INTERVISTA A ROMANO PRODI, 19/04/2013


“Non ho mai visto un momento di questo tipo”. 
“Non riesco a capire la politica tedesca”.

“Nella cosiddetta corsa per il Quirinale non ci si iscrive e non ci si deve nemmeno pensare”.

INTERVISTA ESCLUSIVA A ROMANO PRODI – SERVIZIO PUBBLICO 19/04/2013 – YouTube.

Giampaolo Pansa a Luciano Violante nel 2006: «Avete già conquistato le presidenze di Camera e Senato. Anche il presidente del Consiglio è vostro. Perché volete prendervi tutto il piatto, compreso il Quirinale?»


Ritorniamo al passato. La mattina dell’8 maggio 2006, primo giorno di votazioni sul nuovo presidente della Repubblica, a Montecitorio c’ero anch’io. Dovevo scrivere un diario di quanto sarebbe accaduto e m’imbattei subito in chi ne sapeva molto: Luciano Violante, big progressista, oggi uno dei dieci saggi. Gli dissi: «Avete già conquistato le presidenze di Camera e Senato. Anche il presidente del Consiglio è vostro. Perché volete prendervi  tutto il piatto, compreso il Quirinale?».  Violante alzò le spalle: «Se le elezioni le avesse vinte il centrodestra, farebbe la stessa cosa». Provai a ribattergli: «Sostenete sempre di essere diversi dagli altri. E invece…». Lui mi fece capire che non aveva tempo da perdere e se ne andò. Del resto avevo già compreso da anni che i partiti erano tutti uguali. Nel 2006 come adesso, vigilia di un’altra elezione presidenziale. 

Il centrosinistra, guidato da Romano Prodi, aveva vinto le politiche per una manciata di voti. Eppure si era pappato gran parte del piatto. Al Senato aveva piazzato Franco Marini e alla Camera Fausto Bertinotti. Adesso era arrivato il momento di prendersi il Quirinale.

da Berlusconi ora rivede i fantasmi del 2006 – sinistra, presidente, repubblica, capo, stato, camera, senato, napolitano, prodi, silvio, berlusconi – Libero Quotidiano.

Sergio De Gregorio (eletto nella Idv di Di Pietro) si fece comprare al prezzo di tre milioni di euro, per far cadere il governo Prodi nel 2008


Sergio De Gregorio, il senatore eletto dalla IDV di Di Pietro  (italia dei suoi valori)  si fece comprare al prezzo di tre milioni di euro, per far cadere il governo Prodi nel 2008

Con la corruzione dei parlamentari che erano stati eletti nella sua maggioranza e dovevano votargli la fiducia. Mettendo sul tavolo i soldi, tanti soldi, tutti in nero.

vaia Soldi, incarichi e ricatti: il golpe bianco di Berlusconi che avvelenò il governo Prodi – Repubblica.it.

2011 L’ANNO DI NAPOLITANO, Per mesi ha tessuto la sua tela guidando la resa di Berlusconi e convincendo i partiti a farsi da parte e a lasciare il posto a Monti. Senza traumi. Una svolta soft per salvare l’Italia e restituirle credibilità. È lui l’uomo dell’anno


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2011 L’ANNO DI NAPOLITANO. Per mesi ha tessuto la sua tela guidando la resa di Berlusconi e convincendo i partiti a farsi da parte e a lasciare il posto a Monti. Senza traumi. Una svolta soft per salvare l’Italia e restituirle credibilità. È lui l’uomo dell’anno

Romano Prodi. La mia visione dei fatti, 2008


Romano Prodi La mia visione dei fatti 20 novembre 2010
Romano Prodi. La mia visione dei fatti.
file audio mp3presentazione di Giovanni Bianchi
(5’07″)
introduzione di Vincenzo Sabatino
(15’24″)

relazione di Romano Prodi (52’30″)

prima serie di domande (5’43″)

risposte di Romano Prodi (19’12″)

seconda serie di domande (8’42″)

risposte di Romano Prodi (13’14″)

terza serie di domande (4’12″)

risposte di Romano Prodi e conclusione (8’58″)

testiintroduzione di Vincenzo Sabatino
non disponibile

relazione di Romano Prodi

scarica il PDF con la presentazione
di Vincenzo Sabatino
al libro di Romano Prodi

vai a  Romano Prodi. La mia visione dei fatti.

Governo Prodi 2006-2008, DOSSIER – Bilancio di venti mesi di Governo, Lavoce.info


Bilancio di venti mesi di Governo

di La redazione 29.01.2008

Che cosa ha fatto e quali opportunità ha invece perso il governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi, caduto dopo venti mesi? Una prima serie di schede, ciascuna dedicata a un tema, cercando di mettere in luce, in forma schematica, i provvedimenti, i tempi dei loro effetti e le occasioni mancate. Nei prossimi giorni nuove schede per fornire un panorama quanto più completo su tutte le materie dell’azione di governo.

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Politica italiana: terzo colpo di stato a partire dagli anni ’90


D’altra parte: chi di spada ferisce di spada perisce.

Le procure stanno per sciogliere un altro partito? 
Antonio Polito, Il Riformista 18 dicembre 2008

Non metto la mano sul fuoco per nessuno dei tanti indagati e arrestati di questa seconda Tangentopoli. Ma, se permettete,non la metto neanche per i pm che hanno riaperto il festival delle retate (meno che mai se uno di loro si chiama Woodcock). Tira una brutta aria, e non solo per il Pd. Se la politica italiana non tiene i nervi saldi, se tutti i politici non resistono alla tentazione di fare al nemico ciò che non vorrebbero fosse fatto a loro, rischia di finire come l`altra volta. Per la serie: come ti sciolgo un partito. Di fronte al vero e proprio proprio assalto sincronizzato che alcune procure hanno lanciato contro le amministrazioni locali rette dal Pd, si può infatti reagire in due modi. Ti secondo è chiedersi che fine rischia di fare la democrazia italiana, se il maggior partito di opposizione viene messo fuori legge. Il primo è gongolare, o perché il Pd è l`avversario politico, o per gusto di maramaldeggiare su un corpo debole e gracile, o perché – perfno dentro il Pd – può sembrare un buon modo di regolare i conti nel gruppo dirigente. Si vedono in giro molti esempi del primo tipo. La stampa di destra, solitamente pignola in fatto di garantismo, stavolta è tutta dalla parte dei pm, e li invita esplicitamente ad affondare il coltello. Berlusconi, che per molto meno avrebbe urlaio al golpe delle toghe rosse se fosse toccata a lui, si gode lo spettacolo in religioso silenzio. Devo però aggiungere che una buona mano alla nuova deriva giustizialista, all`idea cioè di riformare la politica con le manette, l`ha data proprio il gruppo dirigente del Pd, cioè del partito sotto scacco, che sembra vittima della sindrome di Stoccolma. Veltroni e i suoi hanno infatti sposato in pieno l`interpretazione della crisi del loro partito come effetto della questione morale. In Abruzzo sostengono di aver perso per quello, proprio come dice Di Pietro. E di fronte alle innumerevoli inchieste rispondono che ne approfitteranno per decapitare i gruppi dirigenti locali e per sostituirli con commissari e uomini di fiducia. Dichiarano apertamente di voler procedere al rinnovamento del partito cogliendo l`occasione offerta loro dalle procure. Da ora in poi, solo dirigenti nati col Pd, dicono. Questo non è il mio partito, dice Veltroni. Però in tutte le regioni della bufera giudiziaria i gruppi dirigenti sono nati proprio col Pd, i segretari regionali sono stati di recente eletti col metodo delle primarie. Di più: ancora qualche giorno fa il segretario Veltroni ha espresso piena fiducia a Domenici e lervolino (mentre ha condannato prima ancora che cominciasse il processo Ottaviano Del Turco). Come funziona, allora questa que-stione morale? Ci può essere un uso immorale della questione morale? O addirittura autolesionista, se è vero quel che si dice, e cioè che nell`ordinanza di Napoli c`è un`allusione all`appalto vinto dall`imprenditore Romeo a Roma, quando sindaco era Veltroni? E questa revanche del moralismo vuol dire che il Pd si rifiuterà ora di affrontare quelle riforme della giustizia cui ieri anche il Capo dello Stato ha fatto esplicito e sacrosanto riferimento? In realtà una questione morale nel Pd esiste, e da tempo. Consiste nella professionalizzazione del ceto politico. Gente che fa politica a vita. Che deve sostenere correnti, pagare convegni, dare un lavoro ai sostenitori. Questo però era visibile anche prima delle retate. Ma nessuno ha mosso un dito. Che la politica a Napoli fosse quel che è lo sapevano anche i sassi. Però il Pd ha espulso Villari, non gli assessori che sono rimasti al loro posto. La questione morale è dunque una questione politica, e per risolvere le questioni politiche ci vuole un partito politico. Quella che stiamo vedendo all`opera in queste ore è piuttosto una questione giudiziaria. Inchieste che hanno un effetto immediato e certo nella vita pubblica, ma un effetto processuale lento e incerto. Insomma: in Abruzzo si è appena rivotato perché la procura ha arrestato Del Turco. La possibilità che Del Turco alla fine risulti innocente è ancora elevata, ma intanto la Regione ha cambiato governo. E a Napoli sono curioso di vedere quali sono le incoercibili necessità giudiziarie degli arresti. La legge le limita al pericolo di fuga, di inquinamento di prove, e di reiterazione del reato. Ma tutta Italia sapeva da settimane chi erano gli indagati, e lo sapevano anche gli indagati. Se volevano fuggire, inquinare o reiterare, ne hanno avuto tutto il tempo. A che serve dunque il blitz all`alba, e perché nessuno, stavolta, protesta? Se anche tutti gli indagati di questi giorni risultassero alla fine colpevoli, ciò non dovrebbe ridurre il senso di allarme per ciò che stiamo vivendo in queste ore. Le inchieste giudiziarie sono sacrosante quando sono fatte a regola d`arte e in punto di diritto. Nessuno è sopra la legge, meno che mai se amministra la cosa pubblica. Ma c`è una strana coincidenza, uno strano clima, una strana eccitazione in giro. Quindici anni fa fa le inchieste giudiziarie non si limitarono a colpire reati, sciolsero due grandi partiti di massa, cambiarono il corso della storia d`Italia. In tutta franchezza, non credo che convenga a nessuno sperare che questa sia la seconda puntata, e che una nuova Tangentopoli dissolva un altro partito di massa. La democrazia italiana ne uscirebbe di nuovo azzoppata, e mutilata, e più debole, ed esposta come prima alla corruzione. Poi, per non morire, bisogna avere anche la voglia di vivere, di curarsi, di non suicidarsi. Se il Pd ce l`ha, è un`altra questione.

Massimo D’Alema: «Dovete stare tranquilli … mi farò da parte … cercherò di arrivare un minuto prima”, un ricordo di Paolo Ferrario del 5 dicembre 2008, ma facendo riferimento ad un discorso politico del gennaio 2000


Mi girava nella testa da giorni un ricordo politico.
Ma devo spiegare perché succedeva.
Sono ormai certo che il centro-sinistra non ha più una cultura di governo per questi tempi di molecolare transizione: la crisi bancaria ed economica che ha radici estese con il non aver fatto i conti con gli effetti della globalizzazione; le migrazioni di massa e l’ideologia culturalista e relativista, che cede penosamente davanti alla aggressività esplicita e latente dell’islamismo moderato e radicale; l’assenza di una minima idea sulle politiche per la sicurezza e l’identificazione con gli autori dei reati e la sottovalutazione del dolore delle vittime; la perdita di contatto con la realtà produttiva dei distretti socio-economici del nord; la tentazione dell’abbraccio mortale con quel che resta della “sinistra” (compresa quella che crede di usare l’Isola dei famosi e che, all’opposto, ne è digerita come un’ameba); la troppo debole virata verso il “centro”, unico soggetto sulla scena politica capace di spostare quei 3 milioni di voti che abbiamo perso alle elezioni di quest’anno.
Insomma: c’è una pesante crisi di valori e di programmi.
Cui rispondono con la rissa interna, con l’eliminazione della leadership di Veltroni: e a guidare questa ennesima “uccisione” del capo è Massimo D’Alema.
E così ci troviamo un capo del governo come Berlusconi, espressione di un autoritarismo personale e collettivo che viene da lontano. Siamo in queste condizioni per esclusiva colpa dell’arroganza della sinistra, che ha bocciato per ben due volte il percorso riformista di Romano Prodi.
E’ una personale diagnosi che ho argomentato spesso in questi ultimi anni, con dati ed argomenti.
Come se ne potrebbe uscire?
Credo solo con un totale ricambio delle classi  dirigenti di questo quindicennio. Sì: intendo di tutte quelle persone che ritroviamo settimanalmente nei programmi televisivi che hanno arricchito i compensi di Lerner, Santoro, Floris e accoliti.
E vengo al ricordo.
Era annidato in una fase biografica in cui militavo nel Pci/Pds/Ds.
Ricordavo una frase di Massimo D’Alema al 1° Congresso dei Ds – Democratici di sinistra, il  13/16 gennaio 2000.
Ricordavo perfettamente la sua frase, che ho ritrovato grazie agli archivi del Corriere della Sera (grande Paolo Mieli!):
«Dovete stare tranquilli, nel momento in cui avrò la comprensione di non essere più utile a questa difficile transizione, mi farò da parte.
Voi me lo farete capire ed io cercherò di arrivare un minuto prima di quel doloroso momento».
Sono passati 8 anni.
Non solo il personaggio non fa l’operazione di mettersi da parte.
Ma subdolamente delegittima l’attuale Leader del Partito Democratico.
A meno che non stia lavorando proprio per la contemporanea messa in pensione di sé e del resto della classe dirigente.
Se fosse così, ammirerei il suo intuito.
La verifica avverrà nel futuro
D’ Alema conquista i Ds, Trionfo al congresso, unità con Veltroni.
In Il Corriere della sera del 16 gennaio 2000.
No ai referendum, D’ Alema conquista i Ds Trionfo al congresso, unità con Veltroni. Boselli: esalta la boria del governo DA UNO DEI NOSTRI INVIATI TORINO – Sessantacinque minuti d’ intervento, 53 interruzioni e un lunghissimo applauso finale. Con un discorso a braccio da professionista della politica, Massimo D’ Alema riconquista il suo partito. Al terzo minuto d’ applausi alza il pugno. Al quarto si asciuga una lacrima. E così ristabilisce il feeling con il congresso, che fino a quel momento si era mostrato tanto tiepido nei confronti del governo. Rimescola le carte, D’ Alema, e le sfila dal mazzo per distribuirle nuovamente una ad una. A Veltroni, così bravo nel «suscitare emozioni», tocca quella coronata di leader dei Ds. A sé, D’ Alema riserva il ruolo di guida del governo e del Paese. Alla fine, in una specie di testamento, accenna perfino al momento in cui anche lui dovrà farsi da parte, ma qualcuno in platea gli grida: «Il leader sei tu». Applausi. IL SOCIALISMO – L’ identità diessina viene ancorata una volta per tutte nella famiglia dell’ Internazionale socialista: «Questo è il cuore della nostra identità». Il socialismo democratico viene messo in contrapposizione con l’ esperienza del comunismo. «Non c’ è niente da fare – ammette -, questa è la lezione della storia». Il Pci comunque un merito lo ha avuto, «quello di stare su questioni importanti con loro e non con altri». E la terza via? «Non mi interessa, se questa deve dividere il socialismo europeo, Blair da Jospin». IL GOVERNO – Il D’ Alema-bis si è costituito dopo una «crisi difficile» che ha fatto «pagare prezzi e commettere errori». Ma bisognava reagire al «logoramento» del centro-sinistra e bisognava prima del congresso. Per porre fine «all’ ambiguità» dell’ esecutivo che si costituì, grazie a Cossiga, dopo la crisi del governo dell’ Ulivo. TRIFOGLIO E PPI – D’ Alema vuole mantenere un dialogo con le forze di centro-sinistra. Pensa soprattutto «ai socialisti». Ma Boselli non raccoglie e boccia il discorso «senza una risposta ai problemi e tutto chiuso in un’ esaltazione della boria di governo». Castagnetti, leader Ppi, invita invece D’ Alema «a fare un passo indietro» quando sarà il momento di scegliere il candidiato per le politiche del 2001. Da parte sua, il premier ignora nella relazione Cossiga e si dice pronto «a convergenze» con Bertinotti. PARISI – D’ Alema invita il leader dei Democratici ad accettare l’ offerta di Veltroni, «l’ idea feconda di una federazione» tra le forze del centro-sinistra. E lo invita a non accelerare troppo, perché «le cose maturano attraverso processi storici, non quando un professore ha una trovata intelligente…». Quanto all’ Ulivo, al quale fino a pochi giorni fa il premier sembrava essersi convertito, ecco la confessione davanti al congresso: «Non ho mai condiviso un’ idea dell’ Ulivo come luogo in cui svaniva la sinistra italiana…». COFFERATI – La stoccata al segretario dell Cgil, che venerdì aveva scaldato la platea con un discorso da leader laburista, è da manuale. «Cofferati viene a torto indicato come espressione di un’ anima conservatrice della sinistra. Sfido chiunque a trovare nella sinistra europea un leader sindacale che dica che bisogna fare le privatizzazioni». Anche definire «scontro» il duello D’ Alema-Cofferati che animò il congresso romano del ‘ 97 è improprio. Quella fu «una appassionata discussione». Accurata la preparazione dell’ effetto finale: «Vi informo che con il centro-sinistra al governo del Paese il sindacato ha concordato la flessibilità contrattuale….». REFERENDUM – Se quello elettorale passerà, e il premier lo spera, «il Paese dovrà avere una nuova legge». Naturalmente maggioritaria. E i referendum sociali? «Sono contro, non perché rappresentano una minaccia a un vecchio ordine, ma perché intralciano la modernizzazione del Paese. Perché non si può procedere alla riforme a colpi di clava». A Cofferati, che aveva chiesto al premier di schierarsi, basta: «Una buona base di partenza». Le vere riforme – fa poi capire D’ Alema – le sta facendo lui alla guida del governo di centro-sinistra. L’ elenco è lungo e compiaciuto: scuola, privatizzazioni, pubblica ammnistrazione, federalismo. C’ è stata la «rivoluzione» dell’ elezione diretta dei presidenti delle Regioni. Adesso bisognerà arrivare a quella del capo del governo. E il welfare? «Stiamo disegnando un nuovo Stato sociale e promuoviamo una correzione: contenere la spesa previdenziale per aumentare quella sociale. La scelta non è contraria ai valori della sinistra…». Il POLO – A differenza di Veltroni che attacca duramente Berlusconi, D’ Alema preferisce ignorare il leader del Polo e ripiegare su Fini di cui bolla «l’ arretratezza politica e culturale». VELTRONI – «Ha messo in comunicazione la sinistra con il Paese, più di quanto io sia riuscito a fare, con le emozioni, le passioni civili di una nuova generazione». Ma lui ha dovuto evitare che il partito si dissolvesse quando tutte le certezze del passato comunista erano crollate. Ora la «responsabilità e l’ onore» che gli compete, grazie al partito, è «guidare il Paese». Per Veltroni l’ intervento del presidente è «ottimo» e va nella direzione di «una sinistra che ha identità e voglia di dialogo». LEADERSHIP – «Decideremo assieme, sono d’ accordo con la proposta Veltroni di una scelta popolare di un primo ministro come capo della sua maggioranza». Ed ecco il colpo di teatro finale: «Dovete stare tranquilli, nel momento in cui avrò la comprensione di non essere più utile a questa difficile transizione, mi farò da parte. Voi me lo farete capire ed io cercherò di arrivare un minuto prima di quel doloroso momento». Ovazione.
Cronaca di Felice Saulino

cronologia del Governo Prodi 2006-2008



  • 29 aprile 2006: Fausto Bertinotti di Rifondazione Comunista pretende di essere eletto Presidente della Camera (invece di favorire la scelta di affidare questo incarico alla allora opposizione, come “noi” invece abbiamo preteso – non ottenendolo – in questi giorni. L’effetto a cascata sarà che tutte le tre massime cariche istituzionali vengono occupate dal centro-sinistra)
  • Il 18 maggio viene approvato il Governo Prodi composto da 14 ministri senza potere di spesa e 12 ministri senza prortafoglio
  • inizio luglio 2006: il ministro Ferrero di Rifondazione Comunista contesta il Documento di programmazione economica e non lo vota
  • fine luglio 2006: il voto sull’indulto provoca una spaccatura all’interno del centrosinistra
  • fine luglio 2006: il decreto sull’Afghanistan e le missioni all’estero mette in rilievo le differenze strategiche in materia di politica estera fra centro-sinistra riformista e cosiddetta “sinistra antagonista”
  • 28 dicembre 2006: Verdi, Pdci, Rifondazione scendono in piazza contro il loro governo in tema di precarietà e politiche del lavoro
  • 16 gennaio 2007: in occasione dell’ampliamento della base Usa di Vicenza la cosiddetta sinistra “antagonista” e numerosi parlamentari della maggioranza partecipano attivamente a manifestazioni contro il governo e le sue politiche per la difesa
  • 31 gennaio 2007: viene approvata in Parlamento una mozione sui Dico, il governo  vara  un disegno di legge  che si ferma subito per le contrarietà interne alla coalizione
  • 21 febbraio 2007: il Senato boccia la mozione di politica estera del Governo. Votano contro un esponente di Rifondazione comunista e di uno dei Comunisti italiani. Prodi si dimette. Giorgio Napolitano lo rinvia alle Camere, dove il Governo Prodi viene riconfermato approvando un programma di 12 punti. Il 28 febbraio l’esecutivo ottiene la fiducia al Senato.
  • 19-22 aprile 2007: i congressi di Ds e Margherita decidono di far nascere il Partito Democratico. Dai Ds si dimette Fabio Mussi, che fonda la Sinistrademocratica; dalla Margherita se ne vanno Willer Bordon ed altri
  • 8 maggio 2007: la ministra Rosy Bindi non invita le organizzazioni degli omosessuali ad un convegno sulla famiglia. I ministri Ferrero e Bonino dissentono e non partecipano alla iniziativa, segnando la loro distanza sulle politiche per la famiglia
  • 12 maggio 2007: la parte di sinistra della coalizione organizza una manifestazione a sostegno delle unioni di fatto tra gay. Vi partecipano molti esponenti di centrosinistra, contro il parere del governo e del presidente Prodi
  • 20 maggio 2007 : Prodi annuncia che c’è un accordo nel governo per redistribuire risorse economiche ottenute dalle politiche fiscali. Rifondazione, Pdci, Verdi protestano per i criteri adottati in questa scelta
  • 22 maggio 2007: il comandante della Guardia di finanza  Roberto Speciale denuncia il viceministro Visco per ingerenze rispetto al suo ruolo. Il governo lo dimissiona e a Visco vengono tolte le deleghe su questo corpo dello stato. Nella maggioranza l’Italia dei valori di Di Pietro era per le dimissioni di Visco
  • 29 settembre 2007: nasce l’Unione democratica di Bordon e Manzione che intimano a Prodi di dimezzare i ministri, altrimenti ritirerebbero il sostegno al governo
  • 14 ottobre 2007: Walter Veltroni è nominato segretario del Partito democratico. La sinistra massimalista comincia la sua opera di denigrazione: “nuova democrazia cristiana”; “partito americano”, partito “moderato”, come se fare politiche moderate fosse un vizio da condannare e non la virtù dei responsabili del bene comune
  • 21 ottobre 2007: Di Pietro chiede che Mastella si dimetta dal governo, a causa di alcuni procedimenti giudiziari a suo carico
  • 25 ottobre 2007: al Senato il Governo viene battuto sul decreto allegato alla Finanziaria
  • 30 ottobre 2007: il Governo viene sconfitto in Commissione alla Camera sulla proposta di istituire una commissione d’inchiesta sui fatti del G8 a Genova
  • 6 dicembre 2007: il Senato approva sul filo del rasoio (160 voti contro 158: sono decisivi i voti di Cossiga e di altri senatori a vita) la conversione del “decreto sicurezza”. Paola Binetti vota contro. Nei successivi giorni si scopre che c’è un errore nel testo e il Presidente della Repubblica non lo firmerà. Il governo decide di far decadere il decreto
  • 10 gennaio 2008: in Campania scoppia la “questione rifiuti”. 10 anni di governo regionale di centrosinistra ha impedito la costruzione di termodistruttori: Bassolino e Pecoraro Scanio vengono giudicati i responsabile di questa catastrofe ecologica. Il governo nomina un super-commissario che dovreebbe gestire questa emergenza. La parte di sinistra della coalizione è contro questa scelta.
  • 15 gennaio 2008: viene impedito al professor Ratzinger (che fra l’altro è anche papa) di tenere una lectio magistralis all’Università La Sapienza. Icosiddetti “laici” applaudono a questa operazione di censura della espressione di pensiero
  • 16 gennaio 2008: il ministro della Giustizia Mastella, che non ha avuto solidarietà dalla parte della sinistra massimalista del governo,  si dimette in seguito alle inchieste giudiziarie che coinvolgono lui e sua moglie. Due giorni dopo l’Udeur ritira il suo appoggio al governo Prodi, che entra in una crisi irreversibile.

Crisi definitiva del Governo Prodi: 4 febbraio 2008


Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse
Costituzione della Repubblica italiana, art. 88

In tema di agenda politica:

Il Presidente del Senato Franco Marini ha dovuto rinunciare all’ incarico che gli aveva affidato Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

La frase-chiave del suo comunicato è questa:

«E’ diffusa tra le forze politiche la consapevolezza della necessità di modificare la legge elettorale vigente. Non ho riscontrato però l’esistenza di una significativa maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale».

E’ stata sprecata una importante occasione per rendere più chiara l’offerta politica del nostro paese: riduzione della frammentazione dei partiti, maggiore chiarimento delle identità dei soggetti presenti sulla scena pubblica, impedimento che piccole rappresentanze possano con il loro boicottaggio sabotare i processi decisionali.

Invece è accaduto che i partiti di centro-destra sentono l’odore del sangue, hanno in pochi giorni messo da parte i feroci conflitti che li dividevano ed assaporano la speranza di vittoria che i sondaggi gli attribuiscono.

In questa congiuntura storica appare chiara una mutazione a mio avviso molto pericolosa: quella di trasformare la democrazia rappresentativa che si esprime attraverso l’esercizio del voto in un’altra forma della politica nella quale contano i sondaggi, che possono essere variamente contraffatti con fini tecniche di manipolazione (tipi di domande, sfruttamento di tensioni dovute ad eventi di cronaca, mutevolezza delle opinioni a seconda del momento di somministrazione del sondaggio).

Interpreto questa deprimente fase storica usando due criteri: quella dei tempi brevi e quella dei tempi lunghi.

1. Tempi brevi:
la coalizione di sinistra-centro ha perso la sfida del sapere governare

Finisce l’idea di un’ampia coalizione che mette assieme solo ciò che è CONTRO la destra. Il governo Prodi è stato sconfitto oggi a causa dei centristi di Mastella e Dini, ma per due anni ha continuamente sofferto per le prepotenze di Diliberto, Giordano e Pecoraro. E ha dimostrato la sua inaffidabilità sulla politica estera. Questa ampia coalizione era mediocre e inceppata nei meccanismi decisionali.

Il progetto di Romano Prodi era ambizioso e consisteva nell’obiettivo di tenere assieme le due sinistre della politica italiana: quella riformista e quella radicale.

Il 2006-2008 insegna che questo è un compito impossibile.

Un profilo riformista non è compatibile con i retrogradi sostenitori delle ideologie totalitarie del primo novecento il cui profilo programmatico è del tutto contraddittorio con le politiche economiche che tendono a liberalizzare alcune parti del mercato.

Basta scorrere la seguente cronologia del Governo Prodi:

  • inizio luglio 2006: il ministro Ferrero di Rifondazione Comunista contesta il Documento di programmazione economica e non lo vota
  • fine luglio 2006: il voto sull’indulto provoca una spaccatura all’interno del centrosinistra
  • fine luglio 2006: il decreto sull’Afghanistan e le missioni all’estero mette in rilievo le differenze strategiche in materia di politica estera
  • 28 dicembre 2006: Verdi, Pdci, Rifondazione scendono in piazza contro il loro governo in tema di precarietà e politiche del lavoro
  • 16 gennaio 2007: in occasione dell’ampliamento della base Usa di Vicenza la sinistra “antagonista” e numerosi parlamentari della maggioranza partecipano attivamente a manifestazioni contro il governo e le sue politiche per la difesa
  • 31 gennaio 2007: viene approvata in Parlamento una mozione sui Dico, il governo  vara  un disegno di legge  che si ferma subito per le contrarietà interne alla coalizione
  • 21 febbraio 2007: il Senato boccia la mozione di politica estera del Governo. Votano contro un esponente di Rifondazione comunista e di uno dei Comunisti italiani. Prodi si dimette. Giorgio Napolitano lo rinvia alle Camere, dove il Governo Prodi viene riconfermato approvando un programma di 12 punti. Il 28 febbraio l’esecutivo ottiene la fiducia al Senato.
  • 19-22 aprile 2007: i congressi di Ds e Margherita decidono di far nascere il Partito Democratico. Dai Ds si dimette Fabio Mussi, che fonda la Sinistra democratica; dalla Margherita se ne vanno Willer Bordon ed altri
  • 8 maggio 2007: la ministra Rosy Bindi non invita le organizzazioni degli omosessuali ad un convegno sulla famiglia. I ministri Ferrero e Bonino dissentono e non partecipano alla iniziativa, segnando la loro distanza sulle politiche per la famiglia
  • 12 maggio 2007: la parte di sinistra della coalizione organizza una manifestazione a sostegno delle unioni di fatto tra gay. Vi partecipano molti esponenti di centrosinistra, contro il parere del governo e del presidente Prodi
  • 20 maggio 2007 : Prodi annuncia che c’è un accordo nel governo per redistribuire risorse economiche ottenute dalle politiche fiscali. Rifondazione, Pdci, Verdi protestano per i criteri adottati in questa scelta
  • 22 maggio 2007: il comandante della Guardia di finanza  Roberto Speciale denuncia il viceministro Visco per ingerenze rispetto al suo ruolo. Il governo lo dimissiona e a Visco vengono tolte le deleghe su questo corpo dello stato. Nella maggioranza l’Italia dei valori di Di Pietro era per le dimissioni di Visco
  • 29 settembre 2007: nasce l’Unione democratica di Bordon e Manzione che intimano a Prodi di dimezzare i ministri, altrimenti ritirerebbero il sostegno al governo
  • 14 ottobre 2007: Walter Veltroni è nominato segretario del Partito democratico. La sinistra massimalista comincia la sua opera di denigrazione: “nuova democrazia cristiana”; “partito americano”, partito “moderato”, come se fare politiche moderate fosse un vizio da condannare e non la virtù dei responsabili del bene comune
  • 21 ottobre 2007: Di Pietro chiede che Mastella si dimetta dal governo, a causa di alcuni procedimenti giudiziari a suo carico
  • 25 ottobre 2007: al Senato il Governo viene battuto sul decreto allegato alla Finanziaria
  • 30 ottobre 2007: il Governo viene sconfitto in Commissione alla Camera sulla proposta di istituire una commissione d’inchiesta sui fatti del G8 a Genova
  • 6 dicembre 2007: il Senato approva sul filo del rasoio (160 voti contro 158: sono decisivi i voti di Cossiga e di altri senatori a vita) la conversione del “decreto sicurezza”. Paola Binetti vota contro. Nei successivi giorni si scopre che c’è un errore nel testo e il Presidente della Repubblica non lo firmerà. Il governo decide di far decadere il decreto
  • 10 gennaio 2008: in Campania scoppia la “questione rifiuti”. 10 anni di governo regionale di centrosinistra ha impedito la costruzione di termodistruttori: Bassolino e Pecoraro Scanio vengono giudicati i responsabile di questa catastrofe ecologica. Il governo nomina un super-commissario che dovreebbe gestire questa emergenza. La parte di sinistra della coalizione è contro questa scelta.
  • 15 gennaio 2008: viene impedito al professor Ratzinger (che fra l’altro è anche papa) di tenere una lectio magistralis all’Università La Sapienza. I cosiddetti “laici” applaudono a questa operazione di censura della espressione di pensiero
  • 16 gennaio 2008: il ministro della Giustizia Mastella, che non ha avuto solidarietà dalla parte della sinistra massimalista del governo,  si dimette in seguito alle inchieste giudiziarie che coinvolgono lui e sua moglie. Due giorni dopo l’Udeur ritira il suo appoggio al governo Prodi, che entra in una crisi irreversibile.

2. Tempi lunghi:
il ventennio di Berlusconi e la pigrizia mentale della sinistra

E’ questa una questione perfino più seria di quando sta accadendo in questi giorni.

L’analisi più lucida e precisa l’ha fatta Luca Ricolfi in questo solido e ben argomentato articolo. Un pietra miliare di sociologia politica:
Vent’anni con Silvio
di Luca Ricolfi
in La Stampa, 27 gennaio 2008

Nei prossimi giorni, ne potete star certi, assisteremo a un penoso spettacolo di recriminazioni reciproche: la colpa è di Mastella, la colpa è di Veltroni, la colpa è di Prodi, la colpa è del Vaticano. Magari capiterà anche a me di ripetere una tesi che ho sostenuto per oltre un anno: il risultato più importante del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile, il ritorno di Berlusconi. Qualcuno lo considererà un merito, personalmente la considero una grave responsabilità che, con la sua perenne litigiosità, si è assunto l’intero gruppo dirigente della sinistra. C’è però anche un altro modo, più tranquillo e distaccato, di guardare agli eventi di questi giorni. Proviamo, per un attimo, a dimenticare le beghe del Palazzo e chiediamoci semplicemente:

come racconteranno le vicende di questi anni gli storici di domani?

Che cosa si dirà della seconda Repubblica?

Azzardo una risposta.

Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014 come oggi noi parliamo del fascismo.

In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello – appunto – berlusconiano. Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica).

Lo storico di domani sarà meno accecato dall’amore e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e quindi riuscirà a vedere le cose freddamente. Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra, che giudicheranno negativamente «il ventennio», e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno è:

perché?
Perché la sinistra è uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima Repubblica (1994)?

Perché è stata sconfitta di nuovo nel 2001 e nel 2008?

Perché per vent’anni è stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere?

Su questo, sulle cause del ventennio berlusconiano, credo che gli storici di domani saranno meno divisi che sul giudizio politico verso il ventennio. Gli storici di domani spiegheranno che l’Italia entrò a capofitto nel ventennio berlusconiano perché la classe dirigente della sinistra uscita dalla Resistenza, specie nella sua componente egemone (quella comunista) era afflitta da una grave malattia, poi rivelatasi incurabile: la pigrizia mentale.

Nel 1956 i carri armati sovietici avevano invaso l’Ungheria, ma la stragrande maggioranza dei dirigenti del Pci (compreso l’attuale Presidente della Repubblica) non aveva battuto ciglio.

Tre anni dopo, a Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca abbracciava definitivamente il riformismo, e pochi anni dopo andava al governo, nel primo esperimento di Grosse Koalition (1966-1969).

Per tutta reazione, qui da noi l’aggettivo «socialdemocratico» acquistava sempre più il sapore di un insulto, condito di disprezzo e supponenza.

Nel 1968 i carri armati sovietici invadevano Praga, nel 1981 la medesima minaccia dei carri armati veniva rivolta alla Polonia (provocando il «colpo di stato patriottico» del generale Jaruzelski), nel 1989 cadeva il muro di Berlino.

Nonostante tutto questo, occorrerà attendere altri due anni perché, nel 1991, un dirigente comunista tenti finalmente una timida svolta (la «Bolognina» di Achille Occhetto), con il risultato di spaccare il partito e determinare una dolorosa scissione a sinistra, del resto pienamente comprensibile (come si poteva pretendere che i militanti accettassero la socialdemocratizzazione del partito, se fino al giorno prima l’aggettivo socialdemocratico veniva usato come un insulto?).

Poi arriva la sconfitta del 1994, l’idea dell’Ulivo, la rivincita del 1996 (primo governo Prodi), il suicidio del 1998 (Bertinotti che, dopo appena due anni, fa cadere il primo governo di sinistra della storia repubblicana). Ce ne sarebbe abbastanza per far capire anche al più lento bradipo del mondo che è giunto il momento di accelerare il passo. E invece no, i dirigenti della sinistra impiegano altri dieci anni per costruire il Partito democratico, senza rendersi conto che nel 1998 (quando cade il primo governo Prodi) erano già indietro di quarant’anni.

Naturalmente gli storici si chiederanno anche perché tanta lentezza, o pigrizia mentale come preferisco dire io. Non so quale sia la loro risposta, ma la mia è semplice (e so già che qualcuno dirà che è semplicistica).
Per poter restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni, manipolare le coscienze.

E ci è riuscita così bene che quella capacità è sopravvissuta alle ragioni che l’avevano prodotta. Quando Berlusconi è apparso sulla scena, i dirigenti della sinistra non hanno pensato che era giunto il momento di aggiornare la loro analisi della società italiana e accelerare la costruzione di una forza genuinamente riformista, ma hanno trovato più naturale usare quella loro straordinaria capacità di manipolazione per combattere Berlusconi, senza rendersi conto che così allontanavano – anziché avvicinarlo – il momento di costruire una sinistra moderna, in grado di parlare chiaro e fare scelte coraggiose. E’ così che la meteora Berlusconi, da semplice passaggio della storia italiana, è divenuto il marchio di un’era.

Visto con gli occhi di domani, il limite di Veltroni non è di aver «diviso la sinistra». Il limite di Veltroni, di D’Alema, di Fassino, di Rutelli è di aver aspettato troppo a lungo.

Il Pd è nato nel 2007, mezzo secolo dopo Bad Godesberg, ma ancora adesso non ha trovato il coraggio di spiegare agli italiani che cosa vuole esattamente. E a fronte di un ritardo di mezzo secolo, vent’anni di Berlusconi sono una punizione fin troppo lieve.

Gennaio horribilis. Da questa sera non esiste più il Governo Prodi. Il roccioso ed eroico tecnocrate della politica ha dovuto cedere.


Gennaio horribilis.

Da questa sera non esiste più il Governo Prodi.

Il roccioso ed eroico tecnocrate della politica ha dovuto cedere. E’ caduto con molto onore, ma è caduto sotto il peso dei molti limiti che ne caratterizzavano le possibilità di azione.

La coalizione eterogenea, rissosa e violenta che aveva saputo tenere assieme per vincere le elezioni ha perso per la seconda volta la sfida del saper governare: prima nel 1998, a causa dei comunisti, e ora nel 2008 , a causa dei centristi

Il dato di partenza era l’antipatia, sfumante nel sospetto e nell’odio, fra i soci della Unione e l’Ego-riferimento di ciascun soggetto.

Scrivevo alle 17 del 10 aprile 2006:

Primi sentimenti.
Il paesaggio è cambiato. Il paesaggio sembra cambiato
L’orizzonte è diverso. E’ sicuramente diverso.
E questo per oggi è il massimo della speranza.
Il caimano è azzoppato e ora azzannerà. Dove e come potrà. Con rabbia.
Grande, grande, grande gratitudine per Romano Prodi.
Che si fà carico, che si dà il carico, che gli danno il carico, che sente il carico di tenere assieme l’impossibile.
Il tre per cento dell”elettorato ha cambiato la prospettiva di questi anni abbastanza crudeli.
Ora occorrerebbe governare per cinque anni. Cioè attivare il principio della responsabilità.
Ma quell’acqua del quadro di Magritte nasconde tante insidie. Il mito di Narciso (“Io … Io … Io …Io …”) è lì, potente come sempre.
Il cielo è chiaro, c’è una luce interna, ma intorno è buio.
E poi quell’acqua, quell’acqua …

 

Ha poi fatto seguito il peccato di arroganza. Non si dovrebbe fare i prepotenti quando si prevale al Senato per qualche migliaio di voti e soli due senatori (comprendendo quelli di nomina presidenziale).

Scrivevo il 22 aprile 2006:

Scatto d’ira, a futura memoria:
mascalzone

 
Mi riferivo a Bertinotti e alla sua ambizione e pretesa di fare il Presidente della Camera, invece di contrattare questa carica istituzionale con l’opposizione.

Il resto è cronaca quotidiana di questi ultimi mesi: l’intreccio defatigante fra buona amministrazione del bilancio pubblico e la perdita progressiva dei consensi. E’ proprio vero: “siamo antipatici” (Luca Ricolfi,  Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori, Longanesi, 2005)

Ora siamo a punto e a capo, cioè al 1994 (sic!), quando è iniziato il ciclo berlusconiano. Il personaggio ha già pronto (notizia di agenzia) il Programma dei 100 giorni!

Mio padre, quando voleva punirmi, diceva: “questa sera, a casa, facciamo i conti”.

Ecco, è quello che già sta accadendo dentro le truppe devastate della Unione.

Le sinistre (mi sembra che siano 4 adesso) tirano fuori lo schema amico/nemico, danno del “traditore” a Mastella (buon sangue non mente: è il metodo staliniano) e – per l’appunto – fanno i conti con Veltroni, accusandolo di essere la causa della caduta.

Mi spiace molto, lo dicevo già l’altro ieri.

Provo la depressione politica che ho già provato nel 1994 e nel 2001.

E tuttavia il principio di realtà mi fa dire: chi è causa del suo mal …

Me ne farò una ragione: ci sarà la decadenza etica già sperimentata, ma perlomeno la politica estera non metterà più in pericolo lo stato di Israele.

24 gennaio 2008: cade il secondo Governo Prodi


il 16 gennaio 2008 si dimette il Ministro della Giustizia Clemente Mastella, indagato per concorso in concussione (l’accusa sarà poi archiviata in aprile)

il 24 gennaio 2008 cade il secondo Governo Prodi per la mancanza del sostegno parlamentare della Udeur di Mastella, che accusa gli alleati (in particolare gli estremisti della sinistra antagonista dei comunisti italiani di Diliberto e i rifondaroli del comunsmo di Ferrero) di non avergli manifestato “piena solidarietà”

Walter Veltroni: “quale che sia il sistema elettorale il partito correrà da solo. Voglio dire con chiarezza che il Partito Democratico si presenterà con proprie liste”


In tema di agenda politica, spero di sbagliarmi.
Spero molto di sbagliarmi.
Ma con queste parole di Walter Veltroni:

“quale che sia il sistema elettorale  il partito correrà da solo.
Voglio dire con chiarezza che il Partito Democratico si presenterà con proprie liste”

con queste parole, dicevo, siamo entrati in campagna elettorale.
Voglio dire che ci sono molte probabilità che il Governo Prodi cada martedì o mercoledì e che si potrebbe votare alle elezioni politiche a maggio o giugno.

Il primo appuntamento caldo è martedì . A Montecitorio Prodi dovrà vedersela con la Giustizia. In qualità di Guardasigilli ad interim dovrà far votare dalla sua maggioranza la Relazione annuale sulla giustizia messa a punto da Clemente Mastella prima di lasciare il suo incarico perché colpito dal ciclone giudiziario che ha travolto mezzo Udeur in Campania.
Il giorno dopo al Senato lo attendono le forche caudine della mozione anti-Pecoraro Scanio, 
il ministro alll’ambiente che, avendo capeggiato tutte le azioni contro gli inceneritori è uno dei grandi responsabili della catastrofe ecologico – ambientale della Campania.
In Aula dovrà essere votata la mozione di sfiducia presentata dal centrodestra contro il ministro dell’Ambiente. Il leader dei Verdi dovrebbe dimettersi dal governo, sostengono, per la vicenda dei rifiuti in Campania. I tre diniani hanno già annunciato il loro no al ministro. E la circostanza non fa ben sperare il governo che può contare su una maggioranza risicata.
E, ancora, la commissione Affari Costituzionali dovrà votare la bozza Bianco sulla legge elettorale. E anche in questo caso, soprattutto dopo la sfida lanciata da Veltroni di far correre il Pd da solo, sarà un incognita. I nervi sono tesi e i veti incrociati si sprecano.

Per cultura politica ed appartenenza di schieramento di governo mi spiace molto.
Mi spiace, innanzitutto, per la stima che ho per Romano Prodi, che ha fatto il possibile e l’impossibile per tenere assieme un gruppo rissoso e malevolo, remando con pochi collaboratori leali in acque estremamente difficili.
Il centro-sinistra ha perso la sfida del governo: ha capacità operative di governo, ma non ha quella coesione che è necessaria per portarle avanti. Quello che è deprimente è che l’ha persa pur avendo le competenze necessarie a far quadrare i conti pubblici, senza incidere in modo insopportabile sui redditi delle famiglie.
L’ha persa, invece, per i conflitti interni fra i partiti alleati. Non può resistere a lungo un governo che ha solo due senatori in più per far passare le leggi al senato e che ha una opposizione forte e feroce fuori e altre 4 o cinque opposizioni interne.
Scrivevo il 10 aprile 2006:

“Ma quell’acqua del quadro di Magritte nasconde tante insidie. Il mito di Narciso (“Io … Io … Io …Io …”) è lì, potente come sempre”

Facile profezia.

Il Partito Democratico competerà da solo: grande scelta che da sola legittima in modo irreversibile la sua posizione nel sistema politico italiano. Come dire: con alleati subdoli traditori, proviamo a usare un altro metodo.
Il metodo per cui le riforme si fanno avendo una maggioranza forte che nei primi due anni governa anche CONTRO i piccoli interessi annidati nella coalizione vincente. Il metodo Tony Blair. Il metodo Sarkozy. Il metodo Merkel.
Scelta coraggiosa ad esito incerto. Anche perchè in contro-tendenza rispetto alla storia politico-istituzionale italiana.
Se, invece, prevarrà la coalizione di centro-destra (perchè è del tutto evidente che i neo-liberali di Forza italia, gli ex fascisti di Alleanza nazionale e i nazi-localisti della lega Nord si cementeranno, data la loro fame e sete di potere) costoro riproporranno l’olio di ricino del 2001-2006: alterazione del principio della divisione dei poteri e definitiva sterilizzazione della magistratura; leggi ad personam per salvare i monopoli televisivi della Mediaset; arroganza linguistica (metodo Tremonti); arrembaggi istituzionali (metodo Formigoni); compromissioni delle politiche di bilancio.

Spero di sbagliarmi.
Spero molto di sbagliarmi.

Prodi, il leggendario, vince la scommessa della seconda legge finanziaria


SABATO, 17 NOVEMBRE 2007

La leggenda del santo mediatore continua.
Perfino De Bortoli, il direttore del Sole 24 Ore che era scettico, riconosce la “grande tenacia di Romano Prodi”.
Il governo supera il traguardo della seconda legge finanziaria, lo strumento di base delle politiche pubbliche per il prossimo anno.
161 voti favorevoli, 157 contrari.
C’è qualche mese di fiato nella politica italiana..
Quello sufficiente a far sprigionare l’abilità tattica e strategica di Veltroni.
I detrattori (invidiosi da girone dantesco: occhio alla serata-evento con Roberto Benigni) si accorgeranno presto de i talenti di Walter Veltroni.
Il suo  indirizzo è chiarissimo: perseguire obiettivi di interesse per tutto il paese, non quelli di un singolo partito, come il nascente Partito Democratico.
Ottimo metodo.
Argomentazioni altrettanto conseguenti.

“L’opposizione, forte nel Paese di un consenso popolare senza precedenti, in Parlamento è sostanzialmente impotente, nonostante i numeri di Palazzo Madama.
Per il centrodestra, se non vogliamo che Prodi abbia gli anni contati, è davvero doveroso riflettere e cambiare strategia.
Alleanza nazionale si augura che ciò accada in fretta e unitariamente, perché dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile. Al centrodestra serve una strategia semplice e chiara che parta da un dato politico tanto ovvio quanto fin qui pervicacemente negato da Berlusconi.
Il governo cadrà un secondo dopo che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito alle urne con l’attuale legge elettorale. Giusto o sbagliato che sia è così, perché continuare a negarlo contro ogni evidenza? L’attesa dell’implosione della maggioranza rischia di essere l’attesa di… Godot se il centrodestra non contribuisce alla sollecita rimozione del macigno che sbarra la strada alle nuove elezioni: l’attuale legge elettorale, una legge che obbliga tutti ad alleanze eterogenee in cui è enorme il potere di interdizione e di ricatto anche di formazioni ultraminoritarie, con ridottissimo consenso popolare e che non a caso proliferano come i funghi dopo le piogge.”

Gianfranco Fini, Corriere della Sera, 16 novembre 2007


Lo scenario è questo.
Bene.
Molto bene.

il Governo Prodi potrebbe cadere sotto il plurimo attacco di: una destra politica e sociale fortissima una sinistra massimalista debole ma condizionante, ricattante ed aggressiva la cultura del trasformismo, incistata nella storia degli italiani giornalisti che fanno lobby magistrati che già hanno alterato il sistema costituzionale agli inizi degli anni ’90 e che ora riprendono la loro venefica azione


Sui tempi brevi sono abbastanza desolato nel considerare che il Governo Prodi potrebbe cadere sotto il plurimo attacco di:

  • una destra politica e sociale fortissima
  • una sinistra massimalista debole ma condizionante, ricattante ed aggressiva
  • la cultura del trasformismo, incistata nella storia degli italiani
  • giornalisti che fanno lobby
  • magistrati che già hanno alterato il sistema costituzionale agli inizi degli anni ’90 e che ora riprendono la loro venefica azione


Neppure la santa pazienza di Romano Prodi e le sue indubbie doti di negoziazione ce la possono fare.
Un tratto sotterraneo – più legato alla psicologia che alla politologia – mi colpisce in questa vicenda.
Berlusconi è stato sconfitto due volte nella conta dei voti (1996 e 2006).
E’ questo che il personaggio non sopporta: essere stato sconfitto due volte. Da tifoso di curva vuole mettere una coppa della vittoria nel salotto.
Solo questo può spiegare una alleanza di destra che si dispone alle elezioni con lo stesso candidato.
La mia desolazione si fonda sulla constatazione che è lo stesso contraddittorio schieramento di centro-sinistra ad offrigli su un piatto d’argento la rivincita.

Sui tempi brevi, dicevo.
Sui tempi lunghi devo constatare che è la solita storia.
Negli anni ’60 il Pci sviluppò e radicò la sua presenza nel sistema politico italiano CONTRO il nascente ciclo riformistico del centro-sinistra di allora.
Negli anni ’70 la sinistra fece fuoriuscire da sè le metastasi del terrorismo CONTRO il cosiddetto “compromesso storico”, che nasceva per rendere possibile anche in Italia l’alternanza delle coalizioni di governo.
L’Italia è l’unico paese a democrazia rappresentativa in cui, quando si prospetta una congiuntura riformistica, la cultura di sinistra e le sue organizzazioni si consolidano come opposizione o democratica o terroristica.
Non è una bella situazione.

Continua il Governo Prodi: il discorso di Follini


Bravi! … Bravi! … Bravo Presidente del Consiglio!
E’ una bella sera.
Grazie


Risultato di votazione

 PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione nominale con appello sulla proposta di risoluzione n. 2 ….sulla cui approvazione il Governo ha posto la questione di fiducia:

Senatori presenti

320

Senatori votanti

319

Maggioranza

160

Favorevoli

162

Contrari

157

Il Senato approva. (Vivi e prolungati applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE (!!??!!), IU-Verdi-Com (!!??!!), Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur e dai banchi del Governo. Molte congratulazioni al Presidente del Consiglio dei ministri).


In questa vicenda c’è chi si è guardato nello specchio e ha detto: “quanto sono coerente … quanto sono inflessibile … quanto me ne sbatto delle conseguenze …  quanto mi amo … quanto sono un roccioso comunista …”
E c’è chi accetta il giogo, l’isolamento, il sentirsi chiamare “traditore”. Pur di guardare agli interessi del paese.
La differenza di etica della politica è insormontabile.
Mi appunto un intervento decisivo e responsabile. Pro memoria.

FOLLINI (Misto-Idm). Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che occorra partire un po’ da lontano proprio per restare al tema che questa crisi ci pone. La politica italiana attraversa da molti anni una condizione di straordinaria infelicità e di straordinaria improduttività. In un passato più lontano siamo stati capaci di affrontare problemi e perfino tragedie, cavando il meglio da noi stessi.
Abbiamo attraversato con il passo lungo delle grandi civiltà politiche gli anni della guerra fredda, poi la sfida del terrorismo. E poi, quando ci siamo illusi di darci nuovi costumi e istituzioni, è accaduto invece che ci siamo improvvisamente fermati mentre il resto del mondo accelerava. Alle identità massicce e ingombranti della Prima Repubblica non siamo stati capaci, tutti quanti, di sostituire nuovi progetti. Abbiamo gonfiato con gli anabolizzanti la contesa bipolare e, in mancanza di meglio, i due poli, questi due poli, sono diventati il surrogato delle ideologie che non avevamo più.
Ci è servito il nemico per scegliere l’alleato. Il risultato è di aver moltiplicato i nemici e diviso le alleanze. Non è un caso, credo, che proprio questo stato di cose renda così cruciali gli interessi particolari e soprattutto gli interessi forti. E infatti una fatica maggiore oggi è quella di dare risposte ai più deboli, ai giovani, esposti ad un avvenire previdenziale che dovrebbe far tremare i loro genitori, ai consumatori, schiacciati nella morsa del vecchio patto tra i produttori, a quanti hanno talento e hanno merito senza avere conoscenze e protezioni e a tanti cittadini che non hanno rappresentanza.
Possiamo restare immobili a contemplare tale situazione. Per chi crede a questa commedia e a tutte le sue parti restare fermi, lo capisco, è un dovere; ma per chi cerca di lavorare ad una trama diversa altrettanto è un dovere cercare di muoversi.
La mia opinione è che serva al Paese un equilibrio diverso da quelli sperimentato fin qui. Serve un’opera paziente e lungimirante di tessitura che valorizzi le due culture più utili al futuro del Paese, quella moderata e quella riformista. Serve lavorare a definire un campo largo nel quale queste due culture, quella moderata e quella riformista, si parlino, si integrino, si rafforzino e si correggano a vicenda. Serve che il centro ritrovi la capacità riformatrice che ha smarrito da 20 anni a questa parte. Serve che la sinistra, una parte della sinistra, renda più forte e meno precario il suo ancoraggio moderato e serve che le due cose, almeno per qualche tempo, si leghino assieme. Qui, una volta, tra il centro e la sinistra c’era un ponte. Qui è stato alzato un muro. Qui occorre tornare a costruire un ponte.
Questo progetto può essere favorito – lo penso anch’io – da una diversa legge elettorale che ponga rimedio a quella che è stata una forzatura politica e istituzionale (Commenti dal Gruppo FI).
Ma non è la sola legge elettorale, di per sé, che rende virtuoso un sistema politico. Una nuova legge richiede un gioco nuovo e diverso. Se c’è una scelta strategica che scommette sull’allargamento al centro, allora ha senso il modello tedesco, ma evocare un cancelliere – lo dobbiamo sapere – significa archiviare il presidenzialismo strisciante che a tanti invece piace. È una svolta che vale, ma è una svolta che costa. Può essere un destino naturale, ma il destino – come ammonisce il protagonista del romanzo «L’ombra del vento» – si apposta dietro l’angolo come un borsaiolo, non fa mai visite a domicilio, bisogna andare a cercarlo e, forse, è arrivato il momento di cercarlo davvero.
Signor Presidente del Consiglio, lei si trova qui a chiedere la fiducia al Senato perché qualcosa è cambiato e perché qualcosa deve cambiare. Il Governo in questi primi mesi ha guardato troppo a sé, alla sua base, e ha guardato meno, credo, al Paese nel suo insieme. Il risultato lo abbiamo visto pochi giorni fa proprio in quest’Aula. Ho colto nelle sue comunicazioni un approccio meno lontano dalla linea divisoria. Non so fino a dove si spingerà. So però che di questo c’è bisogno e credo che il Paese ne abbia bisogno più ancora e prima ancora del Governo.
Mi sono chiesto in questi giorni se ci avrebbe aiutato una crisi vera, al buio, come si sarebbe detto una volta. Non lo credo. Avremmo aperto la strada o ad un grande conflitto inevitabilmente elettorale o ad un grande equivoco. Considero la governabilità una risorsa di tutti, non solo di una parte, e credo che questa risorsa, proprio perché scarsa ed incerta, non debba essere sprecata. Ma l’aver evitato rischi maggiori non ci mette e non la mette al sicuro. Se il Governo avrà oggi una maggioranza, ancorché numericamente esilissima, occorre evitare di chiudersi in un fortilizio e saper governare guardando ad un orizzonte più largo, convincendo chi è meno convinto, ascoltando chi è meno d’accordo e usando molto ago e molto filo per rammendare quel tessuto di regole e di legami che in tanti, da tante parti, hanno tirato e strappato.
Personalmente non sono qui per raccogliere allori, ma per condividere una difficoltà. È proprio questa difficoltà che mi spinge oggi a dare al suo Governo il mio voto di fiducia.

i discorsi di D’Alema sulla politica estera


IL QUADRO DELLA CADUTA

Alle spalle del mio tavolo di lavoro c’è questo quadro a tenermi avvertito tutte le volte che la mia mente corre troppo in avanti o troppo in alto.

Lo chiamo il “quadro della caduta”.

Mi serve a darmi dei limiti. A vedere il mio umanissimo limite.

Si può cadere, in qualsiasi momento e soprattutto quando meno ce lo aspettiamo.

Certo si può anche cercare di rialzarsi.

Spero sempre che l’uomo lì rappresentato abbia preso coscienza che stava chiedendo troppo a se stesso e che tenti di riprendersi e rimettersi in piedi. Fatto più saggio a causa della caduta.

Ieri sono caduto anch’io. Sono rovinosamente caduto a terra.

 

LA SECONDA CADUTA DEL GOVERNO PRODI, DOPO IL 1998

Ieri è stato dilapidato nel giro di una settimana la dura e onerosa fatica di avere sconfitto l’immorale Berlusconi nel 2006.
Una fatica immane resa inutile da 2 persone (e non Andreotti e Pininfarina , e tantomeno Cossiga, che nulla hanno a che fare con la maggioranza)  che hanno dimostrato che la coalizione di centrosinistra non ha una condivisa politica estera.
Due Bruti che hanno accoltellato Cesare. Ora sghignazzano come dei tifosi da stadio o commensali di bettola.

UN SEGRETARIO REGIONALE DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI PESTA IL DISSIDENTE

Oggi è capitata una cosa divertente.

Nino Frosini, segretario del Pdci toscano, dà un “cazzottone in faccia” a Fernando Rossi, il senatore transfuga da quel partito (ma non dai 14 mila euro mensili che percepisce) che ha contribuito ad affondare il governo.

Frosini dice di averlo solo “colpito sul naso con il dorso dell’indice”.

Il vizio violento dei comunisti è un demone interno.

Prima lo candidano ed eleggono.

Poi lo isolano.

Bel partito il suo, egregio roccioso Diliberto, che nella migliore tradizione stalinista usa l’argomento del “tradimento” ( pezzo forte dei tribunali staliniani):
“L’esasperazione alimentata dal comportamento di Rossi e dal tradimento del mandato elettorale se non giustifica  aiuta a comprendere l’arrabbiatura dei nostri compagni”

 

IL GRANDE D’ALEMA, UN POLITICO DANNATO DALLA SUA STESSA STORIA

Ieri dicevo che  la relazione iniziale del ministro Massimo DAlema e le sue conclusioni sono state astute ed abilissime.

Lo dico esplicitando nel mio diario che non sono d’accordo con la sua linea di politica estera.

Infatti sono favorevole alla politica estera del precedente governo Berlusconi (compresa la guerra preventiva contro gli stati canaglia che alimentano il terrorismo islamico), pur essendo un elettore del centro-sinistra.

L’ho spesso motivato nel blog di amalteo.

Sono convinto che sulla sicurezza interna ed internazionale la destra garantisce di più, in prospettiva.

La sinistra non ha valutato il segno storico del ciclo che si è aperto con l’attentato delle torri gemelle. Non può farlo per il limite teorico del suo processo di pensiero: nella sua ideologia le masse musulmane rappresentano oggi il proletariato ottocentesco scomparso nelle società moderne e che avrebbe dovuto “fare la rivoluzione”. Quella classe operaia ora si è trasformata in artigianato a partita iva e gran parte di essa preferisce addirittura la lega o Berlusconi. Servono altre masse. E quelle musulmane fanno comodo.

Sono in dissenso con la politica estera del governo di centro-sinistra, anche se lo voto e lo voterò ancora, perché di là ci sono gli ex fascisti, gli orrendi leghisti e l’eticamente immorale Berlusconi (alteratore della costituzionale divisione dei poteri).

Tuttavia … Tuttavia … riconosco volentieri che i discorsi di D’Alema (relazione e conclusioni) sono stati magistrali.

Un vero statista, imprigionato nel suo passato di esponente di rilievo del defunto Pci, che non ha potuto dispiegare appieno il suo ruolo politico. Il massimo della cultura politica proveniente dalla tradizione del partito comunista italiano.

Aveva offerto su un piatto d’argento la possibilità ai dissidenti di sostenere il governo Prodi.

Ma i Bruti hanno insistito nell’accoltellare Cesare.  Il loro io smisurato non ha limite.  E’ l’io del pensero totalitario

Ho analizzato i “7 movimenti” del suo argomentare e me li voglio annotare qui.

Questi sono stati i fondamentali passaggi argomentativi del leader massimo.

1. IL RISPETTO DEL PROGRAMMA POLITICO DELL’ULIVO

“la politica estera del Governo è stata coerente con le grandi scelte condivise su cui si è sempre fondata, nella sua tradizione migliore, la politica estera italiana; coerente con i princìpi ed i valori ispiratori del programma di Governo e quindi, come è giusto e doveroso, coerente con gli impegni assunti verso i nostri elettori e – mi permetto di aggiungere – coerente con gli interessi strategici del nostro Paese, così come abbiamo cercato di interpretarli in una fase internazionale difficile.”

2. LA CONTINUITA’ DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA

“la situazione ottimale per l’Italia è quella in cui la priorità europea, il sistema delle Nazioni Unite e la relazione atlantica si potenziano a vicenda a favore di quelle soluzioni pacifiche cui guarda, appunto, l’articolo 11 della Costituzione; la situazione peggiore, il disequilibrio è quando ciascuna delle nostre priorità entra in conflitto con le altre. Quando ciò accade, la politica estera italiana diventa strutturalmente più debole, più incerta …

quanto rientri nei nostri migliori interessi operare a favore di un rafforzamento politico dell’Unione europea e di un rilancio delle Nazioni Unite, di soluzioni pacifiche e multilaterali alle crisi internazionali. Tutto questo rientra negli interessi strategici del nostro Paese ma, insieme, riflette i valori che ispirano la nostra politica estera …

rilancio di tradizionali rapporti di amicizia con il mondo arabo, che si erano alquanto appannati negli ultimi anni. Direi che c’è una vasta percezione, nel mondo arabo, del fatto che l’Italia è tornato ad essere un Paese amico; amico, naturalmente, sia d’Israele che degli arabi e, in quanto tale, in grado di esercitare un ruolo sul cammino della distensione e della pace …

La politica estera italiana attuale è nella continuità con la tradizione migliore della politica estera dell’Italia repubblicana. Abbiamo praticato nei fatti la priorità del multilateralismo, un riferimento per noi obbligato, tra l’altro alla luce del dettato della Costituzione repubblicana che ho citato all’inizio della mia esposizione: rifiuto della guerra, ma anche coraggioso riferimento ad una possibile limitazione della sovranità, nel nome di un impegno della comunità internazionale …

Ho ricordato le coordinate della continuità della politica estera italiana: l’articolo 11 della Costituzione, ovvero la scelta dell’impegno dell’Italia per costruire un ordine internazionale fondato sulla pace, il rifiuto della guerra e la partecipazione attiva dell’Italia a quell’architettura di istituzioni e di alleanze (ONU, Unione Europea e NATO) entro la quale la nostra politica estera si è sviluppata in questi anni e continuerà a svilupparsi nel periodo prevedibilmente di fronte a noi ….

ciò non significa che in tutti i campi il Governo attuale segni una rottura con il passato. Se vogliamo parlare seriamente di continuità, ritengo che per certi aspetti il Governo attuale recuperi una continuità più lontana della politica estera italiana. Mi permetto di dubitare molto che i Governi democratici imperniati sull’alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito socialista avrebbero approvato la teoria della guerra preventiva, se devo giudicare almeno dal modo in cui gran parte degli esponenti di quel mondo si sono collocati nel dibattito politico di questi anni ….

in nessuna delle sfide in cui siamo impegnati vi è certezza di successo, a cominciare da quella che ci vede in primissimo piano nel Libano con una responsabilità preminente per il numero dei militari e per il comando della missione delle Nazioni Unite. Ma in tutti questi diversi campi noi ci muoviamo sulla linea di un difficile equilibrio: lealtà alle alleanze, lealtà al quadro nell’ambito del quale noi ci troviamo (e se ne usciamo non contiamo più nulla) e sforzo, impegno, per far avanzare concretamente una nuova prospettiva di distensione e di pace ….

3. LA DISCONTINUITA’ CON LA  POLITICA ESTERA DEL GOVERNO BERLUSCONI

Sì tratta di quanto è accaduto negli anni successivi al drammatico attacco terroristico dell’11 settembre 2001 con le divisioni internazionali, in particolare, di fronte all’intervento in Iraq. Sono stati anni di lacerazione per l’Europa; un pilastro della nostra politica è stato colpito. Sono stati anni in cui è stato indebolito e marginalizzato il sistema delle Nazioni Unite , anni anche nei quali si sono coltivate vuote illusioni nelle soluzioni unilaterali, anni in cui gli equilibri alla base della politica estera italiana sono stati anch’essi stravolti, cosa che ha indebolito l’Italia in un’Europa più debole e ne ha fatto smarrire la voce in un sistema delle Nazioni Unite già largamente emarginato …

Non c’è il minimo dubbio che di fronte alla politica neoconservatrice dell’Amministrazione americana, di fronte alla teorizzazione della guerra preventiva, dell’esportazione con la forza della democrazia e all’atto della guerra in Iraq si è diviso l’Occidente. Non l’Occidente da una parte e il pacifismo dall’altra parte; si è diviso il campo democratico occidentale; si sono divise le grandi democrazie occidentali. Si è aperta una ferita profonda che ha diviso anche il campo politico italiano rispetto ad un consenso sulla politica estera che aveva caratterizzato lunghi decenni della storia repubblicana  …

Questa è la verità. È lo scenario reale nel quale ci muoviamo. Io credo che sia del tutto legittimo rivendicare, da questo punto di vista, una novità nella politica del Governo Prodi rispetto alla politica del Governo Berlusconi: la novità del non aderire alla politica neoconservatrice. Non avremmo mandato i soldati in Iraq e non ce li avremmo mandati così come non ce li ha mandati la maggioranza dei Paesi europei  ….

4. RICOLLOCAZIONE DELL’ITALIA NEL QUADRO DELL’EUROPA

la politica estera italiana è stata prima di tutto in questi mesi una politica europea, il che significa una politica favorevole all’integrazione europea …

Il Governo Prodi è un Governo europeista, anche perché ha dimostrato di non volere scaricare su Bruxelles il peso di responsabilità nazionali. Non abbiamo usato l’Europa per deresponsabilizzare l’Italia; abbiamo responsabilizzato l’Italia per rafforzare l’Unione Europea.

5. LE BASI AMERICANE IN ITALIA

Si richiede di allargare tale base nel quadro di quello che gli americani definiscono, ed è senza alcun dubbio, un ridimensionamento della presenza americana in Europa, che, tra l’altro, ha già previsto la dismissione della base della Maddalena e prevedrà un’ulteriore riorganizzazione anche nel nostro territorio della presenza americana …

Gli americani che alla fine della guerra fredda avevano in Italia quasi 20.000 militari oggi ne hanno circa 12.000 e vanno ridimensionando la loro presenza in Europa, come è ovvio che accada in un mutato scenario internazionale. In questo quadro ci è stato chiesto di poter potenziare Vicenza per concentrare le forze, chiudendo altri basi in Europa; un’iniziativa che è stata ritenuta ragionevole dal Governo italiano, il quale ha assunto un impegno …

abbiamo posto agli americani l’esigenza di una valutazione più approfondita sulle preoccupazioni espresse nello stesso consiglio comunale di Vicenza, dove, nel momento in cui è stato approvato il progetto, sono state, tuttavia, indicate talune limitazioni e sulle preoccupazioni che si sono successivamente manifestate anche nei movimenti e nei comitati dei cittadini di Vicenza …

6. DIFFERENZE FRA LA SITUAZIONE DELL’ IRAK E QUELLA DELL’AFGHANISTAN

Guardiamo anzitutto all’Iraq. Abbiamo disposto il ritiro del contingente italiano perché schierato in Iraq dopo un’operazione militare che era stata decisa in modo unilaterale, senza mandato delle Nazioni Unite, e con motivazioni – il possesso di armi di distruzione di massa – che si sono dimostrate infondate. Il ritiro dei soldati italiani dall’Iraq è stato, quindi, una scelta coerente con l’impostazione politica e programmatica della coalizione di Governo e rispondente sul piano operativo alla necessità di voltare pagina …

le ragioni della presenza italiana in Afghanistan, innanzitutto nella sua componente militare di quasi 2.000 soldati schierati a Kabul e ad Herat, che ringrazio come tutti i nostri militari impegnati all’estero per il loro straordinario impegno. Si tratta, come è noto, di una missione condotta dalla NATO più 13 Paesi non membri della NATO sotto mandato delle Nazioni Unite. Nella sua componente civile, anch’essa importante, è una missione in crescita, come dimostra anche l’aumento delle risorse che il Governo intende mettere a disposizione e che riteniamo debba ancora crescere …

la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, dopo l’abbattimento del regime dei talibani, non ha ancora prodotto gli effetti sperati. Sono stati ottenuti risultati importanti, che non credo possano essere sottovalutati: la liberazione dell’Afghanistan da un regime oppressivo, oscurantista, totalitario, che ignorava i più elementari diritti umani, in particolare quelli delle donne; la creazione di prime istituzioni democratiche; la formazione di un esercito nazionale; la ripresa delle scuole, sia pure in un Paese segnato ancora da alti tassi di analfabetismo, il faticoso avvio di un processo di ricostruzione economica …

La convinzione del Governo italiano è che per vincere la sfida in Afghanistan si debba rafforzare l’impegno civile, l’impegno politico, l’impegno economico. La convinzione del Governo italiano è che sarebbe un gravissimo errore che la NATOsi isolasse, facendo della missione afghana una sfida solo della NATO. La missione afghana è innanzi tutto una sfida dell’intera comunità internazionale, delle Nazioni Unite e dell’insieme dei Paesi del mondo  …

Ci sono delle differenze molto profonde, di carattere giuridico, di carattere politico e di fatto, che fanno sì che mentre il ritiro dall’Iraq è stato un atto politico che ha aperto all’Italia nuove possibilità di iniziativa politica, rimettendoci in sintonia con la maggioranza degli europei e anche con gran parte del mondo arabo, il ritiro dall’Afghanistan sarebbe un atto unilaterale che ci separerebbe da tutta l’Europa, compresi quegli spagnoli che sono lì a fianco a noi, non ci metterebbe in comunicazione con nessuno e non ci farebbe fare nessun passo avanti …

Vi è una profonda diversità tra un’azione militare in Afghanistan, che è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché lì c’erano le basi dei terroristi…

È diversa l’azione militare in Afghanistan, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla base dell’accertato fatto che lì vi erano le basi di Al Qaeda, dall’azione militare in Iraq, voluta in modo unilaterale sulla base della menzogna che lì ci sarebbero state le armi di distruzione di massa. Non sono la stessa cosa e non è giusto metterle sullo stesso piano nel modo in cui si affrontano i diversi problemi di queste diverse situazioni …

7. LA RESPONSABILITA’ DI UNA COALIZIONE CHE GOVERNA

quello che noi chiediamo al Parlamento è di avere il consenso necessario per affrontare i rischi, ma anche nella consapevolezza che affrontare quei rischi è la condizione per sviluppare in modo autorevole quell’azione per la pace in cui l’Italia è impegnata con l’adesione, il sostegno e la solidarietà di altri Paesi e di altre forze internazionali …

Considero – ma voi direte: è naturale – il bilancio di questi mesi di lavoro come bilancio positivo. Non è intenzione del Governo né mia enfatizzare successi, anche perché siamo consapevoli della difficoltà delle sfide nelle quali siamo impegnati. Tuttavia, l’Italia c’è in diversi scenari essenziali e c’è con un ruolo di protagonista. In questa difficile fase delle relazioni internazionali non possiamo permetterci di essere né cinici, né sognatori. Non vogliamo rinunciare alla nostra ispirazione ideale, né possiamo rinunciare ad un lucido realismo necessario per tradurre questa ispirazione in un’azione politica efficace nel quadro dei rapporti di forza esistenti  …

Una cosa è certa: un Paese come l’Italia, che non è una grande potenza, non può ingaggiare sfide così delicate e complesse come quelle nelle quali siamo impegnati senza un consenso politico forte e chiaro. Di questo abbiamo bisogno. Il Governo italiano non può trovarsi nelle prossime settimane ad affrontare la difficile sfida, ad esempio, dell’atteggiamento internazionale verso un nuovo governo palestinese, o la difficile discussione sul cambio di strategia in Afghanistan nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, o la difficile sfida sul tema della pena di morte (che, come voi sapete, irrita diversi grandi Paesi) senza aver la certezza di un consenso e di una stabilità.

Non lo si può chiedere a nessuno e certamente il Governo non lo potrebbe fare.

Dunque, noi siamo qui a chiedere questo consenso, a chiedere il consenso più ampio possibile per continuare nel difficile, impegnativo cammino della pace …

penso per ragioni politiche, costituzionali e – se mi permettete – anche etiche che l’idea di agire senza consenso, soprattutto quando sono in gioco questioni così importanti come la pace, la guerra e la sicurezza del Paese, è qualcosa che non appartiene al costume democratico e alle mie abitudini. Credo di avere dimostrato nella mia vita politica di essere persona molto attenta a misurare il consenso democratico, persino al di là degli obblighi costituzionali, e a prendere atto del dissenso con una coerenza che non sempre – lo dico – ho riscontrato in tutti i protagonisti della vita politica …

Ho voluto parlare con chiarezza e spero che questo dibattito si concluda nella chiarezza. Chi condivide la politica estera del Governo la voti, chi non la condivide voti contro anziché dire che la sostiene dicendo che è un’altra da quella che è. È il momento dell’assunzione delle responsabilità ed è per noi fondamentale misurare il consenso vero di quest’Aula, condizione preziosa per andare avanti nel nostro lavoro.


Come poi è andata a finire lo sappiamo.

Link ai titoli dei principali quotidiani del 22 febbraio 2007:

Corriere della Sera

La Repubblica

La Stampa.

Il Sole 24 ore