IL QUADRO DELLA CADUTA
Alle spalle del mio tavolo di lavoro c’è questo quadro a tenermi avvertito tutte le volte che la mia mente corre troppo in avanti o troppo in alto.
Lo chiamo il “quadro della caduta”.
Mi serve a darmi dei limiti. A vedere il mio umanissimo limite.
Si può cadere, in qualsiasi momento e soprattutto quando meno ce lo aspettiamo.
Certo si può anche cercare di rialzarsi.
Spero sempre che l’uomo lì rappresentato abbia preso coscienza che stava chiedendo troppo a se stesso e che tenti di riprendersi e rimettersi in piedi. Fatto più saggio a causa della caduta.
Ieri sono caduto anch’io. Sono rovinosamente caduto a terra.
LA SECONDA CADUTA DEL GOVERNO PRODI, DOPO IL 1998
Ieri è stato dilapidato nel giro di una settimana la dura e onerosa fatica di avere sconfitto l’immorale Berlusconi nel 2006.
Una fatica immane resa inutile da 2 persone (e non Andreotti e Pininfarina , e tantomeno Cossiga, che nulla hanno a che fare con la maggioranza) che hanno dimostrato che la coalizione di centrosinistra non ha una condivisa politica estera.
Due Bruti che hanno accoltellato Cesare. Ora sghignazzano come dei tifosi da stadio o commensali di bettola.
UN SEGRETARIO REGIONALE DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI PESTA IL DISSIDENTE
Oggi è capitata una cosa divertente.
Nino Frosini, segretario del Pdci toscano, dà un “cazzottone in faccia” a Fernando Rossi, il senatore transfuga da quel partito (ma non dai 14 mila euro mensili che percepisce) che ha contribuito ad affondare il governo.
Frosini dice di averlo solo “colpito sul naso con il dorso dell’indice”.
Il vizio violento dei comunisti è un demone interno.
Prima lo candidano ed eleggono.
Poi lo isolano.
Bel partito il suo, egregio roccioso Diliberto, che nella migliore tradizione stalinista usa l’argomento del “tradimento” ( pezzo forte dei tribunali staliniani):
“L’esasperazione alimentata dal comportamento di Rossi e dal tradimento del mandato elettorale se non giustifica aiuta a comprendere l’arrabbiatura dei nostri compagni”
IL GRANDE D’ALEMA, UN POLITICO DANNATO DALLA SUA STESSA STORIA
Ieri dicevo che la relazione iniziale del ministro Massimo DAlema e le sue conclusioni sono state astute ed abilissime.
Lo dico esplicitando nel mio diario che non sono d’accordo con la sua linea di politica estera.
Infatti sono favorevole alla politica estera del precedente governo Berlusconi (compresa la guerra preventiva contro gli stati canaglia che alimentano il terrorismo islamico), pur essendo un elettore del centro-sinistra.
L’ho spesso motivato nel blog di amalteo.
Sono convinto che sulla sicurezza interna ed internazionale la destra garantisce di più, in prospettiva.
La sinistra non ha valutato il segno storico del ciclo che si è aperto con l’attentato delle torri gemelle. Non può farlo per il limite teorico del suo processo di pensiero: nella sua ideologia le masse musulmane rappresentano oggi il proletariato ottocentesco scomparso nelle società moderne e che avrebbe dovuto “fare la rivoluzione”. Quella classe operaia ora si è trasformata in artigianato a partita iva e gran parte di essa preferisce addirittura la lega o Berlusconi. Servono altre masse. E quelle musulmane fanno comodo.
Sono in dissenso con la politica estera del governo di centro-sinistra, anche se lo voto e lo voterò ancora, perché di là ci sono gli ex fascisti, gli orrendi leghisti e l’eticamente immorale Berlusconi (alteratore della costituzionale divisione dei poteri).
Tuttavia … Tuttavia … riconosco volentieri che i discorsi di D’Alema (relazione e conclusioni) sono stati magistrali.
Un vero statista, imprigionato nel suo passato di esponente di rilievo del defunto Pci, che non ha potuto dispiegare appieno il suo ruolo politico. Il massimo della cultura politica proveniente dalla tradizione del partito comunista italiano.
Aveva offerto su un piatto d’argento la possibilità ai dissidenti di sostenere il governo Prodi.
Ma i Bruti hanno insistito nell’accoltellare Cesare. Il loro io smisurato non ha limite. E’ l’io del pensero totalitario
Ho analizzato i “7 movimenti” del suo argomentare e me li voglio annotare qui.
Questi sono stati i fondamentali passaggi argomentativi del leader massimo.
1. IL RISPETTO DEL PROGRAMMA POLITICO DELL’ULIVO
“la politica estera del Governo è stata coerente con le grandi scelte condivise su cui si è sempre fondata, nella sua tradizione migliore, la politica estera italiana; coerente con i princìpi ed i valori ispiratori del programma di Governo e quindi, come è giusto e doveroso, coerente con gli impegni assunti verso i nostri elettori e – mi permetto di aggiungere – coerente con gli interessi strategici del nostro Paese, così come abbiamo cercato di interpretarli in una fase internazionale difficile.”
2. LA CONTINUITA’ DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA
“la situazione ottimale per l’Italia è quella in cui la priorità europea, il sistema delle Nazioni Unite e la relazione atlantica si potenziano a vicenda a favore di quelle soluzioni pacifiche cui guarda, appunto, l’articolo 11 della Costituzione; la situazione peggiore, il disequilibrio è quando ciascuna delle nostre priorità entra in conflitto con le altre. Quando ciò accade, la politica estera italiana diventa strutturalmente più debole, più incerta …
quanto rientri nei nostri migliori interessi operare a favore di un rafforzamento politico dell’Unione europea e di un rilancio delle Nazioni Unite, di soluzioni pacifiche e multilaterali alle crisi internazionali. Tutto questo rientra negli interessi strategici del nostro Paese ma, insieme, riflette i valori che ispirano la nostra politica estera …
rilancio di tradizionali rapporti di amicizia con il mondo arabo, che si erano alquanto appannati negli ultimi anni. Direi che c’è una vasta percezione, nel mondo arabo, del fatto che l’Italia è tornato ad essere un Paese amico; amico, naturalmente, sia d’Israele che degli arabi e, in quanto tale, in grado di esercitare un ruolo sul cammino della distensione e della pace …
La politica estera italiana attuale è nella continuità con la tradizione migliore della politica estera dell’Italia repubblicana. Abbiamo praticato nei fatti la priorità del multilateralismo, un riferimento per noi obbligato, tra l’altro alla luce del dettato della Costituzione repubblicana che ho citato all’inizio della mia esposizione: rifiuto della guerra, ma anche coraggioso riferimento ad una possibile limitazione della sovranità, nel nome di un impegno della comunità internazionale …
Ho ricordato le coordinate della continuità della politica estera italiana: l’articolo 11 della Costituzione, ovvero la scelta dell’impegno dell’Italia per costruire un ordine internazionale fondato sulla pace, il rifiuto della guerra e la partecipazione attiva dell’Italia a quell’architettura di istituzioni e di alleanze (ONU, Unione Europea e NATO) entro la quale la nostra politica estera si è sviluppata in questi anni e continuerà a svilupparsi nel periodo prevedibilmente di fronte a noi ….
ciò non significa che in tutti i campi il Governo attuale segni una rottura con il passato. Se vogliamo parlare seriamente di continuità, ritengo che per certi aspetti il Governo attuale recuperi una continuità più lontana della politica estera italiana. Mi permetto di dubitare molto che i Governi democratici imperniati sull’alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito socialista avrebbero approvato la teoria della guerra preventiva, se devo giudicare almeno dal modo in cui gran parte degli esponenti di quel mondo si sono collocati nel dibattito politico di questi anni ….
in nessuna delle sfide in cui siamo impegnati vi è certezza di successo, a cominciare da quella che ci vede in primissimo piano nel Libano con una responsabilità preminente per il numero dei militari e per il comando della missione delle Nazioni Unite. Ma in tutti questi diversi campi noi ci muoviamo sulla linea di un difficile equilibrio: lealtà alle alleanze, lealtà al quadro nell’ambito del quale noi ci troviamo (e se ne usciamo non contiamo più nulla) e sforzo, impegno, per far avanzare concretamente una nuova prospettiva di distensione e di pace ….
3. LA DISCONTINUITA’ CON LA POLITICA ESTERA DEL GOVERNO BERLUSCONI
Sì tratta di quanto è accaduto negli anni successivi al drammatico attacco terroristico dell’11 settembre 2001 con le divisioni internazionali, in particolare, di fronte all’intervento in Iraq. Sono stati anni di lacerazione per l’Europa; un pilastro della nostra politica è stato colpito. Sono stati anni in cui è stato indebolito e marginalizzato il sistema delle Nazioni Unite , anni anche nei quali si sono coltivate vuote illusioni nelle soluzioni unilaterali, anni in cui gli equilibri alla base della politica estera italiana sono stati anch’essi stravolti, cosa che ha indebolito l’Italia in un’Europa più debole e ne ha fatto smarrire la voce in un sistema delle Nazioni Unite già largamente emarginato …
Non c’è il minimo dubbio che di fronte alla politica neoconservatrice dell’Amministrazione americana, di fronte alla teorizzazione della guerra preventiva, dell’esportazione con la forza della democrazia e all’atto della guerra in Iraq si è diviso l’Occidente. Non l’Occidente da una parte e il pacifismo dall’altra parte; si è diviso il campo democratico occidentale; si sono divise le grandi democrazie occidentali. Si è aperta una ferita profonda che ha diviso anche il campo politico italiano rispetto ad un consenso sulla politica estera che aveva caratterizzato lunghi decenni della storia repubblicana …
Questa è la verità. È lo scenario reale nel quale ci muoviamo. Io credo che sia del tutto legittimo rivendicare, da questo punto di vista, una novità nella politica del Governo Prodi rispetto alla politica del Governo Berlusconi: la novità del non aderire alla politica neoconservatrice. Non avremmo mandato i soldati in Iraq e non ce li avremmo mandati così come non ce li ha mandati la maggioranza dei Paesi europei ….
4. RICOLLOCAZIONE DELL’ITALIA NEL QUADRO DELL’EUROPA
la politica estera italiana è stata prima di tutto in questi mesi una politica europea, il che significa una politica favorevole all’integrazione europea …
Il Governo Prodi è un Governo europeista, anche perché ha dimostrato di non volere scaricare su Bruxelles il peso di responsabilità nazionali. Non abbiamo usato l’Europa per deresponsabilizzare l’Italia; abbiamo responsabilizzato l’Italia per rafforzare l’Unione Europea.
5. LE BASI AMERICANE IN ITALIA
Si richiede di allargare tale base nel quadro di quello che gli americani definiscono, ed è senza alcun dubbio, un ridimensionamento della presenza americana in Europa, che, tra l’altro, ha già previsto la dismissione della base della Maddalena e prevedrà un’ulteriore riorganizzazione anche nel nostro territorio della presenza americana …
Gli americani che alla fine della guerra fredda avevano in Italia quasi 20.000 militari oggi ne hanno circa 12.000 e vanno ridimensionando la loro presenza in Europa, come è ovvio che accada in un mutato scenario internazionale. In questo quadro ci è stato chiesto di poter potenziare Vicenza per concentrare le forze, chiudendo altri basi in Europa; un’iniziativa che è stata ritenuta ragionevole dal Governo italiano, il quale ha assunto un impegno …
abbiamo posto agli americani l’esigenza di una valutazione più approfondita sulle preoccupazioni espresse nello stesso consiglio comunale di Vicenza, dove, nel momento in cui è stato approvato il progetto, sono state, tuttavia, indicate talune limitazioni e sulle preoccupazioni che si sono successivamente manifestate anche nei movimenti e nei comitati dei cittadini di Vicenza …
6. DIFFERENZE FRA LA SITUAZIONE DELL’ IRAK E QUELLA DELL’AFGHANISTAN
Guardiamo anzitutto all’Iraq. Abbiamo disposto il ritiro del contingente italiano perché schierato in Iraq dopo un’operazione militare che era stata decisa in modo unilaterale, senza mandato delle Nazioni Unite, e con motivazioni – il possesso di armi di distruzione di massa – che si sono dimostrate infondate. Il ritiro dei soldati italiani dall’Iraq è stato, quindi, una scelta coerente con l’impostazione politica e programmatica della coalizione di Governo e rispondente sul piano operativo alla necessità di voltare pagina …
le ragioni della presenza italiana in Afghanistan, innanzitutto nella sua componente militare di quasi 2.000 soldati schierati a Kabul e ad Herat, che ringrazio come tutti i nostri militari impegnati all’estero per il loro straordinario impegno. Si tratta, come è noto, di una missione condotta dalla NATO più 13 Paesi non membri della NATO sotto mandato delle Nazioni Unite. Nella sua componente civile, anch’essa importante, è una missione in crescita, come dimostra anche l’aumento delle risorse che il Governo intende mettere a disposizione e che riteniamo debba ancora crescere …
la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, dopo l’abbattimento del regime dei talibani, non ha ancora prodotto gli effetti sperati. Sono stati ottenuti risultati importanti, che non credo possano essere sottovalutati: la liberazione dell’Afghanistan da un regime oppressivo, oscurantista, totalitario, che ignorava i più elementari diritti umani, in particolare quelli delle donne; la creazione di prime istituzioni democratiche; la formazione di un esercito nazionale; la ripresa delle scuole, sia pure in un Paese segnato ancora da alti tassi di analfabetismo, il faticoso avvio di un processo di ricostruzione economica …
La convinzione del Governo italiano è che per vincere la sfida in Afghanistan si debba rafforzare l’impegno civile, l’impegno politico, l’impegno economico. La convinzione del Governo italiano è che sarebbe un gravissimo errore che la NATOsi isolasse, facendo della missione afghana una sfida solo della NATO. La missione afghana è innanzi tutto una sfida dell’intera comunità internazionale, delle Nazioni Unite e dell’insieme dei Paesi del mondo …
Ci sono delle differenze molto profonde, di carattere giuridico, di carattere politico e di fatto, che fanno sì che mentre il ritiro dall’Iraq è stato un atto politico che ha aperto all’Italia nuove possibilità di iniziativa politica, rimettendoci in sintonia con la maggioranza degli europei e anche con gran parte del mondo arabo, il ritiro dall’Afghanistan sarebbe un atto unilaterale che ci separerebbe da tutta l’Europa, compresi quegli spagnoli che sono lì a fianco a noi, non ci metterebbe in comunicazione con nessuno e non ci farebbe fare nessun passo avanti …
Vi è una profonda diversità tra un’azione militare in Afghanistan, che è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché lì c’erano le basi dei terroristi…
È diversa l’azione militare in Afghanistan, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla base dell’accertato fatto che lì vi erano le basi di Al Qaeda, dall’azione militare in Iraq, voluta in modo unilaterale sulla base della menzogna che lì ci sarebbero state le armi di distruzione di massa. Non sono la stessa cosa e non è giusto metterle sullo stesso piano nel modo in cui si affrontano i diversi problemi di queste diverse situazioni …
7. LA RESPONSABILITA’ DI UNA COALIZIONE CHE GOVERNA
quello che noi chiediamo al Parlamento è di avere il consenso necessario per affrontare i rischi, ma anche nella consapevolezza che affrontare quei rischi è la condizione per sviluppare in modo autorevole quell’azione per la pace in cui l’Italia è impegnata con l’adesione, il sostegno e la solidarietà di altri Paesi e di altre forze internazionali …
Considero – ma voi direte: è naturale – il bilancio di questi mesi di lavoro come bilancio positivo. Non è intenzione del Governo né mia enfatizzare successi, anche perché siamo consapevoli della difficoltà delle sfide nelle quali siamo impegnati. Tuttavia, l’Italia c’è in diversi scenari essenziali e c’è con un ruolo di protagonista. In questa difficile fase delle relazioni internazionali non possiamo permetterci di essere né cinici, né sognatori. Non vogliamo rinunciare alla nostra ispirazione ideale, né possiamo rinunciare ad un lucido realismo necessario per tradurre questa ispirazione in un’azione politica efficace nel quadro dei rapporti di forza esistenti …
Una cosa è certa: un Paese come l’Italia, che non è una grande potenza, non può ingaggiare sfide così delicate e complesse come quelle nelle quali siamo impegnati senza un consenso politico forte e chiaro. Di questo abbiamo bisogno. Il Governo italiano non può trovarsi nelle prossime settimane ad affrontare la difficile sfida, ad esempio, dell’atteggiamento internazionale verso un nuovo governo palestinese, o la difficile discussione sul cambio di strategia in Afghanistan nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, o la difficile sfida sul tema della pena di morte (che, come voi sapete, irrita diversi grandi Paesi) senza aver la certezza di un consenso e di una stabilità.
Non lo si può chiedere a nessuno e certamente il Governo non lo potrebbe fare.
Dunque, noi siamo qui a chiedere questo consenso, a chiedere il consenso più ampio possibile per continuare nel difficile, impegnativo cammino della pace …
penso per ragioni politiche, costituzionali e – se mi permettete – anche etiche che l’idea di agire senza consenso, soprattutto quando sono in gioco questioni così importanti come la pace, la guerra e la sicurezza del Paese, è qualcosa che non appartiene al costume democratico e alle mie abitudini. Credo di avere dimostrato nella mia vita politica di essere persona molto attenta a misurare il consenso democratico, persino al di là degli obblighi costituzionali, e a prendere atto del dissenso con una coerenza che non sempre – lo dico – ho riscontrato in tutti i protagonisti della vita politica …
Ho voluto parlare con chiarezza e spero che questo dibattito si concluda nella chiarezza. Chi condivide la politica estera del Governo la voti, chi non la condivide voti contro anziché dire che la sostiene dicendo che è un’altra da quella che è. È il momento dell’assunzione delle responsabilità ed è per noi fondamentale misurare il consenso vero di quest’Aula, condizione preziosa per andare avanti nel nostro lavoro.
Come poi è andata a finire lo sappiamo.
Link ai titoli dei principali quotidiani del 22 febbraio 2007:
Corriere della Sera
La Repubblica
La Stampa.
Il Sole 24 ore
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