Questo testo costituisce la prima traduzione italiana integrale del capolavoro di Gilbert Simondon (1924-1989): la tesi di dottorato principale. In questo saggio fondamentale, l’Autore promuove una puntuale critica alle classiche concezioni filosofiche delle nozioni di individuo e soggetto, ripensandone le definizioni a partire dal processo che sottende alla loro costituzione ed elaborazione. A tale scopo, Simondon sviluppa alcune significative suggestioni provenienti dalla tradizione della fenomenologia francese, dalla Gestaltpsychologie, dalla Teoria dell’Informazione e dalla Fisica quantistica, articolando, al contempo, una riflessione autonoma e sistematica, atta a ripensare l’individualità alla luce dei contributi delle più recenti teorie scientifiche. Il primo volume di quest’opera consta della traduzione italiana del monumentale saggio simondoniano, con Prefazione di Jacques Garelli; questa edizione ripresenta nella sua unitarietà complessiva l’opera simondoniana. Il secondo volume raccoglie l’Introduzione, le note, l’apparato al testo e il commento storico-critico-analitico di Giovanni Carrozzini, curatore della presente edizione italiana.
Gilbert Simondon (Saint-Étienne, 1924-Palaiseau, 1989) è il massimo filosofo della tecnologia del ‘900. Nella sua opera, ha articolato un’originale interpretazione filosofica del processo ontogenetico che sottende alla costituzione dell’individualità, sviluppando un interesse scientificamente documentato per la dimensione culturale delle tecniche e delle tecnologie. Docente di Psychologie générale alla Sorbona dal 1964 al 1984, fondatore e direttore del Laboratoire de Psychologie générale et Technologie, è autore, oltre che de L’individuation à la lumière des notions de forme et d’information, del saggio Du mode d’existence des objets techniques(Aubier, 1958).
Giovanni Carrozzini (Lecce, 1981), Dottore di ricerca in discipline storico-filosofiche all’Università del Salento, è uno dei maggiori studiosi del pensiero simondoniano. Si occupa di epistemologia e di storia e filosofia delle scienze e delle tecniche. Oltre ai volumi Gilbert Simondon: per un’assiomatica dei saperi. Dall’“ontologia dell’individuo” alla filosofia della tecnologia (2006) e Gilbert Simondon filosofo della mentalité technique (Mimesis, 2011), ha curato un numero monografico della rivista «Il Protagora» (di cui è segretario di redazione), Gilbert Simondon filosofo delle tecniche (2008). È collaboratore scientifico del Centro Internazionale Insubrico “Carlo Cattaneo” e “Giulio Preti”.
E’ estiva l’abitudine di partire alla ricerca di luoghi che consentano di scoprire nuove realtà lontane dalla consuetudine del vivere quotidiano e dei suoi ritmi doveristici. Un modo per “d imenticarsi” chi si è, dove si abita, chi ti vive accanto e, per un misurato lasso di tempo, poter respirare aria diversa, sperimentare altri spazi, culture, costumi. Il viaggio condotto nell’epoca moderna, diventato ormai routine, ha radicalmente mutato la figura storico-sociale del viaggiatore, così come lo si può riscontrare nelle diverse etimologie che nel corso del tempo hanno sottolineato le ristrutturazioni di tale termine.
La “sindrome rancorosa del beneficato” è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come una autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente “debito di riconoscenza” nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli “dovrebbe” spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il benefattore stesso in una persona da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare.
1° simposio nazionale Per un Manifesto del Silenzio 10- 11 giugno 2011, Anghiari (AR).
Due giornate di incontro di parole sommesse con i relatori presenti sui temi che ci stanno a cuore.
Venerdì 10 a partire dalle 14.30 Duccio Demetrio e Nicoletta Polla Mattiot ci introdurranno ai lavori che proseguiranno con Roberto Mancini, Antonio Ria, Emanuela Mancino, Giampiero Comolli, Marco Dallari.
Saranno quindi attivati spazi di approfondimento per confronto e lavoro secondo tre dimensioni silenziose:
1 – Il silenzio personale con Duccio Demetrio
2 – Il silenzio sociale con Nicoletta Polla-Mattiot
3 – Il silenzio relazionale con Emanuela Mancino
Potremo quindi assistere alla proiezione del video: Lalla Romano. L’inverno in me, cenare al Castello di Sorci quindi addentrarci in una passeggiata notturna in Val sovara guidati da Andrea Possenti.
Il giorno dopo, sabato 11, riprenderemo i confronti nei gruppi, assisteremo ad una performance poetica a cura di Angelo Andreotti e Maria Grazia Comunale, conferiremo il Premio Accademia del silenzio a Città Slow e chiuderemo con la Lectio Magistralis di di Elena Loewenthal
Sul sito potete trovare il programma completo delle due giornate e scaricare la scheda di iscrizione da compilare ed inviare all’indirizzo silenzio@lua.it . Ricordatevi di scegliere il gruppo a cui volete partecipare. Vi aspettiamo numerosi!
Segnalate e diffondete questo messaggio, il 10 e 11 giugno vogliamo dare un segnale che la nostra idea è viva e vitale e che tante persone la condividono.
Abbiamo attivato un evento su Facebook e creato un account Twitter per darvi la possibilità di diffondere il nostro messaggio.
Possiamo parlare di psicologia degli oggetti di uso quotidiano? Tutti i giorni utilizziamo, afferriamo, tocchiamo una moltitudine di “cose” di diverso tipo e natura (utensili, ausili, dispositivi tecnologici, componenti edilizi, e così via). Certo che se parliamo agli oggetti forse qualcuno può pensare, a ragione, che non siamo molto a posto. Ma gli oggetti, in qualche modo, ci parlano, ci raccontano di loro, della loro funzione, del modo di essere utilizzati e entrano in relazione con noi. Una dimensione particolare del rapporto uomo/ambiente è stata analizzata con attenzione da Donald Norman,noto professore californiano di psicologia e scienze cognitive, nel suo libro La caffettiera del masochista, nel quale analizza la “psicologia degli oggetti quotidiani” o, per meglio dire la “psico-patologia”, ossia l’analisi delle difficoltà di rapporto che molte volte abbiamo con gli oggetti.
Una visione di futuro per l’Italia. Un mese di sociale 2010Autori e curatori:CensisContributi:Giuseppe De RitaCollana:CensisArgomenti:Politica, società italiana-Sociologia economica, del lavoro e delle organizzazioniLivello:Studi, ricercheDati:pp. 96, 1aedizione 2011 (Cod.139.26) In breveLa riflessione del Censis “Un mese di sociale/2010” èdedicata questa volta a un esercizio division, per andare oltre i consolidati schemi di interpretazione fenomenologica e immaginare un futuro possibile per il Paese. Come staremo al mondo? Quali grandi sfide saranno per noi decisive nei prossimi anni? E come si riorganizzerà la comunità nazionale? Presentazione
del volume:Una visione di futuro per l’Italia è il titolo dell’appuntamento di riflessione del Censis “Un mese di sociale/2010″,dedicato questa volta a un esercizio division, per andare oltre i consolidati schemi di interpretazione fenomenologica e immaginare un futuro possibile per il Paese. Come staremo al mondo? Quali grandi sfide saranno per noi decisive nei prossimi anni (le risorse di base, il nuovo ciclo tecnologico, l’evoluzione demografica mondiale, i sistemi valoriali nuovi)? E come si riorganizzerà la comunità nazionale? Il ciclo lungo dell’individualismo ci ha portato alla molecolarità delle imprese e del lavoro, allo sfarinamento delle diverse forme di rappresentanza collettiva, alla grande liberazione dei diritti e alladeregulationdei comportamenti, a un crescente primato del soggettivismo etico. La nostra società è stata segnata dal declino del potere ideologico e da una crescita del “potere nudo” (personale, finanziario, mediatico). Chi saranno iplayersdel nuovo potere? E quali strade percorreranno per favorire il passaggio dal potere all’egemonia? Indice: Giuseppe De Rita,Introduzione. Cultura Censis e vision Come staremo al mondo? Qualità delle relazioni e destino comunitario Incontro con Salvatore Natoli Riarmo morale e trasparenza del potere Giuseppe Roma, Affarismo e clientele annebbiano il futuro Appendice. Ecco come staremo al mondo.
Tipologia: Edizione a stampa Prezzo: € 12,00 Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856833553
Tipologia: E-book Prezzo: € 9,00 Possibilità di stampa: No Possibilità di copia: No Possibilità di annotazione: Si Portabilità: Si Ottimizzazione: per PC, Mac, NoteBook, NetBook
Codice ISBN 13: 9788856829921 Formato: PDF per Digital Editions Dimensione: 1018 KB Informazioni sugli e-book
Sarà perché, come scrive il filosofo Emanuele Severino, “la poesia dà ai mortali l’ultimo e più alto bagliore della felicità”, o perché affidare al canto poetico la nostra capacità visionaria di interpretare il mondo ci illude di renderlo immortale e di poterlo consegnare all’umanità di tutti i tempi, di fatto, nell’incertezza dei nostri giorni, la poesia torna ad essere luminosa protagonista, come dimostrano i numerosi siti che abitano la rete: W la poesia; Poesia creativa; Poetare; Poeti per caso, per nominarne solo alcuni. Oltretutto, in quanto creazione artistica, la poesia si sta rivelando anche un utile strumento terapeutico. Come mai?
Ammettiamolo. Almeno una volta nella vita ci è successo di affidare alle parole poetiche un malessere, uno stato d’animo in dissonanza con ciò che ci circonda, una celebrazione con la Terra e la natura, una necessità di raccoglimento e di silenzio, di segreta introversione.
Scrivere poesie, dunque, è un gesto nostro, un atto creativo che non richiede obbligatoriamente un destinatario. La poesia di per sé non deve essere per forza definita ….
Una messicana cinquantenne ha partorito la settimana scorsa un bambino concepito col seme del proprio figlio. Non si tratta però, tecnicamente, di incesto, ma delle possibilità dell’ingegneria genetica di realizzare i desideri. Il figlio della madre-nonna, infatti, è un imprenditore trentunenne omosessuale, e il bimbo è stato concepito in provetta con il suo seme e con un ovocita donato da un’amica. La donna ha offerto il proprio utero per farlo nascere. Una storia di dono e generosità.
La nonna voleva un nipotino, e l’ha avuto. L’uomo voleva un figlio, ed è accontentato. L’amica ha donato il suo uovo con piacere. Lo scenario, molto postmoderno, è quello di una molteplicità di desideri in sé difficili, realizzati attraverso la cooperazione di persone che si vogliono bene e della sapiente ingegneria riproduttiva.
In questa fiaba tecnoscientifica, che la nonna-mamma ha detto di essere ansiosa di poter raccontare al bambino per mostrargli questa sua storia così speciale e meravigliosa, c’è però un furto. Inequivocabile, sicuro, per certi versi autonomo delle variegate obiezioni morali che molti muoveranno a questo evento, e ai suoi protagonisti. Si tratta del furto della madre.
Gli over 60, nati attorno alla metà del Novecento, hanno vissuto tempi di trasformazione storica profonda che ha inciso sui comportamenti quotidiani: sono cambiati i beni e i servizi, gli alimenti, le case, i modi di muoversi in città. Il riflesso condizionato delle persone in procinto di percorrere la prevecchiaia e la vecchiaia è quello di resistere, almeno con la psiche, ai mutamenti sociali. Ma il processo è ineluttabile e allora vale la pena di vederne anche gli aspetti positivi e divertenti.
Prendiamo gli oggetti che ci circondano e, visto che ne abbiamo memoria, guardiamoli (anzi: ri-guardiamoli) e riflettiamo su come essi si sono intrecciati alle nostre storie individuali …
segue su questi punti :
il riemergere della“cultura del riuso”
la ricerca di Guido Viale, La civiltà del riuso e di altri autori (Latouche, Attali, Fabris, Rampini)
Ridare vita agli oggetti usati
vantaggi (e si potrebbe dire anche la bellezza, il gusto e la gioia) di elaborare strategie del “riuso”
INDICE DEL SAGGIO:
1. L’evento
2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini
3. Il Genius loci
4. I luoghi concreti
5. Gli elementi dei luoghi
6. Ritorno a casa
Bibliografia:
Amman R., Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, Torino 2008
Bachelard G., La terra e il riposo, le immagini della intimità (1948), Red Edizioni, Como 1994
Benjamin W., Il viaggiatore solitario e il flâneur, Il Nuovo Melangolo, Genova 1988
Berger P. L., Il brusio degli angeli, Il Mulino, Bologna 1969
Bevilacqua F., Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti, Rubbettino, Catanzaro 2010
Calvino I., Lezioni americane, Mondadori, Milano 2000
Demetrio D., Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina, Milano 2005
Demetrio D., Ascetismo metropolitano. L’inquieta religiosità dei non credenti, Ponte alle Grazie, Firenze 2009
Galli M., Edgar Reitz, Il Castoro Cinema, Milano 2006
Guardini R., Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza (1953), Morcelliana, Brescia 1974
Hillman J., Il piacere di pensare, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, Milano 2001
Hillman J., L’anima dei luoghi, conversazioni con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano 2004
Jonas H, Memorie. Conversazioni con Rachel Salamander, Il Melangolo, Genova 2009
Michael J., Il giardino allo specchio. Percorsi tra pittura, cinema e fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 2009
Moore T., L’incanto quotidiano, Sonzogno, Milano 1997
Peregalli R., I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, Bompiani, Milano 2010
Rilke R.M., Elegie Duinesi, (1922), Le Lettere, Scandicci 1992
Stevens W., L’angelo necessario, SE/ES, Milano 2000
Wenders W., Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri, Milano 1988
Paolo Ferrario è sociologo e formatore in tema di politica dei servizi sociali. Attraversa il suo Destino nell’ultimo tratto di vita tra partecipazione alla Polis e necessità esistenziale di ancorarsi in un Luogo, che si è concretizzato a Coatesa sul Lario. Ha scritto solo libri tecnici e questa è la sua prima escursione nella ricerca simbolica. Tiene un “diario reticolare” sul Blog Segni di Paolo del 1948. Pubblica articoli sul BlogZine Muoversi Insieme di Stannah. In Tracce e sentieri. Luogo Tempo Eros Polis Destino si trovano altri segni del suo percorso individuativo.
Walden. Dieci anni di analisi dei valori degli italiani
Scritto da red
Lun 12 Luglio 2010
Chi sono gli italiani? Quali sono i loro valori di fondo? Quali sono i loro atteggiamenti di fronte ai mutamenti in corso nella società?
Syn-thesis Walden è un osservatorio permanente dell’opinione pubblica italiana che SWG sta realizzando dal 1997. Oltre un decennio di analisi e studi del Paese che oggi divengono una peculiare banca dati che ripercorre longitudinalmente la recentestoria italica. Un ampio lavoro che traccia l’identità profonda, politica e sociale, che si sta costruendo nel nostro Paese.
Syn-thesis è uno studio dell’universo opinionale nostrano che porta alla luce come e perché il nostro Paese sta mutando identità; che illustra quali sono i problemi e gli item valoriali che si stanno consolidando e quelli che stanno perdendo peso e spazio.
Una ricerca nel tempo che si costruisce come un racconto del Paese che c’è, con le sue luci ed ombre, con le sue pulsioni e paure e che consente anche di intravedere, in controluce, il Paese che si sta consolidando, quello che verrà. Nel corso di oltre 10 anni si sono verificati profondi cambiamenti. L’incedere dei mutamenti è costante e solo un’osservazione continua, articolata e sofisticata può dar conto delle realtà in cui viviamo e delle persone con cui ci relazioniamo.
Syn-thesis offreal lettore tante sfaccettature dell’universo italiano. Consente di leggere le dinamiche del mondo giovanile, come di quello femminile; i cambiamenti lungo l’asse destra-sinistra, come quelli tra Nord e Sud del Paese; la condizione del mondo delle imprese e dei lavoratori, nonché il quadro delle dinamiche dei segmenti agiati e di quelli in difficoltà. Syn-thesis non è solo un volume di analisi, ma uno strumento che può essere agilmente utilizzato da soggetti istituzionali, politici, economici e sociali per capire come si sta muovendo l’Italia, quali sono le dinamiche in atto, le problematiche a forte sensibilità e le attese per il futuro.
SYNTHESIS WALDEN 2009
Le analisi
GLI SCENARI: una fotografia sintetica dell’Italia di oggi.Tra pulsioni e tensioni, tra tendenze divergenti e dicotomie, tra impegnoe riununcia.
I CLUSTER: gentes, tribù e sciami. I molteplici clan in cui si dividono gli italiani, il racconto di quali sonole tribù sentimental-politiche, in cui si raggruppa il nostro Paese.
LE TRAIETTORIE: le ipotesi politiche per il futuro del Paese che aleggiano nelle visceredell’universo nazionale
Le aree valoriali
IL CLIMA: il sentiment del Paese
Qual è l’animus che aleggia nel paese: tra paure e disincanto, contestazione e rabbia, insicurezze sociali, economiche e di ordine pubblico. Uno step che racconta il sentiment diffuso tra gli italiani
GLI ORIZZONTI: local-global
Il senso dell’Europa, il valore della patria, la globalizzazione,l’antiamericanismo, Sud e Nord. Il modulo porta alla luce le traiettorie dell’opinione pubblica italiana, lungo l’asse local-global
I VALORI: mutamenti in corso
Come stanno evolvendo i valori degli italiani? Da quelli fondanti la Repubblica alle nuove libertà individuali, dal cattolicesimo al rapporto con le religioni, dalle genetica all’ambiente, al rapporto con ‘l’altro’. Una mappatura del tracciato valoriale della società italiana, dei giovani, delle donne, degli imprenditori
LA POLITICA: ruolo, immagine, impegno
Come cambia il ruolo della politica? Quali sono le nuove determinatdel voto?Un capitolo che analizza la fiducia e sfiducia nei partiti;la spinta alla partecipazione e ai movimenti; il bisogno di decisionismo o riformismo.Un’originale mappatura cheproietta uno sguardo verso le nuove tendenze.
LA SOCIETA’: gli asset strategici del futuro
I grandi temi dello sviluppo italiano e i loro mutamenti: il welfare, la scuola, le tecnologie, la ricerca, la semplificazione, il valore del privato e del pubblico, il ruolo dei territorie il confronto intergenerazionale. Un’ampia analisi degli asset strategici per l’Italia di domani.
LE PERSONE: le rivoluzioni del sé
Come si raccontano gli italiani. Il lavoro, la voglia di rischiare, il senso di inadeguatezza competitiva, il bisogno di meritocrazia: una disamina delle grandi linee di mutamento tra bisogno di autenticità e leggerezza; tra la voglia di cambiare e assuefazione.
Questo saggio del 1967 (avevo 19 anni!) è seminale. E’ un paradigma concettuale sempre capace di affrontare con efficacia l’analisi dei problemi e le loro soluzioni. Fra cui anche le politiche sociali.
Paolo Ferrario
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Il problema di una possibile collaborazione fra psichiatri e studiosi di scienze umane richiede innanzi tutto, per essere risolto, la messa a punto di un linguaggio comune, per cogliere certi aspetti della realtà umana che rientrano nella sfera di interesse degli uni e degli altri. Il fatto che questo linguaggio non esista ancora, non è casuale. E’ la posizione assai diversa che i due gruppi di studiosi assumono di fronte al fenomeno della malattia mentale che ne è la causa.
Gli studiosi di scienze umane, se si esclude una certa parte degli psicologi, non guardano al singolo malato, ma al fenomeno malattia nella sua dimensione sociale e cioè statistica. Ma vi è di più, bisogna ammettere che numerosi studiosi di problemi sociali, subiscono, senza avvedersene, un processo di identificazione con il sistema in cui vivono e che studiano, che viene accettato da essi come paradigma, come norma cui assegnano inconsapevolmente un significato assoluto. Una volta assunta questa prospettiva, essi mostrano una sorta di « disattenzione selettiva » per tutti quei fenomeni di disfunzione del sistema sociale in cui vivono, che in certa misura contraddicono all’ipostasi inconscia che ne hanno fatta. Quando si parla di « società malata », essi obbiettano che non vi è una misura scientifica per definire una distinzione universalmente accettabile fra una società sana e una malata. Questo è certamente vero, se questa misura viene ricercata nella forma di una norma costante, di una struttura esemplare, ma allora anche lo psichiatra potrebbe rispondere allo stesso modo, e negare resistenza della malattia. E qualcuno di essi lo fa. Se si fa notare che il fenomeno delle malattie mentali ha assunto dimensioni sociali e che l’influenza di certe variabili di classe, di cultura, di genere di vita è statisticamente dimostrabile, in tal caso è il valore dell’analisi statistica ad essere revocato in dubbio e con argomenti molto convincenti: la difformità delle diagnosi, la difficoltà della raccolta dei dati, le differenze di trattamento dei casi, molti dei quali vengono così a sfuggire al controllo statistico, e via dicendo.Tutto questo, se non altro, dimostra una certa misura di disinteresse per il fenomeno fastidioso della malattia mentale.
Gli psichiatri si trovano di fronte allo stesso fenomeno in una prospettiva radicalmente diversa: si trovano di fronte a casi singoli, a individui malati con i quali entrano in un rapporto diretto, più o meno autentico, in relazione alla loro struttura concettuale, ma comunque sempre individuale, personale, privato. Essi sono assorbiti dal compito di curare quel certo malato, e tendono in genere a mettere in parentesi la dimensione sociale del caso particolare che hanno di fronte, soprattutto quando appartengono ad una rigida scuola organicistica.
Fra gruppi di studiosi così diversamente orientati è chiaro che un discorso interdisciplinare si instaura con molta difficoltà, per la mancanza di un comune terreno d’incontro fra la prospettiva collettiva scelta dai primi e la prospettiva individuale scelta dai secondi. Il formarsi e dissolversi di gruppi di studio costituiti su queste basi o meglio su questa carenza di basi comuni, è perfettamente spiegabile: in quei gruppi non ci può essere processo di comunicazione, i codici sono troppo diversi. Molti psicoterapeuti tuttavia, trattando, soprattutto con il metodo analitico, il caso particolare, si rendono conto che i problemi del malato, quei problemi che, irresoluti, sono spesso la fonte della malattia, si costituiscono in un contesto sociale e non solo privato, sia esso quello della famiglia, del lavoro o altro. Essi ottengono, attraverso il discorso del malato, una rappresentazione della società ben diversa da quella irenica e paradigmatica che molti sociologi ci offrono. Certo, l’immagine ottenuta attraverso il discorso del malato è viziata dalla sua stessa malattia, è deformata e non accettabile senza ampie riserve. Nonostante questo il terapeuta si chiede se non vi sia un germe di verità in questo quadro negativo, e per avere maggiori informazioni si rivolge ai suoi colleghi studiosi di scienze sociali. Ma il discorso con quest’ultimi è assai difficile, per i motivi che si sono detti: manca ancora una base concettuale adatta alla convergenza delle due tipiche prospettive sotto le quali il fenomeno della malattia viene guardato.
« Ciò che è necessario, per costituire lo schema adatto alla collaborazione interdisciplinare, sono due cose che sono estranee alle consuetudini dell’antropologia e della psichiatria… Una è la necessità per lo psichiatra di raccogliere sistematicamente dati sull’ambiente sociale e culturale e sui sistemi di motivazioni che si disegnano sempre sullo sfondo dei casi reali. La seconda è la necessità per l’antropologia di sensibilizzarsi non solamente in relazione allo sfondo culturale dal quale i singoli casi emergono, ma anche alle tipiche modalità del funzionamento mentale negli esseri umani. Il terreno comune, che possiamo semplicemente chiamare psicodinamica, richiede un’adeguata analisi medico-psichiatrica di persone concrete e di casi concreti, stagliati sullo sfondo di una prospettiva di comprensione di ordine culturale ».
Per realizzare questo proposito, così bene enunciato da Opler, l’antropologia offre un modello, o meglio una serie coordinata di modelli concettuali operativi.
Il primo di questi modelli è quello ricordato dallo stesso Opler: la cultura. A questo proposito è subito necessario precisare il senso tecnico in cui questo termine viene usato in antropologia, per sgomberare a priori il terreno dalle possibili confusioni. In senso antropologico cultura non significa l’« esser colto », o quel gruppo di persone che formano l’intellighentzia di un certo paese, i circoli che assumono la « cultura » come loro specializzazione professionale, le élites colte di una certa società. Col termine di cultura si intende qualcosa di assai più generale. « Mentre il modo di vivere di un popolo può raggiungere una sua coerenza interna e sviluppare in se stesso inconsci canoni di scelta, la cultura è sempre uno strumento per adattare l’uomo alla natura che gli da modo di metterla sotto controllo, risolvere i problemi dell’attività sociale, dell’economia, della politica, della religione e della filosofia, e di re-golare il comportamento » (Opler). In sostanza la cultura è, in senso antropologico, quel complesso di nozioni codificate in forma collettiva e sociale che permettono ad un certo gruppo umano di affrontare e risolvere quei problemi di vita che la società stessa, con questi modelli di comportamento ha previsto. Essa quindi comprende nozioni tecniche elementari, modalità di istituire rapporti interpersonali di ogni genere, oltre al complesso di conoscenze scientifiche e al patrimonio artistico, filosofia) e religioso, cui si riserva in genere la definizione di cultura in senso stretto. Una volta che si assegni alla cultura questa specifica funzione strumentale, che consiste nell’aiutare l’uomo a vivere da uomo, è chiaro che l’interpretazione freudiana ne è una deformazione. La cultura non è fonte di frustrazione, o non dovrebbe esserlo, ma è un sistema per evitare la frustrazione. Se non assolve al suo scopo, in tal caso è necessario ricercarne le cause concrete.
Il secondo modello offerto dall’antropologia culturale al discorso interdisciplinare è legato al primo. Esso è il sistema di personalità (o personalità di base, come spesso viene chiamato). Questo si forma nell’uomo attraverso il processo dell’inculturazione e cioè dell’acquisizione da parte del singolo di quella porzione della cultura che gli sarà necessaria per affrontare quel genere di vita, che l’appartenenza ad un certo gruppo umano gli offre. Il risultato è quell’apparato che la tradizione ha variamente chiamato coi termini di anima, mente, intelletto, ragione o cervello. Esso si costituisce partendo da una base ben istintuale ereditaria assai ridotta e si plasma in relazione alle esperienze gradatamente realizzate dal fanciullo nei rapporti con la madre, con la famiglia, con la scuola e poi, per l’uomo maturo, con la società. Attraverso questo processo, le informazioni necessarie alla vita del singolo vengono recepite e registrate in un complesso sistema di cellule che forma il tessuto corticale del cervello, che è l’organo biologico cui spetta la specifica funzione della memorizzazione delle informazioni e dell’esecuzione di quelle operazioni interpretative che la situazione di vita del singolo rende via via necessarie. Quest’apparato, se funzionale, riesce a mettere in sintonia il singolo con la sua situazione di vita. Esso ha quindi una chiara natura bio-psichica, e cioè una dimensione organica e una socio-culturale.
Per intendere bene il modo in cui funziona il sistema di personalità così concepito, è necessario tenere sempre presente, come quadro di riferimento, la situazione in cui opera, intesa come un « campo » (Lewin) nel quale molteplici forze interagenti di ordine psichico, sociale, culturale e naturale sono anch’esse operanti. Il sistema di personalità funzionale realizza l’omeostasi psicologica. « Le teorie dell’omeostasi e dello squilibrio possono valere pienamente solo se ci si rende conto che l’unico tipo di omeostasi, o della mancanza di essa, che può esistere, è incluso nell’ambito dell’intera struttura della personalità, che viene costituita in base a certi contesti esistenziali ed opera in essi » (Opler).
A questo punto l’antropologia culturale può offrire il suo terzo modello concettuale interdisciplinare. Il sistema della società. La cultura, come codice comune ai membri di un gruppo, rende possibile fra di loro la comunicazione, non solo, ma offre loro una comune prospettiva attraverso la quale guardare ai concreti problemi di vita, che si fanno così problemi comuni, da risolvere in comune, con comportamenti adeguati e di conseguenza istituzionalizzati e codificati a questo fine, per economia di sforzi ed efficienza di strutture. Il complesso tessuto sociale si costituisce su questi presupposti funzionali e forma uno schema nel quale gli individui assumono una posizione specifica (uno status) in relazione al compito che essi vi assolvono (il ruolo). Questo tessuto si articola anche in strutture particolari, destinate alla formazione dei nuovi modelli culturali e alla loro trasmissione ai singoli. Essa è la matrice del sistema di cultura e di quello di personalità.
Noi disponiamo quindi ora di tre modelli, il primo dei quali, la cultura, ha una dimensione collettiva e sociale, come patrimonio del sapere di un certo gruppo, e una dimensione psicologica e individuale, in quanto si interiorizza a formare il sistema di personalità di ogni singolo componente di un certo gruppo sociale. Noi abbiamo così modo di far convergere, grazie a questo modello concettuale, la prospettiva sociale del sociologo con quella individuale dello psicologo e dello psichiatra.
A questo punto però il discorso non è finito. Infatti tutti e tre questi modelli, fra di loro coordinati, sono anche essi da situare in un «campo», onde verificarne la funzionalità, e cioè la rispondenza alle esigenze che essi debbono soddisfare. Questo campo, come quello cui si è accennato a proposito del sistema di personalità, è un campo dinamico di forze, o meglio una situazione in cui insorgono problemi, che il sistema di cultura deve prevedere, orientando il comportamento dei singoli in modo efficace, così da realizzare l’omeostasi degli individui, e l’armonia sociale che si manifesta nella collaborazione fattiva. Questo accade però solo se la cultura dispone di modelli adatti ad orientare il comportamento dei singoli in modo efficace, con le conseguenze che si sono dette. In caso contrario le azioni, guidate da modelli anacronistici di comportamento, falliscono, l’equilibrio dei singoli, frustrati dalle esperienze di scacco, è compromesso e la collaborazione sociale è sostituita dal marasma e dal caos. In questo caso noi diciamo che il complesso articolato dei tre sistemi è disfunzionale in relazione alla situazione in cui opera. Vi sono infatti due ordini di problemi, che riguardano i tre sistemi ricordati, quello della loro coerenza interna e quello della loro rispondenza ai problemi di situazione. I due gruppi di problemi non coincidono in tutto e per tutto. Se è vero che ogni sistema funzionale dev’essere in se stesso coerente così da poter funzionare, non ogni sistema in se stesso coerente e quindi funzionale è per ciò stesso funzionale, cioè rispondente alle esigenze del campo situazionale.
Un esempio chiarissimo è offerto dal sistema di personalità malata,cheassumela struttura difensiva del delirio sistematizzato: il sistema di personalità è in tal caso coerentissimo in se stesso, ma per nulla rispondente alle esigenze concrete della situazione di vita del malato; le sue operazioni mentali sono compiute nel rispetto di una logica ferrea, ma che nulla ha a che fare con la concretezza dei problemi che tale logica dovrebbe affrontare. Gli esempi si possono moltiplicare a volontà in ogni campo della vita associata e a tutti i livelli.
Questo conferma la necessità di ben distinguere i due gruppi di problemi ricordati, come problemi di funzionamento dei sistemi e come problemi di funzionalità degli stessi, interrelati, ma distinti. La perdita di funzionalità dei sistemi dipende da due fattori, anche quando il funzionamento degli stessi è intatto. Il primo fattore è dato dalla dinamica del campo situazionale, nel quale operano le forze che si sono dette e in base alle quali insorgono sempre nuovi problemi non previsti dalla cultura codificata e tradizionale. Il secondo fattore è dato dalla rigidità dei sistemi e cioè dalla loro scarsa plasticità, o inefficienza in essi delle strutture di autotrasformazione, che ogni sistema deve avere per non perdere contatto con la concretezza della situazione in movimento costante.
Mettiamo ora a fuoco il sistema di personalità che c’interessa per il nostro discorso interdisciplinare. Ne abbiamo descritto la funzione e il funzionamento. Quando si verifica in esso la condizione di perdita di funzionalità? Questa può andare perduta in relazione ai due gruppi di problemi, di funzionalità e di funzionamento, prima distinti.
Esaminiamo il primo aspetto della questione, e cioè il caso in cui la cultura non offra modelli adatti alla situazione mutata. In tal caso l’uomo reagisce in due modi opposti: inventa modelli nuovi, in base ai quali i nuovi problemi sono individuati e avviati alla soluzione, si decondiziona dai modelli anacronistici e si ricondiziona con modelli adeguati, oppure rinuncia o si mostra incapace a farlo. Nel primo caso egli realizza una forma di adattamento attivo, che trasforma lui stesso, la cultura, la società e l’intera situazione in cui vive, nella quale la sua azione innovatrice agisce come potente elemento dinamico. Nel secondo caso egli subisce l’azione frustrante della realtà e si difende sul piano inconscio con la nevrosi. Nel primo caso la funzionalità del sistema di personalità viene costantemente restaurata, nel secondo viene perduta. Ma la perdita di funzionalità del sistema di personalità può avere origini diverse, e dipendere cioè da problemi più ristretti di funzionamento del sistema stesso di personalità. Questo sistema infatti è una « costruzione » che comprende una fase di montaggio e necessita di materiale organico da organizzare in un certo modo.
La fase di montaggio è realizzata nel delicatissimo periodo dell’infanzia, e successivo, e può essere caratterizzata da eventi che compromettono la formazione del sistema di personalità, indipendentemente dal fatto che la cultura disponga o meno di modelli collettivi di comportamento adatti alla situazione sociale. Il risultato, come tutti gli analisti sanno, è un sistema di personalità che funziona male, perché i modelli interiorizzati sono stati deformati nella fase di montaggio, e che va risistemato con adatte terapie. Ma il difetto può dipendere anche dal materiale biologico che deve formare la base portante organica del sistema bio-psichico della personalità. Questo materiale può recare in sé tare genetiche o venire, in conseguenza di traumi fisici, processi di intossicazione o altro, leso in modo irreversibile. Nella tendenza all’autoconservazione, che caratterizza ogni sistema sia esso organico o bio-psichico, o sociale ed economico, il sistema di personalità in crisi per questi motivi si difende con processi tipici, che sono appunto l’oggetto specifico di studio della psichiatria. Sono i sintomi delle diverse forme morbose. Come si vede gli squilibri dovuti al primo gruppo di problemi, quelli che nascono dalla mancanza di modelli sociali di comportamento adeguato, sono difficilmente curabili dallo psichiatra. In tali circostanze, quando egli si trova di fronte a fenomeni di vasta disfunzione psichica dovuta a motivi di fondo, socio-culturali, egli deve necessariamente ridursi a fare quello che fa un medico militare, quando accoglie i feriti che gli vengono spediti dalle trincee, e li rimette in sesto alla meglio per rimandarli a farsi accoppare. E’ triste questo fatto, ma è un fatto. Se vuole intervenire attivamente, infatti, lo psichiatra non può più limitarsi a fare lo psichiatra, ma denunciando la situazione a chiare lettere, assume la veste del cittadino responsabile, del riformatore sociale e del politico. In questa veste egli può essere un preziosissimo collaboratore di coloro a cui, nel tessuto sociale, spetta il ruolo specifico di realizzare quei riadattamenti culturali e sociali che la situazione dinamica comporta: gli studiosi di scienze umane, per la parte della ricerca, e i politici, per la realizzazione pratica dei risultati della ricerca stessa. Per quanto riguarda gli squilibri dovuti al secondo gruppo di problemi, squilibri nel processo di inculturazione e di origine organica, benché mai si debba ignorare che si verificano in uomini che hanno necessariamente una dimensione socio-culturale, essi sono tuttavia l’oggetto specifico delle cure psichiatriche in senso stretto. E se si tiene conto del fatto della natura bio-psichica del sistema di personalità, è possibile trovare anche un punto d’incontro fra il discorso degli analisti e degli psichiatri di origine organicistica che in realtà non si escludono affatto fra di loro.
Per riassumere questi concetti, che si propongono di offrire modelli concettuali per un discorso interdisciplinare, mi sia permesso fare ricorso ad uno schema grafico che, con tutte le ovvie limitazioni di questi schemi, può essere un utile strumento per visualizzare e memorizzare il discorso che si è fatto. (Vedi schema 1).
In questo schema è rappresentato l’insieme dei tre sistemi della cultura, personalità e società, innestati nel terreno bio-fisico che ne è la base portante.
Il sistema di personalità incorpora una certa porzione di sapere collettivo (cultura) che lo fornisce dei modelli operativi adatti ad inserirsi positivamente nella vita sociale. In condizione di omeostasi, quando i tre sistemi sono coordinati, integrati e funzionali, l’azione in cui si manifesta il comportamento dell’individuo può essere rappresentata dal vettore A + : azione compiuta con successo e attraverso la quale l’individuo assolve al suo ruolo sociale. In questo secondo schema rappresentiamo invece la condizione dei sistemi in contrasto con la situazione dinamica, e cioè integrati, coordinati, ma non funzionali. (Vedi schema 2).
In questo caso l’azione dell’individuo, guidata da modelli anacronistici, va incontro alla condizione di scacco X e si riflette negativamente sul sistema di personalità con il vettore A - . A questo punto la reazione dell’individuo può assumere una caratteristica opposta. L’individuo può reagire creando un nuovo modello, processo raffigurato dal vettore che muove da 0, si volge verso l’alto e ritorna nella sfera della cultura. Questo nuovo modello è in condizione di orientare un nuovo tipo d’azione, guidata da un nuovo tipo di esperienza, che non solo s’inserisce nel contesto sociale, ma lo trasforma, portando più innanzi i confini del sistema (vettore A +). L’altro genere di reazione, caratterizzata dal rifiuto della sfida posta dalla situazione, si manifesta in un comportamento regredito, difensivo a livello inconscio (vettore B). E’ la reazione nevrotica, in conseguenza di fattori socioculturali e di situazione.
Lo stesso schema può essere usato per la rappresentazione grafica dei fenomeni di disfunzione del sistema di personalità non dovuti a cause socio-culturali e collettive, e cioè alla carenza di modelli adatti alla vita in trasformazione, ma a un difetto di funzionamento del sistema di personalità dovuto al processo educativo, o a lesioni o insufficienze organiche. In tal caso non si può avere il vettore ascendente da O, che indica l’operazione di invenzione di nuovi modelli, ma solo il vettore discendente B, che consegue alla serie di frustrazioni rappresentate dal vettore A -, e che si manifesta nella fenomenologia morbosa. Questa fenomenologia ha la stessa apparenza di quella derivante da origini socio-culturali collettive. Ed infatti essa è una manifestazione di difesa contro un’unica condizione, che è quella dell’ansietà, che si crea sia in un caso come nell’altro. Ma mentre le prime forme non possono trovare soluzione se non attraverso operazioni di rinnovamento culturale (vettore A +ascendente), le seconde possono essere curate individualmente con diverse possibilità di successo. A questo proposito, sia detto per inciso, l’antropologia culturale può fornire talune conoscenze circa la funzione di pratiche e rituali propri di gruppi arcaici, che non sono senza valore nell’interpretare certi comportamenti tipici dei malati.
I concetti espressi in forma assai sintetica e schematica nelle pagine che precedono ci permettono di impostare un discorso più concreto sulla distinzione fra individuo normale e ammalato di mente. L’uomo « sano » di mente è colui il quale si mostra capace di adattamento attivo alla situazione in cui vive. Egli è cioè dotato di modelli adeguati ai suoi problemi, attraverso i quali li riconosce, o è in grado di reagire attivamente di fronte all’ignoto creandone di nuovi attraverso i quali dargli un nome, e lo viene così a conoscere. La sola frustrazione di cui soffre è quella normale a tutti, che deriva da due necessarie condizioni della vita umana: la prima è data dal carattere generale e medio dei modelli culturali, che non si adattano mai del tutto, come un vestito su misura, a chi li adotta, perché costui ha una sua base genetica e una sua storia particolare che lo fa essere un unicum, e l’altra è data dalla dinamica della situazione, che crea le sfasature di cui si è detto, fra modelli e problemi, frustrazione questa dalla quale ha vita il pensiero nuovo. Se questa dose normale di frustrazione è una malattia, ebbene allora essa è una malattia veramente connessa con l’esser uomo. Ma è una malattia di cui si guarisce ad ogni istante. E il risultato di questa guarigione è ciò che chiamiamo l’« io », se consideriamo che esso non in altro consiste se non nel felice risultato di un’operazione attraverso la quale con l’ausilio dei modelli cognitivi e operativi di cui è costituito, l’uomo pone sotto controllo la situazione in cui vive, se ne costituisce soggetto, e ne fa l’oggetto della sua conoscenza e della sua azione efficace. Un sistema di personalità di questo tipo apporta caratteristiche felici all’uomo che ne è il portatore: questi appare sereno, fiducioso, dotato di senso critico in modo costruttivo e di gusto per la vita, è disponibile, aperto e facile nello stabilire rapporti interpersonali fecondi, accessibile alla critica altrui, dotato di un profondo senso di solidarietà umana. IIsistema di personalità che rende un uomo incapace di adattamento attivo è ciò che finisce col fare di quell’uomo un malato. In tal caso, e per i più diversi motivi, il sistema si mostra disfunzionale, e finisce, per autodifendersi, col farsi fine a se stesso ed ergersi come uno schermo contro la realtà, vietando all’io di manifestarsi nel modo che si è detto sopra. Invece dilegarel’uomoalmondo,loisola, usando tutte le possibili tecniche che sono i sintomi dellamalattia.L’uomo,anchequandonon giunge al vero e proprio stadio morboso, si mostrainsicuro,indisponibile,egocentrico,autoritario, intollerante e incapace di stabilire rapporti umani fecondi. La vera e propria malattia appare con il manifestarsi aperto e chiaro dei sintomi dati dalle difese inconsce. Si può fare lo stesso discorso per la società? Io non lo ritengo impossibile, ma inutile, perché sarebbe un discorso troppo generale e vago. Si può parlare di società « facili » o « difficili » o « dure » come dicono gli Arsenian in un loro lavoro, società che offrono all’uomo condizioni più o meno favorevoli per un adattamento attivo. Un’analisi dei motivi di queste diverse condizioni è certamente utilissima, purché sia fatta su basi empiriche e su dati concreti, che rivelino i motivi patogenici che esse contengono. Questo è proprio il compito che spetta agli studiosi di scienze sociali e agli antropologi culturali in particolare. Le conclusioni delle loro ricerche potranno anche venire sintetizzate sotto generiche definizioni come quelle ricordate, ma ciò non porta avanti la ricerca. In genere le società che producono un maggior numero di disadattati sono quelle ad elevato ritmo di trasformazione, e ciò accade per lo sforzo* che esse impongono ai singoli per realizzare un adattamento attivo alla situazione dinamica. Ma non per questo tali società sono da dire malate, bensì rischiose, impegnative, o « dure », per ricordare il termine cui si è accennato, ma nelle quali vale tuttavia la pena di vivere. Ha invece più senso forse l’uso del termine di società « malata » per indicare alcune società rigide, nelle quali i canali di autotrasformazione si sono bloccati, per la resistenza del sistema ai mutamenti imposti dalla situazione, che si pongono come fini a se stesse e sviluppano sul piano collettivo singolari forme di comportamento regredito, che riprendono temi propri di società molto arcaiche. I rituali nazisti, ad esempio, e il connesso culto del sangue tedesco, le operazioni di aggressività distruttiva proiettata su determinati gruppi etnici, sono fenomeni che danno da pensare e sembrano quasi giustificare l’uso del termine malattia. Per quanto riguarda il Terzo Reich, si è trattato di una forma di totale disfunzionalità (incoerenza con la situazione storica) di un intero sistema socio-culturale, che non per questo ha cessato di essere funzionante, ma lo era in base ad una logica di tipo delirante collettivamente accettata come valida. Questi casi meriterebbero una maggiore attenzione da un punto di vista della ricerca di psicopatologia sociale. Queste note hanno un taglio particolare, e mettono in parentesi una gran quantità di elementi di specifico interesse psicologico e psichiatrico. Il quadro delineato del sistema di personalità non accenna ai fattori dell’istinto, temperamento, affettività e via dicendo, né alla dinamica interna di questi elementi. Ma ciò è stato fatto di proposito per offrire ai colleghi studiosi uno schema di discussione estremamente semplificato, onde servire come base per possibili convergenze, dalle quali il quadro dei problemi possa risultare più chiaro e completo attraverso un organico lavoro di gruppo. Si è voluto cioè proporre solo un minimo denominatore comune concettuale per un discorso interdisciplinare ancora tutto da fare.
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 aprile 2008, www.ilmattino.it
Che fare della sconfitta? Per ognuno di noi, si tratta di un’esperienza non evitabile. Anche la persona di maggior successo, ogni tanto subisce il gusto amaro della sconfitta. Churchill, uno dei vincitori del secolo scorso, fu sconfitto più volte. Anche i vincenti di oggi, politici, sportivi, scienziati, a volte vengono clamorosamente battuti nelle loro prove. A ben guardare, anzi, si scopre che ciò che fa di qualcuno un vincitore è proprio la sua capacità di perdere, e di rialzarsi.
Cos’è, però, che aiuta a trasformare la sconfitta in un momento di potente ricarica? Il primo fattore, indispensabile, è l’amore per la vita. Chi ama la vita in quanto tale, è aiutato nel volgere in positivo ogni esperienza, perché, dato che è la vita che gliela offre, la considera sempre un dono, di qualsiasi cosa si tratti, sconfitta compresa. Chi ama la vita così com’è non sta a discuterla in continuazione. Egli sa bene che ogni cosa se l’è meritata, e gli capita per insegnargli qualcosa. Come un generale lucido, non perde tempo ad esecrare il nemico vincitore, ma analizza con cura l’elenco dei propri errori.
La sconfitta, che arriva spesso dopo un periodo di vittorie e successi, diventa così un prezioso riequilibratore dell’umore e del senso della realtà del soggetto, che prima tendeva a sbilanciarsi dal lato dell’euforia e dell’ottimismo, camminando nelle nuvole dei propri sogni, e dimenticando di verificarli con la dura realtà.
Per amare la vita così com’è, con le sue difficoltà, e non come vorremmo che fosse, per mettere a frutto le esperienze di scacco che la vita quotidiana ci offre, è necessario uscire dal mito moderno secondo il quale la vita sarebbe una successione di acquisizioni, di vittorie, e che quando così non è ciò significa che sei soltanto un “perdente”. Teoria falsa e diseducativa (anche se molto in voga nella psicologia troppo facile), che quando va bene ti ubriaca col successo e ti fa perdere il contatto con la realtà, e quando poi arriva l’inevitabile legnata ti precipita nella depressione.
In realtà, più che le acquisizioni e le vittorie, ciò che ti tempra più saldamente sono appunto le sconfitte e le perdite. E’ nel confronto con quei momenti difficili che la personalità cresce davvero, e che le tentazioni del narcisismo (se affronti la situazione con coraggio e realismo) si sciolgono una volta per tutte. E’ allora, tra l’altro, che si costruisce una vera e salda autostima, in grado di sorreggerti stabilmente.
Da questo punto di vista, una sconfitta elaborata positivamente è molto più utile e formativa di tante terapie, con il loro rischio di farti vedere che, in fondo, sei tu che hai ragione (il che può anche essere, ma tanto è la sconfitta la vera prova di realtà), impedendoti così di cambiare e di addestrarti per bene per la prossima occasione.
Nella vita di ognuno di noi, la figura più adatta a trasmetterci il sapere della perdita è il padre, così come la madre ci trasmette il sapere opposto: quello dell’avere, dell’ottenere, di soddisfare i nostri bisogni. E’ anche per questo che, nel nostro mondo occidentale di padri assenti, o allontanati da casa dalle separazioni e divorzi, è sempre più difficile trovare chi sa trasformare la sconfitta in un’esperienza positiva.
Tuttavia, in ogni momento di sconfitte diffuse, come ad esempio il dopo elezioni, consola vedere che qualcuno che sa perdere bene c’è sempre. Come riconoscerlo? E’ chi non dà la colpa ai vincitori, o alla gente che non l’ha votato, ma, senza parlar tanto, si mette a pensare, e cerca di capire. Sono tipi così, quelli che in futuro potranno vincere.
Friendly – Almanacco della società italiana, a cura di Laura Balbo, Anabasi, Milano 1993
Il progetto
Abbiamo messo insieme un album di tracce e immagini friendly. Ci interessava capire se attraverso notizie di cui leggiamo sulla stampa, o qualche informazione più approfondita che ci arriva, in qualche modo si intuisca e si tematizzi la dimensione friendly. Sono frammenti, accenni, flash, raccolti nell’arco dell’anno che è passato, e che proponiamo all’inizio del 1993.
La pubblicazione che presentiamo è un numero zero. La riproporremo negli anni a venire, pur consapevoli del fatto che friendly, la nostra parola chiave, e l’idea stessa di questo progetto possono sembrare paradossali, fuori luogo, sbagliate. Nel corso dell’anno in effetti ci siamo chiesti – man mano che, con drammaticità imprevista, il quadro si faceva più negativo – se aveva senso mantenere la prospettiva che ci eravamo dati. Ma non pensiamo si possa continuare a vivere senza uno scenario in avanti. Al presente nessuna proposta viene avanzata, non ci sono progetti collettivi, che mirino a costruire, inventare, innovare, appunto rispetto alle condizioni della vita quotidiana.
E un progetto, dunque, su cui vogliamo continuare a lavorare; dandogli, se sarà possibile, respiro comparativo a livello europeo.
L’obbiettivo è di svolgere una funzione di tematizzazione; forse, di anticipazione. Questa idea, di cui cogliamo frammenti e tracce, vogliamo che se ne ragioni, che trovi spazio nel dibattito sul sociale, che sia messa in circolazione nelle teste e nei discorsi.
Tracce di vivere friendly ne abbiamo trovate: sono esempi di strategie individuali e di organizzazione dal basso e di autorganizzazione; sono ‘ idee innovative, sperimentazioni, applicazioni di ‘ tecnologie e progetti significativi. Quelle di cui ci occupiamo sono in genere notizie che non stanno nei titoli ne nelle prime pagine: sono confinate nella cronaca, spesso liquidate in pò- . che righe. Tuttavia ce ne sono: non sempre facili da interpretare; alcune, in verità, assai ambigue. Abbiamo incluso anche il falso friendly. E ci sono fatti che paiono andare nella direzio- i ne friendly, ma informazioni successive mettono in forse che siano davvero tali; iniziative che sono state bloccate o che comunque non sono andate avanti; indizi apparentemente friendly, ma non ne eravamo del tutto sicuri.
‘ Seguendo questo filo di ragionamento, abbiamo, molto semplicemente, selezionato e raccolto, dalla stampa quotidiana del 1992, notizie che in qualche modo alludessero a una dimensione , friendly di rapporti o regole sociali. Queste immagini e tracce – esili, frammentate – le proponiamo, e proponiamo di rifletterci su.
Riguardano attività e luoghi del vivere quotidiano: l’abitare, lo spostarsi, il sentirsi sicuri, lo stare bene, quanto si aspetta e che aria si respira e che acqua si beve. Dunque, non gli eventi pubblici, la politica e l’economia, le guerre e le relazioni internazionali: ciò che soprattutto riempie i giornali. Neppure riprendiamo previsioni di difficoltà, disfunzioni, inefficienze, disastri: è prevalentemente in questa chiave che ci vengono presentati i dati dell’esperienza quotidiana, mentre assai minore è l’attenzione prestata a dati e fatti del vivere “normale” e quotidiano. Quando qualcuno se ne occupa, è per drammatizzare il “caso umano” e giocare su aspetti di sensazionalismo o di scandalo. Notizie che magari ci colpiscono, ma che non parlano di “noi”. Aggiungiamo che il peso delle informazioni un-friendly sul totale raggiunge probabilmente il novantanove percento di tutte quelle pubblicate, tanto che anche a noi, nel fare questa rassegna, è stato diffìcile non farci assorbire dai fatti disastrosi della quotidianità italiana, onnipresenti e tanto drammatici; dalle innumerevoli vittime di violenza, sopruso, abbandono; dai segnali di impotenza e sfiducia. Ne è piena, non solo l’informazione, anche la nostra vita.
‘ Sommersi come siamo da un flusso di informa-, zioni tarate in modo diverso, noi stessi siamo ; orientali al “peggio”; segnati in questo senso nell’immaginario cosi come nella memoria. I segnali friendly vale allora la pena di farceli tornare all’attenzióne.
Il libro presenta queste notizie, spesso ignorate i o dimenticate. Esplora, mette insieme, propone: è a un tempo una mappa, un catalogo, una vetrina dell’offerta che è possibile trovare: fatti segnalati, iniziative, idee, programmi, prodotti, i contesti organizzativi, sperimentazioni in atto. Ciò che offre il mercato, o che viene sperimentato in istituzioni del sociale, o ancora, pratiche e “invenzioni” individuali.
E probabile che a coloro che si occupano specificamente, o magari professionalmente, dell’uno o dell’altro aspetto,quel che abbiamo da dire sia ben noto; e che dispongano di molte altre informazioni. La ricomposizione che abbiamo tentato, se si guarda a specifici settori o temi, apparirà parziale, forse inutile. Ma il quadro complessivo, con ogni probabilità, in questo momento non lo ha nessuno.
Abbiamo cercato di descrivere i dati e le condizioni propri della nostra società cosi come si presentano a chi ci vive. Abbiamo dato grande spazio alla dimensione fìsica e simbolica dei contesti locali, concreti, del vivere quotidiano. Però ci guardiamo anche intorno, viaggiamo, leggiamo giornali stranieri, abbiamo contatti, occasioni di lavoro in giro per il mondo. Dunque, il quotidiano corrisponde a una dimensione locale che però è dentro-l’Italia-dentro-l’Europa-dentro-il-mondo. Per usare una categoria più generale, corrisponde all’esperienza del vivere nella tarda modernità, nel senso che Anthony Giddens e Ulrich Beck danno a questo termine.
Operativamente, si è proceduto in questo modo: il comitato scientifico ha impostato le scelte di concettualizzazione e le ipotesi complessive. Il gruppo di lavoro ha messo a punto i criteri metodologici relativi alle fonti da utilizzare, a come selezionare ” il materiale e a come organizzarlo. Lo spoglio della stampa è stato fatto su diciotto quotidiani nazionali, scelti per assicurare la pluralità delle voci e una soddisfacente varietà territoriale, nel periodo dal gennaio al dicembre 1992, e su alcuni settimanali. Non facciamo invece riferimento a pubblicazioni specializzate, mentre, occasionalmente, abbiamo ripreso notizie da pubblicazioni straniere e mensili.’ Nel riportare i dati2 abbiamo scelto in base all’efficacia della presentazione, al fine di richiamare alla memoria informazioni o, anche, emozioni: è per questo motivo che i quotidiani a ‘ carattere nazionale sono i più presenti. Rileggendo i ritagli e guardando le immagini ci si sente sollecitati, si ricorda, si riflette a quanto nel corso di un anno ci ha raggiunto, senza che ci sia stato tempo per elaborare questi stimoli. Ritroviamo eventi di un passato vicino, poi mai sviluppati. Ci domandiamo, per esempio: che ricadute hanno avuto, che cosa è successo dopo, si riproporranno in futuro? E soprattutto: possono servirci in qualche modo per cogliere linee di tendenza, per individuare l’agire secondo rapporti e regole friendly, o anche solo il desiderio di qualcosa che vada in quella direzione?
Qualche cenno sull’organizzazione del testo. Abbiamo lavorato su nove aree, che corrispondono ad attività e ambiti centrali del vivere. Sono:
Abitare, Aspettare, Essere consumatori e utenti, Natura-aria-acqua, Sentirsi sicuri, Starbene, Sposarsi, Tempo-per-sé, Vivere-con. Per ciascuna vengono presentati i ritagli di stampa che abbiamo selezionato (proposti in modo breve, con le stesse parole dei giornali da cui li abbiamo tratti, e senza commenti) e immagini: alcune di cronaca, , che si riferiscono agli stessi avvenimenti, alcune evocative; per illustrare la dimensione friendly, ma, altre, per ricordarci il contesto unfriendly in cui quotidianamente si vive.
Segue un commento, che è lo spazio in cui si cerca di ricollegare i fili del ragionamento. A questo fine, abbiamo chiesto ad alcuni studiosi della società italiana – che consideriamo sensibili a una proposta di lavoro in questa direzione, e in grado di fornire un contributo sia critico sia di arricchimento -, di interpretare con noi i dati. Soprattutto abbiamo provato a ragionare insieme sulle tracce raccolte (come leggerle, che implicazioni potrebbero avere) e sull’ipotesi complessiva. Ha senso, abbiamo chiesto -sulla base delle conoscenze e delle idee che ciascuno ha per il proprio settore di lavoro – mettere la dimensione friendly al centro di una analisi e di una proposta? Quali nodi emergono, alcuni dei quali riusciamo ad approfondire, mentre altri li segnaliamo soltanto?
I principali ambiti disciplinari e teorici di riferimento sono gli studi sulla “modernità”, sull’”innovazione sociale”, e sulla “vita quotidiana”. Ci sono stati suggeriti riferimenti alla letteratura e al dibattito, non soltanto sociologici; ci sono state fornite conferme, ma anche manifestate perplessità. Abbiamo dato spazio a proposte di integrazione, e a idee per ricerche da fare in futuro, e anche ad (apparenti) divagazioni.
‘ Per integrare e approfondire, ma soprattutto per andare oltre, abbiamo incluso un certo numero di tabelle e grafici (il testo non ha note; e soltanto pochi riferimenti bibliografici, relativi a contributi recenti). E per ogni voce presentiamo alcune schede, intese a definire un concetto, a illustrare con un esempio un’ipotesi innovativa, e in molti casi ad aprire un passaggio ulteriore. Infine c’è un breve glossario: sarebbe utile costruire, su questi temi, un linguaggio comune.
Una precisazione va fatta: le nove aree coprono solo parzialmente le attività e gli ambiti che con
sideriamo rilevanti (avevamo inizialmente previsto di elaborare anche comunicare, denaro, e lavorare). Ci sembra comunque che il materiale che presentiamo basti per cogliere il senso dell’esperimento che con questa pubblicazione abbiamo voluto fare. Completare e arricchire il lavoro avviato è ciò che ci proponiamo per il futuro.
(L’anno che è passato, è anche il caso di osservare, sembra corrispondere ad un momento particolare per la società italiana: si notano forti indicazioni di discontinuità, anticipazioni di qualcosa che potrebbe essere diverso, anche e forse i soprattutto nel contesto della vita quotidiana. Tutto questo andrà tenuto sotto osservazione.
Va detto infine che per l’una o l’altra area emergono connotazioni che caratterizzano l’Italia nel confronto con altri paesi, o che suggeriscono interrogativi su possibili sviluppi futuri. Una fonte !, che abbiamo trovato utile per ragionare sul “caso italiano” è la serie di pubblicazioni intitolate Recent Social Trends^ apparse nell’autunno 1992 come risultato di un progetto di ricerca internazionale. Non esiste uno studio “gemello” per l’Italia; tuttavia questo costituisce un riferimento e uno stimolo per dei ragionamenti compa-’ rativi, che abbiamo qualche volta suggerito^
Nel futuro intendiamo rendere questo progetto più interdisciplinare. Andrà raccolta una maggiore quantità e gamma di informazioni, utilizzando altre possibili antenne per cogliere la dimensione friendly, dovunque la si riesca ad individuare. Sarà forse adottata una metodologia diversa.
E vogliamo fare comunicazione su questi temi. Il progetto, la forma grafica, il linguaggio, mirano a far si che non si rimanga nell’ambito di interesse di qualche “specialista del sociale”. Sulla dimensione friendly, ci sembra utile che si sia in molti a interrogarsi.
; E osserviamo infine che, nel corso di un anno ; straordinariamente unfriendly, lavorare in que-i sta prospettiva ci ha fatto riflettere; e anche, un ‘ poco sollevato.
‘ I quotidiani sono: Corriere della sera, la Repubblica, La Stampa, II Sole-24 Ore, L’Indipendente, II Giorno, II Giornale, II Messaggero, II Resto del Carlino, La Nazione, II Mattino, II Secolo XIX, Roma, II Gazzettino, l’Unità, il Manifesto, Italia Oggi. I settimanali sono [‘Espresso, Panorama, I/Europeo, Epoca, Mondo Economico, Donna Moderna, il Salvagente.
2 Non abbiamo considerato notizie nel senso che qui interessa, e quindi non sono stati ripresi, dati tratti da sondaggi e ricerche, che spesso i mezzi di informazione viceversa presentano come dati di fatto.
“‘ Si tratta delle quattro pubblicazioni parallele, Recent Social Trends, 1960-1990, frutto di un progetto di ricerca comune, relative a Stati Uniti, Germania, Francia e Quebec, pubblicate congiuntamente da Campus Verlag e McGill-Queen’s University Press, 1992. I dati relativi alla Francia sono stati pubblicati in lingua francese (LOUIS DIRN, La So-cieté Francaise en Tendances, Paris, Presses Universitaires de France, 1990).
4 Per i dati sull’Italia sono stati utilizzati in particolare:
CENSIS, XXV Rapporto/1991 sulla situazione sociale del Paese, Milano/Angeli, 1991; CENSIS, Rapporto/1992 sulla situazione sociale del Paese, Milano, Angeli, 1992; ISPES, Rapporto Italia 1992, Koinè Edizioni.
Per altri dati di confronto si è fatto riferimento a fonti Eurostat, OCDE e CEE. In particolare:
OCDE, Employment Outiook, 1991; OCDE, Migration. The Demo-graphic Aspects, 1991; OCDE, Economie Outiook. Historical Sta-tistics, 1992; EUROSTAT, L’Europa in Cifre, 1992. ‘Inoltre: JOHN NAISBITT & PATRICIA ABURDENE, Megatrends 2000, New York, Avon, 1990; Megatrends for Women, New York, Villard Books, 1992.
(pagg. 11-14)
45.7992819.092748
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