 24 novembre 2012


OBIETTIVO CITTÀ MURATA

Palazzo Volpi, via Diaz 84, dalle 9, ingresso libero

Tavola rotonda organizzata dall’associazione Chiave di Volta. Programma:
- ore 9 registrazione dei partecipanti;
- ore 9.15 saluto delle autorità;
- ore 9.30 Città murata, patrimonio culturale. Il tracciato romano sottostante la città murata, oggetto degli studi di Gianfranco Caniggia negli anni Sessanta e Settanta, haa avuto verifiche, conferme e negazioni negli scavi archeologici. Quali sono stati negli ultimi quattro decenni gli approfondimenti teorici e applicativi? Alcuni centri storici di fondazione romana sono tati valorizzati mettendo in luce porzioni consistenti di archeologia antica, in Italia e all’estero. Intervengono Isabella Nobile, direttrice Musei civici di Como con Aggiornamenti su Como romanaMarco annazaro, Università Cattolica di Milano e Brescia con Esperienze di archeologia urbana a Brescia, possibile modello per il recupero della memoria storica di una città di antica fondazione;
ore 10 La città storica: restauri e interventi, studi e ricerche.Interviene Maria Grazia Soldini, architetto, restauratore di Palazzo Odescalchi;
- ore 10.15 Idee giovani: contributi di neolaureati, dottorandi, ricercatori. Roberta MacchiaSotto il parcheggio le terme romane? Tesi di laurea Università Cattolica Milano; Filippo Magatti e Nicolò ZugninoPercorsi medioevali a Como. Tesi di laurea Politecnico di Milano; Elena RizziDipinti ottocenteschi sul centro storico. Tesi di laurea, Università Cattolica, Milano; Lucia TenconiLa Cortesella e la politica del “piccone demolitore” 1933 –  1939. Dottorato Politecnico di Torino; Lara GiamminolaStreet art, Tesi di laurea Università Statale, Milano;
- ore 11.15 pausa caffè
- ore 11.30 Urbanistica e tutela per il centro storico, prima e dopo di Darko Pandakovic;
ore 11.45 Significato della città murata. Significati diversi per chi ci abita, lavora, va a scuola, è di passaggio, fa shopping, compra o vende immobili, apre o chiude negozi, affitta o gestisce bed & breakfast, visita monumenti di storia e di arte contemporanea. Interventi di Alessio Brunialti, Gerardo Monizza, Milly PozziElena Di Raddo e Giusy Lucini;
- ore 12.30 Significato della città murata e aspettative:contributi di soci e simpatizzanti

NdA: giusto! Oggi la Città Murata, domani il mondo…
http://www.chiavedivolta.org

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MATER TERRA: Letture da Esiodo, Lucrezio, Virgilio, Seneca, Goethe, Nietzsche, Schmitt. Interpretazione: Monica Guerritore e Roberto Herlitzka. Commentano: Massimo Cacciari e Cornelia Isler-Kerényi


Centro Studi “La permanenza del Classico”- Università di Bologna, Dipartimento di Filologia Classica e Medioevale.
“Madri” (2007).
Giovedì 10 maggio 2007.
“Mater terra”
Commentano: Massimo Cacciari e Cornelia Isler-Kerényi.
Letture da Esiodo, Lucrezio, Virgilio, Seneca, Goethe, Nietzsche, Schmitt.
Interpretazione: Monica Guerritore e Roberto Herlitzka.
Fonte video: sito internet Università di Bologna.

Vivere insieme, a cura di studio tamassociati Cohousing e comunità solidali, editore Altreconomia


Vivere insieme 
di A cura di studio tamassociati

Cohousing e comunità solidali 

Manuale pratico con strumenti e informazioni per chi desidera coabitare, creare un cohousing o iniziare un’altra esperienza di vita in comune.

L’erba del vicino… è anche mia! Il cohousing è un’esperienza di “vicinato elettivo e solidale” che affianca al proprio alloggio privato spazi comuni e servizi collettivi. Un nuovo modo di abitare che privilegia le relazioni, permette di compiere scelte virtuose dal punto di vista ambientale e sociale – dal car sharing alla costituzione di gruppi d’acquisto solidali – e, non ultimo, di risparmiare. 
Ma come iniziare? Questo libro offre uno “starter kit” completo per il futuro cohouser: dalle motivazioni individuali alla formazione del gruppo, dal metodo partecipativo al “regolamento”, dal budget finanziario fino alla scelta degli spazi comuni e alla costruzione vera e propria. “Vivere insieme” non trascura altre “coabitazioni”: una panoramica delle comuni e delle comunità, degli ecovillaggi e dei condomini solidali in Italia, nati per abitare in modo differente. 
Prefazione di Marianella Sclavi. 

studio tamassociati architettura e comunicazione per il sociale. 
È uno studio tecnico e creativo attento a valori quali equità, 
sostenibilità, beni comuni. Coniuga impegno civile e professione.
http://www.tamassociati.org


Disponibile dal 26 ottobre 2012

da  Altreconomia :: Vivere insieme.

Ugo Albano su un mio articolo: CRISI ECONOMICA COME OCCASIONE DI CRESCITA?


CRISI ECONOMICA COME OCCASIONE DI CRESCITA?

Grazie al prof.  Paolo Ferrario  si inizia a dibattere anche nel nostro Paese della crisi economica in termini positivi. Invito chi è interessato al tema a leggersi questo  articolo , sviluppato attorno ai consumi italiani in tempo di crisi.  Si tratta di un argomento che inizia ad essere dibattuto anche nel nostro Paese, ovvero di un modello di sviluppo diverso dal consumismo senza limite ed uno stile di vita più sobrio e paradossalmente più vicino all’economia locale. A mio modo di vedere si tratta  anche di una questione culturale ed educativa: è il “limite” una risorsa per stare bene?

Ugo Albano.

Bicocca Green day 2012: sostenibilità alimentare, quali strategie?, unibicocca


Esperti provenienti da diversi settori hanno presentato, in occasione del Bicocca Green Day 2012, organizzato dall’ufficio Mobility Manager dell’Università di Milano-Bicocca, dati, ricerche e linee guida per migliorare la sostenibilità lungo la filiera alimentare e ridurre gli sprechi.

Serge Latouche, I nostri figli ci accuseranno?, 3 Giugno, | Festival dell’Economia di Trento 2012, Audio della relazione


Riprendendo in forma interrogativa il titolo del film di Jean-Paul Jaud, si affronterà la questione del rapporto tra generazioni alla luce dell’attuale crisi economica. L’economia tradizionale è sorda alla realtà dell’Antropocene e sacrifica le generazioni future ricorrendo all’espediente di un tasso di attualizzazione mistificatore. È urgente uscire dall’economia e costruire una società della decrescita.

introduce Eric Jozsef

il circolo virtuoso delle 8 E:

DA Gli eventi di Domenica, 3 Giugno, 2012 | Festival Economia 2012.

Intervista a Emanuele Severino. 
L’ossimoro del capitalismo ecologista, Il manifesto, 3 luglio 2011


«Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terraComunque, è tutt’altro che condivisibile l’auspicio di una crescita indefinita.»

Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?

«Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica – la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza – ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent’anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni.»

Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.

«In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»

E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.

«Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente).»

La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.

«Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »

Il problema esiste da decenni… Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni ’50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.

«Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d’accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile… Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»

Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi…) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo

«È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»

Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.

«È da guardare con diffidenza – ma non voglio sembrare cinico – l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»

Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?

«In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria “base naturale”, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre – quel poco che ne rimane – sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.

«Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell’umanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali – ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni “visione del mondo” e “ideologia” – si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l’«individuo» – come il «capitalista» – si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione. »

Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili…

«Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo – ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione – è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura – anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo – l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.

«No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c’entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo).
E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici… E questo in qualche misura significa condizionarli…»

«Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi…»

Si diceva che le sinistre – a parte l’impegno per la difesa del lavoro – non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’Internazionale. Tentare di guardare un po’ più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?

«Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».

Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.

«Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»

In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica…

«Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»

È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità… Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?

«Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»

Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire…, operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica?

«È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile.»

Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso… Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati… A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?

«Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».

Michel Serres: Tempo di crisi, scheda di presentazione a cura di Teca Libri


Michel Serres: Tempo di crisi, Bollati Boringhieri

Indice


  9     Prologo. Definizioni della parola crisi

 13 1.  Sei eventi

        Novità millenarie, 13
        La crisi globale, 27

 39 2.  Le cose del mondo

        Gioco a due e gioco a tre, 39
        La Biogea, 45
        Il detto del mondo o la terza rivoluzione sulla Terra, 49

 62 3.  Il sapere e le condotte

        L'avvenire delle scienze, 62
        Due giuramenti, 76 81     Epilogo. Come uscire dalla crisi?

vai a: TecaLibri: Michel Serres: Tempo di crisi.

Paolo Ferrario, Città e lavori “green” per la salvezza della Terra | Muoversi Insieme


La Terra ha quattro miliardi di anni, l’uomo ha cominciato a conquistarla e a dominarla duecentomila anni fa ed è dal 1950 che sono state provocate le più radicali alterazionisugli equilibri che si sono lentamente formati nel corso delle precedenti ere temporali.
La questione fondamentale dei prossimi decenni è riassunta in questa domanda: vogliamo invertire la rotta e salvare il nostro habitat?
Il recente film Home, La nostra terra, attraverso la bellezza delle immagini riprese dall’alto, narra in irripetibile forma visiva la vicenda evolutiva prima riassunta e flebilmente sostiene che è ancora possibile.
C’è dunque da riporre fiducia nelle Green Economies, ossia nelle economie che usano con efficienza le energie e le materie prime e che sono capaci di intervenire sugli ecosistemi senza danneggiarli.
In fondo, si tratta di tornare alle origini e ai valori della stessa “economia” la cui radice etimologica è amministrazione della casa.

….

segue qui:

Istat, Annuario statistico italiano 2010


Annuario statistico italiano 2010

archivio Annuari
file zip
Annuario statistico italiano 12,2 Mb (download completo: volume .pdf + tavole .xls)
Per la navigazione interattiva aprire il file “avvio.pdf”
file zip Tavole statistiche 3,24 Mb (formato .xls)

Capitoli
(pdf)
Tavole
(xls)
file pdf Indice – Presentazione – Avvertenze – Indice delle tavole
Capitolo 1 file pdf Ambiente e territorio file zip
Capitolo 2 file pdf Popolazione file zip
Capitolo 3 file pdf Sanità e salute file zip
Capitolo 4 file pdf Assistenza e previdenza sociale file zip
Capitolo 5 file pdf Conti economici della protezione sociale file zip
Capitolo 6 file pdf Giustizia file zip
Capitolo 7 file pdf Istruzione file zip
Capitolo 8 file pdf Attività culturali e sociali varie file zip
Capitolo 9 file pdf Lavoro file zip
Capitolo 10 file pdf Elezioni file zip
Capitolo 11 file pdf Famiglie e aspetti sociali vari file zip
Capitolo 12 file pdf Contabilità nazionale file zip
Capitolo 13 file pdf Agricoltura file zip
Capitolo 14 file pdf Industria file zip
Capitolo 15 file pdf Costruzioni file zip
Capitolo 16 file pdf Commercio interno file zip
Capitolo 17 file pdf Commercio con l’estero file zip
Capitolo 18 file pdf Turismo file zip
Capitolo 19 file pdf Trasporti e telecomunicazioni file zip
Capitolo 20 file pdf Credito, assicurazioni, mercato monetario e finanziario file zip
Capitolo 21 file pdf Ricerca, sviluppo e innovazione file zip
Capitolo 22 file pdf Prezzi file zip
Capitolo 23 file pdf Retribuzioni file zip
Capitolo 24 file pdf Risultati economici delle imprese file zip
Capitolo 25 file pdf Finanza pubblica file zip
Capitolo 26 file pdf Censimenti file zip
file pdf Glossario – Note metodologiche – Bibliografia – Indice analitico

da: Contenuti.

Paolo Ferrario, Riparare, Riusare, Ridurre per vivere meglio: comportamenti individuali e politiche ambientali, pubblicato in Muoversi Insieme di Stannah


Gli over 60, nati attorno alla metà del Novecento, hanno vissuto tempi di trasformazione storica profonda che ha inciso sui comportamenti quotidiani: sono cambiati i beni e i servizi, gli alimenti, le case, i modi di muoversi in città. Il riflesso condizionato delle persone in procinto di percorrere la prevecchiaia e la vecchiaia è quello di resistere, almeno con la psiche, ai mutamenti sociali. Ma il processo è ineluttabile e allora vale la pena di vederne anche gli aspetti positivi e divertenti.
Prendiamo gli oggetti che ci circondano e, visto che ne abbiamo memoria, guardiamoli (anzi: ri-guardiamoli) e riflettiamo su come essi si sono intrecciati alle nostre storie individuali …

segue su questi punti :

  • il riemergere della“cultura del riuso”
  • la ricerca di Guido Viale, La civiltà del riuso e di altri autori (Latouche, Attali, Fabris, Rampini)
  • Ridare vita agli oggetti usati
  • vantaggi (e si potrebbe dire anche la bellezza, il gusto e la gioia) di elaborare strategie del “riuso”
  • tipologie dei “riutilizzatori”
  • gli effetti sulle politiche ambientali

Vai all’intero articolo qui:

Guido Viale, La civiltà del riuso Riparare, riutilizzare, ridurre, Laterza editore, 2010. Recensione di Paolo Ferrario


….

Recentemente il sociologo del lavoro Guido Viale, nel libro La civiltà del riuso, ha messo sotto attenzione quanto sta succedendo in gruppi minoritari che anticipano possibiliscenari futuri.
Un capitolo è dedicato ad alcune biografie particolarmente espressive. C’è il ricordo di un padre che ogni volta che andava da un rottamaio a cercare un pezzo di automobile “tornava a casa con la faccia di uno che abbia passeggiato per due ore nel paradiso terrestre”. La moglie, più semplicemente, era sempre dispiaciuta quando veniva buttata via della roba che era ancora utilizzabile o addirittura bella, anche se non più di moda. Per lei il recupero più che una passione era sempre stato sentito come un dovere, un compito, perché “ogni pezzo di legno prima era un albero vivo e dunque buttare via una seggiola buona è un’azione da stupidi in quanto gli alberi sono belli”.
La seconda biografia è quella di   ….

Torniamo quindi all’origine del nostro ragionamento: a nostro giudizio, il riemergere della“cultura del riuso” degli oggetti (tipico delle generazioni del primo Novecento) è uno dei segnali del cambiamento di cui parlano tutti gli autori citati. Un altro è la progressiva affermazione del mercato dell’usato come un elemento importante delle economie. La conferma arriva da un’indagine della Camera di commercio di Milano, che parla di una crescita di questo segmento del 35% dal 2004 al 2009, con una presenza sul territorio nazionale di 3.433 esercizi commerciali e con 892 nuove aziende. Tra le prime dieci province per numero di imprese, in netta crescita Roma (+83,3%), Brescia (+52,2%), Milano (+38,4%), Torino (+37,4%).
Ridare vita agli oggetti usati è un’azione che si riflette dentro le nostre soggettività (può diventare un piacere) ma è anche un fattore di risparmio. E, come diceva l’economista della crisi degli anni Trenta, John Maynard Keynes, “il risparmio è anche un investimento”.
Torniamo a Guido Viale, lo spunto originario di questa ricerca, il quale scrive: “Ci sono cose che esistono da sempre o da molto tempo e che noi continuiamo ad usare. Innanzitutto il nostro pianeta, poi le montagne, i fiumi, i laghi, il mare, i boschi, il paesaggio. Poi le cose artificiali, fatte da noi umani: le città, le strade i ponti, gli edifici. Poi molti oggetti: soprattutto quelli che fanno parte dell’antiquariato. Poi, un antiquariato di seconda categoria, fatto di oggetti nati più di recente che chiamiamo modernariato, dentro il quale può essere fatto rientrare anche quello che ci è stato lasciato dai nostri genitori o dai nostri nonni”.
Cosa facciamo di queste cose?  ….

l’intera recensione è qui:

Paolo Ferrario, Il Paesaggio dentro e fuori di noi, in Blog di Stannah | Muoversi Insieme


A ciascuno il suo… paesaggio!

In vacanza capita spesso di fermarsi a guardare il paesaggio dal punto panoramico della località che stiamo visitando. Proviamo a fare un test con gli amici che si sono affacciati con noi: tolti gli elementi più importanti, quasi certamente non avremo notato tutti le stesse cose. L’osservazione, infatti, è fortemente condizionata dal nostro modo di essere: addirittura c’è chi teorizza che il paesaggio, in sé, non esista, bensì sia frutto della nostra soggettività. Dell’affascinante argomento parla Paolo Ferrario nell’articolo che pubblichiamo oggi nell’area Magazine, settore Socialità.
Il nostro esperto si sofferma sul significato dello “stare a guardare” come stimolo per imparare a riconoscere i segni del tempo su ciò che ci circonda. Magari, potremmo ravvisare le tracce del vecchio borgo originario nascosto tra i palazzoni tirati su negli anni Settanta, oppure potremmo considerare esteticamente interessante persino un’area industriale dismessa e riadattata ad altro scopo. Il paesaggio, in definitiva, parla dell’uomo e della sua storia: prestargli attenzione nei momenti di relax potrebbe aiutarci anche a riconsiderare in maniera differente quello che vediamo tutti i giorni sotto casa nostra
Alessandra Cicalini

Friendly – Almanacco della società italiana, a cura di Laura Balbo,Anabasi, Milano 1993


Friendly – Almanacco della società italiana, a cura di Laura Balbo, Anabasi, Milano 1993


Il progetto

Abbiamo messo insieme un album di tracce e immagini friendly. Ci interessava capire se attraverso notizie di cui leggiamo sulla stampa, o qualche informazione più approfondita che ci arriva, in qualche modo si intuisca e si tematizzi la dimensione friendly. Sono frammenti, accenni, flash, raccolti nell’arco dell’anno che è passato, e che proponiamo all’inizio del 1993.

La pubblicazione che presentiamo è un numero zero. La riproporremo negli anni a venire, pur consapevoli del fatto che friendly, la nostra parola chiave, e l’idea stessa di questo progetto possono sembrare paradossali, fuori luogo, sbagliate. Nel corso dell’anno in effetti ci siamo chiesti – man mano che, con drammaticità imprevista, il quadro si faceva più negativo – se aveva senso mantenere la prospettiva che ci eravamo dati. Ma non pensiamo si possa continuare a vivere senza uno scenario in avanti. Al presente nessuna proposta viene avanzata, non ci sono progetti collettivi, che mirino a costruire, inventare, innovare, appunto rispetto alle condizioni della vita quotidiana.

E un progetto, dunque, su cui vogliamo continuare a lavorare; dandogli, se sarà possibile, respiro comparativo a livello europeo.

L’obbiettivo è di svolgere una funzione di tematizzazione; forse, di anticipazione. Questa idea, di cui cogliamo frammenti e tracce, vogliamo che se ne ragioni, che trovi spazio nel dibattito sul sociale, che sia messa in circolazione nelle teste e nei discorsi.

Tracce di vivere friendly ne abbiamo trovate: sono esempi di strategie individuali e di organizzazione dal basso e di autorganizzazione; sono ‘ idee innovative, sperimentazioni, applicazioni di ‘ tecnologie e progetti significativi. Quelle di cui ci occupiamo sono in genere notizie che non stanno nei titoli ne nelle prime pagine: sono confinate nella cronaca, spesso liquidate in pò- . che righe. Tuttavia ce ne sono: non sempre facili da interpretare; alcune, in verità, assai ambigue. Abbiamo incluso anche il falso friendly. E ci sono fatti che paiono andare nella direzio- i ne friendly, ma informazioni successive mettono in forse che siano davvero tali; iniziative che sono state bloccate o che comunque non sono andate avanti; indizi apparentemente friendly, ma non ne eravamo del tutto sicuri.

‘ Seguendo questo filo di ragionamento, abbiamo, molto semplicemente, selezionato e raccolto, dalla stampa quotidiana del 1992, notizie che in qualche modo alludessero a una dimensione , friendly di rapporti o regole sociali. Queste immagini e tracce – esili, frammentate – le proponiamo, e proponiamo di rifletterci su.

Riguardano attività e luoghi del vivere quotidiano: l’abitare, lo spostarsi, il sentirsi sicuri, lo stare bene, quanto si aspetta e che aria si respira e che acqua si beve. Dunque, non gli eventi pubblici, la politica e l’economia, le guerre e le relazioni internazionali: ciò che soprattutto riempie i giornali. Neppure riprendiamo previsioni di difficoltà, disfunzioni, inefficienze, disastri: è prevalentemente in questa chiave che ci vengono presentati i dati dell’esperienza quotidiana, mentre assai minore è l’attenzione prestata a dati e fatti del vivere “normale” e quotidiano. Quando qualcuno se ne occupa, è per drammatizzare il “caso umano” e giocare su aspetti di sensazionalismo o di scandalo. Notizie che magari ci colpiscono, ma che non parlano di “noi”. Aggiungiamo che il peso delle informazioni un-friendly sul totale raggiunge probabilmente il novantanove percento di tutte quelle pubblicate, tanto che anche a noi, nel fare questa rassegna, è stato diffìcile non farci assorbire dai fatti disastrosi della quotidianità italiana, onnipresenti e tanto drammatici; dalle innumerevoli vittime di violenza, sopruso, abbandono; dai segnali di impotenza e sfiducia. Ne è piena, non solo l’informazione, anche la nostra vita.

‘ Sommersi come siamo da un flusso di informa-, zioni tarate in modo diverso, noi stessi siamo ; orientali al “peggio”; segnati in questo senso nell’immaginario cosi come nella memoria. I segnali friendly vale allora la pena di farceli tornare all’attenzióne.

Il libro presenta queste notizie, spesso ignorate i o dimenticate. Esplora, mette insieme, propone:  è a un tempo una mappa, un catalogo, una vetrina dell’offerta che è possibile trovare: fatti segnalati, iniziative, idee, programmi, prodotti, i contesti organizzativi, sperimentazioni in atto. Ciò che offre il mercato, o che viene sperimentato in istituzioni del sociale, o ancora, pratiche e “invenzioni” individuali.

E probabile che a coloro che si occupano specificamente, o magari professionalmente, dell’uno o dell’altro aspetto,quel che abbiamo da dire sia ben noto; e che dispongano di molte altre informazioni. La ricomposizione che abbiamo tentato, se si guarda a specifici settori o temi, apparirà parziale, forse inutile. Ma il quadro complessivo, con ogni probabilità, in questo momento non lo ha nessuno.

Abbiamo cercato di descrivere i dati e le condizioni propri della nostra società cosi come si presentano a chi ci vive. Abbiamo dato grande spazio alla dimensione fìsica e simbolica dei contesti locali, concreti, del vivere quotidiano. Però ci guardiamo anche intorno, viaggiamo, leggiamo giornali stranieri, abbiamo contatti, occasioni di lavoro in giro per il mondo. Dunque, il quotidiano corrisponde a una dimensione locale che però è dentro-l’Italia-dentro-l’Europa-dentro-il-mondo. Per usare una categoria più generale, corrisponde all’esperienza del vivere nella tarda modernità, nel senso che Anthony Giddens e Ulrich Beck danno a questo termine.

Operativamente, si è proceduto in questo modo: il comitato scientifico ha impostato le scelte di concettualizzazione e le ipotesi complessive. Il gruppo di lavoro ha messo a punto i criteri metodologici relativi alle fonti da utilizzare, a come selezionare ” il materiale e a come organizzarlo. Lo spoglio della stampa è stato fatto su diciotto quotidiani nazionali, scelti per assicurare la pluralità delle voci e una soddisfacente varietà territoriale, nel periodo dal gennaio al dicembre 1992, e su alcuni settimanali. Non facciamo invece riferimento a pubblicazioni specializzate, mentre, occasionalmente, abbiamo ripreso notizie da pubblicazioni straniere e mensili.’ Nel riportare i dati2  abbiamo scelto in base all’efficacia della presentazione, al fine di richiamare alla memoria informazioni o, anche, emozioni: è per questo motivo che i quotidiani a ‘ carattere nazionale sono i più presenti. Rileggendo i ritagli e guardando le immagini ci si sente sollecitati, si ricorda, si riflette a quanto nel corso di un anno ci ha raggiunto, senza che ci sia stato tempo per elaborare questi stimoli. Ritroviamo eventi di un passato vicino, poi mai sviluppati. Ci domandiamo, per esempio: che ricadute hanno avuto, che cosa è successo dopo, si riproporranno in futuro? E soprattutto: possono servirci in qualche modo per cogliere linee di tendenza, per individuare l’agire secondo rapporti e regole friendly, o anche solo il desiderio di qualcosa che vada in quella direzione?

Qualche cenno sull’organizzazione del testo. Abbiamo lavorato su nove aree, che corrispondono ad attività e ambiti centrali del vivere. Sono:

Abitare, Aspettare, Essere consumatori e utenti, Natura-aria-acqua, Sentirsi sicuri, Starbene, Sposarsi, Tempo-per-sé, Vivere-con. Per ciascuna vengono presentati i ritagli di stampa che abbiamo selezionato (proposti in modo breve, con le stesse parole dei giornali da cui li abbiamo tratti, e senza commenti) e immagini: alcune di cronaca, , che si riferiscono agli stessi avvenimenti, alcune evocative; per illustrare la dimensione friendly, ma, altre, per ricordarci il contesto unfriendly in cui quotidianamente si vive.

Segue un commento, che è lo spazio in cui si cerca di ricollegare i fili del ragionamento. A questo fine, abbiamo chiesto ad alcuni studiosi della società italiana – che consideriamo sensibili a una proposta di lavoro in questa direzione, e in grado di fornire un contributo sia critico sia di arricchimento -, di interpretare con noi i dati. Soprattutto abbiamo provato a ragionare insieme sulle tracce raccolte (come leggerle, che implicazioni potrebbero avere) e sull’ipotesi complessiva. Ha senso, abbiamo chiesto -sulla base delle conoscenze e delle idee che ciascuno ha per il proprio settore di lavoro – mettere la dimensione friendly al centro di una analisi e di una proposta? Quali nodi emergono, alcuni dei quali riusciamo ad approfondire, mentre altri li segnaliamo soltanto?

I principali ambiti disciplinari e teorici di riferimento sono gli studi sulla “modernità”, sull’”innovazione sociale”, e sulla “vita quotidiana”. Ci sono stati suggeriti riferimenti alla letteratura e al dibattito, non soltanto sociologici; ci sono state fornite conferme, ma anche manifestate perplessità. Abbiamo dato spazio a proposte di integrazione, e a idee per ricerche da fare in futuro, e anche ad (apparenti) divagazioni.

‘ Per integrare e approfondire, ma soprattutto per andare oltre, abbiamo incluso un certo numero di tabelle e grafici (il testo non ha note; e soltanto pochi riferimenti bibliografici, relativi a contributi recenti). E per ogni voce presentiamo alcune schede, intese a definire un concetto, a illustrare con un esempio un’ipotesi innovativa, e in molti casi ad aprire un passaggio ulteriore. Infine c’è un breve glossario: sarebbe utile costruire, su questi temi, un linguaggio comune.

Una precisazione va fatta: le nove aree coprono solo parzialmente le attività e gli ambiti che con

sideriamo rilevanti (avevamo inizialmente previsto di elaborare anche comunicare, denaro, e lavorare). Ci sembra comunque che il materiale che presentiamo basti per cogliere il senso dell’esperimento che con questa pubblicazione abbiamo voluto fare. Completare e arricchire il lavoro avviato è ciò che ci proponiamo per il futuro.

(L’anno che è passato, è anche il caso di osservare, sembra corrispondere ad un momento particolare per la società italiana: si notano forti indicazioni di discontinuità, anticipazioni di qualcosa che potrebbe essere diverso, anche e forse i soprattutto nel contesto della vita quotidiana. Tutto questo andrà tenuto sotto osservazione.

Va detto infine che per l’una o l’altra area emergono connotazioni che caratterizzano l’Italia nel confronto con altri paesi, o che suggeriscono interrogativi su possibili sviluppi futuri. Una fonte !, che abbiamo trovato utile per ragionare sul “caso italiano” è la serie di pubblicazioni intitolate Recent Social Trends^ apparse nell’autunno 1992 come risultato di un progetto di ricerca internazionale. Non esiste uno studio “gemello” per l’Italia; tuttavia questo costituisce un riferimento e uno stimolo per dei ragionamenti compa-’ rativi, che abbiamo qualche volta suggerito^

Nel futuro intendiamo rendere questo progetto più interdisciplinare. Andrà raccolta una maggiore quantità e gamma di informazioni, utilizzando altre possibili antenne per cogliere la dimensione friendly, dovunque la si riesca ad individuare. Sarà forse adottata una metodologia diversa.

E vogliamo fare comunicazione su questi temi. Il progetto, la forma grafica, il linguaggio, mirano a far si che non si rimanga nell’ambito di interesse di qualche “specialista del sociale”. Sulla dimensione friendly, ci sembra utile che si sia in molti a interrogarsi.

; E osserviamo infine che, nel corso di un anno ; straordinariamente unfriendly, lavorare in que-i sta prospettiva ci ha fatto riflettere; e anche, un ‘ poco sollevato.

‘ I quotidiani sono: Corriere della sera, la Repubblica, La Stampa, II Sole-24 Ore, L’Indipendente, II Giorno, II Giornale, II Messaggero, II Resto del Carlino, La Nazione, II Mattino, II Secolo XIX, Roma, II Gazzettino, l’Unità, il Manifesto, Italia Oggi. I settimanali sono [‘Espresso, Panorama, I/Europeo, Epoca, Mondo Economico, Donna Moderna, il Salvagente.

2 Non abbiamo considerato notizie nel senso che qui interessa, e quindi non sono stati ripresi, dati tratti da sondaggi e ricerche, che spesso i mezzi di informazione viceversa presentano come dati di fatto.

“‘ Si tratta delle quattro pubblicazioni parallele, Recent Social Trends, 1960-1990, frutto di un progetto di ricerca comune, relative a Stati Uniti, Germania, Francia e Quebec, pubblicate congiuntamente da Campus Verlag e McGill-Queen’s University Press, 1992. I dati relativi alla Francia sono stati pubblicati in lingua francese (LOUIS DIRN, La So-cieté Francaise en Tendances, Paris, Presses Universitaires de France, 1990).

4 Per i dati sull’Italia sono stati utilizzati in particolare:

CENSIS, XXV Rapporto/1991 sulla situazione sociale del Paese, Milano/Angeli, 1991; CENSIS, Rapporto/1992 sulla situazione sociale del Paese, Milano, Angeli, 1992; ISPES, Rapporto Italia 1992, Koinè Edizioni.

Per altri dati di confronto si è fatto riferimento a fonti Eurostat, OCDE e CEE. In particolare:

OCDE, Employment Outiook, 1991; OCDE, Migration. The Demo-graphic Aspects, 1991; OCDE, Economie Outiook. Historical Sta-tistics, 1992; EUROSTAT, L’Europa in Cifre, 1992. ‘Inoltre: JOHN NAISBITT & PATRICIA ABURDENE, Megatrends 2000, New York, Avon, 1990; Megatrends for Women, New York, Villard Books, 1992.

(pagg. 11-14)