Massimo Cacciari: “Napolitano e la cultura riformista in Italia: una storia di sconfitte”
in momenti di CRISI DELLE DEMOCRAZIE
la capacità di DECIDERE IN SITUAZIONI DI ECCEZIONE è necessaria
Pianto da duri
di Annalena Benini
La voce rotta di Giorgio Napolitano nel suo discorso al Parlamento, asciutto, duro e politico, tranne che per quel bicchier d’acqua in più, per quel cedimento veloco alla commozione, ha liberato anche la nostra possibilità di lacrime.
E a ha reso inutile, ma significativa, quella precisazione stizzita della moglie di Pierluigi Bersani che, in un silenzio durato anni, ha deciso di parlare quest’unica volta soltanto per chiarire che suo marito non stava affatto piangendo quando aveva la testa fra le mani alla rielezione di Napolitano; perché certe cose lui non le ha mai fatte in tutta la vita, “ha le spalle larghe, è della montagna”; ha detto Daniela Ferrari al Corriere della Sera.
Come se le lacrime di sconfitta fossero disonorevoli, poco di montagna, forse femminili, quindi per forza prodotto di una malignità; anche se la evidente commozione di Bersani da Bruno Vespa quando ancora c’era la speranza di una vittoria, fatta con quello stesso gesto delle mani sugli occhi, non aveva suscitato lo stesso sdegno.
Perché le lacrime sono un problema femminile: gli uomini piangono e basta (Barack Obama, Tony Blair, un’infinita serie di sportivi, Antonio Di Petro al pensiero della propria incompresa grandezza e perfino il 5 Stelle Alessandro Di Battista, alle parole del suo leader Beppe Grillo (“dopo due mesi che non dormo”), le donne invece vengono fraintese, devono giustificarsi e subito arrivano le critiche, i sorrisetti, come accadde per le lacrime di Elsa Fornero, ministro del Lavoro quando annunciò la deindicizzazione delle pensioni, i sacrifici degli italiani. Poco professionale, perturbante, segno di debolezza e manipolatorie: sono le reazioni degli uomini, secondo una ricerca dell’Università della California, alle lacrime delle donne sul lavoro e in occasioni pubbliche.
C’è sempre un secondo fine da smascherare, o il romanzo di un’inadeguatezza da costruire, e a Margareth Thatcher furono concesse soltanto le lacrime di addio. Quando lasciò Downing Street. Giorgio Napolitano invece si è commosso ringraziando per il largo suffragio, si è commosso di nuovo per “il senso antico e radicato di identificazione con le sorti del Paese” che lo muove, poi ricordando il suo primo ingresso alla Camera da deputato, a 28 anni, e infine giurando fedeltà alla Repubblica.
Laura Boldrini, presidente della Camera, seduta accanto a lui e poi in piedi ad applaudire, ha fatto di tutto per restare imperturbabile, per non lasciarsi contagiare dalla commozione, perché le lacrime femminili sarebbero suonate fastidiose, fuori luogo. Le lacrime di Napolitano, invece, hanno dato più forza alla severità, a quel monito: “nessuna auto-indulgenza”, e alla richiesta di fare i conto con la realtà, alla speranza ch sia finalmente arrivato il tempo della maturità. “Fino a quando le forze me lo consentiranno”, ha detto Napolitano. Fino ad allora le lacrime non saranno più un segno di debolezza.
Audio di Prima Pagina di Radio 3 del 23 aprile 2013:
Paolo Valentino: «Ci sono discorsi che cambiano la storia di un Paese. Come quello di Abraham Lincoln nel 1863 a Gettysburg … O come Lyndon Johnson, che nel 1964 pronuncia il celebre we shall over come e chiude la segregazione razziale… Il discorso di Giorgio Napolitano ha la forza retorica, l’altezza d’ispirazione e la dirompenza politica che lo rendono già un’opera prima… ha aperto una nuova pagina, restituendo dignità alla parola e regalandoci un testo di etica pubblica senza precedenti nella storia repubblicana. In un altro Paese, lo farebbero studiare nelle scuole»
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da http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Notizia&key=35741
Omissioni, guasti, irresponsabilità, lentezze, esitazioni, calcoli strumentali, tatticismi, sperimentalismi, sterilità, autoindulgenza, nulla di fatto, corruzione, sordità e dispute banali. Sono le precise parole usate da Giorgio Napolitano per definire l’operato della classe politica, nell’ordine in cui sono state pronunciate.
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Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni,
Lasciatemi innanzitutto esprimere – insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate – la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. È un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze: e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.
So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che mi tocca ancora più profondamente : e cioè la fiducia e l’affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l’istituzione che rappresentavo tra grandi masse di cittadini, di italiani – uomini e donne di ogni età e di ogni regione – a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale. Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest’aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica.
Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l’autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è “l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica”. Avevo egualmente messo l’accento sull’esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell’incarico di Capo dello Stato.
A queste ragioni e a quelle più strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età, se ne sono infine sovrapposte altre, rappresentatemi – dopo l’esito nullo di cinque votazioni in quest’aula di Montecitorio, in un clima sempre più teso – dagli esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni. Ed è vero che questi mi sono apparsi particolarmente sensibili alle incognite che possono percepirsi al livello delle istituzioni locali, maggiormente vicine ai cittadini, benché ora alle prese con pesanti ombre di corruzione e di lassismo. Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza.
È emerso da tali incontri, nella mattinata di sabato, un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato. Di qui l’appello che ho ritenuto di non poter declinare – per quanto potesse costarmi l’accoglierlo – mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese.La rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, non si era mai verificata nella storia della Repubblica, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato – come si è significativamente notato – “schiusa una finestra per tempi eccezionali”.
Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale. Perché senza precedenti è apparso il rischio che ho appena richiamato : senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l’Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente. Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi : passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia.
È a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità. Ne propongo una rapida sintesi, una sommaria rassegna.
Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti – che si sono intrecciate con un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale – non si sono date soluzioni soddisfacenti : hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento.
Quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica è stato dunque facilmente ignorato o svalutato : e l’insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento, sono state con facilità (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono. Attenzione: quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza, non dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione, ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme. Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005.
Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi.La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell’abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento. Ed è un fatto, non certo imprevedibile, che quella legge ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità, e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti.
Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.
Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese.
Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.
Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell’agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario : l’impegno a trasmettere piena coscienza di “quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato”, e delle “grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo”. E aggiunsi di aver voluto così suscitare orgoglio e fiducia “perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.
Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l’Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo bagaglio di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile.”Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare tutti a parlare il linguaggio della verità – fuori di ogni banale distinzione e disputa tra pessimisti e ottimisti – sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile.
È un discorso che – anche per ovvie ragioni di misura di questo mio messaggio – posso solo rinviare ai documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo scorso. Documenti di cui non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e concretezza. Anche perché essi hanno alle spalle elaborazioni sistematiche non solo delle istituzioni in cui operano i componenti dei due gruppi, ma anche di altre istituzioni e associazioni qualificate. Se poi si ritiene che molte delle indicazioni contenute in quei testi fossero già acquisite, vuol dire che è tempo di passare, in sede politica, ai fatti; se si nota che, specie in materia istituzionale, sono state lasciate aperte diverse opzioni su varii temi, vuol dire che è tempo di fare delle scelte conclusive.
E si può, naturalmente, andare anche oltre, se si vuole, con il contributo di tutti.
Vorrei solo formulare, a commento, due osservazioni. La prima riguarda la necessità che al perseguimento di obbiettivi essenziali di riforma dei canali di partecipazione democratica e dei partiti politici, e di riforma delle istituzioni rappresentative, dei rapporti tra Parlamento e governo, tra Stato e Regioni, si associ una forte attenzione per il rafforzamento e rinnovamento degli organi e dei poteri dello Stato. A questi sono stato molto vicino negli ultimi sette anni, e non occorre perciò che rinnovi oggi un formale omaggio, si tratti di forze armate o di forze dell’ordine, della magistratura o di quella Corte che è suprema garanzia di costituzionalità delle leggi.
Occorre grande attenzione di fronte a esigenze di tutela della libertà e della sicurezza da nuove articolazioni criminali e da nuove pulsioni eversive, e anche di fronte a fenomeni di tensione e disordine nei rapporti tra diversi poteri dello Stato e diverse istituzioni costituzionalmente rilevanti. Né si trascuri di reagire a disinformazioni e polemiche che colpiscono lo strumento militare, giustamente avviato a una seria riforma, ma sempre posto, nello spirito della Costituzione, a presidio della partecipazione italiana – anche col generoso sacrificio di non pochi nostri ragazzi – alle missioni di stabilizzazione e di pace della comunità internazionale.
La seconda osservazione riguarda il valore delle proposte ampiamente sviluppate nel documento da me già citato, per “affrontare la recessione e cogliere le opportunità” che ci si presentano, per “influire sulle prossime opzioni dell’Unione Europea”, “per creare e sostenere il lavoro”, “per potenziare l’istruzione e il capitale umano, per favorire la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese”.
Nel sottolineare questi ultimi punti, osservo che su di essi mi sono fortemente impegnato in ogni sede istituzionale e occasione di confronto, e continuerò a farlo. Essi sono nodi essenziali al fine di qualificare il nostro rinnovato e irrinunciabile impegno a far progredire l’Europa unita, contribuendo a definirne e rispettarne i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria, e insieme a rilanciarne il dinamismo e lo spirito di solidarietà, a coglierne al meglio gli insostituibili stimoli e benefici. E sono anche i nodi – innanzitutto, di fronte a un angoscioso crescere della disoccupazione, quelli della creazione di lavoro e della qualità delle occasioni di lavoro – attorno a cui ruota la grande questione sociale che ormai si impone all’ordine del giorno in Italia e in Europa. È la questione della prospettiva di futuro per un’intera generazione, è la questione di un’effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili.
Non possiamo restare indifferenti dinanzi a costruttori di impresa e lavoratori che giungono a gesti disperati, a giovani che si perdono, a donne che vivono come inaccettabile la loro emarginazione o subalternità.Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano se non ci si misura su problemi come quelli che ho citato e che sono stati di recente puntualizzati in modo obbiettivo, in modo non partigiano. Misurarsi su quei problemi perché diventino programma di azione del governo che deve nascere e oggetti di deliberazione del Parlamento che sta avviando la sua attività. E perché diventino fulcro di nuovi comportamenti collettivi, da parte di forze – in primo luogo nel mondo del lavoro e dell’impresa – che “appaiono bloccate, impaurite, arroccate in difesa e a disagio di fronte all’innovazione che è invece il motore dello sviluppo”. Occorre un’apertura nuova, un nuovo slancio nella società ; occorre un colpo di reni, nel Mezzogiorno stesso, per sollevare il Mezzogiorno da una spirale di arretramento e impoverimento.Il Parlamento ha di recente deliberato addirittura all’unanimità il suo contributo su provvedimenti urgenti che al governo Monti ancora in carica toccava adottare, e che esso ha adottato, nel solco di uno sforzo di politica economico-finanziaria ed europea che meriterà certamente un giudizio più equanime, quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale e si trarrà il bilancio del ruolo acquisito nel corso del 2012 in seno all’Unione europea.
Apprezzo l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta : quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento.
Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti.
La rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.
Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora – nella fase cruciale che l’Italia e l’Europa attraversano – il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del paese. Senza temere di convergere su delle soluzioni, dal momento che di recente nelle due Camere non si è temuto di votare all’unanimità.
Sentendo voi tutti – onorevoli deputati e senatori – di far parte dell’istituzione parlamentare non come esponenti di una fazione ma come depositari della volontà popolare. C’è da lavorare concretamente, con pazienza e spirito costruttivo, spendendo e acquisendo competenze, innanzitutto nelle Commissioni di Camera e Senato. Permettete che ve lo dica uno che entrò qui da deputato all’età di 28 anni e portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica.Lavorare in Parlamento sui problemi scottanti del paese non è possibile se non nel confronto con un governo come interlocutore essenziale sia della maggioranza sia dell’opposizione. A 56 giorni dalle elezioni del 24-25 febbraio – dopo che ci si è dovuti dedicare all’elezione del Capo dello Stato – si deve senza indugio procedere alla formazione dell’Esecutivo. Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera.
Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’art. 94 della Costituzione : un governo che abbia la fiducia delle due Camere. Ad esso spetta darsi un programma, secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune.E la condizione è dunque una sola : fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l’interesse generale del paese. Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze.
Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale. D’altronde, non c’è oggi in Europa nessun paese di consolidata tradizione democratica governato da un solo partito – nemmeno più il Regno Unito – operando dovunque governi formati o almeno sostenuti da più partiti, tra loro affini o abitualmente distanti e perfino aspramente concorrenti.
Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche. O forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti.
Lo dicevo già sette anni fa in quest’aula, nella medesima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino “il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza” : che significa anche il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell’ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.
Ma non è per prendere atto di questo che ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento come Presidente della Repubblica. L’ho accolto anche perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno. E farò a tal fine ciò che mi compete : non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale, fungendo tutt’al più, per usare un’espressione di scuola, “da fattore di coagulazione”. Ma tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità : era questa la posta implicita dell’appello rivoltomi due giorni or sono.
Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione “salvifica” delle mie funzioni; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata ; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà.
Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio.
Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!
Al di là del gravoso fardello degli animi e della fatica fisica che quel ruolo richiede, altre ce n’erano a spiegare la sua posizione. La principale che tutte le riassume era la necessità che dopo un lungo settennato ci sia un passaggio del testimone ad un’altra personalità con altro carattere e altra biografia politica, che tenga conto della precedente esperienza ma ne aggiorni i contenuti.
Discontinuità nella continuità, questo è l’insegnamento che la storia della Repubblica consegna a chi ricopre il ruolo di rappresentare la nazione, coordinarne le istituzioni e i poteri costituzionali, tutelare i deboli, garantire le minoranze, rafforzare i valori della libertà e dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Napolitano voleva che questo ricambio avvenisse come del resto è sempre avvenuto dalla nascita della Repubblica fino a ieri. Certo non prevedeva quanto nel nuovo Parlamento sarebbe accaduto. Soprattutto non prevedeva che il Partito democratico crollasse su se stesso affiancando la propria ingovernabilità a quella addirittura strutturale del nuovo Parlamento, diviso in tre tronconi (tre e mezzo per l’esattezza) di pari consistenza per quanto riguarda i consensi espressi dagli elettori e ferocemente opposti ciascuno agli altri. E quindi: un Parlamento ingovernabile e partiti autoreferenziali, due dei quali caratterizzati da populismo e demagogia e l’altro dominato da correnti contrapposte che ne segano non solo i rami ma il tronco stesso che tutti li sorregge.
Risultato: blocco dell’intero sistema, Paese allo sbando, credibilità internazionale in calo vertiginoso. I mercati finora non ci hanno penalizzato e questo dipende da alcune cause tecniche che sono state già largamente esaminate. Ma se il blocco fosse ancora durato le acque calme della Borsa e dello spread sarebbero tornate tempestose, la speculazione fa cambiare in pochi minuti la direzione e l’intensità del vento. Tutto questo non era prevedibile due settimane fa, ma non da me che lo sentivo arrivare e ne ero profondamente preoccupato.
Mentre scrivo (è la sera di sabato) è in corso una manifestazione silenziosa e composta di grillini in piazza Montecitorio. Grillo non vuole eccitare i suoi e quindi non andrà in piazza.
Rodotà da Bari, dove ha partecipato ad un dibattito culturale organizzato dal nostro giornale, ha deplorato le marce su Roma ed ha dichiarato che l’elezione di Napolitano si è svolta nell’ambito previsto dalla Costituzione. Poco prima Grillo aveva invece parlato di golpe, ma Grillo, si sa, è un comico.
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Conosco Stefano Rodotà da quasi sessant’anni. Entrò nel Partito radicale fondato nel 1956 dagli “amici del Mondo” e da allora ci furono tra noi sentimenti di amicizia e collaborazione. È stato più volte parlamentare militando nei partiti post-comunisti e, prima, tra gli indipendenti di sinistra associati al Pci. Fu poi presidente del Pds e vicepresidente della Camera, ebbe incarichi nelle istituzioni culturali europee e infine presiedette l’autorità che tutela la privatezza delle persone. Ha scritto molti libri di diritto, è docente universitario, ha lanciato il referendum sull’acqua pubblica e collabora al nostro giornale fin dal primo numero scrivendo sui temi che più lo interessano.
I grillini, nelle loro “quirinarie” su Internet, l’hanno scoperto e piazzato al terzo posto d’una loro lista di candidabili al Quirinale, dopo la Gabanelli e Gino Strada. I due che lo precedevano hanno ringraziato ma rifiutato, lui ha ringraziato e accettato. Il resto è noto.
Rodotà si è pubblicamente rammaricato perché il Partito democratico e i vecchi amici non l’hanno contattato. Essendo tra questi ultimi debbo dire che neanche lui ha contattato me. Che cosa avrei potuto dirgli? Gli avrei detto che non capisco perché una persona delle sue idee e della sua formazione politica, giuridica e culturale, potesse diventare candidato grillino per la massima autorità della Repubblica.
Il Movimento 5 Stelle, come è noto, vuole abbattere l’intera architettura costituzionale esistente, considera l’Europa una parola vuota e pericolosa, ritiene che i partiti e tutti quelli che vi aderiscono siano ladri da mandare in galera o a casa “a calci nel culo”. Come puoi, caro Stefano, esser diventato il simbolo d’un movimento che impedisce ai suoi parlamentari di parlare con i giornalisti e rispondere alle domande? Anzi: che considera tutti i giornalisti come servi di loschi padroni? In politica, come in tutte le cose della vita, ci vuole il cuore, la fantasia, il coraggio, ma anche il cervello e la ragione.
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Adesso Napolitano farà un governo, è la cosa più urgente della quale ha bisogno il Paese. Naturalmente un governo politico come tutti i governi che hanno bisogno della fiducia del Parlamento. Un governo di scopo, adempiuto il quale passerà la mano o proseguirà se il Parlamento lo vorrà.
Il governo seguirà le indicazioni di scopo che il Capo dello Stato gli affiderà in parte già contenute nel documento dei “saggi” a lui consegnato una decina di giorni fa e già reso pubblico. Ai primi posti ci sono la riforma della legge elettorale, la riforma del Senato, la riforma del finanziamento dei partiti, una politica economica che, nel rispetto degli impegni già presi con l’Europa, adotti provvedimenti mirati alla crescita e all’equità per alleviare al più presto e il più possibile la morsa della recessione, iniettando liquidità nelle imprese, alleggerendo il cuneo fiscale, modificando l’Imu per quanto riguarda le piccole imprese e le famiglie meno abbienti, infine sostenendo socialmente gli esodati e i lavoratori precari.
Quanto ai partiti, anch’essi hanno bisogno d’una profonda riforma, tutti, nessuno escluso. Il Partito democratico ha bisogno addirittura d’una rifondazione. Ne avrebbe bisogno più di tutti il Pdl, ma lì c’è un proprietario ed è impossibile riformarlo se non licenziandolo; ma è possibile licenziare il proprietario?
Il Pd non ha proprietari, non c’è un Re nel Pd. Però ci sono i vassalli l’un contro l’altro armati. È una fortuna non avere un Re ma è un terribile guaio esser dominati da vassalli e valvassori. Questo è il problema che dev’essere risolto.
Bersani, credo in buona fede, pensava d’averlo modificato rinnovando il grosso della rappresentanza parlamentare, ma non è stato così. Riempire i seggi parlamentari con persone alla prima loro esperienza, mantenendo però in piedi un ristrettissimo apparato, aumenta la partecipazione della base soltanto nella forma ma non nella sostanza. I nuovi eletti seguono più l’emotività che la ragione e l’esperienza debbono ancora farsela. Qual è la società che vogliono? Qual è l’interesse generale che dovrebbero perseguire? Non mi sembra che questa visione del bene comune sia chiara nelle loro teste e in quelle dell’apparato meno ancora. Si scambia l’interesse generale con quello del partito e l’interesse del partito con quello della corrente cui si appartiene. Questo è accaduto negli ultimi mesi ed ha raggiunto il culmine negli ultimi giorni. Oggi si lavora sulle rovine prodotte da mancanza di senno e da miserabili interessi di fazioni contrapposte.
Bisogna guardare alla nazione e bisogna guardare alla costruzione d’una Europa che sia uno Stato federale che ci contiene. Se questi dati di realtà non entrano nelle teste della classe dirigente, non ci sarà mai né una destra decente né una sinistra efficiente. Gli impuri diventeranno legione, i puri saranno velleitari e inconsapevoli. Carne da cannone.
I grillini? Anche lì c’è un proprietario e anche lì i puri sono carne da cannone. La discontinuità va bene se aggiorna ma non distrugge il patrimonio di esperienze della nostra storia repubblicana nel bene e nel male.
L’Italia l’hanno fatta Mazzini, Cavour e Garibaldi, diversissimi tra loro ma oggettivamente complementari. E se vogliamo giocare alla torre e si deve scegliere tra Gramsci e Togliatti, scelgo Gramsci. E se debbo scegliere tra Andreotti e Moro scelgo Moro. Tra Togliatti e Berlinguer scelgo Berlinguer. Infine scelgo Napolitano perché, purtroppo per noi, non trovo altro nome da contrapporgli. Ti chiedo scusa, caro Stefano, con tutto l’affetto e la stima che ho verso di te, ma il nome Rodotà in questo caso non mi è venuto in mente.
da Solo lui può riparare il motore imballato di EUGENIO SCALFARI in La Repubblica del 21 aprile 2013
“Dobbiamo guardare tutti, come io ho cercato di fare in queste ore, alla situazione difficile del Paese, ai problemi dell’Italia e degli italiani, all’immagine e al ruolo internazionale del nostro Paese”. Lo ha detto il Presidente, Giorgio Napolitano, nell’incontro con il Presidente della Camera, Laura Boldrini, che, assieme al Presidente del Senato, Pietro Grasso, al Quirinale gli ha comunicato la sua rielezione a Presidente della Repubblica da parte delle Camere riunite con la partecipazione dei delegati regionali.
Il Presidente ha voluto innanzitutto rivolgere il suo saluto e il suo omaggio alla Presidente della Camera e, con lei, al Presidente del Senato che “hanno sperimentato la fatica e la tensione del presiedere una seduta comune insieme con i delegati regionali: una seduta comune che già di per sé, per la sua stessa natura, è altamente impegnativa e che è risultata particolarmente tormentosa”. Di qui il ringraziamento per “questa loro dedizione”.
“Potete immaginare – ha detto il Capo dello Stato – come io abbia accolto, con animo grato, la fiducia espressa liberamente sul mio nome dalla grande maggioranza degli appartenenti dei componenti l’Assemblea dei Parlamentari e dei delegati regionali. E come abbia egualmente accolto la fiducia con cui tanti cittadini hanno ansiosamente atteso una positiva conclusione della prova cruciale e difficile dell’elezione del Presidente della Repubblica. Ringrazio la stampa per come ha seguito e per come è chiamata a raccontare con obiettività i fatti di questa speciale giornata. Lunedì dinanzi alle Camere, concordando in questo senso la convocazione della seduta comune, avrò modo di dire quali sono i termini entro i quali ho ritenuto di potere accogliere in assoluta limpidezza l’appello rivoltomi ad assumere ancora l’incarico di Presidente. E preciserò come intenda attenermi rigorosamente all’esercizio delle mie funzioni istituzionali. Auspico fortemente che tutti sapranno nelle prossime settimane, a partire dai prossimi giorni, onorare i loro doveri concorrendo al rafforzamento delle istituzioni repubblicane”.
Ai Presidenti delle Camere, quindi il Capo dello Stato ha manifestato il suo intendimento di avviare immediatamente il nuovo mandato.
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7 anni fa era stato eletto con 543 voti, alla prima elezione
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Marzio Breda:
Napolitano, scelta obbligata di fronte a una crisi di sistema»
<http://video.corriere.it/napolitano-scelta-obbligata-fronte-una-crisi-sistema/0292b22a-a9ba-11e2-8070-0e94b2f2d724>
PIETRO ICHINO: È ANCORA NAPOLITANO A SALVARE L’ITALIA
Leggi una cronaca ragionata, dal di dentro, di questa vicenda parlamentare per molti versi drammatica nel mioDiario di un’elezione presidenziale; e un commento nel mio editoriale telegrafico di oggi. I nodi irrisolti che nel dicembre scorso mi avevano indotto a lasciare il Pd sono venuti tutti al pettine: leggi http://www.pietroichino.it/newsletters/_href/?IDn=1690&IDe=70246&f=http://www.pietroichino.it/?p=26440″ target=”_blank”>la mia intervista di sabato a ilSussidiario.net
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Vorrei come Presidente della Repubblica GIULIANO AMATO, l’unico che potrebbe essere all’altezza del “gigante della politica” GIORGIO NAPOLITANO qui il mio archivio su Giuliano Amato Paolo Ferrario 16 aprile 2013 ———————————————– L’Italia ha bisogno di un Presidente esperto nella difficile navigazione politica interna, sensibile per storia al dramma sociale in cui siamo immersi. In questo schema non vediamo molte alternative. Amato ha storia ed esperienza per assumere oggi il ruolo cui abbiamo accennato e può esprimere al meglio l’unità nazionale da realizzare anche con il concorso di forze sociali e culturali con le quali Giuliano ha intrecciato la sua vicenda politica. Noi nel recente passato non risparmiammo critiche anche severe ad Amato per alcuni comportamenti nel corso della sua vita politica. Tuttavia l’interesse della Repubblica Italiana deve prevalere su ogni altra cosa e complessivamente Giuliano ha sufficienti qualità per assolvere le funzioni di garante della Costituzione e dell’Unità nazionale. Fraterni saluti Rino Formica Emanuele Macaluso |
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V. LIPPOLIS, G.M. SALERNO
La repubblica del Presidente
Il settennato di Giorgio Napolitano
Collana “Saggi”
pp. 208, € 16,00
978-88-15-24427-7
anno di pubblicazione 2013
in libreria dal 11/04/2013
Il settennato di Giorgio Napolitano ha segnato l’accrescersi dell’influenza della presidenza della Repubblica nel sistema politico-istituzionale.
In un periodo caratterizzato dalla crisi del bipolarismo, dalla delegittimazione dei partiti e dalla debolezza di governo e parlamento, il Quirinale è stato il crocevia di incisive decisioni di politica interna ed internazionale. Dalle scelte legislative ai rapporti tra politica e giustizia, dalle missioni militari all’estero agli impegni nei confronti dell’Unione europea, la voce del capo dello Stato è stata sempre più presente ed ascoltata. Non si è trattato, però, di un presidenzialismo di fatto o «a Costituzione invariata». Come dimostra l’analisi condotta in questo volume, Napolitano ha saputo cogliere le potenzialità di intervento offerte dall’elasticità della disciplina costituzionale, così rafforzando il ruolo del capo dello Stato all’interno del nostro regime parlamentare.
Vincenzo Lippolis insegna Diritto pubblico comparato nella LUISPO-Università degli studi internazionali di Roma. È stato vice segretario della Camera dei Deputati e vice presidente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Ha pubblicato, tra l’altro, «Il bipolarismo conflittuale. Il regime politico della seconda Repubblica» (con G. Pitruzzella; Rubbettino, 2007) e «La cittadinanza europea» (Il Mulino, 1994). Giulio M. Salerno insegna Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Macerata dove è direttore del Dipartimento di Economia e diritto. Ha pubblicato, tra l’altro, «I nostri diritti» (Laterza, 2002) e il «Manuale di diritto costituzionale» (con M. Mazziotti di Celso; Cedam, 2010).
da Volumi – V. LIPPOLIS, G.M. SALERNO, La repubblica del Presidente.
Mi si lasci innanzitutto ringraziare grandemente le personalità politiche e istituzionali che hanno accettato di far parte dei due gruppi di lavoro da me chiamati il 30 marzo a mettere a fuoco temi di estrema attualità e importanza in campo istituzionale e in campo economico-sociale ed europeo. Vi ringrazio per la pronta disponibilità, e per l’impegno intenso e disinteressato con cui avete assolto il mandato ricevuto in un tempo così ristretto.
Nelle premesse alle due relazioni si richiama con assoluta correttezza il senso e il limite del compito da assolvere, con la giusta attenzione a non interferire né con l’attività del Parlamento né con le decisioni che spettano alle forze politiche. Una selezione delle questioni di maggior rilievo da affrontare nell’uno e nell’altro campo, un elenco ragionato di possibili linee di azione, lasciando alle forze politiche l’apprezzamento dei margini di convergenza e di divergenza su proposte da considerare ai fini di un impegno di governo.
Le relazioni che mi sono state presentate questa mattina faranno parte delle mie consegne al nuovo Presidente della Repubblica, oltre che essere oggetto, in questi giorni, della mia personale, ulteriore riflessione. Esse saranno rese subito disponibili sul sito del Quirinale e potranno essere dunque valutate obbiettivamente da tutti. Mi auguro che al di là di dubbi e riserve che hanno accompagnato lo stesso annuncio della istituzione dei due gruppi, si riconosca la serietà del lavoro compiuto, pur nella piena libertà, com’è ovvio, di giudizio critico da parte di chiunque.
Insieme con la serietà dell’impegno esplicato dai componenti dei due gruppi, la cui esperienza – anche in posizioni di vertice – in prestigiose istituzioni indipendenti e in Parlamento, costituivano già in partenza un’indubbia garanzia, vorrei mettere in rilievo la prova di attitudine al dialogo, al confronto, alla condivisione che ci è stata fornita. Sono state largamente espresse posizioni comuni a conclusione del lavoro, pur non trascurando diversità di opinione rimaste tali su taluni punti. Un metodo e un clima, insomma, che ci incoraggiano nell’auspicio di analoghi sforzi di buona volontà e d’intesa anche nei luoghi della politica e nelle assemblee rappresentative.
L’iniziativa di istituire questi gruppi di lavoro, il mandato ad essi affidato, le relazioni che ne sono scaturite, rappresentano il contributo conclusivo – alla vigilia del compimento del mio mandato e della scelta del nuovo Presidente – che sono stato in grado di dare alla soluzione del problema del governo dopo le elezioni del 24 febbraio. Le due relazioni valgono a porre più che mai al centro dell’attenzione delle forze politiche i problemi essenziali cui sono legati sia il soddisfacimento delle attese e dei bisogni più urgenti dei cittadini e del paese e lo sviluppo futuro dell’Italia, e della società e della democrazia italiana. E sviluppo futuro significa prospettiva per un’intera giovane generazione, oggi fortemente inquieta. Una seria considerazione – anche con l’ausilio delle analisi e delle indicazioni fornite dai due gruppi di lavoro – dei problemi da affrontare, delle situazioni critiche da superare, delle potenzialità da cogliere e mettere a frutto, può stimolare la ricerca di convergenze tra le forze politiche, può favorire un clima costruttivo nel nuovo Parlamento, suggerire forme praticabili – nel quadro segnato dai risultati elettorali – di condivisione delle responsabilità di governo e dei percorsi di riforma necessari. Quel che trasmetto è dunque, credo, un testimone concreto e significativo.
Dai due cicli di consultazioni da me tenuti – senza perdere nemmeno un giorno dopo l’insediamento delle nuove Camere – tra il 20 e il 30 marzo, è risultato chiaramente che solo da scelte di collaborazione che spetta alle forze politiche compiere, segnandone i termini e i confini, può scaturire la formazione del nuovo governo di cui il paese ha urgente bisogno. Tale soluzione non poteva dunque nascere per impulso del Presidente della Repubblica uscente ripercorrendo un sentiero analogo a quello battuto con successo nel novembre del 2011. La parola e le decisioni toccano alle forze politiche, e starà al mio successore trarne le conclusioni.
| ora | Dichiarazioni | testo pdf | video videovista | video media player | video per dispositivi mobili | foto |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 12.00 | Intervento del Presidente Giorgio Napolitano |
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| Agenda possibile |
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| Relazione finale |
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| 11.00 | Riunione dei gruppi di lavoro in materia economico-sociale ed europea e sui temi istituzionali |
Intervistato dal Foglio, Pietro Ichino spiega a che condizioni i 60 parlamentari di Scelta Civica voteranno in accordo con Bersani il prossimo presidente della Repubblica
occorre un presidente capace di operare a garanzia della Costituzione e non di una parte politica soltanto. In questo senso il nuovo presidente non potra’ essere votato senza che abbia alcuni requisiti:
deve avere prestigio sul piano internazionale, per rassicurare i nostri interlocutori e i nostri creditori nel mondo,
deve essere una persona non faziosa,
e deve conoscere bene i segreti della politica per svolgere in modo efficace la funzione delicata che la Costituzione attribuisce al capo dello stato”
da Quirinale: Ichino, se Bersani vuole voti Sc nome diverso da Prodi – ASCA.it.
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto al palazzo del Quirinale l’on. Pier Luigi Bersani, che gli ha riferito l’esito delle consultazioni svolte a seguito dell’incarico conferitogli lo scorso 22 marzo, consultazioni il cui esito non è stato risolutivo.
Il Presidente della Repubblica si è riservato di prendere senza indugio iniziative che gli consentano di accertare personalmente gli sviluppi possibili del quadro politico-istituzionale.


Dichiarazione del Presidente Napolitano in occasione del conferimento dell’incarico
Palazzo del Quirinale, 22/03/2013
Si apre oggi una fase decisiva per dare all’Italia un nuovo governo sulla base dei risultati elettorali : l’incarico che sto per dare costituisce il primo passo del cammino che dovrà condurci al più presto al raggiungimento dell’obbiettivo. Dico “al più presto”, perché il paese è premuto da problemi che esigono la nascita di un esecutivo e l’avvio di una normale e piena attività legislativa, al di là dei provvedimenti urgenti che il governo dimissionario riterrà di adottare ed è in grado di adottare.
Ma reagisco a certe affermazioni che si ascoltano nel dibattito pubblico, infondatamente polemiche per il tempo che stanno prendendo gli adempimenti post-elettorali : non è ancora trascorso un mese dalle elezioni del 24 febbraio, da una settimana si sono insediate le nuove Camere, e mi complimento per il fatto che da ieri si sono definiti i rispettivi Uffici di Presidenza, significativamente rappresentativi di tutte le componenti politiche. Nella fase che ora si apre occorre procedere senza sterili lungaggini ma con grande ponderazione ed equilibrio. A chi se la prende con le presunte lentezze italiane, segnalo che nei due paesi di democrazia parlamentare in cui si sono svolte delicate consultazioni elettorali tra l’autunno scorso e l’inizio di quest’anno, sono occorsi, per la formazione dei nuovi governi, circa due mesi, in Olanda 54 giorni e in Israele 55 giorni.
L’essenziale è mostrare a noi stessi, all’Europa e alla comunità internazionale quanto apprezziamo e coltiviamo il valore della stabilità istituzionale, non minore di quello della stabilità finanziaria : da entrambi dipende il grado di affidabilità del nostro paese. L’Italia deve darsi un governo operante nella pienezza dei suoi poteri ; occorre assicurare la vitalità e fecondità della nuova legislatura, del nuovo Parlamento. E’ così che possiamo contribuire anche al consolidamento delle istituzioni europee, del loro impegno e del loro ruolo in un periodo così difficile e decisivo per il nostro comune futuro : ci assumeremmo altrimenti una grave responsabilità, tradiremmo le attese che ci sono state manifestate anche nei giorni scorsi dai rappresentanti di paesi amici, in primo luogo ma non solo europei, convenuti a Roma per rendere omaggio al nuovo Pontefice.
Dalle consultazioni che ho condotto ieri e l’altro ieri con esponenti di tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, già nel passato scese in campo o di nuova formazione – partiti, movimenti, liste – ho tratto il senso di una larga condivisione della necessità istituzionale di fondo che ho ricordato.
Diverse sono state naturalmente le indicazioni che mi sono state prospettate circa il modo di risolvere la crisi di governo e di aprire senza indugio il confronto in Parlamento sulle questioni che sono state al centro delle preoccupazioni e delle scelte dei cittadini elettori. Non si può ignorare la vastità e acutezza del malessere sociale che si è manifestato nel voto, insieme con l’asprezza dell’insoddisfazione e della polemica nei confronti del sistema dei partiti e dei vigenti meccanismi politico-istituzionali. Di qui istanze di radicale cambiamento che mi sono state manifestate dal “Movimento 5 Stelle”, confortato da un rilevante successo elettorale. Altre, importanti forze politiche hanno, nel corso delle consultazioni, espresso a loro volta una volontà di deciso cambiamento da perseguire attraverso riforme solo avviate o da tempo invano attese. Ma non tocca certo a me vagliare piattaforme programmatiche, su cui dovranno pronunciarsi partiti e gruppi parlamentari nelle prossime discussioni finalizzate alla formazione del governo.
A tutti, credo di poter dire, è apparsa chiara la portata delle sfide da affrontare. In considerazione di ciò, si è ricavata – da parte della coalizione guidata dall’on. Berlusconi ma anche da parte di altri – l’esigenza di un governo di vasta unione, che conti innanzitutto sulle due maggiori forze parlamentari, ovvero – come si dice in linguaggio europeo – di grande coalizione. Ma le difficoltà a procedere in questo senso sono apparse rilevanti : per effetto di antiche e profonde divergenze e contrapposizioni, che si erano attenuate nel corso del 2012 in funzione del sostegno al governo Monti ma sono riesplose con la rottura di fine anno. E’ un fatto che, se si erano realizzate importanti convergenze, ad esempio con la riforma dell’art. 81 della Costituzione, sono rimaste bloccate proposte pur concordate di modifica di vari punti della seconda parte della Carta e intenzioni dichiarate di riforma della legge elettorale.
Peraltro, anche negli scorsi anni, caratterizzati da una dialettica bipolare tra coalizioni di governo e di opposizione, avevo sempre messo in luce l’esigenza di larghe intese tra gli opposti schieramenti su scelte di interesse generale, da quelle relative a garanzie di equilibrio istituzionale alle riforme del sistema politico-costituzionale, agli impegni di politica europea, internazionale e di sicurezza. Insisto sulla necessità di larghe intese di quella natura, a complemento del processo di formazione del governo che potrebbe concludersi anche entro ambiti più caratterizzati e ristretti.
Occorrerà comunque – per salvaguardare la posizione dell’Italia e anche per rafforzarne l’assertività e capacità di spinta innovativa nel concerto europeo – forte spirito di coesione nazionale. Al di là di quelle che potranno essere normali dialettiche maggioranza di governo/opposizione. Anche quella parte della popolazione che più soffre per la crisi economica e sociale e che più sollecita cambiamenti effettivi è interessata allo sviluppo di confronti concreti e costruttivi, piuttosto che a scontri totali e paralizzanti.
Si parta intanto con l’impegno a far nascere un nuovo governo. Ho ripercorso la prassi costituzionale quale si è venuta consolidando ed evolvendo per ciò che concerne il procedimento volto alla formazione del governo. Come ha scritto un autorevole studioso e interprete della nostra Legge fondamentale (Enzo Cheli), “particolare stringatezza” presenta in essa “la disciplina relativa alla nomina del Presidente del Consiglio, che la Costituzione subordina soltanto al fine della formazione di un governo in grado di ottenere la fiducia delle Camere”, consentendo quindi al Capo dello Stato – specie in assenza di risolutivi risultati elettorali – la necessaria discrezionalità anche attraverso la creazione di diverse figure di incarico.
Dinanzi alla complessa articolazione delle posizioni emerse nelle consultazioni, sono giunto alla conclusione che il destinatario dell’incarico, nei termini che preciserò, vada individuato nel capo della coalizione di centro-sinistra, da essa designato anche con una procedura di partecipazione democratica nella persona dell’on. Bersani. Tale coalizione, avendo ottenuto – sia pure grazie a un margine di vantaggio assai ristretto sulla coalizione di centro-destra – la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e una posizione di maggioranza relativa al Senato, è obbiettivamente in condizioni più favorevoli per ricercare una pur difficile soluzione al problema del governo, attraverso tutti gli opportuni contatti con le altre forze politiche rappresentate in Parlamento, e non solo con esse.
Ho pertanto conferito – in continuità con eloquenti, appropriati e non lontani precedenti – all’on. Pierluigi Bersani l’incarico di verificare l’esistenza di un sostegno parlamentare certo, tale da consentire la formazione di un governo che ai sensi del 1° comma dell’art. 94 della Costituzione abbia la fiducia delle due Camere. Egli mi riferirà, sull’esito della verifica compiuta, appena possibile.
”Ho, negli anni del mio mandato, considerato e affrontato come problema essenziale quello del ristabilimento di un clima corretto e costruttivo nei rapporti tra giustizia e politica. A più riprese, anche e in particolare dinanzi al CSM, ho sottolineato come i protagonisti e le istanze rappresentative della politica e della giustizia “non possano percepirsi ed esprimersi come mondi ostili, guidati dal sospetto reciproco, anziché uniti in una comune responsabilità istituzionale”. E ho indicato nel “più severo controllo di legalità un imperativo assoluto per la salute della Repubblica” da cui nessuno può considerarsi esonerato in virtù dell’investitura popolare ricevuta. Con eguale fermezza ho sollecitato il rispetto di rigorose norme di comportamento da parte di “quanti sono chiamati a indagare e giudicare”, guardandosi dall’attribuirsi missioni improprie e osservando scrupolosamente i principi del “giusto processo” sanciti fin dal 1999 nell’art. 111 della Costituzione con particolare attenzione per le garanzie da riconoscere alla difesa.
In vari momenti, anche relativamente recenti, ho potuto constatare il manifestarsi di tensioni meno acute e di occasioni di collaborazione tra le diverse forze politiche, in materia di giustizia, e più pacati rapporti con la magistratura requirente e giudicante. Ma troppe divergenze e vere e proprie contrapposizioni hanno finito per prevalere, bloccando in effetti la possibilità di talune, cruciali riforme nell’amministrazione della giustizia e nel corpo delle norme che la regolano.
da Notizia.
mi permetto di raccomandare a qualsiasi soggetto politico misura, realismo, senso di responsabilità anche in questi giorni dedicati a riflessioni preparatorie.
Abbiamo tutti il dovere di salvaguardare l’interesse generale e l’immagine internazionale del Paese, evitando premature categoriche determinazioni di parte
vai al Comunicato nel sito del Presidente della Repubblica
Stefano Ceccanti: Perché il Quirinale ha ragione
Una primissima lettura rapida in 7 punti della sentenza della Consulta
sulle telefonate di Napolitano: il Quirinale ha ragione perché se il
Presidente fosse …
<http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/post_4312_b_2479462.html>
18 dicembre 2012 -
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17 dicembre 2012 -
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2 dicembre 2012 -
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Signor Presidente del Senato,
Signor Presidente della Camera,
Signor Presidente del Consiglio,
Signor Presidente della Corte Costituzionale,
Onorevoli membri del Parlamento e del Governo,
Autorità,
Signore e Signori,
A voi tutti rivolgo il più cordiale saluto e ricambio vivissimi auguri per il Natale e il Nuovo Anno. Uno speciale ringraziamento a lei, Presidente Schifani, non solo per i generosi apprezzamenti indirizzati alla mia persona ma per quel comune sentire manifestatosi e radicatosi sempre di più nel rapporto tra noi, nell’esercizio – insieme col Presidente della Camera – di responsabilità condivise al vertice delle istituzioni repubblicane.
Signore e Signori,
ci incontriamo questa volta alla vigilia della conclusione della XVI legislatura. E se è solo con lieve anticipazione rispetto alla scadenza naturale che stanno per essere sciolte le Camere, brusca è stata di certo l’accelerazione impressa dall’annuncio, l’8 dicembre scorso, delle dimissioni del Presidente del Consiglio Monti. Questi ha ritenuto di non poter continuare nella sua azione di governo, dopo che il PdL – il maggiore dei tre partiti sul cui consenso e sostegno in Parlamento essa si reggeva – aveva deciso di astenersi dalle previste votazioni di fiducia considerando conclusa l’esperienza del governo nato nel novembre del 2011.
Quando, fin dall’inizio di questo autunno, avevo colto i segni del crescere di difficoltà e tensioni nei rapporti tra le forze di maggioranza e tra queste e il governo, mi ero premurato di rivolgere pubblicamente l’invito a «una costruttiva conclusione della legislatura ancora in corso, così da portare avanti la concreta definizione degli indirizzi e dei provvedimenti messi a punto dal governo e sottoposti al Parlamento». Ero ben consapevole della pressione che su formazioni politiche tra loro diverse e concorrenti esercitava l’avvicinarsi delle elezioni per il nuovo Parlamento, e che esercitava anche l’acuirsi di un diffuso disagio economico e sociale. E tuttavia ritenevo necessario adoperarmi perché il responsabile impegno di quanti avevano garantito al governo Monti la maggioranza in Parlamento, potesse continuare fino al completamento di un ciclo di attività il cui limite era comunque segnato dall’esaurirsi della XVI legislatura entro l’aprile del 2013.
Il mio invito e il mio sforzo erano motivati dalla convinzione, che mi ha guidato nell’esercizio del mio mandato di Presidente, del grande, decisivo valore per il nostro Paese della continuità e stabilità istituzionale. Un valore spesso trascurato nel corso della nostra storia repubblicana (e per quanti, me compreso, ne siano stati partecipi, potrei dire: scagli la prima pietra chi non l’ha trascurato).
Fui mosso da quella convinzione quando nell’autunno del 2011, dinanzi al venir meno della coesione effettiva della maggioranza e della compagine di governo guidate dall’Onorevole Berlusconi, mi studiai di evitare l’aprirsi in modo traumatico di un vuoto istituzionale e il precipitare verso elezioni anticipate in una fase critica e pericolosa per la posizione, non solo finanziaria, dell’Italia. Non occorre ricordare come si giunse allora a una nuova soluzione di governo, fuori dell’ordinario ma non senza precedenti, e certo nell’ambito costituzionale della democrazia parlamentare in quanto al Parlamento si rimettevano le sorti dell’esecutivo e di ogni provvedimento di legge da esso deliberato. E d’altronde non è forse bastato il ritiro della fiducia di una componente essenziale della maggioranza per segnare la fine del governo presieduto dal Senatore Monti?
Questa conclusione non piena, questa interruzione in extremis dell’esperienza iniziata 13 mesi orsono, non può tuttavia oscurarne la fecondità, al di là del rammarico e della preoccupazione che il suo brusco esito finale ha suscitato anche in chi vi parla in quanto Capo dello Stato.
I giudizi sui risultati ottenuti in un campo o nell’altro possono legittimamente divergere, e può darsi che si facciano ancor più divergenti, magari nell’imputazione delle rispettive colpe, tra le forze politiche nel fuoco della battaglia elettorale. È eccessivo mettere in guardia, come in questo momento faccio, perché in quel fuoco polemico non si bruci il recupero di fiducia nell’Italia che si è manifestato negli ultimi tempi in Europa, nella comunità internazionale e negli stessi, pur poco trasparenti, mercati finanziari? Attenzione, in giuoco è il Paese, è il nostro comune futuro, e non solo un fascio di voti per questo o quel partito.
D’altra parte, nessuno dei soggetti politici che hanno fino a ieri fatto vivere e operare questo governo, dovrebbe avere interesse ad annullare il contributo dato anche a prezzo di limiti, sacrifici e rischi responsabilmente accettati. Ricordiamolo, e vorrei che a ciò prestasse ascolto anche il mondo dell’informazione: partiti e Parlamento, bersagli abituali di critiche fondate ma anche di attacchi distruttivi basati su molte approssimazioni e omissioni, hanno dato prova di un assai elevato senso di responsabilità per aspetti essenziali. Dopo aver reso possibile, a larga maggioranza, la nascita di un governo di cui non avevano ritenuto di far parte, i tre partiti che hanno scelto di sorreggere l’impegno del governo Monti, hanno approvato, con un alto numero di voti di fiducia e in tutte le votazioni ordinarie, provvedimenti severi sul piano del rigore fiscale e sul piano delle riforme coerenti con un comune disegno europeo: li hanno approvati, dopo averli discussi nella loro complessità (e, talvolta, ridondanza normativa), modificandoli incisivamente. Lo hanno fatto il Popolo delle Libertà, il Partito Democratico, l’Unione di Centro per il Terzo Polo.
Il bilancio della legislatura che sta per chiudersi andrà fatto con grande attenzione: ben valutando tutte le innovazioni introdotte nel nostro ordinamento per effetto e nel quadro di intese intervenute in sede europea. E non parlo solo dell’ultimo anno: basti ricordare la legge 196 del 2009 e la legge 39 dell’aprile 2011, che hanno radicalmente modificato la normativa riguardante il ciclo di bilancio. Il Parlamento ha poi, più di recente, approvato – redigendola con grande ponderazione – la legge di riforma costituzionale (la sola importante adottata in questi cinque anni che ha introdotto nella nostra Carta costituzionale, all’art. 81, il principio del pareggio di bilancio: e saluto lo sforzo grazie al quale in questi giorni se ne stanno varando le norme di attuazione.
Un attento consuntivo dell’attività della XVI legislatura dovrà considerare anche altri risultati legislativi non riguardanti la sfera economico-finanziaria, e poco valorizzati se non ignorati.
Ma ben più complesso e critico è il discorso da fare oggi rispetto all’evoluzione del sistema politico. In questi giorni, sulle colonne di un quotidiano, si sono amichevolmente richiamate le aspettative che un anno fa – in occasione di questo stesso tipo di tradizionale incontro – avevo enunciato. L’aspettativa, soprattutto, che – avviandosi e consolidandosi un clima più disteso nei rapporti politici – si producesse un sussulto di operosità riformatrice e anche un moto di rinnovamento dei partiti, del loro modo di essere, del loro rapporto con i cittadini e con la società. Si trattava – debbo dire oggi – di aspettative troppo fiduciose o avanzate, rispetto alle quali si è fatto sentire tutto il peso di resistenze ed ostacoli profondamente radicati, di antichi ritardi, di lenti e stentati processi di maturazione.
Lo dico con amarezza e preoccupazione, perché vengono da ciò alimentati il corso limaccioso dell’antipolitica e il qualunquismo istituzionale. Per le più che mature riforme della Seconda Parte della Costituzione, quella ora giunta al termine è stata purtroppo un’altra legislatura perduta: anche modeste modifiche mirate, frutto di un’intesa minima, sono naufragate. Il tema dei costi ovvero del finanziamento della politica, e quello connesso dei trattamenti riservati ai parlamentari, hanno formato oggetto di decisioni discutibili ma non trascurabili e da non svalutare, la cui eco è stata però soverchiata dal clamoroso esplodere di indegni abusi di danaro pubblico commessi da numerosi eletti nei Consigli regionali.
È in effetti rimasta ancora in larga misura da percorrere – e non solo sotto il profilo della moralità – la strada di una riqualificazione dei partiti politici, secondo regole coerenti col dettato costituzionale. Non sono mancati, è vero, stimoli e aperture a una maggiore partecipazione politica dei cittadini. Ma il fatto imperdonabilmente grave è stato il fallire la prova della riforma della legge elettorale del 2005, su cui pure la Corte Costituzionale aveva sollevato seri dubbi di legittimità. Forte, motivato, tenace è stato il richiamo da parte di tante voci della società civile e del mondo del diritto, e – quante volte! – da parte del Presidente della Repubblica: ma più forte è stato il sopravvivere delle peggiori logiche conflittuali tra le forze politiche. Diffidenza reciproca, ambiguità di posizioni continuamente mutevoli, tatticismo esasperato: nessuno potrà fare a meno di darne conto ai cittadini-elettori, e la politica nel suo insieme rischia di pagare un prezzo pesante per questa sordità.
Si andrà così al confronto elettorale, mentre il governo dimissionario provvederà, nell’ambito dei suoi poteri, ad attuazioni dovute di leggi già in vigore. Ma non si pensi di poter nascondere agli elettori tutto quel che è rimasto irrisolto di decisivi nodi politico-istituzionali venuti al pettine più che mai nel corso dell’ultimo anno. Essi si sono presentati in un tale intreccio e groviglio che anche interventi generosamente tentati con il concorso di un governo a termine e dominato da assorbenti emergenze come quello presieduto da Mario Monti, hanno sortito effetti solo iniziali o sono stati neutralizzati nella stretta finale della legislatura.
Due esempi: si è aperto con determinazione e accortezza – ma è stato solo un inizio – il capitolo di norme più efficaci contro la corruzione, fonte di oramai insopportabile discredito e danno per il nostro Paese. Si è portato avanti un faticoso esercizio di revisione del pletorico retaggio storico delle Provincie, ma non ce la si è fatta a giungere al traguardo.
E dunque, in materia di giustizia, non soltanto importanti istanze di cambiamento e di riforma sono rimaste solo iscritte all’ordine del giorno, ma ci si è trovati dinanzi a opposizioni e ripensamenti tali da mettere in forse la legge già approvata alla Camera per l’introduzione di pene alternative alla detenzione in carcere. Sta per scadere il tempo utile per approvarla al Senato: ma con quale senso di responsabilità, di umanità e di civiltà costituzionale ci si può sottrarre a un serio, minimo sforzo per alleggerire la vergognosa realtà carceraria che marchia l’Italia?
Comunque, quel che attende governo e Parlamento, Regioni e Comuni, quel che attende gli italiani, è un’opera di lunga lena. E quello dei prossimi cinque anni è un tempo congruo per intraprendere cambiamenti e riforme di cui ha bisogno innegabile il nostro Paese per posizionarsi con successo nell’Europa e nel mondo di domani. Guai se di tutto ciò che questo significa non maturasse una consapevolezza più diffusa di quanto non sia accaduto finora. Dovrebbe darne il segno già l’imminente competizione elettorale: nell’orizzonte di medio termine che la nuova legislatura presto aprirà, sarà possibile perseguire indirizzi e programmi di sufficiente respiro e gradualità, in campo politico e istituzionale – vi ho fatto già cenno – e in campo economico e sociale.
Stiamo, a questo proposito, passando un guado molto faticoso, per portare l’Italia fuori dal pantano di un soffocante indebitamento pubblico, per giungere a porre lo sviluppo del Paese su fondamenta più solide e, in tutti i sensi, più equilibrate, per guadagnare in dinamismo e coesione. La fatica cui sono sottoposte, per la durezza degli obbiettivi di bilancio da realizzare nel 2013-2014, le nostre strutture pubbliche e le fasce più deboli della popolazione, non sempre si calcola nello scrivere i numeri quando si preparano le leggi da votare. Ma la dobbiamo sentire come nostra, ed è una condivisione che è importante si esprima da parte di tutti noi che abbiamo la responsabilità di guidare le istituzioni.
Parlo della fatica di chi amministra a più diretto contatto con i cittadini e i loro bisogni; della fatica di chi si sforza di salvaguardare l’impresa che ha costruito e che vede vacillare; della fatica sociale, che percorre l’ampio universo di quanti reggono la famiglia con redditi insufficienti, e in misura crescente scivolano nella povertà; di quanti si dibattono nell’insicurezza del lavoro se non l’hanno già perduto; di quanti, soprattutto giovani, sono bloccati in uno stato di disoccupazione senza vedere come uscirne.
Paghiamo – e anche tanti incolpevoli pagano – le conseguenze di orientamenti e comportamenti miopi o irresponsabili, trascinatisi nel passato troppo a lungo. Ma se vogliamo venirne a capo – e possiamo e dobbiamo farlo – s’impongono una stagione di rigore e insieme un nuovo slancio di laboriosità e unità. Si sta anche in questi ultimi, strettissimi giorni di attività parlamentare, cercando di tener conto della «fatica sociale» che ho appena evocato. Ma ci sarà poi da vigilare sugli sviluppi della situazione nel corso del prossimo anno, ed eventualmente da intervenire ancora.
La recessione si prolunga e pesa. La realtà attuale e le tendenze all’ulteriore aumento della disoccupazione ci allarmano. Ci allarma la condizione così vulnerabile del Mezzogiorno. Categorica è dunque la necessità di cogliere tutti gli spiragli compatibili col riequilibrio finanziario per rilanciare crescita e occupazione. In Italia e in Europa: perché è solo nel quadro dell’area Euro e dell’Unione che può realizzarsi una ripresa della domanda, degli investimenti, delle occasioni di lavoro per i giovani, attraverso il massimo inserimento nel moto di sviluppo dell’economia mondiale.
Intanto, per quel che riguarda specificamente l’Italia, saranno da verificare le ricadute positive sull’economia che ci attendiamo dai provvedimenti di riforma, di semplificazione e di stimolo adottati dal governo e dal Parlamento, fino al decreto sviluppo appena varato in via definitiva. Ed è da verificare il decollo di politiche pubbliche annunciate per le infrastrutture, la casa, la messa in sicurezza del territorio, l’ambiente, la ricerca e l’innovazione; nonché la portata di una ripresa d’attenzione per la politica industriale, partendo dalle situazioni più critiche che presentano diversi settori, oggi innanzitutto – per complesse ragioni – la siderurgia.
Aggiungo che benefici rilevanti è lecito aspettarsi da un impegno comune di tutte le forze rappresentative – e in quel «tutte» vorrei si cogliesse un mio forte appello al superamento di dannose divisioni e negatività – del mondo delle imprese e del mondo del lavoro per quell’elevamento della produttività e della competitività di cui il nostro sistema industriale ed economico ha acuto bisogno.
In quanto all’Europa, il tema del rilancio della crescita e dell’occupazione è balzato in primo piano a Bruxelles nel Consiglio dello scorso giugno, attraverso un dibattito più aperto e ricco di cui il governo italiano e per esso il Presidente Monti è stato tra i promotori e i protagonisti.
Si è quindi lavorato, fino al Consiglio Europeo della scorsa settimana, alla definizione di un percorso di più avanzata integrazione, sul piano finanziario, delle politiche di bilancio e delle politiche economiche, in un quadro di rafforzamento della legittimità e controllabilità democratica. Un tale percorso, disegnato nel rapporto del Presidente Van Rompuy, e destinato a sfociare in un’autentica Unione Politica, si giova della relativa stabilizzazione delle condizioni di mercato e dell’accresciuta fiducia nella stabilità dell’area Euro, cui hanno grandemente contribuito la determinazione e le scelte espresse già in luglio dal Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Insomma, a vent’anni dal Trattato di Maastricht, si è messo mano al completamento dell’edificio della moneta unica e dell’allora annunciata, ma solo delineata, Unione Economica e Monetaria.
È questo il quadro nel quale va visto il più netto e forte impegno a promuovere crescita e occupazione che viene sollecitato da parte dell’Italia come di altri Stati membri. Tale impegno non può in alcun modo prescindere dal proseguimento di politiche di correzione dei conti pubblici, dolorose ma il cui riflesso negativo sulla domanda interna può essere mitigato come ha suggerito il Governatore Ignazio Visco, e il cui apporto a un rilancio dello sviluppo è comunque essenziale.
C’è, come si sa, discussione sulle politiche di rigore o di austerità perseguite e in ulteriore svolgimento in Europa, ma è significativo il fatto che il Presidente François Hollande, a sei mesi dalla sua elezione, nel presentare pubblicamente un quadro drammatico della crisi in atto nel suo Paese, ha indicato drasticamente due obbiettivi da perseguire «nello stesso tempo: restaurare i nostri conti pubblici, ristabilire la competitività della nostra economia, anche al fine di ridurre le disuguaglianze e di ridare fiducia alla Francia». E ancora più nettamente: «il risanamento della finanza pubblica» – egli ha detto – «è divenuto un imperativo nazionale». Insomma, uno sforzo di «redressement di difficoltà inedita».
Tenendo conto di tutto ciò, anche nel confronto elettorale che sta per aprirsi in Italia su ciascuna forza politica incomberà il dovere della proposta e quindi l’onere di provarne la sostenibilità. E la sede della verifica alla quale chi governerà non potrà sottrarsi è quella dell’oramai codificato “semestre europeo”, in linea con un nuovo quadro di regole per il rafforzamento sia della sorveglianza delle situazioni di bilancio, sia della sorveglianza e del coordinamento delle politiche economiche.
Perciò non mi pare eccessivo dire che se su molti temi importanti resta intatta la libertà di distinzione e competizione tra diversi programmi politici e di governo, per la posizione dell’Italia in Europa il cammino è segnato, lo stesso sentiero di una dialettica di posizioni tra Stati e governi dell’Unione è ben definito. In un’Europa, dico, che avanza – se pur tra difficoltà e battute d’arresto o lentezze – verso una piena integrazione economica e politica: e questa è l’Europa in cui come italiani non possiamo, nel solco della nostra storia, non riconoscerci per avervi svolto e per svolgervi un ruolo assertivo e conseguente.
Questa è la consapevolezza che prevarrà nell’Italia del dopo-elezioni: mi sento di dirlo serenamente ai nostri partner europei. E ciò non implica alcuna valutazione sul profilo o sulle tendenze delle diverse forze politiche: rimarrò lontano da ogni giudizio anche quando tutti gli attori della competizione elettorale si saranno presentati sulla scena con i loro programmi. La mia è un’espressione di fiducia nella prospettiva di un confronto guidato dalla ragione, dalla misura, dal senso della realtà e dell’interesse generale del Paese.
Scusandomi per l’eccessiva ampiezza di questo intervento – considero la vostra pazienza come gentile buonuscita – concludo in primo luogo sul punto del rapporto tra linguaggio della verità e messaggio di speranza. Il primo è doveroso come elemento di moralità e credibilità della politica; il secondo non è sacrificato, ma reso più autentico, dal riconoscimento delle difficoltà e delle prove penose da superare.
Il secondo punto su cui concludere è quello da cui sono partito: continuità e stabilità istituzionale, pur nell’imprevedibile mutare degli equilibri politici. E, aggiungo, fiducia nelle istituzioni, rispetto delle istituzioni. Più specificamente, attenzione e cura per tutte le articolazioni dello Stato democratico: esse vanno rinnovate, ma salvaguardate da particolarismi e spinte centrifughe, come da aperte o subdole contestazioni eversive.
E, dunque, attenzione e cura per l’amministrazione della giustizia, cui è affidata la prima linea del necessario impegno collettivo nella lotta senza tregua e senza ombre per la legalità, e contro quel nemico mortale che è la mafia, la criminalità organizzata. Ai magistrati di tutta Italia – da quella Palermo dove quindici anni fa si concluse lo storico maxiprocesso, alle grandi città del Nord, diciamo: andate avanti e fino in fondo, con professionalità e rigore, nel rispetto delle regole e delle competenze, e nel rispetto dell’equilibrio dei poteri. Siamo così, limpidamente, al vostro fianco.
Attenzione e cura per l’amministrazione dell’Interno, per la quale si sta avviando un processo di razionalizzazione e alleggerimento delle strutture burocratiche, e va garantito il sostegno indispensabile nel governo delle forze di polizia, presidio quotidiano della nostra sicurezza.
Attenzione e cura per le Forze Armate, col massimo apprezzamento per il coraggioso e difficile progetto di riforma appena approvato del Parlamento.
Attenzione e cura per l’amministrazione degli Esteri, a garanzia della tradizionale eccellenza e delle nuove essenziali missioni della nostra diplomazia.
Attenzione e cura per il Servizio Sanitario Nazionale, impegnato in prove ardue di revisione e innovazione per non venir meno a una funzione irrinunciabile sancita in Costituzione.
E c’è bisogno, infine, di raccomandare – in questo mio passaggio di testimone – attenzione e cura per l’universo della scuola, fortemente travagliato ma vibrante di passione nella consapevolezza del suo ruolo più che mai cruciale?
Mi fermo qui, per dedicare piuttosto qualche parola alle istituzioni rappresentative, che costituiscono il telaio dell’ordinamento democratico della Repubblica tracciato nella Costituzione. Un ordinamento, una architettura da rivedere, nello spirito dell’autonomismo segnato nell’articolo 5 della Carta e non certo con intenti di ritorno al vecchio centralismo, ma in coerenza con nuove esigenze di trasparenza, coordinamento e coesione al livello nazionale ed europeo.
E consentitemi di ricordare come al vertice delle istituzioni di garanzia si collochi quella Corte Costituzionale la cui composizione fu voluta nella molteplicità e diversità delle sue fonti di nomina proprio a suggello della sua irriducibile indipendenza da ogni parte politica. Vedendola nuovamente oggetto di attacchi da opposte sponde, vi chiedo di unirvi a me, ancora una volta, nell’esigere assoluto rispetto per l’istituzione, per la sua storia, per i giudici che sono devoti al suo altissimo, insostituibile ruolo.
E ve lo chiedo ricordando che tutti i Presidenti della Repubblica sono stati sempre i primi a sottoporsi con rispetto alle pronunce della Corte, ben sapendo che ogni censura di illegittimità costituisce un richiamo anche ad essi che quelle leggi hanno promulgato.
Ho finito – trascinato dagli argomenti – per toccare il tema del Presidente della Repubblica, della sua figura, voglio dire, come parte del discorso sulla continuità delle istituzioni. Ma lo faccio solo per dirvi che in questi sette anni mi sono sempre interrogato, senza troppo facili certezze, su ogni scelta impegnativa, prima di compierla e dopo averla compiuta. E ho necessariamente cercato risposte tanto negli esempi offerti dai miei predecessori, quanto nella dottrina e nella giurisprudenza costituzionale. Così anche per quel che riguarda il ruolo del Presidente nel conferimento dell’incarico ai fini della formazione del governo.
Tale tema torna d’attualità, diversamente da come sarebbe accaduto se – ed è quel che ho fortemente auspicato e, finché possibile, sollecitato – la legislatura si fosse conclusa alla normale scadenza dei cinque anni e le elezioni si fossero svolte nell’aprile del 2013. In tal caso, ad esse, e all’insediamento delle nuove Camere, sarebbe succeduta senza soluzione di continuità la convocazione del Parlamento in seduta comune per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, e a questi sarebbe toccato avviare il procedimento per la formazione del nuovo governo. Così non è stato, mio malgrado, e mi trovo a dover chiarire che su di me, tuttavia, ricadrà un compito nettamente diverso da quello che mi toccò assolvere nel novembre del 2011.
La scelta che ritenni di poter compiere – la sola che avesse un senso e apparisse praticabile – fu quella del conferimento dell’incarico al neo Senatore Monti: e da ciò scaturì la formazione di un governo, la cui natura ha dato luogo a discussioni. Nel sapiente commento (datato 1985) del professor Livio Paladin – interprete e garante (come giudice e Presidente della Consulta) tra i maggiori della nostra Costituzione – si parla di «cosiddetti Governi del Presidente» o Governi tecnici «necessari qualora le forze politiche rinuncino ai loro compiti propositivi o quando si renda altrimenti indispensabile che lo stesso Presidente funga da fattore di coagulazione».
Ebbene, non c’è chi non veda come si stia ora per tornare invece a una naturale riassunzione da parte delle forze politiche del proprio ruolo, sulla base del consenso che gli elettori accorderanno a ciascuna di esse. E sarà quella la base su cui poggeranno anche le valutazioni del Capo dello Stato.
Del professor Paladin consentitemi di raccogliere anche la motivata opinione che «la non rielezione», al termine del settennato, è «l’alternativa che meglio si conforma al modello costituzionale di Presidente della Repubblica». È con questa convinzione che mi accomiato da voi, esprimendovi profonda riconoscenza per il prezioso sostegno su cui ho potuto contare a beneficio di quella continuità istituzionale, che rappresenta – al di là delle alterne vicende della politica e dei governi – un bene irrinunciabile, un pilastro vitale della Repubblica.
da Discorso
“Non ci si lasci allarmare dalle tensioni che hanno investito nei giorni scorsi il governo Monti provocandone le dimissioni. Questo difficile passaggio sarà superato : banco di prova del senso di responsabilità e della vocazione europea di ogni forza politica sarà il non mettere a rischio i progressi conseguiti dall’Italia attraverso sforzi intensi e sacrifici dolorosi. Dal confronto elettorale uscirà quel rinnovato impegno che il Presidente Draghi evocava ; continueremo a perseguirlo a casa nostra e nel concerto europeo”.
tutto il discorso qui Notizia.
Conflitto attribuzione tra poteri dello Stato
In G.U. n. 39 del 3-10-2012 è pubblicato il Ricorso per conflitto di attribuzione 26 settembre 2012 n. 4:Ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato (merito) depositato in cancelleria il 26 settembre 2012 (del Presidente della Repubblica). Presidente della Repubblica – Immunita’ – “Attivita’ di intercettazione telefonica, svolta nell’ambito di un procedimento penale pendente dinanzi alla Procura della Repubblica di Palermo, effettuata su utenza di altra persona nell’ambito della quale sono state captate conversazioni del Presidente della Repubblica” – Ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Presidente della Repubblica…..
Le funzioni del Presidente della Repubblica sono strettamente connesse e vanno interpretate con il ruolo, che la Costituzione gli attribuisce, di Capo dello Stato, rappresentante dell'unita' nazionale. La sottrazione del Presidente della Repubblica alla responsabilita' anche politica e' stabilita in funzione di tale ruolo e non certo per escludere la «politicita'» della sua azione diretta
ad assicurare in modo imparziale, insieme agli altri organi di
garanzia, il corretto funzionamento del sistema istituzionale e la
tutela degli interessi permanenti della Nazione .
Deve, in conclusione, ribadirsi che la sfera di immunita' che la
Costituzione riserva al Capo dello Stato non costituisce un
inammissibile privilegio, legato ad esperienze ormai definitivamente
superate. Al contrario, le prerogative che la Costituzione
attribuisce al Capo dello Stato sono strettamente funzionali agli
altissimi compiti che e' chiamato a sostenere nell'espletamento della
citata funzione di garanzia complessiva del corretto andamento del
sistema che egli esercita, mantenendo, appunto, l'unita' della
Nazione. E' del tutto evidente che, nell'espletamento di questi
compiti, al Presidente della Repubblica deve essere assicurato il
massimo di liberta' di azione e di riservatezza, appunto perche'
alcune attivita' che egli pone in essere, e certamente non poco
significative, non hanno un carattere formalizzato.
tutta la sentenza qui Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.
Ringrazio Nicola Pellicani, il sindaco Orsoni e Massimo Cacciari e voi tutti. Ringrazio Mestre per questa così calorosa accoglienza: e’ vero che a Mestre parlo per la prima volta nella mia funzione attuale, ma non saprei dire quante, certo moltissime volte, sono stato a Mestre nello svolgimento della mia attività politica, e quelle erano tutte occasioni di incontro con Gianni Pellicani.
Nicola vorrei, complimentandomi per il suo impegno, dire che è bello vedere come il ricordo anche a me molto caro di Gianni Pellicani e della sua indomita passione politica stia, grazie alla Fondazione, diventando occasione sistematica di dibattito approfondito con indubbio successo, anche oggi, di interesse e disponibilità specie tra i più giovani.
Al sindaco Orsoni vorrei rinnovare il mio apprezzamento per la sapiente dedizione che pone nel difficile compito del governare una realtà eccezionale e complessa come Venezia: a queste difficoltà ha fatto cenno in termini di attualità e in termini non soltanto veneziani ma nazionali.
Massimo ha posto molte incalzanti domande degne di un futuro seminario. Credo che lo abbia fatto anche per trovare il modo di riconoscermi generosamente una certa visione anticipatrice. Spero che nel mio discorso potrete cogliere una risposta, implicita e di insieme a quelle domande, imperniata su ciò che è più cambiato rispetto a 18 o a 20 anni fa e cioè il contesto globale. Non vi meravigli perciò che nell’interpretare e svolgere il tema che mi è stato proposto, parta dall’Europa. Naturalmente verrò poi al quadro italiano. Ma è nel complesso dell’Europa quale oggi ci si presenta, che la politica è in affanno, che la politica – direi – naviga a vista : perché le vecchie mappe risultano, sempre di più, inservibili, e le nuove restano ancora lontane dal giungere a un disegno compiuto.
Il punto cruciale è che in un continente interconnesso come non mai – dall’economia al diritto – la politica è rimasta nazionale. Ed è questo un fattore fondamentale di crisi della costruzione europea, e nello stesso tempo di crisi della politica. Le nuove mappe della politica non possono non abbracciare l’Europa nel suo insieme : e s’intende, l’Europa nel suo rapporto con il mondo di questo inizio del ventunesimo secolo.
La crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008 negli Stati Uniti e di lì propagatasi in tutte le direzioni, ha oggi, come sappiamo, e già da qualche tempo il suo epicentro nell’Europa della moneta unica. E’ qualcosa che domina la politica e la vita quotidiana ; e quando vediamo crescere il numero dei giovani senza lavoro e senza prospettive, quando vediamo crescere il tasso di disoccupazione giovanile – e in Italia nettamente oltre la già elevata media europea – possiamo cogliere in questo fenomeno lo specchio inquietante di tutti i dilemmi che ci assillano, di tutti i rischi che insidiano le nostre società e che incombono sul progetto europeo.
Nel guardare a quel che è accaduto e quindi al da farsi, ritengo si debba partire da una considerazione fondamentale. Le vicende convulse che per effetto della crisi si stanno da un biennio succedendo nell’Eurozona spingono con inaudita forza oggettiva in una direzione ineludibile : quella di un’integrazione sempre più stretta e comprensiva tra gli Stati unitisi prima nella Comunità e poi nell’Unione. Sono infatti insorti e divenuti evidenti limiti e contraddizioni superabili solo attraverso un pieno e coerente compimento politico del progetto europeo nato sessanta anni orsono.
Questa direzione di marcia, questo balzo in avanti incontra ostacoli e resistenze molto forti : ma sta crescendo la coscienza di come sarebbe catastrofica per l’Europa la scelta opposta, un tornare indietro, un regredire dal cammino compiuto nel corso di un sessantennio. E in effetti, l’Unione politica – il concetto e la prospettiva dell’Unione politica – non è più tabù. Vi si fa riferimento in modo spesso troppo vago, se ne danno accezioni diverse, resta da specificare e discutere il percorso da seguire, nelle sue modalità e nelle sue tappe. Ma il tema è sul tavolo, se non concretamente all’ordine del giorno. Non mi addentrerò oggi qui in questa problematica, e nemmeno tenterò di ricapitolare le decisioni prese negli ultimi due anni dalle istituzioni europee per far fronte alla crisi finanziaria e ai rischi fattisi via via più acuti per l’Eurozona, sotto il peso del pericolante debito sovrano di alcuni Stati membri esposti alla pressione dei mercati finanziari.
Quel che voglio dire, in estrema sintesi, è che sono esplosi i problemi lasciati nello sfondo e non affrontati dopo la nascita dell’Euro, come era necessario in coerenza con quella storica decisione e allo scopo di garantirne le fondamenta e gli sviluppi. Il trasferimento alle istituzioni comunitarie delle sovranità nazionali in quel settore cruciale, e alla neo-istituita Banca Centrale Europea della gestione effettiva della politica monetaria, avrebbe dovuto essere rapidamente coronato da passi decisi sulla via della definizione e della rigorosa osservanza di regole e discipline condivise in materia di politiche di bilancio ; e sulla via di un efficace governo dell’economia, per garantire avvicinamento e convergenza – anziché squilibri crescenti – tra i processi di sviluppo dei paesi della zona Euro.
Ma ciò comportava il superamento di riluttanze e rigidità manifestatesi ad esempio nel confronto svoltosi, tra il 2002 e il 2003, in seno alla Convenzione incaricata di elaborare un progetto di Trattato costituzionale. Riluttanze e rigidità sul tema delle competenze da riservare ancora agli Stati nazionali, escludendone allora ogni ulteriore spostamento al livello europeo. Quelle chiusure, ribadite nel Trattato di Lisbona sottoscritto il 13 dicembre 2007, hanno fatto sì che l’Unione europea si trovasse poco dopo impreparata a fare i conti con l’impatto della crisi finanziaria globale e con le ricadute di quest’ultima sulla crescita e sulla coesione dell’Europa a 17 – l’Eurozona – e a 27 – la totalità degli Stati membri – pagando il prezzo di insufficienze e ritardi assai gravi.
Vi si è reagito nel corso degli ultimi due anni con decisioni che – pur tra esitazioni e limiti, e quindi in modo non risolutivo e non persuasivo – hanno teso a stabilire al livello europeo, con un brusco cambiamento di rotta, impegni e vincoli su materie rimaste, ancora col Trattato di Lisbona, riservate alle competenze e alle scelte degli Stati nazionali. Lo si è fatto per via intergovernativa, attraverso accordi tra i governi, in sostanza tra i capi di Stato e di governo membri del Consiglio Europeo ovvero tra i loro rappresentanti in organismi come l’Ecofin e l’Eurogruppo. E ai governi è toccato acquisire il consenso dei rispettivi Parlamenti a quegli accordi – fortemente voluti e condizionati nei loro contenuti da alcuni leader, soprattutto i due più assertivi, che precostituivano e sostenevano da posizioni di maggior forza le soluzioni da adottare.
Si è trattato di cambiamenti spesso rilevanti, nel senso – non c’è dubbio – di una crescente integrazione di fatto (fino alla stipula di un vero e proprio accordo internazionale, il cosiddetto “fiscal compact”) ma entro un orizzonte ancora ristretto, e soprattutto al di fuori di un processo di rafforzamento democratico e di esplicita e conseguente evoluzione istituzionale dell’Unione. Non si è andati finora al di là di un disegno di Unione di bilancio e di Unione bancaria ; e decidendo come si è deciso, si è dato in molti casi alle opinioni pubbliche il senso di costrizioni da subire con sacrificio di procedure democratiche, e in assenza di ogni possibilità di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini, di consapevole riscontro nell’opinione pubblica più larga.
Il profondo disorientamento che ne è scaturito, il diffondersi – anche attraverso movimenti politico-elettorali di stampo populista – di posizioni di rigetto dell’Euro e dell’integrazione europea, il radicarsi – tra gli investitori e gli operatori di mercato su scala globale – della sfiducia nella sostenibilità della moneta unica e della stessa Unione, possono superarsi perseguendo decisamente, e non solo a parole, la prospettiva di una Unione politica europea di natura federale. Prospettiva nella quale sciogliere le ambiguità dello scontro sul tema della sovranità, e dare risposte nuove al problema della democrazia nella vita e nel futuro dell’Unione. E questa prospettiva deve nascere da un ampio moto di partecipazione e da un processo di trasformazione della politica.
Si sollevano ora polemicamente, da qualche parte, riserve e contrarietà su ulteriori cessioni di sovranità nazionale a favore dell’Unione, come se il processo di integrazione non fosse stato basato fin dalla sua nascita sul principio – vedi art. 11 della Costituzione italiana – di una libera autolimitazione della propria sovranità da parte degli Stati nazionali. Ne diede una scultorea motivazione – dopo due decenni, già, di concreta sperimentazione – il grande artefice Jean Monnet nel 1976 a conclusione delle sue Memorie : “Le nazioni sovrane del passato non sono più il quadro in cui possono risolversi i problemi del presente.” E ancora : “Oggi i nostri popoli debbono imparare a vivere insieme sotto regole e istituzioni liberamente consentite se essi vogliono attingere le dimensioni necessarie al loro progresso e conservare la padronanza del loro destino.”
E quel che era già vero nel 1976, allorché Monnet ammoniva : “Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento”, è diventato più che mai drammaticamente attuale e innegabile.
Nel suo grande discorso del dicembre 2011 a Berlino, Helmut Schmidt parla dell’Europa come del “nostro piccolo continente” : e non certo perché gli sia mancato, da leader politico e uomo di governo tra i maggiori nella Comunità fondata nel 1950, il senso dell’orgoglio europeo, la consapevolezza del ruolo storico dell’Europa. Senza smarrire quell’orgoglio e quella consapevolezza, Schmidt ci richiama alla dura realtà di un continente europeo che si avvia a contare solo per il 7 per cento della popolazione mondiale, rispetto a oltre il 20 per cento nel 1950 ; che si avvia a contare solo per il 10 per cento della produzione globale rispetto al 30 per cento nel 1950. E di qui la conclusione : come singoli Stati europei, saremo misurati non più in percentuali ma in millesimi. Se ci teniamo a dimostrare che gli Europei sono importanti per il mondo, dobbiamo operare in stretta unione.
Naturalmente, la scommessa da cui si partì più di 60 anni fa era quella di giungere, in Europa, a esprimere una visione del più vasto interesse comune, “da gestire attraverso istituzioni democratiche, alle quali sia delegata la sovranità necessaria”.
La necessità di delegare funzioni sempre più significative, già proprie della sovranità nazionale, alle istituzioni dell’Unione succedute a quelle della Comunità, si è fatta cogente e ineludibile ; il vero problema è quello della democraticità del processo di formazione delle decisioni dell’Unione. Questo problema si è fatto senza dubbio più critico nel periodo recente, e da ciò sono nate reazioni polemiche e forme di malessere crescente tra i cittadini. L’asse del potere di decisione si è spostato, dalle istituzioni comunitarie sovranazionali – Commissione e Parlamento – verso i capi di governo, verso il Consiglio europeo e il suo nucleo più forte. Ne ha sofferto anche il ruolo dei Parlamenti nazionali. Ma quale può essere la risposta, la via d’uscita?
Il passaggio, per la democrazia, dalla dimensione nazionale a una dimensione sovranazionale, costituisce una prova ardua, come già lo fu il passaggio dalle piccole città-Stato agli Stati nazionali. Lo ha tempo addietro sottolineato un eminente studioso americano, Robert Dahl, mettendo in evidenza le complesse implicazioni dell’estendersi dell’area – territorio e popolazione – cui si rivolgano istituzioni e decisioni di governo.
Sul piano istituzionale, l’Unione europea dovrebbe tendere a una forma federale multi-livello, a una sorta – secondo l’espressione di Dahl – di “poliarchia transnazionale”. Essa non negherebbe, ma continuerebbe a considerare una ricchezza le diversità – culturali, ambientali, umane – che l’Europa ha sprigionato nel corso della sua storia. Sul piano istituzionale e politico, l’Unione federale si nutrirebbe di solidarietà, di sussidiarietà – in una corretta, non subdola accezione del termine – di confronto e cooperazione tra istituzioni sovranazionali, nazionali, regionali e locali, fatto salvo il potere decisionale supremo riservato alle istanze europee nella definizione e nell’attuazione dell’interesse comune.
In questo quadro, una particolare importanza assumerebbe, per il suo potenziale democratico, la componente parlamentare, comprendente insieme il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, che senza sovrapporsi nell’esercizio delle loro distinte funzioni, condividerebbero l’esercizio del potere costituente nell’Unione, concorrerebbero a garantire il rapporto tra elettori ed eletti nel vasto territorio europeo, e collaborerebbero in molteplici campi e modi concreti.
E tuttavia non finisce qui, e cioè sul terreno della possibile e necessaria ulteriore evoluzione istituzionale, il discorso di un’Europa democratica. Quella che manca è una dialettica politica finalmente europea, con le sue sedi, le sue forme di espressione, le sue forze protagoniste.
Siamo in un momento critico come non mai.
C’è stato più consenso politico per la costruzione europea, fin quando questa si identificava – nell’esperienza reale di grandi masse di cittadini dei paesi membri della Comunità fin dall’inizio o entrati via via a farne parte – con una costante e sostenuta crescita economica, con un tangibile avanzamento delle condizioni di vita e dei diritti sociali e civili, con un’apertura crescente di orizzonti e di opportunità oltre le vecchie barriere nazionali. Poi, tutto è diventato più difficile, non solo per difficoltà e fasi di crisi delle economie europee nel mutare degli equilibri mondiali, ma anche per maggiore complessità e minore comprensibilità del modo di operare e delle decisioni dell’Unione.
Gravi deficit sul piano della comunicazione ; assenza di una “sfera pubblica europea”, che consentisse circolazione e confronto delle opinioni ; mancata proiezione e trasformazione in senso europeo dei tradizionali attori politici e sociali, rappresentativi di fondamentali interessi ed esigenze. La politica è rimasta frammentata, chiusa in sempre più asfittici ambiti nazionali, è stata sempre meno capace di guidare le decisioni europee e anche solo di raccontarle.
Si è lasciato deperire – a partire dalla fine degli anni ’80 – un patrimonio di consapevolezza diffusa delle ragioni costitutive dell’intesa da cui aveva preso avvio la costruzione di un’Europa unita ; si è lasciato svalutare un insieme di conquiste storiche, innanzitutto quella della pace nel centro dell’Europa, da cui erano partite due devastanti guerre mondiali ; si è così finito per considerare come naturalmente acquisito, da parte delle generazioni più giovani, quel che naturale non era affatto. Come se cioè non fosse stato frutto prezioso del processo di integrazione l’abbattimento di frontiere e divisioni, che avevano nel passato impedito mobilità, reciproca conoscenza, compenetrazione e arricchimento sul piano culturale, crescita di un comune sentire europeo.
A quest’offuscarsi della consapevolezza e della convinzione europeistica in vasti strati della popolazione in diversi paesi dell’Unione, si sarebbe dovuto reagire con il massimo impegno, a mano a mano che si manifestava e si faceva sentire una così grave crisi finanziaria ed economica in termini globali e in termini europei. Una crisi che ha finito per essere da più parti rappresentata come se l’integrazione europea, culminata nell’Euro, ne fosse più la causa che la sola possibile via d’uscita attraverso le necessarie correzioni e innovazioni. Nello stesso tempo dilagavano le dispute su quale paese avesse di più beneficiato della moneta unica, o portasse di più la responsabilità della crisi dell’Europa, e quale – ad esempio la Germania – avesse invece sopportato più pesi e rischi che non tratto vantaggi alla pari di altri partner.
Ma da chi avrebbero dovuto venire, da diversi anni a questa parte e specie più di recente, le reazioni a simili disorientamenti e mistificazioni? Da chi avrebbe dovuto venire un energico e convincente rilancio del progetto europeo, in termini non retorici ma anche autocritici e soprattutto innovativi?
Da chi, se non dalle leadership politiche, rappresentanti le forze maggiori operanti nei paesi dell’Unione, dai partiti e dai loro gruppi dirigenti? Non sottovaluto, naturalmente, il contributo che a una simile impresa avrebbero potuto (e potrebbero dare) molti altri soggetti, sociali e culturali, ma l’impulso decisivo spettava alle leadership politiche : l’impulso, la guida. Avere funzioni di leadership non significa d’altronde, letteralmente, guidare?
Ora, in questi anni, quanto si è guidato – da chi ne portava la responsabilità – e quanto invece si è seguito? Seguito l’onda degli umori, delle paure, degli interessi particolari, delle tentazioni populiste e nazionalistiche?
Ebbene, così è accaduto perché si è continuato a far politica in chiave nazionale, secondo visuali sempre più ristrette, ed elettoralistiche di parte, rinunciando a una funzione promotrice di riflessione e di dibattito, anche – si sarebbe detto una volta – pedagogica. E ciò è stato fattore tra i più gravi di ripiegamento, immeschinimento, perdita di autorità della politica e dei suoi attori principali, i partiti. Questi hanno certamente, e non solo in Italia, pagato il prezzo, da un lato, di un pesante impoverimento ideale, e dall’altro di arroccamenti burocratici, di un infiacchimento della loro vita democratica, di un chiudersi in logiche di mera gestione del potere e di uno scivolare verso forme di degenerazione morale.
Si possono e debbono, oggi, apprestare rimedi a questi mali, a queste patologie, e perciò si lavora e si dovrà lavorare – con successo, mi auguro – qui da noi, alla regolamentazione in senso democratico dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, alla revisione del sistema di finanziamento dell’attività politica, al rafforzamento delle normative anti-corruzione. Di ciò abbiamo senza dubbio bisogno. Perché non può esserci democrazia funzionante, non possono esservi istituzioni rappresentative validamente operanti senza il canale dei partiti politici. Nessuna nuova o più vitale democrazia potrà nascere dalla demonizzazione dei partiti, nel deserto dei partiti. Quel che è indispensabile, non solo in Italia ma in Europa, è che si rinnovino.
A tale rinnovamento possono certamente contribuire nuove forme di comunicazione e di partecipazione politica, se vi si fa ricorso in modo responsabile e trasparente. Né si può restringere l’attenzione ai partiti già in campo, quali si sono definiti storicamente o più di recente ridefiniti, ignorando nuovi movimenti capaci di raccogliere anche sul terreno elettorale delusioni e aspirazioni specie delle più giovani generazioni. Quel che conta, però, da parte di tutti, è la capacità di guardare lontano, di formulare proposte e indicare soluzioni sostenibili per il futuro delle comunità nazionali nel contesto dell’integrazione europea, di non smarrire il senso di una comune solidarietà di fronte alle sfide economiche e sociali che ci attendono.
E a tal fine, senza trascurare la necessità dei rimedi specifici che ho citato a proposito del nostro paese, la questione cruciale, decisiva è che in Europa la politica, i suoi attori e le sue guide, i partiti e le leadership, riacquistino quel più alto senso della missione che ne ha fatto in precedenti periodi storici la forza e la grandezza.
Un senso della missione comune che può solo essere la missione di unire l’Europa, di farla vivere e pesare nel mondo nuovo di oggi e di domani. E’ una missione che va rimotivata, partendo da quella constatazione di Schmidt sul rimpicciolimento del nostro continente, che conferisce nuovo e ancor maggiore significato al processo di integrazione tra gli Stati e i popoli d’Europa: “un fatto di cui i nostri paesi sono prevalentemente non coscienti – ha sottolineato Schmidt – perché i governi hanno mancato di renderlo ben chiaro a tutti”.I governi, le élite dirigenti e in generale – ribadisco e sottolineo – i partiti politici.
Per rovesciare questo processo di allontanamento da una adeguata, lucida comprensione delle sfide con cui l’Europa è chiamata a confrontarsi nell’unico modo possibile, cioè avanzando sulla via dell’integrazione economica e politica, i partiti debbono impegnarsi – non da soli, certo, ma in prima linea – in una vera e propria controffensiva europeista. E possono farlo solo europeizzandosi. Abbiamo bisogno di partiti realmente europei, ovvero sintonizzati e organizzati su scala europea. Possiamo considerarne un importante embrione i gruppi – popolare, socialista, liberale, verde, e altri – che operano nel Parlamento europeo. Ma quell’embrione, quella componente della nuova specie “partiti europei” – europei non solo di nome – richiede altri, molteplici sviluppi. Rischiano, al contrario, la marginalizzazione e l’irrilevanza gruppi e movimenti politici che in qualsiasi paese dell’Unione si rinchiudano in una logica esclusivamente protestataria, preoccupati soltanto di “chiamarsi fuori” dall’assunzione di comuni responsabilità europee (e vediamo bene questo fenomeno oggi in Italia).
Quella della “europeizzazione” dei partiti e della politica non è questione secondaria nel discorso sul superamento di quanto è rimasto incompiuto nella costruzione europea e sulle prospettive di una sua ulteriore, conseguente evoluzione. Tommaso Padoa Schioppa, proseguendo nella sua riflessione ampia e ricca di europeista convinto e sapiente, scriveva nel 2001 che “l’incompiutezza rende precario il già costruito” e si chiedeva “dov’è allora il punto di non ritorno?” La risposta la traeva da una conversazione con il grande federalista Mario Albertini : “Il «punto di non ritorno» non potrà essere che propriamente politico. E’ il momento in cui la lotta politica diviene europea, in cui l’oggetto per il quale lottano uomini e partiti sarà il potere europeo”.
Ed è precisamente in questo senso che vanno alcune proposte, realizzabili senza dover neppure modificare i Trattati vigenti, ma valorizzando tutte le potenzialità in essi contenute. Come l’adozione, già in vista delle elezioni del Parlamento europeo nel 2014, di una “procedura elettorale uniforme” che consenta lo scambio di candidature e la presentazione di capilista unici tra paese e paese da parte dei grandi partiti europei. O come l’identificazione tra la figura del presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, affidandone in prospettiva la scelta – tra diversi candidati designati al livello europeo dai maggiori schieramenti – agli stessi elettori che votano direttamente (ormai dal 1979) per il Parlamento di Strasburgo.
Una tale “europeizzazione” dei partiti e della competizione politica, non significa ovviamente che i partiti debbano perdere, o non debbano anzi rinnovare e rafforzare, il loro oggi piuttosto debole radicamento nazionale. Non sta per scomparire tutto quel che ha contrassegnato e accompagnato la nascita e lo sviluppo degli Stati nazionali. Restano e resteranno, com’è evidente, in ciascun paese membro dell’Unione – pur evolvendosi questa in chiave federale – retaggi storici, peculiarità culturali, modi di essere dello Stato e strutture economiche, problematiche sociali e giuridico-istituzionali, con cui i partiti, nell’europeizzarsi, debbono restare in concreto rapporto per portare avanti in ciascun paese la loro piattaforma e la loro azione. Non ci si dica dunque, banalmente, che è astratto il discorso sul necessario progredire della politica verso una dimensione europea, e concreto è solo il continuare a fare, magari meglio, politiche immerse nei tracciati vecchi delle società e degli Stati nazionali.
In effetti, l’interdipendenza globale è giunta a un punto tale da condizionare la stessa analisi delle situazioni e delle tendenze dell’economia in qualsiasi paese. E per noi in Italia e in Europa non ci sono politiche pubbliche che possano prescindere – oggi, nell’era della globalizzazione – dall’ancoraggio europeo, dal quadro delle potenzialità e delle scelte dell’Unione. Pensiamo al problema che più di ogni altro possiamo considerare storicamente caratteristico del nostro paese : il problema dello squilibrio tra Nord e Sud, il problema del Mezzogiorno, così rilevante e impegnativo per noi italiani . Ebbene, possiamo, possono le forze politiche e di governo italiane, immaginare una politica per il Mezzogiorno che non sia calata nel contesto della politica europea, nel quadro degli indirizzi dell’Unione? E la questione che è drammaticamente al centro della nostra attenzione – quella della disoccupazione giovanile in Italia – sollecita, sì, l’elaborazione di proposte e l’assunzione di decisioni al livello nazionale, ma forse – chi può sostenerlo? – fuori dal sentiero europeo, di un convergente impegno europeo per la crescita e l’occupazione ?
E non voglio moltiplicare gli esempi, come pure sarebbe facile. Non è tuttavia inutile richiamare l’attenzione su tutt’altro terreno di impegno delle forze politiche in qualsiasi paese. Parlo della politica estera e di sicurezza, che ha costituito un elemento caratterizzante della storia dei singoli Stati nazionali, almeno fino alla prima metà del Novecento. Ancora oggi ciascuno Stato tende in varia misura a caratterizzarsi su quel terreno.
Ma dandosi – e nel modo più solenne, per Trattato – l’obbiettivo di una politica estera e di sicurezza comune europea, l’Unione ha varcato una soglia decisiva per garantire voce e ruolo all’Europa nell’arena delle relazioni internazionali, facendone un soggetto politico unitario (anni fa si tendeva a dire un “global player”), di fronte ad altri grandi, vecchi e nuovi protagonisti del giuoco mondiale. E per lento e arduo che si stia dimostrando il conseguimento di quell’obbiettivo, è ad esso che deve ispirarsi la politica estera di ciascuno Stato membro : la massima ambizione di un paese come il nostro non può, a questo proposito, che essere quella di dare – sulla base delle tradizioni, esperienze e sensibilità proprie dell’Italia e del suo operare nel mondo – un impulso e un contributo incisivo e di qualità al crescere di una politica estera e di sicurezza comune europea, come tratto distintivo e parte integrante di una autentica Unione Politica.
In fondo, è questo lo spirito con cui in ogni campo qualsiasi paese europeo, specie se già integrato nell’Unione, dovrebbe muoversi, se ha chiara la posta in giuoco : far vivere, come europei, dentro una globalizzazione sregolata che potrebbe sommergerci, la nostra identità, il nostro esempio e modello di integrazione e unità, di progresso economico, sociale e civile, in definitiva l’insopprimibile peculiarità del nostro apporto allo sviluppo storico e all’avvenire della civiltà mondiale.
Sapremo riuscirci? Dipende da un grande sforzo collettivo, che stenta a coagularsi soprattutto in termini di volontà politica comune. Ecco perché c’è urgente bisogno di quella che ho chiamato una “controffensiva europeista”. E come si può concepirla e condurla al successo senza un’ampia partecipazione di forze giovani, oggi distanti dalla politica in Italia e non solo in Italia ? Cercate, giovani, ogni varco per far sentire e valere le vostre ragioni, le vostre esigenze e per esprimere – ciascuno secondo le sue libere scelte – idee ricostruttive e rinnovatrici sulla politica. E sappiano le forze politiche che banco di prova per tutte è la capacità che dimostreranno di aprire spazi di partecipazione per le giovani generazioni soprattutto al discorso sull’Europa. Permettetemi di ricordare quel che dissi dieci anni fa, concludendo una lunga riflessione dall’interno della mia esperienza di allora nel Parlamento europeo : “E’ attraverso il discorso sull’Europa che la politica può riguadagnare forza di attrazione, partecipazione e ruolo effettivo nelle nostre società. L’impegno politico che tanti uomini e donne della mia generazione posero al centro della loro vita può essere trasmesso e rinascere solo nella dimensione europea.”
Cari amici, vi ringrazio per l’attenzione che avete prestato e vorrete prestare a questo mio messaggio.
Sullo screditato e confuso mondo politico italiano piomba adesso la presunta rivelazione di Panorama, il quale descrive una delle due celebri telefonate tra il presidente Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino e sostiene — senza rivelare la fonte e senza mettere virgolette — che in quel colloquio il presidente della Repubblica ebbe parole dure contro Di Pietro, criticò il comportamento della procura di Palermo e parlò male di Berlusconi che ci screditava davanti al mondo. Il colloquio sarebbe avvenuto a novembre, più o meno a cavallo del passaggio di mano tra Monti e il Cav.
Io farei un riassunto delle puntate precedenti.
C’è la procura di Palermo (in particolare il procuratore aggiunto Antonino Ingroia) che indaga su una presunta trattativa tra Stato e mafia avvenuta nel 1993, in cui — ipotizzano gli inquirenti — la mafia chiedeva un trattamento più umano in carcere per i suoi e in cambio prometteva di ammazzare meno. Per convincere i suoi interlocutori, la mafia mise bombe a Milano, Roma e Firenze, provocando parecchi morti, e ammazzò Borsellino, che si opponeva alla trattativa. Ribadisco: è tutta un’ipotesi di lavoro, su cui giurano — per esempio — quelli del Fatto, Travaglio in testa, e che giudicano invece inesistente quelli del Foglio. Il fine politico dell’inchiesta sarebbe, secondo chi non ci crede, quello di far cadere Napolitano e i tecnici da lui inventati.
Arriviamo alla telefonata.
I giudici di Palermo prendono di mira Nicola Mancino, che proprio in quei giorni del 1992 era diventato ministro dell’Interno. Mancino si sente perseguitato e telefona prima al consigliere del Presidente, Loris D’Ambrosio. E poi allo stesso capo dello Stato. La cosa si viene a sapere, D’Ambrosio ne muore di un colpo apoplettico, Napolitano reagisce con veemenza sollevando conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale.
Sì, ricordo che ne abbiamo parlato parecchie settimane fa.
I giudici avevano messo sotto controllo il telefono di Mancino e grazie a questo sentirono la voce di Napolitano. Continuarono ad ascoltare. Giudicarono le due conversazioni intercettate penalmente irrilevanti, non le sbobinarono e non le fecero trascrivere, ma le chiusero in cassaforte. Intendono distruggerle seguendo la stessa procedura che si segue per altri intercettati caduti casualmente nella rete: convocare le parti, con gli avvocati, discutere il contenuto delle telefonate davanti a un giudice terzo, procedere alla distruzione dell’intercettazione solo quando tutti coloro che sono coinvolti hanno preso visione del materiale e lo hanno giudicato penalmente irrilevante. Napolitano dice che, quando si tratta del presidente della Repubblica, questa procedura è esclusa e vuole la distruzione immediata delle bobine. Poiché sono all’opera, in questo caso, le tesi contrastanti di due istituzioni (Quirinale e Procura di Palermo) a giudicare sarà la Corte costituzionale, chiamata in causa dal presidente della Repubblica con questa procedura che si chiama «conflitto d’attribuzione».
Bene. Come entra in scena «Panorama»?
Con la descrizione di una delle due telefonate in causa. Ne abbiamo riferito all’inizio. Si pone a questo punto prima di tutto la questione: come fa Panorama — ammesso che non abbia inventato — a sapere quello che sa? Le bobine non sono state neanche trascritte. Quindi: o la fonte è Napolitano o la fonte è Mancino oppure hanno parlato i magistrati (il procuratore generale di Palermo, dottor Messineo, esclude eccetera, Ingroia dice anche lui di essere istituzionale e di non potere né confermare né smentire) o infine è un giochetto dei servizi per tenere alta la tensione generale, obiettivo che lo spionaggio italiano persegue da sempre. Panorama è un settimanale di Berlusconi e questo induce il mondo a chiedersi: perché Berlusconi, adesso, vuole mettere nei guai Napolitano? Nessuno sa rispondere. È possibile che la direzione di Panorama agisca senza tener conto degli interessi del padrone? Il direttore Giorgio Mulè fece a suo tempo al Cav lo scherzetto di tirar fuori per primo le vicende del cerchio magico bossiano e delle imprese della signora Bossi. A Berlusconi non fece di sicuro piacere.
Napolitano?
Un comunicato durissimo, e carico di indignazione, in cui riecheggiano stilemi del vecchio Pci di Tatò-Berlinguer. «La pretesa, da qualsiasi parte provenga, di poter ricattare il Capo dello Stato è risibile. A chiunque abbia a cuore la difesa del corretto svolgimento della vita democratica spetta respingere ogni torbida manovra destabilizzante». Il presidente della Repubblica «non ha nulla da nascondere e terrà fede ai suoi doveri costituzionali». È in corso «una campagna di insinuazioni e di sospetti» e alle «tante manipolazioni si aggiungono così autentici falsi». «Quel che sta avvenendo, del resto, conferma l’assoluta obbiettività e correttezza della scelta compiuta dal Presidente della Repubblica di ricorrere alla Corte costituzionale a tutela non della sua persona ma delle prerogative proprie dell’istituzione». Le forze politiche hanno reagito nel modo previsto: Bersani e il Pdl difendono, Di Pietro attacca, chiedendo che Napolitano rinunci al giudizio della Corte e renda noti lui stesso i contenuti delle telefonate. Prevedibilissimo, tranne in un punto: saputo che il presidente — sempre secondo Panorama — parla male di lui, Di Pietro ha detto di volerci «bere su». «Non ci voleva un indovino per capire che due persone che si conoscono da 40 anni, al di là dell’ufficialità, parlandosi si lasciano andare ad apprezzamenti e valutazioni. Anche se mi ha mandato a quel paese, capisco, è una telefonata privata, ne prendo atto e ci bevo sopra».
da ALTRI MONDI.
Il Presidente del Consiglio Mario Monti esprime al Presidente Giorgio Napolitano la solidarietà sua e del Governo.
Il Presidente del Consiglio Mario Monti ha oggi espresso al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel corso di un colloquio telefonico, la piena e profonda solidarietà sua personale e dell’intero Governo, di fronte alle inaccettabili insinuazioni comparse sulla stampa.
Si è di fronte con tutta evidenza ad uno strumentale attacco contro la Personalità che costituisce il riferimento essenziale e più autorevole per tutte le istituzioni e i cittadini.
Ci si deve opporre ad ogni tentativo di destabilizzazione del Paese, inteso a minare in radice la sua credibilità. Il Paese saprà reagire a difesa dei valori costituzionali incarnati in modo esemplare dal Presidente Napolitano e dal suo impegno instancabile al servizio esclusivo della Nazione e del suo prestigio nella comunità internazionale.
Governo Italiano – Il Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il Presidente, che non ha nulla da nascondere ma valori di libertà e regole di garanzia da far valere, ha chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi in termini di principio sul tema di possibili intercettazioni dirette o indirette di suoi colloqui telefonici, e ne attende serenamente la pronuncia.
Quel che sta avvenendo, del resto, conferma l’assoluta obbiettività e correttezza della scelta compiuta dal Presidente della Repubblica di ricorrere alla Corte costituzionale a tutela non della sua persona ma delle prerogative proprie dell’istituzione.
Risibile perciò è la pretesa, da qualsiasi parte provenga, di poter “ricattare” il Capo dello Stato. Resta ferma la determinazione del Presidente Napolitano di tener fede ai suoi doveri costituzionali. A chiunque abbia a cuore la difesa del corretto svolgimento della vita democratica spetta respingere ogni torbida manovra destabilizzante.
La morte del magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del presidente della Repubblica, ha aperto un dibattito lacerante. Tra le voci più nette c’è quella di Giuliano Amato, autore di una breve ma densa lettera al direttore del “Corriere della Sera” del 29 luglio:
C aro direttore, ha di sicuro ragione Michele Ainis, quando scrive (sul «Corriere della Sera» di ieri) che Loris D’ Ambrosio avrebbe apprezzato il rispetto e il silenzio per ricordare un servitore delle istituzioni quale lui era stato. Non ho dubbi che sia così e che lo avrebbe ferito trovarsi oggetto di polemiche e strumentalizzazioni chiassose. Ma c’ è una ferita che lui stesso ha subito e dalla quale dovremmo trarre tutti una lezione per il futuro. Come già è stato scritto, vi sono persone la cui intera vita è testimonianza di dedizione e di integrità. Capita un fatto che in sé si presta a più interpretazioni e quella vita, anziché fungere da chiave interpretativa per capire quel fatto, viene dimenticata, cancellata e si ingigantiscono dubbi, si attribuiscono intenzioni che deformano insieme il fatto e la persona. Mi sia permesso di fare, in tutta chiarezza, l’ esempio stesso del nostro presidente della Repubblica. È una persona di cui conosciamo la vita, una vita specchiata e integra come poche. Se solleva un conflitto di attribuzioni come quello che ha sollevato, la ragione prima a cui dobbiamo pensare è che lo abbia fatto – come del resto ha detto – per difendere un principio e per difenderlo a beneficio non di sé, ma dell’ istituzione che incarna. Non ha senso chiedersi che cosa voglia nascondere. Ma c’ è chi se lo chiede e facendolo offende insieme la verità e la dignità di una persona. La dignità della persona è il valore di fondo del nostro sistema costituzionale ed è la vera premessa di una convivenza civile e democratica. La sua tutela è affidata alla responsabilità di ciascuno di noi, quale che sia l’ attività che svolgiamo.
Giorgio Napolitano: «Annuncio con animo sconvolto e con profondo dolore la repentina scomparsa del dott. Loris D’Ambrosio, prezioso collaboratore mio come già del mio predecessore, che ha per lunghi anni prestato alla Presidenza della Repubblica l’apporto impareggiabile della sua alta cultura giuridica, delle sue molteplici esperienze e competenze di magistrato giunto ai livelli più alti della carriera. Egli è stato infaticabile e lealissimo servitore dello Stato democratico».
ATROCE RAMMARICO PER LE INSINUAZIONI - «Insieme con l’angoscia per la perdita gravissima che la Presidenza della Repubblica e la magistratura italiana subiscono, atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all’amministrazione della giustizia del nostro Paese». Ha sottolineato il Napolitano. «Mi stringo con infinita pena e grandissimo affetto – conclude Napolitano – alla consorte, ai figli, a tutti i famigliari e al mondo della magistratura e del diritto».
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affidato all’Avvocato Generale dello Stato l’incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo per le decisioni che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato; decisioni che il Presidente ha considerato, anche se riferite a intercettazioni indirette, lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione.
Alla determinazione di sollevare il conflitto, il Presidente Napolitano è pervenuto ritenendo “dovere del Presidente della Repubblica”, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, “evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.
DA Notizia.
“Esiste un pacchetto limitato ma significativo di proposte di modifiche costituzionali già presentato; quindi, c’è solo da auspicare un sollecito svolgimento dell’iter parlamentare”. Lo ha rilevato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rispondendo ad una domanda dei giornalisti a Milano. Il Capo dello Stato ha indicato anche altre iniziative di riforma che dovrebbero avere “concretizzazione”: la revisione della legge sul finanziamento dei partiti, già all’ordine del giorno del Parlamento, e la revisione della modifica della legge elettorale, “da tutti considerato un impegno assolutamente ineludibile”.