l’assassino pluriomicida cesare battisti , condannato dai tribunali italiani a quattro ergastoli, festeggerà la sua impunità al carnevale di rio sghignazzando sul dolore delle vittime sopravvissute
Pubblicato: 9 febbraio 2012 Filed under: sinistre, Terrorismo di sinistra e di destra, terroristi, totalitarismi, Vittime e crimini 2 Commenti »l’assassino pluriomicida cesare battisti , condannato dai tribunali italiani a quattro ergastoli, festeggerà la sua impunità al carnevale di rio sghignazzando sul dolore delle vittime sopravvissute.
Ciò è dovuto a:
teppisti anti-istituzionali: studenti bolognesi contro la laurea honoris causa al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano
Pubblicato: 30 gennaio 2012 Filed under: AGENDA della Politica italiana, Governo Monti 16 Novembre 2001-, Presidente della Repubblica, sinistre, Terrorismo di sinistra e di destra, violenza urbana Lascia un commento »Alessandro Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse, recensione di Cadavexquis
Pubblicato: 22 giugno 2011 Filed under: sinistre, Terrorismo di sinistra e di destra Lascia un commento »Con Anatomia delle Brigate Rosse Alessandro Orsini non scrive una pura e semplice storia delle Brigate rosse, ma realizza uno studio – estremamente convincente e ben documentato, oltre che di grande leggibilità - dei presupposti psicologici e ideologici che ne hanno resa possibile la nascita e che hanno funzionato da motore per le azioni dei terroristi italiani a partire dall’inizio degli anni Settanta. Comunque, per entrare nella mentalità dei brigatisti, Orsini attinge, oltre che alla letteratura sul radicalismo politico e sul terrorismo, anche a varie fonti dirette: comunicati e rivendicazioni prodotti dalle Brigate rosse, interviste rilasciate dai brigatisti, deposizioni davanti ai magistrati inquirenti, libri e autobiografie, lettere private scritte dai brigatisti ai loro famigliari.
La tesi centrale di Alessandro Orsini è che le Brigate rosse s’inseriscono in una lunga tradizione storica che chiama gnosticismo rivoluzionario. La mentalità gnostica – termine derivato dall’ambito religioso, perché è di questo stesso tipo di mentalità che partecipa il brigatista – è caratterizzata dall’attesa della fine, dal catastrofismo radicale (e quindi dal rifiuto totale del mondo) e dall’ossessione per la purezza
da:
l’assassino Cesare Battisti scarcerato dal governo comunista brasiliano: la sofferenza, l’umiliazione e l’indignazione dei parenti delle sue vittime
Pubblicato: 10 giugno 2011 Filed under: Anni '70, sinistre 2 Commenti »Maurizio Campagna, 50 anni, è il fratello di Andrea, agente della Digos di Milano, ucciso nel 1979 in un agguato firmato dai Pac, Proletari Armati per il Comunismo. Il loro leader, Cesare Battisti, è stato scarcerato appena 12 ore prima in Brasile, e per l’omicidio di Andrea Campagna è stato condannato all’ergastolo, uno dei quattro inflitti al terrorista rosso per altrettanti omicidi. «Questa cosa andrà avanti – dice Maurizio Campagna, 50 anni, dipendente Telecom che aveva 18 anni quando suo fratello fu ucciso – si discuterà di questo oltraggio per parecchio e questo vuol dire riaprire una ferita, non è bello. Ora la cosa è una questione politica e il cazzotto in faccia di cui parlo non è a me, ma all’Italia intera. Il nostro governo deve rispondere, non si può fare credere all’estero che la nostra giustizia sia una delle peggiori del mondo perché non è vero. Si fa credere che qui, negli anni Settanta, ci fossero giudici-colonnelli, tribunali militari, si fa credere che oggi ci siano i familiari delle vittime che chiedono vendetta. Il governo deve far capire il contrario, l’Italia è l’unico Paese al mondo che garantisce tre gradi di giudizio». Campagna ha parole particolari di ringraziamento per il Presidente della Repubblica. «Napolitano va ringraziato per le sue parole – dice – e del resto è il politico che ha alzato la voce più di tutti per questi fatti». «Sono più che incazzato perchè è una decisione ignobile – spiega – ma non finisce qui». A parlare è Alberto Torregiani il figlio del gioielliere ucciso in un conflitto a fuoco dai Pac 32 anni fa, su una sedie a rotelle per uno dei colpi sparati dai terroristi in quell’occasione. Torregiani, però non si arrende, «significa che un delinquente può fare ciò che vuole – e, precisa – io a questo non ci sto». Il dito ora è puntato contro chi ha preso la decisione: «L’atteggiamento di questi pseudogiudici è un’offesa per chi fa veramente quel mestiere. La decisione dei 6 (i giudici che hanno votato per il no all’estradizione contro i 3 favorevoli, ndr) era già scontata prima di Natale. Si sono seduti e hanno fatto quattro chiacchiere. Il loro orientamento era quello ed è rimasto quello e le loro motivazioni sono assurde». «Questo per noi è l’ennesimo schiaffo. Sdegno, rammarico e vergogna soprattutto per noi familiari, ma penso anche per tutti gli italiani». Così, Adriano Sabbadin, figlio di Lino Sabbadin ucciso nel febbraio del ’79 da un commando dei Pac di cui era leader Cesare Battisti, commenta il «no» brasiliano all’estradizione del terrorista. «In questo momento penso che cadano i principi fondamentali della nostra democrazia», commenta amaramente e la sua voce tremula rivela la rabbia e lo sconforto. Mau.Pic.
Il Tempo – Politica – Il pugno in faccia ai parenti delle vittime.
I magistrati assassinati dai terroristi
Pubblicato: 22 aprile 2011 Filed under: Anni '70, Storia d'Italia Lascia un commento » il 9 maggio, la consueta commemorazione al Quirinale delle vittime del terrorismo, quest’anno sarà dedicata in particolare ai magistrati, uccisi da terroristi e da mafiosi. Si tratta di 15 magistrati vittime della mafia tra il 1969 e il 1993, e di 11 uccisi in soli quattro anni (1976 -1980) dai brigatisti rossi e neri. Le vittime di mafia si chiamano Pianta. Scaglione, Ferlaino, Terranova, Minervini, Costa, Ciaccio Montalto, Caccia, Giacomelli, Saetta, Scopelliti, Morvillo, Falcone, Daga, Borsellino. Più in dettaglio, le ricordo le vittime del terrorismo: non per distinguere un sacrificio dall’altro, ma perché siamo arrivati all’infamia di paragonare i procuratori di oggi ai brigatisti di ieri.
Il primo a cadere per mano delle Br fu il procuratore generale di Genova Francesco Coco (8 giugno 1976) insieme agli agenti di scorta Saponara e Deiana. Un mese dopo, il 10 luglio, veniva ucciso (a pochi metri da casa mia, tra quartiere Trieste e Africano), Vittorio Occorsio del tribunale di Roma, che indagava su terrorismo nero e Loggia P2 di Licio Gelli. Riccardo Palma. Roma, dirigente degli istituti di pena, fu ucciso il 14 febbraio 1978 dalle Br; Girolamo Tartaglione, Roma, dirigente dell’ufficio affari penali, ucciso dalle Br il 10 ottobre 1978; Fedele Calvosa, procuratore della repubblica di Frosinone, ucciso con gli agenti Pegliei e Rossi l’8 novembre 1978 dalle Ucc (Unità comuniste combattenti); Emilio Alessandrini, ucciso da Prima Linea a Milano davanti alla scuola dove aveva accompagnato il figlio,il 29 gennaio 1979; Vittorio Bachelet, ucciso dalle Br dopo una lezione alla Sapienza il 12 febbraio 1980 (cadde fra le braccia dell’assistente Rosi Bindi); Girolamo Minervini, direttore degli istituti di prevenzione, ucciso dalle Br il 18 marzo 1980 sull’autobus che lo portava al lavoro; Guido Galli del tribunale di Milano, ucciso da Prima Linea il 19 marzo alla Statale; Mario Amato, sostituto procuratore di Roma, ucciso il 23 giugno 1980 dai Nar fascisti (Nuclei armati rivoluzionari); Nicola Giacumbi procuratore capo di Salerno, ucciso il 26 marzo 1980 delle Brigate Rosse. Questo è, cara signora, il martiriologio (come si diceva una volta) dei magistrati per mano di terroristi, ai quali oggi la maggioranza di governo paragona i loro colleghi e successori. Spero che ogni italiano che legga questi elenchi ne faccia delle copie e le distribuisca, soprattutto ai giovani davanti alle scuole, perché sappiano cosa c’è di infame nella storia d’Italia, sia per mani assassine sia per mano di chi la ribalta paragonando i Pm di oggi ai Br di ieri.
Non c’è discontinuità fra odio ideologico brigatista, che uccideva per distruggere lo stato democratico (da loro definito Sim, Stato imperialista delle multinazionali) , e odio politico, che calunnia i giudici e l’opposizione per conseguire l’identico scopo antidemocratico. Ecco perché il 9 maggio Giorgio Napolitano, capo dello Stato e presidente del Csm, con la sua semplice presenza alla commemorazione delle vittime del brigatismo e della mafia, sottolineerà la distanza tra chi lavora per le istituzioni e chi ne approfitta per sé, imponendo al paese quello che Gaetano Salvemini chiamava “governo di malavita”.
da: Articolo 21 – Stiamo coi giudici contro mafie e Br
I magistrati vittime del terrorismo
EMILIO ALESSANDRINI
sostituto procuratore della Repubblica a Milano, ucciso a Milano da Prima Linea il 29 gennaio 1979. Aveva 36 anni
MARIO AMATO
sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ucciso a Roma il 23 giugno 1980 dai Nar. Aveva 42 anni
FEDELE CALVOSA
procuratore della Repubblica di Frosinone, ucciso a Patrica (Fr) dalle Formazioni comuniste combattenti l’8 novembre 1978. Aveva 59 anni
FRANCESCO COCO
procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova, ucciso a Genova dalle Brigate Rosse l’8 giugno 1976. Aveva 67 anni
GUIDO GALLI
giudice istruttore a Milano, ucciso a Milano da Prima linea il 19 marzo 1980. Aveva 47 anni
NICOLA GIACUMBI
procuratore della repubblica di Salerno, ucciso a salerno il 16 marzo 1980. Aveva 51 anni
GIROLAMO MINERVINI
direttore generale degli istituti di prevenzione e pensa, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 18 marzo 1980. Aveva 61 anni
VITTORIO OCCORSIO
sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ucciso a Roma da Ordine nuovo il 10 luglio 1976. Aveva 47 anni
RICCARDO PALMA
capo dell’ufficio VIII della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 14 febbraio 1978 . Aveva 62 anni
GIROLAMO TARTAGLIONE
direttore generale degli affari penali presso il ministero della Giustizia, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 10 ottobre 1978. Aveva 67 anni

EMILIO ALESSANDRINI
sostituto procuratore della Repubblica a Milano, ucciso a Milano da Prima Linea il 29 gennaio 1979. Aveva 36 anni

MARIO AMATO
sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ucciso a Roma il 23 giugno 1980 dai Nar. Aveva 42 anni

FEDELE CALVOSA
procuratore della Repubblica di Frosinone, ucciso a Patrica (Fr) dalle Formazioni comuniste combattenti l’8 novembre 1978. Aveva 59 anni

FRANCESCO COCO
procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova, ucciso a Genova dalle Brigate Rosse l’8 giugno 1976. Aveva 67 anni

GUIDO GALLI
giudice istruttore a Milano, ucciso a Milano da Prima linea il 19 marzo 1980. Aveva 47 anni

NICOLA GIACUMBI
procuratore della repubblica di Salerno, ucciso a salerno il 16 marzo 1980. Aveva 51 anni

GIROLAMO MINERVINI
direttore generale degli istituti di prevenzione e pensa, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 18 marzo 1980. Aveva 61 anni

VITTORIO OCCORSIO
sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ucciso a Roma da Ordine nuovo il 10 luglio 1976. Aveva 47 anni

RICCARDO PALMA
capo dell’ufficio VIII della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 14 febbraio 1978 . Aveva 62 anni

GIROLAMO TARTAGLIONE
direttore generale degli affari penali presso il ministero della Giustizia, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 10 ottobre 1978. Aveva 67 anni
Battisti, al Senato mozione bipartisan – Top News – ANSA.it
Pubblicato: 18 gennaio 2011 Filed under: AGENDA della Politica italiana, Anni '70, Culture politiche 3 Commenti » Il governo percorra ”tutte le strade consentite sul piano giudiziario” per poter assicurare Cesare Battisti alla giustizia italiana. Lo chiede una mozione unitaria frutto dell’intesa tra i gruppi di maggioranza e opposizione che hanno discusso stamane nell’Aula del Senato della mancata estradizione dal Brasile dell’ex terrorista dei Pac. La mozione impegna appunto il governo ad utilizzare ogni mezzo previsto dall’ordinamento giuridico del Brasile per impugnare la decisione di Brasilia.
da: Battisti, al Senato mozione bipartisan – Top News – ANSA.it.
Calogero, P. – Fumian, C. – Sartori, M. Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato, Editori Laterza
Pubblicato: 24 settembre 2010 Filed under: Anni '70, LIBRI NEWS, Storia contemporanea Lascia un commento »| Calogero, P. – Fumian, C. – Sartori, M. Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato Argomento: Attualità, Storia In Italia combattere l’eversione è sempre stato difficile, perché l’eversione non è mai stata isolata. È sempre stata all’interno di una strategia dove strutture deviate delle istituzioni l’hanno utilizzata come strumento di lotta politica, per perseguire interessi propri caratterizzati da una logica istituzionale, diversi da quelli degli eversori: interessi di mutamento degli equilibri politici, non di sovvertimento. Così è avvenuto con lo stragismo e la strategia della tensione della fine degli anni Sessanta, e così anche con la lotta armata di sinistra. Pietro Calogero |
Incontri con Elvio Fachinelli, testimonianza di Baldo Lami
Pubblicato: 27 aprile 2009 Filed under: Anni '70, Lami Baldo, Psicoterapie e Psicanalisi 2 Commenti »Raccolgo l’invito dello psicanalista milanese Francesco Pazienza, espresso con i suoi tre grazie in memoria di Elvio Fachinelli nel ventennale della sua morte, per formulare anch’io il mio ringraziamento a questa figura di maestro dell’inquietante sapere o del desiderio dissidente, com’è stato definito, che ho conosciuto negli anni settanta. Quelli furono infatti anni di grande fervore intellettualistico, dove fermenti culturali diversi ed eterogenei venivano a incontrarsi, integrandosi o collidendo con grande violenza. Pochi come lui hanno cercato di dare una risposta evolutiva – o meglio hanno cercato di farla emergere dal basso – alle inquietudini delle giovani generazioni, di cui io mi consideravo parte, nonostante già sposato e con una figlia.
A seguito di una proposta che Fachinelli fece durante un incontro con gli studenti della prima facoltà di psicologia apertesi a Padova in quegli anni, al cui corso di laurea mi ero iscritto, si costituì a Milano nel 1976 un gruppo autogestito e autoformativo veramente originale. Non un gruppo di analisi quindi, perché a carattere sperimentale e per questo gratuito. Una sorta di laboratorio psico-socio-politico in cui, attraverso il negarsi di Fachinelli come figura magistrale detentore del sapere-potere, si poteva prendere coscienza della dimensione sociale della psiche e cosa significasse l’abbandono delle strutture autoritarie responsabili di quel sistema di deleghe che mantiene l’uomo in uno stato di dipendenza infantile dall’autorità.
Il gruppo, non ricordo più con quale frequenza, si riuniva in casa di Lea Meandri, di grande fascino e intelligenza femminili che equilibrava sapientemente l’eloquenza, non sempre silente, di Fachinelli, contribuendo spesso a rovesciare il punto del discorso su cui il gruppo veniva di volta in volta a convergere. Ma era un tempo di continui rovesciamenti quello, e nel gruppo se ne stava preparando uno totalmente inaspettato, di totale ribaltamento.
Verso la fine del primo anno di attività, in cui era previsto che avrebbe dovuto sciogliersi, quindi già in fase di lutto anche se non consapevole, entrarono in gruppo Giorgio Gaber e un docente di antropologia culturale di cui non ricordo il nome.
Quest’ultimo ci mise subito sull’avviso che la chiave di lettura analitica non si sottraeva all’uso del potere neppure nella versione problematizzante e antiautoritaria di Fachinelli, e che meglio si prestavano a tale scopo quelle analogico-intuitive delle cosiddette scienze alternative come l’astrologia e i tarocchi (che da lì appresso trovarono nella New Age un nuovo terreno su cui rinverdire). La carta dei tarocchi, che fece estrarre a caso per individuare lo stato d’animo del gruppo in quel preciso momento, fu “La Morte”. Un’ombra appena percettibile attraversò fugace la fronte spaziosa e lo sguardo onesto e aperto di Elvio.
Il docente dichiarò infine che nell’esaminare gli studenti del suo corso di laurea, il parametro su cui si basava per convincersi a promuoverli o meno, non stava nella giustezza contenutistica della loro risposta, ma nella musicalità con cui rispondevano. Fachinelli qui sembrò ridere divertito. Ma il mio asse di riferimento su cui imperniare la mia prospettiva analitica e la mia visione del mondo cominciò paurosamente a ballare. Ma fu in successivo incontro che mi si spalancò il baratro.
Giorgio Gaber rivolgendosi repentinamente a Elvio, con quella sua tipica gestualità con cui riusciva a comunicare emotivamente col pubblico, gli disse: “Ma tu chi sei? Dove sei? Di cosa sei fatto? Non ti sento, non ti percepisco, sei solo mentale, sei tutto testa!”. Il dado era tratto. Ero diventato schizofrenico, simbolicamente parlando, diviso drammaticamente tra due amori. Fachinelli rispose pressappoco così: “E tu cosa credi di trovare con questo sentire, la realtà così com’è? La verità delle cose? L’altro nella sua più intima essenza?”.
Il gruppo era finito, anche se resistendo alla morte volle continuare per un altro anno ancora. Ma incommensurabile fu il valore esistenziale di quell’esperienza, oltre che veramente formativo in senso lato. Questo è il mio primo ringraziamento.
In seguito, essendomi posto in una prospettiva junghiana e desideroso di iniziare il training di formazione, gli telefonai per chiedergli se mi poteva indicare un analista junghiano, che fosse di frontiera, come lui. Mi indicò Silvia Montefoschi, con cui infatti convolai in “mistiche nozze”. E questo è il mio secondo ringraziamento.
Ma Elvio restò. Già analista praticante, e lui nel frattempo morto, una notte mi apparve in sogno. Di esso, data anche la sua complessità, in questo contesto posso solo dire che noi due avevamo trovato spontaneamente un punto di contatto pur nei differenti orientamenti spazio-temporali, e che questo punto di contatto era anche un punto di trascendenza per entrambi. L’elaborazione di questo sogno mi occupò quasi un decennio. Cominciai a leggere tutti i suoi libri che avevo comprato fin da subito ma che non avevo ancora letto. Incredibile. Mi piacquero molto e scoprii il punto in comune. Fachinelli era affascinato dal mistero, come me, anche se lo temeva, e così andò a cercarlo nei più reconditi recessi delle esperienze perinatali al fine di spiegarselo razionalmente, e poterlo così fronteggiare in analisi col paziente quando ne sopraggiungeva l’eco-sirena. Questo stesso interesse era quindi il punto di contatto che invocava un trascendimento, compreso solo qualche anno più tardi, e che consisteva nello spingersi ancora più indietro, verso le esperienze prenatali e oltre, luogo di fondazione e di trasmissione della vita, e dove soggetto, oggetto e intersoggettività, mente e cuore, sono già presenti e operanti fin dall’inizio. In una cosa sola. Ma questo è il compito che spetterà alla psicoanalisi del futuro, se non vuole scomparire. Cammino molto impervio, ma invero già intrapreso da più parti e con diverse ottiche, e a cui io sto cercando di dare un contributo. Questo è il terzo ringraziamento.
Elvio Fachinelli l’avevo in realtà già incontrato prima di quel gruppo. Aveva infatti fondato a Milano con un gruppetto di educatrici e maestre straordinarie un asilo autogestito e antiautoritario aperto al pubblico. Io andai a vedere anche perché avevo intenzione di mandarci mia figlia, cosa che poi non feci perché troppo distante da dove abitavo. Entrai, mi sedetti in un angolo, e stetti qualche ora a osservare. Era uno spettacolo. Due cose mi colpirono. La prima è che quando si verificavano liti tra i bambini, gli educatori non si precipitavano a separare i contendenti, né a redarguire il più aggressivo, stavano in guardia, ma aspettavano che la contesa si risolvesse spontaneamente e che il bambino più debole riuscisse a difendersi con le sue risorse. Intervenendo soltanto, senza sgridare nessuno, solo in caso di pericolo evidente.
La seconda cosa fu questa. Un bambino che si trovò con la scarpina slacciata andò da Elvio per farsela allacciare. Elvio si chinò sui suoi piedini e gliela allacciò. Gli capitò anche una seconda volta. Al che rimasi attento, ed ebbi la chiara impressione che dopo un po’ di tempo quel bambino facesse apposta per slacciarsela, per poi farsela riallacciare dallo stesso educatore. Elvio, pazientemente e amorevolmente, gliela riallacciava. È questa l’immagine di Fachinelli che mi è rimasta scolpita nella memoria. Lui che allaccia la scarpa al bambino. Si è trasferita nell’Immaginale, dove dimorano le immagini viventi. È lì che Elvio vive.
In fondo Elvio Fachinelli e Giorgio Gaber cercavano la stessa cosa. Elvio un centro umano, un cuore, un fondamento da cui ripartire e riformulare il cammino. E Giorgio una mente, un pensiero, che potesse dare a questo cuore un senso nuovo per cui valga la pena pulsare. Ma adesso non c’è più nessuno che ci allaccia le scarpe!
© Baldo Lami
* Articolo pubblicato su ISintellettualistoria2 il 08.05.2009
il sito di Baldo Lami: http://www.psicosservatorio.it/
Trentennale dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, la commemorazione di Giorgio Napolitano
Pubblicato: 9 maggio 2008 Filed under: Terrorismo di sinistra e di destra Lascia un commento »
D’altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni. Mi ha colpito e indignato leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare “rammarico per i famigliari delle vittime delle BR”, ma aggiungendo di aver dato per scontato che “quando si fanno azioni di un certo tipo” accade di “dare dei dispiaceri ad altri”. No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.”
Connessioni:
DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
IN OCCASIONE DEL
“GIORNO DELLA MEMORIA DEDICATO ALLE VITTIME DEL TERRORISMO E DELLE STRAGI DI TALE MATRICE”
Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008
Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l’Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. E’ il giorno del sostegno morale e della vicinanza umana che l’Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro paese ha vissuto in anni tra i più angosciosi della sua storia e che non vuole mai più, in alcun modo, rivivere.
Parlo del terrorismo serpeggiante in Italia a partire dalla fine degli anni ’60, e infine esploso come estrema degenerazione della violenza politica ; parlo delle stragi di quella matrice e della lunga trama degli attentati, degli assassinii, dei ferimenti che insanguinarono le nostre città. L’obbiettivo che i gruppi terroristici così perseguivano era quello della destabilizzazione e del rovesciamento dell’ordine costituzionale. Dedichiamo l’incontro di oggi in Quirinale alle vittime di quell’attacco armato alla Repubblica, che seminò ferocemente lutto e dolore.
Sappiamo che nell’istituire, un anno fa, questo “Giorno della memoria” il Parlamento ha raccolto diverse proposte, comprese quelle rivolte a onorare gli italiani, militari e civili, caduti in anni recenti nel contesto delle missioni in cui il nostro paese è impegnato a sostegno della pace e contro il terrorismo internazionale, nemico insidioso capace di colpire anche a casa nostra. Alla loro memoria rinnovo l’omaggio riconoscente delle istituzioni repubblicane e della nazione. Sono certo che anche al loro sacrificio si rivolgerà pubblico omaggio nelle manifestazioni e negli incontri cui darà luogo ovunque la celebrazione del “Giorno della memoria”.
E colgo l’occasione per ricordare anche le vittime causate da fatti di diversa natura, dal disastro di Ustica all’intrigo delittuoso della Uno Bianca, ai caduti nell’adempimento del loro dovere e ai semplici cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza e giustizia. Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria, per la libertà e per la legalità democratica, e dunque – come dimenticarle ! – alle tante vittime della mafia e della criminalità organizzata.
Ma sottolineo nuovamente la specificità delle vicende del terrorismo italiano, e l’esigenza di colmare vuoti e carenze nell’iniziativa dello Stato democratico, nell’impegno della comunità nazionale, che esigeva ed esige il ricordo di quelle vicende e delle loro vittime.
I momenti di solenne riconoscimento non sono mancati : come con il conferimento di medaglie d’oro, da parte del Presidente Ciampi, alla memoria di alcune figure rappresentative del sacrificio di molti negli “anni di piombo”. Maera a lungo mancato un riconoscimento collettivo e proiettato nel futuro come quello deciso dal Parlamento con la legge istitutiva del “Giorno della memoria”.
E con la pubblicazione che oggi vede la luce abbiamo cercato di abbracciare in un comune ricordo ed omaggio – salvo possibili, involontarie omissioni o imprecisioni, di cui ci scusiamo – tutte le vittime della violenza politica armata, del terrorismo organizzato e rivolto a fini eversivi. Non si possono sfogliare quelle pagine senza provare profonda commozione e profondo sgomento. Abbiamo cercato di restituire, di consegnare alla memoria degli italiani, l’immagine – i volti, i percorsi di vita e di morte – di tutte le vittime.
I percorsi di vita, innanzitutto : perché non è accettabile che quegli uomini siano ricordati solo come vittime, e non come persone, che hanno vissuto, hanno avuto i loro affetti, il loro lavoro, il loro posto nella società, prima di cadere per mano criminale. Le ricordiamo tutte, come vittime e come persone, dalle più note ed illustri alle più modeste, facilmente rimaste più in ombra. Tutte, qualunque fosse la loro collocazione politica e qualunque fosse l’ispirazione politica di chi aggrediva e colpiva.
Vorrei che voi, mogli, figli, genitori, famigliari dei caduti, sentiste anche questa nostra particolare iniziativa come gesto di riparazione e di partecipe vicinanza per quello che avete sofferto, per il dolore di perdite irreparabili e poi per il dolore di una solitudine, di una disattenzione, che vi ha fatto temere di essere come dimenticati insieme con i vostri cari. Non può essere, non deve essere così. E’ l’impegno che oggi prendiamo.
La scelta della data per il “Giorno della memoria” è caduta per validi motivi sull’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro. Perché se nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall’altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c’è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il bersaglio più alto e significativo che esso abbia raggiunto è stato il Presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per quasi due mesi e infine con decisione spietata ucciso.
Fu, in quel 16 marzo 1978, centrato dalle Brigate Rosse un obbiettivo forse impensabile, per il grado di organizzazione e il livello di audacia che comportava, ma non imprevedibile, dato il ruolo evidente e incontestabile di Moro nella vita politica nazionale, nella fase critica e cruciale che essa stava attraversando. Non si scelse un obbiettivo simbolico ; si decise di colpire il perno principale del sistema politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia repubblicana.
Imprevedibili erano stati, e sarebbero stati ancora dopo, molti altri bersagli colpiti dalle Brigate Rosse con cieco furore ideologico : studiosi, magistrati, avvocati, giornalisti, amministratori locali, dirigenti d’azienda, commercianti, rappresentanti dei lavoratori, militari, uomini delle forze dell’ordine, e altri ancora, in una successione casuale e non facilmente immaginabile. Una successione perciò incalzante e angosciosa, che mirava a dare il senso dell’impotenza dello Stato, del vacillare delle istituzioni e della convivenza civile.
In Moro i terroristi individuarono il nemico più consapevole, che aveva più di chiunque colto – nel ’68 – quel che si muoveva e premeva nella società, la crisi dei vecchi equilibri politici, il travaglio e la domanda di rinnovamento delle nuove generazioni, e quindi – nel maggio ’77 – aveva lanciato l’estremo allarme. Ci si trovava, così disse, dinanzi a “manifestazioni di violenza” che avevano “uno sfondo ideologico” e si collocavano “tra la lotta politica e la lotta armata” ; di qui l’”apprensione per il logoramento” cui erano “sottoposte le istituzioni e le stesse grandi correnti ideali che credono nella democrazia”. Egli non dubitava dell’”esito finale” del confronto tra le istituzioni democratiche, tra le forze democratiche e le forze che conducevano “un così grave attacco portato nel cuore dello Stato”, ma era cosciente della durezza della prova, dell’”alto costo” e delle “distorsioni” che poteva comportare.
Per quel che egli rappresentava storicamente – nella lunga vicenda della costruzione democratica e della lotta politica in Italia - e per quel che contava in quel momento come punto di riferimento ai fini di una risposta concorde all’offensiva terroristica e di una sapiente tessitura volta a rinnovare e consolidare la democrazia nel nostro paese, il Presidente della Democrazia Cristiana divenne la vittima designata, da catturare anche a costo dell’efferato sterminio della sua scorta -, dei suoi “compagni di viaggio”,- nell’agguato di via Fani, e fu quindi a lungo ristretto in una condizione fisica disumana, e sottoposto a una tremenda violenza psicologica.
Si sono di recente pubblicate attente ricostruzioni di quei fatti e analisi penetranti degli svolgimenti di una così inaudita e sconvolgente vicenda, dei comportamenti di tutti coloro che ne furono i diversi attori. Ma non è in questa sede e non è da parte mia che si possono esprimere giudizi conclusivi. Si può solo invitare – trent’anni dopo – alla riflessione profonda e dolorosa, alla ricerca non ancora conclusa, che anche questi nuovi contributi di osservatori e studiosi sollecitano ; possiamo solo inchinarci con rispetto e commozione dinanzi alla tragedia vissuta trent’anni orsono da un grande protagonista della storia democratica dell’Italia repubblicana, dinanzi allo sforzo intellettuale e politico da lui dispiegato in uno stato di cattività esposto a continue pressioni e manipolazioni. Possiamo solo inchinarci dinanzi al suo tormento umanissimo, consegnato a lettere di straordinaria intensità per carica affettiva e morale.
Fu tragedia non solo di un uomo, ma di un paese, di questa Italia che un grande maestro, Norberto Bobbio, volle ricordarci, dinanzi a simili eventi, essere, appunto, “un paese tragico”.
Ci sarà ugualmente da riflettere ancora e a fondo -anche se molto si è lavorato, anche di recente, su questi temi – sulla genesi e sulla fisionomia dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico di cui è stata teatro l’Italia : su come siano nati e via via cresciuti, su quali ne siano state le radici, i punti di forza, le ideologie e strategie di supporto. E c’è da augurarsi che si riesca ancora a indagare, anche in sede giudiziaria, su singoli fatti di devastante portata : che si riesca ad accertare pienamente la verità, come chiedono le Associazioni delle famiglie delle vittime.
Quel che più conta, tuttavia, è scongiurare ogni rischio di rimozione di una così sconvolgente esperienza vissuta dal paese, per poter prevenire ogni pericolo di riproduzione di quei fenomeni che sono tanto costati alla democrazia e agli italiani. In effetti abbiamo visto negli ultimi anni il riaffiorare del terrorismo, attraverso la stessa sigla delle Brigate Rosse, nella stessa aberrante logica, su scala, è vero, ben più ridotta ma pur sempre a prezzo di nuovi lutti e di nuove tensioni. Si hanno ancora segni di reviviscenza del più datato e rozzo ideologismo comunista, per quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità di esprimere un’alternativa allo Stato democratico. E se vediamo nel contempo – come li stiamo vedendo – segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo e simbolismo neo-nazista, dobbiamo saper cogliere il dato che accomuna fenomeni pur diversi ed opposti : il dato della intolleranza e della violenza politica, dell’esercizio arbitrario della forza, del ricorso all’azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il diverso, per sfidare lo Stato democratico. Occorre opporre a questo pericoloso fermentare di rigurgiti terroristici la cultura della convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale, religiosa, delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana. E occorre ribadire e rafforzare, senza ambiguità, un limite assoluto, da non oltrepassare qualunque motivazione si possa invocare : il limite del rispetto della legalità, non essendo tollerabile che anche muovendo da iniziative di libero dissenso e contestazione si varchi il confine che le separa da un illegalismo sistematico e aggressivo.
Lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto fronte allo stragismo e aver sconfitto il terrorismo dilagante degli scorsi decenni. Lo ha sconfitto dopo aver subíto colpi molto duri - più di qualsiasi altro il sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della sua scorta e infine la sua feroce soppressione ; lo ha sconfitto restando sul terreno della democrazia e dello Stato di diritto, e senza concedere alle Brigate Rosse il riconoscimento politico di controparte in guerra che esse pretendevano.
Bisogna rendere omaggio a quanti si sono battuti con tenacia fino a cogliere successi decisivi : a quanti vi hanno contribuito nel campo delle forze politiche – in seno al governo e in Parlamento – nel mondo sociale e culturale, e con coraggio, in prima linea, anche a rischio della vita, nella magistratura e nelle forze dell’ordine.
La prova è stata ardua, terribilmente dolorosa, e non può considerarsi del tutto conclusa, o conclusa una volta per tutte. Di qui l’appello alla vigilanza e alla severità.
Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta – lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi – è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall’odio, di “scommettere tutto sull’amore per la vita”, di guardare avanti “nel rispetto della memoria”. Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche.
D’altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni. Mi ha colpito e indignato leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare “rammarico per i famigliari delle vittime delle BR”, ma aggiungendo di aver dato per scontato che “quando si fanno azioni di un certo tipo” accade di “dare dei dispiaceri ad altri”. No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.
Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli “anni di piombo”, ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un’umanità dolorante. E a questa parte, ai famigliari delle vittime, a tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo lo Stato deve restare vicino, anche garantendo l’attuazione di leggi come quella del 2004. Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti. E’ qui il significato del 9 maggio “Giorno della memoria” che oggi insieme celebriamo.
Lettera di Aldo a Eleonora Moro. Lettura di Massimo Popolizio
Pubblicato: 21 marzo 2008 Filed under: Terrorismo di sinistra e di destra, terroristi Lascia un commento »(lettera non recapitata)
Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo4, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo 5, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. È sua va detto con fermezza cosi come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare 6. E questo è tutto per il passato. Per il futuro / c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in un’unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo
1 Recapitata il 5 maggio, insieme con la successiva, da don Mennini, ma la data di stesura potrebbe essere antecedente. Non è presente tra i dattiloscritti ritrovati nell’ottobre 1978, né tra le fotocopie dei manoscritti di dodici anni dopo. L’originale è riprodotto in CM, voi. CXXII, pp. 445-46. E lettera autonoma dalla seguente. Lo stesso giorno, qualche ora prima, il comunicato n. 9 delle Br annunciava: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato». Divulgata il 13 settembre 1978 dal «Corriere della Sera», p. 6, ma fu pubblicata per la prima volta integralmente e in modo autonomo dalla successiva, in L’intelligenza e gli avvenimenti, pp. 427-28.
2 Si distingue una «t» corretta: forse in precedenza aveva scritto «politiche».
3 È il solito esergo aggiunto posteriormente nello spazio residuo del foglio.
4 Questa espressione non sembra essere giustificata dai toni sicuri delle due versioni della lettera a Zaccagnini e soprattutto dal perentorio argomentare delle pagine finali del “Memoriale”, che non sono certo il prodotto di un «esilissimo ottimismo».
5 II prigioniero, rispetto alla lettera successiva, «crede» ancora, cioè non è del tutto sicuro di morire: in 55 giorni sarebbe questa la terza volta in cui vive un simile stato emotivo di imminente minaccia di morte.
6 A proposito di questa raccolta di firme, Guerzoni ha testimoniato in Commissione stragi, il 6 giugno 1995: «L’onorevole Moro chiese la raccolta di cento firme per convocare il Consiglio Nazionale e noi arrivammo a ventinove, a quel punto dissi che non avrei più collaborato per cercare le firme, perché non volevo che l’onorevole Moro rimanesse alla storia come colui che aveva determinato la rottura formale del partito. A mio parere infatti l’onorevole Moro non voleva la rottura del partito; semmai che venissero in evidenza delle contraddizioni. Tanto più ero convinto di questo, perché sapevo che egli non sarebbe mai tornato e che quindi oltretutto avremmo fatto delle operazioni di significato storico che non servivano nemmeno a salvarlo». Secondo la testimonianza di Vittorio Cervone, fra i promotori nel 1968 della corrente democristiana «Gli amici di Aldo Moro», il 9 maggio, alle 13,1 principali esponenti del gruppo, erano riuniti a pranzo al ristorante il « Barroccio» e stavano decidendo di chiedere la convocazione del Consiglio nazionale della De, quando furono raggiunti dalla tragica notizia del ritrovamento del cadavere dell’uomo politico (Cervone, Ho fatto di tutto, p. 44).
da: Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Einaudi 2008, p. 177-179
Un altro ricordo:
categorie: destino, polis terrorismo, polis storia contemporanea
Lettera di Aldo Moro a Luca. Lettura di Massimo Popolizio
Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia.
Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po’ più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino.
Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [... ] nel guizzare nell’acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l’ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco.
Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno.
Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno
Lettera di Aldo Moro a Luca. Lettura di Massimo Popolizio
Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia.
Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po’ più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino.
Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [... ] nel guizzare nell’acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l’ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco.
Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno.
Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno
Le Brigate Rosse interiori
Pubblicato: 5 ottobre 2007 Filed under: sinistre, Terrorismo di sinistra e di destra, terroristi Lascia un commento »Cultura della sinistra massimalista: il giustificazionismo, il giudizio tendenzialmente assolutorio sul terrorismo e soprattutto sulle sue “ragioni” (“era la situazione storica ad imporre quelle azioni”: “occorre chiudere con quella fase”), gli assordanti silenzi sono dovuti alla sostanziale simpatia che nei recessi della cultura della sinistra massimalista (con qualche ambiguità in quella riformista) c’è per le avanguardie che preparano la spallata rivoluzionaria. Orfani del proletariato che è passato alla partita iva, costoro sono sempre alla ricerca della realizzazione del binomio leninista: una avanguardia che guida la massa.
Questa cultura non ha, nè può elaborare, nelle sue coordinate il tema della sicurezza della gente normale.
Le parole necessarie:
“C’è una donna che più di altre ha ragionato sull’incapacità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Italia. Tarantelli venne ucciso a Roma all’università, dove insegnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L’altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»
Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.
«Questo Paese non solo non è stato capace di elaborare un lutto ma neanche un pensiero.
Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina senza farsi carico delle vittime è nettissima:
«In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alla fantasia dei terroristi, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.
Ma non può essere così.
Pagata la pena si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.
E non è questione di volontà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.
Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.
Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare».
in Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, pag 96-100
categorie: polis terrorismo
Don Michele Santoro Torquemada
Berlina: antica pena consistente nell’esporre il condannato al pubblico dileggio, legandolo su un palco eretto in una piazza e proclamando con cartelli o con grida la colpa commessa.
Lobby: gruppo di persone potenti in grado di influenzare le scelte degli uomini politici
Oggi una lobby di giornalisti ha sostituito la gogna medievale con la gogna televisiva. E’ del tutto evidente che è dal 1991 che a dettare l’agenda politica sono i giornalisti televisivi. Loro sì “casta”.
Casta: classe di persone che, per razza, religione o professione, forma un gruppo sociale distinto dagli altri e si attribuisce particolari diritti o privilegi
Ecco come Oscar Giannino racconta la serata dell’inquisitore Don Santoro Torquemada sul “suo” palcoscenico pagato anche dal mio canone:
In Libero, 5 ottobre 2007
Santoro è come il Gatto Mammone, fantasma potente dalla ferina zampata diabolica. Ma spauracchio, a ben vedere. Ieri ha confezionato il suo Anno zero a tesi: il pm di Catanzaro Luigi De Magistris è un eroe del riscatto del Sud come Paolo Borsellino, immediatamente evocato. Chi lo critica, per aver acquisito i tabulati telefonici di Prodi, Berlusconi e di tutta l’Italia che conta, è nemico delle forze del bene. Libero viene citato subito, naturalmente.Ma anche la Stampa, ieri, aveva una efficacissima pagina intera dedicata allo scandalo delle duemila acquisizioni di tabulati disposte da De Magistris. Ed ecco che subito Santoro bleffa a tesi. Perché a Sandro Ruotolo, nel primo breve collegamento da Catanzaro, fa dire che le duemila intercettazioni non ci sono, mai state disposte. E infatti non di intercettazioni abbiamo parlato noi e la Stampa, bensì di acquisizioni di tabulati a migliaia, e queste ci sono, eccome se ci sono. Ma Santoro smentisce, e il telespettatore a ” tesi” è servito. Con tanto di immagini da assemblee di ragazzi calabresi e di “società civile” lucana, e diluvi di applausi a De Magistris santo liberatore e contro il famigerato Mastella, il ministro che va in aereo blu ai gran premi di Formula Uno. Il vecchio rito rosso dell’autocritica tocca una vetta d’altri tempi quando addirittura Santoro “obbliga” letteralmente il collega di sempre Sandro Ruotolo ad accusare il fratello – Guido, l’autore del pezzacchione della Stampa di essersi sorbito evidentemente «una bella polpetta avvelenata». Sandro accusa il colpo e balbetta, quando in diretta Santoro gli chiede imperativamente la prima volta di smentire il fratello. Ma alla seconda Santoro passa e tracima, e Sandro pugnala Guido, reo di fare il proprio mestiere senza attaccare il ciuccio dove vuole l’ideologia. Viene ricostruita in studio sommariamente dal sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti, che non può fare a meno di ricordare gravi risultanze di gravissime negligenze emerse a seguito delle ispezioni, con mancate richieste del pm al gip competente di convalida di provvedimenti di fermo in custodia cautelare e via procedendo. Quando la cosa inizia a prendere una brutta piega e lo stesso avvocato difensore di De Magistris stenta a ribattere, ecco il Gatto Mammone dà una zampata. «Ma che cosa stiamo a perderci in quisquilie, dobbiamo solo capire se De Magistris ha rotto le scatole a qualche politico intoccabile, e perciò il ministro Mastella lo vuole trasferire». Non è che abbia rilievo alcuno se il pm rispettasse la pro- cedura nelle sue indagini, ma solo se è un ammazzasette. «E dillo, Sandro Ruotolo, il nome di qualche politico, dillo». E il renitente Ruotolo fa il suo dovere. De Magistris non informava il procuratore capo Mariano Lombardi delle sue indagini perché un suo congiunto era in società con un parlamentare di Forza Italia indagato. Applausi scroscianti dei giovani calabresi, il giudizio del popolo giacobino è così emesso. Forza Italia, è questa la prima sigla politica pronunciata. La sola, per un bel po’ di tempo in trasmissione. Poi sarà citata Comunione e Liberazione. Poi , per via del sindaco di Matera, Buccico, Un caso? Una necessità, nella tecnica studiata e raffinata di Gatto Mammone Santoro. Nessun diessino e margheritico dei tantissimi inquisiti nelle vicende calabresi – che hanno visto candidati far uccidere eletti, a sinistra, in Calabra – viene citato neanche per sbaglio, nell’intera trasmissione. Prodi, indagato da De Magistris, non viene citato neanche per sbaglio. Ed ecco che i tabulati telefonici richiesti di Giuliano Amato e del capo e del vicecapo della Polizia, del direttore del Sisde e della Dia, del presidente dell’Anm e del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, di deputati e senatori come di tanti altri magistrati, tutto ciò ad Anno zero non è apparso mai. Immediatamente si passa a una descrizione delle intricate vicende calabresi dell’Udeur, tanto per far apprezzare meglio il retroterra di presunto malaffare in nome del quale sarebbe in azione il ministro Mastella. Di tutto ciò non dice una sola parola il Gip di Milano Clementina Forleo, schierata a inizio trasmissione in campo in virtù della sua natura di castigamatti anche della sinistra, ma che ad Anno zero dice che «il giudice è solo perché tocca i poteri forti».Come se il primo vero potere forte d’Italia non fosse la magistratura, da un bel po’ di anni a questa parte. «Ritengo un dovere essere qui», dice la Forleo con un sorriso nervoso che per chi la conosce è tratto dominante della sua ritrosia pubblica. Oltre questo dirà solo elogi dei ragazzi calabresi: non c’era ragione di scomodarla. E poi il vero pezzo forte. L’intervista resa da De Magistris a Ruotolo: Sandro naturalmente, non Guido il reprobo. Il trasferendo pm si atteggia naturalmente a scrupoloso braccio della Costituzione e del principio di eguaglianza. Lamenta di dover trascorrere da anni più di metà del suo tempo a doversi difendere, invece che a perseguire i delinquenti. E’ lui di tasca sua che paga la benzina per l’auto che gli è assegnata. Ruotolo non gli eleva una sola contestazione delle tante emerse nelle ispezioni. Gli chiede delle inchieste che ha svolto, come Poseidone, sol perché De Magistris dipinga una realtà oscura in cui società miste tra privati, politici, magistrati e forze dell’ordine si appropriano di mille appalti e opere legati al denaro pubblico. Il Gatto Mammone interrompe a effetto l’intervista sulla cifra di 9 miliardi di euro, stimata dal pm ammazzasette come l’ammontare degli illeciti su cui vuole indagare. Capite bene che le ragioni degli ispettori e del ministro Mastella – il rispetto delle norme e delle procedure – spariscono per definizione, di fronte a 9 miliardi. E finisce con il fratello di Paolo Borsellino che accusa Mastella di voler isolare De Magistris come per farlo uccidere: anzi, con le stesse responsabilità di chi ne delibera la strage. «Non scherziamo», dice il Gatto Mammone ridendo beato. Ma intanto, la conclusione è: Mastella come chi ha fatto uccidere Falcone e Borsellino. Marco Travaglio, alla fine, con la sua ciliegina. Dà dei piduisti gelliani a tutti i nemici del pm con 5 minuti di insulti a Berlusconi, e buona notte fino alla prossima ghigliottina mediatica.
La lettura del libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore, suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo
Pubblicato: 21 maggio 2007 Filed under: biografie, Famiglie, Memoria storica, Pansa Giampaolo, Terrorismo di sinistra e di destra Lascia un commento »La lettura del libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore, suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo.
Innanzitutto cura i sopravvissuti ai crimini del terrorismo politico.
Perché ora un involontario protagonista indiretto di quell’orribile decennio comincia a restituire la memoria di chi era morto:
“Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portiera della Cinquecento blu di mia madre. Era appena uscito di casa, dopo vari tentennamenti che lo avevano portato a rientrare per ben due volte, la prima per sistemarsi il ciuffo, la seconda per cambiarsi la cravatta. Era uscito con una cravatta rosa, se la sfilò per metterne una bianca, e a mamma che lo guardava scuotendo la testa e prendendolo in giro rispose: «Preferisco questa perché ha il colore della purezza». Lei richiuse la porta senza dare peso a quelle parole.” (Pag. 32)
Dentro di me questo libro cura la cultura storica e il connesso desiderio di giustizia.
Di rado si accosta una scrittura così densa di sé.
In questo libro c’è un controllo di sè che suscita ammirazione.
Come quando, in una recente manifestazione a favore della Palestina cui partecipa anche l’esponente della sinistra comunista Oliverio Diliberto, un gruppo di ragazzi scrive ancora sui muri “Calabresi assassino”. O quando, per le vie di Genova, presso un centro sociale trova un volantino con scritto: “Basta menzogne! Luigi Calabresi era un torturatore”. Ecco, Mario si interroga sulla persistenza di questa falsità storica, nonostante la verità processuale chiarita dal giudice, e dice:
“Con gli anni ho capito l’efficacia di quella campagna di stampa cominciata proprio nei giorni in cui nascevo. Coniarono uno slogan che appare inossidabile, semplice, chiaro, capace di attraversare le generazioni. Tanto ben costruito da far pensare a una di quelle operazioni di marketing che oggi riescono a imporre un marchio. Non c’era però un pubblicitario dietro la campagna, ma molte teste, tra le più illustri del giornalismo, del teatro, della cultura e dei movimenti, accomunate da una furia vendicatrice che le portò a costruire un mostro, a dispetto di evidenze, buon senso e dati di realtà. La benzina che alimentò il motore fu l’indignazione per la morte di Giuseppe Pinelli detto Pino.
Molte volte mi sono chiesto come mi sarei comportato se fossi stato un giornalista allora. E la risposta è netta: mi sarei indignato. La polizia e la questura avevano il dovere di spiegare cos’era successo, senza opacità, senza reticenze, dovevano accertare con severità e chiarezza come era stato possibile che un uomo arrivato in questura sul suo motorino e rimasto sotto interrogatorio per tre giorni fosse caduto da una finestra, morendo poco dopo. Invece ci furono ambiguità, chiusure, quel pezzo di Stato per il quale lavorava mio padre, che faceva capo al Viminale e aveva sede in via Fatebenefratelli a Milano, diede una pessima prova di sé e con le sue reticenze insulto il Paese e avallò i più terribili sospetti” (pag 43)
Certo fa impressione la continua idealizzazione di quel periodo e la persistenza dell’odio.
Entrambi alimentati da una imponente letteratura che esalta la cultura e le azioni terroristiche come “inevitabili”, “necessarie”, “giustificate” da quella congiuntura politica. Se ne è avuta prova nella ambigua, falsa, fuorviante trasmissione di Gad Lerner.
Qui si respira tutta un’altra aria.
Mario intende restituire l’onore a suo padre Luigi Calabresi.
E nello stesso tempo riesce a dare voce ai sopravvissuti. Mogli (già, perche gli assassinati sono stati prevalentemente uomini) , figli, fratelli, nipoti.
I silenziati di questi ultimi 25 anni. In cui a scrivere la storia del terrorismo politico sono stati gli autori dei delitti.
E’ come se avessero dovuto diventare grandi ed adulti quei piccolini di 3 e 5 anni diventati orfani perché un gruppetto di terroristi fondamentalisti di sinistra e di destra avevano deciso di sparare o a singole persone inermi o a caso, nelle piazze o alle stazioni:
“La curiosità di capire, di scoprire cosa si diceva e si scriveva di mio padre, esplose quando avevo quattordici anni. In quarta ginnasio cominciai a saltare la scuola per andare a leggere i giornali dell’epoca nell’emeroteca della biblioteca Sormani, a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia. Continuai a farlo per molto tempo, a volte con pause di mesi, almeno fino alla fine della prima liceo. Arrivavo presto la mattina, in anticipo sull’apertura del portone, per essere tra i primi a entrare. Mi fiondavo a fare la richiesta dei microfilm e, per evitare code e attese, spesso mi preparavo il foglietto giallo della domanda in anticipo. Prima affrontai il «Corriere della Sera». Partii dalla strage di piazza Fontana per arrivare al giorno dell’omicidio. Era un lavoro solitario e metodico, che cavava gli occhi, ma che mi rapì. Mi immergevo in un’altra epoca, perdevo il senso del tempo e del presente. Dimenticavo completamente i problemi scolastici, le interrogazioni, il greco, i compagni di classe. Era un’esperienza totalizzante.
… Ancora oggi quando leggo cosa scrivevano, anche contestualizzando ogni cosa, anche di fronte a uno Stato opaco e «nemico», non mi capacito di frasi come questa del 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito». O una pagina come quella uscita il 1° ottobre 1970, una settimana prima dell’inizio del processo per diffamazione contro «Lotta Continua», che presto si trasformò in un processo a mio padre: «Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara». (pag. 9-11)
C’è poi il tema della responsabilità.
L’eterno tema della responsabilità.
La questione per la quale, nel nome dei fattori esterni, quelli economici e “strutturali”, si mette in ombra il filone più fecondo in tema della responsabilità.
Ossia quello soggettivo che fa dire:
“Ma cosa ho fatto io?
Cosa ho provocato con la mia azione”
E’ una questione che viene elusa in più modi.
C’è quella dell’ex terrorista che neppure se lo pone questo problema. Costoro dicono: “quegli anni erano così. Abbiamo fatto quello che credevamo fosse giusto e corrispondente allo spirito del tempo”. “Non ho nulla di cui pentirmi”. Mentre scrivo queste righe ne vedo davanti a me uno che vive dalle mie parti. Crede di lavarsi la coscienza dedicandosi al recupero dei tossicodipendenti e ha lo sguardo torvo di chi ancora oggi giustifica ai propri occhi e a quelli del mondo le sue scelte. Credo che Stephen King si ispiri a concrete persone così quando ricostruisce le sue incarnazioni del Male.
C’è poi l’opinione pubblica, in genere di sinistra, che usa, ieri e oggi, lo slogan “Né con le brigate rosse, né con lo Stato”
E’ la linea della indifferenza morale.
Linea molto rassicurante per le loro psicologie superficiali. Perché li tira fuori dal gorgo della eterna e storica questione della responsabilità individuale.
“Io”, non la “Società”
“Io”, non la “Legge”.
C’è poi la posizione degli assassini (e usiamola questa parola sinistra che suona e sibila: assassini) protagonisti dei loro delitti.
Costoro dicono: “abbiamo pagato con la giustizia”.
E’ una posizione importante. Perché pone le cose sul terreno della legge.
Ebbene questa è la posizione che maggiormente addolora i sopravvissuti agli assassini dei loro parenti od amici.
Perché se li vedono blaterare nei loro libri. Li vedono saccenti e prepotenti come allora alle televisioni.
Su questo tema il libro di Mario Calabresi apre uno squarcio importante, decisivo, moralmente saldo e forte:
la responsabilità individuale resta,
anche dopo le pene scontate,
fino a quando ci sono i sopravvissuti
delle vittime
Un conto è la responsabilità penale, scontata con la pena (ma soprattutto con gli sconti di pena).
Tutto un altro scenario psicologico ed esistenziale è la responsabilità individuale che permane anche dopo avere pagato (ma soprattutto sotto-pagato) con la giustizia.
Su questo tema ci sono pagine solide e durature nel libro di Mario Calabresi (sottolineature mie):
“Bisogna partire dalle vittime, dalla loro memoria e dal bisogno di verità.
«Farsi carico» è la parola chiave.
Delle richieste di giustizia, di assistenza, di aiuto e di sensibilità.
Lo dovrebbero fare le istituzioni, la politica, ma anche le televisioni, i giornali, la società civile. Un Paese capace di voltare pagina in modo sereno e giusto conviene a tutti, non certo e non solo a chi è stato colpito. ….
I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l’appello. È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla definizione delle responsabilità”. …
“C’è una donna che più di altre ha ragionato sull’incapacità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Italia. Tarantelli venne ucciso a Roma all’università, dove insegnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L’altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»
Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.
«Questo Paese non solo non è stato capace di elaborare un lutto ma neanche un pensiero.
Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina senza farsi carico delle vittime è nettissima:
«In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alla fantasia dei terroristi, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.
Ma non può essere così.
Pagata la pena si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.
E non è questione di volontà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.
Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.
Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare». (pag 96-100)
Su questo libro c’è stata una delle più belle puntate di Otto e mezzo.
Si sentiva una corrente di commozione in tutti i partecipanti.
Infine, il libro di Calabresi tocca solo incidentalmente il cosiddetto caso Sofri. Questo intellettuale che scrive su tutti i giornali immaginabili e che è stato condannato a 22 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Luigi Calabresi . Sentenza del 2 maggio 1990, confermata in Cassazione il 27 gennaio 1997.
Luigi ne parla solo in relazione ai suoi dubbi se accettare o no di diventare giornalista de La Repubblica, su cui scrive Adriano Sofri.
Dubbio risolto, con pacata intelligenza e vigoroso atto di fede nella vita che deve continuare, dalla sua straordinaria madre, Gemma Capra.
Io però non corro via su questo passaggio.
E tiro fuori dal mio archivio questo più che convincente articolo di Giampaolo Pansa, altro scampato ad assassinio per puro caso (sottolineature mie):
| La grazia del Cavaliere? Sì Ogni essere umano vive più vite. E quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura del carcere di Pisa |
di Giampaolo Pansa
Adriano Sofri mi è sempre piaciuto poco. Forse perché mi sono imbattuto in lui tanti anni fa, quando era al culmine della sua vicenda politica. Parliamo degli anni Settanta, un’era tragica, segnata dall’emergere del terrorismo rosso e nero. E da un estremismo ideologico e nei comportamenti che avrebbe connotato per sempre più di una generazione.
In quel tempo, Sofri aveva meno di trent’anni (oggi ne ha sessanta giusti), ma mi sembrava un poco più anziano, come un ragazzo che si truccasse da vecchio. Piccolo, smilzo, lo sguardo febbrile, una carica inesauribile di intelligenza gelida che lo rendeva sideralmente lontano dagli altri capi di Lotta continua. Lo trovavo arrogante, gonfio di disprezzo per chi la pensava diverso, spesso pervaso da un odio politico così assoluto da farmi paura. Al tempo stesso, mi appariva tanto doppio e triplo che il mio giudizio su di lui risultava difficile da mettere a fuoco sino in fondo. E tutto si complicava alla luce di quegli occhi freddi o inespressivi, la spia di pensieri quasi tutti cattivi.
Attorno a lui ribolliva il magma di Lotta continua, un piccolo mondo abitato da caratteri e da intelligenze che si sarebbero rivelati compiutamente soltanto negli anni a venire. Erano ragazzi e ragazze spesso del tutto speciali. Dei primi della classe che, per furore politico e spirito di fazione, si erano rinchiusi in un mondo irreale nel quale progettavano costruzioni fantastiche che, alla fine, si sarebbero disfatte e li avrebbero travolti. Ma tutti erano comprimari che pesavano poco al confronto di Sofri. Lui era il monarca assoluto del reame di Lc. L’unico a contare. Il solo a decidere. Un leader dal carisma totale. E anche un giudice inappellabile.
Me ne resi conto di persona per un microscopico incidente che mi capitò nell’estate del 1971. Lotta continua aveva deciso di riunirsi a convegno in una città rischiosa per l’estremismo di sinistra, la placida, compatta e ostile Bologna. «Vai a vedere e racconta quel che succede» mi ordinò Alberto Ronchey, direttore della “Stampa”. Obbedii senza entusiasmo. Il congresso vero Lc l’aveva tenuto il 10 e 11 luglio a Pavia. Quella al Palazzetto dello sport di Bologna era soltanto una parata di militanti, più o meno duemila, per ratificare scelte già decise, a cominciare dalla mutazione di Lc in un movimento organizzato, un quasi-partito.
Così, quel sabato 24 luglio entrai presto al Palasport con il mio quaderno e una cartocciata di pesche comprate a un banchetto politico che diffondeva a tutto volume “Il cuore è uno zingaro” cantato da Nicola Di Bari. Mi vide subito un dirigente che conoscevo, Franco Bolis, di Pavia, da poco coordinatore nazionale di Lc con Giorgio Pietrostefani, allora per niente famoso. Dal palco, Bolis mi chiese: «Hai pagato?». Gli risposi di no, che non avevo versato la tassa prevista per la stampa borghese, ma in compenso mi ero comprato tanta della loro carta stampata: opuscoli, giornali, manifesti, cartoline.
Bolis sembrava incline ad accontentarsi dei miei acquisti, pesche comprese. Ma alle sue spalle comparve un robustone per niente cordiale. Ringhiò: «Quella roba non conta. Paga. Devi pagare. Fatelo pagare. Almeno 50 o 100 mila lire» (un quotidiano, allora, costava 90 lire). «Non credo che pagherò» annunciai, piccato. Cominciò una contesa verbale che si trascinò per un pezzo, sino a quando si affacciò dal palco Sofri. Mi guardò ed emise la sentenza su di me: «Io mi sono già espresso su questo qui». Non ci fu Cassazione né legittimo sospetto a salvarmi. Sofri aveva deciso e dovevo alzare i tacchi. Così, venni accompagnato alla porta con ruvida cortesia da un giovanotto in camicia verde e rettangolo rosso (come si vede Umberto Bossi non ha inventato niente).
Quell’episodio da nulla mi ritornò in mente tanti anni dopo, quando emerse lo schema del delitto Calabresi, secondo la confessione del pentito Leonardo Marino: lo stesso Marino che guida l’auto dell’agguato, Ovidio Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza l’omicidio e Sofri che dà il suo assenso.Avrà detto a Marino: «Su quel poliziotto mi sono già espresso», o qualcosa di analogo? Non lo so. Ma, a questo punto, per me non conta più molto come siano andate le cose allora. Sono e resto un colpevolista, per usare una parola spiccia. Però…
Il però l’ho già descritto tante volte su queste colonne. Dall’assassinio di Luigi Calabresi sono trascorsi trent’anni e sei mesi. L’Italia di quel tempo non c’è più. Siamo un altro paese, migliore o peggiore non lo so. Anche gli uomini che io penso responsabili di quel delitto non sono più gli stessi. Per di più, soltanto uno di loro, Sofri, sta in carcere. Marino è libero. Bompressi è a casa, ammalato. Pietrostefani è uccel di bosco, a Parigi o chissà dove.
Dunque, un solo problema pesa su di noi o su quel che resta dell’opinione pubblica italiana: Sofri, appunto. Da quando sta in carcere, non ci siamo mai parlati né scritti. Ma ho stampato molte parole su di lui e ho letto le parole che lui stampa su “Repubblica”, su “Panorama”, sul “Foglio”. A poco a poco, il tempo e i suoi scritti me lo hanno reso quasi un amico. Beninteso, è una faccenda che riguarda me, e non lui nei miei confronti. Ma è una faccenda seria che è cominciata quasi dieci anni fa. Quando Sofri, sull’”Unità” di Walter Veltroni, scriveva il suo “Diario” da una Jugoslavia straziata da una pazzesca guerra insieme civile ed etnica.
Voglio dirlo: in ogni puntata di quel diario, l’arrogante, il doppio, il gelido Sofri scoccava una freccia che mi centrava il cuore. E mi faceva sentire quel che ero: un italiano apatico e menefreghista. Che per anni, quattro anni!, aveva cancellato l’orrore del ghetto di Sarajevo, chiudendo gli occhi della pietà e della ribellione. E che non sapeva neppure collocare sulla carta geografica mentale dove fosse Vukovar, e dove Tuzla, e dove Mostar est…
Ogni essere umano vive più vite. Quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura di un carcere. La grazia è possibile, se non vogliamo continuare a essere una nazione in stivali di ferro, sempre pronta a schiacciare i vinti. Anche il Sofri degli anni Settanta è uno sconfitto. E chi se ne importa se a chiedere la grazia è, buon ultimo, Silvio Berlusconi! Ben venga anche la voce del Cavaliere. Forse ci aiuterà a tirare fuori dal carcere pure i vecchi terroristi rossi e neri che ancora vi stanno.
E a una certa sinistra, la sinistra dei Vattimo e dei Pancho Pardi, che chiede a Sofri di restarsene in prigione, voglio dire: attenti alla vostra faziosità cieca. Rischiate di diventare uguali a quella Lotta continua che, trent’anni fa, costruiva i roghi sui quali si bruciò e scomparve.
L’Espresso, 21 novembre 2002
Terroristi di sinistra e assassinio di Aldo Moro: il racconto giornalistico di Sergio Zavoli
Pubblicato: 29 marzo 2007 Filed under: Terrorismo di sinistra e di destra, terroristi Lascia un commento »16 marzo 1978: il rapimento di Aldo Moro
è difendersi dalla tentazione dell’oblio.
E questo perchè non siamo nulla in assoluto.
Siamo soltanto ciò che siamo stati, meglio: ciò che ricordiamo di essere stati”
Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, 1994, p. 107
Giorni fa ricordavo che Percy Blakeney non dimentica una data. Ha il dono della memoria storica.
Riprendo da lui, rimbalzo e rilancio.
Ricordo quell’anno come fosse oggi.
Avevo trent’anni.
Stavo sul fronte opposto della Democrazia cristiana. Ma “protetto” e ideologicamente tutelato in un partito che, in una sua parte (quella del segretario Enrico Berlinguer), combatteva con la mobilitazione democratica il terrorismo. Riunioni di sezione, attivi, manifestazioni, articoli dell’Unità letti avidamente.
Gran scuola quella. Inscritta e stratificata nelle mie rughe facciali ed interiori.
Certo: non vedevo la doppiezza … non vedevo le retrovie …. non ero avvertito della tenacia delle ideologie.
Ero più ingenuo
Ci ho messo molto a diventare disincantato.
Ma in quello che sono c’è anche quella radice.
E il bilancio del mio corpo storico è comunque in positivo.
Roma, alle 9.15 del 16 marzo 1978, il giorno in cui il governo appena nominato, guidato da Giulio Andreotti, doveva presentarsi in Parlamento per ottenere la “fiducia” , l’auto che trasportava Moro da casa alla Camera dei Deputati fu intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse, che in pochi istanti portò a termine una delle più feroci azioni terroristiche che si ricordino nella storia italiana contemporanea.
In una manciata di secondi, sparando con armi automatiche, i terroristi massacrarono i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Domenico Ricci e Oreste Leonardi) e i tre poliziotti a bordo dell’auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Moro venne caricato a forza su un’auto che si allontanò rapidamente verso una direzione in quel momento ignota. Il rapimento fu rivendicato con il primo dei nove comunicati che le Brigate Rosse inviarono durante i 55 giorni del sequestro. Il 9 maggio al termine di un presunto processo del popolo, sarebbe stato assassinato per mano di Mario Moretti. Il cadavere di Moro è ritrovato il 9 maggio in una Renault 4 rossa in Via Caetani, in pieno centro di Roma.
Nel mio diario cartaceo recupero queste pagine, oggetto di riflessione di anni passati.
Le cronache di Zavoli sono un reperto storico di grande importanza culturale.
Viene fuori come mostruosa può diventare l’ideologia. Una corazza sopra l’esperienza semplice della vita quotidiana:
“Non ci si può consegnare al dominio dell’ideologia, di qualunque ideologia, senza rinunciare ad essere interamente persone”
Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 12
I terroristi.
Anche loro squallidi impiegatucci che uccidevano per “abbattere lo stato”. Molto simili agli attuali terroristi islamici che sgozzano in base a principi religiosi e fanatismo ideologico.
Fanno impressione questi terroristi che rispondono chi in modo arrogante, come l’eternamente cinico Mario Moretti, per nulla scalfito nella sua convinzione di essere stato uno che ha fatto quello che gli imponeva la situazione:
“Siamo alla conclusione. Le consultazioni con i vostri compagni, gli ordini, gli accordi, i ruoli, e cosi via. Mi descriva se può, gli ultimi momenti dell’operazione.
Non posso.
Moro seppe che doveva morire? E se l’annuncio gli fu risparmiato, da chi o da che cosa dipese?
Moro fu sempre consapevole di tutto lo svolgersi dell’operazione, dall’inizio alla fine. Quindi qualsiasi cosa sia stata fatta, che lo riguardasse. Moro la sapeva.
Può darmi una risposta più netta, più esplicita? Moro seppe che sarebbe stato ucciso o no?
Sapeva che la scelta che noi avremmo adottato era arrivata ad un punto obbligato. Lui di questo si rese conto perfettamente.
Fu fatto nulla perché Moro credesse che gli sarebbe stata risparmiata la vita?
Le ripeto, non si infierì in alcun modo: ne’ con un trattamento fisico né con un trattamento psicologico. Almeno, ripeto, per quanto riguarda tutte le mie responsabilità. Non si dava alcuna possibilità che si infierisse anche psicologicamente sullo stato del prigioniero.
Mi vuole raccontare il momento in cui lei mise in quell’apparecchio telefonico quel gettone?
… c’è poco da dire. Più che quel gettone contava inattesa delle ore successive, insomma che qualcosa succedesse. Non è successo nulla.
È vero che dette un gettone anche a Moro, e se è vero perché?
No, è falso.
A tragedia compiuta, a cose ormai tutte consumate, si è mai sorpreso a pensare a quanto le era rimasto, umanamente, di Moro? Che cosa l’aveva più segnato di quell’incontro?
Per quanto sìa forte il ruolo del personaggio, la persona è più ricca.
Per parlar chiaro, ebbe mai nostalgia di Moro vivo?
Una vicenda politica non ammette questi rimpianti, anche perché io non ucciderei mai una persona; mi si creda o no, non riesco ad immaginarlo. Però questa è stata la mia vita, non posso averne un ‘altra. E purtroppo non sono neanche un attore.
in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 329-330.
Poco prima così aveva detto:
“Davanti a Eleonora Moro che cosa direbbe lei per esempio?
La ascolterei. Penso che ha il diritto di dire tutto quel che vuole, ma iocredo che Eleonora Moro avrà trovato la spiegazione di ciò che successe nel fatto che suo marito era presidente della Democrazia cristiana. Altrimenti non riuscirebbe a spiegarsi che cosa è accaduto.
… ma in un Paese democratico, in uno Stato di diritto, essere presidente della Democrazia cristiana non implica fatalmente il destino di essere uccisi !
No, certo; le ragioni per le quali ciò è avvenuto, però, stanno in qualche misura nel ruolo che ciascuno di noi ha assunto. Voglio dire che o si accetta, e si riesce a spiegarlo, che in Italia è avvenuto uno scontro sociale, e allora all’ interno di questo modo di vedere la cosa si possono trovare i tasselli..,
… mi perdoni: questo devono accettarlo gli altri, ma lei che cosa accetterebbe di farsi dire da Eleonora Moro in questo ipotetico incontro?
Tutto, tutto ciò che lei avesse eventualmente da dire... Per me può essere anche importante, mi va bene che venga ucciso il personaggio Moretti. È un personaggio dei media, al quale io non tengo minimamente perché la persona Moretti chi mi conosce, sa che è diversa. Siccome non ho mire personalistiche né politiche, al momento, credo di essere come molti compagni in una posizione di riflessione, di ascolto e di osservazione attenta della realtà, più che nella posizione di chi ha qualcosa da dire sull’andamento del mondo. Quindi, con animo molto sereno, potrei parlare anche a chiunque abbia sofferto un dolore così forte come la perdita di una persona con cui ha vissuto per tanti anni con emozioni intense…
E’ questo che direbbe a Eleonora Moro?
Se ritenesse di completare, sentisse il bisogno di conoscere come sua esperienza personale quella che è stata una vicenda che ci ha coinvolto naturalmente tutti. »
… e dell’uomo Moro, di suo marito ne parlerebbe?
Mah, si fa sempre molta fatica a scindere quella che è stata una vicenda politica da una vicenda anche personale. Io credo che l’uomo Moro non fosse poi molto diverso dal politico Moro. Non gli sì fa un grande onore, con questa separazione netta. Moro ha vissuto per ciò che ha creduto. Ha vissuto, si è comportato, ha sentito, è stato un nostro avversario, ha avuto un ruolo, insomma.
in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 318-319
Ma c’è anche chi è attraversato da tardivi pentimenti.
Ne vedo uno che balbetta, incalzato dalle domande di Zavoli.
Esibisce un anello matrimoniale al dito.
“Da come poi si sono svolti i fatti era chiaro che per catturare Moro sarebbe stato necessario uccidere tutti gli uomini della scorta. Non vi poneste il problema che quel massacro avrebbe prodotto reazioni durissime, anche a livello istituzionale?
Noi eravamo già nell’ottica dello scontro violento. Il discorso della guerra veniva battuto e ribattuto nei comunicati e faceva parte del nostro programma di allora. Pensavamo di potere comunque reagire, nella prospettiva di una rivoluzione che si pensava violenta, cruenta, a livello di guerra civile, e non ci si preoccupava di una reazione dello Staio, che avrebbe a sua volta innescato, da parte nostra, una risposta ancora più forte.
Chissà quante volte le sarà accaduto di rivedere in televisione le immagini di via Fani: quei corpi crivellati di colpi dentro le macchine, sull’asfalto, tutto quel sangue. Ecco, quel 16 marzo, quando la scena era sotto i suoi occhi, come la vide?
In quei casi... non c’è tempo per pensare... il problema è andare via subito e riuscire a realizzare, a compiere definitivamente la cosa, cioè portare via Moro.,. andare via, ecco, e riuscire a mettersi in salvo. In quei casi non puoi pensare, sono cose che si pensano sempre dopo.
Lei ha sparato, quel giorno? Quanti colpi?
Non ricordo… un caricatore.
Su chi?
… ci possiamo fermare?
Sì, certo…
persone che in precedenza o in seguito abbiamo colpito. Questi, purtroppo, sono discorsi... sono cose che si valutano, si maturano quando uno si libera da queste corazze e comincia a rivedere tutto in un ‘altra chiave.
Ha mai pensato di potersi trovare di fronte, e magari per sua stessa scelta, al familiare di una vittima?
Si, ho pensato.. ecco, questo è ancora un mio grosso problema e penso che mi rimarrà... Non è solo per quella persona, è un po’ per tutte che, direttamente o indirettamente, mi sento responsabile. Perché, bene o male, è stata una esperienza così forte, così totalizzante, che anche quando magari non e ‘ero, non mi sento meno responsabile della persona che c’era.,, Questo è un grosso problema, che rimane, e che ovviamente ognuno riesce ad affrontare con sé, con gli altri, in modo molto personale… ed è sicuramente, per me, più difficile. Credo che qui non servano le frasi fatte, le dichiarazioni... non so, dì principio... Si può sospendere un attimo, per favore…
Certo. (Un’altra pausa)
in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 288-290
Ma il documento storico di Zavoli è anche interessante sul piano tecnico.
In particolare sul modo di condurre le interviste:
“A questo punto, e con particolare riferimento al corpo delle interviste, sento l’obbligo di far partecipe chi legge di alcuni miei convincimenti maturati in una lunga esperienza. L’intervista orale nasce evidentemente alla radio, dove si faceva un grande abuso di parole. Bastava che una persona sollevasse un qualche interesse per intrattenerla a lungo, spesso al di là del necessario. Credo di avere parlato con migliaia di persone senza pormi il problema di farmi dire cose mai dette prima: non ricercavo, insomma, lo scoop. Mi lusingava invece lo scoprire, talvolta, che mi venivano dette cose di cui l’interpellato non si credeva capace, e che perciò non aveva ancora detto. Questo atteggiamento implica che ci si disponga a un’intervista senza idee preconcette, con un questionario non premeditato, irrigidito da uno schema, ma in un atteggiamento di contestualità, cioè stabilendo un dialogo che vede le domande nascere dalle risposte appena ricevute. Ciò consente il massimo di naturalezza e di scoperta, scongiurando il massimo di preordinamento e non di rado di pregiudizio.
Ho una visione libera del mio mestiere, ma penso che al suo interno vi siano norme da rispettare. Può essere appagante entrare con facilità nel vissuto degli altri, non escludo che ci si possa addirittura compiacere di questa attitudine a creare la confidenza; bisogna però sorvegliare le regole del «gioco», le quali stanno, fondamentalmente, nel rispetto reciproco di chi domanda e di chi risponde. È un problema di natura etica. In una tesi di laurea dedicata al nostro programma, Lorenza Moretti analizza, con gli strumenti della semiotica, proprio l’applicazione di questo «contratto comunicativo» fra il giornalista e l’interlocutore.
Alcune interviste possono risultare significative anche per le risposte che non si ottengono. Mi è capitato più di una volta nella realizzazione dì questa inchiesta. Per esempio con Roberto Rosso, leader di Prima Linea, un intellettuale molto lucido, che ha studiato alla Normale di Pisa. Gli dissi: «Lei è fra quelli che decisero di uccidere William Vaccher e scrisse il volantino che rivendicava il delitto. Vaccher era solo sospettato di delazione. Nel volantino lei parla di solidarietà. Era solidarietà giudicare e poi uccidere un compagno senza avere le prove della sua colpevolezza?»
Rosso non riuscì a rispondere. Lo avevo portato in una zona in cui era molto debole» dove stentava a organizzare, d’acchito, una difesa.
Allora cominciò a guardarmi: in una maniera prima attonita, poi sempre più intesa a dirmi che a quella domanda non poteva rispondere, che quanto gli contestavo era diventata la disperazione della sua vita.
Quel silezio quello sguardo, quel tremore sulle labbra diventarono insopportabili anche per me che lo intervistavo, oltre che per lui. Mi sembrò, allora, di non dovere profittare di una situazione che pure aveva raggiunto una sua, sebbene dolente, spettacolarità.
Per toglierlo dallo sgomento in cui era caduto, e dal quale non sapeva risalire, gli dissi:
«Vuole che l’aiuti?»,
e la risposta non furono le parole, fu quello sguardo fiducioso e quel «sì» appena percepibile. Allora improvvisai un supplemento di domanda e lui potè uscire dall’ingorgo non solo psicologico in cui era finito.
È stato un momento di forte comunicazione tra due persone.
Anche nell’intervista a Bonisoli, alla richiesta di descrivere il suo ruolo nell’uccisione della scorta di Moro, ci fu una risposta silenziosa, cioè uno sguardo d’impotenza, di resa e insieme di rifiuto. Poi, la successione di altre domande:
«Lei ha sparato, quel giorno? Quanti colpi?».
«Non ricordo, un caricatore.»
«Su chi?»
E qui, per così dire, il cortocircuito. La domanda è perentoria, e ha l’aria di chiedere: «Glielo devo proprio dire, magari precisando il numero dei morti?». Allora allunga una mano verso la telecamera e chiede:
«Ci possiamo fermare?».
Io rispondo: «Sì, certo…».
Il video sì oscura e nessuno saprà mai quanto è durata quella pausa.Nel montaggio, un attimo; in questo libro, tre puntini di sospensione. Poi l’intervista ricomincia, e ormai ha preso un’altra piega. Ma per quello che è appena accaduto risulterà qualcosa di più, o di diverso.
In Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Mondatori 1992, p. 9-10
Terroristi di sinistra: Cesare Battisti
Pubblicato: 18 marzo 2007 Filed under: sinistre, Terrorismo di sinistra e di destra Lascia un commento »ARRESTATO IN BRASILE EX TERRORISTA CESARE BATTISTI
Una buona giornata per la giustizia.
Per come vedo io i fatti sociali, quando gli autori dei delitti scontano la pena è una buona giornata.
Cesare Battisti, l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac) latitante dal 2004, è stato arrestato a Rio de Janeiro, in Brasile, insieme ad una donna, con falsi documenti francesi.
Condannato in Italia a due ergastoli per 4 omicidi tra il ’78 e il 79.
Evaso dal carcere italiano nel 1980, si rifugiò in Francia grazie alla “dottrina Mitterrand” (l’asilo a ricercati per atti violenti d’ispirazione politica che avessero rinunciato alla lotta armata) e divenne scrittore.
Nel 2004 un nuovo arresto, ai domiciliari e un’ estradizione più vicina, la latitanza.
Di questo personaggio domani scriveranno Il Manifesto, Liberazione, L’Unità. Ne parleranno come un perseguitato. Uno per il quale occorrerebbe “chiudere con quella fase storica”.
Sono abbastanza sicuro che, come al solito non si parlerà delle vittime.
E allora oggi lo ricordo, nel mio DiarioBlog, con le parole di una vittima, Alberto Torregiani, rimasto paralizzato in un attacco armato di cui era mandante il “padrino” Battisti
L’ergastolo l’ho fatto…. ….io al posto tuo»
di ALBERTO TORREGIANI
(Figlio del gioielliere ucciso il 16 febbraio 1979. Per il delitto Cesare Battisti è stato condannato come mandante.
Continuo a leggere e continuo a non capire.
Non capire come si possa usare così tanta ostinazione nel nascondere la verità, nel non ammettere le colpe, così tanta falsità nel nascondersi dietro un dito.
Quel dito che più volte ha premuto il grilletto.
Rispondo alle tue lettere, caro Battisti.
Rispondo perché sia una volta per tutte chiarita la verità.
Chi ti risponde è Alberto Torregiani, figlio di una delle tue vittime. Che a causa di uno degli assalti del tuo gruppo – quello del 16 febbraio 1979, in seguito quale rimase appunto ucciso mio padre Pierluigi – è rimasto paralizzato a vita.
E che più volte tu e i tuoi compagni avete denigrato come “emerito imbecille” (mi riferisco alle risposte date proposte sul sito carmillaonline. com).
Rispondo con una lettera aperta, come tu hai scritto agli italiani e ai francesi. Non cado subito nella tentazione di parlare dei tuoi figli, della preoccupazione di padre che indichi come motivo della tua fuga (credo tuttavia che sia classico argomento pietoso, da ultima spiaggia).
La prima considerazione sta nella tua grande difficoltà nello scrivere ciò che riguarda.
Ricordo un tuo appunto, dove dicesti che per ben undici volte hai dovuto riscrivere stessa frase per farti capire dal tuo lettore.
Mi chiedo come mai una persona abbia così tanta difficoltà a scrivere un pensiero se tale pensiero è dettato dalla verità, dalla buona fede.
Sono consapevole, da provata esperienza di vita, che la verità non ha problemi ad esprimersi.
La difficoltà comincia quando si vuole “creare” la verità, “la frase giusta” finalizzata alla propria salvezza.
Le parole che ti accusano e che reputi così violente, lo choc di cui tu parli, non potrebbero mai paralizzarti, poiché non ne conosci il significato e non sai come la paralisi, quella fisica, rende una persona.
Come fai a scrivere questa ignobiltà quando da anni, e non solo in questi mesi, cordate di “rossi” appoggiano, sfruttando un canale privilegiato, la tua causa (come se tale fosse), al pari per esempio di un uomo davvero condannato ingiustamente come Nelson Mandela?
Ti prego, non confondere le anime di buona fede accoppiandoti ad una persona che della lotta per la libertà ha fatto bandiera. Nessuno grida, urla, sbraita contro una sola voce, e nessuno imputa aggettivi scorretti su di te.
La tua voce, il tuo pensiero si è fatto ascoltare, ed è solo grazie a gente che non si fa incastrare dalle “belle parole” che ora è possibile far intravedere il giusto; anche a quei più che difendevano la tua causa, ma solo perché ignari delle tue azioni. È impressionante come con tanta sprezzante facilità usi parole come «la mia sincerità», «la mia verità».
Certamente ogni uomo ha il diritto di opporsi alle accuse rivoltegli, ma certamente lo stesso uomo ha possibilità in questo Paese, come in quello in cui risiedi, di potersi difendere dalle stesse accuse.
Dici che hai preso parte a una guerra. Ma sbagli i conti: in quel gruppo armato in cui ti riconoscevi non c’erano migliaia di militanti, bensì pochi terroristi.
Tuttalpiù migliaia possono essere stati i simpatizzanti, ma questi non andavano in giro a far rapine, attentati, esecuzioni.
E se un certo Mutti ti indica come uno dei leader del gruppo dei Pac, come puoi tu e i tuoi compari scrittori scrivere che il Mutti è un bugiardo, quando lo stesso era appartenente proprio al tuo gruppo, e come te fece razzie, rapine, attentati, esecuzioni?
Non dai nessun valore alla sua parola, come si può dar valore alla tua?
Molte persone in vari tempi della storia, pur avendo perso fiducia nella giustizia, hanno usato altre “armi” per combattere e vincere le loro guerre. Se tanto male si riversava in te da questa giustizia che ora rinneghi, perché non hai cercato da subito lidi migliori?
E non giustificare con la solita propinata frase del “valore di Stato”.
Eri in galera con accuse per rapine, sei evaso perché cosciente dei tuoi crimini.
Non sei stato condannato dai pentiti ma dall’ammissione di colpevolezza comprovata dalla tua fuga dopo solo un anno e pochi mesi di carcere, e non dopo parecchi anni di carcere come dici.
L’impegno politico in quell’epoca ha travolto migliaia di persone, ma nessuna (se non i soliti pochi noti) ha brandito armi, ha sparato per la “rivoluzione”.
Voi parlate di guerra, di rivoluzione, come se queste parole vi appartenessero: la rivoluzione si fa contro un dittatore, un despota, uno Stato impositore.
Ebbene sì, è possibile ammettere che lo Stato italiano in quegli anni non fosse acqua di rose, ma ben lungi dal paragonarlo ad un Paese dittatore.
In ultimo, l’esilio che ti sei concesso non ti è stato imposto da nessuno e da nessuno dato come punizione.
Dopo anni su una spiaggia tropicale, hai preferito rifugiarti in Francia col solo ed unico scopo consapevole di poter rimanere libero, grazie ad un decreto che ha permesso tramite un gioco politico a tutti o quasi i delinquenti di deviare dalle loro responsabilità, nascondendosi in una botte di ferro.
Il tuo esilio sarà parte della tua storia, ma non certo del tuo Paese, lo stesso Paese che hai rinnegato e che oggi definisci popolato da imbecilli creduloni.
Non ho mai letto (in primis perché non lo sapevo) i tuoi libri, ma so per certo che in tutte le tue storie, oltre che raccontare certamente le tue gesta, rivolgi il tuo pensiero a quei ragazzi spaesati e inconsapevoli delle verità, cercando non di risparmiare loro lo stesso tuo sbandamento, ma inneggiando il tuo colore, la tua ideologia.
Niente da obbiettare, la libertà dona agli uomini la coscienza di decidere da che parte stare, ma la scelta diventa giusta se tutte le bandiere vengono elencate, spiegate e capite, solo allora se n’è in grado.
Oggi tu non riesci a capire il perché l’estradizione ti minacci ancora. Come giusto che sia la verità prima o poi salta fuori, la giustizia chiede il suo riscatto, uomini di buona volontà non si fermano alle meccaniche che gente del tuo stampo ha creato solo per fare i suoi porci comodi. È strano che nella lettera spedita ai tuoi avvocati parli della tua impossibilità ad accettare il carcere. Aggiungi che a pagare sarebbe la tua famiglia, i tuoi figli, che non ti permetti il rischio di non rivedere più i tuoi cari, il Paese dove sono nati.
Sono dispiaciuto per il futuro così amaro dei tuoi figli, sono solidale con loro, perché so cosa significa crescere senza un padre.
Ma sono convinto che un uomo integerrimo nelle sue idee possa trovare il coraggio di affrontare le responsabilità delle proprie azioni.
No, mio caro Battisti, non vi è scampo alla verità e alla giustizia.
Questo è quanto le mie ferite mi spingono a dire.
Perché chi sta scontando l’ergastolo non sei tu. Sono io.
(Da: http://www.politicaonline.net/forum)
Terroristi della famiglia comunista: La Corte d’Assise di Milano ha dichiarato estinti per intervenuta prescrizione i reati contestati a Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio e di Autonomia Operaia
Pubblicato: 17 gennaio 2007 Filed under: Terrorismo di sinistra e di destra Lascia un commento »La Corte d’Assise di Milano ha dichiarato estinti per intervenuta prescrizione i reati contestati a Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio e di Autonomia Operaia.
Negli anni ‘80, Scalzone era stato condannato a 16 anni di reclusione per partecipazione ad associazione sovversiva, banda armata e rapine. Dal 1981 Oreste Scalzone era rifugiato in Francia.
Ora potrà rientrare in Italia senza il rischio di essere arrestato.
da: http://www.televideo.rai.it
Commento:
Per la serie: “la storia può anche non insegnare niente”.
Ora sarà inevitabile trovarlo a Porta a porta e altri chiacchere – show televisive (non radiofoniche: media poco gradito dai narcisisti patologici), assieme al suo sodale Antonio Negri, il Padrino del terrorismo ideologico ed operativo. Quest’ultimo, domenica sera al programma “Nulla di personale” su La 7 ha vomitato i suoi proclami stralunati per la “conquista del potere” (potere per che cosa? conquista con chi?)
La vita, vista dal punto di vista della politica, può essere davvero insultante.
Amalteo
PS qualche commento anche qui





