Qualche tabella sulle PENSIONI dei politici della prima e seconda Repubblica


Ho sostenuto con convinzione tutte le riforme pensionistiche che sono state approvate a partire dagli anni ’90.

Con l’esito (GIUSTO DAL PUNTO DI VISTA DELLE POLITICHE SOCIALI) che andrò in pensione a 66 anni solo quando avrò raggiunto l’età anagrafica. Nessuna pensione di anzianità per me. E, ripeto è GIUSTO così.

Tuttavia queste tabelle fanno girare i coglioni. Tanto più che alcuni sono quelli che ancora inquinano la politica nazionale e che fra di essi c’è un istigatore di assassinii politici. E’ un livido professore di Padova che rideva quando gambizzarono il suo collega Guido Petter

Paolo Ferrario (1948 – ), NON pensionato, formatore in regime di libera professione dal 1994. E dunque “prevecchio precario”

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Qualche tabella sulle PENSIONI dei politici della prima e seconda Repubblica

(con il cursore sopra ad ogni diapositiva si può fermarla e leggerla con attenzione)

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Da associare a:

PENSIONI: bibliografia in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011


PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

DE CESARI MARIA CARLA, LO CONTE MARCO, MICARDI FEDERICA (cur.)

TUTTO PENSIONI. Il manuale pratico delle novità sulla previdenza

IL SOLE 24 ORE,  2011,  p. 94

RICCIARDI L., CONCLAVE M., CORRENTE E., LAI M.

GUIDA ALLA TUTELA DEL LAVORATORE

EDIZIONI LAVORO,  2009,  p. 326

Pietro ichino (cur.)

CODICE DEL LAVORO Costituzione Codice civile Statuto dei lavoratori Lefggi Speciali e Regolamenti

Italia Oggi Novecento Media Cassazione.net,  2009,  p. 840

JESSOULA Matteo

LA  POLITICA PENSIONISTICA

IL MULINO,  2009,  p. 351

Marco Carcano

Il  «Protocollo welfare» – Come cambiano pensioni e lavoro

Aggiornamenti sociali,  2008,  p. 344-355

NATALI DAVID

VINCITORI E PERDENTI. Come cambiano le pensioni in Italia e in Europa

IL MULINO,  2007,  p. 226

AMATO GIULIANO

IL  GIOCO DELLE PENSIONI: RIEN NE VA PLUS

IL MULINO,  2007,  p. 115

DEL GIUDICE F., MARIANI F., SOLOMBRINO M.

LEGISLAZIONE E PREVIDENZA SOCIALE. MANUALE TEORICO PRATICO. XXI edizione

EDIZIONI GIURIDICHE SIMONE,  2006,  p. 576

COMEGNA DOMENICO, BAGNOLI ROBERTO, a cura di Massimo Fracaro

LE  NUOVE PENSIONI.

ETAS,  2004,  p. 222

DAMIANO CESARE, TURCO LIVIA, POLLASTRINI GIOVANNI, WITTEMBERG RAUL

PENSIONI E CONTRORIFORMA

L’UNITA’,  2004,  p. 190

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

ANDRUCCIOLI PAOLO

LA  TRAPPOLA DEI FONDI PENSIONE

FELTRINELLI,  2004,  p. 162

MEGALE GAETANO, MIGLIOLI FLAVIO, SORGI SERGIO

COME PIANIFICARE LA PROPRIA PENSIONE. GUIDA PRATICA ALLE SCELTE DI PREVIDENZA

IL SOLE 24 ORE,  2004,  p. 252

CIOCIA ANTONELLA

L’  INFINITA RIFORMA DELLA PREVIDENZA IN ITALIA, in STATO SOCIALE IN ITALIA. RAPPORTO

ANNUALE IRPPS – CNR 2002  a cura di CALZA BINI PAOLO, PUGLIESE ENRICO

DONZELLI,  2003,  p. 183-210

MAZZETTI GIOVANNI

IL  PENSIONATO FURIOSO

BOLLATI BORINGHIERI,  2003,  p. 108

MARANO ANGELO

AVREMO MAI LA PENSIONE?

FELTRINELLI,  2002,  p. 142

BOERI TITO, PEROTTI ROBERTO

MENO PENSIONI PIU’ WELFARE

IL MULINO,  2002,  p. 244

AMATO GIULIANO, MARE’ MARIO

LE  PENSIONI. IL PILASTRO MANCANTE

IL MULINO,  2001,  p. 256

SOLOW ROBERT M.

LAVORO E WELFARE

EDIZIONI DI COMUNITA’,  2001,  p. 108

FORNERO E., CASTELLINO O. (cur.)

LA  RIFORMA DEL SISTEMA PREVIDENZIALE ITALIANO. OPZIONI E PROPOSTE

IL MULINO,  2001,  p. 192

FACCHINI CARLA (cur.)

ANZIANI, PLURALITA’ E MUTAMENTI. Condizioni sociali e demografiche, pensioni, salute e servizi in

FRANCO ANGELI,  2001,  p. 285

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

MIRABILE M.L., PENNACCHI L. (cur.)

IL  PILASTRO DEBOLE. I sistemi previdenziali misti

EDIESSE,  2001,  p. 240

FERRARIO PAOLO

LE  POLITICHE DELLA PREVIDENZA, in  POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI

CAROCCI EDITORE,  2001,  p. 55-70

DURRENMATT FRIEDRICH

IL  PENSIONATO frammento di un romanzo poliziesco

EDIZIONI CASAGRANDE, BELLINZONA,  2000,  p.

COLOMBO MARIO

IL  PROBLEMA DELLE PENSIONI – ANALISI E PROPOSTE

AGGIORNAMENTI SOCIALI,  2000,  p. 114-122

CESARI VITTORIO

I  FONDI PENSIONE

IL MULINO,  2000,  p. 126

CESARI RICCARDO

I  FONDI PENSIONE

IL MULINO,  2000,  p. 127

PENNACCHI LAURA

LO  STATO SOCIALE DEL FUTURO   Pensioni, equità, cittadinanza

DONZELLI,  1997,  p. 181

ISTAT

I  TRATTAMENTI PENSIONISTICI   anno 1997

ISTAT,  1997,  p. 130

BONATI G.,  FABRIZIO DE RITIS D., GREMIGNI P., MONTEMARANO A., RIZZARDI R.

LA  RIFORMA DELLE PENSIONI guida pratica all’applicazione della legge 335 dell’8 agosto 1995

PIROLA,  1996,  p. 334

BELTRAMETTI  LUCA

IL  DEBITO PENSIONISTICO ITALIANO

IL MULINO,  1996,  p. 184

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

CARINCI F., DE LUCA TAMAJO R., TOSI P., TREU T. (cur.)

LE  NORME ESSENZIALI DEL DIRITTO DEL LAVORO

UTET,  1995,  p. 526

ABALDO GIANCARLO

GUIDA PRATICA ALLE NUOVE PENSIONI

GIUFFRE’,  1995,  p. 220

BARTOLINI FRANCESCO (cur.)

IL  CODICE DEL LAVORO, DEGLI INFORTUNI, DELLA PREVIDENZA E DELL’ASSISTENZA SOCIALE E

SANITARIA

CASA EDITRICE LA TRIBUNA,  1995,  p. 2142

RUSCIANO M., ZAPPOLI L. (cur.)

L’  IMPIEGO PUBBLICO NEL DIRITTO DEL LAVORO

GIAPPICHELLI,  1994,  p. 374

DE CECCO M., PIZZUTI F. R.

LA  POLITICA PREVIDENZIALE IN EUROPA

IL MULINO,  1994,  p. 384

CNEL

POLITICHE DEL LAVORO

CNEL,  1994,  p. 260

LEGISLAZIONE

FINANZIARIA 1994: SANITA’ E PREVIDENZA NEL DISEGNO DI LEGGE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1993,  p. 1-5

MIOZZA R.

INPDAP – LE PRESTAZIONI DELLA CASSA PENSIONI DIPENDENTI ENTI LOCALI

CEL,  1993,  p. 421

BUZZOLA PAOLA

RIFORMA DELLE PENSIONI: QUALCHE COMMENTO IN RELAZIONE AI SERVIZI SOCIALI

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1993,  p. 19

ARGENTINO GIUSEPPE

RIFORMA DEL SISTEMA PENSIONISTICO

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1993,  p. 11-15

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

ARGENTINO GIUSEPPE

GLI  INDEBITI PENSIONISTICI DOPO LA SENTENZA 39/93 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1993,  p. 13-16

PESSI R.  (cur.)

IL  SISTEMA PREVIDENZIALE EUROPEO

CEDAM,  1993,  p. 240

ESPOSTI GIANCARLO

L’  ANNOSA QUESTIONE EGLI INDEBITI PENSIONISTICI

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1992,  p. 16-18

VARESI P.A., LAI M., LEBRA A.

GUIDA PRATICA DEL LAVORATORE 1992

EDIZIONI LAVORO,  1992,  p. 302

DOCUMENTI

TAGLI A PENSIONI E SANITA’: TESTO DI LEGGE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1992,  p. 2-4

DOCUMENTI

DISEGNO DI LEGGE: DELEGA AL GOVERNO PER LA RAZIONALIZZAZIONE E LA REVISIONE DELLE

DISCIPLINE IN MATERIA DI SANITA’, PUBBLICO IMPIEGO, PREVIDENZA, FINANZA TERRITORIALE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1992,  p. 6-8

GLASSIER VITTORIO

LE  MALATTIE ALLERGICHE: UNA DIFFICILE TUTELA PREVIDENZIALE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1990,  p. 17-19

FARGION V.

STATO E PREVIDENZA IN ITALIA in SCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE E POLITICHE PUBBLICHE a cura

LA NUOVA ITALIA SCIENTIFICA,  1989,  p. 209-243

GALOPPINI A.M. BERGONZI A.

LINEAMENTI DI DIRITTO PRIVATO

LA NUOVA ITALIA SCIENTIFICA,  1989,  p. 224

GIUGNI G.

LAVORO LEGGE CONTRATTI

IL MULINO,  1989,  p. 365

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

VITALETTI G.

PENSIONI DEGLI ITALIANI

MARSILIO,  1988,  p. 240

ISTAT

STATISTICHE DELLA PREVIDENZA  DELLA SANITA’ E DELL’ASSISTENZA SOCIALE

ISTAT,  1988,  p. 206

MAESTRI E.y

LA POLITICA DELLE PENSIONI IN ITALIA TRA CICLO ELETTORALE  E COMPETIZIONE INTERPARTITICA

QUADERNI DI SOCIOLOGIA,  1987,  p. 47-73

FNP, CISL LOMBARDIA

PENSIONAMENTO. RITIRARSI DAL LAVORO NON DALLA VITA. ASPETTI MEDICI E PSICOLOGICI

,  1987,  p. 130

RODA’ G.

PENSIONI

IL SOLE 24 ORE,  1986,  p. 290

TRIMARCHI P.

ISTITUZIONI DI DIRITTO PRIVATO

GIUFFRE’,  1986,  p. 966

RODA’ G.

PENSIONI

IL SOLE 24 ORE,  1986,  p.

CESARINI F.,CONTE F.P.,VALIANI R.

IL FUTURO DELLE PENSIONI

EDIZIONI LAVORO,  1984,  p. 130

CONTI LAURA

PREVIDENZA NON SOCIALE E SICUREZZA SOCIALE

PROBLEMI DEL SOCIALISMO,  1962,  p.

CONTI LAURA

POSSIBILITA’ DEMOCRATICHE NEL SISTEMA ASSISTENZIALE-PREVIDENZIALE ITALIANO

PROBLEMI DEL SOCIALISMO,  1958,  p.

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

CONTI LAURA

L’  ASSISTENZA E LA PREVIDENZA SOCIALE  STORIA E PROBLEMI

FELTRINELLI,  1958,  p.

MANSFIELD KATHERINE

UNA  PENSIONE TEDESCA

RIZZOLI,  ,  p.

Riforma delle pensioni, da Corriere della sera 5 dicembre 2011


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Il CeRP, coordinato da Elsa Fornero, è nato nel 1999 dalla collaborazione tra l’Università di Torino e la Compagnia di San Paolo (ente finanziatore). Il centro è il primo in Italia (e uno dei primi in Europa) specificamente dedicato allo studio dell’economia delle pensioni e dell’invecchiamento


 

Il CeRP è nato nel 1999 dalla collaborazione tra l’Università di Torino e la Compagnia di San Paolo (ente finanziatore). Il centro è il primo in Italia (e uno dei primi in Europa) specificamente dedicato allo studio dell’economia delle pensioni e dell’invecchiamento. Nel settembre 2006 il centro è entrato a far parte, come unità di ricerca, del Collegio Carlo Alberto.

L’obiettivo principale del centro è la ricerca sulle conseguenze dell’invecchiamento demografico, con particolare attenzione ai fattori economici che influenzano le pensioni e, più in generale, il welfare degli anziani.

Le principali aree di ricerca sono: il risparmio delle famiglie; le scelte e i percorsi di pensionamento; la valutazione dei sistemi e delle riforme previdenziali; il mercato delle assicurazioni e delle annuities; la redistribuzione tra e entro le generazioni indotta dai sistemi pensionistici; le politiche per gli anziani; l’adesione alla previdenza complementare; gli aspetti finanziari e di governance dei fondi pensione. La ricerca è svolta sia a livello micro che macro, con particolare attenzione per gli aspetti di policy.

Sia la ricerca teorica che quella applicata svolgono un importante ruolo nelle attività del centro. Il CeRP intende rappresentare un riferimento per tutte le istituzioni che si occupano di tematiche previdenziali, sia nella prospettiva dell’economia reale, sia in quella finanziaria.

Il CeRP è coordinato da Elsa Fornero (Università di Torino) e il suo Comitato Scientifico è composto da studiosi di Università italiane e straniere. Vi operano ricercatori full-time a cui si aggiungono fellows provenienti da altri istituti di ricerca.

Una parte rilevante del lavoro di ricerca è costituita dall’elaborazione di modelli di simulazione diretti a valutare, sulla base di diversi indicatori, la performance dei sistemi previdenziali, nonché le loro caratteristiche microeconomiche. Parallelamente, il CeRP svolge anche attività di valutazione delle politiche di riforma, a livello nazionale e internazionale. L’orientamento internazionale del centro è testimoniato dalle conferenze e dalla partecipazione a network di ricerca europei.

Un’attenzione rilevante è dedicata alla diffusione dei risultati della ricerca, tramite conferenze, seminari, pubblicazioni e contributi ai dibattiti sulle tematiche previdenziali. Il CeRP ha pubblicato diverse monografie ed edita una collana di Working Papers

da Il centro.

COSA FARE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ di Sandro Gronchi, vai alla Voce.it


Come abbiamo messo in evidenza nella proposta di riforma pubblicata su questo sito , le pensioni di anzianità restano il grande nemico del sistema pensionistico. La riforma Dini ammetteva il pensionamento flessibile, ma assumeva il principio di corrispettività tra pensione e contributi versati. Gli interventi successivi hanno soffocato quella flessibilità, che invece va restituita al sistema. Si possono anticipare alla fase transitoria le regole previste a regime per il contributivo. Le pensioni di anzianità dovrebbero essere sottoposte a una correzione attuariale che dia conto della loro maggior durata rispetto alla pensione di vecchiaia

Michele Brambilla sulla riforma delle pensioni, in La Stampa 25 ottobre 2011


L’assist di Bruxelles al senatur
MICHELE BRAMBILLA
Il governo Berlusconi è stato dato per morto talmente tante volte che ormai viene da pensare che sia immortale. Magari in perenne agonia, ma immortale. Adesso, a una sola settimana dal voto di fiducia, è di nuovo in rianimazione. Ce la farà?

Non lo sappiamo. Ma questa volta pare si sia infilato in un pertugio senza vie d’uscita. Perfino il solito arruolamento di parlamentari dell’ultima ora sarebbe inutile.

C’è da superare una difficoltà ben più grave dei numeri alla Camera: l’appoggio della Lega a una riforma, quella delle pensioni, che l’Europa ha posto come condizione ineludibile.

Il problema è che anche Bossi considera le pensioni una condizione ineludibile: nel senso esattamente opposto, però, a quello richiesto dall’Europa. Su questo punto, il senatur pare non abbia alcuna intenzione di cedere. Ora, è vero che la Lega ci ha abituati a talmente tante retromarce – sulle aliquote Irpef, sul trasferimento dei ministeri, sulla guerra in Libia – che non ci sarebbe più da stupirsi di nulla. Però sulle pensioni è lecito pensare che non voglia fare retromarcia. Anzi, non possa.

Almeno per tre motivi. Primo: Bossi e i suoi ci hanno messo fin troppo la faccia, giurando sul «no» all’innalzamento dell’età pensionabile. Secondo: il 65 per cento delle pensioni di anzianità è al Nord e la Lega, andando a colpire i pensionati, andrebbe a svuotare il proprio bacino elettorale. Poi c’è il terzo motivo, che forse è quello determinante. Bossi sa che, se anche questa volta abbassa il capo «per non tradire l’amico Silvio», rischia di vedersi scappare di mano tutto il partito.

Per capirci: il grosso problema di queste ore di Berlusconi è che mai le sue difficoltà avevano coinciso così tanto con quelle di Bossi, cioè del suo più fedele alleato. Perché Bossi è in difficoltà? Perché la sua base gli chiede, con forza, di staccare la spina, di non trascinare il partito nel gorgo in cui rischia di sprofondare Berlusconi; gli chiede di tornare puri intrepidi e solitari come ai bei tempi. E vede, come possibile realizzatore di questo sogno, non più lui, il pur sempre amato ma ormai vecchio capo: bensì Roberto Maroni.

Tutto questo cova sotto la cenere da un pezzo. Però Bossi, per quanto possa sembrare incredibile, non se ne accorgeva. La ristretta cerchia che lo marca a uomo l’aveva convinto che certe voci erano le solite balle dei giornalisti. Ma c’è stato un momento, nei giorni scorsi, in cui è cambiato tutto: quando Bossi s’è visto contestare nella sua Varese. C’è un filmato, che il «Corriere della Sera» ha scovato e messo sul Web, in cui si vede un Bossi esterrefatto di fronte alle proteste dei delegati varesini per l’imposizione del nuovo segretario provinciale, di fronte alle grida «Vo-to vo-to» e «Bo-bo Bo-bo». Esterrefatto. Mai Bossi aveva assistito a una scena del genere, e mai aveva immaginato di potervi assistere.

Da quel momento, il senatur non è stato più lui. Non s’era mai visto infatti un Bossi così remissivo com’è stato qualche giorno dopo quando Flavio Tosi, uno dei principali dissidenti interni, ha detto che la Lega deve abbandonare Berlusconi. Prima Bossi ha reagito alla vecchia maniera, mostrando a Tosi il medio, dandogli dello stronzo e annunciandogli l’espulsione; ma poi, appena ventiquattro ore dopo, è dovuto passare dal bastone alla carota perché ha capito che come Tosi la pensa la stragrande maggioranza dei leghisti.

Paradossalmente l’ultimatum dell’Europa è ora un prezioso assist per Bossi. Il quale ha infatti la possibilità di staccare la spina su un tema, le pensioni, che è sempre stato suo; insomma senza dare l’impressione di aver ceduto alle pressioni dei «maroniani». Di fatto, Bossi ora può gestire lo strappo invocato da Maroni invocandone la paternità, e guadagnandosi di nuovo la standing ovation del popolo padano. Per quanto possa sembrare strano, sarebbe una soluzione gradita anche a Maroni, che otterrebbe ciò che vuole senza far la parte di chi fa le scarpe al vecchio amico e vecchio capo.

Questi i fatti. Poi, può darsi che Bossi accetti un compromesso sulle pensioni. Ma un compromesso non darebbe soddisfazione né al popolo leghista, né all’Europa. Ecco perché, nonostante tutto possa ancora succedere, la crisi di queste ore sembra davvero la più grave per Berlusconi e il suo governo.

La Demografia cambia la Soglia della Pensione | Assinews – il portale del sapere assicurativo


Gli inglesi andranno in pensione a 67 anni già nel prossimo decennio, invece che a partire dal 2030: lo ha detto ieri il ministro britannico della previdenza Iain Duncan Smith. A Berlino, dove già l’età pensionabile sta gradualmente salendo da 65 a 67 anni, sul tavolo c’è l’ipotesi — secondo il settimanale «Focus» — di alzare ancora l’asticella a 69 anni. Parigi alla fine dell’anno scorso ha deciso di passare da 60 a 62 anni, e da 65 a 67 per l’età pensionabile «a tasso pieno». Nella stessa direzione anche l’Italia, dove salirà a 65 anni anche l’età di pensionamento per le donne, e per tutti e due i sessi si allungano comunque i tempi. E, soprattutto, continueranno ad allungarsi. Perché — al di là delle «finestre» che arrivano dopo un anno/un anno e mezzo e delle «quote» che salgono — ogni tre anni la giustamente agognata età pensionabile sarà adeguata alla speranza di vita.

….. secondo le statistiche dell’Ocse — l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che raccoglie i principali Paesi dell’Occidente — gli italiani sono quelli che hanno la «vita pensionistica» più lunga: 27,3 anni per le donne (imbattute) e 22,7 anni per gli uomini (superati solo dalla non invidiabile Grecia). In termini di calendario «puro» si tratta di 27 anni e quattro mesi per le donne e di 22 anni, 8 mesi e 12 giorni per gli uomini. Il confronto è con i 26 anni e mezzo delle francesi e i 21,8 anni dei loro concittadini, per restare ai vertici della classifica. O, per scendere verso il fondo della lista, con i 20,7 anni delle tedesche e i 17 anni dei loro mariti, fratelli o compagni.

….
Stime e medie a parte, è chiaro che agli «eccessi» di ieri corrisponderanno dei «sacrifici» domani. Pensioni più lontane e più sottili. Non come quelle fortunate impiegate pubbliche con figli che, tra il 1973 e il 1992, sono andate in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi (mentre era già possibile per gli statali lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni). Allora le pensioni si davano anche ai trentenni, con assegni quasi pari alla retribuzione. Oggi, invece, non sono pochi quelli che a 30-35 anni non hanno ancora trovato un lavoro stabile.

 

Giovanni Stringada La Demografia cambia la Soglia della Pensione | Assinews – il portale del sapere assicurativo.

Quei 500 mila baby pensionati – Corriere della Sera


….

ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby, liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d’età: 535.752 per la precisione, che costano allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l’anno. Ancora oggi l’Inpdap, l’ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse sotto i 50 anni: di queste più di 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini, per una spesa nel 2010 di 7,4 miliardi. A queste pensioni si sommano 106.905 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) per un costo di altri 2 miliardi.

Sempre secondo i dati del Casellario centrale, l’età media di questo mezzo milione di pensionati baby sta tra 63,2 anni (per chi ha lasciato il lavoro nella fascia d’età 35-39 anni) e 67 (per chi ha lasciato a 45-49 anni). Questo significa che stanno prendendo l’assegno come minimo da 18-24 anni e che, considerando la speranza di vita, continueranno a prenderlo per un’altra quindicina d’anni.

I baby pensionati ricevono in media una pensione lorda di circa 1.500 euro al mese. Importi generosi considerando che mediamente vengono pagati per più di 30 anni e che hanno alle spalle pochi contributi. Tanto che di solito un pensionato baby incassa minimo tre volte quanto ha versato. Se anche si volesse limitare il contributo a coloro che sono andati in pensione prima dei 45 anni, la platea sarebbe ampia: 240.063 assegni per un costo di 3,8 miliardi l’anno.

Le pensioni concesse sotto i 50 anni sono concentrate al Nord (il 65% circa). Al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi. Seguono: Veneto, Emilia Romagna e Piemonte.

Quei 500 mila baby pensionati – Corriere della Sera.

pensione ai giovani: trasformare il pilastro delle pensioni integrative, che è un pilastro “privato” per definizione, in “previdenza integrativa pubblica”, di Massimo Mucchetti


 

Massimo Mucchetti (Corriere di martedì 7 giugno: come si incoraggiano i giovani alla previdenza integrativa), avrebbe questa soluzione unica. Una soluzione, cioè, capace di realizzare entrambi i mezzi miracoli di arrotondare le pensioni, magre per tutti e magrissime per tanti giovani, e al tempo stesso di ridurre un po’ il deficit pubblico. La soluzione, ben argomentata, ruota attorno alla previdenza integrativa: i fondi pensione, tanto per capirci, ai quali oggi aderisce solo il 27% dei lavoratori dipendenti. A dirla in breve, la soluzione sarebbe questa: trasformare il pilastro delle pensioni integrative, che è un pilastro “privato” per definizione, in “previdenza integrativa pubblica”. Ossia, facendo destinare all’Inps i contributi (Tfr incluso) oggi versati ai fondi pensione, che sono imprese a tutti gli effetti che operano per il tramite di banche e gestori specializzati sui mercati finanziari.

E’ possibile dare una pensione ai giovani senza metterci le mani in tasca? | l’Occidentale.

La CGIL si accorge che il mercato del lavoro è cambiato: la pensione? Non bastano più neppure 40 anni di lavoro


La Cgil, assieme agli altri sindacati, è la principale responsabile del dissanguamento del risparmio previdenziale realizzato dalle baby pensioni degli anni ’60-’70

Ora si accorge che, negli stessi anni, il mercato del lavoro cambiava vertiginosamente, passando dal “lavoro di lunga carriera”  al lavoro frammentato, che ha modificato radicalmente i progetti di vita di milioni di persone, anche quarantenni e cinquantenni (e naturalmente dei giovani di oggi).

Complimenti agli autori dell’errore che ora si proclamano correttori della ingiustizia retributiva.

Non è mai troppo tardi per accorgersene.

Ora tenta il rimedio, ma nel frattempo i baby pensionati (che affollano le manifestazioni pubbliche di “opposizione”) continuano a succhiare come vampiri il sistema previdenziale di welfare.

Forse è iniziata la fase della estinzione dei dinosauri delle politiche previdenziali di fine ’800 e ’900

Paolo Ferrario,

62enne in attesa di pensione di VECCHIAIA (non di ANZIANITA’) E dunque solo alla soglia dei 65 anni, che tende sempre più a scorrere in avanti.

….

Lavoratori con carriere fragili che hanno cominciato nel 2010 a versare i contributi
Dalle simulazioni effettuate sulla base di ipotesi di salari di ingresso tre volte superiori all’assegno sociale attuale e ad un andamento dell’economia per i prossimi anni con un incremento medio del Pil dell’1,5%, un lavoratore assunto nel 2010, con carriere lavorativa intermittente, che dovesse andare in pensione all’età di 60 anni, con 35 anni di contributi versati potrà avere una pensione pari al 36,4% della sua retribuzione. Solo con 40 anni di contributi versati lo stesso lavoratore potrebbe ottenere una pensione pari al 41,6% della retribuzione.

Un lavoratore nelle stesse condizioni che decidesse però di andare in pensione a 61 anni, invece di 60, per arrivare ad una pensione intorno al 42% della sua ultima retribuzione dovrebbe lavorare 40 anni consecutivi. Sempre per un lavoratore assunto nel 2010 e che versi regolarmente i contributi all’Inps, dovrebbe arrivare a 65 anni, con 40 anni di versamenti per ottenere una pensione pari al 48,5% della retribuzione.

Lavoratori parasubordinati
Una particolare preoccupazione riguarda le prospettive previdenziali dei lavoratori parasubordinati, i quali sono soggetti ad un’aliquota previdenziale significativamente inferiore di quella a carico dei dipendenti (26% versus 33%, dopo anni di contribuzione con aliquote di computo ben inferiori anche al 15%) e, più in generale, dei lavoratori discontinui, data la scarsa rilevanza nel sistema di welfare italiano di schemi di ammortizzatori sociali e contribuzione figurativa ad essi destinati. Si consideri, in aggiunta, che tali lavoratori, rispetto ai dipendenti con contratto a tempo indeterminato, sono caratterizzati, oltre che nel caso dei parasubordinati da un’aliquota contributiva inferiore e dall’assenza di contribuzione per il TFR, sono caratterizzati, generalmente, da minori salari e maggiore discontinuità della carriera. In aggiunta, poiché, trovandosi a fronteggiare elevati vincoli di liquidità, è poco probabile che tali lavoratori possano volontariamente aderire a forme pensionistiche private integrative.

Carriere miste. Da parasubordinato a dipendente
Un’altra ipotesi adottata nelle simulazioni della CGIL riguarda il passaggio dal lavoro parasubordinato al lavoro dipendente vero e proprio. Sempre come ipotesi si è adottato il caso di stipendi pari a 3 volte l’assegno sociale con una intermittenza di reddito (contributi figurativi non versati) e carriere da lavoratori dipendenti con salari pari a 4 volte l’assegno sociale. Ebbene per queste figure specifiche (tra l’altro sempre più diffuse nel mercato del lavoro attuale) per avere una pensione pari al 34,4% della retribuzione percepita si dovrà andare in pensione a 60 anni, con 35 anni di contributi versati. Questi lavoratori dipendenti (ex parasubordinati) dovranno andare in pensione a 65 anni e versare almeno 40 anni di contributi per poter avere una pensione che non raggiungerà il 50% della retribuzione (48,8% per la precisione).

….

CGIL – CGIL, la pensione? Non bastano più neppure 40 anni di lavoro.

Alessandra Cicalini, Le pensioni e i pensionati del futuro, secondo l’Ocse | Muoversi Insieme


Quasi dappertutto nel mondo si sta innalzando l’età della pensione per donne e uomini, ma nonostante si preveda per il 2050 di avere una quota maggiore di persone in servizio ben dopo i sessanta, gli anni da trascorrere a riposo saranno ancora molti. Come mai? La risposta è contenuta nel IV Rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (in sigla, Ocsesulle Pensionirelativo a 43 diversi Paesi, presentato lo scorso 17 marzo.
Nella maggior parte degli Stati analizzati – sostiene l’importante documento – la speranza di vita al momento dell’uscita dalla vita attiva è destinata ad aumentare ben oltre l’innalzamento dei limiti previsti dai singoli Stati sull’età massima pensionabile. Di per sé, non ci sarebbe nulla di male ad avere più anni per godersi il meritato riposo. Il problema nasce dal fatto che, sull’altro fronte, non sarebbe previsto un analogo aumento dei nuovi nati, almeno non tanto quanto quello riguardante gli anziani. Chi pagherà le pensioni dei secondi, quindi? E chi occuperà i posti di lavoro rimasti vacanti?

l’intero articolo qui: Le pensioni e i pensionati del futuro, secondo l’Ocse | Muoversi Insieme

Leggi anche: http://www.muoversinsieme.it/archive/2011/04/01/se-la-fabbrica-si-adatta-all-operaio-anziano.html

Istat, rapporto sulla coesione sociale 2010


Istat, rapporto sulla coesione sociale 2010
L’Istat rende disponibile una raccolta di tavole statistiche sulla coesione sociale la cui realizzazione è il risultato della collaborazione, all’interno del Sistema statistico nazionale, tra Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps), Ministero del lavoro e delle politiche sociali e Istat.

I dati, generalmente aggiornati al 2009 e, in qualche caso, al primo semestre del 2010, sono articolati a diversi livelli territoriali, consentendo comparazioni regionali e internazionali. A questo fine sono state utilizzate fonti informative nazionali – Inps, Ministero del lavoro e Istat – e internazionali – Eurostat e Ocse.

La serie delle tavole statistiche è organizzata in tre sezioni: Contesti, Famiglia e coesione sociale e Spesa ed interventi per la coesione sociale.

Nella prima sezione si presentano tre quadri informativi di scenario sui contesti socio-demografico, economico e del mercato del lavoro. In quest’ultima parte vengono pubblicati per la prima volta dati sulle comunicazioni obbligatorie e sull’attività ispettiva di vigilanza sul lavoro.

Nella seconda sezione si rappresentano alcuni fenomeni rilevanti – capitale umano, conciliazione tempo di lavoro e cura della famiglia, povertà, -per inquadrare le sfide che le politiche sociali sono chiamate ad affrontare.

Nell’ultima sezione sono raccolti dati sulla spesa e sugli interventi per la coesione sociale, sulla spesa delle amministrazioni pubbliche, distinta per funzione e per livello istituzionale, comprese le spese sostenute in ambito locale per la erogazione di servizi sociali e di cura dell’infanzia, sul sostegno del reddito dei pensionati e delle famiglie, nonché sui beneficiari delle politiche attive del lavoro.

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da: Istat, rapporto sulla coesione sociale 2010 / Ricerche / Documenti / Home – Legautonomie.

Paolo Ferrario, LE POLITICHE DELLA PREVIDENZA, in Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 55-70


Capitolo 2

Le politiche della previdenza

2.1. Le funzioni della previdenza

Mentre il caso storico dell’Inghilterra è particolarmente illuminante per mettere in evidenza le variabili che condizionano lo sviluppo dell’assistenza, il caso della Germania lo è per chiarire il sistema della previdenza.

La previdenza svolge la funzione di sostituire o di integrare i redditi dei lavoratori al verificarsi di determinati eventi. Essa nasce come forma di assicurazione sociale per i lavoratori dipendenti, attraverso il versamento obbligatorio di contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro. I principali programmi previdenziali sono i seguenti:

-         sostituzione del reddito: pensioni; indennità per infortunio lavorativo; indennità economiche per malattia; indennità economiche per maternità

-         integrazione del reddito: assegni familiari

-         garanzia temporanea del reddito: indennità di disoccupazione; integrazioni del salario

Un criterio piuttosto chiarificatore per distinguere i diversi tipi di sistemi di welfare è quello di classificarli secondo il grado di copertura dei rischi. Una definizione di Welfare State che ha il vantaggio di essere descrittiva è la seguente:

insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, i quali forniscono protezone sociale sotto forma di assistenza, assicurazione, e sicurezza sociale, introducendo fra l’altro specifici diritti sociali nel caso di eventi prestabiliti nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria [1]

Tali interventi si differenziano per quanto riguarda la copertura, che può essere solo per particolari categorie di bisognosi, oppure di intere categorie di lavoratori, o ancora universale, cioè riguardante tutti i cittadini di uno stato.  Le prestazioni possono essere differenziate in rapporto ai contributi versati dalle varie categorie, oppure possono essere standardizzate ed omogenee, essendo alimentate dal sistema fiscale dello stato. Secondo questa prospettiva diventa possibile classificare due principali varianti di copertura:

-          universalistica, che assume quali soggetti di diritto tutti i cittadini

-          occupazionale, che offre prestazioni alle varie categorie definite in base al settore occupazionale di appartenenza

In realtà i sistemi di welfare nazionali combinano diversamente i due schemi creando delle forme miste.

La matrice del modello universalistico è storicamente rintracciabile nel Piano del deputato inglese William Beveridge  (1942). In questo documento furono espressi i grandi principi costitutivi dei sistemi che si definiscono di “sicurezza sociale” [2]:

-         sistema generalizzato che copre l’intera popolazione indipendentemente dalla occupazione e dal reddito

-         unificazione del sistema di finanziamento e di erogazione

-         uniformità delle prestazioni

-         centralizzazione: riforma amministrativa che crea un servizio pubblico unico

2.2.  Il sistema delle assicurazioni sociali

Viceversa, la matrice del modello occupazionale è rintracciabile nel caso nazionale della Germania. E’ in questo stato che si aprì la prima fase di costruzione  della moderna previdenza sociale (1883-1913). Le forze in gioco in questo paese erano: un intenso processo di industrializzazione; una rapida formazione del proletariato; l’organizzazione del Partito socialdemocratico; la politica del primo ministro Otto von Bismarck, che oscillava fra la repressione degli oppositori e la ricerca di consenso sociale. Così scriveva nelle sue Memorie:

I signori democratici tenteranno invano d’incantare il popolo quando questo si accorgerà che i governanti si occupano del suo benessere [3]

Agivano, paradossalmente, due interessi contrastanti, ma contemporaneamente  convergenti nei risultati: dal punto di vista dei datori di lavoro quello di comprimere i consumi della classe operaia , al fine di ridurre i salari e, dal punto di vista della classe operaia quello di ottenere forme di mutualità che, estromettendo dal mercato le fasce deboli (vecchi, malati, invalidi), diminuissero la concorrenza. Fu un compromesso di classe per  reciproci vantaggi che portò alla differenziazione della struttura previdenziale da quella assistenziale:

Con abilità ed intelligenza, Bismarck inaugurò una politica paternalistica di tipo nuovo, moderno, che avrebbe certamente diminuito il potenziale di lotta della classe operaia germanica. La coincidenza cronologica é significativa: nel 1883 accadono ,sulla scena tedesca, tre fatti di grande importanza. Sul piano economico, viene fondata la più grande impresa elettrica d’Europa, la Allgemeine Elektrische Gesellshaft; sul piano parlamentare si costituisce il “gruppo coloniale” del Reichstag; sul piano sociale ,viene dato inizio al primo istituto di Assicurazioni sociali, l’assicurazione obbligatoria contro i rischi di malattia e di maternità per gli operai tedeschi [4]

I concetti fondamentali che guidavano queste riforme  delle assicurazioni sociali tedesche furono i seguenti [5]: principio assicurativo, invece di quello assistenziale; natura obbligatoria delle assicurazioni; sistema di gestione basato sulla costituzione di appositi enti amministrativi; partecipazione degli assicurati alla costituzione dei fondi.

Furono creati tre sistemi previdenziali [6]:

-         assicurazione contro le malattie (1883): raggruppamento di diverse organizzazioni volontarie; l’assicurato pagava due terzi dei contributi e l’impresa il restante terzo

-         assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1884): l’impresa era ritenuta responsabile di tutti gli incidenti che si verificavano nei suoi locali e finanziava interamente il fondo assicurativo

-         assicurazione sull’ ’invalidità e vecchiaia (1889): questo fondo era sovvenzionato anche da fondi pubblici che si aggiungevano ai contributi di uguale ammontare versati dall’assicurato e dall’impresa

Lo schema previdenziale si fonda su un compromesso fra lavoratori ed imprese attraverso la mediazione dello stato. Questo modello è dunque leggibile nelle relazioni che intercorrono fra il mercato e lo stato  (Figura 2).

<FIGURA 2

Lo schema della previdenza>

Ma perché alla fine dell’ottocento il movimento operaio era oggettivamente interessato ad un sistema previdenziale? Fondamentalmente perché queste prestazioni ( pensioni di vecchiaia, indennità economiche per malattia , assicurazione per infortuni lavorativi, ecc.)  costituivano  uno  strumento  di difesa delle condizioni di vendita della forza-lavoro. Infatti la presenza sul mercato del lavoro di venditori malati,  deboli,  vecchi avrebbe determinato il ribasso dei  salari  e la riduzione del   potere  contrattuale dei sani e dei giovani. Quindi offrire pensioni e indennizzi a questi lavoratori al fine di provocarne l’uscita dal mercato  del lavoro  era , per  la classe operaia,  una  necessità  strategica molto  più  importante  del vantaggio  immediato di  un aumento del monte salari. L’obiettivo principale di tale rivendicazione, in realtà,  era quello di aumentare la forza contrattuale:

L’ammontare di lavoro che può essere estratto dall’operaio in  proporzione a quanto egli riceve, può essere largamente influenzato da un fattore quale la forza contrattuale; ed anche se un aumento della forza contrattuale degli operai non può essere in grado di aumentare i guadagni globali degli operai, esiste un margine entro il quale essi possono modificare sensibilmente  a proprio vantaggio i termini dello scambio fra il proprio sforzo ed il guadagno.[...] Il basso livello di vita può essere allora la ragione principale per cui le condizioni di offerta del lavoro sono tali da mantenere basso il livello dei salari: “la miseria genera miseria” secondo il detto popolare [7]

Con il 1883 si aprì in tutta l’Europa occidentale un trentennio caratterizzato dalla nascita delle assicurazioni sociali , articolate, fondamentalmente,  in quattro settori fondamentali:

-         malattia e maternità

-         contro gli infortuni sul lavoro

-         di invalidità e vecchiaia

-         di disoccupazione

La tab 2  fornisce un quadro delle date di introduzione delle leggi previdenziali nei principali paesi [8]

<TABELLA 2

Introduzione delle assicurazioni sociali

La previdenza sociale costituisce una evoluzione in senso statalista del mutualismo operaio ed in termini economici si  configura come una  forma  di risparmio sul salario,  al  fine  di  conseguire  prestazioni certe (in genere economiche,  ma,  successivamente,  anche    servizi  diretti) in occasione del verificarsi degli eventi assicurati.

Occorre chiarire il significato delle due fasi. In quella del mutualismo si tratta di quote salariali che vengono accantonate per reintegrare la forza-lavoro menomata dal processo produttivo (infortuni, malattie professionali, ecc.), per conservare  e recuperare le potenzialità lavorative (malattie) e per compensare gli associati per la forza-lavoro già erogata (invalidi, vecchi). Qui la tutela previdenziale è contemporaneamente conseguenza e presupposto della erogazione della forza-lavoro, poiché assicura le condizioni per conservare e riprodurre la forza-lavoro e mantiene in vita coloro che sono usciti dal mercato . Nella fase delle assicurazioni obbligatorie mutano le forme di prelievo ed interviene direttamente lo Stato a legittimare questi diritti: ma il significato economico e sociale  non muta, poiché si tratta sempre di attività che mirano ad intervenire sul valore della forza-lavoro.

E’ comunque possibile rilevare i dati caratteristici del nuovo sistema:

Rispetto ai loro precedenti storici, é possibile distinguere i sistemi moderni di assicurazione sociale secondo i seguenti criteri:

-         si tratta di sistemi regolati da ordinamenti nazionali;

-         le prestazioni che essi erogano a garanzia del reddito coprono rischi standard quali infortuni sul lavoro, malattie, invalidità, vecchiaia, morte o disoccupazione dell’assicurato;

-         il loro campo di applicazione non é limitato a singole categorie professionali, ma dipende da criteri più generali di reddito o status occupazionale che consentono di norma la copertura di più vaste fasce di persone;

-         la loro natura é obbligatoria, ciò che implica l’imposizione dell’assicurazione a determinati gruppi, oppure l’obbligo dei pubblici poteri di finanziare programmi volontari;

-         al loro finanziamento vengono chiamati, oltre agli assicurati, lo Stato e/o i datori di lavoro;

-         essi riconoscono un diritto soggettivo individuale alle prestazioni, e la fruizione di queste non comporta alcuna discriminazione politica [9]

Prima di passare all’analisi più ravvicinata della situazione italiana, é opportuno concludere con una breve rassegna dei diversi concetti che si sono consolidati nel corso delle varie fasi storiche appena descritte (Tabella3).

<TABELLA 3

evoluzione dei concetti>

2.3.   Amministrazioni sociali nell’Italia post-unitaria

L’Italia ha vissuto con ritardo i mutamenti sociali derivanti dalla rivoluzione industriale. Di conseguenza anche gli assetti istituzionali dell’assistenza, della previdenza e più in generale dei servizi pubblici,  hanno una loro peculiarità. Questo dipende dalla storia, dalle culture politiche e dai “valori identitari” [10] del popolo italiano. Ecco alcuni tratti caratteristici del nostro paese che contribuiscono a spiegare il funzionamento delle  istituzioni:

-         sviluppo socio-economico relativamente recente, soprattutto se confrontato a quello di altri paesi [11]

-         il ritardo del processo di unificazione politica in uno Stato nazionale [12]

-         la debolezza delle classi dirigenti nel procedere a profonde riforme strutturali

-         la forte presenza della Chiesa, che ha condotto per suo conto una specifica unificazione culturale del paese e che ha una sua rilevante presenza strutturale in alcuni di questi settori.

Al sorgere dello Stato italiano le classi dirigenti  si trovarono di fronte a quell’insieme molto eterogeneo di istituzioni di beneficenza, opere pie, ricoveri,  orfanotrofi che aveva costituito  la base strutturale del cemento ideologico della Chiesa, ma non elaborarono mai un disegno di riorganizzazione complessiva. Questo spiega l’esistenza, ancora oggi, di quel panorama complicatissimo di strutture assistenziali, di tipo privato o semipubblico, che convivono l’una accanto all’altra , spesso accavallandosi e sovrapponendosi.

Una prima fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali italiane va dal 1859 al 1919[13]. Negli anni successivi all’unificazione si affermò l’ideologia dell’”assistenza legale”, che avrebbe dovuto competere contro la prevalenza ecclesiastica. Ma tutta la politica della borghesia italiana contrastava di fatto con questa aspirazione, fino a creare le condizioni adatte allo sviluppo delle organizzazione cattoliche:

In complesso, e in linea assoluta, la prevalenza ecclesiastica non subì sensibili diminuzioni […]. Del resto non si poteva pensare di sconfiggere la prevalenza ecclesiastica finchè ci si batteva sul suo stesso terreno: e il concetto di assistenza rimase difatti per molti decenni eguale a quello di  ‘beneficenza’ salvo l’asserzione tutta formale che l’assistenza, diversamente dalla beneficenza è un diritto. […] Sin qui dunque vastissime zone di cosiddetta ‘assistenza’ non si sono distaccate, in linea di     fatto, dall’antico concetto di ‘beneficenza’. Infatti la beneficenza è ispirata al principio ‘cristiano’ quod superest date pauperibus, e non fornisce alcun criterio di misura alle prestazioni, e può ridurle a un simbolico soldino [14]

Con il 1877 salì al potere Francesco Crispi. Nel paese era molto cresciuto il movimento operaio ed era nato il movimento contadino; inoltre era mutata la composizione delle classi dominanti (rafforzamento della piccola e media borghesia, aumento dei gruppi industriali). E questi gruppi aspiravano ad un governo forte , capace di svolgere una politica dinamica sia all’interno che e all’estero:

Ma la richiesta di un governo forte per vasti settori della borghesia si identificava anche con quella di un governo efficiente, che garantisse, insieme alla conservazione dell’ordine, una legislazione più giusta e più moderna e un’amministrazione più svelta e più onesta [15]

Nei suoi primi due ministeri vennero attuate varie riforme legislative ed amministrative:

-          riordinamento dell’amministrazione centrale (1888)

-          riforma delle legge comunale e provinciale (1888)

-          istituzione della giustizia amministrativa (1890)

-          riforma del codice penale e legge di pubblica sicurezza      (1890)

-          legge sulla sanità pubblica (1888)

Inoltre, con la Legge [16] sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza fece la sua prima comparsa istituzionale l’”assistenza pubblica”. Questa legge, che in alcune sue parti é operativa ancora oggi [17], prevedeva quanto segue:

Sono istituzioni di beneficenza [...] le opere pie ed ogni altro ente morale che abbia in tutto o in parte per fine:

a) di prestare assistenza ai poveri, tanto in istato di sanità quanto di malattia;

b) di procurarne l’educazione, l’istruzione, l’avviamento a qualunque professione, arte o mestiere, od in qualsiasi altro modo il miglioramento morale ed economico (art. 1)

Altri contenuti normativi erano: la parziale laicizzazione delle opere di beneficenza ( nomina pubblica dei consigli di amministrazione, riconoscimento statale degli enti); l’istituzione in ogni Comune di un ente detto Congregazione di Carità (trasformato poi nel 1937 in Ente Comunale di Assistenza); l’introduzione di controlli statali dei bilanci preventivi e consuntivi; obbligo di investire i patrimoni in titoli di stato o in immobili. In sintesi si perveniva, alla distanza di quasi due secoli, ad un modello simile alla riorganizzazione amministrativa del ’600.  La “legge Crispi” colpì una parte degli interessi privati che sfruttavano ai propri fini l’amministrazione dei patrimoni, talvolta molto ingenti, delle opere pie locali, ma sollevò anche molte discussioni e critiche, sia da parte dei gruppi di tendenza liberale, sia da parte della Chiesa che non accettò questo intervento statale in un settore  che controllava da secoli. Le due critiche fondamentali di quest’ultima consistevano nel giudizio che si trattava di una espropriazione di beni senza corrispettivo economico  e che lo Stato aveva mutato il fine originario delle opere pie.

Sotto il profilo ideologico-culturale in questa legislazione si sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:                                                                                                                     sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:

Io non riconosco la teoria del diritto al lavoro, causa di molti errori e di molte perturbazioni morali nell’Europa attuale. Io non riconosco che il dovere al lavoro [...] La questione sociale batte alle porte del mondo nuovo; bisogna scioglierla con opere di previdenza, col rendere appunto facile il lavoro (…) Ciò investe questioni complesse, dalla cui soluzione dipenderà la fine del socialismo. La legge che discutiamo é anch’essa una di quelle che appunto ci avvieranno alla soluzione del problema sociale [18]

Per quanto riguarda la previdenza ed in generale la legislazione sociale e del lavoro, alla fine del ’900 la situazione dell’Italia era  molto arretrata . Le leggi emanate trattavano le seguenti materie[19]: impiego dei fanciulli nelle professioni ambulanti (1873) ; Cassa nazionale assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1883);lavoro dei fanciulli nelle fabbriche (1886) ; istituzione dei   probiviri nell’industria (1893); legge sull’obbligo di risarcimento in caso di infortuni lavorativi (1898). In  confonto agli altri Stati , la situazione era questa:

Nessuna disposizione in Italia proibiva, (…) il lavoro festivo; l’età minima per l’ammissione dei fanciulli nelle fabbriche era  di nove anni, mentre per le altre nazioni andava dai 1O anni della Spagna e dell’Inghilterra ai 14 della Svizzera e della Germania; in Italia nessuna disposizione regolava e proteggeva il lavoro delle donne; il lavoro notturno era da noi proibito ai fanciulli dai 9 ai 12 anni mentre nelle altre nazioni lo era dai 1O anni in su fino ai 13-16 della Francia; nessuna disposizione poi proibiva o regolava il lavoro notturno dei fanciulli al di sopra dei 12 anni, delle donne e dei maschi adulti; il lavoro nelle industrie nocive era proibito solo per i fanciulli fino al 15° anno di età ma non per giovani, donne e uomini adulti [20]

Il blocco agrario-industriale che fu alla base dei governi giolittiani , permise una certa mobilitazione della classe operaia industriale, soprattutto nel “triangolo” Milano-Torino-Genova, cui conseguirono politiche riformiste di alti salari (ovviamente relativi alle condizioni del tempo) e uno sviluppo della legislazione sociale. Sempre nell’ambito di questo processo di modernizzazione del paese va collocata la legge sui manicomi del 1904 [21].  E’ del 1917 una nuova legge sugli infortuni lavorativi che allargò il campo della tutela  al settore agricolo (mezzadri, coloni, proprietari). Le prestazioni  economiche erano minori rispetto all’industria, ma di maggior rilievo erano i principi giuridici contenuti: automaticità dell’assicurazione (prima, se il datore di lavoro ometteva la denuncia, il lavoratore non era tutelato); commisurazione dei contributi alla produttività della terra (cioè il sistema di finanziamento si avvicina a quello fiscale, pur continuando ad essere contributivo).

La legislazione sociale prima dell’inizio del ventennio fascista, si sviluppò sulle  seguenti direttive:

-           aumento progressivo dei rischi protetti (da quello per l’infortunio sul lavoro ad altri rischi atti a provocare mancanza di lavoro o di guadagno o aggravio della condizione economica)

-           estensione dell’assicurazione ad un numero sempre maggiore di categorie di lavoratori subordinati (specialmente operai, ma si può notare una graduale tendenza ad assicurare anche talune categorie di impiegati e di lavoratori autonomi);

-           evoluzione dei principi che si pongono a fondamento delle assicurazioni sociali ( si passa dalla responsabilità per colpa al rischio professionale);

-           una certa estensione e un discreto adeguamento delle organizzazioni e delle prestazioni, sanitarie ed economiche, alle finalità previdenziali. A ciò si aggiunga l’inevitabile trapasso dalla mutualità privata all’assicurazione obbligatoria[22]

La seconda fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali inizia nel 1919 (anno dell’introduzione delle assicurazioni obbligatorie di vecchiaia e disoccupazione) e si protrarrà fino ai primi anni Settanta. Durante questa fase si registra una progressiva creazione di enti amministrativi della sicurezza sociale italiana.

L’esperienza della Prima guerra mondiale aveva portato ad una mobilitazione politica delle masse che erano rimaste escluse dal processo di modernizzazione dell’età giolittiana. Il fascismo fu una riposta politica a questo nuovo problema: si trattava di attuare un grande processo di controllo sociale attraverso meccanismi ideologici (corporativismo e nazionalismo) e repressivi delle classi subordinate. Fondamentale divenne l’uso dell’”esercito industriale di riserva” e la divisione sociale tra classe operaia e classe contadina. In un contesto socio-economico di crescita della disoccupazione e di diminuzione dei salari il regime fascista impostò una politica sociale caratterizzata dall’accentramento e potenziamento delle forme previdenziali, entro una logica corporativa, e dallo sviluppo della settorializzazione dell’assistenza.

Le principali realizzazioni furono:

-         assicurazione contro la tubercolosi (1927)

-         aggiunta delle malattie professionali agli infortuni sul lavoro, quali rischi lavorativi (1927)

-         Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), costituiti da un Trattato fra i due Stati, una Convenzione finanziaria, e un Concordato , contenente anche norme in materia di assistenza : riconoscimento della personalità giuridica ad associazioni ed enti cattolici; controllo dello Stato sugli istituti ecclesiastici con funzioni educative ; esenzione da certi tipi di tassazione

-         creazione dell’Istituto Nazionale Fascista Assicurazione Infortuni sul Lavoro (1933), che fu all’origine dell’attuale INAIL

-         istituzione dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia(1925-1934)

-         istituzione degli assegni familiari (1934), che si configurano come una prestazione in parte assistenziale (poiché é commisurata ad uno stato di bisogno legato ai carichi di famiglia) ed in parte previdenziale (poiché é corrisposta solo agli occupati)

-         estensione ai lavoratori agricoli dell’assicurazione contro l’invalidità, vecchiaia e morte (1935); tale provvedimento ,però, si accompagna alla loro esclusione dall’assicurazione contro la disoccupazione: é un esempio della politica di differenziazione fra classe operaia e contadina in funzione di reciproco isolamento degli interessi

-         riordino della legislazione infortunistica (1935)

-         creazione dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (1935),che é il precursore dell’attuale INPS

-         soppressione delle Congregazioni di carità, sostituite con gli Enti Comunali di Assistenza (1937)

-         istituzione dell’Ente per la Mutualità Fascista (1943), che è all’origine dell’INAM.

Un ultimo elemento che inquadra le funzioni della politica sociale fascista é l’uso strumentale che il regime fece delle risorse finanziarie rastrellate con la previdenza:

L’organizzazione dei grandi Istituti Previdenziali parastatali forniva allo Stato fascista la possibilità di disporre, ai propri fini politici, di grandi capitali. Gli istituti erano fondati su bilanci a capitalizzazione, e quindi immobilizzavano grandi risorse economiche, controllate e dirette dallo Stato.(Solo il 10% poteva venire investito in beni immobiliari.) A mo’ di esempio ricorderemo soltanto che l’Inail dovette partecipare al finanziamento della guerra d’Etiopia e l’INPS alla valorizzazione agraria della Tripolitania [23]

Dunque lo Stato si avvaleva delle riserve previdenziali per il proprio disavanzo di bilancio e per finanziare le imprese coloniali.

In conclusione, i tratti caratteristici delle politiche del regime fascista furono : uso distorto del risparmio previdenziale per finanziare le guerre d’Africa; estensione delle prestazioni come strumento di ricerca del consenso sociale; politica di assistenza alla famiglia direttamente collegata al piano di incremento demografico della nazione; accentramento degli enti e formazione di grandi apparati burocratici.

Questa era la struttura del sistema di sicurezza sociale che l’Italia repubblicana del secondo dopoguerra ereditava.

2.4. Previdenza e assistenza nell’ordinamento italiano

Le attività pubbliche di assistenza e quelle di previdenza sono da tenere   concettualmente distinte fra loro, in quanto designano due diversi sistemi di solidarietà sociale previsti nel nostro ordinamento. Infatti, all’articolo 38 della Costituzione   si legge che

-          “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale

-          ” i lavoratori hanno diritto che siano provveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

E’ tuttavia in atto una profonda revisione critica di tale bipartizione, in quanto nei moderni sistemi di welfare è sempre più accentuata la tendenza a riportare sia l’assistenza sia la previdenza nell’ambito del più ampio concetto di sicurezza sociale riferito ad ogni cittadino in quanto tale. Si definisce “sicurezza sociale” il complesso delle prestazioni previdenziali ed assistenziali offerte dallo stato al fine di accrescere il benessere della collettività. I sistemi di sicurezza sociale sono nati per superare le insufficienze dei programmi di assistenza su base volontaria. Dopo la seconda guerra mondiale, in relazione all’adozione del piano Beveridge in Gran Bretagna (1942), si è diffusa l’esigenza di garantire una protezione sociale egualitaria non solo agli assicurati, ma a tutti i cittadini (principio dell’universalismo delle prestazioni).

Una classica tipologia di Richard M. Titmuss distingue tre modelli di welfare state[24]:

-          residuale. : ossia una politica che interviene solo quando i canali tradizionali di soddisfacimento dei bisogni (famiglia, parentela, gruppi primari, mercato) non sono in grado di aiutare. Questo modello è caratterizzato da politiche sociali selettive, cioè indirizzate verso specifici gruppi sociali

-          meritocratico-personalistico: la politica sociale è un importante correttivo del mercato e i bisogni devono essere soddisfatti sulla base del merito, del lavoro svolto e della capacità produttiva

-          istituzionale-redistributivo: in cui è lo Stato a fornire servizi sulla base dei bisogni e al di fuori da logiche di mercato. Il sistema di welfare funziona come un importante strumento d’integrazione sociale

In Italia la riforma sanitaria del 1978, con la generalizzazione del diritto alla salute ed alle cure, ha spostato dal sistema assicurativo previdenziale allo Stato e alle Regioni tutto questo settore. Sotto il profilo giuridico, gli schemi istituzionali che corrispondono ai termini “previdenza” e “assistenza” hanno canali di finanziamento differenziati e corrispondono a realtà operative ed organizzative diverse:

Previdenziale è la prestazione commisurata a determinati requisiti, come ad esempio il rapporto di dipendenza del lavoro, l’entità dei contributi versati, e così via; assistenziale è la prestazione commisurata al bisogno. Il settore previdenziale comprende quindi gli operai e gli impiegati; il settore assistenziale copre invece tutta la cittadinanza, anche coloro che non hanno mai lavorato (bambini per esempio, o invalidi dalla nascita, o coloro che, come accade in zone arretrate o in economie agricole, non hanno mai prestato un lavoro dipendente) [25]

La tabella 4 inquadra la suddetta distinzione, sulla base di alcuni fattori significativi.

<TABELLA 4

I concetti di previdenza e assistenza

Gli enti di previdenza, dunque, hanno il compito di erogare prestazioni sostitutive del salario in presenza di certi eventi e sulla base di precisi requisiti stabiliti per legge. Essi sono soggetti alla supervisione del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.

Il più importante tra gli enti previdenziali è l’Istituto nazionale della previdenza sociale, di cui già sono state trattate le origini storiche.

Un’altra importante forma di tutela assicurativa è quella contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, che fanno capo all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL).

Dopo la caduta del fascismo, il settore della previdenza non è mutato nelle sue caratteristiche essenziali. In un contesto economico-sociale contraddistinto dall’incremento del lavoro dipendente salariato e dalla pressione delle masse contadine e dei ceti medi per ottenere trattamenti previdenziali, tale settore si è progressivamente esteso sotto le spinte dei vari gruppi o categorie, ma sempre in modo frammentario, come mostra la Tab. 5, che riporta le date di introduzione di alcune assicurazioni sociali pubbliche, che si affiancavano a quelle già esistenti e che generavano nuovi enti amministrativi.

<TABELLA 5

Estensione degli enti di previdenza

Questo tipo di espansione va inquadrato nella linea di condotta delle maggioranze politiche di governo tendente alla difesa dei ceti medi tradizionali (artigiani, piccoli commercianti) e alla cooptazione di gran parte dei ceti impiegatizi pubblici (reinsediamento nella burocrazia statale e locale del personale dell’apparato dello stato fascista) e di quelli privati:

Si può dire che le strategie di acquisizione del consenso si muovono fra due possibili scelte polari. Da una parte sta quello che potremmo chiamare il consenso basato sull’attrazione individualistica, dall’altra il consenso attraverso l’istituzionalizzazione delle rivendicazioni collettive. Il primo si manifesta in una strategia che utilizza le stesse disuguaglianze che dovrebbero dare origine al dissenso e al rifiuto del sistema e le fa servire invece proprio come incentivo alla partecipazione ai benefici che il sistema può distribuire. Il secondo, in una strategia che implica la capacità di intere categorie di interessi di presentare regolarmente le loro rivendicazioni collettive, mediate però da strutture di rappresentanza che conservano, al di là di una certa soglia conflittuale, una fondamentale solidarietà le une con le altre in nome della preservazione del sistema [26]

In conclusione il settore previdenziale espande la sua azione in modo rilevante, poiché gran parte della popolazione ottiene una copertura assicurativa, ma questo sviluppo assume caratteri contraddittori e problematici così sintetizzabili[27]: dispersione dei mezzi; prestazioni inadeguate per quantità e qualità; alti costi di gestione, talvolta non proporzionali alle prestazioni; frammentarietà delle istituzioni; eccessiva divisione dei poteri fra i diversi ministeri e difformità costante nell’esercizio di questi poteri; difficoltà ad orientarsi per la complessità e variabilità delle norme.

Bibliografia

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TITMUSS R. (1986), Saggi sul welfare state, Edizioni Lavoro, Roma

TULLIO – ALTAN C. (1999), Gli italiani in Europa,  Feltrinelli, Milano


[1]Cfr. FERRERA M. (1993), p. 49

[2] ROSANVALLON P. (1981), p.129

[3] Cit. in ROSANVALLON, op.cit. p. 131

[4] Cfr. L. CONTI, op. cit., p. 36

[5] MATHIAS P., POLLARD S. (cur.) (1992) p. 212-220

[6] Per una descrizione analitica: BARBIERI E ALTRI (1995), p.37-41; GIROTTI F.  (1998) op.cit., pp. 161-165

[7] M. DOBB (1965), I salari, Einaudi, Torino, p. 132

[8] La Tab 2 è stata ricostruita sulla base della seguente ricerca giuridica. CASTALDI E. (1953), La previdenza sociale nelle legislazioni straniere, Giuffrè, Milano, p. 236.

[9] In ALBER J. (1987), p.21

[10] TULLIO – ALTAN C. (1999),  p. 12

[11] Cfr. FERRAROTTI F. (1990), p.14

[12] Cfr. CERRONI U. (1996), p. 19

[13] Cfr SEPE S. (1999), p. 9-14

[14] Cfr. Conti L., op cit , p. 153

[15] Cfr. CANDELORO G. (1971), p. 344

[16] Legge 17 luglio 1890 n. 6972

[17] Importanti furono le modifiche apportate con il Regio Decreto 30 dicembre 1923 n. 2481 ( a sua volta parzialmente modificato con la Legge 17 giugno 1926 n. 1187), che sostituì alla espressione “istituzioni pubbliche di beneficenza” quella di “istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza”. Solo nel  1977 il D.P.R. 616 tenterà , in modo incompleto e con un parziale insuccesso, di ridefinire la materia.

[18] Stralci da relazioni di Crispi riportate in: Cattaui De Menasce G. (1963), op. cit. p.90.

[19] Informazioni ricavate da: MERLI S. (1976), Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia, Firenze, p.335-356.

[20] Cfr. MERLI, op. cit., p. 350

[21] V. cap. 9

[22] Tratto da: HERNANDEZ S. (1965), Profili storici, in Comitato di studio per la sicurezza sociale, Per un sistema di sicurezza sociale in Italia , Il Mulino, Bologna, p.55.

[23] Cfr. Conti L., op.cit, p. 87

[24] Classificazione ricostruita in MARTINOTTI G. (1992), Informazione e potere, Anabasi, Milano

[25] L. CONTI (1958) p. 114

[26] Cfr. A. PIZZORNO (1980), pp. 75-76

[27] Cfr. A. CHERUBINI (1977), pp. 412-7

Il Piano Individuale Pensionistico (Pip)


Il Pip è una forma pensionistica individuale realizzata attraverso la sottoscrizione di contratti di assicurazione sulla vita con finalità previdenziale (art. 13 DL 5 dicembre 2005, n. 252). Uno strumento, quindi, che consente di accumulare uncapitale sufficiente ad erogare una rendita vitalizia al raggiungimento dell’età pensionabile e che… continua.

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Istat, I bilanci consuntivi degli enti previdenziali dal 1999 al 2007


L’Istat diffonde le tavole di dati ed alcuni indicatori relativi ai Bilanci consuntivi degli enti previdenziali dal 1999 al 2007. I dati pubblicati sono a prezzi costanti, con riferimento all’anno 2007.

I bilanci consuntivi degli enti previdenziali dal 1999 al 2007

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Segreti di famiglia di Francis Ford Coppola


Benjamin, non ancora maggiorenne, va a cercare a Buenos Aires il fratello Angelo detto Tetro, che ha rotto i ponti con la famiglia e fa il tecnico delle luci in un teatrino locale, scrivendo nel frattempo testi criticati dalla più importante e potente critica letteraria del Paese. L’incontro tra i due è conflittuale…

da:
Recensione: Segreti di famiglia

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Le riforme delle pensioni nel periodo 1992-2004. Scheda di Paolo Ferrario


Faticosa trattativa per le pensioni e ulteriore “rottura” nella notte della negoziazione.

L’ala massimalista della sinistra centro, per rincorrere le ali estreme delal Cgil, minaccia l’uscita dal governo Prodi. Ai tempi della Terza Internazionale la chiamavamo :  “i partiti cinghia di trasmissione dei sindacati”. Costoro vivono sul riflesso  del passato.

Osservo in questi giorni la difficoltà di fare riforme in un paese attraversato da un reticolo impressionante di gruppi di interesse e di pressione.
Ciascuno  con obiettivi radicalmente contraddittori  ed opposti all’altro e ciascuno in grado di influire  su qualche partito di riferimento. Meglio se piccolo e molto condizionante sulla propria coalizione debole. E questo vale sia per la destra centro che per la  sinistra centro .
Oggi è in agenda la quarta riforma delle pensioni dopo quelle di Amato (1992) , Dini  (1985) e Berlusconi Maroni (2004).
I sindacati italiani (tutti, indipendentemente dalle culture di riferimento) sono stati i killer dei sistemi pensionistici. Il loro killeraggio è avvenuto attraverso 3 tappe:

- accettazione e sostegno per 50 anni delle pensioni di anzianità. Con la creazione di un vasto gruppo di pensionati baby (in pensione dopo 15 anni o dopo 19 anni di lavoro retribuito). Gli stessi che chiedono oggi l’adeguamento delle pensioni minime. In una piccola via del mio buen ritiro ne conosco almeno 3. Ed è una piccolissima via di 12 famiglie residenti. Allegri pensionati baby che bivaccano nei bar.

- introduzione negli anni ’60 e ’70 un meccanismo di rivalutazione delle pensioni dei lavoratori dipendenti sulla base della dinamica salariale del settore industriale (non al costo della vita, che era già allora il vero profilo riformistico) e calcolo della pensione non sui contributi versati durante la vita lavorativa, ma sulla base della retribuzione dell’ultimo triennio. Leggi 3.6.1975 n.160 e   18.3.1978 n. 238. Queste irresponsabilissime scelte hanno letteralmente divorato il risparmio previdenziale, non lasciando alcun margine di accumulo per le giovani generazioni

- sottovalutazione ad ogni politica di efficace ricongiunzione delle diverse posizioni contributive. E questo in una situazione di mercato del lavoro frammentato in cui sempre più lavoratori passano anche molto velocemente da un lavoro all’altro. Questa sottovalutazione la dice molto sulla loro capacità di intercettare i bisogni e invece su quella di tutelare, per ragioni di tesseramento, solo i lavoratori attuali e il gruppo dei cinquantenni e  sessantenni.

Ebbene oggi sulla trattativa delle pensioni sono ancora questi sindacati, i killer responsabili della crisi del sistema pensionistico italiano, a puntare i piedi, a ricattare, a minacciare la mobilitazione dei loro soli iscritti, ossia per l’appunto i pensionati attuali o quelli che vorrebbero salire sulla chiatta del sistema precedente.

C’è una frase rivelatrice della loro cultura. Quando Epifani, segretario della Cgil, ha sprezzantemente apostrofato il ministro della economia Padoa-Schioppa così:

“non si possono fare le riforme delle pensioni con la calcolatrice in mano”.

Mi chiedo come divida costui le spesse di famiglia: vitto, casa, servizi …

Occorre un ripasso sul tema?

Ecco qui:


Riforme delle pensioni

L’invecchiamento della popolazione e il conseguente finanziamento dei bisogni dell’età anziana da parte della generazione attualmente occupata tende a diventare sempre meno sostenibile, nel senso che ai bisogni dei padri non possono più provvedere solo i sempre meno numerosi figli. Per questi motivi la riforma del sistema pensionistico propone il problema di un sotterraneo conflitto intergenerazionale che appare insolubile. Questa regolazione legislativa è particolarmente difficile, ma è stato anche osservato che

 

vi sono ragioni per vederla invece come un’occasione per accrescere il volume delle risorse disponibili e per rendere efficiente l’offerta delle prestazioni pensionistiche per le generazioni future senza che ciò avvenga esclusivamente a scapito delle generazioni precedenti [1]

 

2.1. Tensioni strutturali nel sistema della previdenza

 

Sotto il profilo istituzionale, il sistema previdenziale italiano è stato ed è ancora caratterizzato da questi problemi:

-          forte squilibrio finanziario fra la contribuzione dai redditi di lavoro ed entità della spesa pensionistica

-          iniquità di trattamento, causati dalle differenti normative dei vari regimi pensionistici

-          elevata propensione all’utilizzo delle pensioni di anzianità.

Per farvi fronte dal 1992 il sistema previdenziale italiano è stato attraversato da numerosi interventi correttivi. L’obiettivo di tali azioni è stato quello di riequilibrare, nel lungo periodo, l’evoluzione della spesa pensionistica rispetto al prodotto interno lordo, tentando di bilanciare gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione, della diminuzione dell’occupazione e del rallentamento della crescita economica. Accanto a queste finalità di ordine economico era presente anche la necessità di uniformare le normative pensionistiche del settore pubblico, del settore privato e dei regimi professionali speciali in base a criteri di equità fra le generazioni e all’interno delle generazioni.

Per l’intreccio dei fattori sopra accennati la “questione pensioni” è stata al centro dell’agenda politica italiana. Con riferimento alla storia recente è opportuno ricordare e leggi di riforma del 1968-1975, che hanno realizzato un “patto previdenziale” tra le forze politiche e sindacali e la successiva incessante attività legislativa, tesa a modificare continuamente gli istituti previdenziali esistenti.

Una caratteristica storica del sistema pensionistico italiano è stata il suo finanziamento basato sul modello della “ripartizione”: i contributi versati dai lavoratori non erano accantonati (o “capitalizzati”), ma versati immediatamente ai pensionati. Un simile meccanismo finanziario restava in equilibrio solo fino a quando il gettito dei contributi copriva le somme necessarie al pagamento delle pensioni. Così nel corso del tempo si è aggravata la forbice fra le entrate e le uscite, determinando un ampio consenso sulla gravità degli squilibri creatisi [2] e sollecitando l’individuazione di azioni legislative correttive.

Uno fra gli aspetti di più evidente iniquità del sistema era costituito dalle pensioni di anzianità (in particolare le “baby pensioni”, ossia ottenute dopo un breve periodo di contribuzione). Tale tipologia pensionistica fu introdotta nel 1965, come “misura temporanea” per favorire i processi di ristrutturazione industriale in un periodo di recessione, ma divenne subito strutturale influenzando fortemente le casse previdenziali. La pensione di anzianità consente ad un lavoratore di godere di una rendita dopo un certo periodo di versamenti contributivi, indipendentemente dall’età anagrafica. La conseguenza è che, a parità di contributi versati, i pensionati di anzianità godono di un “rendimento implicito” del proprio risparmio previdenziale nettamente superiore a quello ottenuto dai pensionati di vecchiaia.

 

 

2.2  La riforma Amato

 

Negli anni Novanta il primo tentativo di riforma del sistema previdenziale è stato intrapreso in un periodo di eccezionale emergenza finanziaria. Durante l’undicesima legislatura (1992-1994) il governo Amato ha promosso un primo riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici con gli obiettivi di: stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo; garantire trattamenti pensionistici omogenei; favorire la costituzione su base volontaria, collettiva o individuale di forme di previdenza per l’erogazione di trattamenti pensionistici complementari [3].

I punti cardine della riforma Amato sono sintetizzati nel Quadro n. 2

 

Quadro n. 2

La “riforma Amato”, 1992

-          età pensionabile: elevata da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, introducendo alcune gradualità per il periodo 1994-1999 e con esclusione di alcune categorie che conservano i vecchi limiti

 

-          contribuzione minima per la pensione di vecchiaia: elevata gradualmente da 15 a 20 anni di contributi

 

-          integrazione al trattamento minimo: si tiene conto anche del reddito del coniuge che fino ad allora non era preso in considerazione

 

-          indicizzazione: la nuova scala mobile ha una cadenza annuale anziché semestrale ed è agganciata all’indice ISTAT dei prezzi al consumo (cioè all’inflazione) e non più alla dinamica salariale

 

-          cumulo tra pensione e reddito da lavoro: il divieto parziale di cumulo, prima in vigore solo per i redditi da lavoro dipendente, è esteso anche al lavoro autonomo

 

-          introduzione nel sistema previdenziale del modello dei tre pilastri: 1° – obbligatorio e garantito dallo Stato; 2° – collettivo e volontario, con l’istituzione di Fondi pensione garantiti dalla contrattazione; 3° – individuale e collegato alle possibilità di risparmio previdenziale dei singoli

 

 

Questa riforma è stata sicuramente importante, ma insufficiente a risanare il sistema pensionistico italiano. Nel corso della dodicesima legislatura (1994-1995)  il governo Berlusconi presenta una proposta non negoziata con i sindacati articolata nel modo seguente: l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne viene anticipata al 2000; il coefficiente di ricalcalo viene abbassato all’1,75% a partire dal 1996, con possibili ulteriori abbassamenti; possibilità di andare in pensione dopo 35 anni di contributi, ma con una penalizzazione del 3% dell’importo pensionistico per ogni anno che manca al compimento dell’età; annullamento della scala mobile per le pensioni del 1995 e, dal 1996, agganciamento all’inflazione programmata. Questo progetto, per il modo in cui viene proposto e per i suoi contenuti, provoca uno scontro sociale durissimo e non arriva alla approvazione a causa della successiva caduta di questo governo.

 

2.3 La riforma Dini

 

Nella stessa legislatura, la riforma delle pensioni viene ripresa dal governo Dini. Questa volta la negoziazione avviene anche con riferimento alle proposte dei sindacati [4], centrate sulla separazione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale, sulla flessibilità dell’età pensionabile e su un calcolo della pensione legato all’intera vita lavorativa. Il compromesso finale tiene conto di queste indicazioni e introduce innovazioni di sostanza nel metodo di calcolo delle rendite pensionistiche con il passaggio da un sistema retributivo ad un sistema contributivo.

I principali orientamenti di questa riforma delle pensioni [5] sono indicati nel Quadro n. 3

 

Quadro n. 3

La “riforma Dini”, 1995

-          calcolo delle pensioni: dal sistema retributivo (imperniato sulla media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni lavorativi) si passa, dopo un periodo transitorio di coesistenza, ad un sistema contributivo (basato sull’ammontare dei contributi versati) annualmente indicizzato

 

-          età pensionabile: il requisito diventa flessibile, poiché il lavoratore può decidere liberamente l’età di pensionamento tra i 57 e i 65 anni, purchè abbia almeno cinque anni di contribuzione effettiva

 

-          pensioni di anzianità: attuazione di un regime transitorio orientato, tuttavia, alla loro scomparsa con effetto dal 2009

 

-          previdenza complementare: previsione dell’avvio dei fondi pensione

 

-          previsione di un riordino del settore invalidità e inabilità [6]: requisiti medico-sanitari con riferimento alla definizione di “persona handicappata” [7]; revisione della disciplina delle incompatibilità e cumulabilità delle diverse prestazioni assistenziali e previdenziali; potenziamento dell’azione di verifica e di controllo

 

 

 

Nel 1997 la riforma viene completata estendendo le regole delle pensioni di anzianità anche ai lavoratori del pubblico impiego [8].

 

 

2.4. La riforma Maroni-Berlusconi

 

Le innovazioni introdotte negli anni ’90 hanno modificato in maniera sostanziale il sistema previdenziale italiano. Tuttavia, a parere del Governo Berlusconi, esso mantiene ancora alcuni limiti di equità intergenerazionale, nel senso che:

 

i lavoratori oggi meno anziani dovranno fronteggiare con oneri crescenti il picco della spesa pensionistica a favore delle generazioni già uscite o prossime all’uscita dal mercato del lavoro [9]

 

Così nel 2004 si è arrivati alla approvazione di una ulteriore riforma che dispiegherà i principali suoi effetti a partire dal 2008 [10]. I contenuti essenziali sono ripresi nel Quadro n. 4.

 

Quadro n. 4

La riforma Maroni – Berlusconi, 2004

-          Incentivi al rinvio dell’età pensionabile: chi decide di restare al lavoro potrà, su base volontaria, rinviare il pensionamento per almeno 2 anni, ottenendo in cambio un incremento della retribuzione, non gravato da tasse, pari all’am­montare dei contributi pensionistici pagati dal datore di lavoro e dal lavoratore (32,7%).  Di conseguenza, la permanenza al lavoro comporta che la pensione che si avrà al momento della cessazione del rapporto di lavoro sarà quella maturata nel momento in cui si è compiuta la scelta;

 

-          fino alla fine del 2007 sarà possibile andare in pensione con le regole attuali. Dal 2008 le nuove regole sono:

 

o        pensionamento di vecchiaia all’età di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, oppure con 40 anni di contributi a prescindere dall’età

 

o        pensione di anzia­nità con 35 anni di contributi e 60 anni di età (61 anni per i lavoratori autonomi) senza penalizzazioni, e con 61 dal 2010 (62 per gli autonomi). 2014 l’età anagrafica salirà a 62 anni (63 per gli autonomi)

 

o        le donne potranno continuare ad andare in pensione di anzianità anche dopo il 2008 a 57 anni con 35 anni di anzianità contributiva ma con una penalizzazione: il cal­colo della pensione sarà fatto interamente con il sistema contributivo

 

-          abolizione del pensionamento fles­sibile a 57-65 anni di età previsto dalla riforma del 1995

 

-          estensone del regime contributivo al pensionamento di vecchiaia a 65 anni gli uomini, a 60 anni le donne

 

-          introduzione del “silenzio assenso” per il conferimento del TFR - Trattamento di fine rapporto alle forme di previdenza complementare ed equiparazione tra le varie forme (Fondi pensione negoziali, fondi aperti, forme di previdenza)

 

-          previsione di  regimi speciali a favore dei lavoratori addetti a mansioni usuranti, e regimi agevolativi per le lavoratri­ci madri

 

 

 

Le principali critiche a quest’ultima riforma si sono concentrate sul fatto che gli effetti sono rimandati al 2008, che introduce una rigidità nei requisiti di uscita dal lavoro (abolizione del pensionamento flessibile tra i 57 e 65 anni)  e che non affronta la questione cruciale delle pensioni delle nuove generazioni. Oggi per moltissimi giovani il lavoro è costituito da una somma di lavori discontinui ed occorre adeguare le tutele previdenziali tenendo conto di questo mercato del lavoro fortemente caratterizzato dalla precarietà.

Resta il fatto che nel futuro tende a diventare sempre più strategico il problema di realizzare un nuovo “risparmio previdenziale” da distribuire lungo tutto il corso della vita e sviluppando vari strumenti economico-finanziari di previdenza complementare: Fondi negoziali, Fondi pensione aperti, Piani individuali pensionistici e forme individuali previdenziali.


[1]  In: Amato Giuliano, Maré Mauro, 2001

[2] Si veda in proposito: Rampini Federico, 1994; Beltrametti Luca, 1996; Baldissera Alberto,“La rivolta dei cappelli grigi: Il caso italiano e francese”, in: Il paese dei paradossi, a cura di Negri Nicola e Sciolla Loredana, Carocci Editore, Roma, 1996, pp. 53-116

[3] Legge n. 421/1992 e D. Lgs. n. 503/1992

[4] Accordo siglato l’8.5.1995

[5] Legge n. 335/1995

[6] Legge n. 335/1995, art. 3, c. 3

[7] Legge n. 104/1992

[8] Cosiddetta riforma Prodi: Legge n. 449/1997

[9] Dal Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri sistemi pensionistrici, predisposto dal Governo Berlusconi ed inviato alla Unione Europea, 2002

[10] Legge n. 243/2004