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Giuseppe Gennari, Le fondamenta della città – Mondadori
Giuseppe Gennari
Le fondamenta della città
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Perché la ‘ndrangheta è arrivata in Lombardia? Come si è organizzata? Quali sono i settori in cui opera? Come è potuto succedere che la criminalità calabrese abbia avuto così tanto successo al Nord? È solo una questione di contagio sociale o sono stati i lombardi ad aprirle le porte?
Giuseppe Gennari, magistrato tra i maggiori esperti di criminalità organizzata, risponde a queste domande svelandoci una realtà solo parzialmente conosciuta attraverso le pagine di cronaca nera dei giornali, ma che invece ormai permea ampi settori dell’economia – si pensi al monopolio del movimento terra e al recupero crediti, all’acquisizione di importanti imprese impegnate nella realizzazione di opere pubbliche e al controllo dei venditori ambulanti di panini – e coinvolge un lunghissimo elenco di insospettabile gente “comune” (commercialisti, bancari, medici, impiegati, avvocati, carabinieri, poliziotti). Perché oggi sempre più spesso “la ‘ndrangheta veste in giacca e cravatta e si nasconde dietro il volto di uomini d’affari apparentemente irreprensibili”, non commettendo specifici reati ma moltiplicando le capacità di guadagno grazie ad aziende che si sono lasciate sedurre dalla prospettiva di facili introiti, all’omertà di tanti imprenditori compiacenti e delle impaurite vittime di usura e, come emerso di recente, agli stretti rapporti con alcuni politici che cercano o accettano voti dalle famiglie mafiose concedendo in cambio favori.
Per ricostruire la storia della penetrazione e il profilo della mafia calabrese al Nord, Gennari prende spunto da alcuni casi che ha seguito personalmente, dall’operazione “Parco Sud” a quelle “Tenacia” e “Caposaldo” – che si sono concluse con centinaia di arresti e hanno reso evidente la capillarità dell’infiltrazione mafiosa – alla vicenda di Lea Garofalo, la figlia di un boss diventata collaboratrice di giustizia e barbaramente assassinata nel 2009. E, tra interrogatori, pedinamenti e sentenze, ci spiega i meccanismi giudiziari all’interno dei quali i magistrati si trovano a operare, permettendoci di capire perché troppo spesso assistiamo ad assoluzioni apparentemente incomprensibili e perché i politici si salvano quasi sempre.Le fondamenta della città è un monito a guardare sotto una nuova luce la realtà della criminalità organizzata, perché – ci dice Gennari – solo con un’assunzione di responsabilità collettiva potremo estirpare un male che rischia di minare la nostra società: sarebbe un errore pensare che la soluzione di questo problema possa essere delegata a giudici, pubblici ministeri e poliziotti. Un’efficace azione repressiva è, sì, fondamentale, ma non sufficiente, perché “oggi siamo in fondo al precipizio. Sino a quando non vincerà l’idea che il rispetto della legalità, il bene della collettività, la protezione delle generazioni future valgono più degli interessi personali nulla potrà veramente cambiare”
LA ZONA GRIGIA DELLA LEGALITA’, giornata di studio alla Università di Milano Bicocca, giovedì 7 febbraio 2013. Relatori: Sergio Tramma, Nando Dalla Chiesa, Armando Spataro, don Luigi Ciotti, Piergiorgio Reggio, Alessandro Cavallo, Girolamo Lo Verso, Stefania Pellegrini, Graziano Gorla
Linguaggio di MAFIA: Alfano: «Dell’Utri è un povero disgraziato» E il senatore: «Lui non ha le palle» – Corriere.it
DELL’UTRI – Alfano, «è persona brava e capace, ma non ha la maturità per aspirare al premierato», ha detto Dell’Utri in un’intervista rilasciata a Repubblica. «La segreteria Alfano non è mai esistita. Poveretto, non ha potuto cambiare niente, se siamo ridotti in questo stato è perché il partito è imploso, non si è rinnovato», ha spiegato il senatore siciliano.
ALFANO – Non si è fatta attendere la replica del segretario del Pdl: «Dell’Utri – ha detto durante la trasmissione tv “Porta a porta” – è un povero disgraziato per quello che gli sta succedendo. E parla a ruota libera permettendo agli osservatori di pensare che il suo sia il pensiero di Berlusconi e questo nuoce al presidente. Credo che Berlusconi debba porsi seriamente il problema della composizione delle liste».
LA NUOVA REPLICA – Passano pochi minuti ed arriva la controreplica di Dell’Utri: «Io ho già detto chiaramente quello che penso del segretario, un povero disgraziato l’ho detto io prima di lui e lui mi risponde con le stesse parole… Ho detto meno di quello che penso… Non mi va di replicare, Alfano si è già qualificato da sé per questa risposta piccata e fuori luogo. I guai del Pdl, purtroppo – insiste il senatore – vengono tutti dalla sua incapacità, dalla sua insipienza. Non ha le palle, non c’entra niente con noi».
viaAlfano: «Dell’Utri è un povero disgraziato» E il senatore: «Lui non ha le palle» – Corriere.it.
Di Pietro della IDV (Italia dei SUOI valori) ieri e oggi
“Si vitam inspicias hominum, si denique mores, cum culpam alios, nemo sine crimine vivit”:
Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa.
Catone, Distici
nella traduzione di Giancarlo Pontiggia
da Filippo Facci, Adesso che è finito, tutti scoprono chi è davvero Di Pietro, in Libero 31 ottobre 2012
Di Pietro e l’IDV (Italia dei SUOI valori): Rai3/Report svela come ha investito una enorme quantità di quattrini in case e terreni
diceva per lui Catone:
“Si vitam inspicias hominum, si denique mores, cum culpam alios, nemo sine crimine vivit”:
Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa.
Catone, Distici
nella traduzione di Giancarlo Pontiggia
vai a: GLI INSAZIABILI, a cura di Sabrina Giannini in Rai3/Report, 28 ottobre 2012
Reggio Calabria, sciolto il Comune per “contiguità” con organizzazioni mafiose. Contro la decisione del governo si scaglia Jole Santelli, deputato calabrese del Pdl (partito delle LORO libertà), che parla di “scelta politica punitiva e umiliante” – da Il Fatto Quotidiano
Il Consiglio dei ministri ha deciso all’unanimità lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno,Anna Maria Cancellieri, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi. “Non è uno scioglimento per dissesto”, ha precisato, ma per “contiguità e non per infiltrazioni” mafiose. Lo scioglimento, ha proseguito, è stato “un atto preventivo e non sanzionatorio, una decisione sofferta, documentata, studiata e approfondita”, fatta “a favore della città”. Il ministro ha sottolineato che “è la prima volta nella storia d’Italia che viene sciolto il consiglio comunale di uncapoluogo di provincia“.
da Reggio Calabria, sciolto il Comune per “contiguità” con organizzazioni mafiose – Il Fatto Quotidiano.
Sullo screditato e confuso mondo politico italiano piomba adesso la presunta rivelazione di Panorama, il quale descrive una delle due celebri telefonate tra il presidente Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino, ricostruzione informativa di Giorgio dell’Arti in ALTRI MONDI
Sullo screditato e confuso mondo politico italiano piomba adesso la presunta rivelazione di Panorama, il quale descrive una delle due celebri telefonate tra il presidente Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino e sostiene — senza rivelare la fonte e senza mettere virgolette — che in quel colloquio il presidente della Repubblica ebbe parole dure contro Di Pietro, criticò il comportamento della procura di Palermo e parlò male di Berlusconi che ci screditava davanti al mondo. Il colloquio sarebbe avvenuto a novembre, più o meno a cavallo del passaggio di mano tra Monti e il Cav.
Io farei un riassunto delle puntate precedenti.
C’è la procura di Palermo (in particolare il procuratore aggiunto Antonino Ingroia) che indaga su una presunta trattativa tra Stato e mafia avvenuta nel 1993, in cui — ipotizzano gli inquirenti — la mafia chiedeva un trattamento più umano in carcere per i suoi e in cambio prometteva di ammazzare meno. Per convincere i suoi interlocutori, la mafia mise bombe a Milano, Roma e Firenze, provocando parecchi morti, e ammazzò Borsellino, che si opponeva alla trattativa. Ribadisco: è tutta un’ipotesi di lavoro, su cui giurano — per esempio — quelli del Fatto, Travaglio in testa, e che giudicano invece inesistente quelli del Foglio. Il fine politico dell’inchiesta sarebbe, secondo chi non ci crede, quello di far cadere Napolitano e i tecnici da lui inventati.
Arriviamo alla telefonata.
I giudici di Palermo prendono di mira Nicola Mancino, che proprio in quei giorni del 1992 era diventato ministro dell’Interno. Mancino si sente perseguitato e telefona prima al consigliere del Presidente, Loris D’Ambrosio. E poi allo stesso capo dello Stato. La cosa si viene a sapere, D’Ambrosio ne muore di un colpo apoplettico, Napolitano reagisce con veemenza sollevando conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale.
Sì, ricordo che ne abbiamo parlato parecchie settimane fa.
I giudici avevano messo sotto controllo il telefono di Mancino e grazie a questo sentirono la voce di Napolitano. Continuarono ad ascoltare. Giudicarono le due conversazioni intercettate penalmente irrilevanti, non le sbobinarono e non le fecero trascrivere, ma le chiusero in cassaforte. Intendono distruggerle seguendo la stessa procedura che si segue per altri intercettati caduti casualmente nella rete: convocare le parti, con gli avvocati, discutere il contenuto delle telefonate davanti a un giudice terzo, procedere alla distruzione dell’intercettazione solo quando tutti coloro che sono coinvolti hanno preso visione del materiale e lo hanno giudicato penalmente irrilevante. Napolitano dice che, quando si tratta del presidente della Repubblica, questa procedura è esclusa e vuole la distruzione immediata delle bobine. Poiché sono all’opera, in questo caso, le tesi contrastanti di due istituzioni (Quirinale e Procura di Palermo) a giudicare sarà la Corte costituzionale, chiamata in causa dal presidente della Repubblica con questa procedura che si chiama «conflitto d’attribuzione».
Bene. Come entra in scena «Panorama»?
Con la descrizione di una delle due telefonate in causa. Ne abbiamo riferito all’inizio. Si pone a questo punto prima di tutto la questione: come fa Panorama — ammesso che non abbia inventato — a sapere quello che sa? Le bobine non sono state neanche trascritte. Quindi: o la fonte è Napolitano o la fonte è Mancino oppure hanno parlato i magistrati (il procuratore generale di Palermo, dottor Messineo, esclude eccetera, Ingroia dice anche lui di essere istituzionale e di non potere né confermare né smentire) o infine è un giochetto dei servizi per tenere alta la tensione generale, obiettivo che lo spionaggio italiano persegue da sempre. Panorama è un settimanale di Berlusconi e questo induce il mondo a chiedersi: perché Berlusconi, adesso, vuole mettere nei guai Napolitano? Nessuno sa rispondere. È possibile che la direzione di Panorama agisca senza tener conto degli interessi del padrone? Il direttore Giorgio Mulè fece a suo tempo al Cav lo scherzetto di tirar fuori per primo le vicende del cerchio magico bossiano e delle imprese della signora Bossi. A Berlusconi non fece di sicuro piacere.
Napolitano?
Un comunicato durissimo, e carico di indignazione, in cui riecheggiano stilemi del vecchio Pci di Tatò-Berlinguer. «La pretesa, da qualsiasi parte provenga, di poter ricattare il Capo dello Stato è risibile. A chiunque abbia a cuore la difesa del corretto svolgimento della vita democratica spetta respingere ogni torbida manovra destabilizzante». Il presidente della Repubblica «non ha nulla da nascondere e terrà fede ai suoi doveri costituzionali». È in corso «una campagna di insinuazioni e di sospetti» e alle «tante manipolazioni si aggiungono così autentici falsi». «Quel che sta avvenendo, del resto, conferma l’assoluta obbiettività e correttezza della scelta compiuta dal Presidente della Repubblica di ricorrere alla Corte costituzionale a tutela non della sua persona ma delle prerogative proprie dell’istituzione». Le forze politiche hanno reagito nel modo previsto: Bersani e il Pdl difendono, Di Pietro attacca, chiedendo che Napolitano rinunci al giudizio della Corte e renda noti lui stesso i contenuti delle telefonate. Prevedibilissimo, tranne in un punto: saputo che il presidente — sempre secondo Panorama — parla male di lui, Di Pietro ha detto di volerci «bere su». «Non ci voleva un indovino per capire che due persone che si conoscono da 40 anni, al di là dell’ufficialità, parlandosi si lasciano andare ad apprezzamenti e valutazioni. Anche se mi ha mandato a quel paese, capisco, è una telefonata privata, ne prendo atto e ci bevo sopra».
da ALTRI MONDI.
Mani pulite ha 20 anni, ma oggi in Italia c’è più o meno corruzione? di Giorgio dell’Arti
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Era il 17 febbraio 1992, un lunedì, vent’anni fa esatti. Alle cinque e mezza del pomeriggio il capitano dei carabinieri Roberto Zuliani fece irruzione con i suoi uomini nell’ufficio di presidenza del Pio Albergo Trivulzio di Milano, l’ospizio dei poveri. Il presidente dell’istituto, Mario Chiesa, stava contando proprio in quel momento un pacco di banconote da 100 mila lire che gli stessi carabinieri avevano segnato. In una borsa c’erano altri 35 milioni, che Chiesa riuscì a buttare nel water. Fuori in auto aspettava il pm Antonio Di Pietro, ancora sconosciuto. Messo in galera, Chiesa parlò e si scoprì così che i partiti vivevano di mazzette, lo Stato era corrotto, il Paese era marcio: 4.520 persone coinvolte, 3.200 rinviate a giudizio, 661 condannate (inclusi 345 patteggiamenti). Cancellati dalla scena politica la Dc, il Psi e gli altri partiti, tranne l’ex Pci già trasformato in Pds e i fascisti del Msi, presto ribattezzati Alleanza Nazionale. La Lega c’era già, Berlusconi non era ancora sceso in campo. Per far capire meglio quella stagione, aggiungerò un paio di dati: il costo della corruzione nel periodo 1980-1992 è stato calcolato in 15-30 mila miliardi di lire, cioè 8-16 miliardi di euro l’anno; Transparency International, che a quell’epoca ci collocava al 33° posto tra i paesi corrotti (il primo posto è riservato al più virtuoso), ci piazza oggi al 69° posto su 182 paesi. Cioè siamo nettamente peggiorati.
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l’intero articolo qui: ALTRI MONDI.
‘ndrine calabresi: Testimone suicida, arrestati familiari – Corriere.it
Aveva descritto nei particolari gli affari sporchi e le attività criminali e gli omicidi commessi dalla cosca Bellocco di Rosarno, alleata dei Pesce, una delle ‘ndrine più potenti in Calabria. Maria Concetta Cacciola, 31 anni, figlia di Michele Cacciola, cognato del boss Gregorio Bellocco, si era poi suicidata con acido muriatico, il 22 agosto scorso.
L’OPERAZIONE - Giovedì mattina i carabinieri della compagnia e gli agenti del commissariato di Gioia Tauro hanno arrestato i suoi genitori, Michele Cacciola, 54 anni, Anna Rosalba Lazzaro, 48 anni e il fratello Giuseppe, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia violenza e minaccia per costringerla a ritrattare le sue confessioni.
Il comune di Salemi, di cui è sindaco Vittorio Sgarbi, va sciolto per «infiltrazioni mafiose».
Sergio Tramma, Legalità illegalità, Laterza, 2012, p. 152
il senatore del PD Luigi Lusi e la profezia di Catone. Iscritto al registro degli indagati il senatore del Partito Democratico Luigi Lusi per il reato di appropriazione indebita: responsabile di aver sottratto per interessi “privatissimi” e “immobiliari” poco meno di 13 milioni di euro dal conto del partito di cui era il tesoriere
ammoniva CATONE:
“Si vitam inspicias hominum, si denique mores, cum culpam alios, nemo sine crimine vivit”:
Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa.
Catone, Distici, nella traduzione di Giancarlo Pontiggia
Il procuratore aggiunto Alberto Caperna ha infatti iscritto al registro degli indagati il senatore del Partito Democratico Luigi Lusi per il reato di appropriazione indebita. Con un’accusa che lo vede per giunta “reo confesso” e lo vuole responsabile di aver sottratto per interessi “privatissimi” e “immobiliari” poco meno di 13 milioni di euro dal conto del partito di cui era il tesoriere (la Margherita), in cui era continuato ad affluire fino al 2008 denaro pubblico, e su cui aveva conservato diritto ad operare con l’ex segretario Francesco Rutelli.
È una storia che comincia nel novembre scorso.
tutto l’articolo qui:L’ex tesoriere della Margherita è accusato di aver rubato 13 milioni di euro di rimborsi elettorali | Il Post.
VAL di SUSA, 26 ARRESTI PER GLI SCONTRI DI LUGLIO
Nel mirino leader dei No Tav e dell’area antagonistaI reati: lesioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale
http://www.corriere.it/cronache/12_gennaio_26/arresti-valsusa_49d72a9a-47e5-11e1-9901-97592fb91505.shtml
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finalmente la magistratura fa quello che DOVEVA fare
PFerrario
istigatori di violenza ed eversione: L’anatema di Beppe Grillo “Fuori Tutti! Destra, sinistra… o succederà l’ira di Dio!” – Agorà
presidente di Confindustria in Sicilia, Ivan Lo Bello: nei blocchi che stanno creando tante difficoltà e notevoli danni al sistema imprenditoriale, erano presenti esponenti riconducibili a Cosa Nostra
CONFINDUSTRIA, “MAFIOSI TRA MANIFESTANTI”. “Noi abbiamo evidenze che in molte manifestazioni, nei blocchi che stanno creando tante difficoltà e notevoli danni al sistema imprenditoriale, erano presenti esponenti riconducibili a Cosa Nostra”. A lanciare l’allarme è il presidente di Confindustria in Sicilia, Ivan Lo Bello. “Dietro questa mobilitazione – ha aggiunto – vedo un vecchio ribellismo siciliano, con dei leader che fanno politica e …
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Ilvo Diamanti legge i quotidiani il giorno dopo il salvataggio di Nicola Cosentino (del Pdl, partito delle loro libertà), colluso con la camorra campana
partiti familiari: la famiglia Antonio Di Pietro e le parole di Catone
cum culpant alios, nemo sine criminis vivit.
Guardali, gli uomini,
come vivono,
mentre biasimano gli altri: nessuno
è senza colpa
Catone, Distici
Medusa editore
Traduzione di Giancarlo Pontiggia
Figli e cognati in Parlamento
E cioè di come anche i politici avanzino per discendenza dinastica. Con un pater familias potente che irradia il suo potere sui parenti, con lo stesso assolutismo di un Re. Certo, la sera in cui Umberto Bossi si è presentato a palazzo Grazioli ad uno dei vertici del centrodestra accompagnato dal figlio Renzo, Silvio Berlusconi è stato festosissimo e si può capire perché: per il Cavaliere il partito personale è sempre stata una vocazione e tanto meglio se diventa un modello. Naturalmente Silvio chiese di tornare, invito che i due Bossi hanno raccolto. Sorride Bruno Tabacci, un battitore libero che si è formato nella Prima Repubblica: «Ma ve l’immaginate Andreotti, Moro o Fanfani che si presentano ad un vertice con Nenni o Berlinguer portandosi dietro uno dei loro figli? E il buon Amintore di figli ne aveva otto… La verità – ma molti l’hanno dimenticata – è che nella Dc i figli dei leader non potevano entrare in politica sino a quando la parabola politica dei genitori non si fosse conclusa.
Una legge non scritta, ma ferrea». Vero. Rosa Russo Iervolino e Sergio Mattarella, Mario Segni ma anche Antonio Gava sono tutti entrati in scena quando ne erano usciti i loro importanti genitori. Nella Prima Repubblica, seppure con qualche eccezione (Giorgio La Malfa, figlio di Ugo, ebbe in dono il nomignolo di «Gesù Bambino»; Bobo Craxi fu fatto segretario milanese del Psi dal padre Bettino) si usava così. Certo, c’è il precedente memorabile di Galeazzo Ciano che sposò la figlia di Mussolini nel 1930 e, da adetto di ambasciata a Rio de Janeiro, nel giro di 5 anni sarebbe diventato ministro della Stampa e Propaganda e poi degli Esteri. Eppure la novità del familismo in politica scoppia in tutto il suo splendore nella Seconda Repubblica. Per prima cosa sono spuntati i partiti personali – Forza Italia, Rinnovamento Italiano di Dini, l’Italia dei Valori, l’Udeur di Mastella e anche la Lega.Partiti di tradizione democratica hanno smesso di tenere congressi alle scadenze statutarie (dentro An, erede del vivacissimo Msi, l’ultima conta risale a sei anni fa) e passo dopo passo, è spuntato il sottoprodotto del partito personale: la trasmissione dinastica della poltrona.
Che ha colpito tutti. L’ascetico Armando Cossutta che si è portato in Parlamento la figlia Maura, anche il vulcanico leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, che voluto con sé il fratello Marco, il quale ha avuto il coraggio di dire: «Non vedo dov’è lo scandalo. Io nasco calciatore, da qualche anno c’è un leader del centrosinistra che mi stima e mi vuole candidare: in fondo è lui ad averne un vantaggio». Nel 2005Clemente Mastella ha voluto che la moglie Sandra – fino a quel momento digiuna di politica – venisse inserita ed eletta d’ufficio nel listino del Governatore Bassolino e subito dopo ha chiesto che la sua signora presiedesse il parlamentino della Regione Campania, la più popolosa d’Italia dopo la Lombardia. Tra i tanti casi spuntati nel centrodestra, il più orginale è quello di Mariella Bocciardo, la prima moglie di Paolo Berlusconi. Promotrice a Milano di un ristorante, il «Mangia e ridi», rivelatosi poco redditizio (ma al quale si erano associati personaggi come Adriano Galliani e Paolo Romani), la «ex» è stata aiutata a trasferirsi in Parlamento. E Di Pietro? Certo, Cristiano continuerà a presidiare il territorio, ma a Roma – già da qualche mese e per non sentirsi solo – Tonino si è portato dietro il cognato. Gabriele Cimadoro, a Montecitorio era già entrato nel 1998: allora e oggi è noto per i suoi sigari.
Eversione: la telefonata di Silvio Berlusconi al faccendiere Valter Lavitola (direttore del quotidiano L’Avanti)
EVERSIONE: Ogni azione e movimento che impiega mezzi violenti anche terroristici per rovesciare il potere costituito
Rosario Livatino fu ucciso, in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre 1990
Rosario Livatino fu ucciso, in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre ’90 sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta mentre – senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto – si recava in Tribunale.
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Oltre agli articoli su giornali e riviste nonché ai servizi radiotelevisivi, sulla figura di Livatino sono stati pubblicati:
- Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino, Einaudi, Torino 1992;
- Ida Abate, Il piccolo giudice. Profilo di Rosario Livatino, ILA Palma, Palermo 1992 – Armando Siciliano Editore, Messina 1997;
- Angelo La Vecchia, Fiaba vera, Ed. Meta, Canicattì 1997;
- Ida Abate, Rosario Livatino. Eloquenza della morte di un piccolo giudice, Armando Siciliano, Messina 1999;
- Maria Di Lorenzo “Rosario Livatino. Martire della giustizia“, Edizioni Paoline, Roma 2000;
- Ida Abate, Il piccolo giudice. Fede e Giustizia in Rosario Livatino, Editrice AVE, Roma 2005.
- Il film “Il giudice ragazzino“ (regia di Alessandro Di Robilant), 1993, è stato liberamente tratto dal saggio omonimo di Nando Dalla Chiesa “Il giudice ragazzino”;
- Il film documentario “Luce verticale. Rosario Livatino. Il martirio” del regista Salvatore Presti; vincitore nell’ottobre 2007 del premio nella sezione “Ritratti” alla decima edizione del “Religion Today Film Festival”.
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- Il CD Musicale “Il mio piccolo Giudice” prodotto e arrangiato da Fausto Mesolella con le voci di Maria Luisa Corbo, Peppe Servillo, Salvatore Nocera e del professore Giuseppe Peritore; da un’idea, progetto e produzione esecutiva di Giuseppe Cartella.
- La phonostoria “Qualcosa si è spezzato” su testi di Rosario Livatino; prodotto da Centro Europeo Risorse Umane e Multimedia San Paolo in collaborazione con Caritas Italiana, Ufficio Nazionale per i Problemi sociali ed il Lavoro, e Centro sportivo italiano.
L’Associazione “TECNOPOLIS”, editrice del mensile“Opinioni”, ha curato la pubblicazione in due distinti quaderni delle relazioni di Rosario Livatino “Il ruolo del Giudice nella società che cambia” del 7 aprile 1984 e “Fede e Diritto” del 30 aprile 1986″ che si sta cercando di far distribuire tramite il Consiglio Superiore della Magistratura, il Ministero di Grazia e Giustizia o la Presidenza di Camera e Senato e della Repubblica ai neo magistrati e neo avvocati con la semplice corresponsione di un minimo contributo per copia da destinare all’autofinanziamento delle spese dell’auspicato “Processo Diocesano di Canonizzazione”.Associazione Amici del Giudice Rosario Livatino.
Napoli, arrestato Tarantini con la moglie per estorsione a Berlusconi. Lavitola latitante | Blitz quotidiano
L’inchiesta che ha portato all’arresto di Tarantini – l’imprenditore barese che nel 2008 aveva portato Patrizia D’Addario a palazzo Grazioli – era stata al centro di una anticipazione, il 24 agosto scorso, del settimanale Panorama. Nell’indagine anche Valter Lavitola, direttore ed editore del quotidiano online Avanti!, per il quale è stato chiesto l’arresto. L’inchiesta è condotta dai sostituti procuratori Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli. Secondo Panorama, l’estorsione ai danni del Cavaliere sarebbe consistita in un versamento di 500 mila euro a Tarantini e in altre somme(20mila euro) versate ogni mese per pagare l’affitto della casa romana, forse quella in via Veneto dove oggi l’imprenditore barese e la moglie sono stati arrestati. Il presidente del Consiglio ha negato di essere vittima di un’estorsione e a Panorama ha dichiarato: ”Ho aiutato una persona (cioè Tarantini, ndr) e una famiglia con bambini che si è trovata e si trova in gravissime difficoltà economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio”.
L’ipotesi della procura di Napoli, secondo la ricostruzione di Panorama, è che Tarantini abbia ricevuto il compenso per continuare a dichiarare, nel processo barese in cui è indagato, che Berlusconi non sapeva di ospitare alle sue feste escort prezzolate dallo stesso imprenditore pugliese. Secondo l’accusa, il mezzo milione sarebbe dovuto servire, soprattutto, a convincere Tarantini a scegliere la strada del patteggiamento in un procedimento in cui sarebbe l’unico imputato, evitando così un processo pubblico con la conseguente diffusione di intercettazioni telefoniche ritenute imbarazzanti per il premier.
Fenomenologia delle mafie in Lombardia e mezzi di contrasto. Maurizio Romanelli (Procura di Milano) e Rocco Sciarrone parlano della presenza del crimine organizzato nella regione e della relativa storia giuridica del recente passato
1981-2011, dalla P2 alle P3 e simili: i favori al posto del diritto, in GrParlamento
- 1981-2011, dalla P2 alle P3 e simili: i favori al posto del diritto
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Oggi ci occupiamo del trentennale dello scandalo P2. il 17 marzo dell’81 la magistratura sequestra a casa di Licio Gelli, (che ufficialmente è solo un piccolo imprenditore nel campo dei materassi), un elenco di nomi, che risultano appartenere ad una loggia massonica segreta, qualcosa quindi di esplicitamente vietato dalla costituzione. Le indagini portano a due conclusioni opposte tra loro. La magistratura dirà in sostanza che la P2 era soltanto una società di mutuo soccorso, un comitato d’affari, mentre il parlamento dirà che si trattava di un’associazione eversiva, che voleva sovvertire le istituzioni e stravolgere la costituzione. La storia deve ancora dire la sua, ma la cronaca ci offre anche ai nostri giorni esempi di associazioni segrete, che cercano di condizionare la vita politica, tanto che si parla appunto di P3 e P4. Tra i molti libri scritti in questi anni sulla storia della P2, presentiamo oggi un testo, che raccoglie i diari inediti di Tina Anselmi, dall’81 all’84 presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia segreta. Il titolo è: La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi, l’editore Chiarelettere, la curatrice la scrittrice e saggista Anna Vinci, che è ospite in studio di questa puntata di Pagine in Frequenza. Al telefono intervengono l’allora segretario della commissione il dottor Giovanni Di Ciommo, e gli allora commissari Sergio Mattarella (DC) e Luigi Covatta (PSI). Ecco come l’agenzia Ansa ha sintetizzato il loro intervento. P2: MATTARELLA-COVATTA,FU FRUTTO DEBOLEZZA DELLA POLITICA OGGI POLITICA DELEGITTIMATA, SI CORRONO STESSI RISCHI DI ALLORA (ANSA) – ROMA, 1 APR – “La P2 è la piu’ straordinaria ed inquietante concentrazione di potere extralegale, che si sia mai avuta in Italia; oggi purtroppo la situazione del paese è molto simile a quella di 30 anni fa”. Lo dice Luigi Covatta, ex parlamentare PSI e direttore di Mondo Operaio, al microfono di Alessandro Forlani, nel settimanale di Gr Parlamento RAI, “Pagine in Frequenza”. Gli fa eco l’ex-vicepremier e parlamentare DC Sergio Mattarella, (come Covatta componente della commissione parlamentare sulla P2), secondo cui “La P2 aveva l’obiettivo politico di condizionare le istituzioni, tramite il controllo degli apparati piu’ importanti: forze armate, magistratura, giornalismo, governo, Parlamento”. La loggia segreta, aggiunge Mattarella, voleva bypassare l’autorità di governo e Parlamento, tessendo una rete di rapporti personali e segreti negli apparati statali e nel mondo dell’economia. “Questo intreccio di persone ed ambienti, conclude Mattarella, che pretendono di decidere tra di loro in segreto cosa deve avvenire nel nostro paese, è una tentazione ricorrente ed attuale”. La loggia di Gelli, prosegue Covatta, non era tanto pericolosa, come invece sosteneva Il PCI, per il suo versante ideologico e per i suoi piani eversivi, quanto per il suo intervento concreto nelle vicende economiche e politiche spicciole. Parlando del presente, Covatta ha detto che tanto piu’ il potere politico è debole, quanto piu’ personaggi improbabili sono in grado di condizionare la vita del paese. “Oggi la politica è delegittimata e non è rappresentativa delle forze positive della società civile; in questo scenario, anche personaggi dilettanteschi del calibro di Gelli possono diventare dei protagonisti”. Sulla P2 segnaliamo altri due testi: uno, scritto da Aldo Mola, il piu grande esperto di massoneria italiano, Gelli e la P2, Fra cronaca e storia, 2008, Bastogi Editrice Italiana, e poi di Giorgio Galli, grande storico della politica, La venerabile trama, la vera storia di Licio Gelli, 2007, edizioni Lindau. Di Anna Vinci ricordiamo anche: L’usuraia, Edizioni Associate, Tina Anselmi, storia di una passione politica (Sperling & Kupfer e La politica con il cuore (con Stefania Pezzopane, Castelvecch
da: GrParlamento.
Mafia e Aziende: come una cosca si impossessa di un’azienda – Newsletter quattrogatti.info – Marzo 2011
Ciao a tutti i simpatizzanti di www.quattrogatti.info 
Con questa newsletter vogliamo segnalarvi l’uscita di una nuova presentazione su mafia ed economia.
Perché la mafia si impossessa di un’azienda?
Che tipo di aziende sono vittime della mafia?
Quali sono le tattiche che la mafia usa?
Queste domande vengono analizzate da Stefano Gurciullo facendo riferimento ad una storia vera.
La mafia prettamente militare, affezionata alle lupare e ai severi codici d’onore ormai è morta da tempo. A questa si sono susseguite nuove mafie che con un’inclinazione maggiore verso il profitto e con un violento spirito imprenditoriale si fanno spazio nell’economia italiana e non solo.
A pochi giorni dall’allarme lanciato dalla Dna e dal governatore di Bankitalia Draghi per la crescente infiltrazione mafiosa in Lombardia, l’ultimo lavoro di Quattrogatti intende fare chiarezza su uno dei metodi adottati dal crimine organizzato per infiltrarsi nel sistema economico: l’accaparramento di un’azienda.
Vi informiamo anche che il nostro precedente video sull’immigrazione in Italia è stato pubblicato da lavoce.info, il più importante portale italiano di informazione economica. Si tratta di un piccolo, ma importante, successo per il lavoro svolto!
Buon divertimento!
Quattrogatti









