progetto accreditamento sperimentale trasporto sociale e servizi domiciliari | Azienda Sociale Cremona


PROGETTO ACCREDITAMENTO SPERIMENTALE TRASPORTO SOCIALE E SERVIZI DOMICILIARI

Cremona, 08.04.2013

PER GLI ENTI LOCALI AMBITO DISTRETTUALE DI CREMONA

Il Piano di Zona 2012 – 2014, approvato dall’Assemblea dei Sindaci nella seduta del 29 marzo 2012, unitamente all’accordo di programma per la sua attuazione, prevedeva, tra gli obiettivi, la definizione delle procedure per l’accreditamento sperimentale del trasporto sociale.

In particolare si considerava necessaria una fattiva collaborazione con il Centro di Informazioni e Servizi per il Volontariato sia in una prospettiva di conoscenza delle realtà presenti che di informazione – formazione.

Sulla base di queste indicazioni, il Consiglio di Amministrazione ha provveduto all’approvazione di una prima traccia di lavoro, allegata alla presente, ed alla definizione dell’attività di ricognizione della situazione presente in ogni singolo Comune dell’Ambito, in collaborazione con il CISVOL.

Il CISVOL curerà la rilevazione dell’associazionismo e del volontariato, mentre l’Azienda curerà la rilevazione relativa ai Comuni, da attuarsi concordemente entro il prossimo 31 maggio 2013.

Questo premesso, si chiede la collaborazione dei Comuni nella compilazione della scheda allegata, da restituire entro la data indicata.

Nel ringraziare per la collaborazione, si coglie l’occasione per porgere i migliori saluti.

IL DIRETTORE GENERALE

Ettore Vittorio Uccellini

Scheda rilevazione Comuni.pdf

da   progetto accreditamento sperimentale trasporto sociale e servizi domiciliari | Azienda Sociale Cremona.

Gestioni associate e piccoli comuni / Dossier / Documenti della Legautonomie


La gestione associata delle funzioni è una sfida che le autonomie devono fare propria e che deve essere collocata in un quadro normativo chiaro e razionale, che agevoli i processi associativi nel rispetto dell’autonomia dei comuni, promuovendo una gestione più efficace di funzioni e servizi nell’interesse delle comunità e dei territori. 

I dati attuali contano 367 unioni e 1851 amministrazioni comunali coinvolte: un fenomeno sicuramente in costante crescita con modalità differenziate sul territorio e destinato a consolidarsi per le disposizioni che obbligano alla gestione associata delle funzioni fondamentali. La prospettiva di costruzione di un ente locale che coniughi visione di governo strategica e efficiente gestione delle funzioni e e servizi comunali spinge dunque verso la gestione associata delle funzioni dei piccoli comuni.

….

tutta la scheda e gli allegati qui   Gestioni associate e piccoli comuni / Dossier / Documenti / Home – Legautonomie.

La gestione associata di funzioni e servizi nei piccoli comuni Traccia della relazione del Direttore di Legautonomie, Loreto Del Cimmuto, svolta al convegno promosso dalla Fondazione Logos PA il 7 novembre 2012


PICCOLI COMUNI
Traccia della relazione del Direttore di Legautonomie, Loreto Del Cimmuto, svolta al convegno promosso dalla Fondazione Logos PA il 7 novembre 2012

NUOVO – Contratto di Servizio tra i Comuni dell’Ambito distrettuale di Cremona e l’Azienda Sociale del Cremonese | Azienda Sociale Cremona


NUOVO – CONTRATTO DI SERVIZIO TRA I COMUNI DELL’AMBITO DISTRETTUALE DI CREMONA E L’AZIENDA SOCIALE DEL CREMONESE

Cremona, 30.04.2012

L’Assemblea dei Comuni Soci dell’Azienda Sociale del Cremonese ha approvato, nella seduta del 26 aprile 2012, il Contratto di Servizio che disciplina i rapporti tra l’Azienda e i Comuni dell’Ambito distrettuale di Cremona, in qualità di proprietari dell’Ente medesimo.

Tale atto è la conseguenza dell’adozione del Piano di Zona 2012-2014 e dell’Accordo di Programma da parte dell’Assemblea dei Sindaci in data 29 marzo 2012. In tali documenti si riconosceva all’Azienda Sociale del Cremonese la funzione di capo-fila del Piano di Zona 2012-2014 e la funzione di gestore delle risorse del medesimo per l’attuazione delle priorità di intervento e dei servizi che ad essa sono stati trasferiti.

Per tale motivo,

si richiede ad ogni Comune dell’Ambito distrettuale di Cremona e all’Unione dei Comuni Lombarda dei Comuni di Corte de’ Frati e di Olmeneta di deliberare, con un atto di Giunta, l’adozione del Contratto.

E’ possibile scaricare:

  • schema di delibera di Giunta;
  • Contratto di Servizio approvato dall’Assemblea dei Soci in data 26 aprile 2012 (quale allegato alla delibera di Giunta).

 A disposizione per ogni ulteriori chiarimento, colgo l’occasione per porgere i migliori saluti

 IL PRESIDENTE

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE

(Luigi prof. Amore)

Bozza contratto servizio Comune e Azienda 2012 – 2014.doc

da NUOVO – Contratto di Servizio tra i Comuni dell’Ambito distrettuale di Cremona e l’Azienda Sociale del Cremonese | Azienda Sociale Cremona.

Consorzio Impegno Sociale: Albese con Cassano, Bulgarograsso, Cadorago, Casnate con Bernate, Cassina Rizzardi, Cavallasca, Fino Mornasco, Grandate, Guanzate, Montano Lucino, Senna Comasco, Vertemate con Minoprio, Luisago


Il Consorzio si costituisce ad Agosto 1999 con un gruppo di tredici comuni (Albese con Cassano, Bulgarograsso, Cadorago, Casnate con Bernate, Cassina Rizzardi, Cavallasca, Fino Mornasco, Grandate, Guanzate, Montano Lucino, Senna Comasco, Vertemate con Minoprio, Luisago) con Statuto pubblicato su BURL  serie editoriale inserzioni bis n.34 del 25/08/99.

Consorzio Impegno Sociale.

Gestioni associate, in consiglio regionale della Lombardia la bozza di legge , Anci Lombardia


 

Gestioni associate, in consiglio regionale la bozza di legge
Il testo licenziato dalla commissione andrà in consiglio regionale il 20, 21, 22 dicembre.

 

IN ALLEGATO: il testo del pdl 0130.
Il collegato alla finanziaria contiene importanti modifiche sulle gestioni associate. In particolare, la Regione interviene sui limiti demografici minimi, riportandoli a 5000 abitanti o al quadruplo del Comune più piccolo in pianura, e 3000 abitanti o il quadruplo del più piccolo in montagna.
La legge prevede anche deroghe ai limiti sopracitati, se opportunamente motivate.
Vengono inoltre confermate le incentivazioni alle Comunità montane e alle unioni esistenti a settembre 2011, prima dell’entrata in vigore dell’articolo 16 della manovra estiva. Abolito invece il raddoppio del contributo per le unioni comprendenti comuni a svantaggio medio-elevato.
ANCI Lombardia parteciperà inotre al tavolo tecnico che la Regione aprirà per definire ambiti e forme delle gestioni associate future. “Siamo ovviamente più che disponibili a collaborare nei prossimi mesi con la Regione – conclude Cavazzini -. Riteniamo che al tavolo dei lavori dovrà essere affrontato anche il tema, oggi ancora non risolto, dei finanziamenti alle forme associative nuove, e in particolare alle unioni di Comuni e alle convenzioni qualificate che si formeranno da qui in avanti”.

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Allegati
Il testo del pdl 0130


Regione Lombardia: Legge sui piccoli Comuni, ricorso alla Consulta


Legge sui piccoli Comuni, Regione ricorre alla Consulta

Regione Lombardia ricorrerà alla Corte Costituzionale contro l’articolo 16 della legge 148 del 14 settembre 2011, che obbliga i Comuni a gestire servizi e funzioni fondamentali in modo associato con un minimo di 10.000 abitanti. Cosa piuttosto difficile in una Regione come la Lombardia, che conta 1088 piccoli Comuni (con meno di 5000 abitanti)

da: http://www.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=News&childpagename=Regione%2FDetail&p=1213472278351&pagename=RGNWrapper&cid=1213472278351

Integrazione e localizzazione delle Politiche sociali: analizzare il ruolo dei territori come punto di convergenza di programmi e di servizi diversi, di Antonio Bellicoso


Integrazione e localizzazione delle Politiche sociali: analizzare il ruolo dei territori come punto di convergenza di programmi e di servizi diversi

di Antonio Bellicoso (*)

La legislazione recente fa riferimento al “territorio” come attore delle politiche, come spazio ove circolano problemi e risorse con le quali le politiche si confrontano dando vita ad un terreno d’integrazione delle politiche stesse. Affinché i servizi “siano” (attivamente) nel territorio, lo attivino e lo trasformino, essi stessi devono a loro volta attivarsi, ridefinirsi e trasformarsi.  I confini tra il territorio e i servizi devono essere più vicini al concetto di “frontiera” che a quello di “confine” di Barth. Deve realizzarsi uno spazio, che inizialmente a livello fisico c’è già, terra di accesso per entrambi (territorio e servizio) prima ed incontro dopo. Il confronto che ne seguirà darà luogo alla graduale estensione di questo spazio sotto il profilo “sociale” che all’origine era “frontiera. L’apertura reciproca consentirà la possibilità di attivare l’interazione e di definire da ambo i lati, tra interno ed esterno una sorta di propria identità, anzi, se collettiva, meglio. Senza voler disturbare Bauman, l’identità è un processo di costruzione, definizione e ridefinizione a cui le due entità non possono sottrarsi. Se tra i due soggetti (territorio e servizi) ci servissimo di un paio di muratori, un architetto, un ingegnere ed un urbanista “invisibili” per commissionare loro la realizzazione di un progetto volto a costruire un “ponte” che sia in grado di unire i due spazi, avremmo già avviato forse, un’opera di integrazione capace e pronta di generare connessioni, scambi, reti e quant’altro di necessario per favorire una comunicazione circolare, senza voler scomodare Watzlawick quando questi per l’appunto faceva riferimento alle caratteristiche della comunicazione “circolare” e in particolare ai cinque assiomi della comunicazione umana. Se pensiamo al processo di riforma della Pubblica Amministrazione che investe gli Enti Territoriali della funzione di programmare lo sviluppo locale; se pensiamo allo schema di sviluppo dello spazio europeo e allo stesso Legislatore italiano, ci vien d’obbligo constatare che le istituzioni territoriali hanno oggi il compito di analizzare, pianificare, programmare e gestire il processo di trasformazione del territorio, inteso come “spazio pensato”. Il concetto chiave è che bisogna costruire per il “divenire” di un territorio e per far “divenire” un territorio bisogna saperlo leggere, decodificare, interpretare al fine di promuovere e “governare” quel “divenire” secondo strategie di sviluppo condivise fra i vari attori, siano essi pubblici, siano essi non pubblici. Cos è un sistema locale se non il complesso delle relazioni sociali, economiche, istituzionali, urbane, ecc., sedimentate e strutturate nel tempo e nello spazio, tra gli attori sopramenzionati sul territorio stesso?

Ciò per significare che non c’è scollamento tra un sistema ambientale e un sistema sociale. Se il territorio è “pensato” in termini di spazio, vorrà dire che ogni azione umana può modificare il sistema di relazioni preesistente, o no? Certo che sì! Tornando al concetto di “ponte”, l’integrazione di un servizio evoca parole quali “accessibilità”, “soglia”, “spazi”, “pratiche”, ecc. Alla luce di quanto sopra finora riportato, potremmo cominciare a definire in modo più chiaro e marcato che il territorio può essere definito come il contesto sociale che circonda il servizio, luogo fisico e sociale “pensato” che produce socialità, relazioni. D’altro canto, cosa sono i servizi se non relazioni che producono relazioni? Il servizio è costituito di relazioni e la sua azione di fatto è “interazione” e l’interazione è costituita da comunicazioni, interscambi e legami sociali. Per estremizzare si può forse meglio definire i servizi come flussi di interazioni. I servizi, soprattutto quelli dell’assistenza sociale non creerebbero relazioni, flussi e quant’altro se la loro unica preoccupazione fosse quella di somministrare colloqui o prestazioni codificate in un contesto spaziale “modello attuale” nella stragrande maggioranza dei luoghi ove si fornisce la “prestazione” su “richiesta” dell’utente (eh si, perché nell’antiquato modello di interazione operatore – utente, il primo non da’, se il secondo non chiede), in un ambiente artificioso con un setting rigido dove il modello di comunicazione, per ridisturbare Watzlawick (d’altro canto, questi nel campo della comunicazione equivale al Polanyi degli accostamenti con il welfare), è di tipo “up-down”. I servizi devono, lo si diceva prima, ridefinirsi, riadattarsi, trasformarsi. Il servizio integrato con il territorio è il servizio che invece di “dare” e di sentirsi “chiedere”, costruisce insieme a….e con…. Se per territorio si vuole intendere quanto sopra descritto e per servizi quanto illustrato, allora, forse, abbiamo motivo di pensare e di credere che nell’ambito dell’integrazione e localizzazione delle politiche sociali, il territorio può, anzi deve essere considerato ed inteso a tutti gli effetti, un punto di convergenza di programmi e di servizi diversi. Un esempio duplice documentabile di territorio che funge da punto di convergenza in tal senso è costituito da un lato dall’eseperienza delle ludoteche del Comune di Napoli e dall’altro dalla cooperativa Olinda ubicata presso l’area dell’ex manicomio Paolo Pini a Milano. A Napoli, così come a Milano, lo spazio, sia esso fisico sia esso sociale, viene offerto e utilizzato per proporre e attivare non interventi tradizionalmente concepiti dai servizi di vecchio stampo, ma processi e flussi di interazioni i cui protagonisti non sono solo gli utenti considerati finali di una volta, cioè i bisognosi dell’intervento, e non solo gli operatori coinvolti in prima persona, ma il territorio medesimo che in questo caso può fungere da destinatario finale, poiché tutte le parti in gioco (persone, operatori, istituzioni, municipalità, ecc.) si arricchiscono. Il servizio che apre i propri confini di frontiera dell’interno e mediante il “ponte” si estende all’esterno dando vita ad un processo interattivo di mescolanze, e incontri di socialità diverse, funge da motore di integrazione territoriale i cui effetti sono la compartecipazione e compresenza di più realtà, di più entità. A Napoli le ludoteche vengono disseminate nei singoli quartieri della città e adibite a spazi di incontro, gioco e quant’altro, aperte a tutti i bambini e ragazzi e presso le quali, al fianco degli operatori collaborano attivamente i genitori dei ragazzi stessi. Il progetto “adotta una piazza” attivato da una ludoteca delle sopra menzionate, si inserisce anch’esso in questa logica di territorialità partecipata dove il territorio funge da luogo di attrazione, in questo caso la piazza viene frequentata per condividere e partecipare un evento che unisce più tipologie di destinatari, per così dire. All’ex manicomio di Milano, l’esperienza che da svariati anni si sta portando avanti è per certi versi, similare. Sono stati ridefiniti e riattivati taluni spazi, anche dal punto di vista urbanistico, interni all’area ove è situata la struttura e tramite l’implementazione di progetti alla cui stesura hanno fattivamente partecipato gli attori dei quartieri circostanti, misurandosi in un lavoro di partnership, sono stati simbolicamente divelti i confini che, in questo caso specifico, sotto forma di spettro tenevano la struttura impenetrabile allo sguardo della cittadinanza, e costruiti gli accessi per il passaggio al suo interno. Una proliferazione di processi e progetti realizzati mediante la compartecipazione degli attori di cui sopra ha consentito la realizzazione di “vivere” e “partecipare” il territorio da parte di tutti in svariate aree vitali (ludiche, gastronomiche, culturali, teatrali, ecc.) Napoli e Milano non sono le uniche realtà dove si situano esperienze similari, ne se sono altre sparse qua e là in Italia, ma la chiave di volta del successo è data dal rapporto con il territorio di reciproca costruzione dove l’utente diventa co agente e dove lo spazio diventa luogo e motore di processi di interazioni. Sulla scia degli assunti e principi in precedenza riportati e sulla base degli esempi pratici sopra menzionati, credo quindi che non si possa non connotare il territorio come il luogo “eletto” a punto di convergenza di programmi e di servizi diversi, nell’ambito dell’integrazione e localizzazione delle politiche sociali. Si tenga presente che quando parliamo di “integrazione” e “localizzazione” delle politiche sociali, mi riferisco ai due pilastri da intendersi quali orientamenti di base che sottendono proprio al processo di integrazione, dove l’uno (integrazione) impone di ricercare connessioni e sinergie tra politiche che intervengano in diverse materie sociali (lotta all’esclusione sociale, politiche di sviluppo locale, politiche di recupero di aree degradate) e l’altro (localizzazione) che impone che l’area urbana, locale, municipale conducano a sintesi la pluralità degli interventi affinché facciano sistema e generino quel tessuto sociale integrato che passa per “coesione sociale” da distinguersi dal vecchio corrispettivo termine “integrazione” dell’antico sistema di welfare. L’esclusione sociale, l’invecchiamento della popolazione, i quartieri degradati, l’immigrazione, non possono non essere trattati se non in sede locale e in modo integrato. I principi di sussidiarietà, coesione sociale, pari opportunità, empowerement che sottendono alle logiche dell’integrazione sono presenti e se non lo sono, si coltivano nel territorio e i problemi a cui facevo riferimento prima non si superano con i tradizionali sussidi, ma con politiche attive del lavoro, recuperi di aree degradate. La povertà e l’esclusione sociale non si curano con i farmaci, i colloqui o i sussidi, ma rendendo i bisogni materia di costruzione, riattivazione, facendo sì che i destinatari finali non siano necessariamente i classici “utenti”, ma il territorio nella sua globalità. Il ruolo centrale “giocato” dal “quarto livello” di governo di Donolo, definendolo prima europeo e poi “costituente” e la centralità dei programmi europei (equal, urban, ecc.) portano a sviluppare nelle aree locali politiche di valorizzazione delle risorse di ogni ordine e grado.

Poiché l’area, intesa da un punto di vista morfologico o fisico non è sufficiente da sola a far sì che si realizzino esperienze come quelle di Napoli e Milano sopracitate; la trasformazione da area così intesa a “territorio” come lo dobbiamo intendere, può avvenire tramite l’applicazione di due principali ed importanti strumenti, entrambi, introdotti dall’orientamento e dalle norme della riforma, la “partnership” e i “dispositivi”. Per partnership si intende l’azione di mettersi insieme tra attori diversi, con diverse competenze, con diverse specificità e appartenenze al fine di costruire politiche integrate, passando per il confronto, la discussione, e perche no, anche il conflitto, anzi il conflitto, secondo l’una delle due versioni contrastanti insite nel concetto di coesione sociale è considerato motore di crescita, di costruzione. Per dispositivi invece intendiamo quegli strumenti specifici mediante i quali si costruisce formalmente l’integrazione sociale. Ci riferiamo al Piano di Zona, ai Contratti di quartiere, ai livelli minimi di assistenza, ai programmi individualizzati, agli accordi di programma, ecc. Gli attori sociali coinvolti, siano essi pubblici, siano essi non pubblici, il cosiddetto “terzo settore”, sono chiamati a lavorare attorno ad un tavolo per costruire insieme le politiche. Ci sono realtà dove gli attori non pubblici vengono coinvolti sin dall’inizio della stesura del piano di zona, ci sono realtà dove invece questi vengono chiamati a redazione del piano di zona completata…..”dipende!”

Giacchè abbiamo menzionato or ora gli attori che si siedono attorno ad un tavolo per discutere e costruire, mi sono imbattuto in un articolo di Paolo Ferrario che, come tanti altri, riconosce presenti nel campo delle politiche sociali post riforma i tre ambiti (stato, mercato, famiglia) in gioco, le cui proprietà costituiscono oggetto di ispirazione da parte di Esping-Andersen quando per costruire i suoi tre modelli di welfare regimes estrapola dai lavori di Polanyi, le tre forme di integrazione (reciprocità = famiglia e parentela; redistribuzione = stato; scambio di beni = mercato). Paolo Ferrario vede tra gli ambiti di discussione queste tre entità e ci ricorda questo accostamento, facendo per l’appunto, riferimento a Polanyi. Un altro punto importante che interviene a completamento di una buona riuscita di progetti mirati all’integrazione delle politiche locali dove il territorio  può costituire punto di convergenza di programmi e servizi diversi è quello relativo al seguente aspetto innovativo. Se i servizi vengono intesi non più come strutture fisiche che erogano prestazioni, ma come unità territoriali che sul territorio e con i soggetti territoriali creano processi, è lecito comprendere il perché l’orientamento attuale del governo è quello di inviare fondi a chi dimostra di intendere gli interventi di politiche sociali in tal senso. Guarda caso, i finanziamenti pubblici sono indirizzati per la maggiore proprio in quei contesti territoriali dove si programmano progetti e processi e non più sulle azioni miranti ad erogare interventi singoli settoriali (sussidi, ecc.). In altre parole, un progetto che metta in rete più soggetti territoriali facendoli convergere verso finalità e obiettivi coerenti con le nuove prospettive e bisogni emergenti (politiche di riduzione dell’esclusione sociale, degrado urbanistico, ecc.) in una logica di programmi territoriali di servizi, catalizza una maggiore attenzione e priorità. Un altro aspetto molto importante che la centralità del territorio nell’ambito dell’integrazione e localizzazione mette in evidenza e genera è il passaggio o cambiamento del destinatario, come accennavo anche in precedenza. Il destinatario finale dell’intervento è sì il territorio stesso, ma è anche il “co-agente”, il vecchio cliente che da soggetto passivo diventa soggetto attivo, ma di questo abbiamo già parlato. L’importanza del territorio si evince anche dall’orientamento in atto dell’apparato politico amministrativo che privilegia i trasferimenti monetari e al quale può essere associato ad una esternalizzazione delle prestazioni, affidate alle organizzazioni del terzo settore e da qui la nascita del mercato sociale. I concetti di partenship, di mercato sociale, di territorio stesso, non possono, nell’ambito dell’argomento che sto trattando e in relazione specifica al titolo della presente tesina, non farmi fare un collegamento (tanto per uscire un po’ fuori dal “quadrato”) con il concetto innovativo di “marketing territoriale”, ma accennerò qualcosa, a tal riguardo, alla fine se mi rimarrà ulteriore spazio. Un altro aspetto importantissimo introdotto dalla dimensione territorio in relazione al suo punto di convergenza di programmi e servizi diversi, sempre nell’ottica della integrazione e localizzazione delle politiche sociali è il processo di “decategorizzazione” degli interventi, perché l’agire nei modi sopra detti orienta gli attori a non pensare più alle categorie di utenti, ma a implementare programmi che trasversalmente attraversino i vari “cicli di vita” delle persone considerandole come totalità, come insieme. Si agisce sulla povertà od esclusione sociale mediante politiche rivolte al settore urbanistico, politiche attive del lavoro e via discorrendo. Non si risolve il problema della povertà con un sussidio. Lo stesso dicasi per i problemi dell’immigrazione. Non si può pensare di risolvere la problematica degli immigrati con i sussidi, ma di deve fare politica intorno ai problemi dell’abitare, del lavoro (sempre in termini però di politiche attive), ecc. Ciò inoltre mi consente di introdurre l’aspetto di non secondaria importanza che è quello della “qualità sociale”. La trasversalità delle azioni, gli interventi che cambiano in progetti e processi incidono positivamente sul concetto di “qualità sociale” e le politiche sociali impostate come sopra riportato diventano agli occhi di tutti, meritevoli di investimenti collettivi poiché tendono a generare contesti di qualità sociale, per l’appunto. La qualità sociale è un insieme di condizioni che si devono perseguire, quali il grado di sicurezza socio-economica, il grado di eguaglianza delle opportunità, il grado di coesione sociale, il grado di empowerment, ossia il principio della capacitazione, nonché valorizzazione delle risorse. Cosa ci resta ancora ora da prendere in considerazione per concludere questo lavoro? Direi che proporre servizi diversi applicando i principi e i concetti propri dell’integrazione e localizzazione finora trattati e alla luce delle due sintetiche esperienze territoriali sopra riportate, non è forse poi così impossibile, provare a pensare al motto “integrare è bello” purchè si abbia l’accortezza di prendere alcuni accorgimenti, quali: fare in modo che il parco non sia solo attraversato, ma vissuto; che la piazza non sia solo attraversata, ma frequentata; che il bar non sia solo un distributore automatico, ma un luogo dove barista e contesto accogliente possano non mancare; che  l’escluso sociale non lo si indirizzi ad un altro posto perché il nostro quadrato mentale (frutto del patrimonio cognitivo) non ci consente di individuare e “picchettare” dei punti di appoggio per quanto meno far vedere al malcapitato quanto “profondo possa non essere il suo mare”.

Per i motivi sopradetti, per i principi sopraenunciati e per gli esempi citati, si può pertanto affermare, come più volte ribadito che il territorio nell’ambito della integrazione e localizzazione delle politiche sociali, può fungere da punto di convergenza di programmi e servizi diversi, in quanto luogo particolarmente favorevole a che ciò si verifichi.

Trovare la soluzione A o B prima di rispondere “mi scusi non è di mia competenza”, ci permetterebbe di “costruire” e non di sentirci in dovere di giustificarci con i colleghi dicendo loro “non era motivato, quindi gli ho detto di tornare più avanti…..quando si parla dell’alcoldipendente si è infatti convinti che se non è motivato non lo si può curare, certo…..col vecchio modello, tutto è possibile!!! Non c’è spazio, come supponevo per trattare in coda l’argomento del marketing territoriale, mi limito però a riportare uno slogan che recita così : “il territorio fa marketing in quanto genera scambi sia al proprio interno sia nei confronti di aree geografiche esterne, con l’obiettivo di creare valore per la comunità di riferimento”….non mi si dica che in questo assunto non calzi bene tutto il discorso dell’integrazione delle politiche sociali. L’ho estrapolato da un lavoro di Cecilia Gilodi.

Bibliografia

-          L.Bifulco (a cura di), Il genius loci del welfare. Strutture e processi della qualità sociale. Roma, Officina edizioni, 2003, capitoli 1-2-3-4-6

-          O.de Leonardis, “Ripensare i servizi sociali”, in un diverso welfare, Milano, Feltrinelli, 1998

-          O. de Leonardis, “Povero abile povero. Il tema della povertà e le culture della giustizia

-          R.Monteleone, “La contrattualizzazione delle politiche socio-sanitarie: il caso dei voucher e dei Budget di cura”, in L.Bifulco, a cura di, Le nuove politiche sociali, Roma, Carocci, in corso di stampa

-          Appunti presi durante le 3 lezioni in aula della materia di insegnamento “L’integrazione delle politiche sociale, Prof.ssa Ota de Leonardis, ivi incluso il lavoro realizzato presso la cooperativa Olinda nel corso dell’ultima lezione

-          Watzlawick P. e altri, La pragmatica della comunicazione umana, Edizione Astrolabio, 1971

-          P.Ferrario, Condizioni per un efficace processo programmatorio dei piani di zona, in Movi Fogli di informazione e di coordinamento n. 2/3 Marzo-Giugno, Milano 2002

-          Eutropia onlus & altri (a cura di), Manuale operativo per l’integrazione delle politiche sociali, Università la Sapienza – Roma 2004

-          G.Cella, Le tre forme di scambio: reciprocità, politica, mercato a partire da Karl Polanyi, Il Mulino, Bologna 1997

-          Appunti delle lezioni della Prof.ssa M.Giacomini relativamente agli argomenti trattati sui concetti di “confine” e “frontiera”

-          Appunti delle lezioni del Prof. Benassi relativamente agli argomenti trattati su Polany e le tre forme di integrazione

-          M.Serati, S.Zucchetti, Valutare e programmare le politiche di sviluppo: teoria e applicazioni, in Liuc Papers, n. 126, luglio 2003

-          Cecilia Gilodi, Territorio e marketing, tra letteratura e nuovi percorsi di ricerca, in Liuc Papers, n. 149, giugno 2004

-          Legge 328/00

-          Bando della Regione Lombardia relativo ai contratti di quartiere

*Assistente Sociale Specialista, Direttore del Portale S.O.S. Servizi Sociali On Line – http://www.servizisocialionline.it

Welfare e Piani sociali di comunità. Fretta cattiva consigliera


Welfare e Piani sociali di comunità. Fretta cattiva consigliera
In allegato: testo Terzo Settore, nota Civico, slide Zandonai e foto
Franca Olivetti Manoukian
Entro la fine di quest’anno i nuovi enti territoriali nati dalla riforma istituzionale dovranno presentare alla Provincia i “Piani sociali di comunità”. Scade, inoltre, il 31 ottobre, quindi fra pochi giorni, il termine per individuare e trasmettere sempre alla Provincia le priorità di questi Piani di comunità. Di queste indicazioni Piazza Dante ha bisogno per poter impostare le politiche sociali (il “Piano sociale provinciale”) e le risorse da riservare al settore. Senonché i Piani sociali di comunità dovrebbero scaturire da una rilevazione dei bisogni effettuata in ogni territorio e con la collaborazione dei soggetti del Terzo Settore (cooperative sociali, associazioni non profit, ecc.), coinvolti in appositi “Tavoli”. Soggetti del Terzo settore che proprio oggi, ascoltati sull’argomento dalla quarta commissione del Consiglio provinciale, hanno evidenziato i rischi di un’operazione troppo importante per concludersi in tempi così stretti.

IL TERZO SETTORE

“La pianificazione a livello di comunità sta muovendo i suoi primi passi”, ha osservato Silvano Deavi (intervento allegato) non solo a nome del Consolida di cui è presidente ma anche di numerosi altre associazioni non profit presenti alla consultazione. “Il quadro di indicazioni metodologiche e statistiche è ancora troppo poco definito. Il sistema informativo delle politiche sociali è in fase di cantierizzazione e, ad oggi, la base statistica su cui sviluppare l’analisi dei bisogni e dei servizi esistenti è deficitaria e disomogenea”.
Solo da poco diverse comunità hanno costituito i Tavoli necessari per realizzare l’analisi dei bisogni ed elaborare i Piani. Il lavoro di mappatura dei bisogni è quindi necessariamente parziale ed approssimativo. “L’utilità e la validità del lavoro realizzato fino ad oggi – ha proseguito Deavi – deve perciò considerare queste oggettive condizioni di limitatezza dei risultati a cui arriveranno le comunità. Considerazione necessaria se sulla base di tali risultati saranno formulate le decisioni in ordine al riparto delle risorse finanziarie ed organizzative da assicurare alle comunità nel 2012″.

IL COMUNE DI TRENTO

La stessa preoccupazione è emersa dall’assessore alle politiche sociali del comune di Trento, Violetta Plotegher. “La pianificazione sociale – ha avvertito – è un processo lungo che ha bisogno di essere partecipato e condiviso. Oggi non è quindi possibile per le comunità recentemente costituite definire una pianificazione sociale che tenga conto dei bisogni dei cittadini”. Per arrivarci “servono strumenti informativi comuni a tutti i territori”. Cio nonostante “Trento – ha assicurato – farà la sua parte con Aldeno, Cimone e Garniga, ma per un vero Piano sociale di comunità ci vorrebbe come minimo tutto l’anno prossimo”. Come i rappresentanti del Terzo settore anche Plotegher ha inoltre chiesto alla Provincia di garantire un ampio coinvolgimento dei soggetti interessati nella fase dell’elaborazione dei regolamenti attuativi della legge 13.

L’ASSESSORE ROSSI

“In questo percorso potremo sicuramente commettere degli errori ai quali assieme si dovrà porre rimedio”, ha risposto l’assessore alle politiche sociali Ugo Rossi, anch’egli intervenuto alla consultazione. Tuttavia – ha proseguito – non possiamo permetterci di fermarci ad aspettare di avere un modello ideale. Non decidere e non mettere in campo sperimentazioni potrebbe avere un effetto ancor più dirompente in questo settore”. Tre, ha concluso Rossi, sono le linee di azione che il governo provinciale è deciso a portare avanti: valorizzare le reti sociali (famiglie associazioni volontariato) per migliorare la flessibilità e personalizzazione degli interventi (qui arrivano inevitabilmente prima il privato sociale e i cittadini); pianificare con politiche diverse rispetto al passato, abituando i territori ad individuare le priorità in una fase di risorse scarse, il che vuol dire lasciare fuori ciò che serve di meno; e infine integrare pubblico e privato, comunità locali, comuni e Provincia, sanità e sociale.

IL CONTRIBUTO DEGLI ESPERTI

L’audizione della quarta commissione presieduta da Mattia Civico (introduzione allegata) è stata una sorta di convegno (per ospitare a Palazzo Trentini tutti i partecipanti, oltre alla sala Lenzi è stata aperta e attrezzata con maxischermo anche la sala di fronte), convegno voluto per approfondire la complessa questione del rapporto tra politiche e interventi sociali a tutela dei soggetti deboli, il cui costo è andato crescendo in modo esponenziale negli ultimi decenni, e l’attuale crollo delle risorse pubbliche messe a disposizione del settore. Un po’ come cercare la quadratura del cerchio, insomma. Per capire meglio i termini del problema la commissione ha chiesto una riflessione a tre studiosi esperti nel campo di protezione sociale: Franca Olivetti Manoukian del Centro Aps di Milano; Flaviano Zandonai, sociologo di Euricse; e Fabio Folgheraiter, docente all’università cattolica di Milano.

Franca Olivetti Manoukian
Manoukian ha evidenziato come l’immagine di welfare cui siamo ancora attaccati “fa parte di un mondo che non esiste più. Non si può pensare che ogni problema umano o familiare possa avere risposta, o che – come nonostante tutto i programmi politici continuano a promettere – i disagi sociali saranno risanati fino a soddisfare tutte le aspettative di benessere e felicità individuali”. Il grave è che credere in questo welfare non è senza conseguenze: moltiplica le difficoltà e impedisce di riconoscere la vera natura dei disagi, inducendo la gente a fidarsi dei primi imbonitori che trova. Anziché parlare di welfare occorre sforzarsi di comprendere la vera natura dei problemi, che vanno riconosciuti e rappresentati “in modo convergente”. I problemi non si possono eliminare o semplificare (ad esempio medicalizzandoli): vanno gestiti”. Come? “Tutelando i diritti soggettivi delle persone, che anche quando sono anziane hanno una loro storia e dignità da rispettare pienamente. Ma questo può accadere – ha concluso Manoukian – solo costruendo legami, connessioni e sinergie”. Un approccio metodologico di questo tipo permette di risparmiare risorse.

Flaviano Zandonai (sliede allegate)
Il modo di intendere il proprio ruolo e quello degli altri soggetti attivi nel welfare che si ha nell’ente pubblico e nelle imprese sociali, è stato analizzato da Fabiano Zandonai a partire da un’indagine del 2006 e tuttavia proprio per questo libera dall’assillo dell’attuale dibattito sulla riforma istituzionale. La ricerca metteva a confronto rappresentazioni e pratiche degli addetti ai lavori negli enti locali (122 i comuni sentiti) e nelle organizzazioni non profit produttive (imprese sociali, 51 interviste). Rivelando che le amministrazioni comunali si considerano in grado di gestire in modo trasparente le risorse rispettando regole e procedure (garanzia dei diritti) e vedono nel terzo settore un interlocutore capace di leggere i bisogni e pianificare interventi più flessibili. Il non profit si considera invece in possesso di competenze superiori a quelle degli enti locali (percependosi come il “sistema esperto” nel campo del welfare). Di convergente tra pubblico e Terzo Settore vi è un approccio relativamente unitario alla qualità del welfare incentrato sulla risposta ai bisogni degli utenti caso per caso, la professionalità degli operatori (formazione), la capacità di leggere i bisogni emergenti (metodo), l’integrazione degli interventi (innovazione). In conclusione, per Zandonai, i capisaldi di un possibile nuovo welfare comunitario che vedono una sostanziale concordanza tra comuni e soggetti non profit sono: la responsabilizzazione della cittadinanza, la ricerca di risorse aggiuntive, la razionalizzare della spesa e la diversificazione della domanda.

Fabio Folgheraiter
“Quando si vuole giocare la partita del welfare con una presunzione risolutiva dei problemi sociali – ha osservato Fabio Fologheraiter – l’esito non è solo negativo in termini di risorse ma si ritorce contro gli stessi operatori dei servizi erogati”. Qual è allora l’alternativa? “In una provincia come la nostra in cui i sistemi di welfare sono ben strutturati, ragionare per standard minimi vorrebbe dire battere in ritirata, significherebbe riconoscere che il nostro welfare attuale è più ricco di quello che ci si può permettere e che occorre arretrare verso linee di confine più realistiche. Il tema dello standard minimo è stato introdotto dalle politiche liberiste per le quali bisogna lasciare al mercato la gestione dei servizi più personalizzati, la care. Si tratta allora di decidere se cedere al mercato la cura e assistenza della persona è adeguato o meno. Il Trentino – ha concluso Folgheraiter – ha nel dna della propria tradizione di welfare comunitario i propri anticorpi a questa deriva. Una tradizione di esperienze di cui non siamo sufficientemente consapevoli, che ci dicono che il welfare comunitario è una possibile via d’uscita dai guai in cui ci troviamo”. In che senso? Nel senso che “il welfare non significa più affrontare le situazioni con il ‘laser’, ma favorire nelle persone l’interesse per il proprio miglioramento, affinché questo interesse trasferisca nelle situazioni l’energia tipicamente umana indispensabile perché le cose possano migliorare. Il sistema dovrebbe concentrarsi sulle preoccupazioni consapevoli delle persone, perché si rendano conto dei loro problemi e si attivino per cercare una soluzione. Questa è una risorsa fondamentale”.

GLI AMMINISTRATORI LOCALI

Numerosi gli ospiti che hanno seguito i lavori e sono intervenuti. Tra questi ultimi l’assessore alle politiche sociali del Consiglio delle autonomie locali Sergio Menapace (intervento allegato), che ha sottolineato la necessità di una ristrutturazione del welfare a fronte del problema dei costi. Per sostenere con risorse calanti la buona qualità dei servizi nella nostra provincia, occorre acquisire la consapevolezza che serve un “riequilibrio solidale delle risorse”. Fiducioso nella capacità del Trentino di affrontare questo momento difficile si è detto l’assessore della comunità delle Giudicarie Luigi Olivieri. Le comunità già strutturate hanno già maturato una certa pianificazione sociale e la Provincia non intende tagliare ma anzi aumentare le risorse per i servizi sociali. Quanto alle norme, occorre sincronizzare meglio le prospettive della legge sul welfare (13 del 2007) e la riforma sanitaria (la 16 del 2010). Serve un federalismo amministrativo asimmetrico, perché la realtà provinciale non è tutta eguale e le politiche sociali cambiano mutare dal Primiero alle Giudicarie e al comune di Trento.

ASSOCIAZIONI NON PROFIT E UPIPA

Per il comitato esecutivo del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca), Mauro Tommasini ha identificato l’obiettivo comune da perseguire in un welfare neocomunitario. Anna Michelini della Fondazione Famiglia Materna ha messo in guardia dalle trappole che nella fase di attuazione della legge 13 potrebbero presentarsi perché “è facile scivolare magari per la fretta in scelte contraddittorie rispetto al risultato al quale si voleva arrivare. Un’attenzione particolare va posta nella capacità del regolamento attuativo di valorizzare e mettere a sistema le risorse che già ci sono: risorse finanziarie ma anche intangibili come il capitale sociale, le relazioni che non si colgono perché vige ancora il vecchio modello in cui lo Stato eroga servizi e gli altri ne usufruiscono”.
Secondo Osvaldo Filosi, presidente della cooperativa sociale Villa Maria le nuove politiche sociali si possono realizzare solo grazie alla partnership fra pubblico, privato e società civile. L’Upipa è intervenuto con Graziano Bacca (Upipa), che ha concordato sulla necessità, pensando al futuro, di passare sempre più dalla logica dei posti letto a quella dell’assistenza domiciliare. Se ne parlerà giovedì – ha preannunciato – in occasione del confronto da noi organizzato alla sala della cooperazione tra gli assessori alle politiche sociali dell’Euregio Tirolo.

LINGUAGGIO COMUNE PER COESIONE SOCIALE

La parola è poi passata ai consiglieri. Sono intervenuti

Mario Magnani del gruppo misto (“sul tema della domiciliarità può esserci l’opportunità di mobilitare il terzo settore purché questo sappia attivare nuove risorse di volontariato e non si riduca anche a causa dell’accreditamento a erogare prestazioni in termini di impresa”),

Claudio Eccher della Lista Civica (“i 4.500 posti letto delle rsa non sono in grado di soddisfare tutte le domande in attesa di risposta: occorre utilizzare strutture intermedie”),

Bruno Firmani dell’Idv (“la domande che dobbiamo porci rispetto ad un intervento pubblico nel sociale è quanto costa e se ce lo possiamo permettere. La compatibilità economica è essenziale. La sfida di un’amministrazione è garantire i servizi abbassando i costi. Bisogna affrontare i problemi con molto pragmatismo”),

Walter Viola capogruppo del Pdl (“la questione della sanitarizzazione del sociale va approfondita perché se si affronta il sociale in quest’ottica alla fine la risposta rischia di essere inadeguata. Cosa significa che il welfare comunitario deve mettere al centro il territorio? L’accreditamento è un’applicazione importante della riforma? La scadenza del 31 ottobre per la consegna delle priorità dei Piani sociali di comunità: nel terzo settore c’è affanno ma sembra che la Giunta non capisca”)

Mario Casna della Lega (“abbiamo parlato poco dei destinatari del servizio sociale. Occorrerebbe mettere in luce l’esigenza di un approccio più umano ad esempio nei confronti degli anziani”);

Sara Ferrari del Pd (“la sostenibilità economico-finanziaria è indispensabile ma non può essere l’unico faro delle nostre scelte. Giusto ridurre gli sprechi e garantire maggiore efficienza, ma quali altri fari potranno illuminarci per individuare le priorità. Serve un approccio diverso alla questione sociale che non può essere risolta solo dal punto di vista economico-finanziario”).

RISPOSTE FINALI DEGLI ESPERTI

Fabio Folgheraiter.
“Le nuove risorse su cui portare sono quelle che si reperiscono negli stessi ambiti umani nei quali si trovano i problemi. Umanità che invece tendiamo a stigmatizzare nel momento in cui lo prendiamo in cura. Questo brucia risorse e capitale umano. Noi dobbiamo pensare che quelle stesse persone che hanno problemi possono anche avere risorse energie per migliorare la loro condizione. Per questo gli operatori e i policy maker devono mettersi nell’ottica per cui le persone e le famiglie che hanno problemi, questi destinatari possono aiutare gli operatori i servizi e le organizzazioni ad aiutare le stesse persone. L’energia maggiore viene dai problemi. Dal letame – cantava De Andrè – nascono i fiori, non dai diamanti. I diamanti sono la tecnica, la soluzione clinica; il letame sono i problemi umani. Ancora: un’organizzazione del terzo settore deve destinare almeno il 50% del suo tempo a fare attivazione sociale. Un processo di welfare comunitario (come dimostrano le esperienze avviate a Milano per sostenere famiglie multiproblematiche) che inizia tempestivamente con un approccio coordinato (conferenze di famiglia) e pluridisciplinare, superando la logica degli interventi disorganici, evita l’80% degli accompagnamenti”.

Floriano Zandonai.
“Le rappresentazioni hanno conseguenze pesanti: il terzo settore non può essere considerato come un subfornitore della pubblica amministrazione perché questo abbassa la qualità dei servizi. In Trentino vi sono attuazioni e sperimentazioni di questo welfare comunitario ci sono già e andrebbero ascoltate (come nel caso dell’esperienza di pianificazione sociale del comune di Trento, o dei punti integrati d’accesso dell’associazione Andicrea per le disabilità. Occorre sforzarsi di capire cosa ci possono insegnare queste realtà, perché i dati non sono solo le statistica ma vengono anche dall’esperienza”.

Franca Olivetti Manoukian.
“Non possiamo rimuovere tutti i mali del mondo ma cercare di tutelare i diritti evitando di escludere qualcuno apriori. La coerenza economica è un dato di realtà purtroppo molto sottovalutato nel passato. Questioni di metodo.. Non si può partire dalla rilevazione dei bisogni perché la gente vuole di tutto e di più. Occorre allora muoversi con delle ipotesi su come affrontare i fenomeni e chiedere ai rappresentanti dei cittadini e alle organizzazioni sociali cosa ne pensano. Partecipazione non vuol dire chiamare tutti a raccolta per parlare insieme di un problema, ma avere un’ipotesi rispetto alla quale si sollecita a portare ragionamenti, esperienze ed istanze. Preferisco la parola progettazione al termine pianificazione, perché implica il pensiero di chi la utilizzerà. La rilevazione delle questioni richiede un forte investimento nella elaborazione e nell’interpretazione per poter restituire alle persone qualcosa di significativo e permettere loro di capire. Chi sta peggio è meno in grado di capire di che cosa ha bisogno. Esempio: adolescenti problematici: il problema non sono loro ma il fatto che siano saltate le relazioni intergenerazionali. Da qui dipendono interventi sociali diversi. Per garantire un minimo di protezione a tutti occorre muoversi in maniera dinamica. Non fare la fotografia di tutto, ma tener d’occhio quello che succede. Il capitale sociale non è statico ma può essere accresciuto o diminuito a seconda dagli interventi che si mettono in campo. Per questo è importante rivolgersi alle famiglie e riconoscere le differenze. Nelle politiche sociali è molto più facile e utile intervenire sulle situazioni di disagio più lievi perché possano uscire rapidamente dalla tutela dei servizi e diventare a loro volta risorse per il sociale aiutando ad affrontare altre situazioni più gravi. Sotto questo profilo è forte tra gli operatori sociali la resistenza ad un cambiamento.
C’è più attenzione alle realtà legislative istituzionali che alla dimensione orizzontali, alle esperienze che ci muovono sul territorio. Un nuovo approccio al sociale è possibile a partire dalle piccole esperienze.”

CONCLUSIONI

Soddisfatto del momento di studio il presidente della quarta commissione Mattia Civico. “La questione della coesione sociale – ha detto in chiusura – è strettamente legata a quella delle rappresentazioni dei problemi, vale a dire di un linguaggio comune a tutti soggetti coinvolti. Abbiamo molto bisogno di confrontarci per puntare all’obiettivo di tutti che è la coesione sociale”.

Antonio Girardi

Allegati pdf:

LA GESTIONE ASSOCIATA DEI SERVIZI COMUNALI, IL FEDERALISMO FISCALE E IL RUOLO DEI COMUNI NELLE ATTIVITA’ DI ACCERTAMENTO, programma formativo che ANCI Lombardia rivolge ai Responsabili della Gestione dei Comuni, Segretari Comunali e Amministratori comunali


24 giornate di formazione gratuita sulla gestione associata e sulle attività di accertamento

Ifel ha approvato e finanziato il programma formativo che ANCI Lombardia rivolge ai Responsabili della Gestione dei Comuni, Segretari Comunali e Amministratori comunali. Sono in fase di realizzazione, sul territorio lombardo, due percorsi formativi:

LA GESTIONE ASSOCIATA DEI SERVIZI COMUNALI

IL FEDERALISMO FISCALE E IL RUOLO DEI COMUNI NELLE ATTIVITA’ DI ACCERTAMENTO (realizzato in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate – Direzione Regionale della Lombardia)
 
La partecipazione è gratuita.
Vedi dettagli e iscriviti

Comuni più forti, attraverso l’iniziativa civica dal basso – di Mauro Vaiani su ItaliaFutura.it


Dalla Toscana segnaliamo alcuni esempi di movimenti nati dal basso per l’unificazione di comuni troppo piccoli, che frammentano l’amministrazione di territori che avrebbero invece bisogno di una gestione unitaria. Uno di questi movimenti è nato da tempo all’Elba. L’isola toscana, con un territorio di circa 223 kmq, conta in tutto circa 30.000 abitanti ed è divisa in ben 8 comuni. L’iniziativa può essere seguita su questo sito.

Un’altra di queste iniziative, già all’esame del Consiglio regionale, si è sviluppata nel Casentino toscano, nella provincia di Arezzo, un territorio famoso fra l’altro per il santuario della Verna e per l’eremo di Camaldoli, attualmente diviso in ben 13 comuni.

Dibattiti di questo tenore stanno avviandosi in tutta Italia. E non solo in contesti rurali o montani. Dell’opportunità di unire i comuni si discute anche nelle realtà urbane, dove molti comuni sono già di fatto “attaccati” l’uno all’altro in conurbazioni che attendono di veder finalmente diventare realtà quelle “città metropolitane”, che da decenni avrebbero dovuto garantire loro un governo unitario più razionale.

L’unificazione dei comuni in realtà più ampie e adatte ai nostri tempi è un tema rigorosamente bipartisan e incontra un sostegno trasversale. La natura partecipativa del processo è garantita dall’art. 133 della Costituzione, che prevede che queste proposte di modifica delle circoscrizioni comunali siano sottoposte al vaglio di referendum popolari, indetti dalla regione. Non si deve in alcun modo attendere, per fare qualcosa per il nostro comune, che si smuova qualcosa nella palude politica nazionale! Bisogna invece attivarsi sul proprio territorio, organizzando raccolte di firme da sottoporre alle proprie autorità regionali.

Come fanno queste iniziative, ci si chiederà, ad avere ragione del nostro tradizionale campanilismo? Attraverso una riflessione che a ben vedere somiglia parecchio alla scoperta dell’acqua calda: già oggi i nostri comuni sono, nella quasi totalità dei casi, delle “comunità” che riuniscono diversi “borghi”, cioè frazioni, borgate, quartieri. Ciascun borgo è, per il cittadino, la prima dimensione comunitaria e il primo spazio civile, in cui ci si riconosce e ci si ritrova.

Tuttavia i cittadini del borgo riconoscono facilmente il loro essere parte di una comunità territoriale più ampia, sia essa rurale, montana, o anche urbana. Comprendono bene che solo se il proprio campanile è inserito in un comune più ampio, in una amministrazione territoriale meno frammentata, certi obiettivi di buongoverno sono più facilmente raggiungibili. Troppe frazioni minori e di confine, in comuni troppo piccoli e gracili, sono, al contrario, neglette e abbandonate.

L’unificazione dei comuni, va da sé, è anche un modo semplice e concreto per ridurre i costi impropri della politica. Non solo perché ridurrebbe il numero degli amministratori, ma soprattutto perché comuni più grandi e più forti non avrebbero più bisogno di comunità montane, comprensori, circondari o di altre forme di enti e autorità intermedie. Anche il dibattito sull’abolizione delle province risulterebbe decisamente incoraggiato da un serio processo di unificazione dei comuni.

Questi movimenti dal basso potrebbero portare presto, in modo democratico e partecipato, senza verticismi e senza forzature, a una forte riduzione del numero degli oltre 8.000 comuni italiani, in particolare di quelli, che sono oltre 5.000, che hanno meno di 5.000 abitanti.


Iscritto a Italia Futura, è dottorando in Geopolitica presso l’Università di Pisa.

da Comuni più forti, attraverso l’iniziativa civica dal basso – ItaliaFutura.it.

via libera ad un documento sul DPCM per l’esercizio in forma obbligatoriamente associata delle funzione fondamentali dei comuni con popolazione inferiore ai 5000 abitanti


La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome riunitasi il 7 luglio ha dato il via libera ad un documento sul DPCM per l’esercizio in forma obbligatoriamente associata delle funzione fondamentali dei comuni con popolazione inferiore ai 5000 abitanti.
Il tema era stato posto all’ordine del giorno della Conferenza Unificata del 7 Luglio (poi rinviata) per una “informativa” del Governo..
Il documento è stato pubblicato nella sezione conferenze del sito http://www.regioni.it ed il link è:
Si riporta di seguito il testo integrale.
Le Regioni, in relazione allo schema di D.p.c.m. in oggetto, in più occasioni e da ultimo nella seduta della Conferenza Unificata del 3 marzo 2011 avevano richiesto che si instaurasse sulle tematiche del Decreto Legge 78 ed in particolare in relazione alle norme che prevedono l’obbligo per i Comuni di esercitare obbligatoriamente in forma associata le funzioni fondamentali ai sensi dell’articolo 117, comma 2, lettera p), della Costituzione, un confronto ai fini di una verifica complessiva anche per le necessarie connessioni con la Legge 42 del 2009 e i decreti legislativi attuativi ed in particolare per quello relativo al federalismo municipale. Per questo, era stato richiesto un formale passaggio dello schema di D.p.c.m. attuativo dell’articolo 14, comma 31, del D.L. 78 del 2010 in sede di Conferenza Unificata.
Nel prendere atto della decisione del Governo di rendere esclusivamente una informativa sul provvedimento, che proprio per la complessità dei temi trattati avrebbe richiesto un confronto tecnico di tutti i livelli istituzionali per dirimere le numerose questioni a livello interpretativo, le Regioni ribadiscono la richiesta di istituire in tempi brevi – considerati anche i termini previsti dal provvedimento – il Tavolo di confronto e nel merito formulano le seguenti osservazioni:
1. in relazione al dato demografico per l’attuazione dell’articolo 2 dello schema di d.p.c.m. occorre chiarire quale sia il dato da prendere in considerazione. Sarebbe utile individuarlo tra quello dell’ultimo censimento o il più aggiornato riferimento Istat;
2. sempre in relazione all’articolo 2, comma 1, si suggerisce l’opportunità di integrare il criterio del quadruplo del numero degli abitanti del comune demograficamente più piccolo con la previsione di considerare comunque conseguita l’adeguatezza nel caso in cui sia raggiunta la soglia dei 3000 o 5000 abitanti, ai sensi del comma 28 dell’articolo 14 del D.L. 78 a prescindere dal numero dei comuni associati;
3. è necessario affrontare il caso in cui un comune obbligato non sia in grado di adempiere alle disposizioni della Legge per mancanza di comuni limitrofi anch’essi obbligati. Per questa particolare casistica, non regolata dal D.p.c.m. ma non infrequente nella pratica, occorre chiarire quali misure dovranno essere adottate e quali conseguenze ricadranno sul Comune.

Piccoli Comuni – Il Sole24Ore: “Negli enti locali alleanze graduali, al via da 1° gennaio gestione associata per almeno due funzioni essenziali”


Almeno due «funzioni fondamentali» associate dal 1° gennaio prossimo, quattro dal 1° gennaio 2013 e tutte e sei dal 2014. È il calendario delle gestioni associate obbligatorie previste per i Comuni fino a 5mila abitanti dalla manovra salva-deficit dell’anno scorso (articolo 14, comma 28 del Dl 78/2010). E’ quanto riporta il Sole24Ore nell’edizione odierna. Il tema, dopo aver alimentato accese discussioni estive nei quasi 5.700 Comuni (il 70% del totale) interessati dall’obbligo di unirsi, era poi finito in sordina per la mancanza del decreto attuativo. Ora il Dpcm rispunta e soprattutto prevede per gli enti locali un calendario stringente e più di un rebus applicativo. Le «funzioni fondamentali» da associare, nell’eterna mancanza del Codice delle autonomie, sono le sei elencate dalla legge delega sul federalismo fiscale (sono le stesse oggetto dei questionari sui fabbisogni standard, e sono individuate dall’articolo 21, comma 3 della legge 42/2009): amministrazione generale, polizia locale, istruzione pubblica, viabilità e trasporti, territorio e ambiente (tranne l’edilizia residenziale pubblica) e settore sociale. L’obiettivo dichiarato di “razionalizzare” le piccole amministrazioni creando aggregazioni di almeno 5mila abitanti, prima di tutto, sembra allontanarsi da subito, perché lo stesso decreto attuativo contiene in sé il meccanismo per aggirarlo. Le aggregazioni, infatti, secondo la bozza dovranno raggiungere un livello demografico pari almeno al quadruplo degli abitanti del Comune più piccolo fra quelli associati.

Schema di decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri concernente l’esercizio in forma obbligatoriamente associata delle funzioni fondamentali dei Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti,ai sensi dell’articolo 14, comma 31 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito in legge, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122


A Cremona firmato protocollo intesa su gestioni associate


 

 

ANCI Lombardia ha firmato a Cremona il 24 maggio il protocollo d’intesa con Provincia di Cremona, Regione Lombardia e Camera di Commercio che apre un percorso di condivisione sul tema della gestione associata di servizi comunali, così come prescritto dalla Legge 122/2010 ai Comuni con meno di 5000 abitanti.

ANCI Lombardia – A Cremona firmato protocollo intesa su gestioni associate ::...

Si chiamerà “Gravedona ed Uniti” il nuovo Comune in provincia di Como frutto della fusione dei Comuni di Consiglio di Rumo, Germasino e Gravedona


Si chiamerà “Gravedona ed Uniti” il nuovo Comune in provincia di Como frutto della fusione dei Comuni di Consiglio di Rumo, Germasino e Gravedona, che andrà alle urne nella tornata amministrativa della prossima primavera.
Lo ha deciso oggi il Consiglio regionale che ha approvato con votazione segreta (46 sì; 24 no e 3 astenuti) il progetto di legge per la sua istituzione. Il documento è stato illustrato dal Presidente della Commissione consiliare Affari istituzionali, Sante Zuffada.
Il progetto di fusione era già stato approvato dal Consiglio regionale nel mese di settembre 2010 e aveva consentito lo svolgersi del referendum consultivo nel mese di novembre. La consultazione popolare aveva, però, visto la vittoria dei “No” (55% dei votanti) alla proposta di fusione. Dopo un’audizione con i Sindaci dei tre Comuni, la Commissione consiliare ha riproposto la delibera. Il documento approvato oggi ha, inoltre, recepito un emendamento presentato dall’assessore alla Semplificazione, Carlo Maccari (PdL), che fissa la norma finanziaria in un contributo una tantum di 100mila europer ciascuno dei cinque esercizi finanziari dal 2011-2015 per le spese di investimento legate alla fusione.

Da: ANCI Lombardia – Unificati i Comuni di Consiglio di Rumo, Germasino e Gravedona (CO) ::...

Le Aziende Speciali nel sociale in Lombardia: esperienze organizzative e competenze professionali, Convegno Mercoledì 2 Febbraio 2011, ore 9 – 13 Aula U6-4 (Aula Martini) – Edificio U6 Università di Milano Bicocca


Università degli Studi di Milano-Bicocca

Facoltà di Sociologia

Corso di Laurea in Servizio Sociale

Convegno

Le Aziende Speciali nel sociale in Lombardia:

esperienze organizzative e competenze professionali

Mercoledì 2 Febbraio 2011, ore 9 – 13
Aula U6-4 (Aula Martini) – Edificio U6
Università di Milano Bicocca

Convegno in occasione della presentazione del volume
Esperienze di welfare locale.
Le Aziende Speciali e la gestione dei servizi sociali nei Comuni lombardi

a cura di Daniela Gatti e Paolo Rossi
Maggioli (2010)


PROGRAMMA

9.00 Apertura dei lavori

Carla Facchini (Università di Milano Bicocca)

Dario Angelo Colombo (Azienda Speciale Consortile Consorzio Desio-Brianza)

PRIMA PARTE: LE AZIENDE SPECIALI COME SOGGETTI DEL WELFARE

9.20 Configurazioni e riconfigurazioni dei modelli di gestione dei servizi sociali: quale spazio

per le Aziende Speciali?

Paolo Rossi (Università di Milano Bicocca)

9.40 Aziendalizzazione e regionalizzazione: uno sguardo al settore sanitario

Mara Tognetti Bordogna (Università di Milano Bicocca)

10.00 Le Aziende Speciali in Lombardia: un’analisi del network NeASS

Daniela Gatti (PARES società cooperativa)

SECONDA PARTE: VOCI DAL CAMPO

10.20 Le Aziende Speciali e la gestione dell’Ufficio di Piano di Zona

Claudia Sala (Azienda Speciale Consortile Retesalute, Merate)

10.40 Organizzare tra due istituzioni territoriali: il caso di Offertasociale

Giuseppe Milanese (Azienda Speciale Consortile Offertasociale, Vimercate)

11.00 Competenze professionali vs. competenze organizzative? Il ruolo degli assistenti sociali

nella gestione delle aziende speciali

Elena Meroni (Azienda Speciale Consortile Comuni Insieme per lo Sviluppo Sociale, Bollate)

11.20-11.40 Pausa

TAVOLA ROTONDA: LE AZIENDE SPECIALI E I SOGGETTI ISTITUZIONALI DEL WELFARE LOMBARDO

11.40 Presiede: Dario Angelo Colombo (Azienda Speciale Consortile Consorzio Desio-Brianza)

Anna Roberti (Regione Lombardia, Direzione Generale Famiglia, Concilazione, Integrazione e Solidarietà Sociale)

Le Aziende Speciali nel quadro del sistema di welfare lombardo

Elena Poma (ANCI Lombardia, Vice Presidente Dipartimento Welfare e Sanità) Comuni e Aziende Speciali: dinamiche attuali e prospettive future

Carmen Primerano (Provincia di Milano, Settore associazionismo e terzo settore)

Tra competenze professionali e organizzative. L’offerta formativa della Provincia di Milano

12.40 DIBATTITO E CONCLUSIONI

Il primo database delle Unioni di Comuni, un fenomeno in crescita


Quello delle Unioni di Comuni è un fenomeno relativamente “giovane” che si sta ampliando considerevolmente. A tal proposito, Cittalia e ANCI lanciano il primo database delle Unioni di Comuni italiani, che ad oggi conta circa 339 Comuni iscritti, di cui 114 appartengono al nord-ovest, 64 al nord-est, 36 al centro e 125 al sud e alle isole. È possibile consultarlo alla pagina web: www.unioni.anci.it/. Invitiamo, pertanto, i comuni ad iscriversi e a quelli già iscritti a prenderne visione segnalandoci eventuali errori all’indirizzo di posta: redazione@cittalia.it .

Cittalia e ANCI si sono già occupate delle Unioni di comuni nella ricerca: “Lo stato delle Unioni. Rapporto nazionale 2010 sulle Unioni di Comuni”, che nasce dalla volontà di colmare un gap in merito. L’esperienza delle Unioni ha dimostrato di puntare ad una maggiore semplicità strutturale e alla riduzione dei costi per i servizi pubblici migliorandone la qualità e l’efficienza; pur traendo origine dalla necessità di far fronte alle difficoltà economiche e alla scarsità di risorse dei piccoli Comuni.

Alcuni dati rilevanti, emersi dalla ricerca, mostrano che l’esperienza di associazioni attraverso l’unione dei servizi pubblici locali coinvolge maggiormente i piccoli Comuni con meno di 5 mila abitanti; è altrettanto vero però che più del 30% dei Comuni fondatori presenta un numero superiore ai 5 mila abitanti comportando la nascita di Unioni di Comuni di dimensioni rilevanti sotto il profilo numerico. L’efficacia di un tale esperimento ha coinvolto anche enti locali di dimensioni maggiori tanto da originare realtà istituzionali simili a quelle di una provincia.

Nelle piccole realtà locali l’esperienza dell’associazionismo ha giocato senz’altro un ruolo decisivo nell’affermarsi di questa nuova realtà istituzionale. Il dato rilevante è che le unioni del sud tendono ad aumentare nel periodo 2000-2005, in concomitanza con il cambiamento del quadro normativo, per cui dopo un periodo di prova, non è più necessario che l’unione debba dar vita ad una fusione di comuni (L. n° 265/99), rispetto, invece, alle Unioni del nord che nel 20% dei casi risultano costituite negli ultimi tre anni, a dimostrazione del fatto che vi sono maggiori politiche di incentivazione da parte delle amministrazioni regionali del nord.

Dal punto di vista strutturale, poi, le Unioni nel sud non superano i 20 addetti, mentre quasi il 30% delle unioni del centro Italia ha un numero di addetti in organico tra i 20 e i 50; questo vuol dire che il fenomeno in oggetto si presenta maggiormente consolidato al centro rispetto alle esperienze del sud. Mentre al nord il 60% degli intervistati dichiara di avvalersi di personale assunto nel 25% dei casi. Si può trarre la conclusione, dunque, che esse non rappresentano affatto uno strumento di ampliamento della spesa pubblica e di assunzione incontrollata di personale. Il personale tende a crescere, anche se in modo non del tutto lineare, a seconda del numero dei servizi gestiti; mentre la spesa corrente e in conto capitale tende a crescere, al contrario, in modo uniforme in relazione ai servizi gestiti e alle funzioni svolte. Basti pensare che i Comuni con una spesa inferiore al milione di euro gestiscono fino ad un massimo di sei conferimenti di funzione, mentre quelli con una spesa annua superiore al milione di euro gestiscono un numero decisamente superiore di servizi.

I dati relativi alla spesa corrente e alla spesa in conto capitale evidenziano anche una differenza tra le unioni del nord, del centro e del sud Italia in termini di funzioni svolte. Se nel nord Italia oltre l’80% delle unioni svolge più di cinque funzioni, nel sud, invece, solo nel 29% dei casi si registra un dato simile. Le unioni del sud gestiscono da due a cinque servizi comunali mentre quelle del nord gestiscono da cinque a venti servizi comunali; le unioni di centro, invece, si trovano a gestire da un minimo di tre ad un massimo di dieci servizi comunali. Ciò dipende anche da una drastica riduzione dei finanziamenti, in tre casi su quattro si assiste ad una riduzione dei finanziamenti statali mentre in un caso su tre a quella dei finanziamenti regionali. Il report ha posto l’attenzione anche sui servizi associati. È emerso che ben 27 sono le funzioni conferite alle unioni. In primis è la costituzione del Corpo unico di Polizia Municipale che viene associato sei volte su dieci; mentre i servizi attinenti la cultura, la protezione civile ed i servizi sociali diventano associati in quattro unioni su dieci. I servizi “interni”, quelli riguardanti la gestione dei sistemi informativi ed informatici e la gestione del personale nonché il nucleo di valutazione, sono i servizi più conferiti tre volte su dieci. Inoltre, le 27 funzioni e servizi più associati fanno registrare un “progresso quali quantitativo nei servizi erogati” dai singoli comuni; proprio l’obiettivo che si intendeva raggiungere attraverso l’unione di comuni.

Infine, la ricerca conferma la direzione verso un sistema istituzionale semplice, cooperativo incentrato sulla rappresentanza di secondo livello. Si punta, infatti, a presidenze stabili delle unioni con il 27,9% di esse che prediligono mandati superiori ad un anno, mentre, ben il 35,3% delle unioni preferisce mandati della durata pari a quelli dei sindaci evitando rotazioni eccessive del ruolo del Presidente. Per di più, la rappresentanza nei Consigli delle unioni non prevede il principio di proporzionalità in relazione al numero di abitanti di ogni comune piuttosto si parla di un numero di quote uguale per tutti i comuni aderenti in modo tale da non penalizzare quelli più piccoli.

DA: Il primo database delle Unioni di Comuni, un fenomeno in crescita.

Continuità e discontinuità nel welfare lombardo La l.r. 3/2008 e le ricadute sul Servizio sociale Venerdì 21 gennaio 2011, ore 9 – 13 Auditorium – U 12, via Vizzola 5, Milano, FACOLTÀ DI SOCIOLOGIA Corso di laurea in Servizio sociale


Convegno in occasione della pubblicazione del volume

Il modello lombardo di welfare. Continuità, riassestamenti e prospettive,

a cura di Giuliana Carabelli e Carla Facchini, Milano, FrancoAngeli, 2011

vai alla scheda analitica del libro: http://polser.wordpress.com/2010/12/02/12575/

UNIVERSITA’ DI MILANO BICOCCA

Facoltà di sociologia

corso di SERVIZIO SOCIALE


Continuità e discontinuità nel welfare lombardo

La l.r. 3/2008 e le ricadute sul Servizio sociale

Venerdì 21 gennaio 2011, ore 9 – 13

Auditorium – U 12, via Vizzola 5, Milano

PROGRAMMA

Ore 9 Apertura dei lavori

Saluti del Preside Antonio de Lillo

Introduce Carla Facchini

Ore 9.20 Presiede Alberto Giasanti

L. Bifulco, Il modello di welfare lombardo

P. Ferrario, Integrazione o separazione delle reti?

R. Mozzanica, Profili innovativi e linee di continuità nella l.r. 3/2008

P. Bonetti, L’accesso ai diritti sociali nella legge regionale

Ore 10.40 – 11.10 pausa caffè

G. Carabelli, L’accreditamento dei servizi sociali

C. Previdi, Il segretariato sociale

M. Tognetti, La dirigenza: prospettive alla luce della legge regionale

A. Campanini, Politiche neoliberistiche e servizio sociale

Ore 12.20 Dibattito

Conclude Carla Facchini

Ore 13 Chiusura dei lavori


Ø Sono stati richiesti 4 Crediti per la formazione continua obbligatoria all’Ordine degli assistenti Sociali della Regione Lombardia

IFEL – Istituto per la Finanza e l’Economia Locale



Benvenuti nel sito della Fondazione IFEL

Interamente dedicato alla finanza locale e alla elargizione di servizi a Comuni e contribuenti, il sito rappresenta il punto centrale dell’offerta istituzionale dell’IFEL – Istituto per la Finanza e l’Economia Locale. E’ lo strumento per interloquire stabilmente con le strutture del governo locale e per facilitare i cittadini nell’assolvimento dei loro obblighi tributari, soprattutto attraverso la messa in rete delle aliquote ICI e la possibilità di consultazione dei regolamenti comunali. Banca Dati, quella dei regolamenti, unica a livello nazionale. L’interattività con i Comuni, i quali provvedono in piena autonomia all’inserimento dei dati di propria pertinenza, ne garantisce l’aggiornamento costante. Le tavole tematiche per Comune, presenti nel Sistema Informativo , offrono un valido supporto per le decisioni degli amministratori in materia di finanza locale.

La nostra storia

La Fondazione IFEL – Istituto per la finanza e l’economia locale, è stata costituita in data 16 marzo 2006 conformemente a quanto previsto dal comma 2 ter del D.L. 31/01/2005 n. 7 (L. n. 43 31/03/2005), che ha attribuito all’ANCI “l’obbligo di proseguire i servizi finalizzati a fornire adeguati strumenti conoscitivi per una efficace azione accertativa dei Comuni, nonché per agevolare i processi telematici di integrazione nella pubblica amministrazione ed assicurare il miglioramento dell’attività di informazione ai contribuenti”.
Con il decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze del 22/11/2005 (G.U. n. 13 del 17/01/2006), l’IFEL succede in tutti i rapporti attivi e passivi del Consorzio ANCI-Cnc per la fiscalità locale, costituito in data 22 febbraio 1994 a seguito del D. Lgs 504/92, con cui è stata istituita l’Imposta Comunale sugli Immobili.
Il Consorzio ANCI-Cnc ha attuato in oltre dieci anni di attività, nell’ambito dei propri compiti istituzionali un insieme di servizi finalizzati alla formazione e gestione dell’anagrafe dei contribuenti tenuti al versamento dell’ICI, assicurando un’adeguata e sistematica informazione al Ministero dell’Economia e delle Finanze, in termini di dati, elaborazioni ed ogni elemento utile per l’applicazione dell’Imposta comunale sugli Immobili. Tali informazioni sono dirette a fornire strumenti conoscitivi per un’efficace azione accertativa dei Comuni e a facilitare i contribuenti nell’assolvimento dei loro obblighi tributari. Il perseguimento attento di questo fine ha permesso al Consorzio di seguire nel suo evolversi il complesso processo di decentralizzazione dei poteri statali a vantaggio delle autonomie locali in tema di fiscalità locale, ponendosi come organo di supporto per l’attività dei Comuni. Nel corso di questo processo, tuttora in atto, teso alla realizzazione di un federalismo fiscale compiuto attraverso la sempre più ampia autonomia impositiva demandata agli Enti locali, in particolare con il D. Lgs. n.446/97 artt. 52 (potestà regolamentare generale) e 59 (potestà regolamentare in materia di Imposta Comunale sugli Immobili) e il D. Lgs. n.360/98 (istituzione di un addizionale comunale Irpef ), il Consorzio ANCI-Cnc ha messo a disposizione una serie di servizi e di dati utili agli amministratori comunali, ai cittadini contribuenti, agli operatori e studiosi del settore.

da: IFEL.

Disposizioni in materia di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard di Comuni, Città metropolitane e Province, DECRETO LEGISLATIVO 26 novembre 2010, n. 216


DECRETO LEGISLATIVO 26 novembre 2010, n. 216

Disposizioni in materia di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard di Comuni, Città metropolitane e Province

(GU n. 294 del 17-12-2010)

Il primo database delle Unioni di Comuni, un fenomeno in crescita


Quello delle Unioni di Comuni è un fenomeno relativamente “giovane” che si sta ampliando considerevolmente. A tal proposito, Cittalia e ANCI lanciano il primo database delle Unioni di Comuni italiani, che ad oggi conta circa 339 Comuni iscritti, di cui 114 appartengono al nord-ovest, 64 al nord-est, 36 al centro e 125 al sud e alle isole. È possibile consultarlo alla pagina web: www.unioni.anci.it/. Invitiamo, pertanto, i comuni ad iscriversi e a quelli già iscritti a prenderne visione segnalandoci eventuali errori all’indirizzo di posta: redazione@cittalia.it .

Cittalia e ANCI si sono già occupate delle Unioni di comuni nella ricerca: “Lo stato delle Unioni. Rapporto nazionale 2010 sulle Unioni di Comuni”, che nasce dalla volontà di colmare un gap in merito. L’esperienza delle Unioni ha dimostrato di puntare ad una maggiore semplicità strutturale e alla riduzione dei costi per i servizi pubblici migliorandone la qualità e l’efficienza; pur traendo origine dalla necessità di far fronte alle difficoltà economiche e alla scarsità di risorse dei piccoli Comuni.

Alcuni dati rilevanti, emersi dalla ricerca, mostrano che l’esperienza di associazioni attraverso l’unione dei servizi pubblici locali coinvolge maggiormente i piccoli Comuni con meno di 5 mila abitanti; è altrettanto vero però che più del 30% dei Comuni fondatori presenta un numero superiore ai 5 mila abitanti comportando la nascita di Unioni di Comuni di dimensioni rilevanti sotto il profilo numerico. L’efficacia di un tale esperimento ha coinvolto anche enti locali di dimensioni maggiori tanto da originare realtà istituzionali simili a quelle di una provincia.

Nelle piccole realtà locali l’esperienza dell’associazionismo ha giocato senz’altro un ruolo decisivo nell’affermarsi di questa nuova realtà istituzionale. Il dato rilevante è che le unioni del sud tendono ad aumentare nel periodo 2000-2005, in concomitanza con il cambiamento del quadro normativo, per cui dopo un periodo di prova, non è più necessario che l’unione debba dar vita ad una fusione di comuni (L. n° 265/99), rispetto, invece, alle Unioni del nord che nel 20% dei casi risultano costituite negli ultimi tre anni, a dimostrazione del fatto che vi sono maggiori politiche di incentivazione da parte delle amministrazioni regionali del nord.

Dal punto di vista strutturale, poi, le Unioni nel sud non superano i 20 addetti, mentre quasi il 30% delle unioni del centro Italia ha un numero di addetti in organico tra i 20 e i 50; questo vuol dire che il fenomeno in oggetto si presenta maggiormente consolidato al centro rispetto alle esperienze del sud. Mentre al nord il 60% degli intervistati dichiara di avvalersi di personale assunto nel 25% dei casi. Si può trarre la conclusione, dunque, che esse non rappresentano affatto uno strumento di ampliamento della spesa pubblica e di assunzione incontrollata di personale. Il personale tende a crescere, anche se in modo non del tutto lineare, a seconda del numero dei servizi gestiti; mentre la spesa corrente e in conto capitale tende a crescere, al contrario, in modo uniforme in relazione ai servizi gestiti e alle funzioni svolte. Basti pensare che i Comuni con una spesa inferiore al milione di euro gestiscono fino ad un massimo di sei conferimenti di funzione, mentre quelli con una spesa annua superiore al milione di euro gestiscono un numero decisamente superiore di servizi.

I dati relativi alla spesa corrente e alla spesa in conto capitale evidenziano anche una differenza tra le unioni del nord, del centro e del sud Italia in termini di funzioni svolte. Se nel nord Italia oltre l’80% delle unioni svolge più di cinque funzioni, nel sud, invece, solo nel 29% dei casi si registra un dato simile. Le unioni del sud gestiscono da due a cinque servizi comunali mentre quelle del nord gestiscono da cinque a venti servizi comunali; le unioni di centro, invece, si trovano a gestire da un minimo di tre ad un massimo di dieci servizi comunali. Ciò dipende anche da una drastica riduzione dei finanziamenti, in tre casi su quattro si assiste ad una riduzione dei finanziamenti statali mentre in un caso su tre a quella dei finanziamenti regionali. Il report ha posto l’attenzione anche sui servizi associati. È emerso che ben 27 sono le funzioni conferite alle unioni. In primis è la costituzione del Corpo unico di Polizia Municipale che viene associato sei volte su dieci; mentre i servizi attinenti la cultura, la protezione civile ed i servizi sociali diventano associati in quattro unioni su dieci. I servizi “interni”, quelli riguardanti la gestione dei sistemi informativi ed informatici e la gestione del personale nonché il nucleo di valutazione, sono i servizi più conferiti tre volte su dieci. Inoltre, le 27 funzioni e servizi più associati fanno registrare un “progresso quali quantitativo nei servizi erogati” dai singoli comuni; proprio l’obiettivo che si intendeva raggiungere attraverso l’unione di comuni.

Infine, la ricerca conferma la direzione verso un sistema istituzionale semplice, cooperativo incentrato sulla rappresentanza di secondo livello. Si punta, infatti, a presidenze stabili delle unioni con il 27,9% di esse che prediligono mandati superiori ad un anno, mentre, ben il 35,3% delle unioni preferisce mandati della durata pari a quelli dei sindaci evitando rotazioni eccessive del ruolo del Presidente. Per di più, la rappresentanza nei Consigli delle unioni non prevede il principio di proporzionalità in relazione al numero di abitanti di ogni comune piuttosto si parla di un numero di quote uguale per tutti i comuni aderenti in modo tale da non penalizzare quelli più piccoli.

da Il primo database delle Unioni di Comuni, un fenomeno in crescita.

“I Comuni italiani 2010”, realizzata da Cittalia e Ifel


I Comuni italiani 2010

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La ricerca  “I Comuni italiani 2010”, realizzata da Cittalia e Ifel, rappresenta un utile strumento a disposizione di amministratori, politici e studiosi di fenomeni territoriali per comprendere i cambiamenti sociali, demografici e istituzionali in atto nei Comuni. Attraverso un approccio multidisciplinare si riporta un quadro sintetico e generale delle realtà territoriali italiane a partire dalle principali variabili sociali, demografiche, fisiche, economiche ed istituzionali grazie anche all’impiego di mappe. Per quanto riguarda, invece, il criterio metodologico impiegato, l’unità di rilevazione è il singolo comune, i cui dati e le cui variabili ed indicatori sono stati aggregati a livello regionale o di classe demografica. Lo studio si snoda lungo quattro linee direttrici:
1. Lo stato dei comuni;
2. Dimensione socio-demografica;
3. Dimensione fisico-economica;
4. Dimensione istituzionale.
Per approfondimenti

Progettinfanzia Bassa Reggiana è una associazione senza fini di lucro tra i comuni di Boretto, Brescello, Gualtieri, Guastalla, Luzzara, Novellara, Poviglio e Reggiolo


Progettinfanzia Bassa Reggiana è una associazione senza fini di lucro tra i comuni di Boretto, Brescello, Gualtieri, Guastalla, Luzzara, Novellara, Poviglio e Reggiolo. Ha sede a Guastalla, in via Bellini, 7.

L’Associazione si propone di contribuire allo sviluppo della cultura pedagogica e dei servizi educativi rivolti a bambini e ragazzi presso i comuni soci e presso altri soggetti pubblici e privati che vogliano avvalersi dell’attività dell’Associazione.

In particolare rientrano nelle attività associative, come da statuto:

a)      il coordinamento pedagogico delle strutture scolastiche dei comuni soci;

b)      la consulenza pedagogica e psicologica presso strutture scolastiche ed educative;

c)      l’organizzazione e conduzione di convegni, seminari, visite e giornate di studio relative al mondo dell’infanzia;

d)     la progettazione, l’organizzazione e la gestione di servizi scolastici ed educativi;

e)      la progettazione, l’organizzazione e la gestione di servizi per il tempo libero rivolti ai bambini;

f)        la definizione e realizzazione di progetti e iniziative di continuità tra l’ambito educativo e gli ambiti sociale, sanitario e culturale finalizzati all’integrazione dei servizi alla persona presenti sul territorio;

g)      la creazione di strumenti comunicativi (siti internet, pubblicazioni, libri, riviste, giornali, Cdrom, DVD o altro) per le scuole, gli enti o le istituzioni impegnate nel campo dell’educazione .

L’Associazione può svolgere ogni altra attività coerente con le proprie finalità sociali.

Chi siamo « Progettinfanzia.

Lo stato delle Unioni. Rapporto nazionale 2010 sulle Unioni di Comuni, Cittalia


Lo stato delle Unioni. Rapporto nazionale 2010 sulle Unioni di Comuni

altCon il Rapporto nazionale 2010 sulle Unioni di Comuni l’Anci, in collaborazione con Cittalia, ha voluto colmare un vuoto conoscitivo che durava ormai da troppo tempo. Per la prima volta, infatti, si restituisce un ritratto molto particolareggiato della realtà delle Unioni di Comuni che, pur essendo ancora frequentemente percepite dai non addetti ai lavori soltanto come una “soluzione pratica” ai problemi di budget dei singoli Comuni, rappresentano in realtà un soggetto specifico e autorevole nel panorama delle autonomie locali. Il volume si compone di due parti.
Per approfondimenti

Accordi di programma ed amministrazione dei servizi


buongiorno prof  Ferrario,

sono …. , Le scrivo perchiederLe

se nel suo sito è presente una sezione sugli accordi di programma.

Inoltre è in grado di suggerirmi qualche testo o sito, approfondito, che
parli a proposito degli accordi di programma quadro, oppure qualche testo
che parli dei vantaggi per il Terzo settore, per esempio una fondazione, di seguire
o non seguire le Linee programmatorie definite in diversi accordi di programma.

testi amministrativi, aziendali, organizzativi…

La ringrazio in anticipo per l’attenzione,

Sinceri saluti,

….

RISPONDO:

egregio dott  ….

l’accordo di programma è la formula ammnistrativa attraverso cui più comuni ed altri enti possono mettersi d’accordo su un loro obiettivo comune

dunque tutta la pubblica amministrazione locale italiana è letteralmente disseminata di accordi di programma di più varia natura (ambiente, turismo, acqua, cultura …)

per comprendere la formula amministrativa dell’accordo di programma occorre fare riferimento ad un qualunque manuale di diritto degli enti locali

mi capita di segnalarne moltissimi in libri news (qui TUTTI i libri news: http://polser.wordpress.com/category/7-fonti-di-studio/libri-news/)

non ho previsto nelle mie reicerche un’area specifica per gli accordi di programma, poichè mi sono concentrato sui piani di zona (che per l’appunto sono adottati a mezzo di accordo di programma)

le voci del mio polser più adatte alla sua ricerca sono queste:

Il riferimento legislativo di base è la legge sulle autonomie locali:

http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/00267dl.htm

per un manuale di diritto degli enti locali di buona fattura ed aggiornato consiglio di consultare il catalogo delll’editore Maggioli o Simone editore

quanto alle connessioni fra i cosiddetti soggetti di “terzo settore” e gli accordi di programma , di certo sarebbe opportuno seguirne l’evoluzione a livello locale. anche perchè la gestione associata fra comuni è l’unica scelta possibile per l’amministrazione locale

per farlo occorre:

prendere in considerazione un territorio

analizzare gli statuti dei comuni

vedere quaki accordi sono stati fatti e con chi

ecc ecc (insoma è una vara e propria microricerca a livello locale)

attenzione però che l’accordo di programma è solo una condivisione di obiettivi

poi per le gstione concreta dei servizi occorre sempre attivare altre forma amministrative:

appalti

convenzioni intercomunali

accreditamenti

convenzioni fra pubblico e privato

nell’augurarmi di averle fornito qualche spunto la saluto con cordialità

e le auguro buon fururo

paolo ferrario

Esperienze di welfare locale: le Aziende Speciali e la gestione dei servizi sociali nei Comuni lombardi, Maggioli editore 2010



Esperienze di welfare locale

Esperienze di welfare locale

di GATTI DANIELA – ROSSI ANDREA

Le Aziende Speciali e la gestione dei servizi sociali nei Comuni lombardi

€ 24,00 IVA inclusa

Da tempo le normative nazionali e regionali promuovono l’istituzione, da parte dei Comuni, di forme di gestione associata della rete dei servizi sociali e socio-sanitari, così da garantire efficacia, efficienza e innovazione nella programmazione e nel governo del welfare locale.

Una delle possibili forme giuridiche individuate dagli Enti Locali per rispondere a esigenze gestionali complesse è rappresentata dall’Azienda Speciale e, superata la prima fase di sperimentazione, questo modello si sta affermando specie nelle Province lombarde come particolarmente innovativo.

Nel volume viene presentata un’analisi comparativa, di tipo sociologico e organizzativo, tra diciotto Aziende Speciali, consortili e comunali, aderenti a “NeASS – Lombardia, Network Aziende Speciali Sociali”.

Il risultato è una rappresentazione complessiva di questa tipologia organizzativa e gestionale, che permette di disegnare matrici comuni, punti di forza e di debolezza, pur in un quadro dove spiccano la peculiarità e l’originalità di ogni esperienza, unica in ragione del legame con il proprio contesto territoriale.

A partire dall’apprendimento dalle esperienze, le riflessioni scaturite da questo lavoro possono fornire utili tracce per approfondire il tema del cambiamento del welfare locale, in una logica di promozione dell’innovazione organizzativa.
ISBN: 8838756538
Collana: 108 – Sociale & Sanità
Edizione: 1
Copyright: Maggio 2010
Tipo Prodotto: Volume
Pagine: 198

Ubicazione: 0727
Progressivo: 0047