Alberto Spagnoli, L’età incerta e l’illusione necessaria, Utet, 2005

LocandinaOggi sempre più anziani chiedono aiuto a una nuova figura di medico: lo psicogeriatra. Ma questi è in grado di dare risposte a una domanda destinata a crescere nel tempo? Scrive Alberto Spagnoli, neurologo e psicoanalista del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa): “La psicogeriatria attuale presenta un paradosso che va contrastato: è senza psiche. Ha cestinato l’anima rinunciando a pensare il disagio anche in termini di paura, smarrimento, momento critico di un’esistenza in divenire”. E avverte: “So bene che proporre di portare la psicoanalisi nelle case di riposo fa ridere, ma questa risata dà la misura sia della distanza che ci separa dalla civiltà, sia del ritardo della psicologia”. 
Non esiste un unico anziano, malato nel corpo e nell’anima: esistono tanti anziani, ognuno con la propria inquietudine, che va ascoltata e raccolta per dare un senso, prima, alla fase matura e, poi, a quella conclusiva della vita. Come? Secondo Spagnoli“oggi possiamo meglio qualificare l’antico imperativo medico dell’agire in scienza e coscienza e praticare una filosofia di cura che integri la medicina basata sulle evidenze con la medicina basata sulla relazione”. Avendo ben chiare in mente tre relazioni: col paziente e i suoi familiari; nell’ambito del gruppo di lavoro; con la soggettività di ciascun individuo. 
Obiettivo finale è dare un senso alla longevità. Traguardo raggiungibile? Alberto Spagnoli rilancia il quesito: “La società attuale è in grado di dare dignità alla vecchiaia oppure con una mano offre servizi, assegni di accompagnamento, Università della terza età, ma con l’altra sottrae dignità all’invecchiamento, relegandolo tra i disvalori collettivi?”. 

© 2006 Notiziario Alzheimer Italia n.31

da L’età incerta e l’illusione necessaria – Federazione Alzheimer Italia.


Invecchiamento attivo: le iniziative di Regione Emilia-Romagna

vai a: Invecchiamento attivo: le iniziative di Regione Emilia-Romagna.


Navigare Insieme vuole favorire la digitalizzazione degli over 60 attraverso una comunicazione intergenerazionale

Navigare Insieme vuole favorire la digitalizzazione degli over 60 attraverso una comunicazione intergenerazionale

http://navigareinsieme.org/


Forse la vera ragione per smettere di scrivere è che sto invecchiando. Sono vecchia., ALICE MUNRO

Alice Munro, SCRIVERE. O SMETTERE DI SCRIVERE, luglio 2005

Forse la vera ragione per smettere di scrivere è che sto invecchiando. Sono vecchia. Quando succede, fare le cose che devi fare richiede sempre più tempo e concentrazione. Pagare le bollette, ricordarti quando passa il camion della spazzatura, fare la raccolta differenziata, donare soldi a tutte quelle buone cause che hai promesso a te stessa di sostenere. Mantenere l’ordine intorno a te. Il disordine è molto più minaccioso di una volta – non è più perdonabile e disarmante, né un segno della propria creatività, ma una prova dell’arrivo della demenza senile, decisamente poco affascinante. In effetti è meno affascinante, la demenza, nelle donne che negli uomini. Lo stesso vale per l’aspetto fisico da mantenere presentabile. Richiede sempre più sforzo, non tanto arrestare il deterioramento quanto rallentarlo in modo che risulti accettabile a te stessa e agli altri. Tutte le pillole e gli esami e gli esercizi. Non puoi più martellare sui tasti, rapita alle tre di notte dal finale di una storia. Non puoi più essere il grande scrittore, quello con il brutto carattere e le cattive abitudini e la genialità graffiante dei vecchi film. Non che io lo sia mai stata (in effetti non ricordo che nessuno di questi geni sia mai stato una donna), ma l’idea è sempre sopravvissuta da qualche parte nella mia testa, come qualcosa che un giorno avrei potuto provare a essere.
Insomma: smetterei di scrivere per avere una vita più gestibile. E poi so che è molto raro produrre un capolavoro in questi ultimi anni di vita, e uno o due libri in meno non sarebbero una gran perdita per nessuno. Di sicuro non mi mancherà quel tormento – i tentativi a vuoto necessari perché una storia sia buona – o il vero e proprio orrore che provo nell’attesa che il libro venga pubblicato, per poi dar fondo al mio coraggio e uscire di casa ed esserne responsabile nel vasto mondo (in realtà sembra che sia vasto, ma il mondo dell’editoria, della critica letteraria, del pubblico dei lettori, è così piccolo che la maggior parte della gente che vive nel tuo paese, perfino nella tua cittadina, non saprà mai il tuo nome).
Non mi perderò niente, davvero.
Ma aspetta un attimo: che cosa c’era di così meraviglioso? Che cosa lo faceva sembrare irresistibile? Che cosa rendeva trascurabili questi inconvenienti? Se non è quando stai componendo il lavoro, non quando lo mandi all’editore, non quando ce l’hai in mano stampato, né quando lo leggi in pubblico o lo vedi entrare in classifica (e cominci a preoccuparti di quando ne uscirà), e nemmeno quando vince un premio, anche se devi ammettere che vincerlo è meglio che non vincerlo, allora quando è?
Il momento non è forse quello in cui hai l’idea, o meglio inciampi nell’idea, ci sbatti contro, come se stesse vagando da sempre nella tua testa? È già lì, ancora senza lineamenti precisi, ma armoniosa e brillante. Non è la storia. È lo spirito, il centro della storia, qualcosa che non è fatto di parole, ma che può sorgere alla vita, almeno a una vita pubblica, soltanto quando le parole lo avvolgono. Un oggetto ancora non guastato, ancora protetto dalle interferenze. In una forma più bella di quella che avrà mai, dopo essere stato stirato e schiacciato dentro le tue frasi. Pensa di poter essere soddisfatta da questo incontro soltanto, dal riconoscerlo e poi lasciarlo solo. Come sarebbe?
Vedremo.



Ringrazio Paolo Cognetti per avere rintracciato e tradotto questo splendido esercizio spirituale sulla pre-vecchiaia e Alessandra, del sito/blog Muoversi insieme  che gentilmente me lo ha ricordato.

da Forse la vera ragione per smettere di scrivere è che sto invecchiando. Sono vecchia., ALICE MUNRO « Tracce e Sentieri..


CAREGIVER “io mi prendo cura di te”, giornata del caregiver familiare, a cura delle cooperative ANZIANI E NON SOLO E SOFIA, 25 e 26 maggio 2012, Carpi

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Locandina in formato pdf:  invitogiornatacaregiver_2012-3


L’ANZIANO MUORE E LA BADANTE PRELEVA CON IL SUO BANCOMAT

TREVISO – L’anziano a cui badava era morto da poche ore, ma lei non ha resistito, ha preso la sua tessera Bancoposta ed è andata a prelevare 600 eur La badante infedele, alle dipendenze di un’agenzia di Mestre (Venezia), è stata smascherata dai congiunti del deceduto i quali, notata la sparizione dall’abitazione della tessera magnetica,avevano constatato i prelievi post mortem dal conto dell’anziano

L’ANZIANO MUORE E LA BADANTE PRELEVA CON IL SUO BANCOMAT: ARRESTATA.


Il valore della qualità nei servizi per gli anziani. Esperienze di valutazione e miglioramento, Monica Minelli , Walther Orsi , Rosa Angela Ciarrocchi , Gerardo Lupi, FrancoAngeli

Il valore della qualità nei servizi per gli anziani. Esperienze di valutazione e miglioramento
Argomenti
Livello
Studi, ricerche
Dati
pp. 160,      1a edizione  2010   (Cod.1130.277)
Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 20,00
Disponibilità: Buona

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Codice ISBN: 9788856825695

Altre tipologie:

Informazioni sugli e-book 

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In breve
I servizi per gli anziani richiedono sistematiche valutazioni e continui adeguamenti a livello quantitativo e qualitativo. In questa prospettiva l’AUSL di Bologna ha sviluppato uno specifico percorso di miglioramento della qualità dei servizi per gli anziani, che ha coinvolto diverse aree: la dimissione protetta dall’ospedale, l’assistenza domiciliare, l’assistenza presso strutture protette e lungodegenze, i servizi per le demenze. Il testo riporta gli atti di un workshop su queste tematiche.
Presentazione del volume

Il sistema di welfare italiano deve affrontare una sfida di particolare rilievo: la necessità di un adattamento continuo dei servizi per rispondere a nuovi bisogni, a una crescente domanda di personalizzazione e qualità degli interventi. Nell’area dei servizi per gli anziani, l’invecchiamento della popolazione fa emergere con forza tale sfida e richiede al sistema di welfare di attrezzarsi per garantire un miglioramento continuo della qualità dei servizi e un monitoraggio sistematico delle attività.
Il libro presenta un insieme organico di esperienze di valutazione e miglioramento della qualità, esposte nell’ambito del Workshop per operatori socio-sanitari e dei servizi convenzionati “Il percorso di miglioramento della qualità nei servizi per anziani dell’Azienda USL di Bologna”, tenutosi nel 2009 a Bologna. Il percorso è stato fortemente condiviso tra tutti gli attori in grado di promuovere qualità – ASL, Enti Locali, ASP, organizzazioni profit e no profit, professionisti, volontari, Comitati Consultivi Misti, famiglie ed anziani – e mirato, in una prospettiva di innovazione sociale partecipata, al miglioramento della cura e della qualità della vita degli anziani. Gli elementi teorici, gli strumenti metodologici e le esemplificazioni concrete, contenuti nel testo, rappresentano una “cassetta degli attrezzi” utilizzabile da chi opera nei servizi socio-sanitari per gli anziani.
Il volume si rivolge quindi ad amministratori, operatori socio-sanitari, responsabili di organizzazioni profit, no profit e volontari per consolidare un’alleanza con le famiglie e gli anziani, per la qualità della vita e dei servizi.

Monica Minelli, sociologo e assistente sociale, è direttore del Dipartimento delle Attività Socio-Sanitarie dell’Azienda USL di Bologna.
Walther Orsi, sociologo, docente di Programmazione, organizzazione e gestione dei servizi sociali presso l’Università di Bologna, è direttore del Programma ‘Salute Anziani’ dell’Azienda USL di Bologna. Per i nostri tipi ha pubblicato Progettare insieme la qualità della vita (2003) e Qualità della vita e innovazione sociale (2009).
Rosa Angela Ciarrocchi, sociologo sanitario, si occupa di sistemi informativi, valutazione e ricerca nell’ambito delle organizzazioni no profit ed è consulente presso l’Azienda USL di Bologna.
Gerardo Lupi, sociologo sanitario, si occupa di formazione e consulenza organizzativa
nell’ambito dei servizi socio-sanitari e del terzo settore e collabora con il Programma ‘Salute Anziani’ dell’Azienda USL di Bologna.

Indice

Giuliano Barigazzi, Presentazione
Francesco Ripa Di Meana, Introduzione
Anna Del Mugnaio, Programmazione, governance e qualità dei servizi sociosanitari
Qualità e valutazione: metodi e ricadute
(Massimo Annicchiarico, Introduzione; Laura Biagetti, Valutare la qualità nei servizi alla persona;Walther Orsi, Costruire qualità: il metodo di lavoro partecipato; Carlo Hanau, Sonia Cavallin, Il Comitato Consultivo Misto come strumento di partecipazione dei cittadini e delle associazioni;Raffaele Tomba, La qualità nell’accesso ai servizi: l’avvio dello sportello sociale nel Comune di Bologna; Anna Maria Nasi, L’integrazione socio-sanitaria nell’ADI; Simonetta Puglioli, La qualità dei servizi socio-sanitari per anziani: esperienze e prospettive)
Qualità e assistenza domiciliare
(Gabriele Cavazza, Introduzione; Lucia La Rovere, Garanzie di qualità nell’assistenza domiciliare;Rosanna Giordani, La cartella ADI; Chiara Petrucci, La valutazione della soddisfazione degli utenti ADI)
Qualità e assistenza nelle strutture residenziali e nelle lungodegente
(Luca Barbieri, Introduzione; Marco Domenicali, Gerardo Lupi, Maria Cristina Pirazzini, Marco Sinoppi, L’esperienza dell’Azienda USL di Bologna: valutazione della qualità e monitoraggio dei servizi alla persona nelle strutture protette; Clelia D’Anastasio, Rosa Angela Ciarrocchi, Il progetto demenze: percorsi di miglioramento e qualità percepita; Aldina Gardellini, Relazione clinico-organizzativa fra Ospedale e Strutture Residenziali per anziani; Mauria Rambaldi, Il controllo di qualità nelle lungodegente private accreditate a Bologna: un percorso di miglioramento; Giovanni Agrestini, Indicatori di qualità, miglioramento continuo, ruolo della direzione; Lucio Tondi, Il contributo del medico al miglioramento della qualità erogata agli anziani non autosufficienti istituzionalizzati; Lauretta Fagioli, Il servizio infermieristico nelle strutture residenziali: strategie per la qualità; Monica Gamberoni, La riabilitazione estesa: un lavoro di equipe a garanzia della qualità del servizio; Paola Burnelli, L’apporto professionale del Coordinatore di Nucleo per il miglioramento della vita dell’anziano in un servizio residenziale)
Qualità delle relazioni nelle strutture residenziali
(Maura Guerzoni, Stefania Moscardelli, Introduzione; Fabio Cavicchi, PAI e programmazione dell’assistenza. Qualità delle relazioni nelle strutture residenziali; Luca Boschiero, Carta dei Servizi come strumento di informazione e comunicazione; Stefano Canova, Animazione. Tra attimi “esterni” e “tenuta” di programmi; Rosa Angela Ciarrocchi, Gerardo Lupi, Il miglioramento della qualità della vita nelle strutture)
Monica Minelli, Conclusioni
Riferimenti bibliografici

Gli autori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il valore della qualità nei servizi per gli anziani. Esperienze di valutazione e miglioramento.


Case di riposo, rette più care per chi ha redditi elevati

In linea di principio questa decisione di politica sociale della Regione Lombardia è giusta.

Diceva Don Milani nel 1967: Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali. Da Lettera ad una professoressa

Quello che fa un po’ schifo, invece, è che così gireranno più soldi nel reticolo piovresco delle istituzioni di servizio gestite da Comunione e liberazione e dal braccio operativo della Compagnia delle opere e dei loro lacchè che girano in Suv

Paolo Ferrario

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  • Per le famiglie benestanti 2.300 euro al mese in media non basteranno più. 
  • Tra i 53 mila ospiti delle case di riposo della Lombardia, quelli con i redditi alti devono mettere in conto un aumento delle rette. 
  • Il motivo? Chi è ricoverato nelle Rsa e ha capacità economiche elevate dovrà partecipare alla spesa per le cure mediche, finora totalmente a carico della Regione.
  • La cifra richiesta andrà ad aggiungersi ai soldi che già oggi vengono richiesti per la parte alberghiera.
  • È una delle conseguenze della legge votata ieri a tarda notte dal Pirellone sul cosiddetto «fattore famiglia», la riforma del Welfare lombardo che lega il costo dei servizi sociali al numero di figli minori, anziani non autosufficienti e disabili a carico del nucleo familiare.
  • Il Pd, con Carlo Borghetti, attacca: «È assurdo. Così la Lombardia, che dichiara di avere i conti della sanità in pareggio, chiede per prima in Italia in un momento di crisi una compartecipazione delle famiglie alla spesa sanitaria nelle case di riposo». 
  • Il provvedimento, che riguarda anche l’ assistenza domiciliare, entrerà in vigore nel giro di un mese. Per il primo anno l’ applicheranno, però, solo 15 Comuni pilota che saranno individuati nei prossimi giorni tra i 50 disponibili alla sperimentazione della riforma. 
  •  Per ogni anziano in casa di riposo, oggi l’ assessorato alla Famiglia paga alla Rsa prestazioni sanitarie per un totale compreso tra gli 884 euro al mese e i 1.500 a seconda del grado di autosufficienza dell’ ospite. In futuro non sarà più così: chi ha redditi alti pagherà una percentuale di questa cifra. Complessivamente la spesa sostenuta dalle casse regionali per le prestazioni sanitarie nelle case di riposo è di 851 milioni l’ anno (la metà del bilancio dell’ assessorato alla Famiglia). Il Pirellone sottolinea che la nuova legge regionale non tocca i Livelli essenziali di assistenza (Lea), che sono di competenza nazionale. Ma Borghetti ribatte: «Il provvedimento regionale va, comunque, a interferire con competenze esclusive dello Stato». 

da Case di riposo, rette più care per chi ha redditi elevati.


Progetto “IN FAMIGLIA-Vivere con la badante” che si terrà a MILANO il 27 febbraio 2012 presso lo Spazio Oberdan

Progetto “IN FAMIGLIA-Vivere con la badante” che si terrà il 27 febbraio 2012 presso lo Spazio Oberdan.
Gli esperti che hanno collaborato al progetto presenteranno i presupposti teorici, la metodologia scelta e lo stile comunicativo adottato per la costruzione del sito dedicato
www.badanteinfamiglia.it 
e per la realizzazione del DVD video  ”IN FAMIGLIA.Vivere con la badante
Per partecipare è necessaria l’iscrizione entro il 22 febbraio p.v. utilizzando il modulo allegato, scaricabile anche dal sito delle politiche sociali  
www.provincia.milano.it/affari_sociali. 
A conclusione della presentazione i partecipanti potranno ritirare in anteprima una copia del DVD  dedicato alle famiglie, alle badanti, agli operatori e ai volontari che si occupano quotidianamente di persone anziane non più completamente autosufficienti.

Contiene testimonianze di famiglie, l’approfondimento di un esperto e unarappresentazione teatrale, tra il riflessivo e l’ironico, che permette uno sguardo più distaccato e lieve.

Propone, con tre linguaggi cinematografici differenti, alcuni temi ricorrenti dell’esperienza di cure: le difficoltà con gli anziani, le fatiche delle famiglie, le scelte difficili e i momenti dolorosi o conflittuali.

 
Provincia di Milano
Settore politiche sociali
Viale Piceno, 60 – 20129 Milano
tel. 02.7740.3085


Paolo Ferrario, Dai dischi agli Mp3, lungo il percorso delle menti musicali degli over sessantenni | in Muoversi Insieme di Stannah

Ancora sul tema OGGETTI E TECNOLOGIE IN RAPPORTO ALL’ INVECCHIAMENTO BIOGRAFICO E DEMOGRAFICO

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Su Muoversi Insieme di Stannah abbiamo già parlato del rito” del festival di Sanremo che si rinnova ogni anno all’avvicinarsi della primavera. In quelle serate ci viene ricordato che le parole e le musiche ascoltate dal palcoscenico accompagnano da sessant’anni la storia della società italiana e le nostre personalissime biografie. In quest’articolo prenderemo in analisi un altro aspetto della “memoria musicale” inscritta nelle persone che hanno vissuto quest’arco di tempo: vogliamo mettere al centro dell’indagine i cambiamenti delle tecnologie che rendono possibile l’ascolto e i loro effetti sulle abitudini e comportamenti. 

vai all’intero articolo qui: Dai dischi agli Mp3, lungo il percorso delle menti musicali degli over sessantenni | Muoversi Insieme

Scaletta dell’articolo:

  • il Giradischi e i 78 giri
  • i 33 giri e le loro copertine
  • i 45 giri ed il juke box
  • effetti sulla popular music degli anni ’50
  • le audio cassette e la musica diffusa attraverso le antologie personali
  • i Compact Disk
  • Mp3 e Ipod
  • le attuali possibilità di condivisione

Vivere in famiglia con la badante, 27 febbraio 2012, ore 14, Spazio Oberdan, sala Alda Merini, Viale Vittorio Veneto 2, Milano

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Barbara Spinelli, Perché i vecchi ci fanno paura

Le ultime statistiche Istat sull’invecchiamento degli italiani erano prevedibili, ma vale la pena soffermarsi su di esse e pensarle sino in fondo. Non di rado i numeri sono una gabbia, e non è vero che “parlano da soli”: siamo noi a farli parlare. Nel 2030, dicono, i vecchi saranno il doppio dei bambini. Non molto diverse sono le statistiche sugli immigrati: loro aumenteranno, gli italiani diminuiranno.
Tutto questo accadrà non in un domani lontano, ma fra poco. Sarà una crisi di civiltà, annunciano i giornali: una mutazione antropologica che non avremo voluto, ma che dovremo patire e chissà come ne usciremo. La mutazione fin d’ora la viviamo come disagio della civiltà, ma non a causa di questi numeri: a causa delle parole che usiamo per interpretarli, commentarli. Sono parole che salgono in noi come una nebbia, e tutte sono intrise di spavento, smarrimento: come fossimo una civiltà in preda a incursioni selvagge.

Nell’ultimo ventennio si è parlato dell’imbarbarimento dei nostri costumi, ma forse la barbarie l’abbiamo dentro. Forse i barbari siamo noi, a meno di non preparare il futuro con maggiore cura delle parole, innanzitutto, e con politiche di prudenza e giustizia che non si facciano irretire da cifre, da percentuali, dalle insidie che sempre son racchiuse nelle statistiche, specie demografiche. A meno di non fronteggiare e guardare in modo diverso la crisi, l’economia di scarsità che impone, e come ci siamo arrivati.

Ancora una volta tendiamo a pensare la crisi in maniera rivoluzionaria, concentrando forze e sguardi su uno soltanto dei nodi da sciogliere: una razza, una classe, un’età da tutelare a scapito di altre (ci aiuta nella disumanizzazione semplificatrice la parola “fascia”: non siamo persone, ma strati).

Le rivoluzioni sono state più volte questo, e spesso son seguite dal Terrore. Conservatrici o progressiste, hanno sete di capri espiatori. La categoria su cui s’addensa oggi l’attenzione di governi e economisti è quella dei giovani, non c’è discorso o proclama che non evochi la loro condizione di sacrificati sull’altare d’un paese che invecchiando si disfa. I politici ne hanno la bocca piena, e non stupisce perché l’ingiustizia davvero va raddrizzata.

Ma non dimentichiamo che Stalin e Hitler inneggiavano ai giovani, e alla panacea del muscolo, dello sport. Kundera lo ricorda con maestria quando descrive la “lirica totalitaria della giovinezza”, che diventa culto. Concentrarsi esclusivamente sui giovani vuol dire dare all’esistenza umana una sola identità e un solo tempo, non vedere in essa una collana fatta di molte fluide identità, tempi di vita, e nodi.

Forse è venuto il momento di ricostruire il tragitto che ci ha condotti a parlare in un certo modo, da decenni, dei vecchi che ci stanno accanto: di capire come mai, quasi senza accorgercene, adottiamo nei loro confronti gli stessi vocaboli usati  -  in Italia con speciale disinvoltura  -  per gli immigrati, cittadini europei compresi. Da tempo siamo come ammaliati dal loro numero che sale: la loro longevità ci sbigottisce, assume le fattezze di biblica piaga.

Accade di frequente, quando cominciamo a diffidare di una popolazione e la mente s’abitua a segregarla. In genere ricorriamo a metafore marine: i grandi vecchi in sovrannumero irromperanno come un’ondata, ci sommergeranno. A ottant’anni hanno davanti a sé più anni di vita? Dalle penne, inavvertitamente, escono strani aggettivi: “macabre” sono le statistiche che ne danno notizia. E usurpatrici le attività remunerate che tolgono ai giovani (anche questo è un argomento mutuato dall’eloquio leghista o del Fronte nazionale francese sugli immigrati). Accorta, il ministro Fornero dice: “Il lavoro non è una quantità fissa. È qualcosa che può crescere, può esser distribuito meglio”. Si potrebbe dire anche degli anni di vita, del complesso corpo d’una società.

Forse è qui il maleficio di un invecchiare che intimidito si nasconde, si rifugia in svariati trucchi pur di fermare il tempo. Finché l’anziano appare giovane c’è salvezza. Meglio: finché è cliente, consumatore. L’unico modo di non veder spezzata l’appartenenza alla comunità è di non sottrarsi alle esigenze del mercato: d’impersonare un’inalterata domanda, correlata all’offerta.

Ogni volta che annunciamo che l’Italia sarà (è già) un paese di vecchi, manipoliamo il tempo, lo congeliamo, e questa è la vera crisi di civiltà, che imputiamo all’invasore esterno e poi automaticamente a paria interni, non dissimili dalle caste indiane: gli oppressi dovettero attendere Gandhi per sapersi cittadini. Paria in sanscrito significa spezzare. La collana si spezza a causa dello straniero, dell’immigrante nato in Italia, del malato, del povero. Infine dei grandi vecchi.
Se non corriamo ai ripari  -  Croce direbbe: “se non invigilo me stesso, e procuro di correggermi”  -  non potremo scansare la minaccia: a forza di considerare gli anziani un flagello, verrà il tempo (magari già inizia) in cui converrà sbarazzarsene. Costano troppo alla comunità, con tutti i farmaci che prendono, gli arnesi di cui necessitano. E chi pagherà se i giovani continuano a vivere vite precarie, impossibilitati anche numericamente a versar contributi per la spesa sanitaria di cui l’alta vecchiaia abbisogna?

A ciò s’aggiunga che questo avviene in un’epoca storica che disdegna lo Stato. Lo vuole smilzo, non esattore, inclusivo sì ma molto selettivo: quasi non avesse insegnato nulla la crisi del mercato senza briglie, incapace di invigilare spontaneamente se stesso, esplosa nel 2007. Per questo è ingiusto e anche miope, il no di Beppe Grillo alla cittadinanza per gli immigrati nati in Italia: affermare che il problema oggi è altro  -  per esempio, arrivare alla fine del mese  -  è pensare il brevissimo termine, non vedere lo spezzarsi dell’intera collana di civiltà, considerarla una “quantità fissa”, fatalmente scarsa.
È scabroso parlare di queste cose, perché le utopie maltusiane  -  i freni brutali all’aumento di popolazione in assenza di guerre, carestie, epidemie  -  rischiano di realizzarsi. Descriverle è già un po’ accettarle. Chi ha letto il racconto di Buzzati sull’eliminazione dei vecchi, nel Viaggio agli inferni del secolo (1966) ricorderà il malessere che procura: l’immaginaria città parallela  -  una sotterranea seconda Milano  -  può pian piano inverarsi, se non mutiamo le parole e gli atti che ne scaturiscono. Nella città nascosta (vi si accede varcando una porticina “che apre all’inferno”), ogni primavera si celebra un rito eccentrico, agghiacciante, detto “grande festa della pulizia”.
La festa si chiama Entrümpelung, che in tedesco è repulisti generale di roba vecchia. Nel giorno della Entrümpelung “le famiglie hanno il diritto anzi il dovere di eliminare i pesi inutili. Perciò i vecchi vengono sbattuti fuori con le immondizie e i ferrivecchi”. Nei mucchi d’immondezza, accanto a lampade passate di moda, antichi sci, vasi slabbrati, libri che nessuno ha letto, stinte bandiere nazionali, pitali, sacchi di patate marce, segatura, ci sono sacchi che ancora si muovono un poco, “per interni svogliati contorcimenti”.
Contengono i vecchi. Un’abitante della città parallela dice: “Cosa vuole che sia? Uno di quelli. Un vecchio. Era ora, no?” Erculei inservienti comunali gettano la gentile zia Tussi dalla finestra. I nipoti non fiatano. Difficile non pensare al vecchio ebreo in sedia a rotelle scaraventato giù sul selciato, nel Pianista di Polanski.

La prima reazione è di dire: “Da noi non così!” (sono le parole di Gesù sui potenti del tempo). Ne siamo davvero sicuri? I numeri, quando ci figuriamo che parlino da soli togliendoci responsabilità, possono essere una maledizione. Rilke lo sapeva bene quando ingiungeva: “Alle risorse esauste, alle altre informi e mute della piena natura, alle somme indicibili, te stesso aggiungi, nel giubilo, e annienta il numero”.

Da La Repubblica del 01/02/2012.


vecchi e giovani. Per Lazar, “La vera anomalia italiana è la gerontocrazia” | Linkiesta.it

A proposito di “gerontocrazia” pensa che i giovani interessati alla politica riusciranno a farsi largo e scardinare la vecchia classe politica che ci governa?
Penso che bisognerà arrivare ad uno scontro generazionale: i più anziani qui non vogliono lasciare il posto ai giovani e questo accade sia nel potere politico che nel potere economico o culturale o accademico ma ancora di più in politica perché ovviamente ci si può far rieleggere soprattutto con questa legge elettorale quindi credo che i giovani dovranno impegnarsi sempre di più per ottenere un vero cambiamento. Ben vengano dunque le reti online con i gruppi di Facebook, che permettono la condivisione delle idee utili a cambiare il paese. Credo che bisognerà fare una pressione forte sulle vecchie generazioni italiane che sono al potere e che questa sia una necessità per la vitalità della democrazia italiana – e lo dice uno che ha quasi sessant’anni ma che capisce benissimo questa voglia di partecipazione dei giovani – anche se potrebbe avere delle conseguenze per la gente della mia età.

….

da Per Lazar, “La vera anomalia italiana è la gerontocrazia” | Linkiesta.it.

Anziani ieri e oggi, RaiNews24

Anziani ieri e oggi
Gli anziani, un ponte fra generazioni. Per parlare della ruolo degli anziani ieri e oggi, abbiamo scelto Calcata, una comunita’ alle porte di Roma che vive in equilibrio tra il vecchio e il nuovo, due concetti che si rafforzano l’uno con l’altro. In studio con Luce Tommasi, Angelo Barbieri, responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Calcata e Marijcke Van Der Maden, presidente dell’Associazione culturale “Il Granarone”, un’artista olandese che ha deciso di fare di Calcata la sua seconda patria. altro

COSTELLAZIONE RSA, coinvolgimento delle famiglie e integrazione delle funzioni nelle strutture residenziali per anziani: elementi chiave di un percorso di ricerca/formazione, a cura di Carmen Primerano e Valter Tarchini, Maggioli, 2012. Presentazione del libro: 15 febbraio 2012, 9-12,30, Spazio Oberdan, Via Vittorio Veneto 2, Milano

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UNA DOTE DI CURA PER I NON AUTOSUFFICIENTI di Sergio Pasquinelli 17.01.2012

Col passare degli anni, l’indennità di accompagnamento è divenuta un’integrazione ai redditi degli anziani, usata in larga misura per pagare le badanti. E il suo costo è lievitato fino ai 13 miliardi del 2011. Meglio sarebbe una Dote di cura che permetta di graduare l’importo in base ai livelli di non autosufficienza e di disponibilità economica, con un controllo sugli utilizzi. La scelta tra ricevere una somma senza necessità di rendicontazione o disporre di un budget individuale per i servizi pubblici o privati accreditati.

l’intero articolo qui: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002779.html


Fratture Femore | di Massimo Tanzi su Muoversi Insieme


  • Le fratture dell’estremo prossimale del femore nelle persone anziane sono in costante aumento e richiedono un notevole impegno di risorse per il trattamento chirurgico e la riabilitazione post-operatoria. Sono tra le più frequenti cause di ospedalizzazione per patologia ortopedica negli anziani. Ne parliamo con il nostro geriatra Massimo Tanzi.

    www.muoversinsieme.it

    Le casistiche italiane registrano, globalmente, un’incidenza di fratture da caduta intorno allo 0,7 per mille all’anno

2012: anno europeo dell’invecchiamento attivo, da Centro Maderna)


L’Unione Europea ha proclamato il 2012 “Anno europeo dell’invecchiamento attivo e delle solidarietà tra le generazioni”. Il 2012 sarà l’occasione per sostenere gli sforzi degli Stati membri, delle autorità regionali e locali, delle parti sociali e della società civile per promuovere l’invecchiamento attivo e la solidarietà tra le generazioni e sfruttare maggiormente il potenziale delle generazioni del baby-boom.
Obiettivo dell’Anno è la promozione di una cultura dell’invecchiamento attivo che valorizzi l’utile contributo degli anziani alla società e all’economia, favorendo opportune condizioni di lavoro, di partecipazione alla vita sociale e di vita sana ed indipendente.
In tale quadro, la solidarietà e la cooperazione tra le generazioni rappresenta un elemento trasversale che sottende le azioni e le attività di sensibilizzazione sul tema.
Per la promozione e lo svolgimento delle attività dell’Anno 2012, ogni Stato Membro si avvale di un organismo di coordinamento a livello nazionale. Per l’Italia, il coordinamento nazionale è svolto dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia che assicura un raccordo tra le amministrazioni interessate e tutti gli altri attori coinvolti per la programmazione delle attività nazionali.
Il Dipartimento per le Politiche della Famiglia ha pubblicato on line un sito dedicato alle attività dell’Anno europeo dell’invecchiamento attivo, dove è possibile consultare i documenti ufficiali e un calendario eventi.

(News del 02 /01/2012)

Sacrifici, segnali d’amore di ENZO BIANCHI da La Stampa del 11 dicembre 2011

Da anni, su queste colonne mi è parso doveroso e responsabile denunciare l’imbarbarimento e la crisi verso la quale andava la nostra società, dapprima a piccoli, poi a grandi passi. Nel frattempo è sopraggiunta la «crisi» economica – prima sottovalutata, poi tenuta nascosta o negata, infine esplosa in tutta la sua pesantezza – che però si è scoperta essere anche crisi etica, culturale. Il salmo 49, con la sua sapienza accumulata nei secoli, sottolinea come «l’uomo nel benessere non capisce, è come un animale…».

Solo ora ci stiamo incamminando verso la presa di coscienza che non è più possibile proseguire sulla strada percorsa nell’ultimo ventennio, che la mancanza di eguaglianza e di giustizia rende la nostra vita – che resta sempre «vita comune», non foss’altro perché vissuta su una stessa terra – più difficile, meno sicura, più conflittuale, più barbara. Ci stiamo rendendo conto che il vivere con il mito idolatrico del «tutto e subito», del «tutto ciò che è tecnicamente possibile va fatto» non ci garantisce un futuro buono, che il pensare solo all’oggi, solo a noi stessi come individui impoverisce la terra e fa aumentare il deserto, ci rende incapaci di lasciare alle nuove generazioni una «eredità» nel vero e nobile senso del termine.

Tuttavia oggi ci sembra di poter dire con convinzione, anche se senza alzare la voce, che si intravedono segni di speranza. Una speranza sostenuta da nuovi governanti che danno segni di voler essere «politici» nel vero senso della parola: uomini e donne al servizio della polis, della società con lo stile di chi, consapevole della sua responsabilità, non ostenta, non vuole apparire e cerca di parlare con parresia, con franchezza e sincerità, perseguendo il bene comune.

È in questo contesto che, nella comunicazione viva e fatta con tutta la sua persona da parte del ministro del Lavoro, abbiamo colto la verità della parola «sacrificio»: una commozione che ben ne ha mostrato la fatica, il costo, la necessità e la verità. Da tempo, per lo meno nel mondo occidentale, «sacrificio» non ha più l’accezione legata alla sua etimologia di impronta religiosa: «sacrum facere», «rendere sacro» un oggetto o una realtà spostandola dalla dimensione profana a quella appartenente al divino attraverso un rito o un insieme di gesti che arrivavano fino all’offerta – «sacrificale», appunto – di una vittima per ingraziarsi gli dèi o placarne l’ira. Il «capro espiatorio», così finemente analizzato anche nella sua dimensione fondativa di una cultura, ha lasciato il posto a «sacrifici» meno cruenti ma più quotidiani, legati comunque alla faticosa ricerca di una vita «migliore».

Così la mia generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, è stata educata umanamente e cristianamente a «fare sacrifici»: privarci di alcune cose, rinunciare ad altre, accontentarci di quello che c’era… Del resto, negli anni dell’immediato dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e miseria, «fare sacrifici» per molti non era un’opzione, ma la condizione toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti, creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell’ora del boom economico.

In questo senso la mia generazione ha una responsabilità nella mancata trasmissione alle generazioni successive del valore del sacrificio. E oggi, incapaci come siamo stati di comunicare la valenza umanizzante dello sforzo e della rinuncia, ci ritroviamo tutti in una cultura impossibilitata a intravedere un orizzonte di bene comune e di speranza, abbiamo assistito al rarefarsi di persone pronte a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una convivenza pacifica, per l’affermazione di valori e principi degni dell’uomo o, ancor più semplicemente, per preparare un futuro migliore per i propri figli. Mancanza davvero grave, perché il sacrificio è una cosa seria: significa privarsi di un bene, astenersi da una possibilità in vista di un bene più grande che, se è tale, riguarda tutti, concerne la communitas e non il mio interesse personale. Spendere le proprie energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà: quanti uomini e donne nella storia hanno sacrificato tempo, risorse, affetti per la realizzazione di ideali e per sconfiggere l’ingiustizia a beneficio di tutti.

Ma riscoprire il significato fecondo del sacrificio richiede un discernimento su azioni e comportamenti che da tempo abbiamo rinunciato a esercitare, assumendo senza alcuna criticità quello che il consumo, il mercato e la propaganda ci presentavano come stile di vita «normale». Così non sappiamo più distinguere tra necessario e superfluo, né riusciamo a mettere ordine nel nostro universo mentale e comportamentale tra bisogni, desideri, voglie, sogni e capricci. Si è come smarrita ogni scala di priorità: tutto pare sullo stesso piano, perché tutto attiene in positivo o in negativo al suo impatto sulle nostre sensazioni immediate. Noi abbiamo smarrito il senso della communitas tra contemporanei come di quella che ci lega con responsabilità alle generazioni future: vogliamo leggere, definire, vivere e consumare il nostro orizzonte limitandolo a un «io» narcisistico e prepotente o a un «noi» ristretto e fissato dal nostro vantaggio e non dalla realtà della polis.

Credo che questo smarrimento culturale ed etico abbia profondamente a che fare con l’affievolirsi del «senso» attribuibile ai «sacrifici»: se non ci sono principi condivisi, se non c’è un fine superiore alla momentanea soddisfazione personale, se non si percepisce alcun legame tra generazioni né responsabilità verso il futuro della collettività, sarà ben difficile rinunciare spontaneamente a qualcosa o aderire con convinzione a una rinuncia imposta dalle circostanze avverse. Se manca un orizzonte condiviso, se ogni atteggiamento è eticamente indifferente, se pretendiamo come diritto tutto ciò che è tecnicamente o economicamente possibile, allora ci troveremo impotenti di fronte a ogni avversità, le subiremo come catastrofi ineluttabili e cercheremo di sottrarci ad esse senza gli altri o addirittura contro di loro. Il sacrificio amputato della solidarietà, la rinuncia svuotata della speranza, il prezzo da pagare dissociato dal valore del bene da acquisire diventano insopportabili: nella communitas, infatti, il sacrificio è il debito che io liberamente assumo verso l’altro, altrimenti la communitas stessa cessa di esistere.

Solo un ideale altro e alto, la speranza di contribuire a un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto, la preoccupazione per il benessere di chi verrà dopo di noi, la solidarietà con chi, vicino o lontano da noi, non può accedere a beni essenziali che noi non ci rendiamo nemmeno più conto di possedere può spingerci non solo ad accettare i sacrifici ma ad affrontarli con consapevolezza e convinzione: quanti tra coloro che ci hanno preceduto avrebbero affrontato le difficoltà della vita se non avessero sperato di offrirci una condizione migliore? Perché il risultato del sacrificio non è il poterne fare finalmente a meno, bensì l’affermare con la propria vita quotidiana che un altro mondo è possibile, che l’uomo non è nemico dell’uomo e che vi sono principi di equità, di giustizia, di pace, di solidarietà che vale la pena vivere a qualunque prezzo: in fondo, il valore di ogni nostro desiderio è il prezzo che siamo disposti a pagare per raggiungerlo.

Davvero il sacrificio è iscritto nell’amore, perché nelle storie d’amore sempre accade che per il bene dell’altro io devo rinunciare a qualcosa che è solo a mio vantaggio, secondo il mio desiderio o capriccio. Allora, anche se il nostro faticoso lavorare il campo della vita non dovesse essere coronato dai frutti, ci resterà almeno la soddisfazione di aver dissodato il terreno perché altri, cui siamo legati dalla comune umanità, potranno trovarvi nutrimento e gioia.

“Sacrifici, segnali d’amore” di ENZO BIANCHI da La Stampa del 11 dicembre 2011


il sistema delle PENSIONI, da Rai Uno

PENSIONI: non è lotta di classe, ma matematica


come funziona il sistema delle PENSIONI, a cura del CerP, da Superquark, 2011

PENSIONI: non è lotta di classe, ma matematica


MEMORIA E INVECCHIAMENTO, relazione di Luciana Quaia a un incontro organizzato dalla associazione CENTRO DEL SORRISO, sala consiliare del Comune di Guanzate3 dicembre 2011


Il Lavoro e la vita, di Gianpiero Dalla Zuanna), da Il Corriere della Sera del 02/12/2011.

Nel gran parlare di pensioni, non si affronta con la necessaria profondità una questione importante per la vita delle persone e per l’intera società. Al di là degli indubbi risparmi per l’erario, è veramente possibile lavorare fino a settant’anni e oltre? Oppure il prolungamento della vita lavorativa rischia di causare grandi difficoltà individuali, oltre a generare organizzazioni del lavoro poco efficienti? Dal punto di vista strettamente demografico, non dovrebbero esserci troppi problemi.
Infatti, nel giro di trent’anni la vita media in Italia è aumentata di nove anni per gli uomini (da 70 a 79 anni) e di sette anni per le donne (da 77 a 84 anni) e — nello stesso tempo — sono aumentati pressappoco della stessa misura anche gli anni vissuti in buone o discrete condizioni fisiche e mentali. Le condizioni di salute del settantenne italiano medio di oggi non sono neppure paragonabili a quelle del settantenne di trent’anni fa. Inoltre, studi recenti dimostrano che la permanenza sul posto di lavoro rallenta il decadimento cognitivo, e che se l’età alla pensione è più elevata le aziende investono maggiormente e in modo più continuativo anche sulla formazione dei lavoratori maturi.
Tuttavia, è sbagliato pensare che tutto possa essere risolto con un tratto di penna, facendo slittare in avanti di qualche anno l’età alla pensione. Infatti, malgrado le scoperte della medicina e il miglioramento degli stili di vita, non esiste l’elisir di giovinezza, e con l’età le capacità fisiche e mentali inesorabilmente declinano. Quindi, con l’aumentare del numero dei lavoratori maturi, dovrebbero anche moltiplicarsi le forme di lavoro flessibile, garantendo un’uscita soft dal mondo produttivo. Oggi la grande maggioranza dei neo pensionati passa da un lavoro più o meno simile a quello che svolgeva quando aveva quarant’anni alla totale assenza di lavoro. Ciò è irragionevole e poco efficiente. Si potrebbero invece generalizzare forme miste di lavoro-pensione. Ad esempio, un insegnante potrebbe trascorrere i suoi ultimi cinque anni di lavoro (diciamo fra i 65 e i 70 anni) percependo metà pensione e metà stipendio, con un orario di insegnamento dimezzato, magari concentrato su tre giornate lavorative. Lo stesso meccanismo potrebbe essere messo in atto per moltissimi altri lavori, sia manuali che intellettuali, con il vantaggio — tutt’altro che trascurabile — di accumulare altri contributi, aumentando l’entità della pensione negli anni successivi. Inoltre, andrebbero individuati al più presto i lavori più impegnativi sul piano fisico, favorendo non tanto il ritiro precoce dal lavoro di chi li sostiene, ma piuttosto lo spostamento — dopo una certa età — verso attività fisicamente e psicologicamente più sostenibili.
È su questo tipo di provvedimenti che i sindacati dovrebbero concentrare i loro sforzi, facendo proposte circostanziate e praticabili per ogni tipo di lavoro e di professione, abbandonando la difesa di un’età di uscita dal lavoro fiscalmente poco sostenibile e — alla fin fine — poco conveniente per gli stessi lavoratori. Perché lavorando bene e più a lungo, molti pensionati invecchieranno meglio, oltre a garantirsi pensioni più dignitose.


Anziano “fragile” | di Massimo Tanzi in Muoversi Insieme

Nella vita di molti anziani, si manifestano con notevole frequenza svariate patologie, che assumono carattere di cronicità. La pluripatologia comporta spesso una ridotta autonomia funzionale, a cui si associano spesso solitudine ed isolamento. Aggrava questa condizione l’assunzione di numerosi farmaci, i quali possono contribuire, con i loro effetti collaterali, allo sviluppo di una condizione di “fragilità”, che aumenta a sua volta il rischio di ulteriori problemi sanitari.
Effettivamente, il rischio di morte, in un periodo di osservazione di tre anni, sembrerebbe più che doppio per gli anziani “fragili” rispetto a coetanei non fragili.

L’autonomia dell’anziano, compromessa in funzioni essenziali come la cognitiva, la motoria, il linguaggio, l’alimentazione, l’igiene personale (tipicamente alterate in patologie prevalentemente neurologiche), si riduce con il progredire della sua fragilità

segue qui: Anziano “fragile” | Muoversi Insieme.


Anziani oggi: il ruolo degli anziani attivi nella famiglia e nella società, Stresa 20 maggio 2001, relazioni video del convegno

sono disponibili on line (www.anzianioggi.org) le relazioni video del convegno “Anziani oggi: il ruolo degli anziani attivi nella famiglia e nella società”, tenutosi a Stresa il 20 maggio scorso


Non autosufficienti, accordo Regione Lombardia-sindacati

Maggiore trasparenza mirata al contenimento delle rette praticate nelle Residenze Sanitarie per Anziani (RSA) e nelle Residenze Sanitarie per Disabili (RSD); sperimentazione su tutte le ASL del nuovo modello di assistenza domiciliare integrata (ADI), attivazione sul territorio di equipe multi-professionali (con esperti del settore socio-sanitario) per facilitare l’accesso alla rete dei servizi. Sono gli impegni assunti da Regione Lombardia nell’ambito dell’accordo sottoscritto oggi dall’assessore regionale alla alla Famiglia, Conciliazione, Integrazione e Solidarietà Sociale  con i segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, oltre che con i rappresentanti delle associazioni dei pensionati che fanno capo agli stessi sindacati.

l’intera scheda: Regione :: Non autosufficienti, accordo Boscagli-sindacati.


Secondo Rapporto sulla non autosufficienza in Italia, Ministero del lavoro e delle politiche sociali e curato dal Prof. Lino Del Favero

 

Rapporto sulla non autosufficienza in Italia
Disponibile la seconda edizione

Pubblicato il secondo Rapporto sulla non autosufficienza in Italia, promosso dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali e curato dal Prof. Lino Del Favero.

Il Rapporto prosegue l’analisi avviata nella precedente edizione, approfondendo il tema dell’assistenza territoriale e delle cure domiciliari nonché della sostenibilità dei modelli di welfare.

• Secondo Rapporto sulla non autosufficienza in Italia (formato .pdf 4,08 Mb)

da: LPS – Lavoro e Politiche Sociali  –  Secondo Rapporto sulla non autosufficienza in Italia.


Regione Lombardia: normativa regionale che disciplina i servizi e le strutture di accoglienza per anziani

Normativa

La normativa regionale che disciplina i servizi e le strutture di accoglienza per anziani.

Rsa – Residenza sanitaria assistenziale


Allegati

La delibera relativa ai requisiti dell'alloggio protetto per gli anziani (d.g.r. 11497 del 17 marzo 2010) La delibera relativa ai requisiti dell’alloggio protetto per anziani (d.g.r. 11497 del 17 marzo 2010) (317 KB) PDF

 

DA: Famiglia, Conciliazione, Integrazione e Solidarietà Sociale :: Normativa.


CURE AGLI ANZIANI, PATTO CON LE REGIONI, di Crstiano Gori, Il Sole 24 Ore 21 novembre 2011

Nel suo discorso d’insediamento il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha collocato l’assistenza agli anziani non autosufficienti tra i temi sul quale il nuovo Esecutivo intende intervenire. [...] La sfida di trovare risposte adeguate nell’assistenza impegna l’intero territorio italiano eppure la politica nazionale non se ne è, mai, molto interessata. 

CICERONE, Cato maior, de senectute

CICERONE, Cato maior, de senectute

(a cura di DIEGO FUSARO)


I 1 «O Tito, se ti aiuto e ti libero dell’angosciache ora, confitta nel cuore, ti brucia e ti tormenta, che ricompensa avrò?» Posso davvero rivolgermi a te, Attico, con gli stessi versi con cui a Flaminino si rivolge «quell’uomo non di grandi ricchezze, ma pieno di lealtà» anche se sono sicuro che, diversamente da Flaminino, non «ti agiti così, Tito, giorno e notte».

Conosco la misura e l’equilibrio del tuo animo e so che da Atene non hai riportato solo il tuo soprannome, ma anche cultura e saggezza. E tuttavia sospetto che, talvolta, ti assillino molto gravemente i problemi che travagliano anche me. Consolarsi da essi è impresa assai ardua e da differirsi ad altro momento.

Ora, invece, mi è sembrato opportuno comporre per te qualcosa sulla vecchiaia. 2 Del peso, comune a entrambi, della vecchiaia che già abbiamo addosso o almeno si avvicina a grandi passi intendo alleviare me e te, benché sia sicuro che, come ogni evento, la sopporti e la sopporterai con equilibrio e ragionevolezza. Ma quando avvertivo il desiderio di scrivere qualcosa sulla vecchiaia, eri tu che ti presentavi alla mia mente, degno di un dono che potesse giovare all’uno e all’altro di noi, in comune. Davvero la stesura di questo libro è stata per me così piacevole che non solo ha cancellato tutte le noie della vecchiaia, ma ha reso la vecchiaia persino dolce e piacevole. Mai, dunque, si potrà lodare abbastanza degnamente la filosofia che permette, a chi la segue, di vivere ogni stagione della vita senza noie.

3 Su altri argomenti molto ho detto e molto dirò. Questo libro sulla vecchiaia lo dedico a te. Ho attribuito l’intero discorso non a Titono, come fa Aristone di Ceo – ci sarebbe del resto poca autorità in una leggenda -, ma a Marco Catone il vecchio, per dare maggiore autorità alla dissertazione. Vicino a lui immaginiamo Lelio e Scipione pieni di stupore perché sopporta la vecchiaia con tanta serenità e Catone intento a rispondere loro. Se ti sembrerà che discuta con più cultura di quanto non sia solito fare nei suoi libri, attribuiscilo alla letteratura greca di cui, com’è noto, fu accanito studioso da vecchio. Ma perché dilungarmi? Ormai il discorso di Catone in persona illustrerà appieno la mia idea della vecchiaia.

II 4 SCIPIONE. Spesso mi sono stupito insieme a Caio Lelio, qui con me, della tua saggezza eccellente in tutte le cose, o Marco Catone, e perfetta, ma soprattutto del fatto che non mi hai mai dato la sensazione di vivere la vecchiaia come un peso. Eppure essa risulta così odiosa alla maggior parte dei vecchi che, a sentirli, sosterrebbero un carico più pesante dell’Etna.

CATONE. Non è davvero un’impresa difficile, cari Scipione e Lelio, quella di cui sembrate stupirvi. Chi infatti non abbia dentro di sé risorse per vivere bene e felice subisce il peso di tutte le età; chi invece trae da se stesso ogni bene non può considerare un male quel che necessità di natura impone. La vecchiaia fa parte di queste cose più delle altre. Tutti desiderano raggiungerla, ma, una volta raggiunta, la investono di accuse: tanta è l’incoerenza e l’assurdità della stoltezza! Dicono che si insinui prima di quanto pensassero. Primo: chi li ha indotti a credere il falso? Forse che la vecchiaia subentra furtiva alla giovinezza più rapidamente di quanto la giovinezza subentri furtiva all’infanzia? Secondo: come può la vecchiaia essere per loro meno pesante se avessero ottocento anni anziché ottanta? Quando infatti gli anni passati, per lunghi che siano, sono volati via, non c’è consolazione che possa mitigare la vecchiaia degli stolti. 5 Perciò, se siete soliti stupirvi della mia saggezza – possa essere degna del vostro giudizio e del mio soprannome! – sono saggio in questo: seguo la natura, ottima guida, come se fosse un dio e le obbedisco; non è verosimile che essa abbia descritto bene tutte le altre parti della vita per poi buttare giù l’ultimo atto, come un poeta senz’arte. Ma era pur necessario che esistesse qualcosa di ultimo, qualcosa, per così dire, di vizzo e sul punto di cadere, per maturità compiuta, come accade ai frutti degli alberi e ai prodotti della terra. Il saggio deve sopportare questa realtà con condiscendenza: la lotta dei Giganti contro gli dèi che altro è se non una ribellione contro la natura?

6 LELIO. Ebbene, Catone, sarà per noi un grandissimo piacere – e lo dico anche a nome di Scipione – se impareremo da te, molto tempo prima, come poter affrontare nel migliore dei modi il peso crescente degli anni, poiché speriamo, o almeno ci auguriamo, di diventare vecchi.

CATONE. Va bene, lo farò, Lelio, soprattutto se, come dici, sarà un piacere per tutt’e due.

LELIO. Vorremmo davvero vedere, se non ti rincresce, Catone, come sia questo luogo cui sei giunto, dopo aver percorso, per così dire, una lunga strada, la stessa che si dovrà intraprendere anche noi.

III 7 CATONE. Farò del mio meglio, Lelio. Spesso, infatti, mi sono trovato in mezzo alle lamentele dei miei coetanei – come dice un antico proverbio «il simile si accompagna più facilmente al simile» – . Come Caio Salinatore, come Spurio Albinio, ex consoli, più o meno miei coetanei, si lamentavano ora perché non provavano più quei piaceri senza i quali la vita, secondo loro, non era vita, ora perché erano disprezzati da chi, prima, li trattava con abituale deferenza! Secondo me non accusavano quel che si doveva accusare. Se infatti la vecchiaia fosse responsabile di ciò, gli stessi mali patirei io e tutti gli altri anziani; invece ho conosciuto molti che non si lamentano di esser vecchi, perché considerano tutt’altro che un dispiacere l’essersi liberati dai vincoli delle passioni e non sono guardati dall’alto in basso da amici e parenti. Ma responsabile di tutte queste lagnanze è il carattere, non l’età: i vecchi equilibrati, che non sono difficili né scontrosi, trascorrono una vecchiaia sopportabile. L’intrattabilità e la mancanza di cortesia, invece, sono un peso a tutte le età.

8 LELIO. Hai ragione, Catone. Ma forse qualcuno potrebbe ribattere che la vecchiaia ti risulta più sopportabile perché hai potere, ricchezza e prestigio, privilegi che non possono toccare a molti.

CATONE. Eh sì, caro Lelio, questi privilegi valgono qualcosa, ma non sono certamente tutto. Per esempio, si racconta che Temistocle, in un litigio, abbia risposto a uno di Serifo che gli rimproverava di aver raggiunto lo splendore per gloria non sua, ma della patria: «Mai, perdio, disse, sarei diventato famoso se fossi di Serifo, ma nemmeno tu, se fossi di Atene». Altrettanto si può dire della vecchiaia: nella più grande povertà non può essere leggera neppure per il saggio, per lo stolto non può essere pesante anche nella più grande ricchezza. 9 Le armi in assoluto più idonee alla vecchiaia, cari Scipione e Lelio, sono la conoscenza e la pratica delle virtù che, coltivate in ogni età, dopo una vita lunga e intensa, producono frutti meravigliosi non solo perché non vengono mai meno, neppure al limite estremo della vita – cosa di per sé importantissima -, ma anche perché la coscienza di una vita spesa bene e il ricordo di molte buone azioni sono una grandissima soddisfazione.

IV 10 Come a un coetaneo, volli bene, io giovane lui vecchio, a Quinto Massimo, il riconquistatore di Taranto. C’era in quell’uomo grande una severità condita dall’affabilità e la vecchiaia non aveva cambiato il suo carattere. Veramente, iniziai a rendergli onore quando non era molto anziano, ma tuttavia già avanti negli anni: era stato console per la prima volta l’anno successivo alla mia nascita e, quando lo fu per la quarta volta, partii con lui – ero un giovincello – come soldato semplice per Capua e cinque anni dopo per Taranto. Divenuto questore, esercitai tale magistratura sotto il consolato di Tuditano e Cetego quando lui, ormai molto vecchio, sosteneva la legge Cincia «sui doni e le ricompense». Sapeva al tempo stesso combattere come un ragazzo nonostante l’età molto avanzata e fiaccare con la pazienza un Annibale pieno di ardore giovanile. Di lui scrisse magnificamente il mio amico Ennio:

«Un solo uomo, temporeggiando, salvò la nostra patria;

non anteponeva il mormorar della gente al bene pubblico.

Così, risplende e sempre più risplenderà la sua gloria.»

11 E Taranto, con che instancabilità, con che intelligenza la riprese! In tale occasione con le mie orecchie lo sentii ribattere a Salinatore che, persa la città, si era rifugiato nella rocca e si gloriava con queste parole: «Per opera mia, Quinto Fabio, hai ripreso Taranto!» «Certo!» rispose ridendo. «Se tu non l’avessi persa io non l’avrei mai ripresa!» E davvero non fu più eccellente nelle armi che in toga: console per la seconda volta, sebbene il suo collega Spurio Carvilio non prendesse posizione, si oppose finché poté al tribuno della plebe Caio Flaminio che, contro il volere del senato, intendeva procedere a una distribuzione fra i singoli individui del territorio piceno e gallico. Quando fu augure osò dire che hanno i migliori auspici le iniziative intraprese a vantaggio dello stato mentre le proposte avanzate a suo danno hanno auspici sfavorevoli. 12 Ebbi modo di apprezzare in lui molte eccellenti qualità, ma nessuna più ammirevole del modo in cui sopportò la morte del figlio, uomo illustre ed ex console. Il suo elogio funebre è nelle mani di tutti; quando lo leggiamo, quale filosofo non ne esce sminuito? E non solo si rivelò grande alla luce del sole e agli occhi dei suoi concittadini, ma ancora più notevole nell’intimità e in casa. Che modo di esprimersi, che insegnamenti, che conoscenza dell’antichità, che competenza nel diritto augurale! E vasta era la sua cultura letteraria, per essere un romano: ricordava non solo tutte le vicende interne, ma anche quelle estere. Godevo del suo conversare con tanta avidità come se già presagissi quanto si sarebbe avverato in seguito: morto lui, non avrei avuto più nessuno da cui imparare.

V 13 Allora, perché tante parole su Massimo? Per farvi capire bene che sarebbe un’empietà dire infelice una simile vecchiaia. È pur vero che non tutti possono essere degli Scipione o dei Massimi per ricordarsi città espugnate, battaglie terrestri e navali, guerre da loro condotte, trionfi. Ma anche la vecchiaia di una vita trascorsa nella calma, nell’onestà e nella distinzione è tranquilla e dolce, come fu, secondo la tradizione, quella di Platone, che mori a ottantun anni mentre era impegnato a scrivere, e quella di Isocrate, che dice di aver composto, novantaquattrenne, l’opera intitolata Panatenaico e visse ancora cinque anni; il suo maestro, Gorgia di Leontini, compì centosette anni senza smettere mai di studiare e lavorare; quest’ultimo, a chi gli chiedeva perché volesse vivere così a lungo, rispondeva: «Non ho niente da rimproverare alla vecchiaia!» Risposta eccezionale e degna di un uomo colto!14 Sono infatti gli ignoranti a imputare alla vecchiaia vizi e colpe loro, diversamente da chi ho menzionato poco fa, Ennio:

«Come destriero impetuoso, che spesso nel tratto finale

vinse a Olimpia, ora, dalla vecchiaia stremato, riposa …»

Paragona la sua vecchiaia a quella di un cavallo impetuoso e vincitore. Lo potete ricordare bene: diciannove anni dopo la sua morte sono stati eletti i consoli ora in carica, Tito Flaminino e Manlio Acilio; mori l’anno in cui erano consoli Cepione e, per la seconda volta, Filippo, quando io, allora sessantacinquenne, sostenevo la legge Voconia con gran voce e buoni polmoni. Ebbene, a settant’anni – tanto visse Ennio – sopportava così bene i due pesi considerati più gravi, povertà e vecchiaia, da sembrare quasi compiacersene.

15 In realtà, quando esamino il problema sotto tutti gli aspetti, trovo quattro motivi che fanno sembrare la vecchiaia infelice. Primo: allontana dalle attività. Secondo: indebolisce il corpo. Terzo: priva di [quasi] tutti i piaceri. Quarto: è a un passo dalla morte. Analizziamo, se siete d’accordo, la portata e il valore di ciascun motivo.

VI La vecchiaia ci porta via dalle attività. – Da quali? Da quelle che si compiono con le energie della giovinezza? Non ci sono forse occupazioni che gli anziani possano svolgere con la mente, anche senza forze fisiche? Allora non faceva niente Quinto Massimo, niente Lucio Paolo, tuo padre, suocero di quell’uomo eccellente che era mio figlio? E gli altri vecchi, i Fabrizi, i Curi, i Coruncani, quando difendevano lo stato con senno e autorità non facevano niente? 16 Alla vecchiaia di Appio Claudio si aggiungeva la cecità. Eppure, quando il senato era incline a stipulare il trattato di pace con Pirro, non esitò a dire quel che Ennio trascrisse in versi:

«Dove piegano le vostre menti, dementi,

che sin qui solevano proceder rettè?»

e così via con stile molto solenne. Vi è nota l’opera e, del resto, esiste ancora il discorso di Appio. Ebbene, parlò così diciassette anni dopo il suo secondo consolato, quando erano trascorsi dieci anni tra il suo primo e secondo mandato ed era già stato censore prima del consolato iniziale. Da ciò si capisce che durante la guerra di Pirro era molto avanti con gli anni; e tuttavia così ci hanno tramandato i Padri. 17 Non adduce quindi nessuna valida ragione chi sostiene che la vecchiaia non abbia parte attiva nella vita pubblica; è come se dicesse che il timoniere, nel corso della navigazione, non fa niente perché, mentre gli altri salgono sugli alberi, corrono su e giù per i ponti e svuotano la sentina, lui invece siede tranquillo a poppa a reggere il timone. Il vecchio non fa le stesse cose dei giovani, ma molto di più e meglio: le grandi azioni non sono frutto della forza, della velocità o dell’agilità fisica, ma del senno, dell’autorità, della capacità di giudizio, qualità di cui la vecchiaia, di solito, non solo non si priva, ma anzi si arricchisce.

18 A meno che, dopo aver partecipato a ogni tipo di guerra come soldato semplice, tribuno, luogotenente e console, non vi dia l’impressione di stare con le mani in mano perché ho smesso di combattere. Ma consiglio al senato che politica seguire e con quali strategie: molto in anticipo dichiaro guerra a Cartagine che da tempo trama contro di noi; non smetterò di temerla finché non la saprò rasa al suolo. 19 Gli dèi immortali ti riservino questa palma, o Scipione, e ti concedano di portare a termine l’impresa lasciata incompiuta da tuo nonno! Sono passati trentatré anni dalla sua morte, ma tutti gli anni a venire manterranno vivo il ricordo di quel grande. Morì l’anno prima della mia censura, nove anni dopo il mio consolato durante il quale fu eletto console per la seconda volta. Ebbene, se fosse vissuto sino a cento anni, sarebbe forse scontento della propria vecchiaia? Certo non potrebbe fare incursioni, saltare, combattere da lontano con la lancia o da vicino con il gladio, ma farebbe valere il senno, la ragione, la capacità di giudizio. Se tali qualità non fossero nei vecchi, i nostri antenati non avrebbero chiamato «senato» il consiglio supremo. 20 A Sparta, appunto, chi esercita la magistratura più alta ha l’età e quindi il nome di «vecchio». Se poi volete leggere o ascoltare la storia delle nazioni straniere, scoprirete che sono stati i giovani a mandare in rovina gli stati più forti, i vecchi a sostenerli e a rimetterli in piedi.

«Dite, come perdeste in così poco tempo il vostro stato, tanto potente?»

A tale domanda, formulata nel Ludo del poeta Nevio, si risponde, tra le altre cose, in primo luogo così:

«Spuntavano nuovi oratori, stupidi sbarbatelli.»

Naturale: la temerarietà è tipica dell’età in fiore, la saggezza dell’età declinante.

VII 21 Ma la memoria diminuisce. È vero, se non la eserciti o se per natura sei un po’ tardo. Temistocle sapeva a memoria il nome di tutti i suoi concittadini; credete forse che, arrivato a una certa età, si sia messo a salutare Aristide chiamandolo Lisimaco? Da parte mia, non solo conosco le persone vive ai giorni nostri, ma anche i loro padri e i loro avi, e quando leggo le iscrizioni sepolcrali non ho paura, come si dice, di perdere la memoria: anzi, nel leggerle, rinnovo il ricordo dei morti. In realtà non ho mai sentito dire che uno da vecchio si sia dimenticato del luogo in cui aveva nascosto il tesoro; i vecchi ricordano quanto hanno a cuore, le malleverie prestate, i debitori, i creditori.22 E i giureconsulti? E i pontefici? E gli àuguri? E i filosofi? Sono vecchi, ma quante cose ricordano! I vecchi conservano le capacità intellettuali purché preservino interessi e dinamismo; e questo non solo negli uomini famosi e insigniti di cariche, ma anche nella tranquilla vita privata. Sofocle compose tragedie sino all’estremo limite della vecchiaia; poiché, per questa sua passione, sembrava trascurare il patrimonio familiare, fu chiamato in giudizio dai figli: volevano che, allo stesso modo in cui, da noi, si è soliti interdire quei padri che gestiscono male le loro sostanze, così i giudici lo rimuovessero dal controllo del patrimonio familiare come se fosse un rimbambito. Allora il vecchio, così si racconta, declamò ai giudici la tragedia che, da poco composta, aveva tra le mani, l’Edipo a Colono, e chiese se quell’opera sembrava scritta da un rimbambito; finita la declamazione, i giudici decisero di proscioglierlo. 23 Ebbene, forse Sofocle e forse Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro e quelli prima nominati, Isocrate e Gorgia, e i primi filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Senocrate, e successivamente Zenone e Cleante o colui che voi stessi avete visto a Roma, Diogene lo stoico, vennero ridotti al silenzio nei loro interessi dalla vecchiaia? O in tutti loro il fervore intellettuale non durò quanto la vita?

24 Orbene, per tralasciare questi studi divini, potrei menzionare i contadini romani della Sabina, miei vicini e amici, senza i quali non si eseguono mai lavori agricoli di una certa importanza, non si semina, non si raccolgono i frutti e non si ripongono. Ma, nel loro caso, c’è meno da stupirsi: nessuno, infatti, è così vecchio da non pensare di poter vivere almeno un altr’anno; eppure si danno un gran da fare anche in lavori che – lo sanno bene – non presentano per loro nessuna utilità:

«Pianta alberi che daranno frutti alla generazione successiva.»

come dice il nostro Stazio nei Sinefebi. 25 L’agricoltore, in realtà, per quanto vecchio sia, se gli viene chiesto per chi pianta, non esita a rispondere: «Per gli dèi immortali, i quali vollero che non solo ricevessi tali doni dai miei antenati, ma li trasmettessi anche ai posteri.»

VIII E meglio si esprime Cecilio a proposito del vecchio che provvede alla generazione futura rispetto a quando dice:

«Perdio, vecchiaia, se non portassi al tuo arrivo

nessun altro male, questo solo basterebbe:

vedere, vivendo a lungo, molte cose che non si vorrebbero.»

e forse molte che si vorrebbero! Anzi, anche la giovinezza si imbatte spesso in quel che non vuole. Ma ecco un passo di Cecilio ancora peggiore:

«Della vecchiezza questo reputo il male più grande:

sentire che, da vecchi, si è odiosi agli altri.»

26 – benvoluti, non odiosi! Come i ragazzi di indole onesta piacciono ai vecchi saggi e la vecchiaia di chi è onorato e amato dai giovani diventa più leggera, così i ragazzi ricevono con gioia i precetti dei vecchi dai quali son condotti all’amore della virtù; e so di piacere a voi non meno di quanto voi piacciate a me.

Vedete dunque come la vecchiaia, lungi dall’essere fiacca e inerte, sia invece attiva e sempre impegnata a fare e meditare qualcosa, in relazione, s’intende, alle attitudini che ciascuno aveva negli anni precedenti. E le persone che si aggiornano sempre? Per esempio, vediamo Solone vantarsi, nei suoi versi, quando dice di invecchiare imparando ogni giorno qualcosa di nuovo. L’ho fatto pure io, che da vecchio ho studiato la letteratura greca. L’ho abbordata con tanta avidità, come se desiderassi spegnere una lunga sete, da riuscire ad apprendere le nozioni che ora mi vedete usare a mo’ di esempio. E quando sento dire che Socrate fece lo stesso con la lira, vorrei imitarlo anch’io – gli antichi, infatti, studiavano la lira -, ma almeno mi sono dedicato anima e corpo alle lettere.

IX 27 E ora non rimpiango davvero la forza di un giovane – ecco il secondo punto sui difetti della vecchiaia – più di quanto, da giovane, non desiderassi la forza di un toro o di un elefante. Conviene valersi di quel che si ha e, qualunque cosa si faccia, farla secondo le proprie forze. Si possono immaginare parole più spregevoli di quelle di Milone di Crotone? Si racconta che, mentre assisteva, ormai vecchio, a un allenamento di atleti nello stadio, si guardò i bicipiti ed esclamò in lacrime: «Ahimè, sono belli e morti!» Non tanto loro, quanto te stesso, cialtrone, perché sei diventato famoso, non per merito tuo, ma dei tuoi polmoni e dei tuoi bicipiti! Niente del genere Sestio Elio, né, molti anni prima, Tiberio Coruncanio, né, di recente, Publio Crasso, che fornivano consulenze ai loro concittadini in materia giuridica; sino all’ultimo respiro conservarono la loro competenza. 28 L’oratore, temo, perde vigore con la vecchiaia; la sua professione, infatti, non dipende solo dall’intelletto, ma anche dai polmoni e dalla forza fisica. È vero che la sonorità della voce continua a spiccare, non so come, anche in vecchiaia; io non l’ho ancora persa e vedete gli anni che ho. Tuttavia il conversare calmo e disteso si addice a un vecchio e i suoi discorsi eleganti e dolci si conciliano da soli l’attenzione del pubblico. Se non ci riuscissi più, potresti sempre fornire precetti a Scipione o a Lelio: infatti, cosa c’è di più bello di una vecchiaia circondata dal fervore dei giovani? 29 O non vogliamo lasciare alla vecchiaia neppure forze sufficienti per istruire i giovani, per formarli e prepararli a tutti i compiti imposti dal dovere? Può esistere missione più nobile di questa? Davvero fortunati mi sembravano Cornelio e Publio Scipione, e i tuoi due nonni, Lucio Emilio e Publio Africano, per il loro séguito di giovani; e non c’è maestro di arti liberali che non sia da considerar felice nonostante il declino e il venir meno delle forze fisiche. Del resto, proprio questa defezione delle forze dipende più spesso dai vizi della giovinezza che dai difetti della vecchiaia: una giovinezza sfrenata e intemperante, infatti, consegna alla vecchiaia un corpo esaurito. 30 Ciro appunto, nel discorso che tenne in punto di morte quando era molto vecchio, come scrive Senofonte, dice di non essersi mai accorto di esser diventato, da anziano, più debole di quanto lo fosse da giovane. Mi ricordo di Lucio Metello – ero allora un ragazzo – che, eletto pontefice massimo quattro anni dopo il suo secondo consolato, esercitò quel sacerdozio per ventidue anni: ebbene, conservò sino alla fine forze così prospere da non rimpiangere la giovinezza. Non è necessario che parli di me, benché questo sia un comportamento senile e lo si perdoni alla nostra età. X 31 Non vedete come Nestore, in Omero, vanti molto spesso le proprie virtù? Vedeva ormai la terza generazione di uomini e non aveva da temere, vantandosi a ragione, di sembrare troppo presuntuoso o troppo loquace: come dice Omero, «dalla sua lingua la parola fluiva più dolce del miele». E non aveva bisogno della forza del corpo per ottenere questa soavità; tuttavia il grande condottiero della Grecia non si augura mai di avere dieci uomini come Aiace, ma come Nestore sì; nel qual caso non ha dubbi: Troia cadrebbe in poco tempo.

32 Ma ritorno a me. Vado per gli ottantaquattro anni e vorrei davvero vantarmi come Ciro: ma almeno posso dire questo, che, anche se non ho più le forze di quando ero soldato semplice nella guerra punica o questore nella stessa guerra o console in Spagna o, quattro anni dopo, di quando ho combattuto strenuamente alle Termopili come tribuno militare sotto il console Manlio Acilio Glabrione, nonostante ciò, come vedete, la vecchiaia non mi ha tolto il nerbo, non mi ha messo a terra, e non lamentano l’assenza delle mie forze il senato, i rostri, i clienti, gli ospiti. Mai, infatti, ho approvato l’antico e lodato proverbio che consiglia di invecchiare prematuramente se si voglia restare vecchi a lungo; per quanto mi riguarda, preferirei esser vecchio meno a lungo che diventarlo prima del tempo. E così, finora, nessuno che abbia voluto un appuntamento con me non è stato ricevuto perché ero occupato.

33 Ma ho meno forze di ciascuno di voi due. – Neppure voi, però, avete le forze del centurione Tito Ponzio: averle, lo rende superiore? L’importante è che ciascuno usi le forze con moderazione e si sforzi quel tanto che può: non ne sentirà così una grande mancanza. Si racconta che Milone abbia attraversato lo stadio di Olimpia con un bue sulle spalle. Ebbene, preferiresti avere le forze fisiche di Milone o le forze intellettuali di Pitagora? Insomma, usa questa risorsa finché c’è, quando non ci sarà più non rimpiangerla, a meno che i giovani non debbano rimpiangere l’infanzia e, più avanti negli anni, la giovinezza. La vita ha un corso determinato, la natura segue una via unica e questa è semplice; ogni fase dell’esistenza ha ricevuto una fisionomia tale che la fragilità dei bambini, la spavalderia dei giovani, la serietà dell’età adulta e la maturità della vecchiaia corrispondono a una predisposizione naturale da cogliersi a tempo opportuno. 34 Credo che tu sappia, Scipione, cosa fa oggi a novant’anni Massinissa, ospite di tuo nonno: quando inizia un viaggio a piedi non sale mai a cavallo, quando invece lo inizia a cavallo non smonta mai; non c’è pioggia, non c’è vento che lo inducano a coprirsi il capo; il suo fisico è asciuttissimo; in questo modo adempie a tutti i doveri e gli obblighi di un re. L’esercizio e la temperanza permettono dunque di conservare parte dell’antica forza anche da vecchi.

XI Non ci sono forze in vecchiaia? – Ma dalla vecchiaia non si richiede neppure la forza fisica! Tant’è vero che le leggi e le consuetudini dispensano la nostra età da quei compiti non assolvibili senza vigore fisico. Così non solo non siamo tenuti a fare ciò che non possiamo, ma nemmeno quel tanto che potremmo.

35 Molti vecchi, però, sono così deboli da non poter attendere a nessun compito imposto dal dovere o addirittura dalla vita. Sì, ma non è un difetto tipico della vecchiaia quanto in generale della salute. Com’era debole il figlio di Publio Africano, tuo padre adottivo! Che salute cagionevole o addirittura inesistente! In caso contrario si sarebbe levato come secondo faro della città: alla grandezza d’animo paterna, infatti, si aggiungeva una cultura più ricca. Allora, che c’è di strano se talvolta i vecchi sono malati quando neppure i giovani possono evitarlo? Bisogna affrontare la vecchiaia con coraggio, cari Lelio e Scipione, e compensare i suoi difetti con le cure, bisogna combattere contro di essa come contro una malattia, aver riguardo della salute, 36praticare esercizi con moderazione, mangiare e bere quel tanto da ricostituire le energie, non da schiacciarle. Non bisogna provvedere solo al corpo, ma molto di più alla mente e all’animo: come se in una lampada non versassi più olio, la vecchiaia li spegne; ma mentre il corpo per lo sforzo degli esercizi si sente pesante, l’animo esercitandosi si fa più leggero. Quando Cecilio dice «stupidi vecchi da commedia» intende i creduloni, gli smemorati, gli scapestrati; e questi non son difetti di ogni vecchiaia, ma di una vecchiaia inerte, imbelle e sonnacchiosa. Come l’insolenza, come il piacere dei sensi è più dei giovani che dei vecchi, e non di tutti i giovani ma di quelli che non sono perbene, così la demenza senile chiamata di solito rimbambimento è dei vecchi poveri di spirito, non di tutti. 37 Quattro figli nel fiore degli anni, cinque figlie, una grande casa, una numerosa clientela: ecco su chi dominava Appio Claudio, ed era cieco e vecchio. Teneva infatti l’animo teso come un arco e non soccombeva alla vecchiaia cedendo all’inerzia. Conservava non solo l’autorità, ma anche il comando sui suoi; i servi lo temevano, i figli lo rispettavano, tutti lo avevano caro; in quella casa vigeva la tradizione e la disciplina dei Padri. 38 La vecchiaia è infatti rispettata soltanto se sa difendersi da sola, se mantiene inalterati i propri diritti, se non si rende schiava di nessuno, se sino all’ultimo respiro esercita il dominio sui suoi. Come infatti approvo il giovane in cui ci sia qualcosa di senile, così il vecchio in cui ci sia qualcosa di giovanile; chi si attiene a tale norma potrà essere vecchio di corpo, ma non lo sarà mai di spirito.

Sto lavorando al settimo libro delle Origini, sto raccogliendo tutti i documenti storici e proprio ora do l’ultimo ritocco alle orazioni di tutte le cause famose che ho difeso, mi occupo di diritto augurale, pontificale e civile, dedico molto tempo anche alle lettere greche e, come i Pitagorici, per esercitare la memoria, ricordo di sera ciò che ho detto, ascoltato, fatto ogni giorno. Questi sono gli esercizi dell’intelligenza, questa la palestra della mente, in questi sudo e mi sforzo senza sentire una grande mancanza del vigore fisico. Assisto gli amici, vado spesso in senato, di mia iniziativa vi porto idee meditate a fondo e a lungo e le difendo con le forze dell’animo, non del corpo. Se non riuscissi ad adempiere a tutto ciò, troverei ugualmente conforto nel mio caro divano dove farei rivivere con il pensiero quelle attività per me non più accessibili; ma a renderle accessibili contribuisce la mia vita passata: chi infatti dedica tutta l’esistenza a studi e a fatiche di questo genere, non avverte l’insinuarsi della vecchiaia. Così, a poco a poco e senza farsene accorgere, la vita invecchia, non si interrompe di colpo, ma si spegne col tempo.

XII 39 Segue la terza critica: la vecchiaia, dicono, è priva dei piaceri dei sensi. O magnifico dono dell’età se ci strappa il male più dannoso della giovinezza! Ascoltate, nobili giovani, le antiche parole di Archita di Taranto, uomo tra i più grandi ed eminenti, parole che mi furono riferite quando, da giovane, mi trovavo a Taranto con Quinto Massimo. La natura non ha dato agli uomini peste più esiziale del piacere sensuale, diceva Archita, e le voglie, ingorde di tal piacere e sfrenate, si lanciano ciecamente a conquistarlo. 40 Da qui i tradimenti della patria, da qui i colpi di stato, da qui nascono le collusioni segrete con il nemico, insomma, non c’è delitto, non c’è crimine che la brama del piacere non spinga a commettere; e poi stupri, adulteri e ogni infamia del genere non sono provocati da altro incitamento se non dal piacere dei sensi. Se è vero che la natura o un dio non ha dato all’uomo niente di più bello dell’intelligenza, è altresi vero che niente, come il piacere, è nemico di questo munifico dono divino. 41 Infatti, dove domina la passione non c’è posto per la temperanza e nel regno del piacere non può certo resistere la virtù. Per rendere il concetto più comprensibile, consigliava di immaginare un uomo eccitato dal piacere sensuale più grande che si possa provare: secondo Archita, nessuno avrebbe dubitato che costui, finché fosse immerso in un godere così intenso, potesse pensare, giudicare, intendere qualcosa. Perciò nulla è così detestabile e pestilenziale come il piacere, se è vero che, quanto più è intenso e prolungato, tanto più spegne ogni lume della ragione. Queste le parole di Archita al sannita Caio Ponzio, padre di colui che sconfisse i consoli Spurio Postumio e Tito Veturio nella battaglia di Caudio, e Nearco di Taranto, mio ospite e incrollabile amico del popolo romano, diceva di averle apprese dai suoi vecchi; avrebbe assistito alla conversazione l’ateniese Platone che, come mi risulta, si era recato a Taranto all’epoca del consolato di Lucio Camillo e Appio Claudio.

42 Cosa si propone questo racconto? Vuole farvi capire che, se non fossimo in grado di respingere il piacere con la ragione e la saggezza, molto dovremmo esser grati alla vecchiaia capace di non farci desiderare quel che non si deve. Il piacere, infatti, ostacola la capacità di giudizio, è nemico della ragione, abbaglia, per così dire, gli occhi della mente e non ha niente a che vedere con la virtù. A malincuore feci espellere dal senato, sette anni dopo il suo consolato, Lucio Flaminino, fratello del valorosissimo Tito Flaminino, ma credetti mio dovere bollarne la dissolutezza. Quando si trovava in Gallia come console, durante un banchetto si lasciò persuadere dalle preghiere di una prostituta a giustiziare personalmente uno dei prigionieri che erano condannati a morte. Finché fu censore suo fratello Tito – che esercitò tale carica subito prima di me – se la cavò; ma né io né Flacco potemmo ammettere in alcun modo una dissolutezza tanto scandalosa e depravata, che associava alla vergogna privata il disonore della carica.

XIII 43 Spesso ho sentito dire dai più anziani, i quali lo avrebbero appreso nella loro infanzia dai loro vecchi, che Caio Fabrizio non finiva di meravigliarsi del discorso che, all’epoca della sua ambasceria presso il re Pirro, aveva sentito dal tessalo Cinea: ad Atene viveva un tale che si professava saggio e nonostante ciò sosteneva che tutte le nostre azioni devono tendere al piacere. Alle parole di Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio si auguravano che i Sanniti e lo stesso Pirro si persuadessero di tale teoria perché sarebbe stato più facile vincerli se si fossero dati ai piaceri. Manlio Curio era stato compagno di Publio Decio, l’uomo che, quando era console per la quarta volta, cinque anni prima del consolato di Curio, si era sacrificato per la patria. Lo aveva conosciuto anche Fabrizio, lo aveva conosciuto Coruncanio. Entrambi, a giudicare sia dalla loro vita sia dal gesto del Decio di cui parlo, credevano fermamente nell’esistenza di qualcosa di bello e nobile per natura, tale da essere ricercato per il suo valore intrinseco ed essere seguito da tutti i migliori nel disprezzo e nella condanna del piacere. 44Perché insisto tanto sul piacere? Perché la vecchiaia, lungi dal meritare rimproveri, è degna invece della massima lode in quanto non sente molto la mancanza di nessun piacere. Ignora i festini, le tavole imbandite e le coppe una dietro l’altra; ignora perciò l’ubriachezza, le indigestioni e i sonni agitati.

Ma se bisogna concedere qualcosa al piacere, ché non resistiamo facilmente alle sue tentazioni, – Platone lo definisce in modo divino «esca dei mali» proprio perché gli uomini vi abboccano come pesci – la vecchiaia, pur ignorando i bagordi, può sempre godere di conviti moderati. Da bambino vedevo spesso tornarsene da cena il vecchio Caio Duilio, figlio di Marco, il primo a sconfiggere i Cartaginesi sul mare: gli procuravano diletto una torcia di cera e un suonatore di flauto, lusso che, ormai privato cittadino, si era preso senza precedenti.Tanta libertà gli concedeva la gloria! Ma perché parlare degli altri? 45 Ritorno subito a me. In primo luogo ho sempre avuto compagni di sodalizio; i sodalizi si costituirono durante la mia questura quando fu introdotto il culto ideo della Gran Madre. Banchettavo, dunque, con i miei compagni con moderazione, è vero, ma si faceva sentire un certo ardore giovanile; col passare degli anni, poi, di giorno in giorno tutto si calma. E infatti misuravo il diletto di questi conviti non tanto dal piacere dei sensi quanto dalla compagnia e dal conversare tra amici. Bene i nostri antenati chiamarono «con-vivio» lo stare insieme degli amici a banchetto poiché comporta una comunione di vita, meglio dei Greci che lo definiscono ora «bere in compagnia» ora «mangiare in compagnia», mostrando così di apprezzare di più ciò che, in questi casi, vale molto di meno. XIV 46 In realtà, proprio per il piacere della conversazione amo anche i lunghi banchetti e non solamente in compagnia dei miei coetanei – ormai ne restano ben pochi -, ma anche delle persone della vostra età e di voi, e sono molto riconoscente alla vecchiaia di aver accresciuto in me il desiderio di conversare e di aver eliminato quello di mangiare e bere. Se poi c’è chi si diverte anche a mangiare e bere – non si pensi che ho dichiarato, senza mezzi termini, guerra al piacere, di cui forse esiste un limite naturale – credo che la vecchiaia, anche nei confronti di simili piaceri, non sia insensibile. A me, anzi, piacciono i magisteri conviviali, istituiti dagli antenati, e quel conversare con le coppe in mano che, secondo tradizione, parte dall’ospite d’onore, e mi piacciono le coppe, come nel Simposio di Senofonte, «piccole e stillanti», e il fresco d’estate e, al contrario, il sole o il fuoco d’inverno, tutte soddisfazioni che ho l’abitudine di prendermi in Sabina dove, ogni giorno, riempio di vicini il convito che prolunghiamo, più che si può, sino a notte fonda con discorsi di vario genere.

47 Nei vecchi, però, quel «titillamento» dei piaceri non è un granché. – È vero, ma non ne sentono neppure la mancanza: del resto non pesa quel che non si rimpiange. Bene rispose Sofocle a chi gli chiedeva se, alla sua età, godesse ancora dei piaceri di Venere: «Gli dèi me ne guardino!» esclamò. «Sono felice di esserne scampato come a un padrone zotico e furioso.» Per chi desidera simili cose, risulta forse odioso e pesante esserne privo, ma per chi se ne è tolto completamente la voglia è più piacevole esserne privo che goderne. Tuttavia non si può dire che ne sia privo chi non ne sente la mancanza. Quindi, sostengo, il non sentir mancanza è condizione più piacevole. 48 Se la verde età gusta di più questi piaceri, primo gode di inezie, come ho detto, secondo gode di cose di cui la vecchiaia, pur non avendone in eccesso, non è priva del tutto. Come chi siede in prima fila si diverte di più allo spettacolo di Turpione Ambivio, ma si diverte anche chi siede in ultima, così la giovinezza, che guarda i piaceri da vicino, gode più intensamente, ma anche la vecchiaia, che li contempla da lontano, si diletta quanto basta.

49 Invece com’è prezioso per l’animo che ha preso congedo, per così dire, dal piacere dei sensi, dall’ambizione, dalle rivalità, dalle inimicizie, da tutte le passioni, starsene con se stesso e, come si dice, vivere con se stesso! Se poi trova, diciamo così, di che alimentarsi nello studio e nella cultura, niente è più piacevole di una vecchiaia libera da impegni. Vedevamo Caio Galo, amico di tuo padre, Scipione, struggersi nello sforzo di misurare quasi il cielo e la terra. Quante volte la luce del giorno lo sorprese a tracciare disegni iniziati di notte, quante volte la notte quando aveva iniziato al mattino! Come gli piaceva predirci con largo anticipo le eclissi di sole e di luna! 50 E non è lo stesso per interessi più leggeri, ma pur sempre profondi? Che gioia provava Nevio per la sua Guerra Punica! Che gioia Plauto per il Truculento e per lo Pseudolo! Ho visto anche Livio, ormai vecchio: allestì un dramma sei anni prima della mia nascita, quando erano consoli Centone e Tuditano, e visse sino alla mia giovinezza. E la passione per il diritto pontificale e civile mostrata da Publio Licinio Crasso o dal nostro Publio Scipione, eletto pontefice massimo proprio in questi giorni? Tutti gli uomini che ho ricordato li abbiamo visti, da vecchi, accendersi per queste attività. Prendiamo Marco Cetego, a ragione definito da Ennio «midollo della Persuasione», con che passione lo vedevamo esercitarsi nell’eloquenza anche da vecchio! E allora, quali piaceri procurati da festini, giochi e prostitute sono paragonabili a questi piaceri? Voglio dire, appunto, all’amore del sapere che cresce di pari passo con l’età nelle persone di senno e di cultura? Ecco perché è degno di lode il versetto, che ho già citato, in cui Solone afferma di invecchiare imparando ogni giorno molte cose. Non può esistere piacere più grande di quello intellettuale.

XV 51 Vengo ora ai piaceri dei contadini, per me fonte di incredibile diletto, piaceri che, per nulla ostacolati dalla vecchiaia, mi sembrano particolarmente conformi alla vita del saggio. I contadini hanno un conto aperto con la terra che mai ricusa il loro dominio e mai restituisce senza interessi il capitale ricevuto, ma lo rende talvolta a un tasso minore, per lo più maggiore. È vero che mi delizia non solo il profitto, ma anche la forza e l’essenza della terra stessa: quando ha accolto nel suo grembo ammorbidito e smosso il seme gettato, prima lo racchiude al buio, come accecato, da cui occatio è detta l’operazione dell’erpicatura, poi, scaldatolo col suo fiato e con il suo abbraccio, lo dilata e fa germogliare da esso un qualcosa di verde, un’erbetta che, salda sulle fibre delle radici, cresce poco a poco e, ergendosi sullo stelo nodoso, è stretta in pellicole come se giungesse a pubertà; quando se ne libera, dischiude un frutto disposto a mo’ di spiga e contro le beccate degli uccelli più piccoli si difende con il baluardo delle reste. 52 E dovrei ricordare come nasce, si pianta e cresce la vite? Non posso saziarmi di questo piacere – ve lo dico perché conosciate la pace e il divertimento della mia vecchiaia -: non parlerò della forza intrinseca di tutti i prodotti della terra, forza capace di generare tronchi e rami così grandi da un così piccolo grano di fico o dal vinacciolo del chicco d’uva o dai minuscoli semi delle altre piante e alberi; magliuoli, talee, tralci, barbatelle, polloni non riempiono chiunque di piacere e di ammirazione? Prendiamo la vite che per natura tende a cadere e, se non viene sostenuta, si abbatte a terra, ebbene, per reggersi, si intreccia con i suoi viticci, come fossero mani, a tutto ciò che trova; se poi serpeggia in un tortuoso ed erratico propagarsi, l’agricoltore, potandola col falcetto, la frena per impedirle di metter su una foresta di tralci e di spandersi troppo in ogni direzione. 53 E così, all’inizio della primavera, nelle parti risparmiate spunta, quasi alle giunture dei tralci, la cosiddetta gemma da cui nascendo si mostra il grappolo che, ingrossandosi con l’umore della terra e il calore del sole, dapprima è molto aspro al gusto poi, con la maturazione, si addolcisce; rivestito di pampini, non manca del giusto calore e al tempo stesso si difende dall’eccessiva vampa del sole. Cosa può essere più ricco di profitto, cosa più bello a vedersi di questa pianta? Della vite non solo l’utilità, come ho già detto, ma anche la semplice coltivazione e la natura mi danno gioia: e poi le file dei pali di sostegno, fissarne le cime, legare e propagginare le viti, potare alcuni tralci, come ho detto, lasciar crescere gli altri. Perché dovrei ricordare irrigazioni, sterri e rivangature dei campi con cui si accresce la fertilità del suolo? Perché dovrei trattare dell’utilità della concimazione? 54 Ne ho parlato nel libro che ho scritto sull’agricoltura; il dotto Esiodo non ne ha fatto parola scrivendo sulla coltivazione dei campi, ma Omero, vissuto, credo, molte generazioni prima, rappresenta Laerte intento a coltivare e concimare il suo campo per tentare di lenire il dolore dovuto alla mancanza del figlio. La campagna, del resto, non solo è rigogliosa di messi, prati, vigneti e alberi, ma anche di giardini, frutteti, pascoli per il bestiame, sciami di api e ogni varietà di fiori. E al piacere di piantare si aggiunge quello di innestare, l’invenzione più ingegnosa dell’agricoltura. XVI 55 Potrei proseguire parlando delle numerosissime gioie della campagna; credo però di essermi dilungato troppo. Vorrete con tutto ciò perdonarmi: mi sono lasciato prendere dalla passione per la vita contadina e poi la vecchiaia è per costituzione una buona chiacchierona – lo confesso perché non sembri che la scuso di ogni difetto.

Ecco perché Manlio Curio, dopo aver trionfato sui Sanniti, sui Sabini e su Pirro, scelse per i suoi ultimi anni questo stile di vita. E quando contemplo la sua villa, che non dista molto dalla mia, non mi stanco mai di ammirare la continenza dell’uomo e la severità dei tempi. Curio sedeva al focolare quando vennero i Sanniti a portargli una gran quantità d’oro. Li cacciò via perché, disse, non gli sembrava onesto possedere l’oro, ma comandare su chi ne possedeva. 56 Un animo così grande poteva forse non rendergli piacevole la vecchiaia? Ma vengo ai contadini per non allontanarmi da me stesso. In quel tempo i senatori, cioè dei vecchi, passavano la vita in campagna se è vero che Lucio Quinzio Cincinnato stava arando quando ricevette la notizia della sua nomina a dittatore; per ordine di Cincinnato, dittatore, il comandante della cavalleria Caio Servilio Ahala prevenne il complotto di Spurio Melio che aspirava alla tirannide e lo uccise. Curio e gli altri vecchi venivano convocati in senato dalle loro case di campagna; per cui furono detti «corrieri» i messi che li andavano a chiamare. Allora, era forse da compatire la vecchiaia di uomini che passavano il tempo a coltivar la terra? Personalmente, dubito che esista vecchiaia più felice: non solo per la funzione che svolge, in quanto l’agricoltura è utile a tutto il genere umano, ma anche perché procura il diletto, di cui ho parlato, e la profusione di tutto quel che serve al sostentamento degli uomini e anche al culto degli dèi e, dal momento che alcuni non riescono proprio a fare a meno di questi beni, eccoci riconciliati con il piacere. In realtà, un padrone abile e attivo ha sempre rifornite la cantina, l’orciaia e la dispensa, tutta la sua villa è ricca e ha in abbondanza maiali, capretti, agnelli, galline, latte, formaggio e miele. E poi c’è l’orto che i contadini stessi chiamano seconda dispensa. A rendere più piacevole questa vita anche nel tempo libero contribuisce la caccia agli uccelli e all’altra selvaggina. 57 E dovrei ricordare ancora il verde dei prati, le file degli alberi, la bellezza delle vigne o degli oliveti? Taglierò corto: niente può essere più ricco di profitto o più bello a vedersi di un campo ben coltivato. E a goderne, la vecchiaia non solo non è un ostacolo, ma anzi uno stimolo e un incitamento: dove, infatti, questa età può scaldarsi meglio al sole o al fuoco, oppure, viceversa, prendere il fresco salutare dell’ombra o dell’acqua? 58 I giovani si tengano pure armi, cavalli, lance, clava e palla, cacce e corse; a noi vecchi lascino, tra molti giochi, gli astragali e i dadi, e dei due quelli che vogliono, perché la vecchiaia non ne ha bisogno per essere felice.

XVII 59 I libri di Senofonte sono utilissimi sotto molti aspetti: leggeteli con attenzione, vi prego, come state già facendo. Con quanti argomenti loda l’agricoltura nel libro relativo all’amministrazione del patrimonio intitolatoEconomico! E, perché capiate che nulla gli sembrava degno di un re quanto l’agricoltura, Socrate, in quel libro, racconta a Critobulo un episodio. Quando lo spartano Lisandro, uomo di eccezionale valore, si recò a Sardi a portare a Ciro i doni degli alleati, Ciro il giovane, re dei Persiani di straordinaria intelligenza e gloria militare, lo trattò con grande affabilità e cortesia e, tra le altre cose, gli mostrò un parco coltivato con cura. Lisandro apprezzava molto l’altezza degli alberi, la loro disposizione a scacchiera, la terra lavorata e ripulita, la soavità dei profumi che esalavano dai fiori e disse di ammirare non solo la cura ma anche la maestria dell’uomo che aveva disegnato e disposto ogni cosa. Ciro rispose: «Ma sono stato io a disegnare tutto! Mie sono le file, mia la disposizione, addirittura molti di questi alberi li ho piantati di mia mano». Al che Lisandro guardò la porpora, l’eleganza della persona e l’abbigliamento persiano, prezioso di oro e gemme, ed esclamò: «Hanno ragione, Ciro, a dirti felice, perché la tua fortuna si congiunge alla virtù.»

60 Questa è dunque la fortuna di cui possono godere i vecchi; l’età non ci impedisce di conservare sino all’ultima ora della vecchiaia il gusto di svolgere altre attività e soprattutto l’agricoltura. Sappiamo che Marco Valerio Corvino continuò a occuparsene sino a cento anni vivendo nei campi e coltivandoli in età già avanzata; tra il suo primo e il suo sesto consolato trascorsero quarantasei anni; così, tutto lo spazio di tempo fissato dai nostri antenati per raggiungere l’inizio della vecchiaia fu da lui impiegato nella carriera politica; e l’ultimo periodo della sua esistenza fu più felice di quello di mezzo perché maggiore era la sua autorità, ma minori gli impegni gravosi. Il coronamento della vecchiaia è proprio l’autorità.

61 Quanta ne aveva Lucio Cecilio Metello, quanta Aulo Attilio Calatino a cui è dedicato l’epitaffio:

«I più convengono nel dire che

quest’uomo fu il primo del suo popolo.»

Conoscete tutti il carme inciso sul sepolcro. Era a buon diritto influente, dunque, uno sui cui meriti l’opinione pubblica concordava. Che uomo abbiamo visto, poco tempo fa, in Publio Crasso, il pontefice massimo, che uomo, dopo, in Marco Lepido, investito dello stesso sacerdozio! Che dire di Paolo o dell’Africano o, come ho già fatto prima, di Massimo? La loro autorità si manifestava non solo nella parola, ma anche in un cenno. La vecchiaia, specie di chi ha ricoperto cariche pubbliche, ha un’autorità così grande da superare tutti i piaceri della giovinezza. XVIII 62 Ricordatevi però che, in tutto il mio discorso, intendo lodare solo la vecchiaia che poggia sulle fondamenta della giovinezza. Ne consegue che, come ho avuto occasione di dire con il consenso di tutti, la vecchiaia costretta a difendersi a parole è infelice; non sono i capelli bianchi o le rughe che riescono a conquistare di colpo l’autorità, ma è la vita passata, vissuta con onore, a raccogliere alla fine i frutti dell’autorità.63 Sono infatti un’attestazione di rispetto gesti in apparenza insignificanti e comuni come ricevere il saluto, essere cercati, vedere che ti cedono il passo o che si alzano in piedi, essere accompagnati e riaccompagnati, essere consultati, abitudini che da noi e in altri paesi si osservano con tanto più riguardo quanto più i costumi sono giusti. Dicono che lo spartano Lisandro, di cui ho appena fatto menzione, ripetesse che Sparta era la più nobile dimora degli anziani: in nessun altro paese, infatti, si dà tanta importanza all’età, in nessun altro paese la vecchiaia riceve più onori. Anzi, a proposito, si tramanda un episodio. Ad Atene, in occasione dei giochi, un uomo di una certa età era entrato nel teatro gremito di folla, ma i suoi concittadini non gli lasciarono il posto in nessun settore. Quando si avvicinò agli Spartani, che, in qualità di ambasciatori, sedevano in posti riservati, si alzarono tutti, così si racconta, e lo fecero sedere tra di loro. 64 Tutto il pubblico decretò loro un lungo applauso. Allora uno Spartano disse che gli Ateniesi sapevano quel che era bene, ma non lo volevano fare. Nel vostro collegio vigono molte e nobili consuetudini, ma la migliore, e fa al caso nostro, è questa: si ha diritto di precedenza nel voto in base all’età e gli àuguri più anziani non solo hanno la priorità rispetto a chi ricopre magistrature più alte, ma anche rispetto a chi detiene il potere supremo. E allora, quali piaceri del corpo si possono paragonare ai privilegi dell’autorità? Chi ne ha goduto magnificamente, secondo me ha recitato bene sino alla fine la propria parte sulla scena della vita senza fare fiasco all’ultimo atto come un guitto inesperto.

65 Ma i vecchi sono intrattabili, inquieti, irascibili e difficili; a dire il vero, anche avari. – Sì, ma si tratta di difetti del carattere, non della vecchiaia. E poi l’intrattabilità e le altre mancanze di cui ho parlato hanno una scusa, non voglio dire legittima, ma almeno in un certo senso ammissibile: i vecchi si sentono trascurati, guardati dall’alto in basso, presi in giro; aggiungiamo che ogni offesa risulta insopportabile in un corpo fragile. Tutti questi difetti, però, si attenuano vuoi con le buone abitudini vuoi con l’educazione. Come nella vita, lo si può vedere in teatro nei fratelli che sono protagonisti degli Adelfi: quanta asprezza in uno e quanta gentilezza nell’altro! Così vanno le cose: come non tutti i vini, non tutti i caratteri inacidiscono col tempo. Approvo la severità nei vecchi, ma in giusta misura, come in ogni situazione; l’asprezza nient’affatto. 66 Quanto all’avarizia senile non capisco a cosa miri: ci può essere comportamento più assurdo che voler aumentare le provviste da viaggio quando si è quasi arrivati?

XIX Rimane il quarto motivo che, più degli altri, sembra angosciare e tenere in affanno la nostra età: l’avvicinarsi della morte, che certamente non è lontana dalla vecchiaia. Infelice il vecchio che, in un’esistenza tanto lunga, non è riuscito a capire che la morte va disprezzata! Bisogna tenerla in nessun conto, se porta all’annientamento dell’anima, o addirittura desiderarla, se conduce l’anima in un luogo di vita eterna. È proprio impossibile trovare una terza possibilità. 67 Allora, perché dovrei temere se, dopo morto, non sarò infelice o se sarò persino beato? E poi chi è così folle, per quanto giovane sia, da avere l’assoluta certezza di vivere sino a sera? Anzi, è proprio la giovinezza a essere esposta al pericolo di morire molto più della vecchiaia: i ragazzi contraggono malattie più facilmente, si ammalano in modo più grave, vengono curati con maggior difficoltà; quindi in pochi arrivano alla vecchiaia. Se così non fosse, si vivrebbe meglio e con più saggezza, perché riflessione, ragione e buon senso sono prerogative dei vecchi e senza i vecchi non sarebbe mai esistito lo stato. Ma ritorno alla morte incombente: perché farne un capo d’accusa della vecchiaia quando vedete che la condivide con la giovinezza? 68 Ho capito con la perdita del mio ottimo figlio e tu, Scipione, con la morte dei tuoi fratelli destinati agli onori più alti, che la morte è comune a ogni età.

Ma il giovane spera di vivere a lungo, mentre il vecchio non può sperare la stessa cosa. – Folle speranza, la sua: cosa c’è di più stupido di prendere l’incerto per certo, il falso per vero? – Ma il vecchio non ha nemmeno di che sperare. Ecco perché si trova in una condizione migliore del giovane! Quel che il giovane spera, lui lo ha già ottenuto; il giovane vuole vivere a lungo, lui ha vissuto a lungo. 69 Anche se, o buon dio, cosa significa «a lungo» nella natura umana? Prendi l’esistenza più lunga che ci sia, aspettiamoci di vivere quanto il re dei Tartessi – a Cadice ci fu un certo Argantonio che, come leggo, regnò ottant’anni e ne visse centoventi -; non mi sembra però nemmeno duraturo quel che presenta una fine. Quando la fine arriva, allora il passato è volato via; rimane solo quanto hai conseguito con la virtù e le azioni giuste. Se ne vanno le ore, i giorni, i mesi, gli anni: non torna più indietro il tempo passato ed è impossibile conoscere il futuro. Ciascuno deve accontentarsi del tempo che gli è concesso di vivere. 70 L’attore, del resto, per aver successo, non ha bisogno di recitare il dramma sino alla fine: gli basta suscitare l’applauso in qualunque scena appaia; così i saggi non devono necessariamente arrivare all’«applaudite». Il breve tempo dell’esistenza è lungo abbastanza per vivere bene e con dignità; se poi si prolungasse, non bisogna affliggersi più di quanto i contadini si affliggono perché, passata la dolcezza della primavera, arriva l’estate e l’autunno. La primavera rappresenta quasi la giovinezza e mostra i frutti del domani, le altre stagioni invece sono fatte per la mietitura e la raccolta dei frutti. 71 Il frutto della vecchiaia, come ho detto più volte, è il ricordo e l’abbondanza dei beni conseguiti in passato. Tutto quel che avviene secondo natura, poi, va riposto tra i beni: e cosa c’è di più naturale, per i vecchi, della morte? Anche ai giovani capita di morire, ma allora la natura si oppone alla morte con una strenua resistenza. Quando muoiono i giovani, secondo me è come se la forza di una fiamma venisse domata da un gran getto d’acqua, ma quando muoiono i vecchi, allora è come se un fuoco, già consumato, si spegnesse da solo senza l’intervento di nessuna forza esterna. E come i frutti, se acerbi, si strappano a fatica dagli alberi, ma se sono maturi e cotti dal sole cadono da soli, così è una forza esterna a strappare la vita ai giovani, ai vecchi è la maturità. E io amo tanto questa maturità che, più mi avvicino alla morte, e più mi sembra quasi di veder terra e di dover entrare finalmente in porto dopo lungo navigare.

XX 72 La vecchiaia, poi, non ha un termine preciso, e da vecchi si vive bene finché si possa adempiere e far fronte ai propri doveri nel disprezzo della morte. Ecco perché la vecchiaia è più coraggiosa della giovinezza e più forte, come disse del resto Solone in risposta al tiranno Pisistrato, che gli aveva chiesto in cosa confidasse per opporsi a lui con tanta audacia: «Nella vecchiaia», avrebbe risposto. Ma la fine migliore della vita si ha quando, sana la mente e attivi i sensi, è la natura stessa a disfare l’opera che ha messo insieme. Come una nave, come un edificio vengono demoliti più facilmente da chi li ha costruiti, così l’uomo viene disfatto meglio dalla medesima natura che lo ha composto; ogni composizione si disgrega a fatica se nuova, ma con facilità se antica. Per questo i vecchi non devono attaccarsi avidamente a quel breve residuo di vita, né abbandonarlo senza motivo. 73 Pitagora vieta che si diserti dal proprio posto di guardia nella vita senza un ordine del comandante, cioè del dio. C’è un distico di Solone il sapiente in cui dice di non volere una morte priva del dolore e del pianto degli amici; vuole, credo, esser caro ai suoi. Ma forse si esprime meglio Ennio:

«Nessuno mi onori con le lacrime

e celebri le mie esequie con il pianto.»

Ritiene che non si debba piangere la morte perché è seguita dall’immortalità.

74 Può darsi che ci sia una sensazione di morire, ma dura poco, specie in un vecchio. Dopo la morte, comunque, la capacità di sentire o è desiderabile o non esiste affatto. Ma si deve riflettere fin da giovani su questo: non dobbiamo preoccuparci della morte. Senza tale riflessione nessuno può vivere sereno. Che si debba morire, infatti, è sicuro, non è sicuro se proprio oggi. Come potrà colui che teme la morte, che incombe a ogni istante, mantenere la propria fermezza di spirito? 75 Non è il caso di spendere, credo, troppe parole sull’argomento: mi basta ricordare non dico Lucio Bruto, che fu ucciso nel liberare la patria, non i due Deci, che spronarono i cavalli a morte volontaria, non Marco Attilio, che andò al supplizio per non tradire la parola data al nemico, non i due Scipioni, che vollero sbarrare la strada ai Cartaginesi persino con il proprio corpo, non tuo nonno, Lucio Paolo, che nella vergogna di Canne pagò con la morte la temerarietà del collega, non Marco Marcello, la cui vita neppure il più crudele dei nemici osò privare dell’onore della sepoltura, ma le nostre legioni, come ho scritto nelle Origini, spesso partite con animo acceso e fiero per una meta da cui pensavano di non tornare mai più. Allora, quel che disprezzano i giovani, non solo ignoranti, ma anche zotici, spaventerà dei vecchi pieni di cultura?

76 In conclusione, come almeno mi sembra, la sazietà di tutte le inclinazioni porta alla sazietà della vita. L’infanzia ne ha di precise: le rimpiangono forse i ragazzi? Anche la giovinezza ne ha: le ricerca forse l’età adulta, detta di mezzo? E poi ci sono quelle dell’età adulta: anch’esse non si cercano più in vecchiaia. Ci sono infine certe inclinazioni della vecchiaia: dunque, come tramontano le inclinazioni delle età precedenti, così tramontano anche le inclinazioni senili; arrivato questo momento, la sazietà della vita porta con sé il tempo maturo della morte.

XXI 77 Non vedo perché dovrei tacervi la mia idea della morte dal momento che mi sembra di giudicare meglio quanto più mi avvicino a essa. Credo che i vostri padri, il tuo, Scipione, e il tuo, Lelio, uomini molto in vista e miei cari amici, vivano ancora, e addirittura l’unica vita degna di chiamarsi tale. Infatti, finché siamo oppressi dalla prigione del corpo, adempiamo a un dovere di necessità, a una pesante incombenza: questo perché l’anima, celeste, dalla sua dimora altissima è stata sprofondata e quasi sepolta in terra, luogo contrario alla natura divina e all’eternità. Ma, secondo me, gli dèi immortali hanno disseminato le anime nei corpi umani perché ci fossero dei custodi della terra che, contemplando l’ordine delle cose celesti, lo imitassero vivendo con misura e coerenza. E non solo la logica del ragionamento mi ha indotto a crederlo, ma anche la riconosciuta autorità dei maggiori filosofi. 78Apprendevo che Pitagora e i pitagorici – quasi nostri conterranei, tant’è vero che un tempo erano chiamati «filosofi italici» – non misero mai in dubbio che le nostre anime emanassero dalla mente divina universale. Mi venivano illustrati anche i discorsi sull’immortalità che Socrate, giudicato dall’oracolo di Apollo l’uomo più saggio, fece l’ultimo giorno della sua vita. Perché tante parole? Ecco di cosa sono convinto, ecco come la penso: così grande è la velocità del pensiero, così potente il ricordo del passato e la preveggenza del futuro, così numerose le arti, così vasto il campo delle scienze, così grande il numero delle invenzioni che la natura, capace di contenere tutto questo, non può essere mortale. E siccome l’anima è sempre attiva e il suo movimento non ha principio, poiché essa si muove da sé, il movimento non avrà neppure fine, poiché l’anima non potrà mai sottrarsi alla propria natura. E siccome la natura dell’anima è semplice e non contiene mescolanza di elementi diversi per quantità e qualità, non può dividersi; non potendo dividersi, non può morire. Ecco una grande prova del fatto che gli uomini conoscono moltissime cose prima di nascere: fin da bambini, quando imparano discipline difficili, afferrano con tanta rapidità un gran numero di nozioni che sembrano non acquisirle per la prima volta, ma ricordarle. Questo è, all’incirca, il pensiero di Platone.

XXII 79 In Senofonte, Ciro il vecchio pronuncia queste parole in punto di morte: «Non pensiate, o figli carissimi, che, quando me ne sarò andato da voi, non sarò da nessuna parte o non esisterò più. Mentre ero con voi, infatti, non vedevate la mia anima, ma, sulla base delle mie azioni, pensavate che si trovasse in questo mio corpo. Dovete credere allora che sarà sempre la stessa, anche se non la vedrete più. 80 Gli uomini illustri non continuerebbero a ricevere onori dopo la morte se non fossero le loro anime a rinnovare in noi il loro ricordo. Quanto a me, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, finché si trovano nei corpi mortali, vivano, ma, una volta uscite, muoiano, né che l’anima perda il senno quando si stacca dal corpo che senno non ha, ma sono convinto che quando l’anima, liberatasi da ogni contatto fisico, incomincia a essere pura e incorrotta, allora acquisisca il senno. Inoltre, una volta che l’organismo umano si disfa con la morte, si vede bene dove si disperdono gli altri elementi: vanno tutti a finire là da dove sono sorti; soltanto l’anima non appare né quando c’è, né quando se n’è andata. 81 E ancora vedete che niente assomiglia alla morte come il sonno: ebbene, l’anima di chi dorme manifesta nel modo migliore la sua natura divina: rilassata e libera, infatti, prevede molte cose future. Da ciò si capisce come sarà l’anima una volta che si sia liberata dai legami con il corpo. Perciò, se le cose stanno così, onoratemi», afferma, «come un dio. Se invece l’anima deve perire con il corpo, voi, tuttavia, rispettosi degli dèi che custodiscono e reggono tutto questo splendore, conserverete il ricordo di me con devozione e rispetto.» Così Ciro prima di morire. Se siete d’accordo, guardiamo agli esempi di casa nostra.

XXIII 82 Nessuno mi convincerà mai, Scipione, che tuo padre, Paolo, i tuoi due nonni, Paolo e l’Africano, il padre dell’Africano, suo zio o molti uomini di spicco, che non è il caso di enumerare, intrapresero azioni così grandi da mirare al ricordo della posterità senza pensare che la posterità potesse riguardar loro. O forse pensi che, per vantarmi un po’ come fanno i vecchi, mi sarei accollato tante incombenze di giorno e di notte, in pace e in guerra, se avessi dovuto circoscrivere la mia gloria entro gli angusti confini della vita? Non sarebbe stato molto meglio passar la vita nella calma e nel riposo, al di fuori di fatiche e di lotte? Ma, non so come, il mio animo, levandosi in alto, si affacciava sempre sulla posterità come se, una volta dipartitosi dalla vita, avesse dovuto finalmente vivere. Se poi non fosse vero che le anime sono immortali, le anime di tutti i migliori non aspirerebbero quanto più possono all’immortalità e alla gloria. 83 E poi, dal fatto che quanto più uno è saggio tanto più muore serenamente, invece quanto più è stolto tanto più muore nell’angoscia, non vi sembra forse che l’anima del primo, capace di guardare meglio e più lontano, vede di partire per un mondo migliore, mentre l’anima del secondo, dalla vista meno acuta, non lo vede? Da parte mia, ardo dal desiderio di vedere i vostri padri, che onorai e amai, e non vedo l’ora di incontrare non solo chi ho conosciuto personalmente, ma anche gli uomini di cui ho sentito parlare, ho letto e ho scritto di mio pugno. E quando partirò, nessuno potrà facilmente tirarmi indietro o ricuocermi come Pelia. Se poi un dio mi concedesse di ritornar bambino, da vecchio che sono, e di vagire nella culla, direi decisamente di no e non vorrei proprio esser richiamato dalla meta al punto di partenza dopo aver quasi finito la corsa. 84 Infatti, che vantaggi offre la vita? Non presenta piuttosto dei problemi? Ma ammettiamo pure che dei vantaggi ci siano: tuttavia comportano o la sazietà o un limite. Non mi piace deplorare la vita, come hanno fatto spesso molti, persino saggi, e non mi pento di aver vissuto perché ho vissuto in modo tale che credo di non essere nato invano. E lascio la vita come un albergo, non come una casa: la natura, infatti, ha messo a nostra disposizione un alloggio per farvi una sosta, non per abitarvi. O splendido il giorno in cui partirò per quel divino consesso di anime e taglierò i ponti con questa immonda confusione! Me ne andrò non solo per unirmi a quegli uomini, di cui ho parlato prima, ma soprattutto al mio Catone, del quale non è mai nato uomo migliore o superiore per amore filiale. Ho cremato il suo corpo, quando lui avrebbe dovuto cremare il mio, ma la sua anima non mi ha abbandonato: volgendosi a guardarmi, se ne andava in quel mondo che, come sapeva, avrei raggiunto anch’io. Se vi è parso che sopportassi con coraggio questa mia disgrazia, sappiate che in me non c’era indifferenza, ma intimamente mi consolavo al pensiero che il nostro distacco e la nostra separazione non sarebbero durati a lungo.

85 Ecco perché, Scipione – hai detto, infatti, che tu e Lelio vi stupite di solito di questo – la vecchiaia è per me leggera, per nulla fastidiosa, ma anzi piacevole. Se però mi sbaglio nel credere che le anime degli uomini siano immortali, sbaglio volentieri e non voglio, finché vivo, che mi si strappi questo errore capace di darmi gioia; se poi, da morto, come credono alcuni filosofi di poco valore, non sentirò nulla, non temo che dei filosofi morti deridano il mio errore. Se invece non siamo destinati all’immortalità, è sempre augurabile per l’uomo spegnersi al momento giusto: la natura infatti fissa la misura dell’esistenza come di tutte tutte le cose. La vecchiaia è come l’ultimo atto sulla scena della vita: dobbiamo evitarne la stanchezza, specie se abbiamo raggiunto la sazietà.

Ecco che cosa avevo da dire sulla vecchiaia. Voglia il cielo che possiate giungervi così da poter confermare le mie parole con la vostra esperienza.

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I.1.                              O Tite, si quid ego adiuero curamve levasso,
Quae nunc te coquit et versat in pectore fixa,
Ecquid erit praemi?

Licet enim mihi versibus eisdem adfari te, Attice, quibus adfatur Flamininum

Ille vir haud magna cum re, sed plenus fidei;

quamquam certo scio non, ut Flamininum,

Sollicitari te, Tite, sic noctesque diesque;

novi enim moderationem animi tui et aequitatem, teque non cognomen solum Athenis deportasse, sed humanitatem et prudentiam intellego. Et tamen te suspicor eisdem rebus quibus me ipsum interdum gravius commoveri, quarum consolatio et maior est et in aliud tempus differenda. Nunc autem visum est mihi de senectute aliquid ad te conscribere.

2. Hoc enim onere, quod mihi commune tecum est, aut iam urgentis aut certe adventantis senectutis et te et me etiam ipsum levari volo; etsi te quidem id modice ac sapienter, sicut omnia, et ferre et laturum esse certo scio. Sed mihi, cum de senectute vellem aliquid scribere, tu occurrebas dignus eo munere, quo uterque nostrum communiter uteretur. Mihi quidem ita iucunda huius libri confecto fuit, ut non modo omnis absterserit senectutis molestias, sed effecerit mollem etiam et iucundam senectutem. Numquam igitur satis digne laudari philosophia poterit, cui qui pareat, omne tempus aetatis sine molestia possit degere.

3. Sed de ceteris et diximus multa et saepe dicemus; hunc librum ad te de senectute misimus. Omnem autem sermonem tribuimus non Tithono, ut Aristo Cius, (parum enim esset auctoritatis in fabula), sed M. Catoni seni, quo maiorem auctoritatem haberet oratio; apud quem Laelium et Scipionem facimus admirantis quod is tam facile senectutem ferat, eisque eum respondentem. Qui si eruditius videbitur disputare quam consuevit ipse in suis libris, attribuito litteris Graecis, quarum constat eum perstudiosum fuisse in senectute. Sed quid opus est plura? Iam enim ipsius Catonis sermo explicabit nostram omnem de senectute sententiam.

II. 4. Scipio. Saepe numero admirari soleo cum hoc C. Laelio cum ceterarum rerum tuam excellentem, M. Cato, perfectamque sapientiam, tum vel maxime quod numquam tibi senectutem gravem esse senserim, quae plerisque senibus sic odiosa est, ut onus se Aetna gravius dicant sustinere. Cato. Rem haud sane difficilem, Scipio et Laeli, admirari videmini. Quibus enim nihil est in ipsis opis ad bene beateque vivendum, eis omnis aetas gravis est; qui autem omnia bona a se ipsi petunt, eis nihil malum potest videri quod naturae necessitas adferat. Quo in genere est in primis senectus, quam ut adipiscantur omnes optant, eandem accusant adeptam; tanta est stultitiae inconstantia atque perversitas. Obrepere aiunt eam citius, quam putassent. Primum quis coegit eos falsum putare? Qui enim citius adulescentiae senectus quam pueritiae adulescentia obrepit? Deinde qui minus gravis esset eis senectus, si octingentesimum annum agerent quam si octogesimum? Praeterita enim aetas quamvis longa cum effluxisset, nulla consolatio permulcere posset stultam senectutem.

5. Quocirca si sapientiam meam admirari soletis (quae utinam digna esset opinione vestra nostroque cognomine!), in hoc sumus sapientes, quod naturam optimam ducem tamquam deum sequimur eique paremus; a qua non veri simile est, cum ceterae partes aetatis bene descriptae sint, extremum actum tamquam ab inerti poeta esse neglectum. Sed tamen necesse fuit esse aliquid extremum et, tamquam in arborum bacis terraeque fructibus maturitate tempestiva quasi vietum et caducum, quod ferundum est molliter sapienti. Quid est enim aliud Gigantum modo bellare cum dis nisi naturae repugnare?

6. Laelius. Atqui, Cato, gratissimum nobis, ut etiam pro Scipione pollicear, feceris, si, quoniam speramus, volumus quidem certe senes fieri, multo ante a te didicerimus, quibus facillime rationibus ingravescentem aetatem ferre possimus. Cato. Faciam vero, Laeli, praesertim si utrique vestrum, ut dicis, gratum futurum est. Laelius. Volumus sane, nisi molestum est, Cato, tamquam longam aliquam viam confeceris, quam nobis quoque ingrediundum sit, istuc, quo pervenisti videre quale sit.

III. 7. Cato. Faciam, ut potero, Laeli. Saepe enim interfui querellis aequalium meorum—pares autem, vetere proverbio, cum paribus facillime congregantur–quae C. Salinator, quae Sp. Albinus, homines consulares nostri fere aequales, deplorare solebant, tum quod voluptatibus carerent sine quibus vitam nullam putarent, tum quod spernerentur ab eis, a quibus essent coli soliti. Qui mihi non id videbantur accusare, quod esset accusandum. Nam si id culpa senectutis accideret, eadem mihi usu venirent reliquisque omnibus maioribus natu, quorum ego multorum cognovi senectutem sine querella, qui se et libidinum vinculis laxatos esse non moleste ferrent nec a suis despicerentur. Sed omnium istius modi querellarum in moribus est culpa, non in aetate. Moderati enim et nec difficiles nec inhumani senes tolerabilem senectutem agunt; importunitas autem et inhumanitas omni aetati molesta est.

8. Laelius. Est, ut dicis, Cato; sed fortasse dixerit quispiam tibi propter opes et copias et dignitatem tuam tolerabiliorem senectutem videri, id autem non posse multis contingere. Cato. Est istuc quidem, Laeli, aliquid, sed nequaquam in isto sunt omnia. Ut Themistocles fertur Seriphio cuidam in iurgio respondisse, cum ille dixisset non eum sua, sed patriae gloria splendorem adsecutum: ‘Nec hercule,’ inquit, ‘si ego Seriphius essem, nec tu, si Atheniensis clarus umquam fuisses.’ Quod eodem modo de senectute dici potest. Nec enim in summa inopia levis esse senectus potest ne sapienti quidem, nec insipienti etiam in summa copia non gravis.

9. Aptissima omnino sunt, Scipio et Laeli, arma senectutis artes exercitationesque virtutum, quae in omni aetate cultae, cum diu multumque vixeris, mirificos ecferunt fructus, non solum quia numquam deserunt, ne extremo quidem tempore aetatis (quamquam id quidem maximum est), verum etiam quia conscientia bene actae vitae multorumque bene factorum recordatio iucundissima est.

IV. 10. Ego Q. Maximum, eum qui Tarentum recepit, senem adulescens ita dilexi, ut aequalem; erat enim in illo viro comitate condita gravitas, nec senectus mores mutaverat. Quamquam eum colere coepi non admodum grandem natu, sed tamen iam aetate provectum. Anno enim post consul primum fuerat quam ego natus sum, cumque eo quartum consule adulescentulus miles ad Capuam profectus sum quintoque anno post ad Tarentum. Quaestor deinde quadriennio post factus sum, quem magistratum gessi consulibus Tuditano et Cethego, cum quidem ille admodum senex suasor legis Cinciae de donis et muneribus fuit. Hic et bella gerebat ut adulescens, cum plane grandis esset, et Hannibalem iuveniliter exsultantem patientia sua molliebat; de quo praeclare familiaris noster Ennius:

Unus homo nobis cunctando restituit rem,
Noenum rumores ponebat ante salutem:
Ergo plusque magisque viri nunc gloria claret.

11. Tarentum vero qua vigilantia, quo consilio recepit! cum quidem me audiente Salinatori, qui amisso oppido fugerat in arcem, glorianti atque ita dicenti; ‘Mea opera, Q. Fabi, Tarentum recepisti,’ ‘Certe,’ inquit ridens, ‘nam nisi tu amisisses numquam recepissem.’ Nec vero in armis praestantior quam in toga; qui consul iterum Sp. Carvilio conlega quiescente C. Flaminio tribuno plebis, quoad potuit, restitit agrum Picentem et Gallicum viritim contra senatus auctoritatem dividenti; augurque cum esset, dicere ausus est optimis auspiciis ea geri, quae pro rei publicae salute gererentur, quae contra rem publicam ferrentur, contra auspicia ferri.

12. Multa in eo viro praeclara cognovi; sed nihil admirabilius, quam quo modo ille mortem fili tulit clari viri et consularis. Est in manibus laudatio, quam cum legimus, quem philosophum non contemnimus? Nec vero ille in luce modo atque in oculis civium magnus, sed intus domique praestantior. Qui sermo, quae praecepta, quanta notitia antiquitatis, scientia iuris auguri! Multae etiam, ut in homine Romano, litterae. Omnia memoria tenebat, non domestica solum, sed etiam externa bella. Cuius sermone ita tum cupide fruebar, quasi iam divinarem id quod evenit, illo exstincto, fore, unde discerem, neminem.

V. 13. Quorsus igitur haec tam multa de Maximo? Quia profecto videtis nefas esse dictu miseram fuisse talem senectutem. Nec tamen omnes possunt esse Scipiones aut Maximi, ut urbium expugnationes, ut pedestres navalesve pugnas, ut bella a se gesta, ut triumphos recordentur. Est etiam quiete et pure atque eleganter actae aetatis placida ac lenis senectus, qualem accepimus Platonis, qui uno et octogesimo anno scribens est mortuus, qualem Isocratis, qui eum librum, qui Panathenaicus inscribitur, quarto et nonagesimo anno scripsisse se dicit, vixitque quinquennium postea; cuius magister Leontinus Gorgias centum et septem complevit annos neque umquam in suo studio atque opere cessavit. Qui, cum ex eo quaereretur, cur tam diu vellet esse in vita, ‘Nihil habeo,’ inquit, ‘quod accusem senectutem.’ Praeclarum responsum et docto homine dignum.

14. Sua enim vitia insipientes et suam culpam in senectutem conferunt, quod non faciebat is, cuius modo mentionem feci, Ennius:

Sicut fortis equus, spatio qui saepe supremo
Vicit Olympia, nunc senio confectus quiescit.

Equi fortis et victoris senectuti comparat suam. Quem quidem probe meminisse potestis; anno enim undevicesimo post eius mortem hi consules T. Flamininus et M’. Acilius facti sunt; ille autem Caepione et Philippo iterum consulibus mortuus est, cum ego quinque et sexaginta annos natus legem Voconiam magna voce et bonis lateribus suasissem. Annos septuaginta natus (tot enim vixit Ennius) ita ferebat duo, quae maxima putantur onera, paupertatem et senectutem, ut eis paene delectari videretur.

15. Etenim, cum complector animo, quattuor reperio causas, cur senectus misera videatur: unam, quod avocet a rebus gerendis; alteram, quod corpus faciat infirmius; tertiam, quod privet fere omnibus voluptatibus; quartam, quod haud procul absit a morte. Earum, si placet, causarum quanta quamque sit iusta una quaeque, videamus. VI. A rebus gerendis senectus abstrahit. Quibus? An eis, quae iuventute geruntur et viribus? Nullaene igitur res sunt seniles quae, vel infirmis corporibus, animo tamen administrentur? Nihil ergo agebat Q. Maximus, nihil L. Paulus, pater tuus, socer optimi viri, fili mei? Ceteri senes, Fabricii, Curii, Coruncanii, cum rem publicam consilio et auctoritate defendebant, nihil agebant?

16. Ad Appi Claudi senectutem accedebat etiam, ut caecus esset; tamen is, cum sententia senatus inclinaret ad placem cum Pyrrho foedusque faciendum, non dubitavit dicere illa, quae versibus persecutus est Ennius:

Quo vobis mentes, rectae quae stare solebant
Antehac, dementis sese flexere viai?

ceteraque gravissime; notum enim vobis carmen est; et tamen ipsius Appi exstat oratio. Atque haec ille egit septimo decimo anno post alterum consulatum, cum inter duos consulatus anni decem interfuissent, censorque ante superiorem consulatum fuisset; ex quo intellegitur Pyrrhi bello grandem sane fuisse; et tamen sic a patribus accepimus.

17. Nihil igitur adferunt qui in re gerenda versari senectutem negant, similesque sunt ut si qui gubernatorem in navigando nihil agere dicant, cum alii malos scandant, alii per foros cursent, alii sentinam exhauriant, ille autem clavum tenens quietus sedeat in puppi, non faciat ea quae iuvenes. At vero multo maiora et meliora facit. Non viribus aut velocitate aut celeritate corporum res magnae geruntur, sed consilio, auctoritate, sententia; quibus non modo non orbari, sed etiam augeri senectus solet.

18. Nisi forte ego vobis, qui et miles et tribunus et legatus et consul versatus sum in vario genere bellorum, cessare nunc videor, cum bella non gero. At senatui, quae sint gerenda, praescribo et quo modo; Karthagini male iam diu cogitanti bellum multo ante denuntio; de qua vereri non ante desinam quam illam excisam esse cognovero.

19. Quam palmam utinam di immortales, Scipio, tibi reservent, ut avi reliquias persequare! cuius a morte tertius hic et tricesimus annus est, sed memoriam illius viri omnes excipient anni consequentes. Anno ante me censorem mortuus est, novem annis post meum consulatum, cum consul iterum me consule creatus esset. Num igitur, si ad centesimum annum vixisset, senectutis eum suae paeniteret? Nec enim excursione nec saltu nec eminus hastis aut comminus gladiis uteretur, sed consilio, ratione, sententia; quae nisi essent in senibus, non summum consilium maiores nostri appellassent senatum.

20. Apud Lacedaemonios quidem ei, qui amplissimum magistratum gerunt, ut sunt, sic etiam nominantur senes. Quod si legere aut audire voletis externa, maximas res publicas ab adulescentibus labefactatas, a senibus sustentatas et restitutas reperietis.

Cedo, qui vestram rem publicam tantam amisistis tam cito?

Sic enim percontantur in Naevi poetae Ludo. Respondentur et alia et hoc in primis:

Proveniebant oratores novi, stulti adulescentuli.

Temeritas est videlicet florentis aetatis, prudentia senescentis.

VII. 21. At memoria minuitur. Credo, nisi eam exerceas, aut etiam si sis natura tardior. Themistocles omnium civium perceperat nomina; num igitur censetis eum, cum aetate processisset, qui Aristides esset, Lysimachum salutare solitum? Equidem non modo eos novi, qui sunt, sed eorum patres etiam et avos, nec sepulcra legens vereor, quod aiunt, ne memoriam perdam; his enim ipsis legendis in memoriam redeo mortuorum. Nec vero quemquam senem audivi oblitum, quo loco thesaurum obruisset; omnia, quae curant, meminerunt; vadimonia constituta, quis sibi, cui ipsi debeant.

22. Quid iuris consulti, quid pontifices, quid augures, quid philosophi senes, quam multa meminerunt! Manent ingenia senibus, modo permaneat studium et industria, neque ea solum in claris et honoratis viris, sed in vita etiam privata et quieta. Sophocles ad summam senectutem tragoedias fecit; quod propter studium cum rem neglegere familiarem videretur, a filiis in iudicium vocatus est, ut, quem ad modum nostro more male rem gerentibus patribus bonis interdici solet, sic illum quasi desipientem a re familiari removerent iudices. Tum senex dicitur eam fabulam, quam in manibus habebat et proxime scripserat, Oedipum Coloneum, recitasse iudicibus quaesisseque, num illud carmen desipientis videretur. Quo recitato sententiis iudicum est liberatus.

23. Num igitur hunc, num Homerum, Hesiodum, Simonidem, Stesichorum, num, quos ante dixi, Isocraten, Gorgian, num philosophorum principes, Pythagoram, Democritum, num Platonem, num Xenocraten, num postea Zenonem, Cleanthem, aut eum, quem vos etiam vidistis Romae, Diogenem Stoicum, coegit in suis studiis obmutescere senectus? An in omnibus studiorum agitatio vitae aequalis fuit?

24. Age, ut ista divina studia omittamus, possum nominare ex agro Sabino rusticos Romanos, vicinos et familiares meos, quibus absentibus numquam fere ulla in agro maiora opera fiunt, non serendis, non percipiendis, non condendis fructibus. Quamquam in aliis minus hoc mirum est; nemo enim est tam senex qui se annum non putet posse vivere: sed idem in eis elaborant quae sciunt nihil ad se omnino pertinere.

Serit arbores, quae alteri saeclo prosint,

ut ait Statius noster in Synephebis.

25. Nec vero dubitat agricola, quamvis sit senex, quaerenti, cui serat respondere: ‘Dis immortalibus, qui me non accipere modo haec a maioribus voluerunt, sed etiam posteris prodere.’ VIII. Et melius Caecilius de sene alteri saeclo prospiciente quam illud idem:

Edepol, senectus, si nil quicquam aliud viti
Adportes tecum, cum advenis, unum id sat est,
Quod diu vivendo multa, quae non volt, videt.

Et multa fortasse, quae volt; atque in ea, quae non volt, saepe etiam adulescentia incurrit. Illud vero idem Caecilius vitiosius:

Tum equidem in senecta hoc deputo miserrimum,
Sentire ea aetate eumpse esse odiosum alteri.

26. Iucundum potius quam odiosum. Ut enim adulescentibus bona indole praeditis sapientes senes delectantur, leviorque fit senectus eorum qui a iuventute coluntur et diliguntur, sic adulescentes senum praeceptis gaudent, quibus ad virtutum studia ducuntur; nec minus intellego me vobis quam mihi vos esse iucundos. Sed videtis, ut senectus non modo languida atque iners non sit, verum etiam sit operosa et semper agens aliquid et moliens, tale scilicet quale cuiusque studium in superiore vita fuit. Quid qui etiam addiscunt aliquid? ut et Solonem versibus gloriantem videmus, qui se cotidie aliquid addiscentem dicit senem fieri, et ego feci qui litteras Graecas senex didici; quas quidem sic avide arripui quasi diuturnam sitim explere cupiens, ut ea ipsa mihi nota essent quibus me nunc exemplis uti videtis. Quod cum fecisse Socratem in fidibus audirem, vellem equidem etiam illud (discebant enim fidibus antiqui), sed in litteris certe elaboravi.

IX. 27. Ne nunc quidem vires desidero adulescentis (is enim erat locus alter de vitiis senectutis), non plus quam adulescens tauri aut elephanti desiderabam. Quod est, eo decet uti et, quicquid agas, agere pro viribus. Quae enim vox potest esse contemptior quam Milonis Crotoniatae? qui, cum iam senex esset athletasque se exercentes in curriculo videret, aspexisse lacertos suos dicitur inlacrimansque dixisse: ‘At hi quidem mortui iam sunt.’ Non vero tam isti quam tu ipse, nugator; neque enim ex te umquam es nobilitatus, sed ex lateribus et lacertis tuis. Nihil Sex. Aelius tale, nihil multis annis ante Ti. Coruncanius, nihil modo P. Crassus, a quibus iura civibus praescribebantur, quorum usque ad extremum spiritum est provecta prudentia.

28. Orator metuo ne languescat senectute; est enim munus eius non ingeni solum, sed laterum etiam et virium. Omnino canorum illud in voce splendescit etiam nescio quo pacto in senectute, quod equidem adhuc non amisi, et videtis annos. Sed tamen est decorus seni sermo quietus et remissus, factique per se ipsa sibi audientiam diserti senis composita et mitis oratio. Quam si ipse exsequi nequeas, possis tamen Scipioni praecipere et Laelio. Quid enim est iucundius senectute stipata studiis iuventutis?

29. An ne illas quidem vires senectuti relinquemus, ut adulescentis doceat, instituat, ad omne offici munus instruat? Quo quidem opere quid potest esse praeclarius? Mihi vero et Cn. et P. Scipiones et avi tui duo, L. Aemilius et P. Africanus, comitatu nobilium iuvenum fortunati videbantur nec ulli bonarum artium magistri non beati putandi, quamvis consenuerint vires atque defecerint. Etsi ipsa ista defectio virium adulescentiae vitiis efficitur saepius quam senectutis; libidinosa enim et intemperans adulescentia effetum corpus tradit senectuti.

30. Cyrus quidem apud Xenophontem eo sermone, quem moriens habuit, cum admodum senex esset, negat se umquam sensisse senectutem suam imbecilliorem factam, quam adulescentia fuisset. Ego L. Metellum memini puer, qui cum quadriennio post alterum consulatum pontifex maximus factus esset viginti et duos annos ei sacerdotio praefuit, ita bonis esse viribus extremo tempore aetatis, ut adulescentiam non requireret. Nihil necesse est mihi de me ipso dicere, quamquam est id quidem senile aetatique nostrae conceditur.

X. 31. Videtisne, ut apud Homerum saepissime Nestor de virtutibus suis praedicet? Tertiam iam enim aetatem hominum videbat, nec erat ei verendum ne vera praedicans de se nimis videretur aut insolens aut loquax. Etenim, ut ait Homerus, ‘ex eius lingua melle dulcior fluebat oratio,’ quam ad suavitatem nullis egebat corporis viribus. Et tamen dux ille Graeciae nusquam optat, ut Aiacis similis habeat decem, sed ut Nestoris; quod si sibi acciderit, non dubitat, quin brevi sit Troia peritura.

32. Sed redeo ad me. Quartum ago annum et octogesimum; vellem equidem idem possem gloriari quod Cyrus, sed tamen hoc queo dicere, non me quidem eis esse viribus, quibus aut miles bello Punico aut quaestor eodem bello aut consul in Hispania fuerim aut quadriennio post, cum tribunus militaris depugnavi apud Thermopylas M’. Glabrione consule; sed tamen, ut vos videtis, non plane me enervavit, non adflixit senectus, non curia vires meas desiderat, non rostra, non amici, non clientes, non hospites. Nec enim umquam sum adsensus veteri illi laudatoque proverbio, quod monet ‘mature fieri senem, si diu velis senex esse.’ Ego vero me minus diu senem esse mallem quam esse senem, ante quam essem. Itaque nemo adhuc convenire me voluit, cui fuerim occupatus.

32. At minus habeo virium quam vestrum utervis. Ne vos quidem T. Ponti centurionis vires habetis; num idcirco est ille praestantior? Moderatio modo virium adsit, et tantum quantum potest quisque nitatur, ne ille non magno desiderio tenebitur virium. Olympiae per stadium ingressus esse Milo dicitur, cum umeris sustineret bovem. Utrum igitur has corporis an Pythagorae tibi malis vires ingeni dari? Denique isto bono utare, dum adsit, cum absit, ne requiras, nisi forte adulescentes pueritiam, paululum aetate progressi adulescentiam debent requirere. Cursus est certus aetatis et una via naturae, eaque simplex, suaque cuique parti aetatis tempestivitas est data, ut et infirmitas puerorum, et ferocitas iuvenum et gravitas iam constantis aetatis et senectutis maturitas naturale quiddam habeat, quod suo tempore percipi debeat.

34. Audire te arbitror, Scipio, hospes tuus avitus Masinissa quae faciat hodie nonaginta natus annos; cum ingressus iter pedibus sit, in equum omnino non ascendere; cum autem equo, ex equo non descendere; nullo imbri, nullo frigore adduci ut capite operto sit, summam esse in eo siccitatem corporis, itaque omnia exsequi regis officia et munera. Potest igitur exercitatio et temperantia etiam in senectute conservare aliquid pristini roboris. XI. Non sunt in senectute vires. Ne postulantur quidem vires a senectute. Ergo et legibus et institutis vacat aetas nostra muneribus eis, quae non possunt sine viribus sustineri. Itaque non modo, quod non possumus, sed ne quantum possumus quidem cogimur.

35. At multi ita sunt imbecilli senes, ut nullum offici aut omnino vitae munus exsequi possint. At id quidem non proprium senectutis vitium est, sed commune valetudinis. Quam fuit imbecillus P. Africani filius, is qui te adoptavit, quam tenui aut nulla potius valetudine! Quod ni ita fuisset, alterum illud exstitisset lumen civitatis; ad paternam enim magnitudinem animi doctrina uberior accesserat. Quid mirium igitur in senibus si infirmi sint aliquando, cum id ne adulescentes quidem effugere possint? Resistendum, Laeli et Scipio, senectuti est, eiusque vitia diligentia compensanda sunt, pugnandum tamquam contra morbum sic contra senectutem;

36. habenda ratio valetudinis, utendum exercitationibus modicis, tantum cibi et potionis adhibendum ut reficiantur vires, non opprimantur. Nec vero corpori solum subveniendum est, sed menti atque animo multo magis; nam haec quoque, nisi tamquam lumini oleum instilles, exstinguuntur senectute. Et corpora quidem exercitationum defatigatione ingravescunt, animi autem exercendo levantur. Nam quos ait Caecilius

–comicos stultos senes,

hos significat credulos, obliviosos, dissolutos, quae vitia sunt non senectutis, sed inertis, ignavae, somniculosae senectutis. Ut petulantia, ut libido magis est adulescentium quam senum, nec tamen omnium adulescentium, sed non proborum, sic ista senilis stultitia, quae deliratio appellari solet, senum levium est, non omnium.

37. Quattuor robustos filios, quinque filias, tantam domum, tantas clientelas Appius regebat et caecus et senex, intentum enim animum tamquam arcum habebat nec languescens succumbebat senectuti. Tenebat non modo auctoritatem, sed etiam imperium in suos: metuebant servi, verebantur liberi, carum omnes habebant; vigebat in illa domo mos patrius et disciplina.

38. Ita enim senectus honesta est, si se ipsa defendit, si ius suum retinet, si nemini emancipata est, si usque ad ultimum spiritum dominatur in suos. Ut enim adulescentem in quo est senile aliquid, sic senem in quo est aliquid adulescentis probo; quod qui sequitur, corpore senex esse poterit, animo numquam erit. Septimus mihi liber Originum est in manibus; omnia antiquitatis monumenta colligo; causarum inlustrium quascumque defendi nunc cum maxime conficio orationes; ius augurium, pontificium, civile tracto; multum etiam Graecis litteris utor, Pythagoreorumque more exercendae memoriae gratia, quid quoque die dixerim, audierim, egerim, commemoro vesperi. Hae sunt exercitationes ingeni, haec curricula mentis, in his desudans atque elaborans corporis vires non magno opere desidero. Adsum amicis, venio in senatum frequens ultroque adfero res multum et diu cogitatas, easque tueor animi, non corporis viribus. Quas si exsequi nequirem, tamen me lectulus meus oblectaret ea ipsa cogitantem, quae iam agere non possem; sed ut possim, facit acta vita. Semper enim in his studiis laboribusque viventi non intellegitur quando obrepat senectus. Ita sensim sine sensu aetas senescit nec subito frangitur, sed diuturnitate exstinguitur.

XII. 39. Sequitur tertia vituperatio senectutis, quod eam carere dicunt voluptatibus. O praeclarum munus aetatis, siquidem id aufert a nobis, quod est in adulescentia vitiosissimum! Accipite enim, optimi adulescentes, veterem orationem Archytae Tarentini, magni in primis et praeclari viri, quae mihi tradita est cum essem adulescens Tarenti cum Q. Maximo. Nullam capitaliorem pestem quam voluptatem corporis hominibus dicebat a natura datam, cuius voluptatis avidae libidines temere et ecfrenate ad potiendum incitarentur.

40. Hinc patriae proditiones, hinc rerum publicarum eversiones, hinc cum hostibus clandestina colloquia nasci; nullum denique scelus, nullum malum facinus esse, ad quod suscipiendum non libido voluptatis impelleret; stupra vero et adulteria et omne tale flagitium nullis excitari aliis inlecebris nisi voluptatis; cumque homini sive natura sive quis deus nihil mente praestabilius dedisset, huic divino muneri ac dono nihil tam esse inimicum quam voluptatem;

41. nec enim libidine dominante temperantiae locum esse, neque omnino in voluptatis regno virtutem posse consistere. Quod quo magis intellegi posset, fingere animo iubebat tanta incitatum aliquem voluptate corporis, quanta percipi posset maxima; nemini censebat fore dubium, quin tam diu, dum ita gauderet, nihil agitare mente, nihil ratione, nihil cogitatione consequi posset. Quocirca nihil esse tam detestabile tamque pestiferum quam voluptatem, siquidem ea, cum maior esset atque longinquior, omne animi lumen exstingueret. Haec cum C. Pontio Samnite, patre eius, a quo Caudino proelio Sp. Postumius, T. Veturius consules superati sunt, locutum Archytam Nearchus Tarentinus, hospes noster, qui in amicitia populi Romani permanserat, se a maioribus natu accepisse dicebat, cum quidem ei sermoni interfuisset Plato Atheniensis, quem Tarentum venisse L. Camillo Ap. Claudio consulibus reperio.

42. Quorsus hoc? Ut intellegeretis, si voluptatem aspernari ratione et sapientia non possemus, magnam habendam esse senectuti gratiam, quae efficeret, ut id non liberet, quod non operteret. Impedit enim consilium voluptas, rationi inimica est, mentis, ut ita dicam, praestringit oculos, nec habet ullum cum virtute commercium. Invitus feci, ut fortissimi viri T. Flaminini fratrem L. Flamininum e senatu eicerem septem annis post quam consul fuisset, sed notandam putavi libidinem. Ille enim, cum esset consul in Gallia, exoratus in convivio a scorto est, ut securi feriret aliquem eorum, qui in vinculis essent, damnati rei capitalis. Hic Tito fratre suo censore, qui proximus ante me fuerat, elapsus est; mihi vero et Flacco neutiquam probari potuit tam flagitiosa et tam perdita libido, quae cum probro privato coniungeret imperi dedecus.

XIII. 43. Saepe audivi ex maioribus natu, qui se porro pueros a senibus audisse dicebant, mirari solitum C. Fabricium, quod, cum apud regem Pyrrhum legatus esset, audisset a Thessalo Cinea esse quendam Athenis, qui se sapientem profiteretur, eumque dicere omnia, quae faceremus, ad voluptatem esse referenda. Quod ex eo audientis M’. Curium et Ti. Coruncanium optare solitos, ut id Samnitibus ipsique Pyrrho persuaderetur, quo facilius vinci possent, cum se voluptatibus dedissent. Vixerat M’. Curius cum P. Decio, qui quinquennio ante eum consulem se pro re publica quarto consulatu devoverat; norat eundem Fabricius, norat Coruncanius; qui cum ex sua vita, tum ex eius, quem dico, Deci, facto iudicabant esse profecto aliquid natura pulchrum atque praeclarum, quod sua sponte peteretur, quodque spreta et contempta voluptate optimus quisque sequeretur.

44. Quorsus igitur tam multa de voluptate? Quia non modo vituperatio nulla, sed etiam summa laus senectutis est, quod ea voluptates nullas magno opere desiderat. Caret epulis extructisque mensis et frequentibus poculis; caret ergo etiam vinulentia et cruditate et insomniis. Sed si aliquid dandum est voluptati, quoniam eius blanditiis non facile obsistimus, –divine enim Plato ‘escam malorum’ appellat voluptatam, quod ea videlicet homines capiantur ut pisces, –quamquam immoderatis epulis caret senectus, modicis tamen coviviis delectari potest. C. Duellium M. f., qui Poenos classe primus devicerat, redeuntem a cena senem saepe videbam puer; delectabatur cereo funali et tibicine, quae sibi nullo exemplo privatus sumpserat; tantum licentiae dabat gloria.

45. Sed quid ego alios? Ad me ipsum iam revertar. Primum habui semper sodalis. Sodalitates autem me quaestore constitutae sunt sacris Idaeis Magnae Matris acceptis. Epulabar igitur cum sodalibus omnino modice, sed erat quidam fervor aetatis; qua progrediente omnia fiunt in dies mitiora. Neque enim ipsorum conviviorum delectationem voluptatibus corporis magis quam coetu amicorum et sermonibus metiebar. Bene enim maiores accubitionem epularem amicorum, quia vitae coniunctionem haberet, convivium nominaverunt, melius quam Graeci, qui hoc idem tum compotationem, tum concenationem vocant, ut, quod in eo genere minimum est, id maxime probare videantur.

XIV. 46. Ego vero propter sermonis delectationem tempestivis quoque conviviis delector, nec cum aequalibus solum, qui pauci admodum restant, sed cum vestra etiam aetate atque vobiscum, habeoque senectuti magnam gratiam, quae mihi sermonis aviditatem auxit, potionis et cibi sustulit. Quod si quem etiam ista delectant, (ne omnino bellum indixisse videar voluptati, cuius est fortasse quidam naturalis modus), non intellego ne in istis quidem ipsis voluptatibus carere sensu senectutem. Me vero et magisteria delectant a maioribus instituta et is sermo, qui more maiorum a summo adhibetur in poculo, et pocula, sicut in Symposio Xenophontis est, minuta atque rorantia, et refrigeratio aestate et vicissim aut sol aut ignis hibernus; quae quidem etiam in Sabinis persequi soleo, conviviumque vicinorum cotidie compleo, quod ad multam noctem quam maxime possumus vario sermone producimus.

47. At non est voluptatum tanta quasi titillatio in senibus. Credo, sed ne desideratio quidem; nihil autem est molestum, quod non desideres. Bene Sophocles, cum ex eo quidem iam adfecto aetate quaereret, utereturne rebus veneriis, ‘Di meliora!’ inquit; ‘ libenter vero istinc sicut ab domino agresti ac furioso profugi.’ Cupidis enim rerum talium odiosum fortasse et molestum est carere, satiatis vero et expletis iucundius est carere quam frui. Quamquam non caret is, qui non desiderat; ergo hoc non desiderare dico esse iucundius.

48. Quod si istis ipsis voluptatibus bona aetas fruitur libentius, primum parvulis fruitur rebus, ut diximus, deinde eis, quibus senectus, etiamsi non abunde potitur, non omnino caret. Ut Turpione Ambivio magis delectatur, qui in prima cavea spectat, delectatur tamen etiam, qui in ultima, sic adulescentia voluptates propter intuens magis fortasse laetatur, sed delectatur etiam senectus procul eas spectans tantum quantum sat est.

49. At illa quanti sunt, animum, tamquam emeritis stipendiis libidinis, ambitionis, contentionis, inimicitiarum cupiditatum omnium, secum esse secumque, ut dicitur, vivere! Si vero habet aliquod tamquam pabulum studi atque doctrinae, nihil est otiosa senectute iucundius. Videbamus in studio dimetiendi paene caeli atque terrae C. Galum, familiarem patris tui, Scipio. Quotiens illum lux noctu aliquid describere ingressum, quotiens nox oppressit, cum mane coepisset! Quam delectabat eum defectiones solis et lunae multo ante nobis praedicere!

50. Quid in levioribus studiis, sed tamen acutis? Quam gaudebat bello suo Punico Naevius! quam Truculento Plautus, quam Pseudolo! Vidi etiam senem Livium; qui, cum sex aniis ante quam ego natus sum fabulam docuisset Centone Tuditanoque consulibus, usque ad adulescentiam meam processit aetate. Quid de P. Licini Crassi et pontifici et civilis iuris studio loquar aut de huius P. Scipionis qui his paucis diebus pontifex maximus factus est? Atque eos omnis, quos commemoravi, his studiis flagrantis senes vidimus. M. vero Cethegum, quem recte ‘Suadae medullam’ dixit Ennius, quanto studio exerceri in dicendo videbamus etiam senem! Quae sunt igitur epularum aut ludorum aut scortorum voluptates cum his voluptatibus comparandae? Atque haec quidem studia doctrinae, quae quidem prudentibus et bene institutis pariter cum aetate crescunt, ut honestum illud Solonis sit, quod ait versiculo quodam, ut ante dixi, senescere se multa in dies addiscentem, qua voluptate animi nulla certe potest esse maior.

XV. 51. Venio nunc ad voluptates agricolarum, quibus ego incredibiliter delector; quae nec ulla impediuntur senectute et mihi ad sapientis vitam proxime videntur accedere. Habent enim rationem cum terra, quae numquam recusat imperium nec umquam sine usura reddit, quod accepit, sed alias minore, plerumque maiore cum faenore. Quamquam me quidem non fructus modo, sed etiam ipsius terrae vis ac natura delectat. Quae cum gremio mollito ac subacto sparsum semen excepit, primum id occaecatum cohibet, ex quo occatio, quae hoc efficit, nominata est, deinde tepefactum vapore et compressu suo diffundit et elicit herbescentem ex eo viriditatem, quae nixa fibris stirpium sensim adulescit culmoque erecta geniculato vaginis iam quasi pubescens includitur; ex quibus cum emersit, fundit frugem spici ordine structam et fcontra avium minorum morsus munitur vallo aristarum.

52. Quid ego vitium ortus, satus, incrementa commemorem? Satiari delectatione non possum, ut meae senectutis requiem oblectamentumque noscatis. Omitto enim vim ipsam omnium, quae generantur e terra; quae ex fici tantulo grano aut ex acini vinaceo aut ex ceterarum frugum aut stirpium minutissimis seminibus tantos truncos ramosque procreet. Malleoli, plantae, sarmenta, viviradices, propagines, nonne efficiunt, ut quemvis cum admiratione delectent? Vitis quidem, quae natura caduca est et, nisi fulta est, fertur ad terram, eadem, ut se erigat claviculis suis quasi manibus quicquid est nacta, complectitur; quam serpentem multiplici lapsu et erratico ferro amputans coercet ars agricolarum, ne silvescat sarmentis et in omnis partis nimia fundatur.

53. Itaque ineunte vere in eis, quae relicta sunt, exsistit tamquam ad articulos sarmentorum ea, quae gemma dicitur, a qua oriens uva se ostendit, quae et suco terrae et calore solis augescens primo est peracerba gustatu, deinde maturata dulcescit, vestitaque pampinis nec modico tepore caret et nimios solis defendit ardores. Qua quid potest esse cum fructu laetius, tum aspectu pulchrius? Cuius quidem non utilitas me solum, ut ante dixi, sed etiam cultura et natura ipsa delectat, adminiculorum ordines, capitum iugatio, religatio et propagatio vitium, sarmentorum ea, quam dixi aliorum amputatio, aliorum immissio. Quid ego irrigationes, quid fossiones agri repastinationesque proferam, quibus fit multo terra fecundior?

54. Quid de utilitate loquar stercorandi? Dixi in eo libro, quem de rebus rusticis scripsi; de qua doctus Hesiodus ne verbum quidem fecit, cum de cultura agri scriberet. At Honerus, qui multis, ut mihi videtur, ante saeculis fuit, Laeten lenientem desiderium, quod capiebat e filio, colentem agrum et eum stercorantem facit. Nec vero segetibus solum et pratis et vineis et arbustis res rusticae laetae sunt, sed hortis etiam et pomariis, tum pecudum pastu, apium examinibus, florum omnium varietate. Nec consitiones modo delectant sed etiam insitiones, quibus nihil invenit agri cultura sollertius.

XVI. 55. Possum persequi permulta oblectamenta rerum rusticarum, sed haec ipsa, quae dixi, sentio fuisse longiora. Ignoscetis autem; nam et studio rusticarum rerum provectus sum, et senectus est natura loquacior, ne ab omnibus eam vitiis videar vindicare. Ergo in hac vita M’. Curius, cum de Samnitibus, de Sabinis, de Pyrrho triumphasset, consumpsit extremum tempus aetatis. Cuius quidem ego villam contemplans (abest enim non longe a me) admirari satis non possum vel hominis ipsius continentiam vel temporum disciplinam. Curio ad focum sedenti magnum auri pondus Samnites cum attulissent, repudiati sunt; non enim aurum habere praeclarum sibi videri dixit, sed eis qui haberent aurum imperare.

56. Poteratne tantus animus efficere non iucundam senctutem? Sed venio ad agricolas, ne a me ipso recedam. In agris erant tum senatores, id est senes, siquidem aranti L. Quinctio Cincinnato nuntiatum est eum dictatorem esse factum; cuius dictatoris iussu magister equitum C. Servilius Ahala Sp. Maelium regnum adpetentem occupatum interemit. A villa in senatum arcessebatur et Curius et ceteri senes, ex quo, qui eos arcessebant viatores nominati sunt. Num igitur horum senectus miserabilis fuit, qui se agri cultione oblectabant? Mea quidem sententia haud scio an nulla beatior possit esse, neque solum officio, quod hominum generi universo cultura agrorum est salutaris, sed et delectatione, quam dixi, et saturitate copiaque rerum omnium, quae ad victum hominum, ad cultum etiam deorum pertinent, ut, quoniam haec quidem desiderant, in gratiam iam cum voluptate redeamus. Semper enim boni assiduique domini referta cella vinaria, olearia, etiam penaria est, villaque tota locuples est, abundat porco, haedo, agno, gallina, lacte, caseo, melle. Iam hortum ipsi agricolae succidiam alteram appellant. Conditiora facit haec supervacaneis etiam operis aucupium atque venatio.

57. Quid de pratorum viriditate aut arborum ordinibus aut vinearum olivetorumve specie plura dicam? Brevi praecidam: agro bene culto nihil potest esse nec usu uberius nec specie ornatius; ad quem fruendum non modo non retardat, verum etiam invitat atque adlectat senectus. Ubi enim potest illa aetas aut calescere vel apricatione melius vel igni, aut vicissim umbris aquisve refrigerari salubrius?

58. Sibi habeant igitur arma, sibi equos, sibi hastas, sibi clavam et pilam, sibi natationes atque cursus, nobis senibus ex lusionibus multis talos relinquant et tesseras, id ipsum ut lubebit, quoniam sine eis beata esse senectus potest.

XVII. 59. Multas ad res perutiles Xenophontis libri sunt, quos legite, quaeso, studiose, ut facitis. Quam copiose ab eo agri cultura laudatur in eo libro, qui est de tuenda re familiari, qui Oeconomicus inscribitur! Atque ut intellegatis nihil ei tam regale videri quam studium agri colendi, Socrates in eo libro loquitur cum Critobulo Cyrum minorem, Persarum regem, praestantem ingenio atque imperi gloria, cum Lysander Lacedaemonius, vir summae virtutis, venisset ad eum Sardis eique dona a sociis adtulisset, et ceteris in rebus communem erga Lysandrum atque humanum fuisse et ei quendam consaeptum agrum diligenter consitum ostendisse. Cum autem admiraretur Lysander et proceritates arborum et derectos in quincuncem ordines et humum subactam atque puram et suavitatem odorum, qui adflarentur ex floribus, tum eum dixisse mirari se non modo diligentiam, sed etiam sollertiam eius, a quo essent illa dimensa atque discripta; et Cyrum respondisse: ‘Atqui ego ista sum omnia dimensus; mei sunt ordines, mea discriptio, multae etiam istarum arborum mea manu sunt satae.’ Tum Lysandrum intuentem purpuram eius et nitorem corporis ornatumque Persicum multo auro multisque gemmis dixisse; ‘Recte vero te, Cyre, beatum ferunt, quoniam virtuti tuae fortuna coniuncta est.’

60. Hac igitur fortuna frui licet senibus, nec aetas impedit, quo minus et ceterarum rerum et in primis agri colendi studia teneamus usque ad ultimum tempus senectutis. M. quidem Valerium Corvinum accepimus ad centesimum annum perduxise, cum esset acta iam aetate in agris eosque coleret; cuius inter primum et sextum consulatum sex et quadraginta anni interfuerunt. Ita, quantum spatium aetatis maiores ad senectutis initium esse voluerunt, tantus illi cursus honorum fuit; atque huius extrema aetas hoc beatior quam media, quod auctoritatis habebat plus, laboris minus; apex est autem senectutis auctoritas.

61. Quanta fuit in L. Caecilio Metello, quanta in A. Atilio Calatino! in quem illud elogium: ‘Hunc unum plurimae consentiunt gentes populi primarium fuisse virum.’ Notum est carmen incisum in sepulcro. Iure igitur gravis, cuius de laudibus omnium esset fama consentiens. Quem virum nuper P. Crassum, pontificem maximum, quem postea M. Lepidum eodem sacerdotio praeditum, vidimus! Quid de Paulo aut Africano loquar aut, ut iam ante, de Maximo? quorum non in sententia solum, sed etiam in nutu residebat auctoritas. Habet senectus, honorata praesertim, tantam auctoritatem, ut ea pluris sit quam omnes adulescentiae voluptates.

XVIII. 62. Sed in omni oratione mementote eam me senectutem laudare, quae fundamentis adulescentiae constituta sit. Ex quo efficitur id quod ego magno quondam cum assensu omnium dixi, miseram esse senectutem quae se oratione defenderet. Non cani, nec rugae repente auctoritatem arripere possunt, sed honeste acta superior aetas fructus capit auctoritatis extremos.

63. Haec enim ipsa sunt honorabilia quae videntur levia atque communia, salutari, adpeti, decedi, adsurgi, deduci, reduci, consuli; quae et apud nos et in aliis civitatibus, ut quaeque optime morata est, ita diligentissime observantur. Lysandrum Lacedaemonium, cuius modo feci mentionem, dicere aiunt solitum Lacedaemonem esse honestissimum domicilium senectutis: nusquam enim tantum tribuitur aetati, nusquam est senectus honoratior. Quin etiam memoriae proditum est, cum Athenis ludis quidam in theatrum grandis natu venisset, magno consessu locum nusquam ei datum a suis civibus; cum autem ad Lacedaemonios accessisset, qui legati cum essent, certo in loco consederant, consurrexisse omnes illi dicuntur et senem sessum recepisse.

64. Quibus cum a cuncto consessu plausus esset multiplex datus, dixisse ex eis quendam Atheniensis scire, quae recta essent, sed facere nolle. Multa in nostro collegio praeclara, sed hoc de quo agimus in primis, quod, ut quisque aetate antecedit, ita sententiae principatum tenet, neque solum honore antecedentibus, sed eis etiam, qui cum imperio sunt, maiores natu augures anteponuntur. Quae sunt igitur voluptates corporis cum auctoritatis praemiis comparandae? Quibus qui splendide usi sunt, ei mihi videntur fabulam aetatis peregisse nec tamquam inexercitati histriones in extremo actu corruisse.

65. At sunt morosi et anxii et iracundi et difficiles senes. Si quaerimus, etiam avari; sed haec morum vitia sunt, non senectutis. Ac morositas tamen et ea vitia, quae dixi, habent aliquid excusationis non illius quidem iustae, sed quae probari posse videatur; contemni se putant, despici, inludi; praeterea in fragili corpore odiosa omnis offensio est. Quae tamen omnia dulciora fiunt et moribus bonis et artibus; idque cum in vita, tum in scaena intellegi potest ex eis fratribus, qui in Adelphis sunt. Quanta in altero diritas, in altero comitas! Sic se res habet; ut enim non omne vinum, sic non omnis natura vetustate coacescit. Severitatem in senectute probo, sed eam, sicut alia, modicam, acerbitatem nullo modo.

66. Avaritia vero senilis quid sibi velit, non intellego; potest enim quicquam esse absurdius quam, quo viae minus restet, eo plus viatici quaerere? XIX. Quarta restat causa, quae maxime angere atque sollicitam habere nostram aetatem videtur, adpropinquatio mortis, quae certe a senectute non potest esse longe. O miserum senem qui mortem contemnendam esse in tam longa aetate non viderit! quae aut plane neglegenda est, si omnino exstinguit animum, aut etiam optanda, si aliquo eum deducit, ubi sit futurus aeternus; atqui tertium certe nihil inveniri potest.

67. Quid igitur timeam, si aut non miser post mortem aut beatus etiam futurus sum? Quamquam quis est tam stultus, quamvis sit adulescens, cui sit exploratum se ad vesperum esse victurum? Quin etiam aetas illa multo pluris quam nostra casus mortis habet; facilius in morbos incidunt adulescentes, gravius aegrotant, tristius curantur. Itaque pauci veniunt ad senectutem; quod ni ita accideret, melius et prudentius viveretur. Mens enim et ratio et consilium in senibus est; qui si nulli fuissent, nullae omnino civitates fuissent. Sed redeo ad mortem impendentem. Quod est istud crimen senectutis, cum id ei videatis cum adulescentia esse commune?

68. Sensi ego in optimo filio, tu in exspectatis ad amplissimam dignitatem fratribus, Scipio, mortem omni aetati esse communem. At sperat adulescens diu se victurum, quod sperare idem senex non potest. Insipienter sperat. Quid enim stultius quam incerta pro certis habere, falsa pro veris? At senex ne quod speret quidem habet. At est eo meliore condicione quam adulescens, quoniam id, quod ille sperat, hic consecutus est; ille vult diu vivere, hic diu vixit.

69. Quamquam, O di boni! quid est in hominis natura diu? Da enim summum tempus, exspectemus Tartessiorum regis aetatem (fuit enim, ut scriptum video, Arganthonius quidam Gadibus, qui octoginta regnavit annos, centum viginti vixit)–sed mihi ne diuturnum quidem quicquam videtur in quo est aliquid extremum. Cum enim id advenit, tum illud, quod praeteriit, effluxit; tantum remanet, quod virtute et recte factis consecutus sis; horae quidem cedunt et dies et menses et anni, nec praeteritum tempus umquam revertitur, nec quid sequatur sciri potest; quod cuique temporis ad vivendum datur, eo debet esse contentus.

70. Neque enim histrioni, ut placeat, peragenda fabula est, modo, in quocumque fuerit actu, probetur, neque sapientibus usque ad ‘Plaudite’ veniendum est. Breve enim tempus aetatis satis longum est ad bene honesteque vivendum; sin processerit longius, non magis dolendum est, quam agricolae dolent praeterita verni temporis suavitate aestatem autumnumque venisse. Ver enim tamquam adulescentiam significat ostenditque fructus futuros, reliqua autem tempora demetendis fructibus et percipiendis accommodata sunt.

71. Fructus autem senectutis est, ut saepe dixi, ante partorum bonorum memoria et copia. Omnia autem quae secundum naturam fiunt sunt habenda in bonis. Quid est autem tam secundum naturam quam senibus emori? Quod idem contingit adulescentibus adversante et repugnante natura. Itaque adulescentes mihi mori sic videntur, ut cum aquae multitudine flammae vis opprimitur, senes autem sic, ut cum sua sponte nulla adhibita vi consumptus ignis exstinguitur; et quasi poma ex arboribus, cruda si sunt, vix evelluntur, si matura et cocta, decidunt, sic vitam adulescentibus vis aufert, senibus maturitas; quae quidem mihi tam iucunda est, ut, quo propius ad mortem accedam, quasi terram videre videar aliquandoque in portum ex longa navigatione esse venturus.

XX. 72. Senectutis autem nullus est certus terminus, recteque in ea vivitur, quoad munus offici exsequi et tueri possit [mortemque contemnere]; ex quo fit, ut animosior etiam senectus sit quam adulescentia et fortior. Hoc illud est quod Pisistrato tyranno a Solone responsum est, cum illi quaerenti, qua tandem re fretus sibi tam audaciter obsisteret, respondisse dicitur: ‘Senectute.’ Sed vivendi est finis optimus, cum integra mente certisque sensibus opus ipsa suum eadem quae coagmentavit, natura dissolvit. Ut navem, ut aedificium idem destruit facillime, qui construxit, sic hominem eadem optime quae conglutinavit natura dissolvit. Iam omnis conglutinatio recens aegre, inveterata facile divellitur. Ita fit ut illud breve vitae reliquum nec avide adpetendum senibus nec sine causa deserendum sit; vetatque Pythagoras iniussu imperatoris, id est dei, de praesidio et statione vitae decedere.

73. Solonis quidem sapientis est elogium, quo se negat velle suam mortem dolore amicorum et lamentis vacare. Volt, credo, se esse carum suis; sed haud scio an melius Ennius:

Nemo me lacrumis decoret neque funera fletu faxit.

74. Non censet lugendam esse mortem, quam immortalitas consequatur. Iam sensus moriendi aliquis esse potest, isque ad exiguum tempus, praesertim seni; post mortem quidem sensus aut optandus aut nullus est. Sed hoc meditatum ab adulescentia debet esse mortem ut neglegamus, sine qua meditatione tranquillo animo esse nemo potest. Moriendum enim certe est, et incertum an hoc ipso die. Mortem igitur omnibus horis impendentem timens qui poterit animo consistere?

75. De qua non ita longa disputatione opus esse videtur, cum recorder non L. Brutum, qui in liberanda patria est interfectus, non duos Decios, qui ad voluntariam mortem cursum equorum incitaverunt, non M. Atilium, qui ad supplicium est profectus, ut fidem hosti datam conservaret, non duos Scipiones, qui iter Poenis vel corporibus suis obstruere voluerunt, non avum tuum L. Paulum, qui morte luit conlegae in Cannensi ignominia temeritatem, non M. Marcellum, cuius interitum ne crudelissimus quidem hostis honore sepulturae carere passus est, sed legiones nostras, quod scripsi in Originibus, in eum locum saepe profectas alacri animo et erecto, unde se redituras numquam arbitrarentur. Quod igitur adulescentes, et ei quidem non solum indocti, sed etiam rustici, contemnunt, id docti senes extimescent?

76. Omnino, ut mihi quidem videtur, studiorum omnium satietas vitae facit satietatem. Sunt pueritiae studia certa; num igitur ea desiderant adulescentes? Sunt ineuntis adulescentiae: num ea constans iam requirit aetas quae media dicitur? Sunt etiam eius aetatis; ne ea quidem quaeruntur in senectute. Sunt extrema quaedam studia senectutis: ergo, ut superiorum aetatum studia occidunt, sic occidunt etiam senectutis; quod cum evenit, satietas vitae tempus maturum mortis adfert.

XXI. 77. Non enim video cur, quid ipse sentiam de morte, non audeam vobis dicere, quod eo cernere mihi melius videor, quo ab ea propius absum. Ego vestros patres, P. Scipio, tuque, C. Laeli, viros clarissimos mihique amicissimos, vivere arbitror, et eam quidem vitam, quae est sola vita nominanda. Nam, dum sumus inclusi in his compagibus corporis, munere quodam necessitatis et gravi opere perfungimur; est enim animus caelestis ex altissimo domicilio depressus et quasi demersus in terram, locum divinae naturae aeternitatique contrarium. Sed credo deos immortalis sparsisse animos in corpora humana, ut essent, qui terras tuerentur, quique caelestium ordinem contemplantes imitarentur eum vitae modo atque constantia. Nec me solum ratio ac disputatio impulit, ut ita crederem, sed nobilitas etiam summorum philosophorum et auctoritas.

78. Audiebam Pythagoram Pythagoreosque, incolas paene nostros, qui essent Italici philosophi quondam nominati, numquam, dubitasse, quin ex universa mente divina delibatos animos haberemus. Demonstrabantur mihi praeterea, quae Socrates supremo vitae die de immortalitate aminorum disseruisset, is qui esset omnium sapientissimus oraculo Apollinis iudicatus. Quid multa? Sic persuasi mihi, sic sentio, cum tanta celeritas animorum sit, tanta memoria praeteritorum futurorumque prudentia, tot artes, tantae scientiae, tot inventa, non posse eam naturam, quae res eas contineat, esse mortalem, cumque semper agitetur animus nec principium motus habeat, quia se ipse moveat, ne finem quidem habiturum esse motus, quia numquam se ipse sit relicturus; et, cum simplex animi esset natura, neque haberet in se quicquam admixtum dispar sui atque dissimile, non posse eum dividi; quod si non posset, non posse interire; magnoque esse argumento homines scire pleraque ante quam nati sint, quod iam pueri, cum artis difficilis discant, ita celeriter res innumerabilis arripiant, ut eas non tum primum accipere videantur, sed reminisci et recordari. Haec Platonis fere.

XXII. 79. Apud Xenophontem autem moriens Cyrus maior haec dicit: ‘Nolite arbitrari, O mihi carissimi filii, me, cum a vobis discessero, nusquam aut nullum fore. Nec enim, dum eram vobiscum, animum meum videbatis, sed eum esse in hoc corpore ex eis rebus quas gerebam intellegebatis. Eundem igitur esse creditote, etiamsi nullum videbitis.

80. Nec vero clarorum virorum post mortem honores permanerent, si nihil eorum ipsorum animi efficerent, quo diutius memoriam sui teneremus. Mihi quidem numquam persuaderi potuit animos, dum in corporibus essent mortalibus, vivere, cum excessissent ex eis, emori, nec vero tum animum esse insipientem, cum ex insipienti corpore evasisset, sed cum omni admixtione corporis liberatus purus et integer esse coepisset, tum esse sapientem. Atque etiam cum hominis natura morte dissolvitur, ceterarum rerum perspicuum est quo quaeque discedat; abeunt enim illuc omnia, unde orta sunt, animus autem solus nec cum adest nec cum discedit, apparet. Iam vero videtis nihil esse morti tam simile quam somnum.

81. Atqui dormientium animi maxime declarant divinitatem suam; multa enim, cum remissi et liberi sunt, futura prospiciunt. Ex quo intellegitur quales futuri sint, cum se plane corporis vinculis relaxaverint. Qua re, si haec ita sunt, sic me colitote,’ inquit, ‘ut deum; sin una est interiturus animus cum corpore, vos tamen, deos verentes, qui hanc omnem pulchritudinem tuentur et regunt, memoriam nostri pie inviolateque servabitis.’

XXIII. 82. Cyrus quidem haec moriens; nos, si placet, nostra videamus. Nemo umquam mihi, Scipio, persuadebit aut patrem tuum Paulum, aut duos avos, Paulum et Africanum, aut Africani patrem, aut patruum, aut multos praestantis viros quos enumerare non est necesse, tanta esse conatos, quae ad posteritatis memoriam pertinerent, nisi animo cernerent posteritatem ad se ipsos pertinere. Anne censes, ut de me ipse aliquid more senum glorier, me tantos labores diurnos nocturnosque domi militiaeque suscepturum fuisse, si eisdem finibus gloriam meam, quibus vitam, essem terminaturus? Nonne melius multo fuisset otiosam et quietam aetatem sine ullo labore et contentione traducere? Sed nescio quo modo animus erigens se posteritatem ita semper prospiciebat, quasi, cum excessisset e vita, tum denique victurus esset. Quod quidem ni ita se haberet, ut animi inmortales essent, haud optimi cuiusque animus maxime ad inmortalitatem et gloriam niteretur.

83. Quid, quod sapientissimus quisque aequissimo animo moritur, stultissimus iniquissimo, nonne vobis videtur is animus qui plus cernat et longius, videre se ad meliora proficisci, ille autem cuius obtusior sit acies, non videre? Equidem efferor studio patres vestros, quos colui et dilexi videndi, neque vero eos solos convenire aveo quos ipse cognovi, sed illos etiam de quibus audivi et legi et ipse conscripsi; quo quidem me proficiscentem haud sane quid facile retraxerit, nec tamquam Peliam recoxerit. Et si quis deus mihi largiatur, ut ex hac aetate repuerascam et in cunis vagiam, valde recusem, nec vero velim quasi decurso spatio ad carceres a calce revocari.

84. Quid habet enim vita commodi? Quid non potius laboris? Sed habeat sane, habet certe tamen aut satietatem aut modum. Non lubet enim mihi deplorare vitam, quod multi, et ei docti, saepe fecerunt, neque me vixisse paenitet, quoniam ita vixi, ut non frustra me natum existimem, ut ex vita ita discedo tamquam ex hospitio, non tamquam e domo. Commorandi enim natura devorsorium nobis, non habitandi dedit. O praeclarum diem, cum in illud divinum animorum concilium coetumque proficiscar cumque ex hac turba et conluvione discedam! Proficiscar enim non ad eos solum viros, de quibus ante dixi, verum etiam ad Catonem meum, quo nemo vir melior natus est, nemo pietate praestantior; cuius a me corpus est crematum, quod contra decuit ab illo meum, animus vero, non me deserens sed respectans, in ea profecto loca discessit, quo mihi ipsi cernebat esse veniendum. Quem ego meum casum fortiter ferre visus sum, non quo aequo animo ferrem, sed me ipse consolabar existimans non longinquum inter nos digressum et discessum fore.

85. His mihi rebus, Scipio (id enim te cum Laelio admirari solere dixisti), levis est senectus, nec solum non molesta sed etiam iucunda. Quod si in hoc erro, qui animos hominum inmortalis esse credam, libenter erro; nec mihi hunc errorem, quo delector, dum vivo, extorqueri volo; sin mortuus, ut quidam minuti philosophi censent, nihil sentiam, non vereor, ne hunc errorem meum philosophi mortui irrideant. Quod si non sumus inmortales futuri, tamen exstingui homini suo tempore optabile est. Nam habet natura, ut aliarum omnium rerum, sic vivendi modum. Senectus autem aetatis est peractio tamquam fabulae, cuius defatigationem fugere debemus, praesertim adiuncta satietate. Haec habui, de senectute quae dicerem, ad quam utinam perveniatis, ut ea, quae ex me audistis, re experti probare possitis.

da CICERONE, Cato maior, de senectute : Ai confini dello sguardo


ANZIANI NELLA LETTERATURA, schede bibliografiche a cura della Biblioteca cantonale di Bellinzona, Svizzera


Arriva il robot-badante che aiuta il nonno in casa di FRANCESCO TRIPPITELLI – Firenze – Repubblica.it

Si chiama Rubicon, ed è una specie di robot-badante. E’ pensato per fornire assistenza in casa, ad anziani e disabili attraverso l’“apprendimento” delle loro abitudini e delle loro necessità. Un complesso sistema di sensori, collocati fra i muri di un appartamento, permetterà di acquisire le informazioni, memorizzare le abitudini dei soggetti e trasmettere gli ordini ai robot, che si metteranno in movimento.

 Un team di ricercatori del dipartimento di Informatica dell’Università di Pisa, coordinati da Stefano Chessa e Alessio Micheli, è partner di un progetto di ricerca europeo che ha l’obiettivo di unire dispositivi robotici e reti di sensori in un sistema capace di interagire con l’ambiente circostante. 

I ricercatori spiegano che Rubicon è l’incrocio fra ‘intelligenza’ ambientale e robotica: con questa tecnologia sarà possibile abbinare un evento a un comportamento specifico della macchina. Se col tempo le abitudini cambiano, e il pensionato da accudire per esempio si sveglia più presto o più tardi, se cambia l’ora di assunzione dei farmaci, e così via, Rubicon si adatterà alle nuove condizioni. Cioè si riprogramma.

 da: Arriva il robot-badante che aiuta il nonno in casa – Firenze – Repubblica.it.


Il sostegno alla domiciliarità della persona anziana con la rete dei servizi e le risorse del territorio, 25 novembre 2011, 9-17, Assago (Milano), sala comunale via Caduti 7

La Bottega del Possibile in collaborazione con ANSDIPP Nazionale e il Comune di Assago organizza un Convegno sul tema:

IL SOSTEGNO ALLA DOMICILIARITÀ DELLA PERSONA ANZIANA

CON LA RETE DEI SERVIZI E LE RISORSE DEL TERRITORIO
LE STRUTTURE RESIDENZIALI A SOSTEGNO DELLA DOMICILIARITÀ

 che si svolgerà in data venerdì 25 novembre 2011, dalle ore 8.30 alle ore 17.00, presso la Sala Comunale - Via dei Caduti, 7 - Assago (MI)

depliant programma Convegno 25-11 pag.1.pdf

depliant programma Convegno 25-11 pag.2.pdf

 MODULO DI ISCRIZIONE.doc

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L’HOME CARE NEL WELFARE SUSSIDIARIO a cura di Lazzarini G., Gamberini A., Palumbo S.

L’HOME CARE NEL WELFARE SUSSIDIARIO

a cura di Lazzarini G., Gamberini A., Palumbo S.







Lazzarini G., Gamberini A., Palumbo S. (a cura di), L’Home care nel welfare sussidiario. Reciprocità e ben-essere nelle relazioni di cura, 2011, Franco Angeli, Milano, pag. 268, € 38.

Il volume affronta il tema del rapporto anziano-famiglia-assistente familiare, e si propone di ricostruire i punti di forza e di debolezza dei programmi di assistenza all’anziano e delle reti che ne curano l’attivazione, e di immaginare soluzioni per una presa in carico virtuosa, capace di sostenere l’interscambio e la cooperazione tra risorse formali e informali attraverso il riconoscimento di buone pratiche.


INDICE

Introduzione
Parte I. La qualità della vita dell’anziano nella società post-moderna

Sezione I. Criticità e contraddizioni della società contemporanea
Guido Lazzarini, I volti della post-modernità
Guido Lazzarini, Valori e costi della generazione anziana
Paola Lazzarini, La non autosufficienza nella società del “bell-essere”

Sezione II. Politiche di welfare a favore delle persone anziane
Stefania Bertorello, I modelli in atto in alcuni Paesi europei e del Nord America
Giulia Pentella, L’esperienza del cohousing sociale in alcuni Paesi europei
Vilma Rossi, Il fondo per anziani non autosufficienti
Simona Brino, Annalisa Maggiorotto, L’attenzione alle problematiche delle persone anziane in Piemonte
Anna Cugno, Prendersi cura degli anziani fragili in un sistema di welfare ‘in costruzione’

Parte II. L’anziano nel cuneese

Sezione I. Scenario socio-economico locale e servizi per le persone anziane
Elisa Facello, Un quadro del sistema socio-sanitario cuneese
Le buone pratiche: alcune esperienze

Sezione II. Luci accese in realtà isolate: un’indagine sociologica nel cuneese
Guido Lazzarini, Nota metodologica
Guido Lazzarini, Situazioni difficili sostenute dalla caparbia volontà della famiglia
Anna Gamberini, I principali protagonisti della relazione di aiuto
Sonia Palumbo, Il welfare fatto in casa: un bilancio

Parte III. Dal welfare domestico alla costruzione di progetti di sussidiarietà

Sezione I. Formalità e realtà nell’assistenza domiciliare
Carmine Macchione, Giuseppe Luciano, Assistenza domiciliare all’anziano non autosufficiente e conservazione della dignità della persona
Maria Teresa Vendramini, Comportamenti di fronte l’aggravarsi delle condizioni e alla morte dell’assistito
Sonia Palumbo, Richieste e proposte provenienti dalle famiglie
Anna Cugno, Il ‘care management comunitario’ a supporto delle reti naturali
Guido Lazzarini, Una vicinanza vitale

Bibliografia di riferimento

da www.qualificare.info.


Sostenibilità dell’assistenza a domicilio: ruolo del caregiving familiare, Convegno del 7 novembre 2011 a Brescia, Federsanità-Anci Lombardia Report Convegno Brescia

Federsanità-Anci Lombardia Report Convegno Brescia
Report del Convegno del 7 novembre 2011 a Brescia “Sostenibilità dell’assistenza a domicilio: ruolo del caregiving familiare” 

Il contesto attuale dell’assistenza a domicilio; le strategie per garantire la continuità di intervento assistenziale nei confronti delle persone fragili, semplificare i percorsi nella rete a pazienti e familiari, e fornire la valutazione
multidimensionale della complessità dei bisogni; la necessità di dare risposte rapide, articolate e coordinate grazie all’attivazione di soluzioni istituzionali e normativi: questi, principalmente, i temi che si sono trattati nel convegno “Sostenibilità dell’assistenza a domicilio: ruolo del caregiving familiare”, organizzato a Brescia il 7 novembre scorso dall’ASL di Brescia, in collaborazione con Federsanità e ANCI Lombardia.
Nel convegno si sono articolati gli interventi di Carmelo Scarcella, Direttore Generale dell’ASL di Brescia; Giacomo Bazzoni, Vicepresidente Vicario Nazionale Federsanità ANCI; Giorgio Scivoletto, Direttore Generale ASL Milano Uno; Fausta Podavitte, Direttore Dipartimento ASSI ASL Brescia; Fiorenza Comincini, Vicepresidente Centro Italiano per l’Assistenza in Famiglia; Enrico Agabiti Rosei, Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università degli Studi di Brescia; Stefano Bazzana, Presidente Collegio IPASVI Brescia; Pierfranco Maffé, Assessore alla Famiglia e Politiche Sociali Comune di Monza; Gianbattista Martinelli, Direttore Generale Fondazione Don Gnocchi Onlus; Salvatore Tagliata, Direttore Sociale ASL Milano Due; Alessandro Signorini, Direttore Sanitario Fondazione Poliambulanza Brescia; Marco Trabucchi, Direttore Gruppo Ricerca Geriatrica Brescia.
In allegato le relazioni del Convegno
Tutte le notizie

Ermeneia, (a cura di) Nadio Delai INTERNET OVER 60 Le tecnologie digitali per la generazione matura

Ermeneia, (a cura di) Nadio Delai
INTERNET OVER 60
Le tecnologie digitali per la generazione matura
pp. 336, Euro 36,00; E-book Euro 29,00, Cod. 2000.1318, Collana: Varie

Guido Ceronetti, sull’invecchiare

Guido Ceronetti, sull’invecchiare

“… Ma la vecchiaia concentra in sé tutte le infelicità possibili, comprese quelle dovute al commercio carnale con altri esseri umani e ai sentimenti di tenerezza delusi o repressi. È gloria e disonore nella medicina aver proiettato la durata della vita (dell’ esserci, dice Heidegger) col suo bel carico di patologie specifiche e croniche, e di infelicità concentrate, oltre ogni limite accettabile per la ragione. La vita non è sopportabile oltre i limiti prescritti posti dalla salute del corpo e della mente, e invecchiare significa avvicinarsi sempre più, inesorabilmente, all’ oltrepassamento di ogni sopportabilità di vivere…”

Uno straordinario Guido Ceronetti in un pezzo sulla vecchiaia, sull’invecchiare e sulla mania, tutta contemporanea, di prolungare la vita al di là di ogni limite tollerabile. Pubblicato sul Corriere della Sera del 30 aprile, lo ripesco e lo ripropongo oggi, per chi se lo fosse perso. Una goccia di saggezza nell’oceano di sciocchezze pubblicate dai quotidiani.

cadavrexquis: Guido Ceronetti, sull’invecchiare.


Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Avviso pubblico per la presentazione di progetti sperimentali da parte dei Comuni nei settori dell’’inclusione sociale e del contrasto alla povertà, della tutela dell’infanzia, dell’invecchiamento attivo, della non autosufficienza

Emanato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali un Avviso pubblico per la presentazione di progetti sperimentali da parte dei Comuni nei settori dell’’inclusione sociale e del contrasto alla povertà, della tutela dell’infanzia, dell’invecchiamento attivo, della non autosufficienza. Le risorse destinate al finanziamento dei progetti ammontano a 450.000 euro. I Comuni potranno presentare domanda, sia in forma singola che associata, con le modalità descritte nello stesso Avviso, entro le ore 12.00 del 30 novembre 2011; i progetti dovranno prevedere il coinvolgimento di Enti appartenenti al terzo settore ed essere sperimentali ed i Comuni dovranno co-finanziare almeno il 20% dell’ammontare del progetto.


M. Gioncada, F. Trebeschi, P.A. Mirri, LE RETTE NEI SERVIZI PER PERSONE CON DISABILITA’ E ANZIANI, Maggioli editore

NOVITA’ NOVEMBRE 2011
LE RETTE NEI SERVIZI PER PERSONE CON DISABILITA' E ANZIANI
LE RETTE NEI SERVIZI PER PERSONE
CON DISABILITA’ E ANZIANI
La compartecipazione al costo dei servizi residenziali, diurni e domiciliari

Se un ospite o i suoi parenti non pagano la retta come può reagire l’ente gestore? e se a non pagare è il Comune e l’ASL? quale ISEE deve utilizzare l’Amministrazione comunale per modulare la compartecipazione dell’utenza anziana o disabile al costo dei servizi fruiti? esiste ancora la rivalsa dei Comuni verso i tenuti agli alimenti? è legittimo il Regolamento comunale che prevede che alla spesa per i servizi fruiti concorrano anche i parenti in linea retta entro il primo grado?

Tutte le risposte alle questioni economiche ricorrenti in materia, soprattutto a quelle spesso oggetto di ricorso giurisdizionale davanti ai TAR, emergono chiare e precise da questa nuova opera di 412 pagine.

Risultato dell’attività di autori particolarmente esperti nel coniugare il rigore scientifico con la concretezza che caratterizza l’agire quotidiano dei Servizi sociali e sanitari, il volume approfondisce i temi del contenzioso sul rimborso degli oneri e della compartecipazione dell’utenza al costo dei servizi socio-assistenziali e socio-sanitari.

Accurata e vasta è la selezione di sentenze e ordinanze del giudice amministrativo intessute organicamente nell’articolazione del testo per orientarsi in un profluvio giurisprudenziale non sempre chiaro e ordinato.

Dopo una prima parte con nozioni essenziali sul riconoscimento costituzionale del diritto alla salute (art. 32) e all’assistenza sociale (art. 38), nelle tre seguenti il volume – che espone anche le basi teoriche delle questioni in oggetto – illustra ogni argomento di concreto interesse nel dettaglio della seguente trattazione: 

1.
IL CONTENZIOSO SUL RIMBORSO DEGLI ONERI
1. 
Il contenzioso sul rimborso degli oneri: qualificazione delle prestazioni e identificazione del soggetto pubblico legittimato passivo.
2. L’azione giudiziaria e la vexata quaestio della giurisdizione.
3. Rapporti tra ente gestore e utenza.

2.
LA COMPARTECIPAZIONE DELL’UTENZA AL COSTO DEI SERVIZI SOCIO-ASSISTENZIALI E SOCIO-SANITARI
1.
 Il testo normativo fondamentale: il D.Lgs. 109/1998.
2. Composizione dell’indicatore della situazione economica equivalente.
3. Il coefficiente familiare. La disciplina alimentare rilevante:
1. Nucleo familiare di riferimento e carico assistenziale.
2. Nucleo familiare rilevante.
3. Il principio di unicità del nucleo familiare e il nucleo familiare come definito dall’art. 2 del D. Lgs. 109/1998.
4. Partecipazione al costo dei servizi, ISEE, obbligo alimentare e azione di rivalsa nei confronti dei parenti.
5. La L. 1580/1931 in tema di rivalsa per le spese di spedalità e manicomiali.
6. ISEE e rivalsa nei confronti dei parenti tenuti agli alimenti: il connubio impossibile.
7. Divieto di coinvolgimento dei parenti civilmente obbligati e legislazione regionale alla luce della riforma del Titolo V Costituzione.
8. I tentativi di fondare la rivalsa su altre obbligazioni scaturenti dalla legge.
9. Composizione del nucleo familiare per particolari prestazioni.
10. L’art. 3, co. 2-ter del D. Lgs. 109/1998 e le prestazioni sociali agevolate nell’ambito di percorsi assistenziali integrati di natura socio-sanitaria rivolte a persone con disabilità grave e anziani non autosufficienti.
4. Atti di disposizione patrimoniale dell’utenza e limiti dell’attività di recupero dell’Amministrazione.

3.
GLI ESEMPI DELLA LOMBARDIA, DELLA TOSCANA, DELLA SARDEGNA, DEL FRIULI-VENEZIA GIULIA E DEL PIEMONTE.


M. Gioncada, Consulente giuridico e formatore per numerose amministrazioni pubbliche e private.
F. Trebeschi, P.A. Mirri, Avvocati

Luciana Quaia, Relazione e comunicazione con la persona colpita da demenza Alzheimer, parte prima e seconda| in Muoversi Insieme di Stannah, 2011

Luciana Quaia, Relazione e comunicazione con la persona colpita da demenza, parte 1°

Il 21 settembre anche quest’anno ci ricorda una malattia drammatica su cui  la ricerca scientifica, pur compiendo notevoli progressi, non ha ancora raggiunto un rimedio risolutivo.L’Alzheimer è la forma più diffusa di demenza ed è caratterizzata dal progressivo degrado delle cellule cerebrali che determina, col trascorrere del tempo, l’incapacità di un soggetto di portare a termine le più semplici attività quotidiane. Il globale declino delle funzioni intellettive incide anche sul deterioramento della vita di relazione, dovuto alla difficoltà di riuscire a controllare le proprie reazioni emotive e comportamentali.

Sapere che la stranezza del comportamento della persona che ci vive accanto è causata dalla malattia è solo l’inizio di un lungo processo di accettazione e di costante adattamento a una personalità continuamente mutevole e a difficoltà legate soprattutto ai disturbi della comunicazione.

segue qui:  XVIII Giornata Mondiale Alzheimer – Relazione e comunicazione con la persona colpita da demenza (parte prima) | Muoversi Insieme

Luciana Quaia, Relazione e comunicazione con la persona colpita da demenza, parte 2°

Sia pure con dolente rassegnazione, spesso nei colloqui dei familiari caregiver di malati di demenza emergono frasi come: “Non capisce ciò che gli dico”; “Non sa più prendere decisioni”; “E’ diventato pigro”; “Non sa fare più niente”.Tali convinzioni sono determinate dalle inconfutabili manifestazioni della progressione della malattia che implica la perdita di molte capacità, fra cui costruire un ragionamento, pianificare le azioni della vita quotidiana, saper utilizzare correttamente gli oggetti più banali. Quanto basta per infantilizzare chi ci vive accanto da anni, assumendo nei suoi confronti un tono paternalistico e di costante correzione, improntato dall’impotenza di un recupero del passato.
Ma, come spiegavamo nel precedente articolo, un atteggiamento di questo tipo non passa inosservato al malato, assai ricettivo ai toni della voce ed espressioni del volto. Con l’espressione “psicologia sociale maligna” Tom Kitwood spiega  …..

segue qui: http://www.muoversinsieme.it/magazine/salute-e-benessere/psicologia/4548/relazione-e-comunicazione-con-la-persona-colpita-da-demenza-parte-seconda.html


Seminario di approfondimento Anziani malati non autosufficienti. Valutazione, presa in carico e definizione dei percorsi assistenziali Jesi (Sala Circoscrizione, via san Francesco) Venerdì 25 novembre 2011 ore 9.00 – 13.00,

Gruppo Solidarietà

Seminario di approfondimento

Anziani malati non autosufficienti.

Valutazione, presa in carico e definizione dei percorsi assistenziali

Jesi (Sala Circoscrizione, via san Francesco)

Venerdì 25 novembre 2011

ore 9.00 – 13.00

Introduce e coordina Fabio Ragaini, Gruppo Solidarietà

si confrontano

Pietro Landra, Direttore Geriatria Territoriale ASL TO2, Torino

Franco Pesaresi, Comune di Ancona – Anoss

Obiettivi e contenutiNella definizione degli interventi sanitari e sociosanitari  (domiciliari, diurni e residenziali) rivolti ad anziani non autosufficienti uno snodo fondamentale a tutela degli utenti e dell’appropriatezza dei percorsi è dato da ruolo e funzione delle Unità di valutazione (variamente denominate nelle legislazioni regionali). Se da un lato le normative definiscono con sempre maggior dettaglio le loro  funzioni, allo stesso tempo si scorge una distanza tra ciò che è previsto e ciò che viene praticato. Il seminario intende riflettere sul loro ruolo e sulle condizioni e gli strumenti necessari per esercitarlo non solo in rapporto alla valutazione ma anche alla presa in carico.

Per un approfondimento dei temi trattati suggeriamo: A. Guaita, Le UVG tra benessere dell’anziano ed efficienza della rete, in “L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia” Maggioli 2009, in www.grusol.it/informazioni/31-07-09.PDF; sulla normativa delle Marche: www.grusol.it/informazioni/16-11-05.PDF

Iscrizioni ed informazioniIl seminario si svolgerà dalle 9.00 alle 13,00 (la registrazione dei partecipanti avviene tra le 8,30 e le 9.00). La partecipazione è gratuita ma è obbligatoria la prenotazione (telefono, fax, e-mail) da effettuare entro il 18 novembre. Segreteria: Gruppo Solidarietà, Via Fornace 23, 60030 Moie di Maiolati (An). Tel e fax 0731.703327. E-mail: grusol@grusol.it – www.grusol.it  Si rilascia attestato di frequenza.
Con il patrocinio di: Provincia di Ancona – Am,bito territoriale sociale 9, jesi

“Il colpevole silenzio”, una conferenza di presentazione del progetto contro la violenza nei confronti delle donne anziane e dei risultati della ricerca realizzata a livello nazionale ed europeo, a cura dell’ Auser Regionale Lombardia lunedì, 21 novembre 2011, ore 10-14 Dove: Sala delle Colonne, Banca Popolare di Milano – Via San Paolo, 12 – Milano

Il colpevole silenzio

Foto

Auser Regionale Lombardia presenta “Il colpevole silenzio”, una conferenza di presentazione del progetto contro la violenza nei confronti delle donne anziane e dei risultati della ricerca realizzata a livello nazionale ed europeo.

In tutta Europa la violenza di genere ha assunto dimensioni e caratteristiche allarmanti, ma rimane un fenomeno occulto e sommerso, che affonda le sue radici in una cultura che nega l’integrità del corpo femminile e ne svilisce il diritto all’uguaglianza e all’autonomia. Milioni di donne di tutte le età e classi sociali subiscono ogni giorno abusi di tipo sessuale, fisico, psicologico ed economico che si consumano non solo in contesti esterni ma soprattutto in ambito domestico ad opera di partner, familiari e conoscenti.

Tra queste, molte sono donne anziane che, a causa della loro maggiore dipendenza e fragilità individuale e sociale, sono sempre più esposte ai rischi di maltrattamento e negligenza, ricatto e abbandono, insicurezza e costrizione, sia in famiglia che nelle strutture di ricovero.

Queste sono le premesse da cui nasce STOP VI.E.W, un progetto a carattere europeo, di cui Auser è capofila, che indirizza i suoi obiettivi e il suo intervento verso il tema della violenza nei confronti delle donne anziane.

La conferenza, promossa da Auser Regionale Lombardia e da Regione Lombardia – Direzione Generale Famiglia – si pone l’obiettivo di far conoscere il progetto attraverso il tema specifico della violenza nei confronti delle donne anziane over 65.

L’incontro sarà inoltre l’occasione per presentare i risultati della ricerca realizzata a livello nazionale ed europeo e favorire un primo confronto con esperienze ed interlocutori qualificati che possono contribuire ad individuare possibili percorsi di intervento, mirato a comprendere e contrastare il fenomeno.

Quando: lunedì, 21 novembre 2011, ore 10-14 

Dove: Sala delle Colonne, Banca Popolare di Milano – Via San Paolo, 12 – Milano 

Per informazioni: 
Auser Lombardia – Tel. 02/26113524
e-mail: rosa.romano@auser.lombardia.it o giuseppina.romano@auser.lombardia.it omilena.micheli@auser.lombardia.it


Forum sulla Non Autosufficienza, 9/10 NOVEMBRE 2011

Editoriale

Forum sulla Non Autosufficienza: ultimi posti disponibili!
Bologna, 9-10 novembre: il ‘sociale’ e tutti i suoi molteplici aspetti in una ‘due giorni’ di totale full immersion. Iscriviti subito!

I Workshop del Forum

Ascesa, declino o evoluzione della qualità nei servizi agli anziani?
A cura di CBA Consulting

Anziani da slegare
Affido e Domiciliarità: una proposta di legge
In collaborazione con Associazione Anziani a Casa Propria dall’Utopia alla Realtà Onlus

Assistere a casa anche quando non si può guarire: le cure palliative domiciliari
In collaborazione con ANTEA – Rete Cure Palliative

Costi&Qualità
Desideri e sogni di dirigenti e operatori pubblici e privati
A cura di Welfare Oggi – Maggioli editore, Anoss, Anaste e Ansdipp

L’Assistenza Domiciliare in Italia
In collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio

La Rete delle Cure Palliative nel Panorama Sanitario
In collaborazione con Antea – Rete Cure Palliative
Accreditato ECM

La tecnologia e la persona
Modelli a confronto per una tecnologia innovativa a favore delle persone non autosufficienti
In collaborazione con Provincia di Roma

Sociale e Sociosanitario tra informatizzazione ed integrazione. Buone pratiche e percorsi metodologici a confronto
A cura di Progetti di Impresa

Le inchieste del Forum

Come valutare la condizione economica degli anziani?
Un tema “caldo”, tra incertezze, ricorsi e difficoltà delle famiglie. Una scelta che nasce da valutazioni etiche e produce rilevanti conseguenze concrete

Politiche di Welfare

Sanità integrativa, ecco la sfida del III millennio: vivere a lungo ma con più qualità
La Fondazione Don Gnocchi, attore in prima linea del welfare nazionale, stipula da alcuni anni convenzioni con numerose assicurazioni ed intende sviluppare e consolidare accordi con fondi e società di mutuo soccorso per la gestione di innovativi pacchetti di prestazioni in ordine al problema della non autosufficienza, della domiciliarità e della bassa e media intensità di cura, oltre alle tradizionali prestazioni ambulatoriali, diagnostiche ed alle degenze riabilitative

Anziani

Casa amica notte e giorno: la sperimentazione di un sistema di domiciliarità in Provincia di Torino
Una sperimentazione di servizi a supporto della domiciliarità per anziani non autosufficienti. Gli strumenti utilizzati, i risultati conseguiti, i problemi incontrati e le prospettive


Segreteria Organizzativa
tel 0541/628784
fax 0541/628768
convegni@maggioli.it

 

www.nonautosufficienza.it

interventi dei relatori presenti durante il convegno nazionale “Anziani Oggi: il ruolo degli anziani attivi nella famiglia e nella società” tenutosi a Stresa (VB) il 20 maggio scorso, a cura del Centro Maderna

Centro Maderna comunica che sono disponili on – line gli interventi dei relatori presenti durante il convegno nazionale

“Anziani Oggi: il ruolo degli anziani attivi nella famiglia e nella società”

tenutosi a Stresa (VB) il 20 maggio scorso.

È possibile prendere visione dei video consultando il sito www.anzianioggi.org,

cliccando qui.


E. PUGLIESE, La terza età

E. PUGLIESE

La terza età

Anziani e società in Italia

Collana “Universale Paperbacks il Mulino”

pp. 216, € 13,00
978-88-15-23296-0
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 13/10/2011

Copertina 23296


Cosa vuol dire essere anziani e quando lo si diventa? Statisticamente a 60-65 anni, ma le età sono anche il prodotto di una costruzione sociale. I progressi della medicina e il miglioramento delle condizioni socio-economiche hanno abbattuto le cause di morte precoce, contribuendo all’invecchiamento (anche in buona salute) della popolazione. La vecchiaia, dunque, è diventata una lunga fase della vita: una “terza età” in cui si può tornare padroni attivi del proprio tempo e una “quarta età” che è quella della dipendenza. Il passaggio dall’una all’altra dipende dalle condizioni specifiche degli individui e dalle politiche sociali. Temi assai rilevanti, particolarmente per l’Italia, secondo paese al mondo dopo il Giappone per invecchiamento della popolazione.

Enrico Pugliese è docente di Sociologia nella Sapienza – Università di Roma ed è stato direttore dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR. Con il Mulino ha pubblicato tra l’altro “L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne” (II ed. 2006).

Volumi – E. PUGLIESE, La terza età.


S. Cianfrone, Manuale di movimentazione del paziente: tecniche consolidate e nuove, più sicure e confortevoli – pamalteo@gmail.com – Gmail

Novità ottobre 2011
52 schede con illustrate
e descritte le migliori strategie per operatori
di RSA e altre strutture
MANUALE DI MOVIMENTAZIONE DEL PAZIENTE
S. Cianfrone, Fisioterapista, da oltre 10 anni si occupa
di formazione di operatori
e infermieri sulla movimentazione dei carichi e l’utilizzo corretto degli ausili maggiori e minori
MANUALE DI MOVIMENTAZIONE
DEL PAZIENTE
Chiaro e di rapida e semplice consultazione, completo di 52 schede corredate di figure esplicative e di descrizione dei singoli movimenti da compiere per eseguire correttamente - con e senza l’utilizzo di attrezzature - trasferimenti, spostamenti e passaggi posturali delle persone parzialmente o totalmente dipendenti.Senza dubbi e perplessità, le tecniche consolidate e le nuove modalità, più sicure e confortevoli per sé e per il paziente, sono dettagliatamente illustrate nelle seguenti schede operative:

1.
LE ATTREZZATURE MECCANICHE
› Sollevatore passivo.
› Sollevatore attivo.
› Letto variabile in altezza.
› Telini ad alto scorrimento.
› Cintura con maniglie.
› Disco girevole.
2.
GLI SPOSTAMENTI
a) verso la testata del letto (2 tecniche),
b) verso il bordo del letto (4 tecniche),
c) in decubito laterale (3 tecniche),
d) supino-seduto sul letto (3 tecniche),
e) supino-seduto sul bordo del letto (3 tecniche),
f) seduto sul bordo del letto-supino (3 tecniche),
g) sulla carrozzina (2 tecniche).
3.
PASSAGGI POSTURALI
a) letto-barella, barella letto (2 tecniche),
b) letto-carrozzina (5 tecniche),
c) carrozzina-letto (5 tecniche),
d) seduto-seduto (5 tecniche),
d) seduto-in piedi (2 tecniche),
e) in piedi-seduto (2 tecniche).
4.
LE POSTURE
a) in carrozzina,
b) in decubito supino,
c) in decubito laterale.
› Risoluzione dei problemi più comuni nella postura in carrozzina.
› Risoluzione dei problemi più comuni nella postura in decubito supino.
› Risoluzione dei problemi più comuni nella postura in decubito laterale.

Luciana Quaia, Relazione e comunicazione con la persona colpita da demenza (parte seconda) | Muoversi Insieme di Stannah

Sia pure con dolente rassegnazione, spesso nei colloqui dei familiari caregiver di malati di demenza emergono frasi come: “Non capisce ciò che gli dico”; “Non sa più prendere decisioni”; “E’ diventato pigro”; “Non sa fare più niente”.

Tali convinzioni sono determinate dalle inconfutabili manifestazioni della progressione della malattia che implica la perdita di molte capacità, fra cui costruire un ragionamento, pianificare le azioni della vita quotidiana, saper utilizzare correttamente gli oggetti più banali. Quanto basta per infantilizzare chi ci vive accanto da anni, assumendo nei suoi confronti un tono paternalistico e di costante correzione, improntato dall’impotenza di un recupero del passato.

Ma, come spiegavamo …..

l’intero articolo è qui: Relazione e comunicazione con la persona colpita da demenza (parte seconda) | Muoversi Insieme.

Vai al Primo articolo:

 


conCura – servizio che si occupa di assistenza famigliare alla persona, offrendo una risposta a tutte le esigenze legate al bisogno di cura domiciliare per anziani, persone non autosufficienti e diversamente abili, Cooperativa sociale Piccolo Principe, Milano

conCura è un servizio che si occupa di assistenza famigliare con competenza e attenzione alla persona, offrendo una risposta a tutte le esigenze legate al bisogno di cura domiciliare per anziani, persone non autosufficienti e diversamente abili.
conCura si interessa di: 
• Gestire l’incontro fra domanda-offerta attraverso un’analisi professionale delle competenze degli assistenti famigliari-badanti e del bisogno della famiglia.
• Valorizzare e perfezionare le competenze degli assistenti famigliari.
• Monitorare la qualità della relazione fra assistente famigliare, assistito e famiglia (o amministratore di sostegno), in modo da migliorare le condizioni di vita dell’assistito e aumentare il livello di soddisfazione di assistenti e famiglia, così da contenere le conflittualità e ridurre il turn over.
Sollevare la famiglia o l’amministratore di sostegno dal disbrigo delle pratiche amministrative e burocratiche

L’operatore a te dedicato da conCura, segue tutte le fasi di incontro intervenendo:
prima di presentarti un’assistente famigliare, attraverso un’accurata analisi dei tuoi bisogni e un attento lavoro di selezione per proporti personale adatto alle tue esigenze
• nel momento dell’incontro occupandosi degli aspetti amministrativi e di contratto
durante il rapporto di lavoro monitorando la relazione fra assistente famigliare e persona assistita, effettuando le sostituzioni e seguendo tutti gli aspetti burocratici e amministrativi della gestione del contratto di lavoro.

Tutto ad un prezzo equo poiché conCura è gestito da Piccolo Principe, cooperativa sociale ONLUS senza scopo di lucro.

da conCura – Homepage.


Cosa bisogna sapere sulle BADANTI, da http://www.assistere.net, Roma

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G. Casale, Assistere a casa: Guida alla soluzione dei problemi che si presentano nell’assistenza domiciliare –

Novità ottobre 2011
Suggerimenti e indicazioni per prendersi cura
di una persona malata
nel suo domicilio
ASSISTERE A CASA
Volume di pagine 156  illustrato con 73 figure
ASSISTERE A CASA

Nuova per semplicità di linguaggio e facilità di comprensione di contenuti scientificamente rigorosi,questa Guida pratica scaturisce dall’esperienza di sanitari al lavoro ogni giorno con persone malate nei loro contesti familiari, affrontando tutto quello che può accadere all’interno delle case durante l’assistenza domiciliare.

Con il supporto di figure esplicative, il volume illustra in dettaglio le particolari situazioni con cui la famiglia e il malato stesso devono confrontarsi
 e gli accorgimenti da adottare in base allo stato del paziente che necessita sia di cure mediche sia di un’assistenza di tipo operativo anche attraverso l’utilizzo di appositi presidi.

Nella trattazione dei seguenti argomenti, il testo pone l’attenzione sulle necessità più importanti, sui dubbi più comuni, sulle possibili situazioni “difficili” che a volte diventano vere urgenze, senza dimenticare i piccoli interrogativi che spesso sono motivo di forte ansia non solo per il paziente ma anche per i familiari:

1.
LA RETE DEI SERVIZI TERRITORIALI E LA CONTINUITA’ ASSISTENZIALE
La continuità assistenziale.
I servizi sociali.
Il coordinamento dei servizi.

2.
IL PAZIENTE A CASA
Come organizzare la casa.
Come muovere il malato.
L’igiene.
Cambio degli indumenti.
Disinfezione-sterilizzazione.

3.
ALIMENTAZIONE E MALATTIA
Diabete.
Ipertensione/Insufficienza cardiaca.
Insufficienza renale.
Disidratazione.
Presenza di lesioni da pressione.
Nutrizione artificiale.

4.
LA GESTIONE DEL DOLORE
Il dolore.
La terapia del dolore.

5.
TECNICHE DI ASSISTENZA
Controllo generale del paziente.
Gestione dei farmaci a domicilio.
Sostegno respiratorio.
Sostegno nutrizionale.
Sostegno nell’eliminazione urinaria e intestinale.
Cura della cute.

6.
SITUAZIONI PER LE QUALI BISOGNA AVVERTIRE IL MEDICO E L’INFERMIERE
Alterazioni dello stato mentale.
Vomito.
Alterazioni dell’alvo.
Dolore.
Febbre.
Convulsioni-Attacco epilettico.
Emorragia-Perdita di sangue.
Affanno-Respira male-Dispnea.

7.
LA RIABILITAZIONE
Paziente con problemi ortopedici.
Paziente con problemi neurologici.
Riabilitazione respiratoria.
Gli ausilii.

8.
IL RUOLO DEL VOLONTARIO.

9.
DIRITTI DEL MALATO E DELLA FAMIGLIA: COME MUOVERSI NELLA RETE DEI SERVIZI.

G. Casale, specialista oncologo e gastroenterologo, fondatore dell’Associazione, Unità Operativa di Cure Palliative ANTEA, di cui è anche coordinatore sanitario e scientifico, membro di molte Commissioni del Ministero della Sanità in ‘Cure Palliative’, autore di diverse pubblicazioni, docente in numerosi Master Universitari.
C. Mastroianni, infermiera esperta in cure palliative, presidente di Antea Formad (scuola di formazione e ricerca di Antea Associazione), membro del comitato scientifico
dei Master per infermieri e medici in cure palliative dell’ Università degli studi di Roma Tor Vergata.