da Angelo Panebianco, Il tessuto che ci unisce è delicato.La violenza verbale può lacerarlo, Corriere della sera 30 aprile 2013
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G. PASSARELLI, D. TUORTO Lega & Padania Storie e luoghi delle Camicie verdi Collana “Contemporanea”
pp. 232, € 16,00
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Alla fine, Boni conclude chiarendo ancora una volta chi comanda nel partito del Carroccio: «Siamo un partito fortemente piramidale, quello che decide Bossi è legge per tutti. E in questo senso – sorride – siamo un partito leninista». Partito tradizionale che cavalca i temi cari all’estrema destra, come l’immigrazione e la sicurezza; partito territoriale sul modello della Csu bavarese e degli autonomisti catalani; o, ancora, forza politica trasversale alla destra e alla sinistra, destinata a scompaginare i vetusti schieramenti ereditati dal Novecento. C’era un solo modo per sciogliere simili dubbi: dare la parola ai leghisti. È quello che fa il libro. Ripercorsa la storia del movimento, sfogliato l’atlante del suo insediamento elettorale, tracciati gli organigrammi interni (fazioni, posizionamento rispetto a Bossi), si delinea, al di là dei miti e delle fantasie giornalistiche, il popolo leghista. Militanti, eletti, ceto politico vivono oggi – con la crisi economico-finanziaria – una sofferta transizione, mentre ritornano i temi carsici del partito, dalla Padania alla secessione. Gianluca Passarelli è assegnista di ricerca nel Dipartimento di Scienza politica dell’Università di Bologna e ricercatore dell’Istituto Cattaneo; fa parte di Itanes. Tra le sue pubblicazioni «Monarchi elettivi?» (Bononia University Press, 2008) e «Presidenti della Repubblica» (a cura di; Giappichelli, 2010). Dario Tuorto è ricercatore in Sociologia presso il Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna; fa parte di Itanes. Ha pubblicato per il Mulino «Apatia e protesta. L’astensionismo elettorale in Italia» (2006). |
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Luttwak che, incalzato dal conduttore Giuseppe Cruciani, ha definito il comico genovese un populista “sfrenato” con qualche “idea pazzoide”: “L’unico attore sulla scena italiana che preoccupa veramente.”
“Grillo rappresenta un populismo sfrenato, con l’aggiunta di qualche idea pazzoide. E’ l’unico attore della scena politica italiana che preoccupa veramente in America“. Così Edward Luttwak, storico e analista di geopolitica e intelligence, ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio24, ha voluto smentire la notizia secondo la quale l’ambasciata degli Usa in Italia guarda con simpatia al Movimento 5 Stelle. “Grillo” – continua l’opinionista statunitense – “è lo stesso che ha difeso il presidente iraniano Ahmadinejad, dicendo che è stato mal tradotto in Occidente”. E imbastisce un paragone con gli altri leader politici italiani:
“Se uno dei morti, di cui tanto parli, dicesse che La 7 va chiusa accadrebbe l’inferno. Invece tu lo hai detto e il pubblico ha riso. Il problema è che non si capisce se stai parlando seriamente o stai facendo una battuta. La satira è la tua forza. Dice Beppe Grillo che Giulia Innocenzi non è nessuno perché prende gli ordini da Santoro, anche Santoro non è nessuno perché prende gli ordini da Telecom che gli dice di parlare male di Grillo perché il leader del Movimento 5 Stelle è contro il capitalismo.”
“Quando parli puoi prendere anche 20milioni di voti, ma non si riesce a capire se parli seriamente o dici battute perchè la tua forza è la satira. E la satira si rende forte della denuncia dei difetti degli altri”. Il giornalista ha poi aggiunto: “Dovresti saper riconoscere l’autonomia e l’intelligenza di Giulia Innocenzi. Chi non vede le qualità degli altri non è un leader, un comico sì. Un comico può anche non vederle”
7 febbraio 2013
Il premier Mario Monti (Ansa)(f. de b.) Questa è la cronaca di ore drammatiche nella vita del Paese che mai avremmo voluto scrivere. Un governo muore così. Nella Festa dell’Immacolata, a mercati chiusi, ma a occhi ben aperti di una comunità internazionale che non capisce e da lunedì ci farà pagare un prezzo assai alto. La ridiscesa in campo del Cavaliere aveva già prodotto, dalla convulsa serata di mercoledì, un terremoto inarrestabile, ma sono state le parole di Alfano pronunciate venerdì alla Camera a far cadere le ultime resistenze del Professore. Ricorda un dispiaciuto presidente della Repubblica al termine del lungo colloquio di ieri, nel quale il premier uscente gli ha manifestato, con cortesia e fermezza, la propria volontà di dimetters
segue qui Monti: «In politica? Ora sono più libero» – Corriere.it.
ALFANO E IL PDL ALLA BATTAGLIA FINALE MA IL PARTITO RISCHIA DI SPACCARSI
Oggi vertice ad Arcore per preparare la campagna elettorale
Domenica 09 dicembre 2012
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L’EUROPA ORA TEME IL CAOS POLITICO RITORNA L’IPOTESI DELLA RICHIESTA DI AIUTO
La domanda di Gurria (Ocse): perché l’Italia non chiede l’intervento della Bce?
Domenica 09 dicembre 2012
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da un post di poultrykid http://www.youtube.com/watch?v=CFEK7wPlSD0&feature=plcp
come circa il 30 % degli elettori italiani stanno riducendo la politica: il comico Grillo propone come Presidente della Repubblica l’immobiliarista Di Pietro
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L’inchiesta di Sabrina Giannini su Report, intitolata “Gli insaziabili”, ha evidenziato una serie di vicende poco chiare rispetto alla gestione dei fondi da parte dell’Italia dei Valori. La prima riguarda la gestione dei rimborsi elettorali, che tra il 2000 e il 2007 sarebbero stati trasmessi non direttamente al partito, che per legge dovrebbe esserne il legittimo percettore, ma a un’associazione composta da Di Pietro, sua moglie Susanna Mazzoleni e Silvana Mura, tesoriere del partito.
La seconda vicenda riguarda invece i soldi donati nel 1995 dalla contessa Borletti a Di Pietro e a Romano Prodi, che sarebbero stati utilizzati da Di Pietro per scopi personali. La storia, nota da tempo, è stata giustificata dallo stesso Di Pietro col fatto che si trattava di una donazione personale, poichè avvenne «prima che io mi mettessi a fare politica». L’ultima questione analizzata dal servizio riguarda la crescita esponenziale del numero di proprietà immobiliari, giustificata con i numerosi risarcimenti danni ottenuti da Di Pietro in sede civile per le diffamazioni subite.
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La puntata di Report è solo l’ultimo dei casi che negli ultimi tempi hanno messo in questione la credibilità dell’IdV e di Di Pietro, a partire dalle candidature al Parlamento di
Sergio De Gregorio,
Antonio Razzi, che pronunciò questa frase: “
fuoriusciti dal partito e passati al centrodestra tra molte polemiche, fino ai casi giudiziari più recenti che hanno coinvolto diversi esponenti del partito a livello locale: le inchieste sui due consiglieri regionali
Vincenzo Maruccio nel Lazio
Paolo Nanni in Emilia Romagna,
entrambi indagati per peculato,
e l’indagine sulla ex vicepresidente e assessore all’Urbanistica della regione Liguria Marylin Fusco,
accusata di abuso d’ufficio e reati ambientali
da I guai di Antonio Di Pietro | Il Post.
Onorevole Donadi, partiamo dall’investitura di Grillo: Di Pietro al Quirinale.
È un investitura che mi vede del tutto estraneo e contrario. È evidente che è la risposta al necrologio che Di Pietro ha scritto sul Fatto di oggi, dichiarando morta l’Italia dei Valori.
Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera, è un moderato, nel suo partito. Da mesi si è intestato una linea critica verso Tonino Di Pietro. Vorrebbe un’alleanza col Pd, una alternativa di governo. A sentirlo, pare più bersaniano che dipietrista. Nella corrispondenza d’amorosi sensi (politici, s’intende) tra Tonino, nella sua intervista al Fatto, e Beppe Grillo (“Meriterebbe il Quirinale”), legge un salto di qualità. E affida a una intervista con l’Huffington Post il suo strappo.
Sta dicendo che c’è un patto Di Pietro-Grillo, per dar vita a un’alleanza degli arrabbiati.
È in atto, e pure in fase avanzata, una manovra, condotta da due politici navigati che poco hanno a che fare con la freschezza movimentista. Di Pietro porta in dote a Grillo l’Italia dei Valori, o meglio il suo necrologio, la fine di un’esperienza e Grillo lo benedice. A entrambi dico buona fortuna, ma io non ci sarò. E soprattutto auguro buona fortuna all’Italia.
da http://www.huffingtonpost.it/2012/11/01/di-pietro-grillo-donadi_n_2057715.html?utm_hp_ref=italy
a volte ritornano … (è il titolo di un racconto di Stephen King):
Silvio Berlusconi al comizio videocratico del 27 ottobre 2012 e l’analisi clinica del professor Mauro Mancia del 7 dicembre 2012:
il tempo fermo della politica di questo ventennio
Paolo Ferrario
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Guardare l’espressione del viso:
Guardare i movimenti delle mani:
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DOCUMENTAZIONE :
Una conferenza stampa di oltre un’ora e mezzo che ha sconvolto gli equilibri della politica italiana. Il ritorno di Berlusconi 1 - con la dichiarazione di guerra a magistrati, Merkel e Monti – ha provocato un mezzo terremoto innanzitutto nel Pdl. Spiazzando del tutto le colombe, sconfessando di fatto il segretario Angelino Alfano. L’ex ministro degli esteri, Franco Frattini, fa capire che pensa a una rottura nel caso in cui la deriva populista continuasse. Le primarie del centrodestra sono comunque oggettivamente declassate a evento politico minore. Questo mentre le “amazzoni” – le fedelissime dell’ex premier – provano a convincere il Cavaliere ad andare oltre. Fino all’ultimo ieri hanno sperato in un ritorno in campo per la premiership. E c’è chi parla della nascita, a breve, di una lista personale di stampo populista legata proprio a Berlusconi, con i pasdaran del centrodestra.
Gongola intanto Roberto Maroni (partito della LEGA IL NORD). L’attacco di Berlusconi a Monti è stato commentato così: “Mi compiaccio, è venuto sulle nostre posizioni”. Si parla di un incontro avvenuto negli ultimi giorni tra il Cavaliere e l’ex ministro dell’Interno. In cui sarebbe stata siglata l’intesa: Maroni candidato unico per il Pirellone, e alleanza politica tra il Carroccio e i berlusconiani alle prossime politiche.
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la rabbia dell’italiano qualunque sta diventando un urlo che non si quieta mai e ogni giorno si leva sempre più forte. A torto o a ragione, i Signori Nessuno, che sono pur sempre il nerbo della società, vogliono vedere i politici appesi a un nuovo Piazzale Loreto. E per riuscirci sembrano disposti a tutto. Anche a votare per Beppe Grillo. Concludo con un esercizio di futurologia. Grillo stravince e fa il governo. Nel giro di qualche mese l’Italia si sfascia. Ma forse succede prima. Quando Grillo è da pochi giorni a Palazzo Chigi, si svegliano i militari, i mitici colonnelli. Ossia i carabinieri, la polizia, la Guardia di finanza, i reparti speciali dell’esercito. Tutti professionisti malpagati. E sempre snobbati dalla Casta. Che cosa fanno a quel punto? Non voglio neppure immaginarlo. Un giorno, un politico saggio, forse era democristiano, disse: «Temete l’ira dei calmi». Speriamo che i calmi non indossino una divisa. E invece della scheda elettorale non imbraccino il fucile.
da Giampaolo Pansa in Libero del 23 settmbre 2012 in Frz40′s Blog.
Come l’imbianchino degli anni ’20: i deliri di persecuzione del paranoico.
Paolo Ferrario
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BEPPE GRILLO A MEDIA E POLITICI: «ISTIGANO PERCHÉ QUALCUNO MI ELIMINI»
Il comico sul suo blog: «Come negli anni di piombo. Il tiro al bersaglio metaforico diventerà reale?»
http://www.corriere.it/politica/12_settembre_02/grillo-giornale-media-istigazione-delinquere-mi-elimini_079a400c-f507-11e1-9f30-3ee01883d8dd.shtml
E’ con questo stile da gulag e rieducazione cinese che il Pd, in alleanza con la Sel di Vendola e l’ex poliziotto amico della Cia Di Pietro intende vincere le prossime elezioni?
Paolo Ferrario
LA FATWA CONTRO IL MINISTRO DEL LAVORO
Leggi il mio editoriale telegrafico, a seguito dell’intervista alla Stampa del 26 agosto, nella quale il responsabile nazionale dell’Economia del Pd, Stefano Fassina, ha dichiarato che l’esclusione di Elsa Fornero e dei vertici della Fiom dai dibattiti alle feste democratiche sarebbe stata decisa dalla Segreteria nazionale del partito stesso. In argomento v. anche il durissimo fondo di Luigi La Spina sulla Stampa di mercoledì.
“ Adesso scaricare sul futuro il debito pubblico è diventato impossibile. La nave non va più, la zavorra va buttata fuori bordo. E che cosa fa il popolo sovrano? Si innamora del demagogo di turno che promette di cacciar via il primo governo che sta tentando di riportarci a galla.
Per realizzare quest’obiettivo il demagogo di turno predica lo sfascio totale attaccando soprattutto un presidente della Repubblica che è riuscito a tener dritta la barra del timone nel mezzo d’una tempesta paurosa, uno tsunami che infuria da quattro anni nel mondo intero.
Il demagogo di turno utilizza la rabbia proveniente dai sacrifici ma anche la faziosità di chi si frega le mani col tanto peggio tanto meglio. E finisce col trovare convergenze con il demagogo che fu messo in libera uscita otto mesi fa ed ora cerca di riemergere inalberando la bandiera dell’anti-euro e del ritorno alla lira.
Due demagoghi, quello di ieri che vuole tornare al timone e quello di oggi che se ne vuole impadronire con le stesse ricette. Il primo ci ha condotto al punto in cui siamo, il secondo per ora ha conquistato il Comune di Parma un mese fa e non è ancora riuscito a fare la giunta.”
da Grillo e Berlusconi all’assalto del potere – Repubblica.it.
Sullo screditato e confuso mondo politico italiano piomba adesso la presunta rivelazione di Panorama, il quale descrive una delle due celebri telefonate tra il presidente Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino e sostiene — senza rivelare la fonte e senza mettere virgolette — che in quel colloquio il presidente della Repubblica ebbe parole dure contro Di Pietro, criticò il comportamento della procura di Palermo e parlò male di Berlusconi che ci screditava davanti al mondo. Il colloquio sarebbe avvenuto a novembre, più o meno a cavallo del passaggio di mano tra Monti e il Cav.
Io farei un riassunto delle puntate precedenti.
C’è la procura di Palermo (in particolare il procuratore aggiunto Antonino Ingroia) che indaga su una presunta trattativa tra Stato e mafia avvenuta nel 1993, in cui — ipotizzano gli inquirenti — la mafia chiedeva un trattamento più umano in carcere per i suoi e in cambio prometteva di ammazzare meno. Per convincere i suoi interlocutori, la mafia mise bombe a Milano, Roma e Firenze, provocando parecchi morti, e ammazzò Borsellino, che si opponeva alla trattativa. Ribadisco: è tutta un’ipotesi di lavoro, su cui giurano — per esempio — quelli del Fatto, Travaglio in testa, e che giudicano invece inesistente quelli del Foglio. Il fine politico dell’inchiesta sarebbe, secondo chi non ci crede, quello di far cadere Napolitano e i tecnici da lui inventati.
Arriviamo alla telefonata.
I giudici di Palermo prendono di mira Nicola Mancino, che proprio in quei giorni del 1992 era diventato ministro dell’Interno. Mancino si sente perseguitato e telefona prima al consigliere del Presidente, Loris D’Ambrosio. E poi allo stesso capo dello Stato. La cosa si viene a sapere, D’Ambrosio ne muore di un colpo apoplettico, Napolitano reagisce con veemenza sollevando conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale.
Sì, ricordo che ne abbiamo parlato parecchie settimane fa.
I giudici avevano messo sotto controllo il telefono di Mancino e grazie a questo sentirono la voce di Napolitano. Continuarono ad ascoltare. Giudicarono le due conversazioni intercettate penalmente irrilevanti, non le sbobinarono e non le fecero trascrivere, ma le chiusero in cassaforte. Intendono distruggerle seguendo la stessa procedura che si segue per altri intercettati caduti casualmente nella rete: convocare le parti, con gli avvocati, discutere il contenuto delle telefonate davanti a un giudice terzo, procedere alla distruzione dell’intercettazione solo quando tutti coloro che sono coinvolti hanno preso visione del materiale e lo hanno giudicato penalmente irrilevante. Napolitano dice che, quando si tratta del presidente della Repubblica, questa procedura è esclusa e vuole la distruzione immediata delle bobine. Poiché sono all’opera, in questo caso, le tesi contrastanti di due istituzioni (Quirinale e Procura di Palermo) a giudicare sarà la Corte costituzionale, chiamata in causa dal presidente della Repubblica con questa procedura che si chiama «conflitto d’attribuzione».
Bene. Come entra in scena «Panorama»?
Con la descrizione di una delle due telefonate in causa. Ne abbiamo riferito all’inizio. Si pone a questo punto prima di tutto la questione: come fa Panorama — ammesso che non abbia inventato — a sapere quello che sa? Le bobine non sono state neanche trascritte. Quindi: o la fonte è Napolitano o la fonte è Mancino oppure hanno parlato i magistrati (il procuratore generale di Palermo, dottor Messineo, esclude eccetera, Ingroia dice anche lui di essere istituzionale e di non potere né confermare né smentire) o infine è un giochetto dei servizi per tenere alta la tensione generale, obiettivo che lo spionaggio italiano persegue da sempre. Panorama è un settimanale di Berlusconi e questo induce il mondo a chiedersi: perché Berlusconi, adesso, vuole mettere nei guai Napolitano? Nessuno sa rispondere. È possibile che la direzione di Panorama agisca senza tener conto degli interessi del padrone? Il direttore Giorgio Mulè fece a suo tempo al Cav lo scherzetto di tirar fuori per primo le vicende del cerchio magico bossiano e delle imprese della signora Bossi. A Berlusconi non fece di sicuro piacere.
Napolitano?
Un comunicato durissimo, e carico di indignazione, in cui riecheggiano stilemi del vecchio Pci di Tatò-Berlinguer. «La pretesa, da qualsiasi parte provenga, di poter ricattare il Capo dello Stato è risibile. A chiunque abbia a cuore la difesa del corretto svolgimento della vita democratica spetta respingere ogni torbida manovra destabilizzante». Il presidente della Repubblica «non ha nulla da nascondere e terrà fede ai suoi doveri costituzionali». È in corso «una campagna di insinuazioni e di sospetti» e alle «tante manipolazioni si aggiungono così autentici falsi». «Quel che sta avvenendo, del resto, conferma l’assoluta obbiettività e correttezza della scelta compiuta dal Presidente della Repubblica di ricorrere alla Corte costituzionale a tutela non della sua persona ma delle prerogative proprie dell’istituzione». Le forze politiche hanno reagito nel modo previsto: Bersani e il Pdl difendono, Di Pietro attacca, chiedendo che Napolitano rinunci al giudizio della Corte e renda noti lui stesso i contenuti delle telefonate. Prevedibilissimo, tranne in un punto: saputo che il presidente — sempre secondo Panorama — parla male di lui, Di Pietro ha detto di volerci «bere su». «Non ci voleva un indovino per capire che due persone che si conoscono da 40 anni, al di là dell’ufficialità, parlandosi si lasciano andare ad apprezzamenti e valutazioni. Anche se mi ha mandato a quel paese, capisco, è una telefonata privata, ne prendo atto e ci bevo sopra».
da ALTRI MONDI.
Da dove prende i voti Grillo? Intervista a Piergiorgio Corbetta ( Istituto Cattaneo)
<http://www.radioradicale.it/scheda/354495/da-dove-prende-i-voti-grillo-intervista-a-piergiorgio-corbetta-istituto-cattaneo>
un eroe civile prova a fermare Grillo, che poi lo insulta invocando il suo “esilio in Corsica”

L’esplosione nell’Istituto Morvillo Falcone, grave un’altra 16enne Bomba attivata a distanza con timer
considero mio dovere riaffermare il principio di legalità, il rispetto delle leggi e delle forze poste a presidio dello Stato democratico, come supremo valore costituzionale e fondamento della convivenza civile. L’espressione del sacrosanto diritto al dissenso su qualsiasi scelta e decisione politica e di governo, deve escludere il ricorso a violazioni di legge, violenze, intolleranze e intimidazioni, come quelle che si sono purtroppo verificate anche negli scorsi giorni in nome dell’opposizione al progetto TAV Torino-Lione. Rivolgo perciò il più caldo appello a quanti restano non convinti della pur rilevante importanza, per l’Italia e per l’Europa, di quell’opera, affinché desistano da comportamenti inammissibili.
Al di là del fatto specifico – cioè la Tav – a me pare che si siano messi in moto (ancora una volta) una serie di eventi e di cortocircuiti su cui sarebbe interessante spendere due parole. Tanto per cominciare è evidente che la Tav è un mero pretesto per manifestazioni, proteste, assembramenti e violenze che nulla hanno a che fare con essa. Non c’è desiderio di contrattare e infatti la loro piattaforma è la cosiddetta “opzione zero”, cioè o non si fa la Tav o si continua con le violenze: il vecchio massimalismo “o tutto o niente”. I più rumorosi e facinorosi sono i soliti gruppuscoli di cosiddetti antagonisti, il cui obiettivo principale è il sovvertimento del sistema, ovvero – tanto per farla breve – dell’ordine liberal-democratico, che sarà sì imperfetto e corrotto, ma è comunque il modo migliore (o il meno peggiore) quando si tratta di organizzare e comporre interessi comuni e divergenti. Loro, invece, manifestano una totale alterità a questo mondo, che vorrebbero rovesciare, anche se non si sa bene in cambio di che cosa. C’è un elemento mistico nelle loro proteste, la pretesa di una palingenesi che può nascere dalla distruzione dell’esistente, marcio e in disfacimento. Sono i soliti purificatori che operano attraverso la violenza e che già abbiamo conosciuto in altri frangenti della storia e che, di volta in volta, sfruttano l’argomento caldo del momento – oggi è questo, domani sarà un altro: l’oggetto in sé è irrilevante - per imporre il loro ordine nuovo, contrassegnato da una purezza micidiale, che a me fa orrore. I puri – che sono loro – condannano e usano violenza contro chi non soltanto è impuro, ma anche contro chi è tiepido, contro chi non si pronuncia (o non vuole pronunciarsi o dichiara serenamente che non è in grado di farlo) o contro chi si limita a dare testimonianza: chi non prende posizione è, anche per questo, un nemico da eliminare.
DA
IL NOSTRO PAESE SOFFRE DELLA PERSISTENZA DI UN RADICALISMO POLITICO CHE FA LARGO USO DI GIOVANI, MA NON È PROPRIO GIOVANISSIMO NELLA SUA ISPIRAZIONE E CULTURA, PERCHÉ È DA SEMPRE ALLA RICERCA DI UN INCENDIO SOVVERSIVO PRODOTTO DALLA SCINTILLA DI UNA QUALSIASI TENSIONE SOCIALE O LOCALE
Articolo di Antonio Polito pubblicato sul Corriere della Sera del 4 marzo 2012
La frase tipica del comico Grillo è “siete Morti“.
Forse, tenendo conto di questo episodio del passato, farebbe meglio a non usare questo linguaggio.
Catone sapeva già come stanno le cose in questo mondo:
“Si vitam inspicias hominum, si denique mores, cum culpam alios, nemo sine crimine vivit”:
Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa.
Catone, Distici nella traduzione di Giancarlo Pontiggia
Qui sotto aggiungo della documentazione che gira sul web da anni, ma che pochi ricordano.
Paolo Ferrario
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tratto da: http://www.youtube.com/watch?v=CFEK7wPlSD0&feature=plcp
traggo dall’articolo di Filippo Facci del 24 aprile 2008:
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Il tardo 1981 e non il 1980, come erroneamente riferito nel suo blog, è l’anno in cui il comico diviene protagonista di un episodio destinato a segnalarlo per sempre. Il 7 dicembre, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici alla volta di Col di Tenda, un’antica via romana tra la Francia e la Costa ligure: in pratica sono delle strade sterrate militari in alta quota che portano a delle antiche fortificazioni belliche. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto Mambretti.
Per farla breve: quel viaggio, d’inverno, è una follia. È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, sconsigliano vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro inquinantissimo. Un quinto amico, Carlo Stanisci, forse si avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane.
Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscelletto ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto.
Sconvolto, Grillo si rifugia nella casa di Savignone che divide col fratello. Aspettando il processo, non si ferma: ha appena ultimato «Te la do io l’America», nel 1982 è protagonista di «Cercasi Gesù» diretto da Luigi Comencini e nel 1984 l’attende «Te lo do io il Brasile». E qui c’è un episodio, pure raggelante, raccontato in parte dall’Unità del 21 settembre scorso. Grillo accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni.
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Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo. Emblematico l’interrogatorio in aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada».
Il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. La metà dei soldi furono pagati dall’assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» racconta il collega Vittorio Sirianni. Il Secolo XIX, quotidiano di Genova, s’infiammò con un lungo editoriale a favore dei giudici e dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada era chiusa al traffico, fine.
La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (…). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione».
Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che nel settembre scorso è stato peraltro inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo.
tutto il documentatissimo articolo è qui: Vi raccontiamo la vera storia di Beppe Grillo – IlGiornale.it.
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PER MEMORIA ricordo anche:
“Non cerco nulla, se non la verità”, “mi rifiuto di essere strumentalizzata da una politica in cui non mi riconosco, e dopo questa intervista non intendo tornare sull’argomento”, “chiedo solo di incontrare il signor Grillo. E’ un gesto che devo a me stessa, ma anche ai miei genitori e a mio fratello, che non possono più parlare”.
Cristina Gilberti, la sopravvissuta della famiglia che nel 1981 perse la vita in un incidente mentre viaggiava nell’auto guidata dall’amico Beppe Grillo, dopo 30 anni parla, in esclusiva, a Vanity Fair ….