♦stranièro / straˈnjɛro/o †stranière, spec. nel sign. B [dall'ant.fr.estrangier, da estrange ‘estraneo’. V. †strangio☼1266] Aagg. 1Che è proprio di un Paese, di una nazione e sim. diversa dalla propria: terra straniera; lingue straniere; usi stranieri; accento straniero; popolo straniero. 2(dir.) Relativo ad altro soggetto di diritto internazionale: deliberare un provvedimento giurisdizionale straniero |Che ha la cittadinanza di uno Stato estero:turisti stranieri. CFR.xeno-. 3Relativo a un popolo nemico e invasore: esercito straniero; invasione, occupazione, dominazione straniera. 4(lett.) Estraneo: sentirsi straniero in un luogo; giovani madri che a straniero latte / non concedean gl’infanti (U. Foscolo). 5†Strano. 6†Alieno, nella loc.straniero da qlco. Bs. m. 1(f.-a) Cittadino di altro Stato: lo straniero ha diritto d’asilo. 2Popolo nemico e invasore: essere oppressi dallo straniero; essere soggetti allo straniero; languire sotto lo straniero; cacciare lo straniero; morte allo straniero!
†stràngio / ˈstrandʒo/ [dall'ant.fr.estrange, dal lat.estrāneu(m) ‘strano’. V. estraneo, strano☼av. 1348] agg.e s. m. ●(raro) Straniero, forestiero.
♦estràneo / esˈtraneo/o (poet.) stràno, †estrànio, †estràno, †istràneo,†istràno, †stràgno, (poet.) †strànio [vc. dotta, lat.extrāneu(m) ‘di fuori’, da ĕxtra ‘extra-’ ☼av. 1294] Aagg. 1Che appartiene a Stato, società, ambiente o famiglia diversi da quelli cui appartiene chi parla (+ a): persona estranea al nostro mondo. CFR.xeno-. 2(est.) Che è al di fuori di un luogo, di un lavoro e sim.(+ a): essere estraneo auna attività, a una iniziativa; mantenersi, dichiararsi estranei a un movimento politico. 3(fig.) Che ha natura, struttura, significato e sim., diversi da quelli dell’oggetto o dell’elemento considerato (+ a): discorso estraneo all’argomento |corpo estraneo, frammento di varia natura e sim. penetrato in un organismo animato. 4†Forestiero, straniero | †Strano, inusitato: qual che si fosse / de l’estrania prigion l’ordigno e l’arte (T. Tasso). ||estraneaménte,avv.(raro) In maniera estranea. Bs. m.(f.-a) 1Persona estranea: ingresso vietato agli estranei. 2†Straniero.
La parola è tratta da:
lo Zingarelli 2012
Vocabolario della lingua italiana
di Nicola Zingarelli
La Corte Costituzionale si è espressa sulla costituzionalità della Legge 40 in merito al divieto di fecondazione eterologa, cioè con ovociti o gameti non appartenenti alla coppia, rimandando gli atti ai tribunali di Firenze, Catania e Milano e invitandoli a considerare la nuova sentenza del 3 novembre 2011 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che ha stabilito che vietare la fecondazione eterologa nei Paesi comunitari è legittimo.
Il Dipartimento della Funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha illustrato per mezzo di una circolare pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’11 maggio 2012 le novità introdotte grazie alle ultime disposizioni legislative riguardanti la Legge 104/92 “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.”
A partire dall’11 agosto 2011 è entrato in vigore il decreto legislativo n. 119/11 che ha apportato modifiche al regime dei permessi e del congedo straordinario per l’assistenza delle persone in situazione di handicap grave.
Le novità introdotte riguardano principalmente:
Prolungamento del congedo parentale nel caso di minori disabili;
Modifiche alla disciplina del congedo biennale;
Regime del cumulo dei permessi per l’assistenza a più persone in situazione di handicap grave;
Necessità di documentazione a supporto del permesso nel caso di assistenza nei confronti di persone disabili residenti ad oltre 150 km di distanza stradale rispetto alla residenza del lavoratore.
V4B (Video4Blind) – Descrizione del video per non vedenti.
Roberta Crialesi. Co-coordinatrice Rapporto annuale 2012
Rapporto annuale 2012 – La situazione del Paese
Quest’anno il Rapporto, il ventesimo della serie, sviluppa una riflessione documentata sulle trasformazioni che interessano economia e società italiana, integrando le informazioni prodotte dall’Istat e dal Sistema statistico nazionale.
Alle consuete analisi delle condizioni del nostro Paese e delle sue prospettive si affianca un intero capitolo dedicato all’evoluzione del sistema Italia dal 1992 al 2012, che analizza gli sviluppi socio-economici tra due momenti storici segnati da forti criticità e alcune analogie.
Fra i temi più rilevanti su cui si sofferma il Rapporto 2012 emergono quelli delle caratteristiche competitive del sistema economico italiano e delle disuguaglianze sociali e territoriali. altro
il libro di cui ti parlai su Laura Conti finalmente è stato pubblicato ed è già nelle librerie. Con Legambiente stiamo preparando la presentazione. Siamo tutti in fibrillazione perché il Comune ci ha concesso il Piccolo Teatro di via Rovello!!! Il chiostro, come abbiamo chiesto, da poco restaurato, con libreria e caffè letterario. E’ un luogo ricco di storia con un forte valore simbolico: da tetra sede della polizia fascista e nazista durante la Seconda guerra mondiale, a cuore culturale della città. La presentazione del libro è il pretesto, ma l’incontro è molto di più: tanti amici che si ritrovano per ricordare Laura, per intitolare una via di Milano alla sua cittadina benemerita. Spero tanto tu possa venire. In allegato l’invito.
Oggi sempre più anziani chiedono aiuto a una nuova figura di medico: lo psicogeriatra. Ma questi è in grado di dare risposte a una domanda destinata a crescere nel tempo? Scrive Alberto Spagnoli, neurologo e psicoanalista del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa): “La psicogeriatria attuale presenta un paradosso che va contrastato: è senza psiche. Ha cestinato l’anima rinunciando a pensare il disagio anche in termini di paura, smarrimento, momento critico di un’esistenza in divenire”. E avverte: “So bene che proporre di portare la psicoanalisi nelle case di riposo fa ridere, ma questa risata dà la misura sia della distanza che ci separa dalla civiltà, sia del ritardo della psicologia”. Non esiste un unico anziano, malato nel corpo e nell’anima: esistono tanti anziani, ognuno con la propria inquietudine, che va ascoltata e raccolta per dare un senso, prima, alla fase matura e, poi, a quella conclusiva della vita. Come? Secondo Spagnoli“oggi possiamo meglio qualificare l’antico imperativo medico dell’agire in scienza e coscienza e praticare una filosofia di cura che integri la medicina basata sulle evidenze con la medicina basata sulla relazione”. Avendo ben chiare in mente tre relazioni: col paziente e i suoi familiari; nell’ambito del gruppo di lavoro; con la soggettività di ciascun individuo. Obiettivo finale è dare un senso alla longevità. Traguardo raggiungibile? Alberto Spagnoli rilancia il quesito: “La società attuale è in grado di dare dignità alla vecchiaia oppure con una mano offre servizi, assegni di accompagnamento, Università della terza età, ma con l’altra sottrae dignità all’invecchiamento, relegandolo tra i disvalori collettivi?”.
In occasione del VII Incontro mondiale delle famiglie, la Fondazione Corriere della Sera raccoglie l’invito a una riflessione profonda sul ruolo della famiglia nella società odierna. L’attenzione viene posta sulla famiglia considerata nell’ambiente in cui essa si muove (nel rapporto col lavoro e con la società), per focalizzarsi poi al suo interno (nel confronto tra generi e tra generazioni).
8 maggio 2012
ore 18:00La famiglia nella crisi: ostacolo o risorsa?
Pierpaolo Donati
ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna
Andrea Ichino
ordinario di Economia politica all’Università di Bologna
Linda Laura Sabbadini
direttore del Dipartimento per le statistiche sociali ed ambientali dell’Istat
coordina
Maria Silvia Sacchi
22 maggio 2012
ore 18:00Ruoli e compiti. le differenze di genere in famiglia
Daniela Del Boca
ordinario di Economia politica all’ Università di Torino
Francesca Zajczyk
Ordinario di Sociologia urbana all’Università di Milano-Bicocca
Maurizio Ferrera
ordinario di Scienza politica all’Università di Milano
coordina
Nicola Saldutti
29 maggio 2012
ore 18:00Genitori/figli. un rapporto in evoluzione
Lia Celi
Autrice di Piccole mamme rompono. Diario di una mamma imperfetta e Guida ai figli unici
Gustavo Pietropolli Charmet
docente di Psicologia dinamica all’Università di Milano-Bicocca
Silvia Vegetti Finzi
è stata docente di Psicologia dinamica all’Università di Pavia
coordina
Maria Luisa Villa
Sala Buzzati
Via Balzan 3
angolo via S. Marco 21
Milano
Ingresso libero
solo con prenotazione
T 02 87387707
Il ruolo dell’educatore nelle comunità per minori è il tema del percorso di lettura della Rassegna bibliografica 3/2011 redatto da Monica Pedrazza, professore associato di Psicologia sociale dell’Università di Verona. L’autrice delinea lo specifico ruolo professionale evidenziando le criticità dettate dalla mancanza di una norma che a livello statale ne istituisca la figura, ma allo stesso tempo fa emergere alcuni tratti specifici e tipici, primi fra tutti la relazione educativa: lo strumento che l’educatore utilizza quotidianamente per produrre un cambiamento.
Il contributo ricostruisce il percorso formativo dell’educatore a partire dagli anni ’40-’50 del secolo scorso fino ad arrivare ai giorni nostri, evidenziandone il cambiamento in relazione al passaggio da una concezione assistenzialistica e custodialistica dei servizi sociali a una concezione di promozione sociale, prevenzione e integrazione, come definita dalla Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali (legge 328/2000), che segna una tappa innovativa tesa a garantire una maggiore unitarietà di interventi nel quadro di riferimento dei servizi alla persona.
Una ricca bibliografia ragionata suddivisa nelle varie tematiche affrontate nel percorso di lettura conclude il contributo.
Il percorso filmografico, curato da Fabrizio Colamartino, spazia dalle figure di educatori istituzionali (operatori sociali, insegnanti, religiosi) a quelle decisamente anomale di educatori improvvisati, personaggi costretti dal caso o dalla necessità ad accudire bambini e adolescenti in difficoltà. Emerge, in questo modo, come la relazione educativa non sia quasi mai univoca, bensì basata sullo scambio reciproco che il racconto cinematografico contribuisce ad enfatizzare. Nell’ultimo capitolo viene evidenziato come, negli ultimi due decenni, abbia preso sempre più piede l’azione di quelle associazioni che, facendo proprio il concetto di partecipazione, sono riuscite attraverso laboratori di cinema a coinvolgere nell’azione educativa minori in condizione di difficoltà.
Dal 16 maggio al 1° luglio 2012, la Galleria Gruppo Credito Valtellinese – Refettorio delle Stelline di Milano – ospita la mostraLAVITA CONDIVISA. I gesti della famiglia nelle immagini dell’arte, che è frutto originale del lavoro del CREA (Centro di ricerca per l’educazione attraverso l’arte e la mediazione del patrimonio culturale sul territorio e nei musei) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
L’iniziativa presenta 60 opere di artisti, dal Trecento ai nostri giorni, quali Pietro Lorenzetti, Moretto, Sironi, Rouault, Picasso, Pirandello, Morbelli, Pistoletto e altri, provenienti da musei e collezioni italiane, come il Museo Poldi Pezzoli, la Pinacoteca Ambrosiana, il Museo Diocesano di Milano, la Pinacoteca Vaticana.
L’esposizione, curata da Cecilia De Carli, Laura Polo D’Ambrosio e Grazia Massone, ha ricevuto l’adesione del Presidente della Repubblica, è sostenuta e promossa dalla Regione Lombardia e organizzata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in collaborazione con il Gruppo Bancario Credito Valtellinese, col patrocinio del MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Provincia di Milano e si svolge in occasione e in preparazione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie, in programma a Milano dal 30 maggio al 3 giugno.
L’itinerario artistico lungo oltre otto secoli focalizza la sua attenzione sulla famiglia come primo ambito essenziale di accoglienza e di relazione, recuperando i gesti messi in evidenza dalle opere della tradizione artistica occidentale.
A questa prima linea guida si aggiunge quella che coglie il riflesso della famiglia nel contesto delle attività sociali sorte nel territorio lombardo (istituzioni, confraternite, enti, associazioni), con il fine di sostenere e ‘farsi famiglia’ per coloro che si trovano in situazioni di difficoltà.
Il tema è affrontato con un taglio iconografico trasversale. L’obiettivo non è quello di creare una documentazione antologica e monografica relativa alla famiglia, quanto guidare il visitatore alla comprensione che la famiglia non è solo un’istituzione condizionata e soggetta al contesto storico sociale, quanto una risposta all’esigenza profonda dell’uomo di condivisione quotidiana della vita.
Nel corso dei secoli l’arte figurativa occidentale ha presentato la famiglia evidenziando modelli differenti, ma sottolineando, quali elementi ad essa connaturati, l’accoglienza e la relazione con l’altro; questi momenti sono concretamente vissuti nella quotidianitàe nella gratuità. Ecco perché le attività del prendersi cura, dello stare vicino, dell’essere famiglia che hanno caratterizzato l’azione sociale delle realtà assistenziali, discendono e derivano proprio dalle azioni di accoglienza e di presenza.
Il percorso espositivo, diviso in quattro sezioni – La Famiglia, L’Accoglienza, La Relazione, Nel Quotidiano – segue due binari con le opere provenienti dai luoghi di assistenza che s’intrecciano con quelle direttamente espressive del tema della famiglia. L’apertura è riservata a due tele monumentali: Il cortile dell’Ospedale maggiore di scuola lombarda (1670-1690) e San Carlo presenta le Stelline alla Sacra Famiglia di Luigi Scaramuccia (1680) che pongono a confronto i due ambiti toccati dall’esposizione e che rispondono alla stessa necessità dell’uomo di crescere grazie all’incontro e al rapporto con gli altri.
La prima sezione documenterà la relazione che il modello del vivere familiare ha con tutte le dimensioni della vita, specialmente gli aspetti che riguardano la coscienza di sé e gli affetti a noi più prossimi.
Tra questi, un ruolo di primo piano è riservato alla figura di Maria, prototipo della capacità di misericordia della Chiesa, esemplificato dal capolavoro di Pietro Lorenzetti, Madonna con il Bambino (1342) o dall’analogo soggetto tradotto in statua marmorea da Bonino da Campione (1370-1380).
Nei secoli a venire, nelle immagini della Madonna con il Bambino si evidenzia, con maggiore attenzione, la dimensione materna e umana di Maria, come nella Sacra Famiglia con San Giovannino del Moretto (1535), mentre la presenza discreta e rispettosa di San Giuseppe è ben visibile nella piccola scultura di bottega sardo-napoletana San Giuseppe con Gesù bambino (fine XVI – inizio XVII).
L’ultima parte è dedicata a ritrovare nelle opere d’arte del XX secolo i gesti della famiglia, come avviene ne Gli amanti di Arturo Martini (1920), ne La famiglia del pastore (1929) di Mario Sironi, ne I Gianvenuti al 1978 e 1979 di Mario Schifano.
La seconda sezione, L’Accoglienza, viene introdotta dallo stemma in marmo della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano (post 1450-ante 1500) che presenta l’iconografia della Madonna della Misericordia nell’atto di stendere il proprio manto, quale simbolo dell’accoglienza.
È la Mater Misericordiae a far comprendere il gesto materno che accoglie tra le sue braccia il figlio. Tra le opere che hanno per tema la Maternità, in questa parte del percorso espositivo, si ricordano le tele di Silvestro Lega (Maternità, 1881-1882) e di Gino Severini (Maternità, 1916), come pure le due sculture di Eugenio Pellini, Madre con bambino (1906), ed Enfant su sein di Medardo Rosso (1910-1914).
Ma il nascere alla vita, oltre a essere considerato un fatto privato, può essere anche inteso come l’essere accolti all’interno della storia e riconosciuti dalla società. Fin dalle epoche più antiche se, per assoluta indigenza della madre o per assenza di sostegno, un neonato non poteva essere mantenuto in vita, veniva affidato alle cure della città. Questa fiducia nella capacità di accoglienza propria dell’individuo rende comprensibile la pratica dell’esposizione, cioè dell’abbandono di quei neonati al cui mantenimento non si poteva provvedere; la loro crescita veniva affidata all’azione caritatevole di uomini facoltosi.
L’affido di alcuni trovatelli alle cure di donne appositamente stipendiate, viene registrato nelle relazioni dei Deputati dell’Ospedale Grande di Milano. Il brefotrofio però non è un ente astratto, ma una realtà umana, un cuore misericordioso e materno che accoglie; di ciò, ne danno testimonianza in mostra i segnali d’esposizione, cioè gli oggetti e i messaggi scritti che accompagnavano i bambini abbandonati. A questi si affiancano i ritratti di Michele Barozzi, il ragioniere che nel maggio del 1836 presentò il progetto operativo grazie al quale venne fondato a Milano, per volontà della monarchia asburgica, l’istituto d’educazione per i poveri ciechi e della benefattrice Dolores Vecchiotti Ridella.
La terza sezione è dedicata al tema della relazione, che della famiglia è certamente il cuore. L’argomento risulta difficile da affrontare in quanto nella rappresentazione degli artisti più che i gesti sono i rapporti a venire alla luce, spesso insieme alla sofferenza che li accompagna. Il continuo e incessante contrasto determinato dai toni scuri e dalle tinte calde che si trova in Automne ou Nazareth di Rouault sottolinea come la speranza di pace propria del cuore dell’uomo passi attraverso il conflitto.
Le opere scelte hanno la capacità di dare corpo e significato alla complessità delle emozioni. È in questo ambito che si ritrovano due tra i capolavori grafici di Picasso – Le Repas frugal (1904) e Les pauvres (1904) – o l’incisione Disoccupazione di Käthe Kollwitz (1903).
Il rapporto tra le persone è inoltre messo in risalto dall’opera di Michelangelo Pistoletto, Famiglia Politi (1992), realizzato su una superficie riflettente in alluminio che consente, grazie all’effetto di specchiamento dello spettatore, di interrompere la situazione di isolamento in cui si trovano i protagonisti dell’opera.
Nel Quotidiano, si apre con La lavandaia (1730 ca.) di Giacomo Ceruti, definito da Giovanni Testori, “un maestro dell’umano”. Proprio il Ceruti traccia le linee di questa ultima sezione, suggerendo come la verità del nostro esser uomini debba essere ricercata tra le cose di tutti i giorni. L’interpretazione artistica consente di concentrare l’attenzione su modi di essere e di fare troppo spesso offuscati dall’abitudine, restituendo loro una dimensione straordinaria, preziosa e rituale. Il significato delle opere esposte – tra cui Scena di famiglia o La nonna (1853) di Girolamo Induno, Il bottone di Angelo Morbelli (1907), Chiusi fuori scuola di Emilio Longoni (1887-1888), in cui l’immediatezza fotografica dona l’aspetto di immagini rubate all’insaputa dei soggetti ritratti -, risiede nella loro forza comunicativa a suscitare nello spettatore una reazione affettiva ed emotiva assimilabile a quella che la stessa realtà produrrebbe.
Accompagna la mostra un catalogo bilingue (italiano-inglese) Silvana Editoriale.
Nella storia dell’uomo le conoscenze sui meccanismi del concepimento sono andate di pari passo con l’evoluzione dei metodi per impedirlo. Quello del controllo delle nascite – spesso determinato dalla miseria, ma anche da convinzioni religiose e culturali – è tuttavia un ambito poco conosciuto della ricerca scientifica.
Questo excursus dei metodi contraccettivi dal-l’antichità ai giorni nostri unisce sapientemente dati storici, medicina e antropologia facendo luce su uno dei temi bioetici più controversi. Non di rado i metodi per impedire la procreazione sono infatti diventati il pretesto per uno scontro fra opposte posizioni etiche e giuridiche che divide tuttora la nostra società. Carlo Flamigni, uno dei più autorevoli esperti italiani dell’argomento, ne sottolinea con rigore i principali aspetti, non rinunciando però a denunciare la colpevole arroganza di religione e scienza che, in nome della morale e del progresso, hanno sacrificato la dignità di generazioni di madri.
Carlo Flamigni (1933) si occupa di Fisiopatologia della riproduzione e di Endocrinologia ginecologica. Ha diretto il servizio di Fisiopatologia della riproduzione e l’Istituto di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Bologna, dove ha insegnato Ginecologia e Ostetricia fino al 2008. È stato presidente della Sifes e Mr (Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione), è membro del Comitato Nazionale per la Bioetica e presidente onorario dell’Aied (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica). Autore di un migliaio di pubblicazioni scientifiche e di numerosi testi divulgativi, per Dalai editore ha pubblicato Casanova e l’invidia del grembo (2008) e La questione dell’embrione (2010).
Autori: Stephen Castles, Mark J. Miller
Presentazione: Sandro Mezzadra VOLUME ILLUSTRATO
Riconosciuto a livello internazionale come vero e proprio manuale di riferimento dei flussi migratori nel mondo, questo studio esamina tanto le caratteristiche delle migrazioni come effetto dell’allargamento dell’Unione Europea, quanto il ruolo della forza lavoro degli emigranti nella “nuova economia” dei paesi sviluppati.
Se da un lato i cambiamenti demografici stanno sensibilizzando le nazioni a forte immigrazione sulla futura richiesta di lavoro emigrante, dall’altro la preoccupazione sulle diversità etniche sta portando a misure di accrescimento della coesione sociale. Nonostante l’emigrazione per nuove opportunità lavorative o per sfuggire a guerre e persecuzioni sia sempre esistita, le migrazioni internazionali stanno raggiungendo nuovi picchi d’intensità.
I governi mondiali si stanno adeguando a fatica alle nuove circostanze, mentre posizioni sorpassate e antiquate sul concetto di sicurezza testimoniano l’importanza di comprendere a fondo le trasformazioni epocali che caratterizzano la globalizzazione e la crescente mobilità delle popolazioni.
Le rivolte nelle banlieue francesi dal 2005 al 2007 vengono qui messe significativamente a confronto con le manifestazioni di massa del 2006 a favore della legalizzazione dei lavoratori “clandestini” negli Stati Uniti. Così come, ad aiutarci ulteriormente a riflettere, vengono presentate inchieste approfondite sulla partecipazione politica degli immigrati privi di cittadinanza. Un testo unico, essenziale ed esaustivo, corredato di utilissimi grafici e tabelle illustrative.
“Semplicemente il testo migliore, il più accessibile e il più dettagliato, sull’emigrazione internazionale disponibile oggi, scritto da due esperti tra i più autorevoli in questo campo.” – James F. Hollifield, direttore del John Goodwin Tower Center
for Political Studies della Southern Methodist University, Dallas –
“Le frontiere, materiali o mentali, di calce e mattoni
o simboliche, sono a volte dei campi di battaglia,
ma sono anche dei workshop creativi dell’arte del vivere insieme,
dei terreni in cui vengono gettati e germogliano
i semi di forme future di umanità.” – Zygmunt Bauman –
Autore Stephen Castles è professore di Sociologia all’Università di Sydney e direttore dell’Istituto dell’Emigrazione Internazionale (IMI) all’Università di Oxford. Sociologo ed economista politico, è specializzato in questioni globali come l’emigrazione e lo sviluppo, con particolare attenzione al continente africano.
Ha studiato all’Università di Francoforte e all’Università del Sussex, svolgendo ricerche sulle società multiculturali in Europa, Australia e Asia per diversi anni. È stato direttore del Centro studi per i rifugiati all’Università di Oxford dal 2001 al 2006.
Mark J. Miller è professore di Scienze politiche e Relazioni internazionali all’Università del Delaware dal 1978. Dopo essersi laureato all’Università del Wisconsin con una tesi sulla politica della resistenza palestinese, ha completato il dottorato in Francia, a Aix-en-Provence e all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.
Fa parte della redazione dell’International Migration Review dal 1982.
Sandro Mezzadra insegna “Studi coloniali e postcoloniali” e “Le frontiere della cittadinanza” presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna.
Tra le sue pubblicazioni: Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione (Ombre corte, 2006) e La condizione postcoloniale (Ombre corte, 2008). Insieme a Étienne Balibar e Ranabir Samaddar ha recentemente curato il volume collettivo The Borders of Justice (Temple University Press, 2012).
POVERI PADRI
La prima inchiesta a tutto campo sul dramma dei padri separati Carlotta Zavattiero
Saggistica
Collana: Inchieste
Pagine: 320
Prezzo: € 14.00
In libreria dal: 22 Marzo 2012
Libro disponibile
IL LIBRO
Separazioni e divorzi sono passaggi frequenti nella disastrata famiglia italiana, in conflitto tra tradizione mediterranea e modernità occidentale. Negli ultimi decenni, molto si è fatto per tutelare la donna divorziata, sul versante economico e affettivo, dall’assegnazione della casa all’affidamento dei figli. Ma a questa giusta attenzione, giuridica e informativa, è corrisposta l’assenza dal discorso pubblico dei padri, su cui ha spesso pesato una sorta di «pregiudizio di colpevolezza». Come vivono il trauma della separazione? In che modo, fra mille difficoltà e impedimenti, continuano a essere padri? Quali conseguenze economiche debbono sopportare? E godono di un’effettiva parità di diritti rispetto alle loro ex compagne?
Carlotta Zavattiero si avventura nella galassia inesplorata dei padri italiani: privati del loro diritto alla genitorialità, vittime di gigantesche ingiustizie, protagonisti di clamorosi gesti di protesta o costretti a fronteggiare la povertà. In questa inchiesta – la più completa finora apparsa – leggerete le loro storie, spesso drammatiche, in certi casi eroiche; allo stesso tempo, con il sostegno di una robusta documentazione, conoscerete lacune e arretratezze nella giustizia e nell’ordinamento italiani che non avreste creduto possibili.
UN BRANO
“Sono molti i fattori che appesantiscono la vita di un padre separato non collocatario: il doversi rifare una casa; l’aggravio delle spese, in aggiunta a quelle legali, per il mantenimento del nuovo domicilio; il peggioramento di finanze magari già non floride in partenza; la sensazione di essere puniti dal sistema delle leggi e del diritto di famiglia; eventualmente la vergogna, l’indignazione, il senso di impotenza che accompagnano le false accuse di abuso lanciate dalla controparte; la separazione fisica, dall’oggi al domani, dai figli; le sconfitte processuali; le negazioni delle visite stabilite dal tribunale… Il contributo paterno è un elemento costruttivo essenziale per l’educazione e la crescita sana di un figlio. Ma la paternità viene tutelata sufficientemente dalla legge?”
Il paradosso è che tutti i metodi sono validi e, alla fine, nessuno. Almeno fino alla sentenza dei tribunali. Che finora hanno sempre dato ragioni ai malati. “ I verdetti espressi dalle Corti di giustizia stabiliscono che le volontà sul fine vita, se documentate e accertate, valgono. Di più, valgono anche contro il parere dei medici”, ribadisce Santosuosso: “ Questo in virtù di svariati principi costituzionali, tra cui l’ articolo 13, che sancisce la libertà personale come diritto inviolabile, e l’ articolo 32, in base al quale nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari contro la propria volontà”.
tutto l’articolo qui Testamento biologico, come farlo (e farlo valere) – Wired.it.
Gruppo Solidarietà (a cura di), Persone con disabilità. Percorsi di inclusione, prefazione di Andrea Canevaro, Castelplanio 2012, p. 112, euro 12.00.
L’educazione inclusiva vuole innovare riferendosi a un individuo sociale. Innovare perché tutto è cambiato dal trionfo, da una narrazione che ha cancellato la società imponendo l’individuo. Questa narrazione riguarda la scuola (i genitori assediano il singolo insegnante per essere sicuri che il proprio erede abbia tutto il programma completo e senza ostacoli dati da agenti atmosferici che costringono a stare a casa qualche giorno per neve e ghiaccio, come dovuti alla presenza di chi ha bisogni speciali…), il lavoro (inutile invocare il mondo del lavoro di anni fa. Il lavoro è fatto di contratti individuali che non alimentano solidarietà ma competizioni individuali, progetti individuali, ecc.), i servizi (raggiungere la risposta attraverso amicizie, spettacolarizzazioni della propria condizione attraverso giornali e mezzi televisivi, in un crescendo che va dal giornale locale alla trasmissione televisiva su un canale nazionale…). L’educazione inclusiva deve attingere dal passato, compresa la sua origine dovuta ad un amore ancillare. Ma deve innovare senza nostalgie di un passato che non tornerà. Ha il dovere di essere appassionata di futuro, incontrando e lavorando con tutti coloro che sono appassionati di futuro. Questo vuol dire progetto. Nel progettare, l’autodeterminazione del singolo sta nell’autodeterminazione dello stesso progetto. L’integrazione, nella prospettiva inclusiva, non vuole conservare nel presente chi ha Bisogni Speciali. Vuole che sia nel futuro comune. (Dalla introduzione di Andrea Canevaro).
Contributi di: Andrea Canevaro, Lucio Cottini, Fausto Giancaterina, Alain Goussot, Marisa Faloppa, Giampiero Griffo, Vanna Iori, Vittorio Ondedei , Mario Paolini, Antonio Saccardo.
Sugli stessi temi vedi anche
AA.VV., Handicap intellettivo grave e servizi: quali risposte dopo la scuola dell’obbligo?, 1997, pag. 112, € 7,75
AA.VV., Handicap grave, autonomia e vita indipendente, 2002, pag. 96, € 6,71
AA.VV., Disabilità. Dalla scuola al lavoro, 2006 pag. 112, € 10,00
AA.VV., La cura della vita nella disabilità e malattia cronica, 2008, pag. 112, € 11,00
Per ricevere il volume: Gruppo Solidarietà, Via Fornace 23, 60030 Moie di Maiolati (AN). Tel. e fax 0731.703327, e-mail: grusol@grusol.it Per ordinare direttamente il volume versamento su ccp n. 10878601 intestato a: Gruppo Solidarietà, 60031 Castelplanio (AN). Per iscritti alla lista euro 10.50 comprese spese di spedizione.
Per visionare le pubblicazioni del Gruppo Solidarietà
Non ha riscosso molta attenzione in Italia la notizia della neonata salvata in India dall’essere seppellita viva. Le stavano scavando la fossa il padre e uno zio quando, grazie a una provvidenziale segnalazione, la polizia è intervenuta, appena in tempo. Ma quello che per noi è un delitto senza attenuanti, agli occhi dei parenti della piccola è invece un legittimo e persino doveroso rito propiziatorio, necessario a portare nella famiglia figli maschi e prosperità.
L’uccisione di neonate in India è una vera e propria piaga sociale e morale. Altrettanto legittimo appare infatti disfarsi delle femmine quando in famiglia già ne sono nate una o più. Anche senza aspettarsi che l’omicidio porti ricchezza e figli maschi, lo si ritiene utile perché solleva la famiglia da un futuro onere finanziario, ritenuto insostenibile o comunque non accettabile.
In alternativa, si ricorre all’aborto quando è possibile conoscere il sesso del nascituro. L’onere a cui le famiglie intendono sottrarsi è la dote matrimoniale, un’istituzione proibita per legge dal 1961, ma tuttora estremamente radicata che impone al padre di sborsare somme spesso ingenti di denaro se vuole maritare le proprie figlie.
Le famiglie che non intendono dotare molte figlie o non se lo possono permettere – in considerazione anche dell’aumento degli importi richiesti negli ultimi due decenni – ricorrono all’infanticidio. L’alternativa, come si diceva, da quando è possibile individuare il sesso del feto, è l’aborto che è diventato così frequente da indurre nel 1994 le autorità indiane a proibire ai medici di fornire questa informazione ai genitori (divieto peraltro spesso violato comunicando il sesso verbalmente). Sembra che in 20 anni gli aborti selettivi femminili in India siano stati 10 milioni. Eppure, considerati i metodi usati per uccidere le neonate, l’aborto appare al confronto un atto clemente.
Gli indiani sopprimono infatti le neonate seppellendole vive, riempiendone la bocca di riso fino a strozzarle, soffocandole, ponendole davanti a un ventilatore che ruota ad alta velocità. A parte il primo metodo, gli altri servono probabilmente a simulare degli incidenti per evitare l’accusa di omicidio. L’istituzione della dote comporta altre conseguenze. In un contesto sociale che autorizza il matrimonio combinato e forzato, e persino infantile, le famiglie cercano di accasare almeno alcune figlie a buon mercato, proponendole, ad esempio, a uomini molto anziani o costringendole a diventare terze e quarte mogli, e a maritarsi molto giovani per smettere di pesare sulla famiglia. Succede anche che concordino un pagamento rateale della dote da estinguere entro i primi anni di matrimonio. È normale allora che si verifichino ritardi nel versamento delle somme pattuite e può darsi che il pagamento dopo qualche tempo venga interrotto. Ne conseguono tensioni e casi di violenza che possono culminare nell’omicidio della moglie, dissimulato da incidente domestico realizzato, ad esempio, cospargendola di liquidi combustibili e dandole fuoco.
15 MAG – È l’ultima iniziativa in ordine di tempo quella che l’Associazione Luca Coscioni sta intraprendendo in queste ore per riportare l’attenzione sul testamento biologico. Da questa notte è possibile sottoscrivere su di un
L’ha colpita con un bastone. Prima alla spalla, poi alla testa. Due colpi pesanti che le hanno spezzato la clavicola e procurato una profonda ferita al capo. La pensionata di 91 anni, che accudiva giorno e notte, è morta dopo il ricovero in ospedale per le gravissime ferite riportate. Dopo l’aggressione, in evidente stata confusionale, la badante ucraina – in Italia senza regolare permesso di soggiorno – ha cominciato a urlare e a gettare dal balcone vasi e fioriere. Una furia. Che non si è calmata neppure di fronte ai quattro carabinieri che hanno tentato di immobilizzarla. Soltanto dopo mezz’ora la donna, un’ucraina di 58 anni, è stata caricata in macchina e portata in caserma, dove i militari le hanno notificato una denuncia per lesioni aggravate, prima di ricoverarla nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Desio
Le statistiche Istat sulle forze lavoro relative al quarto trimestre 2011 mettono in evidenza i seguenti
andamenti:
• per quanto riguarda i tassi di attività si registra un leggero aumento tendenziale sia per il Nord
Est, dove il tasso di attività passa dal 68,7% di un anno fa all’attuale 69% che per l’intero
territorio nazionale, dove si registra un aumento dal 62,5% al 63%;
• all’interno del Nord Est proseguono le tendenze alla ripresa dei livelli occupazionali, avviate a
partire dal secondo trimestre 2011: nel complesso (totale m+f) il tasso di occupazione sale al
65,1%, contro il 64,6% di un anno fa; su scala nazionale l’andamento invece è stazionario e il
tasso di occupazione resta al 56,9%;
• diminuisce leggermente all’interno del Nord Est anche il tasso di disoccupazione, che nel quarto
trimestre 2011 raggiunge il 5,7% (contro il 5,9% di un anno prima); per il totale nazionale
invece l’andamento è di segno opposto e la disoccupazione sale in misura considerevole
attestandosi al 9,6% (un anno fa era all’8,7%).
di ritorno dal teatro sociale volevi ancora ringraziarti per l’invito.
la rappresentazione teatrale mi è piaciuta molto. sono riusciti a rendere bene le dinamiche delle cooperative di lavoro e bene (anche se necessariamente in modo semplificato ) i problemi psicologici e familiari (come la madre “suicidante”)
mi è venuta una grande “tristezza politico sociale” ai vani accenni alla “difficile situazione economica”. è vero: nelle nostre economie europee si va restringendo sempre più l’area del “lavoro di mercato”. la nostra è una crisi da eccesso di produzione e il lavoro si riduce
questo ha effetti molto problematici sugli inserimenti dei disabili
temo che stia finendo un ciclo della politica dei servizi, così come l’abbiamo conosciuta a partire dagli anni ’70.
sono sicuro che una via d’uscita ci sarà . ma in questa fase andiamo a tentoni e si sta intervenendo per evitare un baratro ben più pesante
insomma: il racconto teatrale mi ha commosso e divertito. ma il contesto mi mette alquanto in depressione
comunque gli attori sono stati davero bravissimi e spero abbiato percepito il calore dell’applauso
un caro saluto e buoni giorni
Ho percepito anch’io la tua stessa sensazione. Non ti ho visto altrimenti ti avrei salutato volentieri.Partrecipo fin dall’inizio al tavolo di “lavoro e psiche”,quando Cariplo ha finanziato il progetto erano tempi diversi, le aziende ora si sottraggono per evidenti motivi, le cooperative fanno fatica, non so nemmeno io cosa pensare per il futuro. Speriamo in un modello produttivo che non poggi soltanto sulla competizione, se no per i disabili non c’è spazio. Un caro saluto anche a Luciana. G.B.L.
oggi ero a coatesa di nesso
di ritorno (sotto un sole estivo che mi cuoceva) ho sentito uno che parlava al telefonino (era un giardiniere/manutentore)
diceva: “non riusciamo a stare dietro al lavoro … siamo in ritardo su tutto … sento che non c’è lavoro … e noi ne abbiamo troppo”
ero consolato e nello stesso tempo spaesato
mi dicevo : ma allora il problema non è “il lavoro” in quanto tale (il “lavoro di mercato di cui parlava la rappresentazione teatrale) , ma sono i tipi di lavoro , è l’incontro fra domanda e offerta …
d’altra parte c’è questo dato macroeconomico altamente indicativo: negli ultimi 10 anni mentre decresceva il nostro lavoro (per le persone attorno ai 40 e 50 anni e soprattutto per i giovani) cresceva a dismisura il lavoro immigrato.
nello stesso decennio: e si parla di milioni di posti di lavoro
c’è da riaggiustare un po’ tutto
“pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà” diceva antonio gramsci
Seminario alla Università di Milano Bicocca su
FAMIGLIE RICONGIUNTE E FAMIGLIE TRANSNAZIONALI
14 maggio 2012, Ore 10.30-12.30
Aula 37- Edificio U6, I piano
P.zza dell’Ateneo Nuovo, 1
Milano
A partire dal volume:
Mara Tognetti Bordogna, (a cura di), Famiglie ricongiunte, UTET, Torino 2011
È vero che la crisi economica ha fatto aumentare i suicidi? «No», spiega a Il Mondo di Annibale Marzio Barbagli, sociologo, autore di uno dei libri più completi sull’argomento, Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e Oriente (Mulino). «I media continuano a dare notizia di persone che si uccidono e attribuiscono a queste scelte drammatiche una causa economica», ragiona Barbagli. «Ma in realtà è impossibile spiegare un gesto complesso come il suicidio con una motivazione soltanto. Farlo è sbagliato di per sé».
Il professor Barbagli conosce bene le fonti che i giornali e le televisioni stanno usando per avvalorare la tesi che i suicidi per motivazioni economiche stanno crescendo. Si tratta delle statistiche messe a disposizione dall’Istat e compilate sulla base dei rapporti stilati dalle forze dell’ordine subito dopo aver accertato un caso di suicidio. Nei loro verbali i poliziotti e i carabinieri devono riportare anche le presunte cause del suicidio: cause affettive, economiche, eccetera. Lo fanno dopo aver parlato con i familiari dei suicidi ed essersi fatti un’idea di cosa sia successo.
«Questi dati – fa notare Barbagli – sono del tutto inutilizzabili. Intanto perché in un terzo dei casi le forze dell’ordine non sono in grado di attribuire nemmeno una causa presunta al suicidio – e un dato che ha una lacuna tale non serve praticamente a nulla. Secondariamente perché le motivazioni che le persone care alle vittime possono dare ai poliziotti o ai carabinieri sono viziate dal fatto che i suicidi sono gesti intimi, di cui si può provare vergogna. Ragion per cui ognuno di loro da una spiegazione quando più accettabile all’esterno e non necessariamente vera».
L’errore più grave che queste rilevazioni però è «quello di prendere sul serio un vecchio sistema che già quando Durkheim scriveva era superato. Cioè quella di pensare che le persone si uccidano per una causa sola e per una causa facilmente definibile. Non è così».
Il professor Barbagli racconta che più volte ha chiesto ai responsabili dell’Istat di rimuovere dal loro sito questi dati sul suicidio, privi di qualsiasi valore scientifico. Consigliando di lasciare soltanto quelli che vengono dalle rilevazioni effettuate dall’autorità sanitaria. I quali riportano dei numeri molto diversi, essendo il frutto di una rilevazione più meditata e competente. Non è stato ascoltato. Così, anche la rivista Wired, che mercoledì ha pubblicato un’inchiesta con la quale ha tentato di “smascherare” la falsità del racconto giornalistico di queste settimane, sostenendo che non è vero che i suicidi per motivi economici stanno aumentando, commette un errore analogo, basando la sua analisi sui dati sbagliati e avvalorando l’idea che si possa parlare schematicamente di suicidi per motivi economici.
«La verità – dice Barbagli – è che noi potremo avere dati certi solo fra due anni. Nessuno al momento può dire cosa sta veramente succedendo. Ma nel frattempo è pericolosissimo affermare che la crisi fa ammazzare. Nella letteratura scientifica c’è un fenomeno noto come effetto Werther il quale mostra che quando i media dedicano un’attenzione morbosa ai casi di suicidio il numero dei suicidi cresce veramente. Succede per emulazione e perché televisioni e giornali a volte raccontano questi suicidi come se ci fosse una giusta causa».
davvero stiamo assistendo a un’ impennata di suicidi? Davvero la crisi sarebbe la causa di questa strage? Il 2012 sarà ricordato come l’anno dei suicidi o forse ce lo stanno dipingendo così? I dati, se si reputano affidabili le 38 morti dichiarate, parlano chiaro: nel 2012, ogni giorno ci sono 0,29 suicidi per motivi economici, contro lo 0,51 del 2010 e lo 0,54 del 2009. Nessuna epidemia suicida in corso, almeno finora. Per valutare davvero la situazione, si dovrà aspettare.
“ Ogni anno in Italia si verificano circa tremila casi di suicidio, con punte di quasi quattromila casi nei primi anni Novanta”, osserva Stefano Marchetti, responsabile dell’ultima, recentissima, indagine dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) su suicidi e tentativi di suicidio in Italia, relativa all’anno 2010: “Ogni gesto estremo, come quelli che le cronache recenti raccontano, nasconde una tragedia umana e impone il massimo rispetto. Ma è difficile affermare, a oggi, che vi sia un aumento statisticamente significativo dei suicidi dovuto alla crisi economica. Temo che si stiamo facendo affermazioni forti, senza robuste evidenze scientifiche”. Può sembrare cinico snocciolare numeri e percentuali, ma è l’unico modo per separare i fatti dalle impressioni. Dicevamo: 38 suicidi per motivi economici dal 1 gennaio all’8 maggio 2012. Purtroppo sono la punta dell’iceberg rispetto al fenomeno generale. Nel 2010, per esempio, l’Istat ha contato 3.048 suicidi, di cui 187 per motivi economici, “ in base a quello – specifica Marchetti – che viene indicato dalle forze dell’ordine come il presunto movente”. Se si escludono i suicidi per motivi d’onore (18 in tutto), quello economico è, per assurdo, il movente meno preoccupante di tutti. Quasi una persona su due (1.412) ha deciso di farla finita a causa di una malattia (per 4 su 5 di origine psichica). La seconda causa di suicidio è affettiva: 324 persone si sono tolte la vita per questioni di cuore, quasi il doppio rispetto a chi l’ha fatto per il conto in banca. E quasi in un caso su tre non è stato possibile individuare il movente del gesto.
Il provvedimento prevede la somministrazione dei farmaci cannabinoidi presso le strutture del servizio sanitario regionale, le Asl, e le strutture private. Per garantire la continuita’ terapeutica, previsto anche il trattamento domiciliare, dopo la dimissione del paziente
08 MAG - È questo il monito lanciato dai medici internisti a conclusione del XVII Congresso Nazionale Fadoi svolto a Rimini. Ma servono anche più Hospice non oncologici, per rispondere al continuo aumento dei pazienti con malattie cronico degenerative. Leggi…
In questo volume Bion approfondisce e sviluppa i temi cruciali già affrontati in Apprendere dall’esperienza e in Gli elementi della psicoanalisi. Bion propone di applicare in psicoanalisi quella teoria delle trasformazioni già utilizzata da molto tempo in geometria, in geografia e in altre discipline. Lo scopo di Bion è quello di tradurre e formalizzare l’esperienza analitica nei termini della teoria delle trasformazioni. Da questo punto di vista, tutto ciò che diventa conoscibile in analisi appare il risultato di tre tipi fondamentali di trasformazioni .
Suicidi e crisi. Allarme psichiatri: “No a sensazionalismo in tv. Rischio effetto domino” 07 MAG - Studi clinici dicono con chiarezza che le notizie dei suicidi da crisi economica inducono altri suicidi. Dal direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, Claudio Mencacci, appello alle Istituzioni per il potenziamento dei servizi di salute mentale. Leggi…
Il cottage di pietra e legno si erge solitario su una spiaggia sabbiosa incuneata nella costiera rocciosa del Maine. È giugno, l’oceano scintilla sotto il sole e, come ogni anno, le donne della famiglia Kelleher si riuniscono a Cape Neddick per le vacanze.Ora che la vita le ha divise, questo luogo un po’ magico è l’unica cosa che le unisce. Perché nessuna di loro ha voglia di vedere le altre. Eppure non si può mancare. Le Kelleher portano sulle spalle un bagaglio pesante, fatto di silenzi, incomprensioni e invidie. Tornare è solo un dovere per Kathleen, la pecora nera della famiglia, che più di tutti teme il confronto con la madre Alice, il suo sguardo giudicante, le sue accuse velate. Per Maggie, la figlia trentenne di Kathleen, il cottage è invece solo una fuga temporanea, per non dover ammettere, forse nemmeno a sé stessa, di essere incinta. Ad aspettarle lì, immutabile come sempre, nonna Alice, una donna dura fatta di opposti e contraddizioni, dedita alla chiesa, ma anche ai suoi Martini cocktail, che sorseggia di fronte al mare mentre fuma troppe sigarette. Ma quest’anno è diverso, Alice lo sa. Non può più aspettare. Non può più ignorare una notte di tanti anni fa. Una notte che non ha mai raccontato a nessuno,un segreto che le tormenta l’anima e che potrebbe tramutare un vento troppo forte in tempesta, distruggendo tutto, forse anche l’istinto irrazionale che spinge le donne Kelleher a tornare ogni anno nel Maine.
Il tema di fondo della lectio del prof. Joseph Ratzinger è esplicitato nelle righe finali:
“Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi.”
La scaletta argomentativa è particolarmente suggestiva, anche perché si snoda attorno alla immagine dei monasteri e della vita monastica per scovare le radici del pensiero riflessivo:
“Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa.”
Non appartiene al mio percorso intellettuale quello di riferire la “cultura della Parola” (custodita e sviluppata dai monaci) al “colloquio con Dio.
Tuttavia, da laico, sono molto interessato al tema della tensione fra “legame” e libertà, in quanto non posso farmi soggetto se non dentro al rapporto continuo che si instaura fra la storia (così ritraduco il tema del “legame”) e la biografia personale. E’ la libertà soggettiva, dentro le regole sociali, che mi produce ogni giorno come individuo.
Nel loro linguaggio i cattolici propongono così la questione:
“Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale. Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio.”
Non sono indifferente a questo modo di ragionare.
Joseph Ratzinger, Lectio al al Collège des Bernardins di Parigi, 12 Settembre 2008
…. Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea. Ho ricordato all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche modo emblematico. È infatti legato alla cultura monastica, giacché qui hanno vissuto giovani monaci, impegnati ad introdursi in una comprensione più profonda della loro chiamata e a vivere meglio la loro missione. È questa un’esperienza che interessa ancora noi oggi, o vi incontriamo soltanto un mondo ormai passato? Per rispondere, dobbiamo riflettere un momento sulla natura dello stesso monachesimo occidentale. Di che cosa si trattava allora? In base alla storia degli effetti del monachesimo possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura. Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto? Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq : nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des lettres et le desir de Dieu, p.14). Il desiderio di Dio, le désir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola. Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obbiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola. Per avere la piena visione della cultura della parola, che appartiene all’essenza della ricerca di Dio, dobbiamo fare un altro passo. La Parola che apre la via della ricerca di Dio ed è essa stessa questa via, é una Parola che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di ciascun singolo (cfr At 2, 37). Gregorio Magno descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per Dio (cfr Leclercq, ibid., p.35). Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede. E per questo bisogna non solo riflettere sulla Parola, ma anche leggerla in modo giusto. Come nella scuola rabbinica, così anche tra i monaci il leggere stesso compiuto dal singolo è al contempo un atto corporeo. “Se, tuttavia, legere e lectio vengono usati senza un attributo esplicativo, indicano per lo più un’attività che, come il cantare e lo scrivere, comprende l’intero corpo e l’intero spirito”, dice al riguardo Jean Leclercq (ibid., p.21). E ancora c’è da fare un altro passo. La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con Lui. Specialmente nel Libro dei Salmi Egli ci dà le parole con cui possiamo rivolgerci a Lui, portare la nostra vita con i suoi alti e bassi nel colloquio davanti a Lui, trasformando così la vita stessa in un movimento verso di Lui. I Salmi contengono ripetutamente delle istruzioni anche sul come devono essere cantati ed accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Due canti della liturgia cristiana derivano da testi biblici che li pongono sulle labbra degli Angeli: il Gloria, che è cantato dagli Angeli alla nascita di Gesù, e il Sanctus, che secondo Isaia 6 è l’acclamazione dei Serafini che stanno nell’ immediata vicinanza di Dio. Alla luce di ciò la Liturgia cristiana è invito a cantare insieme agli Angeli e a portare così la parola alla sua destinazione più alta. Sentiamo in questo contesto ancora una volta Jean Leclercq: “I monaci dovevano trovare delle melodie che traducevano in suoni l’adesione dell’uomo redento ai misteri che egli celebra. I pochi capitelli di Cluny, che si sono conservati fino ai nostri giorni, mostrano così i simboli cristologici dei singoli toni” (cfr ibid. p.229). In Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci vale come regola determinante la parola del Salmo: Coram angelis psallam Tibi, Domine – davanti agli angeli voglio cantare a Te, Signore (cfr 138,1). Qui si esprime la consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria in presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi esposti al criterio supremo: di pregare e di cantare in maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi, che erano considerati gli autori dell’armonia del cosmo, della musica delle sfere. I monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una “creatività” privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità. Per capire in qualche modo la cultura della parola, che nel monachesimo occidentale si è sviluppata dalla ricerca di Dio, partendo dall’interno, occorre finalmente fare almeno un breve cenno alla particolarità del Libro o dei Libri in cui questa Parola è venuta incontro ai monaci. La Bibbia, vista sotto l’aspetto puramente storico o letterario, non è semplicemente un libro, ma una raccolta di testi letterari, la cui stesura si estende lungo più di un millennio e i cui singoli libri non sono facilmente riconoscibili come appartenenti ad un’unità interiore; esistono invece tensioni visibili tra di essi. Ciò vale già all’interno della Bibbia di Israele, che noi cristiani chiamiamo l’Antico Testamento. Vale tanto più quando noi, come cristiani, colleghiamo il Nuovo Testamento e i suoi scritti, quasi come chiave ermeneutica, con la Bibbia di Israele, interpretandola così come via verso Cristo. Nel Nuovo Testamento, con buona ragione, la Bibbia normalmente non viene qualificata come “la Scrittura”, ma come “le Scritture” che, tuttavia, nel loro insieme vengono poi considerate come l’unica Parola di Dio rivolta a noi. Ma già questo plurale rende evidente che qui la Parola di Dio ci raggiunge soltanto attraverso la parola umana, attraverso le parole umane, che cioè Dio parla a noi solo attraverso gli uomini, mediante le loro parole e la loro storia. Questo, a sua volta, significa che l’aspetto divino della Parola e delle parole non è semplicemente ovvio. Detto in espressioni moderne: l’unità dei libri biblici e il carattere divino delle loro parole non sono, da un punto di vista puramente storico, afferrabili. L’elemento storico è la molteplicità e l’umanità. Da qui si comprende la formulazione di un distico medioevale che, a prima vista, sembra sconcertante: “Littera gesta docet – quid credas allegoria…” (cfr Augustinus de Dacia, Rotulus pugillaris, I). La lettera mostra i fatti; ciò che devi credere lo dice l’allegoria, cioè l’interpretazione cristologica e pneumatica. Possiamo esprimere tutto ciò anche in modo più semplice: la Scrittura ha bisogno dell’interpretazione, e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta. In essa ha la sua unità e in essa si dischiude il senso che tiene unito il tutto. Detto ancora in un altro modo: esistono dimensioni del significato della Parola e delle parole, che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta di questa Parola che crea la storia. Mediante la crescente percezione delle diverse dimensioni del senso, la Parola non viene svalutata, ma appare, anzi, in tutta la sua grandezza e dignità. Per questo il “Catechismo della Chiesa Cattolica” con buona ragione può dire che il cristianesimo non è semplicemente una religione del libro nel senso classico (cfr n. 108). Il cristianesimo percepisce nelle parole la Parola, il Logos stesso, che estende il suo mistero attraverso tale molteplicità. Questa struttura particolare della Bibbia è una sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato fondamentalismo.La Parola di Dio stesso, infatti, non è mai presente già nella semplice letteralità del testo. Per raggiungerla occorre un trascendimento e un processo di comprensione, che si lascia guidare dal movimento interiore dell’insieme e perciò deve diventare anche un processo di vita. Sempre e solo nell’unità dinamica dell’insieme i molti libri formano un Libro, si rivelano nella parola e nella storia umane la Parola di Dio e l’agire di Dio nel mondo. Tutta la drammaticità di questo tema viene illuminata negli scritti di san Paolo. Che cosa significhi il trascendimento della lettera e la sua comprensione unicamente a partire dall’insieme, egli l’ha espresso in modo drastico nella frase: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita” (2 Cor 3,6). E ancora: “Dove c’è lo Spirito … c’è libertà” (2 Cor 3,17). La grandezza e la vastità di tale visione della Parola biblica, tuttavia, si può comprendere solo se si ascolta Paolo fino in fondo e si apprende allora che questo Spirito liberatore ha un nome e che la libertà ha quindi una misura interiore: “Il Signore è lo Spirito, e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3,17). Lo Spirito liberatore non è semplicemente la propria idea, la visione personale di chi interpreta. Lo Spirito è Cristo, e Cristo è il Signore che ci indica la strada.Con la parola sullo Spirito e sulla libertà si schiude un vasto orizzonte, ma allo stesso tempo si pone un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività, un limite che obbliga in maniera inequivocabile il singolo come la comunità e crea un legame superiore a quello della lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore.Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale. Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio. Mancanza di legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua distruzione. Nella considerazione sulla “scuola del servizio divino” – come Benedetto chiamava il monachesimo – abbiamo fino a questo punto rivolto la nostra attenzione solo al suo orientamento verso la parola, verso l’ “ora”. E di fatto è a partire da ciò che viene determinata la direzione dell’insieme della vita monastica. Ma la nostra riflessione rimarrebbe incompleta, se non fissassimo il nostro sguardo almeno brevemente anche sulla seconda componente del monachesimo, quella descritta col “labora”. Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale. Paolo che, come rabbi e poi come annunciatore del Vangelo ai gentili, era anche tessitore di tende e si guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani, non costituisce un’eccezione, ma sta nella comune tradizione del rabbinismo. Il monachesimo ha accolto questa tradizione; il lavoro manuale è parte costitutiva del monachesimo cristiano. Benedetto parla nella sua Regola non propriamente della scuola, anche se l’insegnamento e l’apprendimento – come abbiamo visto – in essa erano cose praticamente scontate. Parla però esplicitamente del lavoro (cfr cap.48). Altrettanto fa Agostino che al lavoro dei monaci ha dedicato un libro particolare. I cristiani, che con ciò continuavano nella tradizione da tempo praticata dal giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa dalla parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, con la quale Egli difendeva il suo operare in giorno di Sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (5, 17). Il mondo greco-romano non conosceva alcun Dio Creatore; la divinità suprema, secondo la loro visione, non poteva, per così dire, sporcarsi le mani con la creazione della materia. Il “costruire” il mondo era riservato al demiurgo, una deità subordinata. Ben diverso il Dio cristiano: Egli, l’Uno, il vero e unico Dio, è anche il Creatore. Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione. Siamo partiti dall’osservazione che, nel crollo di vecchi ordini e sicurezze, l’atteggiamento di fondo dei monaci era il quaerere Deum – mettersi alla ricerca di Dio. Potremmo dire che questo è l’atteggiamento veramente filosofico: guardare oltre le cose penultime e mettersi in ricerca di quelle ultime, vere. Chi si faceva monaco, s’incamminava su una via lunga e alta, aveva tuttavia già trovato la direzione: la Parola della Bibbia nella quale sentiva parlare Dio stesso. Ora doveva cercare di comprenderLo, per poter andare verso di Lui. Così il cammino dei monaci, pur rimanendo non misurabile nella lunghezza, si svolge ormai all’interno della Parola accolta. Il cercare dei monaci, sotto certi aspetti, porta in se stesso già un trovare. Occorre dunque, affinché questo cercare sia reso possibile, che in precedenza esista già un primo movimento che non solo susciti la volontà di cercare, ma renda anche credibile che in questa Parola sia nascosta la via – o meglio: che in questa Parola Dio stesso si faccia incontro agli uomini e perciò gli uomini attraverso di essa possano raggiungere Dio. Con altre parole: deve esserci l’annuncio che si rivolge all’uomo creando così in lui una convinzione che può trasformarsi in vita.Affinché si apra una via verso il cuore della Parola biblica quale Parola di Dio, questa stessa Parola deve prima essere annunciata verso l’esterno. L’espressione classica di questa necessità della fede cristiana di rendersi comunicabile agli altri è una frase della Prima Lettera di Pietro, che nella teologia medievale era considerata la ragione biblica per il lavoro dei teologi: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza che è in voi” (3, 15) (Logos, la Ragionedella Speranza deve diventare apo-logia, la Paroladeve diventare risposta). Di fatto, i cristiani della Chiesa nascente non hanno considerato il loro annuncio missionario come una propaganda, che doveva servire ad aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infine nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava tutti e che, nel loro intimo, tutti gli uomini attendono. L’universalità di Dio e l’universalità della ragione aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere dell’annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa, ma all’ambito della verità che riguarda ugualmente tutti. Lo schema fondamentale dell’annuncio cristiano “verso l’esterno” – agli uomini che, con le loro domande, sono in ricerca – si trova nel discorso di san Paolo all’Areopago. Teniamo presente, in questo contesto, che l’Areopago non era una specie di accademia, dove gli ingegni più illustri s’incontravano per la discussione sulle cose sublimi, ma un tribunale che aveva la competenza in materia di religione e doveva opporsi all’importazione di religioni straniere. È proprio questa l’accusa contro Paolo: “Sembra essere un annunziatore di divinità straniere” (At 17, 18). A ciò Paolo replica: “Ho trovato presso di voi un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (cfr 17, 23). Paolo non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere. Che all’origine di tutte le cose deve eserci non l’irrazionalità, ma la Ragionecreativa; non il cieco caso, ma la libertà. Tuttavia, malgrado che tutti gli uomini in qualche modo sappiano questo – come Paolo sottolinea nella Lettera ai Romani (1, 21) – questo sapere rimane irreale: un Dio soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se Egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui. La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano consiste in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos – presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est (Gv 1,14): proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio. La nostra situazione di oggi, sotto molti aspetti, è diversa da quella che Paolo incontrò ad Atene, ma, pur nella differenza, tuttavia, in molte cose anche assai analoga. Le nostre città non sono più piene di are ed immagini di molteplici divinità. Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto. Ma come allora dietro le numerose immagini degli dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui. Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati.Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi.Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.
Alice Munro,SCRIVERE. O SMETTERE DI SCRIVERE, luglio 2005
Forse la vera ragione per smettere di scrivere è che sto invecchiando. Sono vecchia. Quando succede, fare le cose che devi fare richiede sempre più tempo e concentrazione. Pagare le bollette, ricordarti quando passa il camion della spazzatura, fare la raccolta differenziata, donare soldi a tutte quelle buone cause che hai promesso a te stessa di sostenere. Mantenere l’ordine intorno a te. Il disordine è molto più minaccioso di una volta – non è più perdonabile e disarmante, né un segno della propria creatività, ma una prova dell’arrivo della demenza senile, decisamente poco affascinante. In effetti è meno affascinante, la demenza, nelle donne che negli uomini. Lo stesso vale per l’aspetto fisico da mantenere presentabile. Richiede sempre più sforzo, non tanto arrestare il deterioramento quanto rallentarlo in modo che risulti accettabile a te stessa e agli altri. Tutte le pillole e gli esami e gli esercizi. Non puoi più martellare sui tasti, rapita alle tre di notte dal finale di una storia. Non puoi più essere il grande scrittore, quello con il brutto carattere e le cattive abitudini e la genialità graffiante dei vecchi film. Non che io lo sia mai stata (in effetti non ricordo che nessuno di questi geni sia mai stato una donna), ma l’idea è sempre sopravvissuta da qualche parte nella mia testa, come qualcosa che un giorno avrei potuto provare a essere. Insomma: smetterei di scrivere per avere una vita più gestibile. E poi so che è molto raro produrre un capolavoro in questi ultimi anni di vita, e uno o due libri in meno non sarebbero una gran perdita per nessuno. Di sicuro non mi mancherà quel tormento – i tentativi a vuoto necessari perché una storia sia buona – o il vero e proprio orrore che provo nell’attesa che il libro venga pubblicato, per poi dar fondo al mio coraggio e uscire di casa ed esserne responsabile nel vasto mondo (in realtà sembra che sia vasto, ma il mondo dell’editoria, della critica letteraria, del pubblico dei lettori, è così piccolo che la maggior parte della gente che vive nel tuo paese, perfino nella tua cittadina, non saprà mai il tuo nome). Non mi perderò niente, davvero. Ma aspetta un attimo: che cosa c’era di così meraviglioso? Che cosa lo faceva sembrare irresistibile? Che cosa rendeva trascurabili questi inconvenienti? Se non è quando stai componendo il lavoro, non quando lo mandi all’editore, non quando ce l’hai in mano stampato, né quando lo leggi in pubblico o lo vedi entrare in classifica (e cominci a preoccuparti di quando ne uscirà), e nemmeno quando vince un premio, anche se devi ammettere che vincerlo è meglio che non vincerlo, allora quando è? Il momento non è forse quello in cui hai l’idea, o meglio inciampi nell’idea, ci sbatti contro, come se stesse vagando da sempre nella tua testa? È già lì, ancora senza lineamenti precisi, ma armoniosa e brillante. Non è la storia. È lo spirito, il centro della storia, qualcosa che non è fatto di parole, ma che può sorgere alla vita, almeno a una vita pubblica, soltanto quando le parole lo avvolgono. Un oggetto ancora non guastato, ancora protetto dalle interferenze. In una forma più bella di quella che avrà mai, dopo essere stato stirato e schiacciato dentro le tue frasi. Pensa di poter essere soddisfatta da questo incontro soltanto, dal riconoscerlo e poi lasciarlo solo. Come sarebbe? Vedremo.
Nell’ambito delle iniziative correlate al Progetto “Lavoro & Psiche”, finanziato dalla Fondazione Cariplo e attivo sul territorio della provincia di Como dal giugno 2009, ci sarà lo spettacolo teatrale
“La cooperativa”
che si terrà il 10 maggio 2012 alle ore 20.30 presso il Teatro Sociale di Como.
La trasposizione teatrale, liberamente tratta dal film “Si può fare” è presentata dalla Compagnia Barfi & Friends di Tirano, con la regia di Fulvio Schiani.
La commedia in 2 atti si addentra con delicatezza e rispetto nel tema scomodo del disagio mentale, lanciando un messaggio forte contro lo stigma e la discriminazione ancora presenti nell’opinione pubblica.
La serata si propone di diffondere un nuovo approccio di promozione della salute mentale volto all’inserimento lavorativo di persone con disturbi psichiatrici.
In allegato il coupon per la conferma della partecipazione da trasmettere al seguente indirizzo mail – pinto@asl.como.it - oppure via fax 031370228 entro il 07 maggio p.v.
Incontri, spettacoli, dialoghi per capire, conoscere e confrontarsi sul tema dell’identità, per parlare di noi e dell’altro, di razzismi e intolleranze, democrazia e giustizia, ma anche di Internet, letteratura e della nostra identità culturale. Il festival dell’antropologia contemporanea.
Nell’ambito delle iniziative peri30 anni dell’ A.s.c. “Consorzio Desio-Brianza” è stato organizzato, un seminario di presentazione del:
PROTOCOLLO MODELLI OPERATIVI E METODOLOGIE COMUNI:
L’ESITO DI UN PERCORSO FORMATIVO, DI CONFRONTO
E RIFLESSIONE SUI PROCESSI DI LAVORO IN TUTELA.
A quasi un anno mezzo dal conferimento dell’ambito di intervento Minori e famiglia al Consorzio Desio-Brianza da parte dei Comuni dell’Ambito territoriale di Desio, con questo Seminario si intende fare un primo bilancio sull’integrazione dei servizi attraverso la presentazione delle linee guida e delle metodologie comuni, condivise a livello di Ambito.
Si intende approfondire strumenti, risorse professionali e organizzative necessari per rispondere in modo efficace al mandato dei servizi che si occupano di tutela del minore e della famiglia e a quali sono le responsabilità giuridiche, amministrative e professionali degli operatori coinvolti.
Il seminario si terrà il giorno
15 maggio dalle ore 9.00 alle ore 13.00 presso la Sala Biraghi del Comune di Varedo
In Piazza Biraghi n. 2 – Varedo (MB)
Programma degli interventi:
ØIntroduzione e saluti delle Autorità: Diego Marzorati, Sindaco di Varedo;Dario A. Colombo, Direttore Generale Consorzio Desio-Brianza
ØPresentazione del Protocollocon gli interventi di:
Pierpaolo Cannilla, Responsabile Minori e Famiglia Consorzio Desio-Brianza; Elena Marino, Psicologa e Psicoterapeuta Equipe Tutela Minori Comune Muggiò; Maria Antonietta Ambrisi, Neuropsichiatra infantile UONPIA Azienda OspedalieraDesio-Vimercate;Cecilia Ragaini, Neuropsichiatra infantile Supervisore Minori e Famiglia.
ØA seguire tavola rotonda: Chi tutela il tutelante? Responsabilità giuridica e amministrativa degli operatori della tutela.
con il contributo di:
Pierpaolo Cannilla, Responsabile Minori e Famiglia; Susanna Galli, Giudice Onorario c/o Tribunale Minorenni e Responsabile Servizio formazione per le professioni del welfare della Provincia di Milano; Laura Derui, Avvocato Consulente Legale Minori e Famiglia;Cecilia Ragaini, Neuropsichiatra infantile Supervisore Minori e Famiglia.
Conclusioni: Elio Brillo, Direttore Area Servizi alla Persona Consorzio Desio-Brianza
Corso di Formazione segnalatoci dalla D.ssa Anna Grande a Lecco
(4 incontri) dal 17 maggio 2012 al 28 giugno 2012
dal titolo “Progetto di affido: riflessioni, metodi e pratiche attorno allo strumento centrale dell’alleanza tra equipe tutela, affidi, famiglia naturale e affidataria” Potete consultare il programma alla pagina http://www.servizisocialionline.it/il-progetto-di-affido.htm
La newsletter dell’associazione è uno strumento utilissimo per chiunque voglia essere aggiornato, comodamente a casa propria, sull’attività dell’UAAR.
Con cadenza mensile sarà possibile essere informati sulle piccole/grandi notizie, le prese di posizione, gli appuntamenti, le manifestazioni e le iniziative organizzate dalla nostra associazione.
In questa pagina pubblichiamo l’elenco completo delle nostre Newsletter affinché le persone interessate abbiano la possibilità di valutarne i contenuti.
Due interessanti dossier sono stati diffusi negli ultimi giorni da due importanti quotidiani italiani. Ieri La Stampa ha pubblicato un’inchiesta di Francesca Paci sull’”esercito di italiani che prega Allah”, focalizzato sui cittadini italiani che sono diventati musulmani.
Il loro numero è stimato in cinquantamila, e le esperienze precedenti alla conversione sono diversissime. Ma diversa è anche l’estrazione sociale, nonché la maniera di vivere la nuova fede. L’inchiesta è corredata da quattro interviste: a una ex cristiana praticante, a un grafico incantato dal sufismo, a un ex comunista e a un consulente di impresa con barba e moglie velata.
Anche Repubblicaha pubblicato, sulla sua edizione online, un ampio dossier dal titolo significativo: Taliban, Italia, dedicato alle donne che “lasciano Paesi a maggioranza islamica con le loro famiglie verso uno a maggioranza cristiana. Eppure, per molte donne musulmane, la condizione una volta arrivate dentro i nostri confini peggiora rispetto alle proprie terre di origine”.
Segregazioni, maltrattamenti, matrimoni combinati. Quindicimila i rapporti poligamici. Un fenomeno anch’esso in crescita, e che le autorità italiane, perennemente oscillanti tra la tentazione dell’uso del pugno duro (che tuttavia colpisce in modo indiscriminato) e l’approccio comunitarista (che finisce invece per cristallizzare le discriminazioni) sembrano incapaci anche solo di affrontare.