Fulvio Conti, Gianni Silei Breve storia dello Stato sociale Nuova edizione, Carocci editore


Breve storia dello Stato sociale

Fulvio ContiGianni Silei

Breve storia dello Stato sociale

Nuova edizione

EDIZIONE: 2013

COLLANA: Studi Superiori (892)

ISBN: 9788843069040

  • Pagine 256
  • Prezzo€ 21,00
  • in libreria dal 16 maggio

In breve

Gli autori ricostruiscono la storia dello Stato sociale in una prospettiva comparata e di lungo periodo: dall’analisi delle forme di assistenza ai poveri nell’Inghilterra elisabettiana alla diffusione delle assicurazioni occupazionali nella Germania di Bismarck e nel resto d’Europa; dalla nascita del concetto di sicurezza sociale nell’America di Roosevelt alla strada seguita in quegli anni dagli Stati totalitari, alle alterne vicende del welfare state nel mondo occidentale. Nella nuova edizione rivista e aggiornata il libro illustra, infine, i nuovi sentieri che lo Stato sociale ha cominciato a percorrere per rispondere alle sfide dei grandi cambiamenti sociali, economici e demografici oggi in atto. Sopravviveranno i sistemi di welfare all’onda d’urto della crisi economica e al perdurante appeal delle teorie neoliberiste? Gli autori propendono per una risposta positiva e ne individuano le ragioni in due aspetti che da sempre rappresentano altrettanti elementi fondativi dello Stato sociale: la sua flessibilità, l’attitudine cioè a intercettare i mutevoli bisogni della società modificando nel tempo gli ambiti di tutela, e soprattutto la sua funzione di difesa rispetto ai traumi politici e sociali prodotti da un mondo sempre più insicuro

Carocci editore – Breve storia dello Stato sociale.

La nascita dei Monti di pietà nel ’400 – di Gaspare Armato in Babilonia61


Diamo un’occhiata ai Monti di Pietà, alla loro nascita, al loro sviluppo e, visto che ci siete, scaricate (con lo stesso link di sotto) la relativa monografia de “Il denaro nell’età moderna“, è tutta vostra.

La nascita dei Monti di pietà nel ’400.

Gianfranco Giudice Un manicomio di confine Storia del San Martino di Como intr. di V. A. Sironi, fotografie di G. Angri, 2009


Un manicomio di confine
Un manicomio di confine
Storia del San Martino di Como
intr. di V. A. Sironi, fotografie di G. Angri
con ill.
Edizione: 2009
Collana: Storia della medicina e della sanità
ISBN: 9788842090458
Argomenti: Medicina e sanità: storia e saggi
  • Pagine: 316
  • Prezzo: 24,00 Euro
  • Acquista

In breve

Una storia particolare assume il valore di un modello più generale per capire la grande storia delle istituzioni psichiatriche. È quella del San Martino di Como, un manicomio di confine: un confine geografico (quello della frontiera con la vicina Svizzera) con le storie biografiche dei tanti emigrati ‘disadattati’ da una esistenza lavorativa e umana che assomigliava più a una non-vita che a una vita; un confine territoriale (quello tra la città, il suo territorio e l’istituzione) che ha segnato – anche qui come altrove – l’emarginazione urbanistica dei ‘folli’ dal contesto cittadino; un confine nosografico (quello dei disturbi mentali) che ha determinato, sul piano dell’evoluzione storica della tassonomia psichiatrica, classificazioni legate più a categorie morali che sanitarie; un confine ideologico (quello tra medicina e metafisica) che ha scandito la nascita della psichiatria

da   Editori Laterza :: Un manicomio di confine.

Giovanni Savignano, L’Anopheles, l’assistenza sanitaria in Italia dagli Stati pre-unitari al governo Monti, Gruppo il Sole 24 ore, pagg XVI-210 – G. Savignano – Libri Sanità – Shopping 24


vai a    L’Anopheles – G. Savignano – Libri Sanità – Shopping 24.

Gianfranco Cordì. La prospettiva di Oswald Spengler (su Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale), in TELLUS folio


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l’autore ci informa che: «una volta che lo scopo è raggiunto e che l’idea è esteriormente realizzata nella pienezza di tutte le sue interne possibilità, la civiltà d’un tratto s’irrigidisce, muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, essa diviene civilizzazione». La civiltà occidentale ha subito dunque proprio questo destino, è stata condotta lungo questa strada, ha raggiunto tale «stadio necessario». «Stadio», tra l’altro, che la «riguarda esclusivamente» e che «si distingue da altri consimili solo per la sua estensione». Il terreno adesso è pronto per l’idea finale. Spengler dice che la «civilizzazione» è «il senso di ogni tramonto nella storia, il senso del compimento interno ed esterno, dell’esaurimento che attende ogni civiltà vivente». L’Occidente sta per tramontare perché esso è giunto al suo «inevitabile destino». Il suo culmine costituisce anche la sua fine (il suo «tramonto», la sua dissoluzione). L’idea di Spengler è che «inversione di tutti i valori: questo è il carattere più intimo di ogni civilizzazione. Si comincia col dare una diversa impronta a tutte le forme della preesistente civiltà, col capirle e con l’adoperarle in altro modo. Non si crea più, ci si limita a cambiare il senso di quel che esiste. In ciò sta l’aspetto negativo di tutte le epoche di tale tipo. Esse presuppongono come avvenuto l’atto propriamente creativo. Esse raccolgono la mera eredità di grandi realtà».

vai all’intero articolo qui: TELLUS folio.

L’esclusione: una questione di spazi. recensione di STORIA DELLA FOLLIA NELL’ETÀ CLASSICA di Michel Foucault , di Livio Santoro, in quaderni d’altri tempi 35


LETTURE / STORIA DELLA FOLLIA NELL’ETÀ CLASSICA


di Michel Foucault / Rizzoli, Milano, 2011 / pp. 832, € 12,90


L’esclusione: una questione di spazi

di Livio Santoro

vai a: quaderni d’altri tempi 35.

Radio3, Cose nostre, 20 oggetti della vita italiana raccontati da Peppino Ortoleva da lunedì 26 settembre a venerdì 21 ottobre


20 oggetti della vita italiana

raccontati da Peppino Ortoleva

da lunedì 26 settembre a venerdì 21 ottobre

A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il programma esplora le nuove abitudini che, senza parere, si sono insediate nella vita quotidiana degli italiani e che sono ancora le nostre senza che sappiamo da dove vengano e senza chiederci il loro senso.

1. La gomma da masticare

 2. Le calze di nylon

 3. Il rasoio elettrico e le lamette da barba

 4. Tv in casa. Transistor in giro

 5. I jeans

 6. La lavatrice

 7. La vita sessuale nell’età della pillola

 8. Metamorfosi dei punti di vendita

 9. Barbie e i nuovi giocattoli

10. Usa e getta

11. La macchina duplicatrice

12. Ristoranti cinesi e gusto dell’esotico

13. Videogiochi, cartoni e figurine

14. Gli orologi come gadget

15. L’informatica nelle case

16. L’hamburger come alimento e come simbolo

17. Il telefonino

18. Dal videoregistratore all’home theatre

19. Numeri da ricordare, antifurti, ossessione per la sicurezza

20. Il vintage  

Vedi anche:

The Spirit of Welfare: le matrici religiose dei welfare in Europa, convegno 11 Novembre 2011 – h 9.00 – 18.00 Sala dei Poeti, Facoltà di Sociologia Alma Mater Studiorum – Università di Bologna Strada Maggiore 45, Bologna


The Spirit of Welfare: le matrici religiose dei welfare in Europa

November 11, 2011

Data e luogo del convegno
11 Novembre 2011 – h 9.00 – 18.00
Sala dei Poeti, Facoltà di Sociologia
Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Strada Maggiore 45, Bologna

Abstract submission - Scadenza: 30 Settembre 2011

Programma preliminare

Registrazione


Recenti ricerche sostengono che le diverse tradizioni religiose degli stati-nazione europei hanno influenzato lo sviluppo dei sistemi nazionali di welfare.

Philip Manow, professore all’Università di Costanza, sostiene che mentre il Luteranesimo incoraggia programmi di welfare gestiti dallo stato, il protestantesimo riformato li contrasta o li ritarda.

Il cattolicesimo romano sarebbe responsabile di un tipo specifico di welfare state che egli definisce “conservatore”.

L’obiettivo di questo convegno è di discutere queste tesi e di verificare:

a) se e come possano essere “dimostrate”, utilizzando le metodologie delle scienze storiche, politiche e sociologiche;

b) quali siano le condizioni economiche, sociali, politiche che hanno facilitato, attenuato oppure ostacolato l’influenza delle tradizioni religiose sul modello di welfare state;

c) se anche nel caso dei welfare state si possa sostenere una path dependece, per cui, al di là del processo di secolarizzazione e di laicizzazione dello stato, l’influenza del fattore religioso continui a condizionare le scelte di cambiamento/rifondazione dei sistemi nazionali di welfare.

SEGRETERIA ORGANIZZATIVA
Social Economy and Civil Society IRT
secsirt@unibo.it
Tel. 051 2099312/98601

www.secs.unibo.it

da : THE SPIRIT OF WELFARE.

Valeria P. Babini, Liberi tutti Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento


V.P. BABINI

Liberi tutti

Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento

Collana “Storica paperbacks”

pp. 384, DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE
978-88-15-14950-3
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 22/09/2011

Copertina 14950


Premio in psicologia e psichiatria “Sante de Sanctis”.

“Un libro destinato a rimanere come un punto di riferimento per gli studi ma anche capace di coinvolgere il lettore” (Giuseppe Berta)

Il 21 aprile 1980 chiude il manicomio di Trieste. Per la prima volta un ospedale psichiatrico viene dichiarato soppresso. La legge 180, approvata due anni prima, ha aperto una nuova epoca nella cura delle malattie mentali. E’ il punto d’arrivo di un percorso che, dagli inizi del Novecento, ha interessato l’intera società italiana. Riportando le voci di chi ne fu testimone e attore – medici, giornalisti, fotografi, scrittori, registi, ma anche ex degenti e cittadini – il libro racconta momenti e personaggi di una straordinaria vicenda che, con il nome di Basaglia, farà il giro del mondo. Nel rievocare i traumi da trincea della Grande guerra, l’invenzione italiana dell’elettroshock, la “follia” di Violet Gibson (attentatrice di Mussolini), la scoperta degli psicofarmaci, i primi reportage sui manicomi come lager, la rivoluzione psichiatrica, l’approdo alla 180, questa ricostruzione, appassionante e documentata, mostra come la questione psichiatrica abbia rappresentato un momento centrale della storia d’Italia nel suo cammino verso la democrazia.

Valeria P. Babini insegna Storia della psicologia nel Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna. Con il Mulino ha pubblicato “Tra sapere e potere” (con M. Cotti, F. Minuz, A. Tagliavini, 1982), “La vita come invenzione” (1990) e “Il caso Murri” (2004).

Volumi – V.P. BABINI, Liberi tutti.

Cosmacini, G. L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi


Cosmacini, G.
L’arte lunga
Storia della medicina dall’antichità a oggi
Argomento: Scienze, Storia
nuova edizione

Cosmacini è medico ma anche filosofo. Come avvertiva Ippocrate, infatti, il medico deve spiare non solo i segni del male sul corpo del paziente, ma anche «i discorsi, i modi, i pensieri, il sonno e l’insonnia» e forse anche «i suoi sogni».
Giulio Giorello, ”Corriere della Sera”

Dalla mitologia curativa degli dèi d’Olimpo ai guaritori e ai curanti dell’antico Egitto e di Babilonia, dalla medicina greco-romana a quella dell’Islam, dalla scienza medica medievale al ‘rinascimento’ medico del Seicento, dalla ‘polizia medica’ settecentesca alla ottocentesca ‘medicina politica’, dall’igiene alla sanità pubblica, dalla ‘rivoluzione terapeutica’ alla biotecnologia, all’ingegneria genetica, alla chirurgia estetica: la storia della medicina è antichissima, ed è modernissima, coinvolgendo oggi la durata e la qualità della vita umana, chiamata a confrontarsi con una longevità che ha ridefinito l’esistenza stessa.

Statistiche storiche


Statistiche storiche

Il Sommario delle statistiche stroriche dal 1861 al 2010 consentirà di ripercorrere la storia del Paese in questo arco temporale attraverso un ampio numero di serie storiche di dati, appositamente ricostruite per l’anniversario, su temi ambientali, sociali, economici e demografici.

L’albero genealogico delle rilevazioni a corredo del volume permetterà di ricostruire la storia delle fonti e della produzione statistica ufficiale.

Il Data Warehouse che verrà affiancato al Sommario, disponibile anche in inglese, consentirà di consultare on line un numero ancora più ampio di serie di dati, di scaricarle e di elaborarle.

Sommari delle statistiche storiche disponibili

1861-1955

1861-1965

1861-1975

1926-1985
da pag. 1 a pag. 100
da pag. 101 a pag. 200
da pag. 201 a pag. 300
da pag. 301 a pag. 373

da: Statistiche storiche.

Gaspare Armato, Il senso storico del flaneur, Autorinediti, 2010, www.autorinediti.it


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l’essere flâneur, il bighellonare alla ricerca del passato. Proprio da quel giorno, o poco dopo, mi venne in mente abbozzare un piccolo saggio che parlasse dell’ozioso affaccendato, e del suo spiccato senso storico che coltiva internamente e che è alla base di una buona investigazione. Ma la disponibilità di tempo, lo sappiamo bene, non sempre ci viene incontro, e allora quell’idea la lasciai in un cassetto insieme ad alcuni appunti, che mi seguirono nel mio peregrinare.
Poi, nel gennaio 2010, presi coraggio, aprii la vecchia cartella ancora legata con un elastico annodato più volte e mi misi all’opera: era giunto il tempo.
Lascio di seguito qualche stralcio dell’Introduzione, piccole parti per illustrare il mio lavoro.

Chi più di colui che ha presenziato un evento, può meglio descriverlo? Chi più di colui che ha passeggiato in una metropoli, può meglio carpirne le dinamiche? Chi più di colui che ha sorseggiato la linfa della Vita, può meglio compartire le esperienze? Il flâneur, il “pedone attento”, l’ozioso affaccendato: ecco colui che racchiude in sé stesso teoria e pratica, nel proprio modus vivendi, nelle proprie azioni. Teoria e pratica, due aspetti della stessa medaglia, due lati che per crescere hanno bisogno l’uno dell’altro, una simbiosi che si sviluppa di comune accordo, un tacito reciproco amore che cinge la Vita. Ma la Vita esiste solo se ha un passato, una memoria da tramandare e raccontare, un ricordo che impregna il presente più del passato, una serie di passioni con una propria dimensione esistenziale.
A questo punto entra nel ballo lo storico, quel peculiare storico che ha la capacità di sommare studi teorici a studi pratici per avere un quadro quanto più completo e veritiero degli avvenimenti. Da qui l’essenzialità della flânerie, del vagabondare ozioso, dell’istintiva ricerca, spesso serendipitosa, che porta alla scoperta di particolari, dettagli, sfumature, tracce, sfuggite ai libri, ai documenti, all’indagine archivistica, alle carte scritte insomma. Lo storico flâneur acquista e conquista così quella sostanzialità spesso sottovalutata, ridicolizzata, talvolta discussa in modo poco serio”.
[…]
Lo storico flâneur è, oggi più che mai, un professionista indispensabile per comprendere da dove veniamo e dove andiamo, un professionista che deve essere capace di tramandare ai posteri la verità dei labirinti del passato. Non vuole dare risposte, non vuole dare certezze, desidera solo porsi delle domande, invitare a conoscere, desidera compartire il suo sapere.”.
[…]
Sono partito da Baudelaire, con qualche riferimento a Louis Sébastien Mercier, ho certamente accennato a Benjamin, a Poe, a Whitman, a Walser, passando attraverso Apollinaire, Calvino e Pasolini, alcuni di coloro che per assaporare la Vita avevano bisogno di far flanella, alcuni di coloro che possedevano uno spiccato senso storico. Non di meno erano i pittori, van Gogh, Pissarro, Monet, indi Guttuso, Antonio Saura, più vicini a noi, nomi familiari che hanno visto e rappresentato quotidianità e problematiche che si sono tramandate grazie alle loro impressioni. Ho continuato con una piccola serie di storici che hanno toccato con mano gli eventi e spesso, come Bloch, vissuti sulla propria pelle. Ché la storia non è un corpo morto, una materia immobile, no, niente affatto, la storia è una entità viva di cui noi, esseri umani, facciamo parte, ne siamo frutto, ne siamo, nel bene e nel male, espressione. E lo storico lo sa, è cosciente che un castello, che una chiesa, che una piazza, che un dammuso pantesco o un trullo di Alberobello, che un terreno recintato da muri di pietra è storia, che uno sciopero o un grido di dolore è storia, che il tempo che passa, che le generazioni che si susseguono è storia: che la Vita intera nelle varie sfaccettature dell’essere umano è Storia. Frammenti, intermittenze, tasselli di un mosaico che ha bisogno di configurarsi poco a poco, dipendenze e interdipendenze che giocano a incastro nell’immaginazione di una realtà viva più che mai.
Bisogna essere coscienti che, malgrado tutti gli sforzi possibili e immaginabili e per quanto uno storico debba essere ex-partis con una descrizione oggettiva, è veramente difficile non lasciarsi prendere dai sentimenti che accompagnano una scoperta, un ritrovamento, una meta raggiunta. Dopotutto, non dimentichiamolo mai, siamo esseri umani con un cuore che palpita e che vive grazie alla Vita che è in noi.

da: Il senso storico del flâneur « babilonia61.

sito dell’editore:  http://www.autorinediti.it

donato dall’amico di rete Gaspare Armato, con questa dedica:

A Paolo Ferrario, amico caro che ammiro e stimo.

Nella speranza un giorno di incontrare personalmente

Pistoia 27/12/2010

Paolo Ferrario, LE POLITICHE DELLA PREVIDENZA, in Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 55-70


Capitolo 2

Le politiche della previdenza

2.1. Le funzioni della previdenza

Mentre il caso storico dell’Inghilterra è particolarmente illuminante per mettere in evidenza le variabili che condizionano lo sviluppo dell’assistenza, il caso della Germania lo è per chiarire il sistema della previdenza.

La previdenza svolge la funzione di sostituire o di integrare i redditi dei lavoratori al verificarsi di determinati eventi. Essa nasce come forma di assicurazione sociale per i lavoratori dipendenti, attraverso il versamento obbligatorio di contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro. I principali programmi previdenziali sono i seguenti:

-         sostituzione del reddito: pensioni; indennità per infortunio lavorativo; indennità economiche per malattia; indennità economiche per maternità

-         integrazione del reddito: assegni familiari

-         garanzia temporanea del reddito: indennità di disoccupazione; integrazioni del salario

Un criterio piuttosto chiarificatore per distinguere i diversi tipi di sistemi di welfare è quello di classificarli secondo il grado di copertura dei rischi. Una definizione di Welfare State che ha il vantaggio di essere descrittiva è la seguente:

insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, i quali forniscono protezone sociale sotto forma di assistenza, assicurazione, e sicurezza sociale, introducendo fra l’altro specifici diritti sociali nel caso di eventi prestabiliti nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria [1]

Tali interventi si differenziano per quanto riguarda la copertura, che può essere solo per particolari categorie di bisognosi, oppure di intere categorie di lavoratori, o ancora universale, cioè riguardante tutti i cittadini di uno stato.  Le prestazioni possono essere differenziate in rapporto ai contributi versati dalle varie categorie, oppure possono essere standardizzate ed omogenee, essendo alimentate dal sistema fiscale dello stato. Secondo questa prospettiva diventa possibile classificare due principali varianti di copertura:

-          universalistica, che assume quali soggetti di diritto tutti i cittadini

-          occupazionale, che offre prestazioni alle varie categorie definite in base al settore occupazionale di appartenenza

In realtà i sistemi di welfare nazionali combinano diversamente i due schemi creando delle forme miste.

La matrice del modello universalistico è storicamente rintracciabile nel Piano del deputato inglese William Beveridge  (1942). In questo documento furono espressi i grandi principi costitutivi dei sistemi che si definiscono di “sicurezza sociale” [2]:

-         sistema generalizzato che copre l’intera popolazione indipendentemente dalla occupazione e dal reddito

-         unificazione del sistema di finanziamento e di erogazione

-         uniformità delle prestazioni

-         centralizzazione: riforma amministrativa che crea un servizio pubblico unico

2.2.  Il sistema delle assicurazioni sociali

Viceversa, la matrice del modello occupazionale è rintracciabile nel caso nazionale della Germania. E’ in questo stato che si aprì la prima fase di costruzione  della moderna previdenza sociale (1883-1913). Le forze in gioco in questo paese erano: un intenso processo di industrializzazione; una rapida formazione del proletariato; l’organizzazione del Partito socialdemocratico; la politica del primo ministro Otto von Bismarck, che oscillava fra la repressione degli oppositori e la ricerca di consenso sociale. Così scriveva nelle sue Memorie:

I signori democratici tenteranno invano d’incantare il popolo quando questo si accorgerà che i governanti si occupano del suo benessere [3]

Agivano, paradossalmente, due interessi contrastanti, ma contemporaneamente  convergenti nei risultati: dal punto di vista dei datori di lavoro quello di comprimere i consumi della classe operaia , al fine di ridurre i salari e, dal punto di vista della classe operaia quello di ottenere forme di mutualità che, estromettendo dal mercato le fasce deboli (vecchi, malati, invalidi), diminuissero la concorrenza. Fu un compromesso di classe per  reciproci vantaggi che portò alla differenziazione della struttura previdenziale da quella assistenziale:

Con abilità ed intelligenza, Bismarck inaugurò una politica paternalistica di tipo nuovo, moderno, che avrebbe certamente diminuito il potenziale di lotta della classe operaia germanica. La coincidenza cronologica é significativa: nel 1883 accadono ,sulla scena tedesca, tre fatti di grande importanza. Sul piano economico, viene fondata la più grande impresa elettrica d’Europa, la Allgemeine Elektrische Gesellshaft; sul piano parlamentare si costituisce il “gruppo coloniale” del Reichstag; sul piano sociale ,viene dato inizio al primo istituto di Assicurazioni sociali, l’assicurazione obbligatoria contro i rischi di malattia e di maternità per gli operai tedeschi [4]

I concetti fondamentali che guidavano queste riforme  delle assicurazioni sociali tedesche furono i seguenti [5]: principio assicurativo, invece di quello assistenziale; natura obbligatoria delle assicurazioni; sistema di gestione basato sulla costituzione di appositi enti amministrativi; partecipazione degli assicurati alla costituzione dei fondi.

Furono creati tre sistemi previdenziali [6]:

-         assicurazione contro le malattie (1883): raggruppamento di diverse organizzazioni volontarie; l’assicurato pagava due terzi dei contributi e l’impresa il restante terzo

-         assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1884): l’impresa era ritenuta responsabile di tutti gli incidenti che si verificavano nei suoi locali e finanziava interamente il fondo assicurativo

-         assicurazione sull’ ’invalidità e vecchiaia (1889): questo fondo era sovvenzionato anche da fondi pubblici che si aggiungevano ai contributi di uguale ammontare versati dall’assicurato e dall’impresa

Lo schema previdenziale si fonda su un compromesso fra lavoratori ed imprese attraverso la mediazione dello stato. Questo modello è dunque leggibile nelle relazioni che intercorrono fra il mercato e lo stato  (Figura 2).

<FIGURA 2

Lo schema della previdenza>

Ma perché alla fine dell’ottocento il movimento operaio era oggettivamente interessato ad un sistema previdenziale? Fondamentalmente perché queste prestazioni ( pensioni di vecchiaia, indennità economiche per malattia , assicurazione per infortuni lavorativi, ecc.)  costituivano  uno  strumento  di difesa delle condizioni di vendita della forza-lavoro. Infatti la presenza sul mercato del lavoro di venditori malati,  deboli,  vecchi avrebbe determinato il ribasso dei  salari  e la riduzione del   potere  contrattuale dei sani e dei giovani. Quindi offrire pensioni e indennizzi a questi lavoratori al fine di provocarne l’uscita dal mercato  del lavoro  era , per  la classe operaia,  una  necessità  strategica molto  più  importante  del vantaggio  immediato di  un aumento del monte salari. L’obiettivo principale di tale rivendicazione, in realtà,  era quello di aumentare la forza contrattuale:

L’ammontare di lavoro che può essere estratto dall’operaio in  proporzione a quanto egli riceve, può essere largamente influenzato da un fattore quale la forza contrattuale; ed anche se un aumento della forza contrattuale degli operai non può essere in grado di aumentare i guadagni globali degli operai, esiste un margine entro il quale essi possono modificare sensibilmente  a proprio vantaggio i termini dello scambio fra il proprio sforzo ed il guadagno.[...] Il basso livello di vita può essere allora la ragione principale per cui le condizioni di offerta del lavoro sono tali da mantenere basso il livello dei salari: “la miseria genera miseria” secondo il detto popolare [7]

Con il 1883 si aprì in tutta l’Europa occidentale un trentennio caratterizzato dalla nascita delle assicurazioni sociali , articolate, fondamentalmente,  in quattro settori fondamentali:

-         malattia e maternità

-         contro gli infortuni sul lavoro

-         di invalidità e vecchiaia

-         di disoccupazione

La tab 2  fornisce un quadro delle date di introduzione delle leggi previdenziali nei principali paesi [8]

<TABELLA 2

Introduzione delle assicurazioni sociali

La previdenza sociale costituisce una evoluzione in senso statalista del mutualismo operaio ed in termini economici si  configura come una  forma  di risparmio sul salario,  al  fine  di  conseguire  prestazioni certe (in genere economiche,  ma,  successivamente,  anche    servizi  diretti) in occasione del verificarsi degli eventi assicurati.

Occorre chiarire il significato delle due fasi. In quella del mutualismo si tratta di quote salariali che vengono accantonate per reintegrare la forza-lavoro menomata dal processo produttivo (infortuni, malattie professionali, ecc.), per conservare  e recuperare le potenzialità lavorative (malattie) e per compensare gli associati per la forza-lavoro già erogata (invalidi, vecchi). Qui la tutela previdenziale è contemporaneamente conseguenza e presupposto della erogazione della forza-lavoro, poiché assicura le condizioni per conservare e riprodurre la forza-lavoro e mantiene in vita coloro che sono usciti dal mercato . Nella fase delle assicurazioni obbligatorie mutano le forme di prelievo ed interviene direttamente lo Stato a legittimare questi diritti: ma il significato economico e sociale  non muta, poiché si tratta sempre di attività che mirano ad intervenire sul valore della forza-lavoro.

E’ comunque possibile rilevare i dati caratteristici del nuovo sistema:

Rispetto ai loro precedenti storici, é possibile distinguere i sistemi moderni di assicurazione sociale secondo i seguenti criteri:

-         si tratta di sistemi regolati da ordinamenti nazionali;

-         le prestazioni che essi erogano a garanzia del reddito coprono rischi standard quali infortuni sul lavoro, malattie, invalidità, vecchiaia, morte o disoccupazione dell’assicurato;

-         il loro campo di applicazione non é limitato a singole categorie professionali, ma dipende da criteri più generali di reddito o status occupazionale che consentono di norma la copertura di più vaste fasce di persone;

-         la loro natura é obbligatoria, ciò che implica l’imposizione dell’assicurazione a determinati gruppi, oppure l’obbligo dei pubblici poteri di finanziare programmi volontari;

-         al loro finanziamento vengono chiamati, oltre agli assicurati, lo Stato e/o i datori di lavoro;

-         essi riconoscono un diritto soggettivo individuale alle prestazioni, e la fruizione di queste non comporta alcuna discriminazione politica [9]

Prima di passare all’analisi più ravvicinata della situazione italiana, é opportuno concludere con una breve rassegna dei diversi concetti che si sono consolidati nel corso delle varie fasi storiche appena descritte (Tabella3).

<TABELLA 3

evoluzione dei concetti>

2.3.   Amministrazioni sociali nell’Italia post-unitaria

L’Italia ha vissuto con ritardo i mutamenti sociali derivanti dalla rivoluzione industriale. Di conseguenza anche gli assetti istituzionali dell’assistenza, della previdenza e più in generale dei servizi pubblici,  hanno una loro peculiarità. Questo dipende dalla storia, dalle culture politiche e dai “valori identitari” [10] del popolo italiano. Ecco alcuni tratti caratteristici del nostro paese che contribuiscono a spiegare il funzionamento delle  istituzioni:

-         sviluppo socio-economico relativamente recente, soprattutto se confrontato a quello di altri paesi [11]

-         il ritardo del processo di unificazione politica in uno Stato nazionale [12]

-         la debolezza delle classi dirigenti nel procedere a profonde riforme strutturali

-         la forte presenza della Chiesa, che ha condotto per suo conto una specifica unificazione culturale del paese e che ha una sua rilevante presenza strutturale in alcuni di questi settori.

Al sorgere dello Stato italiano le classi dirigenti  si trovarono di fronte a quell’insieme molto eterogeneo di istituzioni di beneficenza, opere pie, ricoveri,  orfanotrofi che aveva costituito  la base strutturale del cemento ideologico della Chiesa, ma non elaborarono mai un disegno di riorganizzazione complessiva. Questo spiega l’esistenza, ancora oggi, di quel panorama complicatissimo di strutture assistenziali, di tipo privato o semipubblico, che convivono l’una accanto all’altra , spesso accavallandosi e sovrapponendosi.

Una prima fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali italiane va dal 1859 al 1919[13]. Negli anni successivi all’unificazione si affermò l’ideologia dell’”assistenza legale”, che avrebbe dovuto competere contro la prevalenza ecclesiastica. Ma tutta la politica della borghesia italiana contrastava di fatto con questa aspirazione, fino a creare le condizioni adatte allo sviluppo delle organizzazione cattoliche:

In complesso, e in linea assoluta, la prevalenza ecclesiastica non subì sensibili diminuzioni […]. Del resto non si poteva pensare di sconfiggere la prevalenza ecclesiastica finchè ci si batteva sul suo stesso terreno: e il concetto di assistenza rimase difatti per molti decenni eguale a quello di  ‘beneficenza’ salvo l’asserzione tutta formale che l’assistenza, diversamente dalla beneficenza è un diritto. […] Sin qui dunque vastissime zone di cosiddetta ‘assistenza’ non si sono distaccate, in linea di     fatto, dall’antico concetto di ‘beneficenza’. Infatti la beneficenza è ispirata al principio ‘cristiano’ quod superest date pauperibus, e non fornisce alcun criterio di misura alle prestazioni, e può ridurle a un simbolico soldino [14]

Con il 1877 salì al potere Francesco Crispi. Nel paese era molto cresciuto il movimento operaio ed era nato il movimento contadino; inoltre era mutata la composizione delle classi dominanti (rafforzamento della piccola e media borghesia, aumento dei gruppi industriali). E questi gruppi aspiravano ad un governo forte , capace di svolgere una politica dinamica sia all’interno che e all’estero:

Ma la richiesta di un governo forte per vasti settori della borghesia si identificava anche con quella di un governo efficiente, che garantisse, insieme alla conservazione dell’ordine, una legislazione più giusta e più moderna e un’amministrazione più svelta e più onesta [15]

Nei suoi primi due ministeri vennero attuate varie riforme legislative ed amministrative:

-          riordinamento dell’amministrazione centrale (1888)

-          riforma delle legge comunale e provinciale (1888)

-          istituzione della giustizia amministrativa (1890)

-          riforma del codice penale e legge di pubblica sicurezza      (1890)

-          legge sulla sanità pubblica (1888)

Inoltre, con la Legge [16] sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza fece la sua prima comparsa istituzionale l’”assistenza pubblica”. Questa legge, che in alcune sue parti é operativa ancora oggi [17], prevedeva quanto segue:

Sono istituzioni di beneficenza [...] le opere pie ed ogni altro ente morale che abbia in tutto o in parte per fine:

a) di prestare assistenza ai poveri, tanto in istato di sanità quanto di malattia;

b) di procurarne l’educazione, l’istruzione, l’avviamento a qualunque professione, arte o mestiere, od in qualsiasi altro modo il miglioramento morale ed economico (art. 1)

Altri contenuti normativi erano: la parziale laicizzazione delle opere di beneficenza ( nomina pubblica dei consigli di amministrazione, riconoscimento statale degli enti); l’istituzione in ogni Comune di un ente detto Congregazione di Carità (trasformato poi nel 1937 in Ente Comunale di Assistenza); l’introduzione di controlli statali dei bilanci preventivi e consuntivi; obbligo di investire i patrimoni in titoli di stato o in immobili. In sintesi si perveniva, alla distanza di quasi due secoli, ad un modello simile alla riorganizzazione amministrativa del ’600.  La “legge Crispi” colpì una parte degli interessi privati che sfruttavano ai propri fini l’amministrazione dei patrimoni, talvolta molto ingenti, delle opere pie locali, ma sollevò anche molte discussioni e critiche, sia da parte dei gruppi di tendenza liberale, sia da parte della Chiesa che non accettò questo intervento statale in un settore  che controllava da secoli. Le due critiche fondamentali di quest’ultima consistevano nel giudizio che si trattava di una espropriazione di beni senza corrispettivo economico  e che lo Stato aveva mutato il fine originario delle opere pie.

Sotto il profilo ideologico-culturale in questa legislazione si sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:                                                                                                                     sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:

Io non riconosco la teoria del diritto al lavoro, causa di molti errori e di molte perturbazioni morali nell’Europa attuale. Io non riconosco che il dovere al lavoro [...] La questione sociale batte alle porte del mondo nuovo; bisogna scioglierla con opere di previdenza, col rendere appunto facile il lavoro (…) Ciò investe questioni complesse, dalla cui soluzione dipenderà la fine del socialismo. La legge che discutiamo é anch’essa una di quelle che appunto ci avvieranno alla soluzione del problema sociale [18]

Per quanto riguarda la previdenza ed in generale la legislazione sociale e del lavoro, alla fine del ’900 la situazione dell’Italia era  molto arretrata . Le leggi emanate trattavano le seguenti materie[19]: impiego dei fanciulli nelle professioni ambulanti (1873) ; Cassa nazionale assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1883);lavoro dei fanciulli nelle fabbriche (1886) ; istituzione dei   probiviri nell’industria (1893); legge sull’obbligo di risarcimento in caso di infortuni lavorativi (1898). In  confonto agli altri Stati , la situazione era questa:

Nessuna disposizione in Italia proibiva, (…) il lavoro festivo; l’età minima per l’ammissione dei fanciulli nelle fabbriche era  di nove anni, mentre per le altre nazioni andava dai 1O anni della Spagna e dell’Inghilterra ai 14 della Svizzera e della Germania; in Italia nessuna disposizione regolava e proteggeva il lavoro delle donne; il lavoro notturno era da noi proibito ai fanciulli dai 9 ai 12 anni mentre nelle altre nazioni lo era dai 1O anni in su fino ai 13-16 della Francia; nessuna disposizione poi proibiva o regolava il lavoro notturno dei fanciulli al di sopra dei 12 anni, delle donne e dei maschi adulti; il lavoro nelle industrie nocive era proibito solo per i fanciulli fino al 15° anno di età ma non per giovani, donne e uomini adulti [20]

Il blocco agrario-industriale che fu alla base dei governi giolittiani , permise una certa mobilitazione della classe operaia industriale, soprattutto nel “triangolo” Milano-Torino-Genova, cui conseguirono politiche riformiste di alti salari (ovviamente relativi alle condizioni del tempo) e uno sviluppo della legislazione sociale. Sempre nell’ambito di questo processo di modernizzazione del paese va collocata la legge sui manicomi del 1904 [21].  E’ del 1917 una nuova legge sugli infortuni lavorativi che allargò il campo della tutela  al settore agricolo (mezzadri, coloni, proprietari). Le prestazioni  economiche erano minori rispetto all’industria, ma di maggior rilievo erano i principi giuridici contenuti: automaticità dell’assicurazione (prima, se il datore di lavoro ometteva la denuncia, il lavoratore non era tutelato); commisurazione dei contributi alla produttività della terra (cioè il sistema di finanziamento si avvicina a quello fiscale, pur continuando ad essere contributivo).

La legislazione sociale prima dell’inizio del ventennio fascista, si sviluppò sulle  seguenti direttive:

-           aumento progressivo dei rischi protetti (da quello per l’infortunio sul lavoro ad altri rischi atti a provocare mancanza di lavoro o di guadagno o aggravio della condizione economica)

-           estensione dell’assicurazione ad un numero sempre maggiore di categorie di lavoratori subordinati (specialmente operai, ma si può notare una graduale tendenza ad assicurare anche talune categorie di impiegati e di lavoratori autonomi);

-           evoluzione dei principi che si pongono a fondamento delle assicurazioni sociali ( si passa dalla responsabilità per colpa al rischio professionale);

-           una certa estensione e un discreto adeguamento delle organizzazioni e delle prestazioni, sanitarie ed economiche, alle finalità previdenziali. A ciò si aggiunga l’inevitabile trapasso dalla mutualità privata all’assicurazione obbligatoria[22]

La seconda fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali inizia nel 1919 (anno dell’introduzione delle assicurazioni obbligatorie di vecchiaia e disoccupazione) e si protrarrà fino ai primi anni Settanta. Durante questa fase si registra una progressiva creazione di enti amministrativi della sicurezza sociale italiana.

L’esperienza della Prima guerra mondiale aveva portato ad una mobilitazione politica delle masse che erano rimaste escluse dal processo di modernizzazione dell’età giolittiana. Il fascismo fu una riposta politica a questo nuovo problema: si trattava di attuare un grande processo di controllo sociale attraverso meccanismi ideologici (corporativismo e nazionalismo) e repressivi delle classi subordinate. Fondamentale divenne l’uso dell’”esercito industriale di riserva” e la divisione sociale tra classe operaia e classe contadina. In un contesto socio-economico di crescita della disoccupazione e di diminuzione dei salari il regime fascista impostò una politica sociale caratterizzata dall’accentramento e potenziamento delle forme previdenziali, entro una logica corporativa, e dallo sviluppo della settorializzazione dell’assistenza.

Le principali realizzazioni furono:

-         assicurazione contro la tubercolosi (1927)

-         aggiunta delle malattie professionali agli infortuni sul lavoro, quali rischi lavorativi (1927)

-         Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), costituiti da un Trattato fra i due Stati, una Convenzione finanziaria, e un Concordato , contenente anche norme in materia di assistenza : riconoscimento della personalità giuridica ad associazioni ed enti cattolici; controllo dello Stato sugli istituti ecclesiastici con funzioni educative ; esenzione da certi tipi di tassazione

-         creazione dell’Istituto Nazionale Fascista Assicurazione Infortuni sul Lavoro (1933), che fu all’origine dell’attuale INAIL

-         istituzione dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia(1925-1934)

-         istituzione degli assegni familiari (1934), che si configurano come una prestazione in parte assistenziale (poiché é commisurata ad uno stato di bisogno legato ai carichi di famiglia) ed in parte previdenziale (poiché é corrisposta solo agli occupati)

-         estensione ai lavoratori agricoli dell’assicurazione contro l’invalidità, vecchiaia e morte (1935); tale provvedimento ,però, si accompagna alla loro esclusione dall’assicurazione contro la disoccupazione: é un esempio della politica di differenziazione fra classe operaia e contadina in funzione di reciproco isolamento degli interessi

-         riordino della legislazione infortunistica (1935)

-         creazione dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (1935),che é il precursore dell’attuale INPS

-         soppressione delle Congregazioni di carità, sostituite con gli Enti Comunali di Assistenza (1937)

-         istituzione dell’Ente per la Mutualità Fascista (1943), che è all’origine dell’INAM.

Un ultimo elemento che inquadra le funzioni della politica sociale fascista é l’uso strumentale che il regime fece delle risorse finanziarie rastrellate con la previdenza:

L’organizzazione dei grandi Istituti Previdenziali parastatali forniva allo Stato fascista la possibilità di disporre, ai propri fini politici, di grandi capitali. Gli istituti erano fondati su bilanci a capitalizzazione, e quindi immobilizzavano grandi risorse economiche, controllate e dirette dallo Stato.(Solo il 10% poteva venire investito in beni immobiliari.) A mo’ di esempio ricorderemo soltanto che l’Inail dovette partecipare al finanziamento della guerra d’Etiopia e l’INPS alla valorizzazione agraria della Tripolitania [23]

Dunque lo Stato si avvaleva delle riserve previdenziali per il proprio disavanzo di bilancio e per finanziare le imprese coloniali.

In conclusione, i tratti caratteristici delle politiche del regime fascista furono : uso distorto del risparmio previdenziale per finanziare le guerre d’Africa; estensione delle prestazioni come strumento di ricerca del consenso sociale; politica di assistenza alla famiglia direttamente collegata al piano di incremento demografico della nazione; accentramento degli enti e formazione di grandi apparati burocratici.

Questa era la struttura del sistema di sicurezza sociale che l’Italia repubblicana del secondo dopoguerra ereditava.

2.4. Previdenza e assistenza nell’ordinamento italiano

Le attività pubbliche di assistenza e quelle di previdenza sono da tenere   concettualmente distinte fra loro, in quanto designano due diversi sistemi di solidarietà sociale previsti nel nostro ordinamento. Infatti, all’articolo 38 della Costituzione   si legge che

-          “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale

-          ” i lavoratori hanno diritto che siano provveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

E’ tuttavia in atto una profonda revisione critica di tale bipartizione, in quanto nei moderni sistemi di welfare è sempre più accentuata la tendenza a riportare sia l’assistenza sia la previdenza nell’ambito del più ampio concetto di sicurezza sociale riferito ad ogni cittadino in quanto tale. Si definisce “sicurezza sociale” il complesso delle prestazioni previdenziali ed assistenziali offerte dallo stato al fine di accrescere il benessere della collettività. I sistemi di sicurezza sociale sono nati per superare le insufficienze dei programmi di assistenza su base volontaria. Dopo la seconda guerra mondiale, in relazione all’adozione del piano Beveridge in Gran Bretagna (1942), si è diffusa l’esigenza di garantire una protezione sociale egualitaria non solo agli assicurati, ma a tutti i cittadini (principio dell’universalismo delle prestazioni).

Una classica tipologia di Richard M. Titmuss distingue tre modelli di welfare state[24]:

-          residuale. : ossia una politica che interviene solo quando i canali tradizionali di soddisfacimento dei bisogni (famiglia, parentela, gruppi primari, mercato) non sono in grado di aiutare. Questo modello è caratterizzato da politiche sociali selettive, cioè indirizzate verso specifici gruppi sociali

-          meritocratico-personalistico: la politica sociale è un importante correttivo del mercato e i bisogni devono essere soddisfatti sulla base del merito, del lavoro svolto e della capacità produttiva

-          istituzionale-redistributivo: in cui è lo Stato a fornire servizi sulla base dei bisogni e al di fuori da logiche di mercato. Il sistema di welfare funziona come un importante strumento d’integrazione sociale

In Italia la riforma sanitaria del 1978, con la generalizzazione del diritto alla salute ed alle cure, ha spostato dal sistema assicurativo previdenziale allo Stato e alle Regioni tutto questo settore. Sotto il profilo giuridico, gli schemi istituzionali che corrispondono ai termini “previdenza” e “assistenza” hanno canali di finanziamento differenziati e corrispondono a realtà operative ed organizzative diverse:

Previdenziale è la prestazione commisurata a determinati requisiti, come ad esempio il rapporto di dipendenza del lavoro, l’entità dei contributi versati, e così via; assistenziale è la prestazione commisurata al bisogno. Il settore previdenziale comprende quindi gli operai e gli impiegati; il settore assistenziale copre invece tutta la cittadinanza, anche coloro che non hanno mai lavorato (bambini per esempio, o invalidi dalla nascita, o coloro che, come accade in zone arretrate o in economie agricole, non hanno mai prestato un lavoro dipendente) [25]

La tabella 4 inquadra la suddetta distinzione, sulla base di alcuni fattori significativi.

<TABELLA 4

I concetti di previdenza e assistenza

Gli enti di previdenza, dunque, hanno il compito di erogare prestazioni sostitutive del salario in presenza di certi eventi e sulla base di precisi requisiti stabiliti per legge. Essi sono soggetti alla supervisione del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.

Il più importante tra gli enti previdenziali è l’Istituto nazionale della previdenza sociale, di cui già sono state trattate le origini storiche.

Un’altra importante forma di tutela assicurativa è quella contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, che fanno capo all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL).

Dopo la caduta del fascismo, il settore della previdenza non è mutato nelle sue caratteristiche essenziali. In un contesto economico-sociale contraddistinto dall’incremento del lavoro dipendente salariato e dalla pressione delle masse contadine e dei ceti medi per ottenere trattamenti previdenziali, tale settore si è progressivamente esteso sotto le spinte dei vari gruppi o categorie, ma sempre in modo frammentario, come mostra la Tab. 5, che riporta le date di introduzione di alcune assicurazioni sociali pubbliche, che si affiancavano a quelle già esistenti e che generavano nuovi enti amministrativi.

<TABELLA 5

Estensione degli enti di previdenza

Questo tipo di espansione va inquadrato nella linea di condotta delle maggioranze politiche di governo tendente alla difesa dei ceti medi tradizionali (artigiani, piccoli commercianti) e alla cooptazione di gran parte dei ceti impiegatizi pubblici (reinsediamento nella burocrazia statale e locale del personale dell’apparato dello stato fascista) e di quelli privati:

Si può dire che le strategie di acquisizione del consenso si muovono fra due possibili scelte polari. Da una parte sta quello che potremmo chiamare il consenso basato sull’attrazione individualistica, dall’altra il consenso attraverso l’istituzionalizzazione delle rivendicazioni collettive. Il primo si manifesta in una strategia che utilizza le stesse disuguaglianze che dovrebbero dare origine al dissenso e al rifiuto del sistema e le fa servire invece proprio come incentivo alla partecipazione ai benefici che il sistema può distribuire. Il secondo, in una strategia che implica la capacità di intere categorie di interessi di presentare regolarmente le loro rivendicazioni collettive, mediate però da strutture di rappresentanza che conservano, al di là di una certa soglia conflittuale, una fondamentale solidarietà le une con le altre in nome della preservazione del sistema [26]

In conclusione il settore previdenziale espande la sua azione in modo rilevante, poiché gran parte della popolazione ottiene una copertura assicurativa, ma questo sviluppo assume caratteri contraddittori e problematici così sintetizzabili[27]: dispersione dei mezzi; prestazioni inadeguate per quantità e qualità; alti costi di gestione, talvolta non proporzionali alle prestazioni; frammentarietà delle istituzioni; eccessiva divisione dei poteri fra i diversi ministeri e difformità costante nell’esercizio di questi poteri; difficoltà ad orientarsi per la complessità e variabilità delle norme.

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[1]Cfr. FERRERA M. (1993), p. 49

[2] ROSANVALLON P. (1981), p.129

[3] Cit. in ROSANVALLON, op.cit. p. 131

[4] Cfr. L. CONTI, op. cit., p. 36

[5] MATHIAS P., POLLARD S. (cur.) (1992) p. 212-220

[6] Per una descrizione analitica: BARBIERI E ALTRI (1995), p.37-41; GIROTTI F.  (1998) op.cit., pp. 161-165

[7] M. DOBB (1965), I salari, Einaudi, Torino, p. 132

[8] La Tab 2 è stata ricostruita sulla base della seguente ricerca giuridica. CASTALDI E. (1953), La previdenza sociale nelle legislazioni straniere, Giuffrè, Milano, p. 236.

[9] In ALBER J. (1987), p.21

[10] TULLIO – ALTAN C. (1999),  p. 12

[11] Cfr. FERRAROTTI F. (1990), p.14

[12] Cfr. CERRONI U. (1996), p. 19

[13] Cfr SEPE S. (1999), p. 9-14

[14] Cfr. Conti L., op cit , p. 153

[15] Cfr. CANDELORO G. (1971), p. 344

[16] Legge 17 luglio 1890 n. 6972

[17] Importanti furono le modifiche apportate con il Regio Decreto 30 dicembre 1923 n. 2481 ( a sua volta parzialmente modificato con la Legge 17 giugno 1926 n. 1187), che sostituì alla espressione “istituzioni pubbliche di beneficenza” quella di “istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza”. Solo nel  1977 il D.P.R. 616 tenterà , in modo incompleto e con un parziale insuccesso, di ridefinire la materia.

[18] Stralci da relazioni di Crispi riportate in: Cattaui De Menasce G. (1963), op. cit. p.90.

[19] Informazioni ricavate da: MERLI S. (1976), Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia, Firenze, p.335-356.

[20] Cfr. MERLI, op. cit., p. 350

[21] V. cap. 9

[22] Tratto da: HERNANDEZ S. (1965), Profili storici, in Comitato di studio per la sicurezza sociale, Per un sistema di sicurezza sociale in Italia , Il Mulino, Bologna, p.55.

[23] Cfr. Conti L., op.cit, p. 87

[24] Classificazione ricostruita in MARTINOTTI G. (1992), Informazione e potere, Anabasi, Milano

[25] L. CONTI (1958) p. 114

[26] Cfr. A. PIZZORNO (1980), pp. 75-76

[27] Cfr. A. CHERUBINI (1977), pp. 412-7

Paolo Ferrario, LE POLITICHE DELL’ASSISTENZA, in Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 37-53


Parte prima:

Origini e sviluppo storico dei sistemi di Welfare

Capitolo 1

Le politiche dell’assistenza

1.1 Introduzione alle politiche di Welfare state

L’espressione “Welfare state” in senso letterale significa “Stato del benessere” e viene utilizzata per indicare i processi decisionali, le azioni ed i contesti istituzionali, variamente organizzati, attraverso cui si sviluppano politiche sociali orientate a creare situazioni di sicurezza per i cittadini e a ridurre le disuguaglianze sociali nell’accesso alle risorse. Il Webster Dictionary ne fornisce la seguente definizione:

Sistema sociale basato sull’assunzione da parte di uno stato politico di responsabilità primarie per il benessere sociale e individuale di ogni cittadino attraverso la legislazione, l’attivazione di specifiche politiche pubbliche e la loro attuazione tramite uffici e agenzie governative [1]

Nelle società delle nostre aree geografiche e nella nostra storia queste strutture svolgono importanti funzioni nell’organizzazione della vita quotidiana degli individui e dei gruppi. Fanno parte dei nostri sistemi socio-culturali e ci accorgiamo della loro importanza quando riducono la loro efficacia, il loro funzionamento entra in crisi e non rispondono più ai bisogni per i quali sono nati. Si tratta di organizzazioni che sono sorte e si sono sviluppate negli ultimi tre secoli, in connessione alle trasformazioni degli stati moderni.

Quindi le politiche di Welfare state vanno messe in relazione ai processi di modernizzazione, ossia:

un mutamento sociale su larga scala, coinvolgente le principali strutture economiche, amministrative, familiari, religiose di una società, che mostra di procedere in direzione di un progressivo avvicinamento ad un modello di società moderna fondato in complesso dalle società occidentali dopo la Rivoluzione industriale (circa 1780– 1830) e la Rivoluzione francese [2]

Nella modernizzazione convergono ed interagiscono più fattori [3]:

-      il formarsi di articolate comunità urbane

-      lo sviluppo industriale

-      il miglioramento della qualità della vita quotidiana

-      la strutturazione di sistemi politici ed amministrativi che regolano alcuni aspetti del rapporto fra società ed economia

Per avviare la successiva ricostruzione storica si può partire proprio dall’ultimo punto. Le teorie della finanza pubblica individuano tre funzioni essenziali di governo:

-         allocativa, cioè orientata alla distribuzione delle risorse scarse

-         redistributiva del reddito, per accrescere il benessere collettivo

-         di stabilizzazione, per correggere le inadeguatezze del mercato [4]

I moderni sistemi di welfare, attraverso le politiche sociali, hanno svolto un ruolo centrale per ciascuna di tali funzioni. I confini delle politiche sociali sono piuttosto variabili: possono andare dalla garanzia per il reddito minimo della popolazione povera fino a comprendere un più ampio insieme delle attività di governo[5] . Una semplice definizione di politica sociale è la seguente:

Insieme di azioni pubbliche (o connesse al sistema pubblico) orientate ad intervenire sulle situazioni problematiche che si manifestano con lo sviluppo socio-economico.

La figura 1 ne fornisce una rappresentazione visiva.

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Il sistema dei servizi può essere considerato come un sotto-sistema delle politiche sociali, costituito da un insieme di offerte che rispondono a domande sociali[6]. La figura ha l’obiettivo di mettere in evidenza anche a livello grafico i seguenti aspetti:

-         l’estrema variabilità dei bisogni, che dipendono da fattori economici, culturali, sociali, economici e individuali

-         l’estensione e la diversificazione della domanda sociale che sollecita le strutture dei servizi

-         la progressiva differenziazione dell’offerta dei servizi.

Con questa figura si vuole anche mettere in evidenza che “bisogno” e “domanda” sono concetti utili per comprendere il funzionamento dei servizi, purché si usi la cautela di tenerli su piani distinti e vederne le differenze.

Il bisogno potrebbe essere definito come:

la tensione di un individuo o di un gruppo sociale orientata ad individuare una concreta soluzione (oggetti, modelli culturali, comunicazione, aiuti, diagnosi…) che ricostituisca un equilibrio compromesso da una carenza [7]

La percezione del bisogno differisce fra i gruppi di popolazione ed anche fra i gruppi professionali. La domanda è quella parte di bisogno che si traduce in richiesta. Se poi introduciamo anche la variabile dell’offerta diventa possibile creare una matrice delle possibilità[8] (Tabella 1)

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I servizi sociosanitari si collocano nell’intreccio di queste variabili sociali, culturali, legislative, professionali e organizzative.

In Italia una specifica politica dei servizi sociosanitari si è definita in modo più preciso dall’inizio degli anni ’70, e dunque nell’ultimo trentennio. Questo processo si è innestato sui tre sistemi che avevano già radici nel passato storico delle società europee: l’assistenza; la previdenza; la sanità. Per capire ed interpretare le caratteristiche generali e specifiche di questo complesso insieme di strutture e di apparati è utile introdurci ai problemi con un’analisi di tipo storico-sociale.

In particolare si prenderà in considerazione lo sviluppo storico delle :

-         politiche assistenziali

-         politiche previdenziali

-         politiche sanitari

Nelle pagine successive verranno enucleati i momenti chiave che meglio descrivono i processi di cambiamento, anche per ricercare le matrici socio-culturali di modelli organizzativi che ancora oggi presiedono al funzionamento dei servizi. L’uso frequente di citazioni ricavate da libri che hanno analizzato ancora più diffusamente questo tema è finalizzato sia a supportare l’analisi, sia a stimolare una lettura diretta di queste fonti, che spesso forniscono uno scenario sui tempi lunghi tale da illuminare anche il tempo presente. Si precisa che i vari riferimenti storici non hanno un valore sistematico, ma esclusivamente un significato funzionale al tipo di esplorazione che si intende condurre: non si vuole elaborare una storia dell’assistenza[9], della previdenza [10] e della sanità[11], bensì scegliere alcuni dati occorrenti per interpretarne alcune funzioni.

L’assistenza, che si andrà definendo come funzione pubblica tra il XIX e il XX secolo, nasce nel contesto dell’aumento e della concentrazione della popolazione nelle aree urbane ed in connessione allo sviluppo degli stati moderni. L’assistenza mira a prevenire o ad eliminare situazioni di bisogno connesse all’età, a stati di svantaggio fisico e psichico, a condizioni problematiche (come la povertà, gli aiuti in caso di calamità ambientali, le urgenze assistenziali) che non trovano protezione nei normali ambiti di vita.

I contenuti ed i significati del termine “assistenza” si sono evoluti storicamente con molta lentezza. Termini più antichi sono: carità, elemosina, beneficenza, opere di misericordia. In epoca più recente emergono altre denominazioni: opera pia, pia casa, ospizio, confraternita, congregazione di carità. E’ del secolo scorso il concetto di filantropia: lo statista piemontese Cavour definiva l’intervento pubblico come “carità legale”. All’inizio del XX secolo si parla di mutuo soccorso e di previdenza sociale. Il termine “assistenza” entra nel linguaggio legislativo italiano con la trasformazione delle Congregazioni di carità in Enti Comunali di Assistenza (ECA) e solo nel dopoguerra si fa strada quello di “assistenza sociale” ed ancora successivamente quello di “servizi sociali”. A monte di queste trasformazioni terminologiche stanno evidentemente realtà diverse, legate alle società in rapido cambiamento.

Nelle società precapitalistiche (o nelle unioni a basso livello tecnologico che tuttora persistono) non esiste una sfera autonoma che può specificamente essere definita “assistenza” o “beneficenza”: la cura di bambini ed anziani non è un compito autonomo di qualcuno, ma è un aspetto normale del vivere quotidiano di tutti che si compenetra con le altre attività. E’ il gruppo sociale di appartenenza a svolgere, in modi culturalmente determinati, le funzioni educative e quelle di aiuto interpersonale: i rapporti di ricerca degli antropologi culturali sono a questo proposito ricchi di informazioni.

In queste società fortemente integrate la sicurezza della sopravvivenza non é garantita da istituzioni specifiche, ma è ottenuta nel contesto della vita quotidiana del gruppo, attraverso una gestione diretta dei compiti connessi a questa funzione. Bambini e vecchi partecipano al ciclo produttivo e collaborano in base ad assunzioni ed aspettative di ruolo stabilite dall’età e dal sesso, in una forma elementare di divisione del lavoro.

Una chiave esplicativa piuttosto utile per analizzare la storicità delle funzioni assistenziali è quella di ricercare le basi materiali (sociali ed economiche) delle varie trasformazioni che si sono succedute nel corso del tempo.

1.2. Le istituzioni del medioevo

Con riferimento alle società europee, é nel basso Medioevo che si osservano i primi processi di differenziazione delle attività assistenziali. Tale periodo storico appare connotato dalle opere delle Chiese locali e dall’ospitalità data dai monasteri ai pellegrini, ai poveri, ai malati: i grandi sommovimenti sociali, le invasioni ed i cambiamenti dei rapporti produttivi creavano masse bisognose che trovavano nel sistema degli ordini religiosi forme di assistenza organizzata. Con il secolo X, dopo la disgregazione dell’impero carolingio, il feudalesimo ed il sistema signorile modellarono gran parte dell’Europa occidentale:

Il feudalesimo si può in certo modo definire come un assetto sociale basato su un contratto esplicito o implicito. La condizione del singolo dipendeva rigorosamente dalla sua posizione rispetto alla terra, e, reciprocamente il rapporto con la terra determinava i diritti e doveri politici del singolo [12]

L’aumento degli scambi commerciali ed il passaggio dall’autoconsumo ad una maggiore specializzazione produttiva, oltre ad essere alla base del moltiplicarsi delle città, intaccarono l’efficienza dei precedenti rapporti feudali e signorili. In una prima fase le nuove condizioni economiche accrebbero il “potere contrattuale” del signore nella stipulazione di nuovi patti con il servo: tutte le terre migliori erano state occupate ed i nuovi insediamenti dovevano rivolgersi a terre più povere, o sottoporre a sfruttamento più intensivo quelle già coltivate. L’aumento relativo della quantità di lavoro provocò il deterioramento del tenore di vita del lavoratore: il pane divenne più caro ed i salari reali caddero. Il secolo XIII vide contemporaneamente l’inesorabile deterioramento del livello di vita nelle campagne ed una fase di grande espansione del commercio e degli scambi. Ma, essendo l’incremento demografico superiore all’aumento della produttività, si verificò una grande carestia (1315-1317), accompagnata da una serie di epidemie di peste bubbonica e polmonare, a causa delle quali si ebbe una forte contrazione della popolazione:

Il risultato fu che il valore relativo dei prodotti e dei fattori si capovolse. La terra era diventata di nuovo relativamente abbondante e il lavoro più scarso e più caro [...]. La caduta della rendita colpì i signori nel momento stesso in cui la scarsità della manodopera rafforzava il potere contrattuale dei lavoratori. Sotto questa spinta il rapporto servo-signore, che era uno degli elementi costitutivi del sistema signorile, venne gradualmente travolto. La durata dei contratti crebbe e il servo cominciò ad acquisire diritti esclusivi sulla propria terra[13]

Dunque, l’uso della terra passò a vasti gruppi di contadini e questo influenzò direttamente ed indirettamente anche le forme assistenziali dell’epoca:

La chiesa si adoperò per rendere sempre più largo e continuativo il movimento di affrancazione dei servi. Proclamò che la libertà civile del cristiano era sacra ed inalienabile quanto la sua vita stessa e che dovevasi abolire il commercio dei servi come contrario alla dignità ed ai naturali diritti dell’uomo.[...] Non bisogna credere, però, che tale atto di liberalità fosse sempre espressione di uno spirito religioso o umanitario. [...] Anzitutto mediante l’affrancazione i signori erano esonerati dalle cure e dai fastidi della diretta amministrazione dei loro fondi e dal mantenimento da una più o meno numerosa popolazione servile. In secondo luogo, trasformando la maggior parte dei servi in coloni o mezzaiuoli, essi ritraevano dai loro poderi un reddito più sicuro e spesso anche più elevato[14]

Questi mutamenti economici provocarono la nascita di problemi sociali che ebbero ripercussioni sulle forme assistenziali dell’epoca: infatti tutti coloro che non avevano terra quale mezzo di produzione con cui vivere, formarono una vasta popolazione povera e fluttuante (vagabondi, mendicanti, ecc.) che si accalcava alle porte dei conventi e delle chiese:

Il fenomeno del vagabondaggio rispecchiava del resto l’estrema mobilità di una parte della società medievale, la ‘population flottante’: mercanti, sensali, venditori ambulanti e girovaghi (colporteurs),monaci questuanti, o vaganti in fuga dal convento, frati perdonatori e venditori di reliquie, chierici senza patria, poeti cortigiani e cantastorie, studenti itineranti chiedenti la carità muniti della lettera col sigillo universitario, corrieri e cursori, indovini e chiromanti, negromanti ed eretici, settari e predicatori d’ogni ordine e disordine, medicastri e guaritori [...] poi veniva la grande caterva dei pellegrini autentici e no, dei visionari, degli ‘uomini di Dio’, dei giudei erranti e maledetti (e naturalmente dei loro falsificatori) dei mendicanti veri e dei mendicanti falsi (la gueuserie), delle congregazioni di ciechi, degli storpi, degli attratti, dei lebbrosi, dei mercenari[15]

In molti paesi le prime misure contro la povertà furono assunte intorno al 1350:

Ma questa legislazione, che d’altronde rimane spesso inapplicata, non cancella affatto le antiche idee sui diritti sacri del povero quale rappresentante del Cristo sulla terra. Comincia semplicemente a delinearsi una distinzione che avrà molta fortuna nei secoli seguenti, tra poveri ‘buoni ‘ e poveri ‘cattivi’; e i poteri pubblici, almeno, ritengono di usare la massima severità con i secondi. Ma si esita, si va a tentoni. Evidentemente, alla fine del Medioevo non si è ancora deciso quale dei due opposti atteggiamenti adottare[16]

Attraverso questa succinta ricognizione è possibile concludere che la funzione svolta dall’assistenza in epoca medievale è quella di rispondere ai bisogni di coloro che, per motivi diversi, non hanno terra da cui ricavare mezzi di sostentamento:

Privo di terra, il povero non godeva più della protezione della comunità di villaggio, che fino a quel momento anche quando lo disprezzava non l’aveva mai abbandonato. Nella città il povero proveniente dalla campagna era solo un forestiero anonimo, che come mendicante vagabondo poteva diffondere malattie e, ancor peggio, come povero disoccupato poteva causare guai. Di conseguenza, molte città istituirono centri di accoglienza in cui i malati, gli invalidi, i poveri ed i viandanti di passaggio ricevevano assistenza materiale e morale[17]

Fu questa la base materiale per la costruzione di una rete di istituzioni, inizialmente di matrice ecclesiastica,    ma successivamente anche laica:

La carità divenne più marcatamente urbana e attraverso l’iniziativa ecclesiastica o con l’appoggio dei vescovi e dei re, portò ad un inizio di riorganizzazione in nuovi, più grandi ospedali, della rete medievale di piccoli ospizi, le cui rendite erano spesso state distolte dalla loro destinazione originaria. Non sorprende che le città italiane del Centro-nord, dato il loro precoce sviluppo e la loro prosperità, abbiano realizzato le più sofisticate infrastrutture di supporto sia pubbliche che private: i primi monti di pietà d’Europa, ospizi per trovatelli, confraternite specializzate nell’assistenza di gruppi particolari, come i poveri vergognosi, o nell’intervento in momenti speciali del ciclo di vita (doti nuziali, funerali) [18]

Ma ritorneremo ancora su questo tema nel capitolo sugli ospedali.

Con le prime fasi di sviluppo delle moderne società industriali si entra in una nuova fase:

Fu nella prima metà del sedicesimo secolo che i poveri apparvero per la prima volta in Inghilterra: essi si misero in evidenza come individui staccati dal feudo ‘o da qualunque superiore feudale’ e la loro graduale trasformazione in una classe di liberi lavoratori fu il risultato combinato della feroce persecuzione contro il vagabondaggio e della promozione dell’industria domestica che fu sostenuta da una continua espansione del commercio estero. [...] Inoltre mentre i poveri alla metà del sedicesimo secolo rappresentavano un pericolo per la società sulla quale calavano come eserciti ostili, alla fine del diciassettesimo secolo i poveri rappresentavano semplicemente un aggravio fiscale [19]

L’affermarsi del modo di produzione capitalistico e l’interconnessa rivoluzione industriale sono gli eventi che spiegano   l’origine dei fenomeni sociali, politici, e culturali della nostra epoca: anche le odierne istituzioni assistenziali e previdenziali dunque si inquadrano nel contesto di quei profondi mutamenti strutturali.

In termini descrittivi il capitalismo è un sistema economico-sociale fondato sui seguenti fattori: a) è una economia di scambio, nella quale le transazioni non avvengono in natura, ma attraverso la mediazione del denaro; b) sul mercato si scambiano sia le merci, sia le prestazioni lavorative fra una classe di proprietari che hanno bisogno di lavoro per far funzionare le loro imprese e una classe di lavoratori che hanno da vendere solo la loro forza lavoro; c) accumulazione e reinvestimento di capitale nell’ambito dell’impresa; separazione tra lavoro e proprietà privata dei mezzi di produzione e di quelli di distribuzione dei beni e servizi; d) profondo processo di separazione delle attività di scambio dal resto delle attività sociali[20]. Questi caratteri della nuova formazione economico-sociale hanno prodotto cambiamenti a tutti i livelli (agricoltura, artigianato, imprenditoria) ed in particolare sullo stato moderno e nelle politiche sociali.

Il punto chiave agli effetti di questa sintetica rappresentazione del primo enuclearsi delle funzioni assistenziali è il processo di separazione dei produttori (artigiani e servi della gleba) dai loro mezzi di produzione (terra e strumenti di lavoro). Questo fenomeno avvenne nel modo più tipico in Inghilterra, in seguito a radicali mutamenti dell’organizzazione agricola prodotti dal movimento delle enclosures, ossia delle “recinzioni su vasta scala di campi ed altre aree di proprietà demaniale, attuate di solito da ricchi fittavoli o proprietari senza il consenso degli abitanti meno abbienti, che spesso avevano come conseguenza lo spopolamento della contrada” [21]. In tal modo molti piccoli agricoltori vennero trasformati di fatto in mendicanti, che andavano a costituire i primi gruppi di forza lavoro del nascente capitalismo:

Questa massa di proletari vedeva due grandi rischi sulle proprie possibilità di esistenza: il rischio di non trovare compratori cui vendere la propria forza- lavoro, e il rischio di restare, per malattia o vecchiaia o invalidità, priva di forza-lavoro da vendere [22]

Questo tipo di sviluppo socio-economico andò di pari passo con le disuguaglianze sociali. In tale contesto l’emigrazione era un fatto assolutamente normale: sia i poveri delle città che quelli delle campagne lasciavano i propri luoghi d’origine, sperando di trovare altrove un lavoro o qualche forma di assistenza. Le città dell’Europa occidentale dovettero fare i conti con il diffondersi della povertà e si ridussero sempre più a luoghi di sosta provvisori nell’ambito dei vari spostamenti alla ricerca incerta dei mezzi più elementari di sussistenza. Questa moltitudine sempre più numerosa di poveri vaganti (simile al pauperismo medievale e soggetto anch’esso ad una certa mobilità) provocava nei contemporanei orrore e paura. Tali trasformazioni strutturali ebbero anche delle conseguenze sui modelli ideologici e valutativi dei problemi sociali. Il povero nel XVI secolo non venne più visto come il rappresentante di Cristo, ma piuttosto come un pericolo sociale, una fonte di contagio delle malattie ed un fautore di disordini popolari.

E’ da qui che nasce l’interconnessione fra il controllo della povertà e l’organizzazione amministrativa dell’assistenza. La nuova politica assistenziale, comune sia ai paesi protestanti che a quelli cattolici, trova una completa teorizzazione in un libro (uscito a Bruges nel 1526) del gesuita J.-L. Vivès : De Subventione pauperum. Nel libro si attaccano violentemente i ricchi (che preferiscono farsi costruire tombe troppo sontuose anziché fare l’elemosina) ed i poveri (che mendicano simulando le malattie, disturbano le funzioni nelle chiese, si perdono nei vizi). Nell’interesse di entrambi si impone una riforma:

Due assessori municipali con un segretario dovranno visitare tutti i poveri, sia nell’ospizio che a domicilio. Dovranno annotare i loro modi di vivere, i loro bisogni, il numero dei loro figli, i modi di vivere prima di cadere nella miseria, e le circostanze che li hanno condotto alla povertà. I mendicanti dovranno spiegare quali ragioni li portarono ad elemosinare. L’interrogatorio degli ammalati sarà fatto da un medico.

Quando sarà completata l’anagrafe dei poveri, gli assessori comunali incaricati dell’assistenza prenderanno ciascuno una decisione, presa a ragion veduta, senza tener conto di alcuna raccomandazione. I mendicanti sani riceveranno una specie di foglio di via con i mezzi per recarsi ai loro paesi di origine. Gli altri poveri dovranno lavorare o in laboratori o presso privati o al proprio domicilio o mettersi al servizio della città o degli ospedali. Se non conoscono nessun mestiere, dopo un esame attitudinale, se ne insegnerà loro uno.

Per quelli sprovvisti di intelligenza, si troverà un lavoro non qualificato. Quando il bisogno del povero supera il guadagno ottenuto attraverso il lavoro, il di più sarà devoluto all’assistenza.

Né i ciechi, né i vecchi devono rimanere oziosi. I mentecatti dovranno essere trattati con dolcezza e i contagiosi dovranno essere isolati. Bisognerà avere un capitale per pagare i debiti dei prigionieri. Ci sarà un’assistenza per le donne decadute. Ci saranno piani di soccorso per le vittime degli incendi, delle inondazioni, dei naufragi. In tutti i casi l’assistenza deve essere sufficiente e deve sempre condurre al lavoro. ” [23]

Il libro di Vivès espone quello che oggi chiameremmo un programma di politica sociale: centralizzazione dei fondi per l’assistenza, riforma morale, necessità del lavoro (anche coatto), proibizione dell’accattonaggio, ecc.

Queste idee, unite al manifestarsi di carestie ed epidemie rovinose, diedero vita, dal decennio 1520-1530 in poi, ad ordinanze delle autorità centrali con svariate norme che configuravano radicali riforme della politica sociale. In quasi tutte le città predominava il principio della rigida proibizione dell’accattonaggio, per scoraggiare le migrazioni dei poveri ed obbligare quelli in buona salute (indipendentemente dall’età e dal sesso) ad accettare lavori sottopagati. I fondi esistenti vennero centralizzati in vari tipi di casse: common box, gemene beurs, Aumone générale, gemeinen Kasten, ecc. In Francia vennero introdotte delle tasse obbligatorie per i poveri, che inizialmente incontrarono resistenze, ma che poi vennero accettate:

La prima riforma importante del sistema di assistenza nei decenni dal 1520 al 1550 fu caratterizzata da una natura fortemente comunale e da una notevole identità di fini e di metodi. Le autorità civiche subentrarono alla Chiesa nella responsabilità dell’assistenza e tentarono di centralizzare e razionalizzare le risorse dirigendole verso gruppi specifici (specie i minori), ordinando nel contempo l’espulsione dei forestieri, la proibizione dell’accattonaggio, la restrizione della tradizionale accoglienza ai pellegrini e la segregazione in case di correzione degli individui validi [24]

1.3. Il caso storico dell’Inghilterra: la “Poor Law”

E’ in Inghilterra che si trovano riunite tutte le condizioni che favorirono una completa riorganizzazione dell’assistenza: aumento della popolazione e dei prezzi, sviluppo del movimento delle recinzioni, espansione di un’industria tessile rurale che aumentava il numero dei poveri, ecc. Da un importante dibattito parlamentare (1597-98) emerse uno statuto che costituì la sintesi di tutte le precedenti disposizioni in materia di assistenza: questo testo, leggermente modificato nel 1601, e meglio conosciuto come la Poor Law (Legge dei Poveri elisabettiana), divenne permanente nel 1640 e rimase in vigore fino al 1834:

Il sistema, applicabile all’Inghilterra e al Galles, si basava sulla figura degli Overseers of the Poor, controllati a loro volta dai giudici di pace. Una tassa settimanale obbligatoria viene imposta in ogni parrocchia, o, se questa è troppo povera, nel quadro del distretto. Il rifiuto di pagare la tassa comporta il pignoramento e la vendita dei beni, e perfino l’imprigionamento dei recalcitranti. E’ proibito qualsiasi genere di mendicità. La tassa deve servire a tre scopi. I poveri invalidi e i vecchi vengono soccorsi. I bambini poveri vengono inviati ad apprendere un mestiere, fino all’età di 24 anni per i maschi, sino a 21 per le femmine. I poveri validi vengono mandati a lavorare e, a questo scopo, uno dei compiti degli Overseers of the Poor è quello di costituire stocks di materie prime: canapa, lana, filo, ferro [...]. Organizzazione amministrativa della carità, assistenza per mezzo del lavoro, due concetti guida del XVI° secolo, culminano così nella Legge dei Poveri di Elisabetta che poneva in essere un sistema destinato a diventare famoso [25]

Questi tipi di legislazione si inscrivono nella dottrina filosofico-giuridica del giusnaturalismo, che sostiene l’esistenza di norme di diritto naturali, e quindi razionali, che sostituiscono quelle “divine”: inizia l’idea di laicizzazione dello Stato, si dà fondamento umano al potere di chi governa, l’attività del legislatore è vincolata ad alcuni principi universali al di fuori dei quali non esiste legge, ma solo l’arbitrio. E’ bene chiarire che questo iniziale intervento dello Stato “non corrisponde a criteri filantropici e tanto meno sociali, bensì a ragioni di prestigio e di polizia”[26]: esso è funzionale alla necessità di difendere l’ordine pubblico e di garantire la sicurezza delle classi sociali emergenti dal pericolo rappresentato dal pauperismo ed in particolare da quello urbano.

Nell’analisi fin qui condotta, si è cercato di far emergere le strette relazioni fra sviluppo economico, mercato del lavoro ed assistenza:

La formazione del proletariato precedeva la formazione di quel capitale che avrebbe potuto impiegare la forza-lavoro resa disponibile. Ma gli uomini, che di quelle cose erano protagonisti e promotori, erano totalmente incapaci di comprendere quel che avevano scatenato. Reagirono perciò le classi dirigenti, con provvedimenti che da un lato tendevano a reprimere le conseguenze dei fenomeni economici (comminando pene severissime per il ‘reato’ di povertà) e dall’altro lato tendevano ad utilizzare le forze rese disponibili [27]

Questa funzione di controllo sociale, che originariamente assume l’assistenza, è stata oggetto di vari studi storici e sociologici molto unilaterali e riduttivi[28] che hanno amplificato fortemente tale dimensione, talvolta con il risultato di perdere di vista l’articolazione complessiva dell’insieme dei fattori in gioco (economici, giuridico-istituzionali, culturali, ideologici, ecc.).

La legge sui poveri si presta a mostrare come il rapporto fra la dimensione economica e quella istituzionale va sempre visto nella sua globalità. E’ infatti stato osservato che la Poor Law nel corso del tempo risponde ad interessi diversi[29]. Agli inizi serve i proprietari fondiari, poiché ha il significato di tenere in vita la forza-lavoro, trasferendo sulle tasse dei poveri il relativo costo di mantenimento. In seguito, con l’accentuarsi della polarizzazione proletariato-capitale e la formazione di una economia mista di tipo agricolo-manifatturiero,    la stessa legge è funzionale agli interessi della classe lavoratrice, poiché ne aumenta la forza contrattuale sul piano economico, in quanto i suoi mezzi di sussistenza non dipendono solo dalla vendita della forza-lavoro, ma da altre fonti di reddito (il lavoro agricolo, i sussidi, ecc.). In queste condizioni   non sono sufficienti i mezzi economici per trasformare totalmente la forza-lavoro in una merce e a comprimerne il prezzo di mercato, ma occorre ricorrere ad altri mezzi, come il prolungamento per legge della giornata lavorativa:

L’assenza di una legislazione protettiva del lavoro (mancanza di tutela del lavoro infantile, mancanza di limiti massimi fissati alla giornata lavorativa) e la presenza, al contrario di una legislazione oppressiva sul lavoro (legge sul massimo salariale e sulla durata minima della giornata lavorativa) cioè nel complesso la mancata tutela dell’esistenza fisica della classe lavoratrice, è, entro certi limiti, espressione del permanere di vasti strati artigianali, e quindi di una larga zona di classe lavoratrice indipendente; cioè l’intensità della pressione politica, legislativa, amministrativa, nei confronti della classe lavoratrice è in un certo senso la misura dell’incapacità, da parte del capitale ad esercitare una sufficiente pressione economica [30]

1.4. Riorganizzazioni amministrative dell’assistenza

Negli anni successivi al 1790, a causa di una serie di cattivi raccolti e del rialzo dei prezzi connesso alla guerra contro la Francia, si manifestò una crisi economica ed il precedente sistema di distribuzione dei sussidi, destinati ad integrare i salari insufficienti, si rivelò inefficace, in rapporto al suo localismo, ed inadeguato. Ecco allora la legislazione assistenziale ritornare a vantaggio dei padroni, attraverso la Speenhamland Law:

I magistrati del Berkshire riuniti al Pelikan Inn a Speenhamland presso Newbury, il 6 maggio 1795, in un periodo di grave difficoltà, decisero che i sussidi da aggiungere ai salari, avrebbero dovuto essere attribuiti secondo una scala dipendente dal prezzo del pane, in modo da assicurare un reddito minimo ai poveri indipendente dai loro guadagni. [...] Con la legge elisabettiana i poveri erano costretti a lavorare per qualunque salario essi potessero ottenere e soltanto coloro che non potevano ottenere lavoro avevano diritto al sussidio; un sussidio comeintegrazione del salario non fu né pensato né dato. Con la Speenhamland law un individuo veniva aiutato anche se aveva un lavoro fintanto che il suo salario ammontava a meno del reddito familiare che gli era assegnato dalla scala. [...] Nel giro di pochi anni la produttività del lavoro cominciò a sprofondare al livello del lavoro per gli indigenti fornendo ai datori di lavoro un’altra ragione per non aumentare i salari al di sopra della scala [31]

In questo modo la legislazione assistenziale va a vantaggio dei proprietari dei mezzi di produzione, i quali possono pagare salari inferiori al minimo necessario per mantenere in vita i lavoratori, in quanto una parte del salario viene integrata con i sussidi, che sono a carico delle tasse sui poveri:

Ecco come lo stesso strumento, quella forma embrionale di vera e propria “assistenza sociale”, ha servito successivamente tre classi diverse: in primo luogo la classe dei proprietari fondiari, poi la classe lavoratrice, in ultimo la classe capitalista. L”assistenza sociale’ non serve sempre la medesima classe: e non sempre nella medesima misura: serve alla classe che sa usarla, o meglio, aumenta la forza della classe che ha la forza di usarla [32]

In questo quadro storico-sociale, resta ora da conoscere ed interpretare il ruolo giocato dalle cosiddette Workhouses (case di lavoro), di cui si parlerà ancora quando verrà trattato il tema delle origini degli ospedali. La politica assistenziale del XVII secolo é stata vista anche nei termini di un “grande internamento” [33], poiché strutture che svolgevano questa funzione sorsero in tutta Europa con denominazioni diverse: tuchthuizen (in Olanda), hopitaux généraux (in Francia), zuchthausern (in Germania):

Queste istituzioni, in gran parte case di correzione, in parte sedi di attività artigiane centralizzate, erano sorte con lo scopo di isolare tutti  quei gruppi sociali che si supponeva fossero più inclini all’ozio ed al disordine, e specialmente accattoni e vagabondi, per disciplinarli per mezzo di un severo regime a base di lavoro ed istruzione morale, in modo da trasformarli in manodopera disciplinata ed utile. Certo non tutti i disoccupati potevano essere messi al sicuro in queste istituzioni. Come ‘case del terrore’, comunque, esse offrivano la possibilità di un risparmio indiretto nell’assistenza e nuovi stimoli al mercato del lavoro [34]

L’internamento non é in linea di principio, obbligatorio.”Ma il povero che rifiuta di entrare in una workhouse viene privato dei soccorsi parrocchiali distribuiti dagli Overseers of the Poor; e la mendicità è, naturalmente, proibita!” [35]

Da quanto detto, appare abbastanza chiaro che nel passato la legislazione assistenziale si è trovata al centro di interessi contrastanti. Da una parte doveva contribuire a mantenere in vita, a spese di tutte le classi da cui venivano prelevate le tasse, la forza-lavoro che si rendeva necessaria per l’industria in formazione. D’altra parte il livello minimo vitale concesso nelle workhouses non doveva essere più allettante di un basso salario unito ad una lunga giornata lavorativa: i poveri dovevano essere così atterriti dalla prospettiva di finire in questi luoghi, da accettare di essere avviati al lavoro con un salario più basso possibile. Va ricordato che queste politiche sociali incontrarono opposizioni fra i contemporanei. Dal punto di vista degli interessi dei proprietari fondiari e del movimento religioso puritano   si può ricordare lo scrittore inglese Daniel Defoe, che riteneva le workhouses dannose per l’occupazione:

Supponiamo ora che una workhouse per l’impiego dei bambini poveri li metta a filare lana pettinata. Per ogni matassa di lana che questi poveri bambini filano, ci dovrà essere necessariamente una matassa di lana in meno filata da qualche altra parte e cioè da qualche povera famiglia o persona che la filava prima [36]

Le sue critiche non ebbero alcun effetto pratico, in quanto il doppio sistema dei sussidi e delle workhouses era ancora funzionale alla formazione del mercato del lavoro. Quando la sola concorrenza tra i venditori della forza-lavoro fu sufficiente a garantirne un progressivo abbassamento del prezzo la legislazione assistenziale, che aveva retto sino ad allora, divenne un ostacolo ed infatti negli anni 1832-1834 venne riformata:

Sotto Speenhamland la società si trovava nel contrasto di due opposte tendenze, l’una che emanava dal paternalismo e proteggeva il lavoro dai pericoli del sistema di mercato, l’altra che organizzava gli elementi della produzione, inclusa la terra, in un sistema di mercato, privando la gente comune del suo status precedente e obbligandola a guadagnarsi la vita offrendo in vendita il proprio lavoro, privando nello stesso tempo quest’ultimo del suo valore di mercato.Si andava creando una nuova classe di datori di lavoro, ma non poteva formarsi una nuova classe di lavoratori. [...] Con il 1834 si formò la convinzione generale, e tra molte persone ragionevoli, una convinzione appassionatamente sostenuta, che tutto era preferibile alla continuazione dei metodi di Speenhamland. O si sarebbero dovute demolire le macchine come avevano tentato di fare i luddisti, o si doveva creare un regolare mercato del lavoro [37]

In conclusione, la politica assistenziale si è intrecciata continuamente al problema del mercato del lavoro: inizialmente per crearlo, successivamente per agire sull’andamento dei salari.

Nel momento storico in cui la sola azione del mercato è sufficiente a stabilire le relazioni fra le classi, ed in particolare quella fra i proprietari dei mezzi di produzione e il proletariato, si entra in una nuova fase dell’evoluzione dei sistemi di sicurezza sociale, consistente nella creazione della “previdenza sociale”, che si affianca alla “assistenza”.

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[1] Webster’s Third New International Dictionary(1993), Konemann, Cologne

[2] Cfr,. GALLINO L. (1978),  Dizionario di sociologia, Utet, Torino, p. 438

[3] Cfr. HILL M. (1999), Le politiche sociali: un’analisi comparata, Il Mulino, Bologna, p. 38

[4] Cfr. Buti ., Franco ., Pench L.R. (1999), p. 80

[5] Wilensky H.L., Luebbert G.M., Reed Hahn S., Jamieson A. M. (1989). Per una rassegna delle definizioni di Politica sociale si vedano i seguenti testi: Donati P.P (1993), Girotti F. (1998), Tognetti Bordogna (1998)

[6] Si veda anche MOZZANICA C.M. (1998),

[7] La sintetica definizione fa riferimento alla scuola di sociologia urbana francese ed in particolare a Paul Henry Chombart De Lauwe. Una trattazione  è contenuta in GASPARINI A., La casa ideale, Marsilio, Padova 1975 p. 31-52

[8] Elaborato sulla base di: HOLLAND W. W., GILDERDALE S. (1973), New concepts of management in the NHS 1973

[9] In proposito si veda: Ritter (1996);  Mollat M. (1983); Cherubini A. (1958);

[10] Cherubini A., Storia della previdenza sociale (1977)

[11] Cfr Cap. 3

[12] In North D.C. e Thomas R.P. (1976), p.15.

[13] Cfr. Ivi, p.20.

[14] In Lo Monaco – Aprile A.,  La solidarieta’ umana nella sua evoluzione storica, a cura dell’Associazione Nazionale Enti di Assistenza, Edizione “Il Supplemento di Solidarietà Umana”, Milano 1950, pagg. 69 – 70

[15] L’articolata e colorita descrizione di queste figure sociali (ma l’elenco citato é solo una parte): é in : Camporesi P. (a cura di.) (1973), pp.  XXII-XXVII.

[16] Cfr. Gutton J.P.(1977) p.78-79.

[17] Cfr. S.J. Woolf (1988), p. 23

[18] Cfr. S.J. Woolf (1988), p, 23

[19] Cfr. K. Polanyi (1974), pp. 132-3

[20] Per una analisi approfondita si veda: Bagnasco A., Barbagli M., Cavalli A. (1997), pp. 43-72

[21] Cfr. Lis, Soly, op.cit, p. 91. Per altre informazioni sul tema: : Gutton, op. cit., pp. 31 e 91.

[22] Cfr. L. Conti (1958), p. 6

[23] Cfr G. Cattaui De Menasce (1963), p. 82-3

[24] Cfr. Woolf, op. cit., p. 26

[25] Cfr. Gutton. op. cit., p. 93

[26] Cfr. A. Cherubini, op. cit., p. 63

[27] Cfr. L. Conti, op. cit. p.7

[28] Un saggio che radicalizza in modo estremistico questo punto di vista   é: F.F. Piven, R.A. Cloward , Assistenza e ordine sociale, in M. Ciacci, V. Gualandi (a cura di ) (1977),  in La costruzione sociale della devianza,,  Il Mulino, Bologna 1977, p.308-330

[29] Cfr. L. Conti, op. cit., p. 7

[30] Cfr. L. Conti, op.cit., p. 13

[31] Cfr. K. Polanyi (1974), pp. 100-2

[32] Cfr. L. Conti, op. cit., p. 14

[33] Sul tema un  fondamentale libro di riferimento è: M. Foucault (1976), Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano

[34] Cfr. Lis, Soly, op.cit, p. 163

[35] In J. P.Gutton, op.cit., p.103. Si veda anche: CHERUBINI A.,op.cit.,p.14 e Cattaui De Menasce, La solidarieta’ umana, op.cit., p.93

[36] Cfr. D. De Foe (1982) , Fare l’elemosina non è carità, dare lavoro ai poveri è un danno alla nazione, Feltrinelli,  Milano, p, 77

[37] Cfr. K. Polanyi, op.cit. pp. 103-4

l’idea di candidare il villaggio sanatoriale Morelli di Sondalo a patrimonio dell’umanità sotto l’egida dell’Unesco


Prende sempre più corpo l’idea di candidare il villaggio sanatoriale Morelli di Sondalo a patrimonio dell’umanità sotto l’egida dell’Unesco. Ipotesi rafforzatasi, peraltro, a seguito del convegno internazionale di studi svoltosi al Vallesana di Sondalo che, insieme al villaggio sanatoriale Morelli, all’Abetina e alla Pineta di Sortenna (il primo sanatorio in assoluto realizzato in Italia nel 1903 ad opera del medico sondalino Zubiani) costituisce un patrimonio monumentale di architettura sanatoriale unico nel suo genere nell’arco alpino considerato che, come sottolineato dalla professoressa Daniela Vaj, dell’Università di Losanna, «la montagna sopra Sondalo e, quindi, la Valtellina può essere considerata la regione italiana pioniera nella cura alla tubercolosi».
«Come sondalini siamo ben consci del patrimonio culturale, monumentale e sanitario che insiste sul nostro territorio e che ne ha tracciato la storia – assicura il sindaco, Luigi Grassi, che insieme ad altri componenti la maggioranza e ad alcuni consiglieri di minoranza ha presenziato ai lavori del convegno le cui fila sono state magistralmente tenute dalla professoressa Luisa Bonesio, docente di Estetica e Geofilosofia all’Università di Pavia, sondalina d’origine -. Già in campagna elettorale avevamo assicurato la volontà di rilanciare il Morelli a tutto campo lavorando anche alla salvaguardia del patrimonio monumentale in esso contenuto così come nelle altre strutture ex sanatoriali che insistono sul nostro territorio. L’ipotesi di adire l’Unesco non è per noi nuova, ma è certamente uscita rafforzata dal convegno appena conclusosi cui ha partecipato anche il commissario Unesco Darko Pandakovic, professore di architettura del paesaggio al Politecnico di Milano».
Pandakovic, nel suo intervento, ha evidenziato come sia già tardi, oggi, per intervenire sulle strutture dismesse del Morelli e come vi sia, quindi, la necessità di procedere speditamente nella ricerca non tanto di supporto rispetto a Provincia e Regione quanto di interesse sovranazionale (europeo e statunitense) da parte di enti, società scientifiche, realtà con finalità educative o di turismo culturale che possano, in qualche modo, essere intrigate dall’investire sui padiglioni dismessi sondalini.
«Qualcosa in questo senso si sta già muovendo – ricorda il sindaco Grassi – considerato l’interesse dell’immobiliare svizzera rispetto all’utilizzo di alcuni padiglioni sondalini. È una strada che va approfondita, così come occorre insistere con la candidatura Unesco accontentandosi, magari, nel frattempo, di ottenere livelli intermedi di protezione monumentale. Ciò senza dimenticare l’impegno della presidenza e dell’amministrazione provinciale che si sta attivando al massimo in Regione per ridare linfa vitale alla struttura ospedaliera, e non solo, sondalina».

Ospedale Morelli, prende corpo l’ipotesi della tutela dell’Unesco – Cronaca – La Provincia di Sondrio.

La giornata lavorativa nel Settecento, di babilonia61


Sebbene la situazione variasse da mestiere a mestiere, da luogo a luogo, la giornata lavorativa nel Settecento europeo era dura e lunga, non priva di pericoli e orari massacranti.
Nelle botteghe artigiane, così come negli stabilimenti, si lavorava dalle 14 alle 16 ore, con punte anche di 18 ore, e la stessa situazione si poteva trovare anche nei lavori a domicilio

….

segue qui:

La giornata lavorativa nel Settecento « babilonia61.

Popolazione italiana ed europea nel XVIII secolo, di babilonia61


Dopo le pesti del 1630 e del 1656, e la terribile guerra dei Trent’anni che, sebbene toccando poco l’Italia, avrà pur sempre una ripercussione indiretta, la popolazione italiana ed europea in generale iniziò la sua corsa demografica che, a vicende alterne, continua ancora oggi.

…. segue

leggi l’intero articolo qui: Popolazione italiana ed europea nel XVIII secolo « babilonia61.

William Beveridge, contributi di Ugo Ascoli, David Benassi, Enzo Mingione Alle origini del welfare state. Il Rapporto su Assicurazioni sociali e servizi assistenziali


Alle origini del welfare state. Il Rapporto su Assicurazioni sociali e servizi assistenziali
Autori e curatori: William Beveridge
Contributi: Ugo Ascoli, David Benassi, Enzo Mingione
Collana: Chimere
Argomenti: Politiche e servizi socialiSociologia economica, del lavoro e delle organizzazioni
Livello: Classici
Dati: pp. 176,     1a edizione  2010  (Cod.211.3)
Alle origini del welfare state. Il Rapporto su Assicurazioni sociali e servizi assistenziali
Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 22,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856824957
In breve Il terzo volume della prestigiosa collana in collaborazione col polo universitario milanese della Bicocca, che ha l’obiettivo di riportare all’attenzione pubblica testi classici che nell’ultimo secolo hanno fornito un contributo miliare alla nostra cultura, ripropone il Rapporto Beveridge (1942), un testo che colpisce ancora oggi per la lucidità dell’analisi dei bisogni ai quali un sistema di welfare deve rispondere e per la chiarezza della proposta politica.
Presentazione
del volume:
Il 20 novembre 1942 William Beveridge, a seguito dei lavori della commissione di studio sul sistema di protezione sociale che era stato chiamato a presiedere dal governo di W. Churchill, presentava il rapporto Social Insurance and Allied Services. Si tratta del primo e più sistematico sforzo intellettuale di immaginare le politiche di welfare come un insieme coerente e integrato compatibile con un’economia di mercato. Il testo, che influenzerà l’approccio alla protezione sociale nel Regno Unito e nel resto d’Europa, darà inizio alla storia contemporanea del welfare state.
Il Rapporto Beveridge, di cui qui si ripropone la sintesi in lingua italiana curata dallo stesso governo britannico nel 1943, colpisce ancora oggi per la lucidità dell’analisi e per la chiarezza della proposta politica. Individuati i cinque grandi mali dell’umanità (miseria, malattia, ignoranza, squallore, ozio) Beveridge prospetta, per combatterli, un sistema fondato sulla corrispondenza tra il dovere di contribuzione e il diritto alle prestazioni, facendo irrompere nel dibattito politico e accademico l’idea che tutti i cittadini siano titolari di un diritto a un livello minino di sussistenza che deve essere garantito dallo Stato. Alla ricerca di un difficile compromesso tra le virtù dell’individualismo liberale e l’esigenza di proteggere gli individui dalle conseguenze negative dell’economia di mercato, egli propone una impostazione universalistica e assicurativa del sistema di welfare.
La lezione di Beveridge è ancora oggi indispensabile per affrontare le sfide delle riforme rese necessarie dai profondi mutamenti sociali ed economici in atto in tutti i paesi europei.

Sir William Beveridge (1879-1963) è comunemente considerato l’intellettuale che maggiormente ha influenzato lo sviluppo dei sistemi di welfare dopo la seconda guerra mondiale. Nato in India, formatosi al Balliol College di Oxford, comincia la sua carriera di intellettuale e riformatore a Toynbee Hall, una sorta di università popolare, per poi dedicarsi al giornalismo economico. Direttore della London School of Economics dal 1919 al 1937, viene chiamato a più riprese a collaborare con il governo sui temi della protezione sociale. Nominato baronetto nel 1946, diviene leader dei liberali alla House of Lords dove parteciperà, spesso con spirito critico, alle discussioni sulle leggi istitutive del welfare britannico.

Indice:
David Benassi, William Beveridge e il Piano del 1942: alle origini del welfare state
Sir William Beveridge, Il Piano Beveridge
Assicurazioni sociali e servizi assistenziali affini
Introduzione e sommario
Le principali modifiche che vengono proposte e la loro ragione di essere
Tre problemi speciali
Bilancio Preventivo della Protezione Sociale
Piano di Protezione Sociale
Protezione Sociale e Politica Sociale
Appendici
Saggi a commento
Ugo Ascoli, Il Piano Beveridge: modernità e attualità dell’impianto
Enzo Mingione, Il Piano Beveridge e il nuovo welfare.

Alle origini del welfare state. Il Rapporto su Assicurazioni sociali e servizi assistenziali.

Scruton, Il suicidio dell’Occidente


Autore : Scruton, R.
Titolo : Il suicidio dell’Occidente
A cura di : Iannone, L.
Collana : Il Salotto di Clio – 27
Argomento : Storia
ISBN : 9788860873583
Anno : 2010
Pagine : 74
Segnala ad un amico  Versione stampabile  PREZZO: € 9,50  € 8,07
Sconto online del 15%

Intervista a cura di Luigi Iannone

L’uomo occidentale, soprattutto quello europeo, è prigioniero di una tendenza che lo porta a negare la propria identità storica e culturale e a cercare sempre nuovi riferimenti in un non meglio definito universo dei diritti. Prigioniero di una società sempre più edonistica e priva di riferimenti al sacro, sta cedendo alle suggestione teoriche dei negatori della tradizione e si trova a doversi misurare con le pulsioni antioccidentali dell’Islam e delle sue degenerazioni. Una intervista graffiante sui temi più scottanti dell’attualità politico-culturale rilasciata da uno dei maggiori pensatori contemporanei.

Le Lettere-Il suicidio dell’Occidente-L’uomo occidentale, soprattutto quello europeo, è prigioniero di una tendenza che lo porta a negare la propria identità storica e culturale e a cercare sempre nuovi riferimenti in un non meglio definito universo dei diritti.

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fondo Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia a cura di Silvia Moretti e Fiora Gaspari


fondo Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia a cura di Silvia Moretti e Fiora Gaspari

Il Fondo è conservato per volontà degli eredi nell’Archivio dell’omonima Fondazione e trasferito dalla casa veneziana dei Basaglia all’interno di due locali del complesso dell’ex Ospedale psichiatrico di San Servolo.
Nell’inverno 2008 fu versato in Archivio il fondo già conservato nella prima sede romana del Centro “Franco Basaglia”, poi divenuto Fondazione “Franca e Franco Basaglia” (51 buste pari a circa 5 m.l.), la cui documentazione testimonia l’attività portata avanti da Franca Ongaro Basaglia dopo la morte del marito, come senatrice della Sinistra Indipendente, per l’attuazione dei principi della riforma psichiatrica.

Il primo censimento della documentazione fu effettuato nel settembre 2008, a cura della Soprintendenza archivistica per il Veneto che, con provvedimento del 19/9/2008, ai sensi dell’art. 13 del D. Lgs. 42/2004 (Codice del beni culturali e del paesaggio), ha dichiarato l’Archivio di interesse storico particolarmente importante. Poco dopo ebbe inizio un intervento di riordino tuttora in corso, promosso dalla Fondazione in collaborazione con la Soprintendenza archivistica per il Veneto e il Consorzio BAICR Sistema Cultura.

La Fondazione Franca e Franco Basaglia nasce come “Centro Franco Basaglia” a fine anni Novanta a Roma e nel 2003 si trasforma in Fondazione Franco Basaglia. Dopo la morte di Franca Ongaro, nel 2009 cambia denominazione e si trasferisce a Venezia nell’isola di San Servolo che ospitò uno dei due manicomi della città e che attualmente è sede di istituzioni e manifestazioni culturali.

La società italiana nella letteratura scientifica tra fine ’800 e metà ’900, a cura dell’ IAS Istituto per gli Affari Sociali


La società italiana nella letteratura scientifica tra fine ’800 e metà ’900

Mostra "Il welfare nei libri"

Mostra bibliografica organizzata dall’IAS presso la Biblioteca Angelica di Roma

Dal 19 al 30 aprile 2010, presso la Biblioteca Angelica di Roma ex Convento dei padri agostiniani, l’Istituto per gli Affari Sociali organizza la mostra bibliografica La società italiana nella letteratura scientifica tra fine ’800 e metà ’900″.
 
In esposizione una selezione di documenti patrimonio della biblioteca dell’IAS e facenti parte della storia dell’Ente di quasi un secolo: libri del fondo antico, lastre fotografiche e manifesti di campagne sociali che documentano l’interesse letterario a tematiche sociali e medico-sociali tutt’oggi di grande attualità.

 

La mostra sarà inaugurata il 19 aprile con un seminario di studio che si concluderà con la premiazione dei vincitori del concorso nazionale per le scuole superioriLa società italiana negli ultimi 100 anni. Leggila nei libri, illustrala come vuoi.

Per tutta la durata della mostra sono previsti percorsi didattici di approfondimento – con giochi a premi – per le scuole primarie (2°ciclo), medie e superiori, su alcuni temi tra cui razzismo, immigrazione, alimentazione, sport, ambiente. La partecipazione è gratuita ma è obbligatoria la prenotazione.

Sede
Galleria della Biblioteca Angelica
Via di S. Agostino, 1 – Roma
Orari di ingresso
lunedì e venerdì: ore 10:00-16:00
martedì – mercoledì – giovedì: ore 10:30-13:30 e 15:30-18:30
sabato: ore 10.00-13.30
Prenotazioni e informazioni
Segreteria della Mostra – Istituto per gli Affari Sociali
tel. 06 3221898 – 06 3224358 – 06 3200642/3
E-mail: sbde@istitutoaffarisociali.it
 

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“Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo” di Claudio De Boni: la presentazione dei tre volumi, Firenze University Press -


“Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo” di De Boni: la presentazione dei tre volumi

Si terrà il 1 marzo 2010 (ore 17.00) la presentazione dei tre volumi del prof. De Boni dedicati a Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo. L’incontro si terrà presso la Sala delle Collezioni del Consiglio Regionale della Toscana (Palazzo Bastogi, via Cavour 18 – Firenze).

Interverranno:

Fabio Bertini, Università di Firenze
Claudio De Boni, Università di Firenze
Gianni Silei, Università di Firenze
Antonio Zanfarino, Professore Emerito Università di Firenze

I tre volumi attraversano i momenti più importanti dal secolo XIX ad oggi della disputa sull’idea di “stato sociale”, una delle più controverse nella storia del pensiero politico contemporaneo: il primo volume affronta l’Ottocento, il secondo e il terzo (in uscita) abbracciano il Novecento fino ad oggi.

Claudio De Boni insegna Storia delle dottrine politiche e Storia del pensiero politico presso la Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze. È studioso del pensiero utopico, in particolare sette-ottocentesco, della tradizione politica generata dal positivismo e dell’emergere nella storia contemporanea dell’idea e delle pratiche dello stato sociale.

I VOLUMI:

Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo
L’Ottocento

Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo. Il Novecento
Parte prima: Da inizio secolo alla seconda guerra mondiale

Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo. Il Novecento
Parte seconda: dal dopoguerra a oggi (in uscita)

Firenze University Press – “Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo” di De Boni: la presentazione dei tre volumi

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Demoni e sanitá. Storia arte e leggende” (Firenze Atheneum, 2009) di Eraldo Camarri | Il Recensore.com


demoniesanitaUn’indagine sulla relazione tra malattia e la sua rappresentazione artistica. “Demoni e sanitá. Storia arte e leggende” (Firenze Atheneum, 2009) di Eraldo Camarri é uno scavo nei momenti fondamentali della storia della cultura europea moderna.

Le estetiche classicistiche che vedono nell’arte la riproduzione del bello, di una bellezza ideale piú che reale, depurato dalle imperfezioni e dalle brutture del reale, non impediscono peró l’osservazione realistica della miseria, della sofferenza, della malattia in tutte le sue forme.

Artisti che non coglievano nel mondo che li circondava le manifestazioni patologiche, ma che le provavano su stessi , in prima persona, tormentati e devastati dal male. Questo é il caso di Van Gogh, che trascorse 28 mesi nel manicomio di Saint-Rémy ad Arles, o il caso di William Blake, antesignano del Romanticismo inglese ma affetto da allucinazioni, o ancora Antonio Ligabue o Edward Munch che di una sua allucinazione ne fece un dipinto conosciuto in tutto i mondo: ” L’urlo”.

Un’indagine quella di Camarri che va dalla caccia alle streghe nell’Europa del XV e XVI secolo, fatta di condanne al rogo e torture, al fenomeno del Tarantolismo in Salento, all’episodio delle “vergini di Salem” che vide sommari processi e numerose impiccagioni per possessione diabolica alla fine del ‘600, fno ai riti Voodoo haitiano e del Candomblé brasiliano. Una tradizione nella quale la storia della patologia amplia i suoi orizzonti fino a divenire la storia complessiva di un segmento di passato nel quale la patologia si puó ricostruire il profilo della societá a cui essa appartiene.

L’arte tra demoni e sanità | Il Recensore.com

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L’esperienza dei BSA Bilanci Sociali di Area: Milano anni ’80


L’esperienza dei BSA Bilanci Sociali di Area:

Milano anni ’80

Legge 328/2000 Piani di zona

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Fulvio Conti, Gianni Silei, Breve storia dello Stato sociale, Carocci


Fulvio Conti
Gianni Silei

Breve storia dello Stato sociale

Roma
Carocci editore
pp. 234

Prima edizione marzo 2005
Ristampato nel 2006 e 2007.

Lo Stato sociale è un tema oggigiorno d’attualità e terreno di scontro politico. Il libro vuole offire una ricostruzione di lungo periodo della storia dello Stato sociale – intendendo con questa espressione l’insieme delle iniziative assunte dai vari paesi nell’ambito dell’assistenza, della previdenza, della sanità, della regolamentazione del lavoro e, più in generale, per la tutela dei ceti più deboliIl volume parte dall’analisi delle forme di assistenza ai poveri nell’età moderna – per esempio le Poor Laws inglesi del XVI e XVII secolo -, descrive la diffusione delle assicurazioni sociali dapprima nella Germania di Bismarck e poi nel resto d’Europa, spiega la nascita del concetto di sicurezza sociale nell’America di Roosevelt e la strada alternativa seguita in quegli anni dagli Stati totalitari, ricorre infine le alterne vicende del welfare state nel mondo occidentale all’indomani della seconda guerra mondiale, dai successi degli anni cinquanta e sessanta fino alla crisi e difficoltà degli ultimi decenni.

Da questo percorso emerge la consapevolezza, robadita anche nella costituzione firmata nel 2004 dai membri dell’Unione Europea, che lo Stato sociale – pur rivisto e corretto alla luce della nuova necessità – rappresenti una delle conquiste più significative dell’Europa e al tempo stesso un irrinunciabile elemento fondante della sua identità.

Indice del volume

INTRODUZIONE

1. POVERTA’ E FORME DI ASSISTENZA DALL’ETA’ MODERNA A META’ OTTOCENTO

1.1. Le prime iniziative di lotta al pauperismo
1.2. Il problema dei poveri fra Illuminismo ed età delle rivoluzioni
1.3. Riforme sociali e questione operaia nel primo Ottocento

2. LA NASCITA DELLO STATO SOCIALE

2.1. Il modello bismarckiano
2.2. Mutualismo, carità legale e legislazione sul lavoro
2.3. Conflittualità sociale e spinta riformatrice a fine Ottocento
2.4. Liberali e socialisti: dalle riforme di inizio secolo alla Grande Guerra
2.5. Esperienze a confronto

3. LE POLITICHE SOCIALI TRA LE DUE GUERRE

3.1. Dalla Grande guerra alla crisi del 1929
3.2. Il New Deal e il concetto di social security
3.3. Lo stato sociale totalitario
3.4. Le radici del welfare socialdemocratico
3.5. La svolta di Beveridge: verso il welfare state

4. LO SVILUPPO DELLA SICUREZZA SOCIALE DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

4.1. Dal warfare al welfare
4.2. I sistemi di welfare inglese e scandinavo
4.3. La mancata svolta universalistica nell’Europa continentale
4.4. L’espansione del welfare state negli anni Cinquanta
4.5. Fra innovazione e conservazione: Germania, Francia e Italia

5. L’APOGEO DEL WELFARE NEGLI ANNI SESSANTA

5.1. Il quadro europeo
5.2. Le riforme sociali del centro-sinistra
5.3. Dalla New Frontier di Kennedy alla Big Society di Johnson
5.4. Movimenti collettivi e nuovi “bisogni sociali”
5.5. Le agitazioni del 1968-69 e l’azione riformatrice in Italia
5.6. Un bilancio

6. DAL WELFARE OPTIMISM AL WELFARE PESSIMISM. LA CRISI DEGLI ANNI SETTANTA E OTTANTA

6.1 Crisi economica e politiche sociali: il caso degli Stati Uniti
6.2. La risposta europea
6.3. La nascita del Servizio Sanitario Nazionale in Italia
6.4. L’alternativa neoliberista: Thatcher e Reagan
6.5. La sfida delle politiche del rigore: Francia, Germania e Italia

7. VERSO IL TRAMONTO DELLO STATO SOCIALE?

7.1. La svolta del 1989
7.2. Le riforme degli anni novanta
7.3. La “Transizione infinita”: le politiche del welfare all’inizio del XXi secolo

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Breve storia dello Stato sociale : Tau Zero

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Gianni Silei, Le radici dell’incertezza. Storia della paura tra Otto e Novecento : Tau Zero


Le radici dell’incertezza.
Storia della paura tra Otto e Novecento

Piero Lacaita Editore
Collana “Società e Cultura” – 2008 – 2009, pp. 440

Paura, insicurezza ed incertezza sono alcune delle categorie interpretative più utilizzate per spiegare il carattere delle società avanzate all’inizio del terzo millennio.L’apparente pervasività di questi sentimenti nell’immaginario collettivo occidentale è certamente il frutto di
fattori sociali, economici, politici di straordinaria rilevanza, così come di una “cultura di massa della paura”, alimentata da finalità commerciali, di intrattenimento ma, soprattutto, politiche. Viene però da chiedersi fino a che punto questa “società dell’incertezza” possa
ritenersi davvero un tratto esclusivo della post-modernità o se, invece, paura, angoscia e più in generale il senso di “insicurezza sociale” non siano piuttosto sentimenti collettivi emersi più volte nel corso della storia, nel momento in cui una comunità ha di volta in volta elaborato un particolare allarme sociale.

Partendo da questo assunto, il volume ricostruisce le principali paure e insicurezze collettive nell’immaginario occidentale tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento. I tratti originari della paura che pare caratterizzare la società contemporanea – è una delle tesi del libro – vanno in parte ricercate proprio in questo periodo di radicali ed importanti cambiamenti. La Belle Époque, stagione solo in apparenza caratterizzata dal trionfo dell’ottimismo, si rivela così in tutta la sua importanza non solo in quanto definitiva transizione verso la modernità ma anche perché rappresenta una vera e propria “fase formativa” della sensibilità e dell’immaginario collettivo contemporanei. È in questo periodo, infatti, che si assiste alla “nascita sociale” di molte delle paure del Novecento, ed è sempre in questo stesso periodo che si assiste alla “costruzione” e diffusione delle paure che attanaglieranno l’uomo moderno e, in parte, anche quello “post-moderno”.


INDICE DEL VOLUME

Introduzione
Capitolo 1: Scontro di Civiltà
1.1. Il pericolo giallo
1.2. Invasioni

Capitolo 2: Terrorismo e complotti
2.1. L’incubo della rivoluzione
2.2. Il complotto ebraico

Capitolo 3: Vagabondi, criminali, assassini
3.1. Classi pericolose
3.2. Il brivido del delitto

Capitolo 4: Malattia e morte
4.1. Pandemie
4.2. L’aldilà

Capitolo 5: L’inconoscibile
5.1. Magnetizzatori, maghi e occultisti;
5.2. Altri mondi

Capitolo 6: Le vertigini del progresso
6.1. Il vaso di Pandora
6.2. Jihad antimacchinista

Capitolo 7: L’incertezza del futuro
7.1. Viandanti in un mare di nebbia
7.2. Un uomo nuovo per un secolo nuovo

Capitolo 8: Catastrofi e Apocalisse
8.1. Disastri
8.2. Fine del mondo o fine di un mondo?

Leggi l’Introduzione (in formato pdf) >

Recensioni
Valerio Castronovo
, Belle époque della paura, Il Sole 24 Ore
Claudio Siniscalchi,
La faccia feroce dell’età del divertimento, Libero


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Le radici dell’incertezza. Storia della paura tra Otto e Novecento : Tau Zero

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Monica Simeoni, Un medico condotto in Italia, il passato presente. Un’analisi qualitativa, FrancoAngeli, 2009


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Un medico condotto in Italia, il passato presente. Un’analisi qualitativa  
Autori e curatori: Monica Simeoni
Contributi: Giuseppe Bax, Francesca Cappel, Roberto Cipriani, Michele Coiutti, Umberto Grandis, Raimondo Strassoldo
Collana: Laboratorio sociologico – Sociologia e storia
Argomenti: Sociologia della salute
Livello: Studi, ricerche
Dati: pp. 224,     1a edizione  2009  (Cod.1047.7)
 
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Un medico condotto in Italia, il passato presente. Un'analisi qualitativa

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Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 22,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856814804
 
Tipologia: E-book
Prezzo: € 17,50
Possibilità di stampa:  No
Possibilità di copia:  No
Codice ISBN 13: 9788856820287
Formato: Adobe Acrobat
Dimensione: 2189 KB
Informazioni sugli e-book
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Non ancora disponibile
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In breve Il volume vuole ricostruire, con una ricerca qualitativa sul campo realizzata a Gonars (Udine), la figura del medico condotto, che vi ha lavorato dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, ricordato come un professionista serio e competente impegnato nella tutela della salute della popolazione, in anni di profonde trasformazioni sociali. Ne scaturisce un ritratto del medico condotto idealtipo di tanti altri che in quegli anni hanno favorito lo sviluppo del sistema sociale del nostro Paese.
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Presentazione
del volume:
Medicina e sanità. Un rapporto stretto, complesso, spesso conflittuale. La sanità è un fenomeno naturale e sociale insieme. Si inserisce nella vita quotidiana delle persone ma anche nel sistema istituzionale della società e del welfare. Il medico è un professionista capace non soltanto di sapere e di fare, ma pure di comprendere e di condividere.
Parlare della condotta medica vuol dire ricordare le origini, in Italia, negli anni del Dopoguerra, della medicina sociale. La condotta medica ha cercato di contemperare, all’interno delle istituzioni, le esigenze di cura delle comunità e la tutela della salute delle persone, favorendo anche interventi concreti di assistenza e sostegno per i più bisognosi.
L’obiettivo del volume è ricostruire, con una ricerca qualitativa sul campo realizzata a Gonars (Udine), la figura del medico condotto che vi ha lavorato dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, ricordato come un professionista serio e competente impegnato nella tutela della salute della popolazione, in anni di profonde trasformazioni sociali.
Ne scaturisce un ritratto del medico condotto idealtipo di tanti altri che in quegli anni hanno favorito lo sviluppo del sistema sociale del nostro Paese.
Al termine dell’analisi qualitativa, a conferma di una scelta metodologica per il raggiungimento degli obiettivi di conoscenza e approfondimento di una realtà sociale, si può concordare con le parole di Max Weber. In Il lavoro intellettuale come professione il sociologo tedesco afferma che solamente una rigorosa specializzazione può far dire all’uomo di scienza che solo una volta nella vita, forse, si può affermare di aver prodotto qualcosa che non è destinato a perire. “Per l’uomo, nella sua umanità, nulla ha valore se non si può fare con passione”.

Monica Simeoni è docente di Sociologia delle Migrazioni presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Roma Tre e di Sociologia della Religione presso la Pontificia Università del Laterano. Collabora a settimanali e riviste su tematiche inerenti religione, immigrazione, scuola, educazione. Ha partecipato, in gruppi di ricerca, alla progettazione e realizzazione di ricerche qualitative. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La cittadinanza interculturale. Consenso e confronto (Armando, 2005).

Indice:
Roberto Cipriani, Prefazione
Monica Simeoni, Introduzione
Parte I. Il Friuli tra la guerra e il terremoto. La figura del medico condotto. Le riforme sanitarie nel Friuli Venezia-Giulia
Raimondo Strassoldo, Il Friuli Venezia-Giulia tra la guerra e il terremoto
(Cenni di storia del Friuli; Le trasformazioni della vita quotidiana nel dopoguerra; I numeri del Friuli nei trent’anni dopo la guerra; Altri aspetti strutturali del Friuli; Conclusioni)
Michele Coiutti, Evoluzione del sistema sanitario regionale del Friuli Venezia-Giulia negli anni novanta
(Normativa regionale di riferimento; Agenzia Regionale alla Sanità e Centro Servizi Condivisi: due strutture sovraziendali; Rete ospedaliera; Partecipazione degli Enti Locali; Il finanziamento del sistema sanitario regionale della Regione Friuli Venezia-Giulia; Un nuovo modello di finanziamento; Tra “Patti” ed incognite)
Giuseppe Bax, Umberto Grandis, Il medico condotto: l’appropriatezza e la buona pratica
(Breve storia della sanità in Italia; Appropriatezza e buona pratica nella prestazione sanitaria; Intervista al dottor Benedetto Avventi, già medico condotto)
Monica Simeoni, Il medico, un professionista capace non soltanto di sapere e di fare, ma pure di comprendere e di condividere. Intervista a Giorgio Cosmacini
Parte II. La professione del medico nell’analisi sociologica. Analisi qualitativa a Gonars (Ud)
Monica Simeoni, La medicina e la salute: un percorso in evoluzione
(Dalla medicina alla salute: l’evoluzione nella professionalità medica; Il paradigma fenomenologico e interazionista. Oltre la dominanza medica: il paradigma correlazionale; Conclusioni)
Monica Simeoni, Analisi quantitativa: l’integrazione di due paradigmi
(Quantità e qualità nella storia della sociologia; La necessità, nella metodologia della ricerca sociale, dell’intreccio quantitativo e qualitativo. La Grounded Theory; Conclusioni)
Monica Simeoni, Professionalità e competenza nella vocazione del medico condotto
Monica Simeoni, L’impegno civile e sociale del medico condotto
Monica Simeoni, Conclusioni
Appendice metodologica e documentaria
Francesca Cappel, Considerazioni in merito alla fase di raccolta dei racconti di vita
(Oggetto dell’indagine: il campione; La raccolta delle interviste; Intervista I.; Intervista M.)
Un centro epidemico di febbre Q in Friuli
Convegno sulle malattie del lavoro
Riferimenti bibliografici
Gli autori.

Un medico condotto in Italia, il passato presente. Un’analisi qualitativa

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