è morto Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica nel periodo 1992-1999. Il ricordo di Walter Veltroni

era un uomo severo e simpatico.

gli volevo molto bene.

ha difeso la democrazia e la costituzione quando non era semplice .

grazie, presidente.

Walter Veltroni

tramite: walter veltroni (veltroniwalter) su Twitter.


COSTA CONCORDIA, «TUTTI SALVI SE SCHETTINO NON AVESSE TARDATO A DARE L’ALLARME», da Ore 12 di Corriere.it

COSTA CONCORDIA,  «TUTTI SALVI SE SCHETTINO  NON AVESSE  TARDATO A DARE L’ALLARME»

Per l’ammiraglio Brusco la responsabilità è del comandante

http://www.corriere.it/cronache/12_gennaio_26/giglio-ammiraglio-capitanerie_0dbb9b82-4807-11e1-9901-97592fb91505.shtml

Giovedì 26 gennaio 2012


VAL di SUSA, 26 ARRESTI PER GLI SCONTRI DI LUGLIO


Nel mirino leader dei No Tav e dell’area antagonistaI reati: lesioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale

http://www.corriere.it/cronache/12_gennaio_26/arresti-valsusa_49d72a9a-47e5-11e1-9901-97592fb91505.shtml

—————————————————————–

finalmente la magistratura fa quello che DOVEVA fare

PFerrario


istigatori di violenza ed eversione: L’anatema di Beppe Grillo “Fuori Tutti! Destra, sinistra… o succederà l’ira di Dio!” – Agorà


L’anatema di Beppe Grillo “Fuori Tutti! Destra, sinistra… o succederà l’ira di Dio!” – Agorà
“Non si tocca la casa a nessuno! Perché se tocchi la casa a qualcuno che non ha più un lavoro, non ha più un futuro, non ha speranze… tirano fuori il fucile. Ma lo devono capire! Stanno rischiando veramente forte. Fuori tutti! Destra, sinistra… che non si permettano di ripresentarsi nel 2013 perché veramente succederà l’ira di Dio!” Tratto da Agorà del 19/01/2011 – Guarda la puntata integrale e tutti i video su:http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/page/Page-bc01d867-c5fe-429a-83ad-24e4e5f6dea6.html?set=ContentSet-2378ce3b-bb78-4d22-8d32-a1f08a1240f6&type=V altro

la recessione è una malattia dell’economia che diventa malattia della psiche. La responsabilità raddoppia, di Michele Serra


IARUSSI, C’era una volta il futuro L’Italia della Dolce Vita

O. IARUSSI

C’era una volta il futuro

L’Italia della Dolce Vita

Collana “Intersezioni”

pp. 156, € 14,00
978-88-15-23376-9
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 03/11/2011

Copertina 23376


“Che cosa c’era davvero in quel film sotto la patina dello scandalo? Quale Italia promettente e deludente raccontava? E che cosa ci è successo? L’Italia della Dolce Vita - sembra il titolo di un ‘progetto per il passato’, mentre la favola raccontata ai nostri figli riserva un incipit un po’ inquietante: c’era una volta il futuro…”.

L’Italia che nel 1961 celebra i cent’anni dall’unità è un paese giovane, in preda a un’incontenibile voglia di crescita. Uscito sconfitto e immiserito dalla seconda guerra mondiale, si lancia in un vorticoso sviluppo industriale e dei consumi che mette in soffitta le memorie della sua identità contadina. Tra il 1959 e il 1963, la stagione del boom coincide con la cosiddetta “Dolce Vita”. Simbolo del vitalismo disordinato ed euforico dell’Italia del miracolo economico, il capolavoro di Fellini è un repertorio dei tic, delle contraddizioni, delle zone d’ombra di quell’esplosiva fame di futuro. Ma i grandi temi che attraversano il film -l’informazione, la cultura, la fede, la famiglia, l’eros – ci parlano a ben vedere della realtà di oggi, di un’Italia grottescamente più felliniana di Fellini, e soprattutto avvitata nella cupa sensazione di avere “un grande futuro dietro le spalle”.

Oscar Iarussi, critico cinematografico, è giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Insegna Storia del cinema americano nell’Università di Bari. Tra i suoi libri: “Lettera aperta. Sud, Nord e altre storie” (Manni, 2003), “L’infanzia e il sogno. Il cinema di Fellini” (Ente dello Spettacolo, 2009); ha curato inoltre “Viva l’Italia. Undici racconti per un paese da non dividere” (Fandango Libri, 2004) e il catalogo “Frontiere. La prima volta” (Laterza, 2011).

 

 

 

Volumi – O. IARUSSI, C’era una volta il futuro.


umore di giornata, di mese, di anno, di tempo: “il potere del più buoni” di Giorgio Gaber, da Segni di Paolo del 1948 | Personalità, Cultura e Società: Biografia reticolare

La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi di ciò che ho intorno

sono sensibile ed umano

probabilmente sono il più buono

ho dentro il cuore un affetto vero

per i bambini del mondo intero

ogni tragedia nazionale è il mio terreno naturale

perché dovunque c’è sofferenza

sento la voce della mia coscienza.

Penso ad un popolo multirazziale

ad uno stato molto solidale

che stanzi fondi in abbondanza

perché il mio motto è l’accoglienza

penso al problema degli albanesi

dei marocchini, dei senegalesi

bisogna dare appartamenti

ai clandestini e anche ai parenti

e per gli zingari degli albergoni

coi frigobar e le televisioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

son già iscritto a più di mille associazioni

è il potere dei più buoni

e organizzo dovunque manifestazioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere… dei più buoni…

La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi per ciò che ho intorno

ho una passione travolgente

per gli animali e per l’ambiente

penso alle vipere sempre più rare

e anche al rispetto per le zanzare

in questi tempi così immorali

io penso agli habitat naturali

penso alla cosa più importante

che è abbracciare le piante.

Penso al recupero dei criminali

delle puttane e dei transessuali

penso allo stress degli alluvionati

al tempo libero dei carcerati

penso alle nuove povertà

che danno molta visibilità

penso che è bello sentirsi buoni

usando i soldi degli italiani.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni

è il potere dei più buoni

che un domani può venir buono

per le elezioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere… dei più buoni…

Leggi tutto il testo su: http://singring.virgilio.it/testi/giorgio-gaber/testo-il-potere-dei-piu-buoni.html

Il potere dei più buoni è il lamento prorompente della maggioranza invisibile del Paese, quella che regolarmente, costretta un po’ a vergognarsi per avere lavorato e fatto il proprio dovere, soggiace ad ogni piccolo e macroscopico diritto di ogni minoranza, a volte protetta anche nella propria illegalità. Sorretta in una visione radical chic dell’impegno civile e politico da un sentimento misto, tutto italiano, di solidarismo cattolico e di egualitarismo postcomunista.

Nobili ideali, pessime applicazioni quotidiane. Non è quello di Gaber, compagno di viaggio e utopie giovanili, un inno alla cattiveria, né all’egoismo piccolo borghese, solo una denuncia provocatoria. Una denuncia trascinata da un testo esemplare per efficacia e da una musica appropriata nel suo scandire il crescendo dell’indignazione fino al libertario con i “soldi degli italiani”.

Una denuncia che smaschera l’ipocrisia di un certo atteggiamento sociale e politico, critico verso le intolleranze altrui fino al momento in cui non deve fare i conti personalmente con le emergenze, gli immigrati, la delinquenza, eccetera. In un salotto, in una villa, su una bella auto, la forza di gravità del sociale è molto, molto più sopportabile.

Di buone intenzioni sotto vuoto, protette nel vetro antiproiettile di una teca, il mondo è pieno. Ma è meglio un generosità di facciata, di anime belle, o quella più facile e autentica che cresce, seppur a fatica, lungo le strade del mondo?

Ferruccio De Bortoli, in LA MIA GENERAZIONE HA PERSO, Il Sole 24 Ore, collana io mi chiamo G, 2011


partiti familiari: la famiglia Antonio Di Pietro e le parole di Catone

Si vitam inspicias hominum, si denique mores,
cum culpant alios, nemo sine criminis vivit.

Guardali, gli uomini,
come vivono,
mentre biasimano gli altri: nessuno

è senza colpa

Catone, Distici
Medusa editore

Traduzione di Giancarlo Pontiggia


per la serie: i partiti familiari

Figli e cognati in Parlamento

di Fabio Martini, in La Stampa 30 dicembre 2008
Dunque, andando all’osso, la novità è questa: Cristiano Di Pietro si è dimesso, ma non dalla sua poltrona. Il figlio di Tonino ha lasciato l’Italia dei Valori, il partito di papà, ma resta consigliere provinciale di Campobasso come «indipendente». Al di là della forza (o della debolezza) del gesto simbolico, si può davvero immaginare che le dimissioni siano l’effetto di un lacerante strappo famigliare? Si può davvero immaginare che Cristiano, entrato in politica essenzialmente per grazia paterna, d’ora in poi farà tutto di testa sua? In realtà Tonino e Cristiano Di Pietro sono sempre stati unitissimi tra loro, sin dai tempi nei quali il figlio poliziotto faceva da scorta al padre pm e dunque il loro sodalizio politico è destinato a diventare l’espressione più matura di quel fenomeno, apparentemente antico, che si chiama «partito familiare».

E cioè di come anche i politici avanzino per discendenza dinastica. Con un pater familias potente che irradia il suo potere sui parenti, con lo stesso assolutismo di un Re. Certo, la sera in cui Umberto Bossi si è presentato a palazzo Grazioli ad uno dei vertici del centrodestra accompagnato dal figlio Renzo, Silvio Berlusconi è stato festosissimo e si può capire perché: per il Cavaliere il partito personale è sempre stata una vocazione e tanto meglio se diventa un modello. Naturalmente Silvio chiese di tornare, invito che i due Bossi hanno raccolto. Sorride Bruno Tabacci, un battitore libero che si è formato nella Prima Repubblica: «Ma ve l’immaginate Andreotti, Moro o Fanfani che si presentano ad un vertice con Nenni o Berlinguer portandosi dietro uno dei loro figli? E il buon Amintore di figli ne aveva otto… La verità – ma molti l’hanno dimenticata – è che nella Dc i figli dei leader non potevano entrare in politica sino a quando la parabola politica dei genitori non si fosse conclusa.

Una legge non scritta, ma ferrea». Vero. Rosa Russo Iervolino e Sergio Mattarella, Mario Segni ma anche Antonio Gava sono tutti entrati in scena quando ne erano usciti i loro importanti genitori. Nella Prima Repubblica, seppure con qualche eccezione (Giorgio La Malfa, figlio di Ugo, ebbe in dono il nomignolo di «Gesù Bambino»; Bobo Craxi fu fatto segretario milanese del Psi dal padre Bettino) si usava così. Certo, c’è il precedente memorabile di Galeazzo Ciano che sposò la figlia di Mussolini nel 1930 e, da adetto di ambasciata a Rio de Janeiro, nel giro di 5 anni sarebbe diventato ministro della Stampa e Propaganda e poi degli Esteri. Eppure la novità del familismo in politica scoppia in tutto il suo splendore nella Seconda Repubblica. Per prima cosa sono spuntati i partiti personali – Forza Italia, Rinnovamento Italiano di Dini, l’Italia dei Valori, l’Udeur di Mastella e anche la Lega.Partiti di tradizione democratica hanno smesso di tenere congressi alle scadenze statutarie (dentro An, erede del vivacissimo Msi, l’ultima conta risale a sei anni fa) e passo dopo passo, è spuntato il sottoprodotto del partito personale: la trasmissione dinastica della poltrona.

Che ha colpito tutti. L’ascetico Armando Cossutta che si è portato in Parlamento la figlia Maura, anche il vulcanico leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, che voluto con sé il fratello Marco, il quale ha avuto il coraggio di dire: «Non vedo dov’è lo scandalo. Io nasco calciatore, da qualche anno c’è un leader del centrosinistra che mi stima e mi vuole candidare: in fondo è lui ad averne un vantaggio». Nel 2005Clemente Mastella ha voluto che la moglie Sandra – fino a quel momento digiuna di politica – venisse inserita ed eletta d’ufficio nel listino del Governatore Bassolino e subito dopo ha chiesto che la sua signora presiedesse il parlamentino della Regione Campania, la più popolosa d’Italia dopo la Lombardia. Tra i tanti casi spuntati nel centrodestra, il più orginale è quello di Mariella Bocciardo, la prima moglie di Paolo Berlusconi. Promotrice a Milano di un ristorante, il «Mangia e ridi», rivelatosi poco redditizio (ma al quale si erano associati personaggi come Adriano Galliani e Paolo Romani), la «ex» è stata aiutata a trasferirsi in Parlamento. E Di Pietro? Certo, Cristiano continuerà a presidiare il territorio, ma a Roma – già da qualche mese e per non sentirsi solo – Tonino si è portato dietro il cognato. Gabriele Cimadoro, a Montecitorio era già entrato nel 1998: allora e oggi è noto per i suoi sigari.


Giuseppe De Rita, “gli italiani hanno un difetto: prima danno una delega ampia, inconsueta, spontaneamente unica, ai politici, poi pretendono subito di controllarli moralmente. Pensi a…” (19 settembre 2007)

Professor Giuseppe De Rita, sentito cosa dice Romano Prodi?

“No, mi spiace, sono appena rientrato a casa: che dice?».

Sostiene che sì, certo, la politica deve dare l’esempio: anche se la società italiana non è esente da difetti
.

“Ha ragione. Perfettamente ragione.

E le case comprate a prezzi stracciati dagli enti? E tutti gli sprechi descritti da Stella e Rizzo nel libro «La casta»? E i racconti di
Grillo sulle mille ingiustizie che… 


“Sciocchezze. Quella di criticare i politici è una malattia antica degli italiani”


Professore, un’affermazione così…

«Vede, gli italiani hanno un difetto: prima danno una delega ampia, inconsueta, spontaneamente unica, ai politici, poi pretendono subito di controllarli moralmente. Pensi a…».

A Berlusconi?

«No, vada anche più indietro. Pensi a Mussolini. Lei crede che nei mercati popolari, nei bar, nelle sale dove si giocava a biliardo, al Duce fosse riservato un trattamento diverso? Un popolo che pure per lui riempiva in delirio le piazze, poi non esitava a criticarlo, a raccontare dei privilegi concessi a questo o quel gerarca, piuttosto che ai figli …”

Quindi lei sostiene che gli italiani, in qualche modo, siano vittime di se stessi.

«Dico che sono fatti così. Hanno questo rapporto conflittuale con coloro a cui concedono il potere. Anche se poi le persone che questo potere detengono, sono persone degnissime, di altissima statura morale ed etica».


A chi sta pensando?

«Ad Alcide De Gasperi. Contro di lui si abbattè con una virulenza inimmaginabile quel Guglielmo Giannini…».

L’Uomo Qualunque.

«Un qualunquista, appunto. Perché poi, vede, non è che gli italiani stiano lì con la lente d’ingrandimento a studiare il comportamento dei politici. Danno uno sguardo e poi…».

E poi?

«Attaccano con ingiurie e fischi».

L’elenco, in effetti, è lungo.

“Lungo? Lunghissimo . Tutti sono stati prima o poi, in varie epoche, accusati di cattiva condotta. Può partire dai gerarchi fascisti, dai tipi come Roberto Farinacci, e arrivare ai forchettoni democristiani…».

Ai socialisti…

«Certo, ai socialisti, a Craxi e giungere poi, come diceva lei prima, a Berlusconi. Il quale, due giorni  dopo essere arrivato alla più grande maggioranza parlamentare che si ricordi negli ultimi anni, si è ritrovato accerchiato da Moretti che gli faceva intorno un girotondo di protesta»

Conclusione?

«Gli italiani imparino a dare ai politici meno potere. Non li mandino in Parlamento con una delega a vita. Cinque anni e poi li facciano tornare a casa».


Il contributo dei partiti politici alla formazione dell’identità nazionale, da Italiani e Europei

Home › Le iniziative › Convegni › Il contributo dei partiti politici alla formazione dell’identità nazionale

Il contributo dei partiti politici alla formazione dell’identità nazionaleFoto: Shani N. Warner

La Fondazione Italianieuropei, la Fondazione Istituto Gramsci e l’Istituto Luigi Sturzo, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, organizzano a Roma il 24 e il 25 novembre 2011 il convegno “Il contributo dei partiti politici alla formazione dell’identità nazionale”. L’appuntamento vuole essere un’occasione di riflessione storica e culturale su un tema particolarmente sensibile quale quello della funzione dei partiti politici.

da Il contributo dei partiti politici alla formazione dell’identità nazionale.


Franco Garelli, Religione all’italiana, L’anima del paese messa a nudo

F. GARELLI

Religione all’italiana

L’anima del paese messa a nudo

Collana “Contemporanea”

pp. 256, € 17,00
978-88-15-23373-8
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 03/11/2011

Copertina 23373


“Secolarizzazione e voglia di sacro, crisi delle vocazioni e volontariato, bricolage religioso e potenza del carisma, fede dubbiosa e atei devoti, protagonismo della Chiesa e cattolicesimo su misura. Gli italiani tra religiosità tradizionale e ricerca di nuove spiritualità”.

Da sempre nazione cattolica per antonomasia, in tempi recenti l’Italia ha distillato un cocktail religioso in cui agli ingredienti risaputi del passato si mescolano quelli insoliti del presente: una chiesa sempre (più) attiva nell’arena pubblica, che dà battaglia sui temi della vita, della famiglia e della bioetica, ma anche molte persone che si definiscono cattoliche pur vivendo in modo del tutto secolarizzato; l’emergere di individualismi religiosi e spiritualità alternative, accanto a una fede tradizionale riscoperta grazie agli immigrati musulmani; un sentimento religioso più diffuso e una maggior presenza ai riti rispetto ad altri paesi europei, ma anche la prevalenza di una fede dubbiosa su quella certa; una nuova voglia di sacro e di figure religiose carismatiche, insieme alla crescita di un’”appartenenza senza credenza”.

Franco Garelli insegna Sociologia dei processi culturali e Sociologia della religione nell’Università di Torino. Tra i volumi pubblicati con il Mulino: “Forza della religione e debolezza della fede” (1996), “Sfide per la chiesa del nuovo secolo” (2003), “L’Italia cattolica nell’epoca del pluralismo” (2006) e “La Chiesa in Italia” (2007)

Volumi – F. GARELLI, Religione all’italiana.


Claudio Magris … e anche la logica non si sente troppo bene di g.giossi

Claudio Magris … e anche la logica non si sente troppo bene

 

Livelli di guardia (Garzanti) in uscita in questi giorni raccoglie una serie di riflessioni pubblicate sul Corriere della Sera da Claudio Magris tra il 2006 e il 2011. Sono pezzi dedicati alla Costituzione italiana e alla sua messa in discussione, alla laicità e al rapporto con la Chiesa cattolica, fino ai grandi fatti di cronaca che hanno diviso il paese come il caso Englaro e la vicenda di Welby. Un libro ricco e indignato che libera dagli stretti confini dell’attualità e aiuta a riflettere sul cambiamento di un mondo che oggi più che mai ha bisogno di profondità e di memoria per non perdere l’equilibrio.

Claudio Magris prende così spunto dall’attualità per darle il respiro del tempo storico: una distanza necessaria per degli scritti che sono sì figli dell’indignazione, ma che non tradiscono il bisogno di una riflessione che vada oltre l’angusto…

 

leggi tutto


Rosario Livatino fu ucciso, in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre 1990

Rosario Livatino fu ucciso, in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre ’90 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta mentre – senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto – si recava in Tribunale.

Oltre agli articoli su giornali e riviste nonché ai servizi radiotelevisivi, sulla figura di Livatino sono stati pubblicati:

- Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino, Einaudi, Torino 1992;

- Ida Abate, Il piccolo giudice. Profilo di Rosario Livatino, ILA Palma, Palermo 1992 – Armando Siciliano Editore, Messina 1997;

- Angelo La Vecchia, Fiaba vera, Ed. Meta, Canicattì 1997;

- Ida Abate, Rosario Livatino. Eloquenza della morte di un piccolo giudice, Armando Siciliano, Messina 1999;

- Maria Di Lorenzo Rosario Livatino. Martire della giustizia, Edizioni Paoline, Roma 2000;

- Ida Abate, Il piccolo giudice. Fede e Giustizia in Rosario Livatino, Editrice AVE, Roma 2005.
- Il film Il giudice ragazzino (regia di Alessandro Di Robilant), 1993, è stato liberamente tratto dal saggio omonimo di Nando Dalla Chiesa “Il giudice ragazzino”;

- Il film documentario “Luce verticale. Rosario Livatino. Il martirio del regista Salvatore Presti; vincitore nell’ottobre 2007 del premio nella sezione “Ritratti” alla decima edizione del “Religion Today Film Festival”.

-

- Il CD Musicale “Il mio piccolo Giudice” prodotto e arrangiato da Fausto Mesolella con le voci di Maria Luisa CorboPeppe ServilloSalvatore Nocera e del professore Giuseppe Peritore; da un’idea, progetto e produzione esecutiva di Giuseppe Cartella.

- La phonostoria Qualcosa si è spezzato su testi di Rosario Livatino; prodotto da Centro Europeo Risorse Umane e Multimedia San Paolo in collaborazione con Caritas Italiana, Ufficio Nazionale per i Problemi sociali ed il Lavoro, e Centro sportivo italiano.

L’Associazione “TECNOPOLIS”, editrice del mensile“Opinioni”, ha curato la pubblicazione in due distinti quaderni delle relazioni di Rosario Livatino “Il ruolo del Giudice nella società che cambia” del 7 aprile 1984 e “Fede e Diritto” del 30 aprile 1986″ che si sta cercando di far distribuire tramite il Consiglio Superiore della Magistratura, il Ministero di Grazia e Giustizia o la Presidenza di Camera e Senato e della Repubblica ai neo magistrati e neo avvocati con la semplice corresponsione di un minimo contributo per copia da destinare all’autofinanziamento delle spese dell’auspicato “Processo Diocesano di Canonizzazione”.Associazione Amici del Giudice Rosario Livatino.


Silvio Forever, un film di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, andato in onda su La7. Dibattito fra Enrico Mentana, Paolo Mieli, Giuliano Ferrara

http://www.silvioforever.it/


Il paese dei buoni e dei cattivi Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare di Federica Sgaggio, Minimum Fax editore


Il paese dei buoni
e dei cattivi

Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare
di Federica Sgaggio

Siamo sommersi dalle notizie: fra quotidiani, televisione, internet, ciascuno di noi riceve ogni giorno migliaia di dati. Eppure non ci sentiamo più informati; anzi, questo immenso flusso è dispersivo, ci lascia confusi, ci fa sentire la mancanza di qualcuno che ci aiuti a non naufragare. Così da un po’ di tempo in qua i mezzi di informazione hanno preso alla lettera questo bisogno e, invece di darci le notizie, ci dicono direttamente qual è la parte per cui tifare.
Dagli appelli-petizioni che sostituiscono gli approfondimenti, ai racconti emotivi, ai dibattiti tv che prendono il posto delle inchieste, ai personaggi simbolo come Saviano o Santoro che funzionano da eroici tutori della verità: il giornalismo ha risolto il problema del mappare la sempre maggiore complessità del nostro mondo, semplicemente dividendolo in buoni e cattivi. Tanto a noi, invece di capire qualcosa in più della realtà, basta sentirci dalla parte giusta. 
Il paese dei buoni e dei cattivi è un libro intelligente, documentatissimo, appassionato nel suo modo di mettere in discussione la voce dei media, che ci fa riscoprire lo strumento migliore per orientarci nel mondo dell’informazione: la nostra libertà

collana: Indi
prezzo: 15 euro
pagine: 300


Berlusconi: “La frase sul Paese di merda? Sì ma era notte…” | Blitz quotidiano

 “La frase sul Paese di m.? Sì, ma son cose che si dicono a notte inoltrata”.

Non è facile per il premier di una nazione, grande o piccoloa che sia, giustificare una frase come quella riferita a Berlusconi e intercettata nelle sue conversazioni notturne con l’”amico” (le procure non riescono a dare altre definizioni pertinenti) Lavitola.

Per riuscire nell’impresa di auto-difendersi, il presidente del Consiglio sceglie l’attacco, come nel suo stile, unito alla lamentazione. Il contrario dello stile britannico (never explain, never complain): e infatti per quel “shitty country” (paese di merda) gli inglesi, dal Guardian al Financial Times, si chiedono solamente come mai durante i drammatici giorni dell’attacco speculativo all’Italia, il suo premier passava le notti a discutere con i suoi avvocati. O con i suoi amici.

da Berlusconi: “La frase sul Paese di merda? Sì ma era notte…” | Blitz quotidiano.


Napoli, arrestato Tarantini con la moglie per estorsione a Berlusconi. Lavitola latitante | Blitz quotidiano

L’inchiesta che ha portato all’arresto di Tarantini – l’imprenditore barese che nel 2008 aveva portato Patrizia D’Addario a palazzo Grazioli – era stata al centro di una anticipazione, il 24 agosto scorso, del settimanale Panorama. Nell’indagine anche Valter Lavitola, direttore ed editore del quotidiano online Avanti!, per il quale è stato chiesto l’arresto. L’inchiesta è condotta dai sostituti procuratori Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli. Secondo Panorama, l’estorsione ai danni del Cavaliere sarebbe consistita in un versamento di 500 mila euro a Tarantini e in altre somme(20mila euro) versate ogni mese per pagare l’affitto della casa romana, forse quella in via Veneto dove oggi l’imprenditore barese e la moglie sono stati arrestati. Il presidente del Consiglio ha negato di essere vittima di un’estorsione e a Panorama ha dichiarato: ”Ho aiutato una persona (cioè Tarantini, ndr) e una famiglia con bambini che si è trovata e si trova in gravissime difficoltà economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio”.

L’ipotesi della procura di Napoli, secondo la ricostruzione di Panorama, è che Tarantini abbia ricevuto il compenso per continuare a dichiarare, nel processo barese in cui è indagato, che Berlusconi non sapeva di ospitare alle sue feste escort prezzolate dallo stesso imprenditore pugliese. Secondo l’accusa, il mezzo milione sarebbe dovuto servire, soprattutto, a convincere Tarantini a scegliere la strada del patteggiamento in un procedimento in cui sarebbe l’unico imputato, evitando così un processo pubblico con la conseguente diffusione di intercettazioni telefoniche ritenute imbarazzanti per il premier.

da Napoli, arrestato Tarantini con la moglie per estorsione a Berlusconi. Lavitola latitante | Blitz quotidiano.


Quei 500 mila baby pensionati – Corriere della Sera

….

ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby, liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d’età: 535.752 per la precisione, che costano allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l’anno. Ancora oggi l’Inpdap, l’ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse sotto i 50 anni: di queste più di 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini, per una spesa nel 2010 di 7,4 miliardi. A queste pensioni si sommano 106.905 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) per un costo di altri 2 miliardi.

Sempre secondo i dati del Casellario centrale, l’età media di questo mezzo milione di pensionati baby sta tra 63,2 anni (per chi ha lasciato il lavoro nella fascia d’età 35-39 anni) e 67 (per chi ha lasciato a 45-49 anni). Questo significa che stanno prendendo l’assegno come minimo da 18-24 anni e che, considerando la speranza di vita, continueranno a prenderlo per un’altra quindicina d’anni.

I baby pensionati ricevono in media una pensione lorda di circa 1.500 euro al mese. Importi generosi considerando che mediamente vengono pagati per più di 30 anni e che hanno alle spalle pochi contributi. Tanto che di solito un pensionato baby incassa minimo tre volte quanto ha versato. Se anche si volesse limitare il contributo a coloro che sono andati in pensione prima dei 45 anni, la platea sarebbe ampia: 240.063 assegni per un costo di 3,8 miliardi l’anno.

Le pensioni concesse sotto i 50 anni sono concentrate al Nord (il 65% circa). Al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi. Seguono: Veneto, Emilia Romagna e Piemonte.

Quei 500 mila baby pensionati – Corriere della Sera.


LUCA RICOLFI: L’opposizione neo-romantica, La Stampa 22 giugno 2011

 

A dieci giorni dai referendum, con un governo che ha ammesso la sconfitta e riconosciuto la propria crisi di consenso, è forse possibile cominciare a ragionare con serenità della «vittoria» referendaria e del suo significato.

 

Personalmente sono sbalordito dalla convergenza dei commenti di tanti osservatori, siano essi politici, giornalisti, intellettuali. Secondo la visione prevalente, la schiacciante vittoria dei quattro sì al referendum segnerebbe non solo la sconfitta del berlusconismo (e fin qui nulla da dire), ma una sorta di risveglio democratico degli italiani, anzi del «popolo» italiano. Per Barbara Spinelli, ad esempio, con la vittoria referendaria sarebbe nientemeno che «una filosofia politica a franare, come la terra che d’improvviso si stacca dalla montagna e scivola». Il voto del 13 giugno rappresenterebbe «il futuro che d’un tratto irrompe», perché «il popolo è uscito dai dogmi», «ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura». Sulla stessa lunghezza Roberto Saviano, per il quale «un popolo si è messo in marcia», e «quello che sta avvenendo è una sorta di mutazione dell’indifferenza», qualcosa che «ha un sapore rivoluzionario»; qualcosa che «sa di rivoluzione liberale così come la intendeva Gobetti». Né si sottrae alla tentazione di evocare il popolo il solitamente assai sobrio Massimo Mucchetti, che – dopo avere denunciato sul Corriere della Sera la demagogia dei referendum sull’acqua – ora riconosce nell’esito di quei medesimi referendum l’espressione della «cultura di un popolo», che prende congedo dai miti del pensiero unico liberista, e «manifesta la sua preoccupazione per l’influenza enorme che conserva l’industria finanziaria».

 

Se si tolgono alcune eccezioni, fra cui quelle di Luigi la Spina (La Stampa del 18 giugno) e Giuseppe De Rita (Corriere della Sera del 20 giugno), la chiave dei commenti è per lo più quella. Dopo un lungo letargo, gli italiani sarebbero finalmente tornanti alla politica, la società civile si sarebbe risvegliata, la domanda di partecipazione sarebbe risorta. E alla base di tanti ritorni, risvegli e risorgimenti ci sarebbe lei, la rete, con la sua straordinaria capacità di fare politica, animare le discussioni, alimentare la comunicazione, muovere le coscienze, suscitare rivoluzioni più o meno silenziose, più o meno cruente.

 

Ma ne siamo sicuri? Non c’è un tantino di overstatement in questa pioggia di analisi concordanti?

 

Non ho molti dubbi sul fatto che gli elettori si siano stancati di Berlusconi, se non altro perché non ho mai creduto al mito degli italiani incantati da lui (una mia vecchia stima del numero effettivo di fan del Cavaliere dava: 6% del corpo elettorale); perché era almeno un anno che tutti i sondaggi registravano l’inesorabile erosione della fiducia nel premier; perché, secondo i medesimi sondaggi, il sorpasso della sinistra nei confronti della destra si era già consumato nelle settimane prima del voto amministrativo. Il congedo da Berlusconi era nell’aria, e credo sia non solo incontrovertibile, ma anche definitivo. Quello su cui ho dei dubbi è che un’opinione pubblica che fino a ieri veniva descritta come carente di spirito civico, apatica, anestetizzata, manipolata dai giornali e dalle tv, si sia improvvisamente trasformata in una comunità virtuosa di cittadini preoccupati del bene comune. I miei dubbi, lo confesso, in parte riposano su convinzioni (indimostrabili) sul carattere degli italiani, sulla lentezza dei processi di maturazione dello spirito civico, sui tempi lunghi che i cambiamenti culturali – quelli veri e profondi – richiedono per affermarsi. In parte, però, i miei dubbi riposano su semplici, elementari dati di fatto: i referendum su cui eravamo invitati a votare erano quattro, diversissimi fra loro nel contenuto, ma la percentuale di sì è risultata sostanzialmente la stessa, il 95%. Come è possibile se l’opinione pubblica è critica, informata, riflessiva, capace di valutare i pro e i contro delle varie scelte?

 

Qualcuno dice che è il meccanismo del quorum. Ma perché mai? Se non fosse stato essenzialmente un voto contro Berlusconi, avremmo avuto tantissimi sì sul legittimo impedimento (sacrosanti), tanti sì sul nucleare (comprensibilissimi, dopo Fukushima), ma sull’acqua e sui servizi pubblici locali avremmo avuto delle percentuali normali, quelle che si registrano sempre quando su un tema controverso discutono cittadini ben informati, secondo i principi della democrazia deliberativa lanciati da James Fishkin. Quando un tema è complesso e ci sono molti argomenti pro e molti contro, gli esiti sono del tipo 60-40, oppure 70-30, al limite 80-20. Ma mai 95-5. Se succede così, vuol dire che – per un complesso più o meno evidente di cause – il contesto della discussione è stato poco democratico: i media latitavano, i partiti non hanno saputo fare il loro mestiere, le informazioni erano insufficienti o unilaterali, la gente non aveva tempo o voglia di documentarsi, le pressioni di gruppo a conformarsi all’opinione della maggioranza erano soverchianti. Sulle questioni importanti, sui problemi veri, le «percentuali bulgare» non sono mai un bel segnale, un segnale di vitalità della democrazia. E anche ammesso che le percentuali bulgare (95 a 5) si spieghino con il fatto che chi era per Berlusconi è stato a casa, resta il fatto che la maggioranza democratica che è andata a votare ha mostrato una sorprendente incapacità di distinguere, ragionare sulle cose, valutare i pro e i contro delle varie opzioni. Tutte capacità che, a mio parere, costituiscono il nucleo portante di una opinione pubblica democratica, informata, esigente con la politica e con sé stessa.

 

Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che quello cui stiamo assistendo sia sì un risveglio, ma non della democrazia e della partecipazione. Un risveglio dal sonno dell’era berlusconiana, che tuttavia sembra sospingerci in un nuovo sonno, quello di un’opposizione neo-romantica, in cui la gente esprime umori, sentimenti, emozioni, stati d’animo, credenze, convinzioni morali, ma non si preoccupa granché di valutare le conseguenze delle proprie scelte. Per dirla con Max Weber, una sorta di primato dell’etica della convinzione su quella della responsabilità.

 

E’ questa, a mio parere, l’eredità più negativa dell’era berlusconiana. Aver trasformato la politica in uno scontro di fazioni, in cui conta solo annientare l’avversario, e nulla valgono le idee, i contenuti, le proposte, i dettagli. E mi preoccupa molto che nel principale partito di opposizione, in nome della spallata a Berlusconi, tanti riformisti siano finiti in minoranza, schiacciati da un apparato sempre pronto a cambiare linea e parole d’ordine non appena le circostanze lo rendano conveniente. Può anche darsi che, passata l’euforia del momento, il Partito Democratico torni sui suoi passi, e – pagato pegno alla piazza – ricominci a parlare di liberalizzazioni, efficienza dei servizi, costi dell’energia, mercato del lavoro, senza tabù e senza schemi ideologici. Ma mi sembra più probabile che Bersani sia travolto dai fantasmi che ha evocato, e la deriva neo-romantica dell’opposizione prenda il sopravvento. In quel caso la soddisfazione di avere chiuso l’era berlusconiana ci consolerà per un po’, ma ben presto potremmo accorgerci che i problemi dell’Italia sono rimasti quelli di sempre, e non c’è ancora una classe politica all’altezza di essi.

 

Luca Ricolfi – LA STAMPA – 22 giugno 2011



Laurea Magistrale Honoris Causa in Scienze Pedagogiche a Virginio Colmegna, 1. presentazione di Duccio Demetrio; 2. Lectio Doctoralis di Don Virginio Colmegna

Laurea Magistrale Honoris Causa in Scienze Peda…, posted with vodpod

Italiani, facciamoci la festa, da VoceArancio » Blog Archive »

Torino, Roma, Firenze e non solo: tutto il Paese celebrerà il suo 150esimo compleanno. I posti da visitare e gli eventi da non mancare per una notte tricolore indimenticabile

.

«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue. Articolo unico: “Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”. Torino, addì 17 marzo 1861» (legge n. 4671 del Regno di Sardegna, valida come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, promulgata il 17 marzo e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 68 del 18 marzo 1861).Il 17 marzo 2011 è stato scelto dalle istituzioni come data simbolo per festeggiare i 150 anni dall’Unità d’Italia. Il nostro Paese nella sua storia ha già celebrato due anniversari: nel 1911 il cinquantenario (per l’occasione a Roma s’inaugurarono il Vittoriano, la Galleria nazionale d’arte Moderna, il Palazzo di Giustizia, il Palazzo delle Esposizioni, tre ponti sul Tevere ecc.), nel 1961 il centenario (le celebrazioni furono intitolate Italia61 e si tennero principalmente a Torino dal 6 maggio al 31 ottobre).

Con un decreto legge il governo ha stabilito che il 17 marzo sarà festa nazionale:
scuole e uffici pubblici rimarranno chiusi. La festività e la conseguente chiusura dei luoghi di lavoro ha trovato d’accordo i lettori di VoceArancio. Il 75% di quanti hanno partecipato al nostro sondaggio (2716 in tutto) ritengono sia giusto celebrare l’anniversario dell’Unità nazionale lontano dal lavoro, uno su quattro, invece, pensa si possa festeggiare anche in ufficio. Giovedì 17, però, non sarà un festivo ai sensi dell’articolo 5 della legge che disciplina il trattamento economico da riservare alle festività, sarà una giornata festiva ma senza diritto alla retribuzione. Per equilibrare la giornata di festa senza retribuzione si è stabilito che per il solo anno 2011 gli effetti economici e gli istituti giuridici e contrattuali previsti per la festività soppressa del 4 novembre non si applicheranno a tale ricorrenza ma, in sostituzione, alla festa nazionale per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Il logo ufficiale del 150° anniversario dell’Unità è formato da tre bandiere tricolore che sventolano, a rappresentare i tre giubilei del 1911, 1961 e del 2011 in un collegamento ideale tra le generazioni.Il logo ufficiale del 150° anniversario dell'Unità

Le celebrazioni sono distribuite durante tutto l’anno ma si concentrano in particolar modo nella giornata del 17 marzo. Ogni comune festeggerà con giochi pirotecnici, musei aperti il 16 marzo durante la Notte tricolore,musica nelle piazze ecc. Ecco gli eventi principali che si svolgeranno in alcune città della penisola (e relativi alberghi con stanze ancora libere).

Torino, città del Risorgimento per antonomasia, ha varato appositamente per l’anniversario il progettoEsperienza Italia, che comprende nove mesi di eventi. Per la Notte tricolore gli architetti Italo Lupi, Ico Migliore e Mara Servetto hanno vestito a festa la Mole antonelliana, il monumento simbolo della prima capitale, con un’installazione luminosa che verrà accesa la notte del 16 marzo e rappresenterà la bandiera tramite led di luce bianca, rossa e verde. Per i golosi, dalle 21 di mercoledì 16 marzo, partirà un’edizione straordinaria di Cioccolatò. In piazza Vittorio ci sarà un’Italia interamente di cioccolato lunga oltre 13 metri e dal peso di 14 tonnellate che riprodurrà in scala alcuni fra i suoi principali monumenti. Gli amanti della musica potranno ascoltare, sempre in piazza Vittorio dalle 21.30, artisti che si esibiranno per rappresentare la ricchezza delle diverse culture territoriali del nostro Paese: Roberto Vecchioni e Davide Van De Sfroos (Lombardia), Beppe Dettori dei Tazenda (Sardegna), Peppe Voltarelli (Calabria), Irene Fornaciari (Emilia Romagna), Syria (Lazio), Luigi Maieron (Friuli Venezia Giulia), i Buio Pesto (Liguria), i Tinturia (Sicilia), i Nidi d’Arac (Puglia), Lou Dalfin (Piemonte), Luca Morino dei Mau Mau (Piemonte) e Pisti (Piemonte). A seguire uno spettacolo pirotecnico che avrà come asse centrale il Ponte Vittorio Emanuele I. Infine, sempre a Torino, il 17 marzo s’inaugurano le mostre Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale presso le Officine Grandi Riparazioni e La bella Italia. Arte e identità delle città capitali nella Venaria Reale, che raccontano la storia, l’arte, il gusto, la moda e il futuro del nostro Paese.

Due consigli per alloggiare a Torino: VitaminaM, bed&breakfast di design, in centro, vicino alla stazione di Porta Nuova (prezzi per camera matrimoniale, colazione compresa, da 100 a 120 euro) e Hotel Italia, un tre stelle sempre in zona centrale con tariffe per doppia o matrimoniale da 85 a 165 euro. Per informazioni turistiche su Torino e provincia c’è turismotorino.org, sul Piemonte piemonteitalia.eu. Per prenotare e vivereEsperienza Italia è nato anche il sito www.italia150travel.it.

A Firenze una bandiera di 15 metri sventolerà sul Campanile di Giotto, in piazza del Duomo, principale luogo delle celebrazioni con stand di artigianato e musica dal vivo. Anche nel capoluogo toscano nella notte i musei statali e comunali rimarranno aperti alle visite fino all’una e saranno gratuiti. Dalle 19 piazza Santa Croce in Gerusalemme diventerà un palco a cielo aperto per le letture pubbliche della Divina Commedia. Prima della cerimonia al nuovo Auditorium, alle 22.30, si esibiranno in piazza Signoria i ballerini di Maggio Danza. Per l’occasione sarà allestita una via del Tricolore, un percorso, da piazza Beccaria attraverso Borgo la Croce, passando da Borgo degli Albizi e via del Corso fino a piazza della Repubblica, completamente addobbato in bianco, rosso e verde. Per gli eventi in tutta la Toscana si può visitare il sitointoscana.it/150italiaunita.

Per un soggiorno a Firenze l’offerta degli alberghi è molto ampia. Nel centro storico della città, nel quattro stelle Calzaiuoli, una doppia standard si paga da 99 euro in su. Per una soluzione più economica ci si può rivolgere all’ostello Villa Camerata, ospitato in una villa del Quattrocento immersa nel verde ma vicina al centro storico. Qui si può dormire in una stanza per quattro persone con 20 euro a notte.L'ingresso di una mostra romana dedicata ai 150 dell'Unità

A Roma l’Unità d’Italia si festeggia in musica: il 16 marzo alle 20.30 all’Auditorium Conciliazione l’Orchestra sinfonica dell’Europa unita eseguirà Norma – Libera Fantasia e Variazioni per pianoforte e orchestra e il 17 alle 21, al Teatro dell’Opera, il maestro Riccardo Mutidirigerà il Nabucco di Verdi. Inoltre saranno aperti durante la sera e la notte del 16 musei, palazzi pubblici, spazi di cultura e biblioteche nelle zone interessate dai festeggiamenti: piazza del Campidoglio, via XX Settembre e via del Quirinale, piazza Venezia e via dei Fori Imperiali, piazza dei Cinquecento (Stazione Termini) e via Nazionale, piazza Vittorio, via Veneto, corso Vittorio Emanuele fino a Castel Sant’Angelo, Trastevere, via del Corso (da piazza Venezia a piazza Colonna). Per conoscere il programma completo delle iniziative ci sono il sito del comune di Roma e il call center culturale e turistico di Roma Capitale (060608), eccezionalmente attivo il 16 marzo fino alle due di notte.

Il presidente Napolitano celebrerà il 17 marzo alla Camera dei deputati. Salutato da un picchetto d’onore, il capo dello Stato sarà accolto all’ingresso di Montecitorio dai presidenti di Camera e Senato. Prima dell’inizio della seduta comune i presidenti visiteranno una mostra, allestita nel Transatlantico, di documenti storici relativi al 1861 e al 1948. In Aula la banda militare Interforze eseguirà l’Inno d’Italia e, subito dopo, Schifani, Fini e Napolitano pronunceranno il loro discorso d’omaggio al Paese.

Per dormire nel centro della Capitale a due passi da piazza di Spagna c’è l’hotel Doge, dove una stanza matrimoniale con colazione si può prenotare per 80 euro a notte. Un’alternativa può essere quella di alloggiare in una zona più periferica ma ben collegata: il b&b Pascià si trova a venti minuti dai principali monumenti, nel quartiere Pigneto, considerato tra i nuovi fulcri della vita artistica di Roma. Con 55 euro a notte si dorme e si fa colazione in due.

A Napoli un evento speciale al Teatro San Carlo celebra la Notte tricolore. Dalla mezzanotte del 17 l’étoile Roberto Bolle intepreterà in anteprima le più suggestive scene dei duelli di armi e d’amore del Roméo et Juliette di Amedeo Amodio su musiche dell’omonima sinfonia di Berlioz. L’evento, aperto al pubblico, verrà trasmesso con due collegamenti in diretta da Rai Uno nel corso della trasmissione condotta da Pippo Baudo per i festeggiamenti dell’Unità nazionale.

In piazza Dante, a partire dalle ore 14, sul palco si alterneranno artisti e musicisti tra cui Daniele Silvestri, Edoardo Bennato, i Rio, Francesco Baccini, gli Osanna, gli A’67 ecc. Previsti interventi di Raffaele Cantone, Sonia Alfano, Loris Mazzetti, Marco Ligabue, Sabina Guzzanti, Dario Vergassola, Bice Biagi ecc.

Per celebrare l’unità d’Italia il Grand Hotel Santa Lucia, situato sul lungomare partenopeo a ridosso di Caste dell’Ovo, ha preparato l’offerta speciale Italia Unita che prevede un omaggio e il 20% di sconto sulle normali tariffe per soggiorni di almeno tre notti. In alternativa nel centro di Napoli si può scegliere il b&bAlloggio Maria dall’ottimo rapporto qualità/prezzo: una doppia va dai 50 ai 75 euro per notte.

Il comune di Palermo ha organizzato, per i 150 anni dall’Unità, una sfilata di carrozze e militari a cavallo in divisa d’epoca che partirà il 17 marzo alle 9.30 per arrivare a Villa Travia, dove ci saranno un concerto e un saggio equestre dei reparti a cavallo delle Forze Armate. Alle 21 Salvo Piparo porterà sul palco del museo delle marionette Antonio Pasqualino, in piazzetta Niscemi, I racconti di notte tempo – Storia di Peppino Garibaldi per bocca di un guitto, il racconto delle memorie garibaldine dallo sbarco a Marsala all’arrivo a Calatafimi, una maniera originale di ricordare il Risorgimento.

La mole antonelliana, la notte del 16 illuminata da luci verdi, bianche e rossePer dormire a Palermo ci sono posti disponibili nell’hotel Ucciardhome, tariffe da 99 euro a notte per camera con colazione inclusa, o all’hotel Joli, ospitato in un palazzo in stile liberty nel centro di Palermo, dove una doppia, con colazione e servizio wi-fi compresi nel prezzo, costa 69 euro.

A Cagliari i giovani saranno i principali protagonisti degli eventi in calendario.Gli appuntamenti spaziano dalle mostre tematiche alle visite guidate ai palazzi delle istituzioni e ai monumenti di maggiore interesse architettonico. Nella notte fra il 16 e il 17 marzo, dalle 19, tanti i concerti in giro per la città eseguiti da diverse bande, tra cui quello itinerante della banda musicale Stanislao Brigata di Samassi lungo le vie della Marina e quello della banda della Brigata Sassari lungo l’itinerario dove sono posizionate le Isole del Gusto (via Roma, largo Carlo Felice, via Manno, piazza Costituzione). Il 17 marzo avrà inizio con la cerimonia dell’alzabandiera in piazza Martiri d’Italia, inserita fra i Luoghi della Memoria censiti dall’Unità tecnica di missione della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Per dormire a Cagliari: al quattro stelle T Hotel una doppia costa 129 euro a notte, al piccolo Albergo Aurora bastano 35 euro a persona.

da: VoceArancio » Blog Archive » Italiani, facciamoci la festa.


Censis, Una visione di futuro per l’Italia. Un mese di sociale 2010

Una visione di futuro per l’Italia. Un mese di sociale 2010 Autori e curatori:CensisContributi:Giuseppe De RitaCollana:CensisArgomenti:Politica, società italiana - Sociologia economica, del lavoro e delle organizzazioniLivello:Studi, ricercheDati:pp. 96,     1a edizione  2011  (Cod.139.26) Una visione di futuro per l'Italia. Un mese di sociale 2010 In breveLa riflessione del Censis “Un mese di sociale/2010” è dedicata questa volta a un esercizio division, per andare oltre i consolidati schemi di interpretazione fenomenologica e immaginare un futuro possibile per il Paese. Come staremo al mondo? Quali grandi sfide saranno per noi decisive nei prossimi anni? E come si riorganizzerà la comunità nazionale?

Presentazione
del volume:
Una visione di futuro per l’Italia è il titolo dell’appuntamento di riflessione del Censis “Un mese di sociale/2010″, dedicato questa volta a un esercizio di vision, per andare oltre i consolidati schemi di interpretazione fenomenologica e immaginare un futuro possibile per il Paese.
Come staremo al mondo? Quali grandi sfide saranno per noi decisive nei prossimi anni (le risorse di base, il nuovo ciclo tecnologico, l’evoluzione demografica mondiale, i sistemi valoriali nuovi)? E come si riorganizzerà la comunità nazionale? Il ciclo lungo dell’individualismo ci ha portato alla molecolarità delle imprese e del lavoro, allo sfarinamento delle diverse forme di rappresentanza collettiva, alla grande liberazione dei diritti e alla deregulation dei comportamenti, a un crescente primato del soggettivismo etico. La nostra società è stata segnata dal declino del potere ideologico e da una crescita del “potere nudo” (personale, finanziario, mediatico). Chi saranno i players del nuovo potere? E quali strade percorreranno per favorire il passaggio dal potere all’egemonia?

Indice:
Giuseppe De Rita, Introduzione. Cultura Censis e vision
Come staremo al mondo?
Qualità delle relazioni e destino comunitario
Incontro con Salvatore Natoli
Riarmo morale e trasparenza del potere
Giuseppe Roma, Affarismo e clientele annebbiano il futuro
Appendice. Ecco come staremo al mondo.

Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 12,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856833553
Tipologia: E-book
Prezzo: € 9,00
Possibilità di stampa: No
Possibilità di copia: No
Possibilità di annotazione: Si
Portabilità: Si
Ottimizzazione: per PC, Mac, NoteBook, NetBook
Codice ISBN 13: 9788856829921
Formato: PDF per Digital Editions
Dimensione: 1018 KB
Informazioni sugli e-book

Scarica Adobe® Digital Editions

Clicca qui per provare l'e-book

da: Una visione di futuro per l’Italia. Un mese di sociale 2010.


150 gli anni dell’Italia, Fondazione Corriere

150 Gli anni dell’Italia

11 ottobre 2010
Ernesto Galli della Loggia
Il Nord, il Sud e il Risorgimento

18 ottobre 2010
Guido Melis
La costruzione e lo sviluppo dello Stato unitario

8 novembre 2010
Roberto Pertici
L’Italia unita tra Stato e Chiesa

29 novembre 2010
Angelo Panebianco
La politica in Italia tra trasformismo e culture politiche forti

17 gennaio 2011
Walter Barberis
Una storia, tante memorie: la formazione di una difficile identità nazionale

24 gennaio 2011
Giuseppe Berta
Lo sviluppo del capitalismo e dell’imprenditoria italiani

31 gennaio 2011
Simonetta Soldani
Fratelli d’Italia: e le sorelle?

7 febbraio 2011
Sergio Romano
L’Italia tra le nazioni

14 febbraio 2011
Michele Salvati
La democrazia in Italia

21 febbraio 2011
Salvatore Veca
Milano, ovvero il ruolo ambiguo di una capitale altr

da: Fondazione Corriere – Iniziative e Progetti.


Perché Ruby non cambia il consenso per Berlusconi?, un’analisi della corrispondente da Roma, Rachel Donadio,

Alla stampa estera, generalmente parlando, Berlusconi non piace. Ieri il Sunday Times ha dedicato una pagina feroce ai “ bunga bunga files”. Lo stesso hanno fatto Sunday Telegraph, e Observer. Francesi e tedeschi ci hanno dato dentro nei giorni scorsi, per non parlare dei siti, che tengono volentieri i casi del Cavaliere sulle loro home page. Tre giorni fa, infine, il New York Times ha dedicato il suo inserto settimanale al Cavaliere: strillone in copertina chiassosa («A prisoner in this world that he created» , cioè «Prigioniero del mondo che ha creato» ), faccia del premier ghignante e dentro un’analisi della corrispondente da Roma, Rachel Donadio, che si scervella per capire come mai con questo po’ po’ di valanga addosso Berlusconi continui a dominare i sondaggi, con perdite irrisorie in punti percentuali.

Già, come mai?
La Donadio dà due risposte. Primo, l’opposizione non ha né un programma né un candidato credibile. Dunque, anche i moderati che volessero piantarla con Berlusconi non saprebbero a chi votarsi. Seconda risposta: «L’Italia ha una cultura della sopravvivenza, radicata nel meccanismo più classico: la rassegnazione fatalistica» . A sua volta questa condizione discenderebbe dalla nostra «intrinseca cultura cattolica del perdono» . È una lettura facile, direi, che potremmo un po’ complicare aggiungendo che gli italiani sono nello stesso tempo di cultura cattolica e miscredenti, scettici e nello stesso tempo infiammabili. Mettiamoci che storicamente la sinistra rappresentata dai partiti non è mai stata maggioranza nel Paese e che siamo troppo ricchi da un verso e troppo interessati dal nostro particolare per appassionarci davvero alle grandi questioni, specialmente se morali. Flaiano e Longanesi dicevano che qui non si può combinare niente di serio perché ci conosciamo tutti. Il premier ha qualche ragione quando dice ai suoi che, nel profondo, i suoi compaesani lo vivono come un loro simile. Egli ci ha poi resi ancora più coerenti al suo modello con la lunga seduzione televisiva, nella quale è cresciuta ormai un’intera generazione. La Donadio scrive che la bacchetta magica di Berlusconi ha reso invisibile il confine tra fiction e realtà. O meglio: la fiction è diventata realtà e la realtà fiction, ne viene che la nostra capacità di giudizio è a questo punto ottusa.
Concretamente: se si tornasse a votare Berlusconi vincerebbe di nuovo?
Mannheimer, il grande sondaggista, dice di sì. Nell’ultima settimana i consensi per il Pdl sono addirittura, di poco, aumentati. Del resto l’altro importante studioso dei flussi elettorali, Roberto D’Alimonte, aveva registrato la stessa cosa, imputandola soprattutto alla debolezza dell’opposizione. Perciò se si va al voto il Cavaliere prende più voti di tutti. È anche per questo che l’opposizione le elezioni non le vuole assolutamente.
Allora come sperano di buttarlo giù?
Non potendo buttarlo giù dal basso, sperano di buttarlo giù dall’alto, cioè isolandolo all’interno del suo stesso sistema di potere. Convincendo la Lega, per esempio. Ieri, s’è allontana di qualche millimetro dal premier anche il presidente di Confindustria, Marcegaglia. Da Fabio Fazio, ha denunciato l’immobilismo del governo, sostenendo che se questo governo non è in grado di fare le riforme «bisogna fare altre scelte» . «Serve stabilità ma non fine a se stessa». Tremonti? Le andrebbe bene, però «un nuovo primo ministro deve avere la maggioranza in Parlamento e deve essere indicato dagli elettori» .
I processi non bastano?
Berlusconi sarà delegittimato, ma anche i magistrati non godono di tutto questo credito. Anzi: nelle classifiche che vengono ogni tanto stilate dagli istituti specializzati, si vede che occupano posizioni basse. Del resto, chi ha vissuto l’esperienza del processo di rado ne è uscito con la sensazione che sia stata fatta giustizia. Questo punto, a quanto pare, non interessa nessuno di quelli che dànno la caccia al premier.
Se è per questo, neanche la stampa deve godere di tutta questa fiducia, visto che paginate intere di accuse e scandali non riescono a spostare l’elettorato. Non crede?
Sì, la gente diffida anche dei giornali. Ma qui c’è anche il dominio del Cavaliere sulla parte dei media che ruota intorno alla tv. I tre canali Mediaset e i primi due Rai o lo difendono a spada tratta o parlano d’altro. Guardano Raitre quelli che sono già convinti, sicché Santoro o Ballarò convertono solo chi è già convertito, come dice Aldo Grasso. Berlusconi cioè è delegittimato in una società in cui tutti sono delegittimati. Vale a dire: gli italiani sentono di non potersi fidare completamente proprio di nessuno. E allora tanto vale…

da: ALTRI MONDI.


Eugenio Scalfari: Beppe Grillo impersona il peggio del carattere italiano


Eugenio Scalfari, L’uomo che non credeva in dio, Einaudi 2008

 

  • studio sull’Io
  • come il vissuto della persona condiziona i pensieri e – viceversa – come i vissuti condizionano il pensiero
  • il controllo sulla psiche nella relazione con il padre e la madre
  • la scoperta del “lato oscuro delle cose”: l’irruzione dell’Es
  • tenere assieme il tetto della coppia genitoriale (sicurezza) espone al rischio di non sapersi confrontare con l’imprevedibilità della vita (rischio)
  • la terza via costituita dalla sindrome del “genitore dei propri genitori”
  • i “buoni” e i “cattivi”: soggettività di queste etichette
  • ciascuno si pone al centro dell’universo
  • da cui la soggettività mobile e la relatività dei giudizi
  • le “stelle danzanti” di Nietzsche
  • le sconfitte nello spazio civile
  • Beppe Grillo: “il peggio del peggio degli italiani; “l’arcitaliano del peggio”

Franco De Felice, NAZIONE E CRISI: LE LINEE DI FRATTURA, 2003

Franco De Felice, NAZIONE E CRISI: LE LINEE DI FRATTURA, 2003


Carlo Tullio-Altan: Fondamenti della identità nazionale: epos, ethos, logos, genos, topos, oikos

L’identità nazionale di un popolo, oltre ad essere determinata dalle condizioni materiali della sua economia e dall’efficienza e giustizia del sistema di norme di convivenza e di istituzioni, è vissuta anche come un valore simbolico di aggregazione: come Patria.
Il sentimento della identità nazionale, la Patria, di un popolo si fonda sopra la memoria storica del suo passato inteso comeepos, sull’insieme delle norme di convivenza e delle istituzioni vissute come valori che diventino parte integrante della coscienza dei cittadini, il suo ethos, sulla lingua parlata in comune, il suo logos, sui vincoli della parentela e della stirpe, il suo genos, sulla terra natale, la madre-patria, il suo topos o il suo oikos, cui un popolo si sente affettivamente legato.
Se noi teniamo presenti questi elementi per quanto riguarda il nostro paese, possiamo rilevare che non è possibile tener conto dei valori del nostro passato, se non in misura assai relativa, perché troppo lontani nel tempo dal nostro presente, ed anche perché noi dimostriamo, con i nostri concreti comportamenti, di provare uno scarso rispetto per il patrimonio artistico di cui siamo immeritatamente gli eredi. Per quanto riguarda l’amore per la nostra lingua comune si osserva che spesso la trascuriamo a favore dei nostri dialetti locali. Per quanto riguarda i rapporti sociali noi privilegiamo diffusamente i legami di famiglia, di parentela, di consorteria, a quelli che dovrebbero legarci alla comunità nazionale, e per finire, noi trascuriamo in modo deplorevole i valori naturali della terra in cui viviamo.
Ma in un punto siamo particolarmente carenti: quello del nostro ethos, e cioè sul terreno dei valori morali e civili della convivenza e della corresponsabilità alle sorti comuni che dovrebbero unirci nella comunità nazionale. Il nostro maggior difetto, come coscienza nazionale democratica sta proprio qui e continua a pesare negativamente sulle sorti del Paese anche dopo la sua unificazione politica….

DA: Carlo Tullio-Altan: Una religione civile per l’Italia d’oggi