La nascita dei Monti di pietà nel ’400 – di Gaspare Armato in Babilonia61


Diamo un’occhiata ai Monti di Pietà, alla loro nascita, al loro sviluppo e, visto che ci siete, scaricate (con lo stesso link di sotto) la relativa monografia de “Il denaro nell’età moderna“, è tutta vostra.

La nascita dei Monti di pietà nel ’400.

Giovanni Savignano, L’Anopheles, l’assistenza sanitaria in Italia dagli Stati pre-unitari al governo Monti, Gruppo il Sole 24 ore, pagg XVI-210 – G. Savignano – Libri Sanità – Shopping 24


vai a    L’Anopheles – G. Savignano – Libri Sanità – Shopping 24.

Le politiche sociali nell’Italia del ’900, mercoledì 26 ottobre 2011, senato Web TV


mercoledì 26 ottobre 2011

Convegno “Le politiche sociali nell’Italia del ’900″

XVI Legislatura

Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato

La giornata di studio su “Le politiche sociali nell’Italia del ’900″ si proponeva di focalizzare alcuni passaggi della vicenda dello Stato sociale nell’intento di dare ragione di continuità e discontinuità di istituti che, soprattutto, nell’esperienza italiana, si sono andati formando in momenti diversi della storia nazionale e attraverso stratificazioni successive e che, ancora oggi, presentano un notevole grado di frammentazione e contraddittorietà.

vai a   senato Web TV – Archivio delle trasmissioni – Convegno “Le politiche sociali nell’Italia del ’900″ – XVI legislatura.

la rivista CRITICA SOCIALE in tema di POLITICHE SOCIALI


Risultati ricerca per: Politiche Sociali

 

DA Critica Sociale – Critica Sociale.

Gianfranco Cordì. La prospettiva di Oswald Spengler (su Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale), in TELLUS folio


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l’autore ci informa che: «una volta che lo scopo è raggiunto e che l’idea è esteriormente realizzata nella pienezza di tutte le sue interne possibilità, la civiltà d’un tratto s’irrigidisce, muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, essa diviene civilizzazione». La civiltà occidentale ha subito dunque proprio questo destino, è stata condotta lungo questa strada, ha raggiunto tale «stadio necessario». «Stadio», tra l’altro, che la «riguarda esclusivamente» e che «si distingue da altri consimili solo per la sua estensione». Il terreno adesso è pronto per l’idea finale. Spengler dice che la «civilizzazione» è «il senso di ogni tramonto nella storia, il senso del compimento interno ed esterno, dell’esaurimento che attende ogni civiltà vivente». L’Occidente sta per tramontare perché esso è giunto al suo «inevitabile destino». Il suo culmine costituisce anche la sua fine (il suo «tramonto», la sua dissoluzione). L’idea di Spengler è che «inversione di tutti i valori: questo è il carattere più intimo di ogni civilizzazione. Si comincia col dare una diversa impronta a tutte le forme della preesistente civiltà, col capirle e con l’adoperarle in altro modo. Non si crea più, ci si limita a cambiare il senso di quel che esiste. In ciò sta l’aspetto negativo di tutte le epoche di tale tipo. Esse presuppongono come avvenuto l’atto propriamente creativo. Esse raccolgono la mera eredità di grandi realtà».

vai all’intero articolo qui: TELLUS folio.

Cardini, F. Il turco a Vienna. Storia del grande assedio del 1683, Laterza


Cardini, F.
Il turco a Vienna
Storia del grande assedio del 1683 
Argomento: Storia

La capitale dell’impero, l’esercito cristiano contro l’esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all’alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l’incubo dell’assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l’ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita.»
La Francia del Re Sole è restata in disparte, ostile. La Russia di Pietro il Grande ha assistito guardinga. L’Inghilterra, il mondo baltico, la stessa cattolicissima Spagna si sono mantenuti lontani dal teatro di guerra che ha visto la croce lottare contro la mezzaluna. Solo un monarca musulmano, lo shah di Persia, sembra esultare senza riserve per la sconfitta del collega ottomano.
È stata davvero una grande giornata, quel 12 settembre 1683, fondamentale per la storia dell’Europa moderna

Blanning, T. L’età della gloria, Storia d’Europa dal 1648 al 1815, Editori Laterza


Blanning, T.
L’età della gloria
Storia d’Europa dal 1648 al 1815
Argomento: Storia

Chi crede di sapere già tutto di quell’epoca grandiosa e contraddittoria che fu l’Europa del Settecento, di quel secolo e mezzo in cui si è affermata la modernità, legga questo libro e resterà stupefatto.
Alessandro Barbero
«Nel 1648 la credenza che la terra fosse il centro del mondo era condivisa quasi universalmente; nel 1815 era ormai screditata anche negli ambienti più conservatori. Nel 1648 per scongiurare le tempeste elettriche si recitavano preghiere e si suonavano le campane; nel 1815 venivano installati i parafulmine. Nel 1648 in tutta Europa si bruciavano ancora gli eretici e le streghe; nel 1815 erano i loro accusatori a trovarsi nella condizione di imputati.»
Il prima, era la società degli ordini, della ricchezza fondiaria e del governo autoritario; il dopo, il mondo delle classi, del capitalismo, della democrazia e delle rivoluzioni.
Tim Blanning racconta quegli anni dominati dalla ricerca del progresso e della gloria, personale o nazionale, da parte dell’élite europea. Una storia avvincente, a tutto campo, politica, economica e culturale.

La storia al suo meglio… Un esempio di come si dovrebbe scriverla. “Literary Review”

Uno splendido libro. “The New York Times”

Magnifico… Difficile, di pagina in pagina, non rimanere a bocca aperta per l’ammirazione. “Sunday Telegraph”

Brillante… Puntuale, accattivante e a tratti anche ricco di humour. “Guardian”

Un trionfo. “Daily Telegraph”

Eccezionale. “Spectator”

La storia dell’Europa moderna osservata da altezze olimpiche. Una lettura straordinaria, densa di episodi e idee, scorrevolissima. “Sunday Times”

Una scommessa vinta: narrare un’epoca con competenza, esperienza, equanimità di giudizio e un brillante stile narrativo. “Economist”

Magistrale. “Financial Times”

LA MEMORIA LUNGA “Noi sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, che può suonare Bach e Schubert, e andare a fare la sua giornata di lavoro ad Auschwitz la mattina”. George Steiner



LA MEMORIA LUNGA


LIBRI

 

  • Gabriel Schoenfeld, Il ritorno dell’antisemitismo, Lindau, 2005

 

Schoenfeld dimostra che, oggi, le idee più perniciose sugli ebrei non vengono formulate dalle frange oppresse e derelitte della società, ma dagli elementi istruiti e «progressisti».

 

Ciò vale per il mondo islamico ma è ancor più vero in Occidente.

 

Attualmente gli antisemiti si trovano soprattutto nelle facoltà universitarie e nei grandi giornali. E se in passato l’antigiudaismo affiorava in periodi di gravi tensioni politico-economiche, oggi riaffiora invece nelle prospere e sicure democrazie occidentali.

Vedi anche:
Gli ebrei e la  Shoah

2006


2005


2004


2003


Armenia
  • Yves Ternon, Gli armeni. 1915-1916: il genocidio dimenticato, Rizzoli, Milano 2003, pagg. 428

Comunismi
Europa: i totalitarismi del Novecento
Terrorismo di matrice islamica

Franco Cardini sulla fine dei dittatori: Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam, Corriere della sera 26 agosto 2011


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La fine di un tiranno non può mai esser grande: non si può permettere che lo sia, «per la contraddizion che nol consente». Bisogna che alla fine tremi di paura, o scodinzoli dietro alle gonne della sua ultima amante, o cerchi di sistemare al sicuro il malloppo che ha messo insieme. Una vita politicamente grande, quando non è coronata dal successo e quando il consenso non le sopravvive, richiede una fine piccola e meschina. Sono le regole del gioco. Se e quando la realtà storica minaccia di parlare un linguaggio diverso, la manipolazione propagandistica s’incarica di metter le cose a posto.

Ecco perché in fondo, tra i tiranni archetipici del nostro tempo, la sola vera «scandalosa» eccezione è Stalin, morto da vincitore e al culmine della gloria e del consenso mondiale; e la cui stessa damnatio memoriae è arrivata tardiva e ambigua. Ma per descrivere davvero il tragico paradosso storico di Josip Vissarionovich, sarebbero necessari lo stilo di Plutarco o la penna di Shakespeare. Per troppi suoi squallidi o ridicoli succedanei, sarebbe stata o sarebbe già troppo quella di Pitigrilli.

da ComeDonChisciotte Forums-viewtopic-Franco Cardini – Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam.

Intervista a Emanuele Severino. 
L’ossimoro del capitalismo ecologista, Il manifesto, 3 luglio 2011


«Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terraComunque, è tutt’altro che condivisibile l’auspicio di una crescita indefinita.»

Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?

«Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica – la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza – ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent’anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni.»

Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.

«In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»

E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.

«Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente).»

La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.

«Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »

Il problema esiste da decenni… Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni ’50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.

«Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d’accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile… Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»

Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi…) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo

«È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»

Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.

«È da guardare con diffidenza – ma non voglio sembrare cinico – l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»

Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?

«In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria “base naturale”, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre – quel poco che ne rimane – sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.

«Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell’umanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali – ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni “visione del mondo” e “ideologia” – si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l’«individuo» – come il «capitalista» – si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione. »

Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili…

«Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo – ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione – è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura – anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo – l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.

«No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c’entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo).
E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici… E questo in qualche misura significa condizionarli…»

«Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi…»

Si diceva che le sinistre – a parte l’impegno per la difesa del lavoro – non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’Internazionale. Tentare di guardare un po’ più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?

«Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».

Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.

«Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»

In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica…

«Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»

È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità… Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?

«Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»

Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire…, operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica?

«È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile.»

Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso… Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati… A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?

«Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».

Giorgio dell’Arti, Metternich l’ideatore dell’equilibrio tra potenze


Smembrarono solo l’Italia?

Fecero a pezzi pure la Polonia. La Francia fu costretta a tornare ai territori del 1790 e a pagare 700 milioni di danni. Ridisegnarono all’incirca la carta geografica del 1792. La preoccupazione principale era l’equilibrio: nessuna delle potenze doveva essere troppo più forte delle altre. Il maestro di questo gioco a incastri era Metternich, il cancelliere austriaco.
Che cosa significa, in questo caso, «potenze»?
Le potenze di oggi sono gli Stati Uniti e la Cina. Le potenze di ieri erano gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, i cui capi potevano parlarsi anche attraverso una linea diretta, il famoso telefono rosso. I vari G8 o G20, l’Onu, l’Unione europea sono alleanze o luoghi dove le potenze stanno insieme col fine ultimo di evitare le guerre. Dietro c’è sempre un concetto di equilibrio, perennemente messo in forse da qualche novità, e bene o male, almeno finora, riconquistato. Possiamo datare l’inizio di questo sistema proprio al Congresso di Vienna, dove l’equilibrio venne perseguito esplicitamente. Le potenze dell’epoca erano cinque: Inghilterra, Russia, Austria, Prussia, Francia. Si dovrebbe considerare anche l’Impero Ottomano, immenso. Cioè l’attuale Turchia. Ma a Vienna i suoi rappresentanti non c’erano.
L’America?
Non era una potenza. «Ti mando in America», detto da un padre a un figlio, era una minaccia.
La Cina?
Era grandissima, come adesso, ma chi ci faceva caso? I cinesi se ne stavano per i fatti di loro. La Cina andava di moda per le sete e per i vasi, e faceva sognare avventurieri e ragazze. Sui giornali se ne raccontavano le stravaganze. Gli inglesi l’avevano rimpinzata d’oppio.
Che cos’è la Prussia?
Un regno di forma rettangolare, affacciato sul Mar Baltico. Oggi non esiste più. La Merkel sarebbe prussiana. Berlino pure. La squadra di calcio Borussia Dortmund è prussiana: Borussia vuol dire Prussia. La Prussia era una potenza un po’meno potenza delle altre. Molto bellicosa. Furono i prussiani a unificare gli staterelli tedeschi e a far nascere la Germania. Una storia simile alla nostra.
E andavano d’accordo con l’Austria?
La Prussia contrastava l’Austria per la supremazia sugli stati tedeschi. Questo era uno dei punti di tensione della nuova carta geografica. Ce n’erano altri due: la Polonia (e poi l’Ungheria) e l’Italia che era il più pericoloso: ci vivevano rivoluzionari di tutte le specie. La tutela dell’Italia venne affidata all’Austria. Metternich non solo s’era preso il Lombardo-Veneto, ma aveva gente sua al governo della Toscana e dei ducati di Modena e di Parma. Il re di Napoli, il re di Torino, il Papa erano un problema alla rovescia: il loro modo di governare era talmente arretrato che lo stesso Metternich raccomandava di aprirsi un po’, modernizzarsi un minimo, in modo da togliere argomenti ai rivoluzionari.
In che senso «modernizzarsi»?
Mah, concedere qualcosa, qualche organo collegiale dove mettere le personalità più illustri, qualche consulta, qualche consiglio di stato. Da nominare dal centro, s’intende, senza costituzioni, elezioni o parlamenti, ma senza neanche esagerare con polizia e tribunali. Ma non c’era niente da fare, quelli non la capivano. I re tornati a casa dopo Napoleone pretendevano, come i loro antenati del Seicento e del Settecento, di essere stati messi in trono da Dio. Si chiamava «monarchia di diritto divino».
E la gente ci credeva?
Era così da qualche secolo. E se il popolo minuto, il popolo ignorante fosse andato a chiedere al prete, il prete gli avrebbe risposto di sì, che il re in trono ce l’aveva messo Iddio. È una questione da tenere presente. Chi dà agli uomini politici il potere che hanno? Oggi rispondiamo facilmente: glielo diamo noi, con le elezioni. I re di allora invece rispondevano: il potere me l’ha dato direttamente Dio. Quindi, non si discute.
Mettiamo che uno di questi re italiani, impazzendo, concedesse la costituzione, le elezioni e il Parlamento.
Successe. A Napoli ci fu una rivolta e il re spaventato concesse la costituzione. Dopo un po’intervennero gli austriaci. Quasi lo stesso a Torino: rivoluzione, il re abdica e il reggente dà la costituzione. Poi arriva Metternich e i rivoltosi finiscono male, giustiziati o in esilio.

da: ALTRI MONDI.

Enricomaria Corbi, Vincenzo Sarracino, Scuola e politiche educative in Italia dall’Unità ad oggi – Liguori Editore


Scuola e politiche educative in Italia dall'Unità ad oggi
Enricomaria Corbi, Vincenzo Sarracino

Scuola e politiche educative in Italia dall’Unità ad oggi

Collana:Studi e ricerche storico-educative

ed.: 2004ISBN: 978-88-207-3649-1 pp.: 328

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l volume ricostruisce criticamente le linee dello sviluppo storico attraverso cui è venuto costituendosi il sistema formativo nel nostro Paese dagli anni immediatamente precedenti la nascita del Regno d´Italia ai nostri giorni. La ricerca nasce dall´esigenza di conciliare una visione d’insieme, che tracci le linee essenziali del processo storico attraverso cui s´è venuto costituendo il sistema educativo nel nostro Paese, con la complessità di una ricostruzione che si proponga di restituire il nesso tra storia delle idee e storia delle istituzioni educative, nelle loro molteplici interazioni con il contesto sociale e politico. Alla prima parte del volume, dedicata alla trattazione storiografica degli avvenimenti, segue una seconda costituita da un´antologia di documenti che raccoglie in prevalenza testi di provvedimenti legislativi e amministrativi che hanno segnato la storia della politica scolastica dello Stato italiano. Arricchiscono il volume numerose finestre di approfondimento su tematiche di rilievo per la storia delle istituzioni educative.

da: Scuola e politiche educative in Italia dall’Unità ad oggi – Liguori Editore.

Gaspare Armato, Il senso storico del flaneur, Autorinediti, 2010, www.autorinediti.it


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l’essere flâneur, il bighellonare alla ricerca del passato. Proprio da quel giorno, o poco dopo, mi venne in mente abbozzare un piccolo saggio che parlasse dell’ozioso affaccendato, e del suo spiccato senso storico che coltiva internamente e che è alla base di una buona investigazione. Ma la disponibilità di tempo, lo sappiamo bene, non sempre ci viene incontro, e allora quell’idea la lasciai in un cassetto insieme ad alcuni appunti, che mi seguirono nel mio peregrinare.
Poi, nel gennaio 2010, presi coraggio, aprii la vecchia cartella ancora legata con un elastico annodato più volte e mi misi all’opera: era giunto il tempo.
Lascio di seguito qualche stralcio dell’Introduzione, piccole parti per illustrare il mio lavoro.

Chi più di colui che ha presenziato un evento, può meglio descriverlo? Chi più di colui che ha passeggiato in una metropoli, può meglio carpirne le dinamiche? Chi più di colui che ha sorseggiato la linfa della Vita, può meglio compartire le esperienze? Il flâneur, il “pedone attento”, l’ozioso affaccendato: ecco colui che racchiude in sé stesso teoria e pratica, nel proprio modus vivendi, nelle proprie azioni. Teoria e pratica, due aspetti della stessa medaglia, due lati che per crescere hanno bisogno l’uno dell’altro, una simbiosi che si sviluppa di comune accordo, un tacito reciproco amore che cinge la Vita. Ma la Vita esiste solo se ha un passato, una memoria da tramandare e raccontare, un ricordo che impregna il presente più del passato, una serie di passioni con una propria dimensione esistenziale.
A questo punto entra nel ballo lo storico, quel peculiare storico che ha la capacità di sommare studi teorici a studi pratici per avere un quadro quanto più completo e veritiero degli avvenimenti. Da qui l’essenzialità della flânerie, del vagabondare ozioso, dell’istintiva ricerca, spesso serendipitosa, che porta alla scoperta di particolari, dettagli, sfumature, tracce, sfuggite ai libri, ai documenti, all’indagine archivistica, alle carte scritte insomma. Lo storico flâneur acquista e conquista così quella sostanzialità spesso sottovalutata, ridicolizzata, talvolta discussa in modo poco serio”.
[…]
Lo storico flâneur è, oggi più che mai, un professionista indispensabile per comprendere da dove veniamo e dove andiamo, un professionista che deve essere capace di tramandare ai posteri la verità dei labirinti del passato. Non vuole dare risposte, non vuole dare certezze, desidera solo porsi delle domande, invitare a conoscere, desidera compartire il suo sapere.”.
[…]
Sono partito da Baudelaire, con qualche riferimento a Louis Sébastien Mercier, ho certamente accennato a Benjamin, a Poe, a Whitman, a Walser, passando attraverso Apollinaire, Calvino e Pasolini, alcuni di coloro che per assaporare la Vita avevano bisogno di far flanella, alcuni di coloro che possedevano uno spiccato senso storico. Non di meno erano i pittori, van Gogh, Pissarro, Monet, indi Guttuso, Antonio Saura, più vicini a noi, nomi familiari che hanno visto e rappresentato quotidianità e problematiche che si sono tramandate grazie alle loro impressioni. Ho continuato con una piccola serie di storici che hanno toccato con mano gli eventi e spesso, come Bloch, vissuti sulla propria pelle. Ché la storia non è un corpo morto, una materia immobile, no, niente affatto, la storia è una entità viva di cui noi, esseri umani, facciamo parte, ne siamo frutto, ne siamo, nel bene e nel male, espressione. E lo storico lo sa, è cosciente che un castello, che una chiesa, che una piazza, che un dammuso pantesco o un trullo di Alberobello, che un terreno recintato da muri di pietra è storia, che uno sciopero o un grido di dolore è storia, che il tempo che passa, che le generazioni che si susseguono è storia: che la Vita intera nelle varie sfaccettature dell’essere umano è Storia. Frammenti, intermittenze, tasselli di un mosaico che ha bisogno di configurarsi poco a poco, dipendenze e interdipendenze che giocano a incastro nell’immaginazione di una realtà viva più che mai.
Bisogna essere coscienti che, malgrado tutti gli sforzi possibili e immaginabili e per quanto uno storico debba essere ex-partis con una descrizione oggettiva, è veramente difficile non lasciarsi prendere dai sentimenti che accompagnano una scoperta, un ritrovamento, una meta raggiunta. Dopotutto, non dimentichiamolo mai, siamo esseri umani con un cuore che palpita e che vive grazie alla Vita che è in noi.

da: Il senso storico del flâneur « babilonia61.

sito dell’editore:  http://www.autorinediti.it

donato dall’amico di rete Gaspare Armato, con questa dedica:

A Paolo Ferrario, amico caro che ammiro e stimo.

Nella speranza un giorno di incontrare personalmente

Pistoia 27/12/2010

Paolo Ferrario, LE POLITICHE DELLA PREVIDENZA, in Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 55-70


Capitolo 2

Le politiche della previdenza

2.1. Le funzioni della previdenza

Mentre il caso storico dell’Inghilterra è particolarmente illuminante per mettere in evidenza le variabili che condizionano lo sviluppo dell’assistenza, il caso della Germania lo è per chiarire il sistema della previdenza.

La previdenza svolge la funzione di sostituire o di integrare i redditi dei lavoratori al verificarsi di determinati eventi. Essa nasce come forma di assicurazione sociale per i lavoratori dipendenti, attraverso il versamento obbligatorio di contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro. I principali programmi previdenziali sono i seguenti:

-         sostituzione del reddito: pensioni; indennità per infortunio lavorativo; indennità economiche per malattia; indennità economiche per maternità

-         integrazione del reddito: assegni familiari

-         garanzia temporanea del reddito: indennità di disoccupazione; integrazioni del salario

Un criterio piuttosto chiarificatore per distinguere i diversi tipi di sistemi di welfare è quello di classificarli secondo il grado di copertura dei rischi. Una definizione di Welfare State che ha il vantaggio di essere descrittiva è la seguente:

insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, i quali forniscono protezone sociale sotto forma di assistenza, assicurazione, e sicurezza sociale, introducendo fra l’altro specifici diritti sociali nel caso di eventi prestabiliti nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria [1]

Tali interventi si differenziano per quanto riguarda la copertura, che può essere solo per particolari categorie di bisognosi, oppure di intere categorie di lavoratori, o ancora universale, cioè riguardante tutti i cittadini di uno stato.  Le prestazioni possono essere differenziate in rapporto ai contributi versati dalle varie categorie, oppure possono essere standardizzate ed omogenee, essendo alimentate dal sistema fiscale dello stato. Secondo questa prospettiva diventa possibile classificare due principali varianti di copertura:

-          universalistica, che assume quali soggetti di diritto tutti i cittadini

-          occupazionale, che offre prestazioni alle varie categorie definite in base al settore occupazionale di appartenenza

In realtà i sistemi di welfare nazionali combinano diversamente i due schemi creando delle forme miste.

La matrice del modello universalistico è storicamente rintracciabile nel Piano del deputato inglese William Beveridge  (1942). In questo documento furono espressi i grandi principi costitutivi dei sistemi che si definiscono di “sicurezza sociale” [2]:

-         sistema generalizzato che copre l’intera popolazione indipendentemente dalla occupazione e dal reddito

-         unificazione del sistema di finanziamento e di erogazione

-         uniformità delle prestazioni

-         centralizzazione: riforma amministrativa che crea un servizio pubblico unico

2.2.  Il sistema delle assicurazioni sociali

Viceversa, la matrice del modello occupazionale è rintracciabile nel caso nazionale della Germania. E’ in questo stato che si aprì la prima fase di costruzione  della moderna previdenza sociale (1883-1913). Le forze in gioco in questo paese erano: un intenso processo di industrializzazione; una rapida formazione del proletariato; l’organizzazione del Partito socialdemocratico; la politica del primo ministro Otto von Bismarck, che oscillava fra la repressione degli oppositori e la ricerca di consenso sociale. Così scriveva nelle sue Memorie:

I signori democratici tenteranno invano d’incantare il popolo quando questo si accorgerà che i governanti si occupano del suo benessere [3]

Agivano, paradossalmente, due interessi contrastanti, ma contemporaneamente  convergenti nei risultati: dal punto di vista dei datori di lavoro quello di comprimere i consumi della classe operaia , al fine di ridurre i salari e, dal punto di vista della classe operaia quello di ottenere forme di mutualità che, estromettendo dal mercato le fasce deboli (vecchi, malati, invalidi), diminuissero la concorrenza. Fu un compromesso di classe per  reciproci vantaggi che portò alla differenziazione della struttura previdenziale da quella assistenziale:

Con abilità ed intelligenza, Bismarck inaugurò una politica paternalistica di tipo nuovo, moderno, che avrebbe certamente diminuito il potenziale di lotta della classe operaia germanica. La coincidenza cronologica é significativa: nel 1883 accadono ,sulla scena tedesca, tre fatti di grande importanza. Sul piano economico, viene fondata la più grande impresa elettrica d’Europa, la Allgemeine Elektrische Gesellshaft; sul piano parlamentare si costituisce il “gruppo coloniale” del Reichstag; sul piano sociale ,viene dato inizio al primo istituto di Assicurazioni sociali, l’assicurazione obbligatoria contro i rischi di malattia e di maternità per gli operai tedeschi [4]

I concetti fondamentali che guidavano queste riforme  delle assicurazioni sociali tedesche furono i seguenti [5]: principio assicurativo, invece di quello assistenziale; natura obbligatoria delle assicurazioni; sistema di gestione basato sulla costituzione di appositi enti amministrativi; partecipazione degli assicurati alla costituzione dei fondi.

Furono creati tre sistemi previdenziali [6]:

-         assicurazione contro le malattie (1883): raggruppamento di diverse organizzazioni volontarie; l’assicurato pagava due terzi dei contributi e l’impresa il restante terzo

-         assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1884): l’impresa era ritenuta responsabile di tutti gli incidenti che si verificavano nei suoi locali e finanziava interamente il fondo assicurativo

-         assicurazione sull’ ’invalidità e vecchiaia (1889): questo fondo era sovvenzionato anche da fondi pubblici che si aggiungevano ai contributi di uguale ammontare versati dall’assicurato e dall’impresa

Lo schema previdenziale si fonda su un compromesso fra lavoratori ed imprese attraverso la mediazione dello stato. Questo modello è dunque leggibile nelle relazioni che intercorrono fra il mercato e lo stato  (Figura 2).

<FIGURA 2

Lo schema della previdenza>

Ma perché alla fine dell’ottocento il movimento operaio era oggettivamente interessato ad un sistema previdenziale? Fondamentalmente perché queste prestazioni ( pensioni di vecchiaia, indennità economiche per malattia , assicurazione per infortuni lavorativi, ecc.)  costituivano  uno  strumento  di difesa delle condizioni di vendita della forza-lavoro. Infatti la presenza sul mercato del lavoro di venditori malati,  deboli,  vecchi avrebbe determinato il ribasso dei  salari  e la riduzione del   potere  contrattuale dei sani e dei giovani. Quindi offrire pensioni e indennizzi a questi lavoratori al fine di provocarne l’uscita dal mercato  del lavoro  era , per  la classe operaia,  una  necessità  strategica molto  più  importante  del vantaggio  immediato di  un aumento del monte salari. L’obiettivo principale di tale rivendicazione, in realtà,  era quello di aumentare la forza contrattuale:

L’ammontare di lavoro che può essere estratto dall’operaio in  proporzione a quanto egli riceve, può essere largamente influenzato da un fattore quale la forza contrattuale; ed anche se un aumento della forza contrattuale degli operai non può essere in grado di aumentare i guadagni globali degli operai, esiste un margine entro il quale essi possono modificare sensibilmente  a proprio vantaggio i termini dello scambio fra il proprio sforzo ed il guadagno.[...] Il basso livello di vita può essere allora la ragione principale per cui le condizioni di offerta del lavoro sono tali da mantenere basso il livello dei salari: “la miseria genera miseria” secondo il detto popolare [7]

Con il 1883 si aprì in tutta l’Europa occidentale un trentennio caratterizzato dalla nascita delle assicurazioni sociali , articolate, fondamentalmente,  in quattro settori fondamentali:

-         malattia e maternità

-         contro gli infortuni sul lavoro

-         di invalidità e vecchiaia

-         di disoccupazione

La tab 2  fornisce un quadro delle date di introduzione delle leggi previdenziali nei principali paesi [8]

<TABELLA 2

Introduzione delle assicurazioni sociali

La previdenza sociale costituisce una evoluzione in senso statalista del mutualismo operaio ed in termini economici si  configura come una  forma  di risparmio sul salario,  al  fine  di  conseguire  prestazioni certe (in genere economiche,  ma,  successivamente,  anche    servizi  diretti) in occasione del verificarsi degli eventi assicurati.

Occorre chiarire il significato delle due fasi. In quella del mutualismo si tratta di quote salariali che vengono accantonate per reintegrare la forza-lavoro menomata dal processo produttivo (infortuni, malattie professionali, ecc.), per conservare  e recuperare le potenzialità lavorative (malattie) e per compensare gli associati per la forza-lavoro già erogata (invalidi, vecchi). Qui la tutela previdenziale è contemporaneamente conseguenza e presupposto della erogazione della forza-lavoro, poiché assicura le condizioni per conservare e riprodurre la forza-lavoro e mantiene in vita coloro che sono usciti dal mercato . Nella fase delle assicurazioni obbligatorie mutano le forme di prelievo ed interviene direttamente lo Stato a legittimare questi diritti: ma il significato economico e sociale  non muta, poiché si tratta sempre di attività che mirano ad intervenire sul valore della forza-lavoro.

E’ comunque possibile rilevare i dati caratteristici del nuovo sistema:

Rispetto ai loro precedenti storici, é possibile distinguere i sistemi moderni di assicurazione sociale secondo i seguenti criteri:

-         si tratta di sistemi regolati da ordinamenti nazionali;

-         le prestazioni che essi erogano a garanzia del reddito coprono rischi standard quali infortuni sul lavoro, malattie, invalidità, vecchiaia, morte o disoccupazione dell’assicurato;

-         il loro campo di applicazione non é limitato a singole categorie professionali, ma dipende da criteri più generali di reddito o status occupazionale che consentono di norma la copertura di più vaste fasce di persone;

-         la loro natura é obbligatoria, ciò che implica l’imposizione dell’assicurazione a determinati gruppi, oppure l’obbligo dei pubblici poteri di finanziare programmi volontari;

-         al loro finanziamento vengono chiamati, oltre agli assicurati, lo Stato e/o i datori di lavoro;

-         essi riconoscono un diritto soggettivo individuale alle prestazioni, e la fruizione di queste non comporta alcuna discriminazione politica [9]

Prima di passare all’analisi più ravvicinata della situazione italiana, é opportuno concludere con una breve rassegna dei diversi concetti che si sono consolidati nel corso delle varie fasi storiche appena descritte (Tabella3).

<TABELLA 3

evoluzione dei concetti>

2.3.   Amministrazioni sociali nell’Italia post-unitaria

L’Italia ha vissuto con ritardo i mutamenti sociali derivanti dalla rivoluzione industriale. Di conseguenza anche gli assetti istituzionali dell’assistenza, della previdenza e più in generale dei servizi pubblici,  hanno una loro peculiarità. Questo dipende dalla storia, dalle culture politiche e dai “valori identitari” [10] del popolo italiano. Ecco alcuni tratti caratteristici del nostro paese che contribuiscono a spiegare il funzionamento delle  istituzioni:

-         sviluppo socio-economico relativamente recente, soprattutto se confrontato a quello di altri paesi [11]

-         il ritardo del processo di unificazione politica in uno Stato nazionale [12]

-         la debolezza delle classi dirigenti nel procedere a profonde riforme strutturali

-         la forte presenza della Chiesa, che ha condotto per suo conto una specifica unificazione culturale del paese e che ha una sua rilevante presenza strutturale in alcuni di questi settori.

Al sorgere dello Stato italiano le classi dirigenti  si trovarono di fronte a quell’insieme molto eterogeneo di istituzioni di beneficenza, opere pie, ricoveri,  orfanotrofi che aveva costituito  la base strutturale del cemento ideologico della Chiesa, ma non elaborarono mai un disegno di riorganizzazione complessiva. Questo spiega l’esistenza, ancora oggi, di quel panorama complicatissimo di strutture assistenziali, di tipo privato o semipubblico, che convivono l’una accanto all’altra , spesso accavallandosi e sovrapponendosi.

Una prima fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali italiane va dal 1859 al 1919[13]. Negli anni successivi all’unificazione si affermò l’ideologia dell’”assistenza legale”, che avrebbe dovuto competere contro la prevalenza ecclesiastica. Ma tutta la politica della borghesia italiana contrastava di fatto con questa aspirazione, fino a creare le condizioni adatte allo sviluppo delle organizzazione cattoliche:

In complesso, e in linea assoluta, la prevalenza ecclesiastica non subì sensibili diminuzioni […]. Del resto non si poteva pensare di sconfiggere la prevalenza ecclesiastica finchè ci si batteva sul suo stesso terreno: e il concetto di assistenza rimase difatti per molti decenni eguale a quello di  ‘beneficenza’ salvo l’asserzione tutta formale che l’assistenza, diversamente dalla beneficenza è un diritto. […] Sin qui dunque vastissime zone di cosiddetta ‘assistenza’ non si sono distaccate, in linea di     fatto, dall’antico concetto di ‘beneficenza’. Infatti la beneficenza è ispirata al principio ‘cristiano’ quod superest date pauperibus, e non fornisce alcun criterio di misura alle prestazioni, e può ridurle a un simbolico soldino [14]

Con il 1877 salì al potere Francesco Crispi. Nel paese era molto cresciuto il movimento operaio ed era nato il movimento contadino; inoltre era mutata la composizione delle classi dominanti (rafforzamento della piccola e media borghesia, aumento dei gruppi industriali). E questi gruppi aspiravano ad un governo forte , capace di svolgere una politica dinamica sia all’interno che e all’estero:

Ma la richiesta di un governo forte per vasti settori della borghesia si identificava anche con quella di un governo efficiente, che garantisse, insieme alla conservazione dell’ordine, una legislazione più giusta e più moderna e un’amministrazione più svelta e più onesta [15]

Nei suoi primi due ministeri vennero attuate varie riforme legislative ed amministrative:

-          riordinamento dell’amministrazione centrale (1888)

-          riforma delle legge comunale e provinciale (1888)

-          istituzione della giustizia amministrativa (1890)

-          riforma del codice penale e legge di pubblica sicurezza      (1890)

-          legge sulla sanità pubblica (1888)

Inoltre, con la Legge [16] sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza fece la sua prima comparsa istituzionale l’”assistenza pubblica”. Questa legge, che in alcune sue parti é operativa ancora oggi [17], prevedeva quanto segue:

Sono istituzioni di beneficenza [...] le opere pie ed ogni altro ente morale che abbia in tutto o in parte per fine:

a) di prestare assistenza ai poveri, tanto in istato di sanità quanto di malattia;

b) di procurarne l’educazione, l’istruzione, l’avviamento a qualunque professione, arte o mestiere, od in qualsiasi altro modo il miglioramento morale ed economico (art. 1)

Altri contenuti normativi erano: la parziale laicizzazione delle opere di beneficenza ( nomina pubblica dei consigli di amministrazione, riconoscimento statale degli enti); l’istituzione in ogni Comune di un ente detto Congregazione di Carità (trasformato poi nel 1937 in Ente Comunale di Assistenza); l’introduzione di controlli statali dei bilanci preventivi e consuntivi; obbligo di investire i patrimoni in titoli di stato o in immobili. In sintesi si perveniva, alla distanza di quasi due secoli, ad un modello simile alla riorganizzazione amministrativa del ’600.  La “legge Crispi” colpì una parte degli interessi privati che sfruttavano ai propri fini l’amministrazione dei patrimoni, talvolta molto ingenti, delle opere pie locali, ma sollevò anche molte discussioni e critiche, sia da parte dei gruppi di tendenza liberale, sia da parte della Chiesa che non accettò questo intervento statale in un settore  che controllava da secoli. Le due critiche fondamentali di quest’ultima consistevano nel giudizio che si trattava di una espropriazione di beni senza corrispettivo economico  e che lo Stato aveva mutato il fine originario delle opere pie.

Sotto il profilo ideologico-culturale in questa legislazione si sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:                                                                                                                     sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:

Io non riconosco la teoria del diritto al lavoro, causa di molti errori e di molte perturbazioni morali nell’Europa attuale. Io non riconosco che il dovere al lavoro [...] La questione sociale batte alle porte del mondo nuovo; bisogna scioglierla con opere di previdenza, col rendere appunto facile il lavoro (…) Ciò investe questioni complesse, dalla cui soluzione dipenderà la fine del socialismo. La legge che discutiamo é anch’essa una di quelle che appunto ci avvieranno alla soluzione del problema sociale [18]

Per quanto riguarda la previdenza ed in generale la legislazione sociale e del lavoro, alla fine del ’900 la situazione dell’Italia era  molto arretrata . Le leggi emanate trattavano le seguenti materie[19]: impiego dei fanciulli nelle professioni ambulanti (1873) ; Cassa nazionale assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1883);lavoro dei fanciulli nelle fabbriche (1886) ; istituzione dei   probiviri nell’industria (1893); legge sull’obbligo di risarcimento in caso di infortuni lavorativi (1898). In  confonto agli altri Stati , la situazione era questa:

Nessuna disposizione in Italia proibiva, (…) il lavoro festivo; l’età minima per l’ammissione dei fanciulli nelle fabbriche era  di nove anni, mentre per le altre nazioni andava dai 1O anni della Spagna e dell’Inghilterra ai 14 della Svizzera e della Germania; in Italia nessuna disposizione regolava e proteggeva il lavoro delle donne; il lavoro notturno era da noi proibito ai fanciulli dai 9 ai 12 anni mentre nelle altre nazioni lo era dai 1O anni in su fino ai 13-16 della Francia; nessuna disposizione poi proibiva o regolava il lavoro notturno dei fanciulli al di sopra dei 12 anni, delle donne e dei maschi adulti; il lavoro nelle industrie nocive era proibito solo per i fanciulli fino al 15° anno di età ma non per giovani, donne e uomini adulti [20]

Il blocco agrario-industriale che fu alla base dei governi giolittiani , permise una certa mobilitazione della classe operaia industriale, soprattutto nel “triangolo” Milano-Torino-Genova, cui conseguirono politiche riformiste di alti salari (ovviamente relativi alle condizioni del tempo) e uno sviluppo della legislazione sociale. Sempre nell’ambito di questo processo di modernizzazione del paese va collocata la legge sui manicomi del 1904 [21].  E’ del 1917 una nuova legge sugli infortuni lavorativi che allargò il campo della tutela  al settore agricolo (mezzadri, coloni, proprietari). Le prestazioni  economiche erano minori rispetto all’industria, ma di maggior rilievo erano i principi giuridici contenuti: automaticità dell’assicurazione (prima, se il datore di lavoro ometteva la denuncia, il lavoratore non era tutelato); commisurazione dei contributi alla produttività della terra (cioè il sistema di finanziamento si avvicina a quello fiscale, pur continuando ad essere contributivo).

La legislazione sociale prima dell’inizio del ventennio fascista, si sviluppò sulle  seguenti direttive:

-           aumento progressivo dei rischi protetti (da quello per l’infortunio sul lavoro ad altri rischi atti a provocare mancanza di lavoro o di guadagno o aggravio della condizione economica)

-           estensione dell’assicurazione ad un numero sempre maggiore di categorie di lavoratori subordinati (specialmente operai, ma si può notare una graduale tendenza ad assicurare anche talune categorie di impiegati e di lavoratori autonomi);

-           evoluzione dei principi che si pongono a fondamento delle assicurazioni sociali ( si passa dalla responsabilità per colpa al rischio professionale);

-           una certa estensione e un discreto adeguamento delle organizzazioni e delle prestazioni, sanitarie ed economiche, alle finalità previdenziali. A ciò si aggiunga l’inevitabile trapasso dalla mutualità privata all’assicurazione obbligatoria[22]

La seconda fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali inizia nel 1919 (anno dell’introduzione delle assicurazioni obbligatorie di vecchiaia e disoccupazione) e si protrarrà fino ai primi anni Settanta. Durante questa fase si registra una progressiva creazione di enti amministrativi della sicurezza sociale italiana.

L’esperienza della Prima guerra mondiale aveva portato ad una mobilitazione politica delle masse che erano rimaste escluse dal processo di modernizzazione dell’età giolittiana. Il fascismo fu una riposta politica a questo nuovo problema: si trattava di attuare un grande processo di controllo sociale attraverso meccanismi ideologici (corporativismo e nazionalismo) e repressivi delle classi subordinate. Fondamentale divenne l’uso dell’”esercito industriale di riserva” e la divisione sociale tra classe operaia e classe contadina. In un contesto socio-economico di crescita della disoccupazione e di diminuzione dei salari il regime fascista impostò una politica sociale caratterizzata dall’accentramento e potenziamento delle forme previdenziali, entro una logica corporativa, e dallo sviluppo della settorializzazione dell’assistenza.

Le principali realizzazioni furono:

-         assicurazione contro la tubercolosi (1927)

-         aggiunta delle malattie professionali agli infortuni sul lavoro, quali rischi lavorativi (1927)

-         Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), costituiti da un Trattato fra i due Stati, una Convenzione finanziaria, e un Concordato , contenente anche norme in materia di assistenza : riconoscimento della personalità giuridica ad associazioni ed enti cattolici; controllo dello Stato sugli istituti ecclesiastici con funzioni educative ; esenzione da certi tipi di tassazione

-         creazione dell’Istituto Nazionale Fascista Assicurazione Infortuni sul Lavoro (1933), che fu all’origine dell’attuale INAIL

-         istituzione dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia(1925-1934)

-         istituzione degli assegni familiari (1934), che si configurano come una prestazione in parte assistenziale (poiché é commisurata ad uno stato di bisogno legato ai carichi di famiglia) ed in parte previdenziale (poiché é corrisposta solo agli occupati)

-         estensione ai lavoratori agricoli dell’assicurazione contro l’invalidità, vecchiaia e morte (1935); tale provvedimento ,però, si accompagna alla loro esclusione dall’assicurazione contro la disoccupazione: é un esempio della politica di differenziazione fra classe operaia e contadina in funzione di reciproco isolamento degli interessi

-         riordino della legislazione infortunistica (1935)

-         creazione dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (1935),che é il precursore dell’attuale INPS

-         soppressione delle Congregazioni di carità, sostituite con gli Enti Comunali di Assistenza (1937)

-         istituzione dell’Ente per la Mutualità Fascista (1943), che è all’origine dell’INAM.

Un ultimo elemento che inquadra le funzioni della politica sociale fascista é l’uso strumentale che il regime fece delle risorse finanziarie rastrellate con la previdenza:

L’organizzazione dei grandi Istituti Previdenziali parastatali forniva allo Stato fascista la possibilità di disporre, ai propri fini politici, di grandi capitali. Gli istituti erano fondati su bilanci a capitalizzazione, e quindi immobilizzavano grandi risorse economiche, controllate e dirette dallo Stato.(Solo il 10% poteva venire investito in beni immobiliari.) A mo’ di esempio ricorderemo soltanto che l’Inail dovette partecipare al finanziamento della guerra d’Etiopia e l’INPS alla valorizzazione agraria della Tripolitania [23]

Dunque lo Stato si avvaleva delle riserve previdenziali per il proprio disavanzo di bilancio e per finanziare le imprese coloniali.

In conclusione, i tratti caratteristici delle politiche del regime fascista furono : uso distorto del risparmio previdenziale per finanziare le guerre d’Africa; estensione delle prestazioni come strumento di ricerca del consenso sociale; politica di assistenza alla famiglia direttamente collegata al piano di incremento demografico della nazione; accentramento degli enti e formazione di grandi apparati burocratici.

Questa era la struttura del sistema di sicurezza sociale che l’Italia repubblicana del secondo dopoguerra ereditava.

2.4. Previdenza e assistenza nell’ordinamento italiano

Le attività pubbliche di assistenza e quelle di previdenza sono da tenere   concettualmente distinte fra loro, in quanto designano due diversi sistemi di solidarietà sociale previsti nel nostro ordinamento. Infatti, all’articolo 38 della Costituzione   si legge che

-          “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale

-          ” i lavoratori hanno diritto che siano provveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

E’ tuttavia in atto una profonda revisione critica di tale bipartizione, in quanto nei moderni sistemi di welfare è sempre più accentuata la tendenza a riportare sia l’assistenza sia la previdenza nell’ambito del più ampio concetto di sicurezza sociale riferito ad ogni cittadino in quanto tale. Si definisce “sicurezza sociale” il complesso delle prestazioni previdenziali ed assistenziali offerte dallo stato al fine di accrescere il benessere della collettività. I sistemi di sicurezza sociale sono nati per superare le insufficienze dei programmi di assistenza su base volontaria. Dopo la seconda guerra mondiale, in relazione all’adozione del piano Beveridge in Gran Bretagna (1942), si è diffusa l’esigenza di garantire una protezione sociale egualitaria non solo agli assicurati, ma a tutti i cittadini (principio dell’universalismo delle prestazioni).

Una classica tipologia di Richard M. Titmuss distingue tre modelli di welfare state[24]:

-          residuale. : ossia una politica che interviene solo quando i canali tradizionali di soddisfacimento dei bisogni (famiglia, parentela, gruppi primari, mercato) non sono in grado di aiutare. Questo modello è caratterizzato da politiche sociali selettive, cioè indirizzate verso specifici gruppi sociali

-          meritocratico-personalistico: la politica sociale è un importante correttivo del mercato e i bisogni devono essere soddisfatti sulla base del merito, del lavoro svolto e della capacità produttiva

-          istituzionale-redistributivo: in cui è lo Stato a fornire servizi sulla base dei bisogni e al di fuori da logiche di mercato. Il sistema di welfare funziona come un importante strumento d’integrazione sociale

In Italia la riforma sanitaria del 1978, con la generalizzazione del diritto alla salute ed alle cure, ha spostato dal sistema assicurativo previdenziale allo Stato e alle Regioni tutto questo settore. Sotto il profilo giuridico, gli schemi istituzionali che corrispondono ai termini “previdenza” e “assistenza” hanno canali di finanziamento differenziati e corrispondono a realtà operative ed organizzative diverse:

Previdenziale è la prestazione commisurata a determinati requisiti, come ad esempio il rapporto di dipendenza del lavoro, l’entità dei contributi versati, e così via; assistenziale è la prestazione commisurata al bisogno. Il settore previdenziale comprende quindi gli operai e gli impiegati; il settore assistenziale copre invece tutta la cittadinanza, anche coloro che non hanno mai lavorato (bambini per esempio, o invalidi dalla nascita, o coloro che, come accade in zone arretrate o in economie agricole, non hanno mai prestato un lavoro dipendente) [25]

La tabella 4 inquadra la suddetta distinzione, sulla base di alcuni fattori significativi.

<TABELLA 4

I concetti di previdenza e assistenza

Gli enti di previdenza, dunque, hanno il compito di erogare prestazioni sostitutive del salario in presenza di certi eventi e sulla base di precisi requisiti stabiliti per legge. Essi sono soggetti alla supervisione del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.

Il più importante tra gli enti previdenziali è l’Istituto nazionale della previdenza sociale, di cui già sono state trattate le origini storiche.

Un’altra importante forma di tutela assicurativa è quella contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, che fanno capo all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL).

Dopo la caduta del fascismo, il settore della previdenza non è mutato nelle sue caratteristiche essenziali. In un contesto economico-sociale contraddistinto dall’incremento del lavoro dipendente salariato e dalla pressione delle masse contadine e dei ceti medi per ottenere trattamenti previdenziali, tale settore si è progressivamente esteso sotto le spinte dei vari gruppi o categorie, ma sempre in modo frammentario, come mostra la Tab. 5, che riporta le date di introduzione di alcune assicurazioni sociali pubbliche, che si affiancavano a quelle già esistenti e che generavano nuovi enti amministrativi.

<TABELLA 5

Estensione degli enti di previdenza

Questo tipo di espansione va inquadrato nella linea di condotta delle maggioranze politiche di governo tendente alla difesa dei ceti medi tradizionali (artigiani, piccoli commercianti) e alla cooptazione di gran parte dei ceti impiegatizi pubblici (reinsediamento nella burocrazia statale e locale del personale dell’apparato dello stato fascista) e di quelli privati:

Si può dire che le strategie di acquisizione del consenso si muovono fra due possibili scelte polari. Da una parte sta quello che potremmo chiamare il consenso basato sull’attrazione individualistica, dall’altra il consenso attraverso l’istituzionalizzazione delle rivendicazioni collettive. Il primo si manifesta in una strategia che utilizza le stesse disuguaglianze che dovrebbero dare origine al dissenso e al rifiuto del sistema e le fa servire invece proprio come incentivo alla partecipazione ai benefici che il sistema può distribuire. Il secondo, in una strategia che implica la capacità di intere categorie di interessi di presentare regolarmente le loro rivendicazioni collettive, mediate però da strutture di rappresentanza che conservano, al di là di una certa soglia conflittuale, una fondamentale solidarietà le une con le altre in nome della preservazione del sistema [26]

In conclusione il settore previdenziale espande la sua azione in modo rilevante, poiché gran parte della popolazione ottiene una copertura assicurativa, ma questo sviluppo assume caratteri contraddittori e problematici così sintetizzabili[27]: dispersione dei mezzi; prestazioni inadeguate per quantità e qualità; alti costi di gestione, talvolta non proporzionali alle prestazioni; frammentarietà delle istituzioni; eccessiva divisione dei poteri fra i diversi ministeri e difformità costante nell’esercizio di questi poteri; difficoltà ad orientarsi per la complessità e variabilità delle norme.

Bibliografia

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[1]Cfr. FERRERA M. (1993), p. 49

[2] ROSANVALLON P. (1981), p.129

[3] Cit. in ROSANVALLON, op.cit. p. 131

[4] Cfr. L. CONTI, op. cit., p. 36

[5] MATHIAS P., POLLARD S. (cur.) (1992) p. 212-220

[6] Per una descrizione analitica: BARBIERI E ALTRI (1995), p.37-41; GIROTTI F.  (1998) op.cit., pp. 161-165

[7] M. DOBB (1965), I salari, Einaudi, Torino, p. 132

[8] La Tab 2 è stata ricostruita sulla base della seguente ricerca giuridica. CASTALDI E. (1953), La previdenza sociale nelle legislazioni straniere, Giuffrè, Milano, p. 236.

[9] In ALBER J. (1987), p.21

[10] TULLIO – ALTAN C. (1999),  p. 12

[11] Cfr. FERRAROTTI F. (1990), p.14

[12] Cfr. CERRONI U. (1996), p. 19

[13] Cfr SEPE S. (1999), p. 9-14

[14] Cfr. Conti L., op cit , p. 153

[15] Cfr. CANDELORO G. (1971), p. 344

[16] Legge 17 luglio 1890 n. 6972

[17] Importanti furono le modifiche apportate con il Regio Decreto 30 dicembre 1923 n. 2481 ( a sua volta parzialmente modificato con la Legge 17 giugno 1926 n. 1187), che sostituì alla espressione “istituzioni pubbliche di beneficenza” quella di “istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza”. Solo nel  1977 il D.P.R. 616 tenterà , in modo incompleto e con un parziale insuccesso, di ridefinire la materia.

[18] Stralci da relazioni di Crispi riportate in: Cattaui De Menasce G. (1963), op. cit. p.90.

[19] Informazioni ricavate da: MERLI S. (1976), Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia, Firenze, p.335-356.

[20] Cfr. MERLI, op. cit., p. 350

[21] V. cap. 9

[22] Tratto da: HERNANDEZ S. (1965), Profili storici, in Comitato di studio per la sicurezza sociale, Per un sistema di sicurezza sociale in Italia , Il Mulino, Bologna, p.55.

[23] Cfr. Conti L., op.cit, p. 87

[24] Classificazione ricostruita in MARTINOTTI G. (1992), Informazione e potere, Anabasi, Milano

[25] L. CONTI (1958) p. 114

[26] Cfr. A. PIZZORNO (1980), pp. 75-76

[27] Cfr. A. CHERUBINI (1977), pp. 412-7

Paolo Ferrario, LE POLITICHE DELL’ASSISTENZA, in Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 37-53


Parte prima:

Origini e sviluppo storico dei sistemi di Welfare

Capitolo 1

Le politiche dell’assistenza

1.1 Introduzione alle politiche di Welfare state

L’espressione “Welfare state” in senso letterale significa “Stato del benessere” e viene utilizzata per indicare i processi decisionali, le azioni ed i contesti istituzionali, variamente organizzati, attraverso cui si sviluppano politiche sociali orientate a creare situazioni di sicurezza per i cittadini e a ridurre le disuguaglianze sociali nell’accesso alle risorse. Il Webster Dictionary ne fornisce la seguente definizione:

Sistema sociale basato sull’assunzione da parte di uno stato politico di responsabilità primarie per il benessere sociale e individuale di ogni cittadino attraverso la legislazione, l’attivazione di specifiche politiche pubbliche e la loro attuazione tramite uffici e agenzie governative [1]

Nelle società delle nostre aree geografiche e nella nostra storia queste strutture svolgono importanti funzioni nell’organizzazione della vita quotidiana degli individui e dei gruppi. Fanno parte dei nostri sistemi socio-culturali e ci accorgiamo della loro importanza quando riducono la loro efficacia, il loro funzionamento entra in crisi e non rispondono più ai bisogni per i quali sono nati. Si tratta di organizzazioni che sono sorte e si sono sviluppate negli ultimi tre secoli, in connessione alle trasformazioni degli stati moderni.

Quindi le politiche di Welfare state vanno messe in relazione ai processi di modernizzazione, ossia:

un mutamento sociale su larga scala, coinvolgente le principali strutture economiche, amministrative, familiari, religiose di una società, che mostra di procedere in direzione di un progressivo avvicinamento ad un modello di società moderna fondato in complesso dalle società occidentali dopo la Rivoluzione industriale (circa 1780– 1830) e la Rivoluzione francese [2]

Nella modernizzazione convergono ed interagiscono più fattori [3]:

-      il formarsi di articolate comunità urbane

-      lo sviluppo industriale

-      il miglioramento della qualità della vita quotidiana

-      la strutturazione di sistemi politici ed amministrativi che regolano alcuni aspetti del rapporto fra società ed economia

Per avviare la successiva ricostruzione storica si può partire proprio dall’ultimo punto. Le teorie della finanza pubblica individuano tre funzioni essenziali di governo:

-         allocativa, cioè orientata alla distribuzione delle risorse scarse

-         redistributiva del reddito, per accrescere il benessere collettivo

-         di stabilizzazione, per correggere le inadeguatezze del mercato [4]

I moderni sistemi di welfare, attraverso le politiche sociali, hanno svolto un ruolo centrale per ciascuna di tali funzioni. I confini delle politiche sociali sono piuttosto variabili: possono andare dalla garanzia per il reddito minimo della popolazione povera fino a comprendere un più ampio insieme delle attività di governo[5] . Una semplice definizione di politica sociale è la seguente:

Insieme di azioni pubbliche (o connesse al sistema pubblico) orientate ad intervenire sulle situazioni problematiche che si manifestano con lo sviluppo socio-economico.

La figura 1 ne fornisce una rappresentazione visiva.

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Il sistema dei servizi può essere considerato come un sotto-sistema delle politiche sociali, costituito da un insieme di offerte che rispondono a domande sociali[6]. La figura ha l’obiettivo di mettere in evidenza anche a livello grafico i seguenti aspetti:

-         l’estrema variabilità dei bisogni, che dipendono da fattori economici, culturali, sociali, economici e individuali

-         l’estensione e la diversificazione della domanda sociale che sollecita le strutture dei servizi

-         la progressiva differenziazione dell’offerta dei servizi.

Con questa figura si vuole anche mettere in evidenza che “bisogno” e “domanda” sono concetti utili per comprendere il funzionamento dei servizi, purché si usi la cautela di tenerli su piani distinti e vederne le differenze.

Il bisogno potrebbe essere definito come:

la tensione di un individuo o di un gruppo sociale orientata ad individuare una concreta soluzione (oggetti, modelli culturali, comunicazione, aiuti, diagnosi…) che ricostituisca un equilibrio compromesso da una carenza [7]

La percezione del bisogno differisce fra i gruppi di popolazione ed anche fra i gruppi professionali. La domanda è quella parte di bisogno che si traduce in richiesta. Se poi introduciamo anche la variabile dell’offerta diventa possibile creare una matrice delle possibilità[8] (Tabella 1)

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I servizi sociosanitari si collocano nell’intreccio di queste variabili sociali, culturali, legislative, professionali e organizzative.

In Italia una specifica politica dei servizi sociosanitari si è definita in modo più preciso dall’inizio degli anni ’70, e dunque nell’ultimo trentennio. Questo processo si è innestato sui tre sistemi che avevano già radici nel passato storico delle società europee: l’assistenza; la previdenza; la sanità. Per capire ed interpretare le caratteristiche generali e specifiche di questo complesso insieme di strutture e di apparati è utile introdurci ai problemi con un’analisi di tipo storico-sociale.

In particolare si prenderà in considerazione lo sviluppo storico delle :

-         politiche assistenziali

-         politiche previdenziali

-         politiche sanitari

Nelle pagine successive verranno enucleati i momenti chiave che meglio descrivono i processi di cambiamento, anche per ricercare le matrici socio-culturali di modelli organizzativi che ancora oggi presiedono al funzionamento dei servizi. L’uso frequente di citazioni ricavate da libri che hanno analizzato ancora più diffusamente questo tema è finalizzato sia a supportare l’analisi, sia a stimolare una lettura diretta di queste fonti, che spesso forniscono uno scenario sui tempi lunghi tale da illuminare anche il tempo presente. Si precisa che i vari riferimenti storici non hanno un valore sistematico, ma esclusivamente un significato funzionale al tipo di esplorazione che si intende condurre: non si vuole elaborare una storia dell’assistenza[9], della previdenza [10] e della sanità[11], bensì scegliere alcuni dati occorrenti per interpretarne alcune funzioni.

L’assistenza, che si andrà definendo come funzione pubblica tra il XIX e il XX secolo, nasce nel contesto dell’aumento e della concentrazione della popolazione nelle aree urbane ed in connessione allo sviluppo degli stati moderni. L’assistenza mira a prevenire o ad eliminare situazioni di bisogno connesse all’età, a stati di svantaggio fisico e psichico, a condizioni problematiche (come la povertà, gli aiuti in caso di calamità ambientali, le urgenze assistenziali) che non trovano protezione nei normali ambiti di vita.

I contenuti ed i significati del termine “assistenza” si sono evoluti storicamente con molta lentezza. Termini più antichi sono: carità, elemosina, beneficenza, opere di misericordia. In epoca più recente emergono altre denominazioni: opera pia, pia casa, ospizio, confraternita, congregazione di carità. E’ del secolo scorso il concetto di filantropia: lo statista piemontese Cavour definiva l’intervento pubblico come “carità legale”. All’inizio del XX secolo si parla di mutuo soccorso e di previdenza sociale. Il termine “assistenza” entra nel linguaggio legislativo italiano con la trasformazione delle Congregazioni di carità in Enti Comunali di Assistenza (ECA) e solo nel dopoguerra si fa strada quello di “assistenza sociale” ed ancora successivamente quello di “servizi sociali”. A monte di queste trasformazioni terminologiche stanno evidentemente realtà diverse, legate alle società in rapido cambiamento.

Nelle società precapitalistiche (o nelle unioni a basso livello tecnologico che tuttora persistono) non esiste una sfera autonoma che può specificamente essere definita “assistenza” o “beneficenza”: la cura di bambini ed anziani non è un compito autonomo di qualcuno, ma è un aspetto normale del vivere quotidiano di tutti che si compenetra con le altre attività. E’ il gruppo sociale di appartenenza a svolgere, in modi culturalmente determinati, le funzioni educative e quelle di aiuto interpersonale: i rapporti di ricerca degli antropologi culturali sono a questo proposito ricchi di informazioni.

In queste società fortemente integrate la sicurezza della sopravvivenza non é garantita da istituzioni specifiche, ma è ottenuta nel contesto della vita quotidiana del gruppo, attraverso una gestione diretta dei compiti connessi a questa funzione. Bambini e vecchi partecipano al ciclo produttivo e collaborano in base ad assunzioni ed aspettative di ruolo stabilite dall’età e dal sesso, in una forma elementare di divisione del lavoro.

Una chiave esplicativa piuttosto utile per analizzare la storicità delle funzioni assistenziali è quella di ricercare le basi materiali (sociali ed economiche) delle varie trasformazioni che si sono succedute nel corso del tempo.

1.2. Le istituzioni del medioevo

Con riferimento alle società europee, é nel basso Medioevo che si osservano i primi processi di differenziazione delle attività assistenziali. Tale periodo storico appare connotato dalle opere delle Chiese locali e dall’ospitalità data dai monasteri ai pellegrini, ai poveri, ai malati: i grandi sommovimenti sociali, le invasioni ed i cambiamenti dei rapporti produttivi creavano masse bisognose che trovavano nel sistema degli ordini religiosi forme di assistenza organizzata. Con il secolo X, dopo la disgregazione dell’impero carolingio, il feudalesimo ed il sistema signorile modellarono gran parte dell’Europa occidentale:

Il feudalesimo si può in certo modo definire come un assetto sociale basato su un contratto esplicito o implicito. La condizione del singolo dipendeva rigorosamente dalla sua posizione rispetto alla terra, e, reciprocamente il rapporto con la terra determinava i diritti e doveri politici del singolo [12]

L’aumento degli scambi commerciali ed il passaggio dall’autoconsumo ad una maggiore specializzazione produttiva, oltre ad essere alla base del moltiplicarsi delle città, intaccarono l’efficienza dei precedenti rapporti feudali e signorili. In una prima fase le nuove condizioni economiche accrebbero il “potere contrattuale” del signore nella stipulazione di nuovi patti con il servo: tutte le terre migliori erano state occupate ed i nuovi insediamenti dovevano rivolgersi a terre più povere, o sottoporre a sfruttamento più intensivo quelle già coltivate. L’aumento relativo della quantità di lavoro provocò il deterioramento del tenore di vita del lavoratore: il pane divenne più caro ed i salari reali caddero. Il secolo XIII vide contemporaneamente l’inesorabile deterioramento del livello di vita nelle campagne ed una fase di grande espansione del commercio e degli scambi. Ma, essendo l’incremento demografico superiore all’aumento della produttività, si verificò una grande carestia (1315-1317), accompagnata da una serie di epidemie di peste bubbonica e polmonare, a causa delle quali si ebbe una forte contrazione della popolazione:

Il risultato fu che il valore relativo dei prodotti e dei fattori si capovolse. La terra era diventata di nuovo relativamente abbondante e il lavoro più scarso e più caro [...]. La caduta della rendita colpì i signori nel momento stesso in cui la scarsità della manodopera rafforzava il potere contrattuale dei lavoratori. Sotto questa spinta il rapporto servo-signore, che era uno degli elementi costitutivi del sistema signorile, venne gradualmente travolto. La durata dei contratti crebbe e il servo cominciò ad acquisire diritti esclusivi sulla propria terra[13]

Dunque, l’uso della terra passò a vasti gruppi di contadini e questo influenzò direttamente ed indirettamente anche le forme assistenziali dell’epoca:

La chiesa si adoperò per rendere sempre più largo e continuativo il movimento di affrancazione dei servi. Proclamò che la libertà civile del cristiano era sacra ed inalienabile quanto la sua vita stessa e che dovevasi abolire il commercio dei servi come contrario alla dignità ed ai naturali diritti dell’uomo.[...] Non bisogna credere, però, che tale atto di liberalità fosse sempre espressione di uno spirito religioso o umanitario. [...] Anzitutto mediante l’affrancazione i signori erano esonerati dalle cure e dai fastidi della diretta amministrazione dei loro fondi e dal mantenimento da una più o meno numerosa popolazione servile. In secondo luogo, trasformando la maggior parte dei servi in coloni o mezzaiuoli, essi ritraevano dai loro poderi un reddito più sicuro e spesso anche più elevato[14]

Questi mutamenti economici provocarono la nascita di problemi sociali che ebbero ripercussioni sulle forme assistenziali dell’epoca: infatti tutti coloro che non avevano terra quale mezzo di produzione con cui vivere, formarono una vasta popolazione povera e fluttuante (vagabondi, mendicanti, ecc.) che si accalcava alle porte dei conventi e delle chiese:

Il fenomeno del vagabondaggio rispecchiava del resto l’estrema mobilità di una parte della società medievale, la ‘population flottante’: mercanti, sensali, venditori ambulanti e girovaghi (colporteurs),monaci questuanti, o vaganti in fuga dal convento, frati perdonatori e venditori di reliquie, chierici senza patria, poeti cortigiani e cantastorie, studenti itineranti chiedenti la carità muniti della lettera col sigillo universitario, corrieri e cursori, indovini e chiromanti, negromanti ed eretici, settari e predicatori d’ogni ordine e disordine, medicastri e guaritori [...] poi veniva la grande caterva dei pellegrini autentici e no, dei visionari, degli ‘uomini di Dio’, dei giudei erranti e maledetti (e naturalmente dei loro falsificatori) dei mendicanti veri e dei mendicanti falsi (la gueuserie), delle congregazioni di ciechi, degli storpi, degli attratti, dei lebbrosi, dei mercenari[15]

In molti paesi le prime misure contro la povertà furono assunte intorno al 1350:

Ma questa legislazione, che d’altronde rimane spesso inapplicata, non cancella affatto le antiche idee sui diritti sacri del povero quale rappresentante del Cristo sulla terra. Comincia semplicemente a delinearsi una distinzione che avrà molta fortuna nei secoli seguenti, tra poveri ‘buoni ‘ e poveri ‘cattivi’; e i poteri pubblici, almeno, ritengono di usare la massima severità con i secondi. Ma si esita, si va a tentoni. Evidentemente, alla fine del Medioevo non si è ancora deciso quale dei due opposti atteggiamenti adottare[16]

Attraverso questa succinta ricognizione è possibile concludere che la funzione svolta dall’assistenza in epoca medievale è quella di rispondere ai bisogni di coloro che, per motivi diversi, non hanno terra da cui ricavare mezzi di sostentamento:

Privo di terra, il povero non godeva più della protezione della comunità di villaggio, che fino a quel momento anche quando lo disprezzava non l’aveva mai abbandonato. Nella città il povero proveniente dalla campagna era solo un forestiero anonimo, che come mendicante vagabondo poteva diffondere malattie e, ancor peggio, come povero disoccupato poteva causare guai. Di conseguenza, molte città istituirono centri di accoglienza in cui i malati, gli invalidi, i poveri ed i viandanti di passaggio ricevevano assistenza materiale e morale[17]

Fu questa la base materiale per la costruzione di una rete di istituzioni, inizialmente di matrice ecclesiastica,    ma successivamente anche laica:

La carità divenne più marcatamente urbana e attraverso l’iniziativa ecclesiastica o con l’appoggio dei vescovi e dei re, portò ad un inizio di riorganizzazione in nuovi, più grandi ospedali, della rete medievale di piccoli ospizi, le cui rendite erano spesso state distolte dalla loro destinazione originaria. Non sorprende che le città italiane del Centro-nord, dato il loro precoce sviluppo e la loro prosperità, abbiano realizzato le più sofisticate infrastrutture di supporto sia pubbliche che private: i primi monti di pietà d’Europa, ospizi per trovatelli, confraternite specializzate nell’assistenza di gruppi particolari, come i poveri vergognosi, o nell’intervento in momenti speciali del ciclo di vita (doti nuziali, funerali) [18]

Ma ritorneremo ancora su questo tema nel capitolo sugli ospedali.

Con le prime fasi di sviluppo delle moderne società industriali si entra in una nuova fase:

Fu nella prima metà del sedicesimo secolo che i poveri apparvero per la prima volta in Inghilterra: essi si misero in evidenza come individui staccati dal feudo ‘o da qualunque superiore feudale’ e la loro graduale trasformazione in una classe di liberi lavoratori fu il risultato combinato della feroce persecuzione contro il vagabondaggio e della promozione dell’industria domestica che fu sostenuta da una continua espansione del commercio estero. [...] Inoltre mentre i poveri alla metà del sedicesimo secolo rappresentavano un pericolo per la società sulla quale calavano come eserciti ostili, alla fine del diciassettesimo secolo i poveri rappresentavano semplicemente un aggravio fiscale [19]

L’affermarsi del modo di produzione capitalistico e l’interconnessa rivoluzione industriale sono gli eventi che spiegano   l’origine dei fenomeni sociali, politici, e culturali della nostra epoca: anche le odierne istituzioni assistenziali e previdenziali dunque si inquadrano nel contesto di quei profondi mutamenti strutturali.

In termini descrittivi il capitalismo è un sistema economico-sociale fondato sui seguenti fattori: a) è una economia di scambio, nella quale le transazioni non avvengono in natura, ma attraverso la mediazione del denaro; b) sul mercato si scambiano sia le merci, sia le prestazioni lavorative fra una classe di proprietari che hanno bisogno di lavoro per far funzionare le loro imprese e una classe di lavoratori che hanno da vendere solo la loro forza lavoro; c) accumulazione e reinvestimento di capitale nell’ambito dell’impresa; separazione tra lavoro e proprietà privata dei mezzi di produzione e di quelli di distribuzione dei beni e servizi; d) profondo processo di separazione delle attività di scambio dal resto delle attività sociali[20]. Questi caratteri della nuova formazione economico-sociale hanno prodotto cambiamenti a tutti i livelli (agricoltura, artigianato, imprenditoria) ed in particolare sullo stato moderno e nelle politiche sociali.

Il punto chiave agli effetti di questa sintetica rappresentazione del primo enuclearsi delle funzioni assistenziali è il processo di separazione dei produttori (artigiani e servi della gleba) dai loro mezzi di produzione (terra e strumenti di lavoro). Questo fenomeno avvenne nel modo più tipico in Inghilterra, in seguito a radicali mutamenti dell’organizzazione agricola prodotti dal movimento delle enclosures, ossia delle “recinzioni su vasta scala di campi ed altre aree di proprietà demaniale, attuate di solito da ricchi fittavoli o proprietari senza il consenso degli abitanti meno abbienti, che spesso avevano come conseguenza lo spopolamento della contrada” [21]. In tal modo molti piccoli agricoltori vennero trasformati di fatto in mendicanti, che andavano a costituire i primi gruppi di forza lavoro del nascente capitalismo:

Questa massa di proletari vedeva due grandi rischi sulle proprie possibilità di esistenza: il rischio di non trovare compratori cui vendere la propria forza- lavoro, e il rischio di restare, per malattia o vecchiaia o invalidità, priva di forza-lavoro da vendere [22]

Questo tipo di sviluppo socio-economico andò di pari passo con le disuguaglianze sociali. In tale contesto l’emigrazione era un fatto assolutamente normale: sia i poveri delle città che quelli delle campagne lasciavano i propri luoghi d’origine, sperando di trovare altrove un lavoro o qualche forma di assistenza. Le città dell’Europa occidentale dovettero fare i conti con il diffondersi della povertà e si ridussero sempre più a luoghi di sosta provvisori nell’ambito dei vari spostamenti alla ricerca incerta dei mezzi più elementari di sussistenza. Questa moltitudine sempre più numerosa di poveri vaganti (simile al pauperismo medievale e soggetto anch’esso ad una certa mobilità) provocava nei contemporanei orrore e paura. Tali trasformazioni strutturali ebbero anche delle conseguenze sui modelli ideologici e valutativi dei problemi sociali. Il povero nel XVI secolo non venne più visto come il rappresentante di Cristo, ma piuttosto come un pericolo sociale, una fonte di contagio delle malattie ed un fautore di disordini popolari.

E’ da qui che nasce l’interconnessione fra il controllo della povertà e l’organizzazione amministrativa dell’assistenza. La nuova politica assistenziale, comune sia ai paesi protestanti che a quelli cattolici, trova una completa teorizzazione in un libro (uscito a Bruges nel 1526) del gesuita J.-L. Vivès : De Subventione pauperum. Nel libro si attaccano violentemente i ricchi (che preferiscono farsi costruire tombe troppo sontuose anziché fare l’elemosina) ed i poveri (che mendicano simulando le malattie, disturbano le funzioni nelle chiese, si perdono nei vizi). Nell’interesse di entrambi si impone una riforma:

Due assessori municipali con un segretario dovranno visitare tutti i poveri, sia nell’ospizio che a domicilio. Dovranno annotare i loro modi di vivere, i loro bisogni, il numero dei loro figli, i modi di vivere prima di cadere nella miseria, e le circostanze che li hanno condotto alla povertà. I mendicanti dovranno spiegare quali ragioni li portarono ad elemosinare. L’interrogatorio degli ammalati sarà fatto da un medico.

Quando sarà completata l’anagrafe dei poveri, gli assessori comunali incaricati dell’assistenza prenderanno ciascuno una decisione, presa a ragion veduta, senza tener conto di alcuna raccomandazione. I mendicanti sani riceveranno una specie di foglio di via con i mezzi per recarsi ai loro paesi di origine. Gli altri poveri dovranno lavorare o in laboratori o presso privati o al proprio domicilio o mettersi al servizio della città o degli ospedali. Se non conoscono nessun mestiere, dopo un esame attitudinale, se ne insegnerà loro uno.

Per quelli sprovvisti di intelligenza, si troverà un lavoro non qualificato. Quando il bisogno del povero supera il guadagno ottenuto attraverso il lavoro, il di più sarà devoluto all’assistenza.

Né i ciechi, né i vecchi devono rimanere oziosi. I mentecatti dovranno essere trattati con dolcezza e i contagiosi dovranno essere isolati. Bisognerà avere un capitale per pagare i debiti dei prigionieri. Ci sarà un’assistenza per le donne decadute. Ci saranno piani di soccorso per le vittime degli incendi, delle inondazioni, dei naufragi. In tutti i casi l’assistenza deve essere sufficiente e deve sempre condurre al lavoro. ” [23]

Il libro di Vivès espone quello che oggi chiameremmo un programma di politica sociale: centralizzazione dei fondi per l’assistenza, riforma morale, necessità del lavoro (anche coatto), proibizione dell’accattonaggio, ecc.

Queste idee, unite al manifestarsi di carestie ed epidemie rovinose, diedero vita, dal decennio 1520-1530 in poi, ad ordinanze delle autorità centrali con svariate norme che configuravano radicali riforme della politica sociale. In quasi tutte le città predominava il principio della rigida proibizione dell’accattonaggio, per scoraggiare le migrazioni dei poveri ed obbligare quelli in buona salute (indipendentemente dall’età e dal sesso) ad accettare lavori sottopagati. I fondi esistenti vennero centralizzati in vari tipi di casse: common box, gemene beurs, Aumone générale, gemeinen Kasten, ecc. In Francia vennero introdotte delle tasse obbligatorie per i poveri, che inizialmente incontrarono resistenze, ma che poi vennero accettate:

La prima riforma importante del sistema di assistenza nei decenni dal 1520 al 1550 fu caratterizzata da una natura fortemente comunale e da una notevole identità di fini e di metodi. Le autorità civiche subentrarono alla Chiesa nella responsabilità dell’assistenza e tentarono di centralizzare e razionalizzare le risorse dirigendole verso gruppi specifici (specie i minori), ordinando nel contempo l’espulsione dei forestieri, la proibizione dell’accattonaggio, la restrizione della tradizionale accoglienza ai pellegrini e la segregazione in case di correzione degli individui validi [24]

1.3. Il caso storico dell’Inghilterra: la “Poor Law”

E’ in Inghilterra che si trovano riunite tutte le condizioni che favorirono una completa riorganizzazione dell’assistenza: aumento della popolazione e dei prezzi, sviluppo del movimento delle recinzioni, espansione di un’industria tessile rurale che aumentava il numero dei poveri, ecc. Da un importante dibattito parlamentare (1597-98) emerse uno statuto che costituì la sintesi di tutte le precedenti disposizioni in materia di assistenza: questo testo, leggermente modificato nel 1601, e meglio conosciuto come la Poor Law (Legge dei Poveri elisabettiana), divenne permanente nel 1640 e rimase in vigore fino al 1834:

Il sistema, applicabile all’Inghilterra e al Galles, si basava sulla figura degli Overseers of the Poor, controllati a loro volta dai giudici di pace. Una tassa settimanale obbligatoria viene imposta in ogni parrocchia, o, se questa è troppo povera, nel quadro del distretto. Il rifiuto di pagare la tassa comporta il pignoramento e la vendita dei beni, e perfino l’imprigionamento dei recalcitranti. E’ proibito qualsiasi genere di mendicità. La tassa deve servire a tre scopi. I poveri invalidi e i vecchi vengono soccorsi. I bambini poveri vengono inviati ad apprendere un mestiere, fino all’età di 24 anni per i maschi, sino a 21 per le femmine. I poveri validi vengono mandati a lavorare e, a questo scopo, uno dei compiti degli Overseers of the Poor è quello di costituire stocks di materie prime: canapa, lana, filo, ferro [...]. Organizzazione amministrativa della carità, assistenza per mezzo del lavoro, due concetti guida del XVI° secolo, culminano così nella Legge dei Poveri di Elisabetta che poneva in essere un sistema destinato a diventare famoso [25]

Questi tipi di legislazione si inscrivono nella dottrina filosofico-giuridica del giusnaturalismo, che sostiene l’esistenza di norme di diritto naturali, e quindi razionali, che sostituiscono quelle “divine”: inizia l’idea di laicizzazione dello Stato, si dà fondamento umano al potere di chi governa, l’attività del legislatore è vincolata ad alcuni principi universali al di fuori dei quali non esiste legge, ma solo l’arbitrio. E’ bene chiarire che questo iniziale intervento dello Stato “non corrisponde a criteri filantropici e tanto meno sociali, bensì a ragioni di prestigio e di polizia”[26]: esso è funzionale alla necessità di difendere l’ordine pubblico e di garantire la sicurezza delle classi sociali emergenti dal pericolo rappresentato dal pauperismo ed in particolare da quello urbano.

Nell’analisi fin qui condotta, si è cercato di far emergere le strette relazioni fra sviluppo economico, mercato del lavoro ed assistenza:

La formazione del proletariato precedeva la formazione di quel capitale che avrebbe potuto impiegare la forza-lavoro resa disponibile. Ma gli uomini, che di quelle cose erano protagonisti e promotori, erano totalmente incapaci di comprendere quel che avevano scatenato. Reagirono perciò le classi dirigenti, con provvedimenti che da un lato tendevano a reprimere le conseguenze dei fenomeni economici (comminando pene severissime per il ‘reato’ di povertà) e dall’altro lato tendevano ad utilizzare le forze rese disponibili [27]

Questa funzione di controllo sociale, che originariamente assume l’assistenza, è stata oggetto di vari studi storici e sociologici molto unilaterali e riduttivi[28] che hanno amplificato fortemente tale dimensione, talvolta con il risultato di perdere di vista l’articolazione complessiva dell’insieme dei fattori in gioco (economici, giuridico-istituzionali, culturali, ideologici, ecc.).

La legge sui poveri si presta a mostrare come il rapporto fra la dimensione economica e quella istituzionale va sempre visto nella sua globalità. E’ infatti stato osservato che la Poor Law nel corso del tempo risponde ad interessi diversi[29]. Agli inizi serve i proprietari fondiari, poiché ha il significato di tenere in vita la forza-lavoro, trasferendo sulle tasse dei poveri il relativo costo di mantenimento. In seguito, con l’accentuarsi della polarizzazione proletariato-capitale e la formazione di una economia mista di tipo agricolo-manifatturiero,    la stessa legge è funzionale agli interessi della classe lavoratrice, poiché ne aumenta la forza contrattuale sul piano economico, in quanto i suoi mezzi di sussistenza non dipendono solo dalla vendita della forza-lavoro, ma da altre fonti di reddito (il lavoro agricolo, i sussidi, ecc.). In queste condizioni   non sono sufficienti i mezzi economici per trasformare totalmente la forza-lavoro in una merce e a comprimerne il prezzo di mercato, ma occorre ricorrere ad altri mezzi, come il prolungamento per legge della giornata lavorativa:

L’assenza di una legislazione protettiva del lavoro (mancanza di tutela del lavoro infantile, mancanza di limiti massimi fissati alla giornata lavorativa) e la presenza, al contrario di una legislazione oppressiva sul lavoro (legge sul massimo salariale e sulla durata minima della giornata lavorativa) cioè nel complesso la mancata tutela dell’esistenza fisica della classe lavoratrice, è, entro certi limiti, espressione del permanere di vasti strati artigianali, e quindi di una larga zona di classe lavoratrice indipendente; cioè l’intensità della pressione politica, legislativa, amministrativa, nei confronti della classe lavoratrice è in un certo senso la misura dell’incapacità, da parte del capitale ad esercitare una sufficiente pressione economica [30]

1.4. Riorganizzazioni amministrative dell’assistenza

Negli anni successivi al 1790, a causa di una serie di cattivi raccolti e del rialzo dei prezzi connesso alla guerra contro la Francia, si manifestò una crisi economica ed il precedente sistema di distribuzione dei sussidi, destinati ad integrare i salari insufficienti, si rivelò inefficace, in rapporto al suo localismo, ed inadeguato. Ecco allora la legislazione assistenziale ritornare a vantaggio dei padroni, attraverso la Speenhamland Law:

I magistrati del Berkshire riuniti al Pelikan Inn a Speenhamland presso Newbury, il 6 maggio 1795, in un periodo di grave difficoltà, decisero che i sussidi da aggiungere ai salari, avrebbero dovuto essere attribuiti secondo una scala dipendente dal prezzo del pane, in modo da assicurare un reddito minimo ai poveri indipendente dai loro guadagni. [...] Con la legge elisabettiana i poveri erano costretti a lavorare per qualunque salario essi potessero ottenere e soltanto coloro che non potevano ottenere lavoro avevano diritto al sussidio; un sussidio comeintegrazione del salario non fu né pensato né dato. Con la Speenhamland law un individuo veniva aiutato anche se aveva un lavoro fintanto che il suo salario ammontava a meno del reddito familiare che gli era assegnato dalla scala. [...] Nel giro di pochi anni la produttività del lavoro cominciò a sprofondare al livello del lavoro per gli indigenti fornendo ai datori di lavoro un’altra ragione per non aumentare i salari al di sopra della scala [31]

In questo modo la legislazione assistenziale va a vantaggio dei proprietari dei mezzi di produzione, i quali possono pagare salari inferiori al minimo necessario per mantenere in vita i lavoratori, in quanto una parte del salario viene integrata con i sussidi, che sono a carico delle tasse sui poveri:

Ecco come lo stesso strumento, quella forma embrionale di vera e propria “assistenza sociale”, ha servito successivamente tre classi diverse: in primo luogo la classe dei proprietari fondiari, poi la classe lavoratrice, in ultimo la classe capitalista. L”assistenza sociale’ non serve sempre la medesima classe: e non sempre nella medesima misura: serve alla classe che sa usarla, o meglio, aumenta la forza della classe che ha la forza di usarla [32]

In questo quadro storico-sociale, resta ora da conoscere ed interpretare il ruolo giocato dalle cosiddette Workhouses (case di lavoro), di cui si parlerà ancora quando verrà trattato il tema delle origini degli ospedali. La politica assistenziale del XVII secolo é stata vista anche nei termini di un “grande internamento” [33], poiché strutture che svolgevano questa funzione sorsero in tutta Europa con denominazioni diverse: tuchthuizen (in Olanda), hopitaux généraux (in Francia), zuchthausern (in Germania):

Queste istituzioni, in gran parte case di correzione, in parte sedi di attività artigiane centralizzate, erano sorte con lo scopo di isolare tutti  quei gruppi sociali che si supponeva fossero più inclini all’ozio ed al disordine, e specialmente accattoni e vagabondi, per disciplinarli per mezzo di un severo regime a base di lavoro ed istruzione morale, in modo da trasformarli in manodopera disciplinata ed utile. Certo non tutti i disoccupati potevano essere messi al sicuro in queste istituzioni. Come ‘case del terrore’, comunque, esse offrivano la possibilità di un risparmio indiretto nell’assistenza e nuovi stimoli al mercato del lavoro [34]

L’internamento non é in linea di principio, obbligatorio.”Ma il povero che rifiuta di entrare in una workhouse viene privato dei soccorsi parrocchiali distribuiti dagli Overseers of the Poor; e la mendicità è, naturalmente, proibita!” [35]

Da quanto detto, appare abbastanza chiaro che nel passato la legislazione assistenziale si è trovata al centro di interessi contrastanti. Da una parte doveva contribuire a mantenere in vita, a spese di tutte le classi da cui venivano prelevate le tasse, la forza-lavoro che si rendeva necessaria per l’industria in formazione. D’altra parte il livello minimo vitale concesso nelle workhouses non doveva essere più allettante di un basso salario unito ad una lunga giornata lavorativa: i poveri dovevano essere così atterriti dalla prospettiva di finire in questi luoghi, da accettare di essere avviati al lavoro con un salario più basso possibile. Va ricordato che queste politiche sociali incontrarono opposizioni fra i contemporanei. Dal punto di vista degli interessi dei proprietari fondiari e del movimento religioso puritano   si può ricordare lo scrittore inglese Daniel Defoe, che riteneva le workhouses dannose per l’occupazione:

Supponiamo ora che una workhouse per l’impiego dei bambini poveri li metta a filare lana pettinata. Per ogni matassa di lana che questi poveri bambini filano, ci dovrà essere necessariamente una matassa di lana in meno filata da qualche altra parte e cioè da qualche povera famiglia o persona che la filava prima [36]

Le sue critiche non ebbero alcun effetto pratico, in quanto il doppio sistema dei sussidi e delle workhouses era ancora funzionale alla formazione del mercato del lavoro. Quando la sola concorrenza tra i venditori della forza-lavoro fu sufficiente a garantirne un progressivo abbassamento del prezzo la legislazione assistenziale, che aveva retto sino ad allora, divenne un ostacolo ed infatti negli anni 1832-1834 venne riformata:

Sotto Speenhamland la società si trovava nel contrasto di due opposte tendenze, l’una che emanava dal paternalismo e proteggeva il lavoro dai pericoli del sistema di mercato, l’altra che organizzava gli elementi della produzione, inclusa la terra, in un sistema di mercato, privando la gente comune del suo status precedente e obbligandola a guadagnarsi la vita offrendo in vendita il proprio lavoro, privando nello stesso tempo quest’ultimo del suo valore di mercato.Si andava creando una nuova classe di datori di lavoro, ma non poteva formarsi una nuova classe di lavoratori. [...] Con il 1834 si formò la convinzione generale, e tra molte persone ragionevoli, una convinzione appassionatamente sostenuta, che tutto era preferibile alla continuazione dei metodi di Speenhamland. O si sarebbero dovute demolire le macchine come avevano tentato di fare i luddisti, o si doveva creare un regolare mercato del lavoro [37]

In conclusione, la politica assistenziale si è intrecciata continuamente al problema del mercato del lavoro: inizialmente per crearlo, successivamente per agire sull’andamento dei salari.

Nel momento storico in cui la sola azione del mercato è sufficiente a stabilire le relazioni fra le classi, ed in particolare quella fra i proprietari dei mezzi di produzione e il proletariato, si entra in una nuova fase dell’evoluzione dei sistemi di sicurezza sociale, consistente nella creazione della “previdenza sociale”, che si affianca alla “assistenza”.

Bibliografia

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WOOLF S.J. (1988), Porca miseria poveri e assistenza nell’età moderna, Laterza, Bari


[1] Webster’s Third New International Dictionary(1993), Konemann, Cologne

[2] Cfr,. GALLINO L. (1978),  Dizionario di sociologia, Utet, Torino, p. 438

[3] Cfr. HILL M. (1999), Le politiche sociali: un’analisi comparata, Il Mulino, Bologna, p. 38

[4] Cfr. Buti ., Franco ., Pench L.R. (1999), p. 80

[5] Wilensky H.L., Luebbert G.M., Reed Hahn S., Jamieson A. M. (1989). Per una rassegna delle definizioni di Politica sociale si vedano i seguenti testi: Donati P.P (1993), Girotti F. (1998), Tognetti Bordogna (1998)

[6] Si veda anche MOZZANICA C.M. (1998),

[7] La sintetica definizione fa riferimento alla scuola di sociologia urbana francese ed in particolare a Paul Henry Chombart De Lauwe. Una trattazione  è contenuta in GASPARINI A., La casa ideale, Marsilio, Padova 1975 p. 31-52

[8] Elaborato sulla base di: HOLLAND W. W., GILDERDALE S. (1973), New concepts of management in the NHS 1973

[9] In proposito si veda: Ritter (1996);  Mollat M. (1983); Cherubini A. (1958);

[10] Cherubini A., Storia della previdenza sociale (1977)

[11] Cfr Cap. 3

[12] In North D.C. e Thomas R.P. (1976), p.15.

[13] Cfr. Ivi, p.20.

[14] In Lo Monaco – Aprile A.,  La solidarieta’ umana nella sua evoluzione storica, a cura dell’Associazione Nazionale Enti di Assistenza, Edizione “Il Supplemento di Solidarietà Umana”, Milano 1950, pagg. 69 – 70

[15] L’articolata e colorita descrizione di queste figure sociali (ma l’elenco citato é solo una parte): é in : Camporesi P. (a cura di.) (1973), pp.  XXII-XXVII.

[16] Cfr. Gutton J.P.(1977) p.78-79.

[17] Cfr. S.J. Woolf (1988), p. 23

[18] Cfr. S.J. Woolf (1988), p, 23

[19] Cfr. K. Polanyi (1974), pp. 132-3

[20] Per una analisi approfondita si veda: Bagnasco A., Barbagli M., Cavalli A. (1997), pp. 43-72

[21] Cfr. Lis, Soly, op.cit, p. 91. Per altre informazioni sul tema: : Gutton, op. cit., pp. 31 e 91.

[22] Cfr. L. Conti (1958), p. 6

[23] Cfr G. Cattaui De Menasce (1963), p. 82-3

[24] Cfr. Woolf, op. cit., p. 26

[25] Cfr. Gutton. op. cit., p. 93

[26] Cfr. A. Cherubini, op. cit., p. 63

[27] Cfr. L. Conti, op. cit. p.7

[28] Un saggio che radicalizza in modo estremistico questo punto di vista   é: F.F. Piven, R.A. Cloward , Assistenza e ordine sociale, in M. Ciacci, V. Gualandi (a cura di ) (1977),  in La costruzione sociale della devianza,,  Il Mulino, Bologna 1977, p.308-330

[29] Cfr. L. Conti, op. cit., p. 7

[30] Cfr. L. Conti, op.cit., p. 13

[31] Cfr. K. Polanyi (1974), pp. 100-2

[32] Cfr. L. Conti, op. cit., p. 14

[33] Sul tema un  fondamentale libro di riferimento è: M. Foucault (1976), Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano

[34] Cfr. Lis, Soly, op.cit, p. 163

[35] In J. P.Gutton, op.cit., p.103. Si veda anche: CHERUBINI A.,op.cit.,p.14 e Cattaui De Menasce, La solidarieta’ umana, op.cit., p.93

[36] Cfr. D. De Foe (1982) , Fare l’elemosina non è carità, dare lavoro ai poveri è un danno alla nazione, Feltrinelli,  Milano, p, 77

[37] Cfr. K. Polanyi, op.cit. pp. 103-4

La giornata lavorativa nel Settecento, di babilonia61


Sebbene la situazione variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.
Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio

….

segue qui:

La giornata lavorativa nel Settecento « babilonia61.

Popolazione italiana ed europea nel XVIII secolo, di babilonia61


Dopo le pesti del 1630 e del 1656, e la terribile guerra dei Trent’anni che, sebbene toccando poco l’Italia, avrà pur sempre una ripercussione indiretta, la popolazione italiana ed europea in generale iniziò la sua corsa demografica che, a vicende alterne, continua ancora oggi.

…. segue

leggi l’intero articolo qui: Popolazione italiana ed europea nel XVIII secolo « babilonia61.

Lupo, S. Il passato del nostro presente. Il lungo Ottocento 1776-1913, Editori Laterza


Lupo, S.
Il passato del nostro presente
Il lungo Ottocento 1776-1913
Argomento: Storia

Questo volume disegna un ponte tra l’antico regime e la modernità: il lungo Ottocento, il periodo tra le rivoluzioni (americana e francese) e la prima guerra mondiale. È il luogo di formazione delle nostre idee e del nostro mondo, di cui però non va nascosto il carattereantico, in cui vanno riconosciute tutte le incrostazioni di una storia secolare. La scintilla dell’industrializzazione genera soggetti sociali nuovi, anche se al centro della scena rimangono protagonisti che poco hanno a che fare con essa: aristocratici, proprietari fondiari, professionisti, contadini, artigiani. Si affermano le idee di libertà, democrazia, diritti individuali, ma persistono imperi antichi e se ne formano di nuovi. Nel momento in cui l’eguaglianza viene posta a fondamento della vita collettiva, viene con altrettanta forza giustificata l’ineguaglianza, a tutela delle gerarchie che regolano il funzionamento della società. Prospettive di verse, in apparenza incompatibili, si sovrappongono formando un mix complesso che tocca ancora al nostro tempo sciogliere.

La società italiana nella letteratura scientifica tra fine ’800 e metà ’900, a cura dell’ IAS Istituto per gli Affari Sociali


La società italiana nella letteratura scientifica tra fine ’800 e metà ’900

Mostra "Il welfare nei libri"

Mostra bibliografica organizzata dall’IAS presso la Biblioteca Angelica di Roma

Dal 19 al 30 aprile 2010, presso la Biblioteca Angelica di Roma ex Convento dei padri agostiniani, l’Istituto per gli Affari Sociali organizza la mostra bibliografica La società italiana nella letteratura scientifica tra fine ’800 e metà ’900″.
 
In esposizione una selezione di documenti patrimonio della biblioteca dell’IAS e facenti parte della storia dell’Ente di quasi un secolo: libri del fondo antico, lastre fotografiche e manifesti di campagne sociali che documentano l’interesse letterario a tematiche sociali e medico-sociali tutt’oggi di grande attualità.

 

La mostra sarà inaugurata il 19 aprile con un seminario di studio che si concluderà con la premiazione dei vincitori del concorso nazionale per le scuole superioriLa società italiana negli ultimi 100 anni. Leggila nei libri, illustrala come vuoi.

Per tutta la durata della mostra sono previsti percorsi didattici di approfondimento – con giochi a premi – per le scuole primarie (2°ciclo), medie e superiori, su alcuni temi tra cui razzismo, immigrazione, alimentazione, sport, ambiente. La partecipazione è gratuita ma è obbligatoria la prenotazione.

Sede
Galleria della Biblioteca Angelica
Via di S. Agostino, 1 – Roma
Orari di ingresso
lunedì e venerdì: ore 10:00-16:00
martedì – mercoledì – giovedì: ore 10:30-13:30 e 15:30-18:30
sabato: ore 10.00-13.30
Prenotazioni e informazioni
Segreteria della Mostra – Istituto per gli Affari Sociali
tel. 06 3221898 – 06 3224358 – 06 3200642/3
E-mail: sbde@istitutoaffarisociali.it
 

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27 Gennaio 2009: nel Giorno della Memoria Carlo Rivolta legge ed intrepreta I sommersi e i salvati di Primo Levi



L’Eternità?

L’eternità esiste nella Voce di Carlo Rivolta che legge ed interpreta, in una serata unica sulla faccia della terra:


I sommersi e i salvati
di Primo Levi

Devi immaginare una sala che improvvisamente si fa buia …. dal fondo Carlo Rivolta, vestito di leggerissimi indumenti bianchi, avanza con una candela in mano … e poi, dal silenzio, questa voce:

I sommersi e i salvati

Vai al sito in memoria di Carlo Rivolta, curato dalla moglie Nuvola de Capua

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Gianni Silei, Le radici dell’incertezza. Storia della paura tra Otto e Novecento : Tau Zero


Le radici dell’incertezza.
Storia della paura tra Otto e Novecento

Piero Lacaita Editore
Collana “Società e Cultura” – 2008 – 2009, pp. 440

Paura, insicurezza ed incertezza sono alcune delle categorie interpretative più utilizzate per spiegare il carattere delle società avanzate all’inizio del terzo millennio.L’apparente pervasività di questi sentimenti nell’immaginario collettivo occidentale è certamente il frutto di
fattori sociali, economici, politici di straordinaria rilevanza, così come di una “cultura di massa della paura”, alimentata da finalità commerciali, di intrattenimento ma, soprattutto, politiche. Viene però da chiedersi fino a che punto questa “società dell’incertezza” possa
ritenersi davvero un tratto esclusivo della post-modernità o se, invece, paura, angoscia e più in generale il senso di “insicurezza sociale” non siano piuttosto sentimenti collettivi emersi più volte nel corso della storia, nel momento in cui una comunità ha di volta in volta elaborato un particolare allarme sociale.

Partendo da questo assunto, il volume ricostruisce le principali paure e insicurezze collettive nell’immaginario occidentale tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento. I tratti originari della paura che pare caratterizzare la società contemporanea – è una delle tesi del libro – vanno in parte ricercate proprio in questo periodo di radicali ed importanti cambiamenti. La Belle Époque, stagione solo in apparenza caratterizzata dal trionfo dell’ottimismo, si rivela così in tutta la sua importanza non solo in quanto definitiva transizione verso la modernità ma anche perché rappresenta una vera e propria “fase formativa” della sensibilità e dell’immaginario collettivo contemporanei. È in questo periodo, infatti, che si assiste alla “nascita sociale” di molte delle paure del Novecento, ed è sempre in questo stesso periodo che si assiste alla “costruzione” e diffusione delle paure che attanaglieranno l’uomo moderno e, in parte, anche quello “post-moderno”.


INDICE DEL VOLUME

Introduzione
Capitolo 1: Scontro di Civiltà
1.1. Il pericolo giallo
1.2. Invasioni

Capitolo 2: Terrorismo e complotti
2.1. L’incubo della rivoluzione
2.2. Il complotto ebraico

Capitolo 3: Vagabondi, criminali, assassini
3.1. Classi pericolose
3.2. Il brivido del delitto

Capitolo 4: Malattia e morte
4.1. Pandemie
4.2. L’aldilà

Capitolo 5: L’inconoscibile
5.1. Magnetizzatori, maghi e occultisti;
5.2. Altri mondi

Capitolo 6: Le vertigini del progresso
6.1. Il vaso di Pandora
6.2. Jihad antimacchinista

Capitolo 7: L’incertezza del futuro
7.1. Viandanti in un mare di nebbia
7.2. Un uomo nuovo per un secolo nuovo

Capitolo 8: Catastrofi e Apocalisse
8.1. Disastri
8.2. Fine del mondo o fine di un mondo?

Leggi l’Introduzione (in formato pdf) >

Recensioni
Valerio Castronovo
, Belle époque della paura, Il Sole 24 Ore
Claudio Siniscalchi,
La faccia feroce dell’età del divertimento, Libero


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Le radici dell’incertezza. Storia della paura tra Otto e Novecento : Tau Zero

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Tony Judt L’età dell’oblio Sulle rimozioni del ’900 trad. di P. Falcone


Tony Judt

L’età dell’oblio
Sulle rimozioni del ’900
trad. di P. Falcone

Edizione   2009
Collana   i Robinson / Letture
ISBN   9788842088806
Argomenti   Attualità politica ed economica
Attualità culturale e di costume
Storia contemporanea
 
Clicca per ingrandire   
pp. 494 | € 20,00 |  Acquista | Controlla il carrello

In breve

Un lavoro superbo di sintesi, analisi e riflessione. Timothy Garton Ash, “The Times Literary Supplement”

Davvero superbo, un’opera magnifica. È difficile immaginare come scrivere meglio – e in modo più comprensibile – la storia della rinascita dell’Europa dalle ceneri del 1945. Un vero e proprio capolavoro. Ian Kershaw, autore di Hitler e l’enigma del consenso

Questa è storia dal volto umano. Un’opera insuperabile. Norman Davies, “The Guardian”

Un libro davvero notevole, lucido ed energico. Talmente vasto da lasciare ammirati. Marina Warner, “The Observer”

Magistrale e coinvolgente. Uno splendido libro cui nessuna recensione potrà mai rendere giustizia. Geoffrey Wheatcroft, “The Spectator”

Indice

Ringraziamenti – Introduzione. Il mondo che abbiamo perduto – Parte prima: Il cuore di tenebra – I. Arthur Koestler, l’intellettuale esemplare – II. Le verità elementari di Primo Levi – III. L’Europa ebraica di Manès Sperber – IV. Hannah Arendt e il male – Parte seconda: La politica del compromesso intellettuale V. Albert Camus: «l’uomo migliore di Francia» – VI. Elucubrazioni: il «marxismo» di Louis Althusser – VII. Eric Hobsbawm e il fascino del comunismo – VIII. Addio a tutto quello? Leszek Ko¢akowski e l’eredità marxista – IX. Un «papa di idee»? Giovanni Paolo II e il mondo moderno – X. Edward Said: il cosmopolita senza radici Parte terza: «Lost in transition»: luoghi e memorie XI. La catastrofe: la caduta della Francia, 1940 – XII. «A` la recherche du temps perdu»: la Francia e il suo passato – XIII. Lo gnomo in giardino: Tony Blair e il «patrimonio» britannico – XIV. Lo Stato senza Stato: perché il Belgio è importante – XV. La Romania tra Europa e storia – XVI. Una vittoria oscura: Israele e la Guerra dei sei giorni – XVII. Il paese che non voleva crescere – Parte quarta: Il (mezzo) secolo americano XVIII. Una tragedia americana? Il caso di Whittaker Chambers – XIX. La crisi: Kennedy, Krusciov e Cuba – XX. L’illusionista: Henry Kissinger e la politica estera americana – XXI. Di chi è questa storia? La Guerra Fredda in retrospettiva – XXII. Il silenzio degli innocenti: sulla strana morte dell’America liberale – XXIII. La buona società: Europa contro America – Congedo. La questione sociale rediviva – Note – Fonti dei saggi – Indice analitico

Laterza

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L’Archivio dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze: inventario online


La raccolta documentaria che costituisce l’Archivio storico dell’Istituto degli Innocenti rappresenta un patrimonio unico nel suo genere per completezza cronologica e varietà di contenuti. Tale ricchezza, costituita da ben 13.537 unità, testimonia la vita dell’antico Ospedale a partire dalla sua edificazione e quella di innumerevoli altri enti, famiglie e personaggi la cui memoria scritta pervenne, con i loro patrimoni, agli Innocenti nel corso dei secoli.

Tra le serie documentarie di notevole rilievo per la storia dell’Ospedale e per quella della sua attività assistenziale, prodotte in gran parte sotto il Patronato dell’Arte della Seta (secc. XV-XVIII), sono particolarmente preziose quelle dei Libri della muraglia (1419-1582), che testimoniano l’accrescimento della Fabbrica brunelleschiana; dei Libri dei privilegi (secc. XV-XVIII) concessi dal Comune all’antico Ospedale; delleDeliberazioni degli Operai (1575-1791), preposti alla gestione dell’Ente; dei registri di Balie e bambini (1445-1950), testimonianti la continuità dell’attenzione ai bisogni dell’infanzia nel corso dei secoli e attraverso le varie forme di governo istituzionale.

Tra i fondi documentari degli Enti aggregati agli Innocenti, tutti di notevole interesse storico, sono particolarmente noti quelli dell’Ospedale di san Gallo (1218-1488), della Badia di Fiesole (1393-1782) del monastero di san Salvatore a Settimo. Di quest’ultimo, in particolare, ci sono pervenuti gli Antifonari (secc. XIV-XVII) corredati da miniature di ottima fattura trecentesca e quattrocentesca, conservati nel Museo dell’Istituto.

Tra le tante memorie familiari ed aziendali pervenute per via ereditaria, rivestono uno speciale interesse per la Storia economica e sociale quelle dei numerosi mercanti, imprenditori e banchieri, attivi in ambito nazionale ed europeo tra il XV e il XVI secolo, conosciuti agli studiosi col nome di Estranei: i Banchi, i Cambini, i Salutati, i Gondi, i Guadagni, i Ridolfi, i Della Casa, per citare i più noti, attivi a Firenze tra XV e XVI secolo.

L’inventario online permette di apprezzare la complessità dell’Archivio, specie grazie alla modalità di visualizzazione dei risultati delle ricerche. Infatti, come indicato nella pagina introduttiva alla consultazione, partendo da un qualsiasi elemento (fondo, sezione, settore o unità archivistica) è possibile orientarsi anche visivamente nell’organizzazione dell’intero piano gerarchico.

URL: <http://www.istitutodeglinnocenti.it/culturali/archivio.jsf?l>

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Recensioni di Storia – storia, storiografia


recensioni di storia .net

vuole essere una rivista capace di costruire un luogo virtuale in cui sia possibile mettere in contatto il maggior numero di giovani studiosi di discipline storiche  desiderosi di promuovere e sostenere un aperto dibattito storiografico. Contro la frammentazione e la dispersione in cui si trovano le nuove generazioni di storici, spesso privati di strumenti e risorse necessari ad un adeguato sviluppo della propria attività di ricerca, la rivista vorrebbe costituirsi come una rete nazionale ed internazionale fatta soprattutto di ricercatori disposti a prendere parte ad un confronto plurale su temi e metodologie della ricerca storica.
Lo strumento che si vuole privilegiare per raggiungere queste finalità è quello della recensione. Strumento che sembra aver progressivamente perduto la sua originaria qualità di giudizio articolato e competente e a cui vogliamo assegnare il compito di suggerire riflessioni, di fornire suggestioni e di indicare nuovi percorsi di ricerca.
recensionidistoria.net vuole inoltre offrire una serie di servizi agli studiosi, dando notizia dei concorsi accademici, delle borse di studio dei principali istituti o delle principali fondazioni nazionali e presentando rassegne aggiornate delle ultime pubblicazioni monografiche e periodiche.

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