Presentazione del volume
“Giorgio Napolitano. I discorsi veneziani“, a cura di Nicola Pellicani, Marsilio Editore.
9 maggio 2013, Spazio M9, Mestre.
Con Cesare De Michelis, Giuliano Segre, Giuseppe Zaccaria, Massimo Cacciari, Nicola Pellicani.
Presentazione del volume
“Giorgio Napolitano. I discorsi veneziani“, a cura di Nicola Pellicani, Marsilio Editore.
9 maggio 2013, Spazio M9, Mestre.
Con Cesare De Michelis, Giuliano Segre, Giuseppe Zaccaria, Massimo Cacciari, Nicola Pellicani.
NEL PD RENZI È PIÙ FORTE OGGI CHE TRE MESI FA
E se sarà lui il nuovo leader del Pd un’alleanza con Scelta Civica sarà molto più facile: leggi
In realtà Monti si è venuto convincendo, nel corso dei mesi, che la vicenda politica evolveva ìn una direzione che avrebbe compromesso gli sforzi, il lavoro e i risultati del suo governo. A destra tornava Berlusconi, con la sua disperata aggressività, a straparlare di tagli delle tasse, di revisione degli accordi europei, di fuoriuscita dall`euro: un delirio! A sinistra si delineava un`intesa del Pd con una frazione della sinistra radicale fieramente all`opposizione del governo Monti. In questo contesto si spiega la scelta di Monti e si rintracciano alcune delle ragioni alla base della impresa da lui promossa. Costruire un punto di riferimento politico in grado di fornire un approdo sia a settori dell`elettorato alla ricerca, dinanzi al fallimento dell`azione di governo della destra, di una nuova offerta politica, sia ad elettori di centrosinistra, preoccupati che si sti ripetendo l`errore che condusse all`implosione i governi guidati da Prodi. Una preoccupazione non infondata considerati i caratteri dell; formazione di Vendola. Provo fastidi per gli atteggiamenti paternalistici verso gli orientamenti di Sel quasi fossero eccessi verbali da contenere con un richiamo all`ordine. Quella di Sel è una cultura politica alternativa al riformismo, ostile alla esperienza del governo Monti e agli impegni assunti dall`Italia in sede europea. Posizioni legittime, ma che considero sbagliate e non in grado di condurre il Paese fuori dalle difficoltà in cui si dibatte. Ma tant`è.
Qual è il senso della operazione promossa da Monti? Alimentare una iniziativa politica in funzione della continuità del processo riformatore favorire l`avvio di un ciclo di governo in grado di affrontare le difficoltà del Paese. Ci riuscirà? Ci saranno le forze per farlo? L`impresa è ardua. Sconta gli assalti furiosi del duo Ingroia-Grillo, la diffidenza dell`establishment economico cui il rigore e la serietà di Monti non vanno a genio, l`ostilità dei due schieramenti tradizionali (gli stessi che si sono dimostrati inidonei a esprimere dal governo e dall`opposizione una capacità di fronteggiare le sfide poste dalla crisi).
tutto l’articolo qui Caro Macaluso, non sono un compagno che sbaglia | Partito Democratico.
Video e testo dell’intervento svolto alla convention per Matteo Renzi, alla Leopolda di Firenze, il 15 novembre 2012 – In argomento v. anche il mio intervento all’inaugurazione della campagna elettorale per le primarie del Comitato milanese per Matteo Renzi, 14 ottobre 2012
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A me sembra che chi rappresenta da anni – se non da decenni – la sinistra italiana, prima di dare lezioni al mondo intero su come si è davvero “di sinistra”, dovrebbe rendere conto dei risultati conseguiti fin qui.
Se sinistra in politica significa essenzialmente costruire un sistema capace di grarantire pari dotazioni di partenza e pari opportunità per tutti, chi ha guidato la sinistra nell’ultimo mezzo secolo, snobbando le grandi socialdemocrazie del nord-Europa (vi ricordate? “noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza: vogliamo controllare i mezzi e i modi in cui la si produce”) dovrebbe render conto, per esempio, dei risultati conseguiti nel nostro Paese sul piano della riduzione delle disuguaglianze: nel nord-Europa su questo terreno hanno raggiunto risultati enormemente migliori dei nostri e noi abbiamo uno degli indici di disuguaglianza più alti del continente. Dovrebbe render conto anche di un tasso di occupazione complessivo che è tra i più bassi del mondo: se da noi lavorasse la stessa percentuale di persone in età attiva che lavora in Gran Bretagna, avremmo cinque milioni in più di italiani nel mercato del lavoro, di cui quattro milioni donne; e se il tasso fosse quello dei Paesi scandinavi, sarebbero sette milioni in più, di cui cinque e mezzo donne. Avremmo il doppio di occupati nella fascia tra i 18 e i 30 anni; e il doppio nella fascia tra i 55 e i 70. Dovrebbe render conto, ancora, di un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, escludendo dal proprio campo di applicazione un’intera nuova generazione.
tutto l’intervento qui Pietro Ichino | IL BILANCIO IN ROSSO DELLA VECCHIA SINISTRA E IL PROGETTO DELLA NUOVA
A me sembra che chi rappresenta da anni – se non da decenni – la sinistra italiana, prima di dare lezioni al mondo intero su come si è davvero “di sinistra”, dovrebbe rendere conto dei risultati conseguiti fin qui.
Se sinistra in politica significa essenzialmente costruire un sistema capace di grarantire pari dotazioni di partenza e pari opportunità per tutti, chi ha guidato la sinistra nell’ultimo mezzo secolo, snobbando le grandi socialdemocrazie del nord-Europa (vi ricordate? “noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza: vogliamo controllare i mezzi e i modi in cui la si produce”) dovrebbe render conto, per esempio, dei risultati conseguiti nel nostro Paese sul piano della riduzione delle disuguaglianze: nel nord-Europa su questo terreno hanno raggiunto risultati enormemente migliori dei nostri e noi abbiamo uno degli indici di disuguaglianza più alti del continente. Dovrebbe render conto anche di un tasso di occupazione complessivo che è tra i più bassi del mondo: se da noi lavorasse la stessa percentuale di persone in età attiva che lavora in Gran Bretagna, avremmo cinque milioni in più di italiani nel mercato del lavoro, di cui quattro milioni donne; e se il tasso fosse quello dei Paesi scandinavi, sarebbero sette milioni in più, di cui cinque e mezzo donne. Avremmo il doppio di occupati nella fascia tra i 18 e i 30 anni; e il doppio nella fascia tra i 55 e i 70. Dovrebbe render conto, ancora, di un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, escludendo dal proprio campo di applicazione un’intera nuova generazione. E poi perché questi troppo pochi italiani che lavorano devono avere retribuzioni che sono mediamente, a parità di mansioni, la metà di quelle degli svizzeri e dei tedeschi, pagando su queste retribuzioni le tasse più alte d’Europa già nella fascia dei mille euro al mese?
Se chiedete conto di questi risultati a uno qualsiasi dei dirigenti della nostra sinistra, potete stare sicuri che vi risponderà: “ma noi non ne siamo responsabili, perché siamo stati al governo complessivamente per poco tempo e solo per periodi brevissimi”. Non si rendono conto che anche questo dato concorre al bilancio fallimentare della stessa sinistra: perché tanta difficoltà a raccogliere il consenso della gente? Non sarà, per caso, che proprio la parte più povera del Paese a 60 anni dalla Liberazione non si è ancora convinta della nostra capacità di fare davvero i suoi interessi?
Se chi ha guidato la sinistra italiana per questi 60 anni, dal Pci al Pds ai Ds, fino al Pd di oggi, si ponesse questa domanda con un minimo di umiltà – che in politica si chiama capacità di autocritica – e quindi cercasse davvero risposte vere e credibili, forse si accorgerebbe che i più deboli e i più poveri non votano più a sinistra da molto tempo, che sei operai italiani su dieci che votano scelgono partiti di destra o di centro, che le roccheforti elettorali della sinistra non sono tra i precari, ma nell’impiego pubblico e tra i pensionati; non tra i più giovani, ma tra i più vecchi; non tra chi rischia di più, ma tra chi rischia di meno.
Non potrebbe essere diversamente; perché da anni ormai questa sinistra, a ben vedere, al di là delle grandi enunciazioni astratte pratica soprattutto una parola d’ordine: “difendere”, e se si va a vedere da vicino si constata che è sempre un difendere l’esistente. Difendere prioritariamente i diritti esistenti – anche se sono piccole rendite – senza chiedersi mai se questo renderà più facile o più difficile l’accesso a quegli stessi diritti da parte di chi ne è escluso. Ma difendere anche vecchie norme, vecchie strutture amministrative, vecchie strutture produttive, vecchi posti di lavoro regolari; mai una volta che, in concreto, venga messa al primo posto per davvero la costruzione delle pari opportunità, cioè l’interesse di chi da quei diritti, da quel tessuto produttivo è permanentemente escluso.
Questa è la sinistra che negli anni ’70 difendeva a spada tratta il modello esclusivo del lavoro a tempo pieno opponendosi al riconoscimento del part-time; che negli anni ’80 e ’90 difendeva come un baluardo fondamentale di civiltà il monopolio statale dei servizi di collocamento (come se in questo campo il discrimine tra buono e cattivo fosse quello che passa tra pubblico e privato, e non quello che passa tra servizio efficiente fornito alla luce del sole e servizio inefficiente o fornito clandestinamente); la sinistra che fino al giugno 2011 ha difeso come chiave di volta irrinunciabile per la protezione dei diritti fondamentali dei lavoratori la regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale da parte del contratto aziendale (salvo cambiare idea nel giugno dell’anno scorso, dieci anni dopo rispetto alla sinistra tedesca e a quella svedese, senza chiedere scusa per il ritardo); la sinistra che fino al luglio scorso ha difeso fino alla morte il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come garanzia irrinunciabile della dignità e libertà dei lavoratori. Ma non abbastanza irrinunciabile perché quella stessa sinistra si preoccupasse di una metà abbondante dei lavoratori dipendenti italiani che ne era permanentemente esclusa; e negli ultimi tre decenni la quota di lavoratori protetti sul totale era andata costantemente riducendosi.
È la stessa sinistra che di fronte a qualsiasi crisi aziendale si schiera sempre, a priori, inflessibilmente, non in difesa della sicurezza economica e professionale dei lavoratori, ma in difesa della conservazione delle strutture esistenti, incurante del fatto che conservare sistematicamente strutture obsolete e rapporti di lavoro ormai poco o per nulla produttivi ha necessariamente un effetto depressivo sulle retribuzioni. È la sinistra che ha difeso fino allo stremo il diritto della mia generazione di andare in pensione a cinquant’anni o anche prima, pur essendo perfettamente consapevole della insostenibilità di quel regime, che infatti è stato debitamente riformato già nel 1995, ma solo per le nuove generazioni. E che, più in generale ha considerato perfettamente “di sinistra” (pardon: keynesiano), per finanziare le pensioni della mia generazione, prendere a prestito per un quarto di secolo l’equivalente di 30 miliardi l’anno, lasciando il debito da ripagare a figli e nipoti.
Nei seminari internazionali ciascuno degli studiosi che incontro può presentare, magari per criticare, qualche cosa che la sinistra del suo Paese ha sperimentato nell’ultimo mezzo secolo: che porti il marchio Mitterrand, Zapatero, Blair, Schroeder, Clinton od Obama; che porti un segno più liberal o più socialdemocratico, o persin0 vetero-socialista, ma pur sempre qualche cosa che ha connotato il governo di quel Paese per almeno una stagione. La nostra vecchia sinistra è bravissima nel pontificare e nel criticare le altre, ma quanto a fatti di governo del Paese ha un palmarès desolatamente vuoto. Non può vantare neppure la nazionalizzazione dell’energia elettrica degli anni ’60 o lo Statuto dei Lavoratori del 1970, perché non li ha votati: era all’opposizione. L’achievement più rilevante che può vantare è l’aver smontato lo “scalone Maroni” nel 2007, ponendo le premesse per rendere più traumatica la riforma delle pensioni che il Governo Monti ha dovuto fare a rotta di collo quattro anni dopo per rimettere il Paese in linea di galleggiamento.
È la sinistra che – come ha osservato Abravanel – ha tacitamente accettato di dividersi i compiti con la destra lasciando a questa la difesa delle grandi rendite e riservando a se stessa la difesa di quelle piccole. Non c’è proprio da stupirsi che questa sinistra abbia perso da tempo sia il sostegno degli esclusi, dei più poveri, sia quello dei più produttivi.
Se è così, per favore, che i rappresentanti di questa sinistra abbiano almeno il buon gusto di non impancarsi ad arbitri su chi e che cosa sia “di sinistra” e chi e che cosa “di destra”: hanno mostrato di avere le idee confusissime in proposito. E, soprattutto, non si mettano di traverso se una nuova generazione si propone di costruire una sinistra diversa: meno verbosa e retorica, più pragmatica e attenta ai dati di fatto, più capace di confrontarsi con le migliori esperienze straniere (dalle quali abbiamo moltissimo da imparare, invece di giudicarle, come usiamo fare, dall’alto in basso), più esigente riguardo ai risultati.
Questa nuova sinistra si porrà per primo il problema di riunificare il mercato del lavoro, smettendo di difendere con le unghie e coi denti le 2000 pagine della nostra legislazione attuale, ipertrofica, caotica, letteralmente illeggibile per coloro che devono applicarla quotidianamente, e varando un nuovo statuto della materia – il Codice del Lavoro semplificato – che, come lo Statuto dei Lavoratori del 1970 sia conciso, semplice, immediatamente leggibile e comprensibile da tutti. Quando fu varato – lo ricordo bene perché erano i primi anni della mia vita adulta - riproducemmo lo Statuto dei Lavoratori in milioni di copie, lo distribuimmo in ogni angolo d’Italia, e dopo tre mesi lo avevano letto e capito benissimo tutti; e cambiò la cultura del lavoro nel nostro Paese. Ecco, con questo nuovo Codice del Lavoro di 59 soli articoli vogliamo compiere la stessa operazione. E a chi ci accusa di aver messo insieme un programma raccogliticcio, solo in vista di queste primarie, rispondo che Matteo fu tra i primi, nel 2010, a organizzare a Firenze un seminario su questo disegno di legge, che avevo presentato da poco in Senato, con altri 54 senatori del Pd; ed esso è stato poi affinato attraverso centinaia di incontri con i sindacati, con gli imprenditori, nelle università di tutta Italia. Un nuovo statuto capace di applicarsi a tutti, e non soltanto a metà dei lavoratori dipendenti italiani: tutti a tempo indeterminato, a tutti le protezioni fondamentali, di cui oggi un’intera nuova generazione è privata, ma nessuno inamovibile; la sicurezza economica e professionale non si può fondare sull’ingessatura del posto di lavoro, ma sulla garanzia di continuità del reddito e professionale, in caso di perdita del posto. Un nuovo statuto allineato ai migliori standard internazionali e suscettibile di essere agevolmente tradotto in inglese: un biglietto da visita formidabile per dare agli investitori stranieri il segno di un cambiamento profondo del nostro Paese, della nostra volontà di aprirlo ai migliori piani industriali.
Questo dell’apertura del Paese agli investimenti stranieri è un punto fondamentale della nostra strategia per la crescita, che la vecchia sinistra non ha mai capito. Se soltanto fossimo capaci di allinearci per questo aspetto alla media europea, questo significherebbe un maggior flusso di investimenti in entrata nel nostro Paese pari a 50-60 miliardi ogni anno: centinaia e centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, con piani industriali capaci di valorizzarlo, il nostro lavoro, mediamente molto meglio di quanto avviene comunemente nelle nostre aziende. Certo, ci sono anche i settori in cui abbiamo noi gli imprenditori eccellenti; e lì non abbiamo alcun bisogno di proteggerli. Ma nella maggior parte dei casi l’eccellenza imprenditoriale dobbiamo imparare a importarla; dobbiamo imparare a ingaggiare il meglio dell’imprenditoria mondiale per portarla in casa nostra. Nella cultura della nostra vecchia sinistra, invece, le multinazionali sono ancora il braccio operativo dell’imperialismo, sono soggetti pericolosi, da cui tenersi alla larga. Certo, ci sono anche tra gli stranieri dei pessimi imprenditori dai quali tenerci alla larga; ma se per paura di questi ci chiudiamo ermeticamente, finiamo col subire tutto il peggio (per noi) della globalizzazione, in particolare la concorrenza della manodopera dei Paesi emergenti, privandoci dei suoi aspetti per noi potenzialmente più positivi. Guardiamo come è andata con l’ultimo grande investimento di una multinazionale in Italia: quello deciso da Ciampi e Prodi nel 1993, con la vendita del Nuovo Pignone alla General Electric: in quindici anni il fatturato dell’azienda è quadruplicato e i suoi dipendenti hanno retribuzioni che sono del 50 per cento superiori a quelle degli altri metalmeccanici italiani, a parità di mansioni.
Per aprirci agli investimenti stranieri, certo, non basta semplificare il nostro sistema delle relazioni industriali e allinearlo rispetto ai migliori standard europei. Occorre anche migliorare le nostre infrastrutture, tra le quali metterei anche il nostro senso civico diffuso, quella civicness della quale noi italiani difettiamo rispetto agli altri popoli del centro e nord-Europa; e migliorare molto le nostre amministrazioni pubbliche, incominciando da quella della giustizia. Anche questo è un capitolo del programma di Matteo Renzi che nasce da anni di osservazioni comparatistiche, di studi e di elaborazioni: vogliamo amministrazioni organizzate prioritariamente in funzione degli interessi degli utenti, e non – come accade oggi – in funzione degli interessi dei propri addetti. Amministrazioni i cui dirigenti vengano ingaggiati in funzione del raggiungimento di obiettivi precisi, specifici, misurabili, collegati a scadenze temporali ben definite; e vengano immediatamente valutati in relazione al raggiungimento o no di quegli obiettivi, controllabile immediatamente on line da tutta la cittadinanza. Amministrazioni sottoposte in modo capillare al controllo immediato della cittadinanza su ciascun loro atto, anche quello di minimo rilievo, mediante l’applicazione rigorosa del principio della full disclosure, della trasparenza totale, cioè dell’accessibilità in rete di ogni atto e ogni documento, anche di uso soltanto interno, di ciascun ufficio. Come da tempo si fa in Svezia, in Gran Bretagna e negli U.S.A. sulla base dei Freedom of Information Acts.
Anche su questo terreno si misurerà la nuova sinistra che vogliamo costruire: sulla sua capacità di perseguire, attraverso l’efficienza e la trasparenza delle amministrazioni, l’interesse dell’ultimo dei cittadini, del più debole, più e prima rispetto all’interesse, pur legittimo, degli addetti alle amministrazioni stesse. Con la piena consapevolezza che i primi a soffrire dell’inefficienza di queste sono i più poveri e i più deboli.
Queste sono le sfide che ci attendono. Buon lavoro a tutti noi. E buona fortuna, Italia!
…
il saggio di due economisti, Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà (ed. Laterza), che essi hanno sottoposto a un buon numero di personalità (economisti, sociologi, giuristi, politologi). Secondo un pensiero molto diffuso a sinistra, essi dicono, la crisi che l’Italia e altri Paesi attraversano è il risultato della speculazione, della globalizzazione finanziaria e di un mercato libero da ogni vincolo. Essendo queste le cause, i rimedi sarebbero la crescita della spesa pubblica e una maggiore presenza dello Stato nell’economia. Ma, dicono gli autori, nel caso dell’Italia gridare contro la speculazione e la finanza globale significa schivare questioni reali e parlare d’altro. «I nostri problemi non nascono con la crisi del 2008, ma sono stati prodotti in un arco di tempo molto più ampio. Un trentennio in cui le scelte pubbliche hanno sacrificato la crescita economica e l’equità intergenerazionale, provocato una lievitazione incontrastata della pressione fiscale e prodotto una crisi del patto sociale».
Ci piacerebbe, incalzano gli autori, che la sinistra riconoscesse queste premesse e tornasse a discutere come migliorare le politiche e le istituzioni pubbliche, in nome della giustizia sociale sì, ma anche dell’efficienza. Ma per fare ciò la sinistra dovrebbe assumere «un volto moderno che, noi crediamo, non è ancora riuscita ad avere»; dovrebbe «trovare il modo di parlare alle nuove generazioni e all’insieme della società presentandosi come agente di cambiamento e non di conservazione».
In particolare, la sinistra dovrebbe affrontare di petto alcuni nodi di grande rilevanza.
C’è in primo luogo l’enorme problema del lavoro. Qui bisogna cercare di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro e fare in modo che i giovani (oltre che le donne e gli immigrati) abbiano un trattamento migliore, cioè salari più elevati e più contratti a tempo indeterminato. Ma questo risultato può essere ottenuto solo riducendo i costi di licenziamento e allineando i salari alla produttività. La recente riforma del mercato del lavoro in tema di licenziamenti, varata dal governo Monti, è solo un primo tentativo in questa direzione. Ma è evidente, dicono gli autori, che bisogna fare di più (e rinviano al disegno di legge del senatore Ichino).
Un altro fronte sul quale la sinistra dovrebbe realizzare un ripensamento radicale è quello del nostro Mezzogiorno. «Ha senso, ad esempio, che le organizzazioni sindacali nazionali si sforzino di imporre condizioni contrattuali uniformi su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalle condizioni economiche regionali, come la produttività, le infrastrutture e il costo della vita?» No, non ha senso. Del resto la contrattazione collettiva nazionale ha perso terreno rispetto alla contrattazione a livello aziendale quasi ovunque, anche nei Paesi a tradizione socialdemocratica, come la Germania e la Svezia.
Un altro grande problema da ripensare è quello dell’istruzione. Si sente spesso affermare che l’istruzione deve essere gratuita per consentire anche ai figli dei poveri di andare a scuola o all’Università. Ma l’obiettivo dell’equità può essere raggiunto in tanti modi diversi, e, probabilmente, lo strumento della scuola gratuita per tutti non è quello più efficace. Nel caso della nostra istruzione universitaria, con tasse uguali per tutti facciamo un grande regalo alle famiglie benestanti, e mettiamo in difficoltà le famiglie povere (fino a escluderle completamente dall’educazione terziaria). Sarebbe molto più equo aumentare il costo d’iscrizione all’Università e, nello stesso tempo, creare un ampio sistema di borse di studio, di «prestiti d’onore» ecc. per gli studenti economicamente svantaggiati.
Queste alcune delle argomentazioni di Reichlin e Rustichini.
vai a Pietro Ichino | DUE SINISTRE (DIVERGENTI) TRA EQUITÀ E LIBERTÀ.
…
Le scelte essenziali.
. 3a. Unione fiscale, unione finanziaria, unione politica.
L’Italia può oggi svolgere un ruolo trainante per accelerare la costruzione delle strutture federali – politico-istituzionali, economiche, fiscali e bancarie – che rendano l’Unione Europea capace di perseguire efficacemente e secondo linee corrette, democraticamente decise e controllate, la crescita economica e lo sviluppo sociale del continente. L’accordo del 28-29 giugno 2012 – dalla vigilanza bancaria alla garanzia comune sui depositi, all’intervento sulle crisi bancarie, passando per l’effettiva attuazione del dispositivo anti-spread – deve essere attuato con la piena attivazione del M.E.S., accettando pienamente l’Italia la relativa condizionalità.
Il Governo che nascerà dalle elezioni del 2013 si impegna a sostenere – sul piano politico e istituzionale – l’elezione “diretta” del Presidente della Commissione (possibilmente unificando la carica con quella di Presidente permanente del Consiglio) in occasione delle prossime elezioni del Parlamento Europeo.
. 3.b La politica economica nazionale come oggetto di interesse comune europeo.
Anche in funzione dell’obiettivo di cui al punto 3a, in questa fase transitoria e preparatoria l’Italia fa proprio il principio secondo cui la politica economica (in particolare le misure volte alla crescita e quelle di politica finanziaria) di ciascun Paese sono oggetto di un interesse comune dell’UE e come tali sono soggette a coordinamento, orientamento e monitoraggio da parte della stessa. Questo significa che – anche indipendentemente dalla richiesta di attivazione del meccanismo anti-spread – la progressiva gestione comune della politica di bilancio, di quote del debito pubblico e della politica economica può procedere solo in parallelo con la progressiva assunzione di responsabilità, in ciascuno di questi campi, degli organismi comunitari. Quelli esistenti (Commissione, Consiglio), e quelli da costruire (“Ministro delle Finanze” europeo). In questo quadro l’Italia conferma, sul terreno della disciplina della finanza pubblica, e in particolare del Patto di stabilità e crescita, il proprio impegno specifico:
- a conseguire entro il 2013 l’obiettivo (di cui al nuovo articolo 81 della nostra Costituzione) del pareggio di bilancio strutturale, cioè al netto degli effetti del ciclo economico sul bilancio stesso; entro il 2012 dovrà essere varata la nuova legge di contabilità, con le relative modifiche ai regolamenti parlamentari; il nostro Parlamento, inoltre, dovrà essere dotato al più presto di un organismo capace di svolgere, in piena autonomia rispetto al Governo, l’analisi dei dati economici e di finanza pubblica;
- alla riduzione fin d’ora dello stock del debito pubblico a un ritmo sostenuto e sufficiente in relazione agli obiettivi concordati (tenuto conto del fatto che, realizzato il pareggio di bilancio e in presenza di un tasso anche modesto di crescita, l’obiettivo fissato dal Fiscal Compact di riduzione dello stock del debito sarebbe automaticamente rispettato);
- a realizzare operazioni di dismissione/valorizzazione del patrimonio pubblico, ivi incluse le concessioni, dedicate alla riduzione dello stock del debito pubblico (ogni provento deve essere integralmente destinato a questo scopo), assicurando i seguenti risultati: 25 mld di euro nel 2013; 40 mld nel 2014 e 50 per il 2015, 2016 e 2017.
. 3c. Avanti con la revisione integrale della spesa.
In funzione della riduzione e/o riqualificazione della spesa corrente, il Governo Italiano si impegna a fare del controllo di congruità e appropriatezza di ogni voce di spesa, indipendentemente dalla sua anzianità di iscrizione nei bilanci, il metodo ordinario e universale di gestione delle amministrazioni pubbliche, prima fra tutte quella statale. Con questo si intende, in particolare, l’adozione del criterio dello zero based budgeting, della comparazione sistematica dei risultati fondata sulla valutazione indipendente, dei relativi effetti sulla remunerazione dei dipendenti pubblici (a partire dai dirigenti), che deve essere resa il più possibile indipendente dall’anzianità di servizio.
. 3d. Efficienza delle amministrazioni e trasparenza totale
In particolare, il metodo del benchmarking comparativo – reso possibile da un sistema di valutazione indipendente delle performances – sarà applicato in funzione dell’allineamento ai migliori standard europei del carico burocratico gravante sulle imprese e i cittadini, nonché dei livelli di efficienza delle amministrazioni di ciascun settore. Dovrà in particolare essere garantito alle imprese un credito automatico pari all’aggravio dei costi determinato da qualsiasi appesantimento degli oneri burocratici imposti da nuove leggi e regolamenti alle imprese stesse.
Priorità assoluta sarà data, mediante le necessarie misure organizzative e gestionali, all’allineamento dell’efficienza dei servizi scolastici (v. lettera 3b) e dell’amministrazione giudiziaria.
Sarà introdotto come principio generale non derogabile quello della trasparenza totale, secondo le procedure e le regole dei Freedom of information Acts degli USA e del Regno Unito. Lo stesso sistema di regole non derogabili dovrà essere imposto e rigorosamente applicato all’amministrazione dei partiti e dei loro gruppi in Parlamento e nei consigli regionali, provinciali e comunali, prevedendo in particolare che ogni voce di entrata e spesa venga analiticamente collocata e resa perfettamente consultabile on line, col corredo della relativa documentazione.
. 3e. Utilizzazione efficace dei Fondi strutturali europei
In funzione della crescita economica il Governo italiano si impegna a incrementare la capacità (oggi gravemente insufficiente) delle amministrazioni di promuovere progetti suscettibili di fruire del finanziamento da parte dei Fondi strutturali dell’UE, proponendosi l’obiettivo di utilizzazione almeno dell’80% dei contributi disponibili. Si impegna inoltre a dare impulso alla modernizzazione delle infrastrutture di trasporto e comunicazione sul territorio nazionale.
. 3f. Riduzione e riequilibrio dei carichi fiscali
Il Governo italiano si impegna a quantificare ogni anno e pluriennalmente l’obiettivo di aumento strutturale del gettito fiscale derivante dalla lotta all’evasione e a destinarlointegralmente, ogni anno in sede di assestamento, a finanziare un piano preciso di riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa, definito preventivamente in modo da essere reso esigibile, e coerente con le priorità indicate nei successivi paragrafih e i. La riduzione stessa del carico fiscale gravante su lavoro e impresa va perseguita anche trasferendone parte su consumi e patrimoni.
Sui primi, non si deve agire sulle aliquote IVA, ma sulla enorme evasione ed elusione. Con la sua energica azione di contrasto, il Governo Monti ha ottenuto in proposito significativi risultati. Sui secondi, il Governo Monti ha introdotto una robusta imposta patrimoniale. che può essere corretta. Ma non può certo essere smentita. Il nuovo Governo dovrà ora fare il resto: utilizzare ogni Euro rinveniente dal successo nella lotta all’evasione e dal riequilibrio nel prelievo sulle diverse basi imponibili per operare una robusta riduzione del prelievo fiscale sui produttori, sul lavoro e sull’impresa.
. 3g. Liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi
Il Governo italiano si impegna a proseguire e intensificare la politica di apertura dei mercati dei beni e dei servizi, ivi compresi quelli resi da lavoratori autonomi e liberi professionisti, nonché di rimozione dei vincoli che limitano in essi la concorrenza. In questo quadro si colloca l’attuazione del progetto di riordino e drastico sfrondamento degli incentivi alle imprese elaborato, su mandato del Governo, dal prof. Francesco Giavazzi.
. 3h. Semplificazione, flessibilità, sicurezza e superamento del dualismo nel mercato del lavoro
Il Governo italiano si impegna, innanzitutto, a una drastica semplificazione normativa e amministrativa in materia di lavoro, secondo le guidelines fornite dal Decalogue for Smart Regulation emanato a cura della Commissione Europea a Stoccolma il 12 novembre 2009. Si impegna inoltre a consolidare e rafforzare le misure volte
- al superamento del dualismo tra lavoratori sostanzialmente dipendenti protetti e non protetti;
- a rendere più fluido e sicuro il passaggio dei lavoratori dalle imprese in crisi o comunque meno produttive a quelle più produttive o comunque in fase di espansione, riducendo al minimo i tempi del passaggio da un’occupazione all’altra;
- a coniugare il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza economica e professionale dei lavoratori nel mercato del lavoro;
- a spostare verso i luoghi di lavoro il baricentro della contrattazione collettiva, favorendo il collegamento di una parte maggiore delle retribuzioni alla produttività e/o alla redditività delle aziende;
- a promuovere la partecipazione dei lavoratori nelle imprese in funzione della sperimentazione di piani industriali innovativi, volti all’incremento della produttività e quindi delle retribuzioni;
- a stanziare un robusto finanziamento per la defiscalizzazione di quote di salario prodotte dall’aumento di produttività, siano esse erogate in forma di partecipazione agli utili o di premio di produttività tradizionale;
- a promuovere l’afflusso di investimenti stranieri, adottando tutte le misure suggerite nel documento presentato al Governo stesso dal Comitato Investitori Esteri di Confindustria il 1° dicembre 2011.
. 3i. Incremento dei tassi di occupazione giovanile, femminile e degli anziani
Il Governo italiano si impegna a porre in atto misure specifiche finalizzate ad allineare alla media europea i tassi di occupazione (oggi gravemente inferiori):
. - delle donne: l’obiettivo è di aumentare di un punto e mezzo ogni anno il tasso attuale (46%) fino al raggiungimento dell’obiettivo fissato a Lisbona nell’ormai lontano anno 2000 (60%); a tal fine si adotterà l’”azione positiva” della detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile e si promuoverà lo sviluppo dei servizi alla famiglia, alle persone non autosufficienti e alle comunità locali, sia in funzione dell’aumento della domanda di lavoro femminile, sia in funzione della liberazione dell’offerta potenziale di lavoro femminile, oggi inespressa;
. - nella fascia di età tra i 18 e i 30 anni, mediante le misure di cui al lettera 3j in materia di scuola, formazione professionale, e servizi capillari di orientamento scolastico e professionale e la drastica riduzione dei costi di transazione relativi ai rapporti di apprendistato; infine, mediante il lancio di un programma di formazione mirata agli skill shortages, finanziato progressivamente secondo la straordinaria esperienza olandese dell’ultimo ventennio;
. - nella fascia di età superiore ai 55 anni: in particolare, le misure di innalzamento dell’età di pensionamento ultimamente adottate verranno consolidate e completate con misure volte a promuovere l’invecchiamento attivo, a incentivare l’assunzione di persone anziane, ad offrire agli over 55 disoccupati e non ancora in possesso dei requisiti per la pensione un sostegno del reddito condizionato alla loro disponibilità al lavoro.
. 3j. Miglioramento del sistema universitario, scolastico e della formazione professionale
L’obiettivo strategico deve consistere nell’attivazione di una larga autonomia degli istituti scolastici e degli atenei, anche riguardo alla selezione del personale didattico e amministrativo, con responsabilizzazione piena dei rispettivi vertici e corrispondente pieno recupero da parte loro delle prerogative programmatorie e dirigenziali necessarie. Questo obiettivo va preparato attraverso una fase transitoria nella quale si incominci a responsabilizzare atenei e istituti scolastici mediante una valutazione della performancegestita da una struttura indipendente centralizzata. I due sottoparagrafi che seguono sono riferiti a questa fase transitoria.
3j.1. Valutazione degli Istituti scolastici: completamento e rafforzamento del nuovo Sistema di Valutazione centrato sull’azione di Invalsi e Indire, con la prospettiva di avvicinare gradualmente il nostro modello a quello britannico centrato sull’azione della Ofsted (organizzazione indipendente che cura la valutazione sistematica della performance degli istituti scolastici) ; gli indici di performance degli istituti saranno basati sui test all’uscita dal ciclo scolastico, sulla rilevazione sistematica degli esiti scolastici e/o occupazionali a sei mesi e tre anni dall’uscita stessa e delle valutazioni delle famiglie (degli studenti stessi, dai 16 anni in su); gli indici di performance di ciascun istituto verranno ovviamente tarati in relazione alle caratteristiche del bacino di utenza e in particolare alle condizioni di istruzione ed educazione degli studenti in entrata.
. 3j.2. Incentivi ai dirigenti scolastici: la valutazione del dirigente è basata essenzialmente sulla valutazione della performance delle strutture affidategli. A regime, almeno un terzo della retribuzione del preside dipenderà dall’indice di performance dell’istituto. Agli istituti migliori verrà affidato una funzione di benchmark per gli altri e di disseminazione delle buone pratiche, con relativa remunerazione aggiuntiva per il personale docente coinvolto. In caso di insufficienza, dopo un periodo di avvertimento, se la sufficienza non viene raggiunta il dirigente viene rimosso e nei casi più gravi l’istituto stesso viene chiuso e il personale docente e non docente trasferito in altri istituti.
. 3j.3. Valutazione e incentivazione degli insegnanti: in ciascun istituto scolastico verrà attivato un meccanismo finalizzato all’attribuzione di un premio economico annuale agli insegnanti migliori, scelti da un comitato composto dal preside, da due insegnanti eletti dagli altri (cui andrà il 50% del premio e non potranno ovviamente essere selezionati per il premio intero) e da un rappresentante delle famiglie eletto dalle stesse, sulla scorta del progetto pilota “Valorizza” (su cui v. il Rapporto conclusivo del MIUR) sperimentato in quattro province nel corso del 2010-2011.
. 3j.4. Il Governo italiano si impegna inoltre a operare in modo incisivo ed efficace:
- per una riduzione del tasso troppo alto (18%) di abbandono scolastico precoce;
- per assicurare a ogni adolescente che esce da un ciclo scolastico un servizio efficiente di orientamento scolastico e professionale;
- per assicurare la rilevazione sistematica e pubblicazione on line dei tassi di coerenza della formazione/educazione; impartita in ciascun istituto scolastico o di formazione professionale con gli esiti occupazionali o scolastici a sei mesi e a tre anni dal conseguimento del diploma.
. 3j.5. Valutazione della ricerca universitaria: occorre proseguire, potenziare e affinare il progetto avviato dall’Anvur (Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca) per il censimento e la valutazione sistematica dei prodotti di ricerca. Di ogni facoltà viene rilevata in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali a sei mesi e tre anni dal conseguimento della laurea. I risultati di entrambe le rilevazioni, per ciascuna facoltà, ciascun dipartimento e ciascun professore e ricercatore, sono resi accessibili on line.
. 3j.6. Tagliare sprechi e rendite parassitarie: si possono liberare rilevanti risorse tagliando chirurgicamente i molti sprechi e rendite che pullulano nelle nostre università: per esempio dimezzando (o comunque riducendo in misura apprezzabile) lo stipendio a professori e ricercatori la cui attività di ricerca negli ultimi cinque anni sia valutata “zero”.
. 3j.7. Consentire la scommessa degli atenei e degli studenti sui progetti di eccellenza: agli atenei che vi sono interessati deve essere consentito di aumentare le tasse universitarie in funzione di progetti di eccellenza didattica: lo Stato compenserà gli aumenti per le famiglie con reddito medio o basso; lo Stato presterà integralmente il necessario allo studente, con un meccanismo per cui la restituzione rateizzata – parziale o integrale – incomincerà soltanto da quando il laureato avrà un reddito superiore a determinate soglie (per esempio: 24.000 euro annui per la restituzione parziale e 30.000 euro annui per quella integrale); i casi di mancata restituzione per non raggiungimento del livello minimo di reddito saranno coperti (in tutto o in parte) dalle università stesse interessate, che così ne risulteranno responsabilizzate riguardo alla qualità dell’insegnamento.
3l. Efficienza degli uffici giudiziari
L’esperienza eccellente del Tribunale di Torino e gli esperimenti in corso nelle sezioni lavoro dei Tribunali di Bologna e Roma dimostrano che si possono dimezzare i tempi della giustizia a costo quasi-zero con una migliore organizzazione dei tribunali: occorre generalizzare queste buone pratiche, responsabilizzando i dirigenti degli uffici giudiziari in relazione agli obiettivi e costringendo i magistrati meno efficienti ad allinearsi alla media.
4. La minaccia più seria: instabilità politica e crisi dei partiti
La lettera del gruppo dei 15 al Segretario Bersani in tema di riforma costituzionale ed elettorale (Corriere della Sera del 18 settembre scorso) ci consente qui un semplice rinvio alle valutazioni e proposte contenute in quel testo.
Da un lato, l’adozione della forma di governo semipresidenziale alla francese può fornire una risposta istituzionale alla drammatica caduta della capacità di rappresentanza dei partiti politici. Dall’altro, il sistema elettorale uninominale a doppio turno consentirebbe ai cittadini elettori di scegliere al tempo stesso il loro rappresentante e il governo.
Ma anche questo non basterebbe: va finalmente attuato l’art. 49 della Costituzione sui partiti politici, sia rendendo perfettamente esigibili i loro statuti, sia sottoponendo la loro gestione ai principi e regole della trasparenza totale (di cui si è detto sopra in riferimento alle amministrazioni pubbliche), sia riformando le norme sul loro finanziamento pubblico, facendolo derivare dalla libera scelta dei contribuenti, secondo un meccanismo analogo a quello del 5×1000.
dal Documento predisposto da Pietro Ichino ed Enrico Morando per l’assemblea aperta su Il PD e l’Agenda Monti del 29 settembre 2012 in Pietro Ichino | IL PD E L’AGENDA MONTI.
è destino che il PD, in alleanza con i resti della sinistra ottocentesca e i camussosauri preistorici della Cgil, vinca le prossime elezioni.
ed è anche destino che non riesca a governare (come insegna l’esperienza di bertinotti e vendola nel 1998).
dunque è PROGETTO tentare di attingere voti fra gli incerti dell’elettorato di destra.
matteo renzi ci sta provando.
buon cammino:
se vinci questa sfida oltre che destino c’è speranza per la politica italiana e il governo del ciclo 2013-2023
faccio girare il tuo intervento nelle mie reti
paolo ferrario
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La classe politica emersa dalla crisi del 1992-94 – tranne poche eccezioni individuali – ha fallito: deve essere sostituita perché è parte e causa di quel declino sociale che vogliamo fermare. L’Italia può e vuole crescere nuovamente.
Per farlo deve generare mobilità sociale e competizione, rimettendo al centro lavoro, professionalità, libera iniziativa e merito individuale. Affinché l’interesse di chi lavora – o cerca di farlo, come i giovani e tante donne – diventi priorità bisogna smantellare la rete di monopoli e privilegi che paralizzano il paese. I problemi odierni sono gli stessi di vent’anni fa, solo incancreniti: l’inefficienza dell’apparato pubblico e il peso delle tasse che lo finanziano stanno stremando l’Italia. Perdendo lavoro e aziende, migliaia di persone non sono più in grado di produrre e milioni di giovani non lo saranno mai.
Tagliare e rendere più efficiente la spesa, ridurre le tasse su chi produce, abbattere il debito anche attraverso la vendita di proprietà pubbliche, premiare il merito tra i dipendenti pubblici, promuovere liberalizzazioni e concorrenza anche nei servizi e nel sistema formativo, eliminare i conflitti di interesse, liberare e liberalizzare l’informazione, dare prospettive e fiducia agli esclusi attraverso un mercato del lavoro più flessibile ed equo. Sono queste le discriminanti che separano chi vuole conservare l’esistente da chi vuole cambiarlo per far sì che il paese goda i benefici dell’integrazione economica europea e mondiale. Nessuno, fra i partiti esistenti, si pone neanche lontanamente questi obiettivi. Noi vogliamo che si realizzino.
Per questo motivo auspichiamo la creazione di una nuova forza politica – completamente diversa dalle esistenti – che induca un rinnovamento nei contenuti, nelle persone e nel modo di fare politica. Cittadini, associazioni, corpi intermedi, rappresentanze del lavoro e dell’impresa esprimono disagio e chiedono cambiamento, ma non trovano interlocutori. Ci rivolgiamo a loro per avviare un processo di aggregazione politica libero da personalismi e senza pregiudiziali ideologiche, mirato a fare dell’Italia un paese che prospera e cresce. Invitiamo a un confronto aperto le persone e le organizzazioni interessate, per costruire quel soggetto politico che 151 anni di storia unitaria ci hanno sinora negato e di cui abbiamo urgente bisogno.
I promotori:
Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, Luigi Zingales
da Cambiare la Politica, Fermare il Declino, Tornare a Crescere | Fermare il Declino.
Varrebbe oltre il 20% dei consensi un eventuale partito di
Mario Monti. La previsione e’ di Renato Mannheimer, presidente dell’Ispo.
Il partito del premier e’ delineato come formazione di stampo
centrista, laica che si presenterebbe nel 2013 come partito nuovo in grado di competere con il vecchio sistema dei partiti italiani
da Governo: Mannheimer, oltre 20% il partito di Super Mario – Milano Finanza Interactive Edition.
Ricorre quest’anno l’80° anniversario della morte di Filippo Turati, avvenuta a Parigi il 29 marzo 1932, in casa di Bruno Buozzi.
Le sue ceneri vennero traslate e tumulate al Cimitero Monumentale di Milano il 10 ottobre del 1948 accompagnate da una imponente manifestazione nelle vie del capoluogo lombardo.
La Critica Sociale renderà omaggio alla sua figura con una cerimonia che si terrà
Milano 29 MARZO 2012 ALLE ORE 11,00
“L’allenamento come situazione piaceva al riformista che c’era in me. Sollevarsi per i capelli è un pensiero rivoluzionario. Crearsi forza lentamente e metodicamente è riformista. Il bodybuilding è la via dei piccoli passi. Corpo e società si costruiscono allo stesso modo: compiendo testardamente e instancabilmente un piccolo sforzo dopo l’altro.
In palestra il riformismo diventa cosa ovvia. Nessun principiante mingherlino crede di poter sollevare duecento chili per ‘ispirazione’ o ‘rivoluzione’. Ognuno è portato a rendersi conto che bisogna cominciare con piccoli pesi e gradatamente allenare la propria capacità. Dopo un certo periodo appare naturale che anche la capacità di essere liberi, responsabili, creativi deve essere raggiunta allo stesso modo: attraverso l’allenamento.”
Sven Lindqvist: Il sogno del corpo
Ponte alle Grazie, Milano – 2003
traduzione di Carmen Giorgetti Cima
pagg. 45-46
in tema di alleanze politiche: … il problema del PD è quello di cosa vuole essere e della sua capacità ad affrontare i problemi, non con chi stare …
(riferito alla fotografia di Vasto, con l’abbraccio fra Bersani, Di Pietro, Vendola)
Il caso più eclatante è quello di Sergio Chiamparino. Eletto sindaco di Torino, per la prima volta, nel 2001, con il 52,8% dei voti, il Chiampa è stato poi riconfermato alla guida della città nel 2006 con il 66,6% dei consensi, un quasi plebiscito. Per due anni è stato nella top ten dei sindaci più amati d’Italia, proprio come Matteo Renzi, ha accompagnato Walter Veltroni nel lancio del progetto del Lingotto nel 2007, ha conquistato consensi come amministratore e dimostrato di conoscere meglio di altri la questione settentrionale (per lungo tempo Massimo Cacciari, prima di uscire dal partito, ha insisito perché fosse Chiamparino a guidare il progetto di un Pd del Nord) eppure a lui il segretario non ha mai affidato incarichi di rilievo, pur avendolo promesso ad aprile 2010.
Ora Chiamparino continua a stare ai margini del Pd. Guardato persino con maggior sospetto anche a causa della sua partecipazione al Big Bang di Renzi, se non un endorsement per il giovane democratico fiorentino, quasi.
da: Da Debora Serracchiani a Sergio Chiamparino: i dimenticati del Pd – POLITICA.