La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex Presidente della Regione Lombardia per associazione a delinquere e corruzione. La richiesta coinvolge altre dieci persone, tra cui l’intermediario Pierangelo Daccò, già condannato per il crac del San Raffaele, Alberto Perego, storico amico del Celeste, l’ex assessore regionale Antonio Simone. Secondo i magistrati, la Fondazione Maugeri avrebbe ottenuto negli anni, grazie a delibere ad hoc della giunta regionale, 200mln di euro in rimborsi indebiti per perstazione sanitarie. Di questi, circa 61mln sarebbero serviti a pagare viaggi e altri ricchi benefit all’allora Governatore. Stralciate le posizioni di Umberto Maugeri e altri ex dirigenti della Fondazione, che hanno chiesto il patteggiamento. Di questa vicenda Report si è occupato nelle recenti inchieste di Alberto Nerazzini: “Il papa re”del 4 novembre e “Do ut des” del 5 maggio.
è la regione colpita da una «serie sconcertante di fenomeni corruttivi e concussivi nella pubblica amministrazione», come sottolinea il procuratore regionale della Corte dei Conti, per il quale la «piaga della corruzione è ben più grave rispetto a vent’anni fa», ai tempi di Mani Pulite. Roberto Formigoni, costretto a interrompere la sua quarta legislatura consecutiva, dopo quasi 18 anni di governo, proprio a causa delle inchieste e degli arresti che colpiscono i politici regionali, oggi fa il senatore della Repubblica. È l’indagato più importante: è accusato di associazione per delinquere, ma è ancora Commissario generale dell’Expo Milano 2015. La Lombardia riparte da Roberto Maroni e da una rinnovata alleanza Pdl-Lega. Qual è l’agenda politica? E soprattutto: la corruzione dilagante è una delle questioni sul tavolo? “Belli da morire” di Stefania Rimini, è il secondo servizio proposto dal programma di Milena Gabanelli. Con il patrimonio che abbiamo di natura, di arte, di cultura, enologico, gastronomico, dovremmo essere ricchi e felici. Com’è che non riusciamo a metterlo a frutto? Nonostante il made in Italy e la creatività per cui siamo famosi, le nuove imprese che ruotano intorno al patrimonio non riescono a partire, che siano a Milano o a Catania. Di chi è la responsabilità? Intanto gli amministratori dei nostri beni culturali regalano a Google la possibilità di digitalizzare i nostri tesori più belli, dagli Uffizi alle calli di Venezia, e le imprese italiane che fanno lo stesso lavoro vengono lasciate a becco asciutto. E ancora, chi sono i privati che fanno affari all’interno dei musei pubblici e chi raccomanda chi? Quando poi si tratta di turismo, il nostro Paese è talmente bello che noi pensiamo di poter vivere di rendita, perché chiunque nel mondo prima di morire, si diceva, dovesse venire a vedere l’Italia. Peccato che il mondo siacambiato, ci sono i social network e internet e il turista non è più lo stesso. Quando poi si tratta di paesaggio, nessuno ci batte. Abbiamo 121 paesaggi rurali e pastorali storici, dai castagneti monumentali della Toscana ai terrazzamenti della Liguria, ma sono anche i più minacciati dall’abbandono e dalle norme europee. Bisogna agire subito perché il nostro patrimonio è la strada per uscire dalla crisi.
domenica 5 maggio alle 21.30 su Rai3 andrà in onda la nuova puntata di Report.
Al centro della puntata le priorità per il nostro Paese: combattere ciò che ci affossa e curare invece ciò che ci permetterebbe di crescere. In “Do ut des” parliamo di corruzione: si annida dove girano i soldi, e in Lombardia ne girano di più.
“DO UT DES” Di Alberto Nerazzini
La chiamano il motore trainante dell’economia: è la Lombardia, 10 milioni di abitanti, un quinto del PIL italiano. Ed è la regione colpita da una «serie sconcertante di fenomeni corruttivi e concussivi nella pubblica amministrazione», come sottolinea il procuratore regionale della Corte dei Conti, per il quale la «piaga della corruzione è ben più grave rispetto a vent’anni fa», ai tempi di Mani Pulite.
Roberto Formigoni, costretto a interrompere la sua quarta legislatura consecutiva – dopo quasi 18 anni di governo – proprio a causa delle inchieste e degli arresti che colpiscono i politici regionali, oggi fa il senatore della Repubblica.
È l’indagato più importante: è accusato di associazione per delinquere, ma è ancora Commissario generale dell’Expo Milano 2015. La Lombardia riparte da Roberto Maroni e da una rinnovata alleanza Pdl-Lega. Qual è l’agenda politica? E soprattutto: la corruzione dilagante è una delle questioni sul tavolo?
E’ triste vivere in una fase politica che dura dal 1994 in cui un ricco crapulone e boss delle televisioni (Silvio Berlusconi):
1 è accusato di prostituzione minorile e si è inventato che la giovane prostituta era la nipote di un dittatore egiziano
2 è accusato di avere pagato milioni di euro per corrompere un grasso personaggio (ingaggiato alla politica da Antonio di Pietro e l’Italia dei suoi valori) fino a provocare la caduta del secondo governo Prodi (di fatto un colpo di stato tramite il voto)
3 è accusato di frode fiscale e di tanti altri reati
4 che, però, è stato presidente del consiglio per un intero ciclo della politica italiana
5 che, però, è stato rivotato da milioni di elettori
6 è difeso dai suoi pretoriani stipendiati che tentano un assalto eversivo al tribunale di Milano per impedire alla magistrata di turno Ilda Boccassini di fare la sua requisitoria per il suddetto reato di prostituzione minorile avvenute in orgie notturne
C’è davvero tanta tristezza in questa Polis alterata dalle visioni contrapposte e da un potere che che , con tracotanza e violenza linguistica, non vuole essere giudicato
I parlamentari Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, eletti nelle ultime elezioni nel Pdl, sono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Roma nell’indagine sul cambio di casacca in Parlamento avvenuto nel dicembre del 2010. Nei loro confronti si ipotizza il reato di corruzione. Il procedimento è stato avviato dal procuratore aggiunto Francesco Caporale.
Perché la ‘ndrangheta è arrivata in Lombardia? Come si è organizzata? Quali sono i settori in cui opera? Come è potuto succedere che la criminalità calabrese abbia avuto così tanto successo al Nord? È solo una questione di contagio sociale o sono stati i lombardi ad aprirle le porte?
Giuseppe Gennari, magistrato tra i maggiori esperti di criminalità organizzata, risponde a queste domande svelandoci una realtà solo parzialmente conosciuta attraverso le pagine di cronaca nera dei giornali, ma che invece ormai permea ampi settori dell’economia – si pensi al monopolio del movimento terra e al recupero crediti, all’acquisizione di importanti imprese impegnate nella realizzazione di opere pubbliche e al controllo dei venditori ambulanti di panini – e coinvolge un lunghissimo elenco di insospettabile gente “comune” (commercialisti, bancari, medici, impiegati, avvocati, carabinieri, poliziotti). Perché oggi sempre più spesso “la ‘ndrangheta veste in giacca e cravatta e si nasconde dietro il volto di uomini d’affari apparentemente irreprensibili”, non commettendo specifici reati ma moltiplicando le capacità di guadagno grazie ad aziende che si sono lasciate sedurre dalla prospettiva di facili introiti, all’omertà di tanti imprenditori compiacenti e delle impaurite vittime di usura e, come emerso di recente, agli stretti rapporti con alcuni politici che cercano o accettano voti dalle famiglie mafiose concedendo in cambio favori.
Per ricostruire la storia della penetrazione e il profilo della mafia calabrese al Nord, Gennari prende spunto da alcuni casi che ha seguito personalmente, dall’operazione “Parco Sud” a quelle “Tenacia” e “Caposaldo” – che si sono concluse con centinaia di arresti e hanno reso evidente la capillarità dell’infiltrazione mafiosa – alla vicenda di Lea Garofalo, la figlia di un boss diventata collaboratrice di giustizia e barbaramente assassinata nel 2009. E, tra interrogatori, pedinamenti e sentenze, ci spiega i meccanismi giudiziari all’interno dei quali i magistrati si trovano a operare, permettendoci di capire perché troppo spesso assistiamo ad assoluzioni apparentemente incomprensibili e perché i politici si salvano quasi sempre.
Le fondamenta della città è un monito a guardare sotto una nuova luce la realtà della criminalità organizzata, perché – ci dice Gennari – solo con un’assunzione di responsabilità collettiva potremo estirpare un male che rischia di minare la nostra società: sarebbe un errore pensare che la soluzione di questo problema possa essere delegata a giudici, pubblici ministeri e poliziotti. Un’efficace azione repressiva è, sì, fondamentale, ma non sufficiente, perché “oggi siamo in fondo al precipizio. Sino a quando non vincerà l’idea che il rispetto della legalità, il bene della collettività, la protezione delle generazioni future valgono più degli interessi personali nulla potrà veramente cambiare”
Corruzione e illecito finanziamento i reati di cui il Tribunale di Bari ha riconosciuto colpevole l’ex ministro ed ex presidente della Regione Puglia, oggi capolista alla Camera per il Pdl, condannato in primo grado per aver intascato una tangente da 500mila euro dal re delle cliniche romane Giampaolo Angelucci, in cambio di un appalto da 198 milioni nella sanità pugliese. Interdizione dai pubblici uffici per Fitto e per Angelucci, a sua volta condannato a tre anni e sei mesi. Pene minori per altri 11 imputati.
a proposito: perchè i piccoli (di testa e di cuore) mezzani dei talk show (Santoro in primis) non lo invitano più ai salottini della televisione cattiva maestra?
Paolo Ferrario
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Di Pietro ci tiene a precisare che i suoi appartamenti sono 11 e non 56, “un equivoco che nasce dalla risposta ambigua di Massimo D’andrea, il consulente (di parte) di Elio Veltri nella causa contro Antonio Di Pietro, all’inviata di Report” (Il fatto quotidiano, 3 novembre).
Sarebbe stato sufficiente rivedere la puntata “Gli insaziabili” per appurare che l’estensore della perizia (giurata) specifica che tra le proprietà della famiglia Di Pietro ci sono anche i terreni, che hanno un loro valore.
Per evitare fraintendimenti, e a conferma di una impostazione garantista, la sottoscritta ha tolto dal dato complessivo le proprietà della moglie e del figlio più grande, Cristiano, e precisato che le proprietà dell’ex magistrato “sono 45, un dato che comprende anche i terreni, le cantine, i garage” . Giocare sui numeri delle proprietà distoglie l’attenzione dal loro valore, quantificato dal perito all’incirca in cinque milioni di euro, ma con una stima prudenziale.
Sabrina Giannini, giornalista di Report, spiega come ha ricostruito, CONTROLLANDO UNA PER UNA LE FONTI, le operazioni immobiliari del moralista Di Pietro (della italia dei Suoi valori)
“Si vitam inspicias hominum, si denique mores, cum culpam alios, nemo sine crimine vivit”: Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa. Catone, Distici nella traduzione di Giancarlo Pontiggia
come circa il 30 % degli elettori italiani stanno riducendo la politica: il comico Grillo propone come Presidente della Repubblica l’immobiliarista Di Pietro
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L’inchiesta di Sabrina Giannini su Report, intitolata “Gli insaziabili”, ha evidenziato una serie di vicende poco chiare rispetto alla gestione dei fondi da parte dell’Italia dei Valori. La prima riguarda la gestione dei rimborsi elettorali, che tra il 2000 e il 2007 sarebbero stati trasmessi non direttamente al partito, che per legge dovrebbe esserne il legittimo percettore, ma a un’associazione composta da Di Pietro, sua moglie Susanna Mazzoleni e Silvana Mura, tesoriere del partito.
La seconda vicenda riguarda invece i soldi donati nel 1995 dalla contessa Borletti a Di Pietro e a Romano Prodi, che sarebbero stati utilizzati da Di Pietro per scopi personali. La storia, nota da tempo, è stata giustificata dallo stesso Di Pietro col fatto che si trattava di una donazione personale, poichè avvenne «prima che io mi mettessi a fare politica». L’ultima questione analizzata dal servizio riguarda la crescita esponenziale del numero di proprietà immobiliari, giustificata con i numerosi risarcimenti danni ottenuti da Di Pietro in sede civile per le diffamazioni subite.
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La puntata di Report è solo l’ultimo dei casi che negli ultimi tempi hanno messo in questione la credibilità dell’IdV e di Di Pietro, a partire dalle candidature al Parlamento di
Sergio De Gregorio,
Antonio Razzi, che pronunciò questa frase: “
“‘Meno di un anno e ti entra il vitalizio. Tu che cazzo te ne fotte, dico io?”
fuoriusciti dal partito e passati al centrodestra tra molte polemiche, fino ai casi giudiziari più recenti che hanno coinvolto diversi esponenti del partito a livello locale: le inchieste sui due consiglieri regionali
Onorevole Donadi, partiamo dall’investitura di Grillo: Di Pietro al Quirinale.
È un investitura che mi vede del tutto estraneo e contrario. È evidente che è la risposta al necrologio che Di Pietro ha scritto sul Fatto di oggi, dichiarando morta l’Italia dei Valori.
Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera, è un moderato, nel suo partito. Da mesi si è intestato una linea critica verso Tonino Di Pietro. Vorrebbe un’alleanza col Pd, una alternativa di governo. A sentirlo, pare più bersaniano che dipietrista. Nella corrispondenza d’amorosi sensi (politici, s’intende) tra Tonino, nella sua intervista al Fatto, e Beppe Grillo (“Meriterebbe il Quirinale”), legge un salto di qualità. E affida a una intervista con l’Huffington Post il suo strappo.
Sta dicendo che c’è un patto Di Pietro-Grillo, per dar vita a un’alleanza degli arrabbiati.
È in atto, e pure in fase avanzata, una manovra, condotta da due politici navigati che poco hanno a che fare con la freschezza movimentista. Di Pietro porta in dote a Grillo l’Italia dei Valori, o meglio il suo necrologio, la fine di un’esperienza e Grillo lo benedice. A entrambi dico buona fortuna, ma io non ci sarò. E soprattutto auguro buona fortuna all’Italia.
I tesorieri di partito negli ultimi anni hanno vissuto all’ombra dei loro leader, schivi, sempre poco propensi a rilasciare interviste, in molti pensavano che fossero occupati a far quadrare i conti del proprio partito e far si che i soldi provenienti dai finanziamenti pubblici fossero impiegati esclusivamente per rimborsare le spese elettorali, far funzionare al meglio la macchina del partito, o destinati a nobili iniziative sul territorio. Le cronache di questi ultimi mesi ci hanno raccontato un’altra storia e hanno svelato come alcuni di loro agissero per squallidi interessi personali e che dalle casse del partito attingessero in molti, come fosse la festa della cuccagna. E’ possibile che i tesorieri abbiano agito all’insaputa degli organi di partito? Che quello che è accaduto non fosse prevedibile ed evitabile?
L’inchiesta di Sabrina Giannini fà la radiografia ai casi di Luigi Lusi, Francesco Belsito, Franco Fiorito e Vincenzo Maruccio, ma anche ai bilanci dei partiti.
Il Senato ha approvato il ddl recante “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione” nel testo risultante dalla approvazione del maxiemendamento 1.900 (testo corretto) sostitutivo degli articoli da 1 a 26 del disegno di legge n. 2156-B – nel testo proposto dalle Commissioni riunite (S. 216-B). Il testo torna all’esame della Camera(C. 4434-B)
una volta che An decise di mettere in vendita il più «appetitoso» bene ricevuto in eredità, la casa di Montecarlo, si fece avanti la società Printemps con sede in un paradiso fiscale,
che a sua volta rivendette ad un’altra società offshore,
la quale – al termine di questo tortuoso giro – affittò l’appartamento proprio a Giancarlo Tulliani. Non si è mai capito come il «cognato» di Fini sia venuto a conoscenza dell’opportunità e, a sua volta, quanto il giovane Tulliani abbia aggiornato il presidente della Camera di tutti i successivi passaggi.
Cesare Lombroso , semplicemente guardandolo, avrebbe identificato per tempo lo yuppino voglioso di addentare il formaggio:
«Nell’ambito della mia vita privata quanto scritto dall’Espresso suscita in me profonda amarezza per comportamenti che non condivido. Ma questo è un aspetto tutto e solo personale. Non ho mai mentito o nascosto qualcosa agli italiani e per questo continuerò il mio impegno politico a testa alta».
Il Consiglio dei ministri ha deciso all’unanimità lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno,Anna Maria Cancellieri, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi. “Non è uno scioglimento per dissesto”, ha precisato, ma per “contiguità e non per infiltrazioni” mafiose. Lo scioglimento, ha proseguito, è stato “un atto preventivo e non sanzionatorio, una decisione sofferta, documentata, studiata e approfondita”, fatta “a favore della città”. Il ministro ha sottolineato che “è la prima volta nella storia d’Italia che viene sciolto il consiglio comunale di uncapoluogo di provincia“.
A spese della tassa televisiva, Floris ha costruito il personaggio della Polverini. Perché lo ha fatto? Vai a capirlo. Puntata dopo puntata, la signora sindacalista è divenuta un’eroina del dibattito politico. Berlusconi, che ritiene la tivù una fabbrica di eccellenze, l’ha spedita alla presidenza del Lazio. Pagando, si presume, una parte cospicua del gigantesco costo della campagna elettorale. Sette milioni di euro! Ossia quattordici miliardi delle vecchie lire. L’ha confessato lei aPiazzapulita, quando a interrogarla ha provveduto Corrado Formigli, un signore per fortuna più duro di quel chierichetto da oratorio rosso del Giovanni Floris. Il Cavaliere ha ordinato a madama Polverini di non dimettersi. E la sciagurata ha obbedito. Senza tener conto di una regola che nel centrodestra dovrebbero ficcarsi in testa: mai seguire i consigli o dire di sì agli ordini del Berlusconi 2012. Il grande Silvio non esiste più, al suo posto c’è un vecchietto di 76 anni, uno in meno del vecchietto Pansa, che le sta sbagliando tutte.
da Giampaolo Pansa su Libero del 23 settembre 2012 in Frz40′s Blog.