Il Forum del Terzo Settore Monza e Brianza in collaborazione con i Sindacati Unitari della Brianza organizza il Seminario:
“Il Welfare in tempo di crisi”
All’interno dello stesso verrà presentata la ricerca ”MONZABRIANZApARTECIPA”, sulla partecipazione del Terzo Settore della Brianza ai Piani di Zona, promossa dal Forum con il cofinanziamento della Fondazione della Comunità di Monza e Brianza.
Da anni, su queste colonne mi è parso doveroso e responsabile denunciare l’imbarbarimento e la crisi verso la quale andava la nostra società, dapprima a piccoli, poi a grandi passi. Nel frattempo è sopraggiunta la «crisi» economica – prima sottovalutata, poi tenuta nascosta o negata, infine esplosa in tutta la sua pesantezza – che però si è scoperta essere anche crisi etica, culturale. Il salmo 49, con la sua sapienza accumulata nei secoli, sottolinea come «l’uomo nel benessere non capisce, è come un animale…».
Solo ora ci stiamo incamminando verso la presa di coscienza che non è più possibile proseguire sulla strada percorsa nell’ultimo ventennio, che la mancanza di eguaglianza e di giustizia rende la nostra vita – che resta sempre «vita comune», non foss’altro perché vissuta su una stessa terra – più difficile, meno sicura, più conflittuale, più barbara. Ci stiamo rendendo conto che il vivere con il mito idolatrico del «tutto e subito», del «tutto ciò che è tecnicamente possibile va fatto» non ci garantisce un futuro buono, che il pensare solo all’oggi, solo a noi stessi come individui impoverisce la terra e fa aumentare il deserto, ci rende incapaci di lasciare alle nuove generazioni una «eredità» nel vero e nobile senso del termine.
Tuttavia oggi ci sembra di poter dire con convinzione, anche se senza alzare la voce, che si intravedono segni di speranza. Una speranza sostenuta da nuovi governanti che danno segni di voler essere «politici» nel vero senso della parola: uomini e donne al servizio della polis, della società con lo stile di chi, consapevole della sua responsabilità, non ostenta, non vuole apparire e cerca di parlare con parresia, con franchezza e sincerità, perseguendo il bene comune.
È in questo contesto che, nella comunicazione viva e fatta con tutta la sua persona da parte del ministro del Lavoro, abbiamo colto la verità della parola «sacrificio»: una commozione che ben ne ha mostrato la fatica, il costo, la necessità e la verità. Da tempo, per lo meno nel mondo occidentale, «sacrificio» non ha più l’accezione legata alla sua etimologia di impronta religiosa: «sacrum facere», «rendere sacro» un oggetto o una realtà spostandola dalla dimensione profana a quella appartenente al divino attraverso un rito o un insieme di gesti che arrivavano fino all’offerta – «sacrificale», appunto – di una vittima per ingraziarsi gli dèi o placarne l’ira. Il «capro espiatorio», così finemente analizzato anche nella sua dimensione fondativa di una cultura, ha lasciato il posto a «sacrifici» meno cruenti ma più quotidiani, legati comunque alla faticosa ricerca di una vita «migliore».
Così la mia generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, è stata educata umanamente e cristianamente a «fare sacrifici»: privarci di alcune cose, rinunciare ad altre, accontentarci di quello che c’era… Del resto, negli anni dell’immediato dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e miseria, «fare sacrifici» per molti non era un’opzione, ma la condizione toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti, creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell’ora del boom economico.
In questo senso la mia generazione ha una responsabilità nella mancata trasmissione alle generazioni successive del valore del sacrificio. E oggi, incapaci come siamo stati di comunicare la valenza umanizzante dello sforzo e della rinuncia, ci ritroviamo tutti in una cultura impossibilitata a intravedere un orizzonte di bene comune e di speranza, abbiamo assistito al rarefarsi di persone pronte a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una convivenza pacifica, per l’affermazione di valori e principi degni dell’uomo o, ancor più semplicemente, per preparare un futuro migliore per i propri figli. Mancanza davvero grave, perché il sacrificio è una cosa seria: significa privarsi di un bene, astenersi da una possibilità in vista di un bene più grande che, se è tale, riguarda tutti, concerne la communitas e non il mio interesse personale. Spendere le proprie energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà: quanti uomini e donne nella storia hanno sacrificato tempo, risorse, affetti per la realizzazione di ideali e per sconfiggere l’ingiustizia a beneficio di tutti.
Ma riscoprire il significato fecondo del sacrificio richiede un discernimento su azioni e comportamenti che da tempo abbiamo rinunciato a esercitare, assumendo senza alcuna criticità quello che il consumo, il mercato e la propaganda ci presentavano come stile di vita «normale». Così non sappiamo più distinguere tra necessario e superfluo, né riusciamo a mettere ordine nel nostro universo mentale e comportamentale tra bisogni, desideri, voglie, sogni e capricci. Si è come smarrita ogni scala di priorità: tutto pare sullo stesso piano, perché tutto attiene in positivo o in negativo al suo impatto sulle nostre sensazioni immediate. Noi abbiamo smarrito il senso della communitas tra contemporanei come di quella che ci lega con responsabilità alle generazioni future: vogliamo leggere, definire, vivere e consumare il nostro orizzonte limitandolo a un «io» narcisistico e prepotente o a un «noi» ristretto e fissato dal nostro vantaggio e non dalla realtà della polis.
Credo che questo smarrimento culturale ed etico abbia profondamente a che fare con l’affievolirsi del «senso» attribuibile ai «sacrifici»: se non ci sono principi condivisi, se non c’è un fine superiore alla momentanea soddisfazione personale, se non si percepisce alcun legame tra generazioni né responsabilità verso il futuro della collettività, sarà ben difficile rinunciare spontaneamente a qualcosa o aderire con convinzione a una rinuncia imposta dalle circostanze avverse. Se manca un orizzonte condiviso, se ogni atteggiamento è eticamente indifferente, se pretendiamo come diritto tutto ciò che è tecnicamente o economicamente possibile, allora ci troveremo impotenti di fronte a ogni avversità, le subiremo come catastrofi ineluttabili e cercheremo di sottrarci ad esse senza gli altri o addirittura contro di loro. Il sacrificio amputato della solidarietà, la rinuncia svuotata della speranza, il prezzo da pagare dissociato dal valore del bene da acquisire diventano insopportabili: nella communitas, infatti, il sacrificio è il debito che io liberamente assumo verso l’altro, altrimenti la communitas stessa cessa di esistere.
Solo un ideale altro e alto, la speranza di contribuire a un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto, la preoccupazione per il benessere di chi verrà dopo di noi, la solidarietà con chi, vicino o lontano da noi, non può accedere a beni essenziali che noi non ci rendiamo nemmeno più conto di possedere può spingerci non solo ad accettare i sacrifici ma ad affrontarli con consapevolezza e convinzione: quanti tra coloro che ci hanno preceduto avrebbero affrontato le difficoltà della vita se non avessero sperato di offrirci una condizione migliore? Perché il risultato del sacrificio non è il poterne fare finalmente a meno, bensì l’affermare con la propria vita quotidiana che un altro mondo è possibile, che l’uomo non è nemico dell’uomo e che vi sono principi di equità, di giustizia, di pace, di solidarietà che vale la pena vivere a qualunque prezzo: in fondo, il valore di ogni nostro desiderio è il prezzo che siamo disposti a pagare per raggiungerlo.
Davvero il sacrificio è iscritto nell’amore, perché nelle storie d’amore sempre accade che per il bene dell’altro io devo rinunciare a qualcosa che è solo a mio vantaggio, secondo il mio desiderio o capriccio. Allora, anche se il nostro faticoso lavorare il campo della vita non dovesse essere coronato dai frutti, ci resterà almeno la soddisfazione di aver dissodato il terreno perché altri, cui siamo legati dalla comune umanità, potranno trovarvi nutrimento e gioia.
“Sacrifici, segnali d’amore” di ENZO BIANCHI da La Stampa del 11 dicembre 2011
pp. 192, 2a ristampa 2011, 1a edizione 2006 (Cod.1529.2.92)
Tipologia: Edizione a stampa Prezzo: € 19,00 Disponibilità: Buona
Codice ISBN: 9788846480361
In breve
Un’introduzione alla psicologia della comunicazione. Sono illustrate le varie teorie dello sviluppo linguistico, approfondendo l’approccio proposto dalla scuola di Palo Alto e quello strategico. Sono analizzati alcuni ambiti applicativi, quali la comunicazione scritta nel bambino e la Lingua Italiana dei Segni (LIS). Sono esposte diverse modalità comunicative, quali la comunicazione non-verbale e quella persuasiva, in particolare nella sua applicazione nella comunicazione commerciale e in quella politica. Dopo uno sguardo “macrosociale” sul complesso rapporto tra comunicazione e informazione, il volume si chiude con un quadro della comunicazione prosociale nel settore non profit, con particolare riferimento alla Pubblicità Progresso di stampo nazionale e all’Advertising Council di tipo statunitense. Valeria Verrastro, psicologa e psicoterapeuta, collabora alla cattedra di Psicologia generale dell’Università di Cassino.
Presentazione del volume
I processi di cambiamento in atto, che interessano il mondo del lavoro, i percorsi di vita delle persone e la società in generale, richiedono l’affinamento continuo di chiavi di lettura e strumenti di analisi. In tale prospettiva la sociologia dell’organizzazione ha offerto da tempo un insostituibile contributo. A partire da questa proposta interpretativa, il testo chiarisce innanzitutto (Organizzazione e programmazione: la prospettiva sociologica) le peculiarità della riflessione sociologica sull’organizzazione rispetto alle scienze sociali più in generale, proponendo gli approcci fondanti la disciplina ed una chiave di lettura per definirne ed interpretarne le caratteristiche fondamentali; in tale prospettiva sono approfonditi alcuni importanti strumenti di analisi delle organizzazioni, che ne evidenziano le variabili basilari, le dinamiche interne e quelle riferite al contesto di appartenenza, oltre alle modalità di cambiamento. In conclusione è avanzata la prospettiva del modello a rete oggi emergente, nonché quella programmatoria tuttora più che mai rilevante.
Il testo nella sua prima parte si propone, dunque, come un vero e proprio ‘manuale di sociologia dell’organizzazione’. Nella seconda parte (Organizzazione, programmazione e servizi) quanto in precedenza esposto è specificatamente riferito all’area dei servizi sociali e sanitari; sono dunque proposti gli elementi fondamentali del percorso di sviluppo dei servizi sociali e sanitari in Italia e la relazione che intercorre in essi fra organizzazione, programmazione e integrazione, individuando nel territorio il contesto di costruzione delle relazioni organizzative.Giorgio Gosetti è ricercatore in Sociologia dei processi economici e del lavoro presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Verona, dove insegna Organizzazione dei servizi; fa parte del C.I.Do.S.Pe.L. Michele La Rosa, ordinario di Sociologia del lavoro e dell’industria presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna, è direttore del C.I.Do.S.Pe.L. (Centro Internazionale di Documentazione e Studi sui Problemi del Lavoro) del Dipartimento di sociologia di Bologna e del trimestrale “Sociologia del lavoro” edito da FrancoAngeli.
Indice
Michele La Rosa, Giorgio Gosetti, Introduzione Parte I. Organizzazione e programmazione: la prospettiva sociologica Sociologia e analisi organizzativa
(Scienze sociali, sociologia e analisi organizzativa. La peculiarità dell’analisi sociologica e della sociologia dell’organizzazione; Teorie sociologiche e sociologia dell’organizzazione)
L’analisi delle organizzazioni
(Il concetto di organizzazione; Le specificità dell’organizzazione pubblica; I modelli organizzativi; La lettura dell’organizzazione e le sue variabili; La struttura e la cultura organizzativa; La tecnologia come variabile organizzativa; Meccanismi operativi e processi organizzativi; Il potere: autorità e legittimazione; Il cambiamento organizzativo)
Verso una possibile ricomposizione della dicotomia fra soggetto e struttura
(La sociologia alle prese con la contrapposizione fra individuo e società; Un contributo alla ricomposizione della dicotomia fra soggetto e struttura; Considerazioni conclusive)
Dalla gerarchia alla rete
(Il passaggio dalla gerarchia alla rete; Verso un’organizzazione a rete; Parole chiave per interpretare l’organizzazione a rete)
La relazione fra l’organizzazione e l’ambiente
(Ambienti e organizzazioni; Le interpretazioni delle relazioni fra organizzazione e ambiente; Alla ricerca dei confini dell’organizzazione; Il territorio come variabile organizzativa)
La prospettiva della programmazione ed il percorso programmatorio
(Il problema dello ‘sviluppo’ e il ‘ruolo’ della programmazione: una premessa; Piano e programma: elementi definitori; Il percorso programmatorio; Programmazione, coordinamento e controllo: quale ruolo per il ‘pubblico’ oggi; Verso un modello partecipato e integrato) Parte II. Organizzazione, programmazione e servizi Il nuovo contesto societario dei servizi
(I cambiamenti nel mondo del lavoro; Le trasformazioni societarie fondamentali)
Organizzazione dei servizi e modelli di welfare
(Trasformazioni della società e modelli di welfare; I nuovi orizzonti del welfare: welfare ‘mix’ e/o welfare society; Il contributo di Polanyi: una proposta)
Elementi per un percorso interpretativo dell’organizzazione dei servizi in Italia
(I cambiamenti in atto nel sistema dei servizi sociali e sanitari: verso un modello a rete; Affrontare la complessità: governance e pianificazione strategica; I servizi sanitari; I servizi sociali)
Programmazione e integrazione dei servizi
(L’integrazione: significati e dimensioni; Piani e integrazione; Il Programma delle attività territoriali; Il Piano di zona; Per concludere: il territorio come contesto dell’integrazione)
Forum Ania Consumatori, Censis GLI SCENARI DEL WELFARE Tra nuovi bisogni e voglia di futuro
pp. 240, Euro 25,00; E-book Euro 20,00, Cod. 2000.1342, Collana: Varie
E’ vero che sono le rivoluzioni tecnologiche a cambiare il mondo, ma nella società contemporanea altrettanto importante è stata la rivoluzione dei comportamenti femminili. Che tuttavia resta incompiuta, non solo e non tanto perché gli uomini sono restii a cambiare in pari misura, e le discriminazioni lungi dall’essere cancellate, quanto perché l’uguaglianza di genere ha fatto più strada tra i ceti più ricchi e istruiti, in cui la maggiore presenza di coppie a doppio (e alto) reddito consente anche un maggiore investimento a favore dei figli. Proprio perché incompiuta, l’emancipazione femminile rischia così, paradossalmente, di diventare un rinnovato fattore di disuguaglianza sociale.
Gøsta Esping-Andersen è professore di Sociologia nell’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Tra le sue pubblicazioni “I fondamenti sociali delle economie postindustriali” (Il Mulino, 2000) e “Oltre lo stato assistenziale. Per un nuovo patto tra generazioni” (Garzanti, 2010).
Ministero del Lavoro e politiche sociali, Elsa Fornero:
Elsa Fornero, professore ordinario di economia all’università di Torino e vice presidente della compagnia San Paolo, collaboratrice de Il Sole 24 Ore, è un’esperta di sistemi previdenziali. Al centro delle sue ricerche c’è il problema della sostenibilità dei sistemi, vale a dire come si può assicurare che il debito previdenziale contratto con le varie generazioni possa essere onorato in http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-16/elsa-fornero-suoi-studi-151500.shtml
hanno presentato a Roma, giovedì 3 novembre, presso la Sala Stampa del Senato il Libro Nero sul Welfare italiano – Come il governo italiano, con le manovre economico-finanziarie e la legge delega fiscale e assistenziale, sta distruggendo le politiche sociali e azzerando la spesa per i diritti
Sono intervenuti Lucio Babolin, portavoce della campagna I diritti alzano la voce, Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci!, Pietro Barbieri, presidente FISH, Michele Mangano, presidente AUSER, Teresa Petrangolini, segretario generale Cittadinanzattiva
Il Paese è sull’orlo del precipizio, paralizzato da una crisi politica e di credibilità che non ha quasi uguali nella nostra storia. Le ricette che vengono avanzate per favorirne la ripresa continuano a essere quelle ormai screditate di un liberismo che considera i diritti sociali e il welfare come meri ostacoli alla crescita, solo un costo non più sostenibile. Il Governo Berlusconi ha perseguito in questi anni un progetto di svuotamento della riforma del sistema di intervento sociale sancita dalla legge 328/2000 e ha ridotto progressivamente gli investimenti nel sociale, fino quasi ad azzerarli. La legge delega fiscale e assistenziale, in discussione ora alla Camera dei Deputati, darebbe il colpo di grazia alle politiche sociali del nostro paese. Una riforma del welfare è certo indispensabile, ma per accrescerne la capacità di tutela dei diritti e di risposta dinanzi ai nuovi rischi sociali e alle nuove forme di vulnerabilità.
Anziani da slegare Affido e Domiciliarità: una proposta di legge
In collaborazione con Associazione Anziani a Casa Propria dall’Utopia alla Realtà Onlus
La tecnologia e la persona Modelli a confronto per una tecnologia innovativa a favore delle persone non autosufficienti
In collaborazione con Provincia di Roma
Sanità integrativa, ecco la sfida del III millennio: vivere a lungo ma con più qualità La Fondazione Don Gnocchi, attore in prima linea del welfare nazionale, stipula da alcuni anni convenzioni con numerose assicurazioni ed intende sviluppare e consolidare accordi con fondi e società di mutuo soccorso per la gestione di innovativi pacchetti di prestazioni in ordine al problema della non autosufficienza, della domiciliarità e della bassa e media intensità di cura, oltre alle tradizionali prestazioni ambulatoriali, diagnostiche ed alle degenze riabilitative
Recenti ricerche sostengono che le diverse tradizioni religiose degli stati-nazione europei hanno influenzato lo sviluppo dei sistemi nazionali di welfare.
L’obiettivo di questo convegno, organizzato da Social Economy and Civil Society IRT - Università di Bologna, è discutere queste tesi e verificare:
se e come possano essere “dimostrate”, utilizzando le metodologie delle scienze storiche, politiche e sociologiche
quali siano le condizioni economiche, sociali, politiche che hanno facilitato, attenuato oppure ostacolato l’influenza delle tradizioni religiose sul modello di welfare state
se anche nel caso dei welfare state si possa sostenere una path dependece, per cui, al di là del processo di secolarizzazione e di laicizzazione dello stato, l’influenza del fattore religioso continui a condizionare le scelte di cambiamento/rifondazione dei sistemi nazionali di welfare
Parteciperanno:
Stefan Leibold, Westfälische Wilhelms-Universität, Germany
Paul Dekker, The Netherlands Institute for Social Research
Birgit Pfau-Effinger, University of Hamburg, Germany
Edoardo Bressan, Università di Macerata
Gianni Silei, Università degli Studi di Siena
Fabio Giusberti, Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Università di Bologna
Giulio Ecchia, Preside della Facoltà di Economia — Università di Bologna, Sede di Forlì
Ivo Colozzi, Università di Bologna
Vera Negri Zamagni, Università di Bologna
Pierpaolo Donati, Università di Bologna
Riccardo Prandini, Università di Bologna
Andrea Bassi, Università di Bologna
SEGRETERIA ORGANIZZATIVA Social Economy and Civil Society IRT
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna secsirt@unibo.it
Tel. 051 20 98601/99312 www.secs.unibo.it
Sarà presentato lunedì 17 ottobre a Roma “Poveri di diritti”, l’undicesimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia realizzato a cura di Caritas Italiana e Fondazione “Emanuela Zancan” (ed. Il Mulino). La conferenza stampa di presentazione sarà ospitata nella prestigiosa cornice della Pontificia Università Gregoriana (Aula Tesi, piazza della Pilotta, 4) alle ore 11.
Di seguito il programma dell’evento:
Saluto iniziale p. François-Xavier Dumortier sj – Rettore della Pontificia Università Gregoriana
Interviene
S.E. Mons. Mariano Crociata – Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana
Presentano il testo Tiziano Vecchiato – Direttore della Fondazione Emanuela Zancan onlus Walter Nanni – Capo Ufficio Studi e Formazione di Caritas Italiana
Introduce mons. Giuseppe Pasini – Presidente della Fondazione Emanuela Zancan onlus
Conclude mons. Vittorio Nozza – Direttore di Caritas Italiana
Coordina
don Ivan Maffeis – Vicedirettore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana
Le politiche sociali nell’Italia del ’900 Sala degli Atti Parlamentari, 26 ottobre 2011, ore 16.30
La giornata di studio su “Le politiche sociali nell’Italia del ’900″ si propone di focalizzare alcuni passaggi della vicenda dello Stato sociale nell’intento di dare ragione di continuità e discontinuità di istituti che, soprattutto, nell’esperienza italiana, si sono andati formando in momenti diversi della storia nazionale e attraverso stratificazioni successive e che, ancora oggi, presentano un notevole grado di frammentazione e contraddittorietà.
Le quattro relazioni previste ricostruiranno momenti specifici della storia del Welfare italiano, dall’età giolittiana ai nostri giorni, soffermandosi su episodi e figure specifiche.
In particolare:
Andrea Rapini (Università di Bologna): Il discorso politico di Luigi Rava e lo Stato sociale nel primo ventennio del ’900
Silvia Inaudi (Università di Torino): Le politiche assistenziali nel periodo fascista
Paolo Mattera (Università di Roma 3): L’orizzonte dell’universalismo: la Commissione D’Aragona (1947-48)
Gianni Silei (Università di Siena): Espansione e crisi. Per una periodizzazione delle politiche di protezione sociale in Italia negli anni ’70 e ’80
La discussione sarà coordinata dal prof.Maurizio degl’Innocenti(Università di Siena)
Tipologia: Edizione a stampa Prezzo: € 19,00 Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856836936
Tipologia: E-book Prezzo: € 15,00 Possibilità di stampa: No Possibilità di copia: No Possibilità di annotazione: Si Portabilità: Si Ottimizzazione: per PC Windows e Mac
Codice ISBN 13: 9788856868173 Formato: PDF per Digital Editions Dimensione: 791 KB Informazioni sugli e-book
Tesi di fondo del volume è che, soprattutto dopo le riforme degli anni ’90 e 2000, accanto a una politicità “maggiore” del welfare ne esista una “minore” (ma non per importanza) della quale sono protagonisti attori locali non convenzionalmente politici. Essa merita di essere riconosciuta, osservata e problematizzata…
Presentazione:
Il libro origina da alcune domande fondamentali: dopo la deliberazione pubblica (delle vecchie e nuove arene politiche) il welfare è soltanto il regno della tecnica, sottratto alla “creatività” degli attori? I processi di messa in pratica delle deliberazioni pubbliche, connessi al presidio del benessere sociale, hanno un carattere politico ? Se sì, quale?
La tesi di fondo qui sostenuta è che, soprattutto dopo le riforme degli anni ’90 e 2000, accanto a una politicità “maggiore” del welfare ne esista una “minore” (ma non per importanza) della quale sono protagonisti attori locali non convenzionalmente politici. Essa merita di essere riconosciuta, osservata e problematizzata. Si sostiene inoltre che la “politicità minore” del nuovo sistema di welfare può essere osservata a partire dall’uso pratico e situato che gli attori locali fanno di alcuni strumenti generati nel contesto culturale del New Public Management e della governance . Fra tali strumenti uno dei più importanti è la partnership tra soggetti pubblici e privati (molto spesso senza fini di lucro) per la programmazione e la gestione dei servizi. Il ricorso alle partnership pubblico-privato nel campo del welfare genera, da un lato, un nuovo contesto organizzativo nel quale possono essere riconosciuti molti attori, principi e strumenti al lavoro, dall’altro un welfare più “ibrido”, ponendo così più di una sfida al principio di cittadinanza sociale.
Il libro dedica un’attenzione peculiare all’ambito dei servizi socio-assistenziali. Si cerca di mettere a fuoco quali principi siano implicati nell’uso della partnership, quali caratteri di politicità siano riconoscibili nei processi generabili a partire dal loro uso, quali tensioni sul principio di cittadinanza sociale si possano osservare e quali presidi possano essere attivati.
Riccardo Guidi è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Pisa e coordina le attività della Fondazione Volontariato e Partecipazione. Ha recentemente curato i volumi Una promessa mantenuta? Volontariato, servizi pubblici, cittadinanza in Toscana (Cesvot, 2009, due volumi), Rischiare politiche giovanili (Gruppo Abele-Animazione Sociale, 2010) e Consumi politici e denaro. Logiche d’azione trasformativa nel campo economico (FrancoAngeli, 2011).
Indice:
Introduzione
(I processi politici in tempi di modernità riflessiva; Dopo la deliberazione: nuovi principi, strumenti e attori?; Politiche e pratiche: interpretare processi di “implementazione”; Welfare sussidiario: ibridazione e rescaling; La struttura del volume) Parte I. Come cambiano le istituzioni. Neo-istituzionalismi e oltre
(Persistenza e mutamento istituzionale: institutions matter; Il ruolo delle idee nelle riforme dei sistemi di welfare; Neo-istituzionalismi e oltre. Un primo bilancio)
Dopo la deliberazione. Regole, discrezionalità, sensemaking
(Potere della legge, potere degli attori. Due approcci all’”implementazione”; Come cambia un’organizzazione. Il contributo degli studi socio-cognitivisti; Dopo la deliberazione. Un primo bilancio)
Tradurre, performare, innovare. Studiare le riforme amministrative con l’actor-network theory
(La riforma come processo di “ri-significazione locale”; Riforme come strumenti di “performare” in reti di relazioni; Una sociologia delle “assicurazioni”; Performare, tradurre e disputare: is this politics?; Studiare le riforme con l’Ant. Un primo bilancio) Parte II. Un nuovo strumento per il welfare. La partnership pubblico-privato
(Paradigmi di riforma e Partnership pubblico-privato; La critica “post-democratica”: i suoi meriti e i suoi limiti; Welfare partnership in Italia: due cicli di riforma)
Traduzioni variabili delle riforme del welfare
(Npm e “Terza Via”: “effetti corrosivi” sugli state social workers; Institutions matter. Le variabili istituzionali della traduzione; Actors matter. Le variabili istituzionali della traduzione; Quale traduzione, quale politica?)
Costruire strumenti. Alla fondazione delle welfare partnership italiane
(Verso le welfare partnership: tre momenti “associativi”; Arruolare la sociologia? La conoscenza come strumento di auto-legittimazione; Un’agibilità politica sospesa per le welfare partnership)
Welfare partnership in Toscana: figure dell’”associazione” e traiettorie di politicizzazione
(Welfare partnership e rescaling. Sentieri e tensioni istituzionali; Figure dell’”associazione” nelle welfare partnership toscane; Le traiettorie delle welfare partnership. Qualche conclusione)
Bibliografia di riferimento.
anche in un momento così critico, è importante essere in grado, di tanto in tanto, di alzare la testa e saper intravedere le trasformazioni e le opportunità che si dispiegano nel lungo periodo. Provare a leggere i fatti di oggi non con la lente della cronaca, ma con quella della storia, per capire se e come questa fase si può inserire in un’evoluzione più ampia che abbia, alla fine, uno sbocco positivo.
D’altronde la storia economica dell’occidente è costellata da crisi continue e da alcune fasi di grandi cambiamenti epocali, fasi in cui cambia il paradigma produttivo, l’organizzazione industriale e sociale di un Paese. Ogni volta che ci troviamo di fronte a tali trasformazioni ci sentiamo minacciati, in pericolo, pensiamo d’essere di fronte alla fine del nostro mondo e della nostra società. Ma la verità è che poi il nostro mondo è sempre andato avanti. E sempre in meglio. Noi siamo probabilmente di fronte ad uno di questi cambiamenti «paradigmatici». Un cambiamento che, però, siamo incapaci di vedere e accettare. Uno dei motivi per cui siamo così incapaci di coglierlo è che siamo ancorati ad una visione dello sviluppo economico come di un fenomeno limitato, che non può durare all’infinito perché in fondo le risorse stesse sono limitate ed esauribili. È la stessa convinzione che ci fa credere che lo sviluppo sia un gioco a somma zero, in cui se uno guadagna l’altro perde. Ed è una visione miope e antistorica, che ci rende inutilmente catastrofici. Le risorse certamente sono finite, ma le modalità con cui si possono combinare ed utilizzare per creare prodotti e sviluppo (e occupazione) non lo sono.
(regioni.it) Durante i lavori della Conferenza delle Regioni del 22 settembre, presieduta dal presidente Vasco Errani, è stato approvato un documento che fa il punto sullo stato delle politiche sociali nel nostro Paese dopo il varo definitivo della manovra economica. Il documento è stato rilanciato nel corso della manifestazione congiunta Regioni-Province-Comuni del 23 settembre a Perugia contro gli effetti della manovra. Tutti i livelli istituzionali sono concordi nel chiedere con forza nuovi obiettivi per lo sviluppo sociale e locale.
LE POLITICHE SOCIALI OGGI:
RIFLESSIONI E PROPOSTE DELLE REGIONI
1. IL QUADRO SOCIO-ECONOMICO:
₋ Confindustria prevede “crescita 0”;
₋ OCSE indica una disoccupazione giovanile al 28%;
₋ Gli organismi della produzione sottolineano la caduta dei consumi;
₋ ISTAT evidenzia che nel 2011 un italiano su quattro è povero (24,7% della popolazione);
₋ UNICEF pone l’Italia agli ultimi posti (insieme alla Grecia) sui 24 Paesi dell’OCSE, per la necessità diimplementare gli interventi a favore di minori e adolescenti;
₋ Ancora dai dati ISTAT si registra che nel 2010 sono nati 15 mila bambini in meno rispetto al 2009;
₋ La composizione della spesa per la protezione sociale vede rispetto all’Europa una netta prevalenza della previdenza a scapito delle politiche per la famiglia (l’Italia scende al 20 posto in Europa nel rapporto PIL investimenti a favore delle politiche sociali);
₋ Gli economisti italiani aggiungono al quadro “la fine delle Politiche Sociali”.
TUTTI, sono comunque concordi che deve essere avviata una politica di crescita e di rilancio produttivo.
Quindi, volendo assumere una posizione attiva sulle “politiche sociali” proponiamo uno spaccato delle stesse con qualche dato e gli elementi più critici, per trovare una condivisione sul loro “rilancio”.
2. LE POLITICHE SOCIALI OGGI:
Rappresentano un ammortizzatore delle pesanti diseguaglianze e da un decennio anche una leva che promuove il miglioramento dello sviluppo locale (obiettivi di Lisbona, Agenda Europea 2020) e secondo l’Europa, coesione ed inclusione sono i pilastri per rilanciare il sistema economico e promuovere una crescita “intelligente, sostenibile e solidale”.
In Italia, la normativa vigente (in particolare la L. 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”) ha individuato nuovi scenari per le Politiche Sociali con il superamento dell’assistenzialismo fine a sé stesso, verso un sistema delle autonomie locali che promuove l’auto-aiuto, le responsabilità individuali stimolando anche la Comunità sociale muovendosi per una concreta sussidiarietà verticale (leale collaborazione tra i livelli di Governo) e orizzontale, con un ruolo forte in termini propositivi e di gestione, del Terzo Settore, Impresa Sociale e della solidarietà sociale (volontariato e associazionismo), accompagnando questo nuovo assetto, con il ruolo di indirizzo, di programmazione e di regia da parte del sistema delle Autonomie (Regioni, Comuni e Province) secondo i compiti a loro assegnati dalla Costituzione.
Nell’ultimo decennio, le Regioni hanno assestato le reti dei servizi, guardando alle peculiarità locali ed ai bisogni della popolazione del loro territorio, con una condivisione degli obiettivi da raggiungere, da parte di Comuni, delle Province, con gli apporti delle istanze sociali e degli organismi di tutela dei cittadini, hanno promosso e realizzato interventi e prestazioni a favore di famiglie, persone , minori, anziani, disabili, fragilità e marginalità sociali. I Comuni, in forma singola e associata, anche con il supporto delle Provincie, per le piccole comunità locali, hanno costruito un sistema di protezione sociale che necessita di consolidamento e di graduali ampliamenti
Certamente, gli obiettivi dei servizi sociali sono ben più ampi di quelli previsti dalla “delega assistenziale” presentata dal Governo che ipotizza di rispondere solo alle “persone autenticamente bisognose” riportando le finalità delle politiche sociali ante legge Crispi del 1890.
Le politiche sociali, attraverso i loro servizi, integrati con la salute, la scuola e la qualificazione professionale, hanno sostenuto coloro che sono in difficoltà, attenuando anche quelle tensioni, che possono produrre forti disagi e reazioni nella popolazione più marginale. E’ su questa base che leRegioni condividendo un percorso anche con le Autonomie hanno interpretato prontamente quanto indicato nei decreti legislativi sul Federalismo municipale e regionale (Decreti legislativi 216/2010 e 68/2011) ed hanno redatto un documento sui MACRO OBIETTIVI (obiettivi di servizio) delle Politiche sociali articolati in:
Servizi per l’accesso e la presa in carico da parte della rete assistenziale;
Servizi e misure per favorire la permanenza a domicilio;
Servizi per la prima infanzia e a carattere comunitario;
Servizi a carattere residenziale per le fragilita’;
Misure di inclusione sociale e di sostegno al reddito (in questo livello sono inserite anche le misure economiche nazionali).
All’interno dei macro obiettivi sono previste linee di intervento che vanno dal sostegno alla famiglia e alla persona, nelle condizioni di disagio e di povertà, a facilitazioni per favorire l’inclusione dei disabili (dalla scuola al lavoro), al sostegno domiciliare per i non autosufficienti, alle strutture residenziali per chi non ha sostegno familiare, all’accompagnamento nella crescita per i minori, gli adolescenti e i giovani (nidi e altri servizi in base all’età), ai servizi per le dipendenze, l’immigrazione e le marginalità, in modo da ricostruire un tessuto sociale di accoglienza e di vita. Queste, sono le politiche sociali, uno strumento di inclusione e di sostegno di tipo universalistico a favore di tutti i cittadini.
La Spesa sociale è distribuita tra Stato Regioni e Comuni, la tabella seguente ne indica l’articolazione per il triennio 2006/2008.
ANNO
SPESA ( euro)
% STATO
% REGIONI
% COMUNI
2006
5.954.085.998
11,2 (*)
8,4 (*)
80,4 (*)
2007
6.399.384.297
12,0
18,1
70,0
2008
6.662.383.600
7,8
17,3
74,9
(*) Dato stimato, per la non completezza delle informazioni
Alla spesa indicata si aggiunge quella delle Province dedicata all’area sociale pari a 831,2 ml. di euro per il 2006., 310,2 ml. di euro per il 2007 e 345, 2 ml. di euro per il 2008.
Si può osservare che l’incidenza del finanziamento statale è diminuita nel tempo, e dalla tabella successiva si potrà valutare come nel 2011 l’incidenza è quasi a zero. Con l’aumento del concorso regionale e di quello dei Comuni nel 2010, da una prima stima, la spesa sociale si sarebbe attestata su circa 7,3 miliardi, a cui si affianca una spesa privata per l’aiuto alla cura dei bambini, disabili e anziani (soprattutto non autosufficienti) di oltre 9 miliardi. Sulla spesa privata, va sottolineato come il “mercato” del lavoro di cura sia una fonte di reddito per oltre un milione di persone e con l’invecchiamento della popolazione, sarà un settore in espansione, che va considerato anche sul piano dell’offerta di posti di lavoro (in particolare per la mano d’opera femminile).
Se vogliamo esaminare la distribuzione della spesa tra le diverse aree di assistenza, la maggior dimensione è a favore di minori e famiglia 40,2% a cui seguono anziani al 22,5%, disabili 21,1%, altri interventi per disagio e marginalità 16,2%. Con la spesa indicata sono state erogate milioni di prestazioni, tra cui, per citare le più importanti:
₋ 260.000 bambini accolti negli asili nido e servizi per la prima infanzia;
₋ 40.000 nuclei familiari e oltre 1 milione di persone singole, sono seguiti dai servizi sociali;
₋ 90.000 disabili sono assisti a domicilio e supportati nella scuola e nella formazione professionale;
₋ 400.000 anziani sono seguiti a domicilio (250.000), nelle strutture residenziali e centri diurni (150.000);
₋ 280.000 prestazioni di aiuto a persone appartenenti a fasce di disagio sociale.
4. L’ANDAMENTO DEI FINANZIAMENTI NAZIONALI ALLE REGIONI PER L’AREA SOCIALE 2008/2011
FONDI NAZIONALI
Finanziamenti 2008
Finanziamenti 2009
Finanziamenti 2010
Finanziamenti 2011
Finanziamenti
2012
Fondo Nazionale Politiche Sociali
670,8
518,2
380,2
178,5
?
Fondo Naz. Famiglia e Servizi Infanzia
197,0*
200,0*
100,0
—–
?
Fondo Politiche Giovanili
—–
—–
37,4
—–
—–
Fondo Pari opportunità
64,4
30,0
——
—–
—–
Fondo Nazionale Non Autosufficienze
299,0
399,0
380,0
—–
——
Fondo sostegno affitti
205,6
161,8
143,8
32,9
?
TOTALE
1.436,8
1309,0
1041,4
211,4
100
92,0
73,4
14,9
* comprensivo di 100,0 milioni per i servizi socio-educativi per la prima infanzia non rifinanziati dal 2010.
Se si escludono i finanziamenti del Fondo Affitti i finanziamenti nazionali alle Regioni, strettamente legati alle Politiche Sociali, sono i seguenti:
2008: 1231,2 ml. euro
2009: 1147,2 ml. euro
2010: 900,0 ml. euro
2011: 178,5 ml. euro
Anche negli interenti collaterali alle politiche sociali, quali il servizio civile dobbiamo registrare nell’ultimo triennio tagli di oltre il 60%
5. QUALI LE CONSEGUENZE DEI “TAGLI” :
Le manovre finanziarie e particolarmente quelle che si susseguono dal 2010 hanno “cancellato” i Fondi Nazionali. Ciò è problematico, anche di fronte alle considerazioni sulla consistenza economica dei trasferimenti, secondo i criteri del Federalismo. Ma quello che emerge nella sua drammaticità è l’attuale situazione che può considerasi transitoria rispetto la completa autonomia federale. Assessori regionali e comunali alle Politiche Sociali e Sindaci sono concordi nell’affermare che il 2012 (con forte incertezza anche per gli anni che seguono), le risorse per i servizi sociali saranno dimezzate: NON SOLO PER LA MANCANZA DEI FINANZIAMENTI NAZIONALI, MA PER I PESANTI TAGLI EFFETTUATI AI BILANCI REGIONALI E COMUNALI. Dal 2010 tra regioni e Comuni sono stati eliminati oltre 10 miliardi a cui si aggiungono quelli dei Ministeri che contengono anche spese finalizzate per servizi sociali e altre attività come il trasporto locale, il sostegno agli affitti,etc.
Il mancato rifinanziamento del Fondo per le Non Autosufficienze ha tolto benefici ad oltre 50.000 anziani così come i tagli subiti al Fondo Minori e Famiglie, impediranno la conservazione dei benefici in atto: almeno 20.000 nuovi nati non avranno la possibilità di entrare nei NIDI di infanzia o di avere servizi dedicati. In sintesi, i tagli alle Politiche Sociali produrranno questi effetti:
₋ Impoverimento delle famiglie, particolarmente quelle con figli;
₋ Eliminazione di nuovi ingressi ai nidi e alle scuole materne con grossi problemi per le famiglie e per le donne lavoratrici;
₋ Diminuzione delle prestazioni per i disabili;
₋ Riduzione dell’assistenza domiciliare e residenziale agli anziani e ai non autosufficienti per i quali saranno diminuiti anche i supporti per il lavoro di cura privato, con l’aumento di uso inappropriato del Pronto Soccorso e di posti ospedalieri;
₋ Ricaduta sui Lea sociosanitari delle limitazioni alla spesa sanitaria, che con l’aggravio dei tagli al sociale, avrà diretta influenza sui costi dei servizi integrati per minori, disabili e anziani;
₋ Impossibilità a avviare strutture costruite ex novo o riattivate;
₋ Estrema criticità a collegare misure di supporto sociale agli interventi per l’avvio al lavoro;
₋ Aumento delle marginalità che andrà ad influire sull’incremento del disadattamento e della criminalità.
Come si può rilevare le conseguenze dei tagli non fanno altro che aggravare la situazione già descritta nel quadro socio-economico, senza trascurare che i servizi sociali sono anche fonte produttiva e quindi,posti di lavoro che si cancellano. Ai tagli, va aggiunto anche il DDL di delega su Fisco e Assistenza che, particolarmente per la parte dell’assistenza richiede un profonda revisione attraverso un metodo condiviso tra i livelli istituzionali arricchito dal dibattito parlamentare.
Continuare tagliare indiscriminatamente senza valutare il quadro di insieme significa continuare a penalizzare i cittadini più fragili ed in particolare le famiglie.
6. LE PROPOSTE DELLE REGIONI E DELLE AUTONOMIE:
Tutti i livelli istituzionali sono concordi nel chiedere con forza nuovi obiettivi per lo sviluppo sociale e locale. Le manovre finanziarie non possono vanificare l’impianto federalistico tracciato, non si può procedere per “rette parallele”: da una parte, auspicare l’entrata in vigore del Federalismo e dall’altra, colpire pesantemente le autonomie e i bilanci regionali e locali.
Esiste comunque da parte delle Regioni e delle Autonomie locali una disponibilità a rimettere in discussione il sistema attuale, ma con una sufficiente disponibilità di risorse, in modo da sostenere la riprogettazione, valutando anche il sistema dei fondi integrativi e della mutualità sociale. Importante è comunque la centralità della persona ed una visione di insieme che possa coordinare ed integrare servizi sociali, sociosanitari e sanitari, assicurando una presa incarico efficace che eviti duplicazioni di interventi e veda la persona come soggetto attivo.
Nei termini indicati, prima di avviare la discussione della legge di stabilità è necessario:
aprire un tavolo di confronto e concertazione per il futuro delle Politiche Sociali, a partire dalla delega assistenziale, tra Regioni, Autonomie e Governo, coinvolgendo anche le Parti Sociali e il Terzo Settore, nel rispetto della leale collaborazione istituzionale voluta dalla Costituzione, ma anche dai principi di un corretto federalismo;
affrontare i nuovi assetti istituzionali in maniera coerente con il rispetto dei diritti civili e sociali dei cittadini, approvando in Conferenza Unificata i “Macro Obiettivi di Servizio”, che vanno anche ad integrare le politiche sociali con quelle educative e di avvio al lavoro, in modo da potere garantire tali diritti, con nuove formule organizzative e con la gradualità consentita dagli obiettivi di spesa richiesti dall’Europa;
riconsiderare in termini positivi , a partire dalla spesa in atto, i finanziamenti 2012 per le Politiche Sociali, ricostituendo un fondo unico “per il sociale” anche in relazione a quanto proposto da Regioni e ANCI negli emendamenti al decreto 138/2011, riconsiderando anche il rapporto tra spesa sociale e patto di stabilità.
Roma, 22 settembre 2011
[1] Dati dell’indagine ISTAT/Regioni/Comuni/ Ministeri Economia e Politiche Sociali sulla spesa sociale
The Spirit of Welfare: le matrici religiose dei welfare in Europa
November 11, 2011
Data e luogo del convegno 11 Novembre 2011 – h 9.00 – 18.00 Sala dei Poeti, Facoltà di Sociologia
Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Strada Maggiore 45, Bologna
Recenti ricerche sostengono che le diverse tradizioni religiose degli stati-nazione europei hanno influenzato lo sviluppo dei sistemi nazionali di welfare.
Philip Manow, professore all’Università di Costanza, sostiene che mentre il Luteranesimo incoraggia programmi di welfare gestiti dallo stato, il protestantesimo riformato li contrasta o li ritarda.
Il cattolicesimo romano sarebbe responsabile di un tipo specifico di welfare state che egli definisce “conservatore”.
L’obiettivo di questo convegno è di discutere queste tesi e di verificare:
a) se e come possano essere “dimostrate”, utilizzando le metodologie delle scienze storiche, politiche e sociologiche;
b) quali siano le condizioni economiche, sociali, politiche che hanno facilitato, attenuato oppure ostacolato l’influenza delle tradizioni religiose sul modello di welfare state;
c) se anche nel caso dei welfare state si possa sostenere una path dependece, per cui, al di là del processo di secolarizzazione e di laicizzazione dello stato, l’influenza del fattore religioso continui a condizionare le scelte di cambiamento/rifondazione dei sistemi nazionali di welfare.
SEGRETERIA ORGANIZZATIVA Social Economy and Civil Society IRT secsirt@unibo.it
Tel. 051 2099312/98601
Questo manuale innovativo tratta in modo integrato i due aspetti fondamentali delle politiche pubbliche: analisi e valutazione. A una prima parte dedicata all’analisi (nozioni costitutive, policy cycle, domanda e offerta di politiche, policy process) segue una seconda parte incentrata sui vari aspetti della valutazione (concetti essenziali, fasi, valutazione delle strutture e della dirigenza, policy evaluation in Europa e nei paesi extra-europei). Chiude il volume – che si segnala dunque per la sua esemplare completezza – un capitolo sulla progettazione istituzionale e la deontologia della valutazione.
Indice: Introduzione. – Parte prima: Analisi. – I. Le politiche pubbliche. – II. Il ciclo di una politica pubblica. – III. Domanda e offerta di politiche pubbliche. – IV. Strutture, costi ed esiti decisionali. – Parte seconda: Valutazione. – V. Concetti essenziali per la valutazione. – VI. Consultare per valutare. – VII. La valutazione “ex ante” nella formulazione delle politiche pubbliche. – VIII. La valutazione “in itinere”. – IX. La valutazione “ex post”. – X. La valutazione delle strutture amministrative e della dirigenza. – XI. Dati e statistiche per le politiche pubbliche. – XII. “Policy evaluation”: uno sguardo comparativo. – XIII. Progettazione istituzionale e deontologia. – Riferimenti bibliografici. – Indice analitico.
Antonio La Spina è professore ordinario di Sociologia nell’Università di Palermo e docente di Valutazione delle politiche pubbliche nell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma. Fra le sue pubblicazioni con il Mulino: “Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno” (2005), “Le autorità indipendenti” (con S. Cavatorto, 2008), “I costi dell’illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia” (2008), “I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania” (2010).Efisio Espa, dirigente di ricerca Istat, è attualmente docente di Economia e analisi di impatto della regolamentazione nella Scuola superiore della Pubblica Amministrazione di Roma. Ha diretto il Dipartimento per gli affari economici (1998-2001) e il Dipartimento per il programma di governo (2006-2008) della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Per quasi trent’anni ha dominato la scena politica mondiale una potente ideologia ultraortodossa che predica un drastico ridimensionamento della presenza pubblica nelle attività economiche e sociali, sostenendo che l’intervento dello Stato è sempre e comunque negativo per il benessere collettivo, che i governi dilapidano risorse e che ogni tentativo di ridistribuire la ricchezza dà vita a forme di perseguimento delle rendite. La predicazione di un ruolo pubblico ristretto e angusto si è basata su una visione altrettanto ristretta e angusta del rapporto tra individuo e collettività, volta a soffocare le istanze solidaristiche: l’individuo è un atomo, non esistono responsabilità collettive perché «non esiste la società», secondo il motto di Margaret Thatcher. Il legame tra ideologia «ultraortodossa» e visione «ultraindividualistica» ha motivato l’ossessiva riproposizione dello slogan della «riduzione delle tasse» – veicolo principe del ridimensionamento della presenza pubblica – e la denigrazione delle funzioni pubblico-statuali che risulta da espressioni come «lo Stato criminogeno» [1]. In effetti, il vero obiettivo delle politiche di tagli fiscali, mantra di tutti gli anni novanta e del primo decennio degli anni duemila, non era rilanciare l’economia ma ridurre il senso di responsabilità collettiva – che si esprime attraverso l’intervento pubblico – acquisendo il favore delle classi medie. Se esse, infatti, pagano molto in imposte e percepiscono molto in servizi non sosterranno una simile politica, ma se usufruiranno di minori servizi (specie in istruzione e in sanità) allora saranno indotte a ritenere che anche un più esiguo livello di tassazione sia ingiusto, trasformandosi così in sostenitrici di ulteriori riduzioni delle tasse [2].
Il mondo è nel mezzo del più imponente e radicale cambiamento demografico nella storia del genere umano. Benché l’umanità abbia impiegato quasi un milione di anni per arrivare intorno all’anno 1800 al miliardo di esseri umani, a partire dal 1960 siamo cresciuti dei successivi miliardi ogni decennio o due, oggi sul nostro pianeta siamo arrivati a 7. Le proiezioni indicano che nel 2050 la popolazione raggiungerà i 9,3 miliardi di persone.
Da qui al 2050 quasi certamente si aggiungeranno alla popolazione esistente quasi altrettante persone di quante abitavano la Terra intera nel 1950. Una delle sfide più grandi con le quali dovrà confrontarsi il genere umano sarà garantire cibo, vestiario, un tetto e assistenza in genere alla popolazione globale terrestre che si aggiungerà a quella esistente.
Se prendiamo come parametro medio di riferimento il progresso materiale raggiunto nei secoli, potrebbe sembrare che la necessità fungerà in ogni caso da madre dell’ingegno e che riusciremo a far fronte alle sfide che ci si presenteranno, proprio come siamo riusciti a far fronte a quelle precedenti grazie all’innovazione tecnologica e delle istituzioni.
I riferimenti medi a lungo termine, però, possono mascherare una significativa instabilità nel tempo e variazioni tra i vari Paesi. Di sicuro sappiamo che l’aumento della popolazione comporta un rischio in futuro, in quanto buona parte di esso si verificherà nei Paesi del pianeta più fragili a livello economico, politico, sociale e ambientale.
Qualora non si riuscisse ad assorbire nella forza lavoro produttiva grandi masse di individui, si correrebbe il rischio di sofferenze di massa e di miriadi di catastrofi. Il protrarsi di sperequazioni estreme tra i redditi dei vari Paesi potrebbe scoraggiare la cooperazione internazionale, paralizzare o perfino ribaltare il processo di globalizzazione, malgrado le potenzialità che essa ha di migliorare lo standard di vita di tutti. Una rapida crescita demografica, infine, tende ad accelerare l’esaurimento delle risorse ambientali sia a livello locale sia globale, e potrebbe compromettere in modo permanente le prospettive di un loro recupero.
Alcuni Paesi in via di sviluppo hanno saputo affrontare bene queste sfide demografiche. Per esempio, negli anni Settanta e Ottanta le “tigri” dell’Asia orientale tagliarono incisivamente e quasi istantaneamente il loro tasso di natalità, e seppero utilizzare il risultante margine demografico per conseguire uno sbalorditivo vantaggio grazie ad assennate politiche della sanità e della pubblica istruzione, a una gestione macroeconomica equilibrata, a un impegno economico prudente e saggio a livello locale e globale.
All’altro capo dello spettro, i Paesi dell’Africa sub-sahariana hanno ottenuto risultati di gran lunga peggiori dal punto di vista dello sviluppo, in buona parte a causa della loro incapacità a scongiurare lo schiacciante fardello rappresentato da una rapida crescita demografica e dalla disoccupazione giovanile.
Ancorché i Paesi in via di sviluppo siano quelli dove per primi si presenteranno i più gravi e seri problemi legati allo sviluppo demografico, i ricchi Paesi industriali hanno difficoltà altrettanto preoccupanti. Da un’ottica meramente demografica, la capacità produttiva delle economie avanzate ha raggiunto la soglia di poco più di due persone in età lavorativa per ogni persona che non lavora. Le proiezioni di questo indice, però, per il 2050 prospettano una caduta a 1,36.
Oltretutto, i Paesi ricchi possono prevedere un sostanziale incremento di massa nella percentuale della propria popolazione anziana, dovuto alla maggiore longevità, al basso tasso di fertilità che si protrae, all’avanzare negli anni e nella piramide della popolazione della generazione dei baby boomer. Per quanto le performance economiche della popolazione in via di invecchiamento siano a dir poco un’incognita, non è difficile cogliere le preoccupazioni e i timori correlati all’integrità fiscale delle pensioni e ai sistemi dell’assistenza sanitaria, come pure ai rallentamenti della crescita derivanti dalla contrazione della forza lavoro.
Per affrontare e risolvere la sostenibilità fiscale e la contrazione della forza lavoro sono già allo studio molte ipotesi e metodi, tra i quali innalzare l’età pensionabile e i contributi obbligatori pensionistici congiuntamente a un abbassamento dei benefit. Un’altra risposta potrebbe essere quella di liberalizzare la migrazione internazionale, quantunque è inverosimile che ciò possa offrire un sollievo apprezzabile, se si tiene conto dell’opposizione sociale e politica all’aumento dell’immigrazione nella maggior parte dei Paesi sviluppati.
È possibile nondimeno contare su un aumento del tasso della partecipazione femminile alla forza lavoro (alimentato dal protrarsi del basso tasso di fertilità); su un miglior livello nella formazione della manodopera dovuto al miglioramento del livello di istruzione; e su più alti tassi di risparmio prevedibili in vista di una maggiore longevità e di un periodo pensionistico più lungo.
Sarebbe irresponsabile disinteressarsene ed esporre il genere umano, senza motivo, a quei grandi pericoli che possiamo ragionevolmente prevedere sin da adesso.
un convegno per i primi 40 anni di Prospettive Sociali e Sanitarie
Giovedì 29 settembre 2011 – PIME, Via Mosè Bianchi 94, Milano
9.00 – 9.30 Registrazione
9.30 – 13.15 Prima sessioneComplessità sociale,crisi economica, federalismo: una proposta di riforma, attuale e fattibile
Bisogni, diritti, quali politiche – Il federalismo fiscale e la delega sull’assistenza – Le risorse – Il sistema di governo – La produzione dei servizi sociali e sociosanitari – Sussidiarietà e solidarietà
Presentazione della proposta redatta da un gruppo di lavoro coordinato da Emanuele Ranci Ortigosa (Pss, Irs), composto da Paolo Bosi e Maria Cecilia Guerra (Capp, Università di Modena e Reggio Emilia), Francesco Longo (Cergas, Università Bocconi), Valerio Onida (Presidente emerito della Corte Costituzionale), Manuela Samek (Irs), Alberto Zanardi (Università di Bologna), integrato dai ricercatori dell’Istituto per la Ricerca Sociale
Ne discutono con gli estensori:
Giuliano Pisapia, Sindaco del Comune di Milano
Vasco Errani (Presidente della Regione Emilia-Romagna) – in attesa di conferma
Andrea Olivero, portavoce nazionale del Forum Terzo Settore e presidente nazionale Acli
Franca Manoukian, Studio APS
14.15 – 17.30 Seconda sessione:Prepariamo il Welfare di domani
Workshop paralleli con interventi preordinati e dei partecipanti
ØLa relazione d’aiuto tra nuove domande e cambiamenti possibili
Perdura l’assenza di una politica nazionale sulla non autosufficienza, e di una strategia per l’emersione del lavoro privato di cura. Mentre altri paesi europei continuano a mettere in cantiere nuovi interventi per fronteggiare l’onda demografica in arrivo e le sue pesanti conseguenze in termini di domanda di assistenza.
Da ultimo il Dilnot Report, il più importante piano inglese sulla non autosufficienza degli ultimi dieci anni: un piano lungimirante, che affronta il tema dei costi dell’assistenza per le famiglie e pone un tetto alle spese a loro carico (www.dilnotcommission.dh.gov.uk). Nessun anziano dovrebbe spendere più di 35.000 sterline, 39.000 euro, per la propria assistenza nella terza età, che sia per pagare un assistente familiare o un ricovero in residenza. Quello che ci vuole in più ce lo mette lo stato. Con prestiti vitalizi ipotecari, una pratica assai diffusa in Inghilterra e quasi sconosciuta da noi, tutelati dagli enti locali.
I costi della non autosufficienza negli anni a venire non potranno essere sostenuti solo dalle famiglie o solo dallo stato: si devono trovare equilibri, mix, delicate suddivisioni. È questo il messaggio più importante del Rapporto Dilnot. Messaggio rilevante per noi, un paese avviato ad avere future generazioni di anziani e di pensionati assai più povere di quelle di oggi. Di risorse economiche e di aiuti familiari.
Avremo sempre più bisogno di lavoro di cura, e di un’offerta accessibile, qualificata. A questo lavoro è dedicato questo numero. s.p.
vai a indice: antePSS11
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Prospettive Sociali e Sanitarie
via XX Settembre 24, 20123 Milano
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29 GIU - Riepiloghiamo le misure per la sanità in vista del Consiglio dei ministri di domani che darà il via libera alla manovra di Tremonti.Nella bozza di ieri sera sono confermati nuovi ticket, tagli all’acquisto di beni e servizi, proroga al 2014 dei tagli per il personale e abbassamento del tetto per la farmaceutica. Leggi…
Una ricerca straordinaria sulle condizioni di vita degli italiani, dal 1861 al 2011: nel ripercorrere i 150 anni di storia unitaria il libro documenta i successi e i ritardi con cui il progresso economico ha distribuito i propri benefici alla popolazione. Nel corso di un secolo e mezzo – un tempo breve quanto un battito di ciglia se si usa il metro della storia – il benessere degli italiani ha compiuto un balzo di dimensioni epocali. Sconfitte la fame e la miseria, l’ignoranza e la malattia, abbiano raggiunto un benessere pari a quello di pochi altri paesi al mondo. In termini di equità tuttavia non sempre e non tutti gli italiani sono riusciti a partecipare nella stessa misura alla parabola ascedente del paese. Né si può assumere che il benessere conseguito oggi esista anche domani. Questa ricostruzione storica – per quanto illuminante – non servirà a prevedere il futuro, ma indica con chiarezza ciò di cui il paese deve occuparsi nella prospettiva delle generazioni a venire.
Giovanni Vecchi è professore di Economia politica all’Università di Roma «Tor Vergata». Si occupa di teoria, misurazione e storia del benessere. Su questi temi ha pubblicato contributi sulle principali riviste internazionali. Partecipa, con la Banca mondiale, alle missioni nei paesi in via di sviluppo per l’analisi delle condizioni di vita, povertà e disuguaglianza.
La Giunta Formigoni mette in campo quasi 63 milioni di euro in più per le politiche sociali e salva, unico governo regionale in Italia, il welfare lombardo 2011 dalla mannaia imposta dalla crisi economica internazionale. Il “miracolo”, annunciato dal presidente Formigoni e dall’assessore alla Famiglia, Conciliazione, Integrazione e Solidarietà sociale Giulio Boscagli, è frutto di un impegno di tutti gli assessori regionali “che hanno condiviso – ha spiegato Formigoni – la centralità della persona come criterio chiave della nostra visione politica”. E così gli stanziamenti 2011 sono sugli stessi livelli dello scorso anno, dopo che i tagli imposti a seguito della crisi economica internazionale avevano ridotto drasticamente i fondi per le categorie più deboli. Con grande soddisfazione delle numerose e importanti associazioni del terzo settore impegnate su questo fronte, del sindacato, degli enti locali (Anci).
Ecco in dettaglio le voci: - Fondo Sociale: 70 milioni, 30 in più rispetto alla previsione iniziale che era di 40; - Politiche per la Famiglia: 16 milioni, 9,5 in più rispetto ai 6,5 iniziali; - Politiche di Conciliazione: 10 milioni, in precedenza non erano previsti fondi; - Attività sociale degli oratori: 2,7 milioni (mentre inizialmente non erano previste risorse); - Aiuto all’alimentazione: 700.000 euro da destinare al Banco Alimentare che, muovendo cibo e derrate per un totale di 20 milioni di euro l’anno, distribuisce alimenti a circa 600 organizzazioni; - Fondo Nasko: 5 milioni (anche qui non erano previste risorse) per sostenere economicamente le mamme che decidono di rinunciare all’interruzione di gravidanza; – Cooperazione allo sviluppo: 2,8 milioni (non erano disponibili fondi); - Reinserimento sociale dei detenuti: 2 milioni euro (zero risorse previste inizialmente). A queste nuove risorse vanno poi aggiunte quelle deliberate la settimana scorsa dalla Giunta che ha stanziato per l’assistenza domiciliare altri 40 milioni oltre ai 90 già previsti.
“Nonostante i gravi tagli imposti alle Regioni e in particolare alla Lombardia che ha dovuto rinunciare a 1 miliardo e 400 milioni di euro – ha sottolineato il presidente Formigoni – siamo riusciti a riportare i fondi destinati alle politiche sociali agli stessi livelli dello scorso anno, grazie al lavoro dell’intera Giunta regionale, degli assessori, del presidente e delle associazioni con cui abbiamo voluto condividere le modalità e la ripartizione delle risorse”. “Da sempre – ha proseguito il presidente Formigoni – poniamo al centro della nostra politica la persona, la famiglia, i bisognosi, orientando le nostre azioni in un’ottica di politica sussidiaria che ci ha permesso di valorizzare lo straordinario e formidabile impegno di chi lavora come volontario nelle associazioni”.
Soddisfatti gli esponenti delle associazioni che hanno apprezzato il lavoro della Giunta regionale della Lombardia e del presidente Formigoni che ha mantenuto gli impegni assunti ancora non più tardi di una settimana fa, in occasione della manifestazione dei disabili organizzata nel piazzale antistante la Stazione Centrale di Milano. “Ho scritto al ministro del Welfare Sacconi – ha aggiunto il presidente – per informarlo delle decisioni assunte da Regione Lombardia, manifestando anche il nostro forte invito al Governo a lavorare nella stessa direzione, ossia a ripensare e ridurre i tagli alle politiche sociali”. Ulteriore invito è stato rivolto al ministro degli Esteri Franco Frattini a “definire un Accordo Quadro per la Cooperazione internazionale in modo che si possano ottimizzare le risorse”. “In Lombardia – ha detto l’assessore Boscagli – ci sono 3.000 oratori, pari al 50% di quelli presenti in Italia e 57.000 posti in RSA, la metà circa di quelli disponibili a livello nazionale: quindi metà del welfare nazionale. E’ doveroso che i tagli apportati dal Governo alle politiche sociali tengano conto di questa realtà. Le nuove risorse destinate a questo settore premiano anche l’idea di assistere le donne che rinunciano all’aborto e fanno nascere i figli: con il Fondo Nasko siamo arrivati in un solo anno di attività ad aver salvato 1.000 vite, un risultato decisamente incoraggiante”. Oltre all’apprezzamento del presidente di Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità), Fulvio Santagostini, di don Edoardo Algeri (Federazione Lombarda Centri Assistenza alla Famiglia) e di don Pierluigi Codazzi (delegato per gli oratori) la decisione della Regione ha ricevuto un convinto sostegno anche da Gigi Petteni, segretario Cisl Lombardia: “E’ stata fatta una scelta fondamentale per il futuro della Lombardia – ha detto – perché con azioni di questo tipo si mantiene la coesione sociale e si costruiscono energie positive per lo sviluppo”. Secondo Mario Melazzini, presidente (AISLA) Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, “Regione Lombardia risponde concretamente con i fatti privilegiando il bisogno e ascoltandolo: i consistenti fondi destinati all’assistenza domiciliare permetteranno alle persone fragili di essere accudite a casa ed essere protagoniste del loro percorso di vita”. Anche ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), rappresentata da Giacomo Bazzoni, che è anche presidente della commissione welfare nazionale, ha elogiato un “risultato stupendo”, condividendo lo stesso entusiasmo di Lele Pinardi (Associazione Colomba, cooperazione internazionale) e di Paola Bonzi, Centro Aiuto alla Vita della Mangiagalli.
Guardare al sistema del welfare come a un motore in grado di fronteggiare la crisi economica. E’ la considerazione espressa da Gianfranco Fini nel discorso pronunciato alla Sala della Lupa, a Montecitorio, per la presentazione del Rapporto annuale dell’Inps. Mercato del lavoro e welfare, ha detto il presidente della Camera, citando il libro bianco sul futuro del modello sociale pubblicato dal ministero del Lavoro, sono “strettamente connessi”. “Con il declino dei tassi di natalità e l’aumento delle aspettative di vita, ogni italiano in età da lavoro sarà chiamato nel 2050 a contribuire al finanziamento delle prestazioni pensionistiche e sanitarie degli ultra sessantacinquenni con una quota superiore al 42% del Pil pro capite, mentre per gli occupati il peso sarà superiore al 62%. Si tratta oggettivamente di un onere insostenibile -ha commentato il presidente della Camera- che graverà sul reddito della popolazione attiva, che disincentiverà il lavoro regolare, penalizzerà il risparmio, gli investimenti e la produttività”. “E’ in questo contesto che in Italia il sistema di protezione sociale si trova a fronteggiare profondi cambiamenti che hanno investito il tessuto sociale: mi riferisco all’invecchiamento progressivo della popolazione, alle condizioni di insicurezza e di precarietà che affliggono soprattutto i giovani, alle nuove povertà aggravate dalla crisi attuale, all’indebolirsi delle tradizionali reti di relazioni familiari e sociali”. “In questa fase di crisi economica -ha rimarcato il presidente della Camera- occorrono, pertanto, politiche lungimiranti in grado di garantire la piena sostenibilità del modello sociale attraverso misure orientate a favorire sia l’incremento della natalità, dal momento che la demografia è il fattore di cambiamento più importante dei prossimi decenni, sia l’incremento dei tassi di occupazione regolare”. “Da questo punto di vista, la vera svolta riformatrice – ha avvertito – deve consistere nel considerare le politiche di welfare uno dei motori del superamento della crisi, ricostruendo nuovi modelli di sviluppo e integrazione sociale, partendo dalla fasce sociali più svantaggiate, rafforzando i diritti e le tutele, anche a come condizione per costruire un più avanzato rapporto di fiducia fra istituzioni e cittadini”. “In questo contesto la qualificazione e il potenziamento della dimensione locale e territoriale del welfare -ha concluso Fini- deve essere una delle leve fondamentali di questo processo, che deve coinvolgere, in primo luogo, le funzioni e le responsabilità delle istituzioni più vicine ai cittadini”.
La Cgil, assieme agli altri sindacati, è la principale responsabile del dissanguamento del risparmio previdenziale realizzato dalle baby pensioni degli anni ’60-’70
Ora si accorge che, negli stessi anni, il mercato del lavoro cambiava vertiginosamente, passando dal “lavoro di lunga carriera” al lavoro frammentato, che ha modificato radicalmente i progetti di vita di milioni di persone, anche quarantenni e cinquantenni (e naturalmente dei giovani di oggi).
Complimenti agli autori dell’errore che ora si proclamano correttori della ingiustizia retributiva.
Non è mai troppo tardi per accorgersene.
Ora tenta il rimedio, ma nel frattempo i baby pensionati (che affollano le manifestazioni pubbliche di “opposizione”) continuano a succhiare come vampiri il sistema previdenziale di welfare.
Forse è iniziata la fase della estinzione dei dinosauri delle politiche previdenziali di fine ’800 e ’900
Paolo Ferrario,
62enne in attesa di pensione di VECCHIAIA (non di ANZIANITA’) E dunque solo alla soglia dei 65 anni, che tende sempre più a scorrere in avanti.
….
Lavoratori con carriere fragili che hanno cominciato nel 2010 a versare i contributi Dalle simulazioni effettuate sulla base di ipotesi di salari di ingresso tre volte superiori all’assegno sociale attuale e ad un andamento dell’economia per i prossimi anni con un incremento medio del Pil dell’1,5%, un lavoratore assunto nel 2010, con carriere lavorativa intermittente, che dovesse andare in pensione all’età di 60 anni, con 35 anni di contributi versati potrà avere una pensione pari al 36,4% della sua retribuzione. Solo con 40 anni di contributi versati lo stesso lavoratore potrebbe ottenere una pensione pari al 41,6% della retribuzione.
Un lavoratore nelle stesse condizioni che decidesse però di andare in pensione a 61 anni, invece di 60, per arrivare ad una pensione intorno al 42% della sua ultima retribuzione dovrebbe lavorare 40 anni consecutivi. Sempre per un lavoratore assunto nel 2010 e che versi regolarmente i contributi all’Inps, dovrebbe arrivare a 65 anni, con 40 anni di versamenti per ottenere una pensione pari al 48,5% della retribuzione.
Lavoratori parasubordinati Una particolare preoccupazione riguarda le prospettive previdenziali dei lavoratori parasubordinati, i quali sono soggetti ad un’aliquota previdenziale significativamente inferiore di quella a carico dei dipendenti (26% versus 33%, dopo anni di contribuzione con aliquote di computo ben inferiori anche al 15%) e, più in generale, dei lavoratori discontinui, data la scarsa rilevanza nel sistema di welfare italiano di schemi di ammortizzatori sociali e contribuzione figurativa ad essi destinati. Si consideri, in aggiunta, che tali lavoratori, rispetto ai dipendenti con contratto a tempo indeterminato, sono caratterizzati, oltre che nel caso dei parasubordinati da un’aliquota contributiva inferiore e dall’assenza di contribuzione per il TFR, sono caratterizzati, generalmente, da minori salari e maggiore discontinuità della carriera. In aggiunta, poiché, trovandosi a fronteggiare elevati vincoli di liquidità, è poco probabile che tali lavoratori possano volontariamente aderire a forme pensionistiche private integrative.
Carriere miste. Da parasubordinato a dipendente Un’altra ipotesi adottata nelle simulazioni della CGIL riguarda il passaggio dal lavoro parasubordinato al lavoro dipendente vero e proprio. Sempre come ipotesi si è adottato il caso di stipendi pari a 3 volte l’assegno sociale con una intermittenza di reddito (contributi figurativi non versati) e carriere da lavoratori dipendenti con salari pari a 4 volte l’assegno sociale. Ebbene per queste figure specifiche (tra l’altro sempre più diffuse nel mercato del lavoro attuale) per avere una pensione pari al 34,4% della retribuzione percepita si dovrà andare in pensione a 60 anni, con 35 anni di contributi versati. Questi lavoratori dipendenti (ex parasubordinati) dovranno andare in pensione a 65 anni e versare almeno 40 anni di contributi per poter avere una pensione che non raggiungerà il 50% della retribuzione (48,8% per la precisione).
l volume ricostruisce criticamente le linee dello sviluppo storico attraverso cui è venuto costituendosi il sistema formativo nel nostro Paese dagli anni immediatamente precedenti la nascita del Regno d´Italia ai nostri giorni. La ricerca nasce dall´esigenza di conciliare una visione d’insieme, che tracci le linee essenziali del processo storico attraverso cui s´è venuto costituendo il sistema educativo nel nostro Paese, con la complessità di una ricostruzione che si proponga di restituire il nesso tra storia delle idee e storia delle istituzioni educative, nelle loro molteplici interazioni con il contesto sociale e politico. Alla prima parte del volume, dedicata alla trattazione storiografica degli avvenimenti, segue una seconda costituita da un´antologia di documenti che raccoglie in prevalenza testi di provvedimenti legislativi e amministrativi che hanno segnato la storia della politica scolastica dello Stato italiano. Arricchiscono il volume numerose finestre di approfondimento su tematiche di rilievo per la storia delle istituzioni educative.
Tipologia: Edizione a stampa Prezzo: € 15,50 Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788846492395
In breve
Il libro propone un’analisi del welfare dei servizi alla persona, in cui si collocano le attività immediatamente rilevanti per la salute delle persone e contrassegnate dai caratteri della cura, della socialità e della relazione. Il testo contiene una dettagliata presentazione dei diversi ambiti che compongono il welfare dei servizi e ne discute alcune possibili traiettorie evolutive legate al processo di regionalizzazione in corso.
Presentazione
del volume:
I percorsi di analisi del sistema italiano di welfare che muovono dalle diverse finalità delle sue componenti e pongono l’attenzione sulla tradizionale distinzione tra previdenza, sanità e assistenza sociale sembrano rivestire una efficacia descrittiva e interpretativa oramai limitata. Il cambiamento che deriva dalla nuova impronta che hanno assunto i concetti di salute e di persona umana, infatti, segnala l’esigenza di una articolazione del quadro della protezione sociale basata sul contenuto concreto delle prestazioni piuttosto che sulla loro generica finalità. La prospettiva più idonea a rappresentarne l’assetto odierno, dunque, sembra quella che lo ridefinisce distinguendo la dimensione dei trasferimenti dalla dimensione dei servizi.
Partendo da questa lettura non convenzionale del sistema di welfare, il libro propone un approfondimento su quella parte di esso in cui si collocano le attività che risultano direttamente rilevanti per la salute delle persone. Tali attività – riconducibili appunto ad un welfare dei servizi alla persona – si contraddistinguono per i contenuti di cura, socialità e relazione che realizzano e trovano definizione nello spazio operativo dei servizi sanitari, dei servizi sociali e dei servizi sociosanitari.
Il testo contiene una dettagliata analisi degli ambiti che concretamente definiscono in Italia ilwelfare dei servizi alla persona e in particolare: delinea i tratti che caratterizzano la sanità pubblica nella stagione del federalismo presentando le criticità che derivano dalle persistenti differenze territoriali; inquadra e discute le recenti trasformazioni intervenute nel settore dei servizi sociali evidenziando le opportunità ma anche le tensioni che si accompagnano al processo di regionalizzazione; ripercorre la irrisolta questione delle modalità di integrazione tra il sociale e il sanitario proponendo il loro inquadramento in un’ottica di salute.
Marco Burgalassi è professore associato di sociologia presso la facoltà di Scienze della Formazione della Università di Roma Tre, dove insegna Sociologia della Salute, Sociologia del Terzo Settore e Pianificazione e Gestione dei Servizi.
Indice:
Introduzione
Una lettura non convenzionale del sistema italiano di welfare
(Le componenti del sistema; Il welfare dei trasferimenti e il welfare dei servizi alla persona; Un nuovo scenario per il welfare dei servizi alla persona: i servizi sociali per la promozione dell’agio)
La stagione del federalismo in sanità
(Il profilo della sanità pubblica in Italia; Le vicende evolutive del settore; Lo stato di salute e l’offerta di servizi nelle regioni; La differenziazione tra i sistemi regionali; Verso quali prospettive?)
Il processo di sviluppo dei servizi sociali nei percorsi della regionalizzazione
(La politica sociale e i servizi come interpreti del cambiamento; Tra pubblico e privato: un quadro di settore; Gli itinerari della differenziazione territoriale; L’odierna geografia regionale dei servizi sociali)
L’integrazione tra sociale e sanitario in un’ottica di salute
(La dinamica di un concetto; Le politiche per la salute come scenario unitario per i servizi alla persona; La declinazione locale dell’integrazione sociosanitaria)
Alcune note conclusive
Appendice 1. Raccolta di indicatori regionali sui servizi alla persona
Appendice 2. Bibliografia sul welfare dei servizi alla persona in Italia.
«In Italia la crescita stenta da quindici anni» e i tassi di sviluppo «sono attorno all’1%» mentre la domanda interna rimane «debole». Lo afferma il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che chiede «azioni riformatrici più coraggiose che migliorerebbero le aspettative delle imprese e delle famiglie e aggiungerebbero impulsi alla crescita». L’Italia, sottolinea Draghi al 17° congressoForex degli operatori finanziari a Verona, «dispone di grandi risorse, ha molte aziende, una grande capacità imprenditoriale, la sua gente è laboriosa e parsimoniosa».
«I salari di ingresso dei giovani sul mercato, in termini reali, sono fermi da oltre un decennio su livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta», ha proseguito Draghi, secondo cui «la recessione ha reso più difficile la situazione. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30%. Si accentua la dipendenza dalla ricchezza e dal reddito dei genitori, un fattore di forte iniquità sociale. È uno spreco di risorse che avvilisce i giovani e intacca gravemente l’efficienza del sistema produttivo».
Karl Polany (1886-1964)è un classico studioso delle scienze sociali contemporanee che ha offerto contributi di rilievo
allo studio dei rapporti tra economia e società,
alla critica del paradigma dominante in economia,
alla analisi delle istituzioni economiche
e alla interpretazione dei meccanismi istituzionali e delle contraddizioni della società industriale.
Polany è un autore dell’approccio istituzionalista. Per lui l’economia è inserita o incorporata nella società, e i processi economici
del produrre,
del distribuire
e dell’allocare risorse
sono attività essenziali di ogni società che, tuttavia si svolgono entro quadri istituzionali diversi, ovvero con motivazioni, significati, leggi e ordinamenti differenti.
Il rapporto tra economia e società si configura per Polany in modo diverso nelle diverse epoche storiche. Egli afferma infatti che di regola, l’economia dell’uomo è immersa nei suoi rapporti sociali e che “l’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso di beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali“
L’eccezionalità del capitalismo moderno consiste nel fatto che in esso “non è più l’economia ad essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali ad essere inseriti nel sistema economico” fino al punto di una “conduzione accessoria ” della società rispetto al mercato regolato da prezzi.
Per Polany l’economia si sottrae al controllo della società e subordina alle proprie esigenze gli altri aspetti della vita sociale.
Il nucleo centrale della critica di Polanyi è costituito da tre grandi centri di attenzione strettamente collegati:
1) L’economia di mercato e le sue contraddizioni;
Una economia di mercato è un sistema economico controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati; l’ordine nella produzione e distribuzione delle merci è affidato a questo meccanismo autoregolantesi. Una economia di questo tipo deriva dalla aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale da raggiungere un massimo di guadagno monetario.
2) Il mercato autoregolato che rappresenta l’istituzione fondamentale del capitalismo liberale;
Un mercato autoregolato richiede:
- la separazione istituzionale della società in una sfera economica ed una politica;
- l’esistenza di istituzioni economiche separate;
- una economia di mercato deve comprendere tutti gli elementi dell’industria compreso il lavoro, la terra e la moneta (concetto di merce);
3) la pretesa della teoria economica classica e neo classica di attribuire validità universale al paradigma economico mezzi – fini.
Polany contesta la validità universale delle leggi dell’economia classica e neo-classica, che viene relativizzata come efficace modello interpretativo della sola economia di mercato. La pretesa universalistica di tale disciplina nasce, secondo Polanyi, dalla “fallacia economicistica “, ovvero dall’errore logico di confondere due significati distinti del concetto di economia, quello “sostanziale ” che definisce il rapporto istituzionalizzato tra gli uomini e il loro ambiente naturale e sociale, diretto al soddisfacimento dei bisogni, e quello “formale ” che deriva dal rapporto logico tra mezzi e fini e implica la scarsità dei mezzi e la scelta tra alternative.
Ora mentre l’aspetto fisico dei bisogni dell’uomo fa parte della condizione umana e, quindi, nessuna società, può esistere senza possedere un qualche tipo di economia sostanziale, il meccanismo offerta-domanda-prezzo è, invece, un istituzione relativamente moderna, avente una struttura specifica che non è facile costituire né fare funzionare.
La fallacia economicistica è a sua volta imputabile allo sviluppo, negli ultimi due secoli di storia dell’Europa occidentale e dell’America, di un’organizzazione delle condizioni della sopravvivenza umana, costituito da un sistema di mercati regolatori dei prezzi, in cui gli atti di scambio effettuati in tale sistema comportano scelte tra mezzi scarsi, e “il significato formale e quello sostanziale di economia vengono in pratica a coincidere ” alimentando la convinzione che vi sia un unico modo di istituzionalizzazione delle attività economiche nei vari tipi di società.
Già nella Grande Trasformazione vi è una critica del postulato dell’homo oeconomicus. Scrive Polany che i “suggerimenti di A. Smith sulla psicologia economica dell’uomo primitivo erano tanto falsi quanto la psicologia politica del selvaggio di Rousseau. La divisione del lavoro, un fenomeno antico quanto la società, nasce da differenze inerenti al sesso, alla geografia e alle doti individuali e la presunta disposizione dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio è del tutto apocrifa “.
La critica dell’economia diventa più aspra con riferimento ai successori di A. Smith. Mentre Smith e Marx sono, infatti, in parte “risparmiati” per la loro capacità di concepire l’attività economica entro un preciso contesto sociale, Ricardo, Malthus e Townsend sono violentemente criticati per il loro naturalismo, cioè per la loro pretesa di considerare le leggi contingenti del modello di mercato come leggi di natura e universalmente valide. “Mentre gradualmente si apprendevano le leggi che governano un’economia di mercato, queste leggi venivano poste sotto l’autorità della natura stessa. La legge dei rendimenti decrescenti era una legge della fisiologia delle piante, la legge malthusiana della popolazione rifletteva il rapporto tra la fecondità dell’uomo e quella del suolo” e la disponibilità di cibo costituiva il limite naturale oltre il quale gli esseri umani non potevano moltiplicarsi, cosicché la fame diventa l’unico criterio regolatore di una società di “liberi “individui nella parabola delle capre e dei cani, ricordata da Townsend.
Secondo Polany il paradigma economico dominante concepisce la società economica come sottoposta a leggi che non sono leggi umane. Per trovare approcci alternativi capaci di reintegrare la società nel mondo umano bisogna superare decisamente i confini del pensiero economico. Marx si muove nella direzione giusta, ma a causa della sua troppo stretta aderenza a Ricardo e alle tradizioni dell’economia liberale resta nel paradigma economicstico.
Particolarmente severo è il giudizio sugli economisti neo- classici come Von Mises (nel 1920 aveva proclamato un vero e proprio manifesto liberale – Solo il libero mercato consente di misurare attraverso la formazione dei prezzi, la scarsità relativa delle risorse e quindi evidenzia la irrazionalità della pianificazione), Hayek e Robbins.
Polany non critica tanto le categorie dell’analisi economica quanto il suo quadro ideologico generale, l’utilitarismo, l’individualismo, il formalismo razionale, il naturalismo a-storico. Razionalismo, individualismo e spirito acquisitivo, costituiscono per Weber e Sombart i valori fondamentali della cultura borghese che tanta parte ha svolto nell’affermazione del capitalismo di mercato, mentre il naturalismo nasce dal tentativo consapevole di Smith di fondare l’autonomia della scienza economica mutuando il metodo delle scienze della natura. Anche Polanyi attribuisce grande importanza a questi orientamenti culturali, ma mette in luce soprattutto l’influenza negativa da essi esercitata nel favorire un’istituzione come il mercato autoregolato che ha subordinato la società all’economia.
Lo sforzo di Polanyi è rivolto a mostrare come esistano forme di istituzionalizzazione delle attività economiche diverse dallo schema mezzi – fini.
Più specificatamente, Polanyi si sforza di dimostrare che il complesso concorrenziale mercato-moneta-prezzo, che opera nel contesto giuridico della proprietà privata e del libero contratto e nel contesto culturale dell’economizzare, “è stato assente e ha svolto un ruolo subordinato durante la maggior parte della storia umana“. Ciò appare chiaro se si ritorna alla nozione di economia e si esaminano i diversi contesti istituzionali in cui tale sfera opera.
L’analisi dell’economia come processo istituzionale è necessaria non solo per comprendere realtà diverse dal capitalismo liberale, ma anche per comprendere i problemi specifici della società contemporanea emersa dalla crisi del mercato autoregolato, correggendo la distorsione prodotta dalla fallacia economicistica e contribuire, quindi, alla loro soluzione.
Sostenendo che il significato sostanziale di economia è quello universale e il significato formale quello storicamente contingente, il lavoro di Polany è teso a dimostrare che i principi dell’economizzare non sono universalmente presenti. Le analisi del commercio, della moneta, dei mercati, che costituiscono l’oggetto privilegiato della sua indagine perché sono più facilmente oggetto di fraintendimenti dovuti all’impiego delle categorie dell’economia formale, mostrano che “i rapporti interpersonali basati sul dare e ricevere sono tipicamente incorporati in una vasta rete di impegni sociali e politici che non consentono agli individui di massimizzare i vantaggi economici ottenuti in queste relazioni” e aprono la strada alla elaborazione di una teoria “dei movimenti appropriativi” dei fattori della produzione.
La tesi della eccezionalità del capitalismo liberale e la critica della teoria economica formale diedero vita a un ampio e composito progetto di studi e ricerche interdisciplinari, ispirate da Polany, sulle società primitive e le società antiche, che si proponevano di dimostrare l’esistenza di meccanismi istituzionali di integrazione sociale dell’economia diversi dal mercato autoregolato e di sostenere l’esigenza di categorie di analisi diverse dallo schema domanda offerta prezzo.
Il risultato teorico più interessante scaturito dai risultati di queste ricerche è la concezione dell’economia come processo istituzionalizzato e la connessa tipologia delle forme di integrazione, transazione o appropriazione.
Dunque Polany concepisce l’economia, nel suo significato sostanziale, come un processo istituzionalizzato di interazione tra l’uomo e il suo ambiente, che da vita a un continuo flusso di mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni. Uomini, mezzi materiali, capitali, conoscenze tecniche, tutto ciò che contribuisce alla produzione deve spostarsi da una parte all’altra della società e i prodotti di questa attività devono essere ridistribuiti tra i membri della società. Accanto ai movimenti fisici acquistano fondamentale importanza i movimenti appropriativi, derivanti sia da transazioni che da disposizioni.
L’organizzazione sociale del potere appropriativo costituisce quindi, la matrice istituzionale che ordina i rapporti economici tra gli uomini e definisce il posto dell’economia nella società, nel senso che individua le condizioni sociali da cui scaturiscono le motivazioni individuali e l’insieme dei diritti e dei doveri che sanciscono i movimenti con cui i beni e le persone partecipano al processo economico.
Lo studio del modo in cui i sistemi economici concreti sono istituzionalizzati, cioè acquistano stabilità e unità viene effettuato mediante una tipologia che identifica tre schemi di integrazione o modi di transazione fondamentali:
la reciprocità,
la ridistribuzione
e lo scambio
Reciprocità e ridistribuzione svolgeranno un ruolo centrale nel pensiero di Polany.
Nel linguaggio corrente, tali concetti sono spesso impiegati per indicare rapporti tra persone. Ma nell’accezione di Polany non si tratta di semplici aggregati di comportamenti individuali, ma di strutture che identificano i tipi di provvedimenti istituzionali che regolano i rapporti tra i partecipanti al processo economico.
Queste strutture comportano diverse modalità di distribuzione nello spazio:”La reciprocità sta ad indicare movimenti tra punti correlati di gruppi simmetrici (principio di simmetria); la ridistribuzione indica movimenti appropriativi in direzione di un centro e successivamente provenienti da esso (principio di centricità); lo scambio si riferisce a movimenti bilaterali che si svolgono tra due “mani” in un sistema di mercato“.
I comportamenti di reciprocità tra le persone integrano l’economia solo se esistono strutture organizzate simmetricamente come il sistema parentale, gli atti di ridistribuzione presuppongono l’esistenza di un centro politico che raccoglie e alloca risorse e gli atti di scambio tra individui producono prezzi solo quando hanno luogo i mercati regolatori dei prezzi. Ciascuna delle tre forme identifica i principi di organizzazione sociale e moventi di azione che si possono applicare ad aree ampie ed eterogenee di attività sociale: “la tacita mutualità tipica della sfera sociale dei rapporti affettivi diretti (nella famiglia, nel gruppo amicale, nella comunità, ecc.) il controllo razionale, rivolto a fini collettivi, delle regole formali e dell’autorità centrale e l’interesse personale economicamente razionale dei rapporti di scambio“. Così intese, queste forme potrebbero essere denominate i principi sociale, politico ed economico dell’ordinamento della società.
Nella tipologia delle forme di integrazione di Polany vi sono due questioni aperte che è opportuno esaminare per valutarne il grado di compiutezza teorica, e cioè il problema della dominanza delle diverse forme di integrazione nelle diverse situazioni storiche e delle loro sequenze temporali e il problema dei meccanismi di transizione da una forma all’altra.
Polany dice chiaramente che le “forme di integrazione non rappresentano <stadi> dello sviluppo e non implicano alcuna sequenza temporale, e che, a fianco della forma dominante possono esisterne diverse altre, secondarie, e la stessa forma dominante può ricomparire dopo un periodo di eclisse temporanea“.
Polany, ostile ad una economia dominata unicamente dal mercato (ma lo è anche nei confronti di una economia rigidamente pianificata) non considera il capitalismo di mercato come il risultato di un processo storico di accumulazione del capitale e di liberazione della forza lavoro, di razionalizzazione degli orientamenti culturali e delle istituzioni, o di esplicazione delle energie dell’innovazione imprenditoriale, ma come la situazione storica in cui la forma di mercato autoregolato è dominante.
La sua ferma negazione della possibilità di configurare una sequenza di stadi nasce dal timore di presentare il capitalismo liberale come fase superiore dello sviluppo della società umana.
Polany va apprezzato in particolare per la sua critica della pretesa di universalità della teoria economica classica e neo classica, e per il suo apporto alla costruzione di un modello esplicativo del posto dell’economia nella società che si fonda sulla tipologia degli schemi di integrazione. L’ individuazione di una contraddizione del mercato autoregolato che è costretto ad asservire alla sua logica, la società, ed è nel contempo vittima della sua reazione, conserva una notevole forza interpretativa. E la critica dei modelli evoluzionistici e monocausali, che vedono nell’economia di mercato l’approdo naturale della storia umana e nello scambio utilitaristico la logica di forma regolativa per eccellenza dei rapporti sociali è molto attuale.
Basti pensare all’attuale dibattito sulla crisi e la riforma del welfare state, che Polany considerava come un movimento tendente a reincorporare l’economia nella società, e agli studi recenti intesi a porre in luce la crescente importanza di forme di economia informale e diffusa in tutti i paesi tardo – industriali, che offrono testimonianze diverse circa l’attualità delle tesi polanyane, come verifica della tesi della coesistenza di diversi schemi di integrazione dell’economia in una società storicamente data e della riemergenza di forme ritenute scomparse.
Dalla sua opera si possono trarre indicazioni assai stimolanti per affrontare alcune questioni fondamentali della ricerca storico/economica e socio/antropologica, e, in particolare: la questione del rapporto tra i tre schemi di integrazione e del passaggio dall’uno all’altro nelle varie situazioni storiche; il problema della perdurante importanza della reciprocità e della ridistribuzione in una società i cui valori egemoni sono l’individualismo e il razionalismo utilitaristico; la questione delle tensioni tra reciprocità e scambio, ovvero tra solidarietà ed efficienza e tra ridistribuzione e scambio, ovvero tra stato e mercato; la questione normativa, infine, della combinazione delle tre forme più adeguata a gestire i complessi problemi della società tardo industriali contemporanee.
Contribuendo ad analizzare le contraddizioni del complesso rapporto economia società e stimolando la ricerca intorno a questioni centrali nel dibattito intellettuale contemporaneo, Polanyi può costituire un efficace antidoto sia contro i difensori del mercato e del neo utilitarismo, sia contro i loro avversari sostenitori dell’economia pianificata.
“La grande trasformazione” è l’opera fondamentale di Polany; un opera al confine tra diverse discipline: Economia, sociologia, Storia, Antropologia. Scopo dell’opera è analizzare le origini politiche ed economiche e le cause del crollo di quella che Polany definisce ” la civiltà del diciannovesimo secolo “, ovvero del capitalismo industriale moderno, e in particolare la crisi della sua istituzione fondamentale, il mercato autoregolato, “fonte e matrice ” del sistema e innovazione fondamentale che ne spiega il carattere storicamente specifico e l’entità della grande trasformazione che esso ha comportato.
La tesi centrale è che il mercato autoregolato implicava una grande utopia, poiché esso non poteva esistere a lungo “senza annullare la sostanza umana e naturale della società“, cioè distruggendo l’uomo fisicamente e trasformando il suo ambiente in un deserto. Era quindi inevitabile che “la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo”. Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far crollare l’organizzazione sociale che si basava su di esso.
La semplicità e unilateralità della sua tesi, Polany la giustifica in base alla straordinaria importanza del meccanismo istituzionale costituito dal mercato autoregolato per la nascita, lo sviluppo e la sopravvivenza di quel particolare stadio della storia della civiltà industriale, che è il capitalismo del XIX secolo.
Polany condivide con Marx la convinzione di una ineliminabile contraddizione nell’operare della società capitalistica. A differenza di Marx tuttavia egli identifica nel mercato e non nei rapporti sociali di produzione, il nucleo centrale del sistema e non considera questa società come il punto più alto dello sviluppo finora raggiunto dalla società umana, sia pure ancora appartenente alla “preistoria ” del genere umano, ma quasi, un caso patologico che non può che chiudersi tra i contorcimenti di una crisi violenta, perché ha violato alcuni principi fondamentali dell’integrazione sociale. Vi è, quindi un rovesciamento ancora più radicale che in Marx delle analisi e degli assunti dell’economia politica classica e del pensiero liberale. Non sono tanto le categorie di analisi della teoria economica che vengono criticate, ma i postulati utilitaristici e individualistici e l’abbandono da parte del pensiero economico liberale di una concezione che sappia inquadrare le attività economiche nei rapporti sociali. Nel capitalismo liberale Polany individua una contraddizione di fondo, un conflitto insanabile tra mercato e società. L’economia, strutturandosi sulla base del mercato autoregolato, si è infatti separata radicalmente dalle altre istituzioni sociali e ha costretto il resto della società a funzionare secondo le leggi della sua propria organizzazione, trasformando in merci il lavoro e la terra e minacciando così di distruggere la natura e l’uomo. Di fronte a questo pericolo la società ha sviluppato processi di difesa che, a loro volta, hanno ostacolato il meccanismo fondamentale dello sviluppo capitalistico.
Buona parte della “La grande trasformazione” è dedicata all’analisi del “doppio movimento” originato dal tentativo di controllare questa contraddizione di fondo, cercando di far coesistere il meccanismo istituzionale del mercato libero e autoregolato con una serie di controlli sulle transazioni di forza lavoro, capitali e risorse naturali che rispondono a esigenze di integrazione e stabilità sociale. Questa situazione conduce ad uno scontro tra:
- liberalismo economico e protezione sociale, che hanno portato ad una forte tensione istituzionale;
- conflitto fra le classi che interagendo col primo punto ha portato alla catastrofe fascista:
Dopo l’enunciazione della tesi centrale del libro, Polany delinea nei primi due capitoli un affresco del capitalismo liberale del XIX secolo, ponendo l’accento sulle istituzioni e gli attori sociali fondamentali che hanno garantito una pace secolare dal 1815 al 1914. L’equilibrio di potere tra le grandi potenze del concerto europeo, ha avuto nell’agire dell’alta finanza internazionale il suo garante principale, e nella base aurea (moneta come mezzo di scambio legato all’oro; conseguenze: da un lato stabilità dei cambi che favorisce il commercio internazionale, dall’altra la crescita di importazione provoca un deflusso dell’oro ed una riduzione della quantità di moneta circolante e disponibile per pagamenti interni con la conseguenza di un calo delle vendite che colpisce le attività produttive e genera disoccupazione) e nel governo democratico costituzionale , i due requisiti istituzionali essenziali.
Ma l’istituzione fondamentale di tale assetto è stato il mercato autoregolato, e’ infatti l’emergere non più controllato delle sue contraddizioni latenti che determina la crisi delle altre istituzioni, dalla base aurea alla democrazia parlamentare , all’equilibrio pacifico tra le potenze, sconvolgendo la civiltà del XIX secolo.
Per comprendere i conflitti contemporanei è dunque necessario, secondo Polany, risalire alle origini del capitalismo liberale e analizzare le cause e le conseguenze di “quel rivolgimento sociale e tecnologico dal quale era sorta nell’Europa occidentale l’idea di un mercato autoregolato“. E dalla ricostruzione della crisi contemporanea si passa alla individuazione della specificità di un sistema economico di mercati autoregolati.
La ricostruzione delle origini del capitalismo industriale pone l’accento soprattutto sugli effetti dirompenti della introduzione della macchina e sui deliberati interventi del potere statale per liberalizzare i mercati del lavoro e della terra. A Polany interessa l’identificazione di un meccanismo istituzionale di regolazione dell’economia, del tutto nuovo rispetto al passato e le contraddizioni che esso suscita, espresse nel doppio movimento del mercato auto regolato e della autodifesa della società. L’opera è costruita attorno a questo contrappunto che è espresso nei titoli delle due sezioni della parte seconda del libro: “I macchinari satanici ” e “L’autodifesa della società” Polany afferma in polemica con gli economisti classici che il mercato autoregolato è solo uno dei meccanismi istituzionali di integrazione dell’economia, la cui assoluta novità rispetto agli altri tipi di attività commerciale che sono sempre esistiti, consiste nella subordinazione ad esso dell’intera organizzazione sociale. Questa subordinazione, a sua volta comporta la trasformazione in “merci fittizie ” del lavoro, della terra e del denaro, tre fattori che non sono prodotti per la vendita.
La finzione della merce, fornisce un principio di organizzazione vitale per un tipo di economia in cui nessun ostacolo deve essere posto al mercato autoregolato, al meccanismo dei prezzi e al libero gioco della domanda e dell’offerta.
E tuttavia, sostiene Polany, permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale, e sia pure anche solo, della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto, porterebbe alla demolizione della società. “La presunta merce forza lavoro non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati;. . . . e infine, gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e le siccità per le società primitive“.
Questa tensione fondamentale tra espansione del mercato e autodifesa della società spiega perché man mano che si sviluppava la produzione industriale, e cresceva l’importanza del mercato autoregolato (il quale doveva garantire la libera fornitura all’industria stessa del lavoro, della terra e della moneta trasformate in merci) si sviluppassero anche varie istituzioni protettive di tali elementi. Polany analizza in modo approfondito il conflitto tra le due esigenze contrastanti della libera circolazione delle merci fittizie nel mercato autoregolato e dei meccanismi di autodifesa della società (leggi sui poveri e pauperismo), al rapporto tra mercato e natura e alle tensioni distruttive che pongono in crisi l’ultima a cadere delle istituzioni liberali vale a dire il sistema monetario internazionale a base aurea. Parallelamente esamina sia il funzionamento delle istituzioni e il comportamento degli attori sociali e politici, sia il credo liberale e la teoria economica che legittimavano il nuovo ordine economico, anticipando i punti fondamentali della critica dell’Economia politica che svilupperà nelle opere successive.
A titolo di esemplificazione dell’argomentazione di Polany, ricordiamo l’analisi della Speenhamland Law del 1795. Com’è noto, si trattava di una legge che decideva la quota di sussidio spettante a tutti i disoccupati e a tutti coloro che non erano in grado di percepire un salario pari al reddito familiare a loro assegnato, collegandola al prezzo del pane. Questa sorta di salario minimo garantito, indicizzato, impedì fino all’anno della sua abrogazione, nel 1834, la creazione di un mercato del lavoro libero perché scioglieva il legame tra entità della prestazione (tempo di lavoro) e salario per la maggioranza dei lavoratori inglesi dell’epoca, rimuovendo la principale motivazione al lavoro, che consisteva nel bisogno, e determinando una assuefazione all’assistenza.
Il conflitto tra il meccanismo liberistico e il principio utilitaristico che lo sorregge, da un lato, e le esigenze di solidarietà e di coesione sociale, dall’altro, sono analizzate con grande acutezza in questo come negli altri casi esaminati ricostruendo un processo continuo di interventi, che tuttavia non riuscirono a evitare il pieno dispiegarsi delle tensioni distruttive, che portarono al crollo della civiltà del XIX secolo.
Il conflitto tra liberismo economico e protezionismo sociale è non solo il tema centrale della Grande trasformazione , ma anche quello più squisitamente sociologico, in quanto affronta con originalità la questione sociologica classica dei fondamenti della solidarietà in una società individualistica e utilitaristica. La tradizione sociologica aveva già ampiamente sviluppato tale tema, e l’espansione dell’intervento statale in economia a seguito della grande depressione degli anni ’30 aveva riproposto con forza il problema. Polany tratta questa questione chiave della riflessione sociologica in modo originale , incentrandola sul rapporto economia – società e interpretando in questa chiave non solo la crisi del capitalismo liberale ma anche le reazioni politico – sociali del periodo tra le due guerre mondiali, dal New Deal americano alla pianificazione sovietica, ai tentativi di regolazione economica dei regimi autoritari di connotazione fascista.
Si tratta di una questione assolutamente centrale che si ripropone oggi nella forma della crisi del Welfare state e dei tentativi di ridefinire il ruolo, al fine di realizzare un compromesso soddisfacente tra efficienza economica fondata sulla competitività e equità sociale garantita da istituzioni di protezione sociale.
William Beveridge is usually considered the “father of the welfare state”, thanks to the 1942 Report on Social Insurance and Allied Services he authored for the British Government. In this extraordinarily detailed and argued document, Beveridge draws the architecture of a complete welfare state based on a revolutionary approach: universalism. Every citizens receive coverage for a set of social risks, as a right based on contributions paid by everyone. Universal social insurance, universal health care and public commitment to full employment are the three pillars of the new welfare state proposed by Beveridge. In the first part, the paper discusses the intellectual environment and the historical contingencies that favoured the elaboration of the Report, and outlines the architecture of the new public approach to welfare. In the second part of the paper the impact of the Beveridge Report on post-war British welfare legislation is analysed. Finally some reflections on its value for current welfare reform are proposed.
Una visione di futuro per l’Italia. Un mese di sociale 2010Autori e curatori:CensisContributi:Giuseppe De RitaCollana:CensisArgomenti:Politica, società italiana-Sociologia economica, del lavoro e delle organizzazioniLivello:Studi, ricercheDati:pp. 96, 1aedizione 2011 (Cod.139.26) In breveLa riflessione del Censis “Un mese di sociale/2010” èdedicata questa volta a un esercizio division, per andare oltre i consolidati schemi di interpretazione fenomenologica e immaginare un futuro possibile per il Paese. Come staremo al mondo? Quali grandi sfide saranno per noi decisive nei prossimi anni? E come si riorganizzerà la comunità nazionale? Presentazione
del volume:Una visione di futuro per l’Italia è il titolo dell’appuntamento di riflessione del Censis “Un mese di sociale/2010″,dedicato questa volta a un esercizio division, per andare oltre i consolidati schemi di interpretazione fenomenologica e immaginare un futuro possibile per il Paese. Come staremo al mondo? Quali grandi sfide saranno per noi decisive nei prossimi anni (le risorse di base, il nuovo ciclo tecnologico, l’evoluzione demografica mondiale, i sistemi valoriali nuovi)? E come si riorganizzerà la comunità nazionale? Il ciclo lungo dell’individualismo ci ha portato alla molecolarità delle imprese e del lavoro, allo sfarinamento delle diverse forme di rappresentanza collettiva, alla grande liberazione dei diritti e alladeregulationdei comportamenti, a un crescente primato del soggettivismo etico. La nostra società è stata segnata dal declino del potere ideologico e da una crescita del “potere nudo” (personale, finanziario, mediatico). Chi saranno iplayersdel nuovo potere? E quali strade percorreranno per favorire il passaggio dal potere all’egemonia? Indice: Giuseppe De Rita,Introduzione. Cultura Censis e vision Come staremo al mondo? Qualità delle relazioni e destino comunitario Incontro con Salvatore Natoli Riarmo morale e trasparenza del potere Giuseppe Roma, Affarismo e clientele annebbiano il futuro Appendice. Ecco come staremo al mondo.
Tipologia: Edizione a stampa Prezzo: € 12,00 Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856833553
Tipologia: E-book Prezzo: € 9,00 Possibilità di stampa: No Possibilità di copia: No Possibilità di annotazione: Si Portabilità: Si Ottimizzazione: per PC, Mac, NoteBook, NetBook
Codice ISBN 13: 9788856829921 Formato: PDF per Digital Editions Dimensione: 1018 KB Informazioni sugli e-book
Progetto Zattera Blu prosegue nel proporre annualmente una tavola rotonda in cui le tematiche generali siano la coesistenza del sociale con l’economia (e viceversa), a beneficio di un Welfare diffuso e di una riflessione condivisa.
A tal proposito siamo lieti di invitarvi alla tavola rotonda dal titolo :
“IL NORD EST TRA ECONOMIA E SOCIALE”
che si terrà
MARTEDI’ 15 FEBBRAIO 2011, dalle ore 9.30 alle ore 12.30
Presso la sala conferenze dell’azienda MEVIS spa
via Borgo Tocchi, 28 – Rosà (Vicenza)
In tale occasione avremo modo di ascoltare e confrontarci con il prof. Daniele Marini, che presenterà le tesi portanti, i dati principali dell’11° Rapporto annuale della Fondazione Nord Est, con Daniela Rader, assessore alle Attività Produttive del Comune di Schio e Franco Balzi, presidente del Consorzio Prisma di Vicenza.
Nel suo editoriale del 2 gennaio sul Corriere («Meno illusioni per dare speranza» ) Mario Monti, per spiegare la mentalità rivendicativa di ampi settori della sinistra italiana, ha richiamato il forte influsso esercitato su di essi dalla dottrina di Marx: nel senso che, una volta fallito il sogno del superamento del capitalismo e della instaurazione di una società più equa ha prevalso in Italia, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, una rivendicazione essenzialmente ideale, basata su istanze etiche, «rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività» .
…
Io ritengo che su alcuni gruppi politici e sindacali continui a pesare un passato che, in realtà, non è affatto passato. Nell’età della Prima repubblica, la sinistra italiana guidata dal Partito comunista non è mai riuscita a elaborare una cultura all’altezza di una moderna società industriale
….
i comunisti italiani hanno sempre visto nel capitalismo un freno allo sviluppo economico.
….
Dunque, all’inizio di quel formidabile processo di sviluppo che è passato alla storia con la denominazione di «miracolo economico» , nel quale avrebbero avuto un ruolo decisivo proprio i piccoli e medi imprenditori, e che in meno di un decennio avrebbe fatto dell’Italia una delle massime potenze industriali del mondo, i comunisti italiani indugiavano ancora in una visione del capitalismo come freno alle forze produttive
…
Difficile immaginare una posizione più anacronistica. E così non può stupire l’atteggiamento negativo dei comunisti italiani (che nel 1957 votarono contro i trattati di Roma) verso il Mercato comune europeo, del quale essi non vedevano le immense opportunità economiche e tecnologiche, e insistevano piuttosto su un’ «irrimediabile» frattura dell’Europa e sui pericoli, che a loro avviso ne sarebbero derivati, alla nostra indipendenza nazionale.
…. questa incapacità dei comunisti italiani di elaborare una cultura all’altezza di una società industriale avanzata abbia pesato molto negativamente sulle loro posizioni, precludendogli una teoria e una pratica di riformismo realistico e incisivo … capace di affondare le sue radici nello sviluppo e non nel rifiuto dello sviluppo; capace di individuare tutte le opportunità e tutte le risorse del cambiamento, per trarne vantaggio grazie a una efficace politica sindacale (la quale può essere efficace solo se tiene ben presenti i limiti della sostenibilità, ovvero i vincoli della competitività). Questa eredità negativa pesa ancora molto, a mio avviso, su ampi settori della sinistra (non su tutti, per fortuna), i quali non riescono ad affrontare il cambiamento, l’innovazione, la trasformazione, e si arroccano in una posizione di pura e semplice negazione. Di qui un grave danno per la sinistra nel suo complesso, poiché solo se essa riesce a elaborare una cultura all’altezza dei processi sempre più impetuosi che caratterizzano il mondo globalizzato, può avanzare una sua proposta di governo (concreta, realistica, credibile), e assicurare al Paese quell’alternanza che è il sale di qualunque democrazia liberale.
tratto da:
Sinistra e mercato, un’antica diffidenza di GIUSEPPE BEDESCHI, Corriere della sera 6 gennaio 2011