SERGIO ZAVOLI PRESENTA “ANDRA’ TUTTO BENE” DI MIRELLA DELFINI

Sergio Zavoli presenta il libro dell’anno
Mirella Delfini tra Papa Giovanni XXIII, De Gaulle, Fanfani, Mattei, Nenni, Moro, Pasolini, Buzzati, Fellini, Montanelli, Moravia, De Sica.

“Divertente, scanzonata, a volte commovente”, scrive Sergio Zavoli, oggi autorevole voce della RAI presentando il romanzo di Mirella Delfini. L’autrice è nota giornalista che parte dal fascismo per giungere a nostri giorni, raccontando di vicende, incontri, scontri, interviste e molto altro ancora tra Giovanni Papa XXIII, Pasolini, Montanelli, Moravia, Vittorio De Sica e tanti altri.
“La vicenda di Mirella Delfini – ha scritto Zavoli – ,una giornalista d’assalto, si snoda lungo un secolo pieno di avvenimenti e di lampi tempestosi. Non è soltanto un’autobiografia, è anche una strada da percorrere per scoprire luoghi impensati e incontrare personaggi eccezionali come Papa Giovanni XXIII, il Pandit Nehru, Charles De Gaulle, Amintore Fanfani, Enrico Mattei, Pietro Nenni, Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini, Dino Buzzati, Federico Fellini, Indro Montanelli, Alberto Moravia, Vittorio de Sica e molti altri.”
Il libro è stato pubblicato da AbelBooks una casa editrice che pubblica ebook distribuendoli e vendendoli in tutto il mondo. Si possono infatti trovare i titoli del ricercato catalogo, suddiviso tra narrativa e saggistica, su Amazon, in Applestore, Bol, Rizzoli, Internet Bookshop e le più importanti librerie online della rete.
Sergio Zavoli, giornalista RAI e scrittore, parla del lavoro di Mirella Delfini, non solo come una auto-biografia, ma come un viaggio di incontri e interviste interessanti a personaggi eccezionali che hanno fatto la nostra storia. E prima di terminare la sua presentazione Zavoli ha voluto sottolineare che “ci sono anche fatti che solo oggi è possibile raccontare; per esempio la vera storia di come Papa Giovanni XXIII – durante la crisi per i missili a Cuba – sia riuscito con il suo carisma a riconciliare ‘le due K’, Kennedy e Krusciov, scongiurando il pericolo di una terza guerra mondiale. E’ una vicenda che pochi sanno, infatti il mondo crede ancora che il merito sia tutto di Kennedy.
Storia, politica cultura, sorprese e rischi, tutto si mescola e si ricompone in un vasto arazzo sul quale ci si avventura senza un momento di respiro e di noia.”

ANDRA’ TUTTO BENE
di Mirella Delfini
Abelbooks editore
Euro 4,99

www.abelbooks.net


Progetto | ITAca – Storie d’Italia, a cura di Giovanni Marrozzini

Il progetto ITAca – Storie d’Italia è in primis un viaggio in camper per l’Italia alla ricerca di storie, persone, realtà italiane nell’anno del 150° anniversario dell’Unità.
Il Camper trasporterà un giovane fotografo italiano Giovanni Marrozzini che si è già affermato per la sua indiscussa capacità artistica ed espressiva, per le sue grandi doti umane e di comunicatore nonché per la professionalità e gli ottimi risultati raggiunti con la docenza in numerosissimi workshop fino ad oggi compiuti.

Il suo compito sarà duplice:

  • realizzare uno spaccato dell’Italia nell’anno del 150° anniversario dell’Unità. Scegliendo i luoghi di interesse storico e artistico, inseguendo le storie di personaggi illustri come di semplici cittadini, il fotografo comporrà una Storia D’Italia fotografica, un insieme di racconti legati alla contemporaneità e alla memoria di luoghi e persone. L’idea è quella di realizzare un grande mosaico di testimonianze e un documento espressivo e coinvolgente del nostro Paese e delle sue molte anime: più che una Storia, quindi, una raccolta di STORIE dell’Italia contemporanea.
  • tenere una serie di workshop fotografici aperti a tutti coloro che vorranno partecipare alla grande opera o che solamente vorranno fare un’esperienza di grande valore sia sotto il profilo tecnico sia sotto quello umano. L’esperienza di Marrozzini, maturata nel corso degli anni con i suoi workshop tenuti in tutta Italia, in Argentina, in Albania e in Africa, è garanzia di un evento altamente coinvolgente e di qualità che metterà i partecipanti in grado di contribuire con le loro storie fotografiche al grande mosaico che si verrà componendo nel corso del viaggio. I workshop sono sostenuti dal motore culturale, organizzativo, informativo della Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche e dalla volontà delle sue migliaia di soci presenti in tutte le regioni del Paese.

Tutto il materiale fotografico verrà visionato e selezionato da un comitato artistico: entrerà a far parte dell’Archivio Fotografico del Centro Italiano della Fotografia d’Autore e verrà messo in mostra presso il CIFA (Centro Italiano della Fotografia d’Autore) di Bibbiena con una grande manifestazione conclusiva per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Verranno realizzati due volumi: il primo relativo al lavoro svolto da Giovanni Marrozzini; il secondo con la selezione delle opere dei partecipanti ai workshop. I testi saranno affidati a specialisti della lettura delle immagini, ad esperti della storia della fotografia e ad esperti della storia e del costume italiano degli ultimi 150 anni.

Il volume conterrà anche il racconto degli avvenimenti del viaggio e i documenti delle storie interpretate con libero contributo da tutti i partecipanti.

Partenza del Camper: 18 marzo 2011
Conclusione del viaggio: 31 marzo 2012

Mostra fotografica finale: giugno 2012 presso il CIFA di Bibbiena

da Progetto | ITAca – Storie d’Italia.


Foibe, il giorno del ricordo. Il 10 febbraio è il giorno del ricordo degli italiani massacrati in Istria, Dalmazia e Friuli Venezia Giulia tra il 1943 e il 1945

Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell’Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.

La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano “nemici del popolo”. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo racconta Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.

da http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=60

Qualche documentazione storica:


l’assassino pluriomicida cesare battisti , condannato dai tribunali italiani a quattro ergastoli, festeggerà la sua impunità al carnevale di rio sghignazzando sul dolore delle vittime sopravvissute

l’assassino pluriomicida cesare battisti , condannato dai tribunali italiani a quattro ergastoli, festeggerà la sua impunità al carnevale di rio sghignazzando sul dolore delle vittime sopravvissute.

Ciò è dovuto a:

 


teppisti anti-istituzionali: studenti bolognesi contro la laurea honoris causa al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Bologna: scontri durante le proteste contro la laurea a Napolitano
http://www.ilfattoquotidiano.it - Una carica della polizia e dei carabinieri, un giornalista e uno studente con delle ferite lievi, un provocatore bloccato con le buone o le cattive. Questo il bilancio delle proteste degli studenti bolognesi contro la laurea honoris causa al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il corteo ha bloccato per qualche ore le strade intorno all’aula magna. Gli scontri sono avvenuti dopo che per diverse volte studenti e agenti si erano trovati faccia a faccia senza incidenti. Video di David Marceddu altro
Bologna, Napolitano riceve la laurea honoris causa
http://www.ilfattoquotidiano.it Napolitano ha parlato soprattutto dei problemi che la politica europea ha affrontato negli ultimi anni. Non ultime, le derive populistiche: “Sono state richieste soluzioni fuori dagli schemi ordinari” altro

è morto Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica nel periodo 1992-1999. Il ricordo di Walter Veltroni

era un uomo severo e simpatico.

gli volevo molto bene.

ha difeso la democrazia e la costituzione quando non era semplice .

grazie, presidente.

Walter Veltroni

tramite: walter veltroni (veltroniwalter) su Twitter.


IARUSSI, C’era una volta il futuro L’Italia della Dolce Vita

O. IARUSSI

C’era una volta il futuro

L’Italia della Dolce Vita

Collana “Intersezioni”

pp. 156, € 14,00
978-88-15-23376-9
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 03/11/2011

Copertina 23376


“Che cosa c’era davvero in quel film sotto la patina dello scandalo? Quale Italia promettente e deludente raccontava? E che cosa ci è successo? L’Italia della Dolce Vita - sembra il titolo di un ‘progetto per il passato’, mentre la favola raccontata ai nostri figli riserva un incipit un po’ inquietante: c’era una volta il futuro…”.

L’Italia che nel 1961 celebra i cent’anni dall’unità è un paese giovane, in preda a un’incontenibile voglia di crescita. Uscito sconfitto e immiserito dalla seconda guerra mondiale, si lancia in un vorticoso sviluppo industriale e dei consumi che mette in soffitta le memorie della sua identità contadina. Tra il 1959 e il 1963, la stagione del boom coincide con la cosiddetta “Dolce Vita”. Simbolo del vitalismo disordinato ed euforico dell’Italia del miracolo economico, il capolavoro di Fellini è un repertorio dei tic, delle contraddizioni, delle zone d’ombra di quell’esplosiva fame di futuro. Ma i grandi temi che attraversano il film -l’informazione, la cultura, la fede, la famiglia, l’eros – ci parlano a ben vedere della realtà di oggi, di un’Italia grottescamente più felliniana di Fellini, e soprattutto avvitata nella cupa sensazione di avere “un grande futuro dietro le spalle”.

Oscar Iarussi, critico cinematografico, è giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Insegna Storia del cinema americano nell’Università di Bari. Tra i suoi libri: “Lettera aperta. Sud, Nord e altre storie” (Manni, 2003), “L’infanzia e il sogno. Il cinema di Fellini” (Ente dello Spettacolo, 2009); ha curato inoltre “Viva l’Italia. Undici racconti per un paese da non dividere” (Fandango Libri, 2004) e il catalogo “Frontiere. La prima volta” (Laterza, 2011).

 

 

 

Volumi – O. IARUSSI, C’era una volta il futuro.


Presentazione del libro C’era una volta la città dei matti

La copertina del libro e i due dvdRoma, 7 dicembre 2011. Il libro ripercorre la lavorazione del film tv C’era una volta la città dei matti, trasmesso nel 2010 da RAI UNO con un grande, e per certi versi sorprendente, successo di ascolti. Una appassionata narrazione delle storie individuali di pazienti, amministratori, operatori, un grande racconto collettivo che vede sulla scena più di cento personaggi. A partire dalla difficile e impensabile apertura delle porte del manicomio di Gorizia e di Trieste, viene narrata l’origine di un cambiamento epocale nel modo stesso di intendere la salute mentale che ancora oggi provoca e fa discutere.

Mercoledì, 7 dicembre 2011 – ore 19.00
Più libri Più liberi
Fiera della piccola e media editoria
EUR Palazzo dei Congressi – Roma

Presentazione del volume :
E. Bucaccio, K. Colja, A. Sermoneta, M. Turco
C’era una volta la città dei matti
Un film di Marco Turco – dal soggetto alla sceneggiatura
con DVD del film TV originale prodotto da RAI Fiction
Edizione e note a cura di Barbara Grubissa

con
Marco Turco, regista e coautore del volume
Fabrizio Gifuni, attore e coautore del libro
Peppe Dell’Acqua, direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste e direttore di collana

Durante la presentazione verranno presentate anche alcune scene del film.

Descrizione del libro
E’ in uscita per l’editore Alpha Beta Verlag, nella collana 180 archivio critico della salute mentale, il libro con il trattamento, la sceneggiatura e il dvd del film con sottotitoli in inglese. Con interventi degli autori e degli attori e foto di scena. Il libro su uno dei più grandi successi TV del 2010. Tutti i retroscena, dall’idea alla sua realizzazione: soggetto, trattamento e sceneggiatura e infine, allegato in DVD, il film. 
Un’appassionata narrazione delle storie individuali di pazienti, amministratori, operatori, un grande racconto collettivo che vede sulla scena più di cento personaggi. A partire dalla difficile e impensabile apertura delle porte del manicomio di Gorizia e di Trieste, viene narrata l’origine di un cambiamento epocale nel modo stesso di intendere la salute mentale che ancora oggi provoca e fa discutere.
Vengono pubblicati integralmente il Trattamento e la Sceneggiatura, corredati da note che danno informazioni sui principali eventi che hanno portato alla realizzazione della Legge 180, sugli scritti originali di Franco Basaglia e dei suoi collaboratori, sulle circostanze storiche e politiche che hanno fatto da sfondo al processo di deistituzionalizzazione.

Il libro è arricchito dalle note di regia di Marco Turco e dalle originali considerazioni degli sceneggiatori sull’approccio ad un tema difficile e controverso e sulla modalità di scrittura dei testi.
Fabrizio Gifuni racconta come è entrato nel personaggio di Franco Basaglia e come si è avvicinato alla realtà storica che ha portato alla chiusura del manicomio.
Vittoria Puccini racconta come si è calata nel personaggio di Margherita, una giovane rinchiusa prima nel manicomio di Gorizia poi in quello di Trieste, negli anni in cui arriva Basaglia 

Fonte: http://www.alphabeta.it

da Presentazione del libro C’era una volta la città dei matti.


Vidotto, V. (a cura di) Atlante del Ventesimo secolo

Vidotto, V. (a cura di)
Atlante del Ventesimo secolo
I documenti essenziali 1946-1968
Argomento: Storia

Il secolo delle ideologie, il secolo delle masse, il secolo della scienza e della tecnologia. E ancora: il secolo delle guerre, il secolo americano, il secolo delle donne, il secolo della violenza.
È ancora presto per dare una definizione conclusiva del Novecento, ma certo è possibile ripercorrerne le complesse vicende.
Un’ampia selezione di documenti – in quattro volumi – consente di avvicinarsi direttamente ai momenti più significativi e ai protagonisti del secolo, così da misurare i propri interessi e verificare le proprie scelte di campo.

Dal processo di Norimberga ai capi nazisti fino all’anno spartiacque nella storia delle mentalità e dei comportamenti del Novecento, il Sessantotto. In questo volume, lo sguardo si allarga verso l’Africa, l’Asia e l’America Latina, protagoniste del processo di decolonizzazione e di grandi trasformazioni come la rivoluzione cinese e la rivoluzione cubana. Tra i nuovi attori della scena mondiale emergono lo Stato di Israele e la Palestina, intrecciati in un nodo di tensioni e conflitti ancora irrisolti. Sono anche gli anni della guerra fredda, dei conflitti interni al mondo comunista, dell’apertura della Chiesa alla modernità con il pontificato di Giovanni XXIII, del progetto di una ‘nuova frontiera’ di J.F. Kennedy e del risveglio degli afro-americani negli Stati Uniti.

Vidotto, V. (a cura di)
Atlante del Ventesimo secolo
I documenti essenziali 1969-2000
Argomento: Storia

Il secolo delle ideologie, il secolo delle masse, il secolo della scienza e della tecnologia. E ancora: il secolo delle guerre, il secolo americano, il secolo delle donne, il secolo della violenza.
È ancora presto per dare una definizione conclusiva del Novecento, ma certo è possibile ripercorrerne le complesse vicende.
Un’ampia selezione di documenti – in quattro volumi – consente di avvicinarsi direttamente ai momenti più significativi e ai protagonisti del secolo, così da misurare i propri interessi e verificare le proprie scelte di campo.

Un trentennio di profondi rivolgimenti quello testimoniato nell’ultimo volume dell’Atlante del Ventesimo secolo. Il colpo di Stato in Cile, la sconfitta americana in Vietnam, lo scandalo del Watergate e le dimissioni del presidente Nixon. In Europa, mentre la Spagna torna alla democrazia, l’Italia vive l’incubo del terrorismo. Dal 1978 la Chiesa cattolica guidata da Giovanni Paolo II, il polacco Karol Wojtyla, svolge un ruolo decisivo nella politica mondiale favorendo la crisi del mondo comunista. Nel 1979 la rivoluzione khomeinista in Iran cambia gli assetti in una delle regioni più conflittuali del pianeta, nel 1989 crolla il muro di Berlino, agli inizi degli anni Novanta gli scandali di Tangentopoli delegittimano la classe politica italiana e consentono l’affermarsi di Berlusconi, figura dominante della Seconda repubblica.


Ajello, N. Taccuini del Risorgimento

Ajello, N.
Taccuini del Risorgimento

Argomento: Attualità, ComunicazioneTorino, 1° marzo. Sembra tutto in ordine: tranne il numero, la qualifica e la spiegazione. Mi spiego meglio. I manuali, i quaderni e i sillabari sono già spalancati ad accogliere Vittorio Emanuele come loro venerato sovrano. Ma si dovrà chiamarlo Primo oppure Secondo ? E re d’Italia o re degli Italiani? Ancora: egli è diventato tale per decreto divino o per volere del popolo? Sarà pure una controversia formale, ma appassiona sia gli uomini della strada che le pensose diplomazie europee. Se dovessero mandare al nuovo re dei dispacci o degli incartamenti, che numero dovrebbero scrivere sulla busta?
Questo libro può essere letto come un divertissement d’autore, con quella pretesa, in apparenza un po’ straniante, di presentarsi come una sequela di ‘corrispondenze’ trasmesse giorno per giorno dai fronti dell’Unità d’Italia, nell’ultimo mese della sua costruzione, fra il febbraio e il marzo 1861. Ma accanto a questo, nei Taccuini del Risorgimento, c’è molto altro. Nelle notizie, nelle vignette, nei primi reportages fotografici che affluiscono da ogni angolo del Paese mentre si sforza di diventare una Nazione, si colgono (o si pregustano) le polemiche che divamperanno nei decenni successivi sulla legittimità e le modalità di quel cambiamento. Ed emergono – magari alquanto deformate dalle passioni connesse a questa fase inaugurale degli umori nazionali – le immagini di personaggi ciascuno dei quali è destinato a diventare un proverbio storico: il Re Magnanimo, Cavour il Tessitore, l’Eroe Garibaldi, Mazzini l’Incompreso, Franceschiello il Giovane Borbone Incolpevole, Napoleone III il Nipote Ambizioso, Pio IX l’Infallibile contraddetto dalla Storia. Stereotipi popolari, certo, di cui però non sempre gli storici con l’iniziale maiuscola hanno tenuto conto. Un Risorgimento, insomma, presentato con una voce sommessa, e con l’intento di renderlo umano in virtù di uno stratagemma cronistico e di una prosa libera da sussiego

documentazione ufficiale dei primissimi anni dopo l’Unità d’Italia, che ricostruisce, attraverso i carteggi originali, la storia diplomatica del nostro Paese, da Governo Italiano – Dossier

Un viaggio attraverso la documentazione ufficiale dei primissimi anni dopo l’Unità d’Italia, che ricostruisce, attraverso i carteggi originali, la storia diplomatica del nostro Paese. È quanto offre alla consultazione dei cittadini, il sito del Ministero degli Affari Esteri in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. I manoscritti presentano uno spaccato importante delle relazioni diplomatiche, intese a instaurare formali e reciproci rapporti, promosse da paesi stranieri verso il nascente Stato italiano.

I documenti, visionabili anche in alta risoluzione, provengono dall’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, struttura che si occupa della conservazione, del riordinamento e dell’inventariazione della documentazione storico-diplomatica prodotta sia dagli Uffici centrali del Ministero sia dalle Rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero e ne assicura l’accessibilità nei limiti della consultabilità. Conserva inoltre gli originali degli atti internazionali.

Dall’inizio dell’anno sono stati sedici i documenti finora pubblicati che ripercorrono i passi diplomatici ufficiali che sancirono ilriconoscimento dello Stato italiano nel consesso internazionale. La condivisione della documentazione diplomatica rappresenta un’opportunità, per studiosi e non, di ricostruire un passaggio storico significativo nella storia dei rapporti internazionali.

Il riconoscimento degli altri Stati

La Gran Bretagna, che aveva sostenuto Cavour e Vittorio Emanuele II durante il percorso unitario, concesse il riconoscimento già alla fine del marzo 1861, prima fra le nazioni d’Europa e del mondo.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti d’America, l’emigrazione di numerosi patrioti del risorgimento italiano al di là dell’Atlantico costituì un fenomeno di rilevo in particolare per i rapporti tra i due paesi. La simpatia delle élites americane verso la causa italiana fu evidenziata dall’apporto di combattenti statunitensi nell’impresa dei mille di Garibaldi, cui trovò riscontro, successivamente, la partecipazione di volontari italiani nei due eserciti americani (in prevalenza in quello nordista) durante la guerra di secessione.

La Francia era stata alleata del Regno di Sardegna durante la guerra contro l’impero asburgico del 1859. I moti e gli esiti dei plebisciti del 1860 avevano invece preoccupato l’imperatore Napoleone III, il quale, in quanto sovrano cattolico, disapprovò l’acquisizione di parte dei territori dello Stato Pontificio e non vide di buon occhio la formazione di uno Stato nazionale italiano ben più esteso e, in prospettiva, potente di quanto non prevedessero gli originali piani francesi. Le perplessità dell’imperatore impedirono un pronto riconoscimento del titolo di Re d’Italia a Vittorio Emanuele II nel marzo 1861. Per evitare che la Gran Bretagna acquisisse un’influenza preponderante sul nuovo Stato, Parigi intraprese un complesso negoziato diplomatico con Torino che si concluse alla fine di giugno. Nel documento ufficiale, le parti evidenziavano le rispettive riserve che si ponevano al momento del formale avvio delle relazioni diplomatiche tra l’impero francese ed il Regno d’Italia.

testo raccolto dal sito del Ministero Affari Esteri

Governo Italiano – Dossier.


Claudio Magris … e anche la logica non si sente troppo bene di g.giossi

Claudio Magris … e anche la logica non si sente troppo bene

 

Livelli di guardia (Garzanti) in uscita in questi giorni raccoglie una serie di riflessioni pubblicate sul Corriere della Sera da Claudio Magris tra il 2006 e il 2011. Sono pezzi dedicati alla Costituzione italiana e alla sua messa in discussione, alla laicità e al rapporto con la Chiesa cattolica, fino ai grandi fatti di cronaca che hanno diviso il paese come il caso Englaro e la vicenda di Welby. Un libro ricco e indignato che libera dagli stretti confini dell’attualità e aiuta a riflettere sul cambiamento di un mondo che oggi più che mai ha bisogno di profondità e di memoria per non perdere l’equilibrio.

Claudio Magris prende così spunto dall’attualità per darle il respiro del tempo storico: una distanza necessaria per degli scritti che sono sì figli dell’indignazione, ma che non tradiscono il bisogno di una riflessione che vada oltre l’angusto…

 

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Eversione: la telefonata di Silvio Berlusconi al faccendiere Valter Lavitola (direttore del quotidiano L’Avanti)

EVERSIONE: Ogni azione e movimento che impiega mezzi violenti anche terroristici per rovesciare il potere costituito


Rapporto SVIMEZ 2011 sull’economia del Mezzogiorno

Rapporto SVIMEZ 2011
sull’economia del Mezzogiorno

da www.SVIMEZ.it – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.


Valeria P. Babini, Liberi tutti Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento

V.P. BABINI

Liberi tutti

Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento

Collana “Storica paperbacks”

pp. 384, DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE
978-88-15-14950-3
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 22/09/2011

Copertina 14950


Premio in psicologia e psichiatria “Sante de Sanctis”.

“Un libro destinato a rimanere come un punto di riferimento per gli studi ma anche capace di coinvolgere il lettore” (Giuseppe Berta)

Il 21 aprile 1980 chiude il manicomio di Trieste. Per la prima volta un ospedale psichiatrico viene dichiarato soppresso. La legge 180, approvata due anni prima, ha aperto una nuova epoca nella cura delle malattie mentali. E’ il punto d’arrivo di un percorso che, dagli inizi del Novecento, ha interessato l’intera società italiana. Riportando le voci di chi ne fu testimone e attore – medici, giornalisti, fotografi, scrittori, registi, ma anche ex degenti e cittadini – il libro racconta momenti e personaggi di una straordinaria vicenda che, con il nome di Basaglia, farà il giro del mondo. Nel rievocare i traumi da trincea della Grande guerra, l’invenzione italiana dell’elettroshock, la “follia” di Violet Gibson (attentatrice di Mussolini), la scoperta degli psicofarmaci, i primi reportage sui manicomi come lager, la rivoluzione psichiatrica, l’approdo alla 180, questa ricostruzione, appassionante e documentata, mostra come la questione psichiatrica abbia rappresentato un momento centrale della storia d’Italia nel suo cammino verso la democrazia.

Valeria P. Babini insegna Storia della psicologia nel Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna. Con il Mulino ha pubblicato “Tra sapere e potere” (con M. Cotti, F. Minuz, A. Tagliavini, 1982), “La vita come invenzione” (1990) e “Il caso Murri” (2004).

Volumi – V.P. BABINI, Liberi tutti.


Silvio Forever, un film di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, andato in onda su La7. Dibattito fra Enrico Mentana, Paolo Mieli, Giuliano Ferrara

http://www.silvioforever.it/


Il paese dei buoni e dei cattivi Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare di Federica Sgaggio, Minimum Fax editore


Il paese dei buoni
e dei cattivi

Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare
di Federica Sgaggio

Siamo sommersi dalle notizie: fra quotidiani, televisione, internet, ciascuno di noi riceve ogni giorno migliaia di dati. Eppure non ci sentiamo più informati; anzi, questo immenso flusso è dispersivo, ci lascia confusi, ci fa sentire la mancanza di qualcuno che ci aiuti a non naufragare. Così da un po’ di tempo in qua i mezzi di informazione hanno preso alla lettera questo bisogno e, invece di darci le notizie, ci dicono direttamente qual è la parte per cui tifare.
Dagli appelli-petizioni che sostituiscono gli approfondimenti, ai racconti emotivi, ai dibattiti tv che prendono il posto delle inchieste, ai personaggi simbolo come Saviano o Santoro che funzionano da eroici tutori della verità: il giornalismo ha risolto il problema del mappare la sempre maggiore complessità del nostro mondo, semplicemente dividendolo in buoni e cattivi. Tanto a noi, invece di capire qualcosa in più della realtà, basta sentirci dalla parte giusta. 
Il paese dei buoni e dei cattivi è un libro intelligente, documentatissimo, appassionato nel suo modo di mettere in discussione la voce dei media, che ci fa riscoprire lo strumento migliore per orientarci nel mondo dell’informazione: la nostra libertà

collana: Indi
prezzo: 15 euro
pagine: 300


Quei 500 mila baby pensionati – Corriere della Sera

….

ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby, liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d’età: 535.752 per la precisione, che costano allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l’anno. Ancora oggi l’Inpdap, l’ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse sotto i 50 anni: di queste più di 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini, per una spesa nel 2010 di 7,4 miliardi. A queste pensioni si sommano 106.905 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) per un costo di altri 2 miliardi.

Sempre secondo i dati del Casellario centrale, l’età media di questo mezzo milione di pensionati baby sta tra 63,2 anni (per chi ha lasciato il lavoro nella fascia d’età 35-39 anni) e 67 (per chi ha lasciato a 45-49 anni). Questo significa che stanno prendendo l’assegno come minimo da 18-24 anni e che, considerando la speranza di vita, continueranno a prenderlo per un’altra quindicina d’anni.

I baby pensionati ricevono in media una pensione lorda di circa 1.500 euro al mese. Importi generosi considerando che mediamente vengono pagati per più di 30 anni e che hanno alle spalle pochi contributi. Tanto che di solito un pensionato baby incassa minimo tre volte quanto ha versato. Se anche si volesse limitare il contributo a coloro che sono andati in pensione prima dei 45 anni, la platea sarebbe ampia: 240.063 assegni per un costo di 3,8 miliardi l’anno.

Le pensioni concesse sotto i 50 anni sono concentrate al Nord (il 65% circa). Al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi. Seguono: Veneto, Emilia Romagna e Piemonte.

Quei 500 mila baby pensionati – Corriere della Sera.


L’arte di arrangiarsi non ci salverà di ILVO DIAMANTI – Repubblica.it

TEMO che il piano del governo per rispondere alla bufera dei mercati non produrrà gli effetti sperati. Non solo per i limiti relativi alle politiche annunciate, né per le turbolenze globali. Oltre a tutto ciò, c’è un altro problema: noi. Gli italiani. E lui. Berlusconi. Insieme al governo “eletto dal popolo”. In definitiva: il rapporto fra gli italiani e chi li governa. In parte, si tratta di una novità.
Gli italiani, infatti, nel dopoguerra, hanno sempre reagito alle emergenze, interne ed esterne. Basti pensare alla Ricostruzione degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando l’Italia divenne uno dei Paesi più industrializzati al mondo. Gli italiani conquistarono il benessere, l’accesso all’istruzione di massa e ai diritti di cittadinanza sociale. Anche in seguito il Paese continuò a crescere. Soprattutto negli anni Novanta, grazie alle aree e ai settori in precedenza considerati “periferici”. Le piccole imprese, il lavoro autonomo, le province del Nord, il Nordest. In quegli stessi anni, gli italiani reagirono alla crisi – economica e politica – affidandosi ai governi guidati da Amato e Ciampi, all’intesa tra il governo e le parti sociali. Gli italiani, allora, affrontarono manovre finanziarie il cui costo complessivo superò largamente i centomila miliardi di lire. E pagarono molto anche tra il 1996 e il 1998, quando al governo erano Prodi e (ancora) Ciampi. Per entrare nell’Europa dell’Euro. Per non restare esclusi dall’Unione – peraltro ancora incompiuta. Pagarono caro, tra molte proteste, comprensibili. Ma pagarono. Perché compresero che non c’era alternativa, se volevano mantenere il benessere e lo sviluppo conquistati con tanti sacrifici. Oggi – lo ripeto – dubito seriamente che riusciremmo nella stessa impresa. Che saremmo – saremo – in grado di affrontare gli stessi costi e gli stessi sacrifici. Con gli stessi risultati.

Ci ostacola, anzitutto, la nostra identità sociale. Il nostro “costume nazionale”. Gli italiani, infatti, si sentono uniti dalle differenze, locali e sociali. Sono – siamo – un Paese di paesi: città, villaggi, regioni. L’Italia è, al tempo stesso, un collage, una “casa comune”, dove coabitano molte famiglie. Appunto. Perché gli italiani si vedono diversi e distinti da ogni altro popolo proprio dall’attaccamento alla famiglia. E ancora, dall’arte di arrangiarsi. Cioè, dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti e di rispondere alle difficoltà. E, ancora, dalla creatività e dall’innovazione. Un popolo di creativi, flessibili, attaccati alla propria famiglia, al proprio contesto locale. E, puntualmente, lontano dallo Stato, dalle istituzioni, dalla politica, dal governo. Una società familista, in grado di affrontare le difficoltà “esterne” di ogni genere. In grado di crescere “nonostante” lo Stato e la Politica.

Si tratta di una cornice condivisa, come ha dimostrato il consenso ottenuto dalle celebrazioni del 150enario. Ma è ancora in grado di “funzionare” come in passato? Penso di no.

Il localismo, la struttura familiare e quasi “clanica” della nostra società: sono limiti alla costruzione di una società aperta, equa, fondata sul merito. Ostacoli a ogni tentativo di liberalizzare. Gran parte degli italiani, d’altronde, sono d’accordo sulle liberalizzazioni. Ma tutti, o quasi, pensano di trasmettere ai figli non solo la casa e il patrimonio, ma anche la professione, l’impresa e la bottega. E molti (soprattutto quelli che non hanno un lavoro dipendente) vedono nell’elusione e nell’evasione fiscale una legittima difesa dallo Stato inefficiente, esoso e iniquo. Il quale, da parte sua, non fa molto per allontanare da sé questo ri-sentimento.

Difficile, in queste condizioni, rilanciare la crescita, abbassare il debito pubblico, imporre il pareggio di bilancio. Anche se venisse imposto per legge. Anzi: con norma costituzionale.
Eppure – si potrebbe eccepire, legittimamente – in passato questo modello ha funzionato. Già: in passato. Quando eravamo (più) poveri. Quando dovevamo conquistare il benessere e un posto di riguardo, nella società. Per noi e i nostri figli. Quando la nostra economia e il nostro Paese dovevano guadagnare peso e credibilità, sui mercati e nelle relazioni internazionali. A dispetto dei sospetti e dei pregiudizi nei nostri confronti. Ma oggi non è più così. Non abbiamo più la rabbia di un tempo. Semmai: la esprimiamo nei confronti dello Stato e degli altri. Gli stranieri. E in generale: verso gli altri italiani. Sempre più stranieri ai nostri occhi.

Poi, soprattutto, è da vent’anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant’altro. E dal Partito Personale dell’Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l’economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell’informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.

Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti: è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico: è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi: come fai a credergli?

Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l’occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri. Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L’arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.

L’arte di arrangiarsi non ci salverà – Repubblica.it.


Il debito pubblico italiano, quando e chi lo ha formato | Linkiesta.it


Alessandro Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse, recensione di Cadavexquis

Con Anatomia delle Brigate Rosse  Alessandro Orsini non scrive una pura e semplice storia delle Brigate rosse, ma realizza uno studio – estremamente convincente e ben documentato, oltre che di grande leggibilità - dei presupposti psicologici e ideologici che ne hanno resa possibile la nascita e che hanno funzionato da motore per le azioni dei terroristi italiani a partire dall’inizio degli anni Settanta. Comunque, per entrare nella mentalità dei brigatisti, Orsini attinge, oltre che alla letteratura sul radicalismo politico e sul terrorismo, anche a varie fonti dirette: comunicati e rivendicazioni prodotti dalle Brigate rosse, interviste rilasciate dai brigatisti, deposizioni davanti ai magistrati inquirenti, libri e autobiografie, lettere private scritte dai brigatisti ai loro famigliari.

La tesi centrale di Alessandro Orsini è che le Brigate rosse s’inseriscono in una lunga tradizione storica che chiama gnosticismo rivoluzionario. La mentalità gnostica – termine derivato dall’ambito religioso, perché è di questo stesso tipo di mentalità che partecipa il brigatista – è caratterizzata dall’attesa della fine, dal catastrofismo radicale (e quindi dal rifiuto totale del mondo) e dall’ossessione per la purezza

http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2011/05/anatomia-delle-brigate-rosse-unanalisi-dello-gnosticismo-rivoluzionario.html

da:


l’assassino Cesare Battisti scarcerato dal governo comunista brasiliano: la sofferenza, l’umiliazione e l’indignazione dei parenti delle sue vittime

Maurizio Campagna, 50 anni, è il fratello di Andrea, agente della Digos di Milano, ucciso nel 1979 in un agguato firmato dai Pac, Proletari Armati per il Comunismo. Il loro leader, Cesare Battisti, è stato scarcerato appena 12 ore prima in Brasile, e per l’omicidio di Andrea Campagna è stato condannato all’ergastolo, uno dei quattro inflitti al terrorista rosso per altrettanti omicidi. «Questa cosa andrà avanti – dice Maurizio Campagna, 50 anni, dipendente Telecom che aveva 18 anni quando suo fratello fu ucciso – si discuterà di questo oltraggio per parecchio e questo vuol dire riaprire una ferita, non è bello. Ora la cosa è una questione politica e il cazzotto in faccia di cui parlo non è a me, ma all’Italia intera. Il nostro governo deve rispondere, non si può fare credere all’estero che la nostra giustizia sia una delle peggiori del mondo perché non è vero. Si fa credere che qui, negli anni Settanta, ci fossero giudici-colonnelli, tribunali militari, si fa credere che oggi ci siano i familiari delle vittime che chiedono vendetta. Il governo deve far capire il contrario, l’Italia è l’unico Paese al mondo che garantisce tre gradi di giudizio». Campagna ha parole particolari di ringraziamento per il Presidente della Repubblica. «Napolitano va ringraziato per le sue parole – dice – e del resto è il politico che ha alzato la voce più di tutti per questi fatti». «Sono più che incazzato perchè è una decisione ignobile – spiega – ma non finisce qui». A parlare è Alberto Torregiani il figlio del gioielliere ucciso in un conflitto a fuoco dai Pac 32 anni fa, su una sedie a rotelle per uno dei colpi sparati dai terroristi in quell’occasione. Torregiani, però non si arrende, «significa che un delinquente può fare ciò che vuole – e, precisa – io a questo non ci sto». Il dito ora è puntato contro chi ha preso la decisione: «L’atteggiamento di questi pseudogiudici è un’offesa per chi fa veramente quel mestiere. La decisione dei 6 (i giudici che hanno votato per il no all’estradizione contro i 3 favorevoli, ndr) era già scontata prima di Natale. Si sono seduti e hanno fatto quattro chiacchiere. Il loro orientamento era quello ed è rimasto quello e le loro motivazioni sono assurde». «Questo per noi è l’ennesimo schiaffo. Sdegno, rammarico e vergogna soprattutto per noi familiari, ma penso anche per tutti gli italiani». Così, Adriano Sabbadin, figlio di Lino Sabbadin ucciso nel febbraio del ’79 da un commando dei Pac di cui era leader Cesare Battisti, commenta il «no» brasiliano all’estradizione del terrorista. «In questo momento penso che cadano i principi fondamentali della nostra democrazia», commenta amaramente e la sua voce tremula rivela la rabbia e lo sconforto. Mau.Pic. 

Il Tempo – Politica – Il pugno in faccia ai parenti delle vittime.


Nord e Sud a 150 anni dall’Unità d’Italia, 30 maggio alla Camera dei Deputati, SVIMEZ

Si è svolta il 30 maggio alla Camera dei Deputati la Giornata di Studi su “Nord e Sud a 150 anni dall’Unità d’Italia”, dedicata alla presentazione delle iniziative promosse dalla SVIMEZ per le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia. L‘Italia dopo 150anni viaggia ancora a due velocità, ma al Nord serve un’accelerazione del Sud.
Dal 1861 al 2010 il Pil del Mezzogiorno, a prezzi costanti, è cresciuto di 18 volte, anche grazie agli interventi degli anni ’60. Ma allo stesso tempo anche il divario con il Centro-Nord e’ aumentato, soprattutto a causa della carenza di occupazione.
Questi dati sono presenti nel volume ’150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011′ dove si evidenzia che il Nord da solo non cresce e che il Sud puo’ fare da traino all’intero Paese.

- numero speciale della Rivista giuridica del Mezzogiorno, trimestrale della SVIMEZ dedicato a “Federalismo e Mezzogiorno a 150 anni dall’Unità d’Italia”.

Pubblicazioni: “150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011”, , pubblicati dall’editore Il Mulino, e “Le Università del Mezzogiorno nella storia dell’Italia unita. 1861-2011”

Indice del volume “150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011″
Saluto del Consigliere Antonio Maccanico
Intervento del Presidente Emerito Nino Novacco

Intervento del Presidente Adriano Giannola

Newsletter n. 1808 del martedì 31 maggio 2011.


Le Parole della Politica: otto lezioni sulle parole chiave del nostro tempo – 16 giugno – 7 luglio 2011


Le parole della Politica 2011

Quando parliamo di Politica parliamo di noi
Otto lezioni sulle parole chiave del nostro tempo

Tutti i Giovedì, dal 16 Giugno al 7 Luglio a partire dalle 20.30 presso la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica.

Le Parole della Politica, alla seconda edizione, torna ad interrogare alcuni tra i protagonisti e gli interpreti del pensiero contemporaneo e gli chiede di misurarsi con otto nuove parole del dibattito pubblico:

Libertà, Etica pubblica, Identità, Piazza, Leadership, Visibilità, Memoria, Minoranza.

L’intento, così come per il primo ciclo, è quello di rileggere e discutere apertamente la base minima del dizionario democratico e condividere il significato delle parole. Gustavo Zagrebelsky, Barbara Spinelli, Remo Bodei, Miriam Mafai, Sofia Ventura, Michela Marzano, Benedetta Tobagi, Corrado Augias saranno i protagonisti del nuovo ciclo deLe parole della Politica presentate e introdotte da Vladimiro Polchi, da quest’anno nella cornice culturale dell’Auditorium Parco della Musica.
Una iniziativa ideata e progettata dagli Editori Laterza in collaborazione con «la Repubblica»; organizzata dalla Laterza in collaborazione con la Fondazione Musica per Roma, con il sostegno della Provincia di Roma.

Programma

16 giugno 2011 20.30 Libertà, Gustavo Zagrebelsky

21.30 Etica pubblica, Barbara Spinelli

23 gugno 2011 20.30  Identità, Remo Bodei

21.30  Piazza, Miriam Mafai

30 giugno 2011 20.30  Leadership, Sofia Ventura

21.30  Visibilità, Michela Marzano

7 luglio 2011 20.30  Memoria, Benedetta Tobagi

21.30  Minoranza, Corrado Augias

Infoline: tel 06 80241281

Biglietti: posto unico 8 euro, ridotto over 65 e under 26, 6 euro
In vendita presso il botteghino dell’Auditorium e su www.auditorium.comwww.listicket.it; acquisto telefonico al numero 892982 (servizio a pagamento)

Sponsor le parole della politica 2011


“Eroi come noi”, la storia di dieci magistrati uccisi dal terrorismo e dalle mafie, La Storia siamo noi

“Si sfoglino quelle pagine, ci si soffermi su quei nomi, quei volti, quelle storie , per poter parlare responsabilmente della magistratura e alla magistratura. Nella consapevolezza dell’onore che ad essa deve esser resa come promessa di ogni produttivo appello alla collaborazione necessaria per le riforme necessarie”. Sono le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Eroi come noi”, la storia di dieci magistrati uccisi dal terrorismo e dalle mafie.


Approfondisci…
Eroi come noi. I magistrati vittime del terrorismo

da: La Storia siamo noi – Eroi come noi.


In tutti i paesi avanzati il confronto si concentra sul voto mobile e moderato che, privo di condizionamenti ideologici, determina in larga misura il successo elettorale. Il cosiddetto “sfondamento al centro” è dappertutto un fattore fondamentale per ancorare l’agenda ai bisogni e agli interessi concreti dei cittadini – ItaliaFutura.it

Le grandi città hanno sorpreso, rifiutando la militarizzazione del voto che era stata cercata dai protagonisti di un bipolarismo ormai zoppicante. Il berlusconismo “da battaglia” è palesemente in crisi per la prima volta da anni, la Lega è al palo, il Partito democratico cresce solo al prezzo di un rafforzamento della componente più estrema e giustizialista della sinistra, il terzo polo, con pochissime eccezioni, rimane ben al di sotto delle due cifre, la protesta antipolitica cresce di intensità. Il voto mobile e moderato si muove, come avviene in tutte le democrazie nei momenti di passaggio, ma non trova ancora un approdo chiaro in grado di farsi maggioranza. Intanto si chiude un’ennesima, bruttissima campagna elettorale che segna un nuovo record in termini di distanza tra politica e paese reale.

Solo pochi giorni fa un’approfondita analisi svolta dal Sole 24 Ore aveva individuato nel lavoro e nella crescita economica gli obiettivi su cui la maggioranza degli italiani auspicava che si concentrasse la politica. Eppure nessun partito sembra in grado di raccogliere questa domanda.In tutti i paesi avanzati il confronto si concentra sul voto mobile e moderato che, privo di condizionamenti ideologici, determina in larga misura il successo elettorale. Il cosiddetto “sfondamento al centro” è dappertutto un fattore fondamentale per ancorare l’agenda ai bisogni e agli interessi concreti dei cittadini. Lo è stato nelle più incisive operazioni di cambiamento degli ultimi anni (Tony Blair in Gran Bretagna, Angela Merkel in Germania, Barack Obama negli USA) dove la conquista del “centro riformista” è stato obiettivo e strumento decisivo per aprire grandi stagioni di innovazione. In Italia è successo l’opposto, i due grandi partiti “moderati” hanno ostinatamente cercato la radicalizzazione del confronto.

La storia della Seconda Repubblica è stata una storia di estremismi contrapposti che si sono sorretti a vicenda sulla pelle della nazione. Di questo ventennio di guerra civile a bassa intensità oggi le vittime sono proprio PD e PDL. Il primo turno delle elezioni amministrative archivia le residue ambizioni maggioritarie dei due partiti principali di centro destra e centro sinistra e certifica la crisi del bipolarismo all’italiana. Laddove destra e sinistra non sono molto lontane nelle soluzioni concrete che talvolta propongono, la retorica tutta identitaria della contrapposizione ad ogni costo che impedisce di riconoscere legittimità all’avversario e prova a costringere gli elettori a schierarsi ogni volta gli uni contro gli altri, ha indebolito l’offerta politica nei confronti dei cittadini moderati. Cittadini che in stragrande maggioranza non hanno il coltello tra i denti, non vivono la propria identità politica come fondamentalismo irriducibile. Quei cittadini si accontenterebbero di qualche decisione politica efficace su lavoro e crescita economica. Qualche promessa mantenuta tra gli annunci della rivoluzione liberale o di una risurrezione morale del paese. Qualche risultato da paese normale, in buona sostanza.

Eppure qualcosa sta cambiando, come segnala anche questo voto amministrativo.Cresce il convincimento, trasversale, che questa situazione di guerra civile a bassa intensità sia più pericolosa per il paese persino della vittoria dello schieramento avversario. Il rincorrersi dei dati negativi riguardanti ogni settore della società ha radicato la convinzione di un generale declino dell’Italia. Nel paese reale, ma non ancora nella politica, si fronteggiano forze moderate e razionali, largamente maggioritarie, che guardano al futuro e forti correnti emotive che spingono verso il passato. Le prossime elezioni politiche dimostreranno se sapremo finalmente superare questa transizione infinita che blocca il paese.

Ma perché questo accada dovranno affermarsi innovazioni vere e significative nell’offerta politica che sappiano compattare un ampio fronte razionale e moderato, mobilitando forze nuove della società civile insieme alle personalità più capaci e responsabili dei due schieramenti politici.

Un grande movimento popolare che abbia l’ambizione e la forza per puntare alla conquista della leadership del paese ricompattando il voto moderato, piuttosto che il modesto obiettivo di riesumare la politica dei due forni. Un fronte dei razionali che condivida la visione della politica come una “forza tranquilla”, che metta al centro i temi della crescita e della solidarietà, e sia capace di rimettere in moto il paese liberando le tante eccellenze di cui l’Italia è ricca nei più diversi settori della sua vita sociale ed economica.

DA: Un’Italia di moderati in cerca di rappresentanza – ItaliaFutura.it.


Riformista e “moderato”? Nel loro ciclo di vita le persone cambiano. Tuttavia, per memoria storica occorre ricordare che Giuliano Pisapia, nel 1998, contribuì a far cadere il primo Governo Prodi. Anche se la fondamentale responsabilità soggettiva ed oggettiva di quella decisione sciagurata fu e rimane di Fausto Bertinotti

Le elezioni politiche del 1996 vengono vinte dall’Ulivo, coalizione guidata da Romano  Prodi, che prevale così sul Polo per le Libertà di Silvio Berlusconi. L’Ulivo di Prodi riesce a ottenere un’ampia maggioranza al Senato ma non altrettanto alla Camera dei Deputati dove necessita dell’appoggio di Rifondazione comunista

vai al Video di La Storia siamo noi: La vittoria dell’Ulivo

Nel 1996 Giuliano Pisapia venne eletto in Parlamento, come deputato indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista.

il 9 Ottobre del 1998 il partito della Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti fece cadere il primo Governo Prodi.

Questa la cronaca di quell’evento istituzionale che ha condizionato tutta la politica italiana dei successivi 15 anni.

La Camera nega al Governo la fiducia chiesta da Romano Prodi per battere la opposizione (interna alla sua coalizione) di Fausto Bertinotti e Rifondazione comunista alla manovra economica. Prodi si dimette.

Il Presidente della Repubblica Scalfaro dà l’incarico a Massimo D’Alema che ha il sostegno parlamentare dell’UDR di Cossiga, oltre che della coalizione dell’Ulivo, ma non quello di Rifondazione comunista.

Cade così, definitivamente, il primo Governo Prodi, cioè l’unica prospettiva realistica e credibile della politica italiana dopo lo sconquasso istituzionale degli anni ’90.

Dal sito La Storia siamo noi:

sabato 3 ottobre

il Comitato Politico Nazionale di “Rifondazione Comunista” decide di togliere il sostegno al Governo di centro-sinistra, guidato da Romano Prodi. Già da diversi mesi, gli scontri fra “Rifondazione” e il Governo, sulla politica economica e sulla politica estera, hanno raggiunto un livello di conflittualità che ha messo in pericolo il futuro della maggioranza. Il Segretario del Partito, Fausto Bertinotti, propone di votare contro la legge finanziaria presentata dal Governo. “Rifondazione” approva la linea politica del Segretario, ma su questa decisione il Partito si spacca. Oliviero Diliberto e Armando Cossutta lasceranno “Rifondazione” per fondare un nuovo Partito: quello dei Comunisti italiani.


venerdì 9 ottobre

con 313 no il governo Prodi viene battuto, per un solo voto, alla Camera dei Deputati. E’ la prima volta nella storia della Repubblica che un governo cade in Parlamento. L’Ulivo ricandida Prodi, mentre il Polo chiede le elezioni anticipate.


mercoledì 21 ottobre

dopo il rifiuto di Romano Prodi di guidare un nuovo Governo, il Presidente Scalfaro affida l’incarico a Massimo D’Alema, segretario dei DS. Nel nuovo Governo, oltre ai sostenitori di quello precedente, entrano i “Comunisti italiani” di Cossutta e Diliberto e l’UDR, l’Unione Democratica per la Repubblica, il Partito fondato dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=52


Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi: due vite non parallele e due stili politici NON confrontabili


Ernesto Galli della Loggia – Cultura, nazione e Stato, Quarta edizione dell’International Summer School di Filosofia e Politica dedicata a “I fondamenti culturali della democrazia”, Fondazione Italianieuropei, Capaccio (SA), dal 5 all’8 maggio 2011


Giorgio Napolitano: il divorzio della politica dalla cultura, convegno “Una riflessione storica su Antonio Giolitti” organizzato dalla Treccani e dalla Fondazione Basso

L’intervento completo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che conclude il convegno “Una riflessione storica su Antonio Giolitti” organizzato dalla Treccani e dalla Fondazione Basso: i suoi ricordi e la constatazione di “un grave impoverimento culturale dei partiti e della loro funzione formativa rispetto agli inizi dell’impegno politico di Giolitti”. Al dibattito hanno partecipato Eugenio Scalfari e Giuliano Amato, Presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.


Il Presidente Napolitano alla celebrazione del “Giorno della Memoria” dedicato alle vittime del terrorismo, 9 maggio 2011

Un caro saluto, in primo luogo, a quanti sono oggi con noi in rappresentanza di tutte le famiglie – unite da un comune doloroso ricordo e da una comune, sempre più matura e attiva consapevolezza – delle vittime del terrorismo e delle stragi. E quindi uno speciale ringraziamento a coloro che hanno dato spessore umano e morale a questa cerimonia attraverso testimonianze forti e toccanti, a partire da quella di Eugenio Occorsio, e riflessioni alte, come quelle del Presidente Lupo. Tutti gli interventi si sono mossi nel solco dell’ispirazione che ci ha guidato fin dalla prima celebrazione, qui, del “Giorno della Memoria”, nel 2008 : ricerca di verità ; anelito di giustizia severa secondo legge, fuori di ogni reazione d’ira e di odio ; rispetto e ricordo delle figure di tutti i colpiti, di ciascuno di essi per la vita vissuta come persona e non solo per il destino di vittima ; in definitiva messaggio di pace e unità secondo il patto che ci lega, la Costituzione repubblicana.

Ci incontriamo questa volta ancora nel pieno delle celebrazioni del centocinquantenario della nascita del nostro Stato nazionale unitario. Celebrazioni non formali e non retoriche, ma partecipate e meditate, dalle quali ci siamo proposti di trarre motivi di orgoglio e di fiducia, di rinnovata coscienza sia delle ragioni e della forza della nostra unità sia delle criticità che hanno segnato il nostro cammino e delle sfide che abbiamo di fronte. E in effetti ho posto in più occasioni l’accento sulle prove via via superate che hanno dimostrato la solidità della compagine nazionale e statale italiana. Prove estremamente drammatiche come due guerre mondiali, l’oppressione ventennale del regime fascista e la lotta per porvi fine ; ma prove dure anche successivamente e cioè nei decenni della Repubblica retta dalla Costituzione. Più dura e pericolosa tra tutte quella del terrorismo interno.

Nello stesso periodo – seconda metà del Novecento – si sono, certamente, succeduti eventi dirompenti in diversi paesi d’Europa : dalla caduta delle dittature in Spagna e Portogallo all’avvento, sia pure per breve tempo, di una dittatura militare in Grecia, dalla crisi della IV Repubblica in Francia alle ripetute scosse di protesta e di dissenso contro l’ordine totalitario e il prepotere sovietico nei paesi del Centro e dell’Est, fino alla caduta del Muro di Berlino. L’Italia non è stata dunque la sola realtà difficile e a rischio nell’Europa del dopo-seconda guerra mondiale.

Ma la prova del lungo attacco terroristico con cui noi abbiamo dovuto fare i conti, specie negli anni della sua massima intensificazione, è stata quanto mai pesante e insidiosa per la coesione sociale e nazionale, e per le istituzioni democratiche nate sull’onda del movimento di Liberazione e ancorate ai principi della Costituzione repubblicana. E dunque il superamento di tale prova resta una pietra miliare nella storia dell’Italia unita : di qui la nostra inestimabile gratitudine a quanti hanno pagato con la loro vita, e il riconoscimento che meritano tutti quanti hanno condotto quella battaglia sapendo di doverla e poterla vincere.

L’appuntamento di questo 9 maggio ci offre l’occasione per sottolineare come è stata vinta la battaglia, come è stata superata la prova. Si è combattuto, sia chiaro, su molti fronti ; si è vinto grazie alla fibra morale, al senso del dovere, all’impegno nel lavoro e nella vita civile che hanno caratterizzato servitori dello Stato e cittadini di ogni professione e condizione : proprio per quelle loro caratteristiche essi diventarono – nella aberrante ottica dei terroristi – bersagli da colpire, esempi da dare per fini disgregativi sia del tessuto della società sia della tenuta delle istituzioni. Così caddero uomini pubblici, come – 25 anni fa – l’avvocato Conti già Sindaco di Firenze, o furono feriti – “gambizzati”, tristo termine dell’epoca – uomini politici come il deputato democristiano Nadir Tedeschi, cui dobbiamo un recente bel testo di dialogo con una giovane ignara di quelle drammatiche vicende. Così cadde, trent’anni fa, Luigi Marangoni, medico del Policlinico di Milano, espostosi per senso della missione – ce lo ha detto con parole struggenti la figlia Francesca – alla delazione e all’attacco omicida in un ambiente di lavoro inquinato dalla folle predicazione delle Brigate Rosse.

E dirò ora dei servitori dello Stato e in particolare dei magistrati. Non c’è distinzione che possa suonare irrispettosa nel nostro omaggio alla memoria degli uccisi e dei feriti dai terroristi : siamo egualmente vicini a tutti e alle famiglie di tutti, qualunque ne fosse la posizione sociale o ne fossero le idee, e qualunque fosse la matrice ideologica – di estrema sinistra, prevalentemente, o di estrema destra, come nel caso di Vittorio Occorsio – degli atti terroristici di cui rimasero vittime.

Se oggi poniamo l’accento sui servitori dello Stato come quelli, è per sottolineare come fu essenziale la loro lealtà alle istituzioni e come fu decisiva, contro il terrorismo, la battaglia sul fronte della giustizia penale. Quella battaglia fu vinta grazie al concorso e, nei casi estremi, al sacrificio di tutti i soggetti impegnati nelle attività investigative e nei percorsi processuali : magistrati – pubblici ministeri e giudici – uomini della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, come Ciriaco Di Roma, Antioco Deiana, Raffaele Cinotti – ricordati dinanzi a noi con tanta commozione e forza dai loro congiunti – ed egualmente avvocati fedeli al loro mandato e cittadini prescelti come giurati che non si lasciarono intimidire.

Sul fronte della giustizia la battaglia fu vinta – ecco il come più importante – in nome e nel rispetto della Costituzione e dello Stato di diritto, retaggio prezioso e irrinunciabile della lotta antifascista e della Resistenza. In un ricco e impegnativo libro pubblicato di recente in Italia e in Francia, si può leggere – voglio segnalarlo in modo particolare – un saggio che insieme ad altri richiama le incomprensioni e le ambiguità che circondarono fuori d’Italia il fenomeno del terrorismo e l’azione condotta per averne ragione. E impressiona veder rievocate le teorizzazioni giustificazioniste del brigatismo rosso e le polemiche diffamatorie e ostili nei confronti delle istituzioni democratiche italiane e dei loro comportamenti. E’, in questo saggio, un qualificato giurista francese che smonta quelle teorizzazioni e quelle polemiche come prive di plausibilità giuridica, e che mostra come le misure di emergenza adottate dal Parlamento e attuate dalle autorità del nostro paese furono “proporzionate al pericolo istituzionale esistente”, non travolsero le garanzie fondamentali sancite dalla Costituzione, non implicarono una trasformazione del nostro Stato di diritto in Stato autoritario, essendo “ragionevolmente” – come sancì la Consulta nel 1982 – rivolte a proteggere l’ordine democratico e la sicurezza pubblica contro un pericolo estremo. Ecco quel che va argomentato e ancora ribadito nettamente e fermamente, di fronte a residui pregiudizi, a residue mistificazioni, che pesano, ad esempio, sul rapporto tra Brasile e Italia nella vicenda dell’estradizione, rimasta incomprensibilmente sospesa, del terrorista Battisti.

C’è forse – mi chiedo – bisogno di ritornare sulla gravità del pericolo estremo rappresentato dall’offensiva brigatista, giunta fino alla sfida inaudita della cattura, della strage della scorta e dell’uccisione di uno dei maggiori uomini di Stato e leader politici italiani? E colgo l’occasione per rivolgere un riverente pensiero – stringendomi con affetto ai suoi famigliari – alla grande figura di Aldo Moro, brutalmente soppresso il 9 maggio di 33 anni orsono, sul cui dramma umano e sui cui tormentati pensieri nel buio della prigione viene ora gettata nuova luce grazie a ulteriori ricerche e approfondimenti.

O c’è forse bisogno di richiamare – l’ha fatto comunque, e impeccabilmente, qui il Presidente Lupo – il modo in cui i dieci magistrati che oggi ricordiamo e onoriamo, nome per nome, “esercitarono giurisdizione : con la compostezza e la serenità di chi ha di fronte non nemici o avversari da sconfiggere, ma cittadini imputati da giudicare”?

Di qui la grande lezione, che ci fa parlare di una prova aspra e cruda superata dall’Italia unita, uscitane perciò rafforzata nella sua coscienza nazionale, nelle sue istituzioni repubblicane, e quindi nelle sue risorse morali, indispensabili per far fronte con successo alle nuove prove che ci attendono. La lezione è chiara e ha segnato un passaggio decisivo nella nostra storia nazionale : abbiamo dimostrato di essere una democrazia capace di difendersi senza perdersi, capace di reagire ad attacchi e minacce gravi senza snaturarsi. Va detto di fronte ai possibili sviluppi del terrorismo internazionale, pur duramente colpito. E va detto come monito a chiunque può essere tentato di inoltrarsi sulla strada della violenza o, in qualsiasi modo, della sfida all’imperio della legge.

Ringrazio il CSM e il suo Vice Presidente per l’opera composta in segno di omaggio alla memoria di Vittorio Bachelet e di tutti i magistrati uccisi dal terrorismo e dalle mafie. Si sfoglino quelle pagine, ci si soffermi su quei nomi, quei volti, quelle storie, per poter parlare responsabilmente della magistratura e alla magistratura, nella consapevolezza dell’onore che ad essa deve esser reso come premessa di ogni produttivo appello alla collaborazione necessaria per le riforme necessarie. E sia in noi tutti chiara e serena la certezza che le pagine di quest’opera, i profili e i fatti che presenta, le parole che raccoglie sono come pietre, restano più forti di qualsiasi dissennato manifesto venga affisso sui muri della Milano di Emilio Alessandrini e Guido Galli, e di qualsiasi polemica politica indiscriminata.

E infine ringrazio i ragazzi del Bresciano e i ragazzi di tutte le scuole che hanno con alto spirito civile e sentimento nazionale partecipato a progetti di ricerca sulle vicende del terrorismo e su stragi come quella di Piazza della Loggia. Per quest’ultima e non solo per essa – lo dico a Andrea e Alì, e lo dico a Manlio Milani, oltre ogni sconforto – varrà a esigere e fare chiarezza, ne sono sicuro, il portale che oggi inauguriamo della “Rete degli Archivi per non dimenticare”. Non dimenticheremo, opereremo perché l’Italia non dimentichi ma tragga insegnamenti e forza da quelle tragedie. A voi tutti l’abbraccio mio e delle istituzioni in questo Giorno della Memoria che è entrato ormai nel nostro cuore.


Giulio Andreotti, 90 anni: intervista di Giovanna Riva da Radio Svizzera rete due

Abbiamo incontrato il politico, ma soprattutto l’uomo, ripercorrendo tappe salienti di sessant’anni di storia d’Italia attraverso la sua persona, lo sguardo dei suoi occhi acuti e il suo pensiero illuminato.
Ha rievocato gli anni giovanili, in un’Italia che usciva dal fascismo, quando fu tra i protagonisti dell’Assemblea Costituente; la nascita della Democrazia Cristiana; il rapporto privilegiato, politico e personale, con Alcide De Gasperi; il legame con il Vaticano e i tanti Papi che hanno scandito la sua lunga vita; il suo ruolo nel momento del ‘compromesso storico’, l’alleanza fra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano; la vicenda del rapimento di Aldo Moro; la stagione del suo ministero agli Esteri, che diede un’impronta del tutto personale alla politica internazionale italiana; per arrivare infine all’oggi, nel confronto con la nuova impostazione della politica introdotta da Silvio Berlusconi.
Non vuole bilanci, “quelli si fanno postumi”, e si aspetta, come regalo più gradito dopo il compleanno, “una proroga ulteriore” dal Cielo….

l’intervista in quattro parti è qui: RSI Giulio Andreotti.


i libri di Carlo Azeglio Ciampi Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano. Conversazione con Arrigo Levi, il Mulino 2010, presentano: Giuliano Amato, Sabino Cassese, Andrea Manzella e Eugenio Scalfari

Giuliano Amato, Sabino Cassese, Andrea Manzella…, posted with vodpod

Giorgio dell’Arti, 6. Il Conte di Cavour, l’incontro tra aristocrazia e borghesia, Altri Mondi

Era forse l’occasione giusta per dichiarare la guerra all’Austria.

Carlo Alberto pretese, prima di intervenire, che i milanesi gli chiedessero ufficialmente aiuto. Così perse giorni preziosi. Le truppe sarde varcarono il Ticino il 23 marzo 1848. La guerra durò pochi mesi: ad agosto gli austriaci avevano riconquistato Milano e i piemontesi chiesero un armistizio. Quando ci riprovarono, nel marzo del 1849, furono battuti in tre giorni. Fine delle illusioni.
Come mai?
Incapacità assoluta del re. Ufficiali malissimo preparati. Il Papa, che era stato quasi costretto dalla piazza a inviare un’armata, ebbe un sussulto e dichiarò che non poteva approvare una guerra contro una nazione cattolica come l’Austria. Le popolazioni temporaneamente conquistate— cioè i lombardi e i veneti— risultarono alla prova dei fatti molto meno patriottiche di quanto s’era pensato. I contadini veneti accolsero molte volte i piemontesi al grido di «Viva Radetzky». La sconfitta indusse Carlo Alberto ad abdicare in favore del figlio ventottenne, Vittorio Emanuele II. Un’ultima notazione: nel breve periodo in cui era sembrato che Carlo Alberto potesse vincere era scoppiata una lite furiosa tra milanesi e torinesi su dove si dovesse collocare la capitale in caso di unione dei due regni.
La guerra aveva cancellato lo Statuto, il Parlamento, le elezioni?
Sì, negli altri stati italiani. Ma non in Piemonte. Che usciva dal conflitto pesantemente indebitato, però senza aver perso territori e con le istituzioni liberali intatte. Anzi, tra il 1848 e il 1849 — cioè mentre si combatteva — il Paese era stato chiamato alle urne quattro volte.
Con che sistema votavano?
Maggioritario secco a due turni, cioè i candidati si presentavano e se uno prendeva più del 50%dei voti era eletto, se no si andava al ballottaggio tra i primi due. Erano ammessi al voto solo quelli che avevano compiuto 25 anni e pagavano almeno 40 lire di tasse all’anno. 80 mila elettori su 4.600.000 abitanti. Meno del 2 per cento. Lo Statuto aveva permesso ai borghesi di contare qualcosa. Prima non potevano nemmeno entrare a corte. Una volta che Carlo Alberto aveva permesso ai non-nobili di visitare la quadreria reale era scoppiato un putiferio. Il problema di amalgamare aristocratici e borghesi (borghesi ricchi, s’intende) era uno dei più acuti. L’amalgama, o almeno il punto d’incontro tra le due classi, era però a portata di mano: Cavour.
Non era aristocratico?
Sì, era conte, figlio del marchese Michele Benso di Cavour, un gran personaggio che a Torino era stato capo della polizia. Il titolo di marchese andava al primogenito e quello di conte al secondo nato. Camillo col titolo di conte ci avrebbe fatto ben poco: essendo cadetto non aveva il diritto di ereditare neanche una lira del cospicuo patrimonio familiare. Ma s’era dato parecchio da fare: negato alla vita di corte (detestava Carlo Alberto e le monarchie assolute), negato alla vita militare, aveva fatto i soldi con l’agricoltura, speculando sul grano, mettendo su zuccherifici e mulini, comprando e rivendendo traversine per le ferrovie, che in Piemonte si cominciavano a costruire allora. Importava guano, fondava banche, prestava soldi. Un vero uomo dei tempi nuovi, a suo agio col denaro e gli affari, forte di una solidissima preparazione economica. In questo stava la sua natura profondamente borghese. Diventò ministro nel 1850 e presidente del Consiglio due anni dopo.
Che cosa cambiò con Cavour?
Ci limiteremo a ricordare questo: che la Chiesa, padrona di tante parti dell’amministrazione civile, venne tenacemente respinta nell’ambito che le era proprio, cioè quello della religione. I preti, prima dello Statuto, avevano in mano l’istruzione, la stampa, i registri dello stato civile, erano loro a unire le coppie in matrimonio (cioè non ci si poteva sposare in municipio), avevano tribunali loro propri, se un assassino si rifugiava in convento non poteva più essere perseguito, i gesuiti dominavano a corte e determinavano la politica del sovrano. Cavour “svolse”(come si diceva allora) lo Statuto in senso anticlericale, spazzando via, anno dopo anno, tutto questo, e arrivando al punto di sopprimere ordini religiosi, requisire proprietà ecclesiastiche e chiudere conventi. Lui e Vittorio Emanuele furono scomunicati, le relazioni diplomatiche con Roma a un certo punto si interruppero.

Paolo Mieli intervistato da Antonello Piroso, La/ – Niente di personale 26 aprile 2011


I magistrati assassinati dai terroristi

il 9 maggio, la consueta commemorazione al Quirinale delle vittime del terrorismo, quest’anno sarà dedicata in particolare ai magistrati, uccisi da terroristi e da mafiosi. Si tratta di 15 magistrati vittime della mafia tra il 1969 e il 1993, e di 11 uccisi in soli quattro  anni  (1976 -1980) dai brigatisti rossi e neri. Le vittime di mafia si chiamano Pianta. Scaglione, Ferlaino, Terranova, Minervini, Costa, Ciaccio Montalto, Caccia, Giacomelli, Saetta, Scopelliti, Morvillo, Falcone, Daga, Borsellino. Più in dettaglio, le ricordo le vittime del terrorismo: non per distinguere un sacrificio dall’altro, ma perché siamo arrivati all’infamia di paragonare i procuratori di oggi ai brigatisti di ieri.
Il primo a cadere per mano delle Br fu il procuratore generale di Genova Francesco Coco (8 giugno 1976) insieme agli agenti di scorta Saponara e Deiana. Un mese dopo, il 10 luglio, veniva ucciso (a pochi metri da casa mia, tra quartiere Trieste e Africano), Vittorio Occorsio del tribunale di Roma, che indagava su terrorismo nero e Loggia P2 di Licio Gelli. Riccardo Palma. Roma, dirigente degli istituti di pena, fu ucciso il 14 febbraio 1978 dalle Br; Girolamo Tartaglione, Roma, dirigente dell’ufficio affari penali, ucciso dalle Br il 10 ottobre 1978; Fedele Calvosa, procuratore della repubblica di Frosinone, ucciso con gli agenti Pegliei e Rossi  l’8 novembre 1978 dalle Ucc (Unità comuniste combattenti); Emilio Alessandrini, ucciso da Prima Linea a Milano davanti alla scuola dove aveva accompagnato il figlio,il 29 gennaio 1979; Vittorio Bachelet, ucciso dalle Br dopo una lezione alla Sapienza il 12 febbraio 1980 (cadde fra le braccia dell’assistente Rosi Bindi); Girolamo Minervini, direttore degli istituti di prevenzione, ucciso dalle Br il 18 marzo 1980 sull’autobus che lo portava al lavoro; Guido Galli del tribunale di Milano, ucciso da Prima Linea il 19 marzo alla Statale; Mario Amato, sostituto procuratore di Roma, ucciso il 23 giugno 1980 dai Nar fascisti (Nuclei armati rivoluzionari); Nicola Giacumbi procuratore capo di Salerno, ucciso il 26 marzo 1980 delle Brigate Rosse. Questo è, cara signora, il martiriologio (come si diceva una volta) dei magistrati per mano di terroristi, ai quali oggi la maggioranza di governo paragona i loro colleghi e successori. Spero che ogni italiano che legga questi elenchi ne faccia delle copie e le distribuisca, soprattutto ai giovani davanti alle scuole, perché sappiano cosa c’è di infame nella storia d’Italia, sia per mani assassine sia per mano di chi la ribalta paragonando i Pm di oggi ai Br di ieri.
Non c’è discontinuità fra odio ideologico brigatista, che uccideva per distruggere lo stato democratico (da loro definito Sim, Stato imperialista delle multinazionali) , e odio politico, che calunnia i giudici e l’opposizione per conseguire l’identico scopo antidemocratico. Ecco perché il 9 maggio Giorgio Napolitano, capo dello Stato e presidente del Csm, con la sua semplice presenza alla commemorazione delle vittime del brigatismo e della mafia, sottolineerà la distanza tra chi lavora per le istituzioni e chi ne approfitta per sé, imponendo al paese quello che Gaetano Salvemini chiamava  “governo di malavita”.

da: Articolo 21 – Stiamo coi giudici contro mafie e Br

I magistrati vittime del terrorismo

EMILIO ALESSANDRINI
sostituto procuratore della Repubblica a Milano, ucciso a Milano da Prima Linea il 29 gennaio 1979. Aveva 36 anni

MARIO AMATO
sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ucciso a Roma il 23 giugno 1980 dai Nar. Aveva 42 anni

FEDELE CALVOSA
procuratore della Repubblica di Frosinone, ucciso a Patrica (Fr) dalle Formazioni comuniste combattenti l’8 novembre 1978. Aveva 59 anni

FRANCESCO COCO
procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova, ucciso a Genova dalle Brigate Rosse l’8 giugno 1976. Aveva 67 anni

GUIDO GALLI
giudice istruttore a Milano, ucciso a Milano da Prima linea il 19 marzo 1980. Aveva 47 anni

NICOLA GIACUMBI
procuratore della repubblica di Salerno, ucciso a salerno il 16 marzo 1980. Aveva 51 anni

GIROLAMO MINERVINI
direttore generale degli istituti di prevenzione e pensa, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 18 marzo 1980. Aveva 61 anni

VITTORIO OCCORSIO
sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ucciso a Roma da Ordine nuovo il 10 luglio 1976. Aveva 47 anni

RICCARDO PALMA
capo dell’ufficio VIII della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 14 febbraio 1978 . Aveva 62 anni

GIROLAMO TARTAGLIONE
direttore generale degli affari penali presso il ministero della Giustizia, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 10 ottobre 1978. Aveva 67 anni


Giorgio dell’Arti, La Giovine Italia di Mazzini: propagandista e reclutatore Chi erano questi rivoltosi? , in ALTRI MONDI

Dovremmo parlare delle società segrete. Ce n’erano talmente tante che a farne l’elenco ci vorrebbe tutta la pagina. Lei avrà sicuramente sentito parlare della Massoneria e della Carboneria. Ma potrei aggiungere, così alla rinfusa: Adelfi, Filadelfi, Sublimi Maestri Perfetti, Società dei Patrioti Italiani, Società dei Liberi Italiani, Apofasimeni, Unione Italiana, Giunta Liberatrice Italiana, Cavalieri della Libertà, Il Mondo, Veri Italiani, Figli di Bruto, Indipendenti, Decisi, Cavalieri Guelfi, Illuminati, I Cinque ovvero Silenzio dei Greci, I Latini, I Delfici, Gli Egiziani. Litigavano tra di loro, si facevano la guerra, si spaccavano e si riunivano. Una di queste società, chiamata Giunta Liberatrice Italiana, era stata fondata a Parigi con lo scopo «di comporre i dissensi che dividevano gli esuli» . In questo piccolo elenco, lei vede già un fondamento del carattere italiano.

Stare divisi, fondare partiti e partini.

E invocare ogni cinque minuti l’unità. Tutti imprecavano contro le divisioni, tutti dicevano che andavano superati i municipalismi, perché un’altra questione era la polemica tra napoletani e siciliani, tra milanesi e veneti, tra genovesi e torinesi, un municipio contro l’altro e magari in nome dell’unità italiana.

Qual era la più forte?

La Carboneria. Ma a un certo punto arrivò Mazzini, e la più forte risultò la «Giovine Italia» . Mazzini era un formidabile propagandista e reclutatore.

Diciamo qualcosa su Mazzini.

Un ragazzo di Genova, cupo e appassionato, letteratissimo e sempre vestito di nero. Pubblicava recensioni su un giornale chiamato «L’Indicatore». Il padre era medico. Una persona molto seria, piuttosto rigida. Il figlio scoprì che in un certo cassetto della scrivania conservava vecchi giornali rivoluzionari. Il padre, così severo, era stato da giovane una testa calda. Il figlio lesse i giornali, restò colpito. Divorava romanzi, e aveva immaginazione. Vide al porto di Genova i rivoluzionari del ’20 che mendicavano per imbarcarsi e scappare, e si commosse. Diventò patriota. Diventò carbonaro. Lo presero e lo mandarono in esilio. Aveva 23 anni. Non aveva neanche passato il confine che si intruppò con una banda che voleva fare la rivoluzione invadendo la Savoia. Disastro, e nuova fuga. Un po’ a Lione, un po’ a Marsiglia, infine a Londra, dove resterà in pratica tutta la vita.

Come mai fondò la «Giovine Italia»?

La Carboneria gli pareva un cadavere. Ci voleva qualcosa di giovane, di entusiasta, di infiammato. Alla «Giovine Italia» non ci si poteva iscrivere se si avevano più di quarant’anni. Da Londra, riempiva l’Europa di opuscoli sovversivi e tempestava gli amici di lettere compromettenti. La polizia gli stava alle calcagna, Metternich voleva notizie, il re di Torino Carlo Alberto, che in quel momento mandava alla forca chiunque, l’aveva condannato a morte.

Uno nei guai.

Grossi guai. Viveva con quello che gli mandava la famiglia. Organizzò un colpo nel ’33, e niente: fu scoperto prima che cominciasse. Nel ’34 altro tentativo di invadere la Savoia e nuovo disastro. Quest’ultima era stata una mossa talmente cervellotica che tra gli stessi patrioti si diffuse la sensazione che Mazzini fosse un pazzo o un imbecille, e la «Giovine Italia» entrò in crisi. Lui aveva fondato nel frattempo un’organizzazione terroristica internazionale, la «Giovine Europa» . Nonostante non gli andassero più troppo dietro, ci furono altri moti. Siracusa, Catania, Messina e paesotti vari di quelle zone, Cosenza, Penne, Salerno, Avellino, Napoli, L’Aquila. Tutti falliti. Un nuovo colpo a Imola finì con 116 arresti e sette giustiziati. Infine, la storia dei due fratelli Bandiera, nel ’44. Erano figli di un ammiraglio austriaco che aveva dato la caccia ai rivoluzionari in fuga da Ancona. Divenuti a loro volta ufficiali della marina imperiale, avevano tradito e s’erano fatti patrioti. Sbarcarono vicino a Crotone con la solita idea di far scoccare la scintilla che avrebbe dovuto dare inizio alla rivoluzione universale e invece furono presi e fucilati nel Vallone di Rovito. Il fallimento di un altro moto in Romagna, nel 1845, mise definitivamente in crisi il sistema delle cospirazioni e delle società segrete. È a questo punto che entrarono in scena due nuovi personaggi: Massimo d’Azeglio e Pio IX.

da: ALTRI MONDI.


1981-2011, dalla P2 alle P3 e simili: i favori al posto del diritto, in GrParlamento

  • 1981-2011, dalla P2 alle P3 e simili: i favori al posto del diritto
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Oggi ci occupiamo del trentennale dello scandalo P2. il 17 marzo dell’81 la magistratura sequestra a casa di Licio Gelli, (che ufficialmente è solo un piccolo imprenditore nel campo dei materassi), un elenco di nomi, che risultano appartenere ad una loggia massonica segreta, qualcosa quindi di esplicitamente vietato dalla costituzione. Le indagini portano a due conclusioni opposte tra loro. La magistratura dirà in sostanza che la P2 era soltanto una società di mutuo soccorso, un comitato d’affari, mentre il parlamento dirà che si trattava di un’associazione eversiva, che voleva sovvertire le istituzioni e stravolgere la costituzione. La storia deve ancora dire la sua, ma la cronaca ci offre anche ai nostri giorni esempi di associazioni segrete, che cercano di condizionare la vita politica, tanto che si parla appunto di P3 e P4. Tra i molti libri scritti in questi anni sulla storia della P2, presentiamo oggi un testo, che raccoglie i diari inediti di Tina Anselmi, dall’81 all’84 presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia segreta. Il titolo è: La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi, l’editore Chiarelettere, la curatrice la scrittrice e saggista Anna Vinci, che è ospite in studio di questa puntata di Pagine in Frequenza. Al telefono intervengono l’allora segretario della commissione il dottor Giovanni Di Ciommo, e gli allora commissari Sergio Mattarella (DC) e Luigi Covatta (PSI). Ecco come l’agenzia Ansa ha sintetizzato il loro intervento. P2: MATTARELLA-COVATTA,FU FRUTTO DEBOLEZZA DELLA POLITICA OGGI POLITICA DELEGITTIMATA, SI CORRONO STESSI RISCHI DI ALLORA (ANSA) – ROMA, 1 APR – “La P2 è la piu’ straordinaria ed inquietante concentrazione di potere extralegale, che si sia mai avuta in Italia; oggi purtroppo la situazione del paese è molto simile a quella di 30 anni fa”. Lo dice Luigi Covatta, ex parlamentare PSI e direttore di Mondo Operaio, al microfono di Alessandro Forlani, nel settimanale di Gr Parlamento RAI, “Pagine in Frequenza”. Gli fa eco l’ex-vicepremier e parlamentare DC Sergio Mattarella, (come Covatta componente della commissione parlamentare sulla P2), secondo cui “La P2 aveva l’obiettivo politico di condizionare le istituzioni, tramite il controllo degli apparati piu’ importanti: forze armate, magistratura, giornalismo, governo, Parlamento”. La loggia segreta, aggiunge Mattarella, voleva bypassare l’autorità di governo e Parlamento, tessendo una rete di rapporti personali e segreti negli apparati statali e nel mondo dell’economia. “Questo intreccio di persone ed ambienti, conclude Mattarella, che pretendono di decidere tra di loro in segreto cosa deve avvenire nel nostro paese, è una tentazione ricorrente ed attuale”. La loggia di Gelli, prosegue Covatta, non era tanto pericolosa, come invece sosteneva Il PCI, per il suo versante ideologico e per i suoi piani eversivi, quanto per il suo intervento concreto nelle vicende economiche e politiche spicciole. Parlando del presente, Covatta ha detto che tanto piu’ il potere politico è debole, quanto piu’ personaggi improbabili sono in grado di condizionare la vita del paese. “Oggi la politica è delegittimata e non è rappresentativa delle forze positive della società civile; in questo scenario, anche personaggi dilettanteschi del calibro di Gelli possono diventare dei protagonisti”. Sulla P2 segnaliamo altri due testi: uno, scritto da Aldo Mola, il piu grande esperto di massoneria italiano, Gelli e la P2, Fra cronaca e storia, 2008, Bastogi Editrice Italiana, e poi di Giorgio Galli, grande storico della politica, La venerabile trama, la vera storia di Licio Gelli, 2007, edizioni Lindau. Di Anna Vinci ricordiamo anche: L’usuraia, Edizioni Associate, Tina Anselmi, storia di una passione politica (Sperling & Kupfer e La politica con il cuore (con Stefania Pezzopane, Castelvecch

da: GrParlamento.


Giorgio dell’Arti, 1. Alle origini dell’Italia unita. La Rivoluzione e Napoleone

1. Alle origini dell’Italia unita. La Rivoluzione e Napoleone

Il Direttore ci ordina di raccontare la storia d’Italia in venti puntate.

E noi obbediamo. Le domande toccano a lei.

Che cosa dobbiamo sapere per prima cosa?

Che c’era stata una rivoluzione a Parigi. Avevano proclamato la repubblica e decapitato il re e la regina, levando in alto le loro teste mozzate davanti a una folla in tripudio.

Perché questo evento francese ci interessa?

Nei decenni successivi, e fino ad oggi, il ricordo di quella rivoluzione ha scombussolato i cervelli di uomini e donne. Molti si sono rovinati per rifarla, talvolta persino riuscendoci. Altri l’hanno sognata, di giorno e notte, in forma di incubo. Quelli si muovevano per suscitarla. Questi per contrastarla. Lo spettacolo dell’89 e degli anni successivi era stato ferocemente grandioso, impossibile da dimenticare. Avranno avuta la testa tagliata sulla pubblica piazza almeno cinquantamila persone.

L’’89?

L’Ottantanove, cioè il 1789. La presa della Bastiglia, eccetera. In pochi anni i rivoluzionari emanarono tre costituzioni. Elezioni e parlamenti, cose che fino a quel momento esistevano solo in Inghilterra e, da qualche anno, in America. I diritti dell’uomo, riassunti nella tripletta: liberté, egalité, fraternité. Siamo tutti uguali e abbiamo il diritto di essere liberi. E che chi governa non ci tolga quello che possediamo. E non ci opprima o perseguiti o renda schiavo. E non ci impedisca di dire o scrivere quello che pensiamo. E non ci vieti di credere nel Dio che abbiamo scelto. Idee del tutto nuove.

E da dove saltavano fuori?

Da un gruppo di intellettuali che chiamiamo “illuministi”. Il Settecento viene spesso indicato come “secolo dei lumi”. Voltaire, Diderot, D’Alembert, soprattutto Rousseau, il quale pensava che gli uomini sono buoni quando nascono, e poi la società li rovina. I lumi accesi da costoro rischiaravano a un tratto il buio che incombeva sul mondo dal tempo dei tempi. Da dove proveniva questa luce improvvisa? Dalla ragione. L’essere umano – dicevano questi pensatori – affronti quello che lo circonda con la propria intelligenza, e senza pregiudizi. Fare la lista di tutte le cose, e studiarle. Diderot e D’Alembert avevano pubblicato l’Enciclopedia, catalogo di tutte le cose. Chi erano i nemici di costoro?

Chi erano?

Quelli che avevano fede. Quindi, per esempio, la Chiesa, anche se tra i rivoluzionari c’erano tanti preti poveri. La Chiesa crede “quia absurdum”, cioè crede e vuole che si creda proprio perché credere è assurdo. E in questo sta la sua bellezza, da prendere o lasciare. Ancora oggi Benedetto XVI, quando predica contro il cosiddetto “relativismo” e difende la cosiddetta “verità naturale”, duella in definitiva con quegli antichi pensatori. Non pensi che, filosoficamente parlando, gli illuministi avessero tutte le ragioni, e gli uomini di fede tutti i torti. Il mondo è più difficile di così. Ecco infatti qualcosa su cui riflettere: che hanno a che vedere con la ragione e i diritti dell’uomo le migliaia di teste mozzate? Come mai a un certo punto i rivoluzionati finirono per fare, di questa sempre invocata ragione, addirittura una Dea, mettendosi a ballare, con in capo un berretto rosso, intorno a un totem che chiamavano “albero della libertà”? Erano malamente cascati nello stesso preteso buco nero dei loro avversari, credendo ciecamente in quello che avrebbero dovuto considerare criticamente alla luce della ragione.

La Rivoluzione scoppiò per affermare che la ragione era più importante della fede?

No, nessuna rivoluzione scoppia in seguito a un’idea. Si pagavano troppe tasse, e lo Stato era talmente indebitato che la Francia era ridotta in miseria. Nessuno le faceva più credito. Il re aveva contratto prestiti per un miliardo e 646 milioni di livres. Deficit annuale di 46 milioni. Il bilancio era segreto, ma Necker a un certo punto lo pubblicò. Si vide allora che per la corte si spendevano 38 milioni in feste e pensioni per i nobili. La Rivoluzione fu figlia della Fame, vestita per l’occasione degli abiti illuministi.

Quindi, i rivoluzionari avevano ragione.

Senta come andò a finire. Il resto d’Europa, che in questo caso è come dire il resto del mondo, fece due guerre contro i francesi, perché l’idea che a un re si potesse tagliar la testa era naturalmente inammissibile. I francesi ebbero la meglio tutt’e due le volte. E nella seconda di queste guerre si distinse un generale particolarmente capace, che vinceva tutte le battaglie. Si chiamava Napoleone

(1 – continua domenica prossima)

da: ALTRI MONDI.


Statistiche storiche

Statistiche storiche

Il Sommario delle statistiche stroriche dal 1861 al 2010 consentirà di ripercorrere la storia del Paese in questo arco temporale attraverso un ampio numero di serie storiche di dati, appositamente ricostruite per l’anniversario, su temi ambientali, sociali, economici e demografici.

L’albero genealogico delle rilevazioni a corredo del volume permetterà di ricostruire la storia delle fonti e della produzione statistica ufficiale.

Il Data Warehouse che verrà affiancato al Sommario, disponibile anche in inglese, consentirà di consultare on line un numero ancora più ampio di serie di dati, di scaricarle e di elaborarle.

Sommari delle statistiche storiche disponibili

1861-1955

1861-1965

1861-1975

1926-1985
da pag. 1 a pag. 100
da pag. 101 a pag. 200
da pag. 201 a pag. 300
da pag. 301 a pag. 373

da: Statistiche storiche.


L’Istat celebra i 150 anni dell’Unità nazionale

L'Istat per i 150 anni
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L’Istat celebra i 150 anni dell’Unità nazionale

L’Istat partecipa alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia con un fitto programma per raccontare il cammino che il Paese ha percorso fino ad oggi.

Si comincia, alla fine di marzo, con la collaborazione alla mostra “Regioni e Testimonianze D’ITALIA” al Vittoriano, per la quale l’Istat ha predisposto grafici statistici con visualizzazioni dinamiche consultabili anche da postazioni interattive.

Si sta realizzando un’edizione speciale di Italia in cifre, che ogni anno fornisce una fotografia sintetica del Paese e che, nell’edizione 2011, presenta anche dati storici per comprendere le trasformazioni di questi 150 anni.

È disponibile la biblioteca storica digitale e sono in elaborazione il Sommario di statistiche storiche dal 1861 al 2010 e il Data Warehouse di serie storiche.

Si segnalano inoltre il recupero e riordino dell’Archivio storico dell’Istat; il dizionario biografico degli statistici; l’aggiornamento della bibliografia di storia della statistica italiana.

Il 15 marzo sono stati pubblicati i bandi per due borse di studio per giovani ricercatori sul trattamento di dati in serie storica e sull’utilizzo di fonti documentarie di tipo statistico per la storia contemporanea.

Sono in programma anche altre iniziative che consentiranno di analizzare il percorso effettuato fin qui da diverse Regioni del Paese, come il Nuovo sistema di diffusione delle statistiche regionali; il Sistat – Sistema informativo sulle trasformazioni amministrative e territoriali; i convegni regionali; il progetto di un volume su omogeneità/disomogeneità regionali.

I prodotti presentati in occasione delle celebrazioni sono disponibili in quest’area web dedicata, accessibile anche dal sito www.italiaunita150.it curato dalla Presidenza del Consiglio

da: L’Istat celebra i 150 anni dell’Unità nazionale.


Gentile, E. La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Editori Laterza

Gentile, E.
La Grande Italia
Il mito della nazione nel XX secolo
Argomento: Storia

Ideali e ambizioni, speranze e delusioni, dignità e tragedia di una nazione controversa.
Alla fine del Novecento, fu annunciata in Italia la ‘morte della patria’. Oggi assistiamo alla rinascita del culto della nazione, mentre molti temono tuttora una perdita dell’identità nazionale. Gli italiani, in realtà, non hanno mai avuto una comune idea di nazione, anche se fin dal Risorgimento, per oltre un secolo, il mito di una Grande Italia ha influito sulla loro esistenza. Sono state molte le Italie degli italiani, divisi da ideologie antagoniste, sfociate talvolta in guerra civile.
Con un’analisi rigorosa e avvincente, unica nel suo genere, Emilio Gentile narra la storia del mito nazionale nelle sue varie versioni, durante il moto risorgimentale, lo Stato liberale, la Grande Guerra, il fascismo, la Resistenza e la Repubblica, fino a scoprire le ragioni per le quali, dalla metà del secolo scorso, la nazione è scomparsa dalla vita degli italiani per riapparire nell’Italia d’oggi, con un incerto futuro. Una riflessione storica sul passato, per comprendere il presente


Crocefisso: Strasburgo assolve Italia. “non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocefisso nella aule scolastiche”

L’Italia ha vinto la sua battaglia a Strasburgo: la Grande Camera della Corte europea per i diritti dell’uomo l’ha assolta dall’accusa di violazione dei diritti umani per l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche. La decisione della Corte e’ stata approvata con 15 voti favorevoli e due contrari. I giudici hanno accettato la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocefisso nella aule scolastiche.

da: Crocefisso: Strasburgo assolve Italia – Politica – ANSA.it.


Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Teatro Regio di Torino in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia

18-03-2011 Torino Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Teatro Regio di Torino in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Presidente della Repubblica

GIORGIO NAPOLITANO

Segretariato generale

Segretario generale
Consigliere di Stato Dott. Donato MARRA

Vice Segretario generale amministrativo
Dott. Flavio SALVADORI

Vice Segretario generale per la documentazione e le relazioni esterne
Dott. Filippo ROMANO

Consiglieri del Presidente

  • dott. Elio BERARDUCCI,  Consigliere della Corte dei Conti (Segreteria generale)
  • prof. Carlo GUELFI,  (Segreteria del Presidente)
  • dott. Salvatore SECHI,  Consigliere di Stato (Affari Giuridici e Relazioni Costituzionali)
  • amb. Stefano STEFANINI,  (Consigliere Diplomatico)
  • gen. Rolando MOSCA MOSCHINI,  (Consigliere per gli Affari Militari e del Consiglio Supremo di Difesa)
  • dott. Alberto RUFFO,  Consigliere di Stato (Affari Interni e rapporti con le Autonomie)
  • dott. Loris D’AMBROSIO,  Magistrato (Affari dell’amministrazione della giustizia)
  • Pasquale CASCELLA,  Giornalista (Stampa e Comunicazione)
  • dott. Giuseppe FOTIA,  (Affari finanziari)
  • prof. Louis GODART,  (Conservazione del patrimonio artistico)
  • Segretario generale onorario
    dott. Gaetano GIFUNI, Consigliere di Stato
  • Consulente del Presidente della Repubblica
    dott. Arrigo LEVI
  • Consulente del Presidente della Repubblica per i problemi della coesione sociale
    prof.ssa Giovanna ZINCONE
  • Segretarie particolari del Presidente:
    sig.ra Viviane SCHMIT
    sig.ra Elvira OXILIA

Uffici

  • UFFICIO DELLA SEGRETERIA GENERALE
    Direttore: dott. Elio BERARDUCCI, Consigliere della Corte dei Conti
  • UFFICIO DI SEGRETERIA DEL PRESIDENTE
    Direttore: prof. Carlo GUELFI
  • UFFICIO PER GLI AFFARI GIURIDICI E LE RELAZIONI COSTITUZIONALI
    Direttore: dott. Salvatore SECHI,  Consigliere di Stato
  • UFFICIO PER GLI AFFARI DIPLOMATICI
    Direttore: amb. Stefano STEFANINI
  • UFFICIO PER GLI AFFARI MILITARI E SEGRETERIA DEL CONSIGLIO SUPREMO DI DIFESA
    Direttore: gen. Rolando MOSCA MOSCHINI
  • UFFICIO PER GLI AFFARI INTERNI E PER I RAPPORTI CON LE AUTONOMIE
    Direttore: dott. Alberto RUFFO, Consigliere di Stato
  • UFFICIO PER GLI AFFARI DELL’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA
    Direttore: dott. Loris D’AMBROSIO, Magistrato
  • UFFICIO PER LA STAMPA E LA COMUNICAZIONE
    Direttore: Pasquale CASCELLA, Giornalista
  • UFFICIO PER GLI AFFARI FINANZIARI
    Direttore: dott. Giuseppe FOTIA
  • UFFICIO PER LA CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO ARTISTICO
    Direttore: prof. Louis GODART, Ordinario di Filologia Micenea dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e Accademico dei Lincei

Servizi

  • SERVIZIO DI GABINETTO DEL SEGRETARIO GENERALE
    Capo Servizio: dott. Giulio Maria VIOLA
  • SERVIZIO DEL CERIMONIALE
    Capo Servizio: dott. Filippo ROMANO (ad interim)
  • SERVIZIO DEL PERSONALE
    Capo Servizio: dott.ssa Adriana LONGHI
  • SERVIZIO STUDI
    Capo Servizio: dott. Luigi DELLI PAOLI
  • SERVIZIO BIBLIOTECA
    Capo Servizio: dott.ssa Lucrezia RUGGI D’ARAGONA
  • SERVIZIO RAPPORTI CON LA SOCIETA’ CIVILE
    Capo Servizio: dott.ssa Giovanna FERRI
  • SERVIZIO PATRIMONIO
    Capo Servizio: dott. Dario TURCHI
  • SERVIZIO INTENDENZA
    Capo Servizio: dott. Alfredo GUARRA
  • SERVIZIO TENUTE E GIARDINI
    Capo Servizio: dott. Augusto SANTACATTERINA
  • SERVIZIO RAGIONERIA E TESORERIA
    Capo Servizio: dott.ssa Laura SANTOCCHI
  • SERVIZIO SISTEMI INFORMATICI
    Capo Servizio: arch. Claudio PANAIOTTI
  • SERVIZIO PER LA SICUREZZA SUL LAVORO
    Capo Servizio: dott. Fabrizio NEVOLA
  • ARCHIVIO STORICO DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA
    Sovrintendente: prof.ssa Paola CARUCCI
  • FUNZIONARIO ALLA SICUREZZA
    dott. Tito Lucrezio RIZZO

Unità speciali

  • UNITÀ SPECIALE PER IL COORDINAMENTO DELLE PROCEDURE CONTRATTUALI
    Capo dell’Unità: dott. Stefano SIMONELLI
  • UNITÀ SPECIALE PER LA VERIFICA ED IL CONTROLLO DELLA SPESA PER I BENI E I SERVIZI
    Capo dell’Unità: dott.ssa Silvana BERGAMI
  • UNITÀ SPECIALE DI SEGRETERIA DEI COLLEGI GIUDICANTI
    Capo dell’Unità: dott.ssa Tiziana DE BLASI

Strutture operanti nell’ambito della Presidenza della Repubblica

  • SOVRINTENDENZA CENTRALE DEI SERVIZI DI SICUREZZA DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA
    Direttore: Prefetto Nicola DI GIANNANTONIO
  • UFFICIO PRESIDENZIALE DELLA POLIZIA DI STATO
    Direttore: dott. Vito RIZZI, Dirigente della Polizia di Stato
  • REPARTO CARABINIERI PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA
    Comandante: Col. CC. Mariano MOSSA
  • REGGIMENTO CORAZZIERI
    Comandante: Col. CC. Paolo CARRA

Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: Intervento alla Seduta comune del Parlamento in occasione dell’apertura delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Montecitorio, 17/03/2011

Sento di dover rivolgere un riconoscente saluto ai tanti che hanno raccolto l’appello a festeggiare e a celebrare i 150 anni dell’Italia unita : ai tanti cittadini che ho incontrato o che mi hanno indirizzato messaggi, esprimendo sentimenti e pensieri sinceri, e a tutti i soggetti pubblici e privati che hanno promosso iniziative sempre più numerose in tutto il Paese. Istituzioni rappresentative e Amministrazioni pubbliche : Regioni e Provincie, e innanzitutto municipalità, Sindaci anche e in particolare di piccoli Comuni, a conferma che quella è la nostra istituzione di più antica e radicata tradizione storica, il fulcro dell’autogoverno democratico e di ogni assetto autonomistico. Scuole, i cui insegnanti e dirigenti hanno espresso la loro sensibilità per i valori dell’unità nazionale, stimolando e raccogliendo un’attenzione e disponibilità diffusa tra gli studenti. Istituzioni culturali di alto prestigio nazionale, Università, Associazioni locali legate alla memoria della nostra storia nei mille luoghi in cui essa si è svolta. E ancora, case editrici, giornali, radiotelevisioni, in primo luogo quella pubblica. Grazie a tutti. Grazie a quanti hanno dato il loro apporto nel Comitato interministeriale e nel Comitato dei garanti, a cominciare dal suo Presidente. Comune può essere la soddisfazione per questo dispiegamento di iniziative e contributi, che continuerà ben oltre la ricorrenza di oggi. E anche, aggiungo, per un rilancio, mai così vasto e diffuso, dei nostri simboli, della bandiera tricolore, dell’Inno di Mameli, delle melodie risorgimentali.

Si è dunque largamente compresa e condivisa la convinzione che ci muoveva e che così formulerò : la memoria degli eventi che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo percorso successivamente compiuto, possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando, in un’epoca di profondo e incessante cambiamento della realtà mondiale. Possono risultare preziose per suscitare le risposte collettive di cui c’è più bisogno : orgoglio e fiducia ; coscienza critica dei problemi rimasti irrisolti e delle nuove sfide da affrontare ; senso della missione e dell’unità nazionale. E’ in questo spirito che abbiamo concepito le celebrazioni del Centocinquantenario.

Orgoglio e fiducia, innanzitutto. Non temiamo di trarre questa lezione dalle vicende risorgimentali! Non lasciamoci paralizzare dall’orrore della retorica : per evitarla è sufficiente affidarsi alla luminosa evidenza dei fatti. L’unificazione italiana ha rappresentato un’impresa storica straordinaria, per le condizioni in cui si svolse, per i caratteri e la portata che assunse, per il successo che la coronò superando le previsioni di molti e premiando le speranze più audaci.
Come si presentò agli occhi del mondo quel risultato? Rileggiamo la lettera che quello stesso giorno, il 17 marzo 1861, il Presidente del Consiglio indirizzò a Emanuele Tapparelli D’Azeglio, che reggeva la Legazione d’Italia a Londra :
“Il Parlamento Nazionale ha appena votato e il Re ha sanzionato la legge in virtù della quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume, per sé e per i suoi successori, il titolo di Re d’Italia. La legalità costituzionale ha così consacrato l’opera di giustizia e di riparazione che ha restituito l’Italia a se stessa.
A partire da questo giorno, l’Italia afferma a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere indipendente e libera, e che essa ha sostenuto sui campi di battaglia e nei Consigli, l’Italia lo proclama solennemente oggi”.

Così Cavour, con parole che rispecchiavano l’emozione e la fierezza per il traguardo raggiunto : sentimenti, questi, con cui possiamo ancor oggi identificarci. Il plurisecolare cammino dell’idea d’Italia si era concluso : quell’idea-guida, per lungo tempo irradiatasi grazie all’impulso di altissimi messaggi di lingua, letteratura e cultura, si era fatta strada sempre più largamente, nell’età della rivoluzione francese e napoleonica e nei decenni successivi, raccogliendo adesioni e forze combattenti, ispirando rivendicazioni di libertà e moti rivoluzionari, e infine imponendosi negli anni decisivi per lo sviluppo del movimento unitario, fino al suo compimento nel 1861. Non c’è discussione, pur lecita e feconda, sulle ombre, sulle contraddizioni e tensioni di quel movimento che possa oscurare il dato fondamentale dello storico balzo in avanti che la nascita del nostro Stato nazionale rappresentò per l’insieme degli italiani, per le popolazioni di ogni parte, Nord e Sud, che in esso si unirono. Entrammo, così, insieme, nella modernità, rimuovendo le barriere che ci precludevano quell’ingresso.

Occorre ricordare qual era la condizione degli italiani prima dell’unificazione? Facciamolo con le parole di Giuseppe Mazzini – 1845 : “Noi non abbiamo bandiera nostra, non nome politico, non voce tra le nazioni d’Europa ; non abbiamo centro comune, né patto comune, né comune mercato. Siamo smembrati in otto Stati, indipendenti l’uno dall’altro…Otto linee doganali….dividono i nostri interessi materiali, inceppano il nostro progresso….otto sistemi diversi di monetazione, di pesi e di misure, di legislazione civile, commerciale e penale, di ordinamento amministrativo, ci fanno come stranieri gli uni agli altri”. E ancora, proseguiva Mazzini, Stati governati dispoticamente, “uno dei quali – contenente quasi il quarto della popolazione italiana – appartiene allo straniero, all’Austria”. Eppure, per Mazzini era indubitabile che una nazione italiana esistesse, e che non vi fossero “cinque, quattro, tre Italie” ma “una Italia”.

Fu dunque la consapevolezza di basilari interessi e pressanti esigenze comuni, e fu, insieme, una possente aspirazione alla libertà e all’indipendenza, che condussero all’impegno di schiere di patrioti – aristocratici, borghesi, operai e popolani, persone colte e incolte, monarchici e repubblicani – nelle battaglie per l’unificazione nazionale. Battaglie dure, sanguinose, affrontate con magnifico slancio ideale ed eroica predisposizione al sacrificio da giovani e giovanissimi, protagonisti talvolta delle imprese più audaci anche condannate alla sconfitta. E’ giusto che oggi si torni ad onorarne la memoria, rievocando episodi e figure come stiamo facendo a partire, nel maggio scorso, dall’anniversario della Spedizione dei Mille, fino all’omaggio, questa mattina, ai luoghi e ai prodigiosi protagonisti della gloriosa Repubblica romana del 1849.

Sono fonte di orgoglio vivo e attuale per l’Italia e per gli italiani le vicende risorgimentali da molteplici punti di vista, ed è sufficiente sottolinearne alcuni. In primo luogo, la suprema sapienza della guida politica cavouriana, che rese possibile la convergenza verso un unico, concreto e decisivo traguardo, di componenti soggettive e oggettive diverse, non facilmente componibili e anche apertamente confliggenti. In secondo luogo, l’emergere, in seno alla società e nettamente tra i ceti urbani, nelle città italiane, di ricche, forse imprevedibili riserve – sensibilità ideali e politiche, e risorse umane – che si espressero nello slancio dei volontari come componente attiva essenziale al successo del moto unitario, e in un’adesione crescente a tale moto da parte non solo di ristrette élite intellettuali ma di strati sociali non marginali, anche grazie al diffondersi di nuovi strumenti comunicativi e narrativi.

E in terzo luogo vorrei sottolineare l’eccezionale levatura dei protagonisti del Risorgimento, degli ispiratori e degli attori del moto unitario. Una formidabile galleria di ingegni e di personalità – quelle femminili fino a ieri non abbastanza studiate e ricordate – di uomini di pensiero e d’azione. A cominciare, s’intende, dai maggiori : si pensi, non solo a quale impronta fissata nella storia, ma a quale lascito cui attingere ancora con rinnovato fervore di studi e generale interesse, rappresentino il mito mondiale, senza eguali – che non era artificiosa leggenda – di Giuseppe Garibaldi, e le diverse, egualmente grandi eredità di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo. Quei maggiori, lo sappiamo, tra loro dissentirono e si combatterono : ma ciascuno di essi sapeva quanto l’apporto degli altri concorresse al raggiungimento dell’obbiettivo considerato comune, anche se ciò non valse a cancellare contrasti di fondo e poi tenaci risentimenti. Ho detto dei principali protagonisti, ma molti altri nomi – del campo moderato, dell’area cattolico-liberale, e del campo democratico – potrebbero essere richiamati a testimonianza di una straordinaria fioritura di personalità di spicco nell’azione politica, nella società civile, nell’amministrazione pubblica.

Questi fortificanti motivi di orgoglio italiano trovano d’altronde riscontro nei riconoscimenti che vennero in quello stesso periodo e successivamente, dall’esterno del nostro paese, da esponenti della politica e della cultura storica d’altre nazioni ; riconoscimenti della portata europea della nascita dell’Italia unita, dell’impatto che essa ebbe su altre vicende di nazionalità in movimento nell’Europa degli ultimi decenni dell’Ottocento e oltre. Né si può dimenticare l’orizzonte europeo della visione e dell’azione politica di Cavour, e la significativa presenza, nel bagaglio ideale risorgimentale, della generosa utopia degli Stati Uniti d’Europa.

Nell’avvicinarsi del Centocinquantenario si è riacceso in Italia il dibattito sia attorno ai limiti e ai condizionamenti che pesarono sul processo unitario sia attorno alle più controverse scelte successive al conseguimento dell’Unità. Sorvolare su tali questioni, rimuovere le criticità e negatività del percorso seguito prima e dopo al 1860-61, sarebbe davvero un cedere alla tentazione di racconti storici edulcorati e alle insidie della retorica.

Sono però fuorvianti certi clamorosi semplicismi : come quello dell’immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l’Unità poco oltre il limite di un Regno dell’Alta Italia : di contro a quella visione più ampiamente inclusiva dell’Italia unita, che rispondeva all’ideale del movimento nazionale (come Cavour ben comprese, ci ha insegnato Rosario Romeo) – visione e scelta che l’impresa garibaldina, la Spedizione dei Mille rese irresistibile.

L’Unità non poté compiersi che scontando limiti di fondo come l’assenza delle masse contadine, cioè della grande maggioranza, allora, della popolazione, dalla vita pubblica, e dunque scontando il peso di una questione sociale potenzialmente esplosiva. L’Unità non poté compiersi che sotto l’egida dello Stato più avanzato, già caratterizzato in senso liberale, più aperto e accogliente verso la causa italiana e i suoi combattenti che vi fosse nella penisola, e cioè sotto l’egida della dinastia sabauda e della classe politica moderata del Piemonte, impersonata da Cavour. Fu quella la condizione obbiettiva riconosciuta con generoso realismo da Garibaldi, pur democratico e repubblicano, col suo “Italia e Vittorio Emanuele”. E se lo scontro tra garibaldini ed Esercito Regio sull’Aspromonte è rimasto traccia dolorosa dell’aspra dialettica di posizioni che s’intrecciò col percorso unitario, appare singolare ogni tendenza a “scoprire” oggi con scandalo come le battaglie sul campo per l’Unità furono ovviamente anche battaglie tra italiani, similmente a quanto accadde dovunque vi furono movimenti nazionali per la libertà e l’indipendenza.

Ma al di là di semplicismi e polemiche strumentali, vale piuttosto la pena di considerare i termini della riflessione e del dibattito più recente sulle scelte che vennero adottate subito dopo l’unificazione dalle forze dirigenti del nuovo Stato. E a questo proposito si sono registrati seri approfondimenti critici : che non possono tuttavia non collocarsi nel quadro di una obbiettiva valutazione storica del quadro dell’Italia pre-unitaria quale era stato ereditato dal nuovo governo e Parlamento nazionale. Questi si trovarono dinanzi a ferree necessità di sopravvivenza e sviluppo dello Stato appena nato, che non potevano non prevalere su un pacato e lungimirante esame delle opzioni in campo, specie quella tra accentramento, nel segno della continuità e dell’uniformità rispetto allo Stato piemontese da un lato, e – se non federalismo – decentramento, con forme di autonomia e autogoverno anche al livello regionale, dall’altro lato.

E a questo proposito vale ancor oggi la vigorosa sintesi tracciata da un grande storico, che pure fu spirito eminentemente critico, Gaetano Salvemini.
“I governanti italiani, fra il 1860 e il 1870, si trovavano” – egli scrisse – ” alle prese con formidabili difficoltà”. Quello che s’impose era allora – a giudizio di Salvemini – “il solo ordinamento politico e amministrativo, con cui potesse essere soddisfatto in Italia il bisogno di indipendenza e di coesione nazionale”. E così, attraverso errori non meno gravi delle difficoltà da superare, “fu compiuta” – sono ancora parole dello storico – “un’opera ciclopica. Fu fatto di sette eserciti un esercito solo…Furono tracciate le prime linee della rete ferroviaria nazionale. Fu creato un sistema spietato di imposte per sostenere spese pubbliche crescenti e per pagare l’interesse dei debiti….Furono rinnovati da cima a fondo i rapporti tra lo Stato e la Chiesa”.

E fu debellato il brigantaggio nell’Italia meridionale, anche se pagando la necessità vitale di sconfiggere quel pericolo di reazione legittimista e di disgregazione nazionale col prezzo di una repressione talvolta feroce in risposta alla ferocia del brigantaggio e, nel lungo periodo, col prezzo di una tendenziale estraneità e ostilità allo Stato che si sarebbe ancor più radicata nel Mezzogiorno.

Da un quadro storico così drammaticamente condizionato, e da un’”opera ciclopica” di unificazione, che gettò le basi di un mercato nazionale e di un moderno sviluppo economico e civile, possiamo trarre oggi motivi di comprensione del nostro modo di costituirci come Stato, motivi di orgoglio per quel che 150 anni fa nacque e si iniziò a costruire, motivi di fiducia nella tradizione di cui in quanto italiani siamo portatori ; e possiamo in pari tempo trarre piena consapevolezza critica dei problemi con cui l’Italia dové fare e continua a fare i conti.

Problemi e debolezze di ordine istituzionale e politico, che – nei decenni successivi all’Unità – hanno inciso in modo determinante sulle travagliate vicende dello Stato e della società nazionale, sfociate dopo la prima guerra mondiale in una crisi radicale risolta con la violenza in chiave autoritaria dal fascismo. Ed egualmente problemi e debolezze di ordine strutturale, sociale e civile.

Sono i primi problemi quelli che oggi ci appaiono aver trovato – nello scorso secolo – più valide risposte. Mi riferisco a quel grande fatto di rinnovamento dello Stato in senso democratico che ha coronato il riscatto dell’Italia dalla dittatura totalitaria e dal nuovo servaggio in cui la nazione venne ridotta dalla guerra fascista e dalla disfatta che la concluse. Un riscatto reso possibile dall’emergere delle forze tempratesi nell’antifascismo, e dalla mobilitazione partigiana, cui si affiancarono nella Resistenza le schiere dei militari rimasti fedeli al giuramento. Un riscatto che culminò nella eccezionale temperie ideale e culturale e nel forte clima unitario – più forte delle diversità storiche e delle fratture ideologiche – dell’Assemblea Costituente.

Con la Costituzione approvata nel dicembre 1947 prese finalmente corpo un nuovo disegno statuale, fondato su un sistema di principi e di garanzie da cui l’ordinamento della Repubblica, pur nella sua prevedibile e praticabile evoluzione, non potesse prescindere. Come venne esplicitamente indicato nella relazione Ruini sul progetto di Costituzione, “l’innovazione più profonda” consisteva nel poggiare l’ordinamento dello Stato su basi di autonomia, secondo il principio fondamentale dell’articolo 5 che legò l’unità e indivisibilità della Repubblica al riconoscimento e alla promozione delle autonomie locali, riferite, nella seconda parte della Carta, a Regioni, Provincie e Comuni. E altrettanto esplicitamente, nella relazione Ruini, si presentò tale innovazione come correttiva dell’accentramento prevalso all’atto dell’unificazione nazionale.

La successiva pluridecennale esperienza delle lentezze, insufficienze e distorsioni registratesi nell’attuazione di quel principio e di quelle norme costituzionali, ha condotto dieci anni fa alla revisione del Titolo V della Carta. E non è un caso che sia quella l’unica rilevante riforma della Costituzione che finora il Parlamento abbia approvato, il corpo elettorale abbia confermato e governi di diverso orientamento politico si siano impegnati ad applicare concretamente.

E’ stata in definitiva recuperata l’ispirazione federalista che si presentò in varie forme ma non ebbe fortuna nello sviluppo e a conclusione del moto unitario. All’indomani dell’unificazione, anche i progetti moderatamente autonomistici che erano stati predisposti in seno al governo, cedettero il passo ai timori e agli imperativi dominanti, già nel breve tempo che a Cavour fu ancora dato di vivere e nonostante la sua ribadita posizione di principio ostile all’accentramento benché non favorevole al federalismo.

E oggi dell’unificazione celebriamo l’anniversario vedendo l’attenzione pubblica rivolta a verificare le condizioni alle quali un’evoluzione in senso federalistico – e non solo nel campo finanziario – potrà garantire maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali rinnovando e rafforzando le basi dell’unità nazionale. E’ tale rafforzamento, e non il suo contrario, l’autentico fine da perseguire.

D’altronde, nella nostra storia e nella nostra visione, la parola unità si sposa con altre : pluralità, diversità, solidarietà, sussidiarietà.
In quanto ai problemi e alle debolezze di ordine strutturale, sociale e civile cui ho poc’anzi fatto cenno e che abbiamo ereditato tra le incompiutezze dell’unificazione perpetuatesi fino ai nostri giorni, è il divario tra Nord e Sud, è la condizione del Mezzogiorno che si colloca al centro delle nostre preoccupazioni e responsabilità nazionali. Ed è rispetto a questa questione che più tardano a venire risposte adeguate. Pesa certamente l’esperienza dei tentativi e degli sforzi portati avanti a più riprese nei decenni dell’Italia repubblicana e rimasti non senza frutti ma senza risultati risolutivi ; pesa altresì l’oscurarsi della consapevolezza delle potenzialità che il Mezzogiorno offre per un nuovo sviluppo complessivo del paese e che sarebbe fatale per tutti non saper valorizzare.

Proprio guardando a questa cruciale questione, vale il richiamo a fare del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia l’occasione per una profonda riflessione critica, per quello che ho chiamato “un esame di coscienza collettivo”. Un esame cui in nessuna parte del paese ci si può sottrarre, e a cui è essenziale il contributo di una severa riflessione sui propri comportamenti da parte delle classi dirigenti e dei cittadini dello stesso Mezzogiorno.

E’ da riferire per molti aspetti e in non lieve misura al Mezzogiorno, ma va vista nella sua complessiva caratterizzazione e valenza nazionale, la questione sociale, delle disuguaglianze, delle ingiustizie – delle pesanti penalizzazioni per una parte della società – quale oggi si presenta in Italia. Anche qui ci sono eredità storiche, debolezze antiche con cui fare i conti, a cominciare da quella di una cronica insufficienza di possibilità di occupazione, che nel passato, e ancora dopo l’avvento della Repubblica, fece dell’Italia un paese di massiccia emigrazione e oggi convive con il complesso fenomeno del flusso immigratorio, del lavoro degli immigrati e della loro necessaria integrazione. Senza temere di eccedere nella sommarietà di questo mio riferimento alla questione sociale, dico che la si deve vedere innanzitutto come drammatica carenza di prospettive di occupazione e di valorizzazione delle proprie potenzialità per una parte rilevante delle giovani generazioni.

E non c’è dubbio che la risposta vada in generale trovata in una nuova qualità e in un accresciuto dinamismo del nostro sviluppo economico, facendo leva sul ruolo di protagonisti che in ogni fase di costruzione, ricostruzione e crescita dell’economia nazionale hanno assolto e sono oggi egualmente chiamati ad assolvere il mondo dell’impresa e il mondo del lavoro, passati entrambi, in oltre un secolo, attraverso profonde, decisive trasformazioni.

Ma non è certo mia intenzione passare qui in rassegna l’insieme delle prove che ci attendono. Vorrei solo condividessimo la convinzione che esse costituiscono delle autentiche sfide, quanto mai impegnative e per molti aspetti assai dure, tali da richiedere grande spirito di sacrificio e slancio innovativo, in una rinnovata e realistica visione dell’interesse generale. La carica di fiducia che ci è indispensabile dobbiamo ricavarla dalla esperienza del superamento di molte ardue prove nel corso della nostra storia nazionale e dal consolidamento di punti di riferimento fondamentali per il nostro futuro.

Una prova di straordinaria difficoltà e importanza l’Italia unita ha superato affrontando e via via sciogliendo il conflitto con la Chiesa cattolica. Dopo il 1861 l’obbiettivo della piena unificazione nazionale fu perseguito e raggiunto anche con la terza guerra d’indipendenza nel 1866 e a conclusione della guerra 1915-18 : ma irrinunciabile era l’obbiettivo di dare in tempi non lunghi al nascente Stato italiano Roma come capitale, la cui conquista per via militare – fallito ogni tentativo negoziale – fece precipitare inevitabilmente il conflitto con il Papato e la Chiesa. Ma esso fu avviato a soluzione con un’intelligenza, moderazione e capacità di mediazione di cui già lo Stato liberale diede il segno con la Legge delle guarentigie nel 1871 e che – sottoscritti nel 1929 e infine recepiti in Costituzione i Patti Lateranensi – sfociò in tempi recenti nella revisione del Concordato. Si ebbe di mira, da parte italiana, il fine della laicità dello Stato e della libertà religiosa e insieme il graduale superamento di ogni separazione e contrapposizione tra laici e cattolici nella vita sociale e nella vita pubblica.

Un fine, e un traguardo, perseguiti e pienamente garantiti dalla Costituzione repubblicana e proiettatisi sempre di più in un rapporto altamente costruttivo e in una “collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese” – anche attraverso il riconoscimento del ruolo sociale e pubblico della Chiesa cattolica e, insieme, nella garanzia del pluralismo religioso. Questo rapporto si manifesta oggi come uno dei punti di forza su cui possiamo far leva per il consolidamento della coesione e unità nazionale. Ce ne ha dato la più alta testimonianza il messaggio augurale indirizzatomi per l’odierno anniversario – e lo ringrazio – dal Papa Benedetto XVI. Un messaggio che sapientemente richiama il contributo fondamentale del Cristianesimo alla formazione, nei secoli, dell’identità italiana, così come il coinvolgimento di esponenti del mondo cattolico nella costruzione dello Stato unitario, fino all’incancellabile apporto dei cattolici e della loro scuola di pensiero alla elaborazione della Costituzione repubblicana, e al loro successivo affermarsi nella vita politica, sociale e civile nazionale.

Ma quante prove superate e quanti momenti alti vissuti nel corso della nostra storia potremmo richiamare a sostegno della fiducia che deve guidarci di fronte alle sfide di oggi e del futuro! Anche a voler solo considerare il periodo successivo alla sconfitta e al crollo del 1943 e poi alla Resistenza e alla nascita della Repubblica, è ancora incancellabile nell’animo di quanti come me, giovanissimi, attraversarono quel passaggio cruciale, la memoria di un abisso di distruzione e generale arretramento da cui potevamo temere di non riuscire a risollevarci.

Eppure l’Italia unita, dopo aver scongiurato con sapienza politica rischi di separatismo e di amputazione del territorio nazionale, riuscì a rimettersi in piedi. Il primo, e forse più autentico “miracolo”, fu la ricostruzione, e quindi – nonostante aspri conflitti ideologici, politici e sociali – il balzo in avanti, oltre ogni previsione, dell’economia italiana, le cui basi erano state gettate nel primo cinquantennio di vita dello Stato nazionale. L’Italia entrò allora a far parte dell’area dei paesi più industrializzati e progrediti, nella quale poté fare ingresso e oggi resta collocata grazie alla più grande invenzione storica di cui essa ha saputo farsi protagonista a partire dagli anni ’50 dello scorso secolo : l’integrazione europea. Quella divenne ed è anche l’essenziale cerniera di una sempre più attiva proiezione dell’Italia nella più vasta comunità transatlantica e internazionale. La nostra collocazione convinta, senza riserve, assertiva e propulsiva nell’Europa unita, resta la chance più grande di cui disponiamo per portarci all’altezza delle sfide, delle opportunità e delle problematicità della globalizzazione.

Prove egualmente rischiose e difficili abbiamo dovuto superare, nell’Italia repubblicana, sul terreno della difesa e del consolidamento delle istituzioni democratiche. Mi riferisco a insidie subdole e penetranti, così come ad attacchi violenti e diffusi – stragismo e terrorismo - che non fu facile sventare e che si riuscì a debellare grazie al solido ancoraggio della Costituzione e grazie alla forza di molteplici forme di partecipazione sociale e politica democratica ; risorse sulle quali sempre fa affidamento la lotta contro l’ancora devastante fenomeno della criminalità organizzata.

In tutte quelle circostanze, ha operato, e ha deciso a favore del successo, un forte cemento unitario, impensabile senza identità nazionale condivisa. Fattori determinanti di questa nostra identità italiana sono la lingua e la cultura, il patrimonio storico-artistico e storico-naturale : bisognerebbe non dimenticarsene mai, è lì forse il principale segreto dell’attrazione e simpatia che l’Italia suscita nel mondo. E parlo di espressioni della cultura e dell’arte italiana anche in tempi recenti : basti citare il rilancio nei diversi continenti della nostra grande, peculiare tradizione musicale, o il contributo del migliore cinema italiano nel rappresentare la realtà e trasmettere l’immagine, ovunque, del nostro paese.

Ma dell’identità nazionale è innanzitutto componente primaria il senso di patria, l’amor di patria emerso e riemerso tra gli italiani attraverso vicende anche laceranti e fuorvianti. Aver riscoperto – dopo il fascismo – quel valore e farsene banditori non può esser confuso con qualsiasi cedimento al nazionalismo. Abbiamo conosciuto i guasti e pagato i costi della boria nazionalistica, delle pretese aggressive verso altri popoli e delle degenerazioni razzistiche. Ma ce ne siamo liberati, così come se ne sono liberati tutti i paesi e i popoli unitisi in un’Europa senza frontiere, in un’Europa di pace e cooperazione. E dunque nessun impaccio è giustificabile, nessun impaccio può trattenerci dal manifestare – lo dobbiamo anche a quanti con la bandiera tricolore operano e rischiano la vita nelle missioni internazionali – la nostra fierezza nazionale, il nostro attaccamento alla patria italiana, per tutto quel che di nobile e vitale la nostra nazione ha espresso nel corso della sua lunga storia. E potremo tanto meglio manifestare la nostra fierezza nazionale, quanto più ciascuno di noi saprà mostrare umiltà nell’assolvere i propri doveri pubblici, nel servire ad ogni livello lo Stato e i cittadini.

Infine, non ha nulla di riduttivo il legare patriottismo e Costituzione, come feci in quest’Aula in occasione del 60° anniversario della Carta del 1948. Una Carta che rappresenta tuttora la valida base del nostro vivere comune, offrendo – insieme con un ordinamento riformabile attraverso sforzi condivisi – un corpo di principii e di valori in cui tutti possono riconoscersi perché essi rendono tangibile e feconda, aprendola al futuro, l’idea di patria e segnano il grande quadro regolatore delle libere battaglie e competizioni politiche, sociali e civili.

Valgano dunque le celebrazioni del Centocinquantenario a diffondere e approfondire tra gli italiani il senso della missione e dell’unità nazionale : come appare tanto più necessario quanto più lucidamente guardiamo al mondo che ci circonda, con le sue promesse di futuro migliore e più giusto e con le sue tante incognite, anche quelle misteriose e terribili che ci riserva la natura.Reggeremo – in questo gran mare aperto – alle prove che ci attendono, come abbiamo fatto in momenti cruciali del passato, perché disponiamo anche oggi di grandi riserve di risorse umane e morali. Ma ci riusciremo ad una condizione : che operi nuovamente un forte cemento nazionale unitario, non eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità. Non so quando e come ciò accadrà ; confido che accada ; convinciamoci tutti, nel profondo, che questa è ormai la condizione della salvezza comune, del comune progresso.


Storia dell’Unità e del ministero dell’Interno

Storia dell’Unità e del ministero dell’Interno

Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato… 1861 frecce 1865 Anche dopo lo spostamento della Capitale a Firenze…
Roma viene presa dai bersaglieri e annessa allo Stato italiano… 1870 frecce 1887 La istituzione della Direzione della Sanità, nel 1887…
Dopo la crisi di fine secolo e la svolta liberale, Giovanni Giolitti… 1901 frecce 1911 Dopo i primi cinquanta anni, l’Italia si avvia…
Dopo lo scoppio del conflitto mondiale, nella complessa fase… 1914 frecce 1922 L’ascesa al potere del fascismo determina, nell’immediato…
Nasce il Corpo dei Pompieri, posto alle dirette dipendenze… 1935 frecce 1946 Nel periodo che va dalla caduta del fascismo al processo…
Il trasferimento di funzioni statali alle regioni, avvenuto… 1976 frecce 1981 La Repubblica è al culmine di uno dei periodi più travagliati…
1997 freccia_sx Dopo circa venti anni, si ridisegna la struttura funzionale e organizzativa freccia_dx 2001

da: Ministero Dell’Interno – Scheda Editoriale.


17 marzo 1861 – 17 marzo 2011

14MAR

Il 17 marzo 1861 nasce ufficialmente il Regno d’Italia.  E’ il giorno in cui viene promulgata la legge che assegna a Vittorio Emanuele II il titolo di re.

Il processo di unificazione era stato portato a termine per iniziativa dei democratici. Giuseppe Garibaldi con la spedizione dei Mille conquista il regno borbonico delle Due Sicilie col sostegno prima diplomatico e poi anche militare di Vittorio Emanuele II e di Cavour.

La situazione storica e culturale è perfettamente riqassunta dalla frase di Massimo D’Azeglio

Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani

L’unità fu poi completata con la liberazione del Veneto nel 1866 e con la presa di Roma nel 1870.

La Repubblica nascerà il 2 giugno del 1946

Fratelli d’Italia,
L’Italia s’è desta;
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamoci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò,

Noi fummo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò,

Uniamoci, amiamoci;
L’unione e l’amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore.
Giuriamo far libero
Il suolo natio:
Uniti con Dio,
Chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò,

Dall’Alpe a Sicilia,
Dovunque è Legnano;
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core e la mano;
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla;
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamoci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò,

Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò
Stringiamoci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò


Italiani, facciamoci la festa, da VoceArancio » Blog Archive »

Torino, Roma, Firenze e non solo: tutto il Paese celebrerà il suo 150esimo compleanno. I posti da visitare e gli eventi da non mancare per una notte tricolore indimenticabile

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«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue. Articolo unico: “Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”. Torino, addì 17 marzo 1861» (legge n. 4671 del Regno di Sardegna, valida come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, promulgata il 17 marzo e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 68 del 18 marzo 1861).Il 17 marzo 2011 è stato scelto dalle istituzioni come data simbolo per festeggiare i 150 anni dall’Unità d’Italia. Il nostro Paese nella sua storia ha già celebrato due anniversari: nel 1911 il cinquantenario (per l’occasione a Roma s’inaugurarono il Vittoriano, la Galleria nazionale d’arte Moderna, il Palazzo di Giustizia, il Palazzo delle Esposizioni, tre ponti sul Tevere ecc.), nel 1961 il centenario (le celebrazioni furono intitolate Italia61 e si tennero principalmente a Torino dal 6 maggio al 31 ottobre).

Con un decreto legge il governo ha stabilito che il 17 marzo sarà festa nazionale:
scuole e uffici pubblici rimarranno chiusi. La festività e la conseguente chiusura dei luoghi di lavoro ha trovato d’accordo i lettori di VoceArancio. Il 75% di quanti hanno partecipato al nostro sondaggio (2716 in tutto) ritengono sia giusto celebrare l’anniversario dell’Unità nazionale lontano dal lavoro, uno su quattro, invece, pensa si possa festeggiare anche in ufficio. Giovedì 17, però, non sarà un festivo ai sensi dell’articolo 5 della legge che disciplina il trattamento economico da riservare alle festività, sarà una giornata festiva ma senza diritto alla retribuzione. Per equilibrare la giornata di festa senza retribuzione si è stabilito che per il solo anno 2011 gli effetti economici e gli istituti giuridici e contrattuali previsti per la festività soppressa del 4 novembre non si applicheranno a tale ricorrenza ma, in sostituzione, alla festa nazionale per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Il logo ufficiale del 150° anniversario dell’Unità è formato da tre bandiere tricolore che sventolano, a rappresentare i tre giubilei del 1911, 1961 e del 2011 in un collegamento ideale tra le generazioni.Il logo ufficiale del 150° anniversario dell'Unità

Le celebrazioni sono distribuite durante tutto l’anno ma si concentrano in particolar modo nella giornata del 17 marzo. Ogni comune festeggerà con giochi pirotecnici, musei aperti il 16 marzo durante la Notte tricolore,musica nelle piazze ecc. Ecco gli eventi principali che si svolgeranno in alcune città della penisola (e relativi alberghi con stanze ancora libere).

Torino, città del Risorgimento per antonomasia, ha varato appositamente per l’anniversario il progettoEsperienza Italia, che comprende nove mesi di eventi. Per la Notte tricolore gli architetti Italo Lupi, Ico Migliore e Mara Servetto hanno vestito a festa la Mole antonelliana, il monumento simbolo della prima capitale, con un’installazione luminosa che verrà accesa la notte del 16 marzo e rappresenterà la bandiera tramite led di luce bianca, rossa e verde. Per i golosi, dalle 21 di mercoledì 16 marzo, partirà un’edizione straordinaria di Cioccolatò. In piazza Vittorio ci sarà un’Italia interamente di cioccolato lunga oltre 13 metri e dal peso di 14 tonnellate che riprodurrà in scala alcuni fra i suoi principali monumenti. Gli amanti della musica potranno ascoltare, sempre in piazza Vittorio dalle 21.30, artisti che si esibiranno per rappresentare la ricchezza delle diverse culture territoriali del nostro Paese: Roberto Vecchioni e Davide Van De Sfroos (Lombardia), Beppe Dettori dei Tazenda (Sardegna), Peppe Voltarelli (Calabria), Irene Fornaciari (Emilia Romagna), Syria (Lazio), Luigi Maieron (Friuli Venezia Giulia), i Buio Pesto (Liguria), i Tinturia (Sicilia), i Nidi d’Arac (Puglia), Lou Dalfin (Piemonte), Luca Morino dei Mau Mau (Piemonte) e Pisti (Piemonte). A seguire uno spettacolo pirotecnico che avrà come asse centrale il Ponte Vittorio Emanuele I. Infine, sempre a Torino, il 17 marzo s’inaugurano le mostre Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale presso le Officine Grandi Riparazioni e La bella Italia. Arte e identità delle città capitali nella Venaria Reale, che raccontano la storia, l’arte, il gusto, la moda e il futuro del nostro Paese.

Due consigli per alloggiare a Torino: VitaminaM, bed&breakfast di design, in centro, vicino alla stazione di Porta Nuova (prezzi per camera matrimoniale, colazione compresa, da 100 a 120 euro) e Hotel Italia, un tre stelle sempre in zona centrale con tariffe per doppia o matrimoniale da 85 a 165 euro. Per informazioni turistiche su Torino e provincia c’è turismotorino.org, sul Piemonte piemonteitalia.eu. Per prenotare e vivereEsperienza Italia è nato anche il sito www.italia150travel.it.

A Firenze una bandiera di 15 metri sventolerà sul Campanile di Giotto, in piazza del Duomo, principale luogo delle celebrazioni con stand di artigianato e musica dal vivo. Anche nel capoluogo toscano nella notte i musei statali e comunali rimarranno aperti alle visite fino all’una e saranno gratuiti. Dalle 19 piazza Santa Croce in Gerusalemme diventerà un palco a cielo aperto per le letture pubbliche della Divina Commedia. Prima della cerimonia al nuovo Auditorium, alle 22.30, si esibiranno in piazza Signoria i ballerini di Maggio Danza. Per l’occasione sarà allestita una via del Tricolore, un percorso, da piazza Beccaria attraverso Borgo la Croce, passando da Borgo degli Albizi e via del Corso fino a piazza della Repubblica, completamente addobbato in bianco, rosso e verde. Per gli eventi in tutta la Toscana si può visitare il sitointoscana.it/150italiaunita.

Per un soggiorno a Firenze l’offerta degli alberghi è molto ampia. Nel centro storico della città, nel quattro stelle Calzaiuoli, una doppia standard si paga da 99 euro in su. Per una soluzione più economica ci si può rivolgere all’ostello Villa Camerata, ospitato in una villa del Quattrocento immersa nel verde ma vicina al centro storico. Qui si può dormire in una stanza per quattro persone con 20 euro a notte.L'ingresso di una mostra romana dedicata ai 150 dell'Unità

A Roma l’Unità d’Italia si festeggia in musica: il 16 marzo alle 20.30 all’Auditorium Conciliazione l’Orchestra sinfonica dell’Europa unita eseguirà Norma – Libera Fantasia e Variazioni per pianoforte e orchestra e il 17 alle 21, al Teatro dell’Opera, il maestro Riccardo Mutidirigerà il Nabucco di Verdi. Inoltre saranno aperti durante la sera e la notte del 16 musei, palazzi pubblici, spazi di cultura e biblioteche nelle zone interessate dai festeggiamenti: piazza del Campidoglio, via XX Settembre e via del Quirinale, piazza Venezia e via dei Fori Imperiali, piazza dei Cinquecento (Stazione Termini) e via Nazionale, piazza Vittorio, via Veneto, corso Vittorio Emanuele fino a Castel Sant’Angelo, Trastevere, via del Corso (da piazza Venezia a piazza Colonna). Per conoscere il programma completo delle iniziative ci sono il sito del comune di Roma e il call center culturale e turistico di Roma Capitale (060608), eccezionalmente attivo il 16 marzo fino alle due di notte.

Il presidente Napolitano celebrerà il 17 marzo alla Camera dei deputati. Salutato da un picchetto d’onore, il capo dello Stato sarà accolto all’ingresso di Montecitorio dai presidenti di Camera e Senato. Prima dell’inizio della seduta comune i presidenti visiteranno una mostra, allestita nel Transatlantico, di documenti storici relativi al 1861 e al 1948. In Aula la banda militare Interforze eseguirà l’Inno d’Italia e, subito dopo, Schifani, Fini e Napolitano pronunceranno il loro discorso d’omaggio al Paese.

Per dormire nel centro della Capitale a due passi da piazza di Spagna c’è l’hotel Doge, dove una stanza matrimoniale con colazione si può prenotare per 80 euro a notte. Un’alternativa può essere quella di alloggiare in una zona più periferica ma ben collegata: il b&b Pascià si trova a venti minuti dai principali monumenti, nel quartiere Pigneto, considerato tra i nuovi fulcri della vita artistica di Roma. Con 55 euro a notte si dorme e si fa colazione in due.

A Napoli un evento speciale al Teatro San Carlo celebra la Notte tricolore. Dalla mezzanotte del 17 l’étoile Roberto Bolle intepreterà in anteprima le più suggestive scene dei duelli di armi e d’amore del Roméo et Juliette di Amedeo Amodio su musiche dell’omonima sinfonia di Berlioz. L’evento, aperto al pubblico, verrà trasmesso con due collegamenti in diretta da Rai Uno nel corso della trasmissione condotta da Pippo Baudo per i festeggiamenti dell’Unità nazionale.

In piazza Dante, a partire dalle ore 14, sul palco si alterneranno artisti e musicisti tra cui Daniele Silvestri, Edoardo Bennato, i Rio, Francesco Baccini, gli Osanna, gli A’67 ecc. Previsti interventi di Raffaele Cantone, Sonia Alfano, Loris Mazzetti, Marco Ligabue, Sabina Guzzanti, Dario Vergassola, Bice Biagi ecc.

Per celebrare l’unità d’Italia il Grand Hotel Santa Lucia, situato sul lungomare partenopeo a ridosso di Caste dell’Ovo, ha preparato l’offerta speciale Italia Unita che prevede un omaggio e il 20% di sconto sulle normali tariffe per soggiorni di almeno tre notti. In alternativa nel centro di Napoli si può scegliere il b&bAlloggio Maria dall’ottimo rapporto qualità/prezzo: una doppia va dai 50 ai 75 euro per notte.

Il comune di Palermo ha organizzato, per i 150 anni dall’Unità, una sfilata di carrozze e militari a cavallo in divisa d’epoca che partirà il 17 marzo alle 9.30 per arrivare a Villa Travia, dove ci saranno un concerto e un saggio equestre dei reparti a cavallo delle Forze Armate. Alle 21 Salvo Piparo porterà sul palco del museo delle marionette Antonio Pasqualino, in piazzetta Niscemi, I racconti di notte tempo – Storia di Peppino Garibaldi per bocca di un guitto, il racconto delle memorie garibaldine dallo sbarco a Marsala all’arrivo a Calatafimi, una maniera originale di ricordare il Risorgimento.

La mole antonelliana, la notte del 16 illuminata da luci verdi, bianche e rossePer dormire a Palermo ci sono posti disponibili nell’hotel Ucciardhome, tariffe da 99 euro a notte per camera con colazione inclusa, o all’hotel Joli, ospitato in un palazzo in stile liberty nel centro di Palermo, dove una doppia, con colazione e servizio wi-fi compresi nel prezzo, costa 69 euro.

A Cagliari i giovani saranno i principali protagonisti degli eventi in calendario.Gli appuntamenti spaziano dalle mostre tematiche alle visite guidate ai palazzi delle istituzioni e ai monumenti di maggiore interesse architettonico. Nella notte fra il 16 e il 17 marzo, dalle 19, tanti i concerti in giro per la città eseguiti da diverse bande, tra cui quello itinerante della banda musicale Stanislao Brigata di Samassi lungo le vie della Marina e quello della banda della Brigata Sassari lungo l’itinerario dove sono posizionate le Isole del Gusto (via Roma, largo Carlo Felice, via Manno, piazza Costituzione). Il 17 marzo avrà inizio con la cerimonia dell’alzabandiera in piazza Martiri d’Italia, inserita fra i Luoghi della Memoria censiti dall’Unità tecnica di missione della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Per dormire a Cagliari: al quattro stelle T Hotel una doppia costa 129 euro a notte, al piccolo Albergo Aurora bastano 35 euro a persona.

da: VoceArancio » Blog Archive » Italiani, facciamoci la festa.


Cicalini Alessandra, Viaggi a tre colori… per festeggiare l’Italia! | Muoversi Insieme

Ormai ci siamo quasi: alla festa per i 150 anni dell’Unità d’Italia manca davvero pochissimo ed è molto probabile che più di qualcuno approfitterà della festività del 17 marzo per farsi una piccola vacanza. Perché non scegliere, a questo punto, uno dei tanti luoghi in cui si racconterà questo primo secolo e mezzo sotto la bandiera tricolore? In fondo, l’interesse suscitato durante lo scorso Festival di Sanremo dalla lezione di Roberto Benigni sull’inno di Mameli dovrebbe aver già preparato il giusto terreno emotivo per i tour sulle tracce della nostra storia nazionale.
Tra i centri più interessati dai festeggiamenti ufficiali c’è naturalmente …

segue qui:

Viaggi a tre colori… per festeggiare l’Italia! | Muoversi Insieme.


Sotto la pelle dello Stato: rancore, cura operosità , di Aldo Bonomi, Feltrinelli, 2010

Nella palude. La fase attuale della politica italiana potrebbe essere efficacemente riassunta così: da una parte il populismo di territorio di marca leghista, dall’altra il populismo del sogno berlusconiano. Nel mezzo una sorta di populismo giustizialista, marcato dai segni inquietanti dell’invidia sociale. Il tratto comune di questi fenomeni sta nel rinserrarsi cieco nei propri egoismi territoriali, nelle invidie di vicinato, nel gossip televisivo

Mai come ora c’è stato bisogno di politica, in grado di ripensare i comportamenti collettivi nel contesto di spaesamento prodotto dalla globalizzazione.

Rancore, cura, operosità sono metafore sociali che indicano i modi differenti in cui i soggetti si relazionano di fronte alle difficili sfide poste dalla vita quotidiana. C’è un grave pericolo che bisogna evitare: la saldatura politica tra la “comunità del rancore”, con le sue paure già quotate da tempo al mercato della politica, e le preoccupazioni e le angustie degli “operosi” che pur con mille difficoltà fanno impresa nella globalizzazione. Solo coniugando insieme la “comunità di cura” figlia del welfare e fatta di operatori, medici, insegnanti, impresa sociale, volontariato, che quotidianamente si impegnano sul territorio per produrre inclusione sociale, con il mondo degli “operosi” si potrà costruire una società aperta. Sta in questo corno la sfida della fase attuale.

Parole chiave laFeltrinelli
volontariato,struttura e processi politici,economia del welfare,governo centrale,assistenza sociale e servizi sociali,italia­società,diritti civili e cittadinanza,stato sociale,cultura popolare,assistenza sociale
Genere
scienze sociali

Sotto la pelle dello Stato , libro di Aldo Bonomi su laFeltrinelli.it 9788807171994.