Camera mai vista: il periodo dal ’68 all’89 attraverso i principali provvedimenti approvati nella stagione riformatrice del Parlamento, dalla V alla X Legislatura


Ogni sabato alle ore 23 (e in replica la domenica alle 9) sul Canale Satellitare va in onda “Camera Mai Vista”. Il progetto televisivo ripercorre il periodo dal ’68 all’89 attraverso i principali provvedimenti approvati nella stagione riformatrice del Parlamento, dalla V alla X Legislatura. Il racconto si snoda attraverso le esperienze di parlamentari e giornalisti che hanno vissuto le vicende all’interno del Palazzo, con l’ausilio dei materiali di repertorio delle Teche Rai.
“Camera Mai Vista” è un programma di Gennaro Pesante, realizzato dall’Ufficio Stampa di Montecitorio in collaborazione con il Gruppo Comunicazione Italia. Regia di Sandro Donadio.

1° puntata

2° puntata

3° puntata

4° puntata

5° puntata

6° puntata

7° puntata

8° puntata

9° puntata

 

Giorgio Napolitano il “coraggio” di Enrico Berlinguer e del Pci nel 1976


Che «coraggio» dimostrò Enrico Berlinguer nel lontano 1976 aprendo alla Dc, cioè a quel movimento politico, ormai disperso in mille rivoli, che nel partito comunista di allora era visto come il diavolo della politica. Certo, negli anni ’70 l’Italia era sotto il fuoco del terrorismo rosso ma, proprio come oggi, la crisi mordeva e «la situazione finanziaria era fuori controllo». Serviva «una visione della politica come responsabilità», e il Pci di allora seppe tirarla fuori. Parla di quasi 40 anni fa il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, ma il suo pensiero ripercorre parole e fatti recenti

da  La Stampa – “No ai moralizzatori distruttivi” E Napolitano elogia le larghe intese

Maurizio Cucchi , recensione di Claudia Pozzo, L’ESILIO DEI FIGLI, Gremese editore, in La Stampa 21 febbraio 2013


Maurizio Cucchi, Come è difficile essere figli di rivoluzionari.

 In un romanzo di Claudia Pozzo la storia di un giovane milanese “esiliato” a Parigi i cui genitori erano vicini al terrorismo

giovedì 21 febbraio 2013: Repubblica, Corriere, Stampa | Zanzibar.

Mario Calabresi e il film ROMANZO DI UNA STRAGE di Marco Tullio Giordana – stralci da un articolo di Aldo Cazzullo in Corriere.it


Sul film ROMANZO DI UNA STRAGE di Marco Tullio Giordana considero le parole di Mario Calabresi definitive, sicuramente sul piano biografico, ma anche su quello storico.

Su quanto dice Luca Sofri (figlio di quell’Adriano Sofri che dirigeva allora il quotidiano Lotta continua, che organizzò il massacro di immagine del commissario Calabresi) sul Foglio di oggi stendo un velo pietoso, richiamando le parole di Dante Alighieri:

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Da:  Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto III, 51

Paolo Ferrario

—————————————————————————-

Mario Calabresi, primogenito di Luigi Calabresi e di Gemma Capra, ha 42 anni e dirige la Stampa. Ha scritto la sua storia in un libro, Spingendo la notte più in là, divenuto un long-seller tradotto all’estero.

Mario Calabresi (Fotogramma)Mario Calabresi (Fotogramma)

«È un film importante per ricordare quel che è stata Piazza Fontana. Era necessario un omaggio alla memoria e a tutte le vittime: i morti della strage; Giuseppe Pinelli; mio padre; e l’ultima vittima, la giustizia. Giordana è stato coraggioso, perché è uscito dalla contrapposizione tra mio padre e Pinelli, che in questi quarant’anni c’è sempre stata; per cui se si faceva qualcosa per papà subito si rispondeva “allora perché non Pinelli?”, e se si diceva qualcosa per Pinelli la replica era “allora perché non Calabresi?”.

Il film è sulla linea del presidente Napolitano, che si è impegnato per restituire umanità alle persone, liberandole dalla condizione di simboli, e con questo spirito nel maggio 2009 fece incontrare Licia Pinelli e mia madre.

Romanzo di una strage ha il coraggio della verità storica, che in questo caso coincide con la verità giudiziaria: mostra chiaramente che mio padre non era nella stanza quando Pinelli cadde.

Ma ci sono anche ragioni di perplessità. «I due anni terribili della campagna di Lotta continua contro mio padre non ci sono, se non per qualche vago accenno: una scritta sul muro, i fischi al processo. Ma se nascondi quella campagna, se non metti in scena il clima del tempo, il linciaggio, la disperazione, si fatica a capire perché sia stata condannata Lotta continua.

… Nel film non si vedono la campagna d’odio, i titoli macabri, le lettere minatorie, gli insulti per strada. Mio padre si sentiva seguito, pedinato. Si doveva nascondere. Con mia madre non potevano più andare al ristorante, al cinema lei si sedeva e lui si chiudeva in bagno fino a quando non si spegnevano le luci…».

è convinto che la verità giudiziaria coincida con la verità storica:

Sappiamo che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’ufficio Affari riservati, sappiamo che nel Paese esistevano forze favorevoli a una svolta autoritaria. È pericoloso dare l’idea che non si sappia niente.

….

Nel film mio padre difende Pinelli; ma nella realtà l’ha difeso molto di più, ci fu uno scontro durissimo con il questore che gli chiedeva di farlo parlare, mentre mio padre era convinto che Pinelli non c’entrasse con la strage, e potesse semmai fornire informazioni su altre persone».

….

 Ma la frase mancante che ha fatto più male a Gemma Capra è l’ultima. «Il giorno in cui fu ucciso, mio padre uscì di casa ma tornò indietro per cambiare la cravatta — racconta Mario —. Nel film è una scena di goliardia, da vita quotidiana. Mastandrea si toglie la cravatta rosa per metterne una bianca, la Chiatti lo prende in giro, dice che sono orrende tutt’e due. Il vero dialogo fu molto diverso. Mia madre chiese il motivo del ripensamento, visto che entrambe le cravatte gli stavano bene. E mio padre rispose, serio: “Gemma, metto la cravatta bianca perché è il simbolo della mia purezza”. Mamma considera quella frase una sorta di testamento. Sono le ultime parole che le disse suo marito. Con il tempo si è convinta che lui presagisse la morte.

ma purtroppo quelle ultime parole di mio padre non ci sono».


da Calabresi e il film su Piazza Fontana «Sparita la campagna contro papà» – Corriere.it.

PAGINE COLLEGATE:

l’assassino pluriomicida cesare battisti , condannato dai tribunali italiani a quattro ergastoli, festeggerà la sua impunità al carnevale di rio sghignazzando sul dolore delle vittime sopravvissute


l’assassino pluriomicida cesare battisti , condannato dai tribunali italiani a quattro ergastoli, festeggerà la sua impunità al carnevale di rio sghignazzando sul dolore delle vittime sopravvissute.

Ciò è dovuto a:

 

teppisti anti-istituzionali: studenti bolognesi contro la laurea honoris causa al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano


http://www.ilfattoquotidiano.it - Una carica della polizia e dei carabinieri, un giornalista e uno studente con delle ferite lievi, un provocatore bloccato con le buone o le cattive. Questo il bilancio delle proteste degli studenti bolognesi contro la laurea honoris causa al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il corteo ha bloccato per qualche ore le strade intorno all’aula magna. Gli scontri sono avvenuti dopo che per diverse volte studenti e agenti si erano trovati faccia a faccia senza incidenti. Video di David Marceddu altro
http://www.ilfattoquotidiano.it Napolitano ha parlato soprattutto dei problemi che la politica europea ha affrontato negli ultimi anni. Non ultime, le derive populistiche: “Sono state richieste soluzioni fuori dagli schemi ordinari” altro

Alessandro Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse, recensione di Cadavexquis


Con Anatomia delle Brigate Rosse  Alessandro Orsini non scrive una pura e semplice storia delle Brigate rosse, ma realizza uno studio – estremamente convincente e ben documentato, oltre che di grande leggibilità - dei presupposti psicologici e ideologici che ne hanno resa possibile la nascita e che hanno funzionato da motore per le azioni dei terroristi italiani a partire dall’inizio degli anni Settanta. Comunque, per entrare nella mentalità dei brigatisti, Orsini attinge, oltre che alla letteratura sul radicalismo politico e sul terrorismo, anche a varie fonti dirette: comunicati e rivendicazioni prodotti dalle Brigate rosse, interviste rilasciate dai brigatisti, deposizioni davanti ai magistrati inquirenti, libri e autobiografie, lettere private scritte dai brigatisti ai loro famigliari.

La tesi centrale di Alessandro Orsini è che le Brigate rosse s’inseriscono in una lunga tradizione storica che chiama gnosticismo rivoluzionario. La mentalità gnostica – termine derivato dall’ambito religioso, perché è di questo stesso tipo di mentalità che partecipa il brigatista – è caratterizzata dall’attesa della fine, dal catastrofismo radicale (e quindi dal rifiuto totale del mondo) e dall’ossessione per la purezza

http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2011/05/anatomia-delle-brigate-rosse-unanalisi-dello-gnosticismo-rivoluzionario.html

da:

l’assassino Cesare Battisti scarcerato dal governo comunista brasiliano: la sofferenza, l’umiliazione e l’indignazione dei parenti delle sue vittime


Maurizio Campagna, 50 anni, è il fratello di Andrea, agente della Digos di Milano, ucciso nel 1979 in un agguato firmato dai Pac, Proletari Armati per il Comunismo. Il loro leader, Cesare Battisti, è stato scarcerato appena 12 ore prima in Brasile, e per l’omicidio di Andrea Campagna è stato condannato all’ergastolo, uno dei quattro inflitti al terrorista rosso per altrettanti omicidi. «Questa cosa andrà avanti – dice Maurizio Campagna, 50 anni, dipendente Telecom che aveva 18 anni quando suo fratello fu ucciso – si discuterà di questo oltraggio per parecchio e questo vuol dire riaprire una ferita, non è bello. Ora la cosa è una questione politica e il cazzotto in faccia di cui parlo non è a me, ma all’Italia intera. Il nostro governo deve rispondere, non si può fare credere all’estero che la nostra giustizia sia una delle peggiori del mondo perché non è vero. Si fa credere che qui, negli anni Settanta, ci fossero giudici-colonnelli, tribunali militari, si fa credere che oggi ci siano i familiari delle vittime che chiedono vendetta. Il governo deve far capire il contrario, l’Italia è l’unico Paese al mondo che garantisce tre gradi di giudizio». Campagna ha parole particolari di ringraziamento per il Presidente della Repubblica. «Napolitano va ringraziato per le sue parole – dice – e del resto è il politico che ha alzato la voce più di tutti per questi fatti». «Sono più che incazzato perchè è una decisione ignobile – spiega – ma non finisce qui». A parlare è Alberto Torregiani il figlio del gioielliere ucciso in un conflitto a fuoco dai Pac 32 anni fa, su una sedie a rotelle per uno dei colpi sparati dai terroristi in quell’occasione. Torregiani, però non si arrende, «significa che un delinquente può fare ciò che vuole – e, precisa – io a questo non ci sto». Il dito ora è puntato contro chi ha preso la decisione: «L’atteggiamento di questi pseudogiudici è un’offesa per chi fa veramente quel mestiere. La decisione dei 6 (i giudici che hanno votato per il no all’estradizione contro i 3 favorevoli, ndr) era già scontata prima di Natale. Si sono seduti e hanno fatto quattro chiacchiere. Il loro orientamento era quello ed è rimasto quello e le loro motivazioni sono assurde». «Questo per noi è l’ennesimo schiaffo. Sdegno, rammarico e vergogna soprattutto per noi familiari, ma penso anche per tutti gli italiani». Così, Adriano Sabbadin, figlio di Lino Sabbadin ucciso nel febbraio del ’79 da un commando dei Pac di cui era leader Cesare Battisti, commenta il «no» brasiliano all’estradizione del terrorista. «In questo momento penso che cadano i principi fondamentali della nostra democrazia», commenta amaramente e la sua voce tremula rivela la rabbia e lo sconforto. Mau.Pic. 

Il Tempo – Politica – Il pugno in faccia ai parenti delle vittime.

I magistrati assassinati dai terroristi


il 9 maggio, la consueta commemorazione al Quirinale delle vittime del terrorismo, quest’anno sarà dedicata in particolare ai magistrati, uccisi da terroristi e da mafiosi. Si tratta di 15 magistrati vittime della mafia tra il 1969 e il 1993, e di 11 uccisi in soli quattro  anni  (1976 -1980) dai brigatisti rossi e neri. Le vittime di mafia si chiamano Pianta. Scaglione, Ferlaino, Terranova, Minervini, Costa, Ciaccio Montalto, Caccia, Giacomelli, Saetta, Scopelliti, Morvillo, Falcone, Daga, Borsellino. Più in dettaglio, le ricordo le vittime del terrorismo: non per distinguere un sacrificio dall’altro, ma perché siamo arrivati all’infamia di paragonare i procuratori di oggi ai brigatisti di ieri.
Il primo a cadere per mano delle Br fu il procuratore generale di Genova Francesco Coco (8 giugno 1976) insieme agli agenti di scorta Saponara e Deiana. Un mese dopo, il 10 luglio, veniva ucciso (a pochi metri da casa mia, tra quartiere Trieste e Africano), Vittorio Occorsio del tribunale di Roma, che indagava su terrorismo nero e Loggia P2 di Licio Gelli. Riccardo Palma. Roma, dirigente degli istituti di pena, fu ucciso il 14 febbraio 1978 dalle Br; Girolamo Tartaglione, Roma, dirigente dell’ufficio affari penali, ucciso dalle Br il 10 ottobre 1978; Fedele Calvosa, procuratore della repubblica di Frosinone, ucciso con gli agenti Pegliei e Rossi  l’8 novembre 1978 dalle Ucc (Unità comuniste combattenti); Emilio Alessandrini, ucciso da Prima Linea a Milano davanti alla scuola dove aveva accompagnato il figlio,il 29 gennaio 1979; Vittorio Bachelet, ucciso dalle Br dopo una lezione alla Sapienza il 12 febbraio 1980 (cadde fra le braccia dell’assistente Rosi Bindi); Girolamo Minervini, direttore degli istituti di prevenzione, ucciso dalle Br il 18 marzo 1980 sull’autobus che lo portava al lavoro; Guido Galli del tribunale di Milano, ucciso da Prima Linea il 19 marzo alla Statale; Mario Amato, sostituto procuratore di Roma, ucciso il 23 giugno 1980 dai Nar fascisti (Nuclei armati rivoluzionari); Nicola Giacumbi procuratore capo di Salerno, ucciso il 26 marzo 1980 delle Brigate Rosse. Questo è, cara signora, il martiriologio (come si diceva una volta) dei magistrati per mano di terroristi, ai quali oggi la maggioranza di governo paragona i loro colleghi e successori. Spero che ogni italiano che legga questi elenchi ne faccia delle copie e le distribuisca, soprattutto ai giovani davanti alle scuole, perché sappiano cosa c’è di infame nella storia d’Italia, sia per mani assassine sia per mano di chi la ribalta paragonando i Pm di oggi ai Br di ieri.
Non c’è discontinuità fra odio ideologico brigatista, che uccideva per distruggere lo stato democratico (da loro definito Sim, Stato imperialista delle multinazionali) , e odio politico, che calunnia i giudici e l’opposizione per conseguire l’identico scopo antidemocratico. Ecco perché il 9 maggio Giorgio Napolitano, capo dello Stato e presidente del Csm, con la sua semplice presenza alla commemorazione delle vittime del brigatismo e della mafia, sottolineerà la distanza tra chi lavora per le istituzioni e chi ne approfitta per sé, imponendo al paese quello che Gaetano Salvemini chiamava  “governo di malavita”.

da: Articolo 21 – Stiamo coi giudici contro mafie e Br

I magistrati vittime del terrorismo

EMILIO ALESSANDRINI
sostituto procuratore della Repubblica a Milano, ucciso a Milano da Prima Linea il 29 gennaio 1979. Aveva 36 anni

MARIO AMATO
sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ucciso a Roma il 23 giugno 1980 dai Nar. Aveva 42 anni

FEDELE CALVOSA
procuratore della Repubblica di Frosinone, ucciso a Patrica (Fr) dalle Formazioni comuniste combattenti l’8 novembre 1978. Aveva 59 anni

FRANCESCO COCO
procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova, ucciso a Genova dalle Brigate Rosse l’8 giugno 1976. Aveva 67 anni

GUIDO GALLI
giudice istruttore a Milano, ucciso a Milano da Prima linea il 19 marzo 1980. Aveva 47 anni

NICOLA GIACUMBI
procuratore della repubblica di Salerno, ucciso a salerno il 16 marzo 1980. Aveva 51 anni

GIROLAMO MINERVINI
direttore generale degli istituti di prevenzione e pensa, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 18 marzo 1980. Aveva 61 anni

VITTORIO OCCORSIO
sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ucciso a Roma da Ordine nuovo il 10 luglio 1976. Aveva 47 anni

RICCARDO PALMA
capo dell’ufficio VIII della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 14 febbraio 1978 . Aveva 62 anni

GIROLAMO TARTAGLIONE
direttore generale degli affari penali presso il ministero della Giustizia, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 10 ottobre 1978. Aveva 67 anni

Battisti, al Senato mozione bipartisan – Top News – ANSA.it


Il governo percorra ”tutte le strade consentite sul piano giudiziario” per poter assicurare Cesare Battisti alla giustizia italiana. Lo chiede una mozione unitaria frutto dell’intesa tra i gruppi di maggioranza e opposizione che hanno discusso stamane nell’Aula del Senato della mancata estradizione dal Brasile dell’ex terrorista dei Pac. La mozione impegna appunto il governo ad utilizzare ogni mezzo previsto dall’ordinamento giuridico del Brasile per impugnare la decisione di Brasilia.

da: Battisti, al Senato mozione bipartisan – Top News – ANSA.it.

Il presidente del Brasile, il comunista Luiz Inácio da Silva detto Lula, libera l’assassino e criminale Cesare Battisti. Ingiustizia è fatta


Apprendo con disgusto e orrore (anche se non sono stupito sul piano del pensiero, conoscendo la pasta di cui è fatta questa cultura politica)  che il presidente del Brasile, il  comunista Luiz Inácio da Silva detto Lula,  ha – sostanzialmente – liberato dalla giusta pena alla quale era stato condannato  Cesare Battisti, un criminale e assassino,  autore diretto o in concorso dell’omicidio di quattro persone, colpevoli solo di essere state vive.

Il comportamento di questo ormai destituito presidente è stato talmente codardo da prendere la sua malevola decisione poche ore prima della presidentessa ora in carica, che si era dichiarata favorevole alla concessione della estradizione in Italia.

I partiti di sinistra presenti in parlamento balbettano (cosa hanno fatto quando con tracotanza Battisti stava in Francia e frequentava i salotti della sinistra chic?) e gli “stilisti del comunismo” del Manifesto esultano, assieme ai demenziali blog della sinistra massimalista (innominati per mio assoluto disprezzo), che blaterano di “persecuzione”. Il partito della “rifondazione comunista” (come se non fosse bastata nel secolo breve la fondazione) ha dichiarato: “crediamo che l’Italia , il suo governo, così come tutte le sue forze politiche debbano rispettare la decisione del presidente Lula” (Paolo Ferrero, in la Provincia di Como, 31 dicembre).

Il paralizzato Alberto Torreggiani riceve l’ennesima ferita.

E Cesare Battisti sghignazzerà con la sua fetente faccia da galera

Qui sotto i fatti giudiziari raccontati dal Pubblico Ministero Armando Spataro.

Paolo Ferrario

Sono stato il pubblico ministero italiano che, insieme ad altri magistrati, ha diretto le indagini che portarono alle condanne di Cesare Battisti. Dunque, pur con il dovuto rispetto per la decisione del Ministro Tarso Genro, spero di poter offrire alla pubblica opinione brasiliana un contributo di verità per colmare i vuoti d’ informazione su cui quella decisione si fonda. E’ difficile per gli italiani, infatti, comprendere come ad un tale assassino puro possa essere stato concesso asilo politico E’ opportuno partire dai fatti per smentire argomenti spesso usati da Battisti e dai suoi «amici».

1) Battisti non è un estremista perseguitato in Italia per le sue idee politiche, ma un criminale comune che commetteva rapine per motivi di lucro personale e che si è politicizzato in carcere. E’ poi entrato in una organizzazione terroristica che ha commesso ferimenti ed omicidi. Battisti venne arrestato nel giugno 1979, insieme ad alcuni complici, in una base terroristica di Milano, dove vennero sequestrati mitra, pistole, fucili e documenti falsi: dunque, non era certo un dissidente politico!

2) Battisti è stato condannato all’ ergastolo per molti gravi reati, tra cui anche quattro omicidi: in due di essi (omicidio del maresciallo Antonio Santoro, Udine, 6 giugno 1978; omicidio del poliziotto Andrea Campagna, Milano 19 aprile 1979), egli sparò materialmente alle vittime; in un terzo (Lino Sabbadin, macellaio, ucciso a Mestre il 16 febbraio 1979) svolse il ruolo di «palo» in aiuto dei killer; per il quarto (Pierluigi Torregiani, Milano 16 febbraio 1979) partecipò alla decisione ed organizzazione del fatto. Vorrei chiedere al Ministro brasiliano quali motivazioni politiche egli vede negli omicidi di un gioielliere e di un macellaio, «giustiziati» per ritorsione (avendo reagito con le armi a rapine che essi avevano subito) o in quelli di poliziotti che facevano il loro dovere.

3) Non è vero che Battisti sia stato condannato solo per le accuse del pentito Pietro Mutti, né è vero che costui fosse inattendibile. Affermare ciò significa offendere la serietà della giustizia italiana. Le confessioni di Mutti, infatti, sono state convalidate da molte testimonianze e dalle successive collaborazioni di altri ex terroristi. La verità, dunque, sta scritta nelle sentenze, che sono a disposizione di chiunque abbia la pazienza di leggerle e che pesano come macigni.

4) Non è vero che a Battisti sia stata negata la possibilità di difendersi in quanto assente durante i processi. In realtà fu Battisti a sottrarsi alla giustizia evadendo nel 1981 dal carcere dove era detenuto. Non a caso nel 2006, la Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo di Strasburgo ha respinto il ricorso di Battisti contro la concessione dell’ estradizione da parte della Francia, giudicandolo per questa ragione «manifestamente infondato» ed affermando che comunque, in tutti i processi, egli era stato sempre assistito dai suoi avvocati di fiducia. Forse che anche la Corte di Strasburgo perseguita Battisti?

5) E’ falso che l’ Italia ed il suo sistema giudiziario non siano stati in grado di garantire la tutela dei diritti a persone accusate di terrorismo nei cosiddetti «anni di piombo». E’ un’ affermazione che ci ferisce. Sono tanti i magistrati, gli avvocati, gli uomini delle istituzioni, i poliziotti che sono stati vilmente uccisi, da persone come Battisti, solo perché applicavano la legge. L’ Italia non ha conosciuto Tribunali speciali o militari, né derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo. Lo ricordò in quegli anni anche il nostro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, affermando che l’ Italia poteva vantare di avere fermato il terrorismo nelle aule di giustizia anziché «negli stadi», alludendo a metodi illegali che non conosciamo e che anche oggi contrastiamo.

Non credo che l’ asilo politico sia stato pensato dai padri fondatori delle nostre democrazie per garantire impunità a persone come Battisti, che fu uno degli assassini più spietati e determinati che il terrorismo italiano abbia mai conosciuto e che mai si è dissociato dall’ uso delle armi. Mi auguro rispettosamente, dunque, che le competenti Autorità brasiliane abbiano la possibilità di ritornare sulle proprie decisioni. Non perché la giustizia equivalga a vendetta, ma perché essa è il luogo di affermazione delle regole dello Stato di diritto: e chi le viola, tanto più se uccide il prossimo, deve pagare. Altrimenti le democrazie smentiscono se stesse.

Spataro Armando

Procuratore della Repubblica di Milano, Coordinatore del Dipartimento antiterrorismo

(23 gennaio 2009) – Corriere della Sera

da: Il caso Battisti uccide il diritto

CRONOLOGIA DELLE VICENDE DEL CRIMINALE BATTISTI:

  • Cesare Battisti resterà in carcere fino al prossimo mese. Il presidente del Supremo tribunale federale, Cezar Peluso, infatti, ha respinto la richiesta di libertà immediata, presentata dai suoi legali. Come annunciato, Peluso ha rimandato il relativo dossier al relatore del caso, Gilmar Mendes, che, a causa delle ferie riprenderà, il lavoro a febbraio. Il giudice ha spiegato che gli avvocati di Battisti non hanno fornito alcun nuovo elemento per sostenere che l’ex terrorista sarebbe perseguitato se fosse estradato in Italia. I giuristi brasiliani, intanto sono certi che se l’Italia dovesse ricorrere alla Corte dell’Aia, vincerebbe e otterrebbe indietro Cesare Battisti. Di più: il Brasile sarebbe invece condannato per la violazione del Trattato di estradizione in vigore tra i due Paesi (CORRIERE DELLA SERA 7 /1/2011)
nel caso qualche lettore passasse di qui suggerisco 
la lettura di:
Giuliano Turone, IL CASO BATTISTI, 
Garzanti editore, 2011, pag. 177


Politiche per la sicurezza: guerriglia urbana nel centro di Roma e ricordo di Pier Paolo Pasolini


La sinistra massimalista e vendoliana (in perfetto sostegno al Governo Berlusconi)  mette a ferro e fuoco il centro di Roma.

Solo l’efficienza dispositiva delle forze di sicurezza ha evitato che ci fossero vittime. Le solite vittime cui la sinistra massimalista è del tutto indifferente.

La mia memoria è subito andata alla sequenza degli anni ’70:

1. linguaggio dell’odio antagonista;

2. movimentismo insurrezionale;

3. pratica della violenza di massa;

4. rapimenti ed assassini individuali della lotta armata. Fino alla uccisione a freddo di Aldo Moro.

E’ del tutto evidente che, contro le mie aspirazioni e orizzonti di valore, questi eventi mi obbligano a stare  dalla parte del Governo in carica.

Data la situazione: meglio una destra immorale che una sinistra pulsionale, violenta, e simmetricamente antietica.

E, infine, sulla contrapposizione fra “soggettività rivoluzionaria” e controllo sociale delle politiche per la sicurezza riprendo (anche se storicamente datata)  la potente e preveggente parola di Pier Paolo Pasolini (da l’Espresso (n. 24, 16.6.68):

I PCI ai giovani!!

È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.

Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

in l’Espresso n. 24, 16.6.68

Calogero, P. – Fumian, C. – Sartori, M. Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato, Editori Laterza


Calogero, P. – Fumian, C. – Sartori, M.
Terrore rosso
Dall’autonomia al partito armato
Argomento: Attualità, Storia

In Italia combattere l’eversione è sempre stato difficile, perché l’eversione non è mai stata isolata. È sempre stata all’interno di una strategia dove strutture deviate delle istituzioni l’hanno utilizzata come strumento di lotta politica, per perseguire interessi propri caratterizzati da una logica istituzionale, diversi da quelli degli eversori: interessi di mutamento degli equilibri politici, non di sovvertimento. Così è avvenuto con lo stragismo e la strategia della tensione della fine degli anni Sessanta, e così anche con la lotta armata di sinistra. Pietro Calogero
Nei lunghi anni Settanta il terrorismo italiano rappresentò per il sistema democratico una minaccia senza eguali in Europa. Questo libro, che ricostruisce pagine essenziali ma poco note della lotta armata in Italia, è un intreccio unitario di cronaca, testimonianza e storia che, a partire da Padova e dal Veneto, svela la strategia insurrezionale del partito armato in tutte le sue articolazioni, movimenti di massa e avanguardie combattenti, Autonomia Organizzata e Brigate Rosse. Sul solido fondamento di sentenze passate in giudicato, Michele Sartori racconta l’impressionante evoluzione della strategia terroristica che dal Veneto si proietta su gran parte del territorio nazionale. Pietro Calogero, uno dei protagonisti delle inchieste più scottanti di quegli anni contro l’eversione di destra e di sinistra, svela metodi e obiettivi delle sue indagini narrando particolari mai rivelati finora su importanti retroscena del lavoro investigativo e sul nefasto intrecciarsi di logiche di fiancheggiamento di organi infedeli dello Stato ai progetti terroristici. Carlo Fumian, a partire da una ricostruzione storica più generale del fenomeno terroristico, ripercorre gli esordi del partito armato in Italia e i nessi profondi – al di là di divisioni tattiche figlie del settarismo tipico delle formazioni estremiste – che legavano i gruppi armati a un comune disegno strategico insurrezionale.

Incontri con Elvio Fachinelli, testimonianza di Baldo Lami


Raccolgo l’invito dello psicanalista milanese Francesco Pazienza, espresso con i suoi tre grazie in memoria di Elvio Fachinelli nel ventennale della sua morte, per formulare anch’io il mio ringraziamento a questa figura di maestro dell’inquietante sapere o del desiderio dissidente, com’è stato definito, che ho conosciuto negli anni settanta. Quelli furono infatti anni di grande fervore intellettualistico, dove fermenti culturali diversi ed eterogenei venivano a incontrarsi, integrandosi o collidendo con grande violenza. Pochi come lui hanno cercato di dare una risposta evolutiva – o meglio hanno cercato di farla emergere dal basso – alle inquietudini delle giovani generazioni, di cui io mi consideravo parte, nonostante già sposato e con una figlia.

A seguito di una proposta che Fachinelli fece durante un incontro con gli studenti della prima facoltà di psicologia apertesi a Padova in quegli anni, al cui corso di laurea mi ero iscritto, si costituì a Milano nel 1976 un gruppo autogestito e autoformativo veramente originale. Non un gruppo di analisi quindi, perché a carattere sperimentale e per questo gratuito. Una sorta di laboratorio psico-socio-politico in cui, attraverso il negarsi di Fachinelli come figura magistrale detentore del sapere-potere, si poteva prendere coscienza della dimensione sociale della psiche e cosa significasse l’abbandono delle strutture autoritarie responsabili di quel sistema di deleghe che mantiene l’uomo in uno stato di dipendenza infantile dall’autorità.

Il gruppo, non ricordo più con quale frequenza, si riuniva in casa di Lea Meandri, di grande fascino e intelligenza femminili che equilibrava sapientemente l’eloquenza, non sempre silente, di Fachinelli, contribuendo spesso a rovesciare il punto del discorso su cui il gruppo veniva di volta in volta a convergere. Ma era un tempo di continui rovesciamenti quello, e nel gruppo se ne stava preparando uno totalmente inaspettato, di totale ribaltamento.

Verso la fine del primo anno di attività, in cui era previsto che avrebbe dovuto sciogliersi, quindi già in fase di lutto anche se non consapevole, entrarono in gruppo Giorgio Gaber e un docente di antropologia culturale di cui non ricordo il nome.

Quest’ultimo ci mise subito sull’avviso che la chiave di lettura analitica non si sottraeva all’uso del potere neppure nella versione problematizzante e antiautoritaria di Fachinelli, e che meglio si prestavano a tale scopo quelle analogico-intuitive delle cosiddette scienze alternative come l’astrologia e i tarocchi (che da lì appresso trovarono nella New Age un nuovo terreno su cui rinverdire). La carta dei tarocchi, che fece estrarre a caso per individuare lo stato d’animo del gruppo in quel preciso momento, fu “La Morte”. Un’ombra appena percettibile attraversò fugace la fronte spaziosa e lo sguardo onesto e aperto di Elvio.

Il docente dichiarò infine che nell’esaminare gli studenti del suo corso di laurea, il parametro su cui si basava per convincersi a promuoverli o meno, non stava nella giustezza contenutistica della loro risposta, ma nella musicalità con cui rispondevano. Fachinelli qui sembrò ridere divertito. Ma il mio asse di riferimento su cui imperniare la mia prospettiva analitica e la mia visione del mondo cominciò paurosamente a ballare. Ma fu in successivo incontro che mi si spalancò il baratro.

Giorgio Gaber rivolgendosi repentinamente a Elvio, con quella sua tipica gestualità con cui riusciva a comunicare emotivamente col pubblico, gli disse: “Ma tu chi sei? Dove sei? Di cosa sei fatto? Non ti sento, non ti percepisco, sei solo mentale, sei tutto testa!”. Il dado era tratto. Ero diventato schizofrenico, simbolicamente parlando, diviso drammaticamente tra due amori. Fachinelli rispose pressappoco così: “E tu cosa credi di trovare con questo sentire, la realtà così com’è? La verità delle cose? L’altro nella sua più intima essenza?”.

Il gruppo era finito, anche se resistendo alla morte volle continuare per un altro anno ancora. Ma incommensurabile fu il valore esistenziale di quell’esperienza, oltre che veramente formativo in senso lato. Questo è il mio primo ringraziamento.

In seguito, essendomi posto in una prospettiva junghiana e desideroso di iniziare il training di formazione, gli telefonai per chiedergli se mi poteva indicare un analista junghiano, che fosse di frontiera, come lui. Mi indicò Silvia Montefoschi, con cui infatti convolai in “mistiche nozze”. E questo è il mio secondo ringraziamento.

Ma Elvio restò. Già analista praticante, e lui nel frattempo morto, una notte mi apparve in sogno. Di esso, data anche la sua complessità, in questo contesto posso solo dire che noi due avevamo trovato spontaneamente un punto di contatto pur nei differenti orientamenti spazio-temporali, e che questo punto di contatto era anche un punto di trascendenza per entrambi. L’elaborazione di questo sogno mi occupò quasi un decennio. Cominciai a leggere tutti i suoi libri che avevo comprato fin da subito ma che non avevo ancora letto. Incredibile. Mi piacquero molto e scoprii il punto in comune. Fachinelli era affascinato dal mistero, come me, anche se lo temeva, e così andò a cercarlo nei più reconditi recessi delle esperienze perinatali al fine di spiegarselo razionalmente, e poterlo così fronteggiare in analisi col paziente quando ne sopraggiungeva l’eco-sirena. Questo stesso interesse era quindi il punto di contatto che invocava un trascendimento, compreso solo qualche anno più tardi, e che consisteva nello spingersi ancora più indietro, verso le esperienze prenatali e oltre, luogo di fondazione e di trasmissione della vita, e dove soggetto, oggetto e intersoggettività, mente e cuore, sono già presenti e operanti fin dall’inizio. In una cosa sola. Ma questo è il compito che spetterà alla psicoanalisi del futuro, se non vuole scomparire. Cammino molto impervio, ma invero già intrapreso da più parti e con diverse ottiche, e a cui io sto cercando di dare un contributo. Questo è il terzo ringraziamento.

Elvio Fachinelli l’avevo in realtà già incontrato prima di quel gruppo. Aveva infatti fondato a Milano con un gruppetto di educatrici e maestre straordinarie un asilo autogestito e antiautoritario aperto al pubblico. Io andai a vedere anche perché avevo intenzione di mandarci mia figlia, cosa che poi non feci perché troppo distante da dove abitavo. Entrai, mi sedetti in un angolo, e stetti qualche ora a osservare. Era uno spettacolo. Due cose mi colpirono. La prima è che quando si verificavano liti tra i bambini, gli educatori non si precipitavano a separare i contendenti, né a redarguire il più aggressivo, stavano in guardia, ma aspettavano che la contesa si risolvesse spontaneamente e che il bambino più debole riuscisse a difendersi con le sue risorse. Intervenendo soltanto, senza sgridare nessuno, solo in caso di pericolo evidente.

La seconda cosa fu questa. Un bambino che si trovò con la scarpina slacciata andò da Elvio per farsela allacciare. Elvio si chinò sui suoi piedini e gliela allacciò. Gli capitò anche una seconda volta. Al che rimasi attento, ed ebbi la chiara impressione che dopo un po’ di tempo quel bambino facesse apposta per slacciarsela, per poi farsela riallacciare dallo stesso educatore. Elvio, pazientemente e amorevolmente, gliela riallacciava. È questa l’immagine di Fachinelli che mi è rimasta scolpita nella memoria. Lui che allaccia la scarpa al bambino. Si è trasferita nell’Immaginale, dove dimorano le immagini viventi. È lì che Elvio vive.

In fondo Elvio Fachinelli e Giorgio Gaber cercavano la stessa cosa. Elvio un centro umano, un cuore, un fondamento da cui ripartire e riformulare il cammino. E Giorgio una mente, un pensiero, che potesse dare a questo cuore un senso nuovo per cui valga la pena pulsare. Ma adesso non c’è più nessuno che ci allaccia le scarpe!

© Baldo Lami

* Articolo pubblicato su ISintellettualistoria2 il 08.05.2009

il sito di Baldo Lami: http://www.psicosservatorio.it/

Trentennale dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, la commemorazione di Giorgio Napolitano


 

Del discorso di Giorgio Napolitano ho particolarmente apprezzato queste parole:

“Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta – lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi – è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall’odio, di “scommettere tutto sull’amore per la vita”, di guardare avanti “nel rispetto della memoria”. Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche.
D’altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticentianche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioniMi ha colpito e indignato leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare “rammarico per i famigliari delle vittime delle BR”, ma aggiungendo di aver dato per scontato che “quando si fanno azioni di un certo tipo” accade di “dare dei dispiaceri ad altri”. No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.”

Connessioni:


DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
IN OCCASIONE DEL
“GIORNO DELLA MEMORIA DEDICATO ALLE VITTIME DEL TERRORISMO E DELLE STRAGI DI TALE MATRICE”

Palazzo del Quirinale, 9 maggio 2008

Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l’Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. E’ il giorno del sostegno morale e della vicinanza umana che l’Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro paese ha vissuto in anni tra i più angosciosi della sua storia e che non vuole mai più, in alcun modo, rivivere.
Parlo del terrorismo serpeggiante in Italia a partire dalla fine degli anni ’60, e infine esploso come estrema degenerazione della violenza politica ; parlo delle stragi di quella matrice e della lunga trama degli attentati, degli assassinii, dei ferimenti che insanguinarono le nostre città. L’obbiettivo che i gruppi terroristici così perseguivano era quello della destabilizzazione e del rovesciamento dell’ordine costituzionale. Dedichiamo l’incontro di oggi in Quirinale alle vittime di quell’attacco armato alla Repubblica, che seminò ferocemente lutto e dolore.
Sappiamo che nell’istituire, un anno fa, questo “Giorno della memoria” il Parlamento ha raccolto diverse proposte, comprese quelle rivolte a onorare gli italiani, militari e civili, caduti in anni recenti nel contesto delle missioni in cui il nostro paese è impegnato a sostegno della pace e contro il terrorismo internazionale, nemico insidioso capace di colpire anche a casa nostra. Alla loro memoria rinnovo l’omaggio riconoscente delle istituzioni repubblicane e della nazione. Sono certo che anche al loro sacrificio si rivolgerà pubblico omaggio nelle manifestazioni e negli incontri cui darà luogo ovunque la celebrazione del “Giorno della memoria”.
E colgo l’occasione per ricordare anche le vittime causate da fatti di diversa natura, dal disastro di Ustica all’intrigo delittuoso della Uno Bianca, ai caduti nell’adempimento del loro dovere e ai semplici cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza e giustizia. Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria, per la libertà e per la legalità democratica, e dunque – come dimenticarle ! – alle tante vittime della mafia e della criminalità organizzata.
Ma sottolineo nuovamente la specificità delle vicende del terrorismo italiano, e l’esigenza di colmare vuoti e carenze nell’iniziativa dello Stato democratico, nell’impegno della comunità nazionale, che esigeva ed esige il ricordo di quelle vicende e delle loro vittime.
I momenti di solenne riconoscimento non sono mancati : come con il conferimento di medaglie d’oro, da parte del Presidente Ciampi, alla memoria di alcune figure rappresentative del sacrificio di molti negli “anni di piombo”. Maera a lungo mancato un riconoscimento collettivo e proiettato nel futuro come quello deciso dal Parlamento con la legge istitutiva del “Giorno della memoria”.
E con la pubblicazione che oggi vede la luce abbiamo cercato di abbracciare in un comune ricordo ed omaggio – salvo possibili, involontarie omissioni o imprecisioni, di cui ci scusiamo – tutte le vittime della violenza politica armata, del terrorismo organizzato e rivolto a fini eversivi. Non si possono sfogliare quelle pagine senza provare profonda commozione e profondo sgomento. Abbiamo cercato di restituire, di consegnare alla memoria degli italiani, l’immagine – i volti, i percorsi di vita e di morte – di tutte le vittime.
I percorsi di vita, innanzitutto : perché non è accettabile che quegli uomini siano ricordati solo come vittime, e non come persone, che hanno vissuto, hanno avuto i loro affetti, il loro lavoro, il loro posto nella società, prima di cadere per mano criminale. Le ricordiamo tutte, come vittime e come persone, dalle più note ed illustri alle più modeste, facilmente rimaste più in ombra. Tutte, qualunque fosse la loro collocazione politica e qualunque fosse l’ispirazione politica di chi aggrediva e colpiva.
Vorrei che voi, mogli, figli, genitori, famigliari dei caduti, sentiste anche questa nostra particolare iniziativa come gesto di riparazione e di partecipe vicinanza per quello che avete sofferto, per il dolore di perdite irreparabili e poi per il dolore di una solitudine, di una disattenzione, che vi ha fatto temere di essere come dimenticati insieme con i vostri cari. Non può essere, non deve essere così. E’ l’impegno che oggi prendiamo.
La scelta della data per il “Giorno della memoria” è caduta per validi motivi sull’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro. Perché se nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall’altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c’è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il bersaglio più alto e significativo che esso abbia raggiunto è stato il Presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per quasi due mesi e infine con decisione spietata ucciso.
Fu, in quel 16 marzo 1978, centrato dalle Brigate Rosse un obbiettivo forse impensabile, per il grado di organizzazione e il livello di audacia che comportava, ma non imprevedibile, dato il ruolo evidente e incontestabile di Moro nella vita politica nazionale, nella fase critica e cruciale che essa stava attraversando. Non si scelse un obbiettivo simbolico ; si decise di colpire il perno principale del sistema politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia repubblicana.
Imprevedibili erano stati, e sarebbero stati ancora dopo, molti altri bersagli colpiti dalle Brigate Rosse con cieco furore ideologico : studiosi, magistrati, avvocati, giornalisti, amministratori locali, dirigenti d’azienda, commercianti, rappresentanti dei lavoratori, militari, uomini delle forze dell’ordine, e altri ancora, in una successione casuale e non facilmente immaginabile. Una successione perciò incalzante e angosciosa, che mirava a dare il senso dell’impotenza dello Stato, del vacillare delle istituzioni e della convivenza civile.
In Moro i terroristi individuarono il nemico più consapevole, che aveva più di chiunque colto – nel ’68 – quel che si muoveva e premeva nella società, la crisi dei vecchi equilibri politici, il travaglio e la domanda di rinnovamento delle nuove generazioni, e quindi – nel maggio ’77 – aveva lanciato l’estremo allarme. Ci si trovava, così disse, dinanzi a “manifestazioni di violenza” che avevano “uno sfondo ideologico” e si collocavano “tra la lotta politica e la lotta armata” ; di qui l’”apprensione per il logoramento” cui erano “sottoposte le istituzioni e le stesse grandi correnti ideali che credono nella democrazia”. Egli non dubitava dell’”esito finale” del confronto tra le istituzioni democratiche, tra le forze democratiche e le forze che conducevano “un così grave attacco portato nel cuore dello Stato”, ma era cosciente della durezza della prova, dell’”alto costo” e delle “distorsioni” che poteva comportare.
Per quel che egli rappresentava storicamente – nella lunga vicenda della costruzione democratica e della lotta politica in Italia - e per quel che contava in quel momento come punto di riferimento ai fini di una risposta concorde all’offensiva terroristica e di una sapiente tessitura volta a rinnovare e consolidare la democrazia nel nostro paese, il Presidente della Democrazia Cristiana divenne la vittima designata, da catturare anche a costo dell’efferato sterminio della sua scorta -, dei suoi “compagni di viaggio”,- nell’agguato di via Fani, e fu quindi a lungo ristretto in una condizione fisica disumana, e sottoposto a una tremenda violenza psicologica.
Si sono di recente pubblicate attente ricostruzioni di quei fatti e analisi penetranti degli svolgimenti di una così inaudita e sconvolgente vicenda, dei comportamenti di tutti coloro che ne furono i diversi attori. Ma non è in questa sede e non è da parte mia che si possono esprimere giudizi conclusivi. Si può solo invitare – trent’anni dopo – alla riflessione profonda e dolorosa, alla ricerca non ancora conclusa, che anche questi nuovi contributi di osservatori e studiosi sollecitano ; possiamo solo inchinarci con rispetto e commozione dinanzi alla tragedia vissuta trent’anni orsono da un grande protagonista della storia democratica dell’Italia repubblicana, dinanzi allo sforzo intellettuale e politico da lui dispiegato in uno stato di cattività esposto a continue pressioni e manipolazioni. Possiamo solo inchinarci dinanzi al suo tormento umanissimo, consegnato a lettere di straordinaria intensità per carica affettiva e morale.
Fu tragedia non solo di un uomo, ma di un paese, di questa Italia che un grande maestro, Norberto Bobbio, volle ricordarci, dinanzi a simili eventi, essere, appunto, “un paese tragico”.
Ci sarà ugualmente da riflettere ancora e a fondo -anche se molto si è lavorato, anche di recente, su questi temi – sulla genesi e sulla fisionomia dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico di cui è stata teatro l’Italia : su come siano nati e via via cresciuti, su quali ne siano state le radici, i punti di forza, le ideologie e strategie di supporto. E c’è da augurarsi che si riesca ancora a indagare, anche in sede giudiziaria, su singoli fatti di devastante portata : che si riesca ad accertare pienamente la verità, come chiedono le Associazioni delle famiglie delle vittime.
Quel che più conta, tuttavia, è scongiurare ogni rischio di rimozione di una così sconvolgente esperienza vissuta dal paese, per poter prevenire ogni pericolo di riproduzione di quei fenomeni che sono tanto costati alla democrazia e agli italiani. In effetti abbiamo visto negli ultimi anni il riaffiorare del terrorismo, attraverso la stessa sigla delle Brigate Rosse, nella stessa aberrante logica, su scala, è vero, ben più ridotta ma pur sempre a prezzo di nuovi lutti e di nuove tensioni. Si hanno ancora segni di reviviscenza del più datato e rozzo ideologismo comunistaper quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità di esprimere un’alternativa allo Stato democratico. E se vediamo nel contempo – come li stiamo vedendo – segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo e simbolismo neo-nazista, dobbiamo saper cogliere il dato che accomuna fenomeni pur diversi ed opposti : il dato della intolleranza e della violenza politica, dell’esercizio arbitrario della forza, del ricorso all’azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il diverso, per sfidare lo Stato democratico. Occorre opporre a questo pericoloso fermentare di rigurgiti terroristici la cultura della convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale, religiosa, delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana. E occorre ribadire e rafforzare, senza ambiguità, un limite assoluto, da non oltrepassare qualunque motivazione si possa invocare : il limite del rispetto della legalità, non essendo tollerabile che anche muovendo da iniziative di libero dissenso e contestazione si varchi il confine che le separa da un illegalismo sistematico e aggressivo.
Lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto fronte allo stragismo e aver sconfitto il terrorismo dilagante degli scorsi decenni. Lo ha sconfitto dopo aver subíto colpi molto duri - più di qualsiasi altro il sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della sua scorta e infine la sua feroce soppressione ; lo ha sconfitto restando sul terreno della democrazia e dello Stato di diritto, e senza concedere alle Brigate Rosse il riconoscimento politico di controparte in guerra che esse pretendevano.
Bisogna rendere omaggio a quanti si sono battuti con tenacia fino a cogliere successi decisivi : a quanti vi hanno contribuito nel campo delle forze politiche – in seno al governo e in Parlamento – nel mondo sociale e culturale, e con coraggio, in prima linea, anche a rischio della vita, nella magistratura e nelle forze dell’ordine.
La prova è stata ardua, terribilmente dolorosa, e non può considerarsi del tutto conclusa, o conclusa una volta per tutte. Di qui l’appello alla vigilanza e alla severità.
Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta – lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi – è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall’odio, di “scommettere tutto sull’amore per la vita”, di guardare avanti “nel rispetto della memoria”. Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche.
D’altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticentianche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso : ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioniMi ha colpito e indignato leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare “rammarico per i famigliari delle vittime delle BR”, ma aggiungendo di aver dato per scontato che “quando si fanno azioni di un certo tipo” accade di “dare dei dispiaceri ad altri”. No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri.
Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali.
Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subitaa chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli “anni di piombo”, ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un’umanità dolorante. E a questa parte, ai famigliari delle vittime, a tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo lo Stato deve restare vicino, anche garantendo l’attuazione di leggi come quella del 2004. Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti. E’ qui il significato del 9 maggio “Giorno della memoria” che oggi insieme celebriamo.

Lettera di Aldo a Eleonora Moro. Lettura di Massimo Popolizio


A Eleonora Moro

(lettera non recapitata)

Mia dolcissima Noretta,

dopo un momento di esilissimo ottimismo4, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo 5, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzio­ne che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconosce­re che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei re­stasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. È sua va detto con fermezza cosi come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E poi vero che moltissimi ami­ci (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizio­ni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole fir­me raccolte avrebbero costretto a trattare 6. E questo è tutto per il passato. Per il futuro / c’è in questo momento una te­nerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insi­gnificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in un’unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per oc­chi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerez­za che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in que­sta prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signo­re. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo

1 Recapitata il 5 maggio, insieme con la successiva, da don Mennini, ma la da­ta di stesura potrebbe essere antecedente. Non è presente tra i dattiloscritti ritro­vati nell’ottobre 1978, né tra le fotocopie dei manoscritti di dodici anni dopo. L’o­riginale è riprodotto in CM, voi. CXXII, pp. 445-46. E lettera autonoma dalla se­guente. Lo stesso giorno, qualche ora prima, il comunicato n. 9 delle Br annunciava: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato». Divulgata il 13 settembre 1978 dal «Corriere del­la Sera», p. 6, ma fu pubblicata per la prima volta integralmente e in modo auto­nomo dalla successiva, in L’intelligenza e gli avvenimenti, pp. 427-28.

2 Si distingue una «t» corretta: forse in precedenza aveva scritto «politiche».

3 È il solito esergo aggiunto posteriormente nello spazio residuo del foglio.

4 Questa espressione non sembra essere giustificata dai toni sicuri delle due versioni della lettera a Zaccagnini e soprattutto dal perentorio argomentare delle pagine finali del “Memoriale”, che non sono certo il prodotto di un «esilissimo ot­timismo».

5 II prigioniero, rispetto alla lettera successiva, «crede» ancora, cioè non è del tutto sicuro di morire: in 55 giorni sarebbe questa la terza volta in cui vive un si­mile stato emotivo di imminente minaccia di morte.

6 A proposito di questa raccolta di firme, Guerzoni ha testimoniato in Com­missione stragi, il 6 giugno 1995: «L’onorevole Moro chiese la raccolta di cento fir­me per convocare il Consiglio Nazionale e noi arrivammo a ventinove, a quel pun­to dissi che non avrei più collaborato per cercare le firme, perché non volevo che l’onorevole Moro rimanesse alla storia come colui che aveva determinato la rottu­ra formale del partito. A mio parere infatti l’onorevole Moro non voleva la rottura del partito; semmai che venissero in evidenza delle contraddizioni. Tanto più ero convinto di questo, perché sapevo che egli non sarebbe mai tornato e che quindi ol­tretutto avremmo fatto delle operazioni di significato storico che non servivano nemmeno a salvarlo». Secondo la testimonianza di Vittorio Cervone, fra i promo­tori nel 1968 della corrente democristiana «Gli amici di Aldo Moro», il 9 maggio, alle 13,1 principali esponenti del gruppo, erano riuniti a pranzo al ristorante il « Bar­roccio» e stavano decidendo di chiedere la convocazione del Consiglio nazionale della De, quando furono raggiunti dalla tragica notizia del ritrovamento del cada­vere dell’uomo politico (Cervone, Ho fatto di tutto, p. 44).

da: Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Einaudi 2008, p. 177-179


Un altro ricordo:

postato da: AMALTEO alle ore marzo 21, 2008 01:30 | link | commenti (12)
categorie: destinopolis terrorismopolis storia contemporanea

Lettera di Aldo Moro a Luca. Lettura di Massimo Popolizio

A Luca Bonini
(lettera non recapitata)

Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia.

Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po’ più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino.

Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [... ] nel guizzare nell’acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l’ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco.

Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno.

Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno

Lettera di Aldo Moro a Luca. Lettura di Massimo Popolizio

A Luca Bonini
(lettera non recapitata)

Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia.

Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po’ più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino.

Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [... ] nel guizzare nell’acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l’ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco.

Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno.

Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno

Le Brigate Rosse interiori


I fatti: Venticinque anni di carcere alle spalle e una condanna all’ergastolo per concorso in sei omicidi e due tentati omicidi. E’ un irriducibile Cristoforo Piancone, l’ex Br arrestato ieri sera dalla Polizia a Siena dopo aver messo a segno una rapina da 170mila euro alla Banca Monte dei Paschi di Siena. Solo l’inceppamento della pistola ha impedito un altro assassinio.
Era in semilibertà dal 2004.

Cultura della sinistra massimalista: il giustificazionismo, il giudizio tendenzialmente assolutorio sul terrorismo e soprattutto sulle sue “ragioni” (“era la situazione storica ad imporre quelle azioni”: “occorre chiudere con quella fase”), gli assordanti silenzi sono dovuti alla sostanziale simpatia che nei recessi della cultura della sinistra massimalista (con qualche ambiguità in quella riformista) c’è per le avanguardie che preparano la spallata rivoluzionaria. Orfani del proletariato che è passato alla partita iva, costoro sono sempre alla ricerca della realizzazione del binomio leninista: una avanguardia che guida la massa.
Questa cultura non ha, nè può elaborare, nelle sue coordinate il tema della sicurezza della gente normale.

Le parole necessarie:
I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l’appel­lo.È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla defi­nizione delle responsabilità”. …

“C’è una donna che più di altre ha ragionato sull’incapa­cità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Ita­lia. Tarantelli venne ucciso a Roma all’università, dove in­segnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L’altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»

Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.

«Questo Paese non solo non è stato capace di ela­borare un lutto ma neanche un pensiero.

Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina sen­za farsi carico delle vittime è nettissima:

«In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alla fantasia dei terro­risti, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.

Ma non può essere così.

Pagata la pe­na si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.

E non è questione di volon­tà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.

Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.

Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare».

in Mario Calabresi, Spingendo la notte più in làStoria della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, pag 96-100

postato da: AMALTEO alle ore ottobre 05, 2007 10:53 | link | commenti (2)
categorie: polis terrorismo

Don Michele Santoro Torquemada

Gogna: collare di ferro, legato con una catena a un muro o a un palo, che si metteva al collo di chi era condannato alla berlina.
Berlina: antica pena consistente nell’esporre il condannato al pubblico dileggio, legandolo su un palco eretto in una piazza e proclamando con cartelli o con grida la colpa commessa.
Lobby: gruppo di persone potenti in grado di influenzare le scelte degli uomini politici

Oggi una lobby di giornalisti ha sostituito la gogna medievale con la gogna televisiva. E’ del tutto evidente che è dal 1991 che a dettare l’agenda politica sono i giornalisti televisivi. Loro sì “casta”.
Casta: classe di persone che, per razza, religione o professione, forma un gruppo sociale distinto dagli altri e si attribuisce particolari diritti o privilegi

Ecco come Oscar Giannino racconta la serata dell’inquisitore Don Santoro Torquemada sul “suo” palcoscenico pagato anche dal mio canone:
Santoro si fa PM.  E riprocessa il cattivo Mastella di OSCAR GIANNINO

In Libero, 5 ottobre 2007
Santoro è come il Gatto Mammone, fantasma potente dalla ferina zampata diabolica. Ma spauracchio, a ben vedere. Ieri ha confezionato il suo Anno zero a tesi: il pm di Catanzaro Luigi De Magistris è un eroe del riscatto del Sud come Paolo Borsellino, immediatamente evocato. Chi lo critica, per aver acquisito i tabulati telefonici di Prodi, Berlusconi e di tutta l’Italia che conta, è nemico delle forze del bene. Libero viene citato subito, naturalmente.Ma anche la Stampa, ieri, aveva una efficacissima pagina intera dedicata allo scandalo delle duemila acquisizioni di tabulati disposte da De Magistris. Ed ecco che subito Santoro bleffa a tesi. Perché a Sandro Ruotolo, nel primo breve collegamento da Catanzaro, fa dire che le duemila intercettazioni non ci sono, mai state disposte. E infatti non di intercettazioni abbiamo parlato noi e la Stampa, bensì di acquisizioni di tabulati a migliaia, e queste ci sono, eccome se ci sono. Ma Santoro smentisce, e il telespettatore a ” tesi” è servito. Con tanto di immagini da assemblee di ragazzi calabresi e di “società civile” lucana, e diluvi di applausi a De Magistris santo liberatore e contro il famigerato Mastella, il ministro che va in aereo blu ai gran premi di Formula Uno. Il vecchio rito rosso dell’autocritica tocca una vetta d’altri tempi quando addirittura Santoro “obbliga” letteralmente il collega di sempre Sandro Ruotolo ad accusare il fratello – Guido, l’autore del pezzacchione della Stampa di essersi sorbito evidentemente «una bella polpetta avvelenata». Sandro accusa il colpo e balbetta, quando in diretta Santoro gli chiede imperativamente la prima volta di smentire il fratello. Ma alla seconda Santoro passa e tracima, e Sandro pugnala Guido, reo di fare il proprio mestiere senza attaccare il ciuccio dove vuole l’ideologia. Viene ricostruita in studio sommariamente dal sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti, che non può fare a meno di ricordare gravi risultanze di gravissime negligenze emerse a seguito delle ispezioni, con mancate richieste del pm al gip competente di convalida di provvedimenti di fermo in custodia cautelare e via procedendo. Quando la cosa inizia a prendere una brutta piega e lo stesso avvocato difensore di De Magistris stenta a ribattere, ecco il Gatto Mammone dà una zampata. «Ma che cosa stiamo a perderci in quisquilie, dobbiamo solo capire se De Magistris ha rotto le scatole a qualche politico intoccabile, e perciò il ministro Mastella lo vuole trasferire». Non è che abbia rilievo alcuno se il pm rispettasse la pro- cedura nelle sue indagini, ma solo se è un ammazzasette. «E dillo, Sandro Ruotolo, il nome di qualche politico, dillo». E il renitente Ruotolo fa il suo dovere. De Magistris non informava il procuratore capo Mariano Lombardi delle sue indagini perché un suo congiunto era in società con un parlamentare di Forza Italia indagato. Applausi scroscianti dei giovani calabresi, il giudizio del popolo giacobino è così emesso. Forza Italia, è questa la prima sigla politica pronunciata. La sola, per un bel po’ di tempo in trasmissione. Poi sarà citata Comunione e Liberazione. Poi , per via del sindaco di Matera, Buccico, Un caso? Una necessità, nella tecnica studiata e raffinata di Gatto Mammone Santoro. Nessun diessino e margheritico dei tantissimi inquisiti nelle vicende calabresi – che hanno visto candidati far uccidere eletti, a sinistra, in Calabra – viene citato neanche per sbaglio, nell’intera trasmissione. Prodi, indagato da De Magistris, non viene citato neanche per sbaglio. Ed ecco che i tabulati telefonici richiesti di Giuliano Amato e del capo e del vicecapo della Polizia, del direttore del Sisde e della Dia, del presidente dell’Anm e del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, di deputati e senatori come di tanti altri magistrati, tutto ciò ad Anno zero non è apparso mai. Immediatamente si passa a una descrizione delle intricate vicende calabresi dell’Udeur, tanto per far apprezzare meglio il retroterra di presunto malaffare in nome del quale sarebbe in azione il ministro Mastella. Di tutto ciò non dice una sola parola il Gip di Milano Clementina Forleo, schierata a inizio trasmissione in campo in virtù della sua natura di castigamatti anche della sinistra, ma che ad Anno zero dice che «il giudice è solo perché tocca i poteri forti».Come se il primo vero potere forte d’Italia non fosse la magistratura, da un bel po’ di anni a questa parte. «Ritengo un dovere essere qui», dice la Forleo con un sorriso nervoso che per chi la conosce è tratto dominante della sua ritrosia pubblica. Oltre questo dirà solo elogi dei ragazzi calabresi: non c’era ragione di scomodarla. E poi il vero pezzo forte. L’intervista resa da De Magistris a Ruotolo: Sandro naturalmente, non Guido il reprobo. Il trasferendo pm si atteggia naturalmente a scrupoloso braccio della Costituzione e del principio di eguaglianza. Lamenta di dover trascorrere da anni più di metà del suo tempo a doversi difendere, invece che a perseguire i delinquenti. E’ lui di tasca sua che paga la benzina per l’auto che gli è assegnata. Ruotolo non gli eleva una sola contestazione delle tante emerse nelle ispezioni. Gli chiede delle inchieste che ha svolto, come Poseidone, sol perché De Magistris dipinga una realtà oscura in cui società miste tra privati, politici, magistrati e forze dell’ordine si appropriano di mille appalti e opere legati al denaro pubblico. Il Gatto Mammone interrompe a effetto l’intervista sulla cifra di 9 miliardi di euro, stimata dal pm ammazzasette come l’ammontare degli illeciti su cui vuole indagare. Capite bene che le ragioni degli ispettori e del ministro Mastella – il rispetto delle norme e delle procedure – spariscono per definizione, di fronte a 9 miliardi. E finisce con il fratello di Paolo Borsellino che accusa Mastella di voler isolare De Magistris come per farlo uccidere: anzi, con le stesse responsabilità di chi ne delibera la strage. «Non scherziamo», dice il Gatto Mammone ridendo beato. Ma intanto, la conclusione è: Mastella come chi ha fatto uccidere Falcone e Borsellino. Marco Travaglio, alla fine, con la sua ciliegina. Dà dei piduisti gelliani a tutti i nemici del pm con 5 minuti di insulti a Berlusconi, e buona notte fino alla prossima ghigliottina mediatica.

EX TERRORISTI DI SINISTRA CHE SI SONO RICICLATI NELLE ISTITUZIONI E NEL VOLONTARIATO – da domani su L’opinione | Fai notizia


In Italia c’è almeno una categoria di persone che non fa fatica a trovare lavoro nel comparto pubblico, para pubblico e nel volontariato assistito, sempre pubblicamente: quella degli ex terroristi. Meglio se di sinistra. Si tratta quindi di terroristi “riciclati” . …

 Pubblichiamo di essi un elenco quasi esaustivo, ringraziando chi prima di noi e molto più brillantemente ha provveduto ad enuclearli dalla sordina: ossia i due giornalisti del “Giornale” Gianmarco Chiocci e Stefano Zurlo autori nel 2004 di un articolo molto esaustivo in materia e la stessa sucitata Adriana Bolchini, presidente dell’Osservatorio sui diritti italiani e internazionali (Oddii),

… Oggi come oggi, comunque, i “terroristi riciclati” ce li troviamo all’interno di strutture legate allo Stato, nei partiti e nei giornali (che ricevono finanziamenti dallo Stato), nelle Associazioni benefiche (finanziate dallo Stato) molte di esse istituite su misura per loro, nelle Coop, che come tutti sanno sono in realtà collaterali ai partiti comunisti. Il problema reale con il quale ci si deve confrontare e che nel tempo produrrà certamente altri danni è che queste persone, occupano impieghi nei quali esercitano un “potere ideologico e suggestivo” su coloro con i quali vengono in contatto, proprio attraverso il ruolo che rivestono. Sostiene infatti Diego Forastieri, ex militante di Prima Linea: ” Nel mondo del no-profit, ho trasferito quegli stessi valori ideali che erroneamente mi hanno portato alla lotta armata . Qui continuo a ipotizzare un modello di società non economicista, un credo basato sulla solidarietà e sulla reciprocità, sull’impegno sociale. Il no-profit è una galassia che riassume in sé energie e ansie di giustizia.

Identici concetti quelli espressi da Cecco Bellosi ex militante della “Walter Alasia”: “La mia passione per l’impegno sociale non è un ripiego….. anche prima di essere arrestato, quando facevo l’insegnante, lavoravo con i disabili. Poi è successo quello che successo e tutto si è interrotto. Nel mondo del no-profit ho trovato il modo di esprimere ancora il mio desiderio di giustizia”. Insomma il mondo del volontariato, del no profit e, perchè no?, anche del pacifismo senza sè e snza ma, come ideale proseguimento della lotta armata degli anni ’70. Con tutti i rischi che questi accostamenti comportano. Le domanda legittime sarebbero molte e nascono tutte dal fatto che questi soggetti, non si sono messi a lavorare a fianco delle masse, che loro avevano la pretesa di difendere, non fanno mica gli operai, i meccanici, i benzinai, o i negozianti, ma hanno a disposizione materiale umano da “formare” e indirizzare ideologicamente. Sono come dei “cattivi maestri di ritorno.”

Per ora ci si può accontentare di formulare almeno tre domande precise: 1) con quale criterio il loro giudizio può essere considerato accettabile, se sono loro stessi a dire che non hanno cambiato nulla, se non la rinuncia alla lotta armata?

2) E’ o non è forse l’ideologo colui che arma la mano di chi di fatto si getta nella lotta armata?

3)Stanno o non stanno questi personaggi incidendo a livello ideologico sulla formazione mentale delle persone con le quali vengono in contatto, visto che lavorano tutti in posti di potere?

Dimitri Buffa

Roberto Adamoli, esponente BR lavora oggi nella comunità di don Mazzi
Corrado Alunni fondatore Br, 58 anni, le lascerà per dare vita alle Formazioni Comuniste Combattenti, in seguito nel 1978 viene arrestato. Nel 1980 tenta la fuga da San Vittore insieme a Vallanzasca, nel 2003 scrive un libro con altri autori («La rapina in banca, storia, teoria, pratica»), da anni è fuori di galera e lavora in una coop informatica.
Vittorio Antonini, già responsabile della colonna romana Br, coinvolto sequestro Dozier, arrestato nel 1985, è in semilibertà dal 2000. Ogni giorno entra ed esce di prigione per lavorare all’esterno. Presiede l’associazione culturale Papillon Rebibbia promotrice della protesta che nel 2004 si è allargata a tutte le carceri Ha avuto l’onore di essere convocato a Montecitorio dalla commissione-giustizia per discutere dei problemi delle galere. Vittorio Assieri Capo della “Walter Alasia” di Milano, lavora alla “Bottega creativa” della Caritas.
Lauro Azzolini, membro esecutivo delle Br nel processo Moro, 62 anni, tre ergastoli, l’uomo che sparò a Montanelli, è libero. Da semilibero ha iniziato a lavorare in una coop che si occupa di non-profit, settore disabili, per la Compagnia delle Opere.

Barbara Balzerani Svariati ergastoli, ai vertici delle prime Br-Pcc, autrice del libro «Compagna Luna» per Feltrinelli, ha lavorato con la coop Blow Up di Trastevere specializzata nell’informatica musicale. Arrestata nel 1985 ottiene i primi permessi agli inizi degli anni Novanta. Ora è libera, con la condizionale di 5 anni, anche se aveva accumulato 4 ergastoli e ha partecipato ai delitti più efferati: dalla scorta di Moro a Moro, al gen. Dozier.
Silvia Baraldini, condannata dalla giustizia americana a 43 anni di galera per associazione sovversiva, è uscita per motivi di salute ottenendo, il 27 dicembre 2002, una collaborazione con la giunta Veltroni. A caldeggiare il rinnovo del contratto di consulenza sul lavoro femminile, nel 2003, fu l’assessore Luigi Nieri di Rifondazione comunista. L’associazione delle vittime ha presentato denuncia in procura.

Marco Barbone. L’assassino del giornalista Walter Tobagi si è pentito ed è tornato libero. Lavora in una tipografia a Milano.

Cecco Bellosi, ex componente della colonna Walter Alasia, in manette nel 1980, condannato a 12 anni, libero nel 1989. Presiede un centro di recupero di tossicodipendenti a Nesso e collabora con l’associazione Lila.
Paola Besuschio, il suo nome venne fatto dalle Br durante il sequestro Moro, era detenuta, ne volevano la liberazione in cambio del leader dc, Lavora in una cooperativa statistica.
Maurice Bignami ex comandante di Prima Linea fu arrestato a Torino nell’81, mentre cercava di assaltare un’oreficeria: imbracciava un mitra, ma non ebbe tempo di usarlo. Due ergastoli e una lunga serie di delitti alle spalle: l’agente Giuseppe Lo Russo, lo studente Emanuele Iurilli, il dirigente Fiat Carlo Ghigleno, il barista Carmine Civitate… In semilibertà dal1992 ha preso servizio presso la Caritas di Roma, insieme con la moglie Maria Teresa Conti, anche lei ex militante di «Prima linea».
Vittorio Bolognese, colonnello delle Br-Partito Guerriglia, è in semilibertà dal settembre 2000. Ha lavorato come operatore informatico alla coop romana Parsec dove ha trovato Pancelli, Piccinino e altri ex irriducibili.
Franco Bonisoli, brigatista del commando di via Fani, ergastolano, 13 anni di carcere, dissociato, è libero. Ha fatto il grafico in una Coop di Sesto San Giovanni, lavora in una società di servizi ambientali.

Anna Laura Braghetti, ex compagna di Prospero Gallinari, è coinvolta nell’omicidio del giudice Vittorio Bachelet, è la carceriera di Aldo Moro in via Montalcini, nota come «signora Altobelli»: condannata al carcere a vita. Ha scritto alcuni libri, dal 1994 lavora tutti i giorni all’organizzazione di volontariato vicina ai Ds, «Ora d’Aria» che si interessa alle problematiche dei detenuti. Nel 2002 ottiene la condizionale.
Roberto Carcano, esponente della Formazione Comunisti combattenti. lavora presso la “Comunità nuova” di don Gino Riboldi
Paolo Cassetta, esponente tra i più duri del partito armato, raffica di condanne alle spalle, è semilibero da un bel pezzo. Lavora stabilmente alla coop 32 dicembre, collegata al Centro Polivalente circoscrizionale intorno a cui gravitano vecchie conoscenze degli anni di piombo, come Bruno Seghetti e Cecilia Massara. Geraldina Colotti, militante delle Ucc, ex insegnante di filosofia, ferita in un conflitto a fuoco nel gennaio del 1987, è in semilibertà e dal 1999 ha lavorato alla coop romana 32 dicembre, oggi è impiegata al quotidiano Il Manifesto.
Maria Teresa Conti, ex militante di «Prima linea», fa parte delle “squadre armate proletarie”. Fra le sue gesta, il sequestro e il ferimento dell’ostetrica Domenica Nigra, gambizzata con accuse inventate. Come il marito ex terrorista Maurice Bignami, lavora presso la Caritas di Roma.
Anna Cotone, ex bierre del feroce Partito Guerriglia, coinvolta nel sequestro dell’ex assessore dc Ciro Cirillo, arrestata nel 1982, in semilibertà da anni, lavora dal 2002 nella segreteria politica dell’europarlamentare di Rifondazione comunista, Luisa Morgantini.
Renato Curcio, fondatore e ideologo delle Br, gira l’Italia facendo conferenze in scuole, università, consigli comunali, presenta i suoi libri ai festival dei partiti. In tv, sulla berlusconiana Canale 5, è arrivato a dire che le vittime degli anni 70 sono i suoi compagni di lotta morti sul campo. Da dieci anni è a capo della oop editoriale «Sensibili alle foglie» che si occupa di studi sulla lotta armata, carcere e droga, tema quest’ultimo cavalcato da don Gallo, il parroco antagonista di Genova, che ha presentato il libro edito da Curcio insieme a Dario Fo. Condannato a 30 anni, ne ha scontati 24, è semilibero dal 1993. Roberto Del Bello, ex brigatista della colonna veneta, condannato a 4 anni e 7 mesi per banda armata, oggi lavora al Viminale come segretario particolare di Francesco Bonato, sottosegretario agli Interni per Rifondazione comunista.
Sergio D’Elia, dirigente di Prima linea, sconta 12 anni di carcere. Liberato e ottenuta la riabilitazione, entra nel partito radicale. Nel 2006 viene eletto alla Camera nella lista della Rosa nel Pugno e diventa segretario d’aula di Montecitorio. Fra polemiche e proteste.
Alessandra De Luca, anche lei brigatista nel processo Moro, è in semilibertà da tempo. È stata candidata col partito di Bertinotti alle regionali del Lazio, ma non ce l’ha fatta. Adriana Faranda, fa parte della direzione strategica delle Br, aderisce presto alla «dissociazione» guadagnando la libertà. Viene rilasciata nel 1990 e affidata all’opera di don Calabria dove lavora al computer. Scrive libri, ha fatto la fotografa. Finisce al Costanzo Show. Enzo Fontana, militante del GAP dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, oggi scrittore di successo e studioso di Dante Alighieri, ha lavorato alla “Bottega Creativa” della Caritas.
Diego Fornasieri, insieme ad altri ex detenuti è attivo nel non-profit attraverso la cooperativa sociale di prodotti biologici «Arete». Guerrigliero di Prima linea, incassa una condanna a 30 anni nel 1983, dopo 3 anni di latitanza, ora è libero.

Alberto Franceschini, fondatore con Curcio delle Brigate rosse, nel 1983 si dissocia. Oggi lavora a Roma con la Braghetti all’associazione per detenuti «Ora d’Aria». Condannato a più di 50 anni di galera, esce dal penitenziario dopo soli 17 anni di reclusione. Scrive libri, partecipa a conferenze. Prospero Gallinari, membro del commando che sparò alla scorta di Moro in via Fani, responsabile della «prigione del popolo», è libero da tantissimi anni per problemi di cuore.
Claudia Gioia, ex primula rossa delle Unità Comuniste Combattenti subisce una sentenza a 28 anni di prigione per il delitto del generale Giorgieri e per il ferimento dell’economista Da Empoli. È in libertà condizionale dal gennaio 2005. Nel 1991 finisce intercettata mentre parla, in cella, col br Melorio di un tentativo di ricostituzione delle Ucc. Eugenio Pio Ghignoni, brigatista coinvolto e condannato nel processo Moro, è il responsabile della Direzione Affari Generali dell’Università Roma Tre, cura la sicurezza… Maurizio Jannelli, già capocolonna romano delle Br, ergastolo per vari crimini (tra cui la strage di via Fani) ha lavorato alla Rai come autore a partire dal 1999. Per il Tg3 ha seguito «Il mestiere di vivere», «Diario Italiano», «Residence Bastogi», fa parte dello staff della trasmissione sportiva «Sfide». Ha scritto «Princesa», libro su un transessuale suicida. Dal 2003 è in condizionale.

Paolo Klun, esponente di Prima linea, ha fondato a Bologna il giornale di strada ” Piazza Grande”, che dà voce agli emarginati e ai senza fissa dimora.
Natalia Ligas, nome di battaglia «Angela», la dura delle Br-Partito Guerriglia che partecipò al massacro di piazza Nicosia a Roma, ergastolana, permessi premio a partire dal 1998, dal 2000 è semi-libera nonostante non si sia mai dissociata.
Maurizio Locusta, partecipa all’omicidio del generale Licio Giorgieri e si becca 24 anni di pena, viene estradato dalla Francia nel marzo 1988, dopo qualche anno esce ed è assunto alla fondazione Lelio Basso-Issoco come «assistente di sala consultazione».
Francesco Maietta, ex militante delle Ucc, condanne pesantissime, lavora part time in un ente importante dal 1990. Si è sposato nel 1998 a Ostia con una ragazza della Caritas.

Nadia Mantovani, dissociata, condannata a 20 anni per appartenenza alle Br, ottiene la condizionale a gennaio ’93 quando sconta due terzi della pena. Ex fidanzata di Renato Curcio, è tra le fondatrici dell’associazione per il reinserimento dei detenuti «Verso Casa». Il 23 agosto 2004 la sua performance sugli anni di piombo al meeting di Rimini ha riscosso molto successo tra il pubblico di Cl.
Corrado Marcetti, ex di Prima linea, oggi è direttore della Fondazione Michelucci a Fiesole.
Cecilia Massara, ex appartenente alle BR-PCC nel 1994 ottiene la sospensione temporanea della pena, essendo in stato di gravidanza. Lavora stabilmente alla coop 32 dicembre, collegata al Centro Polivalente circoscrizionale.
Giuseppe Memeo, esponente di “Autonomia operaia”, condannato per l’omicidio del poliziotto Antonino Custrà, oggi lavora a “Poiesis” il centro per la cura dell’AIDS.
Mario Moretti, il numero uno delle Br, leader della direzione strategica, partecipa al sequestro Moro, dopo 17 anni di carcere, 9 di clandestinità e 6 ergastoli, nel 1994 ottiene il permesso di andare alla Scala. Una volta fuori, in lavoro esterno, si occupa di volontariato. Esperto di informatica partecipa alla fondazione della Cooperativa Spes composta da ex irriducibili dissociati. La coop ottiene vari contributi, anche dalla Regione Lombardia, insieme all’associazione «Geometrie variabili» cerca «forme di lavoro non alienanti per i detenuti». Scrive libri.

Valerio Morucci, l’ex postino delle Br durante i 55 giorni del caso Moro, scontati 17 anni di prigione, dissociato, è libero. Autore di libri di successo (l’ultimo, «La peggio gioventù») vincitori di premi letterari con «Il collezionista» (la VI edizione di «Esperienze in giallo») lavora come consulente informatico.
Roberto Ognibene, gode dei benefici dovuti alla legge sui dissociati e lavora come impiegato al Comune di Bologna.
Remo Pancelli, killer dell’ala militarista delle Br «Colonna 28 marzo», l’ex dipendente delle Poste del sequestro D’Urso, viene bloccato dai carabinieri il 7 giugno del 1982. Pluricondannato, è inserito in una coop sociale (che ha ospitato altri ex terroristi rossi).
Ave Maria Petricola, la Provincia di Roma ha assunto quest’ex pentita brigatista, nome ricorrente al processo Moro, come responsabile del centro di Torre Angela, VII municipio della Capitale, che trova lavoro ai disoccupati. Amnistiata nel 1987, nel 2004 la ritroviamo nella lista degli assistenti sociali regionali.
Raffaele Piccinino, ex irriducibile dei NAP (Nuclei Armati Proletari), autore anche dell’attentato al questore Noce dove morì un poliziotto della scorta, condannato all’ergastolo e a 22 anni di carcere), ha lavorato come operatore informatico alla coop romana Parsec. Francesco Piccioni, ex BR è impiegato al quotidiano Il Manifesto.
Marco Pinna, soldato della colonna sarda delle Br, è vicepresidente della coop ambientale «Ecotopia».

Susanna Ronconi, storica figura del troncone toscano di Prima Linea, lavora al Gruppo Abele di Torino dove ha la responsabilità delle cosiddette «Unità di strada». Nel 1987 guadagna il primo permesso-premio per la sua dissociazione. È stata consulente di Asl e Comuni del nord Italia, collabora alla pubblicazione del «Rapporto sui diritti globali» a cura dell’associazione Informazione&Società per la Cgil Nazionale. Un’interrogazione di Gasparri (An) e Giovanardi (Ccd) la segnalano come beneficiaria di una consulenza da parte dell’allora ministro Livia Turco.
Bruno Seghetti, fa parte dei grandi movimenti di massa del ‘68/’69 e del ’77 fino all’approdo alla lotta armata. Prima il Comitato Comunista di Centocelle (Co. Co. Co.), le lotte per la casa, le occupazioni, il flirt con Potere Operaio, gli scontri con i fascisti approdando alla lotta armata diviene militante della colonna romana delle Brigate rosse. Fa parte del gruppo di fuoco che il 16 marzo 1978 sequestra il Presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, così come partecipa attivamente a gran parte delle azioni della colonna romana delle Br fino al suo arresto, il 19 maggio 1980 quando – passato tra le fila della colonna napoletana – ‘Claudio’ partecipa all’attentato che uccide l’assessore regionale democristiano Pino Amato. Condannato all’ergastolo, esce di prigione nell’aprile del 1995, dopo solo quindici anni di detenzione, viene ammesso al lavoro esterno e nel 1999 in seguito a infrazioni gli viene revocato il trattamento e rientra in carcere. Lavora stabilmente alla coop 32 dicembre, collegata al Centro Polivalente circoscrizionale intorno a cui gravitano vecchie conoscenze.

Sergio Segio, comandante militare di “Prima linea” e ideologo della dissociazione, oggi lavora nel gruppo Abele di don Luigi Ciotti.

Giorgio Semeria, membro del nucleo storico delle Brigate Rosse, è stato a lungo volontario presso il carcere di San Vittore a Milano.
Giovanni Senzani, il «criminologo» delle Br-Partito Guerriglia, irriducibile fino al midollo, già sospettato di essere il Grande Vecchio del sequestro Moro, ergastolano per l’omicidio del fratello del pentito Patrizio Peci, esce nel 1999 in semilibertà ma un anno dopo è dietro la scrivania di un centro di documentazione della Regione Toscana denominato «Cultura della legalità democratica» e inserito nel progetto Informa carcere. Nel 2001 si è scoperto che il centro poteva clonare tutti gli atti, anche quelli segreti, della commissione parlamentare sulle stragi. È coordinatore della casa editrice di sinistra Edizioni Battaglia.

Marco Solimeno, ex di Prima linea, oggi è consigliere dei Ds al Comune di Livorno. Da circa dieci anni è assistente volontario al carcere di Livorno come responsabile Arci.
Nicola Solimano, ex di Prima linea, condannato a 22 anni lavora alla Fondazione Michelucci di Fiesole, costituita nel 1982 dalla Regione Toscana e dai Comuni di Pistoia e Fiesole. È stato consulente della Regione Toscana per la nuova legge a tutela dei popoli Rom e Sinti e fra i coordinatori di un campus internazionale nell’ambito dell’iniziativa regionale Porto Franco, per conto dell’Assessorato alla cultura della Regione Toscana.
Ettorina Zaccheo, esponente della Formazione Comunisti combattenti lavora presso la “Comunità nuova” di don Gino Riboldi.

Fabio Matteini, brigatista rosso accusato di banda armata e associazione con finalità di terrorismo, noto con il nome di battaglia “compagno Antonio” che avrebbe avuto il compito di reclutare nuove leve da avviare alla lotta armata, ma per lui sono bastati 20 giorni di carcere perché un giudice decidesse che non c’erano elementi sufficienti per tenerlo dietro le sbarre,…

da Fai notizia – il primo sito di giornalismo partecipativo.

anche in: http://www.lisistrata.com/lavoce/terroristiriciclati.htm

La lettura del libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore, suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo


La lettura del libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in làStoria della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore,  suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo.

Innanzitutto cura i sopravvissuti ai crimini del terrorismo politico.

Perché ora un involontario protagonista indiretto di quell’orribile decennio comincia a restituire la memoria di chi era morto:

“Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portie­ra della Cinquecento blu di mia madre. Era appena uscito di casa, dopo vari tentennamenti che lo avevano portato a rientrare per ben due volte, la prima per sistemarsi il ciuffo, la seconda per cambiarsi la cravatta. Era uscito con una cra­vatta rosa, se la sfilò per metterne una bianca, e a mamma che lo guardava scuotendo la testa e prendendolo in giro ri­spose: «Preferisco questa perché ha il colore della purezza». Lei richiuse la porta senza dare peso a quelle parole.”  (Pag. 32)

Dentro di me questo libro cura la cultura storica e il connesso desiderio di giustizia.

Di rado si accosta una scrittura così densa di sé.

In questo libro c’è un controllo di sè che suscita ammirazione.

Come quando, in una recente manifestazione a favore della Palestina cui partecipa anche l’esponente della  sinistra comunista Oliverio Diliberto, un gruppo di ragazzi scrive ancora  sui muri “Calabresi assassino”. O quando, per le vie di Genova, presso un centro sociale trova un volantino con scritto: “Basta menzogne! Luigi Calabresi era un torturatore”. Ecco, Mario si interroga sulla persistenza di questa falsità storica, nonostante la verità processuale chiarita dal giudice, e dice:

“Con gli anni ho capito l’efficacia di quella campagna di stampa cominciata proprio nei giorni in cui nascevo. Conia­rono uno slogan che appare inossidabile, semplice, chiaro, capace di attraversare le generazioni. Tanto ben costruito da far pensare a una di quelle operazioni di marketing che og­gi riescono a imporre un marchio. Non c’era però un pubbli­citario dietro la campagna, ma molte teste, tra le più illustri del giornalismo, del teatro, della cultura e dei movimenti, accomunate da una furia vendicatrice che le portò a costrui­re un mostro, a dispetto di evidenze, buon senso e dati di realtà. La benzina che alimentò il motore fu l’indignazione per la morte di Giuseppe Pinelli detto Pino.

Molte volte mi sono chiesto come mi sarei comportato se fossi stato un giornalista allora. E la risposta è netta: mi sarei indignato. La polizia e la questura avevano il dovere di spiegare cos’era successo, senza opacità, senza reticenze, dovevano accertare con severità e chiarezza come era stato possibile che un uomo arrivato in questura sul suo moto­rino e rimasto sotto interrogatorio per tre giorni fosse ca­duto da una finestra, morendo poco dopo. Invece ci furono ambiguità, chiusure, quel pezzo di Stato per il quale lavora­va mio padre, che faceva capo al Viminale e aveva sede in via Fatebenefratelli a Milano, diede una pessima prova di sé e con le sue reticenze insulto il Paese e avallò i più ter­ribili sospetti” (pag 43)

Certo fa impressione la continua idealizzazione di quel periodo e la persistenza dell’odio.

Entrambi alimentati da una imponente letteratura che esalta la cultura e le azioni terroristiche come “inevitabili”, “necessarie”, “giustificate” da quella congiuntura politica. Se ne è avuta prova nella ambigua, falsa, fuorviante trasmissione di Gad Lerner.

Qui si respira tutta un’altra aria.

Mario intende restituire l’onore a suo padre Luigi Calabresi.

E nello stesso tempo riesce a dare voce ai sopravvissuti. Mogli (già, perche gli assassinati sono stati prevalentemente uomini) , figli, fratelli, nipoti.

I silenziati di questi ultimi 25 anni. In cui a scrivere la storia del terrorismo politico sono stati gli autori dei delitti.

E’ come se avessero dovuto diventare grandi ed adulti quei piccolini di 3 e 5 anni diventati orfani perché un gruppetto di terroristi fondamentalisti di sinistra e di destra avevano deciso di sparare o a singole persone inermi o a caso, nelle piazze o alle stazioni:

“La curiosità di capire, di scoprire cosa si diceva e si scri­veva di mio padre, esplose quando avevo quattordici anni. In quarta ginnasio cominciai a saltare la scuola per anda­re a leggere i giornali dell’epoca nell’emeroteca della bi­blioteca Sormani, a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia. Continuai a farlo per molto tempo, a volte con pause di mesi, almeno fino alla fine della prima liceo. Ar­rivavo presto la mattina, in anticipo sull’apertura del por­tone, per essere tra i primi a entrare. Mi fiondavo a fare la richiesta dei microfilm e, per evitare code e attese, spesso mi preparavo il foglietto giallo della domanda in anticipo. Prima affrontai il «Corriere della Sera». Partii dalla stra­ge di piazza Fontana per arrivare al giorno dell’omicidio. Era un lavoro solitario e metodico, che cavava gli occhi, ma che mi rapì. Mi immergevo in un’altra epoca, perde­vo il senso del tempo e del presente. Dimenticavo comple­tamente i problemi scolastici, le interrogazioni, il greco, i compagni di classe. Era un’esperienza totalizzante.

… Ancora oggi quando leggo cosa scrivevano, anche con­testualizzando ogni cosa, anche di fronte a uno Stato opa­co e «nemico», non mi capacito di frasi come questa del 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà ri­spondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito». O una pagina come quella uscita il 1° ottobre 1970, una settimana prima del­l’inizio del processo per diffamazione contro «Lotta Con­tinua», che presto si trasformò in un processo a mio padre: «Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquil­lamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara». (pag. 9-11)

C’è poi il tema della responsabilità.

L’eterno tema della responsabilità.

La questione per la quale, nel nome dei fattori esterni, quelli economici e “strutturali”, si mette in ombra il filone più fecondo in tema della responsabilità.

Ossia quello soggettivo che fa dire:

“Ma cosa ho fatto io?

Cosa ho provocato con la mia azione”

E’ una questione che viene elusa in più modi.

C’è quella dell’ex terrorista che neppure se lo pone questo problema. Costoro dicono: “quegli anni erano così. Abbiamo fatto quello che credevamo fosse giusto e corrispondente allo spirito del tempo”. “Non ho nulla di cui pentirmi”. Mentre scrivo queste righe ne vedo davanti a me uno che vive dalle mie parti. Crede di lavarsi la coscienza dedicandosi al recupero dei tossicodipendenti e ha lo sguardo torvo di chi ancora oggi giustifica ai propri occhi e a quelli del mondo le sue scelte. Credo che Stephen King si ispiri a concrete persone così quando ricostruisce le sue incarnazioni del Male.

C’è poi l’opinione pubblica, in genere di sinistra, che usa, ieri e oggi, lo slogan “Né con le brigate rosse, né con lo Stato”

E’ la linea della indifferenza morale.

Linea molto rassicurante per le loro psicologie superficiali. Perché li tira fuori dal gorgo della eterna e storica questione della responsabilità individuale.

“Io”, non la “Società”

“Io”, non la “Legge”.

C’è poi la posizione degli assassini (e usiamola questa parola sinistra che suona e sibila: assassini) protagonisti dei loro delitti.

Costoro dicono: “abbiamo pagato con la giustizia”.

E’ una posizione importante. Perché pone le cose sul terreno della legge.

Ebbene questa è la posizione che maggiormente addolora i sopravvissuti agli assassini dei loro parenti od amici.

Perché se li vedono blaterare nei loro libri. Li vedono saccenti e prepotenti come allora alle televisioni.

Su questo tema il libro di Mario Calabresi apre uno squarcio importante, decisivo, moralmente saldo e forte:

la responsabilità individuale resta,

anche dopo le pene scontate,

fino a quando ci sono i sopravvissuti

delle vittime

Un conto è la responsabilità penale, scontata con la pena (ma soprattutto con gli sconti di pena).

Tutto un altro scenario psicologico ed esistenziale è la responsabilità individuale che permane anche dopo avere pagato (ma soprattutto sotto-pagato) con la giustizia.

Su questo tema ci sono pagine solide e durature nel libro di Mario Calabresi (sottolineature mie):

Bisogna partire dalle vittime, dalla loro memoria e dal bisogno di verità.

«Farsi carico» è la parola chiave.

Delle ri­chieste di giustizia, di assistenza, di aiuto e di sensibilità.

Lo dovrebbero fare le istituzioni, la politica, ma anche le televisioni, i giornali, la società civile. Un Paese capace di voltare pagina in modo sereno e giusto conviene a tutti, non certo e non solo a chi è stato colpito.  ….

I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l’appel­lo. È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla defi­nizione delle responsabilità”. …

“C’è una donna che più di altre ha ragionato sull’incapa­cità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Ita­lia. Tarantelli venne ucciso a Roma all’università, dove in­segnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L’altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»

Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.

«Questo Paese non solo non è stato capace di ela­borare un lutto ma neanche un pensiero.

Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina sen­za farsi carico delle vittime è nettissima:

«In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alla fantasia dei terro­risti, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.

Ma non può essere così.

Pagata la pe­na si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.

E non è questione di volon­tà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.

Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.

Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare». (pag 96-100)

Su questo libro c’è stata una delle più belle puntate di Otto e mezzo.

Si sentiva una corrente di commozione in tutti i partecipanti.

Infine, il libro di Calabresi tocca solo incidentalmente il cosiddetto caso Sofri. Questo intellettuale che scrive su tutti i giornali immaginabili e che è stato condannato a 22 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Luigi Calabresi . Sentenza del 2 maggio 1990, confermata in Cassazione il 27 gennaio 1997.

Luigi ne parla solo in relazione ai suoi dubbi se accettare o no di diventare giornalista de La Repubblica, su cui scrive Adriano Sofri.

Dubbio risolto, con pacata intelligenza e vigoroso atto di fede nella vita che deve continuare, dalla sua straordinaria madre, Gemma Capra.

Io però non corro via su questo passaggio.

E tiro fuori dal mio archivio questo più che convincente articolo di Giampaolo Pansa, altro scampato ad assassinio per puro caso (sottolineature mie):

La grazia del Cavaliere? Sì
Ogni essere umano vive più vite. E quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura del carcere di Pisa

di Giampaolo Pansa

Adriano Sofri mi è sempre piaciuto poco. Forse perché mi sono imbattuto in lui tanti anni fa, quando era al culmine della sua vicenda politica. Parliamo degli anni Settanta, un’era tragica, segnata dall’emergere del terrorismo rosso e nero. E da un estremismo ideologico e nei comportamenti che avrebbe connotato per sempre più di una generazione.
In quel tempo, Sofri aveva meno di trent’anni (oggi ne ha sessanta giusti), ma mi sembrava un poco più anziano, come un ragazzo che si truccasse da vecchio. Piccolo, smilzo, lo sguardo febbrile, una carica inesauribile di intelligenza gelida che lo rendeva sideralmente lontano dagli altri capi di Lotta continua. Lo trovavo arrogante, gonfio di disprezzo per chi la pensava diverso, spesso pervaso da un odio politico così assoluto da farmi paura. Al tempo stesso, mi appariva tanto doppio e triplo che il mio giudizio su di lui risultava difficile da mettere a fuoco sino in fondo. E tutto si complicava alla luce di quegli occhi freddi o inespressivi, la spia di pensieri quasi tutti cattivi.
Attorno a lui ribolliva il magma di Lotta continua, un piccolo mondo abitato da caratteri e da intelligenze che si sarebbero rivelati compiutamente soltanto negli anni a venire. Erano ragazzi e ragazze spesso del tutto speciali. Dei primi della classe che, per furore politico e spirito di fazione, si erano rinchiusi in un mondo irreale nel quale progettavano costruzioni fantastiche che, alla fine, si sarebbero disfatte e li avrebbero travolti. Ma tutti erano comprimari che pesavano poco al confronto di Sofri. Lui era il monarca assoluto del reame di Lc. L’unico a contare. Il solo a decidere. Un leader dal carisma totale. E anche un giudice inappellabile.
Me ne resi conto di persona per un microscopico incidente che mi capitò nell’estate del 1971. Lotta continua aveva deciso di riunirsi a convegno in una città rischiosa per l’estremismo di sinistra, la placida, compatta e ostile Bologna. «Vai a vedere e racconta quel che succede» mi ordinò Alberto Ronchey, direttore della “Stampa”. Obbedii senza entusiasmo. Il congresso vero Lc l’aveva tenuto il 10 e 11 luglio a Pavia. Quella al Palazzetto dello sport di Bologna era soltanto una parata di militanti, più o meno duemila, per ratificare scelte già decise, a cominciare dalla mutazione di Lc in un movimento organizzato, un quasi-partito.
Così, quel sabato 24 luglio entrai presto al Palasport con il mio quaderno e una cartocciata di pesche comprate a un banchetto politico che diffondeva a tutto volume “Il cuore è uno zingaro” cantato da Nicola Di Bari. Mi vide subito un dirigente che conoscevo, Franco Bolis, di Pavia, da poco coordinatore nazionale di Lc con Giorgio Pietrostefani, allora per niente famoso. Dal palco, Bolis mi chiese: «Hai pagato?». Gli risposi di no, che non avevo versato la tassa prevista per la stampa borghese, ma in compenso mi ero comprato tanta della loro carta stampata: opuscoli, giornali, manifesti, cartoline.
Bolis sembrava incline ad accontentarsi dei miei acquisti, pesche comprese. Ma alle sue spalle comparve un robustone per niente cordiale. Ringhiò: «Quella roba non conta. Paga. Devi pagare. Fatelo pagare. Almeno 50 o 100 mila lire» (un quotidiano, allora, costava 90 lire). «Non credo che pagherò» annunciai, piccato. Cominciò una contesa verbale che si trascinò per un pezzo, sino a quando si affacciò dal palco Sofri. Mi guardò ed emise la sentenza su di me: «Io mi sono già espresso su questo qui». Non ci fu Cassazione né legittimo sospetto a salvarmi. Sofri aveva deciso e dovevo alzare i tacchi. Così, venni accompagnato alla porta con ruvida cortesia da un giovanotto in camicia verde e rettangolo rosso (come si vede Umberto Bossi non ha inventato niente).
Quell’episodio da nulla mi ritornò in mente tanti anni dopo, quando emerse lo schema del delitto Calabresi, secondo la confessione del pentito Leonardo Marino: lo stesso Marino che guida l’auto dell’agguato, Ovidio Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza l’omicidio e Sofri che dà il suo assenso.Avrà detto a Marino: «Su quel poliziotto mi sono già espresso», o qualcosa di analogo? Non lo so. Ma, a questo punto, per me non conta più molto come siano andate le cose allora. Sono e resto un colpevolista, per usare una parola spiccia. Però…
Il però l’ho già descritto tante volte su queste colonne. Dall’assassinio di Luigi Calabresi sono trascorsi trent’anni e sei mesi. L’Italia di quel tempo non c’è più. Siamo un altro paese, migliore o peggiore non lo so. Anche gli uomini che io penso responsabili di quel delitto non sono più gli stessi. Per di più, soltanto uno di loro, Sofri, sta in carcere. Marino è libero. Bompressi è a casa, ammalato. Pietrostefani è uccel di bosco, a Parigi o chissà dove.
Dunque, un solo problema pesa su di noi o su quel che resta dell’opinione pubblica italiana: Sofri, appunto. Da quando sta in carcere, non ci siamo mai parlati né scritti. Ma ho stampato molte parole su di lui e ho letto le parole che lui stampa su “Repubblica”, su “Panorama”, sul “Foglio”. A poco a poco, il tempo e i suoi scritti me lo hanno reso quasi un amico. Beninteso, è una faccenda che riguarda me, e non lui nei miei confronti. Ma è una faccenda seria che è cominciata quasi dieci anni fa. Quando Sofri, sull’”Unità” di Walter Veltroni, scriveva il suo “Diario” da una Jugoslavia straziata da una pazzesca guerra insieme civile ed etnica.
Voglio dirlo: in ogni puntata di quel diario, l’arrogante, il doppio, il gelido Sofri scoccava una freccia che mi centrava il cuore. E mi faceva sentire quel che ero: un italiano apatico e menefreghista. Che per anni, quattro anni!, aveva cancellato l’orrore del ghetto di Sarajevo, chiudendo gli occhi della pietà e della ribellione. E che non sapeva neppure collocare sulla carta geografica mentale dove fosse Vukovar, e dove Tuzla, e dove Mostar est…
Ogni essere umano vive più vite. Quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura di un carcere. La grazia è possibile, se non vogliamo continuare a essere una nazione in stivali di ferro, sempre pronta a schiacciare i vinti. Anche il Sofri degli anni Settanta è uno sconfitto. E chi se ne importa se a chiedere la grazia è, buon ultimo, Silvio Berlusconi! Ben venga anche la voce del Cavaliere. Forse ci aiuterà a tirare fuori dal carcere pure i vecchi terroristi rossi e neri che ancora vi stanno.
E a una certa sinistra, la sinistra dei Vattimo e dei Pancho Pardi, che chiede a Sofri di restarsene in prigione, voglio dire: attenti alla vostra faziosità cieca. Rischiate di diventare uguali a quella Lotta continua che, trent’anni fa, costruiva i roghi sui quali si bruciò e scomparve.

L’Espresso, 21 novembre 2002

Terroristi di sinistra e assassinio di Aldo Moro: il racconto giornalistico di Sergio Zavoli


16 marzo 1978: il rapimento di Aldo Moro

“Commemorare non è vuota retorica e neppure sfogo di massa:
è difendersi dalla tentazione dell’oblio.
E questo perchè non siamo nulla in assoluto.
Siamo soltanto ciò che siamo stati, meglio: ciò che ricordiamo di essere stati”

Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, 1994, p. 107

Giorni fa ricordavo che Percy Blakeney non dimentica una data. Ha il dono della memoria storica.
Riprendo da lui, rimbalzo e rilancio.
Ricordo quell’anno come fosse oggi.
Avevo trent’anni.
Stavo sul fronte opposto della Democrazia cristiana. Ma “protetto” e ideologicamente tutelato in un partito che, in una sua parte (quella del segretario Enrico Berlinguer), combatteva con la mobilitazione democratica il terrorismo. Riunioni di sezione, attivi, manifestazioni, articoli dell’Unità letti avidamente.
Gran scuola quella. Inscritta e stratificata nelle mie rughe facciali ed interiori.
Certo: non vedevo la doppiezza … non vedevo le retrovie …. non ero avvertito della tenacia delle ideologie.
Ero più ingenuo
Ci ho messo molto a diventare disincantato.
Ma in quello che sono c’è anche quella radice.
E il bilancio del mio corpo storico è comunque in positivo.

 


Roma, alle 9.15 del 16 marzo 1978, il giorno in cui il governo appena nominato, guidato da Giulio Andreotti, doveva presentarsi in Parlamento per ottenere la “fiducia” , l’auto che trasportava Moro da casa alla Camera dei Deputati fu intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse,  che in pochi istanti portò a termine una delle più feroci azioni terroristiche che si ricordino nella storia italiana contemporanea.

In una manciata di secondi, sparando con armi automatiche, i terroristi massacrarono i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Domenico Ricci e Oreste Leonardi) e i tre poliziotti a bordo dell’auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Moro venne caricato a forza su un’auto che si allontanò rapidamente verso una direzione in quel momento ignota. Il rapimento fu rivendicato con il primo dei nove comunicati che le Brigate Rosse inviarono durante i 55 giorni del sequestro. Il 9 maggio al termine di un presunto processo del popolo, sarebbe stato assassinato per mano di Mario Moretti. Il cadavere di Moro è ritrovato il 9 maggio in una Renault 4 rossa in Via Caetani, in pieno centro di Roma.


Nel mio diario cartaceo recupero queste pagine, oggetto di riflessione di anni passati.

Le cronache di Zavoli sono un reperto storico di grande importanza culturale.

Viene fuori come mostruosa può diventare l’ideologia. Una corazza sopra l’esperienza semplice della vita quotidiana:

 

“Non ci si può consegnare al dominio dell’ideologia, di qualunque ideologia, senza rinunciare ad essere interamente persone”

Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 12

 

I terroristi.

Anche loro squallidi impiegatucci che uccidevano per “abbattere lo stato”. Molto simili agli attuali terroristi islamici che sgozzano in base a principi religiosi e fanatismo ideologico.

Fanno impressione questi terroristi che rispondono chi in modo arrogante, come l’eternamente cinico Mario Moretti, per nulla scalfito nella sua convinzione di essere stato uno che ha fatto quello che gli imponeva la situazione:

“Siamo alla conclusione. Le consultazioni con i vostri compa­gni, gli ordini, gli accordi, i ruoli, e cosi via. Mi descriva se può, gli ultimi momenti dell’operazione.

Non posso.

Moro seppe che doveva morire? E se l’annuncio gli fu rispar­miato, da chi o da che cosa dipese?

Moro fu sempre consapevole di tutto lo svolgersi dell’operazione, dal­l’inizio alla fine. Quindi qualsiasi cosa sia stata fatta, che lo riguardas­se. Moro la sapeva.

Può darmi una risposta più netta, più esplicita? Moro seppe che sarebbe stato ucciso o no?

Sapeva che la scelta che noi avremmo adottato era arrivata ad un punto obbligato. Lui di questo si rese conto perfettamente.

Fu fatto nulla perché Moro credesse che gli sarebbe stata ri­sparmiata la vita?

Le ripeto, non si infierì in alcun modo: ne’ con un trattamento fisico né con un trattamento psicologico. Almeno, ripeto, per quanto riguarda tutte le mie responsabilità. Non si dava alcuna possibilità che si infierisse an­che psicologicamente sullo stato del prigioniero.

Mi vuole raccontare il momento in cui lei mise in quell’ap­parecchio telefonico quel gettone?

… cè poco da dire. Più che quel gettone contava inattesa delle ore suc­cessive, insomma che qualcosa succedesse. Non è successo nulla.

È vero che dette un gettone anche a Moro, e se è vero perché?

No, è falso.

A tragedia compiuta, a cose ormai tutte consumate, si è mai sorpreso a pensare a quanto le era rimasto, umanamente, di Moro? Che cosa l’aveva più segnato di quell’incontro?

Per quanto sìa forte il ruolo del personaggio, la persona è più ricca.

Per parlar chiaro, ebbe mai nostalgia di Moro vivo?

Una vicenda politica non ammette questi rimpianti, anche perché io non ucciderei mai una persona; mi si creda o no, non riesco ad immagi­narlo. Però questa è stata la mia vita, non posso averne un ‘altra. E pur­troppo non sono neanche un attore.

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 329-330.

Poco prima così aveva detto:

Davanti a Eleonora Moro che cosa direbbe lei per esempio?

La ascolterei. Penso che ha il diritto di dire tutto quel che vuole, ma iocredo che Eleonora Moro avrà trovato la spiegazione di ciò che successe nel fatto che suo marito era presidente della Democrazia cristiana. Altrimenti non riuscirebbe a spiegarsi che cosa è accaduto.

… ma in un Paese democratico, in uno Stato di diritto, es­sere presidente della Democrazia cristiana non implica fatal­mente il destino di essere uccisi !

No, certo; le ragioni per le quali ciò è avvenuto, però, stanno in qual­che misura nel ruolo che ciascuno di noi ha assunto. Voglio dire che o si accetta, e si riesce a spiegarlo, che in Italia è avvenuto uno scontro socia­le, e allora all’ interno di questo modo di vedere la cosa si possono trovare i tasselli..,

… mi perdoni: questo devono accettarlo gli altri, ma lei che cosa accetterebbe di farsi dire da Eleonora Moro in questo ipo­tetico incontro?

Tutto, tutto ciò che lei avesse eventualmente da dire... Per me può essere anche importante, mi va bene che venga ucciso il personaggio Moretti. È un personaggio dei media, al quale io non tengo minimamente perché la persona Moretti chi mi conosce, sa che è diversa. Siccome non ho mire personalistiche né politiche, al momento, credo di essere come molti com­pagni in una posizione di riflessione, di ascolto e di osservazione attenta della realtà, più che nella posizione di chi ha qualcosa da dire sull’anda­mento del mondo. Quindi, con animo molto sereno, potrei parlare anche a chiunque abbia sofferto un dolore così forte come la perdita di una persona con cui ha vissuto per tanti anni con emozioni intense…

E’ questo che direbbe a Eleonora Moro?

Se ritenesse di completare, sentisse il bisogno di conoscere come sua esperienza personale quella che è stata una vicenda che ci ha coinvolto na­turalmente tutti. »

… e dell’uomo Moro, di suo marito ne parlerebbe?

Mah, si fa sempre molta fatica a scindere quella che è stata una vicen­da politica da una vicenda anche personale. Io credo che l’uomo Moro non fosse poi molto diverso dal politico Moro. Non gli sì fa un grande onore, con questa separazione netta. Moro ha vissuto per ciò che ha credu­to. Ha vissuto, si è comportato, ha sentito, è stato un nostro avversario, ha avuto un ruolo, insomma.

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 318-319

 


Ma c’è anche chi è attraversato da tardivi pentimenti.

Ne vedo uno che balbetta, incalzato dalle domande di Zavoli.

Esibisce un anello matrimoniale al dito.

“Da come poi si sono svolti i fatti era chiaro che per catturare Moro sarebbe stato necessario uccidere tutti gli uomini della scorta. Non vi poneste il problema che quel massacro avrebbe prodotto reazioni durissime, anche a livello istituzionale?

Noi eravamo già nell’ottica dello scontro violento. Il discorso della guerra veniva battuto e ribattuto nei comunicati e faceva parte del nostro programma di allora. Pensavamo di potere comunque reagire, nella pro­spettiva di una rivoluzione che si pensava violenta, cruenta, a livello di guerra civile, e non ci si preoccupava di una reazione dello Staio, che avrebbe a sua volta innescato, da parte nostra, una risposta ancora più forte.

Chissà quante volte le sarà accaduto di rivedere in televisione le immagini di via Fani: quei corpi crivellati di colpi dentro le macchine, sull’asfalto, tutto quel sangue. Ecco, quel 16 marzo, quando la scena era sotto i suoi occhi, come la vide?

In quei casi..non c’è tempo per pensare..il problema è andare via subito e riuscire a realizzare, a compiere definitivamente la cosa, cioè por­tare via Moro.,. andare via, ecco, e riuscire a mettersi in salvo. In quei casi non puoi pensare, sono cose che si pensano sempre dopo.

Lei ha sparato, quel giorno? Quanti colpi?

Non ricordo… un caricatore.

Su chi?

… ci possiamo fermare?

Sì, certo…

persone che in precedenza o in seguito abbiamo colpito. Questi, purtrop­po, sono discorsi... sono cose che si valutano, si maturano quando uno si libera da queste corazze e comincia a rivedere tutto in un ‘altra chiave.

Ha mai pensato di potersi trovare di fronte, e magari per sua stessa scelta, al familiare di una vittima?

Si, ho pensato.. ecco, questo è ancora un mio grosso problema e penso che mi rimarrà... Non è solo per quella persona, è un po’ per tutte che, direttamente o indirettamente, mi sento responsabile. Perché, bene o male, è stata una esperienza così forte, così totalizzante, che anche quando ma­gari non e ‘ero, non mi sento meno responsabile della persona che c’era.,, Questo è un grosso problema, che rimane, e che ovviamente ognuno riesce ad affrontare con sé, con gli altri, in modo molto personale… ed è sicura­mente, per me, più difficile. Credo che qui non servano le frasi fatte, le dichiarazioni..non so, dì principio..Si può sospendere un attimo, per favore…

Certo. (Un’altra pausa)

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 288-290

 


Ma il documento storico di Zavoli è anche interessante sul piano tecnico.

In particolare sul modo di condurre le interviste:

“A questo punto, e con particolare riferimento al corpo delle interviste, sento l’obbligo di far partecipe chi legge di alcuni miei convincimenti maturati in una lunga esperienza. L’inter­vista orale nasce evidentemente alla radio, dove si faceva un grande abuso di parole. Bastava che una persona sollevasse un qualche interesse per intrattenerla a lungo, spesso al di là del necessario. Credo di avere parlato con migliaia di persone sen­za pormi il problema di farmi dire cose mai dette prima: non ricercavo, insomma, lo scoop. Mi lusingava invece lo scoprire, talvolta, che mi venivano dette cose di cui l’interpellato non si credeva capace, e che perciò non aveva ancora detto. Questo atteggiamento implica che ci si disponga  a un’intervista senza idee preconcette, con un questionario non premeditato, irrigi­dito da uno schema, ma in un atteggiamento di contestualità, cioè stabilendo un dialogo che vede le domande nascere dalle risposte appena ricevute. Ciò consente il massimo di naturalez­za e di scoperta, scongiurando il massimo di preordinamento e non di rado di pregiudizio.

Ho una visione libera del mio mestiere, ma penso che al suo interno vi siano norme da rispettare. Può essere appagante en­trare con facilità nel vissuto degli altri, non escludo che ci si possa addirittura compiacere di questa attitudine a creare la confidenza; bisogna però sorvegliare le regole del «gioco», le quali stanno, fondamentalmente, nel rispetto reciproco di chi domanda e di chi risponde. È un problema di natura etica. In una tesi di laurea dedicata al nostro programma, Lorenza Mo­retti analizza, con gli strumenti della semiotica, proprio l’appli­cazione di questo «contratto comunicativo» fra il giornalista e l’interlocutore.

Alcune interviste possono risultare significative anche per le risposte che non si ottengono. Mi è capitato più di una volta nella realizzazione dì questa inchiesta. Per esempio con Roberto Rosso, leader di Prima Linea, un intellettuale molto lucido, che ha studiato alla Normale di Pisa. Gli dissi: «Lei è fra quelli che decisero di uccidere William Vaccher e scrisse il volantino che rivendicava il delitto. Vaccher era solo sospettato di dela­zione. Nel volantino lei parla di solidarietà. Era solidarietà giu­dicare e poi uccidere un compagno senza avere le prove della sua colpevolezza?»

Rosso non riuscì a rispondere. Lo avevo portato in una zona in cui era molto debole» dove stentava a or­ganizzare, d’acchito, una difesa.

Allora cominciò a guardarmi: in una maniera prima attonita, poi sempre più intesa a dirmi che a quella domanda non poteva rispondere, che quanto gli contestavo era diventata la disperazione della sua vita.

Quel si­lezio quello sguardo, quel tremore sulle labbra diventarono insopportabili anche per me che lo intervistavo, oltre che per lui. Mi sembrò, allora, di non dovere profittare di una situazio­ne che pure aveva raggiunto una sua, sebbene dolente, spetta­colarità.

Per toglierlo dallo sgomento in cui era caduto, e dal quale non sapeva risalire, gli dissi:

«Vuole che l’aiuti?»,

e la risposta non furono le parole, fu quello sguardo fiducioso e quel «sì» appena percepibile. Allora improvvisai un supplemento di do­manda e lui potè uscire dall’ingorgo non solo psicologico in cui era finito.

È stato un momento di forte comunicazione tra due persone.

Anche nell’intervista a Bonisoli, alla richiesta di descrivere il suo ruolo nell’uccisione della scorta di Moro, ci fu una risposta silenziosa, cioè uno sguardo d’impotenza, di resa e insieme di rifiuto. Poi, la successione di altre domande:

«Lei ha sparato, quel giorno? Quanti colpi?».

 «Non ricordo, un caricatore.»

 «Su chi?»

E qui, per così dire, il cortocircuito. La domanda è perentoria, e ha l’aria di chiedere: «Glielo devo proprio dire, magari precisando il numero dei morti?». Allora allunga una mano verso la telecamera e chiede:

«Ci possiamo fermare?».

Io rispondo: «Sì, certo…».

Il video sì oscura e nessuno saprà mai quanto è durata quella pausa.Nel montaggio, un attimo; in questo libro, tre puntini di sospensione. Poi l’intervista rico­mincia, e ormai ha preso un’altra piega. Ma per quello che è appena accaduto risulterà qualcosa di più, o di diverso.

In Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Mondatori 1992, p. 9-10

Terroristi di sinistra: Cesare Battisti


ARRESTATO IN BRASILE EX TERRORISTA CESARE BATTISTI

Una buona giornata per la giustizia.
Per come vedo io i fatti sociali, quando gli autori dei delitti scontano la pena è una buona giornata.

Cesare Battisti, l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac) latitante dal 2004, è stato arrestato a Rio de Janeiro, in Brasile, insieme ad una donna, con falsi documenti francesi.

Condannato in Italia a due ergastoli per 4 omicidi tra il ’78 e il 79.

Evaso dal carcere italiano nel 1980, si rifugiò in Francia grazie alla “dottrina Mitterrand” (l’asilo a ricercati per atti violenti d’ispirazione politica che avessero rinunciato alla lotta armata) e divenne scrittore.

Nel 2004 un nuovo arresto, ai domiciliari e un’ estradizione più vicina, la latitanza.

 

Di questo personaggio domani scriveranno Il Manifesto, Liberazione, L’Unità. Ne parleranno come un  perseguitato. Uno per il quale occorrerebbe “chiudere con quella fase storica”.

Sono abbastanza sicuro che, come al solito non si parlerà delle vittime.

E allora oggi lo ricordo, nel mio DiarioBlog, con le parole di una vittima, Alberto Torregiani, rimasto paralizzato in un attacco armato di cui era mandante il “padrino” Battisti

 

L’ergastolo l’ho fatto….  ….io al posto tuo»

di ALBERTO TORREGIANI

(Figlio del gioielliere ucciso il 16 febbraio 1979. Per il delitto Cesare Battisti è stato condannato come mandante.

Continuo a leggere e continuo a non capire.
Non capire come si possa usare così tanta ostinazione nel nascondere la verità, nel non ammettere le colpe, così tanta falsità nel nascondersi dietro un dito.
Quel dito che più volte ha premuto il grilletto.
Rispondo alle tue lettere, caro Battisti.
Rispondo perché sia una volta per tutte chiarita la verità.
Chi ti risponde è Alberto Torregiani, figlio di una delle tue vittime. Che a causa di uno degli assalti del tuo gruppo – quello del 16 febbraio 1979, in seguito quale rimase appunto ucciso mio padre Pierluigi – è rimasto paralizzato a vita.
E che più volte tu e i tuoi compagni avete denigrato come “emerito imbecille” (mi riferisco alle risposte date proposte sul sito carmillaonline. com).
Rispondo con una lettera aperta, come tu hai scritto agli italiani e ai francesi. Non cado subito nella tentazione di parlare dei tuoi figli, della preoccupazione di padre che indichi come motivo della tua fuga (credo tuttavia che sia classico argomento pietoso, da ultima spiaggia).
La prima considerazione sta nella tua grande difficoltà nello scrivere ciò che riguarda.
Ricordo un tuo appunto, dove dicesti che per ben undici volte hai dovuto riscrivere stessa frase per farti capire dal tuo lettore.
Mi chiedo come mai una persona abbia così tanta difficoltà a scrivere un pensiero se tale pensiero è dettato dalla verità, dalla buona fede.
Sono consapevole, da provata esperienza di vita, che la verità non ha problemi ad esprimersi.
La difficoltà comincia quando si vuole “creare” la verità, “la frase giusta” finalizzata alla propria salvezza.
Le parole che ti accusano e che reputi così violente, lo choc di cui tu parli, non potrebbero mai paralizzarti, poiché non ne conosci il significato e non sai come la paralisi, quella fisica, rende una persona.
Come fai a scrivere questa ignobiltà quando da anni, e non solo in questi mesi, cordate di “rossi” appoggiano, sfruttando un canale privilegiato, la tua causa (come se tale fosse), al pari per esempio di un uomo davvero condannato ingiustamente come Nelson Mandela?
Ti prego, non confondere le anime di buona fede accoppiandoti ad una persona che della lotta per la libertà ha fatto bandiera. Nessuno grida, urla, sbraita contro una sola voce, e nessuno imputa aggettivi scorretti su di te.
La tua voce, il tuo pensiero si è fatto ascoltare, ed è solo grazie a gente che non si fa incastrare dalle “belle parole” che ora è possibile far intravedere il giusto; anche a quei più che difendevano la tua causa, ma solo perché ignari delle tue azioni. È impressionante come con tanta sprezzante facilità usi parole come «la mia sincerità», «la mia verità».
Certamente ogni uomo ha il diritto di opporsi alle accuse rivoltegli, ma certamente lo stesso uomo ha possibilità in questo Paese, come in quello in cui risiedi, di potersi difendere dalle stesse accuse.
Dici che hai preso parte a una guerra. Ma sbagli i conti: in quel gruppo armato in cui ti riconoscevi non c’erano migliaia di militanti, bensì pochi terroristi.
Tuttalpiù migliaia possono essere stati i simpatizzanti, ma questi non andavano in giro a far rapine, attentati, esecuzioni.
E se un certo Mutti ti indica come uno dei leader del gruppo dei Pac, come puoi tu e i tuoi compari scrittori scrivere che il Mutti è un bugiardo, quando lo stesso era appartenente proprio al tuo gruppo, e come te fece razzie, rapine, attentati, esecuzioni?
Non dai nessun valore alla sua parola, come si può dar valore alla tua?
Molte persone in vari tempi della storia, pur avendo perso fiducia nella giustizia, hanno usato altre “armi” per combattere e vincere le loro guerre. Se tanto male si riversava in te da questa giustizia che ora rinneghi, perché non hai cercato da subito lidi migliori?
E non giustificare con la solita propinata frase del “valore di Stato”.
Eri in galera con accuse per rapine, sei evaso perché cosciente dei tuoi crimini.
Non sei stato condannato dai pentiti ma dall’ammissione di colpevolezza comprovata dalla tua fuga dopo solo un anno e pochi mesi di carcere, e non dopo parecchi anni di carcere come dici.
L’impegno politico in quell’epoca ha travolto migliaia di persone, ma nessuna (se non i soliti pochi noti) ha brandito armi, ha sparato per la “rivoluzione”.
Voi parlate di guerra, di rivoluzione, come se queste parole vi appartenessero: la rivoluzione si fa contro un dittatore, un despota, uno Stato impositore.
Ebbene sì, è possibile ammettere che lo Stato italiano in quegli anni non fosse acqua di rose, ma ben lungi dal paragonarlo ad un Paese dittatore.
In ultimo, l’esilio che ti sei concesso non ti è stato imposto da nessuno e da nessuno dato come punizione.
Dopo anni su una spiaggia tropicale, hai preferito rifugiarti in Francia col solo ed unico scopo consapevole di poter rimanere libero, grazie ad un decreto che ha permesso tramite un gioco politico a tutti o quasi i delinquenti di deviare dalle loro responsabilità, nascondendosi in una botte di ferro.
Il tuo esilio sarà parte della tua storia, ma non certo del tuo Paese, lo stesso Paese che hai rinnegato e che oggi definisci popolato da imbecilli creduloni.
Non ho mai letto (in primis perché non lo sapevo) i tuoi libri, ma so per certo che in tutte le tue storie, oltre che raccontare certamente le tue gesta, rivolgi il tuo pensiero a quei ragazzi spaesati e inconsapevoli delle verità, cercando non di risparmiare loro lo stesso tuo sbandamento, ma inneggiando il tuo colore, la tua ideologia.
Niente da obbiettare, la libertà dona agli uomini la coscienza di decidere da che parte stare, ma la scelta diventa giusta se tutte le bandiere vengono elencate, spiegate e capite, solo allora se n’è in grado.
Oggi tu non riesci a capire il perché l’estradizione ti minacci ancora. Come giusto che sia la verità prima o poi salta fuori, la giustizia chiede il suo riscatto, uomini di buona volontà non si fermano alle meccaniche che gente del tuo stampo ha creato solo per fare i suoi porci comodi. È strano che nella lettera spedita ai tuoi avvocati parli della tua impossibilità ad accettare il carcere. Aggiungi che a pagare sarebbe la tua famiglia, i tuoi figli, che non ti permetti il rischio di non rivedere più i tuoi cari, il Paese dove sono nati.
Sono dispiaciuto per il futuro così amaro dei tuoi figli, sono solidale con loro, perché so cosa significa crescere senza un padre.
Ma sono convinto che un uomo integerrimo nelle sue idee possa trovare il coraggio di affrontare le responsabilità delle proprie azioni.
No, mio caro Battisti, non vi è scampo alla verità e alla giustizia.

Questo è quanto le mie ferite mi spingono a dire.

Perché chi sta scontando l’ergastolo non sei tu. Sono io.

(Da: http://www.politicaonline.net/forum)

Terroristi della famiglia comunista: La Corte d’Assise di Milano ha dichiarato estinti per intervenuta prescrizione i reati contestati a Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio e di Autonomia Operaia


TERRORISMO, PRESCRIZIONE SCALZONE

La Corte d’Assise di Milano ha dichiarato estinti per intervenuta prescrizione i reati contestati a Oreste Scalzone, ex leader di  Potere Operaio e di Autonomia Operaia.
Negli anni ‘80, Scalzone era stato condannato a 16 anni di reclusione per partecipazione ad associazione sovversiva, banda armata e rapine. Dal 1981 Oreste Scalzone era rifugiato in Francia.
Ora potrà rientrare in Italia senza il rischio di essere arrestato.
da: http://www.televideo.rai.it

Commento:
Per la serie: “la storia può anche non insegnare niente”.
Ora sarà inevitabile trovarlo a Porta a porta e altri chiacchere – show televisive (non radiofoniche: media poco gradito dai narcisisti patologici), assieme al suo sodale Antonio Negri, il Padrino del terrorismo ideologico ed operativo. Quest’ultimo, domenica sera al programma “Nulla di personale” su La 7 ha vomitato i suoi proclami stralunati per la “conquista del potere” (potere per che cosa? conquista con chi?)

La vita, vista dal punto di vista della politica, può essere davvero insultante.

Amalteo

PS qualche commento anche qui