SOCIOLOGIA POLITICA: Riviste


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Journal of Policy Analysis and Management
Journal of Politics
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Legislative Studies Quarterly
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Peace and Conflict Studies
Policy Sciences
Political Research Quarterly
Political Science Quarterly
Political Studies
Public Administration and Management
Public Choice
Publius. The Journal of federalism
Review of International Studies
Revue Internationale de Politique Comparée
Scandinavian Political Studies
Social Indicators Research
South European Society and Politics
Swiss Political Science Review
West European Politics
World Politics

POLENA POLitical Electoral Navigations


POLENA è una rivista scientifica, ma non accademica.
Fatta dagli studiosi, ma pensata per gli utenti della politica: parlamentari, giornalisti, dirigenti, cittadini appassionati.

Una rivista in cui il lettore non trova solo saggi e recensioni, ma anche servizi. L’analisi della “congiuntura politica”, per esempio: una ricostruzione approfondita del quadrimestre appena trascorso, basata sui dati più recenti e affidabili.

Ulteriori informazioni…

POLENA.

Populismi in Europa: cause, caratteristiche nazionali, ruolo delle politiche, Convegno all’Istituto Treccani, Roma 24-25 novembre 2011


Raimondo Catanzaro:

Michele Prospero

Roberto Biorcio

Maurizio Ambrosini e Laura Balbo

Alfio Mastropaolo

Morena Piccinini

John Clarke

Sara Gentile, sul movimento populista di Le Pen

Sorina Soare

Paolo Borioni

Daniele Albertazzi

Giuseppe Ricotta

ALBERTO MELUCCI un sociologo di frontiera, presentazione del libro SOCIOLOGIA DI CONFINE, saggi intorno all’opera di Alberto Melucci, a cura di Giuliana Chiaretti e Maurizio Ghisleni, Mimesis editore 2011, alla Casa della cultura di Milano, giovedì 1 dicembre 2011, ore 21


Sociologia di confine. Saggi intorno all’opera di Alberto Melucci, a cura di Giuliana Chiaretti e Maurizio Ghisleni (Mimesis, 2011), Giovedì 24 novembre, ore 15, presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari Venezia, avrà luogo la presentazione del volume


Giovedì 24 novembre, ore 15, presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari Venezia, avrà luogo la presentazione del volume “Sociologia di confine. Saggi intorno all’opera di Alberto Melucci”, a cura di Giuliana Chiaretti e Maurizio Ghisleni (Mimesis, 2011).Saranno presenti gli autori.
Intervengono:
Vincenzo Pace, Università di Padova: La sociologia non ha bisogno di passaporto. Il contributo di Alberto Melucci.
Italo De Sandre, Università di Padova: La non banalità del quotidiano.
Coordina:
Pietro Basso, Università Ca’ Foscari Venezia.

C. GALLI, E. GREBLO, S. MEZZADRA (a cura di), Il pensiero politico contemporaneo


C. GALLI, E. GREBLO, S. MEZZADRA (a cura di)

Il pensiero politico contemporaneo

Il Novecento e l’età globale

Collana “Manuali”

pp. 304, € 25,00
978-88-15-23234-2
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 06/10/2011

Note: Nuova edizione

Copertina 23234


Questo volume introduce il lettore alla politica del XX secolo e alla riflessione filosofica su di essa: dal formarsi delle principali ideologie (nazionalismo, socialismo, liberalismo, cattolicesimo democratico, fascismo e comunismo), alla tragedia dei totalitarismi, alla “rinascita” della democrazia nel secondo dopoguerra, dalla crisi dello Stato sociale ai processi di decolonizzazione e all’affermarsi del capitalismo su scala planetaria, fino alle questioni odierne poste dalla crisi di tale modello e dai processi di globalizzazione.

Indice: Introduzione. – Parte prima: Le ideologie e le trasformazioni della politica. – I. La crisi dell’ordine politico moderno. – II. I teorici delle élite. – III. Il marxismo: 1900-1920. – IV. I nazionalismi europei. – V. Liberalismo e pensiero democratico. – VI. I totalitarismi. – Parte seconda: Filosofia e politica. – VII. Il pensiero dialettico. – VIII. I pensatori della crisi e le critiche della modernità. – Parte terza: Il secondo dopoguerra. – IX. La democrazia realizzata. – X. Le sfide della politica. – XI. L’età globale e le sue crisi. – Nota bibliografica. – Indice dei nomi.

Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche nell’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato fra l’altro: “Genealogia della politica” (nuova ed. 2010), “Lo sguardo di Giano” (2008), “L’umanità multiculturale” (2008); ha curato “I grandi testi del pensiero politico. Antologia” (II ed. 2011) e il “Manuale di storia del pensiero politico” (III ed. 2011). Edoardo Greblo insegna nelle scuole superiori a Trieste. Per il Mulino ha pubblicato “Democrazia” (2000) e “A misura del mondo” (2004). Sandro Mezzadra insegna Studi coloniali e postcoloniali e Le frontiere della cittadinanza nell’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato “La costituzione del sociale. Il pensiero politico e giuridico di Hugo Preuss” (1999) e ha curato il volume di W.E.B. Du Bois “Sulla linea del colore” (2010).

 

da Volumi – C. GALLI, E. GREBLO, S. MEZZADRA (a cura di), Il pensiero politico contemporaneo.

M. COTTA, L. VERZICHELLI, Il sistema politico italiano


M. COTTA, L. VERZICHELLI

Il sistema politico italiano

Collana “Manuali”

pp. 304, € 27,00
978-88-15-23247-2
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 06/10/2011

Note: Nuova edizione corredata da sito web

Copertina 23247


Il manuale fornisce un panorama completo del sistema politico italiano. Dopo aver fissato alcuni concetti fondamentali (sistema politico, attori del sistema politico, studio comparato dei sistemi politici), gli autori ricostruiscono le vicende del nostro sistema politico – caratteri, trasformazioni storiche, configurazioni istituzionali – dando conto dei mutamenti che lo hanno attraversato soprattutto negli ultimi decenni, e delle interpretazioni che sono state avanzate circa la loro natura e le loro conseguenze.

All’indirizzo www.mulino.it/aulaweb docenti e studenti troveranno materiale utile alla didattica e all’apprendimento.

Indice: Premessa. – I. Il sistema politico. Cos’è e come studiarlo. – II. Il sistema politico italiano. – III. Il sistema dei partiti. Dal pluripartitismo polarizzato all’alternanza bipolare. – IV. Elezioni, culture politiche e comportamento elettorale. – V. L’esecutivo. Da governi deboli e instabili a governi più forti e durevoli. – VI. Parlamento e parlamentarismo tra Prima e Seconda Repubblica. – VII. Regioni e governo locale. Un lungo viaggio verso il federalismo? – VIII. La pubblica amministrazione. Dall’immobilismo alla riforma permanente. – IX. Le istituzioni dello stato di diritto. Poteri neutrali e conflitto con la politica. – X. Il cambiamento del sistema politico italiano. Le interpretazioni. – Riferimenti bibliografici. – Indice analitico.

Maurizio Cotta insegna Scienza politica e Politica comparata nell’Università di Siena. Tra le sue pubblicazioni con il Mulino ricordiamo “Scienza politica” (con D. della Porta e L. Morlino, nuova ed. 2008). Luca Verzichelli insegna Analisi delle politiche pubbliche e Sistema politico italiano nell’Università di Siena. Con il Mulino ha pubblicato tra l’altro “Il Parlamento” (con C. De Micheli, 2004) e “Vivere di politica. Come (non) cambiano le carriere politiche in Italia” (2010).

 

 

da Volumi – M. COTTA, L. VERZICHELLI, Il sistema politico italiano.

C. SCHMITT, Sul Leviatano


C. SCHMITT

Sul Leviatano

Collana “Saggi”

pp. 196, € 18,00
978-88-15-23364-6
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 20/10/2011

Note: Traduzione e introduzione di Carlo Galli

Copertina 23364


Nella incessante ricerca sul “politico”, sullo Stato e sulle sue contraddittorie ragioni condotta da Carl Schmitt, un momento fondamentale è costituito dal confronto con Hobbes e con la celebre immagine del Leviatano. Mito, macchina, mostro fantastico, persona sovrana: questa figura complessa e ambigua viene qui riletta in una chiave non solo razionalistica e politica ma anche culturale e teologica. Un faccia a faccia sulla razionalità e l’irrazionalità dello Stato moderno, dalle sue origini barocche alla sua drammatica crisi novecentesca.

Carl Schmitt (1888-1985) ha insegnato in varie università tedesche, prima di diventare professore all’Università di Berlino nel 1933. Ritiratosi a vita privata alla fine della seconda guerra mondiale, continuò a lavorare e a pubblicare nel campo del diritto internazionale. Fra le molte opere tradotte in italiano ricordiamo, pubblicate dal Mulino, “Amleto o Ecuba” (1983), “Le categorie del ‘politico’” (1972, ultima ed. 1998) e “Cattolicesimo romano e forma politica” (2010).

 

da Volumi – C. SCHMITT, Sul Leviatano.

C. GALLI (a cura di), I grandi testi del pensiero politico


C. GALLI (a cura di)

I grandi testi del pensiero politico

Antologia

Collana “Strumenti”

pp. 320, € 27,00
978-88-15-23420-9
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 06/10/2011

Note: Nuova edizione

Copertina 23420


Questa antologia presenta una serie di testi di autori classici della storia del pensiero politico moderno e contemporaneo, per documentare le principali linee di sviluppo della disciplina. Uno schema introduttivo a ciascun brano ne espone i concetti principali e ne agevola la lettura critica.

Indice: Presentazione, di C. Galli. – Niccolò Machiavelli. – Martin Lutero. – Jean Bodin. – Johannes Althusius. – Thomas Hobbes. – John Locke. – Baruch Spinoza. – Montesquieu. – Jean-Jacques Rousseau. – Emmanuel-Joseph Sieyès. – Immanuel Kant. – Georg Wilhelm Friedrich Hegel. – Benjamin Constant. – Alexis de Tocqueville. – John Stuart Mill. – Karl Marx. – Lenin. – Max Weber. – Carl Schmitt. – Hannah Arendt.

Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche nell’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato fra l’altro: “Genealogia della politica” (nuova ed. 2010), “Lo sguardo di Giano” (2008), “L’umanità multiculturale” (2008); ha curato il “Manuale di storia del pensiero politico” (III ed. 2011) e “Il pensiero politico contemporaneo” (con E. Greblo e S. Mezzadra, 2011).

Volumi – C. GALLI (a cura di), I grandi testi del pensiero politico.

Eversione: la telefonata di Silvio Berlusconi al faccendiere Valter Lavitola (direttore del quotidiano L’Avanti)


EVERSIONE: Ogni azione e movimento che impiega mezzi violenti anche terroristici per rovesciare il potere costituito

Presentazione del volume a cura di Noemi Podestà e Tommaso Vitale Dalla proposta alla protesta, e ritorno Conflitti territoriali e innovazione politica. Bruno Mondadori, 2011


Presentazione del volume  a cura di

Noemi Podestà e Tommaso Vitale

 

 

 

Dalla proposta alla protesta, e ritorno

Conflitti territoriali e innovazione politica.

Bruno Mondadori, 2011

 

Interverranno

Prof. Marco Revelli

Prof. Giorgio Barberis

 

 

Lunedì 8 novembre 2011 alle ore 16.00

Palazzo Borsalino, aula 2 (p.t.)

Facoltà di Scienze Politiche – Alessandria

 

Dalla proposta alla protesta, e ritorno. Conflitti locali e innovazione politica


Podestà N., Vitale T., 2011, Dalla proposta alla protesta, e ritorno. Conflitti locali e innovazione politica [From Proposal to Protest, and Back Again. Local Contention and Political Innovation], Bruno Mondadori, Milano, p. 256. ISBN: 978-88-615-9528-6.

Dalla proposta alla protesta, e ritorno

Indice:

1 Territori e innovazione politica: successi e fallimenti

dell’azione conflittuale

di Tommaso Vitale e Noemi Podestà

35 1. L’innovazione politica come articolazione di livelli di coinvolgimento degli abitanti:

la riparazione del danno ambientale a Seveso

di Laura Centemeri

60 2. Le politiche pubbliche davanti ai loro contestatori.

Innovazione degli strumenti e risoluzione dei conflitti

aeroportuali a Parigi e Berlino

di Claire Dupuy e Charlotte Halpern

83 3. Mobilitazione sociale e apprendimento istituzionale: quali lezioni dal conflitto ambientale nella valle del Bormida?

di Gian-Luigi Bulsei

105 4. Dalla retta alla spezzata.

Il ruolo dell’expertise nei conflitti ambientali

di Luigi Pellizzoni

135 5. Conflitti e compromessi.

Dalla critica militante alle innovazioni istituzionali

nelle politiche abitative a Ginevra

di Luca Pattaroni e Marc Breviglieri

165 6. Alta velocità.

Gli strumenti di mediazione dentro rapporti di forza

su più livelli

di Noemi Podestà

190 7. Animali predatori in Svezia.

La collaborazione e il dialogo per uscire da dilemmi

insolubili

di Serena Cinque e Annelie Sjölander-Lindqvist

219 Bibliografia

241 Gli autori

Noemi Podestà, Tommaso Vitale (a cura di)

DALLA PROPOSTA ALLA PROTESTA, E RITORNO

Conflitti locali e innovazione politica

Disastri ambientali. Realizzazione di mega progetti. Nuove infrastrutture di collegamento aereoportuali o ad alta velocità. Emergenze abitative. Bonifiche di aree vaste inquinate da lungo tempo. Impianti per lo smaltimento dei rifiuti. Incompatibilità fra allevamenti e riproduzione di animali predatori. Incertezze nella valutazione del danno ambientale. Sono mille i temi per cui nei territori emergono conflitti che spesso sembrano non negoziabili, e assorbono buona parte delle energie politiche dei governi locali. Cosa succede in questi conflitti? Veramente non sono negoziabili? Sono solo un rallentamento dei processi? O invece cambiano i rapporti di forza e migliorano le politiche pubbliche? E se sì, a quali condizioni?

Il volume ripercorre molti casi di conflitto locale di grande importanza, li analizza in profondità e vi scava dentro per andare oltre le facili retoriche e le sirene del populismo. Non sempre i conflitti sono forieri di nuove norme vincolanti e condivise; non sempre modificano le condizioni di inclusione ed esclusione nei processi di governance. A volte accade: la sfida del volume sta proprio nel voler mostrare in che modo nei conflitti si produce l’innovazione politica dei territori.

Al volume hanno contribuito: M. Breviglieri, G.L. Bulsei, L. Centemeri, S. Cinque, C. Dupuy, C. Halpern, L. Pattaroni, L. Pellizzoni, A. Sjölander-Lindqvist.


Tommaso VITALE
Scientific Director of the Master “Governing the Large Metropolis”.
Associate Professor of Sociology
My webpage with news on conferences and recent publications
News with twitter: @VitaleTommaso 

Carlo Galli, Il disagio della democrazia, Einaudi


Carlo Galli

Il disagio della democrazia

2011
eBook
pp. 100 
€ 6,99
ISBN 9788858405079

Esiste il disagio della democrazia, la rassegnata accettazione del suo cattivo funzionamento e del progressivo restringimento degli spazi civili e degli orizzonti vitali. Ma dal disagio può avere origine anche la rivitalizzazione della democrazia, il rilancio del suo significato umanistico.

Altre edizioni:Il disagio della democrazia. 2011. Vele

Mentre chi non ne gode lotta per realizzarla, chi l’abita da tempo sperimenta l’esaurirsi della sua forza vitale. Mentre sembra l’unica forma politica legittima, la democrazia conosce molti gravi problemi che la sfidano dall’esterno e dall’interno, e che possono sfociare in una crisi complessiva della democrazia.
Un’analisi di questi e di altri paradossi, condotta attraverso una genealogia storica e concettuale, getta luce sull’intricata vicenda della democrazia, sui suoi molti significati, sulle sue contraddizioni e sulle principali riflessioni che l’hanno accompagnata e criticata. E suggerisce che, se la democrazia non è un destino, tuttavia, rivisitata senza dogmatismi e senza trionfalismi, custodisce in sé la fragile speranza in un’umanità capace di dare legge a se stessa, nella dignità e nella libertà di tutti.

Leggi un estratto (pdf) (?)

Carlo Galli, Il disagio della democrazia < Libri < Einaudi.

Volumi – G. MIGLIO, Lezioni di politica


G. MIGLIO

Lezioni di politica

I. Storia delle dottrine politiche

Collana “Saggi”

pp. 352, € 27,00
978-88-15-23329-5
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 25/08/2011

Copertina 23329

G. MIGLIO

Lezioni di politica

II. Scienza della politica

Collana “Saggi”

pp. 520, € 33,00
978-88-15-23331-8
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 25/08/2011

Copertina 23331


Nel corso del suo magistero all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Gianfranco Miglio ha insegnato diverse discipline, storiche, giuridiche, politologiche, dei cui strumenti si serviva per interpretare i fenomeni politici al centro dei suoi interessi e del suo lavoro intellettuale. Nelle “Lezioni di politica” – ricostruite sulla base di documentazione originale – è contenuto il materiale relativo ai due fondamentali insegnamenti in cui si è tradotto il suo pensiero, basato su una osservazione rigorosamente realistica e disincantata della politica, sfrondata da ogni elemento estraneo alla ‘pura’ problematica del potere e della sua realtà effettuale. Miglio ricostruisce il pensiero degli autori usando come criterio di misura la scientificità delle loro asserzioni, cioè la capacità di esprimere le ‘regolarità’ della politica fino a suggerire la possibile esistenza di leggi dell’agire politico: la sua “Storia delle dottrine politiche” finisce, infatti, là dove comincia la sua “Scienza della politica”, in cui egli riversa le sue originali elaborazioni su metodo, caratteri e grandi questioni aperte della disciplina.

Gianfranco Miglio (1918-2001), preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dal 1959 al 1988, senatore della Repubblica dal 1992 al 2001, ha fondato importanti centri di ricerca nell’ambito della storia e della scienza dell’amministrazione. Molti dei suoi più importanti contributi scientifici sono raccolti in “Le regolarità della politica” (Giuffrè, 1988).

Il welfare come costruzione socio-politica. Principi, strumenti, pratiche, di Riccardo Guidi


Il welfare come costruzione socio-politica. Principi, strumenti, pratiche
Autori e curatori: Riccardo Guidi
Collana: Sociologia
Argomenti: Politiche e servizi sociali - Sociologia dei fenomeni politici
Livello: Studi, ricerche
Dati: pp. 160,     1a edizione  2011  (Cod.1520.696)
Il welfare come costruzione socio-politica. Principi, strumenti, pratiche
Tipologia: Edizione a stampa 
Prezzo: € 19,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856836936 
Tipologia: E-book
Prezzo: € 15,00
Possibilità di stampa:  No 
Possibilità di copia:  No 
Possibilità di annotazione:  Si 
Portabilità:  Si 
Ottimizzazione:  per PC Windows e Mac 
Codice ISBN 13: 9788856868173 
Formato: PDF per Digital Editions
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In breve Tesi di fondo del volume è che, soprattutto dopo le riforme degli anni ’90 e 2000, accanto a una politicità “maggiore” del welfare ne esista una “minore” (ma non per importanza) della quale sono protagonisti attori locali non convenzionalmente politici. Essa merita di essere riconosciuta, osservata e problematizzata…
 
Presentazione: Il libro origina da alcune domande fondamentali: dopo la deliberazione pubblica (delle vecchie e nuove arene politiche) il welfare è soltanto il regno della tecnica, sottratto alla “creatività” degli attori? I processi di messa in pratica delle deliberazioni pubbliche, connessi al presidio del benessere sociale, hanno un carattere politico ? Se sì, quale?
La tesi di fondo qui sostenuta è che, soprattutto dopo le riforme degli anni ’90 e 2000, accanto a una politicità “maggiore” del welfare ne esista una “minore” (ma non per importanza) della quale sono protagonisti attori locali non convenzionalmente politici. Essa merita di essere riconosciuta, osservata e problematizzata. Si sostiene inoltre che la “politicità minore” del nuovo sistema di welfare può essere osservata a partire dall’uso pratico e situato che gli attori locali fanno di alcuni strumenti generati nel contesto culturale del New Public Management e della governance . Fra tali strumenti uno dei più importanti è la partnership tra soggetti pubblici e privati (molto spesso senza fini di lucro) per la programmazione e la gestione dei servizi. Il ricorso alle partnership pubblico-privato nel campo del welfare genera, da un lato, un nuovo contesto organizzativo nel quale possono essere riconosciuti molti attori, principi e strumenti al lavoro, dall’altro un welfare più “ibrido”, ponendo così più di una sfida al principio di cittadinanza sociale.
Il libro dedica un’attenzione peculiare all’ambito dei servizi socio-assistenziali. Si cerca di mettere a fuoco quali principi siano implicati nell’uso della partnership, quali caratteri di politicità siano riconoscibili nei processi generabili a partire dal loro uso, quali tensioni sul principio di cittadinanza sociale si possano osservare e quali presidi possano essere attivati.

Riccardo Guidi è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Pisa e coordina le attività della Fondazione Volontariato e Partecipazione. Ha recentemente curato i volumi Una promessa mantenuta? Volontariato, servizi pubblici, cittadinanza in Toscana (Cesvot, 2009, due volumi), Rischiare politiche giovanili (Gruppo Abele-Animazione Sociale, 2010) e Consumi politici e denaro. Logiche d’azione trasformativa nel campo economico (FrancoAngeli, 2011).

Indice:
Introduzione
(I processi politici in tempi di modernità riflessiva; Dopo la deliberazione: nuovi principi, strumenti e attori?; Politiche e pratiche: interpretare processi di “implementazione”; Welfare sussidiario: ibridazione e rescaling; La struttura del volume)
Parte I.
Come cambiano le istituzioni. Neo-istituzionalismi e oltre
(Persistenza e mutamento istituzionale: institutions matter; Il ruolo delle idee nelle riforme dei sistemi di welfare; Neo-istituzionalismi e oltre. Un primo bilancio)
Dopo la deliberazione. Regole, discrezionalità, sensemaking
(Potere della legge, potere degli attori. Due approcci all’”implementazione”; Come cambia un’organizzazione. Il contributo degli studi socio-cognitivisti; Dopo la deliberazione. Un primo bilancio)
Tradurre, performare, innovare. Studiare le riforme amministrative con l’actor-network theory
(La riforma come processo di “ri-significazione locale”; Riforme come strumenti di “performare” in reti di relazioni; Una sociologia delle “assicurazioni”; Performare, tradurre e disputare: is this politics?; Studiare le riforme con l’Ant. Un primo bilancio)
Parte II.
Un nuovo strumento per il welfare. La partnership pubblico-privato
(Paradigmi di riforma e Partnership pubblico-privato; La critica “post-democratica”: i suoi meriti e i suoi limiti; Welfare partnership in Italia: due cicli di riforma)
Traduzioni variabili delle riforme del welfare
(Npm e “Terza Via”: “effetti corrosivi” sugli state social workers; Institutions matter. Le variabili istituzionali della traduzione; Actors matter. Le variabili istituzionali della traduzione; Quale traduzione, quale politica?)
Costruire strumenti. Alla fondazione delle welfare partnership italiane
(Verso le welfare partnership: tre momenti “associativi”; Arruolare la sociologia? La conoscenza come strumento di auto-legittimazione; Un’agibilità politica sospesa per le welfare partnership)
Welfare partnership in Toscana: figure dell’”associazione” e traiettorie di politicizzazione
(Welfare partnership e rescaling. Sentieri e tensioni istituzionali; Figure dell’”associazione” nelle welfare partnership toscane; Le traiettorie delle welfare partnership. Qualche conclusione)
Bibliografia di riferimento.

Rapporto SVIMEZ 2011 sull’economia del Mezzogiorno


Rapporto SVIMEZ 2011
sull’economia del Mezzogiorno

da www.SVIMEZ.it – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

Il contagio, di Loretta Napoleoni, editore Rizzoli. Dibattito: Perchè la crisi economica rivoluzionerà le nostre democrazie, Giorgio Barba Navaretti, Loretta Napoleoni, Vittorio Emanuele Parsi, Massimo Sideri


A. LA SPINA, E. ESPA, Analisi e valutazione delle politiche pubbliche


A. LA SPINA, E. ESPA

Analisi e valutazione delle politiche pubbliche

Collana “Manuali”

pp. 360, DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE
978-88-15-23245-8
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 29/09/2011

Copertina 23245


Questo manuale innovativo tratta in modo integrato i due aspetti fondamentali delle politiche pubbliche: analisi e valutazione. A una prima parte dedicata all’analisi (nozioni costitutive, policy cycle, domanda e offerta di politiche, policy process) segue una seconda parte incentrata sui vari aspetti della valutazione (concetti essenziali, fasi, valutazione delle strutture e della dirigenza, policy evaluation in Europa e nei paesi extra-europei). Chiude il volume – che si segnala dunque per la sua esemplare completezza – un capitolo sulla progettazione istituzionale e la deontologia della valutazione.

Indice: Introduzione. – Parte prima: Analisi. – I. Le politiche pubbliche. – II. Il ciclo di una politica pubblica. – III. Domanda e offerta di politiche pubbliche. – IV. Strutture, costi ed esiti decisionali. – Parte seconda: Valutazione. – V. Concetti essenziali per la valutazione. – VI. Consultare per valutare. – VII. La valutazione “ex ante” nella formulazione delle politiche pubbliche. – VIII. La valutazione “in itinere”. – IX. La valutazione “ex post”. – X. La valutazione delle strutture amministrative e della dirigenza. – XI. Dati e statistiche per le politiche pubbliche. – XII. “Policy evaluation”: uno sguardo comparativo. – XIII. Progettazione istituzionale e deontologia. – Riferimenti bibliografici. – Indice analitico.

Antonio La Spina è professore ordinario di Sociologia nell’Università di Palermo e docente di Valutazione delle politiche pubbliche nell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma. Fra le sue pubblicazioni con il Mulino: “Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno” (2005), “Le autorità indipendenti” (con S. Cavatorto, 2008), “I costi dell’illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia” (2008), “I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania” (2010).Efisio Espa, dirigente di ricerca Istat, è attualmente docente di Economia e analisi di impatto della regolamentazione nella Scuola superiore della Pubblica Amministrazione di Roma. Ha diretto il Dipartimento per gli affari economici (1998-2001) e il Dipartimento per il programma di governo (2006-2008) della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Volumi – A. LA SPINA, E. ESPA, Analisi e valutazione delle politiche pubbliche.

Il paese dei buoni e dei cattivi Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare di Federica Sgaggio, Minimum Fax editore



Il paese dei buoni
e dei cattivi

Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare
di Federica Sgaggio

Siamo sommersi dalle notizie: fra quotidiani, televisione, internet, ciascuno di noi riceve ogni giorno migliaia di dati. Eppure non ci sentiamo più informati; anzi, questo immenso flusso è dispersivo, ci lascia confusi, ci fa sentire la mancanza di qualcuno che ci aiuti a non naufragare. Così da un po’ di tempo in qua i mezzi di informazione hanno preso alla lettera questo bisogno e, invece di darci le notizie, ci dicono direttamente qual è la parte per cui tifare.
Dagli appelli-petizioni che sostituiscono gli approfondimenti, ai racconti emotivi, ai dibattiti tv che prendono il posto delle inchieste, ai personaggi simbolo come Saviano o Santoro che funzionano da eroici tutori della verità: il giornalismo ha risolto il problema del mappare la sempre maggiore complessità del nostro mondo, semplicemente dividendolo in buoni e cattivi. Tanto a noi, invece di capire qualcosa in più della realtà, basta sentirci dalla parte giusta. 
Il paese dei buoni e dei cattivi è un libro intelligente, documentatissimo, appassionato nel suo modo di mettere in discussione la voce dei media, che ci fa riscoprire lo strumento migliore per orientarci nel mondo dell’informazione: la nostra libertà

collana: Indi
prezzo: 15 euro
pagine: 300

Franco Cardini sulla fine dei dittatori: Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam, Corriere della sera 26 agosto 2011


….

La fine di un tiranno non può mai esser grande: non si può permettere che lo sia, «per la contraddizion che nol consente». Bisogna che alla fine tremi di paura, o scodinzoli dietro alle gonne della sua ultima amante, o cerchi di sistemare al sicuro il malloppo che ha messo insieme. Una vita politicamente grande, quando non è coronata dal successo e quando il consenso non le sopravvive, richiede una fine piccola e meschina. Sono le regole del gioco. Se e quando la realtà storica minaccia di parlare un linguaggio diverso, la manipolazione propagandistica s’incarica di metter le cose a posto.

Ecco perché in fondo, tra i tiranni archetipici del nostro tempo, la sola vera «scandalosa» eccezione è Stalin, morto da vincitore e al culmine della gloria e del consenso mondiale; e la cui stessa damnatio memoriae è arrivata tardiva e ambigua. Ma per descrivere davvero il tragico paradosso storico di Josip Vissarionovich, sarebbero necessari lo stilo di Plutarco o la penna di Shakespeare. Per troppi suoi squallidi o ridicoli succedanei, sarebbe stata o sarebbe già troppo quella di Pitigrilli.

da ComeDonChisciotte Forums-viewtopic-Franco Cardini – Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam.

Riscoprire Gianfranco Miglio – Il Sole 24 ORE


 ……. nella sua casa in riva al lago di Como nascevano le «Lezioni di politica pura», l’ambiziosa meta intellettuale. In vita non hanno preso forma definitiva; oggi, a dieci anni dalla morte (10 agosto 2001), il Mulino pubblica due volumi di ampio respiro che raccolgono le lezioni di Storia delle dottrine politiche e le intriganti lezioni di Scienza della politica dove più alto è l’apporto originale e teorico di Miglio. Di lui ebbe a dire Nicola Matteucci: «Miglio non ha incontrato molti favori nell’accademia, ma, per vie sottili, la sua presenza ha avuto un peso incisivo e vasto nella cultura italiana. In lui si ritrova una filosofia politica, cioè un autentico pensiero».
Non è difficile capire l’architettura di Miglio sorretta da tre colonne portanti: il diritto che accompagna l’avvio accademico con Alessandro Passerin d’Entrève e Giorgio Balladore, poi la storia delle istituzioni con le complesse dinamiche (su questo fronte avviò e animò la Fondazione per la storia amministrativa), infine il pensiero politico avviato con lo studio, tra i primi in Italia, di Max Weber di Economia e società. Al positivismo nella ricerca storica, affianca il realismo nell’approccio a ideologie e pensiero politico. Per primo portò in Italia, con la collaborazione di Pierangelo Schiera, Le categorie del «Politico» di Schmitt (il Mulino, 1979) quando lo studioso tedesco era ostracizzato e all’indice; poi provvederanno Adelphi e i ripensamenti di una certa sinistra a sdoganarlo e trasformarlo in un classico. Norberto Bobbio scrisse, dopo l’uscita del volume, che con quegli scritti «Miglio aveva destabilizzato la sinistra italiana». Per rafforzare le sue ipotesi Miglio inaugurò e diresse da Giuffrè la collana Arcana imperii, un’iniziativa che ha restituito agli studiosi opere importanti ma dimenticate (più di trenta volumi con testi di Julien Freund, Sieyes, Gabriel Naudé, Robert Michels, Halifax, Richelieu, Carl Schmitt) e studi ed esplorazioni originali sui concetti di corporazione e di interesse curati da Lorenzo Ornaghi.

Non è un caso che da tempo si stanno ripubblicando i saggi di Miglio. L’iniziativa del Mulino – realizzata su invito del figlio Leo, grazie alla disponibilità delle registrazioni magnetofoniche del corso accademico 1981-82 fatte e conservate da Stefano Talamini, e alla cura di Davide G. Bianchi e di Alessandro Vitale – consente di capire meglio nei suoi molteplici interessi il politologo, di coglierne il metodo e soprattutto di fare i conti con intuizioni, scoperte, suggestioni, tesi, abbozzi di ipotesi, azzardi intellettuali che meritano d’essere esplorati.

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Riaprire il «caso Miglio» – Il Sole 24 ORE.

Intervista a Emanuele Severino. 
L’ossimoro del capitalismo ecologista, Il manifesto, 3 luglio 2011


«Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terraComunque, è tutt’altro che condivisibile l’auspicio di una crescita indefinita.»

Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?

«Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica – la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza – ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent’anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni.»

Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.

«In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»

E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.

«Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente).»

La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.

«Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »

Il problema esiste da decenni… Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni ’50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.

«Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d’accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile… Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»

Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi…) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo

«È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»

Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.

«È da guardare con diffidenza – ma non voglio sembrare cinico – l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»

Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?

«In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria “base naturale”, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre – quel poco che ne rimane – sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.

«Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell’umanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali – ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni “visione del mondo” e “ideologia” – si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l’«individuo» – come il «capitalista» – si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione. »

Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili…

«Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo – ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione – è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura – anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo – l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.

«No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c’entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo).
E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici… E questo in qualche misura significa condizionarli…»

«Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi…»

Si diceva che le sinistre – a parte l’impegno per la difesa del lavoro – non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’Internazionale. Tentare di guardare un po’ più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?

«Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».

Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.

«Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»

In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica…

«Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»

È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità… Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?

«Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»

Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire…, operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica?

«È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile.»

Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso… Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati… A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?

«Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».

LUCA RICOLFI: L’opposizione neo-romantica, La Stampa 22 giugno 2011


 

A dieci giorni dai referendum, con un governo che ha ammesso la sconfitta e riconosciuto la propria crisi di consenso, è forse possibile cominciare a ragionare con serenità della «vittoria» referendaria e del suo significato.

 

Personalmente sono sbalordito dalla convergenza dei commenti di tanti osservatori, siano essi politici, giornalisti, intellettuali. Secondo la visione prevalente, la schiacciante vittoria dei quattro sì al referendum segnerebbe non solo la sconfitta del berlusconismo (e fin qui nulla da dire), ma una sorta di risveglio democratico degli italiani, anzi del «popolo» italiano. Per Barbara Spinelli, ad esempio, con la vittoria referendaria sarebbe nientemeno che «una filosofia politica a franare, come la terra che d’improvviso si stacca dalla montagna e scivola». Il voto del 13 giugno rappresenterebbe «il futuro che d’un tratto irrompe», perché «il popolo è uscito dai dogmi», «ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura». Sulla stessa lunghezza Roberto Saviano, per il quale «un popolo si è messo in marcia», e «quello che sta avvenendo è una sorta di mutazione dell’indifferenza», qualcosa che «ha un sapore rivoluzionario»; qualcosa che «sa di rivoluzione liberale così come la intendeva Gobetti». Né si sottrae alla tentazione di evocare il popolo il solitamente assai sobrio Massimo Mucchetti, che – dopo avere denunciato sul Corriere della Sera la demagogia dei referendum sull’acqua – ora riconosce nell’esito di quei medesimi referendum l’espressione della «cultura di un popolo», che prende congedo dai miti del pensiero unico liberista, e «manifesta la sua preoccupazione per l’influenza enorme che conserva l’industria finanziaria».

 

Se si tolgono alcune eccezioni, fra cui quelle di Luigi la Spina (La Stampa del 18 giugno) e Giuseppe De Rita (Corriere della Sera del 20 giugno), la chiave dei commenti è per lo più quella. Dopo un lungo letargo, gli italiani sarebbero finalmente tornanti alla politica, la società civile si sarebbe risvegliata, la domanda di partecipazione sarebbe risorta. E alla base di tanti ritorni, risvegli e risorgimenti ci sarebbe lei, la rete, con la sua straordinaria capacità di fare politica, animare le discussioni, alimentare la comunicazione, muovere le coscienze, suscitare rivoluzioni più o meno silenziose, più o meno cruente.

 

Ma ne siamo sicuri? Non c’è un tantino di overstatement in questa pioggia di analisi concordanti?

 

Non ho molti dubbi sul fatto che gli elettori si siano stancati di Berlusconi, se non altro perché non ho mai creduto al mito degli italiani incantati da lui (una mia vecchia stima del numero effettivo di fan del Cavaliere dava: 6% del corpo elettorale); perché era almeno un anno che tutti i sondaggi registravano l’inesorabile erosione della fiducia nel premier; perché, secondo i medesimi sondaggi, il sorpasso della sinistra nei confronti della destra si era già consumato nelle settimane prima del voto amministrativo. Il congedo da Berlusconi era nell’aria, e credo sia non solo incontrovertibile, ma anche definitivo. Quello su cui ho dei dubbi è che un’opinione pubblica che fino a ieri veniva descritta come carente di spirito civico, apatica, anestetizzata, manipolata dai giornali e dalle tv, si sia improvvisamente trasformata in una comunità virtuosa di cittadini preoccupati del bene comune. I miei dubbi, lo confesso, in parte riposano su convinzioni (indimostrabili) sul carattere degli italiani, sulla lentezza dei processi di maturazione dello spirito civico, sui tempi lunghi che i cambiamenti culturali – quelli veri e profondi – richiedono per affermarsi. In parte, però, i miei dubbi riposano su semplici, elementari dati di fatto: i referendum su cui eravamo invitati a votare erano quattro, diversissimi fra loro nel contenuto, ma la percentuale di sì è risultata sostanzialmente la stessa, il 95%. Come è possibile se l’opinione pubblica è critica, informata, riflessiva, capace di valutare i pro e i contro delle varie scelte?

 

Qualcuno dice che è il meccanismo del quorum. Ma perché mai? Se non fosse stato essenzialmente un voto contro Berlusconi, avremmo avuto tantissimi sì sul legittimo impedimento (sacrosanti), tanti sì sul nucleare (comprensibilissimi, dopo Fukushima), ma sull’acqua e sui servizi pubblici locali avremmo avuto delle percentuali normali, quelle che si registrano sempre quando su un tema controverso discutono cittadini ben informati, secondo i principi della democrazia deliberativa lanciati da James Fishkin. Quando un tema è complesso e ci sono molti argomenti pro e molti contro, gli esiti sono del tipo 60-40, oppure 70-30, al limite 80-20. Ma mai 95-5. Se succede così, vuol dire che – per un complesso più o meno evidente di cause – il contesto della discussione è stato poco democratico: i media latitavano, i partiti non hanno saputo fare il loro mestiere, le informazioni erano insufficienti o unilaterali, la gente non aveva tempo o voglia di documentarsi, le pressioni di gruppo a conformarsi all’opinione della maggioranza erano soverchianti. Sulle questioni importanti, sui problemi veri, le «percentuali bulgare» non sono mai un bel segnale, un segnale di vitalità della democrazia. E anche ammesso che le percentuali bulgare (95 a 5) si spieghino con il fatto che chi era per Berlusconi è stato a casa, resta il fatto che la maggioranza democratica che è andata a votare ha mostrato una sorprendente incapacità di distinguere, ragionare sulle cose, valutare i pro e i contro delle varie opzioni. Tutte capacità che, a mio parere, costituiscono il nucleo portante di una opinione pubblica democratica, informata, esigente con la politica e con sé stessa.

 

Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che quello cui stiamo assistendo sia sì un risveglio, ma non della democrazia e della partecipazione. Un risveglio dal sonno dell’era berlusconiana, che tuttavia sembra sospingerci in un nuovo sonno, quello di un’opposizione neo-romantica, in cui la gente esprime umori, sentimenti, emozioni, stati d’animo, credenze, convinzioni morali, ma non si preoccupa granché di valutare le conseguenze delle proprie scelte. Per dirla con Max Weber, una sorta di primato dell’etica della convinzione su quella della responsabilità.

 

E’ questa, a mio parere, l’eredità più negativa dell’era berlusconiana. Aver trasformato la politica in uno scontro di fazioni, in cui conta solo annientare l’avversario, e nulla valgono le idee, i contenuti, le proposte, i dettagli. E mi preoccupa molto che nel principale partito di opposizione, in nome della spallata a Berlusconi, tanti riformisti siano finiti in minoranza, schiacciati da un apparato sempre pronto a cambiare linea e parole d’ordine non appena le circostanze lo rendano conveniente. Può anche darsi che, passata l’euforia del momento, il Partito Democratico torni sui suoi passi, e – pagato pegno alla piazza – ricominci a parlare di liberalizzazioni, efficienza dei servizi, costi dell’energia, mercato del lavoro, senza tabù e senza schemi ideologici. Ma mi sembra più probabile che Bersani sia travolto dai fantasmi che ha evocato, e la deriva neo-romantica dell’opposizione prenda il sopravvento. In quel caso la soddisfazione di avere chiuso l’era berlusconiana ci consolerà per un po’, ma ben presto potremmo accorgerci che i problemi dell’Italia sono rimasti quelli di sempre, e non c’è ancora una classe politica all’altezza di essi.

 

Luca Ricolfi – LA STAMPA – 22 giugno 2011


In tutti i paesi avanzati il confronto si concentra sul voto mobile e moderato che, privo di condizionamenti ideologici, determina in larga misura il successo elettorale. Il cosiddetto “sfondamento al centro” è dappertutto un fattore fondamentale per ancorare l’agenda ai bisogni e agli interessi concreti dei cittadini – ItaliaFutura.it


Le grandi città hanno sorpreso, rifiutando la militarizzazione del voto che era stata cercata dai protagonisti di un bipolarismo ormai zoppicante. Il berlusconismo “da battaglia” è palesemente in crisi per la prima volta da anni, la Lega è al palo, il Partito democratico cresce solo al prezzo di un rafforzamento della componente più estrema e giustizialista della sinistra, il terzo polo, con pochissime eccezioni, rimane ben al di sotto delle due cifre, la protesta antipolitica cresce di intensità. Il voto mobile e moderato si muove, come avviene in tutte le democrazie nei momenti di passaggio, ma non trova ancora un approdo chiaro in grado di farsi maggioranza. Intanto si chiude un’ennesima, bruttissima campagna elettorale che segna un nuovo record in termini di distanza tra politica e paese reale.

Solo pochi giorni fa un’approfondita analisi svolta dal Sole 24 Ore aveva individuato nel lavoro e nella crescita economica gli obiettivi su cui la maggioranza degli italiani auspicava che si concentrasse la politica. Eppure nessun partito sembra in grado di raccogliere questa domanda.In tutti i paesi avanzati il confronto si concentra sul voto mobile e moderato che, privo di condizionamenti ideologici, determina in larga misura il successo elettorale. Il cosiddetto “sfondamento al centro” è dappertutto un fattore fondamentale per ancorare l’agenda ai bisogni e agli interessi concreti dei cittadini. Lo è stato nelle più incisive operazioni di cambiamento degli ultimi anni (Tony Blair in Gran Bretagna, Angela Merkel in Germania, Barack Obama negli USA) dove la conquista del “centro riformista” è stato obiettivo e strumento decisivo per aprire grandi stagioni di innovazione. In Italia è successo l’opposto, i due grandi partiti “moderati” hanno ostinatamente cercato la radicalizzazione del confronto.

La storia della Seconda Repubblica è stata una storia di estremismi contrapposti che si sono sorretti a vicenda sulla pelle della nazione. Di questo ventennio di guerra civile a bassa intensità oggi le vittime sono proprio PD e PDL. Il primo turno delle elezioni amministrative archivia le residue ambizioni maggioritarie dei due partiti principali di centro destra e centro sinistra e certifica la crisi del bipolarismo all’italiana. Laddove destra e sinistra non sono molto lontane nelle soluzioni concrete che talvolta propongono, la retorica tutta identitaria della contrapposizione ad ogni costo che impedisce di riconoscere legittimità all’avversario e prova a costringere gli elettori a schierarsi ogni volta gli uni contro gli altri, ha indebolito l’offerta politica nei confronti dei cittadini moderati. Cittadini che in stragrande maggioranza non hanno il coltello tra i denti, non vivono la propria identità politica come fondamentalismo irriducibile. Quei cittadini si accontenterebbero di qualche decisione politica efficace su lavoro e crescita economica. Qualche promessa mantenuta tra gli annunci della rivoluzione liberale o di una risurrezione morale del paese. Qualche risultato da paese normale, in buona sostanza.

Eppure qualcosa sta cambiando, come segnala anche questo voto amministrativo.Cresce il convincimento, trasversale, che questa situazione di guerra civile a bassa intensità sia più pericolosa per il paese persino della vittoria dello schieramento avversario. Il rincorrersi dei dati negativi riguardanti ogni settore della società ha radicato la convinzione di un generale declino dell’Italia. Nel paese reale, ma non ancora nella politica, si fronteggiano forze moderate e razionali, largamente maggioritarie, che guardano al futuro e forti correnti emotive che spingono verso il passato. Le prossime elezioni politiche dimostreranno se sapremo finalmente superare questa transizione infinita che blocca il paese.

Ma perché questo accada dovranno affermarsi innovazioni vere e significative nell’offerta politica che sappiano compattare un ampio fronte razionale e moderato, mobilitando forze nuove della società civile insieme alle personalità più capaci e responsabili dei due schieramenti politici.

Un grande movimento popolare che abbia l’ambizione e la forza per puntare alla conquista della leadership del paese ricompattando il voto moderato, piuttosto che il modesto obiettivo di riesumare la politica dei due forni. Un fronte dei razionali che condivida la visione della politica come una “forza tranquilla”, che metta al centro i temi della crescita e della solidarietà, e sia capace di rimettere in moto il paese liberando le tante eccellenze di cui l’Italia è ricca nei più diversi settori della sua vita sociale ed economica.

DA: Un’Italia di moderati in cerca di rappresentanza – ItaliaFutura.it.