Paolo Ferrario, corpo e conoscenza in… diecimila passi | pubblicato in Muoversi Insieme


tutto ciò di cui abbiamo bisogno è prendere l’impegno di allenarci regolarmente a un livello moderato. Occorre individuare attività che spingono a respirare profondamente e continuamente per almeno venti minuti, usando i maggiori gruppi muscolari. Per fare questo, possiamo scegliere fra varie opportunità: praticare uno sport, nuotare, andare in bicicletta, fare giardinaggio, ballare, e così via. Ma fra tutte la più semplice, la più spontanea, la più conosciuta, la più inscritta nella nostra storia bioculturale è quella dicamminare

tutto l’articolo qui Stimolare corpo e conoscenza in… diecimila passi | Muoversi Insieme.

idee nella crisi: camminare per le città


informazione che associo al mio:

corpo e conoscenza in 10 mila passi: http://www.muoversinsieme.it/magazine/tempo-libero/vita-all’aperto/3493/stimolare-corpo-e-conoscenza-in-diecimila-passi.html

Cittalia segnala: il comune spagnolo di Pontevedra ha realizzato Metrominuto, una mappa pedonale simile a quelle dei trasporti pubblici che dà informazioni su distanze a piedi e tempi di viaggio per raggiungere le principali località della città

vai a http://popupcity.net/2013/03/metrominuto-the-subway-inspired-map-for-pedestrians/

cannina

Como: OBIETTIVO CITTÀ MURATA, Tavola rotonda organizzata dall’associazione Chiave di Volta, 24 novembre 2012


OBIETTIVO CITTÀ MURATA

Palazzo Volpi, via Diaz 84, dalle 9, ingresso libero

Tavola rotonda organizzata dall’associazione Chiave di Volta. Programma:
- ore 9 registrazione dei partecipanti;
- ore 9.15 saluto delle autorità;
- ore 9.30 Città murata, patrimonio culturale. Il tracciato romano sottostante la città murata, oggetto degli studi di Gianfranco Caniggia negli anni Sessanta e Settanta, haa avuto verifiche, conferme e negazioni negli scavi archeologici. Quali sono stati negli ultimi quattro decenni gli approfondimenti teorici e applicativi? Alcuni centri storici di fondazione romana sono tati valorizzati mettendo in luce porzioni consistenti di archeologia antica, in Italia e all’estero. Intervengono Isabella Nobile, direttrice Musei civici di Como con Aggiornamenti su Como romanaMarco annazaro, Università Cattolica di Milano e Brescia con Esperienze di archeologia urbana a Brescia, possibile modello per il recupero della memoria storica di una città di antica fondazione;
ore 10 La città storica: restauri e interventi, studi e ricerche.Interviene Maria Grazia Soldini, architetto, restauratore di Palazzo Odescalchi;
- ore 10.15 Idee giovani: contributi di neolaureati, dottorandi, ricercatori. Roberta MacchiaSotto il parcheggio le terme romane? Tesi di laurea Università Cattolica Milano; Filippo Magatti e Nicolò ZugninoPercorsi medioevali a Como. Tesi di laurea Politecnico di Milano; Elena RizziDipinti ottocenteschi sul centro storico. Tesi di laurea, Università Cattolica, Milano; Lucia TenconiLa Cortesella e la politica del “piccone demolitore” 1933 –  1939. Dottorato Politecnico di Torino; Lara GiamminolaStreet art, Tesi di laurea Università Statale, Milano;
- ore 11.15 pausa caffè
- ore 11.30 Urbanistica e tutela per il centro storico, prima e dopo di Darko Pandakovic;
ore 11.45 Significato della città murata. Significati diversi per chi ci abita, lavora, va a scuola, è di passaggio, fa shopping, compra o vende immobili, apre o chiude negozi, affitta o gestisce bed & breakfast, visita monumenti di storia e di arte contemporanea. Interventi di Alessio Brunialti, Gerardo Monizza, Milly PozziElena Di Raddo e Giusy Lucini;
- ore 12.30 Significato della città murata e aspettative:contributi di soci e simpatizzanti

NdA: giusto! Oggi la Città Murata, domani il mondo…
http://www.chiavedivolta.org

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Spiaggia accessibile ma battigia vietata: cosa dice la legge e come tutelare il proprio diritto al bagno in mare senza pagare, da MuoversiInsieme di Stannah, Aggiornamento del 27-07-2012


Spiaggia accessibile ma battigia vietata: cosa dice la legge e come tutelare il proprio diritto al bagno in mare senza pagare


Ogni anno con l’arrivo dell’estate e delle vacanze le nostre spiagge vengono invase da migliaia di turisti desiderosi di trascorrere qualche giorno di relax al sole. In queste ultime settimane molti giornali e diversi notiziari televisivi hanno riportato la notizia che in quasi tutte le spiagge italiane non viene consentito il libero utilizzo della battigia. Sarebbero diversi i casi segnalati in cui i bagnini avrebbero invitato le persone presenti nella parte più vicina al mare a non sostare con teli, a non appoggiare i propri indumenti e quindi a spostarsi. Ciò in virtù di regolamenti regionali e comunali che proibirebbero di occupare con ombrelloni, sdraio e accessori simili la fascia di spiaggia destinata al libero transito.  >>

IL LAGO DI COMO, L’ANTICO LARIO, devastato dai nuovi ricchi e da comunità locali prive di passione per la memoria « Coatesa sul Lario … e dintorni


L’equilibrio dei secoli scorsi fra la natura del Lario e gli uomini è dovuto a due fattori.

Il primo è la geografia: le montagne si tuffano direttamente nel lago, determinando una sottile linea fra terra e acqua come unico e scarso spazio  dove si può costruire e alimentare quella pulsione del “far diventar altro”, che è tipica della cultura dell’Occidente. Così, nonostante la voglia di costruire indotta dal dettato religioso “popolate la terra”, NON E’ SPAZIALMENTE POSSIBILE consumare territorio oltre certi limiti.

Il secondo fattore è l’antica povertà di questi luoghi. Era una economia di autoconsumo che si muoveva fra terrazze di grano, orti, castagne del bosco e pesca. Il popolo del Lario è stato sempre migrante per cercare lavoro.

Quasti due caratteri hanno salvaguardato un territorio meraviglioso e DIVERSO da quello degli altri laghi prealpini, dove il maggior digradare della montagna ha favorito l’antropizzazione priva di gusto estetico.

Quasi tutto, però, sta cambiando con l’arrivo dei NUOVI RICCHI degli anni ’80 e seguenti.

Le strette strade del Lario sono quotidianamente occupate da quei grossi camion/betoniera, tipici dei professionisti dei grandi scavi (le cronache parlano di un monopolio del n’drangheta calabrese emigrata al Nord per queste tecniche e questi macchinari).

Il risultato di questo andirivieni è questo:

1. distruzionie di paesaggio a Lezzeno:

2. Distruzioni di paesaggio nel territorio prospicente sul  lago, al confine fra Laglio e Brienno:

  • anche qui la violenza al paesaggio del Lago di Como, l’antico Lario,  è presentata così dagli stessi costruttori/venditori di prima: http://www.comolakeresort.it/

Sono tante le cose che impressionano.

Impressiona la volgarità della esibizione di quelle terrazze a lago, quasi ad mostrare con tracotanza un “dominio di luogo” che si impone a qualunque altro abitatore.

Impressiona il torbido gusto architettonico. Basta guardare con occhi attenti le vecchie case di lago: tutte sono con tetti spioventi (e sotto travi di legno) ricoperte con tegole color mattone. L’equilibrio in questo caso è dato dalla amalgama fra il grigio verde dell’acqua, il verde dei monti e, per l’appunto, i tetti arancioni. Le nuove case dei nuovi ricchi hanno il tetto piatto e non stabiliscono NESSUNA RELAZIONE con la struttura urbane pre-esistente e con la cultura abitativa che l’ha caratterizzata lungo i secoli.

Impressiona, infine, che tutto questo è probabilmente legale. Ci sono giunte, sindaci e commissioni che hanno approvato. Ci sono sopraintendenze alla belle arti che non hanno fatto obiezioni. Ci sono comunità locali che, non solo hanno sostenuto, ma hanno incoraggiato con la speranza di qualche rendita di contesto.

Il risultato è uno STUPRO ALLA BELLEZZA.

Ma c’è di più ed oltre. Qui viene violata la memoria che le generazioni hanno trasmesso lungo il corso del tempo a quel rapporto fra natura e persone, che – miracolosamente – aveva creato quella bellezza che fa del Lario uno dei luoghi più conosciuto nel mondo.

Inoltre, viene a galla la NEGAZIONE DELLA RESPONSABILITA’ che le attuali generazioni dovrebbero avere per quelle future. La responsabilità di trasferire un ambiente vivibile, MA ANCHE BELLO,  per loro.

Se la tendenza è quella rappresentata dai due obbrobri segnalati, rimane un unico argine: quello della geografia. Solo in luoghi protetti da un ambiente ostile al cemento (e un ambiente è ostile al cemento se non arrivano automobili) si potrà avere un simulacro del vecchi, antico, eterno paesaggio del Lario, violentato dai nuovi ricchi e della schiera dei loro alleati.

da IL LAGO DI COMO, L’ANTICO LARIO, devastato dai nuovi ricchi e da comunità locali prive di passione per la memoria « Coatesa sul Lario … e dintorni.

Progetto | ITAca – Storie d’Italia, a cura di Giovanni Marrozzini


Il progetto ITAca – Storie d’Italia è in primis un viaggio in camper per l’Italia alla ricerca di storie, persone, realtà italiane nell’anno del 150° anniversario dell’Unità.
Il Camper trasporterà un giovane fotografo italiano Giovanni Marrozzini che si è già affermato per la sua indiscussa capacità artistica ed espressiva, per le sue grandi doti umane e di comunicatore nonché per la professionalità e gli ottimi risultati raggiunti con la docenza in numerosissimi workshop fino ad oggi compiuti.

Il suo compito sarà duplice:

  • realizzare uno spaccato dell’Italia nell’anno del 150° anniversario dell’Unità. Scegliendo i luoghi di interesse storico e artistico, inseguendo le storie di personaggi illustri come di semplici cittadini, il fotografo comporrà una Storia D’Italia fotografica, un insieme di racconti legati alla contemporaneità e alla memoria di luoghi e persone. L’idea è quella di realizzare un grande mosaico di testimonianze e un documento espressivo e coinvolgente del nostro Paese e delle sue molte anime: più che una Storia, quindi, una raccolta di STORIE dell’Italia contemporanea.
  • tenere una serie di workshop fotografici aperti a tutti coloro che vorranno partecipare alla grande opera o che solamente vorranno fare un’esperienza di grande valore sia sotto il profilo tecnico sia sotto quello umano. L’esperienza di Marrozzini, maturata nel corso degli anni con i suoi workshop tenuti in tutta Italia, in Argentina, in Albania e in Africa, è garanzia di un evento altamente coinvolgente e di qualità che metterà i partecipanti in grado di contribuire con le loro storie fotografiche al grande mosaico che si verrà componendo nel corso del viaggio. I workshop sono sostenuti dal motore culturale, organizzativo, informativo della Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche e dalla volontà delle sue migliaia di soci presenti in tutte le regioni del Paese.

Tutto il materiale fotografico verrà visionato e selezionato da un comitato artistico: entrerà a far parte dell’Archivio Fotografico del Centro Italiano della Fotografia d’Autore e verrà messo in mostra presso il CIFA (Centro Italiano della Fotografia d’Autore) di Bibbiena con una grande manifestazione conclusiva per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Verranno realizzati due volumi: il primo relativo al lavoro svolto da Giovanni Marrozzini; il secondo con la selezione delle opere dei partecipanti ai workshop. I testi saranno affidati a specialisti della lettura delle immagini, ad esperti della storia della fotografia e ad esperti della storia e del costume italiano degli ultimi 150 anni.

Il volume conterrà anche il racconto degli avvenimenti del viaggio e i documenti delle storie interpretate con libero contributo da tutti i partecipanti.

Partenza del Camper: 18 marzo 2011
Conclusione del viaggio: 31 marzo 2012

Mostra fotografica finale: giugno 2012 presso il CIFA di Bibbiena

da Progetto | ITAca – Storie d’Italia.

Voci della città. L’interpretazione dei territori urbani


Voci della città. L’interpretazione dei territori urbani

altCrisi del tradizionale lessico con cui gli studiosi descrivono i fenomeni urbani ed esigenza di ascoltare le voci dei cittadini per recuperare il senso del vissuto delle nostre città è il filo conduttore del volume di Federico Scarpelli e di Angelo Romano Voci della città. L’interpretazione dei territori urbani edito da Carocci. 

Simposio Accademia del Silenzio – Anghiari 10-11 giugno 2011


1° simposio nazionale
Per un Manifesto del Silenzio
10- 11 giugno 2011, Anghiari (AR).


Due giornate di incontro di parole sommesse con i relatori presenti sui temi che ci stanno a cuore.
Venerdì 10 a partire dalle 14.30 Duccio Demetrio e Nicoletta Polla Mattiot ci introdurranno ai lavori che proseguiranno con Roberto Mancini, Antonio Ria, Emanuela Mancino, Giampiero Comolli, Marco Dallari.
Saranno quindi attivati spazi di approfondimento per confronto e lavoro secondo tre dimensioni silenziose:
1 – Il silenzio personale con Duccio Demetrio
2 – Il silenzio sociale con Nicoletta Polla-Mattiot
3 – Il silenzio relazionale con Emanuela Mancino
Potremo quindi assistere alla proiezione del video: Lalla Romano. L’inverno in me, cenare al Castello di Sorci quindi addentrarci in una passeggiata notturna in Val sovara guidati da Andrea Possenti.

Il giorno dopo, sabato 11, riprenderemo i confronti nei gruppi, assisteremo ad una performance poetica a cura di Angelo Andreotti e Maria Grazia Comunale, conferiremo il Premio Accademia del silenzio a Città Slow e chiuderemo con la Lectio Magistralis di di Elena Loewenthal

Sul sito potete trovare il programma completo delle due giornate e scaricare la scheda di iscrizione da compilare ed inviare all’indirizzo silenzio@lua.it . Ricordatevi di scegliere il gruppo a cui volete partecipare. Vi aspettiamo numerosi!

Segnalate e diffondete questo messaggio, il 10 e 11 giugno vogliamo dare un segnale che la nostra idea è viva e vitale e che tante persone la condividono.
Abbiamo attivato un evento su Facebook e creato un account Twitter per darvi la possibilità di diffondere il nostro messaggio.

serata pubblica di immaginazione urbana, serata di riflessione sul progetto di riqualificazione urbana della stazione di Vergiate (VA) ad opera del progetto ChiaVe, Comune di Vergiate e Coop l’Aquilone), venerdì 4 marzo ore 20.00 presso la sala polivalente del comune di Vergiate.



venerdì 4 marzo ore 20.00 presso la sala polivalente del comune di vergiate.
serata pubblica di immaginazione urbana, serata di riflessione sul progetto di riqualificazione urbana della stazione di Vergiate (VA) ad opera del progetto ChiaVe (comune di vergiate e coop l’aquilone)e più in generale di come trasformare spazi urbani in ottica educativa.
partecipaerà alla serata Paolo Cottino del politecnico di milano.


Le città paradigma dei tempi: La questione della sicurezza si coniuga con la loro stessa vivibilità


Le città assumono un ruolo sempre più importante all’interno del Sistema Paese e cambiano con il mutare dei tempi. La questione della sicurezza si coniuga con la loro stessa vivibilità: un parallelismo non solo italiano, ma diffuso in tutti i centri urbani del mondo. La sicurezza è connessa a questioni che riguardano la tenuta del tessuto protettivo, lo sviluppo del tessuto urbano, la riqualificazione dei centri storici, il degrado delle periferie, l’inclusione sociale. Occorre allora agire in modo sinergico per realizzare un costante miglioramento nella progettazione dell’urbanistica, nella gestione e nella cura di tutte le città.

La percezione dei cittadini riguardo alla sicurezza delle propria città
L’indagine sulla sicurezza dei cittadini è stata condotta dall’Istat per la terza volta allo scopo di conoscere il fenomeno della criminalità attraverso il punto di vista della vittima. Lo studio riferito agli anni 2008-2009 permette infatti di valutare il “sommerso” di un gran numero di reati e di identificare i gruppi di popolazione più a rischio (il profilo delle vittime, come dove e quando queste hanno subito il reato, relazione con l’autore del reato stesso e i fattori di rischio come ad esempio lo stile di vita, l’abitare in una determinata zona, l’età ecc.). Viene inoltre offerto il quadro della percezione soggettiva della sicurezza come la preoccupazione di subire i reati, del rischio avvertito della criminalità della zona in cui si vive, del rapporto con le forze dell’ordine e delle strategie messe in atto dalle singole persone come dalle famiglie per difendersi. I reati presi in esame sono in particolare: lo scippo, il borseggio, il furto di oggetti personali, la rapina, la minaccia e l’aggressione, la clonazione della carta di credito, la truffa, il furto dei veicoli e delle parti di veicolo, il furto di oggetti dai veicoli, il furto in abitazione e l’ingresso abusivo, gli atti di vandalismo, il  furto e il maltrattamento di animali. Dalla stima è invece esclusa la violenza contro le donne che, richiedendo una metodologia d’indagine particolare, viene rilevata con specifiche analisi. I precedenti studi dell’Istat nell’ambito dei suddetti reati e della percezione da parte delle vittime rispetto alla sicurezza/insicurezza sono stati effettuati negli anni 1997-1998 e 2002. La nuova indagine, rispetto a quelle trascorse, rileva alcune nuove tipologie di reati come la clonazione delle carte di credito, le truffe e le frodi informatiche. Lo studio è stato effettuato su un campione di 60 mila individui di 14 anni e più intervistati su tutto il territorio nazionale con tecnica telefonica.  Il 5,7 per cento degli intervistati ha subito, negli ultimi 12 mesi precedenti l’intervista, reati contro la proprietà (scippi, borseggi e furti di oggetti personali di altro tipo) o reati violenti (minacce, aggressioni, rapine), mentre il 16,2 per cento delle famiglie ha subito reati relativi ai veicoli (furti, tentati furti, atti vandalici ecc.) o reati riguardanti l’abitazione. Tra gli illeciti contro la proprietà subiti dagli individui, al primo posto si collocano i furti di oggetti personali (2,2 per cento), seguiti dai borseggi (1,6 per cento) e dagli scippi (0,5 per cento). Tra i reati violenti sono più numerose le vittime di minacce (0,9 per cento), seguono quelle di aggressioni (0,6 per cento) e di rapina (0,4 per cento). Le famiglie subiscono in primo luogo il vandalismo sui veicoli (7,8 per cento), seguono il furto di biciclette (3,8 per cento), di parti di auto o camion (2,9 per cento), il furto di motorini (2,8 per cento), delle sue parti (2,1 per cento), la sottrazione di oggetti nei veicoli (2,1 per cento), di moto (1,8 per cento) e di automobili (1,7 per cento). Seguono gli atti di vandalismo contro l’abitazione (1,4 per cento), i furti in abitazione principale (1,1 per cento) e il furto di oggetti esterni all’abitazione (0,9 per cento); vengono inoltre maltrattati, feriti o uccisi al 2,6 per cento delle famiglie che ne possiedono.

Al Sud si subiscono di più le rapine (0,8 per cento), gli scippi (0,7 per cento), le minacce (1,2 per cento), i furti del veicolo (4 per cento furti di moto o motorino, 2,5 per cento furti di auto e camion) e delle parti di veicoli (4,6 per cento sottrazioni di parti di auto e camion, 2,7 per cento di parti di moto e motorino). Al Centro e la Nord si subiscono furti di oggetti personali senza contatto (2,7 per cento al Nord-Ovest), borseggi (2,1 per cento al Centro) e furti nella prima casa (1,5 per cento al Centro e 1,3 per cento al Nord), nonché furti di biciclette (5,1 per cento al Nord-Est). Campania e Lazio sono in vetta alla graduatoria per tutti i tipi di reato. Nei grandi comuni è maggiore la probabilità di subire scippi (1,3 per cento), borseggi (3,1 per cento), furti dei veicoli (sottrazioni di moto e motorino 4,9 per cento, furti di bicicletta 4,8 per cento, furti di auto o camion 3,3 per cento) e delle loro parti di auto o camion (4,3 per cento, di moto o motorino 3,7 per cento) e atti di vandalismo contro i veicoli (12,4 per cento), nonché contro l’abitazione (1,9 per cento). Secondo il campione intervistato per questa indagine i fattori che spingono a denunciare sono l’ammontare delle perdite economiche (quando il valore dei beni rubati supera i 500 euro viene denunciato nel 90 per cento dei casi, il furto in abitazione viene denunciato dall’84,5 per cento, il borseggio viene denunciato dall’83,1 per cento, lo scippo dal 65,8 per cento). La percentuale di denunce in seguito all’aggressione raggiunge il 53,6 per cento in presenza di ferite. Nel caso di furto di carte bancarie ed assegni vengono denunciate il 100 per cento delle rapine, il 91,1 per cento degli scippi, l’87,3 per cento dei borseggi e l’86,4 per cento dei furti di oggetti personali, nel caso di furto di documenti le rispettive denunce sono tutte superiori all’80 per cento. I motivi della non denuncia variano per tipo di reato. La scarsa gravità del fatto è una ragione segnalata, l’inutilità della denuncia alle forze dell’ordine in gran parte legata alla difficoltà ad operare in assenza di elementi certi e d’informazioni sull’autore è sottolineata dalla maggior parte delle vittime dei furti.

da Le città paradigma dei tempi.

L’alluvione a Vicenza,cronaca di una tragedia minore:Ilvo Diamanti


ancora non mi rendo conto di come possa essere accaduto. Il Bacchiglione – il fiume che ha travolto tutto, da Vivaro a Vicenza, passando per Cresole e Rettorgole, località di Caldogno – io lo conosco bene. Quando ho tempo e il tempo lo permette, lo risalgo in bici, lungo il greto. Vi entro al confine con Vicenza, il Ponte del Marchese, al confine con il Dal Molin, l’area dove, un giorno dopo l’altro, con rapidità sorprendente (e inquietudine immutata), vedo sorgere la base americana.

Da lì risalgo. Da una parte il corso d’acqua, dall’altro la campagna. Arrivato a Cresole, attraverso la strada e proseguo ancora, fino a Vivaro. Poi, di nuovo, passo la strada e continuo, in mezzo ai campi, costeggiando il Bacchiglione. Che definire “fiume” è sicuramente esagerato. Lì è un torrente che puoi attraversare in molti, diversi punti. A piedi. Visto che l’acqua è poca. Consumata dai campi. Cambia nome spesso, il Bacchiglione. Quando si avvicina a Vicenza si chiama Livelòn. In alcuni punti, d’estate, diventa Livelòn Beach, dove molti vicentini vengono a bagnarsi – fare il bagno è un po’ impegnativo. E a prendere il sole. Non riesco davvero a rendermi conto di come possa essere successo. Cosa abbia potuto trasformare il mio percorso salutista – che mi permette di stare per un poco solo con me stesso – in un fiume killer. Capace di travolgere tutto e tutti. Non è la valle del Nilo. Non ci sono colline che franano, intorno. Anche se sotto c’è un bacino di falde acquifere fra i più ampi d’Europa. Due giorni di pioggia improvvisa, battente e ininterrotta, insieme allo sciogliersi rapido delle nevi nelle montagne vicine (complici lo scirocco e un veloce rialzo della temperatura. Tutto ciò ha trasformato un torrente nel Nilo in piena. Inimmaginabile, per me. Anche se, in questi anni, ho visto – e raccontato – cose che voi umani…

Un territorio verde: urbanizzato senza limiti e senza regole. Caldogno, da quando sono arrivato, negli anni Ottanta, è passato da 4 a oltre diecimila abitanti. Nei prossimi anni dovrebbe superare il 20 mila. È la previsione che orienta le scelte urbanistiche. (Forse si attende l’arrivo degli americani.) Le strade, punteggiate di rotatorie, sempre più numerose. Spesso in punti incomprensibili: in mezzo ai campi – indicano che lì nascerà, presto, una nuova entità immobiliare. Un nuovo non-luogo abitato da stranieri. (Perlopiù “italiani”; ma stranieri perché estranei l’un l’altro.) E poi capannoni, zone artigianali e commerciali. E piscine, centri sportivi. Il territorio scompare, o comunque si nasconde. Non per caso avevo scelto quel torrente per i miei giri in bici. Ormai si tratta dell’unico percorso sicuro e tranquillo. Poche le piste ciclabili e sulle strade normali, anche le più periferiche, andare in bici è da pazzi. Io stesso, quando viaggio in auto, ne ho paura. E li “investo” … di male parole. Difficile chiedere troppo ai fiumi – e alle loro imitazioni. Difficile chiedere ai torrenti di fare gli straordinari, di affrontare prove e sfide straordinarie. Di domare l’irruzione di piene improvvise e imprevedibili. Gli argini, spesso, non ci sono più. E, comunque, i campi intorno non tengono. Anche perché, in molti casi, “livellati” dai cavatori. Le case sono lì a due passi. Sempre più vicine. L’acqua, uscita dagli argini, arriva in un attimo. E quando scende verso Vicenza, sempre più tumultuosa, non incontra più l’ultimo rifugio, l’ultimo sfogo. Il Dal Molin. È impermeabilizzato, messo in sicurezza. Oggi più che mai. Così l’onda scivola via. Prosegue sempre più grossa. E si abbatte su Vicenza senza ostacoli, senza freni, senza limiti. Gli amici di Vicenza che abitano presso Ponte degli Angeli dicono che tutto è avvenuto in fretta. Troppo in fretta. Quando hanno capito che l’acqua stava davvero uscendo dall’argine, scavalcava il ponte, invadeva piazza Matteotti, Santa Lucia e i dintorni. Era troppo tardi. Troppo tardi. Così come troppo tardi avevano capito quel che stava succedendo. Ora tutti cercano i colpevoli e si rimpallano la responsabilità, ma nessuno poteva immaginare l’inimmaginabile. E nessuno poteva immaginare che l’ambiente era lì, pronto a chiedere il conto di tanti decenni di incuria. In modo tanto clamoroso e violento.

da: L\’alluvione a Vicenza,cronaca di una tragedia minore:Ilvo Diamanti. Dal Molin impermeabile | ThienePiù » Quotidiano.

Emozioni di Anghiari, dal sito della Lua


Emozioni di Anghiari
Anghiari, le petit onze Stampa

Anghiari
suggestione infinita
illusione di eterno
pennellate color ocra bruciata
sospese

Paolo Ferrario

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Occhi su Anghiari Stampa

Foto di Silvana Visintainer – 15 febbraio 2009 – Riunione Collaboratori Scientifici

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Anghiari con la neve Stampa

Foto invernale di Stefanie Risse

Anghiari in immagini Stampa

Foto di Silvan

Giovanni Del Zanna, Il ponte di Calatrava a Venezia? Ancora inaccessibile | Muoversi Insieme


Venezia, il ponte del nuovo millennio, il quarto ponte sul Canal Grande: il “Ponte della Costituzione” – firmato dal rinomato architetto Santiago Calatrava – un ponte bellissimo, ma che ha suscitato molte polemiche, anche in materia di accessibilità.

Difficile fare una sintesi di una vicenda lunga e complessa (la cronologia in fondo potrebbe aiutarvi), ci sembra utile però tornare sull’argomento, proprio a due anni dall’inaugurazione, per analizzare e riflettere sul modo in cui nel nostro paese si affronta il tema dell’accessibilità.

Il caso del Ponte di Venezia, infatti, è esemplare, sotto molti aspetti, del modo “all’italiana” di concepire un problema di natura innanzitutto culturale prima ancora che tecnica.

Diciamo subito che, al di là delle polemiche e dei costi esorbitanti, il ponte – a nostro avviso – è un progetto riuscito: l’oggetto – un mix di architettura, struttura ingegneristica, scultura – si inserisce bene nel contesto urbano di Venezia, crea un nuovo percorso di accesso al centro storico (tra l’altro molto frequentato) e ha indubbiamente un grande fascino estetico (vedi foto in alto a sinistra).

La nostra riflessione, quindi, non parte da una posizione critica a priori. Tuttavia, ciò non vuol dire che il ponte sia esente da critiche o che lo sviluppo del progetto possa essere un esempio positivo da seguire.

La questione sull’accessibilità nasce, da subito, con riferimento alla normativa, in merito alla percorribilità del ponte da parte delle persone con disabilità in carrozzina.

….

L’intero articolo qui:

via Il ponte di Calatrava a Venezia? Ancora inaccessibile | Muoversi Insieme.

PAOLO FERRARIO, Il Genius Loci come angelo del luogo, Pubblicato in: Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2010, pagg. 45-57


PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo

pubblicato in : angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2010

INDICE DEL SAGGIO:
1. L’evento
2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini
3. Il Genius loci
4. I luoghi concreti
5. Gli elementi dei luoghi
6. Ritorno a casa

Bibliografia:

Amman R., Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, Torino 2008

Bachelard G., La terra e il riposo, le immagini della intimità (1948), Red Edizioni, Como 1994

Benjamin W., Il viaggiatore solitario e il flâneur, Il Nuovo Melangolo, Genova 1988

Berger P. L., Il brusio degli angeli, Il Mulino, Bologna 1969

Bevilacqua F., Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti, Rubbettino, Catanzaro 2010

Calvino I., Lezioni americane, Mondadori, Milano 2000

Demetrio D., Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina, Milano 2005

Demetrio D., Ascetismo metropolitano. L’inquieta religiosità dei non credenti, Ponte alle Grazie, Firenze 2009

Galli M., Edgar Reitz, Il Castoro Cinema, Milano 2006

Guardini R., Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza (1953), Morcelliana, Brescia 1974

Hillman J., Il piacere di pensare, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, Milano 2001

Hillman J., L’anima dei luoghi, conversazioni con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano 2004

Jonas H, Memorie. Conversazioni con Rachel Salamander, Il Melangolo, Genova 2009

Michael J., Il giardino allo specchio. Percorsi tra pittura, cinema e fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 2009

Moore T., L’incanto quotidiano, Sonzogno, Milano 1997

Peregalli R., I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, Bompiani, Milano 2010

Rilke R.M., Elegie Duinesi, (1922), Le Lettere, Scandicci 1992

Stevens W., L’angelo necessario, SE/ES, Milano 2000

Wenders W., Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri, Milano 1988

Paolo Ferrario è sociologo e formatore in tema di politica dei servizi sociali. Attraversa il suo Destino nell’ultimo tratto di vita tra partecipazione alla Polis e necessità esistenziale di ancorarsi in un Luogo, che si è concretizzato a Coatesa sul Lario. Ha scritto solo libri tecnici e questa è la sua prima escursione nella ricerca simbolica. Tiene un “diario reticolare”  sul Blog  Segni di Paolo del 1948. Pubblica articoli sul BlogZine Muoversi Insieme di Stannah.   In Tracce e sentieri. Luogo Tempo Eros Polis Destino si trovano altri segni del suo percorso individuativo.

Leonora Cupane – Racconti poetici di luoghi interiori


15 – 17 ottobre 2010 seminario a cura di Leonora Cupane

RACCONTI POETICI DI LUOGHI INTERIORI
SEMINARIO DI AUTOBIOGRAFIA POETICA

Questo laboratorio parte dal presupposto che, scrivendo di sé, non sia importante soltanto che cosa si racconta, ma anche come.
Nell’infanzia, scrive Walter Benjamin, “le parole sono vive, piene, ricche, perché portano tutte traccia delle percezioni sensoriali forti del bambino, portano traccia del tatto, del colore, dell’odorato, del suono, di tutte le esperienze; la lingua del bambino è una lingua della domenica, cioè una festa”. Crescendo, la parola perde l’aderenza alle cose, al mondo, all’esperienza, e diventa più arida, perché slegata da quel piacere fisico di creare nominando: allora si opacizza, si logora, diventa automatica e vuota. Non c’è più una lingua della domenica, ma spesso una grigia lingua del lunedì mattina. Il pensiero diventa astratto e totalmente distaccato dalla fisicità che ci costituisce. Per raccontare se stessi in modo completo e non scisso, è necessario fare pratica d’una forma espressiva che permetta di recuperare quel piacere originario di gustare le parole con tutto il corpo.
Questa forma è la poesia, che ha la capacità di alimentarsi di parole vive perché nate dal ritmo del respiro, del battito del cuore, del passo, parole profondamente radicate nel corpo, che conservano le preziose qualità sensoriali della lingua allo stato nascente, capace di esprimere la totalità dell’esperienza senza scissioni; essa è uno strumento autobiografico completo, perché non separa il significato dalla forma-suono e dalla originaria matrice ritmica della parola, e permette di riunire in un unico atto narrativo il gioco creativo liberatorio e la rievocazione emotiva profonda e illuminante.
Proveremo quindi a raccontarci in forma poetica, facendo esperienza degli strumenti specifici attraverso cui la poesia può diventare una pratica autobiografica trasformativa, una forma di attenzione al linguaggio e di cura di sé e degli altri.

Lo spazio, insieme al tempo, è la dimensione costitutiva dell’esistenza. Non possiamo pensare a noi stessi senza collocarci in un luogo. Metafore comuni come “sentirsi a casa” “sentirsi spaesati” “trovare rifugio fra le braccia di qualcuno”, “stare dentro una torre d’avorio”, “avere un sogno dentro il cassetto”, “sentirsi in trincea”, sono solo alcuni esempi di come la spazialità permei il linguaggio e il pensiero. Nell’essere umano i luoghi, da concreti e materiali, diventano immaginari, simbolici: quindi, oltre ad abitarli, possiamo dire che ne siamo abitati. Conoscere i nostri luoghi/spazi interiori, avere accesso a queste immagini, significa quindi accrescere la conoscenza di noi stessi.

Il seminario è ispirato da un libro di Gaston Bachelard, “La poetica dello spazio” (Dedalo, Bari, 2006 nuova edizione) che ragiona e discorre sulla valenza evocativa, poetica e profondamente coinvolgente di alcune immagini spaziali – come la casa, la stanza, lo scrigno, il nido, il guscio- che Bachelard chiama “dello spazio felice”, il cui valore presenta ricchissime sfumature di intimità.
Durante il seminario andremo oltre: attraverso la scrittura non ci limiteremo a esplorare le immagini dello spazio felice, intimo e rassicurante, bensì ci addentreremo in una multiforme varietà di spazi, sia luminosi sia oscuri, preziosi per noi da evocare perché popolano il nostro mondo interiore. Torri e roccaforti, pozzi e miniere, soffitte e cantine, rifugi e tane, capanne e giacigli, sentieri e passaggi segreti, abissi e giardini, così come balaustre, ponti, soglie, crocevia, finestre, porte: ogni immagine spaziale che abbia una risonanza interiore profonda potrà diventare oggetto delle nostre scritture autobiografiche, rivisitazioni poetiche, immaginazioni trasformative.
Ragioneremo sui fertili intrecci fra memorie concrete di luoghi realmente esistiti e abitati, memorie fittizie di luoghi che qualcuno ci ha narrato (magari appartenenti a una memoria familiare) luoghi sognati e mitici, luoghi simbolici la cui realtà è solo interiore, spazi che ci accolgono e spazi che accogliamo in noi. La contaminazione fra memoria e immaginazione è vitale per nutrire il nostro spirito, se è vero, come dice Bachelard, che

L’immagine poetica non è l’eco di un passato ma è piuttosto il contrario: attraverso una folgorante immagine il passato lontano risuona di echi, e non si riesce a cogliere fino a quale profondità tali echi si ripercuoteranno e si estenderanno.
Le grandi immagini sono sempre allo stesso tempo ricordo e leggenda. Ogni grande immagine ha un fondo onirico insondabile, sul quale il passato personale dipinge immagini particolari.
Ogni memoria deve essere reimmaginata: nella memoria noi conserviamo microfilms che non possono essere letti se non ricevono la luce viva dell’immaginazione. Bisogna spingersi fino alle profondità dei sogni, al di là dei ricordi, in una pre –memoria.

Leggeremo anche poeti, italiani e stranieri, che si sono avvalsi d’immagini spaziali dal forte valore evocativo, cercando nelle loro parole, come in una miniera, frammenti preziosi da “scalpellare” poi dentro la nostra personale scrittura.
Il gruppo di lavoro intreccerà le voci e le immagini in un percorso di arricchimento reciproco, elaborazione creativa di nuovi testi condivisi, scoperta di altri punti di vista e apertura di nuovi spazi interiori.

Le metodologie di narrazione autobiografica e poetica che saranno utilizzate nel laboratorio attingono in parte anche alla poetry therapy (poesia-terapia) statunitense, e, opportunamente approfondite e declinate, possono costituire strumenti efficaci e preziosi per chi lavora in ambito didattico, educativo, formativo o terapeutico con qualunque tipologia di utenza: adulti, bambini, adolescenti, anziani, persone che vivono condizioni di crisi, malattia fisica e mentale, lutto, detenzione, possono trovare nella narrazione autobiografica poetica uno straordinario mezzo espressivo in grado di restituire loro una voce autentica, non vincolata rigidamente dalla logica e dal primato del concetto, generando una scrittura nuova e viva, “corporea”, profondamente radicata nella sensibilità personale.

Libera Universita’ Autobiografia – 2010-10-15 – Leonora Cupane – Racconti poetici di luoghi interiori.

Dipak R. Pant e le terre estreme (“Extreme Lands Program”): resoconto di viaggio in Mongolia


da una EMail ricevuta oggi:

Egregio Professor  Paolo Ferrario,
mi ricordo di Lei con piacere; ringrazio per il Suo interesse nei miei lavori.
Sto per raccontare una mia recente spedizione scientifica.

Sponsor economici della spedizione:

  • Gessi SpA (Serravalle Sesia, Piemonte),
  • GEA Spa (Brindisi, Puglia),
  • MielePiù SpA (Salerno, Campania)
  • Gelosmino SpA (Foggia, Puglia).


Ulaan Baatar (Ulan Bator), 25 Agosto 2010.

Eccomi qui nella capitale della Mongolia di nuovo, dopo un lungo e tortuoso itinerario di sopralluogo (field survey) tra le steppe, le alture ed il deserto, con due soste in due luoghi remoti per una ricognizione approfondita (habitat, community and household survey).

Questa spedizione scientifica è stata resa possibile grazie alla fiducia, all’amicizia ed alla generosità dei miei sostenitori italiani: gli esponenti di alcune imprese italiane che eccellono sia per la bravura nei loro affari sia per la loro illuminata responsabilità sociale e leadership culturale: Gessi SpA (Serravalle Sesia, Piemonte), GEA Spa (Brindisi, Puglia), MielePiù SpA (Salerno, Campania) e Gelosmino SpA (Foggia, Puglia).

Constato con piacevole sorpresa che tra le nuove generazioni degli imprenditori ed alti dirigenti d’impresa italiani, del nord e del sud, esistono anche quelli che potremmo chiamare illuminati e lungimiranti, che si interessano di scienza, cultura, umanità e pianeta e che si distinguono da coloro che sponsorizzano solo le squadre di sport, le barche per le regate, i rallies, gli spettacoli o le gare di grandi visibilità televisiva, le sfilate di moda, gli eventi mondani ed i concorsi di bellezza (la mercificazione dei giovani corpi femminili) o altre cose effimere. I miei sostenitori-imprenditori italiani hanno dato a me, un semplice professore che si occupa di economia sostenibile, tanto incoraggiamento e molti consigli pratici oltre a disporre di un finanziamento adeguato per tutto il ciclo del lavoro di ricerca in questa fase.

In questa spedizione scientifica: tre settimane di movimento in compagnia di 5 persone mongole (accademici e tecnici mongoli che riescono bene a comunicare in inglese parlato e scritto) ed un percorso di circa 3600 km. di cui circa 3000 km. di strade (si fa per dire ‘strade’) sterrate e di tracciati a malapena carrozzabili con due veicoli abbastanza robusti (una fuoristrada russa, la Uaz 69, ed una fuoristrada giapponese, la Toyota Land Cruiser) caricati di mappe, strumenti di ricerca ed osservazione, viveri, medicinali, pezzi di ricambio e ruote di scorta, attrezzature ed arnesi meccanici, tende, fornelli da campo ed altre cose di utilità logistica – attraverso le steppe relativamente umide (con fiumi, torrenti, laghi e laghetti) tra 1200 e 1800 metri sopra il livello del mare, poi le steppe verdi di altura a ridosso delle foreste di conifere tra 1800 e 3000 m.s.l.m. sulla catena dei monti Khangai, poi le steppe aride di pianura a ridosso del grande deserto (Gobi) tra 1000 e 1700 m.s.l.m. e, infine, le steppe aride di altura delle propaggini della grande catena dei monti Altai che partono dai confine Kazakhistan-Russia-Cina-Mongolia e che finiscono nel grande deserto mongolo (Gobi-Altai) tra 1700 e 2800 m.s.l.m.

Le comunità ed i loro ecosistemi osservati e studiati in questa missione sono tra i più remoti del mondo con un’economia primaria (agro-silvo-pastorale, nomade e transumante) di sussistenza oltre, naturalmente, ad essere tra i luoghi meno facilitati dal punto di vista delle infrastrutture e dei servizi.
Le grandi zone (AIMAG, equivalente alla ‘regione’ in Italia) transitate sono: Tov, Bulgan, Arkhangai, Ovorkhangai, Bayankhongor, Gobi-Altai e Arvakheer. I contatti ufficiali e le partnership istituzionali sono con i governi di due AIMAG: Arkhangai e Gobi-Altai.
I due contesti approfonditi in collaborazione con le amministrazioni locali di otto BAG (equivalente al ‘comune’ in Italia) che fanno parte di due SOUM (equivalente alla ‘provincia’ italiana) sono: il SOUM di Olziit nell’AIMAG (regione) di Arkhangai ed il SOUM di Darvi nell’AIMAG di Gobi-Altai.
Olziit (Arkhangai) fa parte di un territorio di steppe relativamente umide, poco distante dalla taiga (la foresta di conifere) del nord che poi prosegue verso il confine con la Siberia (Federazione Russa). Darvi (Gobi-Altai) ha invece un territorio di steppe aride di altura dove le propaggini della catena degli Altai incontrano il grande deserto dei Gobi nel sud-ovest della Mongolia (verso i confini con la Cina).

Prima di questa ricerca sul campo sono state effettuate ricerche bibliografiche preliminari ed è stata ottenuta una serie di informazioni geografiche, demografiche, sociali ed economiche. Una buona parte delle informazioni è già stata ottenuta in precedenza, durante i lavori del precedente progetto di sviluppo sostenibile in Mongolia e Cina (nella regione della Mongolia Interna), con il supporto dell’Unione Europea (“EU-TransMongolia Partnership for Sustainable Development of Tourism and Related Businesses”, 2008-2010). Il sottoscritto è stato l’ideatore ed il suo team (Unità di Studi Interdisciplinari per l’economia Sostenibile, LIUC) è il partner scientifico di quel progetto internazionale in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano, con la Camera di Commercio & Industria della Slovenia, con l’amministrazione della regione autonoma della Mongolia Interna (Cina), con un’ONG della Mongolia (Rural Investment Support Centre) e con il governo mongolo.

Il focus della presente ricerca è la comprensione della situazione economica, sociale ed ambientale; la valutazione della vulnerabilità/resilienza delle comunità locali e della sostenibilità/insostenibilità del sistema economico attuale. Più nello specifico: la quantificazione dei fabbisogni formativi degli operatori economici locali per un’eventuale sviluppo sostenibile. E’ uno studio interdisciplinare all’incrocio tra l’ecologia umana e l’economia territoriale – contestualizzato in un progressivamente più ampio quadro delle dinamiche nazionali (Mongolia), regionali (l’Asia settentrionale-orientale), internazionali (la globalizzazione) e planetarie (i cambiamenti ambientali e le incertezze climatiche).

Lo scopo dello studio è di elaborare un progetto di sviluppo del capitale umano locale (capacity building) per il miglioramento della situazione di reddito, occupazione, cura/protezione degli eco-sistemi locali e degli assetti culturali. Nel concreto si tratterebbe di un progetto di formazione itinerante (la “scuola-carovana”) per servire i fabbisogni pratici dei pastori nomadi delle terre estreme (steppe ed altura). Il lavoro è stato fatto con massima cura con un metodo empirico rigoroso e senza particolari incidenti o problemi, grazie alla collaborazione seria ed amichevole degli esperti mongoli: il personale accademico della Mongolia State University of Agriculture (Ulan Bator) ed il personale tecnico della Rural Investment Support Centre (Ulan Bator), e grazie anche alla grande disponibilità da parte dei partners istituzionali: le amministrazioni dei due AIMAG (Arkhangai e Gobi-Altai) e dei due SOUM (Olziit e Darvi).

Sarebbe superfluo parlare delle difficoltà fisiche, mentali e materiali di un ricercatore straniero in contesti come questi (forse non sarebbe nemmeno immaginabile per uno che vive e opera nel contesto italiano ed europeo).

Adesso sono qui nella città capitale della Mongolia (Ulan Bator), moderatamente caotica, in una stanza comoda di albergo di livello medio-alto (ma la connessione internet non sempre funziona), a poco più di 100 metri dalla piazza principale del centro-città. Insieme con il partner principale (Rural Investment Support Centre, un’ONG tecnico-economica di Ulan Bator) sto per elaborare i risultati della ricerca sul campo appena compiuta. In seguito prepareremo due documenti: la relazione finale dello studio sul campo (field survey report) e un progetto-proposta di sviluppo del capitale umano nei territori studiati per i prossimi anni, da sottoporre, per eventuali beneplaciti e finanziamenti, alle istituzioni nazionali mongole ed agli organismi internazionali (Unione Europea, ONU, World Bank, Asian Development Bank…) oppure ai generosi sponsors privati. Speruma! Sperem!!

Eravamo partiti dall’Italia io e mia figlia Sara (19 anni compiuti) alla fine di luglio, appena 5 giorni dopo il mio rientro dall’Africa occidentale dove ero impegnato insieme al mio collaboratore stretto (Dr. Mark Brusati) in una pianificazione di sviluppo di un nuovo ateneo (Makeni, Sierra Leone), durante quasi tutto il mese di luglio, subito dopo la conclusione del secondo semestre (febbraio-giugno) dell’anno accademico 2009-‘10. Mia figlia, una studentessa del primo anno di scienze biologiche presso l’University College London, attualmente in ferie estive, è stata con me in tutto questo giro delle terre estreme di Mongolia. Mi sembra che si sia “divertita” di questa avventura durissima insieme al suo babbo e che abbia anche imparato qualcosa di buono. Ha collaborato attivamente sia come una studentessa-osservatrice degli eco-sistemi (la biodiversità locale) di queste terre estreme, sia come la fotografa amatoriale della spedizione scientifica. Adesso sta per rientrare in Italia per passare le restanti due settimane di ferie estive con i suoi nonni piemontesi prima di riprendere gli studi a Londra nel mese di Settembre.

Io invece resterò qui ancora un paio di settimane per completare i lavori di stesura (relazione finale, nuovo progetto-proposta) e per partecipare alle varie riunioni ed incontri (e salamalecchi) ufficiali. Verso metà settembre andrò in Cina (Mongolia Interna e Beijing) per altri incontri ufficiali (e altri salamalecchi) nell’ambito del progetto EU-TransMongolia che sta per concludersi (entro fine 2010). Dalla Cina rientrerò in Italia, transitando dal Nepal per 3 o 4 giorni (per un fugace saluto alla mia mamma anziana, 84 anni, che vive a Kathmandu). Penso che sarò in Italia prima della fine di settembre siccome avrei bisogno di una settimana – tra riposo e  preparazione – prima che si inizino le lezioni del primo semestre dell’anno accademico 2010-’11, nei primi giorni del mese del ottobre.

Ogni ricercatore serio sente il dovere di diffondere i risultati delle sue ricerche oltre ad esporre i suoi valori (nella mia etica: pro-Natura, pro-Umanità, pro-business), di condividere il metodo (nel mio lavoro: osservazione empirica, analisi critica, elaborazione degli scenari prospettici e formulazione di strategie sostenibili) e di sensibilizzare le menti dei giovani e meno giovani (nel mio caso: le tematiche della ‘prosperità sostenibile’ e del ‘wellness’). Perciò fare il professore presso un’università è il posizionamento operativo più appropriato per uno come me; e non penso che fare il professore sia una roba da rango professionale o da status sociale.

La mia passione principale rimane la ricerca sul campo e la pianificazione strategica per l’economia sostenibile, in particolare per le comunità marginali e remote e per le terre estreme, ma in generale per tutte le imprese, istituzioni ed organizzazioni che mirano alla sostenibilità.

Il mio campo di ricerca da (oramai) tanti anni sono le terre estreme (“Extreme Lands Program”). Però sono disponibile a servire anche le comunità, i territori, le istituzioni e le imprese delle terre meno estreme e più vicine ai miei affetti/amicizie (in Italia ed altrove).

Il mio vero essere è di un’aquila selvaggia e solitaria. Però sono disponibile anche a diventare (sporadicamente e temporaneamente) un compagno umano, tenero e conviviale, alle persone compassionevoli ed illuminate – like You.

A presto.
Cari saluti.

Professor Dipak R. Pant Ph.D.,

Direttore – Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile  (Head, Interdisciplinary Unit for Sustainable Economy)

Docente-titolare di Economia Sostenibile e di Sistemi Economici Comparati  (Professor, Sustainable Economic Policy and Management and Comparative Economics)

Universita’ Carlo Cattaneo (LIUC)

Vedi anche:

da: Tracce e Sentieri

Giovanni del Zanna, Centri storici italiani, belli e accessibili | Muoversi Insieme


Negli esempi che vedremo, non si è avuta attenzione solo verso l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma si è concepita l’accessibilità di piazze, strade e chiese come obiettivo di promozione e salvaguardia del patrimonio storico a favore di tutti, nella logica dell’utenza ampliata di cui abbiamo parlatopoco tempo fa.

….

leggi l’intero articolo qui: Centri storici italiani, belli e accessibili | Muoversi Insieme.

Paolo Ferrario, Il Genius Loci come Angelo del Luogo, in Baldo Lami, Angelicamente. Il senso dell’angelo nel nostro tempo, Zephyro edizioni, 2010


sono l’Angelo necessario della terra,


poiché chi vede me vede di nuovo


la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua

Wallace Stevens, da Angel Surrounded By Paysan
Paolo Ferrario, Il Genius Loci come Angelo del Luogo
Paragrafi del saggio:

1. L’evento

2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini

3. Il Genius Loci

4. I luoghi concreti

5. Gli elementi dei luoghi

6. Ritorno a casa


Prefazione di Baldo Lami

Nella crisi di passaggio che caratterizza il nostro secolo in cui, recisi i legami col passato,speranza e futuro sembrano col lassare in un presente sempre più mutevole e indistinto,l’ange lo torna a far parlare di sé.
Ma come possiamo intenderlo nel clamore delle voci e delle immagini che lo sovrastano?
Un ampio numero di persone, tra studiosi, ricercatori o semplici professionisti in diversi settori dell’attività umana, si sono ritro vati a parlarne nel campo ideale del progetto di questo libro, secondo la loro personale esperienza o il loro peculiare modo di vedere e pensare. Ne esce unquadro molto eterogeneo e poli cromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.
Essendo anche un autore di questo libro, oltreché curatore, non dirò nulla degli sviluppi che ciascun autore ha consegnato alle pagine di questo libro sulla figura dell’angelo, lasciando che siano i lettori stessi a scoprirli, verificando vicinanze e lontanan ze, linee e punti di contatto (connessioni angeliche), sia tra gli autori stessi che tra autori e lettori.
Dirò come è nato il progetto.
Un rapporto con la realtà di quanto percepivo oltre la soglia del visibile ce l’ho sempre avuto, ma il mio vero e proprio incontro con l’angelo come figu ra specifica dell’immaginario l’ho avuto con le opere di Pietro Gentili, una delle quali, grazie alla concessione di sua figlia Emanuela, ho voluto che figurasse in copertina – di cui però l’e ditore ha saggiamente riprodotto solo un particolare dell’ala, per l’impossibilità di rendere con una fotografia e in uno spazio così ridotto la magnificenza dell’opera.
Conobbi Pietro a Milano negli anni ottanta quando andai da lui per una consulenza astrologica, di cui aveva una conoscenza intuitiva straordinaria, e da allora diventammo amici ricono scendoci in una comune fratellanza. Artista eccelso, grande mistico, personaggio raro, gli ultimi anni della sua vita dipingeva solo angeli e porte del cielo. In questo libro ripubblico anche un articolo che mi diede nel 2000 per una rivista che allora diri gevo. La prima ispirazione per la realizzazione di questo saggio la devo certamente a lui.

Poi c’è stata una lentissima incubazione finché a un incrocio tra diversi percorsi trovai l’indicazione giusta, che si presentò quando all’inizio del 2009 decisi di inserirmi in un noto social network per esplorarne le potenzialità. Sorprendentemente mi trovai quasi subito in corrispondenza con alcuni amici total mente sconosciuti, personaggi anch’essi straordinari che mi hanno riempito di curiosità e stupore, in cui cominciò presto a evidenziarsi il tema dell’angelo.
Mi sembrò una chiamata, che quando si formulò in un dise gno più preciso rivolsi a loro, rivolgendola al contempo anche agli amici conosciuti, colleghi e anche compagni di ricerca che costituirono il terreno sicuro d’elezione per la concreta realizza zione del progetto.
Ciascun autore, a cui va tutto il mio ringraziamento, ha svol to il proprio compito nella più assoluta autonomia, conoscendo dei temi trattati dagli altri autori solo una breve traccia descritti va, cosa che è stata molto apprezzata.
Questo libro non pretende di essere esaustivo su questo sog getto, sarebbe impossibile, e non era neppure nelle mie inten zioni, ma intende meditarne gli aspetti più essenziali e recondi ti, aspetti anche inaspettati e inediti, persino critici, che ciascun autore ha affrontato con l’utilizzo di codici diversi di decifrazio ne, ma con il comune sforzo di pensarlo anche al di là degli stessi, nella vita di tutti i giorni e nella realtà attuale, come icona ancorché problematica della complessità contemporanea che sottende nel beneonel male una possibile nuova prefigurazio ne umana.
Ai lettori l’invito ad accogliereidiversi contributi che com pongono il saggio come brani sincronici di un’unica partitura musicale, ascoltandone la polifonia, porta dell’ascolto del cuore, riflesso di quell’ harmonia caelestis che le più alte schiere angeli­che continuano a comporre coniloro cori e i loro liuti dall’ini zio della creazione del mondo. Poiché è solo questo concerto che lo fa esistere e ricreare.

Paolo Ferrario, Il Paesaggio dentro e fuori di noi, in Blog di Stannah | Muoversi Insieme


A ciascuno il suo… paesaggio!

In vacanza capita spesso di fermarsi a guardare il paesaggio dal punto panoramico della località che stiamo visitando. Proviamo a fare un test con gli amici che si sono affacciati con noi: tolti gli elementi più importanti, quasi certamente non avremo notato tutti le stesse cose. L’osservazione, infatti, è fortemente condizionata dal nostro modo di essere: addirittura c’è chi teorizza che il paesaggio, in sé, non esista, bensì sia frutto della nostra soggettività. Dell’affascinante argomento parla Paolo Ferrario nell’articolo che pubblichiamo oggi nell’area Magazine, settore Socialità.
Il nostro esperto si sofferma sul significato dello “stare a guardare” come stimolo per imparare a riconoscere i segni del tempo su ciò che ci circonda. Magari, potremmo ravvisare le tracce del vecchio borgo originario nascosto tra i palazzoni tirati su negli anni Settanta, oppure potremmo considerare esteticamente interessante persino un’area industriale dismessa e riadattata ad altro scopo. Il paesaggio, in definitiva, parla dell’uomo e della sua storia: prestargli attenzione nei momenti di relax potrebbe aiutarci anche a riconsiderare in maniera differente quello che vediamo tutti i giorni sotto casa nostra
Alessandra Cicalini

DIPAK R. PANT, ABITARE BENE LA TERRA, testo a cura di Paolo Ferrario, dagli appunti della lezione


Un ottimo esempio di integrazione fra ricerca socio-economica e concrete azioni di politica locale è stata la lezione del professore di antropologia economica

DIPAK PANT

in tema di ABITARE BENE LA TERRA

Al ciclo di conferenze GEOPOLIS 2010, organizzato dal dipartimento Storia e Filosofia del Liceo Scientifico Paolo Giovio di Como in collaborazione con il Gruppo Giovani Industriali di Confindustria di Como, il 25 febbraio 2010

L’apprendimento basico tratto da questo formidabile “attore dello sviluppo locale” (anche come relatore) della nascita e radicamento di una nuova economia in sintonia alle sfide del tempo è che

“IL LOCALISMO E’ UN VALORE”

Se lo avesse detto un leghista nordico (anche a causa della loro antipatia personologica e violenza linguistica) ci sarebbe stata qualche resistenza fra quel pubblico, viste alcune presenze ideologizzate. Ma il fatto che a parlarne – con competenza e con i dati di un quarto di secolo di esperienze sul campo – sia stato un professore nato nel Nepal nel 1958 e docente all’Università Carlo Cattaneo (LIUC) di Castellanza (Varese) ha dato credibilità all’analisi ed ha fatto intravedere le formidabili potenzialità di quel pensiero.

Dopo questa premessa vengo alla mia schedatura della lezione, basata sugli appunti presi in aula.

Per chi volesse ascoltare la viva voce di Dipak Panta allegherò anche l’audio, raccolto col mio piccolo e prezioso Olympus.

1. IL PRINCIPIO DELLA SOSTENIBILITA’

Le terre impervie, estreme, marginali sono quelle che stanno al confine fra le zone molto antropizzate ed i luoghi vuoti, non ancora occupati dalla specie umana. Si tratta di territori del Nord America abitati da pochi pellirosse, delle Ande, dell’Amazzonia, del Lago Titicaca, dell’Asia centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya, del deserto dl Gobi. Ma anche delle nostre vicine Alpi.

Queste terre, le terre estreme, hanno molto da insegnare ai viventi dei territori civilizzati, congestionati, occupati dalla produzione e dall’urbanità che la produzione si porta con sé.

Qui l’uomo non è soggetto/padrone, ma deve imparare ad adattarsi alle condizioni fisiche, climatiche, topiche più avverse.

Rispondendo alla domanda “come hanno fatto e come fanno a sopravvivere?” si risponde anche alle possibilità di sopravvivenza futura nelle zone consumate dalla demografia umana.

In questi luoghi si è fatta esperienza di strategia adattiva per la sopravvivenza e la trasmissione culturale.

Da cui la parola-chiave sostenibilità e le azioni di sviluppo locale conseguenti.

“Sostenere” deriva dal latino “sustinere” a sua volta derivato da “tenere” col prefisso sus (variazione di sub, “sotto”).

Dice il Vocabolario della lingua italiana Treccani: “tenere una cosa o una persona in una determinata posizione sopportandone il peso”

Il principio della sostenibilità ha tre implicazioni

  1. la sostenibilità non è naturale. Non è automatica: dove c’è già stato l’intervento umano occorre agire consapevolmente per svolgere la funzione della sostenibilità ambientale e socioeconomica
  2. occorrono sforzi calibrati e conseguenti per fare sostenibilità
  3. la sostenibilità non è ricerca della perfezione, ma ormai è una strategia di prevenzione del collasso del sistema terra

Il principio della sostenibilità (riassunto come pensiero ecologico dei limiti delle risorse) è databile alla seconda metà degli anni ’80. Tuttavia in quel periodo si trattava di agire sugli stock delle risorse: suolo agricolo, riserve idriche, presenza ittica, patrimonio forestale.

Oggi il problema ha cambiato qualità: oggi la questione primaria è lo shock ambientale.

A questo rischio gli ambientalisti massimalisti e retorici rispondono con il linguaggio terroristico della paura. Drammatizzano ed estremizzano e così si mettono nelle condizioni di perdere le sfide, come è avvenuto a Copenhagen, dove l’esito decisionale è stato pari a zero.

Ci sono evidenze storico-metereologiche che i cambiamenti climatici sono stati ciclici: non è la prima volta che aumenta la temperatura, le tendenze al cambiamento non vanno per sempre nella stessa direzione. La terra e la biosfera seguono il ritmo delle pulsazioni, piuttosto che quello delle sirene.

Sulle Alpi le comunità Walzer coltivavano grano e miglio a 1200 metri sul livello del mare. Dunque la temperatura doveva essere più alta. E lì non c’erano solo i ghiacciai, ma terre verdi.

Dunque: l’allarmismo degli ambientalisti massimalisti non solo è scientificamente sbagliato, ma lo è anche agli effetti pratici. Le loro invocazioni alla riduzione globale delle emissioni al fine di ridurre la temperatura non sortiscono effetti.

Insomma Dipak Pant è scettico sulle soluzioni globali e queste visioni così generaliste contrappone progetti locali dentro sagge e ragionevoli proposte di sviluppo e salvaguardia dei valori locali, che già hanno dimostrato le loro virtù.

Certo nell’epoca attuale c’è un sovrappiù di disequilibrio (in primo luogo la bomba demografica dei sei miliardi e mezzo di abitanti umani), c’è un’accelerazione che va affrontata. Anche perché uno sviluppo futuro con i consumi dell’occidente degli stati nazionali è la distruzione della terra stessa.

2. LE STRATEGIE DELLA SOSTENIBILITA’

Questo Grafico va a rappresentare i temi chiave della sostenibilità

La sostenibilità è una mediazione fra tre fattori:

  1. Equità nella distribuzione delle risorse. Equità non vuol dire eguaglianza, bensì spalmare i costi su una pluralità di attori, risparmiando sulle cose inutili (spese di rappresentanza, automobili costose, stipendi eccessivi, privilegi per i boiardi di stato …). Questo evidentemente è un compito dello Stato. Il principio da affermare è che: “la legalità è conveniente” e che senza equità nulla è sostenibile. Sono le leadership culturali che debbono dare l’esempio, come Bill Gates, che ha vincolato ad una fondazione l’80% delle sue risorse economiche di prevecchiaia.
  2. Sicurezza: anche questo è un compito sia dei governi sia dei mercati. Il principio “legge e ordine” non è affatto conservatore o autoritario, bensì mira a offrire con buone condizioni alle persone le risorse per i loro bisogni primari, ad esempio l’accesso all’acqua, al gas, al cibo.
  3. La qualità dell’ambiente: ci si riferisce alla “godibilità del paesaggio” che deve essere bello, ma soprattutto fruibile. La sola bellezza senza la possibilità di utilizzarla non è qualità ambientale. Si può fare l’esempio di città come Copenhagen che, anche se collocate in ambiente molto freddo, sanno mediare con intelligenza e concretezza fra esigenze di mobilità, residenza, produzione, tempo libero. Non si può dire altrettanto purtroppo di un paese come l’Italia, che indubbiamente è molto bella, ma spesso poco fruibile.

3. LE “TERRE ESTREME” COME METAFORA DELLA SOSTENIBILITA’

DipaK Pant ha non solo visitato ma ha realizzato progetti in zone del Nord America, delle Ande,

dell’Amazzonia,

del lago Titicaca,


dell’Asia Centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya,

della Mongolia,

della Taiga siberiana,


della Cina occidentale  e anche delle Alpi europee. Per terre estreme intende zone non ancora distrutte dalla modernizzazione degli Stati nazione. Si tratta di luoghi da preservare in quanto insegnano e trasmettono grandi valori. Tali luoghi che potremmo definire di un “Altro mondo” rischiano sempre di diventare “Terzo mondo” sotto le spinte di una modernizzazione vorace e distruttiva.

Perché sono rilevanti questi luoghi?

Perché insegnano che oggi le azioni “globali” possono e devono partire dalle situazioni territoriali locali: “il locale è globale”. Le terre estreme sono una potente metafora della possibilità di migliorare la nostra geo-economia. Questo perché sono depositari di biodiversità e di comportamenti umani e produttivi necessariamente virtuosi e rispettosi delle condizioni ambientali. Si può fare l’esempio della lana cachemire che arriva dalle steppe della Mongolia. E’ la capra hircus laniger, il cui sottopelo costituisce la materia prima delle pregiatissime lane cachemire che vengono vendute nei negozi più chic del mondo.


E’ evidente che se si indeboliscono le loro condizioni ambientali, se si provoca una moria del loro bestiame, se si mutano drasticamente le loro condizioni di vita, questi popoli che producono un bene unico e pregiato, diventano dei profughi. Altri esempi di ottime produzioni delle terre estreme sono alcune erbe farmaceutiche, pietre preziose, …

Ma quali sono i criteri che ci consentono di definire un luogo estremo?

Sono questi:

  1. la marginalità. Le politiche non si occupano di loro. Il turismo non ne fa un’attrazione. Non creano lobbies e gruppi di pressione.
  2. Si trovano sempre in posizioni di frontiera, cioè fra le zone di anche blanda civilizzazione e quelle ancora oggi totalmente non abitate dall’uomo e dunque totalmente selvagge
  3. difficoltà fisica: qui ogni atto dei viventi è difficile. E’ difficile piantare una tenda, coltivare, costruirsi una casa. E’ persino difficile talvolta respirare.
  4. vulnerabilità: sono zone attualmente “protette” (nel senso che si auto proteggono per la loro impervietà), ma rischiano sempre di essere danneggiate dalla modernizzazione.

Quest’ultimo punto porta a fare una considerazione sulle calamità naturali e loro conseguenze. Il disastro di per se stesso non discrimina fra gruppi sociali, tuttavia un disastro naturale diventa danno rilevante per cause umane. Il disastro è naturale, mentre i suoi esiti negativi sono sociali.

Pensiamo ai due recenti esempi dei terremoti di L’Aquila ed Haiti. Nella città di L’Aquila c’è un’istituzione che ha funzionato (la Protezione Civile). Oggi ci sono polemiche su questa istituzione, ma ha funzionato. C’è stata mobilità sociale, sono intervenuti volontari, gruppi, aiuti economici. Ha funzionato la coesione sociale. I danni sono stati contenuti. Dunque il disastro c’è stato ma le conseguenze sono state affrontate. Ad Haiti è successo esattamente il contrario: c’è stato solo il disastro, senza alcuna progettazione e preventiva e capacità organizzativa di contenimento del danno. L’esempio dimostra che è vero che le calamità sono naturali, ma che le conseguenze complessive sulle persone, gli animali, l’ambiente sono solo causate da una politica irrazionale e che non ha a cuore il bene della terra.

Cosa si impara nelle terre estreme? Sono tanti gli apprendimenti che si possono effettuare in questi luoghi:

  1. la postura interiore (inward posture) ossia la capacità di concentrarsi sulla propria interiorità
  2. la “creazione di una narrativa” (outward vigilance): in questi luoghi si interpretano i segni del mondo perché è tenendo conto di questi segni che si può sopravvivere. Lì ogni essere umano è una sentinella del luogo e quindi il tempo, l’aria, i rumori vengono ascoltati allo scopo di auto correggere i propri comportamenti e prevedere il futuro
  3. minimalismo: questo vuol dire “fare molto con meno”, e “fare bastare poco”
  4. non medicalizzazione dell’invecchiamento (well-aging and well-dying). In questi luoghi l’autunno della vita è un processo graduale. La società diventa gradualmente compensativa della riduzione delle capacità individuali delle persone che invecchiano
  5. solidarietà a tre dimensioni: intendiamo la solidarietà orizzontale, ossia fra contemporanei: ciò che vuol dire aiutarsi l’un con l’altro per sopravvivere in un ambiente tendenzialmente ostile. Ma si manifesta con intensità anche la solidarietà intergenerazionale: l’atteggiamento dei padri è sempre quello di lasciare risorse fruibili ai loro figli e nipoti. E’ molto sviluppata la consapevolezza che l’ambiente deve essere preservato sia per il presente sia per il futuro. E infine si manifesta anche una solidarietà biocosmica, ossia un rapporto intenso con la terra, l’acqua, gli animali.

4. LA NUOVA GEO- ECONOMIA

Siano abituati nella nostra cultura a mettere quasi in una prospettiva piramidale: le zone del benessere, le periferie e le terre estreme. Occorrerebbe invece rovesciare la prospettiva e mettere al centro le terre estreme e sviluppare una politica di preservazione locale  dei valori di questi luoghi. Molto all’esterno di queste limitate terre estreme esistono le periferie antropizzate ed esauste per l’eccesso produttivo. Queste periferie tendono a crescere e alla lunga a danneggiare le condizioni di vita nelle zone di benessere. Anche perché fra le cosiddette terre estreme e le periferie esistono le zone che vengono sfruttate per ricavare risorse energetiche. Noi tendiamo a manomettere anche le zone di sopravvivenza. La geo-economia ci mostra che sono finite le guerre degli Stati Nazione che erano finalizzate al dominio e alla estensione degli Stati. Oggi il problema non è più quello dei confini, bensì quello dello sfruttamento delle risorse energetiche.

Anche i criteri di analisi della economia vengono messi in crisi da questa prospettiva. Ad esempi il PIL prodotto interno lordo è una misura molto grossolana che è capace di misurare solo le quantità e non la qualità della vita. Un esempio è dato dalla sottovalutazione del lavoro di cura fatto da nonne nonni ai loro figli e nipoti, completamente assorbiti dal lavoro e dall’organizzazione della vita quotidiana. Il baby care dei nonni non è misurato dal PIL, non compare neppure come misura economica, eppure è di sicuro un prodotto di valore. Occorre sostituire al grossolano PIL (e non è facile per una scienza economica che comunque continua ad utilizzare queste misure ormai sempre meno efficaci) con altri criteri. Dipak Pant si sforza, nella sua ricerca, di elaborare altri indicatori, come gli “indici del valore di un luogo” basati sulla bellezza, fruibilità, facilità dell’accesso, sobrietà nel consumo ambientale.

5. PROGETTI E PROPOSTE

Due esempi di ricerca-intervento.

Invece che organizzare centri di formazione nelle città (azione che incentiverebbe una mobilità che provoca la fuga) nella steppa hanno sperimentato “scuole – carovana” che seguono i movimenti delle persone e nello stesso tempo trasferiscono saperi e materiali utili per mantenersi in vita e in produzione in queste zone impervie.

Un secondo esempio è un “centro servizi” molto tecnologico e di alta qualità (ma spartana) che sul grande lago Titicaca (fra Bolivia e Perù).

Stanno progettando azioni di “ritorno” sui  monti europei abbandonati per le valli.

Nei primi due casi si tratta di sviluppo locale. Nell’ultimo caso si tratta di rinascita.

Forse la recessione globale sta dando più opportunità per queste scelte di sviluppo: il recupero dei valori delle civiltà contadine “stanno tornando di moda”

Sono scelte che non implicano un’abiura dei valori della cultura europea.

Anzi: prima occorre decidere di investire sui valori resistenti che qui sono nati e cresciuti.

È importante difendere l’ assetto identitario di ogni luogo: innanzitutto decidere che è importante e conseguentemente tutelarlo. In primo luogo il valore della sfera privata.

Dunque sviluppo locale orientato alla sostenibilità e tolleranza zero nei confronti delle lotte identitarie è una strategia applicabile in ogni situazione .

Scheda rielaborata da Paolo Ferrario tratta dagli appunti scritti in aula

che ringrazio moltissimo per il suo insegnamento e la sua intelligenza progettuale comunicata con verve e in perfetta lingua italiana.

Vedi anche:

Il nuovo “Rinascimento” italiano ricomincia dai piccoli centri: Dipak Pant illustra il concetto di Bussola Eco-Tech

Professor Dipak R. Pant Ph.D.,

Direttore – Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile  (Head, Interdisciplinary Unit for Sustainable Economy)

Docente-titolare di Economia Sostenibile e di Sistemi Economici Comparati  (Professor, Sustainable Economic Policy and Management and Comparative Economics)

Universita’ Carlo Cattaneo (LIUC)

Corso Matteotti – 22

21053 Castellanza (VA)

ITALY

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TORTORELLA W. (a cura di), Città d’Italia, Il Mulino


TORTORELLA W. (a cura di)

Città d’Italia

Le aree urbane tra crescita, innovazione ed emergenze

Collana “Studi e ricerche Anci”

pp. 352, € 26,00
978-88-15-13449-3
anno di pubblicazione 2010

in libreria dal 11/02/2010

Copertina 13449

“La città, in quanto oggetto di studio, è da tempo un costrutto molto dibattuto nelle scienze sociali. […] Il concetto di città è complesso, impreciso e connotato da specifici significati storici e, in quanto tali, variabili”: così Saskia Sassen introduce questo volume. “Città d’Italia” è il tentativo di riportare al centro dell’attenzione il dibattito sulle aree urbane, ormai annegato nella globalizzazione dell’ultimo decennio e nella recente crisi economico-finanziaria. Le città costituiscono sempre più uno spazio nodale nell’economia globale, ma rappresentano, al contempo, contenitori in cui si amplificano problematiche che vanno dalla sicurezza alla marginalità sociale. L’importanza crescente delle aree urbane come driver di sviluppo per il paese pone la necessità di generare una politica nazionale capace di sostenere le fonti della crescita economica urbana e progettare interventi che valorizzino i potenziali delle città, senza trascurare le forti contraddizioni sociali ed economiche che ne derivano. Questo volume fornisce uno spaccato, in un contesto giuridico-normativo ancora in transizione, ampio e dettagliato delle città metropolitane italiane, avendo cura di porre la dovuta attenzione alle peculiarità di volta in volta riscontrate e alle nuove sfide di policy emergenti.

Walter Tortorella, economista, direttore dell’Ufficio Studi della Fondazione Cittalia, è esperto di politiche pubbliche e amministrazione locale. E’ stato Direttore sviluppo della Fondazione Rosselli e Segretario generale della Fondazione Cotec. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “L’offerta teatrale in Italia: modelli di marketing e nuove soluzioni organizzative e gestionali” (Carocci, 2004), “Oltre i limiti del turismo all’italiana” (con F. Traclò, Il Mulino 2007). E’ inoltre autore di numerosi articoli in materia di organizzazione e promozione territoriale.

Volumi – TORTORELLA W. (a cura di), Città d’Italia.

OSTI G., Sociologia del territorio, Il Mulino


OSTI G.

Sociologia del territorio

Collana “Manuali”

pp. 280, € 25,00
978-88-15-13423-3
anno di pubblicazione 2010

in libreria dal 04/02/2010

Copertina 13423

Adottando una nozione integrata di territorio in quanto “superficie delimitata in rapporto a un sistema attivo”, il manuale offre gli strumenti utili a comprendere come uomini e donne si organizzino sullo e nello spazio, creando non solo recinti ma anche vie di comunicazione. Dopo aver introdotto le prospettive di analisi e aver toccato temi trasversali quali la mobilità e la creazione di confini, il testo affronta alcuni macro-argomenti, relativi a economia, politica, cultura, e si chiude con un capitolo sulla terra, a sancire il bisogno di ripartire dalle nostre basi fisiche e ambientali.

Indice: Introduzione. – I. Ambienti, territori, luoghi, “locales”. – II. Mobilità. – III. Confini. – IV. Disparità territoriali e sviluppo locale. – V. Politica e territorio. – VI. Culture del territorio. – VII. Ripartire dalla terra. – Riferimenti bibliografici. – Indice analitico.

Giorgio Osti insegna Sociologia dello sviluppo locale e Sociologia delle migrazioni nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Trieste. Con il Mulino ha pubblicato “Sociologia dell’ambiente” (con L. Pellizzoni, II ed. 2008) e “Nuovi asceti. Consumatori, imprese e istituzioni di fronte alla crisi ambientale” (2006).

Volumi – OSTI G., Sociologia del territorio.

Massimo Ilardi e la città visibile , Radio 3 – Fahrenheit


Massimo Ilardi e la città visibile

 

immagine evento

Due concetti, quello dei non luoghi e quello calviniano delle città invisibili, hanno dominato la sociologia urbana degli ultimi vent’anni. Secondo Massimo Ilardi, uno dei più attenti osservatori dei fenomeni metropolitani, le categorie inventate da Augée e dall’autore della trilogia degli antenati, non bastano più a interpretare il cambiamento della nostra città. Nel suo pensiero, metropoli vuol dire soprattutto occupazione, appropriazione, consumi spesso periferici e illegali del territorio che hanno la capacità di autolegittimarsi nel tempo e nello spazio. Nascono da queste basi opere come In nome delle strade e Il tramonto dei non luoghi, di cui Massimo Ilardi spiega, per gli ascoltatori di Fahrenheit, le idee centrali.

In nome della strada

Il tramonto dei non luoghi

Il potere delle minoranze

Radio 3 – Fahrenheit

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Giuseppe Marcenaro CIMITERI Storie di rimpianti e di follie, Bruno Mondadori 2008


Giuseppe Marcenaro
CIMITERI
Storie di rimpianti e di follie
Non luogo per eccellenza, il cimitero è una realtà vitalissima. Per definizione è un territorio “oltre”, destinato ad accogliere i defunti che, espurghi dell’esistente, vengono ammucchiati a parte, fuori dal consesso dei viventi.
Il cimitero, spazio fisico e mentale dove sono messe in gioco le angosce suscitate dal rimpianto per qualcuno che se ne è andato (o finalmente toltosi dai piedi), è il controtipo lucido e inconscio della più aulica follia umana: la sopravvivenza di se stessi.
Nei cimiteri tutto si svolge sotto mentite spoglie, giacché sono soltanto i viventi che conferiscono senso al luogo più inverosimile mai inventato dall’uomo. I morti sono inerti. Possono tuttavia permettersi periodici ritorni nella mente di coloro che stanno ancora fuori dei funebri recinti: vicende che riguardano lembi di esistenza, storie di transiti, di salme, ossa, ceneri, materiali trafficati dai vivi nell’insistenza strenua, quanto inutile, di conferire ordine a quegli strani oggetti, fisici e mentali, che sono l’avanzo dei viventi di ieri.
Sotto forma di culto dei morti, nel vacuo fasto delle tombe, gli ancora non estinti tentano di esorcizzare il molesto terrore di non essere più. D’altra parte il cimitero è un affare che riguarda sempre e soltanto chi non vi è ancora andato a finire. Vale.
INDICE
Tobol
Così muore la carne
Pellegrinaggio
Chausseestrasse
Krasnaja Ploscad
Enciclopedia russa
Invalides
Calendario
Flânerie
Gonards
Loculo 563
Beth-Hachajim
Sotto una piramide
Restaurant Russe
Monte Vaea
Cimetière marin
Tallahassee
Orto lapidario
Nevermore
John Martin
Polveri
Genius loci
Eroici resti
Fort Sumner
La mano del morto
Saint-Louis de Dreux
Il prato di Melaten
Memorial Romanov
Highgate
British War Cemetery
Qaytbay
Exit

BRUNO MONDADORI

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