Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano ha indicato iniziative di riforma che dovrebbero avere “concretizzazione”: la revisione della legge sul finanziamento dei partiti, già all’ordine del giorno del Parlamento, e la revisione della modifica della legge elettorale, “da tutti considerato un impegno assolutamente ineludibile”.

“Esiste un pacchetto limitato ma significativo di proposte di modifiche costituzionali già presentato; quindi, c’è solo da auspicare un sollecito svolgimento dell’iter parlamentare”. Lo ha rilevato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rispondendo ad una domanda dei giornalisti a Milano. Il Capo dello Stato ha indicato anche altre iniziative di riforma che dovrebbero avere “concretizzazione”: la revisione della legge sul finanziamento dei partiti, già all’ordine del giorno del Parlamento, e la revisione della modifica della legge elettorale, “da tutti considerato un impegno assolutamente ineludibile”.

da Notizia.


mesi della LIBERAZIONE (16 Novembre 2011- ): governo Monti/NAPOLITANO


Giorgio Napolitano, sogni di ventenne, da Napoli – Repubblica.it

Noi acquistammo coscienza di noi stessi quando già si era in piena guerra, e sin dal primo giorno vedemmo le nostre possibilità ridotte al minimo, la nostra attività frenata da cento ostacoli. Iniziammo i nostri studi e il nostro lavoro quando già cominciava a diventare difficile, in Italia, trovare tutti i libri di cui si poteva avere bisogno, quando già erano soppressi gli scambi con l’estero, quando i giovani più avanzati ed esperti di noi, che avrebbero potuto guidarci illuminarci aiutare la nostra formazione, erano lontani, dispersi sui campi di battaglia, quando l’attività culturale e letteraria italiana diventava sempre più ristretta e la stampa e l’editoria sempre più limitate ed oppresse. La vita si faceva poi sempre più dura: alle privazioni materiali, col passare del tempo, si aggiunse l’orrore di mesi e mesi di bombardamento.

Non conoscemmo più calma, divenne impossibile trovare la serenità necessaria per prendere un libro tra le mani, per studiare. 

Ma questo mio racconto sarà certamente incompleto se non ricorderò l’atteggiamento da noi preso di fronte alla più complessa ed importante delle questioni che noi avemmo da affrontare: la nostra situazione nazionale. In tanto sbandamento e in tanta incertezza, sentimmo nondimeno il bisogno di prender posizione di fronte ai fatti in mezzo a cui vivevamo, di fronte agli avvenimenti che andavano decidendo della sorte del Paese e di noi tutti.

Pur non avendo allora alcun interesse per i problemi politici né alcuna preparazione specifica, tuttavia non mi fu difficile giungere alla conclusione (e a questa intelligenza della situazione mi portarono tanto la mia educazione culturale quanto gli scambi di idee con amici, giovani e non giovani, più maturi e preparati di me) che la sconfitta, la disfatta completa era l’unico mezzo che ormai ci restava per liberarci dall’oppressione volgare e spietata che aveva privato il Paese della sua dignità, che teneva l’Italia lontana da ogni forma di progresso politico sociale culturale, che l’aveva precipitata in un vergognoso abisso morale. La sconfitta, la disfatta: questa l’unica salvezza, che ci sarebbe costata — lo sapevamo — sangue, rovine, umiliazioni senza nome. … segue

tutta la lettera qui: Giorgio Napolitano, sogni di ventenne – Napoli – Repubblica.it.


crisi della rappresentanza politica, solo l’8 % dichiara di avere fiducia nei PARTITI. Il 78% ha fiducia nel Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano , SONDAGGIO ISPO

Parlano chiaro i dati dell’ultimo sondaggio realizzato dall’Istituto di ricerca Ispo, diretto dal professor Renato Mannheimer: gli italiani non hanno più fiducia nei partiti politici. L’ultimo durissimo colpo è stato inferto sicuramente dallo scandalo che ha coinvolto la Margherita e in particolare Luigi Lusi, ex tesoriere del partito.

Gli italiani insomma sono critici contro il sistema dei partiti e il dato dei (pochi) coraggiosi che dichiarano di avere fiducia in questa istituzione è pari solo all’8% (in calo rispetto al 12% della precedente rilevazione effettuata ad ottobre) a fronte di un 91% che dischiara di avere poca o pochissima fiducia. Sono soprattutto i giovani a mostrare questo senso di sfiducia e dagli elettori dell’Idv o da quella compagine sempre più ampia che dichiara di volersi astenere dal voto.

Forte calo anche per il Parlamento: il18% ottenuto nelle rilevazioni Ispo non è certo positivo se si pensa al 22% di ottobre e al 35% di luglio. Il trend negativo non interessa invece l’ormai inossidabile Capo dello stato che ottiene il 78% e il Presidente del Consiglio che ottiene invece il 58%: entrambi i dati sono in crescita nelle ultime settimane.

Eppure, solo 1 italiano su 5 vorrebbe che le attuali forze politiche lasciassero il campo ad altre più nuove, e solo il 18% è convinta che la soluzione sarebbe un cambio ai vertici dei partiti. Il 56% ritiene infatti che serva un vero e proprio mutamento nel modo stesso di fare politica.

da SONDAGGIO ISPO, FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI: I PARTITI POLITICI CROLLANO ALL’8% | Clandestinoweb.


Lezione del Presidente Giorgio Napolitano “Le difficoltà della politica (in Europa e in Italia)” in occasione del conferimento della Laurea ad honorem, Bologna, 30/01/2012

Nel corso di questo profondo cambiamento su scala mondiale si è nel 2008 innescata, partendo dagli Stati Uniti, una crisi finanziaria che ha investito anche l’Europa, e che si è, nel 2011, tradotta in una pressione concentrica sull’Eurozona, soprattutto sui debiti sovrani di paesi come l’Italia. Le politiche di bilancio restrittive che è stato quindi, ed è, indispensabile adottare, e insieme il brusco contrarsi delle prospettive di crescita in tutta l’area dell’Eurozona, con ricadute su un’economia mondiale già in difficoltà nel suo complesso, hanno reso più evidenti e stringenti i rischi di insostenibilità degli equilibri economici e sociali consolidatisi in Europa nel passato, alimentando le inquietudini di vasti strati della popolazione, anche se in termini diversi da paese a paese.

Le risposte delle leadership politiche e di governo nazionali si sono fatte più incerte e problematiche ; si è esteso in varie parti d’Europa il fenomeno di reazioni populiste, di aperto rigetto dei vincoli di corresponsabilità e solidarietà europea, di anacronistica difesa di posizioni acquisite e di privilegi corporativi. Non c’è dubbio che tutto questo abbia trovato sbocco nell’affermarsi di nuove formazioni di stampo, appunto, populistico e abbia più in generale eroso antiche basi di fiducia nella politica, nei partiti tradizionali, nelle istituzioni.

Ecco le spinte e le sfide fino a ieri imprevedibili cui deve far fronte la politica democratica in Europa. Questo è lo sfondo entro il quale va collocata anche la visione delle cose italiane.

Io credo che si stiano tuttavia delineando alcuni campi d’intervento decisivi al fine di superare le contraddizioni e le crisi di questa fase cruciale : alcuni campi d’intervento che però richiedono e suggeriscono seri sforzi di riqualificazione culturale e programmatica da parte delle forze politiche eredi della dialettica democratica dispiegatasi validamente per un cinquantennio nell’Europa occidentale. E quei campi d’intervento cui mi riferisco possono segnare il nuovo perimetro entro il quale sono chiamati a competere e collaborare nel prossimo futuro partiti volti a caratterizzarsi per chiara e responsabile vocazione di governo. Senza confondersi e nemmeno allearsi tra loro, questi partiti già oggi si cimentano su grandi problemi comuni : come quelli della definizione di nuove regole capaci di arginare e governare l’area tanto dilatatasi, anche in senso speculativo, della finanza e il potere di condizionamento dei relativi, incontrollati mercati globali. O come quelli della promozione di politiche di sviluppo sostenibile – anche socialmente sostenibile – secondo i principi della libertà d’iniziativa, della libertà degli scambi, del rispetto dei diritti umani e della dignità del lavoro.

Sono temi su cui si misureranno le potenzialità e le responsabilità dell’Europa unita. Essi si collocano nella prospettiva degli sforzi attuali di superamento della crisi dell’Eurozona. E sgorgano dal più generale quadro di valori su cui si è fondata la costruzione europea e che resta sancito dai Trattati dell’Unione Europea. Quanto più esso viene negato o stravolto da forze populiste, neonazionaliste e oscurantiste, tanto più va riaffermato e assunto come spartiacque dai partiti che si candidano a governare democraticamente i paesi della nostra Europa.

E’ nello scenario che ho cercato di tratteggiare che confluiscono oggi le vicende della politica e delle istituzioni in Italia, dopo aver seguito un loro singolare percorso. Nei primi anni ’90 dovemmo uscire – sotto la spinta di un forte movimento di opinione, espressosi anche per via referendaria – da una peculiare condizione di “democrazia bloccata”, sfociata in una crisi, per taluni aspetti traumatica, del sistema dei partiti. Se ne uscì con una riforma in senso maggioritario della legge elettorale, e con un profondo rimescolamento e cambiamento negli schieramenti politici. Prese corpo anche nel nostro paese una democrazia dell’alternanza, che ha garantito un non trascurabile periodo di stabilità politico-governativa : pur in assenza di riforme istituzionali di riconosciuta necessità.

Quel che è accaduto in Italia nell’ultimo anno va in parte ricondotto al quadro europeo che ho richiamato in precedenza : il logoramento di un equilibrio politico che – nonostante il sussidio più rigidamente maggioritario della legge elettorale del 2005 – è stato scosso da contraddizioni interne alla alleanza di governo uscita vincente dalle elezioni, e senz’alcun dubbio dalle prove della crisi finanziaria globale e segnatamente di quella dell’Eurozona e dei debiti sovrani, tra i quali il nostro è risultato il più esposto.

Il logoramento della maggioranza di governo e l’emergenza di un rischio di vero e proprio collasso finanziario pubblico hanno determinato la necessità di ricorrere anche in Italia a soluzioni non rinvenibili entro gli schemi ordinari, evitando un improvvido, precipitoso scioglimento del Parlamento e avviando politiche ormai urgenti di risanamento finanziario e di riforma di non più sostenibili assetti economici e sociali.

Questo è stato il senso della soluzione rappresentata dal formarsi del governo Monti, e dal decisivo pronunciarsi di una larghissima parte del Parlamento a suo sostegno col voto di fiducia. E’ nell’interesse comune che lo sforzo appena intrapreso, con significative proiezioni in sede europea, continui e si sviluppi in un clima costruttivo. Fuori discussione sono le prerogative del Parlamento e le esigenze di un corretto confronto tra governo e forze sociali. Non intervengo nel merito di alcuna questione politicamente o socialmente controversa : metto però in guardia contro la pericolosità di reazioni, a qualsiasi provvedimento legislativo, che vadano ben al di là di richieste di ascolto e confronto e anche di proteste nel rispetto della legalità, per sfociare nel ribellismo e in forzature e violenze inammissibili. E nello stesso tempo voglio sottolineare come il consolidarsi, nei prossimi mesi, in Parlamento e nei rapporti politici, del clima costruttivo già delineatosi risponda all’interesse delle stesse forze politiche, per il superamento della crisi prodottasi nel loro rapporto con la società e con i cittadini.

Discorso.


la nozione di “politica”: GIORGIO NAPOLITANO SU GIOVANNI SARTORI

Giovanni Sartori ci ha insegnato che la nozione di politica si qualifica in rapporto a strutture e istituzioni qualificabili come politiche e a partire da quando queste si definiscono distinguendosi da altre, economiche, religiose e sociali. L’inoltrarsi nel cammino della politica conduce all’impegno nelle istituzioni : questa è stata anche la mia esperienza, dopo essersi, nella fase iniziale, qualificata come scelta di un orizzonte politico-ideale, adesione e partecipazione attiva a un’organizzazione politica, e dunque militanza di parte nelle sue molteplici forme. Imparai presto che il banco di prova della capacità di un’organizzazione politica di perseguire obbiettivi di efficacia generale sta nel suo calarsi nelle logiche e nelle regole delle istituzioni rappresentative.
E dunque, se vogliamo riflettere sulla crisi della politica dobbiamo ragionare contemporaneamente sullo stato delle istituzioni ; e più specificamente dei sistemi politici. Lo dico riferendomi all’Italia ma non soltanto ad essa.

Discorso.


un genio della politica italiana: GIORGIO NAPOLITANO

un genio della politica italiana: GIORGIO NAPOLITANO.

Il giudizio non è solo mio: è stato dato due mesi fa da Eugenio Scalfari.

Alla faccia dei lettori della Repubblica, che leggono i suoi articoli come le “prediche laiche della domenica” e poi fanno gli “idignati” contro tutto l’universo mondo. Tranne che verso se stessi.

Paolo Ferrario


teppisti anti-istituzionali: studenti bolognesi contro la laurea honoris causa al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Bologna: scontri durante le proteste contro la laurea a Napolitano
http://www.ilfattoquotidiano.it - Una carica della polizia e dei carabinieri, un giornalista e uno studente con delle ferite lievi, un provocatore bloccato con le buone o le cattive. Questo il bilancio delle proteste degli studenti bolognesi contro la laurea honoris causa al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il corteo ha bloccato per qualche ore le strade intorno all’aula magna. Gli scontri sono avvenuti dopo che per diverse volte studenti e agenti si erano trovati faccia a faccia senza incidenti. Video di David Marceddu altro
Bologna, Napolitano riceve la laurea honoris causa
http://www.ilfattoquotidiano.it Napolitano ha parlato soprattutto dei problemi che la politica europea ha affrontato negli ultimi anni. Non ultime, le derive populistiche: “Sono state richieste soluzioni fuori dagli schemi ordinari” altro

è morto Oscar Luigi Scalfaro. Lo ricordano i politici italiani, tranne Berlusconi e i berlusconiani. La destra peggiore di tutta la storia d’Italia


è morto Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica nel periodo 1992-1999. Il ricordo di Walter Veltroni

era un uomo severo e simpatico.

gli volevo molto bene.

ha difeso la democrazia e la costituzione quando non era semplice .

grazie, presidente.

Walter Veltroni

tramite: walter veltroni (veltroniwalter) su Twitter.


Di Pietro della Idv (italia dei suoi valori): “un eversore che inquina la vita politica italiana”, Emanuele Macaluso

Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica:

«Parlare della sentenza odierna della Corte Costituzionale come di una scelta adottata per fare un piacere al Capo dello Stato è una insinuazione volgare e del tutto gratuita, che denota solo scorrettezza istituzionale».


Giorgio Napolitano uomo dell’anno 2011, Rainews24.it

Giorgio Napolitano uomo dell'anno 2011

Giorgio Napolitano uomo dell’anno 2011

Roma, 29-12-2011

La redazione di Rainews ha scelto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano personaggio dell’anno che sta per concludersi, queste le motivazioni:

“Ha battuto quotidianamente sul tasto della coesione nazionale fin dall’apertura delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità italiana diventandone il simbolo, ha costretto la politica ad assumersi le responsabilità di abbandonare i veti incrociati e la paralisi delle decisioni e ha convinto i partiti ad appoggiare un governo tecnico diventando un protagonista assoluto della vita politica. Ha chiesto agli italiani sacrifici per la ripresa economica, diritti per gli immigrati, più opportunità per i giovani, ed è diventato un grande comunicatore, il più amato degli italiani anche all’estero. G. Napolitano un ex comunista di 86 anni al Quirinale, re Giorgio per tutti. Un eroe politico istituzionale suo malgrado lo hanno definito, cui è toccato decretare l’eclisse politica di Silvio Berlusconi e insieme la fine della seconda repubblica che per 17 anni si era nutrita del berlusconismo e dei suoi avversari. Ed è vero che la mossa di Napolitano ha impresso un decisionismo al sistema politico italiano che pur non travalicando i limiti del suo mandato costituzionale ha innovato la costituzione materiale. Ma Napolitano è anche il presidente che per 2 volte va tra i terremotati d’Abruzzo, il presidente che si commuove quando parla dei militari italiani caduti in Afghanistan, e che si indigna a pugni stretti contro la vanità della predicazione secessionista della Lega Nord. Anche per questo re Giorgio è sentito come uno di noi.”

Rainews24.it.


Il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

 

In formato testo.Pdf


Umberto Bossi della Lega Nord Insulta pubblicamente il Presidente della Repubblica. Firma affinchè qualche Procura della Repubblica verifichi se è stato commesso il reato di vilipendio


esposto alle Procure della Repubblica
per sapere se i grossolani e disgustosi insulti di Umberto Bossi della Lega Nord rivolto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano configurino il reato di offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato.

In diritto penale si parla di vilipendio (dal latino vilipendere, composto da vilis, vile, e pendere, stimare: considerare vile) in riferimento ad alcuni reati che consistono in manifestazioni di disprezzo verbale rivolte a determinati soggetti (particolarmente le istituzioni dello Stato)

Fra i tipi di reato individuabili nel codice penale italiano c’è il :

Vilipendio del presidente della Repubblica (art. 278): Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni

Documentazione sui fatti:

ALBINO (Bergamo), festa “Berghem Frecc” 30 dicembre 2011 – Insulti, fischi e grevi ironie contro il premier Mario Monti ma soprattutto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, colpevole di aver fatto nascere il governo dei professori e di aver spinto sulle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Umberto Bossi, che ha chiesto ai militanti che gremivano il palazzetto di Albino di “mandare un saluto al presidente della Repubblica” (con il segno del dito): è partita una lunga serie di fischi, proseguita con un gruppo di leghisti che dal fondo ha scandito all’indirizzo del presidente del Consiglio lo slogan ‘Monti vaffa…’: “Magari gli piace”, ha osservato ridendo l’ex ministro delle Riforme Roberto Calderoli.

“Il presidente della Repubblica – ha detto Umberto Bossi – è venuto a riempirci di tricolori, sapendo che non piacciono alla gente del nord”.

Quanto al governo di Mario Monti, il Senatur ha tenuto a sottolineare che “è stato voluto e messo lì dal presidente della Repubblica, non ce ne dimenticheremo” (si tratta di una minaccia ritorsiva?).

Da chi gli stava vicino sul palco è arrivata anche una voce che indicava le origini napoletane di Napolitano: “Non sapevo che l’era un terun”, ha chiosato il leader del Carroccio.

PER FIRMARE LA PETIZIONE VAI A:

Umberto Bossi della Lega Nord Insulta pubblicamente il Presidente della Repubblica: reato di vilipendio – Petizioni Online – Raccolta Firme.


se questo grossolano e disgustoso insulto di Umberto Bossi della Lega Nord rivolto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano configuri il reato di offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato

esposto alla Procura

per sapere se questo grossolano e disgustoso insulto di Umberto Bossi della Lega Nord rivolto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano configuri il reato di offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato

In diritto penale si parla di vilipendio (dal latino vilipendere, composto da vilis, vile, e pendere, stimare: considerare vile) in riferimento ad alcuni reati che consistono in manifestazioni di disprezzo verbale rivolte a determinati soggetti (particolarmente le istituzioni dello Stato)

Le fattispecie individuabili nel codice penale italiano sono:

  • Vilipendio del presidente della Repubblica (art. 278): Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni
Documentazione:

ALBINO (Bergamo), festa “Berghem Frecc” 30 dicembre 2011 - Insulti, fischi e grevi ironie contro il premier Mario Monti ma soprattutto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, colpevole di aver fatto nascere il governo dei professori e di aver spinto sulle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Umberto Bossi, che ha chiesto ai militanti che gremivano il palazzetto di Albino di “mandare un saluto al presidente della Repubblica” (con il segno del dito): è partita una lunga serie di fischi, proseguita con un gruppo di leghisti che dal fondo ha scandito all’indirizzo del presidente del Consiglio lo slogan ‘Monti vaffa…’: “Magari gli piace”, ha osservato ridendo l’ex ministro delle Riforme Roberto Calderoli.

“Il presidente della Repubblica – ha detto Umberto Bossi – è venuto a riempirci di tricolori, sapendo che non piacciono alla gente del nord”.

Quanto al governo di Mario Monti, il Senatur ha tenuto a sottolineare che “è stato voluto e messo lì dal presidente della Repubblica, non ce ne dimenticheremo” (si tratta di una minaccia ritorsiva?).

Da chi gli stava vicino sul palco è arrivata anche una voce che indicava le origini napoletane di Napolitano: “Non sapevo che l’era un terun”, ha chiosato il leader del Carroccio.


2011, l’anno di Napolitano

Napolitano è riuscito a chiudere il mefitico ciclo Berlusconi 1994-2011.

E ora l’Italia dei suoi valori (quelli di Di Pietro) assieme alla Lega ed alla Cgil della Camussi lo stanno restituendo al sistema politico italiano.

Comunque: GRAZIE, Presidente

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2011 L’ANNO DI NAPOLITANO, Per mesi ha tessuto la sua tela guidando la resa di Berlusconi e convincendo i partiti a farsi da parte e a lasciare il posto a Monti. Senza traumi. Una svolta soft per salvare l’Italia e restituirle credibilità. È lui l’uomo dell’anno

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2011 L’ANNO DI NAPOLITANO. Per mesi ha tessuto la sua tela guidando la resa di Berlusconi e convincendo i partiti a farsi da parte e a lasciare il posto a Monti. Senza traumi. Una svolta soft per salvare l’Italia e restituirle credibilità. È lui l’uomo dell’anno


Giorgio Napolitano: Solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito : né delle libere scelte delle forze politiche, né delle autonome determinazioni del Parlamento e delle altre assemblee rappresentative, né delle prerogative degli organi di garanzia, né delle possibilità di espressione delle proprie istanze, e di manifestazione del proprio dissenso, anche da parte delle forze sociali.

La maggioranza di governo scaturita dal voto del 2008 e dal meccanismo elettorale maggioritario, era stata già da tempo segnata da una rottura pubblica e aveva visto via via ridursi la sua coesione e stabilità e quindi accrescersi le sue difficoltà di decisione e di iniziativa. E quanto più appariva necessaria un’ampia convergenza attorno a scelte difficili e impegnative, tanto più risultava penalizzante il clima aspramente divisivo radicatosi nei rapporti politici. La sostenibilità anche internazionale di tale stato di cose era giunta a un punto limite. A me toccava solo registrare e seguire imparzialmente le reazioni delle forze in campo. Fino a quando il Presidente del Consiglio on. Berlusconi, prendendo atto di una situazione così critica, dopo l’esito negativo di una votazione significativa in Parlamento, si è risolto, con senso di responsabilità, a rassegnare le dimissioni.

Il tentativo di evitare un immediato scioglimento delle Camere e ricorso alle urne, viste le ricadute dirompenti che ciò avrebbe potuto avere per il nostro paese nel burrascoso contesto dell’Eurozona, visto cioè l’incombere sull’Italia di un catastrofico aggravarsi della crisi finanziaria, era un mio preciso dovere istituzionale. E la via obbligata da percorrere era quella di affidare la formazione di un nuovo governo a una personalità rimasta sempre estranea alla mischia politica, già sperimentata in funzioni di governo esercitate correttamente, per riconoscimento bipartisan, nell’arco di dieci anni al livello europeo, e dotata di indubbia autorevolezza internazionale. Di qui l’incarico al senatore professor Mario Monti.

Peraltro, la lunga irriducibile contrapposizione, al limite della incomunicabilità, determinatasi tra gli schieramenti di maggioranza e di opposizione, ha reso impraticabile ogni ipotesi di larga coalizione di governo, come il Presidente incaricato ha potuto ben presto constatare. Tale impraticabilità si è tradotta nell’opzione delle stesse forze politiche a favore della non partecipazione di personalità di partito al nuovo esecutivo. Quello che è stato chiamato un “governo tecnico” o “di tecnici” non è stato che la conseguenza dell’opzione che ho ricordato. La fiducia che un larghissimo arco di forze ha accordato in Parlamento al governo Monti è stata al tempo stesso chiara espressione della convinzione largamente condivisa che occorresse scongiurare, in una fase così critica, una paralisi dell’attività di governo e parlamentare e uno scontro elettorale devastante.

E’ del tutto evidente che la soluzione della crisi apertasi con le dimissioni dell’on. Berlusconi non si è collocata entro i binari di un ordinario succedersi alla guida del paese di schieramenti che abbiano ottenuto la maggioranza nelle elezioni. Ma nessuna forzatura, né tantomeno alcuno strappo si è compiuto rispetto al nostro ordinamento costituzionale. Solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito : né delle libere scelte delle forze politiche, né delle autonome determinazioni del Parlamento e delle altre assemblee rappresentative, né delle prerogative degli organi di garanzia, né delle possibilità di espressione delle proprie istanze, e di manifestazione del proprio dissenso, anche da parte delle forze sociali.

da: Discorso.


Giorgio Napolitano: “Quando certe riforme, decisioni e misure arrivano in ritardo, allora è maggiore l’impatto, anche l’impatto di insoddisfazione o di preoccupazione o di dissenso. Dobbiamo dirci con tutta franchezza che stanno arrivando – ha aggiunto il Capo dello Stato – giusto in tempo per evitare veramente sviluppi in senso catastrofico della nostra situazione”

“Abbiamo un compito duro. Io mi sono trovato – voi lo sapete – in un momento di particolarissima, straordinaria difficoltà, in un momento di difficile transizione e ho creduto di dover fare, comportandomi negli stretti limiti che la Costituzione mi impone, una scelta che aprisse uno spiraglio migliore per il nostro Paese affidando al prof. Mario Monti l’incarico di formare questo governo. Spetta poi a voi seguire tutto quello che il governo deciderà e quello che le Camere vorranno in proposito a loro volta deliberare“. Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo a Mantova al Teatro Scientifico del Bibiena.

Quando certe riforme, decisioni e misure arrivano in ritardo, allora è maggiore l’impatto, anche l’impatto di insoddisfazione o di preoccupazione o di dissenso. Dobbiamo dirci con tutta franchezza che stanno arrivando – ha aggiunto il Capo dello Stato – giusto in tempo per evitare veramente sviluppi in senso catastrofico della nostra situazione”.

“E in questo spirito – ha sottolineato il Presidente Napolitano – io sono convinto che riusciremo tutti insieme a fare ciascuno la propria parte con senso di giustizia, ma anche con alto senso di responsabilità e spirito di sacrificio. Non siamo chiamati, per fortuna delle nostre generazioni, a sacrifici come quelli che affrontarono patrioti in nome di un’ansia di libertà e di un attaccamento inespugnabile alla causa dell’indipendenza e della nazione. Noi però abbiamo da fare oggi quello che ci chiede l’esigenza di salvaguardare il futuro dei giovani e il futuro dell’Italia, siamo chiamati a fare quello che oggi ci chiede la nostra appartenenza alla grande comune Patria europea. Questo lo facciamo e lo dobbiamo fare anche in modo da acquistare rinnovata autorevolezza e capacità di contribuire alla costruzione su basi più solide dell’Europa unita”. 

Il Capo dello Stato nel corso del suo intervento ha ricordato la figura di Quintino Sella che da Ministro delle finanze, si propose l’obiettivo del pareggio del bilancio raggiunto nel 1875: “Credo – ha detto il Presidente – che queste espressioni ci stiano diventando familiari in questi giorni perché può accadere nella vita di un grande Stato che si ripropongano le stesse esigenze in contesti radicalmente diversi e che tuttavia sollecitano lo stesso sforzo di comprensione e di coesione. Noi a questo siamo chiamati oggi e se allora si riuscì a portare a compimento quell’impresa, sono convinto che riusciremo a portare a compimento anche l’impresa che abbiamo davanti, anche l’impresa a cui ha dedicato le sue energie il nuovo governo”.


UNA e INDIVISIBILE – Giorgio Napolitano – RIZZOLI

“Abbiamo insistito tanto, e con pieno fondamento, su quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato, e sulle grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo, perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.”

Le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia hanno visto una partecipazione popolare al di là di ogni aspettativa: iniziative promosse da istituzioni, scuole, piccoli e grandi comuni, associazioni locali, un’esplosione mai vista di bandiere tricolori. Si è così mostrata la profondità delle radici del nostro stare insieme come nazione, come Italia unita. Le parole scolpite nella Costituzione per definire la Repubblica – “una e indivisibile” – hanno trovato un riscontro autentico in milioni di italiani. Secondo la Carta costituzionale, il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale”. Giorgio Napolitano ha colto ogni occasione – nella difficile fase attraversata dal nostro Paese e dall’Europa intera – per dare risalto alle ragioni di dignità e di orgoglio nazionale che ci offre la storia del movimento di unificazione. Questo libro, nei diversi testi che lo compongono, tocca gli aspetti salienti di quel processo: la sapiente architettura ideata da Cavour, lo slancio eroico suscitato da Garibaldi, la partecipazione attiva della società meridionale alla costruzione dell’Italia unita, i profondi legami del movimento per l’unità nazionale con le esperienze europee, l’azione unificante della lingua e della cultura. Napolitano non nasconde le zone d’ombra e le promesse non mantenute, in particolare lo squilibrio tra Nord e Sud e l’attuazione lenta e parziale di quell’autonomismo, fino al federalismo, ben presente nelle visioni risorgimentali e infine nel dettato della Costituzione repubblicana. Ma proprio la consapevolezza delle durissime prove che l’Italia è stata costretta a superare per diventare un grande, moderno Paese europeo deve darci quella fiducia indispensabile per superare le ardue sfide che ci attendono.

Una E indivisibile – Giorgio Napolitano – Libro – RIZZOLI.


Giorgio Napolitano, “Nell’interesse generale del paese sforzarsi di formare un governo che possa ottenere il più largo appoggio in Parlamento su scelte urgenti”

“Ho incontrato oggi i Presidenti del Senato e della Camera e i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari per raccogliere le loro opinioni sul modo di affrontare la crisi di governo apertasi con le dimissioni correttamente rassegnatemi dall’on. Berlusconi. A tutti ho esposto – riscontrando un clima riflessivo e pacato – il mio convincimento che sia nell’interesse generale del paese sforzarsi di formare un governo che possa ottenere il più largo appoggio in Parlamento su scelte urgenti di consolidamento della nostra situazione finanziaria e di miglioramento delle prospettive di crescita economica e di equità sociale per il paese considerato nella sua unità“. Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al termine delle consultazioni per la formazione del nuovo governo.

“L’urgenza di quelle scelte – ha sottolineato il capo dello Stato – a partire dalla concretizzazione delle misure già concordate in sede europea – deriva dalla gravità della crisi finanziaria e dei pericoli di regressione economica dinanzi a cui si trovano l’Italia e l’Europa. La particolare fragilità del nostro paese sta nell’altissimo debito pubblico accumulato nel passato. E’ un peso che – visto il fortissimo rialzo degli interessi sui nostri Buoni del Tesoro e il ristagnare dell’attività economica – rischia di mettere a dura prova l’impegno dello Stato”.

“E’ perciò indispensabile recuperare – ha aggiunto il Capo dello Stato – la fiducia degli investitori e delle istituzioni europee, operando senza indugio nel senso richiesto. E’ una responsabilità che avvertiamo verso l’intera comunità internazionale, a tutela della stabilità della moneta comune e della stessa costruzione europea, oltre che delle prospettive di ripresa dell’economia mondiale”.

“Da domani alla fine di aprile – ha rilevato il Presidente Napolitano -verranno a scadenza quasi duecento miliardi di Euro di Buoni del Tesoro e bisognerà rinnovarli collocandoli sul mercato. Tentare in questo momento di evitare un precipitoso ricorso a elezioni anticipate e quindi un vuoto di governo, è un’esigenza su cui dovrebbero concordare tutte le forze politiche e sociali preoccupate delle sorti del paese“.

“E’ in nome di questa esigenza – ha affermato il Capo dello Stato – che ho deciso di affidare al sen. prof. Mario Monti l’incarico di formare un nuovo governo, aperto al sostegno e alla collaborazione da parte sia dello schieramento uscito vincente dalle elezioni del 2008 sia delle forze collocatesi all’opposizione. Lo schieramento vincente ha visto crescere negli ultimi tempi rotture e tensioni al suo interno e ridursi la sua base di maggioranza in Parlamento : come Capo dello Stato ho seguito con scrupolosa imparzialità questo travaglio, rispettando il ruolo del Presidente del Consiglio e del Governo, in uno spirito di leale cooperazione istituzionale. Non si tratta ora di operare nessun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008 né di venir meno all’impegno di rinnovare la nostra democrazia dell’alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del governo. Si tratta soltanto – a tre anni e mezzo dall’inizio della legislatura – di dar vita a un governo che possa unire forze politiche diverse in uno sforzo straordinario che l’attuale emergenza finanziaria ed economica esige. Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà – senza che sia stata oscurata o confusa alcuna identità – appena la parola tornerà ai cittadini per l’elezione di un nuovo Parlamento“.

“Il tentativo che oggi propongo è difficile, lo so, dopo anni di contrapposizioni e di scontri nella politica nazionale, e di molti inascoltati appelli alla moderazione, a un confronto non distruttivo, a una maggiore condivisione e coesione su scelte e obbiettivi di fondo. Ma, rispettando le posizioni di tutti e le decisioni che in definitiva spetteranno al Parlamento, confido che si voglia largamente incoraggiare nell’incarico di formare il nuovo governo il senatore professor Mario Monti, personalità indipendente, rimasta sempre estranea alla mischia politica, e al tempo stesso dotata di competenze ed esperienze che ne fanno una figura altamente conosciuta e rispettata in Europa e nei più larghi ambienti internazionali”.

“E’ giunto- ha concluso il Presidente Napolitano – il momento della prova, il momento del massimo senso di responsabilità. Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni. E’ ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto. Operiamo tutti, nei prossimi mesi, per il bene comune, facendo uscire il paese dalla fase più acuta della crisi finanziaria. Questo, credo, è ciò che l’Italia si augura”.


Il Presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato una volta compiuto l’adempimento dell’approvazione della Legge di Stabilità

Il Presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato una volta compiuto l’adempimento dell’approvazione della Legge di Stabilità

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto questa sera in Quirinale il Presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi, accompagnato dal Sottosegretario dott. Gianni Letta. All’incontro ha partecipato il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Consigliere Donato Marra.

Il Presidente del Consiglio ha manifestato al Capo dello Stato la sua consapevolezza delle implicazioni del risultato del voto odierno alla Camera ; egli ha nello stesso tempo espresso viva preoccupazione per l’urgente necessità di dare puntuali risposte alle attese dei partner europei con l’approvazione della Legge di Stabilità, opportunamente emendata alla luce del più recente contributo di osservazioni e proposte della Commissione europea.

Una volta compiuto tale adempimento, il Presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato al Capo dello Stato, che procederà alle consultazioni di rito dando la massima attenzione alle posizioni e proposte di ogni forza politica, di quelle della maggioranza risultata dalle elezioni del 2008 come di quelle di opposizione.

da Notizia.


Giorgio Napolitano: “Nell’attuale, così critico momento il paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l’Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall’Italia”

 Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dinanzi all’ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata, considera ormai improrogabile l’assunzione di decisioni efficaci nell’ambito della lettera di impegni indirizzata dal governo alle autorità europee. Il Presidente del Consiglio gli ha confermato il proprio intendimento di procedere in tal senso. Dal canto loro, diversi rappresentanti dei gruppi di opposizione gli hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all’aggravarsi della crisi. Nell’attuale, così critico momento il paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l’Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall’Italia. Il Capo dello Stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva. 


Napolitano riprende la Lega: «Secessione fuori dalla storia e dalla realtà» – Corriere della Sera www.corriere.it

www.corriere.it

Risposta anche a Standard & Poor’s: «Certi dati non rimpiccoliscono l’Italia»

“non viviamo più negli anni Ottanta e Settanta. Il mondo è radicalmente cambiato e dobbiamo cambiare anche noi, in modo radicale, in maniera europea, nelle aspettative. Dobbiamo cambiare oppure il nostro Paese non ha le prospettive”: il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

«E’ necessario un esame di coscienza collettiva che tocchi anche i comportamenti individuali degli italiani. Molti italiani di ogni parte sociale, politica e culturale non comprendono che non viviamo più negli anni Ottanta e Settanta. Il mondo è radicalmente cambiato e dobbiamo cambiare anche noi, in modo radicale, in maniera europea, nelle aspettative. Dobbiamo cambiare oppure il nostro Paese non ha le prospettive che invece può e deve avere». Lo ha detto a Palermo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso di un colloquio con il politologo Gianfranco Pasquino in occasione di un convegno “Rifare gli italiani per stare in Europa” nell’ambito delle celebrazioni del 150esimo dell’Unità d’Italia. «C’é una spinta oggettiva – ha spiegato – una forza delle cose che indica la strada di una più stretta integrazione europea» e il fatto che in Europa «ancora adesso ci siano riluttanze, resistenze e contraddizioni rende il presente e anche il futuro molto incerto».

La legge elettorale permetta la democrazia dell’alternanza
«Da tempo sono convinto che sia essenziale una democrazia dell’alternanza. Questa fu la vera spinta che venne fuori negli anni Novanta, con i cambiamenti della legge elettorale. Su quale legge elettorale favorisca la democrazia dell’alternanza si può discutere. Ad esempio, la permette la legge elettorale tedesca che ha un impianto proporzionale non classico: un alto sbarramento di ingresso e la sfiducia costruttiva, che fu ipotizzata anche dai nostri costituenti».

Sulla Costituzione approssimazioni e improvvisazioni

«Ora viviamo in un periodo in cui si discute molto di costituzione economica – ha detto poi Napolitano – : ci si sveglia la mattina e si propone la modifica di un articolo della Costituzione. Ci sono molte approssimazioni e improvvisazioni».

da Napolitano: per restare in Europa dobbiamo cambiare – Il Sole 24 ORE.


Meeting di Rimini 2011 – 150 anni di sussidiarietà – Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano | RadioRadicale.it

da Meeting di Rimini 2011 – 150 anni di sussidiarietà – Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano | RadioRadicale.it, 21 agosto 2011.


Lettera del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio sul decentramento delle sedi dei Ministeri sul territorio

“Mi risulta che il Ministro delle riforme per il federalismo e il Ministro per la semplificazione normativa, con decreti in data 7 giugno 2011 – peraltro non pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale – hanno provveduto a istituire proprie “sedi distaccate di rappresentanza operativa”; ho appreso altresì che analoghe iniziative verrebbero assunte a breve anche dal Ministro del turismo e dal Ministro dell’economia e delle finanze (quest’ultimo titolare di un importante Dicastero, anziché Ministro senza portafoglio come gli altri tre).” Inizia così la lettera inviata ieri dal Presidente della Repubblica,Giorgio Napolitano, al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sul tema del decentramento delle sedi dei Ministeri sul Territorio.

“Come ho già avuto occasione di sottolineare al Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dott. Letta – continua il Capo dello Stato – la dislocazione di sedi ministeriali in ambiti del territorio diversi dalla città di Roma deve tener conto delle disposizioni contenute nel regio decreto n. 33 del 1871, ancora pienamente vigente, che nell’istituire, all’articolo 1, Roma quale capitale d’Italia ha altresì previsto che in essa abbiano sede il Governo ed i Ministeri.

E’ altresì noto che la scelta di Roma capitale è stata costituzionalizzata con la riforma del titolo V della nostra Carta che, con la nuova formulazione dell’articolo 114, terzo comma, ha da una parte introdotto un bilanciamento con le più ampie funzioni attribuite agli enti territoriali e dall’altra ha posto un vincolo che coinvolge tutti gli organi costituzionali, compresi ovviamente il Governo e la Presidenza del Consiglio: vincolo ribadito dalla legge n. 42 del 2009, che all’art. 24 prevede un primo ordinamento transitorio per Roma capitale diretto “a garantire il miglior assetto delle funzioni che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli Organi Costituzionali”.

Infine, recentemente e sia pure in un contesto non univoco, nel corso dell’esame parlamentare del d.l. n. 70 del 2011, sono stati discussi e votati diversi ordini del giorno finalizzati ad escludere ipotesi di delocalizzazione dei Ministeri pur nell’accoglimento, senza voto, di un o.d.g. (Cicchitto ed altri) di contenuto autorizzatorio.

Quanto al contenuto dei citati decreti istitutivi devo rilevare che i Ministri emananti, Ministri senza portafoglio, hanno provveduto autonomamente ad istituire sedi distaccate, rispettivamente, di un Dipartimento e di una Struttura di missione, che costituiscono parte dell’ordinamento della Presidenza del Consiglio.

Poiché ai fini di una eventuale sua elasticità, il decreto legislativo n. 303 del 1999, all’articolo 7, attribuisce al Presidente del Consiglio la facoltà di adottare con DPCM le misure per il miglior esercizio delle sue funzioni istituzionali, ritengo che l’autorizzazione ad una eventuale diversa allocazione di sedi o strutture operative, e non già di semplice rappresentanza, dovrebbe più correttamente trovare collocazione normativa in un atto avente tale rango, da sottoporre alla registrazione della Corte dei Conti per i non irrilevanti profili finanziari, come affermato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 221 del 2002.

Peraltro l’apertura di sedi di mera rappresentanza costituisce scelta organizzativa da valutarsi in una logica costi-benefici che, in ogni caso, dovrebbe improntarsi, nell’attuale situazione economico-finanziaria, al più rigido contenimento delle spese e alla massima efficienza funzionale.

Tutt’altra fattispecie, prevista dalla stessa Costituzione e da numerose leggi attuative, è quella della esistenza, storicamente consolidata, di uffici periferici (come ad esempio i Provveditorati agli studi e le Sovraintendenze ai beni culturali e ambientali), che non può quindi confondersi in alcun modo con lo spostamento di sede dei Ministeri; spostamento non legittimato né dalla Costituzione che individua in Roma la capitale della Repubblica, né dalle leggi ordinarie, quale ad esempio l’articolo 17, comma 4-bis, della legge n. 400 del 1988, che consente di intervenire con regolamento ministeriale solo sull’individuazione degli uffici centrali e periferici e non sullo spostamento di sede dei Ministeri. Inoltre, il rapporto tra tali uffici periferici e gli enti locali va assicurato sull’intero territorio nazionale nell’ambito dei già delineati uffici territoriali di Governo.

Va peraltro rilevato che a fronte della scelta, non avente connotati di particolare rilievo istituzionale, di aprire meri uffici di rappresentanza, non giova alla chiarezza una recente nota della Presidenza del Consiglio, che inquadra tale iniziativa nell’ambito di “intese già raggiunte sugli uffici decentrati e di rappresentanza di alcuni ministeri sia al Nord che al Sud, come già in essere per molti altri ministeri”, così preludendo ad ulteriori dispersioni degli assetti organizzativi dei Ministeri tanto da consentire la prefigurazione, da parte di esponenti dello stesso Governo, di casuali localizzazioni in vari siti regionali o municipali delle amministrazioni centrali.

E’ necessario ribadire che tale evoluzione confliggerebbe con l’articolo 114 della Costituzione che dichiara Roma Capitale della Repubblica, nonché con quanto dispongono le leggi ordinarie attuative già precedentemente citate.

La pur condivisibile intenzione di avvicinare l’amministrazione pubblica ai cittadini, pertanto, non può spingersi al punto di immaginare una “capitale diffusa” o ” reticolare” disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di Capitale della città di Roma, sede del Governo della Repubblica.

Ho ritenuto doveroso, onorevole Presidente, prospettarle queste riflessioni di carattere istituzionale – conclude il Presidente Napolitano – al fine di evitare equivoci e atti specifici che chiamano in causa la mia responsabilità quale rappresentante dell’unità nazionale e garante di princìpi e precetti sanciti dalla Costituzione”.

 Documento in formato PDF


Lettera del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio sul decentramento delle sedi dei Ministeri sul territorio

“Mi risulta che il Ministro delle riforme per il federalismo e il Ministro per la semplificazione normativa, con decreti in data 7 giugno 2011 – peraltro non pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale – hanno provveduto a istituire proprie “sedi distaccate di rappresentanza operativa”; ho appreso altresì che analoghe iniziative verrebbero assunte a breve anche dal Ministro del turismo e dal Ministro dell’economia e delle finanze (quest’ultimo titolare di un importante Dicastero, anziché Ministro senza portafoglio come gli altri tre).” Inizia così la lettera inviata ieri dal Presidente della Repubblica,Giorgio Napolitano, al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sul tema del decentramento delle sedi dei Ministeri sul Territorio.

“Come ho già avuto occasione di sottolineare al Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dott. Letta – continua il Capo dello Stato – la dislocazione di sedi ministeriali in ambiti del territorio diversi dalla città di Roma deve tener conto delle disposizioni contenute nel regio decreto n. 33 del 1871, ancora pienamente vigente, che nell’istituire, all’articolo 1, Roma quale capitale d’Italia ha altresì previsto che in essa abbiano sede il Governo ed i Ministeri.

E’ altresì noto che la scelta di Roma capitale è stata costituzionalizzata con la riforma del titolo V della nostra Carta che, con la nuova formulazione dell’articolo 114, terzo comma, ha da una parte introdotto un bilanciamento con le più ampie funzioni attribuite agli enti territoriali e dall’altra ha posto un vincolo che coinvolge tutti gli organi costituzionali, compresi ovviamente il Governo e la Presidenza del Consiglio: vincolo ribadito dalla legge n. 42 del 2009, che all’art. 24 prevede un primo ordinamento transitorio per Roma capitale diretto “a garantire il miglior assetto delle funzioni che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli Organi Costituzionali”.

Infine, recentemente e sia pure in un contesto non univoco, nel corso dell’esame parlamentare del d.l. n. 70 del 2011, sono stati discussi e votati diversi ordini del giorno finalizzati ad escludere ipotesi di delocalizzazione dei Ministeri pur nell’accoglimento, senza voto, di un o.d.g. (Cicchitto ed altri) di contenuto autorizzatorio.

Quanto al contenuto dei citati decreti istitutivi devo rilevare che i Ministri emananti, Ministri senza portafoglio, hanno provveduto autonomamente ad istituire sedi distaccate, rispettivamente, di un Dipartimento e di una Struttura di missione, che costituiscono parte dell’ordinamento della Presidenza del Consiglio.

Poiché ai fini di una eventuale sua elasticità, il decreto legislativo n. 303 del 1999, all’articolo 7, attribuisce al Presidente del Consiglio la facoltà di adottare con DPCM le misure per il miglior esercizio delle sue funzioni istituzionali, ritengo che l’autorizzazione ad una eventuale diversa allocazione di sedi o strutture operative, e non già di semplice rappresentanza, dovrebbe più correttamente trovare collocazione normativa in un atto avente tale rango, da sottoporre alla registrazione della Corte dei Conti per i non irrilevanti profili finanziari, come affermato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 221 del 2002.

Peraltro l’apertura di sedi di mera rappresentanza costituisce scelta organizzativa da valutarsi in una logica costi-benefici che, in ogni caso, dovrebbe improntarsi, nell’attuale situazione economico-finanziaria, al più rigido contenimento delle spese e alla massima efficienza funzionale.

Tutt’altra fattispecie, prevista dalla stessa Costituzione e da numerose leggi attuative, è quella della esistenza, storicamente consolidata, di uffici periferici (come ad esempio i Provveditorati agli studi e le Sovraintendenze ai beni culturali e ambientali), che non può quindi confondersi in alcun modo con lo spostamento di sede dei Ministeri; spostamento non legittimato né dalla Costituzione che individua in Roma la capitale della Repubblica, né dalle leggi ordinarie, quale ad esempio l’articolo 17, comma 4-bis, della legge n. 400 del 1988, che consente di intervenire con regolamento ministeriale solo sull’individuazione degli uffici centrali e periferici e non sullo spostamento di sede dei Ministeri. Inoltre, il rapporto tra tali uffici periferici e gli enti locali va assicurato sull’intero territorio nazionale nell’ambito dei già delineati uffici territoriali di Governo.

Va peraltro rilevato che a fronte della scelta, non avente connotati di particolare rilievo istituzionale, di aprire meri uffici di rappresentanza, non giova alla chiarezza una recente nota della Presidenza del Consiglio, che inquadra tale iniziativa nell’ambito di “intese già raggiunte sugli uffici decentrati e di rappresentanza di alcuni ministeri sia al Nord che al Sud, come già in essere per molti altri ministeri”, così preludendo ad ulteriori dispersioni degli assetti organizzativi dei Ministeri tanto da consentire la prefigurazione, da parte di esponenti dello stesso Governo, di casuali localizzazioni in vari siti regionali o municipali delle amministrazioni centrali.

E’ necessario ribadire che tale evoluzione confliggerebbe con l’articolo 114 della Costituzione che dichiara Roma Capitale della Repubblica, nonché con quanto dispongono le leggi ordinarie attuative già precedentemente citate.

La pur condivisibile intenzione di avvicinare l’amministrazione pubblica ai cittadini, pertanto, non può spingersi al punto di immaginare una “capitale diffusa” o ” reticolare” disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di Capitale della città di Roma, sede del Governo della Repubblica.

Ho ritenuto doveroso, onorevole Presidente, prospettarle queste riflessioni di carattere istituzionale – conclude il Presidente Napolitano – al fine di evitare equivoci e atti specifici che chiamano in causa la mia responsabilità quale rappresentante dell’unità nazionale e garante di princìpi e precetti sanciti dalla Costituzione”.


Giorgio Napolitano e Berlusconi: diverse sensibilità istituzionali in rapporto allo spostamento di ministeri a Monza

Le diverse sensibilità istituzionali  

di Marcello Sorgi su La Stampa

 C’era da aspettarselo, l’intervento di Napolitano e la richiesta di chiarimenti sullo spostamento dei ministeri al Nord. Almeno dalla scorsa settimana, quando Berlusconi era salito al Colle per discutere di rimpasto e sostituzione del ministro di Giustizia, senza fare alcun accenno alla programmata iniziativa leghista. Qui viene allo scoperto la diversa sensibilità formale del Capo dello Stato e di quello del governo. Per Berlusconi, infatti, il trasloco è solo uno dei tanti capricci di Bossi, e neppure dei più importanti, pensando al calvario che il Senatùr ha inflitto al governo in questa inquieta stagione di declino.

Per Napolitano, invece, trovarsi una bella mattina con quattro ministri che, sia pure senza riuscire a trattenere i sorrisi per il ridicolo, inaugurano i loro ministeri a Monza, è del tutto inaccettabile. Specie se questo comporta l’emissione di decreti che devono passare per la scrivania del Presidente della Repubblica.

In realtà la mossa dei ministeri è solo l’ultima iniziativa di propaganda di un partito che si sente minacciato sul proprio territorio e che non sa più a che santo votarsi.

Prima Pagina.


Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “C’è bisogno di un impegno di coesione nazionale per affrontare e superare difficili prove”

“Cerchiamo di dare una mano anche dal di fuori di questo Palazzo, a uno sforzo comune anche in questo campo, e che è parte integrante di un impegno che dovrebbe più che mai sprigionarsi in questo momento nel nostro Paese, nella società e nelle Istituzioni: un impegno di coesione nazionale di cui c’è indispensabile bisogno per affrontare e superare le difficili prove che già sono all’ordine del giorno”.

E’ quanto affermato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo al Ministero dell’Interno alla cerimonia per i cento anni del Palazzo del Viminale.

“Questo grande e magnifico Palazzo – ha sottolineato il Presidente Napolitano – è la sede del ministero dell’Interno, la sede storica e la sede più che mai viva e aperta al futuro del ministero dell’Interno. Qui siede il ministro che non è mai stato un puro ministro di Polizia, così come nel nostro ordinamento, diversamente da quel che prevede l’ordinamento a cui pure lo Stato unitario italiano si ispirò, i Prefetti non sono mai stati chiamati Prefetti di Polizia. Lo ricordo per sottolineare l’impronta civile e democratica che il ministero dell’Interno, nell’Italia prefascista e nell’Italia repubblicana, ha sempre mantenuto e ha rafforzato, in modo particolare con la legge di riforma del 1981, la legge n. 121″.

Una legge, questa, che per il Capo dello Stato richiede “un aggiornamento, una revisione tenendone fermi alcuni pilastri. E direi che il primo pilastro è costituito dal sistema delle Autorità di Pubblica Sicurezza: l’Autorità nazionale impersonata dal ministro, e le autorità provinciali impersonate dai Prefetti e, insieme, il sistema dei Comitati per la Sicurezza e l’Ordine Pubblico”.

Il Presidente Napolitano ha poi rilevato che “i Comitati provinciali hanno rappresentato, con molto anticipo e con notevole lungimiranza, l’esigenza di un coinvolgimento delle Istituzioni nella gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico: la partecipazione, soprattutto, dei sindaci ai Comitati Provinciali. E poi questa partecipazione, questa collaborazione sono venute estendendosi, e si debbono ulteriormente estendere, perché c’è una evoluzione importante in corso nell’assetto dello Stato repubblicano”.

Il Capo dello Stato ha inoltre ricordato come tra i compiti della Polizia di Stato ci sia “la tutela dell’esercizio delle libertà e dei diritti dei cittadini”. “Questa è stata – ha sottolineato il Capo dello Stato – e questa è la Polizia di Stato in Italia, nonostante una tendenza abbastanza diffusa a darne rappresentazioni riduttive e perfino denigratorie. È una garanzia per i cittadini, le loro libertà e i loro diritti e tale sarà anche nel futuro”.


Il Presidente Napolitano alla celebrazione del “Giorno della Memoria” dedicato alle vittime del terrorismo, 9 maggio 2011

Un caro saluto, in primo luogo, a quanti sono oggi con noi in rappresentanza di tutte le famiglie – unite da un comune doloroso ricordo e da una comune, sempre più matura e attiva consapevolezza – delle vittime del terrorismo e delle stragi. E quindi uno speciale ringraziamento a coloro che hanno dato spessore umano e morale a questa cerimonia attraverso testimonianze forti e toccanti, a partire da quella di Eugenio Occorsio, e riflessioni alte, come quelle del Presidente Lupo. Tutti gli interventi si sono mossi nel solco dell’ispirazione che ci ha guidato fin dalla prima celebrazione, qui, del “Giorno della Memoria”, nel 2008 : ricerca di verità ; anelito di giustizia severa secondo legge, fuori di ogni reazione d’ira e di odio ; rispetto e ricordo delle figure di tutti i colpiti, di ciascuno di essi per la vita vissuta come persona e non solo per il destino di vittima ; in definitiva messaggio di pace e unità secondo il patto che ci lega, la Costituzione repubblicana.

Ci incontriamo questa volta ancora nel pieno delle celebrazioni del centocinquantenario della nascita del nostro Stato nazionale unitario. Celebrazioni non formali e non retoriche, ma partecipate e meditate, dalle quali ci siamo proposti di trarre motivi di orgoglio e di fiducia, di rinnovata coscienza sia delle ragioni e della forza della nostra unità sia delle criticità che hanno segnato il nostro cammino e delle sfide che abbiamo di fronte. E in effetti ho posto in più occasioni l’accento sulle prove via via superate che hanno dimostrato la solidità della compagine nazionale e statale italiana. Prove estremamente drammatiche come due guerre mondiali, l’oppressione ventennale del regime fascista e la lotta per porvi fine ; ma prove dure anche successivamente e cioè nei decenni della Repubblica retta dalla Costituzione. Più dura e pericolosa tra tutte quella del terrorismo interno.

Nello stesso periodo – seconda metà del Novecento – si sono, certamente, succeduti eventi dirompenti in diversi paesi d’Europa : dalla caduta delle dittature in Spagna e Portogallo all’avvento, sia pure per breve tempo, di una dittatura militare in Grecia, dalla crisi della IV Repubblica in Francia alle ripetute scosse di protesta e di dissenso contro l’ordine totalitario e il prepotere sovietico nei paesi del Centro e dell’Est, fino alla caduta del Muro di Berlino. L’Italia non è stata dunque la sola realtà difficile e a rischio nell’Europa del dopo-seconda guerra mondiale.

Ma la prova del lungo attacco terroristico con cui noi abbiamo dovuto fare i conti, specie negli anni della sua massima intensificazione, è stata quanto mai pesante e insidiosa per la coesione sociale e nazionale, e per le istituzioni democratiche nate sull’onda del movimento di Liberazione e ancorate ai principi della Costituzione repubblicana. E dunque il superamento di tale prova resta una pietra miliare nella storia dell’Italia unita : di qui la nostra inestimabile gratitudine a quanti hanno pagato con la loro vita, e il riconoscimento che meritano tutti quanti hanno condotto quella battaglia sapendo di doverla e poterla vincere.

L’appuntamento di questo 9 maggio ci offre l’occasione per sottolineare come è stata vinta la battaglia, come è stata superata la prova. Si è combattuto, sia chiaro, su molti fronti ; si è vinto grazie alla fibra morale, al senso del dovere, all’impegno nel lavoro e nella vita civile che hanno caratterizzato servitori dello Stato e cittadini di ogni professione e condizione : proprio per quelle loro caratteristiche essi diventarono – nella aberrante ottica dei terroristi – bersagli da colpire, esempi da dare per fini disgregativi sia del tessuto della società sia della tenuta delle istituzioni. Così caddero uomini pubblici, come – 25 anni fa – l’avvocato Conti già Sindaco di Firenze, o furono feriti – “gambizzati”, tristo termine dell’epoca – uomini politici come il deputato democristiano Nadir Tedeschi, cui dobbiamo un recente bel testo di dialogo con una giovane ignara di quelle drammatiche vicende. Così cadde, trent’anni fa, Luigi Marangoni, medico del Policlinico di Milano, espostosi per senso della missione – ce lo ha detto con parole struggenti la figlia Francesca – alla delazione e all’attacco omicida in un ambiente di lavoro inquinato dalla folle predicazione delle Brigate Rosse.

E dirò ora dei servitori dello Stato e in particolare dei magistrati. Non c’è distinzione che possa suonare irrispettosa nel nostro omaggio alla memoria degli uccisi e dei feriti dai terroristi : siamo egualmente vicini a tutti e alle famiglie di tutti, qualunque ne fosse la posizione sociale o ne fossero le idee, e qualunque fosse la matrice ideologica – di estrema sinistra, prevalentemente, o di estrema destra, come nel caso di Vittorio Occorsio – degli atti terroristici di cui rimasero vittime.

Se oggi poniamo l’accento sui servitori dello Stato come quelli, è per sottolineare come fu essenziale la loro lealtà alle istituzioni e come fu decisiva, contro il terrorismo, la battaglia sul fronte della giustizia penale. Quella battaglia fu vinta grazie al concorso e, nei casi estremi, al sacrificio di tutti i soggetti impegnati nelle attività investigative e nei percorsi processuali : magistrati – pubblici ministeri e giudici – uomini della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, come Ciriaco Di Roma, Antioco Deiana, Raffaele Cinotti – ricordati dinanzi a noi con tanta commozione e forza dai loro congiunti – ed egualmente avvocati fedeli al loro mandato e cittadini prescelti come giurati che non si lasciarono intimidire.

Sul fronte della giustizia la battaglia fu vinta – ecco il come più importante – in nome e nel rispetto della Costituzione e dello Stato di diritto, retaggio prezioso e irrinunciabile della lotta antifascista e della Resistenza. In un ricco e impegnativo libro pubblicato di recente in Italia e in Francia, si può leggere – voglio segnalarlo in modo particolare – un saggio che insieme ad altri richiama le incomprensioni e le ambiguità che circondarono fuori d’Italia il fenomeno del terrorismo e l’azione condotta per averne ragione. E impressiona veder rievocate le teorizzazioni giustificazioniste del brigatismo rosso e le polemiche diffamatorie e ostili nei confronti delle istituzioni democratiche italiane e dei loro comportamenti. E’, in questo saggio, un qualificato giurista francese che smonta quelle teorizzazioni e quelle polemiche come prive di plausibilità giuridica, e che mostra come le misure di emergenza adottate dal Parlamento e attuate dalle autorità del nostro paese furono “proporzionate al pericolo istituzionale esistente”, non travolsero le garanzie fondamentali sancite dalla Costituzione, non implicarono una trasformazione del nostro Stato di diritto in Stato autoritario, essendo “ragionevolmente” – come sancì la Consulta nel 1982 – rivolte a proteggere l’ordine democratico e la sicurezza pubblica contro un pericolo estremo. Ecco quel che va argomentato e ancora ribadito nettamente e fermamente, di fronte a residui pregiudizi, a residue mistificazioni, che pesano, ad esempio, sul rapporto tra Brasile e Italia nella vicenda dell’estradizione, rimasta incomprensibilmente sospesa, del terrorista Battisti.

C’è forse – mi chiedo – bisogno di ritornare sulla gravità del pericolo estremo rappresentato dall’offensiva brigatista, giunta fino alla sfida inaudita della cattura, della strage della scorta e dell’uccisione di uno dei maggiori uomini di Stato e leader politici italiani? E colgo l’occasione per rivolgere un riverente pensiero – stringendomi con affetto ai suoi famigliari – alla grande figura di Aldo Moro, brutalmente soppresso il 9 maggio di 33 anni orsono, sul cui dramma umano e sui cui tormentati pensieri nel buio della prigione viene ora gettata nuova luce grazie a ulteriori ricerche e approfondimenti.

O c’è forse bisogno di richiamare – l’ha fatto comunque, e impeccabilmente, qui il Presidente Lupo – il modo in cui i dieci magistrati che oggi ricordiamo e onoriamo, nome per nome, “esercitarono giurisdizione : con la compostezza e la serenità di chi ha di fronte non nemici o avversari da sconfiggere, ma cittadini imputati da giudicare”?

Di qui la grande lezione, che ci fa parlare di una prova aspra e cruda superata dall’Italia unita, uscitane perciò rafforzata nella sua coscienza nazionale, nelle sue istituzioni repubblicane, e quindi nelle sue risorse morali, indispensabili per far fronte con successo alle nuove prove che ci attendono. La lezione è chiara e ha segnato un passaggio decisivo nella nostra storia nazionale : abbiamo dimostrato di essere una democrazia capace di difendersi senza perdersi, capace di reagire ad attacchi e minacce gravi senza snaturarsi. Va detto di fronte ai possibili sviluppi del terrorismo internazionale, pur duramente colpito. E va detto come monito a chiunque può essere tentato di inoltrarsi sulla strada della violenza o, in qualsiasi modo, della sfida all’imperio della legge.

Ringrazio il CSM e il suo Vice Presidente per l’opera composta in segno di omaggio alla memoria di Vittorio Bachelet e di tutti i magistrati uccisi dal terrorismo e dalle mafie. Si sfoglino quelle pagine, ci si soffermi su quei nomi, quei volti, quelle storie, per poter parlare responsabilmente della magistratura e alla magistratura, nella consapevolezza dell’onore che ad essa deve esser reso come premessa di ogni produttivo appello alla collaborazione necessaria per le riforme necessarie. E sia in noi tutti chiara e serena la certezza che le pagine di quest’opera, i profili e i fatti che presenta, le parole che raccoglie sono come pietre, restano più forti di qualsiasi dissennato manifesto venga affisso sui muri della Milano di Emilio Alessandrini e Guido Galli, e di qualsiasi polemica politica indiscriminata.

E infine ringrazio i ragazzi del Bresciano e i ragazzi di tutte le scuole che hanno con alto spirito civile e sentimento nazionale partecipato a progetti di ricerca sulle vicende del terrorismo e su stragi come quella di Piazza della Loggia. Per quest’ultima e non solo per essa – lo dico a Andrea e Alì, e lo dico a Manlio Milani, oltre ogni sconforto – varrà a esigere e fare chiarezza, ne sono sicuro, il portale che oggi inauguriamo della “Rete degli Archivi per non dimenticare”. Non dimenticheremo, opereremo perché l’Italia non dimentichi ma tragga insegnamenti e forza da quelle tragedie. A voi tutti l’abbraccio mio e delle istituzioni in questo Giorno della Memoria che è entrato ormai nel nostro cuore.


Giorgio Napolitano: … L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia – annunciato ieri sera dal Presidente del Consiglio Berlusconi – costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio Supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento …, 26 aprile 2011

Ancora oggi, ad ormai 66 anni di distanza da quella giornata storica, la Festa della Liberazione richiama alla nostra mente l’idea del compimento di un’opera, del termine di un percorso : la riconquista – per l’Italia – della libertà, dell’indipendenza e dell’unità, a fondamento della rinascita della democrazia. Ma sul significato nazionale di questa ricorrenza a centocinquantanni dall’Unità d’Italia ho parlato ieri all’Altare della Patria e non ritornerò anche perché i drammatici eventi che accadono oltre le nostre frontiere ma intorno a noi e le profonde ripercussioni che essi hanno sul nostro stesso paese e presumibilmente ancor più avranno sul suo futuro ci inducono a guardare al 25 aprile 1945 in una prospettiva più ampia ed attuale.

Siamo dinanzi a un nuovo prorompere delle istanze di libertà e di giustizia in regioni a noi vicine e comunque importanti per le sorti della comunità internazionale : dall’Africa al Medio Oriente. Sono improvvisamente insorti, e tendono a svilupparsi, moti di ribellione contro regimi oppressivi e dittature personali, con il loro contorno di privilegi e corruzione. Si rivendica in sostanza, anche sfidando sanguinose repressioni, il rispetto di quei diritti che le Nazioni Unite sancirono come universali nella solenne Dichiarazione del 1948 e che anche nel mondo diviso in blocchi si riuscì a riaffermare nell’Atto di Helsinki del 1975, destinato a divenire una delle leve essenziali per l’esplodere delle rivoluzioni democratiche nei paesi dell’Europa centro-orientale.

Oggi ci interroghiamo, in Europa e in tutto l’Occidente, sulla possibilità di rivoluzioni o evoluzioni democratiche nel mondo arabo, fatto senza precedenti e carico di potenzialità straordinarie. E le previsioni non sono facili ; né è semplice il compito che può spettare a paesi come il nostro. Ma ciò non toglie che sentiamo – in particolare noi italiani nel ricordo delle lotte di liberazione e del 25 aprile – di non poter restare indifferenti di fronte al rischio che vengano brutalmente soffocati movimenti comunque caratterizzati da una profonda carica liberatoria. Non potevamo restare indifferenti alla sanguinaria reazione del colonnello Gheddafi in Libia : di qui l’adesione dell’Italia al giudizio e alle indicazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e quindi al piano di interventi della coalizione postasi sotto la guida della NATO.

L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia – annunciato ieri sera dal Presidente del Consiglio Berlusconi – costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio Supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento.
Ancora una volta i Comandi e varii comparti delle nostre Forze Armate sono chiamati a fare la loro parte con la professionalità e la dedizione che li distinguono.

Naturalmente sappiamo bene come ai problemi di fondo che si pongono nei paesi dell’area africana e mediorientale lo strumento militare non può dare l’insieme delle risposte necessarie. Si richiede – da parte delle organizzazioni internazionali, dei paesi più avanzati e in modo particolare dall’Europa – uno sforzo consapevole, concreto e conseguente per concorrere alla crescita economica e al riscatto sociale cui aspirano i popoli dell’intera regione mediterranea.

Occorre in questo senso davvero una svolta, mancando la quale non potrebbero consolidarsi le prospettive di evoluzione nella libertà e verso forme di governo democratico nei paesi investiti dai recenti sollevamenti popolari, e finirebbero inoltre per subire gravi contraccolpi paesi dell’Unione Europea come l’Italia.

La risposta di fondo anche al rischio di flussi migratori disperati e convulsi verso le nostre sponde, sta in un fattivo, forte impegno di cooperazione allo sviluppo dei paesi delle sponde Sud ed Est del Mediterraneo. Dobbiamo portarci all’altezza delle nostre responsabilità come mondo più sviluppato e ricco, mostrare lungimirante generosità, essere non solo coerenti con principi e valori di solidarietà, ma capaci di comprendere quale sia il nostro stesso interesse guardando a un futuro che è già cominciato.

Nulla sarebbe più miope, meschino e perdente, del ripiegamento su sé stesso di ciascuno dei paesi membri dell’Unione Europea. Ciascuno dei nostri paesi ha un avvenire solo se scommette sull’unità dell’Europa, e sull’assunzione delle responsabilità che ci competono in un mondo così fortemente cambiato e in via di cambiamento.

E questo è in realtà l’autentico significato della partecipazione dell’Italia e delle sue Forze Armate alle missioni internazionali nelle aree di crisi, nel nome della sicurezza comune e della pace, contro la minaccia e le trame destabilizzanti del terrorismo, e contro negazioni sistematiche dei diritti umani. Il contributo alle missioni dell’ONU, della NATO, dell’Unione Europea ha posto in luce l’alta sensibilità e la qualità operativa – insieme con lo spirito di sacrificio, cui rinnovo il mio omaggio – dei nostri militari, ha dato nuovi titoli di credito all’Italia nella comunità internazionale, e va perciò valorizzato e sostenuto.
Questo impegno delle Forze Armate è parte di una più generale visione che l’Italia è chiamata a coltivare, attraverso la sua collocazione europea e la sua politica estera, e attraverso tutte le forme della sua presenza nel mondo : una visione che rifiuta ogni pericoloso ripiegamento su ristretti, anacronistici orizzonti e approcci nazionali.

E per diffondere nelle nuove generazioni e tra tutti i cittadini il riconoscimento del ruolo delle Forze Armate e dello strumento militare, quale oggi si configura a 150 anni dalla fondazione del nostro Stato unitario – e in pari tempo per rendere evidente e condivisa quella visione generale dell’interesse nazionale e dell’interesse europeo, ormai tra loro inscindibili, che ispira, che non può non inspirare le scelte dell’Italia – facciamo affidamento, lasciatemelo dire, sull’opera vostra, sull’opera appassionata delle Associazioni combattentistiche, partigiane e d’arma qui riunite per celebrare il 25 aprile, il grande giorno della Liberazione del nostro paese.

Viva la Resistenza,
Viva le Forze Armate,
Viva l’Italia.


Sto con il presidente Napolitano: “nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull’ amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni”

Il prossimo 9 maggio si celebrerà al Quirinale il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi
di tale matrice. Quest’anno, il nostro omaggio sarà reso in particolare ai servitori dello Stato che hanno pagato con la vita la loro lealtà alle istituzioni repubblicane. Tra loro, si collocano in primo luogo i dieci magistrati che, per difendere la legalità democratica, sono caduti per mano delle Brigate Rosse e di altre formazioni terroristiche. Le sarò perciò grato se – a mio nome – vorrà invitare alla cerimonia i famigliari dei magistrati uccisi e, assieme, i presidenti e i procuratori generali delle Corti di Appello di Genova, Milano, Salerno e Roma, vertici distrettuali degli uffici presso i quali prestavano la loro opera Emilio Alessandrini, Mario Amato, Fedele Calvosa, Francesco Coco, Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione”.

“La scelta che oggi annunciamo per il prossimo Giorno della Memoria costituisce anche una risposta all’ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano con la sigla di una cosiddetta “Associazione dalla parte della democrazia”, per dichiarata iniziativa di un candidato alle imminenti elezioni comunali nel capoluogo lombardo. Quel manifesto rappresenta, infatti, innanzitutto una intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle BR, magistrati e non. Essa indica, inoltre, come nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull’ amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni. Di qui il mio costante richiamo al senso della misura e della responsabilità da parte di tutti”.

Giorgio Napolitano

Sto con il presidente Napolitano

Lettera Napolitano – Repubblica.it.


Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha oggi inviato una lettera ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio, nella quale ha richiamato l’attenzione sull’ampiezza e sulla eterogeneità delle modifiche fin qui apportate nel corso del procedimento di conversione al testo originario del decreto-legge cosiddetto “milleproroghe”. Il Capo dello Stato, nel ricordare i rilievi ripetutamente espressi fin dall’inizio del settennato, ha messo in evidenza che la prassi irrituale con cui si introducono nei decreti-legge disposizioni non strettamente attinenti al loro oggetto si pone in contrasto con puntuali norme della Costituzione, delle leggi e dei regolamenti parlamentari, eludendo il vaglio preventivo spettante al Capo dello Stato in sede di emanazione dei decreti-legge

testo integrale della lettera che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Presidente del Senato, Renato Schifani, al Presidente della Camera, Gianfranco Fini, e al Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi:

“Onorevoli Presidenti,
ho attentamente esaminato i contenuti delle modifiche e delle aggiunte apportate, nel corso dell’esame al Senato, al disegno di legge di conversione del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative e interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle famiglie e alle imprese.
Devo innanzi tutto osservare che il disegno di legge di conversione del decreto-legge è stato presentato dal Governo al Senato il 29 dicembre 2010 (A.S. 2518), ed assegnato alle Commissioni riunite affari costituzionali e bilancio il 7 gennaio 2011. L’esame in sede referente, iniziato il successivo 19 gennaio, si è concluso l’11 febbraio, con l’approvazione di 104 emendamenti. Nello stesso giorno è iniziato l’esame in Assemblea, che si è concluso mercoledì 16 febbraio con l’approvazione del maxiemendamento presentato dal Governo, sul quale è stata posta la questione di fiducia, che riproduce il testo delle Commissioni con l’aggiunta di numerose altre disposizioni. L’esame in prima lettura ha dunque consumato 50 dei 60 giorni tassativamente previsti dalla Costituzione per la conversione in legge dei decreti-legge nonostante che l’esame nell’Assemblea del Senato si sia concentrato in pochi giorni.
A seguito delle modifiche apportate dalle Commissioni del Senato e dal Governo con il successivo maxiemendamento, al testo originario del decreto-legge, costituito da 4 articoli (di cui il terzo relativo alla copertura finanziaria e il quarto all’entrata in vigore) e 25 commi, sono stati aggiunti altri 5 articoli e 196 commi. Molte di queste disposizioni aggiunte in sede di conversione sono estranee all’oggetto quando non alla stessa materia del decreto, eterogenee e di assai dubbia coerenza con i princìpi e le norme della Costituzione.
E ciò è avvenuto nonostante l’intendimento manifestato dal Governo al Capo dello Stato in sede di illustrazione preventiva del provvedimento d’urgenza, poi confermato con l’approvazione del testo da me successivamente emanato, di limitare a soli tre mesi le proroghe non onerose di termini in scadenza entro il 31 dicembre 2010, rendendo facoltativa la ulteriore proroga al 31 dicembre 2011 di quei termini e degli altri indicati in apposita tabella attraverso l’eventuale adozione di uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze; nonché di prevedere pochi e mirati interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie.
E’ appena il caso di ricordare che questo modo di procedere, come ho avuto modo in diverse occasioni di far presente fin dall’inizio del settennato ai Presidenti delle Camere e ai Governi che si sono succeduti a partire dal 2006, si pone in contrasto con i principi sanciti dall’articolo 77 della Costituzione e dall’articolo 15, comma 3, della legge di attuazione costituzionale n. 400 del 1988, recepiti dalle stesse norme dei regolamenti parlamentari. L’inserimento nei decreti di disposizioni non strettamente attinenti ai loro contenuti, eterogenee e spesso prive dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza, elude il vaglio preventivo spettante al Presidente della Repubblica in sede di emanazione dei decreti legge. Inoltre l’eterogeneità e l’ampiezza delle materie non consentono a tutte le Commissioni competenti di svolgere l’esame referente richiesto dal primo comma dell’articolo 72 della Costituzione, e costringono la discussione da parte di entrambe le Camere nel termine tassativo di 60 giorni. Si aggiunga che il frequente ricorso alla posizione della questione di fiducia realizza una ulteriore pesante compressione del ruolo del Parlamento.
Tali considerazioni sono state da me ribadite ancora di recente con la lettera in data 22 maggio 2010 inviata in occasione della promulgazione della legge di conversione del decreto-legge 25 marzo 2010, n. 40 in materia di incentivi, recante le norme anti-evasione di contrasto alle c.d. frodi-carosello.
Sono consapevole che una eventuale decisione di avvalermi della facoltà di richiedere una nuova deliberazione alle Camere del disegno di legge in esame ai sensi dell’articolo 74 della Costituzione, per il momento in cui interviene a seguito della pressoché integrale consumazione da parte del Parlamento dei termini tassativamente previsti dall’art. 77 della Costituzione, potrebbe comportare la decadenza delle disposizioni contenute nel decreto-legge da me emanato nonché di quelle successivamente introdotte in sede di conversione: ed è questa la ragione per la quale vi sono solo due precedenti in cui tale facoltà è stata esercitata nei confronti di disegni di legge di conversione di decreti-legge dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 360 del 1996 che ha ritenuto di norma costituzionalmente illegittima la reiterazione dei decreti-legge (entrambi da parte del Presidente Ciampi, che in data 29 marzo 2002 e 3 marzo 2006 chiese una nuova deliberazione alle Camere sulle leggi di conversione dei decreti-legge 25 gennaio 2002, n. 4 e 10 gennaio 2006 n. 2).
Devo osservare peraltro che l’ordinamento prevede la possibilità di ovviare a tali inconvenienti, attraverso sia la regolamentazione con legge dei rapporti giuridici sorti sulla base del testo originario del decreto, sia la riproposizione in uno o più provvedimenti legislativi, anche di urgenza, di quelle disposizioni introdotte in sede di conversione che si ritengano conformi ai princìpi costituzionali. Inoltre allorché, come in questo caso, la decadenza del decreto-legge sia riconducibile al rinvio del disegno di legge di conversione in legge ai sensi dell’articolo 74 della Costituzione, anziché alla mancata conversione da parte delle Camere nei termini stabiliti dall’articolo 77, ritengo possibile anche una almeno parziale reiterazione del testo originario del decreto-legge.
Ho ritenuto di dovervi sottoporre queste considerazioni perché a mio avviso non mancherebbero spazi, attraverso una leale collaborazione tra Governo e Parlamento da un lato e fra maggioranza ed opposizione dall’altro, per evitare che un decreto-legge concernente essenzialmente la proroga di alcuni termini si trasformi sostanzialmente in una sorta di nuova legge finanziaria dai contenuti più disparati.
Mi riservo altresì, qualora non sia possibile procedere alla modifica del testo del disegno di legge approvato dal Senato, di suggerire l’opportunità di adottare successivamente possibili norme interpretative e correttive, qualora io ritenga, in ultima istanza, di procedere alla promulgazione della legge. Devo infine avvertire che, a fronte di casi analoghi, non potrò d’ora in avanti rinunciare ad avvalermi della facoltà di rinvio, anche alla luce dei rimedi che l’ordinamento prevede nella eventualità della decadenza di un decreto-legge, come ho sopra ricordato”.


Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “nella Costituzione e nella legge possono trovarsi i riferimenti di principio e i canali normativi e procedurali per far valere insieme le ragioni della legalità nel loro necessario rigore e le garanzie del giusto processo”

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha oggi ricevuto al Quirinale il Comitato di Presidenza e una rappresentanza del Csm per la consultazione da tempo richiestagli su questioni specifiche di ordinamento dei lavori del plenum del Consiglio. Il Presidente ha convenuto sui criteri già adottati in quanto coerenti con il tendenziale superamento di tradizionali rigidità nei rapporti tra i componenti del Consiglio per effetto delle diverse appartenenze elettive.

Successivamente il Capo dello Stato si è intrattenuto con il Vice Presidente e i componenti di diritto del Comitato di Presidenza del CSM che gli hanno espresso la preoccupazione e l’inquietudine del Consiglio e della magistratura per l’aspro conflitto istituzionale in atto.

Il Presidente della Repubblica, nel riservarsi di cogliere l’occasione opportuna per partecipare nuovamente al plenum del Csm, ha richiamato le sue recenti dichiarazioni in occasione della Giornata dell’informazione, allorché ebbe modo in particolare di porre in evidenza che “nella Costituzione e nella legge possono trovarsi i riferimenti di principio e i canali normativi e procedurali per far valere insieme le ragioni della legalità nel loro necessario rigore e le garanzie del giusto processo. Fuori di questo quadro, ci sono solo le tentazioni di conflitti istituzionali e di strappi mediatici che non possono condurre, per nessuno, a conclusioni di verità e di giustizia”.

Roma, 11 febbraio 2011


Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dà lezioni di diritto e rispetto delle procedure al Governo: “Non sussistono le condizioni per procedere all’emanazione del decreto legislativo in materia di federalismo fiscale municipale”

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in relazione al preannunciato invio, ai fini della emanazione ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione, del testo del decreto legislativo in materia di federalismo fiscale municipale, approvato definitivamente dal Consiglio dei Ministri nella seduta di ieri sera, come risulta dal relativo comunicato, ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in cui rileva che non sussistono le condizioni per procedere alla richiesta emanazione, non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l’esercizio della delega previsto dai commi 3 e 4 dall’art. 2 della legge n. 42 del 2009 che sanciscono l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari. Pertanto, il Capo dello Stato ha comunicato al Presidente del Consiglio di non poter ricevere, a garanzia della legittimità di un provvedimento di così grande rilevanza, il decreto approvato ieri dal Governo.

Questo il testo della lettera:

“Mi è stato preannunciato l’invio, ai fini della emanazione ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione, del testo del decreto legislativo in materia di federalismo fiscale municipale, approvato definitivamente dal Consiglio dei Ministri nella seduta di ieri sera, come risulta dal relativo comunicato.
Devo subito rilevare che non sussistono le condizioni per procedere alla richiesta emanazione, non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l’esercizio della delega previsto dall’art. 2, commi 3 e 4, della legge n. 42 del 2009: sono pertanto costretto a non ricevere il decreto approvato dal Governo, a garanzia della legittimità di un provvedimento di così grande rilevanza.

Infatti mi risulta che il testo è diverso da quello originariamente approvato dal Governo e trasmesso alla Conferenza unificata e alle Camere ai sensi e per gli effetti delle disposizioni richiamate ed è identico alla proposta di parere favorevole condizionato formulata dal Presidente della Commissione bicamerale: proposta che è stata respinta dalla stessa Commissione ai sensi delle norme stabilite dai Regolamenti parlamentari allorché su di una proposta si registri parità di voti e dello stesso art. 7, comma 1, del Regolamento interno della Commissione bicamerale. Né tale pronunciamento può evidentemente assimilarsi ad una mancanza di parere. Su quel testo la Commissione bilancio della Camera ha successivamente deliberato all’unanimità di non esprimersi proprio perché lo ha considerato “superato” per gli stessi motivi. Infine il Governo deve ottemperare all’obbligo previsto dall’ultimo periodo del comma 4 dell’art. 2 della legge delega di esporre sia alle Camere sia alla Conferenza unificata le ragioni per le quali ha ritenuto di procedere in difformità dai suindicati orientamenti parlamentari e senza aver conseguito l’intesa nella stessa Conferenza, come risulta dal verbale in data 28 ottobre 2010.

Tanto premesso sul piano strettamente procedimentale, sento il dovere di richiamare l’attenzione del Governo sulla necessità di un pieno coinvolgimento del Parlamento, delle Regioni e degli Enti locali nel complesso procedimento di attuazione del federalismo fiscale. La rilevanza e delicatezza delle conseguenze che ne deriveranno sull’impiego delle risorse pubbliche e in particolare sull’assetto definitivo del sistema delle autonomie delineato dal nuovo titolo V° della Costituzione suggerisce infatti un clima di larga condivisione, così come si è del resto verificato in occasione della approvazione della legge n. 42 del 2009 e della emanazione dei tre precedenti decreti delegati. E di ciò ho avuto modo di dare più volte pubblicamente atto, ritenendolo il metodo più corretto ed utile per l’attuazione di una così importante riforma costituzionale. Se in questo caso non c’è stata condivisione sul piano sostanziale, più che opportuno resta evitare una rottura anche sul piano procedimentale, per violazione di puntuali disposizioni della legge.

Né posso sottacere che non giova ad un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione del Governo senza la fissazione dell’ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il Presidente della Repubblica, tanto meno consultandolo sull’intendimento di procedere all’approvazione definitiva del decreto legislativo.

Sono certo che ella comprenderà lo spirito che anima queste mie osservazioni e considerazioni”.

 


Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – 2010


Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica – 2009

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i messaggi di fine anno dei Presidenti della Repubblica, su radioRadicale.it

Da Sandro Pertini fino a Giorgio Napolitano, dal 1980 al 2008, tutti i messaggi di fine anno dei Presidenti della Repubblica sono stati registrati integralmente da Radio Radicale, e sono da oggi disponibili online nella loro versione integrale, in audio o video sul sito RadioRadicale.it.

Il messaggio di fine anno è uno dei momenti più importanti in cui la figura istituzionale più autorevole dell’ordinamento italiano si rivolge direttamente ai cittadini.

ImmaginePresidenti
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INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO IN OCCASIONE DELLA CELEBRAZIONE DEL “GIORNO DEL MEMORIA” PALAZZO DEL QUIRINALE, 24 GENNAIO 2008


Lasciate che mi rivolga, innanzitutto alle ragazze e ai ragazzi, alla platea di giovani di varie regioni d’Italia che è qui raccolta. Questi giovani, sotto la guida dei loro insegnanti, anch’essi qui presenti, e grazie all’impegno del Ministro della Pubblica Istruzione e dei suoi collaboratori, così come grazie all’impegno di regioni e enti locali, hanno compiuto – lo abbiamo sentito – attente e serie ricerche sui Giusti fra le Nazioni e su tutti gli uomini e donne che nel loro territorio, negli anni terribili delle persecuzioni antiebraiche, contribuirono, a rischio della loro vita, a salvare degli ebrei, cui veniva data la caccia per deportarli nei campi di sterminio nazisti.
Vi siete misurati, cari ragazzi, con un tema difficile e angoscioso, ma questo impegno è stato importante per la vostra formazione come cittadini della nostra Repubblica, della nostra Europa riunificata nella pace. Bisogna ricordare gli atti di barbarie del nostro passato per impedire nuove barbarie, per costruire un futuro – il vostro futuro – che si ispiri a ideali di libertà e di fratellanza fra i popoli.
E’ nel ricordo di coloro che, in quegli anni bui, non si lasciarono corrompere dalle ideologie di odio allora dominanti, che ho voluto che venisse qui dato, nel Giorno della Memoria, quest’anno, particolare rilievo all’epopea dei Giusti, di coloro che salvarono anche le nostre coscienze, che furono i pionieri e primi costruttori del mondo di pace in cui ci auguriamo che voi giovani possiate trascorrere le vostre esistenze.
Nella vostra formazione storica e morale è bene che si affianchi alla memoria di quell’immenso stuolo di ebrei di tutta Europa che furono vittime della Shoah, anche il ricordo dei Giusti: di coloro, e non furono pochi, che si sforzarono di salvare almeno alcuni tra loro.
Questo 2008 è per noi un anno speciale, in quanto segna il sessantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione della nostra Repubblica. E’ peraltro anche l’anno in cui ricorrerà, nel settembre prossimo, il settantesimo anniversario delle leggi antiebraiche emanate dal regime fascista, che di fatto prepararono l’Olocausto anche in Italia. Leggi che suscitarono orrore negli Italiani rimasti consapevoli della tradizione umanista e universalista della nostra civiltà, e del contributo che ad essa avevano dato, attraverso i secoli, nonostante le persecuzioni, gli Ebrei che vivevano nella nostra terra, ed erano stati partecipi di alcuni dei momenti fondanti della nostra storia, dal Rinascimento al Risorgimento, alle battaglie per l’unità d’Italia; quell’Italia di cui, finalmente parificati nei diritti, essi si sentivano ed erano cittadini, animati da forti sentimenti patriottici.
Noi non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo mai la Shoah. Non dimentichiamo gli orrori dell’antisemitismo, che è ancora presente in alcune dottrine, e va contrastato qualunque forma assuma. Non dimentichiamo e non dimenticheremo neppure i Giusti d’Italia, i cui nomi sono stati ricordati in una benemerita ricerca, realizzata grazie al lavoro infaticabile di studiosi che sono oggi qui presenti, e pubblicata qualche anno fa in un volume con un messaggio del mio predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, e con la sua prefazione, onorevole Fini, nella sua qualifica, all’epoca, di Ministro degli Esteri.
Ai Giusti d’Italia hanno qui reso oggi omaggio, insieme con noi tutti, anziani e giovani – e per questo li ringrazio – il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Avvocato Gattegna, e l’Ambasciatore d’Israele Gideon Meir, a nome dello Stato che rappresenta, e di quel Luogo della Memoria, lo Yad Vashem di Gerusalemme, che vuole tener vivo per sempre, nella coscienza dei popoli, accanto al ricordo straziante delle moltitudini di Ebrei che furono vittime della Shoah, anche i nomi di quei Giusti fra le Nazioni che si prodigarono per salvarli: a testimonianza del fatto che l’ideale antico dell’Amore del Prossimo e dello Straniero che vive tra noi, neppure allora era spento.
Anche a nome di voi giovani, che state formando le vostre coscienze in un’Italia e in un’Europa dove oggi si vive in libertà, rinnovo l’espressione della nostra riconoscenza a quei Giusti che tennero vivi gli ideali di umanità a cui si sono ispirati quanti hanno combattuto, in condizioni drammatiche, per dare vita a un’Italia libera e democratica, e poi per costruire un’Europa di pace.
Sono, perciò, onorato e lieto di procedere ora alla consegna delle medaglie d’oro al valor civile, che sono state concesse, dal Ministro degli Interni, ad alcuni, tra i Giusti d’Italia, che sono con noi. Vi ricordo che altre medaglie d’oro e medaglie dei Giusti fra le Nazioni saranno consegnate, fra pochi giorni, a militari del Corpo della Guardia di Finanza, qui rappresentato dal Comandante Generale Cosimo D’Arrigo.


Ieri, in un discorso a mio avviso “storico”, ci ha pensato in modo definitivo Giorgio Napolitano a chiarire come deve essere impostata, nella politica italiana, la questione degli ebrei e dello stato di Israele

Quando i “padri” sono meglio dei “figli”.

Qualche giorno fa Massimo D’Alema è stato dichiarato persona non gradita dalla comunità ebraica romana per due suoi articoli di velenosa polemica contro lo stato israeliano ed ha preferito non partecipare alla presentazione del libro  di Luca Riccardi, “Il problema Israele – Diplomazia italiana e Pci di fronte allo stato ebraico (1948-1973)“, Guerini editore.
Ieri, in un discorso a mio avviso “storico”, ci ha pensato in modo definitivo Giorgio Napolitano a chiarire come deve essere impostata, nella politica italiana, la questione degli ebrei e dello stato di Israele:

“possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perchéantisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele.”

Forte, chiaro, autorevole, definitivo.
A me il messaggio è arrivato. Ma ero già predisposto. E’ stata una conferma. Mi fa piacere che sia stato un “grande vecchio” a farlo.
Spero che D’Alema pigli un appunto dalla lezione di un suo “padre”.

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
ALLA CELEBRAZIONE DEL “GIORNO DELLA MEMORIA”

Palazzo del Quirinale, 25 gennaio 2007

….

oggi qui, e poi in tutta Italia, si celebra per il settimo anno il “Giorno della Memoria”. E sappiamo che la data del 27 gennaio fu scelta come ricorrenza del giorno in cui vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz ; quell’immenso campo di sterminio al cui ingresso, per una sorta di macabra, blasfema irrisione, campeggiava la scritta: “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”.
L’istituzione del Giorno della Memoria, è giusto rammentarlo, fu approvata dal Parlamento della Repubblica con voto unanime. Le forze politiche espressero un comune sentire e un comune impegno. E anche grazie a ciò, è poi accaduto che, col trascorrere degli anni, le manifestazioni indette in questa giornata siano divenute non meno, ma via via più numerose. La memoria della Shoah non si attenua, nella coscienza degli Italiani e degli Europei. Sempre nuove ricerche continuano ad accrescere la conoscenza di quella che fu, forse, la più immane tragedia nella storia d’Europa.
Sì, è non solo doveroso ma importante ricordare, conoscere, cercare di capire. E’ importante per tutti, guardando al futuro e non solo al passato. E’ importante perché – come ha scritto Primo Levi – “ciò che è accaduto può ritornare”, per assurdo e impensabile che appaia. ”Pochi paesi possono essere garantiti da una futura marea di violenza generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali”. Ecco, con quelle parole Primo Levi ha indicato tutti i pericoli da cui dobbiamo guardarci, tutti i fenomeni che possono sfociare in aberrazioni come la Shoah : e non abbiamo forse visto in anni recenti, e non vediamo oggi affacciarsi alcuni di quei fenomeni, in più parti del mondo e anche non lontano dal nostro paese?
Dobbiamo guardare con fiducia alla nuova Europa che abbiamo costruito negli ultimi cinquant’anni, una comunità di Stati e popoli amanti della pace, animati – soprattutto nelle giovani generazioni – da spirito di amicizia e tolleranza, dal rispetto dei diversi da noi.
Ma non dobbiamo cessare di riflettere e interrogarci su come in Europa nello scorso secolo si siano intrecciate cultura e barbarie. A questo tema ha dedicato di recente un breve libro Edgar Morin, che così si conclude : “Alla coscienza delle barbarie” che nel Novecento si sono prodotte nel nostro secolo – e non è stata solo la Shoah – “deve integrarsi la coscienza che l’Europa produce, con l’umanesimo, l’universalismo, l’ascesa progressiva di una consapevole visione planetaria, gli antidoti” a ogni rischio di nuove barbarie.
E’ a questo spirito di verità e di responsabilità europea che sono ispirate la ricca gamma di attività (qui richiamate dal Ministro Fioroni) della scuola italiana e dei suoi docenti, e le manifestazioni di cui voi giovani siete protagonisti: come il concorso “I giovani ricordano la Shoah” e come le visite annuali ad Auschwitz di studenti di ogni parte d’Italia.
Vi rivolgo per questo impegno il più vivo e convinto apprezzamento. Col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele.
Come italiani – pur nel succedersi delle generazioni – dobbiamo serbare il ricordo e sentire il peso degli anni bui delle leggi razziali del fascismo e delle persecuzioni antiebraiche della Repubblica di Salò. Egualmente, nei giorni scorsi, a Parigi il Presidente Chirac ha ricordato in un nobile discorso “i momenti profondamente oscuri della storia della Francia”, quelli del governo di Vichy sotto l’occupazione tedesca.
E come lui ha fatto per la Francia, vogliamo anche noi ricordare per l’Italia la luce che venne dalle imprese dei Giusti, di coloro che hanno meritato questo nome per le prove concrete che offrirono – anche col rischio del sacrificio della vita – di solidarietà verso i fratelli ebrei perseguitati, esposti alla minaccia della deportazione, della tortura, dello sterminio nei campi come Auschwitz.
Quei Giusti hanno salvato l’onore dell’Italia : e oggi dobbiamo noi render loro onore, con profonda e sempre viva riconoscenza.


A riprova che l’antisemitismo e antisionismo è molto radicato nella politica italiana:

Su EUROPA, quotidiano della Margherita la notizia della frase del Presidente della Repubblica Napolitano, sull’antisemitismo mascherato da antisionismo, è relegata nelle pagine della cultura, in un trafiletto intitolato “Napolitano: no ad ogni rigurgito di antisemitismo”.

Sull’UNITA‘ è relegata a un sottotitolo “Napolitano, combattere ogni rigurgito di antisemitismo, anche travestito da antisionismo” e a una breve citazione nella cronaca di Anna Tarquini e Massimo Franchi sulla proposta Mastella(“Carcere per le discriminazioni razziali  e sessuali”, a pagina 9).
Completa la censura sull’edizione on line del quotidiano.

Quello di Napolitano è definito “discorso-svolta” nell’articolo. Come mai gli si dà così poco rilievo? Anche in prima pagina non se ne fa menzione, mentre viene richiamato un altro discorso del Presidente della Repubblica: “Napolitano, il lavoro precario uccide”

Nessun cenno al discorso di Napolitano nemmeno sul MANIFESTO e suLIBERAZIONE


Vite parallele: Giorgio Napolitano e Dave Brubeck | da Tracce e Sentieri, 10 maggio 2006

MERCOLEDÌ, 10 MAGGIO 2006

Vite parallele: Giorgio Napolitano e Dave Brubeck

Le elezioni del 9 aprile 2006 hanno consegnato un paese culturalmente di centro-destra a un governo politicamente di centro-sinistra. Con una maggioranza dello 0,6 per mille o di 24.000 voti.

In queste condizioni sarebbe stato meglio, molto meglio, scegliere un Presidente della Repubblica in  collaborazione con l’altra parte. Ma si sa, con Narciso-Bertinotti il buon senso non è possibile.

Tuttavia oggi è una bella giornata per la politica .
E’ stato eletto Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un grande vecchio (per età e sapere) che riassume su di sé un intero arco della storia d’Italia negli ultimi cinquant’anni.

Perché quest’uomo ha anticipato già negli anni ’60, con il pensiero, quello che sarebbe avvenuto trent’anni dopo, nella realtà. Cioè la necessità di puntare sull’obiettivo di costruire un partito che allora si sarebbe riconoscito nella tradizione “socialdemocratica” e che invece ora forse andrà in quella “democratica”.
Dopo l’esperienza di Massimo D’Alema come Presidente del Consiglio nel 1998, si chiude la regola di esclusione di esponenti della tradizione dei comunisti italiani dalle massime cariche istituzionali del nostro paese.
Nel disordine decisionale di queste elezioni e in una società culturalmente e politicamente divisa e frammentata è un esito comunque importante.
Nei prossimi giorni si scriveranno tantissime pagine sull’episodio.
A me viene in mente un confronto con la musica jazz.

C’è un grande vecchio americano che si chiama Dave Brubeck. Sbeffeggiato fin dall’inizio della sua carriera (fine anni ’50) dagli “estremisti” che lo criticavano perché importava nelle sue composizioni le influenze classiche europee. Cosa insopportabile per i cultori del “rivoluzionario” free jazz.
Il tempo, come nella parabola del contadino cinese seduto ai bordi del fiume, talvolta rende il merito alla persona Meglio ancora se la persona è ancora viva.

Oggi chiunque ascolti il cd “Time out” o le tracce “Take Five” e “Blue Rondo a la Turk” capisce subito, se non è fazioso, da che parte stia la sapienza e la profezia.

Di quei fanatici neppure si conosce il nome. Dave Brubeck, invece, lo si può ascoltare con gusto e piacere in ogni momento, per la modernità dei suoni che ha saputo creare.
Così avviene per Giorgio Napolitano.

L’estremismo di coloro che per darsi una identità si dichiaravano “diversi” lo prendevano di mira, coniando un neologismo assurdo: quello di “migliorista”. Come se aspirare a migliorare le nostre strutture sociali fosse un delitto politico.
Con una certa tristezza esistenziale ricordo a me stesso che fra quegli imbecilli c’ero anch’io.
Ora Napolitano è Presidente della Repubblica.
Onore al merito e alla persona.
Oggi è una bella giornata per la politica.

da Vite parallele: Giorgio Napolitano e Dave Brubeck | Tracce e Sentieri.