Una sola storia e due memorie: leggendo Sergio Luzzatto

Ribloggato da Tracce e Sentieri.:

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Si dice: guardiamo al futuro e sul passato si faccia ricerca storica.
Diciamo che è necessario e realistico.
La politica funziona così: loro hanno il potere e loro dovranno provare a fare gli statisti.
Vorrei, tuttavia, sottrarmi alla litania della "memoria condivisa" su cui blaterano i post-fascisti.

Lo "loro" memoria non sarà mai la mia memoria.

Percorro il ragionamento aiutandomi con un basico scritto di Sergio Luzzatto e un ricordo delle torture ed uccisione del partigiano ebreo Emanuele Artom.

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Foibe, il giorno del ricordo. Il 10 febbraio è il giorno del ricordo degli italiani massacrati in Istria, Dalmazia e Friuli Venezia Giulia tra il 1943 e il 1945


Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell’Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.

La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano “nemici del popolo”. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo racconta Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.

da http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=60

Qualche documentazione storica:

“A noi Schettino. A voi Auschwitz”, di Alessandro Sallusti| da l’Occidentale


il giornale.jpg

A noi Schettino. A voi Auschwitz

Con questo provocatorio titolo è uscito ieri, nella Giornata della Memoria, Il Giornale. L’editoriale del direttore Sallusti è bene, poi, citarlo letteralmente:

È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer, di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno … Per la loro bravura e superiorità hanno fatto scoppiare due guerre mondiali che per due volte hanno distrutto l’Europa … Questi tedeschi sono ancora oggi arroganti e pericolosi per l’Europa. Se Dio vuole non tuonano più i cannoni, ma l’arma della moneta non è meno pericolosa. Per questo non dobbiamo vergognarci. Noi avremmo pure uno Schettino, ma a loro Auschwitz non gliela toglierà mai nessuno.

L’editoriale di Sallusti è una risposta all’articolo di Jan Fleischhauer, columnist dello Spiegel Online, che recentemente ha attaccato l’Italia e gli italiani definendoli, con disprezzo, tutti quanti degli Schettino. Se il tono delle parole di Sallusti era inutilmente esagerato, più diplomatico non è stato certamente il giornalista tedesco, che anche è bene citare letteralmente:

Mano sul cuore, ma vi sorprendete che il capitano fosse un italiano? Vi potete immaginare che manovre del genere e poi l’abbandono della nave vengano decise da un capitano tedesco o britannico? … Conosciamo tipi del genere dalle vacanze al mare, maschi bravi con grandi gesti, capaci di parlare con le dita e con le mani, in principio gente incapace di fare del male, ma bisognerebbe tenerli lontani da macchinari pesanti e sensibili, com’è evidente.

da  l’Occidentale

LA MEMORIA LUNGA “Noi sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, che può suonare Bach e Schubert, e andare a fare la sua giornata di lavoro ad Auschwitz la mattina”. George Steiner



LA MEMORIA LUNGA


LIBRI

 

  • Gabriel Schoenfeld, Il ritorno dell’antisemitismo, Lindau, 2005

 

Schoenfeld dimostra che, oggi, le idee più perniciose sugli ebrei non vengono formulate dalle frange oppresse e derelitte della società, ma dagli elementi istruiti e «progressisti».

 

Ciò vale per il mondo islamico ma è ancor più vero in Occidente.

 

Attualmente gli antisemiti si trovano soprattutto nelle facoltà universitarie e nei grandi giornali. E se in passato l’antigiudaismo affiorava in periodi di gravi tensioni politico-economiche, oggi riaffiora invece nelle prospere e sicure democrazie occidentali.

Vedi anche:
Gli ebrei e la  Shoah

2006


2005


2004


2003


Armenia
  • Yves Ternon, Gli armeni. 1915-1916: il genocidio dimenticato, Rizzoli, Milano 2003, pagg. 428

Comunismi
Europa: i totalitarismi del Novecento
Terrorismo di matrice islamica

LA MEMORIA BREVE: commemorazioni


“Commemorare non è vuota retorica e neppure sfogo di massa: 

è difendersi dalla tentazione dell’oblio.

E questo perchè non siamo nulla in assoluto. 

Siamo soltanto ciò che siamo stati, meglio: ciò che ricordiamo di essere stati”

Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, 1994, p. 107

LA MEMORIA BREVE:

commemorazioni


Ricordi
La morte “privata”

La radio e la memoria biografica dei post-sessantenni | Muoversi Insieme


Qui parleremo della radio e delle sue trasformazioni e uso per le persone che stanno trascorrendo questo arco di vita.

Il maggior tempo disponibile, la valorizzazione dei ricordi e la possibilità di stabilire nuove forme di relazione sono importanti risorse in questi anni. Fin dagli anni ’30 lo studioso di storia dell’arte Rudolf Arnheim nel suo classico libro “La radio l’arte dell’ascolto” osservava con spirito profetico, che a questo oggetto tecnologico non manca niente dal punto di vista della comunicazione, poiché la sua essenza consiste proprio nel fatto di servirsi solo dell’udito, come mezzo per offrire una rappresentazione compiuta di un ragionamento detto ed espresso con le parole. Inoltre, il fatto che sia del tutto azzerato il senso della vista determina la conseguenza chel’ascoltatore è tentato di completare con la sua fantasia quello che manca all’informazione trasmessa. E quindi l’arte dell’ascolto radiofonico favorisce anche una specie di addestramento lieve e piacevole delle funzioni attive del cervello.

 

… segue

vai all’intero articolo: La radio e la memoria biografica dei post-sessantenni | Muoversi Insieme.

Due giorni per “Raccontare il lavoro sociale” (Roma, 21-22 ottobre)


programma del primo Stage residenziale per operatori sociali interessati alla scrittura, che si terrà a Roma da venerdì 21 a sabato 22 ottobre, presso la bella sede dell’Istituto centrale di giustizia minorile.

Alla proposta (nata all’Appuntamento nazionale del 27-28 maggio, con gli oltre 700 operatori che affollavano il cinema Massimo di Torino) abbiamo lavorato in questi mesi. Dopo l’annuncio fatto a luglio abbiamo ricevuto molte adesioni e segni di interesse. Da oggi fino al 26 settembre sono aperte le iscrizioni.

Per mantenere una dimensione laboratoriale non sarà possibile superare le 5iscrizioni complessive, che saranno scelte in base a criteri di provenienza geografica (da più parti di questa nostra Italia), professionale e lavorativa. Entro il 30 settembre noi daremo conferma dell’iscrizione e da quel momento sarà possibile effettuare il pagamento, che è di 150 euro comprensivi di tutto (vitto, alloggio, partecipazione allo stage, a partire già da giovedì sera con la cena di benvenuto, fino a sabato pomeriggio).

Avremo la possibilità di lavorare con scrittori e con persone che in questi anni hanno provato a raccontare il sociale, il lavoro che molti uomini e donne fanno, le storie che ogni giorno si incontrano. In particolare saranno presenti: Milena Magnani, educatrice a Bologna nel campo della salute mentale e autrice de Il circo capovolto (Feltrinelli 2008), vicenda eroica e poetica ambientata in un campo rom; Eraldo Affinati, insegnante di italiano e storia nell’Istituto professionale “Carlo Cattaneo” alla Città dei Ragazzi di Roma, scrittore e fondatore insieme alla moglie della “Penny Wirton”, scuola di italiano per stranieri; Paola Schiavi, psicologa psicoterapeuta al Sert di Legnago, che oltre a pubblicare per Animazione Sociale ha raccolto le storie di adolescenti incontrati al suo servizio nel bel libro Solo un momento. Adolescenti e droghe (la meridiana 2010); Franca Olivetti Manoukian, psicosociologa dello Studio Aps che in questi anni ci ha accompagnato in molti percorsi di ricerca e formazione.

Alleghiamo scheda di iscrizione e programma da appendere in bacheca. Ricordiamo che l’iscrizione dovrà pervenire adanimazionesociale@gruppoabele.org o via fax allo 011 3841047 entro il 26 settembre. La rivista Animazione Sociale farà omaggio agli iscritti di un anno di abbonamento. Lo stage è stato accreditato dall’Ordine nazionale assistenti sociali.

Un caro saluto a tutti

la redazione di Animazione Sociale

 

Animazione Sociale
mensile per gli operatori sociali edito da Edizioni Gruppo Abele
corso Trapani, 91/b – 10141 Torino
tel. 011 3841048 – fax 011 3841047
www.animazionesociale.gruppoabele.org

Giorno della Memoria: Dal Conservatorio di Milano in diretta con Oreste Bossini e Marino Sinibaldi. Questo è stato è il titolo di una serata ricca di testimonianze e di musiche eseguite dagli allievi del Conservatorio milanese e da professori d’orchestra della Filarmonica della Scala


Radio3 dalle 20.30 alle 23.00.
Dal Conservatorio di Milano in diretta con Oreste Bossini Marino Sinibaldi.
Questo è stato
è il titolo di una serata ricca di testimonianze e di musiche eseguite dagli allievi del Conservatorio milanese e da professori d’orchestra della Filarmonica della Scala.
Interventi, tra gli altri, di Ferruccio de Bortoli, Presidente della Fondazione del Memoriale della Shoah di Milano, le sopravvissute all’esperienza del lager Liliana SegreGoti Bauer, la scrittrice Daniela Padoan, che da anni si occupa del tema della testimonianza legata alla Shoah,Liliana Picciotto, storica della Fondazione CDEC, che presenta il progetto Volti della memoria. Fotografie degli ebrei deportati dall’ItaliaMoreno Gentili, scrittore e critico della fotografia,Sonia Bo, direttrice del Conservatorio Giuseppe Verdi.

Gli allievi del Conservatorio eseguiranno musiche dei compositori di origine ebraica Mario Castelnuovo Tedesco, Alberto Gentili, Leone Sinigaglia, Renzo Massarani. I Filarmonici della Scala (Agnese Ferraro, violino, e Simone Groppo, violoncello) proporranno invece il Duo per violino e violoncello di Erwin Schulhoff

La memoria è giustizia, FERRUCCIO DE BORTOLI dal Corriere della Sera del 24 gennaio 2011


 

Viviamo schiacciati in un disperato presente e a volte ci assale un senso di vuoto che mette in forse anche la nostra incerta identità italiana. Se è consentito per un attimo evadere dalla stretta e pruriginosa attualità, senza che questo appaia una forma di disimpegno morale, vorremmo cogliere l’occasione della prossima giornata della memoria, 27 gennaio, il ricordo dell’immane tragedia della Shoah, per parlare un po’ di noi stessi e discutere di quello che stiamo diventando: un Paese smarrito che fatica a ritrovare radici comuni e si appresta a celebrare distrattamente i 150 anni di un’Unità che molti mostrano di disprezzare. Noto una certa stanchezza, nell’approssimarsi di una ricorrenza (il 27 gennaio del ’ 45 venne liberato il campo di Auschwitz), peraltro istituita con una legge dello Stato soltanto undici anni fa. Avverto un pericoloso scivolamento nella retorica o nella ritualità dei ricordi.  Anna Foa, sul Sole 24 Ore di ieri, giustamente ci metteva in guardia dall’ipertrofia della memoria, che rischia di far perdere l’indispensabile nesso fra funzione conoscitiva (sapere perché non accada più) e funzione etica (cittadini consapevoli dei valori universali e, dunque, migliori). Non mancano, e sono numerose, le eccezioni positive, soprattutto nel mondo della scuola, ma ciò non è sufficiente a dissipare la sensazione di un progressivo distacco dagli avvenimenti, la cui comprensione profonda è indispensabile alla nostra formazione culturale e civile. Avvenimenti che tendono ad allontanarsi, e non solo per effetto del tempo che passa, dal nostro orizzonte identitario, come accade per il Risorgimento o per la Resistenza, di cui la nostra Costituzione è figlia. I negazionisti o i mistificatori abbondano in Rete. Ma dobbiamo temere anche gli indifferenti, e non sono pochi, davanti ai quali le testimonianze dell’esistenza di un male assoluto scorrono come le immagini di una qualsiasi fiction: sembrano non penetrare le coscienze e non muovere alcuna forma di commozione. Svaniscono un attimo dopo essere state viste, nel trionfo di una memoria digitale tanto abbondante quanto fredda. Un bel libro di Frediano Sessi, intervistato sabato da Giovanni Tesio sulla Stampa, e di Carlo Saletti (Visitare Auschwitz, Marsilio) ci insegna a capire come l’universo concentrazionario e di morte fosse il risultato di una mente umana del tutto normale, purtroppo, e non folle o eccezionalmente malata. E che il valore della memoria si affievolisce presto nella banalità e nell’irrilevanza se non c’è insegnamento e riflessione sul presente. «Un’oretta e mezzo di genocidi, guerra, scheletri, morti ammazzati, follia omicida e se non c’è traffico alle undici saremo a Firenze» , scriveva provocatoriamente Andrea Bajani, a proposito di un certo frettoloso turismo della memoria.
Probabilmente abbiamo commesso molti errori di comunicazione, non lo escludo. Vi è forse una certa sovrabbondanza di materiali, non didatticamente ordinati (l’ipertrofia di cui parla la Foa), ma sarebbe assai grave se la società italiana perdesse progressivamente la consapevolezza della propria storia e il ricordo di tanti sacrifici, di tante ingiustizie, del disegno lucido, concepito nella patria della filosofia, del diritto moderno e della musica, di cancellazione di un intero popolo dalla terra. Questo è il senso dell’unicità della Shoah. Nell’indifferenza etica crescono i pregiudizi, nell’ignoranza si cementano gli odi e i sospetti; nella perdita dei valori della cittadinanza, scritti mirabilmente nella nostra Costituzione, fermentano i germi di nuove violenze; le comunità regrediscono a forme tribali. Segni di questa involuzione li troviamo in molti Paesi europei, anzi a dire la verità il nostro appare meno toccato da forme di estremismo quando non di razzismo. Nell’Est liberato dall’oppressione sovietica e accolto, fin troppo generosamente, dall’Unione europea, emergono fenomeni assai più preoccupanti. Ma sbaglieremmo se ci considerassimo totalmente immuni, se coltivassimo, come è scritto nella bella prefazione di Michele Sarfatti al libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri (Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, Einaudi) l’idea, sbagliata, che tutto sommato l’Italia, dopo le leggi razziali del 1938, abbia recitato un ruolo parziale, secondario o addirittura controvoglia, nella grande tragedia della Shoah. «La verità— si legge— è che l’Italia e gli italiani intrapresero autonomamente la persecuzione degli ebrei e la portarono avanti con sistematicità, determinazione ed efficacia. E se il tributo di vite umane tra la fine del ’ 43 e la primavera del ’ 45 fa parte della storia più generale della Shoah, la persecuzione subita dagli ebrei tra il ’ 38 e il ’ 43… resta una macchia specifica sulla coscienza e sulla storia italiana, su cui troppo spesso e troppo a lungo si è preferito soprassedere» . Ma ugualmente ancora poco conosciuto è il grande e generoso contributo di solidarietà agli ebrei che venne da tanti semplici cittadini i quali rischiarono la loro vita per dare assistenza e rifugio ai perseguitati. Uno straordinario capitolo di storia italiana. «Abbiamo sempre avuto dove dormire la notte e la fame brutta non abbiamo mai sofferta» , si legge in una lettera scritta da Cesare Zarfati poco prima di essere deportato. Migliaia di ebrei salvati, da famiglie umili, cittadini anche poveri e poco istruiti, ma consapevoli dei valori universali, che oggi stentiamo a difendere, e per nulla intimoriti da fascisti e nazisti. Quanti oggi avrebbero quel coraggio? Una resistenza civile diffusa, cui diede un contributo prezioso la Chiesa, di cui essere fieri. La memoria è giustizia ed esercizio di etica civile. Quotidiano.

Memoro, progetti futuri, www.memoro.org


Finalmente, dopo tanto lavoro, le grandi novità di Memoro – la Banca della Memoria sono alle porte!!!
Tanti, tantissimi i cambiamenti che avverranno nelle prossime settimane e che, poco per volta vogliamo condividere con voi.

Iniziamo con quella che certamente è la più grande delle novità: Memoro – la Banca della Memoria apre agli audio. Non solo più le videointerviste che ormai tutti conoscete, ma anche racconti vocali. In questi due anni di lavoro abbiamo scoperto che molti di voi hanno realizzato registrazioni vocali dei propri nonni o dei propri cari. Non permettere che questo materiale fosse condiviso ci sembrava una mancanza troppo grande, un’ingiustizia nella nostra battaglia del recupero e della salvaguardia della memoria.

Le novità però non si fermano a questo: non solo video e audio ma anche fotografie! In questo caso, però, vi è una piccola differenza: esse potranno essere pubblicate solo come “attributi”, ovvero elementi di descrizione di video, audio e testimoni. Crediamo che l’inserimento delle fotografie possa favorire ancora di più il trasferimento di memoria, permettendo a chi ascolta i nostri video e i nostri audio di avere delle immagini d’epoca di ciò che gli viene narrato.

La novità sono in arrivo, questione di giorni. Per questo iniziamo a scrivervi oggi, anche se per ora il sito sempra sempre lo stesso: perchè abbiate il tempo di raccogliere e preparare audio e fotografie in vostro possesso.

Siamo certi che anche in questo caso potremo contare sul vostro aiuto e che ci aiuterete nella nostra ricerca, così come avete sempre fatto!
Noi, da parte nostra, ovviamente restiamo a vostra disposizione per qualsiasi informazione o consiglio vi possa tornare utile. se avete bisogno di aiuto, scriveteci

La Redazione di Memoro la Banca della Memoria

Associazione Banca della Memoria
Via Gualderia 7, 10023 | Chieri – Italy
CF 90025820011
Tel.: +39-011-0203800
e-Mail: info@memoro.org

sito web: http://www.memoro.org/it/home.php

Vecchiaie: Paolo Conte si racconta ….


Paolo Conte, in occasione della uscita dell’ ultimo disco Nelson,  si racconta in tema di:

  • linguaggio delle sue canzoni
  • rapporti di famiglia: lo zio Gino
  • il cane Nelson, che lo ascoltava suonare il pianoforte di notte
  • una spiegazione del “perchè le donne non capiscono il jazz
  • il rapporto fra le sue canzoni e i colori
  • il rapporto con la Francia
  • il ricordo fondamentale: la ritirata dei tedeschi alla fine della guerra

da:

canale video di Memoro – la Banca della Memoria


Memoro
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Newsletter 25/10: Nasce la pagina di Memoro su Tiscali!!
News:
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Nasce sul sito di Tiscali, nella sezione Video – Arte e Cultura, un nuovo canale interamente dedicato a Memoro – la Banca della Memoria!! In questo canale è possibile visualizzare una selezione di circa un centinaio di video, scelti fra gli oltre 2000 ad oggi pubblicati sulla sezione italiana del nostro sito! In pochi giorni dall’apertura di questo nuovo canale, i video che lo popolano sono stati visualizzati oltre 7000 volte. Si tratta dei classici video di Banca della Memoria, video che trattano i più diversi argomenti (dalla guerra alla moda degli anni ’40, dal lavoro in officina alla solidarietà fra compagni di classe), aneddoti a volte commoventi e toccanti, a volte allegri e spassosi raccontati dalla viva voce di chi li ha vissuti sulla propria pelle. Unica caratteristica che li accomuna: tutti i protagonisti sono nati prima del 1940!

Una nuova importante occasione per Memoro che, grazie all’importante aiuto e alla preziosa collaborazione di Tiscali, può continuare a crescere e a raggiungere sempre più persone, permettendo loro di “avvicinarsi” al nostro passato per comprendere meglio il nostro presente.

Internet non dimentica, in VoceArancio » Blog Archive »


….
La quantità di dati presente su internet è ormai incalcolabile. E internet non è più solo un network per ricevere informazioni, ma anche per produrle e condividerle. Con i social network e i blog si moltiplicano i dati personali (commenti, preferenze foto, amicizie) inseriti da ognuno di noi. Nel web quasi tutto rimane. Anche ciò che viene apparentemente cancellato si conserva, restando talora accessibile solo a esperti informatici. Questa tracce, sedimentate su internet, formano la nostra identità digitale.

l’intero aricolo qui:

VoceArancio » Blog Archive » Internet non dimentica

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Convegno.2060: CON QUALI FONTI SI FARA’ LA STORIA DEL NOSTRO PRESENTE? Tecniche, pratiche e scienze sociali a confrontoIl convegno si svolgerà a Torino, nei giorni 8-9 aprile 2010, Fondazione Telecom Italia


Convegno.2060: CON QUALI FONTI SI FARA’ LA STORIA DEL NOSTRO PRESENTE? Tecniche, pratiche e scienze sociali a confronto
Il convegno si svolgerà a Torino, nei giorni 8-9 aprile 2010

Fondazione Telecom Italia

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Salone Internazionale del Libro di Torino – La memoria, motivo conduttore del Salone 2010


La memoria, motivo conduttore del Salone 2010

Il tema della memoria, che segnerà l’edizione 2010 del Salone Internazionale del Libro, è centrale nell’evoluzione delle società umane sin da quando hanno preso coscienza di sé, si sono organizzate e affacciate alla Storia. Dapprima attraverso l’oralità, poi la scrittura, i popoli hanno sempre cercato di tramandare la loro esperienza organizzandola in grandi filoni: i miti d’origine, le leggende di fondazione; le imprese prestigiose dei re, con le relative genealogie; il sapere tecnico, trasmesso con formule intrise di magia religiosa.

La celebrazione di eventi memorabili è stata affidata a quegli archivi di marmo o di pietra che sono le stele, i monumenti. Poi la memoria è stata affidata a pratici supporti mobili, dalle tavolette alla pelle, dal papiro alla carta. Le antiche civiltà sapevano che denominare è conoscere, che la forza sta nei data-base, cioè nella quantità di conoscenze disponibili perché registrate. Gli inventari sono diventati l’espressione del nuovo potere organizzato. L’Iliade dedica 400 versi a un elenco di nomi propri, navi, guerrieri e cavalli. I Greci fecero della memoria una dea, Mnemosine, madre delle nove muse, che rivela al poeta i segreti del passato e lo introduce ai misteri dell’aldilà…

Anche nel rapporto con la divinità la memoria è fondamentale. Ebraismo e cristianesimo sono state definite «religioni del ricordo». Con Agostino la memoria si immerge nell’interiorità, facilita l’esame di coscienza, l’introspezione, annuncia addirittura la psicoanalisi. Nel Medioevo, la nascita degli archivi comunali e notarili propizia l’affermarsi di una memoria collettiva.

Se sapere a memoria era sinonimo di sapere tout court, con la rivoluzione della stampa le ingegnose tecniche classiche della memoria, costruite sull’immagine di un teatro, perdono importanza. Nell’Ottocento l’uso politico della memoria vuole consolidare l’identità collettiva e per questo crea feste ed eroi nazionali, come in Francia Giovanna d’Arco. Nasce «l’invenzione della tradizione». Sboccia l’industria del souvenir, si moltiplicano gli album di famiglia. Con l’abate Mendel la biologia scopre che l’ereditarietà funziona come la memoria di un calcolatore. Il Dna ci dirà poi che l’individuo è la memoria genetica di cui è corredato, e le neuroscienze forniranno delle mappature sempre più precise dei processi cognitivi e di conservazione dei ricordi. In Freud, la memoria del sogno è una componente fondamentale dell’analisi. Con Proust la memoria diventa il motore primo della narrazione. Negli ultimi anni si è tornati a prendersi cura della storia orale, delle testimonianze deperibili…

E oggi? Le nuove tecnologie informatiche mettono a nostra disposizione una capacità di stoccaggio di dati praticamente infinita e ancora impensabile fino a ieri, proprio quando il mondo sembra appiattirsi su un presente superficiale e nevrotico, incapace di fare realmente i conti con la propria storia, di progettare un futuro condivisibile, di sottoscrivere un vero patto sociale fondato sul rispetto delle regole. La memoria diventa semplice nostalgia, rimpianto, vagheggiamento rétro, escamotage post-modernista.

Ma la memoria è davvero affidabile, o non si comporta come uno scrittore, abbellendo e modificando continuamente il ricordo originario? Quale uso può farne la storiografia? «Leggende, miti, fiabe, contraffazioni, falsificazioni, menzogne possono diventare la base della realtà storica?», è la domanda retorica che si poneva Thomas Mann. Ne I sommersi e i salvati Primo Levi ha dedicato pagine severe alla necessità di sottoporre il labile impressionismo del ricordo a una stringente verifica scientifica.

La manipolazione della memoria storica è sempre stata pratica corrente, dalla «Donazione di Costantino» ai famigerati Protocolli dei Savi di Sion. Anni fa Umberto Eco ci ha ricordato che alcuni degli eventi più significativi per l’umanità siano stati causati da truffe, bugie, errori d’interpretazione (ma è lo stesso Eco a ricordare che l’oblio può avere una funzione altrettanto importante e salvifica del ricordo). E torna a riproporsi più forte che mai la questione del delicato rapporto fra tradizione e innovazione: che cosa conservare e cosa buttare? Quale senso può avere oggi un canone?

Ancora: la disponibilità di memorie immense, capaci di fissare l’identità e le abitudini di milioni e miliardi di individui, pone problemi allarmanti. La sorte delle democrazie è legata al controllo sempre più pervasivo e capillare di un Grande Fratello che rende obsolete le più fosche profezie di George Orwell.

Sono questi alcuni dei temi, all’incrocio fra scienza, storia, letteratura, arti, che saranno al centro degli incontri e dei dibattiti del Salone 2010, a partire dalle lectio magistralis di Gianfranco Ravasi sulle religioni del ricordo, dell’architetto Mario Botta sul rapporto con il passato e del regista Giuseppe Tornatore sull’uso cinematografico della memoria.

Ma soprattutto, in vista del 150° dell’Unità d’Italia, il Salone sarà l’occasione per sottoporre a riflessione i grandi nodi irrisolti della storia del Novecento e di questi ultimi decenni, quegli stessi che già additava Pasolini nelle sue profetiche invettive: mutazioni antropologiche che vengono di lontano, la difficoltà crescente di definire una comune identità in cui riconoscersi, le spaccature tra Nord e Sud, spinte separatiste sempre più forti; i troppi interrogativi ancora legati alla stagione del terrorismo, la pratica di un’illegalità diffusa non più percepita come tale, mafia e camorra e i loro rapporti con lo Stato e la politica, le leggi sull’immigrazione. Questioni aperte che, lungi dal sollecitare ogni retorica commemorativa, impongono un serrato confronto critico.

Salone Internazionale del Libro di Torino – La memoria, motivo conduttore del Salone 2010

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27 Gennaio 2009: nel Giorno della Memoria Carlo Rivolta legge ed intrepreta I sommersi e i salvati di Primo Levi



L’Eternità?

L’eternità esiste nella Voce di Carlo Rivolta che legge ed interpreta, in una serata unica sulla faccia della terra:


I sommersi e i salvati
di Primo Levi

Devi immaginare una sala che improvvisamente si fa buia …. dal fondo Carlo Rivolta, vestito di leggerissimi indumenti bianchi, avanza con una candela in mano … e poi, dal silenzio, questa voce:

I sommersi e i salvati

Vai al sito in memoria di Carlo Rivolta, curato dalla moglie Nuvola de Capua

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newsletter di Banca della Memoria


Buongiorno a tutti!

 

Ritorna la newsletter di Banca della Memoria dopo un periodo di pausa dovuto ai mille impegni di questo periodo.

Incominciamo dalle novità. Aggiornarvi con precisione su tutti i nuovi sviluppi, richiederebbe una mail davvero troppo lunga e siccome non vogliamo annoiarvi esageratamente, per questa volta, cercheremo di essere i più schematici possibili.

Ecco quindi a voi le novità, nazionali e internazionali, i nuovi appuntamenti, le possibilità di incontrarci e tutto ciò che vi siete persi nelle ultime settimane!!

 

Memoro Internazionale

- Memoro – la Banca della Memoria sbarca in Giappone!!! Cinzia Dolcini è la nuova referente a Tokyo del progetto. Apertura prevista del sito il primo Febbraio 2010. Per un anteprima: www.memoro.org/jp.

- la sezione francese ha una nuova, preziosa, risorsa: Claude Grunspan da Parigi. Claude ha incominciato a realizzare le prime interviste visibili sulla sezione francese del sito (www.memoro.org/fr).

- la sezione Argentina ha superato i 50 video on line! Per vederli www.memoro.org/ar.

 

Memoro Italia – la Banca della Memoria

- Memoro e la Provincia di Roma insieme “Per la memoria”. Con il supporto fondamentale di Angela Cannizzaro, ovvero la redazione romana di Banca della Memoria, è stata istituita una collaborazione con la Provincia di Roma per formare 50 ragazzi sull’utilizzo telecamera e sull’editing video: diventeranno “cacciatori di ricordi” sul territorio!

Le storie raccolte saranno a breve in una sezione dedicata del sito, dove in attesa potrete trovare una selezione di filmati già realizzati dalla redazione (http://www.memoro.org/it/speciali_dett.php?ID=(33))

- in questi giorni due nuove persone entrano a far parte del gruppo di Banca della Memoria: Eugenio Villani sarà il nuovo responsabile della parte di produzione contenuti, mentre Clelia Caldesi Valeri si occuperà di gestione progetti. Un caloroso benvenuto!

 

Appuntamenti

- 13/11/2009 Milano, Libreria Feltrinelli, Piazza Piemonte 2, ore 18.30 – Presentazione libro “Io mi ricordo” – intervengono Lorenzo Fenoglio, Luca Novarino e Valentina Vaio di Banca della Memoria, Giacomo Papi di Einaudi.

- 14/11/2009 Cuneo, Manifestazione “Scrittorincittà”, Centro Incontri della Provincia, sala rossa, ore 10.00 – Dibattito: Memorie Lucenti. Con Valentina Vaio e Lorenzo Fenoglio della Banca della Memoria, Giacomo Papi curatore di Io mi ricordo, due autori di Over-Age – Roberto Pusiol e Paolo Passanisi – e il curatore Giulio Milani. Modera Stefano Salis.

- 20/11/2009 Firenze, manifestazione “Giovani Connessioni di Comunità”, Arena Grande, ore 10.00. Intervento di Lorenzo Fenoglio, Luca Novarino e Valentina Vaio all’interno del dibattito “Stati Giovanili 2009”.

 

Rassegna stampa

- 30/10/09 Banca della Memoria sbarca in Asia: esce articolo di Shinya Minamishima sull’Asahi Shimbun, il secondo quotidiano più letto in Giappone. Di seguito troverete sia l’articolo scritto in lingua originale sia la traduzione!!! (visualizza originale) (visualizza traduzione).

- 28/10/09 Va in onda un servizio realizzato da Emma Wallis, corrispondete della BBC a Roma, sulla Banca della Memoria nel programma “The Strand” sul canale radiofonico BBC world Service Arts.

- 27/10/09 Esce un articolo sulla Banca della Memoria su “Le Monde”, firmato da Philippe Ridet (leggi).

 

Consigli dalla redazione

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La prima volta all’opera  (Michele Mirabella – 07/07/1943)

Michele Mirabella ricorda la sua prima volta all’opera per la rappresentazione della Norma di Vincenzo Bellini in compagnia della mamma e del papà. Ricorda lo stupore e la meraviglia che provò immediatamente, tali da lasciarlo letteralmente a bocca aperta!! 

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Il fiume Tevere straripa a Ponte Milvio  (Sergio Perotti – 18/02/1930)

Ancora oggi si ricorda la grande alluvione degli anni ’30 che portò allo straripamento del fiume Tevere a Roma all’altezza di Piazzale Ponte Milvio. Tutto un quartiere passò dalla bicicletta alla barca con il piazzale principale trasformato in un lago.

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Buona settimana a tutti e a presto!

La redazione

 

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S. Tramma – Memorie sociali e comunità locali, Libera Universita’ Autobiografia – 2009-06-05 -


Memorie sociali e comunità locali

5-7 giugno 2009
 seminario a cura di Sergio Tramma

La “comunità” e riemersa dal letargo cui il compimento del processo di modernizzazione sembrava averla costretta. È al centro di molteplici attenzioni che riguardano tutte le sue possibili concezioni e configurazioni e, in particolare, si registra un’accentuazione d’interessi nei confronti della “comunità locale”, intesa non solo come configurazione organizzativa dell’amministrazione e dei servizi di un territorio, ma come dimensione collettiva in grado di rispondere ai bisogni relazionali, d’identità, di partecipazione, di prossimità dei cittadini. Ma la comunità, non è solo un’esperienza in grado di fornire sostegno, appartenenza, possibilità di cittadinanza attiva, è anche un luogo teorico e operativo denso di contraddizioni e chiaroscuri. Il tema della memoria sociale è strettamente intrecciato a quello della comunità: senza il ruolo educativo della memoria sociale non può esserci comunità, nello stesso tempo senza dimensioni comunitarie alle quali riferirsi, la memoria sociale, anche qualora prodotta, perde molto del suo senso e delle sue possibilità di circolazione e ampliamento.
La comunità vive oggi una seconda giovinezza, ma la memoria sociale sembra essere profondamente in crisi, dunque: che fare?

OBIETTIVI
Il seminario si propone di indagare il rapporto tra comunità locale e memoria sociale, per indagarne i contenuti, le configurazioni, le contraddizioni, le sinergie al fine di ricavarne degli orientamenti operativi attorno ai progetti di sviluppo di comunità e/o di memorie territoriali.

CONTENUTI SPECIFICI
1. Le comunità: definizioni, concezioni, classificazioni; le comunità territoriali.
3. La memoria sociale: configurazioni, crisi e prospettive di sviluppo.
4. I nessi tra comunità e memorie sociali nelle società postfordiste.
5. Orientamenti per le azioni territoriali tesse allo sviluppo e/o al consolidamento delle comunità e delle memorie sociali

INDICAZIONI METODOLOGICHE
Il laboratorio prevede esercitazioni individuali e collettive, interventi frontali partecipati, produzione di linee-guida progettuali.

DESTINATARI
Il seminario è rivolto a operatori e a volontari educativi, sociali e culturali.

DOCENTE
Sergio Tramma

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Giorno della Memoria: 27 gennaio


Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo (nazismo) e del fascismo, dell’Olocausto

Giorno della Memoria – Wikipedia

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Una sola storia e due memorie: leggendo Sergio Luzzatto


Si dice: guardiamo al futuro e sul passato si faccia ricerca storica.
Diciamo che è necessario e realistico.
La politica funziona così: loro hanno il potere e loro dovranno provare a fare gli statisti.
Vorrei, tuttavia, sottrarmi alla litania della “memoria condivisa” di cui blaterano i post-fascisti Gianfranco Fini e Gianni Alemanno.

Lo “loro” memoria non sarà mai la mia memoria.

Percorro il ragionamento aiutandomi con un basico scritto di Sergio Luzzatto e un ricordo delle torture ed uccisione del partigiano ebreo Emanuele Artom.

Sottolineature mie

“confusione che oggi si fa tra memoria condivisa e storia condivisa; più in generale tra bisogno di memoria e bisogno di storia…. Occorrerebbe spiegare che la memoria collettiva sulla quale si affaticava la mente geniale di uno studioso come Marc Bloch non equivale necessariamente alla memoria condivisa” (pag. 15) di cui tessono l’elogio i revisionisti da strapazzo.

“L’una (la storia) rimanda a un unico passato, cui nessuno di noi può sottrarsi, mentre l”altra (la memoria condivisa) sembra presumere un’operazione più o meno forzosa di azzeramento delle identità e di occultamento delle differenze. Il rischio di una memoria condivisa è una smemoratezza patteggiata, la comunione nella dimenticanza” (pag. 25).

“Credo sia venuto il momento di dire ai cattivi maestri – votino a destra o a sinistra – una cosa semplicissima, ma di dirla forte e chiara: la guerra civile combattuta tra il 1943 e 45 (o 46) non ha bisogno di interpretazioni bipartisan che ridistribuiscano equamente ragioni e torti, elogi e necrologi. Perché certe guerre civili meritano di essere combattute. E perché la moralità della Resistenza consistette anche nella determinazione degli antifascisti di rifondare l”Italia anche a costo di spargere sangue” (pag. 29). “Ripeto: si può condividere una storia – e si può condividere una nazione o addirittura una patria – senza per questo dover dividere delle memorie. Dico di più: una nazione e perfino una patria hanno bisogno come del pane di memorie antagonistiche, fondate su lacerazioni originarie, su valori identitari, su appartenenze non abdicabili né contrattabili”.
“Oggi, con il mio collega storico – nonchè mio ex professore alla Normale – Roberto Vivarelli io certamente condivido, da cittadino italiano, tutta una storia. È quella stessa storia (a poste­riori cosi straziante, e infatti cosi poco studia­ta) che fece in maggioranza degli ebrei italiani, e forse di mio nonno, altrettanti volenterosi am­miratori di Mussolini.

Ma se parliamo di me­moria, io desidero e pretendo che la mia e quel­la di Vivarelli restino memorie divise. Si tenga pure, lui, la memoria di suo padre squadrista, marciatore su Roma, volontario in tutte le guer­re del duce; si tenga la memoria di se stesso, im­berbe volontario delle brigate nere. Io mi ten­go la memoria del nonno che non ho mai cono­sciuto: del medico che perse, dopo la cattedra universitaria, ogni diritto di curare pazienti «ariani», prima di nascondersi a Lucca come un topo braccato per sfuggire ai risultati estremi della persecuzione razziale. E mi tengo la memoria di mio padre bambino, che dovette cela­re tra i monti della Garfagnana la sua origina­ria condizione di «mezzo» ebreo, cosi da sottrarsi al treno per Auschwitz.

Inoltre, sostengo che è assurdo pretendere di versare il sangue di mio nonno, di mio padre, o di qualunque altro ebreo fortunosamente scam­pato alla Soluzione finale, nell’improbabile cal­derone di un sangue dei vincitori in tutto e per tutto distinto dal sangue dei vinti.
No, davvero non riesco a pensare a mio nonno come a un vin­citore: lui che nel 1915, da fervido irredentista triestino, si era arruolato volontario nella Gran­de Guerra per combattere sotto le insegne di Ca­sa Savoia; lui che, vent’anni più tardi, ha letto la firma del suo maestro Pende in calce al «Ma­nifesto della razza»; lui che il io giugno del 1940 – ormai da ebreo perseguitato – è nondimeno sceso con suo figlio (mio padre) in piazza De Fer­rari, a Genova, per raccogliere dall’altoparlante la voce di Mussolini che annunciava stentorea l’entrata dell’Italia fascista nella seconda guerre mondiale; lui che, nell’Italia della Repubblica, non avrebbe comunque più ritrovato lo scranne della sua cattedra universitaria. (Pag. 24-25)

Tra i due schieramenti vi era incompatibilità di valori:
“La qualità etica dei valori in nome dei quali le brigate partigiane (anche le Garibaldi) fecero la Resistenza risiede precisamente nella loro incompatibilità con i valori in nome dei quali le brigate nere spalleggiarono la Wehrmacht e le SS nell’opera di repressione del banditismo antifascista”(pag. 31).

“Mi riesce più gradito riconoscere nella guerra partigiana la carta di identità del paese in cui sono nato e mi riesce necessario pensare all’Italia della Resistenza come al terreno dove gli Italiani devono tracciare ‘ora e sempre’ i confini non negoziabili della loro identità, la soglia del non rinunciabile da sé” (pag. 33).

da Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi 2002

“Emanuele Artom sognava un mondo senza guerre: a renderlo possibile sarebbe stata una generazione di «uomini nuovi» scaturita direttamente dall’esperienza della lotta antifascista. In questo senso, il disincanto con cui all’inizio guardava i suoi compagni si trasmutò lentamente in speranza. «Siamo quello che siamo: un complesso di individui, in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania, in parte spinti dal desiderio di avventura, in parte da quello di rapina», aveva scritto il 22 novembre 1943, appena arrivato in banda. Subito dopo, però, affiorò la consapevolezza che in ogni uomo c’è una scintilla da cui partire, che «si cresce e si diventa migliori nel confronto con la vita e con la morte».

Fu catturato dai tedeschi durante un rastrellamento in prossimità del Colle Giulian, in Val Pellice, il 25 marzo 1944. Torturato per cinque giorni, fu trasferito nelle carceri Nuove di Torino. Lì, in una cella, fu rinvenuto cadavere il 7 aprile. Della sua sepoltura non si è mai trovata traccia. Le testimonianze dei compagni di prigionia sono raccapriccianti: bagni nell’acqua gelata, unghie estirpate, percosse fino a sfigurarlo, e poi gli scherni, gli insulti, Emanuele fotografato per la rivista Der Adler a cavallo di una mula, con una scopa in mano. Era stato riconosciuto come commissario politico e come ebreo: di qui l’accanimento dei carnefici, l’orrore di un martirio straziante.”

in Giovanni De Luna recensione di: Diario di un partigiano ebreo, Bollati Boringhieri, pp. 232, e18) a cura di Gury Schwarz.

Quale memoria condivisa con questa storia?

“Destra”, “Sinistra” e i carnefici di Salò. A proposito della mutazione di identità


Si dice “Destra”. Si dice “Destre”.
Si dice: Fini, con il congresso di Fiuggi, ha “sdoganato” l’MSI – Movimento sociale italiano.
Si guarda alla televisione Storace o la Santanchè. Come se dietro di loro non ci fosse il passato infernale da dove provengono.
Si dice destra e si dimentica la Repubblica di Salò e la feroce occupazione dell’Italia del Nord, in alleanza con i nazisti e le SS.
Si dice destra.
E allora sarà bene ricordare in che modo la Banda Caritàtorturava gli oppositori al regime fascista. Lo scritto che copio qui sotto è solo una introduzione, edulcorata dagli aspetti più cruenti, come l’uso della fiamma ossidrica di cui parlano altri libri di storia e che si vede in Roma Città aperta di Rossellini.

Scheda storica:
Nel luglio 1944 Mussolini decise di militarizzare il Partito fascista repubblicano. Tutti gli iscritti dovevano arruolarsi nelle Brigate nere, nuovo corpo armato che andava ad affiancarsi all’Esercito, alla Guardia nazionale repubblicana (che aveva compiti di polizia e ordine pubblico) e ai corpi paramilitari (SS italiane, X Mas, ecc.).
Le Brigate nere furono le principali responsabili del clima di terrore e di violenza che caratterizzò l’ultimo anno di guerra nel nord Italia. Come sottolineato dal teschio disegnato sulla bandiera nera, i fascisti avevano il culto della morte, che veniva elevata a simbolo. L’azione armata non era un mezzo, duro e necessario in una guerra, ma arrivava a costituire il fine stesso di un’esistenza e di una pratica militare totalmente votate alla violenza più selvaggia e indiscriminata. 

I carnefici di Salò

un commento di Franco Giustolisi al libro:

Primo de Lazzari, “Le Ss italiane”, Teti Editore, pp.227

 

Primo de Lazzari nel suo libro antologico ci ricorda gli orripilanti misfatti delle Ss italiane. Lettura da consigliare vivamente ai revisionisti di oggi.

Divisa tedesca. Armi tedesche. Sul cinturone la sinistra fibbia con il teschio incrociato dalle ossa. L’unica differenza: le mostrine rosse sulla giubba.
Uccisero i loro connazionali a Sant’Anna di Stazzema, a Marzabotto, a Fivizzano, a Bucine, a Cavriglia, a Civitella della Chiana e altrove. Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti che hanno raccontato il loro stupore sentendo quei massacratori parlare la loro lingua, qualche volta addirittura con inflessioni locali. Si avventarono con i loro simboli di morte, che fecero diventare effettivi, su bimbi in fasce che potevano essere loro figli. Su donne che potevano essere loro madri o sorelle. Su vecchi, dell’età dei loro padri, che forse non erano mostri, ma mostri generarono. Sono, anzi erano, per fortuna, le Ss italiane. Ne scrive in un libro che riporta appunto questo titolo “Le Ss italiane”, Primo de Lazzari. E’ una sorta di antologia: contiene tutte le notizie possibili su questo tragico e squallido passato, molte tratte da pubblicazioni già note, alcune inedite.

Oggi che si tenta disperatamente di dar corpo ad un revisionismo altrettanto tragico e squallido, è essenziale leggere o rileggere quel che fu la republichetta di Salò.Anche assai recentemente ci hanno provato con uno sceneggiastro, “La guerra è finita”. Sua tesi di fondo: c’erano i buoni e i cattivi in un versante e nell’altro. A parte l’ovvietà di una simile considerazione, da un punto di vista storico e politico insieme, la risposta non può essere che univoca: quelli, le Ss italiane e gli altri delle tante bande, erano tutti criminali. Si dice, si è detto che fu la reazione degli onesti – ma trovo questo termine improponibile assegnato a loro – la reazione al tradimento del re e di Badoglio: quell’aver rovesciato Mussolini, quell’aver proclamato l’armistizio.

Se tradimento vi fu, e vi fu, è stato quello di aver abbandonato, come fecero i Savoia e i loro cortigiani, i nostri soldati senza direttive, senza ordini. E di questo hanno risposto al popolo che ha cancellato per sempre la monarchia dal nostro paese.

Ma quegli assassini, le Ss italiane e gli altri, tutti, assassini o complici di assassini, nessuno escluso compreso un ministro dell’attuale governo che si vanta del suo passato, in nome di chi sterminavano civili, torturavano e impiccavano partigiani? In nome della civiltà offesa, dei trattati calpestati? Hitler e Mussolini: due dittatori, non avevano il diritto di parlare a nome di nessuno. La civiltà e i trattati furono loro due a calpestarli.

Chi ha cercato malamente di coprirsi con così alti concetti, quelli della lealtà e della continuità, è nel migliore dei casi un illuso; ma rimane, come gli altri, anche un assassino. Delle centinaia di migliaia di prigionieri italiani, dai seicento ai settecentomila rinserrati dai tedeschi, in lager caratterizzati da condizioni disumane, solo un’infima minoranza, poco più dell’uno per cento, aderì, in molti casi anche per fame e per tentare successivamente la fuga, (e molti furono per questo fucilati) alle lusinghe del nazismo e del fascismo. Si calcola che le Ss italiane, in parte arruolate anche in Italia, siano arrivate ad un massimo di diecimila. Furono impiegate quasi esclusivamente nelle operazioni antipartigiane e negli eccidi dei civili. Prima di arrendersi immediatamente alle truppe alleate, macchiarono in modo indelebile ogni concetto di onore, di umanità, di solidarietà. Con ferocia inaudita si battevano contro coloro cui questo paese è grato per aver consentito una pace meno spietata di quella che il fascismo si sarebbe meritata, e per aver posto le premesse della nostra costituzione: i partigiani.

Dal libro di de Lazzeri traiamo alcune pagine significative: il giuramento dei legionari delle Ss, un profilo di uno di loro, il maggiore Mario Carità e il sistema che praticavano comunemente, cioè la tortura. Ma, attenzione, questo non deve far pensare assolutamente che quelle descrizioni che leggerete, siano eccezioni, casi limite. No. Le Ss italiane e i loro commilitoni in camicia nera erano e sono, per chi vive ancora, tutti assassini.

Il giuramento: «Davanti a Dio presto questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria italiana contro i suoi nemici, sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco, e quale soldato valoroso sarò pronto in ogni momento a dare la mia vita per questo giuramento».

«La banda Carità: Dopo l’8 settembre 1943 fu costituito a Firenze un ufficio di polizia denominato “Reparto di servizi speciali (Rss), nominalmente dipendente dalla 92a legione della Milizia e diventato poi tristemente famoso come “banda Carità” dal nome del suo comandante, il seniore Mario Carità. Costui, nato a Milano nel 1904, poco più che quindicenne si era già reso noto a Lodi, ancor prima della marcia su Roma, per aver partecipato alle violenze delle squadre fasciste di Luigi Freddi. Allo scoppio della seconda guerra mondiale aveva preso parte alla campagna di Grecia al comando di una compagnia di camicie nere. Componevano lo stato maggiore della banda il capitano Roberto Lawley, il tenente Piero Koch, Ferdinando Manzella, il colonnello dell’aeronautica Guido Simini, i tenenti Armando Tela ed Eugenio Varano.

Complessivamente, con tutte le sue squadre, i servizi e i collaboratori, la banda era composta da circa 200 persone, 178 delle quali furono poi imputate per vari omicidi e torture al processo celebrato dopo la Liberazione: gente d’ogni specie, per lo più delinquenti comuni già condannati per furti, rapine, scassi e altri delitti. Facevano parte della stessa due sarcerdoti: un frate, padre Ildefonso, al secolo  Alfredo Epaminonda Troia, nato ad Arcinazzo, nel 1915, che era solito assistere alle torture dei patrioti suonando al pianoforte canzonette napoletane ol’”Incompiuta” di Schubert; e don Gregario Baccolini, cappellano delle SS e propagandista del Partito fascista repubblicano».

«Il Carità, scoperto alla fine della guerra da una pattuglia americana in una casa dell’Alpe di Siusi (Alto Adige), tentò di difendersi con le armi quando due militari entrarono nel suo appartamento, ma questi non gliene diedero il tempo, facendo fuoco prima di lui e freddandolo. Il resto dei componenti la banda venne catturato dopo la Liberazione.

Processati alla Corte d’Assise di Lucca nel giugno 1951, alcuni di essi furono condannati all’ergastolo, altri a pene minori, altri ancora assolti per insufficienza di prove, o con formula piena…» (Ma intervennero condoni e amnistie varie che abbreviarono enormemente i tempi della pena, n.d.r.).

La tortura: «…Si cominciava dal mettere gli arrestati in condizione di non difendersi: ammanettati, incatenati, legati alle seggiole, appesi agli uncini; poi, su queste vittime, inermi ed inerti, cominciava la gragnuola delle percosse… Si cominciava con gli schiaffi e coi pugni, poi Carità si metteva i guanti del pugilato con liste di piombo, oppure il pugno di ferro, o il famoso anello acuminato che feriva come uno scalpello. E poi venivano gli strumenti: mazze, bastoni, frustini, staffili, fruste terminate da pallottole di piombo; e poi sul corpo denudato delle vittime il pestaggio eseguito con scarponi chiodati da veri esecutori a turno, unghie divelte e piedi e mani rovesciati; spilli infissi tra l’unghia e la carne; dita scarnite a furia di percosse, o macerate dagli scarponi; vegliare in piedi ininterrottamente per sette giorni e sette notti (Anna Maria Enriques), stare una settimana senza bere, come insieme, con tutti gli altri strazi toccò al Bocci; ingurgitare acqua bollente da un imbuto introdotto a forza nella bocca (Petrini); lobi e padiglioni delle orecchie attanagliati con pinze; labbra tagliuzzate col pugnale, stiramento dei testicoli, le piante dei piedi sistematicamente staffilate. Ognuno di quella congrega di malviventi faceva a gara per trovare sistemi più raffinati, per superare il collega in ferocia o in spirito inventivo….

Nodi insanguinati, la corda intorno alle tempie, il cerchio di ferro che stringeva la testa fino a fare svenire. La “scatolina con l’animaletto”: lo scarafaggio dentro il barattolo applicato allo stomaco nudo: e le zampe uncinate e le mandibole che si scavano una strada nella carne per uscire…”.

Dalla sentenza contro l’SS tenente Odorico Borsatti: “..per avere cagionato con sevizie la morte dei patrioti Silvio Marcuzzi-Montes, Severino Stacul-Lupo e altri, fra cui il commissario politico Poldo (Enrico Da Ponte, dirigente dei Gap) legato con gli arti estremi a due cavalli posti in direzione opposta e poi squartato dagli stessi, incitati con la frusta ad allontanarsi l’uno dall’altro. In un solo giorno dieci patrioti sconosciuti furono fucilati da un plotone comandato dal Borsatti». La punizione inflitta ad uno di loro che aveva rubato.

«Lorenzo Belli: fu percosso a sangue, gli furono legati i piedi alle mani posteriormente, messo ventre a terra e torturato con ferri roventi, poi fu legato e lasciato per tre giorni ad un palo, continuandogli le torture; gli fu cavato un occhio e bruciata l’orbita con ferro rovente, messogliene un altro in bocca e quando fu ridotto in fin di vita, condannato alla fucilazione, che fu preceduta da un manifesto che ne annunciava l’esecuzione perché servisse di monito del come la repubblica trattava i ladri, ecc… E la gente commentava: “finchè rubò agli altri ebbe premi e pace, ora che ha rubato al suo padrone vien torturato e fucilato”. Fu portato alla fucilazione legato su una sedia, coperto testa e petto da un cappuccio perché non si vedesse l’orrendo stato a cui era ridotto, e fu assistito pietosamente da un sacerdote di S. Paolo».

inhttp://www.ferritaglienti.com/Ricerche_Storiche/Ricerche_Storiche/Personaggi/personaggi.html

anche qui:


Ma, soprattutto, la persona di Carità divenne, agli occhi dell’opinione pubblica, l’immagine della ferocia[1].

Non mancarono episodi simili anche durante la breve sosta a Bergantino, nella tarda estate del 1944, dopo l’allontamento del reparto da Firenze. Il Rss, riorganizzatosi dopo la fuga precipitosa da Firenze, compì operazioni di rastrellamento e, nel corso delle stesse, azioni di vera e propria “guerra ai civili” della zona. Essa consistette nell’invio di molti arrestati (spesso semplicemente giovani renitenti alla leva, non necessariamente partigiani) in Germania presso i campi di concentramento o ai lavori forzati al Brennero.

Il motivo per cui il Rss viene ricordato ed è tristemente famoso è il ricorso alla tortura sistematica contro i prigionieri, sia a Firenze, sia a Padova. E’ forse questa la vera “novità” che contraddistingue l’azione del reparto. A Firenze, nella fase iniziale, si fece ricorso a pugni e a bastonate, come già era accaduto vent’anni prima per mano degli squadristi. Questo tipo di violenza  si può spiegare inoltre con la motivazione che il reparto era formato da molti ex componenti delle squadre d’azione, molto attive in Toscana. Benché non si possa parlare ancora di tortura vera e propria, le conseguenze sui prigionieri  - che, per giorni continui, dovettero subire bastonature sotto la pianta dei piedi, al costato, alle rotule e soffocamenti con l’acqua – furono nefaste.

La modalità cambiò a Padova: qui probabilmente la vicinanza organica e operativa al SD tedesco fece sì che il reparto adottasse metodi ancora più efficaci e violenti. Alle bastonature che si protraevano per giorni e che rendevano le vittime un ammasso di ossa e di sangue[2],  si affiancò l’utilizzo del telefono da campo. Questo strumento rendeva la tortura “pulita”, ma non meno tremenda, come ricorda il professor Zamboni, catturato  dal Rss:

 

“Appena entrato dal “comandante” vidi l’apparato che dava i brividi. Tutti gli ufficiali erano intorno al tavolo di Carità; ai lati dello stanzone erano disposti gli scherani; su un tavolo faceva mostra la triste “macchinetta”. […] Mentre uno mi applicava i fili elettrici, gli altri mi schernivano e dicevano: “Vedi che bella testa tonda da parroco”; e giù pugni. Entrò anche il più sanguinario, lo Squilloni, che senza pronunciare sillaba mi assestò due sonori schiaffi. Io non potevo parlare perché sussultavo sotto le scosse elettriche.In quel momento, e non potrò perdonare questo supremo atto di vigliaccheria, l’ex –prete Gastaldelli disse ironicamente ai degni compagni. “Ora gli facciamo dire anche il nome del tipografo”. E mi fece applicare i fili della corrente elettrica agli orecchi. Dio solo può perdonare tanto raffinata forma di martirio a chi l’ha fatta provare ai poveri sofferenti di Palazzo Giusti. Io caddi dalla sedia lungo disteso il pavimento e incominciai ad urlare; man mano che la corrente aumentava di intensità avevo l’impressione che al posto della testa avessi una fonte luminosa sprizzante scintille. E come gli urli divennero beluini, Carità ordinò che mi si tappasse la bocca. Il che fu fatto. Ma l’ex prete non fu appagato; il nome del tipografo non fu pronucnciato sotto il martirio, come non era stato pronunciato la notte tra il 30 ed il 31 dicembre, dopo sei ore, dico sei, di interrogatorio. Per molti giorni portai i segni delle percosse con un gran livido sotto l’occhio destro; tutt’ora la mano sinistra ha dei tendini accavallati, effetto della applicazione elettrica “[3].


[1]“Appunto per il Capo della Polizia Segnalano da Firenze che l’esecuzione di cinque renitenti alla leva ha provocato viva commozione nel popolino. Vengono narrati in proposito particolari pietosi sulla loro fine: si asserisce che alcuni militari del plotone d’esecuzione non avrebbero fatto  fuoco, cosicchè alcuni condannati sarebbero stati finiti a colpi di pistola, non intervenendo il comandante di plotone, dal Seniore Carità, che avrebbe agito con particolare cinismo”.Valdagno, 11 aprile 1944 XXII.. Istituto Regionale Storico della Resistenza Toscana, fondo ACS, Rsi, Segreteria Capo polizia, Divisione polizia politica, fasc. Firenze.

[2]Si pensi al caso del partigiano Giovanni Dal Maso (“Cavallo”), partigiano vicentino che fu catturato, come abbiamo già visto nel precedente paragrafo, l’ultimo giorno del 1944. Una battitura a base di sbarra di ferro e staffili procurò a Dal Maso la lesione permanente della spina dorsale. Dopo il selvaggio interrogatorio fu buttato su di un letto della infermeria di Palazzo Giusti come un sacco rotto, quasi in stato di coma. Come se non bastasse, per i quindici giorni in cui fu ricoverato in infermeria (dopo fu inviato all’ospedale militare tedesco di Abano Terme) era costantemente insultato dai componenti del reparto.

[3] UW, Fc, Padua trial, 13 folder, pp. 33-36, Esposto per istruttoria CAS di Zamboni prof. Adolfo del 26/07/45.

da: Riccardo Caporale, La banda Carità, 2005, editore San Marco Litotipo


Nota:
I topi del titolo evocano Maus (Maus: A Survivor’s Tale), una graphic novel (romanzo afumetti) di Art Spiegelman, ambientato durante la seconda guerra mondiale ed incentrato sulla tragedia dell’Olocausto, sulla base dei racconti del padre dell’autore, un sopravvissuto adAuschwitz.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO IN OCCASIONE DELLA CELEBRAZIONE DEL “GIORNO DEL MEMORIA” PALAZZO DEL QUIRINALE, 24 GENNAIO 2008



Lasciate che mi rivolga, innanzitutto alle ragazze e ai ragazzi, alla platea di giovani di varie regioni d’Italia che è qui raccolta. Questi giovani, sotto la guida dei loro insegnanti, anch’essi qui presenti, e grazie all’impegno del Ministro della Pubblica Istruzione e dei suoi collaboratori, così come grazie all’impegno di regioni e enti locali, hanno compiuto – lo abbiamo sentito – attente e serie ricerche sui Giusti fra le Nazioni e su tutti gli uomini e donne che nel loro territorio, negli anni terribili delle persecuzioni antiebraiche, contribuirono, a rischio della loro vita, a salvare degli ebrei, cui veniva data la caccia per deportarli nei campi di sterminio nazisti.
Vi siete misurati, cari ragazzi, con un tema difficile e angoscioso, ma questo impegno è stato importante per la vostra formazione come cittadini della nostra Repubblica, della nostra Europa riunificata nella pace. Bisogna ricordare gli atti di barbarie del nostro passato per impedire nuove barbarie, per costruire un futuro – il vostro futuro – che si ispiri a ideali di libertà e di fratellanza fra i popoli.
E’ nel ricordo di coloro che, in quegli anni bui, non si lasciarono corrompere dalle ideologie di odio allora dominanti, che ho voluto che venisse qui dato, nel Giorno della Memoria, quest’anno, particolare rilievo all’epopea dei Giusti, di coloro che salvarono anche le nostre coscienze, che furono i pionieri e primi costruttori del mondo di pace in cui ci auguriamo che voi giovani possiate trascorrere le vostre esistenze.
Nella vostra formazione storica e morale è bene che si affianchi alla memoria di quell’immenso stuolo di ebrei di tutta Europa che furono vittime della Shoah, anche il ricordo dei Giusti: di coloro, e non furono pochi, che si sforzarono di salvare almeno alcuni tra loro.
Questo 2008 è per noi un anno speciale, in quanto segna il sessantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione della nostra Repubblica. E’ peraltro anche l’anno in cui ricorrerà, nel settembre prossimo, il settantesimo anniversario delle leggi antiebraiche emanate dal regime fascista, che di fatto prepararono l’Olocausto anche in Italia. Leggi che suscitarono orrore negli Italiani rimasti consapevoli della tradizione umanista e universalista della nostra civiltà, e del contributo che ad essa avevano dato, attraverso i secoli, nonostante le persecuzioni, gli Ebrei che vivevano nella nostra terra, ed erano stati partecipi di alcuni dei momenti fondanti della nostra storia, dal Rinascimento al Risorgimento, alle battaglie per l’unità d’Italia; quell’Italia di cui, finalmente parificati nei diritti, essi si sentivano ed erano cittadini, animati da forti sentimenti patriottici.
Noi non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo mai la Shoah. Non dimentichiamo gli orrori dell’antisemitismo, che è ancora presente in alcune dottrine, e va contrastato qualunque forma assuma. Non dimentichiamo e non dimenticheremo neppure i Giusti d’Italia, i cui nomi sono stati ricordati in una benemerita ricerca, realizzata grazie al lavoro infaticabile di studiosi che sono oggi qui presenti, e pubblicata qualche anno fa in un volume con un messaggio del mio predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, e con la sua prefazione, onorevole Fini, nella sua qualifica, all’epoca, di Ministro degli Esteri.
Ai Giusti d’Italia hanno qui reso oggi omaggio, insieme con noi tutti, anziani e giovani – e per questo li ringrazio – il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Avvocato Gattegna, e l’Ambasciatore d’Israele Gideon Meir, a nome dello Stato che rappresenta, e di quel Luogo della Memoria, lo Yad Vashem di Gerusalemme, che vuole tener vivo per sempre, nella coscienza dei popoli, accanto al ricordo straziante delle moltitudini di Ebrei che furono vittime della Shoah, anche i nomi di quei Giusti fra le Nazioni che si prodigarono per salvarli: a testimonianza del fatto che l’ideale antico dell’Amore del Prossimo e dello Straniero che vive tra noi, neppure allora era spento.
Anche a nome di voi giovani, che state formando le vostre coscienze in un’Italia e in un’Europa dove oggi si vive in libertà, rinnovo l’espressione della nostra riconoscenza a quei Giusti che tennero vivi gli ideali di umanità a cui si sono ispirati quanti hanno combattuto, in condizioni drammatiche, per dare vita a un’Italia libera e democratica, e poi per costruire un’Europa di pace.
Sono, perciò, onorato e lieto di procedere ora alla consegna delle medaglie d’oro al valor civile, che sono state concesse, dal Ministro degli Interni, ad alcuni, tra i Giusti d’Italia, che sono con noi. Vi ricordo che altre medaglie d’oro e medaglie dei Giusti fra le Nazioni saranno consegnate, fra pochi giorni, a militari del Corpo della Guardia di Finanza, qui rappresentato dal Comandante Generale Cosimo D’Arrigo.

La lettura del libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore, suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo


La lettura del libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in làStoria della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore,  suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo.

Innanzitutto cura i sopravvissuti ai crimini del terrorismo politico.

Perché ora un involontario protagonista indiretto di quell’orribile decennio comincia a restituire la memoria di chi era morto:

“Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portie­ra della Cinquecento blu di mia madre. Era appena uscito di casa, dopo vari tentennamenti che lo avevano portato a rientrare per ben due volte, la prima per sistemarsi il ciuffo, la seconda per cambiarsi la cravatta. Era uscito con una cra­vatta rosa, se la sfilò per metterne una bianca, e a mamma che lo guardava scuotendo la testa e prendendolo in giro ri­spose: «Preferisco questa perché ha il colore della purezza». Lei richiuse la porta senza dare peso a quelle parole.”  (Pag. 32)

Dentro di me questo libro cura la cultura storica e il connesso desiderio di giustizia.

Di rado si accosta una scrittura così densa di sé.

In questo libro c’è un controllo di sè che suscita ammirazione.

Come quando, in una recente manifestazione a favore della Palestina cui partecipa anche l’esponente della  sinistra comunista Oliverio Diliberto, un gruppo di ragazzi scrive ancora  sui muri “Calabresi assassino”. O quando, per le vie di Genova, presso un centro sociale trova un volantino con scritto: “Basta menzogne! Luigi Calabresi era un torturatore”. Ecco, Mario si interroga sulla persistenza di questa falsità storica, nonostante la verità processuale chiarita dal giudice, e dice:

“Con gli anni ho capito l’efficacia di quella campagna di stampa cominciata proprio nei giorni in cui nascevo. Conia­rono uno slogan che appare inossidabile, semplice, chiaro, capace di attraversare le generazioni. Tanto ben costruito da far pensare a una di quelle operazioni di marketing che og­gi riescono a imporre un marchio. Non c’era però un pubbli­citario dietro la campagna, ma molte teste, tra le più illustri del giornalismo, del teatro, della cultura e dei movimenti, accomunate da una furia vendicatrice che le portò a costrui­re un mostro, a dispetto di evidenze, buon senso e dati di realtà. La benzina che alimentò il motore fu l’indignazione per la morte di Giuseppe Pinelli detto Pino.

Molte volte mi sono chiesto come mi sarei comportato se fossi stato un giornalista allora. E la risposta è netta: mi sarei indignato. La polizia e la questura avevano il dovere di spiegare cos’era successo, senza opacità, senza reticenze, dovevano accertare con severità e chiarezza come era stato possibile che un uomo arrivato in questura sul suo moto­rino e rimasto sotto interrogatorio per tre giorni fosse ca­duto da una finestra, morendo poco dopo. Invece ci furono ambiguità, chiusure, quel pezzo di Stato per il quale lavora­va mio padre, che faceva capo al Viminale e aveva sede in via Fatebenefratelli a Milano, diede una pessima prova di sé e con le sue reticenze insulto il Paese e avallò i più ter­ribili sospetti” (pag 43)

Certo fa impressione la continua idealizzazione di quel periodo e la persistenza dell’odio.

Entrambi alimentati da una imponente letteratura che esalta la cultura e le azioni terroristiche come “inevitabili”, “necessarie”, “giustificate” da quella congiuntura politica. Se ne è avuta prova nella ambigua, falsa, fuorviante trasmissione di Gad Lerner.

Qui si respira tutta un’altra aria.

Mario intende restituire l’onore a suo padre Luigi Calabresi.

E nello stesso tempo riesce a dare voce ai sopravvissuti. Mogli (già, perche gli assassinati sono stati prevalentemente uomini) , figli, fratelli, nipoti.

I silenziati di questi ultimi 25 anni. In cui a scrivere la storia del terrorismo politico sono stati gli autori dei delitti.

E’ come se avessero dovuto diventare grandi ed adulti quei piccolini di 3 e 5 anni diventati orfani perché un gruppetto di terroristi fondamentalisti di sinistra e di destra avevano deciso di sparare o a singole persone inermi o a caso, nelle piazze o alle stazioni:

“La curiosità di capire, di scoprire cosa si diceva e si scri­veva di mio padre, esplose quando avevo quattordici anni. In quarta ginnasio cominciai a saltare la scuola per anda­re a leggere i giornali dell’epoca nell’emeroteca della bi­blioteca Sormani, a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia. Continuai a farlo per molto tempo, a volte con pause di mesi, almeno fino alla fine della prima liceo. Ar­rivavo presto la mattina, in anticipo sull’apertura del por­tone, per essere tra i primi a entrare. Mi fiondavo a fare la richiesta dei microfilm e, per evitare code e attese, spesso mi preparavo il foglietto giallo della domanda in anticipo. Prima affrontai il «Corriere della Sera». Partii dalla stra­ge di piazza Fontana per arrivare al giorno dell’omicidio. Era un lavoro solitario e metodico, che cavava gli occhi, ma che mi rapì. Mi immergevo in un’altra epoca, perde­vo il senso del tempo e del presente. Dimenticavo comple­tamente i problemi scolastici, le interrogazioni, il greco, i compagni di classe. Era un’esperienza totalizzante.

… Ancora oggi quando leggo cosa scrivevano, anche con­testualizzando ogni cosa, anche di fronte a uno Stato opa­co e «nemico», non mi capacito di frasi come questa del 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà ri­spondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito». O una pagina come quella uscita il 1° ottobre 1970, una settimana prima del­l’inizio del processo per diffamazione contro «Lotta Con­tinua», che presto si trasformò in un processo a mio padre: «Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquil­lamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara». (pag. 9-11)

C’è poi il tema della responsabilità.

L’eterno tema della responsabilità.

La questione per la quale, nel nome dei fattori esterni, quelli economici e “strutturali”, si mette in ombra il filone più fecondo in tema della responsabilità.

Ossia quello soggettivo che fa dire:

“Ma cosa ho fatto io?

Cosa ho provocato con la mia azione”

E’ una questione che viene elusa in più modi.

C’è quella dell’ex terrorista che neppure se lo pone questo problema. Costoro dicono: “quegli anni erano così. Abbiamo fatto quello che credevamo fosse giusto e corrispondente allo spirito del tempo”. “Non ho nulla di cui pentirmi”. Mentre scrivo queste righe ne vedo davanti a me uno che vive dalle mie parti. Crede di lavarsi la coscienza dedicandosi al recupero dei tossicodipendenti e ha lo sguardo torvo di chi ancora oggi giustifica ai propri occhi e a quelli del mondo le sue scelte. Credo che Stephen King si ispiri a concrete persone così quando ricostruisce le sue incarnazioni del Male.

C’è poi l’opinione pubblica, in genere di sinistra, che usa, ieri e oggi, lo slogan “Né con le brigate rosse, né con lo Stato”

E’ la linea della indifferenza morale.

Linea molto rassicurante per le loro psicologie superficiali. Perché li tira fuori dal gorgo della eterna e storica questione della responsabilità individuale.

“Io”, non la “Società”

“Io”, non la “Legge”.

C’è poi la posizione degli assassini (e usiamola questa parola sinistra che suona e sibila: assassini) protagonisti dei loro delitti.

Costoro dicono: “abbiamo pagato con la giustizia”.

E’ una posizione importante. Perché pone le cose sul terreno della legge.

Ebbene questa è la posizione che maggiormente addolora i sopravvissuti agli assassini dei loro parenti od amici.

Perché se li vedono blaterare nei loro libri. Li vedono saccenti e prepotenti come allora alle televisioni.

Su questo tema il libro di Mario Calabresi apre uno squarcio importante, decisivo, moralmente saldo e forte:

la responsabilità individuale resta,

anche dopo le pene scontate,

fino a quando ci sono i sopravvissuti

delle vittime

Un conto è la responsabilità penale, scontata con la pena (ma soprattutto con gli sconti di pena).

Tutto un altro scenario psicologico ed esistenziale è la responsabilità individuale che permane anche dopo avere pagato (ma soprattutto sotto-pagato) con la giustizia.

Su questo tema ci sono pagine solide e durature nel libro di Mario Calabresi (sottolineature mie):

Bisogna partire dalle vittime, dalla loro memoria e dal bisogno di verità.

«Farsi carico» è la parola chiave.

Delle ri­chieste di giustizia, di assistenza, di aiuto e di sensibilità.

Lo dovrebbero fare le istituzioni, la politica, ma anche le televisioni, i giornali, la società civile. Un Paese capace di voltare pagina in modo sereno e giusto conviene a tutti, non certo e non solo a chi è stato colpito.  ….

I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l’appel­lo. È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla defi­nizione delle responsabilità”. …

“C’è una donna che più di altre ha ragionato sull’incapa­cità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Ita­lia. Tarantelli venne ucciso a Roma all’università, dove in­segnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L’altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»

Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.

«Questo Paese non solo non è stato capace di ela­borare un lutto ma neanche un pensiero.

Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina sen­za farsi carico delle vittime è nettissima:

«In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alla fantasia dei terro­risti, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.

Ma non può essere così.

Pagata la pe­na si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.

E non è questione di volon­tà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.

Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.

Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare». (pag 96-100)

Su questo libro c’è stata una delle più belle puntate di Otto e mezzo.

Si sentiva una corrente di commozione in tutti i partecipanti.

Infine, il libro di Calabresi tocca solo incidentalmente il cosiddetto caso Sofri. Questo intellettuale che scrive su tutti i giornali immaginabili e che è stato condannato a 22 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Luigi Calabresi . Sentenza del 2 maggio 1990, confermata in Cassazione il 27 gennaio 1997.

Luigi ne parla solo in relazione ai suoi dubbi se accettare o no di diventare giornalista de La Repubblica, su cui scrive Adriano Sofri.

Dubbio risolto, con pacata intelligenza e vigoroso atto di fede nella vita che deve continuare, dalla sua straordinaria madre, Gemma Capra.

Io però non corro via su questo passaggio.

E tiro fuori dal mio archivio questo più che convincente articolo di Giampaolo Pansa, altro scampato ad assassinio per puro caso (sottolineature mie):

La grazia del Cavaliere? Sì
Ogni essere umano vive più vite. E quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura del carcere di Pisa

di Giampaolo Pansa

Adriano Sofri mi è sempre piaciuto poco. Forse perché mi sono imbattuto in lui tanti anni fa, quando era al culmine della sua vicenda politica. Parliamo degli anni Settanta, un’era tragica, segnata dall’emergere del terrorismo rosso e nero. E da un estremismo ideologico e nei comportamenti che avrebbe connotato per sempre più di una generazione.
In quel tempo, Sofri aveva meno di trent’anni (oggi ne ha sessanta giusti), ma mi sembrava un poco più anziano, come un ragazzo che si truccasse da vecchio. Piccolo, smilzo, lo sguardo febbrile, una carica inesauribile di intelligenza gelida che lo rendeva sideralmente lontano dagli altri capi di Lotta continua. Lo trovavo arrogante, gonfio di disprezzo per chi la pensava diverso, spesso pervaso da un odio politico così assoluto da farmi paura. Al tempo stesso, mi appariva tanto doppio e triplo che il mio giudizio su di lui risultava difficile da mettere a fuoco sino in fondo. E tutto si complicava alla luce di quegli occhi freddi o inespressivi, la spia di pensieri quasi tutti cattivi.
Attorno a lui ribolliva il magma di Lotta continua, un piccolo mondo abitato da caratteri e da intelligenze che si sarebbero rivelati compiutamente soltanto negli anni a venire. Erano ragazzi e ragazze spesso del tutto speciali. Dei primi della classe che, per furore politico e spirito di fazione, si erano rinchiusi in un mondo irreale nel quale progettavano costruzioni fantastiche che, alla fine, si sarebbero disfatte e li avrebbero travolti. Ma tutti erano comprimari che pesavano poco al confronto di Sofri. Lui era il monarca assoluto del reame di Lc. L’unico a contare. Il solo a decidere. Un leader dal carisma totale. E anche un giudice inappellabile.
Me ne resi conto di persona per un microscopico incidente che mi capitò nell’estate del 1971. Lotta continua aveva deciso di riunirsi a convegno in una città rischiosa per l’estremismo di sinistra, la placida, compatta e ostile Bologna. «Vai a vedere e racconta quel che succede» mi ordinò Alberto Ronchey, direttore della “Stampa”. Obbedii senza entusiasmo. Il congresso vero Lc l’aveva tenuto il 10 e 11 luglio a Pavia. Quella al Palazzetto dello sport di Bologna era soltanto una parata di militanti, più o meno duemila, per ratificare scelte già decise, a cominciare dalla mutazione di Lc in un movimento organizzato, un quasi-partito.
Così, quel sabato 24 luglio entrai presto al Palasport con il mio quaderno e una cartocciata di pesche comprate a un banchetto politico che diffondeva a tutto volume “Il cuore è uno zingaro” cantato da Nicola Di Bari. Mi vide subito un dirigente che conoscevo, Franco Bolis, di Pavia, da poco coordinatore nazionale di Lc con Giorgio Pietrostefani, allora per niente famoso. Dal palco, Bolis mi chiese: «Hai pagato?». Gli risposi di no, che non avevo versato la tassa prevista per la stampa borghese, ma in compenso mi ero comprato tanta della loro carta stampata: opuscoli, giornali, manifesti, cartoline.
Bolis sembrava incline ad accontentarsi dei miei acquisti, pesche comprese. Ma alle sue spalle comparve un robustone per niente cordiale. Ringhiò: «Quella roba non conta. Paga. Devi pagare. Fatelo pagare. Almeno 50 o 100 mila lire» (un quotidiano, allora, costava 90 lire). «Non credo che pagherò» annunciai, piccato. Cominciò una contesa verbale che si trascinò per un pezzo, sino a quando si affacciò dal palco Sofri. Mi guardò ed emise la sentenza su di me: «Io mi sono già espresso su questo qui». Non ci fu Cassazione né legittimo sospetto a salvarmi. Sofri aveva deciso e dovevo alzare i tacchi. Così, venni accompagnato alla porta con ruvida cortesia da un giovanotto in camicia verde e rettangolo rosso (come si vede Umberto Bossi non ha inventato niente).
Quell’episodio da nulla mi ritornò in mente tanti anni dopo, quando emerse lo schema del delitto Calabresi, secondo la confessione del pentito Leonardo Marino: lo stesso Marino che guida l’auto dell’agguato, Ovidio Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza l’omicidio e Sofri che dà il suo assenso.Avrà detto a Marino: «Su quel poliziotto mi sono già espresso», o qualcosa di analogo? Non lo so. Ma, a questo punto, per me non conta più molto come siano andate le cose allora. Sono e resto un colpevolista, per usare una parola spiccia. Però…
Il però l’ho già descritto tante volte su queste colonne. Dall’assassinio di Luigi Calabresi sono trascorsi trent’anni e sei mesi. L’Italia di quel tempo non c’è più. Siamo un altro paese, migliore o peggiore non lo so. Anche gli uomini che io penso responsabili di quel delitto non sono più gli stessi. Per di più, soltanto uno di loro, Sofri, sta in carcere. Marino è libero. Bompressi è a casa, ammalato. Pietrostefani è uccel di bosco, a Parigi o chissà dove.
Dunque, un solo problema pesa su di noi o su quel che resta dell’opinione pubblica italiana: Sofri, appunto. Da quando sta in carcere, non ci siamo mai parlati né scritti. Ma ho stampato molte parole su di lui e ho letto le parole che lui stampa su “Repubblica”, su “Panorama”, sul “Foglio”. A poco a poco, il tempo e i suoi scritti me lo hanno reso quasi un amico. Beninteso, è una faccenda che riguarda me, e non lui nei miei confronti. Ma è una faccenda seria che è cominciata quasi dieci anni fa. Quando Sofri, sull’”Unità” di Walter Veltroni, scriveva il suo “Diario” da una Jugoslavia straziata da una pazzesca guerra insieme civile ed etnica.
Voglio dirlo: in ogni puntata di quel diario, l’arrogante, il doppio, il gelido Sofri scoccava una freccia che mi centrava il cuore. E mi faceva sentire quel che ero: un italiano apatico e menefreghista. Che per anni, quattro anni!, aveva cancellato l’orrore del ghetto di Sarajevo, chiudendo gli occhi della pietà e della ribellione. E che non sapeva neppure collocare sulla carta geografica mentale dove fosse Vukovar, e dove Tuzla, e dove Mostar est…
Ogni essere umano vive più vite. Quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura di un carcere. La grazia è possibile, se non vogliamo continuare a essere una nazione in stivali di ferro, sempre pronta a schiacciare i vinti. Anche il Sofri degli anni Settanta è uno sconfitto. E chi se ne importa se a chiedere la grazia è, buon ultimo, Silvio Berlusconi! Ben venga anche la voce del Cavaliere. Forse ci aiuterà a tirare fuori dal carcere pure i vecchi terroristi rossi e neri che ancora vi stanno.
E a una certa sinistra, la sinistra dei Vattimo e dei Pancho Pardi, che chiede a Sofri di restarsene in prigione, voglio dire: attenti alla vostra faziosità cieca. Rischiate di diventare uguali a quella Lotta continua che, trent’anni fa, costruiva i roghi sui quali si bruciò e scomparve.

L’Espresso, 21 novembre 2002