Paolo Ferrario, Dai dischi agli Mp3, lungo il percorso delle menti musicali degli over sessantenni | in Muoversi Insieme di Stannah

Ancora sul tema OGGETTI E TECNOLOGIE IN RAPPORTO ALL’ INVECCHIAMENTO BIOGRAFICO E DEMOGRAFICO

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Su Muoversi Insieme di Stannah abbiamo già parlato del rito” del festival di Sanremo che si rinnova ogni anno all’avvicinarsi della primavera. In quelle serate ci viene ricordato che le parole e le musiche ascoltate dal palcoscenico accompagnano da sessant’anni la storia della società italiana e le nostre personalissime biografie. In quest’articolo prenderemo in analisi un altro aspetto della “memoria musicale” inscritta nelle persone che hanno vissuto quest’arco di tempo: vogliamo mettere al centro dell’indagine i cambiamenti delle tecnologie che rendono possibile l’ascolto e i loro effetti sulle abitudini e comportamenti. 

vai all’intero articolo qui: Dai dischi agli Mp3, lungo il percorso delle menti musicali degli over sessantenni | Muoversi Insieme

Scaletta dell’articolo:

  • il Giradischi e i 78 giri
  • i 33 giri e le loro copertine
  • i 45 giri ed il juke box
  • effetti sulla popular music degli anni ’50
  • le audio cassette e la musica diffusa attraverso le antologie personali
  • i Compact Disk
  • Mp3 e Ipod
  • le attuali possibilità di condivisione

Un buon pensiero che abbiamo letto, una cosa che ci abbia colpito nell’ascoltarla, li riportiamo volentieri nel nostro diario, Wolfgang Goethe nelle Affinità elettive

Dice Wolfgang Goethe nelle Affinità elettive:

Un buon pensiero che abbiamo letto, una cosa che ci abbia colpito nell’ascoltarla, li riportiamo volentieri nel nostro diario.
Se ci prendessimo però ugualmente la pena di annotare dalle lettere dei nostri amici osservazioni, caratteristiche, garbati giudizi, detti fugaci e arguti, potremmo divenire molto ricchi.
Ci sono lettere che si conservano per non rileggerle mai più, infine viene il giorno che si distruggono per discrezione, e così ne scompare il più bello e più immediato alito di vita, e non sarà possibile né per noi né per altri riprodurlo mai più.
Io mi propongo di riparare a questa negligenza…


È morto Christopher Hitchens (1949-2011), lo scrittore e giornalista inglese assurto a fama mondiale per le sue feroci polemiche contro la religione

È morto a Houston all’età di 62 anni Christopher Hitchens, lo scrittore e giornalista inglese diventato famoso anche  per le sue feroci polemiche contro la religione. 
Ateo convinto, autore di libri come «Dio non è grande» e un pamphlet critico di Madre Teresa, Hitchens mise nel mirino i bersagli pubblici più disparati, da Henry Kissinger a Bill Clinton, definito «uno stupratore», fino alla monarchia britannica. Aveva condotte molte battaglie progressiste, compresa quella per la restituzione alla Grecia dei marmi del Partenone, ma senza mai allinearsi alla sinistra ufficiale. Spiazzando molti intellettuali «liberal», se la prese ad esempio con l’Islamofascismo (era un ammiratore di Oriana Fallaci che definì «la più coraggiosa giornalista del suo tempo») e sostenne l’intervento in Iraq.

Hitchens, che viveva negli Usa da più di 30 anni, è stato inviato di guerra e critico letterario, collaborando con numerose testate tra cui il Wall Street Journal, Vanity Fair, l’Atlantic, Slate. In patria scriveva di questioni americane per il Daily Mail e in Italia era tradotto dal Corriere della Sera. Quando aveva scoperto di avere un tumore, lo stesso di cui era morto il padre, aveva appena dato alle stampe le sue memorie intitolate «Hitch-22».

Il ricordo nei tweets di Gianni Riotta

+ E’ morto Hitchens la sinistra inglese intelligente. In guerra del Golfo viaggiavamo insieme nel deserto

+ Portai Hitchens al Corriere nel 2005 e disse “It’s a lot of fun! Hope my old buddies at Manifesto will read me now”

+ Hitchens “Mio padre affondo’ una nave di Hitler in guerra. In un giorno fece un lavoro migliore di me in tutta la vita da giornalista no?”

+ Quando beveva da inglese e si addormentava nel deserto sulla mia spalla

+ Hitchens si schiero’ contro Saddam e tanti gli tolsero il saluto. Sorrideva e se ne fregava

da Addio Hitchens, paladino dell’ateismo – LASTAMPA.it.


Saverio Tutino (1923-2011), fondatore della Libera Università dell’Autobiografia e prima ancora dell’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano

lunedì 28 dicembre la morte ci ha portato via Saverio Tutino, padre fondatore della Libera Università dell’Autobiografia e prima ancora dell’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano.


La nostra newsLetter questa settimana è tutta dedicata a lui.
Trovate in home page una lettera di saluto a Saverio di Duccio Demetrio accanto ad una fotografia che li vede insieme durante la serata in cui gli fu consegnata la targa ricordo del Decennale della Libera.

Mercoledì Saverio è stato accompagnato alla sua ultima dimora nel cimitero di Anghiari dalle numerose persone accorse per rendergli l’ultimo omaggio e noi pubblichiamo i numerosi pensieri di saluto che sono arrivati da chi già aveva saputo la notizia.

Chi vuole inviarci un proprio ricordo o una frase di condoglianze può farlo scrivendo a ada.ascari@lua.it noi invieremo tutto quello che riceveremo all’Archivio diaristico che si è fatto carico di tenere i contatti con la famiglia.
Oppure scrivere sul gruppo FaceBook della Libera università .

Abbiamo anche raccolto una piccola e incompleta rassegna stampa web

Vi segnaliamo infine le fotografie della serata in cui è stata consegnata a Saverio la targa del decennale della Libera Università il 19 settembre 2009


CICERONE, Cato maior, de senectute

CICERONE, Cato maior, de senectute

(a cura di DIEGO FUSARO)


I 1 «O Tito, se ti aiuto e ti libero dell’angosciache ora, confitta nel cuore, ti brucia e ti tormenta, che ricompensa avrò?» Posso davvero rivolgermi a te, Attico, con gli stessi versi con cui a Flaminino si rivolge «quell’uomo non di grandi ricchezze, ma pieno di lealtà» anche se sono sicuro che, diversamente da Flaminino, non «ti agiti così, Tito, giorno e notte».

Conosco la misura e l’equilibrio del tuo animo e so che da Atene non hai riportato solo il tuo soprannome, ma anche cultura e saggezza. E tuttavia sospetto che, talvolta, ti assillino molto gravemente i problemi che travagliano anche me. Consolarsi da essi è impresa assai ardua e da differirsi ad altro momento.

Ora, invece, mi è sembrato opportuno comporre per te qualcosa sulla vecchiaia. 2 Del peso, comune a entrambi, della vecchiaia che già abbiamo addosso o almeno si avvicina a grandi passi intendo alleviare me e te, benché sia sicuro che, come ogni evento, la sopporti e la sopporterai con equilibrio e ragionevolezza. Ma quando avvertivo il desiderio di scrivere qualcosa sulla vecchiaia, eri tu che ti presentavi alla mia mente, degno di un dono che potesse giovare all’uno e all’altro di noi, in comune. Davvero la stesura di questo libro è stata per me così piacevole che non solo ha cancellato tutte le noie della vecchiaia, ma ha reso la vecchiaia persino dolce e piacevole. Mai, dunque, si potrà lodare abbastanza degnamente la filosofia che permette, a chi la segue, di vivere ogni stagione della vita senza noie.

3 Su altri argomenti molto ho detto e molto dirò. Questo libro sulla vecchiaia lo dedico a te. Ho attribuito l’intero discorso non a Titono, come fa Aristone di Ceo – ci sarebbe del resto poca autorità in una leggenda -, ma a Marco Catone il vecchio, per dare maggiore autorità alla dissertazione. Vicino a lui immaginiamo Lelio e Scipione pieni di stupore perché sopporta la vecchiaia con tanta serenità e Catone intento a rispondere loro. Se ti sembrerà che discuta con più cultura di quanto non sia solito fare nei suoi libri, attribuiscilo alla letteratura greca di cui, com’è noto, fu accanito studioso da vecchio. Ma perché dilungarmi? Ormai il discorso di Catone in persona illustrerà appieno la mia idea della vecchiaia.

II 4 SCIPIONE. Spesso mi sono stupito insieme a Caio Lelio, qui con me, della tua saggezza eccellente in tutte le cose, o Marco Catone, e perfetta, ma soprattutto del fatto che non mi hai mai dato la sensazione di vivere la vecchiaia come un peso. Eppure essa risulta così odiosa alla maggior parte dei vecchi che, a sentirli, sosterrebbero un carico più pesante dell’Etna.

CATONE. Non è davvero un’impresa difficile, cari Scipione e Lelio, quella di cui sembrate stupirvi. Chi infatti non abbia dentro di sé risorse per vivere bene e felice subisce il peso di tutte le età; chi invece trae da se stesso ogni bene non può considerare un male quel che necessità di natura impone. La vecchiaia fa parte di queste cose più delle altre. Tutti desiderano raggiungerla, ma, una volta raggiunta, la investono di accuse: tanta è l’incoerenza e l’assurdità della stoltezza! Dicono che si insinui prima di quanto pensassero. Primo: chi li ha indotti a credere il falso? Forse che la vecchiaia subentra furtiva alla giovinezza più rapidamente di quanto la giovinezza subentri furtiva all’infanzia? Secondo: come può la vecchiaia essere per loro meno pesante se avessero ottocento anni anziché ottanta? Quando infatti gli anni passati, per lunghi che siano, sono volati via, non c’è consolazione che possa mitigare la vecchiaia degli stolti. 5 Perciò, se siete soliti stupirvi della mia saggezza – possa essere degna del vostro giudizio e del mio soprannome! – sono saggio in questo: seguo la natura, ottima guida, come se fosse un dio e le obbedisco; non è verosimile che essa abbia descritto bene tutte le altre parti della vita per poi buttare giù l’ultimo atto, come un poeta senz’arte. Ma era pur necessario che esistesse qualcosa di ultimo, qualcosa, per così dire, di vizzo e sul punto di cadere, per maturità compiuta, come accade ai frutti degli alberi e ai prodotti della terra. Il saggio deve sopportare questa realtà con condiscendenza: la lotta dei Giganti contro gli dèi che altro è se non una ribellione contro la natura?

6 LELIO. Ebbene, Catone, sarà per noi un grandissimo piacere – e lo dico anche a nome di Scipione – se impareremo da te, molto tempo prima, come poter affrontare nel migliore dei modi il peso crescente degli anni, poiché speriamo, o almeno ci auguriamo, di diventare vecchi.

CATONE. Va bene, lo farò, Lelio, soprattutto se, come dici, sarà un piacere per tutt’e due.

LELIO. Vorremmo davvero vedere, se non ti rincresce, Catone, come sia questo luogo cui sei giunto, dopo aver percorso, per così dire, una lunga strada, la stessa che si dovrà intraprendere anche noi.

III 7 CATONE. Farò del mio meglio, Lelio. Spesso, infatti, mi sono trovato in mezzo alle lamentele dei miei coetanei – come dice un antico proverbio «il simile si accompagna più facilmente al simile» – . Come Caio Salinatore, come Spurio Albinio, ex consoli, più o meno miei coetanei, si lamentavano ora perché non provavano più quei piaceri senza i quali la vita, secondo loro, non era vita, ora perché erano disprezzati da chi, prima, li trattava con abituale deferenza! Secondo me non accusavano quel che si doveva accusare. Se infatti la vecchiaia fosse responsabile di ciò, gli stessi mali patirei io e tutti gli altri anziani; invece ho conosciuto molti che non si lamentano di esser vecchi, perché considerano tutt’altro che un dispiacere l’essersi liberati dai vincoli delle passioni e non sono guardati dall’alto in basso da amici e parenti. Ma responsabile di tutte queste lagnanze è il carattere, non l’età: i vecchi equilibrati, che non sono difficili né scontrosi, trascorrono una vecchiaia sopportabile. L’intrattabilità e la mancanza di cortesia, invece, sono un peso a tutte le età.

8 LELIO. Hai ragione, Catone. Ma forse qualcuno potrebbe ribattere che la vecchiaia ti risulta più sopportabile perché hai potere, ricchezza e prestigio, privilegi che non possono toccare a molti.

CATONE. Eh sì, caro Lelio, questi privilegi valgono qualcosa, ma non sono certamente tutto. Per esempio, si racconta che Temistocle, in un litigio, abbia risposto a uno di Serifo che gli rimproverava di aver raggiunto lo splendore per gloria non sua, ma della patria: «Mai, perdio, disse, sarei diventato famoso se fossi di Serifo, ma nemmeno tu, se fossi di Atene». Altrettanto si può dire della vecchiaia: nella più grande povertà non può essere leggera neppure per il saggio, per lo stolto non può essere pesante anche nella più grande ricchezza. 9 Le armi in assoluto più idonee alla vecchiaia, cari Scipione e Lelio, sono la conoscenza e la pratica delle virtù che, coltivate in ogni età, dopo una vita lunga e intensa, producono frutti meravigliosi non solo perché non vengono mai meno, neppure al limite estremo della vita – cosa di per sé importantissima -, ma anche perché la coscienza di una vita spesa bene e il ricordo di molte buone azioni sono una grandissima soddisfazione.

IV 10 Come a un coetaneo, volli bene, io giovane lui vecchio, a Quinto Massimo, il riconquistatore di Taranto. C’era in quell’uomo grande una severità condita dall’affabilità e la vecchiaia non aveva cambiato il suo carattere. Veramente, iniziai a rendergli onore quando non era molto anziano, ma tuttavia già avanti negli anni: era stato console per la prima volta l’anno successivo alla mia nascita e, quando lo fu per la quarta volta, partii con lui – ero un giovincello – come soldato semplice per Capua e cinque anni dopo per Taranto. Divenuto questore, esercitai tale magistratura sotto il consolato di Tuditano e Cetego quando lui, ormai molto vecchio, sosteneva la legge Cincia «sui doni e le ricompense». Sapeva al tempo stesso combattere come un ragazzo nonostante l’età molto avanzata e fiaccare con la pazienza un Annibale pieno di ardore giovanile. Di lui scrisse magnificamente il mio amico Ennio:

«Un solo uomo, temporeggiando, salvò la nostra patria;

non anteponeva il mormorar della gente al bene pubblico.

Così, risplende e sempre più risplenderà la sua gloria.»

11 E Taranto, con che instancabilità, con che intelligenza la riprese! In tale occasione con le mie orecchie lo sentii ribattere a Salinatore che, persa la città, si era rifugiato nella rocca e si gloriava con queste parole: «Per opera mia, Quinto Fabio, hai ripreso Taranto!» «Certo!» rispose ridendo. «Se tu non l’avessi persa io non l’avrei mai ripresa!» E davvero non fu più eccellente nelle armi che in toga: console per la seconda volta, sebbene il suo collega Spurio Carvilio non prendesse posizione, si oppose finché poté al tribuno della plebe Caio Flaminio che, contro il volere del senato, intendeva procedere a una distribuzione fra i singoli individui del territorio piceno e gallico. Quando fu augure osò dire che hanno i migliori auspici le iniziative intraprese a vantaggio dello stato mentre le proposte avanzate a suo danno hanno auspici sfavorevoli. 12 Ebbi modo di apprezzare in lui molte eccellenti qualità, ma nessuna più ammirevole del modo in cui sopportò la morte del figlio, uomo illustre ed ex console. Il suo elogio funebre è nelle mani di tutti; quando lo leggiamo, quale filosofo non ne esce sminuito? E non solo si rivelò grande alla luce del sole e agli occhi dei suoi concittadini, ma ancora più notevole nell’intimità e in casa. Che modo di esprimersi, che insegnamenti, che conoscenza dell’antichità, che competenza nel diritto augurale! E vasta era la sua cultura letteraria, per essere un romano: ricordava non solo tutte le vicende interne, ma anche quelle estere. Godevo del suo conversare con tanta avidità come se già presagissi quanto si sarebbe avverato in seguito: morto lui, non avrei avuto più nessuno da cui imparare.

V 13 Allora, perché tante parole su Massimo? Per farvi capire bene che sarebbe un’empietà dire infelice una simile vecchiaia. È pur vero che non tutti possono essere degli Scipione o dei Massimi per ricordarsi città espugnate, battaglie terrestri e navali, guerre da loro condotte, trionfi. Ma anche la vecchiaia di una vita trascorsa nella calma, nell’onestà e nella distinzione è tranquilla e dolce, come fu, secondo la tradizione, quella di Platone, che mori a ottantun anni mentre era impegnato a scrivere, e quella di Isocrate, che dice di aver composto, novantaquattrenne, l’opera intitolata Panatenaico e visse ancora cinque anni; il suo maestro, Gorgia di Leontini, compì centosette anni senza smettere mai di studiare e lavorare; quest’ultimo, a chi gli chiedeva perché volesse vivere così a lungo, rispondeva: «Non ho niente da rimproverare alla vecchiaia!» Risposta eccezionale e degna di un uomo colto!14 Sono infatti gli ignoranti a imputare alla vecchiaia vizi e colpe loro, diversamente da chi ho menzionato poco fa, Ennio:

«Come destriero impetuoso, che spesso nel tratto finale

vinse a Olimpia, ora, dalla vecchiaia stremato, riposa …»

Paragona la sua vecchiaia a quella di un cavallo impetuoso e vincitore. Lo potete ricordare bene: diciannove anni dopo la sua morte sono stati eletti i consoli ora in carica, Tito Flaminino e Manlio Acilio; mori l’anno in cui erano consoli Cepione e, per la seconda volta, Filippo, quando io, allora sessantacinquenne, sostenevo la legge Voconia con gran voce e buoni polmoni. Ebbene, a settant’anni – tanto visse Ennio – sopportava così bene i due pesi considerati più gravi, povertà e vecchiaia, da sembrare quasi compiacersene.

15 In realtà, quando esamino il problema sotto tutti gli aspetti, trovo quattro motivi che fanno sembrare la vecchiaia infelice. Primo: allontana dalle attività. Secondo: indebolisce il corpo. Terzo: priva di [quasi] tutti i piaceri. Quarto: è a un passo dalla morte. Analizziamo, se siete d’accordo, la portata e il valore di ciascun motivo.

VI La vecchiaia ci porta via dalle attività. – Da quali? Da quelle che si compiono con le energie della giovinezza? Non ci sono forse occupazioni che gli anziani possano svolgere con la mente, anche senza forze fisiche? Allora non faceva niente Quinto Massimo, niente Lucio Paolo, tuo padre, suocero di quell’uomo eccellente che era mio figlio? E gli altri vecchi, i Fabrizi, i Curi, i Coruncani, quando difendevano lo stato con senno e autorità non facevano niente? 16 Alla vecchiaia di Appio Claudio si aggiungeva la cecità. Eppure, quando il senato era incline a stipulare il trattato di pace con Pirro, non esitò a dire quel che Ennio trascrisse in versi:

«Dove piegano le vostre menti, dementi,

che sin qui solevano proceder rettè?»

e così via con stile molto solenne. Vi è nota l’opera e, del resto, esiste ancora il discorso di Appio. Ebbene, parlò così diciassette anni dopo il suo secondo consolato, quando erano trascorsi dieci anni tra il suo primo e secondo mandato ed era già stato censore prima del consolato iniziale. Da ciò si capisce che durante la guerra di Pirro era molto avanti con gli anni; e tuttavia così ci hanno tramandato i Padri. 17 Non adduce quindi nessuna valida ragione chi sostiene che la vecchiaia non abbia parte attiva nella vita pubblica; è come se dicesse che il timoniere, nel corso della navigazione, non fa niente perché, mentre gli altri salgono sugli alberi, corrono su e giù per i ponti e svuotano la sentina, lui invece siede tranquillo a poppa a reggere il timone. Il vecchio non fa le stesse cose dei giovani, ma molto di più e meglio: le grandi azioni non sono frutto della forza, della velocità o dell’agilità fisica, ma del senno, dell’autorità, della capacità di giudizio, qualità di cui la vecchiaia, di solito, non solo non si priva, ma anzi si arricchisce.

18 A meno che, dopo aver partecipato a ogni tipo di guerra come soldato semplice, tribuno, luogotenente e console, non vi dia l’impressione di stare con le mani in mano perché ho smesso di combattere. Ma consiglio al senato che politica seguire e con quali strategie: molto in anticipo dichiaro guerra a Cartagine che da tempo trama contro di noi; non smetterò di temerla finché non la saprò rasa al suolo. 19 Gli dèi immortali ti riservino questa palma, o Scipione, e ti concedano di portare a termine l’impresa lasciata incompiuta da tuo nonno! Sono passati trentatré anni dalla sua morte, ma tutti gli anni a venire manterranno vivo il ricordo di quel grande. Morì l’anno prima della mia censura, nove anni dopo il mio consolato durante il quale fu eletto console per la seconda volta. Ebbene, se fosse vissuto sino a cento anni, sarebbe forse scontento della propria vecchiaia? Certo non potrebbe fare incursioni, saltare, combattere da lontano con la lancia o da vicino con il gladio, ma farebbe valere il senno, la ragione, la capacità di giudizio. Se tali qualità non fossero nei vecchi, i nostri antenati non avrebbero chiamato «senato» il consiglio supremo. 20 A Sparta, appunto, chi esercita la magistratura più alta ha l’età e quindi il nome di «vecchio». Se poi volete leggere o ascoltare la storia delle nazioni straniere, scoprirete che sono stati i giovani a mandare in rovina gli stati più forti, i vecchi a sostenerli e a rimetterli in piedi.

«Dite, come perdeste in così poco tempo il vostro stato, tanto potente?»

A tale domanda, formulata nel Ludo del poeta Nevio, si risponde, tra le altre cose, in primo luogo così:

«Spuntavano nuovi oratori, stupidi sbarbatelli.»

Naturale: la temerarietà è tipica dell’età in fiore, la saggezza dell’età declinante.

VII 21 Ma la memoria diminuisce. È vero, se non la eserciti o se per natura sei un po’ tardo. Temistocle sapeva a memoria il nome di tutti i suoi concittadini; credete forse che, arrivato a una certa età, si sia messo a salutare Aristide chiamandolo Lisimaco? Da parte mia, non solo conosco le persone vive ai giorni nostri, ma anche i loro padri e i loro avi, e quando leggo le iscrizioni sepolcrali non ho paura, come si dice, di perdere la memoria: anzi, nel leggerle, rinnovo il ricordo dei morti. In realtà non ho mai sentito dire che uno da vecchio si sia dimenticato del luogo in cui aveva nascosto il tesoro; i vecchi ricordano quanto hanno a cuore, le malleverie prestate, i debitori, i creditori.22 E i giureconsulti? E i pontefici? E gli àuguri? E i filosofi? Sono vecchi, ma quante cose ricordano! I vecchi conservano le capacità intellettuali purché preservino interessi e dinamismo; e questo non solo negli uomini famosi e insigniti di cariche, ma anche nella tranquilla vita privata. Sofocle compose tragedie sino all’estremo limite della vecchiaia; poiché, per questa sua passione, sembrava trascurare il patrimonio familiare, fu chiamato in giudizio dai figli: volevano che, allo stesso modo in cui, da noi, si è soliti interdire quei padri che gestiscono male le loro sostanze, così i giudici lo rimuovessero dal controllo del patrimonio familiare come se fosse un rimbambito. Allora il vecchio, così si racconta, declamò ai giudici la tragedia che, da poco composta, aveva tra le mani, l’Edipo a Colono, e chiese se quell’opera sembrava scritta da un rimbambito; finita la declamazione, i giudici decisero di proscioglierlo. 23 Ebbene, forse Sofocle e forse Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro e quelli prima nominati, Isocrate e Gorgia, e i primi filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Senocrate, e successivamente Zenone e Cleante o colui che voi stessi avete visto a Roma, Diogene lo stoico, vennero ridotti al silenzio nei loro interessi dalla vecchiaia? O in tutti loro il fervore intellettuale non durò quanto la vita?

24 Orbene, per tralasciare questi studi divini, potrei menzionare i contadini romani della Sabina, miei vicini e amici, senza i quali non si eseguono mai lavori agricoli di una certa importanza, non si semina, non si raccolgono i frutti e non si ripongono. Ma, nel loro caso, c’è meno da stupirsi: nessuno, infatti, è così vecchio da non pensare di poter vivere almeno un altr’anno; eppure si danno un gran da fare anche in lavori che – lo sanno bene – non presentano per loro nessuna utilità:

«Pianta alberi che daranno frutti alla generazione successiva.»

come dice il nostro Stazio nei Sinefebi. 25 L’agricoltore, in realtà, per quanto vecchio sia, se gli viene chiesto per chi pianta, non esita a rispondere: «Per gli dèi immortali, i quali vollero che non solo ricevessi tali doni dai miei antenati, ma li trasmettessi anche ai posteri.»

VIII E meglio si esprime Cecilio a proposito del vecchio che provvede alla generazione futura rispetto a quando dice:

«Perdio, vecchiaia, se non portassi al tuo arrivo

nessun altro male, questo solo basterebbe:

vedere, vivendo a lungo, molte cose che non si vorrebbero.»

e forse molte che si vorrebbero! Anzi, anche la giovinezza si imbatte spesso in quel che non vuole. Ma ecco un passo di Cecilio ancora peggiore:

«Della vecchiezza questo reputo il male più grande:

sentire che, da vecchi, si è odiosi agli altri.»

26 – benvoluti, non odiosi! Come i ragazzi di indole onesta piacciono ai vecchi saggi e la vecchiaia di chi è onorato e amato dai giovani diventa più leggera, così i ragazzi ricevono con gioia i precetti dei vecchi dai quali son condotti all’amore della virtù; e so di piacere a voi non meno di quanto voi piacciate a me.

Vedete dunque come la vecchiaia, lungi dall’essere fiacca e inerte, sia invece attiva e sempre impegnata a fare e meditare qualcosa, in relazione, s’intende, alle attitudini che ciascuno aveva negli anni precedenti. E le persone che si aggiornano sempre? Per esempio, vediamo Solone vantarsi, nei suoi versi, quando dice di invecchiare imparando ogni giorno qualcosa di nuovo. L’ho fatto pure io, che da vecchio ho studiato la letteratura greca. L’ho abbordata con tanta avidità, come se desiderassi spegnere una lunga sete, da riuscire ad apprendere le nozioni che ora mi vedete usare a mo’ di esempio. E quando sento dire che Socrate fece lo stesso con la lira, vorrei imitarlo anch’io – gli antichi, infatti, studiavano la lira -, ma almeno mi sono dedicato anima e corpo alle lettere.

IX 27 E ora non rimpiango davvero la forza di un giovane – ecco il secondo punto sui difetti della vecchiaia – più di quanto, da giovane, non desiderassi la forza di un toro o di un elefante. Conviene valersi di quel che si ha e, qualunque cosa si faccia, farla secondo le proprie forze. Si possono immaginare parole più spregevoli di quelle di Milone di Crotone? Si racconta che, mentre assisteva, ormai vecchio, a un allenamento di atleti nello stadio, si guardò i bicipiti ed esclamò in lacrime: «Ahimè, sono belli e morti!» Non tanto loro, quanto te stesso, cialtrone, perché sei diventato famoso, non per merito tuo, ma dei tuoi polmoni e dei tuoi bicipiti! Niente del genere Sestio Elio, né, molti anni prima, Tiberio Coruncanio, né, di recente, Publio Crasso, che fornivano consulenze ai loro concittadini in materia giuridica; sino all’ultimo respiro conservarono la loro competenza. 28 L’oratore, temo, perde vigore con la vecchiaia; la sua professione, infatti, non dipende solo dall’intelletto, ma anche dai polmoni e dalla forza fisica. È vero che la sonorità della voce continua a spiccare, non so come, anche in vecchiaia; io non l’ho ancora persa e vedete gli anni che ho. Tuttavia il conversare calmo e disteso si addice a un vecchio e i suoi discorsi eleganti e dolci si conciliano da soli l’attenzione del pubblico. Se non ci riuscissi più, potresti sempre fornire precetti a Scipione o a Lelio: infatti, cosa c’è di più bello di una vecchiaia circondata dal fervore dei giovani? 29 O non vogliamo lasciare alla vecchiaia neppure forze sufficienti per istruire i giovani, per formarli e prepararli a tutti i compiti imposti dal dovere? Può esistere missione più nobile di questa? Davvero fortunati mi sembravano Cornelio e Publio Scipione, e i tuoi due nonni, Lucio Emilio e Publio Africano, per il loro séguito di giovani; e non c’è maestro di arti liberali che non sia da considerar felice nonostante il declino e il venir meno delle forze fisiche. Del resto, proprio questa defezione delle forze dipende più spesso dai vizi della giovinezza che dai difetti della vecchiaia: una giovinezza sfrenata e intemperante, infatti, consegna alla vecchiaia un corpo esaurito. 30 Ciro appunto, nel discorso che tenne in punto di morte quando era molto vecchio, come scrive Senofonte, dice di non essersi mai accorto di esser diventato, da anziano, più debole di quanto lo fosse da giovane. Mi ricordo di Lucio Metello – ero allora un ragazzo – che, eletto pontefice massimo quattro anni dopo il suo secondo consolato, esercitò quel sacerdozio per ventidue anni: ebbene, conservò sino alla fine forze così prospere da non rimpiangere la giovinezza. Non è necessario che parli di me, benché questo sia un comportamento senile e lo si perdoni alla nostra età. X 31 Non vedete come Nestore, in Omero, vanti molto spesso le proprie virtù? Vedeva ormai la terza generazione di uomini e non aveva da temere, vantandosi a ragione, di sembrare troppo presuntuoso o troppo loquace: come dice Omero, «dalla sua lingua la parola fluiva più dolce del miele». E non aveva bisogno della forza del corpo per ottenere questa soavità; tuttavia il grande condottiero della Grecia non si augura mai di avere dieci uomini come Aiace, ma come Nestore sì; nel qual caso non ha dubbi: Troia cadrebbe in poco tempo.

32 Ma ritorno a me. Vado per gli ottantaquattro anni e vorrei davvero vantarmi come Ciro: ma almeno posso dire questo, che, anche se non ho più le forze di quando ero soldato semplice nella guerra punica o questore nella stessa guerra o console in Spagna o, quattro anni dopo, di quando ho combattuto strenuamente alle Termopili come tribuno militare sotto il console Manlio Acilio Glabrione, nonostante ciò, come vedete, la vecchiaia non mi ha tolto il nerbo, non mi ha messo a terra, e non lamentano l’assenza delle mie forze il senato, i rostri, i clienti, gli ospiti. Mai, infatti, ho approvato l’antico e lodato proverbio che consiglia di invecchiare prematuramente se si voglia restare vecchi a lungo; per quanto mi riguarda, preferirei esser vecchio meno a lungo che diventarlo prima del tempo. E così, finora, nessuno che abbia voluto un appuntamento con me non è stato ricevuto perché ero occupato.

33 Ma ho meno forze di ciascuno di voi due. – Neppure voi, però, avete le forze del centurione Tito Ponzio: averle, lo rende superiore? L’importante è che ciascuno usi le forze con moderazione e si sforzi quel tanto che può: non ne sentirà così una grande mancanza. Si racconta che Milone abbia attraversato lo stadio di Olimpia con un bue sulle spalle. Ebbene, preferiresti avere le forze fisiche di Milone o le forze intellettuali di Pitagora? Insomma, usa questa risorsa finché c’è, quando non ci sarà più non rimpiangerla, a meno che i giovani non debbano rimpiangere l’infanzia e, più avanti negli anni, la giovinezza. La vita ha un corso determinato, la natura segue una via unica e questa è semplice; ogni fase dell’esistenza ha ricevuto una fisionomia tale che la fragilità dei bambini, la spavalderia dei giovani, la serietà dell’età adulta e la maturità della vecchiaia corrispondono a una predisposizione naturale da cogliersi a tempo opportuno. 34 Credo che tu sappia, Scipione, cosa fa oggi a novant’anni Massinissa, ospite di tuo nonno: quando inizia un viaggio a piedi non sale mai a cavallo, quando invece lo inizia a cavallo non smonta mai; non c’è pioggia, non c’è vento che lo inducano a coprirsi il capo; il suo fisico è asciuttissimo; in questo modo adempie a tutti i doveri e gli obblighi di un re. L’esercizio e la temperanza permettono dunque di conservare parte dell’antica forza anche da vecchi.

XI Non ci sono forze in vecchiaia? – Ma dalla vecchiaia non si richiede neppure la forza fisica! Tant’è vero che le leggi e le consuetudini dispensano la nostra età da quei compiti non assolvibili senza vigore fisico. Così non solo non siamo tenuti a fare ciò che non possiamo, ma nemmeno quel tanto che potremmo.

35 Molti vecchi, però, sono così deboli da non poter attendere a nessun compito imposto dal dovere o addirittura dalla vita. Sì, ma non è un difetto tipico della vecchiaia quanto in generale della salute. Com’era debole il figlio di Publio Africano, tuo padre adottivo! Che salute cagionevole o addirittura inesistente! In caso contrario si sarebbe levato come secondo faro della città: alla grandezza d’animo paterna, infatti, si aggiungeva una cultura più ricca. Allora, che c’è di strano se talvolta i vecchi sono malati quando neppure i giovani possono evitarlo? Bisogna affrontare la vecchiaia con coraggio, cari Lelio e Scipione, e compensare i suoi difetti con le cure, bisogna combattere contro di essa come contro una malattia, aver riguardo della salute, 36praticare esercizi con moderazione, mangiare e bere quel tanto da ricostituire le energie, non da schiacciarle. Non bisogna provvedere solo al corpo, ma molto di più alla mente e all’animo: come se in una lampada non versassi più olio, la vecchiaia li spegne; ma mentre il corpo per lo sforzo degli esercizi si sente pesante, l’animo esercitandosi si fa più leggero. Quando Cecilio dice «stupidi vecchi da commedia» intende i creduloni, gli smemorati, gli scapestrati; e questi non son difetti di ogni vecchiaia, ma di una vecchiaia inerte, imbelle e sonnacchiosa. Come l’insolenza, come il piacere dei sensi è più dei giovani che dei vecchi, e non di tutti i giovani ma di quelli che non sono perbene, così la demenza senile chiamata di solito rimbambimento è dei vecchi poveri di spirito, non di tutti. 37 Quattro figli nel fiore degli anni, cinque figlie, una grande casa, una numerosa clientela: ecco su chi dominava Appio Claudio, ed era cieco e vecchio. Teneva infatti l’animo teso come un arco e non soccombeva alla vecchiaia cedendo all’inerzia. Conservava non solo l’autorità, ma anche il comando sui suoi; i servi lo temevano, i figli lo rispettavano, tutti lo avevano caro; in quella casa vigeva la tradizione e la disciplina dei Padri. 38 La vecchiaia è infatti rispettata soltanto se sa difendersi da sola, se mantiene inalterati i propri diritti, se non si rende schiava di nessuno, se sino all’ultimo respiro esercita il dominio sui suoi. Come infatti approvo il giovane in cui ci sia qualcosa di senile, così il vecchio in cui ci sia qualcosa di giovanile; chi si attiene a tale norma potrà essere vecchio di corpo, ma non lo sarà mai di spirito.

Sto lavorando al settimo libro delle Origini, sto raccogliendo tutti i documenti storici e proprio ora do l’ultimo ritocco alle orazioni di tutte le cause famose che ho difeso, mi occupo di diritto augurale, pontificale e civile, dedico molto tempo anche alle lettere greche e, come i Pitagorici, per esercitare la memoria, ricordo di sera ciò che ho detto, ascoltato, fatto ogni giorno. Questi sono gli esercizi dell’intelligenza, questa la palestra della mente, in questi sudo e mi sforzo senza sentire una grande mancanza del vigore fisico. Assisto gli amici, vado spesso in senato, di mia iniziativa vi porto idee meditate a fondo e a lungo e le difendo con le forze dell’animo, non del corpo. Se non riuscissi ad adempiere a tutto ciò, troverei ugualmente conforto nel mio caro divano dove farei rivivere con il pensiero quelle attività per me non più accessibili; ma a renderle accessibili contribuisce la mia vita passata: chi infatti dedica tutta l’esistenza a studi e a fatiche di questo genere, non avverte l’insinuarsi della vecchiaia. Così, a poco a poco e senza farsene accorgere, la vita invecchia, non si interrompe di colpo, ma si spegne col tempo.

XII 39 Segue la terza critica: la vecchiaia, dicono, è priva dei piaceri dei sensi. O magnifico dono dell’età se ci strappa il male più dannoso della giovinezza! Ascoltate, nobili giovani, le antiche parole di Archita di Taranto, uomo tra i più grandi ed eminenti, parole che mi furono riferite quando, da giovane, mi trovavo a Taranto con Quinto Massimo. La natura non ha dato agli uomini peste più esiziale del piacere sensuale, diceva Archita, e le voglie, ingorde di tal piacere e sfrenate, si lanciano ciecamente a conquistarlo. 40 Da qui i tradimenti della patria, da qui i colpi di stato, da qui nascono le collusioni segrete con il nemico, insomma, non c’è delitto, non c’è crimine che la brama del piacere non spinga a commettere; e poi stupri, adulteri e ogni infamia del genere non sono provocati da altro incitamento se non dal piacere dei sensi. Se è vero che la natura o un dio non ha dato all’uomo niente di più bello dell’intelligenza, è altresi vero che niente, come il piacere, è nemico di questo munifico dono divino. 41 Infatti, dove domina la passione non c’è posto per la temperanza e nel regno del piacere non può certo resistere la virtù. Per rendere il concetto più comprensibile, consigliava di immaginare un uomo eccitato dal piacere sensuale più grande che si possa provare: secondo Archita, nessuno avrebbe dubitato che costui, finché fosse immerso in un godere così intenso, potesse pensare, giudicare, intendere qualcosa. Perciò nulla è così detestabile e pestilenziale come il piacere, se è vero che, quanto più è intenso e prolungato, tanto più spegne ogni lume della ragione. Queste le parole di Archita al sannita Caio Ponzio, padre di colui che sconfisse i consoli Spurio Postumio e Tito Veturio nella battaglia di Caudio, e Nearco di Taranto, mio ospite e incrollabile amico del popolo romano, diceva di averle apprese dai suoi vecchi; avrebbe assistito alla conversazione l’ateniese Platone che, come mi risulta, si era recato a Taranto all’epoca del consolato di Lucio Camillo e Appio Claudio.

42 Cosa si propone questo racconto? Vuole farvi capire che, se non fossimo in grado di respingere il piacere con la ragione e la saggezza, molto dovremmo esser grati alla vecchiaia capace di non farci desiderare quel che non si deve. Il piacere, infatti, ostacola la capacità di giudizio, è nemico della ragione, abbaglia, per così dire, gli occhi della mente e non ha niente a che vedere con la virtù. A malincuore feci espellere dal senato, sette anni dopo il suo consolato, Lucio Flaminino, fratello del valorosissimo Tito Flaminino, ma credetti mio dovere bollarne la dissolutezza. Quando si trovava in Gallia come console, durante un banchetto si lasciò persuadere dalle preghiere di una prostituta a giustiziare personalmente uno dei prigionieri che erano condannati a morte. Finché fu censore suo fratello Tito – che esercitò tale carica subito prima di me – se la cavò; ma né io né Flacco potemmo ammettere in alcun modo una dissolutezza tanto scandalosa e depravata, che associava alla vergogna privata il disonore della carica.

XIII 43 Spesso ho sentito dire dai più anziani, i quali lo avrebbero appreso nella loro infanzia dai loro vecchi, che Caio Fabrizio non finiva di meravigliarsi del discorso che, all’epoca della sua ambasceria presso il re Pirro, aveva sentito dal tessalo Cinea: ad Atene viveva un tale che si professava saggio e nonostante ciò sosteneva che tutte le nostre azioni devono tendere al piacere. Alle parole di Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio si auguravano che i Sanniti e lo stesso Pirro si persuadessero di tale teoria perché sarebbe stato più facile vincerli se si fossero dati ai piaceri. Manlio Curio era stato compagno di Publio Decio, l’uomo che, quando era console per la quarta volta, cinque anni prima del consolato di Curio, si era sacrificato per la patria. Lo aveva conosciuto anche Fabrizio, lo aveva conosciuto Coruncanio. Entrambi, a giudicare sia dalla loro vita sia dal gesto del Decio di cui parlo, credevano fermamente nell’esistenza di qualcosa di bello e nobile per natura, tale da essere ricercato per il suo valore intrinseco ed essere seguito da tutti i migliori nel disprezzo e nella condanna del piacere. 44Perché insisto tanto sul piacere? Perché la vecchiaia, lungi dal meritare rimproveri, è degna invece della massima lode in quanto non sente molto la mancanza di nessun piacere. Ignora i festini, le tavole imbandite e le coppe una dietro l’altra; ignora perciò l’ubriachezza, le indigestioni e i sonni agitati.

Ma se bisogna concedere qualcosa al piacere, ché non resistiamo facilmente alle sue tentazioni, – Platone lo definisce in modo divino «esca dei mali» proprio perché gli uomini vi abboccano come pesci – la vecchiaia, pur ignorando i bagordi, può sempre godere di conviti moderati. Da bambino vedevo spesso tornarsene da cena il vecchio Caio Duilio, figlio di Marco, il primo a sconfiggere i Cartaginesi sul mare: gli procuravano diletto una torcia di cera e un suonatore di flauto, lusso che, ormai privato cittadino, si era preso senza precedenti.Tanta libertà gli concedeva la gloria! Ma perché parlare degli altri? 45 Ritorno subito a me. In primo luogo ho sempre avuto compagni di sodalizio; i sodalizi si costituirono durante la mia questura quando fu introdotto il culto ideo della Gran Madre. Banchettavo, dunque, con i miei compagni con moderazione, è vero, ma si faceva sentire un certo ardore giovanile; col passare degli anni, poi, di giorno in giorno tutto si calma. E infatti misuravo il diletto di questi conviti non tanto dal piacere dei sensi quanto dalla compagnia e dal conversare tra amici. Bene i nostri antenati chiamarono «con-vivio» lo stare insieme degli amici a banchetto poiché comporta una comunione di vita, meglio dei Greci che lo definiscono ora «bere in compagnia» ora «mangiare in compagnia», mostrando così di apprezzare di più ciò che, in questi casi, vale molto di meno. XIV 46 In realtà, proprio per il piacere della conversazione amo anche i lunghi banchetti e non solamente in compagnia dei miei coetanei – ormai ne restano ben pochi -, ma anche delle persone della vostra età e di voi, e sono molto riconoscente alla vecchiaia di aver accresciuto in me il desiderio di conversare e di aver eliminato quello di mangiare e bere. Se poi c’è chi si diverte anche a mangiare e bere – non si pensi che ho dichiarato, senza mezzi termini, guerra al piacere, di cui forse esiste un limite naturale – credo che la vecchiaia, anche nei confronti di simili piaceri, non sia insensibile. A me, anzi, piacciono i magisteri conviviali, istituiti dagli antenati, e quel conversare con le coppe in mano che, secondo tradizione, parte dall’ospite d’onore, e mi piacciono le coppe, come nel Simposio di Senofonte, «piccole e stillanti», e il fresco d’estate e, al contrario, il sole o il fuoco d’inverno, tutte soddisfazioni che ho l’abitudine di prendermi in Sabina dove, ogni giorno, riempio di vicini il convito che prolunghiamo, più che si può, sino a notte fonda con discorsi di vario genere.

47 Nei vecchi, però, quel «titillamento» dei piaceri non è un granché. – È vero, ma non ne sentono neppure la mancanza: del resto non pesa quel che non si rimpiange. Bene rispose Sofocle a chi gli chiedeva se, alla sua età, godesse ancora dei piaceri di Venere: «Gli dèi me ne guardino!» esclamò. «Sono felice di esserne scampato come a un padrone zotico e furioso.» Per chi desidera simili cose, risulta forse odioso e pesante esserne privo, ma per chi se ne è tolto completamente la voglia è più piacevole esserne privo che goderne. Tuttavia non si può dire che ne sia privo chi non ne sente la mancanza. Quindi, sostengo, il non sentir mancanza è condizione più piacevole. 48 Se la verde età gusta di più questi piaceri, primo gode di inezie, come ho detto, secondo gode di cose di cui la vecchiaia, pur non avendone in eccesso, non è priva del tutto. Come chi siede in prima fila si diverte di più allo spettacolo di Turpione Ambivio, ma si diverte anche chi siede in ultima, così la giovinezza, che guarda i piaceri da vicino, gode più intensamente, ma anche la vecchiaia, che li contempla da lontano, si diletta quanto basta.

49 Invece com’è prezioso per l’animo che ha preso congedo, per così dire, dal piacere dei sensi, dall’ambizione, dalle rivalità, dalle inimicizie, da tutte le passioni, starsene con se stesso e, come si dice, vivere con se stesso! Se poi trova, diciamo così, di che alimentarsi nello studio e nella cultura, niente è più piacevole di una vecchiaia libera da impegni. Vedevamo Caio Galo, amico di tuo padre, Scipione, struggersi nello sforzo di misurare quasi il cielo e la terra. Quante volte la luce del giorno lo sorprese a tracciare disegni iniziati di notte, quante volte la notte quando aveva iniziato al mattino! Come gli piaceva predirci con largo anticipo le eclissi di sole e di luna! 50 E non è lo stesso per interessi più leggeri, ma pur sempre profondi? Che gioia provava Nevio per la sua Guerra Punica! Che gioia Plauto per il Truculento e per lo Pseudolo! Ho visto anche Livio, ormai vecchio: allestì un dramma sei anni prima della mia nascita, quando erano consoli Centone e Tuditano, e visse sino alla mia giovinezza. E la passione per il diritto pontificale e civile mostrata da Publio Licinio Crasso o dal nostro Publio Scipione, eletto pontefice massimo proprio in questi giorni? Tutti gli uomini che ho ricordato li abbiamo visti, da vecchi, accendersi per queste attività. Prendiamo Marco Cetego, a ragione definito da Ennio «midollo della Persuasione», con che passione lo vedevamo esercitarsi nell’eloquenza anche da vecchio! E allora, quali piaceri procurati da festini, giochi e prostitute sono paragonabili a questi piaceri? Voglio dire, appunto, all’amore del sapere che cresce di pari passo con l’età nelle persone di senno e di cultura? Ecco perché è degno di lode il versetto, che ho già citato, in cui Solone afferma di invecchiare imparando ogni giorno molte cose. Non può esistere piacere più grande di quello intellettuale.

XV 51 Vengo ora ai piaceri dei contadini, per me fonte di incredibile diletto, piaceri che, per nulla ostacolati dalla vecchiaia, mi sembrano particolarmente conformi alla vita del saggio. I contadini hanno un conto aperto con la terra che mai ricusa il loro dominio e mai restituisce senza interessi il capitale ricevuto, ma lo rende talvolta a un tasso minore, per lo più maggiore. È vero che mi delizia non solo il profitto, ma anche la forza e l’essenza della terra stessa: quando ha accolto nel suo grembo ammorbidito e smosso il seme gettato, prima lo racchiude al buio, come accecato, da cui occatio è detta l’operazione dell’erpicatura, poi, scaldatolo col suo fiato e con il suo abbraccio, lo dilata e fa germogliare da esso un qualcosa di verde, un’erbetta che, salda sulle fibre delle radici, cresce poco a poco e, ergendosi sullo stelo nodoso, è stretta in pellicole come se giungesse a pubertà; quando se ne libera, dischiude un frutto disposto a mo’ di spiga e contro le beccate degli uccelli più piccoli si difende con il baluardo delle reste. 52 E dovrei ricordare come nasce, si pianta e cresce la vite? Non posso saziarmi di questo piacere – ve lo dico perché conosciate la pace e il divertimento della mia vecchiaia -: non parlerò della forza intrinseca di tutti i prodotti della terra, forza capace di generare tronchi e rami così grandi da un così piccolo grano di fico o dal vinacciolo del chicco d’uva o dai minuscoli semi delle altre piante e alberi; magliuoli, talee, tralci, barbatelle, polloni non riempiono chiunque di piacere e di ammirazione? Prendiamo la vite che per natura tende a cadere e, se non viene sostenuta, si abbatte a terra, ebbene, per reggersi, si intreccia con i suoi viticci, come fossero mani, a tutto ciò che trova; se poi serpeggia in un tortuoso ed erratico propagarsi, l’agricoltore, potandola col falcetto, la frena per impedirle di metter su una foresta di tralci e di spandersi troppo in ogni direzione. 53 E così, all’inizio della primavera, nelle parti risparmiate spunta, quasi alle giunture dei tralci, la cosiddetta gemma da cui nascendo si mostra il grappolo che, ingrossandosi con l’umore della terra e il calore del sole, dapprima è molto aspro al gusto poi, con la maturazione, si addolcisce; rivestito di pampini, non manca del giusto calore e al tempo stesso si difende dall’eccessiva vampa del sole. Cosa può essere più ricco di profitto, cosa più bello a vedersi di questa pianta? Della vite non solo l’utilità, come ho già detto, ma anche la semplice coltivazione e la natura mi danno gioia: e poi le file dei pali di sostegno, fissarne le cime, legare e propagginare le viti, potare alcuni tralci, come ho detto, lasciar crescere gli altri. Perché dovrei ricordare irrigazioni, sterri e rivangature dei campi con cui si accresce la fertilità del suolo? Perché dovrei trattare dell’utilità della concimazione? 54 Ne ho parlato nel libro che ho scritto sull’agricoltura; il dotto Esiodo non ne ha fatto parola scrivendo sulla coltivazione dei campi, ma Omero, vissuto, credo, molte generazioni prima, rappresenta Laerte intento a coltivare e concimare il suo campo per tentare di lenire il dolore dovuto alla mancanza del figlio. La campagna, del resto, non solo è rigogliosa di messi, prati, vigneti e alberi, ma anche di giardini, frutteti, pascoli per il bestiame, sciami di api e ogni varietà di fiori. E al piacere di piantare si aggiunge quello di innestare, l’invenzione più ingegnosa dell’agricoltura. XVI 55 Potrei proseguire parlando delle numerosissime gioie della campagna; credo però di essermi dilungato troppo. Vorrete con tutto ciò perdonarmi: mi sono lasciato prendere dalla passione per la vita contadina e poi la vecchiaia è per costituzione una buona chiacchierona – lo confesso perché non sembri che la scuso di ogni difetto.

Ecco perché Manlio Curio, dopo aver trionfato sui Sanniti, sui Sabini e su Pirro, scelse per i suoi ultimi anni questo stile di vita. E quando contemplo la sua villa, che non dista molto dalla mia, non mi stanco mai di ammirare la continenza dell’uomo e la severità dei tempi. Curio sedeva al focolare quando vennero i Sanniti a portargli una gran quantità d’oro. Li cacciò via perché, disse, non gli sembrava onesto possedere l’oro, ma comandare su chi ne possedeva. 56 Un animo così grande poteva forse non rendergli piacevole la vecchiaia? Ma vengo ai contadini per non allontanarmi da me stesso. In quel tempo i senatori, cioè dei vecchi, passavano la vita in campagna se è vero che Lucio Quinzio Cincinnato stava arando quando ricevette la notizia della sua nomina a dittatore; per ordine di Cincinnato, dittatore, il comandante della cavalleria Caio Servilio Ahala prevenne il complotto di Spurio Melio che aspirava alla tirannide e lo uccise. Curio e gli altri vecchi venivano convocati in senato dalle loro case di campagna; per cui furono detti «corrieri» i messi che li andavano a chiamare. Allora, era forse da compatire la vecchiaia di uomini che passavano il tempo a coltivar la terra? Personalmente, dubito che esista vecchiaia più felice: non solo per la funzione che svolge, in quanto l’agricoltura è utile a tutto il genere umano, ma anche perché procura il diletto, di cui ho parlato, e la profusione di tutto quel che serve al sostentamento degli uomini e anche al culto degli dèi e, dal momento che alcuni non riescono proprio a fare a meno di questi beni, eccoci riconciliati con il piacere. In realtà, un padrone abile e attivo ha sempre rifornite la cantina, l’orciaia e la dispensa, tutta la sua villa è ricca e ha in abbondanza maiali, capretti, agnelli, galline, latte, formaggio e miele. E poi c’è l’orto che i contadini stessi chiamano seconda dispensa. A rendere più piacevole questa vita anche nel tempo libero contribuisce la caccia agli uccelli e all’altra selvaggina. 57 E dovrei ricordare ancora il verde dei prati, le file degli alberi, la bellezza delle vigne o degli oliveti? Taglierò corto: niente può essere più ricco di profitto o più bello a vedersi di un campo ben coltivato. E a goderne, la vecchiaia non solo non è un ostacolo, ma anzi uno stimolo e un incitamento: dove, infatti, questa età può scaldarsi meglio al sole o al fuoco, oppure, viceversa, prendere il fresco salutare dell’ombra o dell’acqua? 58 I giovani si tengano pure armi, cavalli, lance, clava e palla, cacce e corse; a noi vecchi lascino, tra molti giochi, gli astragali e i dadi, e dei due quelli che vogliono, perché la vecchiaia non ne ha bisogno per essere felice.

XVII 59 I libri di Senofonte sono utilissimi sotto molti aspetti: leggeteli con attenzione, vi prego, come state già facendo. Con quanti argomenti loda l’agricoltura nel libro relativo all’amministrazione del patrimonio intitolatoEconomico! E, perché capiate che nulla gli sembrava degno di un re quanto l’agricoltura, Socrate, in quel libro, racconta a Critobulo un episodio. Quando lo spartano Lisandro, uomo di eccezionale valore, si recò a Sardi a portare a Ciro i doni degli alleati, Ciro il giovane, re dei Persiani di straordinaria intelligenza e gloria militare, lo trattò con grande affabilità e cortesia e, tra le altre cose, gli mostrò un parco coltivato con cura. Lisandro apprezzava molto l’altezza degli alberi, la loro disposizione a scacchiera, la terra lavorata e ripulita, la soavità dei profumi che esalavano dai fiori e disse di ammirare non solo la cura ma anche la maestria dell’uomo che aveva disegnato e disposto ogni cosa. Ciro rispose: «Ma sono stato io a disegnare tutto! Mie sono le file, mia la disposizione, addirittura molti di questi alberi li ho piantati di mia mano». Al che Lisandro guardò la porpora, l’eleganza della persona e l’abbigliamento persiano, prezioso di oro e gemme, ed esclamò: «Hanno ragione, Ciro, a dirti felice, perché la tua fortuna si congiunge alla virtù.»

60 Questa è dunque la fortuna di cui possono godere i vecchi; l’età non ci impedisce di conservare sino all’ultima ora della vecchiaia il gusto di svolgere altre attività e soprattutto l’agricoltura. Sappiamo che Marco Valerio Corvino continuò a occuparsene sino a cento anni vivendo nei campi e coltivandoli in età già avanzata; tra il suo primo e il suo sesto consolato trascorsero quarantasei anni; così, tutto lo spazio di tempo fissato dai nostri antenati per raggiungere l’inizio della vecchiaia fu da lui impiegato nella carriera politica; e l’ultimo periodo della sua esistenza fu più felice di quello di mezzo perché maggiore era la sua autorità, ma minori gli impegni gravosi. Il coronamento della vecchiaia è proprio l’autorità.

61 Quanta ne aveva Lucio Cecilio Metello, quanta Aulo Attilio Calatino a cui è dedicato l’epitaffio:

«I più convengono nel dire che

quest’uomo fu il primo del suo popolo.»

Conoscete tutti il carme inciso sul sepolcro. Era a buon diritto influente, dunque, uno sui cui meriti l’opinione pubblica concordava. Che uomo abbiamo visto, poco tempo fa, in Publio Crasso, il pontefice massimo, che uomo, dopo, in Marco Lepido, investito dello stesso sacerdozio! Che dire di Paolo o dell’Africano o, come ho già fatto prima, di Massimo? La loro autorità si manifestava non solo nella parola, ma anche in un cenno. La vecchiaia, specie di chi ha ricoperto cariche pubbliche, ha un’autorità così grande da superare tutti i piaceri della giovinezza. XVIII 62 Ricordatevi però che, in tutto il mio discorso, intendo lodare solo la vecchiaia che poggia sulle fondamenta della giovinezza. Ne consegue che, come ho avuto occasione di dire con il consenso di tutti, la vecchiaia costretta a difendersi a parole è infelice; non sono i capelli bianchi o le rughe che riescono a conquistare di colpo l’autorità, ma è la vita passata, vissuta con onore, a raccogliere alla fine i frutti dell’autorità.63 Sono infatti un’attestazione di rispetto gesti in apparenza insignificanti e comuni come ricevere il saluto, essere cercati, vedere che ti cedono il passo o che si alzano in piedi, essere accompagnati e riaccompagnati, essere consultati, abitudini che da noi e in altri paesi si osservano con tanto più riguardo quanto più i costumi sono giusti. Dicono che lo spartano Lisandro, di cui ho appena fatto menzione, ripetesse che Sparta era la più nobile dimora degli anziani: in nessun altro paese, infatti, si dà tanta importanza all’età, in nessun altro paese la vecchiaia riceve più onori. Anzi, a proposito, si tramanda un episodio. Ad Atene, in occasione dei giochi, un uomo di una certa età era entrato nel teatro gremito di folla, ma i suoi concittadini non gli lasciarono il posto in nessun settore. Quando si avvicinò agli Spartani, che, in qualità di ambasciatori, sedevano in posti riservati, si alzarono tutti, così si racconta, e lo fecero sedere tra di loro. 64 Tutto il pubblico decretò loro un lungo applauso. Allora uno Spartano disse che gli Ateniesi sapevano quel che era bene, ma non lo volevano fare. Nel vostro collegio vigono molte e nobili consuetudini, ma la migliore, e fa al caso nostro, è questa: si ha diritto di precedenza nel voto in base all’età e gli àuguri più anziani non solo hanno la priorità rispetto a chi ricopre magistrature più alte, ma anche rispetto a chi detiene il potere supremo. E allora, quali piaceri del corpo si possono paragonare ai privilegi dell’autorità? Chi ne ha goduto magnificamente, secondo me ha recitato bene sino alla fine la propria parte sulla scena della vita senza fare fiasco all’ultimo atto come un guitto inesperto.

65 Ma i vecchi sono intrattabili, inquieti, irascibili e difficili; a dire il vero, anche avari. – Sì, ma si tratta di difetti del carattere, non della vecchiaia. E poi l’intrattabilità e le altre mancanze di cui ho parlato hanno una scusa, non voglio dire legittima, ma almeno in un certo senso ammissibile: i vecchi si sentono trascurati, guardati dall’alto in basso, presi in giro; aggiungiamo che ogni offesa risulta insopportabile in un corpo fragile. Tutti questi difetti, però, si attenuano vuoi con le buone abitudini vuoi con l’educazione. Come nella vita, lo si può vedere in teatro nei fratelli che sono protagonisti degli Adelfi: quanta asprezza in uno e quanta gentilezza nell’altro! Così vanno le cose: come non tutti i vini, non tutti i caratteri inacidiscono col tempo. Approvo la severità nei vecchi, ma in giusta misura, come in ogni situazione; l’asprezza nient’affatto. 66 Quanto all’avarizia senile non capisco a cosa miri: ci può essere comportamento più assurdo che voler aumentare le provviste da viaggio quando si è quasi arrivati?

XIX Rimane il quarto motivo che, più degli altri, sembra angosciare e tenere in affanno la nostra età: l’avvicinarsi della morte, che certamente non è lontana dalla vecchiaia. Infelice il vecchio che, in un’esistenza tanto lunga, non è riuscito a capire che la morte va disprezzata! Bisogna tenerla in nessun conto, se porta all’annientamento dell’anima, o addirittura desiderarla, se conduce l’anima in un luogo di vita eterna. È proprio impossibile trovare una terza possibilità. 67 Allora, perché dovrei temere se, dopo morto, non sarò infelice o se sarò persino beato? E poi chi è così folle, per quanto giovane sia, da avere l’assoluta certezza di vivere sino a sera? Anzi, è proprio la giovinezza a essere esposta al pericolo di morire molto più della vecchiaia: i ragazzi contraggono malattie più facilmente, si ammalano in modo più grave, vengono curati con maggior difficoltà; quindi in pochi arrivano alla vecchiaia. Se così non fosse, si vivrebbe meglio e con più saggezza, perché riflessione, ragione e buon senso sono prerogative dei vecchi e senza i vecchi non sarebbe mai esistito lo stato. Ma ritorno alla morte incombente: perché farne un capo d’accusa della vecchiaia quando vedete che la condivide con la giovinezza? 68 Ho capito con la perdita del mio ottimo figlio e tu, Scipione, con la morte dei tuoi fratelli destinati agli onori più alti, che la morte è comune a ogni età.

Ma il giovane spera di vivere a lungo, mentre il vecchio non può sperare la stessa cosa. – Folle speranza, la sua: cosa c’è di più stupido di prendere l’incerto per certo, il falso per vero? – Ma il vecchio non ha nemmeno di che sperare. Ecco perché si trova in una condizione migliore del giovane! Quel che il giovane spera, lui lo ha già ottenuto; il giovane vuole vivere a lungo, lui ha vissuto a lungo. 69 Anche se, o buon dio, cosa significa «a lungo» nella natura umana? Prendi l’esistenza più lunga che ci sia, aspettiamoci di vivere quanto il re dei Tartessi – a Cadice ci fu un certo Argantonio che, come leggo, regnò ottant’anni e ne visse centoventi -; non mi sembra però nemmeno duraturo quel che presenta una fine. Quando la fine arriva, allora il passato è volato via; rimane solo quanto hai conseguito con la virtù e le azioni giuste. Se ne vanno le ore, i giorni, i mesi, gli anni: non torna più indietro il tempo passato ed è impossibile conoscere il futuro. Ciascuno deve accontentarsi del tempo che gli è concesso di vivere. 70 L’attore, del resto, per aver successo, non ha bisogno di recitare il dramma sino alla fine: gli basta suscitare l’applauso in qualunque scena appaia; così i saggi non devono necessariamente arrivare all’«applaudite». Il breve tempo dell’esistenza è lungo abbastanza per vivere bene e con dignità; se poi si prolungasse, non bisogna affliggersi più di quanto i contadini si affliggono perché, passata la dolcezza della primavera, arriva l’estate e l’autunno. La primavera rappresenta quasi la giovinezza e mostra i frutti del domani, le altre stagioni invece sono fatte per la mietitura e la raccolta dei frutti. 71 Il frutto della vecchiaia, come ho detto più volte, è il ricordo e l’abbondanza dei beni conseguiti in passato. Tutto quel che avviene secondo natura, poi, va riposto tra i beni: e cosa c’è di più naturale, per i vecchi, della morte? Anche ai giovani capita di morire, ma allora la natura si oppone alla morte con una strenua resistenza. Quando muoiono i giovani, secondo me è come se la forza di una fiamma venisse domata da un gran getto d’acqua, ma quando muoiono i vecchi, allora è come se un fuoco, già consumato, si spegnesse da solo senza l’intervento di nessuna forza esterna. E come i frutti, se acerbi, si strappano a fatica dagli alberi, ma se sono maturi e cotti dal sole cadono da soli, così è una forza esterna a strappare la vita ai giovani, ai vecchi è la maturità. E io amo tanto questa maturità che, più mi avvicino alla morte, e più mi sembra quasi di veder terra e di dover entrare finalmente in porto dopo lungo navigare.

XX 72 La vecchiaia, poi, non ha un termine preciso, e da vecchi si vive bene finché si possa adempiere e far fronte ai propri doveri nel disprezzo della morte. Ecco perché la vecchiaia è più coraggiosa della giovinezza e più forte, come disse del resto Solone in risposta al tiranno Pisistrato, che gli aveva chiesto in cosa confidasse per opporsi a lui con tanta audacia: «Nella vecchiaia», avrebbe risposto. Ma la fine migliore della vita si ha quando, sana la mente e attivi i sensi, è la natura stessa a disfare l’opera che ha messo insieme. Come una nave, come un edificio vengono demoliti più facilmente da chi li ha costruiti, così l’uomo viene disfatto meglio dalla medesima natura che lo ha composto; ogni composizione si disgrega a fatica se nuova, ma con facilità se antica. Per questo i vecchi non devono attaccarsi avidamente a quel breve residuo di vita, né abbandonarlo senza motivo. 73 Pitagora vieta che si diserti dal proprio posto di guardia nella vita senza un ordine del comandante, cioè del dio. C’è un distico di Solone il sapiente in cui dice di non volere una morte priva del dolore e del pianto degli amici; vuole, credo, esser caro ai suoi. Ma forse si esprime meglio Ennio:

«Nessuno mi onori con le lacrime

e celebri le mie esequie con il pianto.»

Ritiene che non si debba piangere la morte perché è seguita dall’immortalità.

74 Può darsi che ci sia una sensazione di morire, ma dura poco, specie in un vecchio. Dopo la morte, comunque, la capacità di sentire o è desiderabile o non esiste affatto. Ma si deve riflettere fin da giovani su questo: non dobbiamo preoccuparci della morte. Senza tale riflessione nessuno può vivere sereno. Che si debba morire, infatti, è sicuro, non è sicuro se proprio oggi. Come potrà colui che teme la morte, che incombe a ogni istante, mantenere la propria fermezza di spirito? 75 Non è il caso di spendere, credo, troppe parole sull’argomento: mi basta ricordare non dico Lucio Bruto, che fu ucciso nel liberare la patria, non i due Deci, che spronarono i cavalli a morte volontaria, non Marco Attilio, che andò al supplizio per non tradire la parola data al nemico, non i due Scipioni, che vollero sbarrare la strada ai Cartaginesi persino con il proprio corpo, non tuo nonno, Lucio Paolo, che nella vergogna di Canne pagò con la morte la temerarietà del collega, non Marco Marcello, la cui vita neppure il più crudele dei nemici osò privare dell’onore della sepoltura, ma le nostre legioni, come ho scritto nelle Origini, spesso partite con animo acceso e fiero per una meta da cui pensavano di non tornare mai più. Allora, quel che disprezzano i giovani, non solo ignoranti, ma anche zotici, spaventerà dei vecchi pieni di cultura?

76 In conclusione, come almeno mi sembra, la sazietà di tutte le inclinazioni porta alla sazietà della vita. L’infanzia ne ha di precise: le rimpiangono forse i ragazzi? Anche la giovinezza ne ha: le ricerca forse l’età adulta, detta di mezzo? E poi ci sono quelle dell’età adulta: anch’esse non si cercano più in vecchiaia. Ci sono infine certe inclinazioni della vecchiaia: dunque, come tramontano le inclinazioni delle età precedenti, così tramontano anche le inclinazioni senili; arrivato questo momento, la sazietà della vita porta con sé il tempo maturo della morte.

XXI 77 Non vedo perché dovrei tacervi la mia idea della morte dal momento che mi sembra di giudicare meglio quanto più mi avvicino a essa. Credo che i vostri padri, il tuo, Scipione, e il tuo, Lelio, uomini molto in vista e miei cari amici, vivano ancora, e addirittura l’unica vita degna di chiamarsi tale. Infatti, finché siamo oppressi dalla prigione del corpo, adempiamo a un dovere di necessità, a una pesante incombenza: questo perché l’anima, celeste, dalla sua dimora altissima è stata sprofondata e quasi sepolta in terra, luogo contrario alla natura divina e all’eternità. Ma, secondo me, gli dèi immortali hanno disseminato le anime nei corpi umani perché ci fossero dei custodi della terra che, contemplando l’ordine delle cose celesti, lo imitassero vivendo con misura e coerenza. E non solo la logica del ragionamento mi ha indotto a crederlo, ma anche la riconosciuta autorità dei maggiori filosofi. 78Apprendevo che Pitagora e i pitagorici – quasi nostri conterranei, tant’è vero che un tempo erano chiamati «filosofi italici» – non misero mai in dubbio che le nostre anime emanassero dalla mente divina universale. Mi venivano illustrati anche i discorsi sull’immortalità che Socrate, giudicato dall’oracolo di Apollo l’uomo più saggio, fece l’ultimo giorno della sua vita. Perché tante parole? Ecco di cosa sono convinto, ecco come la penso: così grande è la velocità del pensiero, così potente il ricordo del passato e la preveggenza del futuro, così numerose le arti, così vasto il campo delle scienze, così grande il numero delle invenzioni che la natura, capace di contenere tutto questo, non può essere mortale. E siccome l’anima è sempre attiva e il suo movimento non ha principio, poiché essa si muove da sé, il movimento non avrà neppure fine, poiché l’anima non potrà mai sottrarsi alla propria natura. E siccome la natura dell’anima è semplice e non contiene mescolanza di elementi diversi per quantità e qualità, non può dividersi; non potendo dividersi, non può morire. Ecco una grande prova del fatto che gli uomini conoscono moltissime cose prima di nascere: fin da bambini, quando imparano discipline difficili, afferrano con tanta rapidità un gran numero di nozioni che sembrano non acquisirle per la prima volta, ma ricordarle. Questo è, all’incirca, il pensiero di Platone.

XXII 79 In Senofonte, Ciro il vecchio pronuncia queste parole in punto di morte: «Non pensiate, o figli carissimi, che, quando me ne sarò andato da voi, non sarò da nessuna parte o non esisterò più. Mentre ero con voi, infatti, non vedevate la mia anima, ma, sulla base delle mie azioni, pensavate che si trovasse in questo mio corpo. Dovete credere allora che sarà sempre la stessa, anche se non la vedrete più. 80 Gli uomini illustri non continuerebbero a ricevere onori dopo la morte se non fossero le loro anime a rinnovare in noi il loro ricordo. Quanto a me, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, finché si trovano nei corpi mortali, vivano, ma, una volta uscite, muoiano, né che l’anima perda il senno quando si stacca dal corpo che senno non ha, ma sono convinto che quando l’anima, liberatasi da ogni contatto fisico, incomincia a essere pura e incorrotta, allora acquisisca il senno. Inoltre, una volta che l’organismo umano si disfa con la morte, si vede bene dove si disperdono gli altri elementi: vanno tutti a finire là da dove sono sorti; soltanto l’anima non appare né quando c’è, né quando se n’è andata. 81 E ancora vedete che niente assomiglia alla morte come il sonno: ebbene, l’anima di chi dorme manifesta nel modo migliore la sua natura divina: rilassata e libera, infatti, prevede molte cose future. Da ciò si capisce come sarà l’anima una volta che si sia liberata dai legami con il corpo. Perciò, se le cose stanno così, onoratemi», afferma, «come un dio. Se invece l’anima deve perire con il corpo, voi, tuttavia, rispettosi degli dèi che custodiscono e reggono tutto questo splendore, conserverete il ricordo di me con devozione e rispetto.» Così Ciro prima di morire. Se siete d’accordo, guardiamo agli esempi di casa nostra.

XXIII 82 Nessuno mi convincerà mai, Scipione, che tuo padre, Paolo, i tuoi due nonni, Paolo e l’Africano, il padre dell’Africano, suo zio o molti uomini di spicco, che non è il caso di enumerare, intrapresero azioni così grandi da mirare al ricordo della posterità senza pensare che la posterità potesse riguardar loro. O forse pensi che, per vantarmi un po’ come fanno i vecchi, mi sarei accollato tante incombenze di giorno e di notte, in pace e in guerra, se avessi dovuto circoscrivere la mia gloria entro gli angusti confini della vita? Non sarebbe stato molto meglio passar la vita nella calma e nel riposo, al di fuori di fatiche e di lotte? Ma, non so come, il mio animo, levandosi in alto, si affacciava sempre sulla posterità come se, una volta dipartitosi dalla vita, avesse dovuto finalmente vivere. Se poi non fosse vero che le anime sono immortali, le anime di tutti i migliori non aspirerebbero quanto più possono all’immortalità e alla gloria. 83 E poi, dal fatto che quanto più uno è saggio tanto più muore serenamente, invece quanto più è stolto tanto più muore nell’angoscia, non vi sembra forse che l’anima del primo, capace di guardare meglio e più lontano, vede di partire per un mondo migliore, mentre l’anima del secondo, dalla vista meno acuta, non lo vede? Da parte mia, ardo dal desiderio di vedere i vostri padri, che onorai e amai, e non vedo l’ora di incontrare non solo chi ho conosciuto personalmente, ma anche gli uomini di cui ho sentito parlare, ho letto e ho scritto di mio pugno. E quando partirò, nessuno potrà facilmente tirarmi indietro o ricuocermi come Pelia. Se poi un dio mi concedesse di ritornar bambino, da vecchio che sono, e di vagire nella culla, direi decisamente di no e non vorrei proprio esser richiamato dalla meta al punto di partenza dopo aver quasi finito la corsa. 84 Infatti, che vantaggi offre la vita? Non presenta piuttosto dei problemi? Ma ammettiamo pure che dei vantaggi ci siano: tuttavia comportano o la sazietà o un limite. Non mi piace deplorare la vita, come hanno fatto spesso molti, persino saggi, e non mi pento di aver vissuto perché ho vissuto in modo tale che credo di non essere nato invano. E lascio la vita come un albergo, non come una casa: la natura, infatti, ha messo a nostra disposizione un alloggio per farvi una sosta, non per abitarvi. O splendido il giorno in cui partirò per quel divino consesso di anime e taglierò i ponti con questa immonda confusione! Me ne andrò non solo per unirmi a quegli uomini, di cui ho parlato prima, ma soprattutto al mio Catone, del quale non è mai nato uomo migliore o superiore per amore filiale. Ho cremato il suo corpo, quando lui avrebbe dovuto cremare il mio, ma la sua anima non mi ha abbandonato: volgendosi a guardarmi, se ne andava in quel mondo che, come sapeva, avrei raggiunto anch’io. Se vi è parso che sopportassi con coraggio questa mia disgrazia, sappiate che in me non c’era indifferenza, ma intimamente mi consolavo al pensiero che il nostro distacco e la nostra separazione non sarebbero durati a lungo.

85 Ecco perché, Scipione – hai detto, infatti, che tu e Lelio vi stupite di solito di questo – la vecchiaia è per me leggera, per nulla fastidiosa, ma anzi piacevole. Se però mi sbaglio nel credere che le anime degli uomini siano immortali, sbaglio volentieri e non voglio, finché vivo, che mi si strappi questo errore capace di darmi gioia; se poi, da morto, come credono alcuni filosofi di poco valore, non sentirò nulla, non temo che dei filosofi morti deridano il mio errore. Se invece non siamo destinati all’immortalità, è sempre augurabile per l’uomo spegnersi al momento giusto: la natura infatti fissa la misura dell’esistenza come di tutte tutte le cose. La vecchiaia è come l’ultimo atto sulla scena della vita: dobbiamo evitarne la stanchezza, specie se abbiamo raggiunto la sazietà.

Ecco che cosa avevo da dire sulla vecchiaia. Voglia il cielo che possiate giungervi così da poter confermare le mie parole con la vostra esperienza.

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I.1.                              O Tite, si quid ego adiuero curamve levasso,
Quae nunc te coquit et versat in pectore fixa,
Ecquid erit praemi?

Licet enim mihi versibus eisdem adfari te, Attice, quibus adfatur Flamininum

Ille vir haud magna cum re, sed plenus fidei;

quamquam certo scio non, ut Flamininum,

Sollicitari te, Tite, sic noctesque diesque;

novi enim moderationem animi tui et aequitatem, teque non cognomen solum Athenis deportasse, sed humanitatem et prudentiam intellego. Et tamen te suspicor eisdem rebus quibus me ipsum interdum gravius commoveri, quarum consolatio et maior est et in aliud tempus differenda. Nunc autem visum est mihi de senectute aliquid ad te conscribere.

2. Hoc enim onere, quod mihi commune tecum est, aut iam urgentis aut certe adventantis senectutis et te et me etiam ipsum levari volo; etsi te quidem id modice ac sapienter, sicut omnia, et ferre et laturum esse certo scio. Sed mihi, cum de senectute vellem aliquid scribere, tu occurrebas dignus eo munere, quo uterque nostrum communiter uteretur. Mihi quidem ita iucunda huius libri confecto fuit, ut non modo omnis absterserit senectutis molestias, sed effecerit mollem etiam et iucundam senectutem. Numquam igitur satis digne laudari philosophia poterit, cui qui pareat, omne tempus aetatis sine molestia possit degere.

3. Sed de ceteris et diximus multa et saepe dicemus; hunc librum ad te de senectute misimus. Omnem autem sermonem tribuimus non Tithono, ut Aristo Cius, (parum enim esset auctoritatis in fabula), sed M. Catoni seni, quo maiorem auctoritatem haberet oratio; apud quem Laelium et Scipionem facimus admirantis quod is tam facile senectutem ferat, eisque eum respondentem. Qui si eruditius videbitur disputare quam consuevit ipse in suis libris, attribuito litteris Graecis, quarum constat eum perstudiosum fuisse in senectute. Sed quid opus est plura? Iam enim ipsius Catonis sermo explicabit nostram omnem de senectute sententiam.

II. 4. Scipio. Saepe numero admirari soleo cum hoc C. Laelio cum ceterarum rerum tuam excellentem, M. Cato, perfectamque sapientiam, tum vel maxime quod numquam tibi senectutem gravem esse senserim, quae plerisque senibus sic odiosa est, ut onus se Aetna gravius dicant sustinere. Cato. Rem haud sane difficilem, Scipio et Laeli, admirari videmini. Quibus enim nihil est in ipsis opis ad bene beateque vivendum, eis omnis aetas gravis est; qui autem omnia bona a se ipsi petunt, eis nihil malum potest videri quod naturae necessitas adferat. Quo in genere est in primis senectus, quam ut adipiscantur omnes optant, eandem accusant adeptam; tanta est stultitiae inconstantia atque perversitas. Obrepere aiunt eam citius, quam putassent. Primum quis coegit eos falsum putare? Qui enim citius adulescentiae senectus quam pueritiae adulescentia obrepit? Deinde qui minus gravis esset eis senectus, si octingentesimum annum agerent quam si octogesimum? Praeterita enim aetas quamvis longa cum effluxisset, nulla consolatio permulcere posset stultam senectutem.

5. Quocirca si sapientiam meam admirari soletis (quae utinam digna esset opinione vestra nostroque cognomine!), in hoc sumus sapientes, quod naturam optimam ducem tamquam deum sequimur eique paremus; a qua non veri simile est, cum ceterae partes aetatis bene descriptae sint, extremum actum tamquam ab inerti poeta esse neglectum. Sed tamen necesse fuit esse aliquid extremum et, tamquam in arborum bacis terraeque fructibus maturitate tempestiva quasi vietum et caducum, quod ferundum est molliter sapienti. Quid est enim aliud Gigantum modo bellare cum dis nisi naturae repugnare?

6. Laelius. Atqui, Cato, gratissimum nobis, ut etiam pro Scipione pollicear, feceris, si, quoniam speramus, volumus quidem certe senes fieri, multo ante a te didicerimus, quibus facillime rationibus ingravescentem aetatem ferre possimus. Cato. Faciam vero, Laeli, praesertim si utrique vestrum, ut dicis, gratum futurum est. Laelius. Volumus sane, nisi molestum est, Cato, tamquam longam aliquam viam confeceris, quam nobis quoque ingrediundum sit, istuc, quo pervenisti videre quale sit.

III. 7. Cato. Faciam, ut potero, Laeli. Saepe enim interfui querellis aequalium meorum—pares autem, vetere proverbio, cum paribus facillime congregantur–quae C. Salinator, quae Sp. Albinus, homines consulares nostri fere aequales, deplorare solebant, tum quod voluptatibus carerent sine quibus vitam nullam putarent, tum quod spernerentur ab eis, a quibus essent coli soliti. Qui mihi non id videbantur accusare, quod esset accusandum. Nam si id culpa senectutis accideret, eadem mihi usu venirent reliquisque omnibus maioribus natu, quorum ego multorum cognovi senectutem sine querella, qui se et libidinum vinculis laxatos esse non moleste ferrent nec a suis despicerentur. Sed omnium istius modi querellarum in moribus est culpa, non in aetate. Moderati enim et nec difficiles nec inhumani senes tolerabilem senectutem agunt; importunitas autem et inhumanitas omni aetati molesta est.

8. Laelius. Est, ut dicis, Cato; sed fortasse dixerit quispiam tibi propter opes et copias et dignitatem tuam tolerabiliorem senectutem videri, id autem non posse multis contingere. Cato. Est istuc quidem, Laeli, aliquid, sed nequaquam in isto sunt omnia. Ut Themistocles fertur Seriphio cuidam in iurgio respondisse, cum ille dixisset non eum sua, sed patriae gloria splendorem adsecutum: ‘Nec hercule,’ inquit, ‘si ego Seriphius essem, nec tu, si Atheniensis clarus umquam fuisses.’ Quod eodem modo de senectute dici potest. Nec enim in summa inopia levis esse senectus potest ne sapienti quidem, nec insipienti etiam in summa copia non gravis.

9. Aptissima omnino sunt, Scipio et Laeli, arma senectutis artes exercitationesque virtutum, quae in omni aetate cultae, cum diu multumque vixeris, mirificos ecferunt fructus, non solum quia numquam deserunt, ne extremo quidem tempore aetatis (quamquam id quidem maximum est), verum etiam quia conscientia bene actae vitae multorumque bene factorum recordatio iucundissima est.

IV. 10. Ego Q. Maximum, eum qui Tarentum recepit, senem adulescens ita dilexi, ut aequalem; erat enim in illo viro comitate condita gravitas, nec senectus mores mutaverat. Quamquam eum colere coepi non admodum grandem natu, sed tamen iam aetate provectum. Anno enim post consul primum fuerat quam ego natus sum, cumque eo quartum consule adulescentulus miles ad Capuam profectus sum quintoque anno post ad Tarentum. Quaestor deinde quadriennio post factus sum, quem magistratum gessi consulibus Tuditano et Cethego, cum quidem ille admodum senex suasor legis Cinciae de donis et muneribus fuit. Hic et bella gerebat ut adulescens, cum plane grandis esset, et Hannibalem iuveniliter exsultantem patientia sua molliebat; de quo praeclare familiaris noster Ennius:

Unus homo nobis cunctando restituit rem,
Noenum rumores ponebat ante salutem:
Ergo plusque magisque viri nunc gloria claret.

11. Tarentum vero qua vigilantia, quo consilio recepit! cum quidem me audiente Salinatori, qui amisso oppido fugerat in arcem, glorianti atque ita dicenti; ‘Mea opera, Q. Fabi, Tarentum recepisti,’ ‘Certe,’ inquit ridens, ‘nam nisi tu amisisses numquam recepissem.’ Nec vero in armis praestantior quam in toga; qui consul iterum Sp. Carvilio conlega quiescente C. Flaminio tribuno plebis, quoad potuit, restitit agrum Picentem et Gallicum viritim contra senatus auctoritatem dividenti; augurque cum esset, dicere ausus est optimis auspiciis ea geri, quae pro rei publicae salute gererentur, quae contra rem publicam ferrentur, contra auspicia ferri.

12. Multa in eo viro praeclara cognovi; sed nihil admirabilius, quam quo modo ille mortem fili tulit clari viri et consularis. Est in manibus laudatio, quam cum legimus, quem philosophum non contemnimus? Nec vero ille in luce modo atque in oculis civium magnus, sed intus domique praestantior. Qui sermo, quae praecepta, quanta notitia antiquitatis, scientia iuris auguri! Multae etiam, ut in homine Romano, litterae. Omnia memoria tenebat, non domestica solum, sed etiam externa bella. Cuius sermone ita tum cupide fruebar, quasi iam divinarem id quod evenit, illo exstincto, fore, unde discerem, neminem.

V. 13. Quorsus igitur haec tam multa de Maximo? Quia profecto videtis nefas esse dictu miseram fuisse talem senectutem. Nec tamen omnes possunt esse Scipiones aut Maximi, ut urbium expugnationes, ut pedestres navalesve pugnas, ut bella a se gesta, ut triumphos recordentur. Est etiam quiete et pure atque eleganter actae aetatis placida ac lenis senectus, qualem accepimus Platonis, qui uno et octogesimo anno scribens est mortuus, qualem Isocratis, qui eum librum, qui Panathenaicus inscribitur, quarto et nonagesimo anno scripsisse se dicit, vixitque quinquennium postea; cuius magister Leontinus Gorgias centum et septem complevit annos neque umquam in suo studio atque opere cessavit. Qui, cum ex eo quaereretur, cur tam diu vellet esse in vita, ‘Nihil habeo,’ inquit, ‘quod accusem senectutem.’ Praeclarum responsum et docto homine dignum.

14. Sua enim vitia insipientes et suam culpam in senectutem conferunt, quod non faciebat is, cuius modo mentionem feci, Ennius:

Sicut fortis equus, spatio qui saepe supremo
Vicit Olympia, nunc senio confectus quiescit.

Equi fortis et victoris senectuti comparat suam. Quem quidem probe meminisse potestis; anno enim undevicesimo post eius mortem hi consules T. Flamininus et M’. Acilius facti sunt; ille autem Caepione et Philippo iterum consulibus mortuus est, cum ego quinque et sexaginta annos natus legem Voconiam magna voce et bonis lateribus suasissem. Annos septuaginta natus (tot enim vixit Ennius) ita ferebat duo, quae maxima putantur onera, paupertatem et senectutem, ut eis paene delectari videretur.

15. Etenim, cum complector animo, quattuor reperio causas, cur senectus misera videatur: unam, quod avocet a rebus gerendis; alteram, quod corpus faciat infirmius; tertiam, quod privet fere omnibus voluptatibus; quartam, quod haud procul absit a morte. Earum, si placet, causarum quanta quamque sit iusta una quaeque, videamus. VI. A rebus gerendis senectus abstrahit. Quibus? An eis, quae iuventute geruntur et viribus? Nullaene igitur res sunt seniles quae, vel infirmis corporibus, animo tamen administrentur? Nihil ergo agebat Q. Maximus, nihil L. Paulus, pater tuus, socer optimi viri, fili mei? Ceteri senes, Fabricii, Curii, Coruncanii, cum rem publicam consilio et auctoritate defendebant, nihil agebant?

16. Ad Appi Claudi senectutem accedebat etiam, ut caecus esset; tamen is, cum sententia senatus inclinaret ad placem cum Pyrrho foedusque faciendum, non dubitavit dicere illa, quae versibus persecutus est Ennius:

Quo vobis mentes, rectae quae stare solebant
Antehac, dementis sese flexere viai?

ceteraque gravissime; notum enim vobis carmen est; et tamen ipsius Appi exstat oratio. Atque haec ille egit septimo decimo anno post alterum consulatum, cum inter duos consulatus anni decem interfuissent, censorque ante superiorem consulatum fuisset; ex quo intellegitur Pyrrhi bello grandem sane fuisse; et tamen sic a patribus accepimus.

17. Nihil igitur adferunt qui in re gerenda versari senectutem negant, similesque sunt ut si qui gubernatorem in navigando nihil agere dicant, cum alii malos scandant, alii per foros cursent, alii sentinam exhauriant, ille autem clavum tenens quietus sedeat in puppi, non faciat ea quae iuvenes. At vero multo maiora et meliora facit. Non viribus aut velocitate aut celeritate corporum res magnae geruntur, sed consilio, auctoritate, sententia; quibus non modo non orbari, sed etiam augeri senectus solet.

18. Nisi forte ego vobis, qui et miles et tribunus et legatus et consul versatus sum in vario genere bellorum, cessare nunc videor, cum bella non gero. At senatui, quae sint gerenda, praescribo et quo modo; Karthagini male iam diu cogitanti bellum multo ante denuntio; de qua vereri non ante desinam quam illam excisam esse cognovero.

19. Quam palmam utinam di immortales, Scipio, tibi reservent, ut avi reliquias persequare! cuius a morte tertius hic et tricesimus annus est, sed memoriam illius viri omnes excipient anni consequentes. Anno ante me censorem mortuus est, novem annis post meum consulatum, cum consul iterum me consule creatus esset. Num igitur, si ad centesimum annum vixisset, senectutis eum suae paeniteret? Nec enim excursione nec saltu nec eminus hastis aut comminus gladiis uteretur, sed consilio, ratione, sententia; quae nisi essent in senibus, non summum consilium maiores nostri appellassent senatum.

20. Apud Lacedaemonios quidem ei, qui amplissimum magistratum gerunt, ut sunt, sic etiam nominantur senes. Quod si legere aut audire voletis externa, maximas res publicas ab adulescentibus labefactatas, a senibus sustentatas et restitutas reperietis.

Cedo, qui vestram rem publicam tantam amisistis tam cito?

Sic enim percontantur in Naevi poetae Ludo. Respondentur et alia et hoc in primis:

Proveniebant oratores novi, stulti adulescentuli.

Temeritas est videlicet florentis aetatis, prudentia senescentis.

VII. 21. At memoria minuitur. Credo, nisi eam exerceas, aut etiam si sis natura tardior. Themistocles omnium civium perceperat nomina; num igitur censetis eum, cum aetate processisset, qui Aristides esset, Lysimachum salutare solitum? Equidem non modo eos novi, qui sunt, sed eorum patres etiam et avos, nec sepulcra legens vereor, quod aiunt, ne memoriam perdam; his enim ipsis legendis in memoriam redeo mortuorum. Nec vero quemquam senem audivi oblitum, quo loco thesaurum obruisset; omnia, quae curant, meminerunt; vadimonia constituta, quis sibi, cui ipsi debeant.

22. Quid iuris consulti, quid pontifices, quid augures, quid philosophi senes, quam multa meminerunt! Manent ingenia senibus, modo permaneat studium et industria, neque ea solum in claris et honoratis viris, sed in vita etiam privata et quieta. Sophocles ad summam senectutem tragoedias fecit; quod propter studium cum rem neglegere familiarem videretur, a filiis in iudicium vocatus est, ut, quem ad modum nostro more male rem gerentibus patribus bonis interdici solet, sic illum quasi desipientem a re familiari removerent iudices. Tum senex dicitur eam fabulam, quam in manibus habebat et proxime scripserat, Oedipum Coloneum, recitasse iudicibus quaesisseque, num illud carmen desipientis videretur. Quo recitato sententiis iudicum est liberatus.

23. Num igitur hunc, num Homerum, Hesiodum, Simonidem, Stesichorum, num, quos ante dixi, Isocraten, Gorgian, num philosophorum principes, Pythagoram, Democritum, num Platonem, num Xenocraten, num postea Zenonem, Cleanthem, aut eum, quem vos etiam vidistis Romae, Diogenem Stoicum, coegit in suis studiis obmutescere senectus? An in omnibus studiorum agitatio vitae aequalis fuit?

24. Age, ut ista divina studia omittamus, possum nominare ex agro Sabino rusticos Romanos, vicinos et familiares meos, quibus absentibus numquam fere ulla in agro maiora opera fiunt, non serendis, non percipiendis, non condendis fructibus. Quamquam in aliis minus hoc mirum est; nemo enim est tam senex qui se annum non putet posse vivere: sed idem in eis elaborant quae sciunt nihil ad se omnino pertinere.

Serit arbores, quae alteri saeclo prosint,

ut ait Statius noster in Synephebis.

25. Nec vero dubitat agricola, quamvis sit senex, quaerenti, cui serat respondere: ‘Dis immortalibus, qui me non accipere modo haec a maioribus voluerunt, sed etiam posteris prodere.’ VIII. Et melius Caecilius de sene alteri saeclo prospiciente quam illud idem:

Edepol, senectus, si nil quicquam aliud viti
Adportes tecum, cum advenis, unum id sat est,
Quod diu vivendo multa, quae non volt, videt.

Et multa fortasse, quae volt; atque in ea, quae non volt, saepe etiam adulescentia incurrit. Illud vero idem Caecilius vitiosius:

Tum equidem in senecta hoc deputo miserrimum,
Sentire ea aetate eumpse esse odiosum alteri.

26. Iucundum potius quam odiosum. Ut enim adulescentibus bona indole praeditis sapientes senes delectantur, leviorque fit senectus eorum qui a iuventute coluntur et diliguntur, sic adulescentes senum praeceptis gaudent, quibus ad virtutum studia ducuntur; nec minus intellego me vobis quam mihi vos esse iucundos. Sed videtis, ut senectus non modo languida atque iners non sit, verum etiam sit operosa et semper agens aliquid et moliens, tale scilicet quale cuiusque studium in superiore vita fuit. Quid qui etiam addiscunt aliquid? ut et Solonem versibus gloriantem videmus, qui se cotidie aliquid addiscentem dicit senem fieri, et ego feci qui litteras Graecas senex didici; quas quidem sic avide arripui quasi diuturnam sitim explere cupiens, ut ea ipsa mihi nota essent quibus me nunc exemplis uti videtis. Quod cum fecisse Socratem in fidibus audirem, vellem equidem etiam illud (discebant enim fidibus antiqui), sed in litteris certe elaboravi.

IX. 27. Ne nunc quidem vires desidero adulescentis (is enim erat locus alter de vitiis senectutis), non plus quam adulescens tauri aut elephanti desiderabam. Quod est, eo decet uti et, quicquid agas, agere pro viribus. Quae enim vox potest esse contemptior quam Milonis Crotoniatae? qui, cum iam senex esset athletasque se exercentes in curriculo videret, aspexisse lacertos suos dicitur inlacrimansque dixisse: ‘At hi quidem mortui iam sunt.’ Non vero tam isti quam tu ipse, nugator; neque enim ex te umquam es nobilitatus, sed ex lateribus et lacertis tuis. Nihil Sex. Aelius tale, nihil multis annis ante Ti. Coruncanius, nihil modo P. Crassus, a quibus iura civibus praescribebantur, quorum usque ad extremum spiritum est provecta prudentia.

28. Orator metuo ne languescat senectute; est enim munus eius non ingeni solum, sed laterum etiam et virium. Omnino canorum illud in voce splendescit etiam nescio quo pacto in senectute, quod equidem adhuc non amisi, et videtis annos. Sed tamen est decorus seni sermo quietus et remissus, factique per se ipsa sibi audientiam diserti senis composita et mitis oratio. Quam si ipse exsequi nequeas, possis tamen Scipioni praecipere et Laelio. Quid enim est iucundius senectute stipata studiis iuventutis?

29. An ne illas quidem vires senectuti relinquemus, ut adulescentis doceat, instituat, ad omne offici munus instruat? Quo quidem opere quid potest esse praeclarius? Mihi vero et Cn. et P. Scipiones et avi tui duo, L. Aemilius et P. Africanus, comitatu nobilium iuvenum fortunati videbantur nec ulli bonarum artium magistri non beati putandi, quamvis consenuerint vires atque defecerint. Etsi ipsa ista defectio virium adulescentiae vitiis efficitur saepius quam senectutis; libidinosa enim et intemperans adulescentia effetum corpus tradit senectuti.

30. Cyrus quidem apud Xenophontem eo sermone, quem moriens habuit, cum admodum senex esset, negat se umquam sensisse senectutem suam imbecilliorem factam, quam adulescentia fuisset. Ego L. Metellum memini puer, qui cum quadriennio post alterum consulatum pontifex maximus factus esset viginti et duos annos ei sacerdotio praefuit, ita bonis esse viribus extremo tempore aetatis, ut adulescentiam non requireret. Nihil necesse est mihi de me ipso dicere, quamquam est id quidem senile aetatique nostrae conceditur.

X. 31. Videtisne, ut apud Homerum saepissime Nestor de virtutibus suis praedicet? Tertiam iam enim aetatem hominum videbat, nec erat ei verendum ne vera praedicans de se nimis videretur aut insolens aut loquax. Etenim, ut ait Homerus, ‘ex eius lingua melle dulcior fluebat oratio,’ quam ad suavitatem nullis egebat corporis viribus. Et tamen dux ille Graeciae nusquam optat, ut Aiacis similis habeat decem, sed ut Nestoris; quod si sibi acciderit, non dubitat, quin brevi sit Troia peritura.

32. Sed redeo ad me. Quartum ago annum et octogesimum; vellem equidem idem possem gloriari quod Cyrus, sed tamen hoc queo dicere, non me quidem eis esse viribus, quibus aut miles bello Punico aut quaestor eodem bello aut consul in Hispania fuerim aut quadriennio post, cum tribunus militaris depugnavi apud Thermopylas M’. Glabrione consule; sed tamen, ut vos videtis, non plane me enervavit, non adflixit senectus, non curia vires meas desiderat, non rostra, non amici, non clientes, non hospites. Nec enim umquam sum adsensus veteri illi laudatoque proverbio, quod monet ‘mature fieri senem, si diu velis senex esse.’ Ego vero me minus diu senem esse mallem quam esse senem, ante quam essem. Itaque nemo adhuc convenire me voluit, cui fuerim occupatus.

32. At minus habeo virium quam vestrum utervis. Ne vos quidem T. Ponti centurionis vires habetis; num idcirco est ille praestantior? Moderatio modo virium adsit, et tantum quantum potest quisque nitatur, ne ille non magno desiderio tenebitur virium. Olympiae per stadium ingressus esse Milo dicitur, cum umeris sustineret bovem. Utrum igitur has corporis an Pythagorae tibi malis vires ingeni dari? Denique isto bono utare, dum adsit, cum absit, ne requiras, nisi forte adulescentes pueritiam, paululum aetate progressi adulescentiam debent requirere. Cursus est certus aetatis et una via naturae, eaque simplex, suaque cuique parti aetatis tempestivitas est data, ut et infirmitas puerorum, et ferocitas iuvenum et gravitas iam constantis aetatis et senectutis maturitas naturale quiddam habeat, quod suo tempore percipi debeat.

34. Audire te arbitror, Scipio, hospes tuus avitus Masinissa quae faciat hodie nonaginta natus annos; cum ingressus iter pedibus sit, in equum omnino non ascendere; cum autem equo, ex equo non descendere; nullo imbri, nullo frigore adduci ut capite operto sit, summam esse in eo siccitatem corporis, itaque omnia exsequi regis officia et munera. Potest igitur exercitatio et temperantia etiam in senectute conservare aliquid pristini roboris. XI. Non sunt in senectute vires. Ne postulantur quidem vires a senectute. Ergo et legibus et institutis vacat aetas nostra muneribus eis, quae non possunt sine viribus sustineri. Itaque non modo, quod non possumus, sed ne quantum possumus quidem cogimur.

35. At multi ita sunt imbecilli senes, ut nullum offici aut omnino vitae munus exsequi possint. At id quidem non proprium senectutis vitium est, sed commune valetudinis. Quam fuit imbecillus P. Africani filius, is qui te adoptavit, quam tenui aut nulla potius valetudine! Quod ni ita fuisset, alterum illud exstitisset lumen civitatis; ad paternam enim magnitudinem animi doctrina uberior accesserat. Quid mirium igitur in senibus si infirmi sint aliquando, cum id ne adulescentes quidem effugere possint? Resistendum, Laeli et Scipio, senectuti est, eiusque vitia diligentia compensanda sunt, pugnandum tamquam contra morbum sic contra senectutem;

36. habenda ratio valetudinis, utendum exercitationibus modicis, tantum cibi et potionis adhibendum ut reficiantur vires, non opprimantur. Nec vero corpori solum subveniendum est, sed menti atque animo multo magis; nam haec quoque, nisi tamquam lumini oleum instilles, exstinguuntur senectute. Et corpora quidem exercitationum defatigatione ingravescunt, animi autem exercendo levantur. Nam quos ait Caecilius

–comicos stultos senes,

hos significat credulos, obliviosos, dissolutos, quae vitia sunt non senectutis, sed inertis, ignavae, somniculosae senectutis. Ut petulantia, ut libido magis est adulescentium quam senum, nec tamen omnium adulescentium, sed non proborum, sic ista senilis stultitia, quae deliratio appellari solet, senum levium est, non omnium.

37. Quattuor robustos filios, quinque filias, tantam domum, tantas clientelas Appius regebat et caecus et senex, intentum enim animum tamquam arcum habebat nec languescens succumbebat senectuti. Tenebat non modo auctoritatem, sed etiam imperium in suos: metuebant servi, verebantur liberi, carum omnes habebant; vigebat in illa domo mos patrius et disciplina.

38. Ita enim senectus honesta est, si se ipsa defendit, si ius suum retinet, si nemini emancipata est, si usque ad ultimum spiritum dominatur in suos. Ut enim adulescentem in quo est senile aliquid, sic senem in quo est aliquid adulescentis probo; quod qui sequitur, corpore senex esse poterit, animo numquam erit. Septimus mihi liber Originum est in manibus; omnia antiquitatis monumenta colligo; causarum inlustrium quascumque defendi nunc cum maxime conficio orationes; ius augurium, pontificium, civile tracto; multum etiam Graecis litteris utor, Pythagoreorumque more exercendae memoriae gratia, quid quoque die dixerim, audierim, egerim, commemoro vesperi. Hae sunt exercitationes ingeni, haec curricula mentis, in his desudans atque elaborans corporis vires non magno opere desidero. Adsum amicis, venio in senatum frequens ultroque adfero res multum et diu cogitatas, easque tueor animi, non corporis viribus. Quas si exsequi nequirem, tamen me lectulus meus oblectaret ea ipsa cogitantem, quae iam agere non possem; sed ut possim, facit acta vita. Semper enim in his studiis laboribusque viventi non intellegitur quando obrepat senectus. Ita sensim sine sensu aetas senescit nec subito frangitur, sed diuturnitate exstinguitur.

XII. 39. Sequitur tertia vituperatio senectutis, quod eam carere dicunt voluptatibus. O praeclarum munus aetatis, siquidem id aufert a nobis, quod est in adulescentia vitiosissimum! Accipite enim, optimi adulescentes, veterem orationem Archytae Tarentini, magni in primis et praeclari viri, quae mihi tradita est cum essem adulescens Tarenti cum Q. Maximo. Nullam capitaliorem pestem quam voluptatem corporis hominibus dicebat a natura datam, cuius voluptatis avidae libidines temere et ecfrenate ad potiendum incitarentur.

40. Hinc patriae proditiones, hinc rerum publicarum eversiones, hinc cum hostibus clandestina colloquia nasci; nullum denique scelus, nullum malum facinus esse, ad quod suscipiendum non libido voluptatis impelleret; stupra vero et adulteria et omne tale flagitium nullis excitari aliis inlecebris nisi voluptatis; cumque homini sive natura sive quis deus nihil mente praestabilius dedisset, huic divino muneri ac dono nihil tam esse inimicum quam voluptatem;

41. nec enim libidine dominante temperantiae locum esse, neque omnino in voluptatis regno virtutem posse consistere. Quod quo magis intellegi posset, fingere animo iubebat tanta incitatum aliquem voluptate corporis, quanta percipi posset maxima; nemini censebat fore dubium, quin tam diu, dum ita gauderet, nihil agitare mente, nihil ratione, nihil cogitatione consequi posset. Quocirca nihil esse tam detestabile tamque pestiferum quam voluptatem, siquidem ea, cum maior esset atque longinquior, omne animi lumen exstingueret. Haec cum C. Pontio Samnite, patre eius, a quo Caudino proelio Sp. Postumius, T. Veturius consules superati sunt, locutum Archytam Nearchus Tarentinus, hospes noster, qui in amicitia populi Romani permanserat, se a maioribus natu accepisse dicebat, cum quidem ei sermoni interfuisset Plato Atheniensis, quem Tarentum venisse L. Camillo Ap. Claudio consulibus reperio.

42. Quorsus hoc? Ut intellegeretis, si voluptatem aspernari ratione et sapientia non possemus, magnam habendam esse senectuti gratiam, quae efficeret, ut id non liberet, quod non operteret. Impedit enim consilium voluptas, rationi inimica est, mentis, ut ita dicam, praestringit oculos, nec habet ullum cum virtute commercium. Invitus feci, ut fortissimi viri T. Flaminini fratrem L. Flamininum e senatu eicerem septem annis post quam consul fuisset, sed notandam putavi libidinem. Ille enim, cum esset consul in Gallia, exoratus in convivio a scorto est, ut securi feriret aliquem eorum, qui in vinculis essent, damnati rei capitalis. Hic Tito fratre suo censore, qui proximus ante me fuerat, elapsus est; mihi vero et Flacco neutiquam probari potuit tam flagitiosa et tam perdita libido, quae cum probro privato coniungeret imperi dedecus.

XIII. 43. Saepe audivi ex maioribus natu, qui se porro pueros a senibus audisse dicebant, mirari solitum C. Fabricium, quod, cum apud regem Pyrrhum legatus esset, audisset a Thessalo Cinea esse quendam Athenis, qui se sapientem profiteretur, eumque dicere omnia, quae faceremus, ad voluptatem esse referenda. Quod ex eo audientis M’. Curium et Ti. Coruncanium optare solitos, ut id Samnitibus ipsique Pyrrho persuaderetur, quo facilius vinci possent, cum se voluptatibus dedissent. Vixerat M’. Curius cum P. Decio, qui quinquennio ante eum consulem se pro re publica quarto consulatu devoverat; norat eundem Fabricius, norat Coruncanius; qui cum ex sua vita, tum ex eius, quem dico, Deci, facto iudicabant esse profecto aliquid natura pulchrum atque praeclarum, quod sua sponte peteretur, quodque spreta et contempta voluptate optimus quisque sequeretur.

44. Quorsus igitur tam multa de voluptate? Quia non modo vituperatio nulla, sed etiam summa laus senectutis est, quod ea voluptates nullas magno opere desiderat. Caret epulis extructisque mensis et frequentibus poculis; caret ergo etiam vinulentia et cruditate et insomniis. Sed si aliquid dandum est voluptati, quoniam eius blanditiis non facile obsistimus, –divine enim Plato ‘escam malorum’ appellat voluptatam, quod ea videlicet homines capiantur ut pisces, –quamquam immoderatis epulis caret senectus, modicis tamen coviviis delectari potest. C. Duellium M. f., qui Poenos classe primus devicerat, redeuntem a cena senem saepe videbam puer; delectabatur cereo funali et tibicine, quae sibi nullo exemplo privatus sumpserat; tantum licentiae dabat gloria.

45. Sed quid ego alios? Ad me ipsum iam revertar. Primum habui semper sodalis. Sodalitates autem me quaestore constitutae sunt sacris Idaeis Magnae Matris acceptis. Epulabar igitur cum sodalibus omnino modice, sed erat quidam fervor aetatis; qua progrediente omnia fiunt in dies mitiora. Neque enim ipsorum conviviorum delectationem voluptatibus corporis magis quam coetu amicorum et sermonibus metiebar. Bene enim maiores accubitionem epularem amicorum, quia vitae coniunctionem haberet, convivium nominaverunt, melius quam Graeci, qui hoc idem tum compotationem, tum concenationem vocant, ut, quod in eo genere minimum est, id maxime probare videantur.

XIV. 46. Ego vero propter sermonis delectationem tempestivis quoque conviviis delector, nec cum aequalibus solum, qui pauci admodum restant, sed cum vestra etiam aetate atque vobiscum, habeoque senectuti magnam gratiam, quae mihi sermonis aviditatem auxit, potionis et cibi sustulit. Quod si quem etiam ista delectant, (ne omnino bellum indixisse videar voluptati, cuius est fortasse quidam naturalis modus), non intellego ne in istis quidem ipsis voluptatibus carere sensu senectutem. Me vero et magisteria delectant a maioribus instituta et is sermo, qui more maiorum a summo adhibetur in poculo, et pocula, sicut in Symposio Xenophontis est, minuta atque rorantia, et refrigeratio aestate et vicissim aut sol aut ignis hibernus; quae quidem etiam in Sabinis persequi soleo, conviviumque vicinorum cotidie compleo, quod ad multam noctem quam maxime possumus vario sermone producimus.

47. At non est voluptatum tanta quasi titillatio in senibus. Credo, sed ne desideratio quidem; nihil autem est molestum, quod non desideres. Bene Sophocles, cum ex eo quidem iam adfecto aetate quaereret, utereturne rebus veneriis, ‘Di meliora!’ inquit; ‘ libenter vero istinc sicut ab domino agresti ac furioso profugi.’ Cupidis enim rerum talium odiosum fortasse et molestum est carere, satiatis vero et expletis iucundius est carere quam frui. Quamquam non caret is, qui non desiderat; ergo hoc non desiderare dico esse iucundius.

48. Quod si istis ipsis voluptatibus bona aetas fruitur libentius, primum parvulis fruitur rebus, ut diximus, deinde eis, quibus senectus, etiamsi non abunde potitur, non omnino caret. Ut Turpione Ambivio magis delectatur, qui in prima cavea spectat, delectatur tamen etiam, qui in ultima, sic adulescentia voluptates propter intuens magis fortasse laetatur, sed delectatur etiam senectus procul eas spectans tantum quantum sat est.

49. At illa quanti sunt, animum, tamquam emeritis stipendiis libidinis, ambitionis, contentionis, inimicitiarum cupiditatum omnium, secum esse secumque, ut dicitur, vivere! Si vero habet aliquod tamquam pabulum studi atque doctrinae, nihil est otiosa senectute iucundius. Videbamus in studio dimetiendi paene caeli atque terrae C. Galum, familiarem patris tui, Scipio. Quotiens illum lux noctu aliquid describere ingressum, quotiens nox oppressit, cum mane coepisset! Quam delectabat eum defectiones solis et lunae multo ante nobis praedicere!

50. Quid in levioribus studiis, sed tamen acutis? Quam gaudebat bello suo Punico Naevius! quam Truculento Plautus, quam Pseudolo! Vidi etiam senem Livium; qui, cum sex aniis ante quam ego natus sum fabulam docuisset Centone Tuditanoque consulibus, usque ad adulescentiam meam processit aetate. Quid de P. Licini Crassi et pontifici et civilis iuris studio loquar aut de huius P. Scipionis qui his paucis diebus pontifex maximus factus est? Atque eos omnis, quos commemoravi, his studiis flagrantis senes vidimus. M. vero Cethegum, quem recte ‘Suadae medullam’ dixit Ennius, quanto studio exerceri in dicendo videbamus etiam senem! Quae sunt igitur epularum aut ludorum aut scortorum voluptates cum his voluptatibus comparandae? Atque haec quidem studia doctrinae, quae quidem prudentibus et bene institutis pariter cum aetate crescunt, ut honestum illud Solonis sit, quod ait versiculo quodam, ut ante dixi, senescere se multa in dies addiscentem, qua voluptate animi nulla certe potest esse maior.

XV. 51. Venio nunc ad voluptates agricolarum, quibus ego incredibiliter delector; quae nec ulla impediuntur senectute et mihi ad sapientis vitam proxime videntur accedere. Habent enim rationem cum terra, quae numquam recusat imperium nec umquam sine usura reddit, quod accepit, sed alias minore, plerumque maiore cum faenore. Quamquam me quidem non fructus modo, sed etiam ipsius terrae vis ac natura delectat. Quae cum gremio mollito ac subacto sparsum semen excepit, primum id occaecatum cohibet, ex quo occatio, quae hoc efficit, nominata est, deinde tepefactum vapore et compressu suo diffundit et elicit herbescentem ex eo viriditatem, quae nixa fibris stirpium sensim adulescit culmoque erecta geniculato vaginis iam quasi pubescens includitur; ex quibus cum emersit, fundit frugem spici ordine structam et fcontra avium minorum morsus munitur vallo aristarum.

52. Quid ego vitium ortus, satus, incrementa commemorem? Satiari delectatione non possum, ut meae senectutis requiem oblectamentumque noscatis. Omitto enim vim ipsam omnium, quae generantur e terra; quae ex fici tantulo grano aut ex acini vinaceo aut ex ceterarum frugum aut stirpium minutissimis seminibus tantos truncos ramosque procreet. Malleoli, plantae, sarmenta, viviradices, propagines, nonne efficiunt, ut quemvis cum admiratione delectent? Vitis quidem, quae natura caduca est et, nisi fulta est, fertur ad terram, eadem, ut se erigat claviculis suis quasi manibus quicquid est nacta, complectitur; quam serpentem multiplici lapsu et erratico ferro amputans coercet ars agricolarum, ne silvescat sarmentis et in omnis partis nimia fundatur.

53. Itaque ineunte vere in eis, quae relicta sunt, exsistit tamquam ad articulos sarmentorum ea, quae gemma dicitur, a qua oriens uva se ostendit, quae et suco terrae et calore solis augescens primo est peracerba gustatu, deinde maturata dulcescit, vestitaque pampinis nec modico tepore caret et nimios solis defendit ardores. Qua quid potest esse cum fructu laetius, tum aspectu pulchrius? Cuius quidem non utilitas me solum, ut ante dixi, sed etiam cultura et natura ipsa delectat, adminiculorum ordines, capitum iugatio, religatio et propagatio vitium, sarmentorum ea, quam dixi aliorum amputatio, aliorum immissio. Quid ego irrigationes, quid fossiones agri repastinationesque proferam, quibus fit multo terra fecundior?

54. Quid de utilitate loquar stercorandi? Dixi in eo libro, quem de rebus rusticis scripsi; de qua doctus Hesiodus ne verbum quidem fecit, cum de cultura agri scriberet. At Honerus, qui multis, ut mihi videtur, ante saeculis fuit, Laeten lenientem desiderium, quod capiebat e filio, colentem agrum et eum stercorantem facit. Nec vero segetibus solum et pratis et vineis et arbustis res rusticae laetae sunt, sed hortis etiam et pomariis, tum pecudum pastu, apium examinibus, florum omnium varietate. Nec consitiones modo delectant sed etiam insitiones, quibus nihil invenit agri cultura sollertius.

XVI. 55. Possum persequi permulta oblectamenta rerum rusticarum, sed haec ipsa, quae dixi, sentio fuisse longiora. Ignoscetis autem; nam et studio rusticarum rerum provectus sum, et senectus est natura loquacior, ne ab omnibus eam vitiis videar vindicare. Ergo in hac vita M’. Curius, cum de Samnitibus, de Sabinis, de Pyrrho triumphasset, consumpsit extremum tempus aetatis. Cuius quidem ego villam contemplans (abest enim non longe a me) admirari satis non possum vel hominis ipsius continentiam vel temporum disciplinam. Curio ad focum sedenti magnum auri pondus Samnites cum attulissent, repudiati sunt; non enim aurum habere praeclarum sibi videri dixit, sed eis qui haberent aurum imperare.

56. Poteratne tantus animus efficere non iucundam senctutem? Sed venio ad agricolas, ne a me ipso recedam. In agris erant tum senatores, id est senes, siquidem aranti L. Quinctio Cincinnato nuntiatum est eum dictatorem esse factum; cuius dictatoris iussu magister equitum C. Servilius Ahala Sp. Maelium regnum adpetentem occupatum interemit. A villa in senatum arcessebatur et Curius et ceteri senes, ex quo, qui eos arcessebant viatores nominati sunt. Num igitur horum senectus miserabilis fuit, qui se agri cultione oblectabant? Mea quidem sententia haud scio an nulla beatior possit esse, neque solum officio, quod hominum generi universo cultura agrorum est salutaris, sed et delectatione, quam dixi, et saturitate copiaque rerum omnium, quae ad victum hominum, ad cultum etiam deorum pertinent, ut, quoniam haec quidem desiderant, in gratiam iam cum voluptate redeamus. Semper enim boni assiduique domini referta cella vinaria, olearia, etiam penaria est, villaque tota locuples est, abundat porco, haedo, agno, gallina, lacte, caseo, melle. Iam hortum ipsi agricolae succidiam alteram appellant. Conditiora facit haec supervacaneis etiam operis aucupium atque venatio.

57. Quid de pratorum viriditate aut arborum ordinibus aut vinearum olivetorumve specie plura dicam? Brevi praecidam: agro bene culto nihil potest esse nec usu uberius nec specie ornatius; ad quem fruendum non modo non retardat, verum etiam invitat atque adlectat senectus. Ubi enim potest illa aetas aut calescere vel apricatione melius vel igni, aut vicissim umbris aquisve refrigerari salubrius?

58. Sibi habeant igitur arma, sibi equos, sibi hastas, sibi clavam et pilam, sibi natationes atque cursus, nobis senibus ex lusionibus multis talos relinquant et tesseras, id ipsum ut lubebit, quoniam sine eis beata esse senectus potest.

XVII. 59. Multas ad res perutiles Xenophontis libri sunt, quos legite, quaeso, studiose, ut facitis. Quam copiose ab eo agri cultura laudatur in eo libro, qui est de tuenda re familiari, qui Oeconomicus inscribitur! Atque ut intellegatis nihil ei tam regale videri quam studium agri colendi, Socrates in eo libro loquitur cum Critobulo Cyrum minorem, Persarum regem, praestantem ingenio atque imperi gloria, cum Lysander Lacedaemonius, vir summae virtutis, venisset ad eum Sardis eique dona a sociis adtulisset, et ceteris in rebus communem erga Lysandrum atque humanum fuisse et ei quendam consaeptum agrum diligenter consitum ostendisse. Cum autem admiraretur Lysander et proceritates arborum et derectos in quincuncem ordines et humum subactam atque puram et suavitatem odorum, qui adflarentur ex floribus, tum eum dixisse mirari se non modo diligentiam, sed etiam sollertiam eius, a quo essent illa dimensa atque discripta; et Cyrum respondisse: ‘Atqui ego ista sum omnia dimensus; mei sunt ordines, mea discriptio, multae etiam istarum arborum mea manu sunt satae.’ Tum Lysandrum intuentem purpuram eius et nitorem corporis ornatumque Persicum multo auro multisque gemmis dixisse; ‘Recte vero te, Cyre, beatum ferunt, quoniam virtuti tuae fortuna coniuncta est.’

60. Hac igitur fortuna frui licet senibus, nec aetas impedit, quo minus et ceterarum rerum et in primis agri colendi studia teneamus usque ad ultimum tempus senectutis. M. quidem Valerium Corvinum accepimus ad centesimum annum perduxise, cum esset acta iam aetate in agris eosque coleret; cuius inter primum et sextum consulatum sex et quadraginta anni interfuerunt. Ita, quantum spatium aetatis maiores ad senectutis initium esse voluerunt, tantus illi cursus honorum fuit; atque huius extrema aetas hoc beatior quam media, quod auctoritatis habebat plus, laboris minus; apex est autem senectutis auctoritas.

61. Quanta fuit in L. Caecilio Metello, quanta in A. Atilio Calatino! in quem illud elogium: ‘Hunc unum plurimae consentiunt gentes populi primarium fuisse virum.’ Notum est carmen incisum in sepulcro. Iure igitur gravis, cuius de laudibus omnium esset fama consentiens. Quem virum nuper P. Crassum, pontificem maximum, quem postea M. Lepidum eodem sacerdotio praeditum, vidimus! Quid de Paulo aut Africano loquar aut, ut iam ante, de Maximo? quorum non in sententia solum, sed etiam in nutu residebat auctoritas. Habet senectus, honorata praesertim, tantam auctoritatem, ut ea pluris sit quam omnes adulescentiae voluptates.

XVIII. 62. Sed in omni oratione mementote eam me senectutem laudare, quae fundamentis adulescentiae constituta sit. Ex quo efficitur id quod ego magno quondam cum assensu omnium dixi, miseram esse senectutem quae se oratione defenderet. Non cani, nec rugae repente auctoritatem arripere possunt, sed honeste acta superior aetas fructus capit auctoritatis extremos.

63. Haec enim ipsa sunt honorabilia quae videntur levia atque communia, salutari, adpeti, decedi, adsurgi, deduci, reduci, consuli; quae et apud nos et in aliis civitatibus, ut quaeque optime morata est, ita diligentissime observantur. Lysandrum Lacedaemonium, cuius modo feci mentionem, dicere aiunt solitum Lacedaemonem esse honestissimum domicilium senectutis: nusquam enim tantum tribuitur aetati, nusquam est senectus honoratior. Quin etiam memoriae proditum est, cum Athenis ludis quidam in theatrum grandis natu venisset, magno consessu locum nusquam ei datum a suis civibus; cum autem ad Lacedaemonios accessisset, qui legati cum essent, certo in loco consederant, consurrexisse omnes illi dicuntur et senem sessum recepisse.

64. Quibus cum a cuncto consessu plausus esset multiplex datus, dixisse ex eis quendam Atheniensis scire, quae recta essent, sed facere nolle. Multa in nostro collegio praeclara, sed hoc de quo agimus in primis, quod, ut quisque aetate antecedit, ita sententiae principatum tenet, neque solum honore antecedentibus, sed eis etiam, qui cum imperio sunt, maiores natu augures anteponuntur. Quae sunt igitur voluptates corporis cum auctoritatis praemiis comparandae? Quibus qui splendide usi sunt, ei mihi videntur fabulam aetatis peregisse nec tamquam inexercitati histriones in extremo actu corruisse.

65. At sunt morosi et anxii et iracundi et difficiles senes. Si quaerimus, etiam avari; sed haec morum vitia sunt, non senectutis. Ac morositas tamen et ea vitia, quae dixi, habent aliquid excusationis non illius quidem iustae, sed quae probari posse videatur; contemni se putant, despici, inludi; praeterea in fragili corpore odiosa omnis offensio est. Quae tamen omnia dulciora fiunt et moribus bonis et artibus; idque cum in vita, tum in scaena intellegi potest ex eis fratribus, qui in Adelphis sunt. Quanta in altero diritas, in altero comitas! Sic se res habet; ut enim non omne vinum, sic non omnis natura vetustate coacescit. Severitatem in senectute probo, sed eam, sicut alia, modicam, acerbitatem nullo modo.

66. Avaritia vero senilis quid sibi velit, non intellego; potest enim quicquam esse absurdius quam, quo viae minus restet, eo plus viatici quaerere? XIX. Quarta restat causa, quae maxime angere atque sollicitam habere nostram aetatem videtur, adpropinquatio mortis, quae certe a senectute non potest esse longe. O miserum senem qui mortem contemnendam esse in tam longa aetate non viderit! quae aut plane neglegenda est, si omnino exstinguit animum, aut etiam optanda, si aliquo eum deducit, ubi sit futurus aeternus; atqui tertium certe nihil inveniri potest.

67. Quid igitur timeam, si aut non miser post mortem aut beatus etiam futurus sum? Quamquam quis est tam stultus, quamvis sit adulescens, cui sit exploratum se ad vesperum esse victurum? Quin etiam aetas illa multo pluris quam nostra casus mortis habet; facilius in morbos incidunt adulescentes, gravius aegrotant, tristius curantur. Itaque pauci veniunt ad senectutem; quod ni ita accideret, melius et prudentius viveretur. Mens enim et ratio et consilium in senibus est; qui si nulli fuissent, nullae omnino civitates fuissent. Sed redeo ad mortem impendentem. Quod est istud crimen senectutis, cum id ei videatis cum adulescentia esse commune?

68. Sensi ego in optimo filio, tu in exspectatis ad amplissimam dignitatem fratribus, Scipio, mortem omni aetati esse communem. At sperat adulescens diu se victurum, quod sperare idem senex non potest. Insipienter sperat. Quid enim stultius quam incerta pro certis habere, falsa pro veris? At senex ne quod speret quidem habet. At est eo meliore condicione quam adulescens, quoniam id, quod ille sperat, hic consecutus est; ille vult diu vivere, hic diu vixit.

69. Quamquam, O di boni! quid est in hominis natura diu? Da enim summum tempus, exspectemus Tartessiorum regis aetatem (fuit enim, ut scriptum video, Arganthonius quidam Gadibus, qui octoginta regnavit annos, centum viginti vixit)–sed mihi ne diuturnum quidem quicquam videtur in quo est aliquid extremum. Cum enim id advenit, tum illud, quod praeteriit, effluxit; tantum remanet, quod virtute et recte factis consecutus sis; horae quidem cedunt et dies et menses et anni, nec praeteritum tempus umquam revertitur, nec quid sequatur sciri potest; quod cuique temporis ad vivendum datur, eo debet esse contentus.

70. Neque enim histrioni, ut placeat, peragenda fabula est, modo, in quocumque fuerit actu, probetur, neque sapientibus usque ad ‘Plaudite’ veniendum est. Breve enim tempus aetatis satis longum est ad bene honesteque vivendum; sin processerit longius, non magis dolendum est, quam agricolae dolent praeterita verni temporis suavitate aestatem autumnumque venisse. Ver enim tamquam adulescentiam significat ostenditque fructus futuros, reliqua autem tempora demetendis fructibus et percipiendis accommodata sunt.

71. Fructus autem senectutis est, ut saepe dixi, ante partorum bonorum memoria et copia. Omnia autem quae secundum naturam fiunt sunt habenda in bonis. Quid est autem tam secundum naturam quam senibus emori? Quod idem contingit adulescentibus adversante et repugnante natura. Itaque adulescentes mihi mori sic videntur, ut cum aquae multitudine flammae vis opprimitur, senes autem sic, ut cum sua sponte nulla adhibita vi consumptus ignis exstinguitur; et quasi poma ex arboribus, cruda si sunt, vix evelluntur, si matura et cocta, decidunt, sic vitam adulescentibus vis aufert, senibus maturitas; quae quidem mihi tam iucunda est, ut, quo propius ad mortem accedam, quasi terram videre videar aliquandoque in portum ex longa navigatione esse venturus.

XX. 72. Senectutis autem nullus est certus terminus, recteque in ea vivitur, quoad munus offici exsequi et tueri possit [mortemque contemnere]; ex quo fit, ut animosior etiam senectus sit quam adulescentia et fortior. Hoc illud est quod Pisistrato tyranno a Solone responsum est, cum illi quaerenti, qua tandem re fretus sibi tam audaciter obsisteret, respondisse dicitur: ‘Senectute.’ Sed vivendi est finis optimus, cum integra mente certisque sensibus opus ipsa suum eadem quae coagmentavit, natura dissolvit. Ut navem, ut aedificium idem destruit facillime, qui construxit, sic hominem eadem optime quae conglutinavit natura dissolvit. Iam omnis conglutinatio recens aegre, inveterata facile divellitur. Ita fit ut illud breve vitae reliquum nec avide adpetendum senibus nec sine causa deserendum sit; vetatque Pythagoras iniussu imperatoris, id est dei, de praesidio et statione vitae decedere.

73. Solonis quidem sapientis est elogium, quo se negat velle suam mortem dolore amicorum et lamentis vacare. Volt, credo, se esse carum suis; sed haud scio an melius Ennius:

Nemo me lacrumis decoret neque funera fletu faxit.

74. Non censet lugendam esse mortem, quam immortalitas consequatur. Iam sensus moriendi aliquis esse potest, isque ad exiguum tempus, praesertim seni; post mortem quidem sensus aut optandus aut nullus est. Sed hoc meditatum ab adulescentia debet esse mortem ut neglegamus, sine qua meditatione tranquillo animo esse nemo potest. Moriendum enim certe est, et incertum an hoc ipso die. Mortem igitur omnibus horis impendentem timens qui poterit animo consistere?

75. De qua non ita longa disputatione opus esse videtur, cum recorder non L. Brutum, qui in liberanda patria est interfectus, non duos Decios, qui ad voluntariam mortem cursum equorum incitaverunt, non M. Atilium, qui ad supplicium est profectus, ut fidem hosti datam conservaret, non duos Scipiones, qui iter Poenis vel corporibus suis obstruere voluerunt, non avum tuum L. Paulum, qui morte luit conlegae in Cannensi ignominia temeritatem, non M. Marcellum, cuius interitum ne crudelissimus quidem hostis honore sepulturae carere passus est, sed legiones nostras, quod scripsi in Originibus, in eum locum saepe profectas alacri animo et erecto, unde se redituras numquam arbitrarentur. Quod igitur adulescentes, et ei quidem non solum indocti, sed etiam rustici, contemnunt, id docti senes extimescent?

76. Omnino, ut mihi quidem videtur, studiorum omnium satietas vitae facit satietatem. Sunt pueritiae studia certa; num igitur ea desiderant adulescentes? Sunt ineuntis adulescentiae: num ea constans iam requirit aetas quae media dicitur? Sunt etiam eius aetatis; ne ea quidem quaeruntur in senectute. Sunt extrema quaedam studia senectutis: ergo, ut superiorum aetatum studia occidunt, sic occidunt etiam senectutis; quod cum evenit, satietas vitae tempus maturum mortis adfert.

XXI. 77. Non enim video cur, quid ipse sentiam de morte, non audeam vobis dicere, quod eo cernere mihi melius videor, quo ab ea propius absum. Ego vestros patres, P. Scipio, tuque, C. Laeli, viros clarissimos mihique amicissimos, vivere arbitror, et eam quidem vitam, quae est sola vita nominanda. Nam, dum sumus inclusi in his compagibus corporis, munere quodam necessitatis et gravi opere perfungimur; est enim animus caelestis ex altissimo domicilio depressus et quasi demersus in terram, locum divinae naturae aeternitatique contrarium. Sed credo deos immortalis sparsisse animos in corpora humana, ut essent, qui terras tuerentur, quique caelestium ordinem contemplantes imitarentur eum vitae modo atque constantia. Nec me solum ratio ac disputatio impulit, ut ita crederem, sed nobilitas etiam summorum philosophorum et auctoritas.

78. Audiebam Pythagoram Pythagoreosque, incolas paene nostros, qui essent Italici philosophi quondam nominati, numquam, dubitasse, quin ex universa mente divina delibatos animos haberemus. Demonstrabantur mihi praeterea, quae Socrates supremo vitae die de immortalitate aminorum disseruisset, is qui esset omnium sapientissimus oraculo Apollinis iudicatus. Quid multa? Sic persuasi mihi, sic sentio, cum tanta celeritas animorum sit, tanta memoria praeteritorum futurorumque prudentia, tot artes, tantae scientiae, tot inventa, non posse eam naturam, quae res eas contineat, esse mortalem, cumque semper agitetur animus nec principium motus habeat, quia se ipse moveat, ne finem quidem habiturum esse motus, quia numquam se ipse sit relicturus; et, cum simplex animi esset natura, neque haberet in se quicquam admixtum dispar sui atque dissimile, non posse eum dividi; quod si non posset, non posse interire; magnoque esse argumento homines scire pleraque ante quam nati sint, quod iam pueri, cum artis difficilis discant, ita celeriter res innumerabilis arripiant, ut eas non tum primum accipere videantur, sed reminisci et recordari. Haec Platonis fere.

XXII. 79. Apud Xenophontem autem moriens Cyrus maior haec dicit: ‘Nolite arbitrari, O mihi carissimi filii, me, cum a vobis discessero, nusquam aut nullum fore. Nec enim, dum eram vobiscum, animum meum videbatis, sed eum esse in hoc corpore ex eis rebus quas gerebam intellegebatis. Eundem igitur esse creditote, etiamsi nullum videbitis.

80. Nec vero clarorum virorum post mortem honores permanerent, si nihil eorum ipsorum animi efficerent, quo diutius memoriam sui teneremus. Mihi quidem numquam persuaderi potuit animos, dum in corporibus essent mortalibus, vivere, cum excessissent ex eis, emori, nec vero tum animum esse insipientem, cum ex insipienti corpore evasisset, sed cum omni admixtione corporis liberatus purus et integer esse coepisset, tum esse sapientem. Atque etiam cum hominis natura morte dissolvitur, ceterarum rerum perspicuum est quo quaeque discedat; abeunt enim illuc omnia, unde orta sunt, animus autem solus nec cum adest nec cum discedit, apparet. Iam vero videtis nihil esse morti tam simile quam somnum.

81. Atqui dormientium animi maxime declarant divinitatem suam; multa enim, cum remissi et liberi sunt, futura prospiciunt. Ex quo intellegitur quales futuri sint, cum se plane corporis vinculis relaxaverint. Qua re, si haec ita sunt, sic me colitote,’ inquit, ‘ut deum; sin una est interiturus animus cum corpore, vos tamen, deos verentes, qui hanc omnem pulchritudinem tuentur et regunt, memoriam nostri pie inviolateque servabitis.’

XXIII. 82. Cyrus quidem haec moriens; nos, si placet, nostra videamus. Nemo umquam mihi, Scipio, persuadebit aut patrem tuum Paulum, aut duos avos, Paulum et Africanum, aut Africani patrem, aut patruum, aut multos praestantis viros quos enumerare non est necesse, tanta esse conatos, quae ad posteritatis memoriam pertinerent, nisi animo cernerent posteritatem ad se ipsos pertinere. Anne censes, ut de me ipse aliquid more senum glorier, me tantos labores diurnos nocturnosque domi militiaeque suscepturum fuisse, si eisdem finibus gloriam meam, quibus vitam, essem terminaturus? Nonne melius multo fuisset otiosam et quietam aetatem sine ullo labore et contentione traducere? Sed nescio quo modo animus erigens se posteritatem ita semper prospiciebat, quasi, cum excessisset e vita, tum denique victurus esset. Quod quidem ni ita se haberet, ut animi inmortales essent, haud optimi cuiusque animus maxime ad inmortalitatem et gloriam niteretur.

83. Quid, quod sapientissimus quisque aequissimo animo moritur, stultissimus iniquissimo, nonne vobis videtur is animus qui plus cernat et longius, videre se ad meliora proficisci, ille autem cuius obtusior sit acies, non videre? Equidem efferor studio patres vestros, quos colui et dilexi videndi, neque vero eos solos convenire aveo quos ipse cognovi, sed illos etiam de quibus audivi et legi et ipse conscripsi; quo quidem me proficiscentem haud sane quid facile retraxerit, nec tamquam Peliam recoxerit. Et si quis deus mihi largiatur, ut ex hac aetate repuerascam et in cunis vagiam, valde recusem, nec vero velim quasi decurso spatio ad carceres a calce revocari.

84. Quid habet enim vita commodi? Quid non potius laboris? Sed habeat sane, habet certe tamen aut satietatem aut modum. Non lubet enim mihi deplorare vitam, quod multi, et ei docti, saepe fecerunt, neque me vixisse paenitet, quoniam ita vixi, ut non frustra me natum existimem, ut ex vita ita discedo tamquam ex hospitio, non tamquam e domo. Commorandi enim natura devorsorium nobis, non habitandi dedit. O praeclarum diem, cum in illud divinum animorum concilium coetumque proficiscar cumque ex hac turba et conluvione discedam! Proficiscar enim non ad eos solum viros, de quibus ante dixi, verum etiam ad Catonem meum, quo nemo vir melior natus est, nemo pietate praestantior; cuius a me corpus est crematum, quod contra decuit ab illo meum, animus vero, non me deserens sed respectans, in ea profecto loca discessit, quo mihi ipsi cernebat esse veniendum. Quem ego meum casum fortiter ferre visus sum, non quo aequo animo ferrem, sed me ipse consolabar existimans non longinquum inter nos digressum et discessum fore.

85. His mihi rebus, Scipio (id enim te cum Laelio admirari solere dixisti), levis est senectus, nec solum non molesta sed etiam iucunda. Quod si in hoc erro, qui animos hominum inmortalis esse credam, libenter erro; nec mihi hunc errorem, quo delector, dum vivo, extorqueri volo; sin mortuus, ut quidam minuti philosophi censent, nihil sentiam, non vereor, ne hunc errorem meum philosophi mortui irrideant. Quod si non sumus inmortales futuri, tamen exstingui homini suo tempore optabile est. Nam habet natura, ut aliarum omnium rerum, sic vivendi modum. Senectus autem aetatis est peractio tamquam fabulae, cuius defatigationem fugere debemus, praesertim adiuncta satietate. Haec habui, de senectute quae dicerem, ad quam utinam perveniatis, ut ea, quae ex me audistis, re experti probare possitis.

da CICERONE, Cato maior, de senectute : Ai confini dello sguardo


PRENDERSI CURA DEI CHIAROSCURI: LA SCRITTURA POETICA COME ARMONIA DEI CONTRASTI Laboratorio di scrittura autobiografica poetica sulle polarità esistenziali a cura di Leonora Cupane, MILANO 14-15 GENNAIO 2012

PRENDERSI CURA DEI CHIAROSCURI: LA SCRITTURA POETICA COME ARMONIA DEI CONTRASTI
Laboratorio di scrittura autobiografica poetica sulle polarità esistenziali a cura di Leonora Cupane
 
Date: Sabato 14 e domenica 15 gennaio 2012 
Orarisabato 10.30-13,30 e 15-19.30 con pausa merenda; domenica 9 – 13.00 e 14.00- 18.00 con pausa
Costo: 125 euro a persona
Sede: JNAR TEAMA, scuola d’arti e agenzia di spettacolo, Via Luca Signorelli 7, Milano
Per informazioni e iscrizioni: Ornella Caporaso, 02- 29402467; 349 – 3311404orncap@alice.it
Attraverso il respiro, il nostro corpo sta con il mondo in un continuo interscambio vitale fatto di oscillazioni fra estremi opposti, il cui cuore è il ritmo, la danza fra dentro e fuori, ossigeno e scorie, rilassamento e contrazione, azione e passività, prendere e dare, trattenere e rilasciare.
La poesia, così come il respiro, è ritmo, andirivieni fra polarità: la prima è quella fracorpo e mente, proprio perché la poesia è fatta di parole e richiede un’elaborazione mentale, ma due delle sue qualità principali, il ritmo e la musicalità, rimandano l’uno alla pulsazione del cuore e al respiro, al passo, ai cicli naturali, e l’altra alla fisicità, alla materialità sonora del linguaggio verbale. La poesia si muove incessantemente in questo spazio fra la corporeità delle parole – la loro consistenza sensoriale e ritmica – e il significato concettuale, operando un prezioso lavoro di riconnessione. Altre due polarità fondamentali entro cui si muove la poesia sono il silenzio e la parola, ovvero il vuoto e il pieno, proprio per la presenza del ritmo: il dialogo con le pause, con gli spazi bianchi del foglio, rende la poesia un linguaggio “poroso”, che lascia filtrare il silenzio. Il ritmo determina anche le polarità  libertà/vincolo: il poeta è libero di esprimersi utilizzando le parole in modo ampio, esteso, non vincolato dalla logica, ma ha anche l’obbligo di spezzare il discorso e andare a capo in modo non casuale, trovando una forma – ritmo efficace, che funga da argine e impedisca alle parole di disperdersi.
La poesia ha poi, al di là del ritmo, alcuni strumenti specifici che consentono al poeta di armonizzare gli opposti e ricucire i contrasti, le lacerazioni esistenziali: l’antitesi, dove termini contrapposti sono intessuti insieme nello stesso verso, nutrendolo entrambi (mi nutro del chiaro, vago nell’oscuro); l’ossimoro, che unisce polarità opposte in un’unica, inedita immagine (invernale primavera, fertile aridità, dolce amarezza) superando la logica della  contrapposizione; la metafora e la similitudine, che fanno dialogare aspetti apparentemente separati e lontani della realtà, rivelando nessi nascosti e illuminanti (la tua carezza è come l’autunno che spoglia gli alberi; la memoria è una farfalla notturna che, attratta dalla luce, vi si brucia); la rima e l’assonanza, che creano parentele fra parole con suono simile, ma con significato diverso (com’è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia); la sinestesia, che intreccia campi sensoriali differenti (un odore morbido, un suono liquido, una luce ruvida…) e altri ancora.
In conclusione, la poesia costruisce incessantemente ponti fra polarità differenti, compone fratture, salta creativamente abissi e colma vuoti: è la “struttura che connette” di cui parla Gregory Bateson. La poesia è infatti anelito inesausto verso un’irraggiungibile condizione di totalità, di armonia in cui si ricompongono luci e ombre, pieni e vuoti, profondità e superficie, e ogni altro contrasto alla base della nostra esistenza. Tale anelito è inesprimibile a parole, eppure la poesia ci prova continuamente. È questa la sfida del linguaggio poetico: non rinunciare al tentativo di dire ciò che è indicibile, utilizzando una strada divergente e innovativa rispetto al discorso razionale.
In questo laboratorio dunque proveremo a raccontare di noi, a esplorare le “polarità” che caratterizzano la nostra esistenza e il nostro modo di essere, sperimentando i molti modi attraverso cui il linguaggio poetico può aiutarci a riconnetterle e integrarle. Trasformeremo i contrasti in chiaroscuri preziosi che daranno profondità e leggerezza alle nostre scritture. Il gruppo sarà fonte di scambio e arricchimento, grazie all’unicità e all’insostituibilità delle voci di ciascuno.

Paolo Ferrario, commento al libro “Storie di amore e di tenebra” di Amos Oz

  • commento al libro  “Storie di amore e di tenebra” di Amos Oz
  • più sotto c’è Amos Oz che si racconta

 

Mike Leigh e Amos Oz | Tracce e Sentieri, 5 Agosto 2004 – 8 Novembre 2011.


Sottoscrivere la tessera degli amici dell’Archivio dei diari, e’ un investimento su un progetto culturale

Sergio Zavoli al Premio Pieve 2011 ha detto: “Io sono dell’idea che senza memoria un paese non sa chi e’, che cosa vuole, dove sta andando, come si suole dire. Penso che questa iniziativa di Pieve Santo Stefano sia veramente non solo singolare ma piena di significato e che meriti un grande riconoscimento da parte delle istituzioni. Il paese deve sapere che in questa localita’ si svolge qualcosa di interesse nazionale. La cultura italiana si deve occupare di questo Premio”.
In attesa che la cultura italiana, intesa come Stato, possa occuparsi con i suoi tempi e in modo stabile e significativo della nostra istituzione, confido molto piu’ nell’attenzione immediata dei singoli. E vi ricordo che le donazioni sono deducibili o detraibili, come trovate spiegato alla pagina: http://www.archiviodiari.it/donazioni.html . 

link utili: 
pagina del tesseramento 
modulo online per sottoscrivere la tessera 
modulo online per regalare la tessera 
modulo pdf tessera personale 
modulo pdf tessera in regalo 
hanno gia’ dichiarato la loro amicizia 


Non ci sono più … ma li si può ricordare

Non ci sono più

ma li si può ricordare


Persone conosciute
Politica
Cinema
Musica
Letteratura
SociologiaFilosofia

Psicanalisi


La radio e la memoria biografica dei post-sessantenni, di Paolo Ferrario

Gentile amico,
Muoversi Insieme la informa che è stato appena pubblicato un articolo su un tema di suo interesse:

06-10-2011
La radio e la memoria biografica dei post-sessantenni
In precedenti altri articoli il Magazine Muoversi Insieme di Stannah ha trattato il tema del creativo rapporto che si sta bilisce fra la prevecchiaia e le tecnologie che sono entrate a far parte della nostra quotidianità. Qui parleremo della radio e delle sue trasformazioni e uso per le persone che stanno trascorrendo questo arco di vita. Il maggior tempo disponibile, la valorizzazione dei ricordi e la possibilità di stabilire nuove forme di relazione sono importanti risorse in questi anni.Il maggior tempo disponibile, la valorizzazione dei ricordi e la possibilità di stabilire nuove forme di relazione sono importanti risorse in questi anni. Fin dagli anni ’30 lo studioso di storia dell’arte Rudolf Arnheim nel suo classico libro “La radio l’arte dell’ascolto” osservava con spirito profetico, che a questo oggetto tecnologico non manca niente…  >>


Le auguriamo una piacevole lettura!
Lo staff di Muoversinsieme.it

Il viaggio di Mario Perrotta tra i diari degli italiani, intervista di Alessandra Cicalini | Muoversi Insieme

vai a: Il viaggio di Mario Perrotta tra i diari degli italiani | Muoversi Insieme.


SCRIVERE I LUOGHI DELLA VITA: ESPRESSIONI DEL GENIUS LOCI, seminario di autoformazione a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia, LUA Libera Universita’ Autobiografia di Anghiari (Arezzo) – 28-30 Ottobre 2011

SCRIVERE I LUOGHI DELLA VITA: ESPRESSIONI DEL GENIUS LOCI

Seminario di autoformazione a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia

Luogo:  Anghiari (Arezzo), LUA – Libera Università dell’Autobiografia

Tempo: venerdì 28 ottobre, 15-18,30;  sabato 29 ottobre, 9-13, 14,30-18,30; domenica 30 Ottobre 2011, 9-12

I luoghi che abitiamo, assieme al tempo che stiamo percorrendo, sono elementi costitutivi di ogni esistenza.
Di essi abbiamo ricordi e rappresentazioni sensibili che si intrecciano con i diversi momenti delle nostre personali biografie.
Nella relazione che stabiliamo con un luogo si manifesta a livello individuale ed in modo ravvicinato il più ampio ed evolutivo rapporto fra la natura e la cultura, fra noi come soggetti e gli ambienti che ci hanno accolti ed ospitati.
Gli antichi elaboravano una forte immagine per evocare queste connessioni: quella del “Genius Loci”. Loro sapevano che ogni luogo custodisce un’anima. Genius Loci è il simbolo che la esprime ed è il genio protettore che, con forme e intensità storicamente e culturalmente variabili, racchiude la forza e lo spirito esistenti in ogni ambiente vissuto. Si tratta di un simbolo che rappresenta l’essenza, l’anima, la forza di un luogo. Per l’uomo greco accanto al Logos convive il Pathos: sono le emozioni che ci aiutano ad entrare in relazione con il mondo esterno e a farne esperienza vissuta.
Il nostro passaggio sulla terra, così affannosamente controllato dall’incalzante e rumoroso ritmo dei giorni e delle trasformazioni socioculturali, sta trascurando – se non cancellando – la capacità di scoprirlo, di percepirne la presenza, la magia ed essenza.
Eppure ci sono situazioni concrete nelle quali, improvvisamente, agisce dentro di noi il richiamo di qualcosa di profondo legato ad immagini provenienti dal nostro passato più antico. Una sollecitazione inattesa, un suono, un profumo, un’immagine, un sapore riportano alla luce ricordi e sensazioni della speciale relazione che ognuno di noi ha tra sé e il mondo.
È il segnale che il Genius Loci invia per rammentarci la sua presenza, affinchè la sua memoria non scompaia. Se perdiamo la facoltà di ascoltarlo, si allontanerà definitivamente, lasciandoci privi di un’identità e di una storia che da migliaia di anni attraversano il mondo e rendono fertili cultura e tradizioni.
I luoghi premono sui nostri sentimenti: ci emozionano, ci stupiscono, ci atterriscono, comunque ci cambiano.
La ricerca che il seminario propone è la ri-scoperta dei luoghi già dentro di noi, sopiti o un po’ dimenticati. Luoghi attraversati, esplorati, immaginati, vicini o lontani nel tempo. Una graduale marcia di avvicinamento alla nostra personale “topologia” con un cammino lento fatto di sguardo, ascolto e silenzio.
La scrittura autobiografica ci renderà possibile narrare e descrivere il nostro rapporto con lo spazio vissuto, sia esso quello più intimo legato alla risonanza delle percezioni sensoriali, sia esso quello più collettivo dato dal contatto e dal coinvolgimento con chi, come noi, abita la terra.
Costruiremo la nostra personale retrospettiva andando a cercare negli anfratti della memoria gli spazi significativi che disegnano la scenografia della nostra esistenza.
Un archivio di spazi-mondi metaforici o reali per raccontare punti di partenza, o di arrivo, o di svolta, ma comunque raffigurazioni dove la forza del Genius Loci, come scrive James Hillman, si lega alla profondità del sé e rende pertanto indimenticabili i passaggi salienti della nostra storia.
Ci aiuteranno a diventare “rabdomanti di luoghi” riflessioni e spunti evocativi suscitati da letture di brani letterari, immagini, frammenti di film, poesie, recite espressive, esempi di scritture creative.
Per sostenere le nostre narrazioni converrà portarci a corredo fotografie, stralci di diario, scritti sepolti nei cassetti, vecchie mappe di luoghi che ci hanno visto protagonisti della vita.

da Libera Universita’ Autobiografia – 28 ottobre 11 – P. Ferrario e L. Quaia – Scrivere i luoghi della vita: espressioni del Genius Loci


DUCCIO DEMETRIO LODE ALLA SCRITTURA, da Libera Universita’ Autobiografia

DUCCIO DEMETRIO
LODE ALLA SCRITTURA

Lo scritto, redatto in occasione del I Festival dell’Autobiografia di Anghiari, apparirà nel volume di imminente uscita “Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione“, Raffello Cortina, Milano 2011

Di seguito il testo integrale dell’intervento (14.000 battute) per leggerlo in rete. Per chi vuole leggerlo con calma off-line è possibile scaricalo nel formato classico pdf e per la prima volta in formato ePub per essere letto sui tablet.

per la lettura integrale vai a:  Libera Universita’ Autobiografia – Home Libera Università dell’Autobiografia

Oppure scarica Lode alla scrittura (formato pdf)

 


a cura di Diego Pastorino, Se potessi avere. Memorie degli italiani ai tempi della lira

la copertina del volumela copertina del volume
Se potessi avere. Memorie degli

italiani ai tempi della lira
Diego Pastorino (a cura di)
“Quello di tenere un diario
o di scrivere a una certa eta’
le proprie memorie
dovrebbe essere un dovere
imposto dallo Stato;
il materiale
che si sarebbe accumulato
dopo tre o quattro generazioni
avrebbe un valore inestimabile”

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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E’ con grande piacere che annuncio l’arrivo in Archivio – in libreria il 25 agosto – della quinta uscita della collana Storie italiane, edita da Il Mulino in collaborazione con l’Archivio diaristico. Il volume e’ a cura di Diego Pastorino e ha per titolo Se potessi avere. Memorie degli italiani ai tempi della lira.
Si tratta di un’antologia di 42 brani sulla lira appartenenti al fondo di Pieve, che nasce dalla rubrica Soldiario, ideata e gestita da Diego Pastorino, amico e collaboratore dell’Archivio dei diari prematuramente scomparso nel 2009. La scelta di brani autobiografici sulla presenza, più spesso sull’assenza, dei soldi nella vita quotidiana di molti italiani, era condotto dalla sottoscritta insieme con Bettina Piccinelli, una delle colonne della nostra istituzione, scomparsa nel 2007 all’eta’ di 69 anni. Il desiderio di trasformare in un libro queste narrazioni avvincenti aveva portato Diego Pastorino a suddividerle in capitoli dando al racconto un andamento cronologico che e’ stato rispettato.
Come ho avuto modo di raccontare a Pietro Clemente, che firma la bella prefazione al volume, lavorare a questo libro è stata per me un’azione struggente e consolatoria. Mi e’ sembrato di continuare a tenere il dialogo con i miei due cari amici, colleghi di avventure diaristiche, Bettina e Diego. In questo libro spero si possano leggere le tracce della loro passione per queste storie.
la scheda del volume

 


FOGLIE E RADICI DEL BOSCO NARRATIVO Laboratorio residenziale intensivo di scrittura, a cura di Leonora Cupane, Cefalù (PA), 24-28 agosto 2011

Anche quest’anno il Centro Studi Narrazione Le Città Invisibili organizza un laboratorio intensivo di scrittura in campagna, per poter conciliare un momento di assoluto relax e la passione per la scrittura. Cinque giorni, dal 24 al 28 agosto, nell’agriturismo Fattoria Pianetti (www.fattoriapianetti.com) , sulle Madonie, non lontano da Cefalù.

Grazie e buona estate

 

 

FOGLIE E RADICI DEL BOSCO NARRATIVO

Laboratorio residenziale intensivo di scrittura

 

Possiamo immaginare un “bosco narrativo” dentro di noi, composto da molteplici linguaggi dai timbri diversi, che come piante selvatiche inestricabilmente si intrecciano e fioriscono nella nostra scrittura. Essa, così come il bosco, ha una parte matura e rigogliosa, visibile (le foglie) e una parte invisibile, che pesca in giacimenti sotterranei (le radici). L’obiettivo del laboratorio sarà quindi provare a distinguere i differenti linguaggi che compongono il nostro personale bosco narrativo, imparando a curarne le foglie e a individuarne la radice, ovvero la fonte originaria della nostra scrittura, ciò che la rende unica e allo stesso tempo condivisibile, comunicabile.

 

Sperimenteremo fertili dialoghi fra la scrittura percettiva, la scrittura immaginativa, la scrittura autobiografica e la scrittura poetica, provando a individuare ogni volta la connessione con esperienze primarie e fondanti della nostra esistenza, e scoprendo quale fra queste piante  – linguaggi (la poesia, la descrizione, l’invenzione, l’autobiografia) abbia in noi la radice più profonda, quella che può nutrire con maggior forza il nostro albero di parole.

 

Infatti, alla radice del linguaggio poetico c’è il ritmo, che riporta alla matrice della vita, alle ninne nanne, all’essere cullati, al battito cardiaco materno; alla radice del linguaggio descrittivo -percettivo, con la sua concretezza e attenzione ai dettagli, ci sono la curiosità per il reale e la straordinaria capacità di stupore che caratterizzano l’infanzia; il linguaggio immaginativo ha la radice nella possibilità infantile di inventare mondi fantastici e di abitarvi pienamente; infine, il linguaggio autobiografico ha la radice nella naturale inclinazione dell’infanzia a filtrare tutta la realtà attraverso l’esperienza soggettiva, e nella potenza della sua memoria corporea e sensoriale. Come vediamo, è nella prima età della vita che possiamo collocare le radici delle nostre capacità espressive, ed è lì che riandremo con la memoria per provare a smuovere il terreno espressivo adulto e ridargli nuova linfa in modo che anche le foglie (le parole) ne vengano nutrite e brillino di luce diversa. 

 

Oltre a scrivere durante le ore centrali del giorno, faremo alcune esperienze di scrittura in orari particolari (la sera tardi, la mattina presto, al tramonto) per osservare come la variazione del clima, dell’atmosfera, i differenti rumori della campagna, corrispondano a variazioni nel tono emotivo dei testi prodotti, favorendo differenti accessi ai “giacimenti” interiori.

 

Il gruppo sarà strumento prezioso di lavoro grazie alla contaminazione fra le differenti voci, all’incrocio degli sguardi, alla condivisione.   

 

 

La sede del laboratorio è l’agriturismo Pianetti (www.fattoriapianetti.com) a 750 metri d’altezza nello splendido parco naturale delle Madonie, per unire scrittura a relax assoluto, fra pascoli e boschi di querce secolari.

 

Giorni e orari:

Mercoledì 24 agosto ore 17-20.30 e 22-23.00

Giovedì 25 agosto 10.00 – 13.30 e 16.30-20.30

Venerdì 26 agosto 7.30 -11.30, 16.30- 20.30

Sabato 27 agosto 16 -20.30 e 22-23.30

Domenica 28 agosto 9.30 – 13.30

 

 

Costo del laboratorio escluso il soggiorno: 200 euro

Costo:  420 euro, inclusa la pensione completa di 4 giorni in agriturismo.

 

Per informazioni e iscrizioni tel. 339-6587379 o 331 9182347, o rispondete a questa mail.

 

Il laboratorio sarà condotto da Leonora Cupane, formatrice specialista in metodologie di scrittura autobiografica, diplomata alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (www.lua.it). Conduce percorsi formativi sulla scrittura narrativa, autobiografica e poetica per studenti, docenti, operatori sociali, psicologi, e da anni tiene laboratori di scrittura di sé per anziani. E’ psicologa e svolge attività di sostegno e consulenza individuale e di coppia attraverso la scrittura. Sta seguendo la scuola di specializzazione in psicoterapia della Gestalt. E’ un’appassionata studiosa e cultrice di metodologie poeto-terapeutiche(poetry-therapy). Nel 2008 ha fondato a Palermo il Gruppo di Ricerca e Sperimentazione autobiografica poetica Narrantinversi”. Esegue lavori di revisione critica ed editing di saggi, racconti, romanzi e poesie. Ha scritto “Il corpo parlante: la poesia come pratica di cura autobiografica”, in “Attraversare la cura: strumenti, contesti e metodi della scrittura di sé”, di L. Formenti (a cura di), Erickson 2009.


Marco Presta e la vecchiaia… del maschio italiano! , articolo e intervista di Alessandra Cicalini, Muoversi Insieme – il Blogzine di Stannah

Marco Presta e la vecchiaia… del maschio italiano! 

È inutile cercare Marco Presta nel protagonista del suo romanzo Un calcio in bocca fa miracoli (a sinistra, la copertina del libro). Il popolare conduttore radiofonico, voce insostituibile, con quella di Antonello Dose, del Ruggito del Coniglio su Radiodue dai lontani anni Novanta, non nega, com’è ovvio, che c’è anche un po’ di lui nel bisbetico ultrasettantenne romano; ma c’è anche qualcosa di suo nonno, noto ladro compulsivo di penne come il suo personaggio, e, guarda un po’, anche di Enrico Vaime.    

segue qui:  —>

Muoversi Insieme – il Blogzine di Stannah.


Scrivere i luoghi della vita: espressioni del Genius Loci, seminario di autoformazione a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia – Libera Universita’ Autobiografia – 28 ottobre 2011

 Scrivere i luoghi della vita: espressioni del Genius Loci, seminario di autoformazione a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia – Libera Universita’ Autobiografia – 28 ottobre 2011


Seminario a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia 

SCRIVERE I LUOGHI DELLA VITA: ESPRESSIONI DEL GENIUS LOCI

I luoghi che abitiamo, assieme al tempo che stiamo percorrendo, sono elementi costitutivi di ogni esistenza.
Di essi abbiamo ricordi e rappresentazioni sensibili che si intrecciano con i diversi momenti delle nostre personali biografie.
Nella relazione che stabiliamo con un luogo si manifesta a livello individuale ed in modo ravvicinato il più ampio ed evolutivo rapporto fra la natura e la cultura, fra noi come soggetti e gli ambienti che ci hanno accolti ed ospitati.
Gli antichi elaboravano una forte immagine per evocare queste connessioni: quella del “Genius Loci”. Loro sapevano che ogni luogo custodisce un’anima. Genius Loci è il simbolo che la esprime ed è il genio protettore che, con forme e intensità storicamente e culturalmente variabili, racchiude la forza e lo spirito esistenti in ogni ambiente vissuto. Si tratta di un simbolo che rappresenta l’essenza, l’anima, la forza di un luogo. Per l’uomo greco accanto al Logos convive il Pathos: sono le emozioni che ci aiutano ad entrare in relazione con il mondo esterno e a farne esperienza vissuta.
Il nostro passaggio sulla terra, così affannosamente controllato dall’incalzante e rumoroso ritmo dei giorni e delle trasformazioni socioculturali, sta trascurando – se non cancellando – la capacità di scoprirlo, di percepirne la presenza, la magia ed essenza.
Eppure ci sono situazioni concrete nelle quali, improvvisamente, agisce dentro di noi il richiamo di qualcosa di profondo legato ad immagini provenienti dal nostro passato più antico. Una sollecitazione inattesa, un suono, un profumo, un’immagine, un sapore riportano alla luce ricordi e sensazioni della speciale relazione che ognuno di noi ha tra sé e il mondo.
È il segnale che il Genius Loci invia per rammentarci la sua presenza, affinchè la sua memoria non scompaia. Se perdiamo la facoltà di ascoltarlo, si allontanerà definitivamente, lasciandoci privi di un’identità e di una storia che da migliaia di anni attraversano il mondo e rendono fertili cultura e tradizioni.
I luoghi premono sui nostri sentimenti: ci emozionano, ci stupiscono, ci atterriscono, comunque ci cambiano.
La ricerca che il seminario propone è la ri-scoperta dei luoghi già dentro di noi, sopiti o un po’ dimenticati. Luoghi attraversati, esplorati, immaginati, vicini o lontani nel tempo. Una graduale marcia di avvicinamento alla nostra personale “topologia” con un cammino lento fatto di sguardo, ascolto e silenzio.
La scrittura autobiografica ci renderà possibile narrare e descrivere il nostro rapporto con lo spazio vissuto, sia esso quello più intimo legato alla risonanza delle percezioni sensoriali, sia esso quello più collettivo dato dal contatto e dal coinvolgimento con chi, come noi, abita la terra.
Costruiremo la nostra personale retrospettiva andando a cercare negli anfratti della memoria gli spazi significativi che disegnano la scenografia della nostra esistenza.
Un archivio di spazi-mondi metaforici o reali per raccontare punti di partenza, o di arrivo, o di svolta, ma comunque raffigurazioni dove la forza del Genius Loci, come scrive James Hillman, si lega alla profondità del sé e rende pertanto indimenticabili i passaggi salienti della nostra storia.
Ci aiuteranno a diventare “rabdomanti di luoghi” riflessioni e spunti evocativi suscitati da letture di brani letterari, immagini, frammenti di film, poesie, recite espressive, esempi di scritture creative.
Per sostenere le nostre narrazioni converrà portarci a corredo fotografie, stralci di diario, scritti sepolti nei cassetti, vecchie mappe di luoghi che ci hanno visto protagonisti della vita.

per iscrizione ed informazioni vai a: Libera Universita’ Autobiografia – 28 ottobre 11 – P. Ferrario e L. Quaia – Scrivere i luoghi della vita: espressioni del Genius Loci.


Biografilm Festival, Bologna 10-20 giugno 2011 | Il Cinema Racconta

Programma – Biografilm Festival.


Padova, è morto Guido Petter Psicologo ed ex partigiano

è morto a Dolo alle 16 di martedì Guido Petter. L’84enne ordinario di Psicologia dello sviluppo del Bo, ex partigiano, medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per i Benemeriti della cultura e dell’arte, era stato colpito da una grave emorragia cerebrale mentre partecipava ad una conferenza. Maestro di molte generazioni di psicologi italiani, autore di bellissime fiabe per bambini, Guido Petter era un accademico noto per gli studi e le ricerche nelle aree della percezione: ha curato la traduzione e diffusione del pensiero di Jean Piaget in Italia, ed ha compiuto numerose ricerche su temi dello sviluppo cognitivo, della psicologia dell’adolescenza, della genitorialità e della psicologia dell’educazione.

Il suo nome, però, è legato indissolubilmente anche al periodo nero del terrorismo. Il 9 maggio del 1979, infatti, il docente venne aggredito in città da alcuni esponenti di Autonomia Operaia. L’episodio è stato raccontato nel volume «I giorni dell’ombra» e da poco rievocato da Silvia Giralucci nel recentissimo libro L’inferno sono gli altri. Cercando mio padre, vittima delle Br, nella memoria divisa degli anni Settanta. Protagonista di quella aggressione a Petter Claudio Latino, poi arrestato anche nell’inchiesta sulle Nuove Br del 2007. Al capezzale di Petter si sono stretti i familiari e gli amici.

da: Padova, morto Petter Psicologo ed ex partigiano – Corriere del Veneto.


Simposio Accademia del Silenzio – Anghiari 10-11 giugno 2011

1° simposio nazionale
Per un Manifesto del Silenzio
10- 11 giugno 2011, Anghiari (AR).


Due giornate di incontro di parole sommesse con i relatori presenti sui temi che ci stanno a cuore.
Venerdì 10 a partire dalle 14.30 Duccio Demetrio e Nicoletta Polla Mattiot ci introdurranno ai lavori che proseguiranno con Roberto Mancini, Antonio Ria, Emanuela Mancino, Giampiero Comolli, Marco Dallari.
Saranno quindi attivati spazi di approfondimento per confronto e lavoro secondo tre dimensioni silenziose:
1 – Il silenzio personale con Duccio Demetrio
2 – Il silenzio sociale con Nicoletta Polla-Mattiot
3 – Il silenzio relazionale con Emanuela Mancino
Potremo quindi assistere alla proiezione del video: Lalla Romano. L’inverno in me, cenare al Castello di Sorci quindi addentrarci in una passeggiata notturna in Val sovara guidati da Andrea Possenti.

Il giorno dopo, sabato 11, riprenderemo i confronti nei gruppi, assisteremo ad una performance poetica a cura di Angelo Andreotti e Maria Grazia Comunale, conferiremo il Premio Accademia del silenzio a Città Slow e chiuderemo con la Lectio Magistralis di di Elena Loewenthal

Sul sito potete trovare il programma completo delle due giornate e scaricare la scheda di iscrizione da compilare ed inviare all’indirizzo silenzio@lua.it . Ricordatevi di scegliere il gruppo a cui volete partecipare. Vi aspettiamo numerosi!

Segnalate e diffondete questo messaggio, il 10 e 11 giugno vogliamo dare un segnale che la nostra idea è viva e vitale e che tante persone la condividono.
Abbiamo attivato un evento su Facebook e creato un account Twitter per darvi la possibilità di diffondere il nostro messaggio.


Calabresi Mario Cosa tiene accese le stelle Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro

«Una sera di novembre del 1955 mia nonna, che aveva quarant’anni, riconquistò la libertà e si sentì felice: aveva preso in mano un libro ed era riuscita a leggere qualche pagina prima di addormentarsi.» Di solito Maria, la nonna di Mario Calabresi, andava a letto esausta, dopo una giornata spesa a lavare montagne di lenzuola e pannolini. Quella sera, quella in cui per la prima volta aveva usato la lavatrice, è stata, nei suoi ricordi, lo spartiacque tra il prima e il dopo. Oltre mezzo secolo più tardi ci siamo quasi dimenticati di quelle conquiste vissute così straordinariamente; oggi, anzi, il nichilismo, la sfiducia, il fatalismo sono gli umori e i sentimenti più diffusi nel Paese: gli anziani hanno nostalgia del passato, i giovani si rassegnano alla mancanza di prospettive, ed è comune la convinzione di essere capitati a vivere nella stagione peggiore della nostra Storia.
Per definire questo malessere e capire quale sia la strada per uscirne, Calabresi ha ricomposto i frammenti di un tempo in cui si faceva fatica a vivere ma era sempre accesa una speranza, e di un presente così paralizzato da non riuscire a mettere a fuoco l’esempio di chi non ha mai smesso di credere nel futuro.
«Per riprendere coraggio, per trovare ossigeno, mi sono rimesso a viaggiare nella memoria. Chi lo fa si sente immediatamente più forte: se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi.» Un grande viaggio nel vissuto del nostro Paese attraverso le storie di chi – scienziati, artisti, imprenditori, giornalisti e persone comuni – è stato capace di inseguire i propri sogni, affrontando a testa alta le sfide collettive e individuali del mondo di oggi. C’è chi è riuscito a offrire una speranza per i malati incurabili, chi è diventato un prestigioso astronomo e spera ancora di vedere l’uomo su Marte, chi ha trasformato la sua tesi di laurea in un’azienda californiana di successo, e chi ha deciso di cambiare il proprio destino giocando l’unica carta a sua disposizione, lo studio. Per intuire che in mezzo allo sconforto diffuso la strada esiste, perché coltivando le proprie passioni non si rimane delusi e perché la libertà si conquista, anche, con la volontà. Per scoprire un giacimento di vita, energia e coraggio, un luogo in cui «le stelle si sono accese per guidare il cammino degli uomini, la loro fantasia, i loro sogni, per insegnarci a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio».

da: ITACALIBRI Cultura Cattolica – Cosa tiene accese le stelle – Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro – Calabresi Mario.


USCIRE DAL BOZZOLO Negli anni ’60 e ’70 le donne sono protagoniste di una rivoluzione di genere. Oggi si raccontano in un testo, frutto di una lunga ricerca Ad Anghiari, il 7 e l’8 Maggio, LIBERA UNIVERSITA’ DELL’AUTOBIOGRAFIA

USCIRE DAL BOZZOLO

Negli anni ’60 e ’70 le donne sono protagoniste di una rivoluzione di genere.

Oggi si raccontano in un testo, frutto di una lunga ricerca

Ad Anghiari, il 7 e l’8 Maggio

Negli anni Sessanta e Settanta, in un Paese che fino ad allora aveva sancito rigidamente ruoli sessuali e sociali ponendo vincoli alla loro libertà, le donne divengono protagoniste di una straordinaria rivoluzione di genere vissuta nelle più diverse dimensioni, dalla politica al rapporto di coppia, dalla cultura al lavoro, frantumando il “bozzolo” in cui le loro vite erano state rinchiuse.

Come li vedono oggi quelle giovani donne di allora?

Se ne parla ad Anghiari, in un convegno organizzato dalla Libera Università dell’Autobiografia, sabato 7 e domenica 8 Maggio al Teatro di Anghiari.

L’evento sarà aperto dall’onorevole Donella Mattesini, e da Stefania Bollettie sarà l’occasione per conoscere da vicino un lavoro di ricerca durato più di un anno.

Sono 126 le donne che in 10 città italiane, da Milano a Palermo, per un annohanno scritto e discusso su come stanno attraversando la loro “età matura”, e su come, e se, la ribellione di quegli anni possa gettare luce ancora oggi su una età da inventare, oltre nuovi copioni sociali.

Hanno scritto 900 testi autobiografici, un giacimento di storie, vissuti, riflessioni, sentimenti e scambi collettivi diventato una vera ricerca con le donne e sulle donne italiane che hanno cambiato le loro vite e con esse questo paese.

Attraverso la scrittura le donne hanno narrato cosa vuol dire per loro, adesso, autodeterminazione, liberazione, desiderio e quale responsabilità generazionale sentono verso le giovani di oggi.

La ricerca “ Re-inventare l’Età Matura” è stata sostenuta da enti pubblici, dallo SPI-CGIL, dalle stesse donne partecipanti ed è ora un libro, Molti modi di essere uniche, a cura di Barbara Mapelli, Lucia Portis, Susanna Ronconi, Stripes edizioni, Milano, che verrà presentato all’incontro.

Il 7 e 8 maggio, dunque, ad Anghiari, le donne ( e non solo!) si incontrano per rilanciare il loro presente, aprire al futuro e spiazzare ancora una volta nuovi e vecchi luoghi comuni.

Discutono con le donne presenti Anna Maria Crispino, Alba Orti, Marina Piazza, Grazia Zuffa.

Alle 18.30 per le strade e le piazze di Anghiari le donne dell’Associazione Donne di Carta daranno voce alle scritture delle protagoniste della ricerca.

Informazioni sul convegno: www.lua.itsegreteria@lua.it – tel. 0575 788847

Informazioni sulla ricerca: susanna.ronconi1@virgilio.it - tel. 339 4155985


SCRIVERE L’ESPERIENZA DI MALATTIA STRUMENTI E STRATEGIE OPERATIVE PER I PAZIENTI E PER I PROFESSIONISTI DELLA CURA, seminario a cura di Lucia Zannini e Micaela Castiglioni, Libera Università dell’Autobiografia, 5 – 7 maggio 2011

5 – 7 maggio 2011
seminario a cura di Lucia Zannini e Micaela Castiglioni

SCRIVERE L’ESPERIENZA DI MALATTIA
STRUMENTI E STRATEGIE OPERATIVE PER I PAZIENTI E PER I PROFESSIONISTI DELLA CURA

ABSTRACT
Da diversi anni la scrittura di sé viene utilizzata come terapia complementare nel trattamento di svariate malattie (therapeutic writing), soprattutto nell’ambito della cronicità. Alcuni studi documentano l’efficacia – e, in alcuni casi, anche i costi contenuti – della scrittura autobiografica nella riduzione di sintomi sia fisici, che psichici, di diverse malattie. Per questo motivo, nei contesti sanitari, alla scrittura viene spesso riconosciuto un carattere terapeutico.
La scrittura terapeutica di sé viene ormai utilizzata negli ambiti più disparati: da quello di chi vive l’esperienza della nascita (puerpere) a quello di chi si avvicina alla morte (pazienti terminali); da quello di chi vive l’esperienza della sofferenza psichica (pazienti con disturbi ansiosi o depressivi) a quello di chi è afflitto patologie fisiche anche gravi e invalidanti (artrite reumatoide, asma, diabete, solo per citarne alcune).
Il seminario, rivolto non solo a tutti i professionisti della cura (educatori, infermieri, medici, psicologi ecc.), ma anche ai pazienti, nonché ai loro caregivers e ai volontari, si propone di esplorare gli strumenti più adatti alle diverse tipologie di pazienti per attivare forme di scrittura terapeutica, a supporto delle terapie convenzionali.
Poiché non è possibile proporre la scrittura di sé senza averla prima sperimentata in prima persona, nel seminario verranno attivate alcune forme di scrittura da proporre poi, riadattandole, tanto agli operatori che ai pazienti, al fine di migliorare la qualità delle cure.

OBIETTIVI
Al termine del seminario i partecipanti saranno in grado di:

  • illustrare il senso generale delle pratiche autobiografiche nell’educazione in età adulta
  • connettere il lavoro autobiografico con le pratiche di cura di sè
  • illustrare la cornice all’interno della quale si collocano le pratiche di scrittura autobiografica nei contesti sociosanitari (medicina narrativa)
  • spiegare il significato che le pratiche autobiografiche hanno per i professionisti della cura (apprendimento riflessivo)
  • spiegare il significato che le pratiche autobiografiche hanno per i pazienti
  • utilizzare alcuni semplici strumenti per facilitare la scrittura autobiografica dei pazienti
  • abbozzare un progetto formativo/educativo basato sulla scrittura autobiografica, rivolto a pazienti

CONTENUTI SPECIFICI
Per raggiungere gli obiettivi sopra indicati, il seminario affronterà il tema dell’autobiografia in età adulta e illustrerà il modello della medicina narrativa. Verranno analizzate alcune modalità per attivare la scrittura con gli operatori sanitari. Verrà poi proposto un modello processuale per la scrittura dell’esperienza di malattia e verranno analizzati, mettendo in luce i pro e i contro, i diversi modelli operativi di scrittura di sé (scrittura proposta dall’operatore sanitario versus da un esperto esterno alla relazione terapeutica; lavoro individuale versus condivisione in gruppo). Verranno poi analizzate le differenti pratiche di scrittura dei pazienti, collegandole alle diverse esperienze di malattia per le quali sono più indicate. Saranno infine considerati alcuni effetti della scrittura su talune tipologie di pazienti, a partire da quanto documentato dalla letteratura internazionale.

INDICAZIONI METODOLOGICHE
Il seminario avrà carattere altamente interattivo. Sono previsti diversi esercizi di scrittura individuale e momenti di condivisione, sia a coppie che in gruppo.

DESTINATARI
Professionisti della cura  (medici, infermieri, fisioterapisti, educatori ecc.) e pazienti, nonché caregivers e volontari delle associazioni impegnate in ambito sociosanitario.
Non è necessario alcun prerequisito.

da: Libera Universita’ Autobiografia – 5 maggio 11 – L. Zannini e M. Castiglioni “Scrivere l’esperienza di malattia….


Per un Manifesto del Silenzio, 1° simposio nazionale, 10- 11 giugno 2011, Anghiari (AR)

1° simposio nazionale
Per un Manifesto del Silenzio
10- 11 giugno 2011, Anghiari (AR)

Programma

Venerdì 10, pomeriggio ore 14.30

LE VOCI DEL SILENZIO

Apertura dei lavori e presentazione di Accademia del Silenzio con Duccio Demetrio eNicoletta Polla-Mattiot
Roberto Mancini
Le culture del silenzio nelle culture della relazione.
Antonio Ria
Lalla Romano, L’inverno in me.
Cosimo Laneve
Fare silenzio nella scuola.
Giampiero Comolli
Pregare nel deserto. Meditare nella foresta. La ricerca del silenzio come via di salvezza.
Marco Dallari
In rispettoso e discreto silenzio. Percorsi per un sentimento dell’arte visiva.

Spazi di approfondimento: Le esperienze del silenzio

Gruppi di discussione, confronto e lavoro secondo tre dimensioni silenziose:

  • Il silenzio personale, Duccio Demetrio
  • Il silenzio sociale, Nicoletta Polla-Mattiot
  • Il silenzio relazionale, Emanuela Mancino

SABATO 11, mattina h 9.30

Proseguimento dei lavori dei gruppi e chiusura nel teatro di Anghiari

Conferimento del primo premio di Accademia del Silenzio a chi si è distinto per l’impegno sul territorio anti-rumore

Intervento magistrale di Elena LowenthalLe parole del silenzio

Informazioni e iscrizioni: silenzio@lua.it

Costo per la partecipazione al simposio: € 70,00 + Iscrizione Libera Università dell’Autobiografia (per chi non è ancora socio)

da: Simposio AdS | Accademia del Silenzio.


Re-inventare l’età matura, Convegno alla Libera Universita’ Autobiografia – 7-8 maggio 2011 – Anghiari

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Per scaricare e diffondere il volantino

PROGRAMMA

Sabato 7 maggio – Teatro di Anghiari
Ore 10.00 Benvenuto delle autorità locali, e saluti di Stefania Bolletti.
Intervento dell’On. Donella Mattesini
Ore 10.30 “La ricerca e i risultati” con Barbara Mapelli, Lucia Portis, Susanna Ronconi
Ore 11.30 Contributi dei gruppi di ricerca e interventi del pubblico
Pausa pranzo
Ore 14.30 Contributi dei gruppi di ricerca e interventi del pubblico
Pausa caffè
Ore 16.00 Dialoghi su Re-inventare l’età matura con Marina Piazza (sociologa fa parte del GRIFF, 
Grazia Zuffa (psicologa), Alba Orti (SPI CGIL Nazionale), 
Anna Maria Crispino (Redazione “Leggendaria”)
A seguire dibattito
Cena al Castello di Sorci
(l’adesione alla cena è facoltativa e comporta un supplemento di 20,00 €)
Ore 21.30 Nei vicoli e piazze di Anghiari performance Re-inventare l’età matura a cura del gruppo 
Donne di carta

Domenica 8 maggio – Teatro di Anghiari
Ore 9.30 “Nuovi bozzoli da rompere e nuove fuoriuscite da trovare”. 
Idee e proposte per il presente e per il futuro prossimo
Pausa caffè
Ore 12.00 Sessione plenaria conclusiva e arrivederci

Nelle due giornate del Convegno sarà allestito al Teatro uno Spazio multimediale e interattivo

Negli anni Sessanta e Settanta, molte di noi, allora ragazze e giovani donne, furono protagoniste di uno straordinario momento di cambiamento, una “rivoluzione di genere” vissuta nelle più diverse dimensioni e modi.
Questo ha portato con sé la necessità di una ricostruzione personale, di forme alternative nelle relazioni, un ripensarsi come donne al di fuori dei copioni sociali. Per tale generazione di donne (e dopo di essa per le altre) nulla è più stato come prima e ora si trova a inventare la propria età matura.
Come stanno invecchiando oggi le ragazze ribelli di allora? Attorno a questa domanda 126 donne in 10 città italiane hanno cercato risposte attraverso la scrittura autobiografica individuale e il dialogo collettivo.

Per informazioni:
Segreteria Libera Università dell’Autobiografia: Renato Li Vigni, Piazza del Popolo, 5 – 52031 Anghiari (AR) – 0575/788847 (voce e fax) – mail: segreteria@lua.it
web: www.lua.it/re-inventare/

Quota per la partecipazione al Convegno 30,00 € (la cena di sabato 7 maggio è facoltativa e comporta un supplemento di 20,00 €)

da: Libera Universita’ Autobiografia – 7-8 maggio 2011 – Anghiari – Convegno Re-inventare l’età matura.


Leonora Cupane, PRENDERSI CURA DEI CHIAROSCURI- LA POESIA COME ARMONIA DEI CONTRASTI La Spezia, 27-29 maggio 2011

PRENDERSI CURA DEI CHIAROSCURI- LA POESIA COME ARMONIA DEI CONTRASTI
La Spezia, 27-29 maggio 2011
Laboratorio intensivo di scrittura autobiografica poetica a cura di leonora Cupane, specialista in metodologie autobiografiche diplomata alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari ed esperta in poetry therapy

La poesia è un linguaggio “che cura”, perché riesce a ricomporre in una totalità armonica corpo e mente, parola e silenzio, pieno e vuoto, libertà e ordine, profondità e superficie, vicino e lontano, io e mondo, e ogni altra polarità alla base della nostra vita: ciò non in virtù di fenomeni misteriosi e insondabili, ma tramite gli strumenti specifici di cui essa è dotata (ritmo, musicalità, metafore e similitudini, assonanze e rime, ossimori, sinestesie…) la cui caratteristica comune è quella di trasformare creativamente i conflitti, costruendo incessantemente ponti tra elementi diversi, lontani, opposti, e rivelando fra essi parentele e somiglianze nascoste, profonde: la “struttura che connette” di cui parla Gregory Bateson.
In questo laboratorio proveremo a raccontarci, a scrivere delle “polarità” che caratterizzano la nostra esistenza e il nostro modo di essere, sperimentando i molti modi attraverso cui il linguaggio poetico può aiutarci a riconnetterle. Trasformeremo i contrasti in chiaroscuri preziosi che daranno profondità e leggerezza alle nostre scritture.

Date: 27, 28, 29 maggio 2011

Orari: 27 maggio, venerdì: 15.30 – 19.30
28 maggio, sabato: 10-13.30 e 15-19.00
29 maggio, domenica: 9.30-13.30

Costo: 110 euro. Per chi ha partecipato al laboratorio di Genova di marzo 2011: 100 euro.

Numero massimo di partecipanti: 18.

Per informazioni e /o iscrizioni:
Alfonso Pierro, tel. 347-7586789
mail: baol1983@libero.it


Paolo Ferrario, Diventare lettori “adolescenti” in prevecchia | in Muoversi Insieme

Sappiamo che la lettura ci accompagna tutta la vita e che in ogni età ha compiti evolutivi diversi nella formazione del sé. Durante l’infanzia prevale il rapporto con le fiabe, che, come ci insegna Bruno Bettelheim, sono un prezioso materiale fantastico per placare le inquietudini e le paure dei bambini. Nella prima adolescenza tende a emergere il bisogno di esplorare il mondo, di provare sensazioni forti ma controllate e di cercare storie che consentano di identificare se stessi nei processi di crescita: esemplari sono “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, o (in chiave più familiare) “Cuore” di Edmondo De Amicis.
Durante la tarda adolescenza e la giovinezza, la lettura si orienta sempre più verso la formazione professionale e il lavoro. Quindi si scelgono autori e generi letterari sempre più specializzati e aderenti ai propri processi cognitivi e di valore. Nell’età adulta il libro è goduto nei momenti di pausa, durante le vacanze o comunque quando l’attività lavorativa si sospende e c’è tempo libero disponibile. Anche in questi anni prevale la propensione alla lettura di testi di saggistica specializzata e di quegli autori che sono diventati progressivamente “compagni di viaggio.
In prevecchiaia, finalmente potremmo dire, la lettura torna a essere un mondo da esplorare e indagare in una prospettiva più libera ed esplorativa

l’intero articolo qui: Paolo Ferrario, Elogio della lettura, un piacere “over 60” | Muoversi Insieme


LUA libera università dell’autobiografia di Anghiari, seminari aprile maggio 2011

Seminari 2011.
Alla pagina sottostante potete trovare l’elenco completo
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=category&sectionid=4&id=13&Itemid=36
Le iscrizioni sono aperte basta collegarsi alla pagina con il modulo di iscrizione:
http://www.lua.it/index.php?option=com_performs&formid=3

29 aprile – A. Ascari e B. Carmellini – Anche le cose si raccontano…
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1798&Itemid=36
29 aprile – Maria Rosaria Baldin – Altrodame: scrivere l’altro per trovare se stessi
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1799&Itemid=36
5 maggio – L. Zannini e M. Castiglioni “Scrivere l’esperienza di malattia…
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1800&Itemid=36
3 giugno – Emanuela Mancino “Mostrare un racconto in-visibile”
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1801&Itemid=36
3 giugno – Fabio D’Andrea “Riconoscere il mito”
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1802&Itemid=36

Nostos –> Luoghi e spazi di vita –> “L’accoglienza nelle comunità” di Giorgio Macario
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2029&Itemid=106&limit=1&limitstart=0

Nostos –> Anziani –> La scrittura degli anziani come momento di incontro tra culture.
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2019&Itemid=80


MEMORIE DEL PRESENTE, se ne discute ad Anghiari il 15 e 16 Aprile in un Simposio organizzato dalla Libera Università dell’Autobiografia, che avrà inizio venerdì 15 alle 14.30 in Sala Audiovisivi

Memorie del Presente

Le memorie personali e quelle collettive non solo generano apprendimento, ma anche dialoghi: se ne discute ad Anghiari  il 15 e 16 Aprile in un Simposio organizzato dalla Libera Università dell’Autobiografia, che avrà inizio venerdì 15 alle 14.30 in Sala Audiovisivi.

Fin dalla sua nascita, undici anni fa, la Libera Università dell’Autobiografia ha incentrato la sua attività attorno alla cultura della memoria, quella delle singole persone, ma anche delle comunità, dedicando quindi attenzione alla dimensione sociale delle singole storie di vita, di quelle corali di gruppi, di quelle dei territori,  riconoscendo come valore fondamentale la reciprocità  che avviene nello scambio narrativo, fatto di racconto in prima persona e di ascolto.

Negli anni si sono moltiplicati in tutta Italia gli interventi, i progetti, le azioni narrative promosse dalla LUA che hanno coinvolto cittadini, gruppi, realtà locali in una pratica di protagonismo e di contaminazione sociale.

Una pratica consolidata, quella della Libera Università dell’Autobiografia, ma che si trova davanti a sempre nuove sfide e non può mai smettere di interrogarsi sui propri fini, le propri metodologie, gli esiti.

Il convegno vuole allora essere un momento di acquisizione e scambio di stimoli teorici, politici e metodologici multidisciplinari attorno al nodo di quale sia e possa essere, nelle nostre realtà sociali, il valore d’uso più utile, appropriato e democratico dello scambio narrativo: quello tra generazioni, quello tra generi, quello tra diverse appartenenze culturali, quello che avviene nei luoghi (città, paesi, quartieri).

In tempi di identità che tendono spesso a “barricarsi”, a definirsi “contro”, più che a desiderare il confronto e l’apertura all’altro, la narrazione e il lavoro della memoria non possono non accettare la sfida della relazione, della curiosità e dello scambio. Questo rende possibile accrescere la capacità di conoscere i territori che si abitano e di intervenire nelle dinamiche sociali per promuovere e facilitare comunicazione, solidarietà e partecipazione.

A distanza di undici anni dalla sua nascita, la Libera organizza quindi un momento di riflessione sul tema delle memorie del presente, con la presenza di studiosi provenienti da università italiane e istituzioni culturali, tra queste anche l’Archivio Diaristico Nazionale.

L’incontro, che avrà inizio venerdì 15 alle 14.30 in Sala Audiovisivi, si aprirà con un intervento di Duccio Demetrio e una riflessione sulle Politiche della memoria di Gian Bruno Ravenni, Coordinatore dell’Area Culturale della Regione Toscana. Per il sabato mattina  sono invece previsti dei lavori in gruppo sui temi del dialogo tra generi, tra generazioni, tra differenze culturale e tra paesi della memoria.

Per informazioni e iscrizioni ci si può rivolgere alla Segreteria della Libera Università dell’Autobiografia, 0575788847.


Maria Ermelinda De Carlo, Autobiografie allo specchio. Strumenti metodologici del ri-leggersi tra educazione degli adulti e narratologia

Autobiografie allo specchio. Strumenti metodologici del ri-leggersi tra educazione degli adulti e narratologia
Autori e curatori: Maria Ermelinda De Carlo
Contributi: Federico Batini, Viviana Colapietro
Collana: Scienze della formazione – Ricerche
Argomenti: LetteraturaFormazione professionale e degli adulti
Livello: Studi, ricerche
Dati: pp. 144,     1a edizione  2010  (Cod.292.2.115)
Autobiografie allo specchio. Strumenti metodologici del ri-leggersi tra educazione degli adulti e narratologia
Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 17,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856817423
Tipologia: E-book
Prezzo: € 14,00
Possibilità di stampa: No
Possibilità di copia: No
Possibilità di annotazione: Si
Portabilità: Si
Ottimizzazione: per PC, Mac, NoteBook, NetBook
Codice ISBN 13: 9788856826005
Formato: PDF per Digital Editions
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In breve Attraverso gli strumenti della narratologia applicati alle scritture autobiografiche, il volume propone un lavoro di analisi, di osservazione ermeneutica e di ricerca interpretativa che intende cogliere riferimenti, episodi, espressioni, parole che rivelano parte del mondo adulto tra illusioni e verità, tra tempo e spazio.
Presentazione
del volume:
Scrivere di Sé non basta per comprendersi, occorre imparare (nel senso di learn to learn) a ri-leggere il copione della propria vita, nello speciale tentativo di apprendere qualcosa in più di sé e dei propri percorsi di apprendimento.
Attraverso gli strumenti della narratologia applicati alle scritture autobiografiche, frutto di sfoghi di soggetti adulti realizzati in laboratori universitari, si propone un lavoro di analisi, di osservazione ermeneutica e di ricerca interpretativa che intende cogliere riferimenti, episodi, espressioni, parole che rivelano parte del mondo adulto tra illusioni e verità, tra tempo e spazio. I procedimenti narrativi, infatti, nascondono, ma solo apparentemente, quelli cognitivi ed emotivi, così chi scrive dice sempre più cose di quanto crede.
Le modalità di scrittura, le scelte linguistiche, le forme espositive, le strategie narrative non sono mai casuali, ma rivelano filosofie di vita, storie di esistenze, sfondi emozionali unici, come unico è il soggetto adulto che si racconta.

Maria Ermelinda De Carlo collabora con la cattedra di Educazione degli Adulti presso l’Università del Salento, dove ha un contratto come esperta dell’area della metodologia della ricerca qualitativa nei processi di formazione in età adulta con particolare riferimento agli strumenti autobiografici applicabili e sperimentabili nei percorsi di lifelong learning. Dottore di ricerca in Italianistica, si è specializzata sul genere autobiografico nei processi formativi dei soggetti adulti. Tra i suoi scritti: “Auto-blog-grafia: la nuova frontiera della formazione informale”, LLL Focus on Lifelong Lifewide Learning, 2009; “L’emozione dell’apprendere in età adulta all’Università” in Alberici A., Catarsi E., Colapietro V. e Loiodice I. (a c.) (2007), Adulti e Università: sfide ed innovazioni nella formazione universitaria e continua, FrancoAngeli, Milano; “Un tutor di formazione per studenti adulti: accoglienza, orientamento e risorsa” e “Gli studenti adulti raccontano se stessi e la loro Università” in Alberici A. (a c.) (2007), Adulti ed università. Accogliere ed orientare nei nuovi corsi di laurea, Anicia, Roma; “Nuove prospettive di ricerca: ildentro e il fuori delle narrazioni”, I quaderni di m@gm@. Narrazione ed empowerment, n. 1, 2007.

Indice:
Federico Batini, Presentazione
Viviana Colapietro, Introduzione
Premessa. Il perché di una ricerca comparativa tra educazione de­gli adulti e narratologia
La consapevolezza di dover apparire per vivere e l’illusione di scrivere per poter essere
La competenza di ri-leggerSi per ri-conoscerSi: i modelli ermeneutici
(Il ritrovamento dell’io nel tu: Dilthey (1833-1911); Il progettarsi-in-avanti in vista di se stesso: Heidegger (1889-1976); Il testo come gomitolo di interpretazioni possibili: Gadamer (1900-2002); Il senso nascosto nel senso apparente: Ricoeur (1913-2005) )
Autobiografie allo specchio: il personaggio adulto
(Le isotopie della narratologia nelle autobiografie dell’età adulta)
Strumenti di analisi narratologica applicati al metodo formativo autobiografico dell’educazione degli adulti
(L’angolazione antropologica; L’angolazione funzionale; L’angolazione tensionale)
I luoghi e i non luoghi nel tempo dell’io e nelle scritture autobiografiche Ri-scoprirsi attraverso l’intruso
Riferimenti bibliografici

da: Autobiografie allo specchio. Strumenti metodologici del ri-leggersi tra educazione degli adulti e narratologia.


Debutta al Teatro Pietro Aretino lo spettacolo “Il paese dei diari”, scritto e diretto da Mario Perrotta a partire dal suo romanzo omonimo, edito da Terre di mezzo, Archivio dei diari di Pieve (Arezzo)

Debutta al Teatro Pietro Aretino lo spettacolo “Il paese dei diari”, scritto e diretto da Mario Perrotta a partire dal suo romanzo omonimo, edito da Terre di mezzo. In scena lo stesso Perrotta con Paola Roscioli. Appuntamento ad Arezzo giovedì 24 marzo 2011 alle ore 21,00.

Nel 1984 Saverio Tutino ha ideato e fondato un archivio per raccogliere la memoria dell’Italia e degli italiani. In venti anni si sono accumulati negli scaffali di Pieve Santo Stefano taccuini dalle trincee di guerra, lettere di emigranti, racconti d’amore e di lavoro, gioie e sofferenze, storie antiche e moderne che parlano di due secoli di Storia.

Nel 2009 Mario Perrotta racconta l’Archivio dei diari in un romanzo pubblicato da Terre di mezzo con il titolo “Il paese dei diari”. Affascinato dall’idea che queste storie siano in qualche modo costrette a convivere, una appiccicata all’altra, seguendo un ordine casuale nella disposizione fisica del sistema di inventariazione adottato. Accostamenti improbabili, tasselli unici di un mosaico collettivo, i diari che Saverio Tutino ha ospitato nelle stanze dell’Archivio di Pieve, presi singolarmente sono mondi da scoprire, presi collettivamente ci parlano di Unita’ d’Italia in modo non scontato. Come racconta lo stesso Perrotta:

“Tu prova a pensare cosa, di anno in anno, stava accadendo su quegli scaffali. Se e’ vero che il criterio scelto consentiva di tenere un ordine formale, dal punto di vista del contenuto era un vero manicomio. Altro che generazioni di appartenenza o argomenti dei diari: qui saltava tutto per aria, poiché nello stesso anno potevi ritrovarti un garibaldino scoperto dal pronipote in una cassapanca della soffitta, accanto a una proto-leghista degli anni ’80 che racconta i suoi pellegrinaggi alla fonte del Po – uno aveva unito l’Italia e l’altra la voleva dividere. O, peggio, le confessioni di una adolescenza fatta di oniriche fantasie sensuali e sessuali accanto all’inesorabile desiderio di castità di una promessa suora. Insomma, potevi trovare accostamenti assurdi su quegli scaffali, sia per epoche che per tematiche, gente costretta alla convivenza forzata, gomito a gomito, con chi nella vita fatta di carne e di ossa, avrebbero evitato volentieri o non avrebbero mai potuto incontrare.
Saverio, aveva continuato a catalogare i diari in quel modo – che era l’unico modo apparentemente sensato – ma, più tempo passava, più si rendeva conto di quello stridore: bastava ripassare lo sguardo su quegli scaffali per sentirlo realmente il rumore che facevano quei diari accozzati così.”

Nasce cosi il libro di Mario Perrotta che è già nel suo impianto narrativo un racconto orale pensato per essere detto. Oggi “Il paese dei diari” trova spazio su un palcoscenico, il luogo più congeniale a Perrotta per narrare storie. Un libro e ora uno spettacolo che è un vero omaggio alla memoria. A conclusione dello spettacolo, come una sorta di fuori programma, Paola Roscioli e Mario Perrotta leggeranno brani dei diari di Pieve, scelti a sorpresa in base al luogo che ospita la replica, ai diaristi che li sono nati o hanno vissuto. Sarà un modo per valorizzare altre storie conservate nelle stanze di Pieve, un ulteriore legame con i diaristi o i loro parenti, un’idea per rendere lo spettacolo ogni volta diverso.

Per l’Archivio dei diari il primo esperimento di produzione teatrale realizzato insieme con Biografilm Festival di Bologna, un’interessante realtà che con questa coproduzione segna l’avvio di una stretta collaborazione con la Fondazione di Pieve.

Lo spettacolo è sostenuto dal Comune di Arezzo che ha un’attenzione particolare da sempre alla produzione teatrale di Mario Perrotta, dalla Banca di Anghiari e Stia che lo ospiterà in un evento ad Anghiari in estate, da Unicoop Firenze e dalle due regioni Emilia-Romagna e Toscana. Alle date di Arezzo, Bologna, Anghiari, seguirà una tournée che porterà lo spettacolo in giro per la penisola e oltre, passando ovviamente dal Premio Pieve nella prossima edizione di settembre.

Una pagina del sito dell’Archivio è dedicata allo spettacolo: da qui sarà possibile scaricare i vari materiali, come la scheda e locandina in pdf, le foto di scena, i loghi degli sponsor e avere un aggiornamento costante sul calendario delle date:
http://www.facebook.com/l/d2b5e3RimmXHU2-c4D3MxPCiQJg/www.archiviodiari.it/ilpaesedeidiari.html

Un saluto dall’Archivio dei diari


Magistrati: biografie professionali di Ilda Boccassini, Pietro Forno, Antonio Sangermano

Ilda Boccassini, napoletana, 61 anni, è procuratore aggiunto e capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano dal maggio 2009. Come responsabile della Dda segue il caso Ruby da quando Antonio Sangermano è entrato a far parte dell’Antimafia milanese. Per tutti è “Ilda la Rossa”, appellativo nato dal colore dei suoi capelli ma che i suoi dei detrattori legano alle inchieste che ha condotto contro il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Da più di trent’anni si occupa di criminalità organizzata. Tra il 1989 e il 1990 è sua l’inchiesta sulla “Duomo connection”, che svela per la prima volta le infiltrazioni mafiose a Milano. Le indagini vengono compiute dai carabinieri del capitano Sergio De Caprio, il capitano Ultimo, che qualche anno dopo arresterà il capo della mafia, Totò Riina. È con la “Duomo connection” che Ilda Boccassini entra in contatto con Giovanni Falcone.

Così, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio dove Falcone e Paolo Borsellino perdono la vita, la Boccassini si fa trasferire a Caltanissetta e per due anni partecipa alle indagini che portano alla scoperta di mandanti ed esecutori delle stragi. Con Ultimo collabora alla cattura di Riina. Quando nel 1994 torna a Milano, entra nel pool Mani pulite prendendo il posto di Antonio Di Pietro. È in quell’anno che incontra per la prima volta sulla sua strada il nome di Berlusconi. Le sue inchieste portano in breve ai processi Sme e Imi-Sir. Dal 2004 le sue indagini puntano sull’antiterrorismo, e nel 2007 portano all’arresto di 15 appartenenti a Seconda posizione, ala movimentista delle Nuove brigate rosse. L’organizzazione stava preparando alcuni attentati contro persone a aziende nel Nord Italia: nel mirino c’era anche una delle abitazioni di Berlusconi. L’ultima inchiesta, l’anno scorso, ha portato all’arresto in Lombardia di 175 persone accusate di appartenere alla ’Ndrangheta, svelando la presenza radicata delle organizzazioni criminali calabresi nel Nord Italia.

Pietro Forno, piemontese, 65 anni, è un magistrato assai noto a Milano. Dal 2009 è procuratore aggiunto e, salvo una breve parentesi a Torino tra il 2005 e il 2009, ha svolto quasi tutta la sua carriera nel capoluogo lombardo. Vicino a Magistratura democratica, ma non iscritto, ha la passione per la montagna e lo scialpinismo. Negli anni 70 e 80 ha condotto alcune delle più importanti inchieste sul terrorismo di destra e di sinistra. Quelle sui Nuclei armati rivoluzionari di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, quelle su Prima linea e, infine, sui Proletari armati per il comunismo di Cesare Battisti. Fu lui nel 1981 a firmare, come giudice istruttore, l’ordinanza di arresto di Battisti e di altri terroristi per gli omicidi del gioielliere Pierluigi Torregiani e del macellaio Lino Sabbadin. I colleghi della procura di Milano si sono sempre fidati di Forno. A tal punto che Gherardo Colombo e Giuliano Turone, i magistrati che nel marzo 1981 scoprirono le liste della loggia segreta P2 di Licio Gelli, nascosero in uno dei suoi fascicoli una copia degli elenchi dei mille affiliati all’organizzazione segreta.

Forno ha anche indagato sulla setta Scientology e sul filosofo Armando Verdiglione. Dal 1992 inizia a occuparsi di reati a sfondo sessuale e di pedofilia, creando un pool di investigatori specializzati, il primo in Italia. Ma finisce nell’occhio del ciclone nel dicembre 2000, dopo aver fatto arrestare un tassista milanese accusato di violenze sussuali sulla figlia. Un pm lo sostituisce in dibattimento e nella requisitoria demolisce il metodo utilizzato da Forno per costruire l’accusa, chiedendo l’assoluzione dell’imputato, rimasto nel frattempo due anni e mezzo in carcere. Dopo il proscioglimento del tassista, Forno chiede di essere trasferito a Torino. Vi resta fino a due anni fa, quando l’allora procuratore capo Manlio Minale gli affida il coordinamento del terzo dipartimento, quello che si occupa di reati a sfondo sessuale.

Antonio Sangermano, fiorentino, 46 anni, è il più giovane dei tre magistrati del caso Ruby. Laurea in giurisprudenza nel 1989, un master in diritto tributario e contabilità fiscale delle imprese alla Luiss di Roma, è entrato in magistratura nel 1995. Da giovanissimo lavora alla procura della Repubblica di Patti, poi viene applicato alla Direzione distrettuale antimafia di Messina. All’inizio del 1999 passa alla procura di Vercelli, dove segue numerose inchieste di droga e pedofilia. Approda poi a Milano, dove entra a far parte del pool di magistrati sui reati sessuali guidato dal procuratore aggiunto Forno. Sangermano non si occupa però soltanto di questo. È sua l’inchiesta sul racket delle case popolari a Quarto Oggiaro e Niguarda, due quartieri della periferia di Milano, dove un’organizzazione permetteva di occupare illegalmente le case popolari dietro pagamento di “obolo” tra i 500 e  i 2.500 euro. L’inchiesta nasce da una denuncia dell’associazione Sos racket e usura.

Nel 2010 è ancora Sangermano a chiedere l’arresto di Francesco Tadini, un noto gallerista milanese, figlio dell’artista Emilio Tadini, accusato di aver avuto rapporti sessuali con una 15enne e di detenzione di materiale pedopornografico. Sempre Sangermano porta a processo l’imprenditore Stefano Savasta, accusato dell’omicidio del suo collega e rivale in amore Stefano Cerri, il cui corpo non è mai stato ritrovato. Nel luglio 2010, mentre comincia a occuparsi del caso Ruby, chiede il rinvio a giudizio di 23 persone accusate di contrabbando di sigarette a livello internazionale per un valore di dieci milioni di euro.

da: Caso Ruby, stralcio e processo immediato per Berlusconi. Il ritratto dei tre pm – di Angelo Mincuzzi Il Sole 24 ORE.


LUA libera università dell’autobiografia


Riprendiamo le segnalazioni delle attività che fanno ricca la nostra Associazione.

Alla fine dell’anno 2010 avevamo annunciato la nascita dell’Accademia del silenzio. Non potevamo immaginare che l’iniziativa  avesse tanto successo. Ringraziamo tutti coloro che hanno aderito, circa 300 persone hanno lasciato un messaggio sulla bacheca del sito:
Tanti commenti agli articoli e record di accessi. Più di 4000 in 10 giorni.
L’indirizzo dell’Accademia del Silenzio è
http://www.lua.it/accademiasilenzio/

Altra novità sul sito è il nuovo blog del progetto Re-inventare l’età matura con interventi e anticipazioni di quello che sarà il libro che verrà pubblicato a breve. L’indirizzo è:
http://www.lua.it/re-inventare/

Sono state inserite sul sito le schede esplicative dei seminari 2011. Le iscrizioni sono aperte basta collegarsi alla pagina on il modulo di iscrizione:
http://www.lua.it/index.php?option=com_performs&formid=3

I seminari sono molti, interessanti e i temi proposti abbracciano un ampio campo di argomenti, pur restando aderenti alla scrittura autobiografica.
Cominciate a consultare il calendario e prevedete per il 2011 una visita ad Anghiari.
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=category&sectionid=4&id=13&Itemid=36

I primi seminari sono:
4 marzo 11 –> Sergio Perdonati –> Immagin-Azione, dalla scrittura al video
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1883&Itemid=36
4 marzo 2011 – Sonia Scarpante – Non avere paura. Scrivere per curarsi
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1790&Itemid=36
11 marzo 2011 – Cristiano Cassani – La parola che parla. Scrivere, dire, convenire (1)
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1678&Itemid=36
18 marzo 2011 – Maria Varano – Nuove fiabe autobiografiche: seminario di approfondimento
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1792&Itemid=36
18 marzo 11 – Luisa Mattia – Autobiografia dei bambini. E tu chi sei?
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1793&Itemid=36

Pubblicazioni –> Consigli di lettura –> Francesco Guccini – “Non so che viso avesse” consigliato da Giorgio Macario
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1885&Itemid=109
Pubblicazioni –> Consigli di lettura –> Massimo Minella – “Il Console. Paride Batini: la sua vita, il suo porto” consigliato da Giorgio Macario
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1877&Itemid=109

Nei giorni dal 13 al 17 gennaio  si terranno ad Anghiari il secondo laboratorio dei corsi di secondo livello Agorà e Taeis heauton ed inizierà con il  primo laboratorio il corso di secondo livello Morphosis. Le schede sul sito.
La settimana successiva prenderà il via il corso Mimesis, informazioni sul sito, e il 27 gennaio inizierà per 52 nuovi corsisti l’undicesima edizione della Scuola triennale.
Tutte le informazioni sul sito.
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=category&sectionid=10&id=120&Itemid=119

Notizie –> Galleria Audio e Video –> 27 dicembre 2010 – Radio Svizzera Italiana Rete Due – Incontri con Duccio Demetrio
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1886&Itemid=75

Continua la segnalazione delle tesi di laurea alla pagina:
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=category&sectionid=9&id=135&Itemid=137

Ed ora le nuove notizie in giro per l’Italia che potrete trovare nella sezione
Notizie –> Ultime Notizie
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=category&sectionid=1&id=1
Pistoia – Corso scrittura – aperte le iscrizioni
Anghiari (AR) – Locanda del viandante, Eventi gennaio/marzo
7 gennaio – Anghiari (AR) – Concerto
10 gennaio – Sandrigo (VI) – Laboratorio autobiografico
12 gennaio – Firenze – Laboratorio autobiografico
15 gennaio – Foligno – Presentazione libro
22 gennaio – Anghiari (AR) – Concerto

Le notizie dei giorni e dei mesi precedenti possono essere ancora consultate nell’archivio delle notizie.
Notizie –> Archivio Notizie
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=section&id=8&Itemid=76

Calendario di tutti gli appuntamenti delle attività organizzate, patrocinate o segnalate dalla Libera Università, per avere una visione globale delle nostre iniziative.
http://www.lua.it/archivioSito/angh/calendario.html


Scuola di autobiografia a cura di Duccio Demetrio, Casa della Cultura, Milano

Scuola di autobiografia

a cura di

Duccio Demetrio

Università degli Studi di Milano-Bicocca

Edizione 2011

Scrivere la propria vita

Verità, epos e autofinzione nel racconto autobiografico

Cinque incontri di iniziazione alla scrittura di sé

con Duccio Demetrio

tutor Rosaria Violi

FEBBRAIO 1) lunedì 14 ore 17/20

Il racconto delle origini: le prime immagini

2) lunedì 21 ore 17/20

Il racconto delle iniziazioni alla vita: i passaggi fatali

MARZO 3) mercoledì 23 ore 17/20

Il racconto delle epiche collettive: le condivisioni

4) mercoledì 30 ore 17/20

Il racconto di finzione: reimmaginare l’esistenza

APRILE 5) mercoledì 13 ore 17/20

Le poetiche dell’io fingitore: con F. Pessoa

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Posti disponibili 30. Quota di partecipazione 150 euro (120 per soci con tessera 2010/2011)

Iscrizioni entro il 4 febbraio

Per eventuale bonifico codice IBAN IT 75 C030 6909 4830 0000 8556 131

inviando e-mail di conferma a info@casadellacultura.it


Seminari 2011, Libera Universita’ Autobiografia

Titolo Visite
4 marzo 11 – Sonia Scarpante – Non avere paura. Scrivere per curarsi 168
11 marzo 11 – Cristiano Cassani – La parola che parla. Scrivere, dire, convenire (1) 791
18 marzo 11 – Maria Varano – Nuove fiabe autobiografiche: seminario di approfondimento 102
18 marzo 11 – Luisa Mattia – Autobiografia dei bambini. E tu chi sei? 102
1 aprile 11 – Marco Deriu – La vela di Ulisse e il continente interiore. 106
1 aprile 11 – L. Barani e A.M. Pedretti – All’ascolto del mito… 97
8 aprile 11 – Cristiano Cassani – La parola che parla. Scrivere, dire, convenire (2) 62
8 aprile 11 – D. Bellamio e I. Venturi – Il sudore della fronte. Il lavoro nell’autobiografia 74
8 aprile 11 – M. Nardini – Specchiarsi nelle parole: la scrittura e la mediazione umanistica 92
29 aprile 11 – A. Ascari e B. Carmellini – Anche le cose si raccontano… 96
29 aprile 11 – Maria Rosaria Baldin – Altrodame: scrivere l’altro per trovare se stessi 90
5 maggio 11 – L. Zannini e M. Castiglioni “Scrivere l’esperienza di malattia… 93
3 giugno 11 – Emanuela Mancino – Mostrare un racconto in-visibile… 90
3 giugno 11 – Fabio D’Andrea – Riconoscere il mito: scrittura e immaginario 84
17 giugno 11 – Giorgio Macario – Essere genitori oggi con figli adolescenti 83
8 luglio 11 – C. Benelli e L. Gambuzzi “Scrivere per desiderare. Percorsi autobiografici in carcere 68
16 settembre 11 – Norberto Lafferma – Scrivere la musica della vita 86
16 settembre 11 – M. Bernasconi e D. Delorenzi – I diari di pratica professionale a scuola 74
23 settembre 11 – M. M. Greco e L. Portis – Dare voce al silenzio… 117
30 settembre 11- L.Moreni e M.G. Soldati – La scrittura a due nella relazione terapeutica e d’aiuto 77
7 ottobre 11 – C De Filippo e S. Korth – L’album di famiglia. Tecniche di collage fotografico… 77
7 ottobre 11 – Anna Pavignano – Scrivere l’incontro (e lo scontro) tra donne e uomini 78
14 ottobre 11 – Pietro Vigorelli – La cura della persona malata di Alzheimer basata sulla parola 68
14 ottobre 11 – Leonora Cupane – Racconti poetici del corpo. Seminario di autobiografia poetica 100
21 ottobre 11 – Elisabetta Biffi – L’atelier di scrittura con adolescenti 86
28 ottobre 11 – P. Ferrario e L. Quaia – Scrivere i luoghi della vita: espressioni del Genius Loci 112
28 ottobre 11 Roberta Buzzacchino – Dalla scrittura lineare a quella radiale… 126
11 novembre 11 – Anna Cappelletti – Scritture da lasciare in dono… 147

Duccio Demetrio, intervistato da Alessandra Cicalini, parla di sè, dei suoi libri e della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e il talento “femminile” per l’autobiografia | Muoversi Insieme

sono stati due uomini come lei e Saverio Tutino, il fondatore dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano a creare la Libera università dell’autobiografia... Quando avete avuto l’idea?


La sera di Natale del 1997 che ho passato con Saverio Tutino in una trattoria di Anghiari che è a venti chilometri dal paese sede dell’Archivio. In realtà, era già qualche tempo che stavo cercando un luogo in cui fosse possibile “raccontarsi”, finché non ho conosciuto Saverio con cui è nata una vera amicizia virile. Insieme, quella sera, abbiamo stilato il Manifesto costitutivo della Lua.

Com’è strutturata?


Non abbiamo contributi esterni, ci autofinanziamo con i nostri corsi, a partire da quello di base aperto a 50 iscritti fino ai seminari e i corsi a distanza. Nel tempo, si sono formati poi circoli di scrittura autobiografica nei luoghi di origine di chi ci ha conosciuto, per esempio in diverse case di riposo.


leggi tutta l’intervista qui:


TOLSTOJ È MORTO di Vladimir Pozner / Adelphi, 2010

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Tolstoj è morto, romanzo di Vladimir Pozner, edito per la prima volta in Francia nel 1935, e ora tradotto in Italia per Adelphi da Giuseppe Girimonti Greco, è uno di questi libri. Qui si parla, naturalmente, della morte del Padre del popolo russo con l’accento messo sulle reazioni e sugli sconvolgimenti che un evento del genere portò nel piccolo snodo ferroviario di Astapovo, dove lo scrittore fu fatto scendere dal treno che lo trasportava nella sua ultima disperata fuga dalle contraddizioni che connotavano tanto la sua vita quanto la sua opera. Durante la fuga il vecchio Tolstoj ebbe un malore, fu il prologo di una lunga agonia, a sua volta prologo della definitiva morte. Tutti questi passaggi, dal canto loro, furono invece l’antefatto di una storia nuova, quella della Russia contemporanea e con essa, quella del mondo contemporaneo.

In questo suo romanzo Pozner ha raccolto, fondendole in una narrazione unica e coerente, le reali testimonianze dell’epoca dell’avvenimento: le lettere dei diversi protagonisti, i dispacci delle autorità, i telegrammi dei giornalisti corrispondenti, le testimonianze dei prelati coinvolti nell’impossibile compito di far rientrare un uomo che per molti era già santo nei binari dell’ortodossia ecclesiastica. Tra una testimonianza e l’altra, Pozner ha riportato stralci del carteggio postumo di una vita coniugale ricostruita attraverso due visioni singolari, quella di Tolstoj da una parte e quella di sua moglie dall’altra. Così, alla cronaca della morte dello scrittore, Pozner ha affiancato e intercalato la cronaca del suo matrimonio, con tutti i suoi rancori, le sue incomprensioni, le sue normali e terribili contraddizioni.

intero articolo qui:


Memoro, progetti futuri, www.memoro.org

Finalmente, dopo tanto lavoro, le grandi novità di Memoro – la Banca della Memoria sono alle porte!!!
Tanti, tantissimi i cambiamenti che avverranno nelle prossime settimane e che, poco per volta vogliamo condividere con voi.

Iniziamo con quella che certamente è la più grande delle novità: Memoro – la Banca della Memoria apre agli audio. Non solo più le videointerviste che ormai tutti conoscete, ma anche racconti vocali. In questi due anni di lavoro abbiamo scoperto che molti di voi hanno realizzato registrazioni vocali dei propri nonni o dei propri cari. Non permettere che questo materiale fosse condiviso ci sembrava una mancanza troppo grande, un’ingiustizia nella nostra battaglia del recupero e della salvaguardia della memoria.

Le novità però non si fermano a questo: non solo video e audio ma anche fotografie! In questo caso, però, vi è una piccola differenza: esse potranno essere pubblicate solo come “attributi”, ovvero elementi di descrizione di video, audio e testimoni. Crediamo che l’inserimento delle fotografie possa favorire ancora di più il trasferimento di memoria, permettendo a chi ascolta i nostri video e i nostri audio di avere delle immagini d’epoca di ciò che gli viene narrato.

La novità sono in arrivo, questione di giorni. Per questo iniziamo a scrivervi oggi, anche se per ora il sito sempra sempre lo stesso: perchè abbiate il tempo di raccogliere e preparare audio e fotografie in vostro possesso.

Siamo certi che anche in questo caso potremo contare sul vostro aiuto e che ci aiuterete nella nostra ricerca, così come avete sempre fatto!
Noi, da parte nostra, ovviamente restiamo a vostra disposizione per qualsiasi informazione o consiglio vi possa tornare utile. se avete bisogno di aiuto, scriveteci

La Redazione di Memoro la Banca della Memoria

Associazione Banca della Memoria
Via Gualderia 7, 10023 | Chieri – Italy
CF 90025820011
Tel.: +39-011-0203800
e-Mail: info@memoro.org

sito web: http://www.memoro.org/it/home.php


Vecchiaie: Paolo Conte si racconta ….

Paolo Conte, in occasione della uscita dell’ ultimo disco Nelson,  si racconta in tema di:

  • linguaggio delle sue canzoni
  • rapporti di famiglia: lo zio Gino
  • il cane Nelson, che lo ascoltava suonare il pianoforte di notte
  • una spiegazione del “perchè le donne non capiscono il jazz
  • il rapporto fra le sue canzoni e i colori
  • il rapporto con la Francia
  • il ricordo fondamentale: la ritirata dei tedeschi alla fine della guerra

da:


Dalla Puglia storie di anziani speciali – Blog di Stannah | Muoversi Insieme

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Leonardo Capano, 63 anni, ripete più volte durante la chiacchierata conMuoversi Insieme che la sua Web tv e il relativo portale dedicato aicittadini di Sant’Agata (provincia di Foggia, 2.300 abitanti: nella foto a destra, un’immagine del paese di qualche anno fa, presa dal portale come le altre presenti nell’articolo) che vivono ancora in Puglia e a quelli sparsi per il mondo, sono nati dal suo grande amore per la comunicazione e per i media.
“Sono stato il creatore della prima radio libera del paese, nel 1971”, racconta. Nel frattempo, questo signore dal peso oggi importante di 150 chili e qualche difficoltà di deambulazione, ha lavorato una vita all’Enel, azienda in cui è rimasto anche dopo il grave incidente sul lavoro che l’ha costretto a cambiare incarico. Come spesso accade nella vita, Capano ha saputo trasformare l’improvvisa svolta in un’occasione perimparare tutto l’imparabile sulle tecnologie informatiche e internet, ben prima che diventassero un fenomeno di massa.

segue qui: Dalla Puglia due storie di anziani speciali – Blog di Stannah | Muoversi Insieme.


Gabriele De Ritis sul libro di Duccio Demetrio, L’interiorità maschile, Cortina 2010

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demetrio

DUCCIO DEMETRIO,L’interiorità maschile. Le solitudini degli uomini,RAFFAELLO CORTINA EDITORE 2010


Indice del volume:

Con sguardo preoccupato: Cronaca di un’idea
1.  Maschi e uomini: Una specie interiore?
2.  In un corpo di donna: Miti e storie
3.  Figure d’uomo nel tempo: Quando Narciso è triste
4.  La tragicità maschile: Nel labirinto, non si estingue l’eroe
5.  In fuga da se stessi: L’epica della solitudine
6.  Ritratti virili: Nobili d’animo e di silenzi
7.  A scuola dalle donne: Esercizi per maschi affaticati
8.  Un commiato incruento: Per dimenticare Giuditta

DUCCIO DEMETRIO, Dia-logo versus mono-logo? Riflessioni sull’esercizio autobiografico come incontro filosofico (contenuto inAdultità. Rivista semestrale sulla condizione adulta e i processi formativi, n.27, marzo 2008 – numero monografico intitolato Le pratiche filosofiche nella formazione: imparare a vivere, a cura di Romano Màdera), pp.7-12

Indice del saggio:
Preambolo
Esercizi filosofici e tenacia introspettiva della scrittura di sé
Non dimenticare la lezione fenomenologica
L’autobiografia come stile filosofico e di vita

DUCCIO DEMETRIO,L’educazione è interiore. E’ autodisciplina che lascia e cerca tracce invisibili(contenuto neL’educazione non è finita, RAFFAELLO CORTINA EDITORE 2009), pp.139-144

Tutta la seconda parte dell’opera è un’illustrazione dell’idea dell’educazione come autodisciplina interiore:
I. L’educazione è autodisciplina – Perché deve tornare nelle nostre mani, pp.109-12
II. L’educazione è liberale – E’ autodisciplina che non tollera gli oltraggi del potere, pp.123-130
III. L’educazione è personale – E’ autodisciplina che ci rende unici e irriproducibili, pp.131-137
IV. L’educazione è interiore – E’ autodisciplina che lascia e cerca tracce invisibili, pp.139-144
V. L’educazione è generosa – E’ autodisciplina dei diritti non solo verso se stessi, pp.145-148
VI. L’educazione è indocile – E’ autodisciplina del dovere di essere indisciplinati, pp.149-151

*

Lo stile latino preferisce il concreto all’astratto. Esso ‘direbbe’ “l’uomo interiore”, non “l’interiorità maschile” E Duccio Demetrio, che pure intitola la sua opera “L’interiorità maschile”, a pagina 44 – discutendo di “Chirone: l’uomo completo” – per la prima volta scrive: “l’uomo interiore” (non “il maschio interiore”). Nella pagina successiva si dedica ad una “Lode agli uomini interiori”. Un ulteriore ‘passaggio’ è dato da ‘uomo’ rispetto a ‘maschio’.

L’opera si apre con un auspicio che l’Autore rivolge a se stesso: vorrebbe scrivere come uomo, non comemaschio. Dunque, più che al maschio interiore è interessato all’uomo interiore. D’altra parte, l’interiorità maschile è cosa che pertiene all’uomo, più che al maschio. E’ più corretto dire, allora,l’uomo interiore.

Cioè che è in questione qui è l’interiorità dell’uomo, del maschio come della femmina. Il titolo va bene, perché è chiaro: allude alla condizione in cui si ritrova il maschio, per cui ha da realizzare la propria natura umana, deve crescere a dignità di uomo, ergendosi al di sopra dell’appartenenza di genere, se per genere si vorrà intendere il genere maschile e il genere femminile. A me piace dire: il genere umano maschile e il genere umano femminile, dove l’accento è posto su umano, più che su maschile efemminile.

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L’opera di Demetrio è dedicata

A tutte le donne che ci aiutano a interrogare la vita interiore, senza fare troppe domande alle nostre solitudini.

A pagina 15 si legge:

Interiorità è pensare, custodire intimità, èavere una memoria alla quale poniamo domande, è tutto quanto non può sfuggire alla coscienza. L’interiorità èpreoccupazione etica, è propensione filosofica e artistica, è vocazione religiosao soltanto sensibilità per quanto, della vita, non riusciamo sempre acomprendere. Nessuno, il bruto quanto l’animo migliore, ne è esente. Varieranno i contenuti e le tensioni interiori, ma tanto il criminale quanto l’uomo integerrimo ne hanno una. Chi di più e chi di meno, ognuno ama coltivarla e non si astiene dal farne apertamente argomento di discussione anche con altri, con i quali condivide identiche sensibilità: in ragione della propria storia, di consuetudini educative apprese. Nella caparbia volontà di non voler vivere solamente di apparenze. E’ a questo punto che le qualità interiori si divaricano: per taluni sono fonte di una ricerca continua, per altri sono lo strumento per pensare (anzi per covare), non visti, pensieri e azioni non particolarmente elevati. O funzionali ai propri più disparati tornaconto.

____________________

Saltando a una rapida conclusione, a proposito della necessità di attivare gli strati profondi della propria sensibilità ci è di aiuto quanto afferma Duccio Demetrio nel saggio contenuto in Adultità, che si apre così:

In una recentissima intervista, Pierre Hadot ci ricorda che: «In ambito filosofico, l’esercizio spirituale può considerarsi come una pratica volontaria, tutta personale, destinata a provocare una profonda trasformazione dell’individuo, una profonda metamorfosi del sé». E prosegue: «Per alcuni filosofi antichi, questa pratica potrebbe essere messa in relazione con il prepararsi ad affrontare le difficoltà della vita: la malattia, la povertà, la mancanza del necessario, la variazione improvvisa della fortuna impongono un esercizio interiore che ci aiuta nella quotidianità e, nello stesso tempo, ci insegna a ragionare e a interiorizzare il sapere» (Intervista a Pierre Hadot a cura di N.Ordine, Corriere della sera, 27 febbraio 2008, p.37).

*

… visto da Ada Ascari, della Libera Università dell’Autobiografia

… visto da Giorgio Macario, della Libera Università dell’Autobiografia

… visto da Paolo Ferrario

… visto da me: Ciò che sono diventato. Al di là e oltre ciò che credevo di essere


Vecchiaie: Pupi Avati


Malcolm Knowles , Elwood F. Holton III , Richard A Swanson, Quando l’adulto impara. Andragogia e sviluppo della persona

Quando l’adulto impara. Andragogia e sviluppo della persona
Autori e curatori: Malcolm Knowles Elwood F. Holton III Richard A Swanson
Contributi: Maurizio Castagna
Collana: Aif – Associazione italiana formatori
Argomenti: Formazione professionale e degli adultiFormazioneTeoria e tecniche di gestione e sviluppo delle risorse umane
Livello: Testi per professional
Dati: pp. 352,   figg. 43,   1a ristampa 2010,    9a edizione, nuova edizione  2008  (Cod.25.6)
Quando l'adulto impara. Andragogia e sviluppo della persona
Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 29,50
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788846491794
In breve Un’opera classica, aggiornata da due autorità nel settore della formazione e dello sviluppo delle risorse umane, che mostra come, per migliorare il processo di apprendimento dell’adulto, siano necessari nuovi metodi sintonizzati sulle capacità e gli obiettivi dei discenti. Il testo offre inoltre strumenti operativi quali il Questionario sull’orientamento personale verso l’apprendimento degli adulti e la Guida alla diagnosi e alla pianificazione delle competenze fondamentali.
Presentazione
del volume:
Insegnare agli adulti, si sa, è molto diverso che insegnare ai bambini. Le motivazioni, le aspettative, le esperienze e le strategie dell’adulto che impara non sono infatti quelle del bambino. Eppure, un attento esame delle teorie dell’apprendimento e l’analisi dei metodi dell’insegnamento generalmente adottati ci fa convenire, con Knowles, che spesso si insegna agli adulti come se fossero dei bambini e senza tener conto delle loro caratteristiche.
Per migliorare il processo di apprendimento dell’adulto e rendendolo efficace, sono quindi necessari nuovi metodi di insegnamento, nuovi programmi, nuovi insegnanti e formatori che sappiano individuare e valutare le capacità e gli obiettivi dei discenti, sintonizzando su di essi il processo d’insegnamento.
Quando l’adulto impara offre gli strumenti teorici e operativi necessari. L’opera classica di Malcolm Knowles è stata infatti aggiornata da Elwood Holton e Richard Swanson – due autorità nel settore della formazione e dello sviluppo delle risorse umane – e si struttura ora in tre parti: la prima presenta le radici e i principi dell’androgogia; la seconda approfondisce le dinamiche dell’apprendimento in età adulta alla luce delle ricerche più recenti; la terza offre ai professionisti della formazione strumenti operativi quali il Questionario sull’orientamento personale verso l’apprendimento degli adulti e la Guida alla diagnosi e alla pianificazione delle competenze fondamentali.
Ne risulta un libro incisivo e stimolante, approfondito dal punto di vista teorico e insieme utile per la pratica; uno strumento di studio e di consultazione, prezioso per insegnanti, formatori, studenti, direttori del personale e consulenti nel campo dello sviluppo delle risorse umane.
Indice:
Maurizio Castagna, Prefazione all’edizione italiana
Elwood F. Holton III, Richard A. Swanson, Prefazione alla VI edizione americana
Introduzione
(Piano del volume; Spunti di riflessione)
Parte I. Le radici dell’andrologia. Storia e principi della teoria andrologica classica dell’apprendimento in età adulta
Esplorare la teoria dell’apprendimento
(Perché esplorare la teoria dell’apprendimento?; Che cos’è una teoria?; Che cos’è l’apprendimento?; In sintesi; Spunti di riflessione)
Teorie dell’apprendimento
(Ideatori e interpreti; Classificazione delle teorie; In sintesi; Spunti di riflessione)
Una teoria dell’apprendimento in età adulta: l’andrologia
(Due indirizzi di ricerca; Contributi dalle scienze sociali; Contributi dalla formazione degli adulti; Le radici dell’andrologia: un concetto integrante; Una teoria andrologica dell’apprendimento degli adulti; In sintesi; Spunti di riflessione)
Teorie dell’insegnamento
(Principi dell’insegnamento derivanti dalle teorie dell’apprendimento; Concetti dell’insegnamento derivati dalle teorie dell’apprendimento degli animali e dei bambini; Concetti sull’insegnamento derivati dalle teorie dell’apprendimento degli adulti; Concetti sull’insegnamento derivati dalle teorie dell’insegnamento; In sintesi; Spunti di riflessione)
Un modello antropologico per il processo di apprendimento
(Preparare il discente; Stabilire un clima favorevole all’apprendimento; Creare un meccanismo per una progettazione condivisa; Diagnosticare i bisogni di apprendimento; Formulare gli obiettivi del programma; Progettare un modello di esperienze di apprendimento; Mettere in atto il programma; Valutare il programma; Apprendimento per contratto. Un nuovo modo per mettere tutto insieme; Sviluppo delle Risorse Umane: un significato in trasformazione; Spunti di riflessione)
Parte II. Progressi nell’apprendimento in età adulta. Nuove prospettive per un efficace apprendimento in età adulta
L’andrologia in pratica. Ampliare l’utilità del modello andrologico
(Storia degli assunti andrologici; Un quadro concettuale centrato sull’individuo e sull’attività; Una visione dinamica dell’andrologia; Sistema integrato o assunti flessibili?; Il modello dell’andrologia in pratica; Obiettivi e scopi dell’apprendimento; Particolarità individuali e situazionali; Applicare il quadro concettuale dell’andrologia in pratica; In sintesi; Spunti di riflessione)
L’apprendimento degli adulti nello sviluppo delle risorse umane
(Gli obiettivi dello sviluppo delle risorse umane
(Gli obiettivi dello sviluppo delle risorse umane; Lo sviluppo delle risorse umane e il miglioramento delle prestazioni; Lo sviluppo delle risorse umane e l’apprendimento in età adulta; Il controllo degli individui sul proprio apprendimento: osservazioni preliminari; Le fasi di processo di progettazione dell’apprendimento degli adulti; In sintesi; Spunti di riflessione)
Nuove prospettive sull’andrologia
(Il bisogno di sapere del discente; L’apprendimento auto-diretto; L’esperienza pregressa del discente; La disposizione ad apprendere; L’orientamento verso l’apprendimento e il problem solving; La motivazione ad apprendere; In sintesi; Spunti di riflessione)
Oltre l’andrologia
(Le peculiarità individuali nei discente adulti; Apprendere come apprendere; Prospettive evolutive sull’apprendimento degli adulti; In sintesi; Spunti di riflessione)
Il futuro dell’andrologia
(Il concetto e la filosofia dell’andrologia; La ricerca sull’andrologia; La pratica dell’andrologia; In sintesi; Spunti di riflessione)
Parte III. La pratica dell’apprendimento in età adulta. Intuizioni, strumenti e ricerche per la pratica dell’andrologia
Il modello di apprendimento intero-parte-intero
(Presentazione del modello; Il primo intero del modello di apprendimento intero-parte-intero; Il secondo intero del modello di apprendimento intero-parte-intero; Le parti del modello di apprendimento intero-parte-intero; In sintesi; Spunti di riflessione)
Da insegnante a facilitatore di apprendimento
(Mai lavorato tanto prima d’ora; Unità e gruppi di ricerca; Spunti di riflessione)
Far succedere le cose liberando le energie degli altri
(Spunti di riflessione)
Alcune applicazioni per l’uso dei contratti di apprendimento
(Perché usare i contratti di apprendimento?; Come si sviluppa un contratto di apprendimento? ; Spunti di riflessione)
Guida alla diagnosi e alla progettazione delle competenze di base
(Scala di auto-diagnosi delle competenze per il ruolo di formatore/istruttore degli adulti; Spunti di riflessione)
Questionario sull’orientamento personale verso l’apprendimento degli adulti
(Guida per l’interpretazione; Spunti di riflessione)
Alcuni problemi nell’erogazione della formazione e le loro soluzioni
(Scopi dello studio; Riepilogo della letteratura; Metodologia; Il sondaggio tra i formatori principianti; La scala degli esperti; Il sondaggio tra gli esperti; Analisi dei dati; In sintesi; Spunti di riflessione)
Nuovi ruoli e nuovi ambienti: un modello per sviluppare l’efficacia del personale
(Una classificazione dell’apprendimento dei nuovi dipendenti; Un sistema di sviluppo dei nuovi dipendenti; Alcune sfide per le istruzioni formative; Spunti di riflessione)
Bibliografia
Gli autori.

Gordon Bell: l’uomo che ricorda troppo, da Diritto 2.0 – Il blog di Ernesto Belisario

Gordon Bell non ha bisogno di ricordare, ma non ha possibilità di dimenticare. Gordon Bell non è il personaggio di un romanzo o di un film di fantascienza né un novello “Pico della Mirandola”. Mr. Bell ha 75 anni e, come tutti noi, dimentica accidentalmente le cose. Diversamente da noi, però, è un ricercatore della Microsoft’s Bay Area Research Centre di San Francisco e da quasi dieci anni fa la cavia ad un suo progetto di ricerca dal nome indicativo: MyLifeBits. Dal 2001 Gordon, grazie alle nuove tecnologie informatiche, registra tutta la sua vita in un enorme database (archivio), realizzandone una vera e propria “copia” digitale. Porta sempre con sé una minuscola macchina fotografica che scatta una foto ogni minuto e indossa alcuni sensori in grado di notare e memorizzare i cambiamenti della luce (ad es. se entra in un caffè) o della temperatura.

gordon bell and sensecam

(Gordon Bell in una foto di Aquillo)

Ma non è tutto: le conversazioni e le telefonate di Gordon vengono registrate e tutti i suoi spostamenti sono tracciati grazie ad un dispositivo GPS. Dopo quasi dieci anni di progetto, la memoria digitale di Mr. Bell è costituita da migliaia di video, file audio, foto digitali, e-mail e pagine Web; tutto quello che Gordon ha fatto, visto o letto è stato trasformato in bit ed è finito in un gigantesco archivio digitale la cui consultazione consente di ricostruire in pochi secondi e con precisione assoluta ogni minimo particolare.
Da poco tempo Mr. Bell raccoglie e immagazzina anche i dati relativi alla sua salute, ai battiti del cuore e alle calorie; questo fa si che Gordon, a differenza di molti suoi coetanei, non debba preoccuparsi della perdita della memoria che reca con sé la vecchiaia.
I risultati di questo progetto sono talmente apprezzabili che sono già iniziate le applicazioni terapeutiche e le stesse tecnologie vengono attualmente utilizzate su un ristretto numero di persone che soffrono di malattie neuro-degenerative. In questi casi i benefici sono innegabili e si aiutano i pazienti a vivere con meno ansia la propria vita nella malattia.
Dal punto di vista tecnico il problema principale appare solo uno: quanto spazio è necessario per memorizzare digitalmente una vita intera? Per fortuna, si tratta di uno spazio ancora troppo grande per ipotizzare l’immediata diffusione di questa “archiviazione digitale” delle nostre vite. Ma tra pochi anni la tecnologia ovvierà a questo ostacolo e sarebbe quindi auspicabile riflettere fin d’ora sui rischi di un uso generalizzato di queste applicazioni: se le valenze terapeutiche sono indubbie, i risvolti di una diffusione generalizzata sono quantomeno inquietanti.

Innanzitutto il rischio più grave è quello che questa tecnologia potrebbe indurre gli individui a comportarsi diversamente; a prescindere dalle problematiche di privacy (di cui lo stesso Bell appare consapevole) e di proprietà della memoria digitale (cosa succede al momento della morte con tutte le informazioni memorizzate?), se tutto è registrato e può essere accuratamente esaminato probabilmente le persone si comporteranno diversamente ed avremo un mondo di conformisti.

E poi, è opinione generale che molte cose sia preferibile dimenticarle: come diceva Khalil Gibran, anche “l’oblio è una forma di libertà”.

tratto da: Gordon Bell: l’uomo che ricorda troppo | Diritto 2.0 – Il blog di Ernesto Belisario.


cadavrexquis: Lavoro, non lavoro e rapporti umani

Chi non ha la fortuna di possedere un grande patrimonio è costretto, in qualche modo, a lavorare per guadagnarsi da vivere. Gran parte degli umani sono incatenati a un lavoro che svolgono in un posto ben determinato, legati a orari fissi, e spesso in compagnia di colleghi o a contatto di altri umani come loro. Qualcun altro – non so se più fortunato – può esercitare la libera professione e gestire meglio i propri tempi di lavoro. Altri ancora, invece, lavorano a casa propria, rinchiusi tra le proprie quattro mura, e non hanno nemmeno necessità di condividere una coabitazione forzata con colleghi o di dover comunicare con terzi indesiderati. Io conosco sia la prima situazione che quest’ultima, ma nessuna delle due è esclusiva. L’ultima è tipica, per esempio, del traduttore letterario che, diversamente dal traduttore di singoli testi su commissione e a breve scadenza, ha tempi e volumi più lunghi: al di là del contatto iniziale con l’editore, per il resto del tempo (un mese, due mesi, tre mesi) è da solo con il suo testo. A me è capitato spesso di “invidiare” quelli che fanno solo questo per mantenersi. Lo dico soprattutto quando mi vengono a noia i contatti forzati e gli obblighi del lavoro d’ufficio e penso che chi, invece, può starsene in casa e lavorare in mutande senza mai dover aprire bocca sia più fortunato di me. Lo dicevo spesso, in passato, a M.H., il quale “invidiava” invece la garanzia dello stipendio a fine mese che ricevevo io. In un certo senso è come se ai due estremi di una retta ci fossero da un lato la sicurezza e dall’altro la libertà

….

vai all’intero articolo biografico qui:

cadavrexquis: Lavoro, non lavoro e rapporti umani.


PAOLO FERRARIO, Il Genius Loci come angelo del luogo, Pubblicato in: Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2010, pagg. 45-57

PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo

pubblicato in : angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2010

INDICE DEL SAGGIO:
1. L’evento
2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini
3. Il Genius loci
4. I luoghi concreti
5. Gli elementi dei luoghi
6. Ritorno a casa

Bibliografia:

Amman R., Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, Torino 2008

Bachelard G., La terra e il riposo, le immagini della intimità (1948), Red Edizioni, Como 1994

Benjamin W., Il viaggiatore solitario e il flâneur, Il Nuovo Melangolo, Genova 1988

Berger P. L., Il brusio degli angeli, Il Mulino, Bologna 1969

Bevilacqua F., Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti, Rubbettino, Catanzaro 2010

Calvino I., Lezioni americane, Mondadori, Milano 2000

Demetrio D., Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina, Milano 2005

Demetrio D., Ascetismo metropolitano. L’inquieta religiosità dei non credenti, Ponte alle Grazie, Firenze 2009

Galli M., Edgar Reitz, Il Castoro Cinema, Milano 2006

Guardini R., Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza (1953), Morcelliana, Brescia 1974

Hillman J., Il piacere di pensare, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, Milano 2001

Hillman J., L’anima dei luoghi, conversazioni con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano 2004

Jonas H, Memorie. Conversazioni con Rachel Salamander, Il Melangolo, Genova 2009

Michael J., Il giardino allo specchio. Percorsi tra pittura, cinema e fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 2009

Moore T., L’incanto quotidiano, Sonzogno, Milano 1997

Peregalli R., I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, Bompiani, Milano 2010

Rilke R.M., Elegie Duinesi, (1922), Le Lettere, Scandicci 1992

Stevens W., L’angelo necessario, SE/ES, Milano 2000

Wenders W., Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri, Milano 1988

Paolo Ferrario è sociologo e formatore in tema di politica dei servizi sociali. Attraversa il suo Destino nell’ultimo tratto di vita tra partecipazione alla Polis e necessità esistenziale di ancorarsi in un Luogo, che si è concretizzato a Coatesa sul Lario. Ha scritto solo libri tecnici e questa è la sua prima escursione nella ricerca simbolica. Tiene un “diario reticolare”  sul Blog  Segni di Paolo del 1948. Pubblica articoli sul BlogZine Muoversi Insieme di Stannah.   In Tracce e sentieri. Luogo Tempo Eros Polis Destino si trovano altri segni del suo percorso individuativo.


LUA Libera Unìversità dell’autobiografia, Seminari di Settembre e Ottobre

sono aperte le iscrizioni per i seminari di settembre e ottobre. Vi invito quindi a considerare la nostra offerta ed a prenotarvi per tempo, l’iscrizione può essere fatta in rete:
http://www.lua.it/index.php?option=com_performs&formid=3
Vi preghiamo di compilare il modulo in tutte le sue parti.

17-19 settembre – Daniele Callini – Ricevere e offrire aiuto
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1378&Itemid=36
23-25
settembre – L. Zannini, M. Castiglioni – Scrivere l’esperienza di malattia
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1379&Itemid=36
24-26
settembre – C. De Filippo, S. Korth – L’album di famiglia
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1380&Itemid=36
8-10
ottobre – Dante Bellamìo – Scritture della militanza
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1382&Itemid=36
8-10
ottobre – Maria Grazia Comunale – Scrivere ad alta voce
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1383&Itemid=36
15-17
ottobre – Pietro Vigorelli – La cura della persona malata di Alzheimer basata sulla parola
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1384&Itemid=36
15-17
ottobre – Leonora Cupane – Racconti poetici di luoghi interiori
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1385&Itemid=36
22-24
ottobre – Elisabetta Biffi – Diari e storie di crescita
http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1381&Itemid=36



Paolo Ferrario, Il Genius Loci come Angelo del Luogo, in Baldo Lami, Angelicamente. Il senso dell’angelo nel nostro tempo, Zephyro edizioni, 2010

sono l’Angelo necessario della terra,


poiché chi vede me vede di nuovo


la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua

Wallace Stevens, da Angel Surrounded By Paysan
Paolo Ferrario, Il Genius Loci come Angelo del Luogo
Paragrafi del saggio:

1. L’evento

2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini

3. Il Genius Loci

4. I luoghi concreti

5. Gli elementi dei luoghi

6. Ritorno a casa


Prefazione di Baldo Lami

Nella crisi di passaggio che caratterizza il nostro secolo in cui, recisi i legami col passato,speranza e futuro sembrano col lassare in un presente sempre più mutevole e indistinto,l’ange lo torna a far parlare di sé.
Ma come possiamo intenderlo nel clamore delle voci e delle immagini che lo sovrastano?
Un ampio numero di persone, tra studiosi, ricercatori o semplici professionisti in diversi settori dell’attività umana, si sono ritro vati a parlarne nel campo ideale del progetto di questo libro, secondo la loro personale esperienza o il loro peculiare modo di vedere e pensare. Ne esce unquadro molto eterogeneo e poli cromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.
Essendo anche un autore di questo libro, oltreché curatore, non dirò nulla degli sviluppi che ciascun autore ha consegnato alle pagine di questo libro sulla figura dell’angelo, lasciando che siano i lettori stessi a scoprirli, verificando vicinanze e lontanan ze, linee e punti di contatto (connessioni angeliche), sia tra gli autori stessi che tra autori e lettori.
Dirò come è nato il progetto.
Un rapporto con la realtà di quanto percepivo oltre la soglia del visibile ce l’ho sempre avuto, ma il mio vero e proprio incontro con l’angelo come figu ra specifica dell’immaginario l’ho avuto con le opere di Pietro Gentili, una delle quali, grazie alla concessione di sua figlia Emanuela, ho voluto che figurasse in copertina – di cui però l’e ditore ha saggiamente riprodotto solo un particolare dell’ala, per l’impossibilità di rendere con una fotografia e in uno spazio così ridotto la magnificenza dell’opera.
Conobbi Pietro a Milano negli anni ottanta quando andai da lui per una consulenza astrologica, di cui aveva una conoscenza intuitiva straordinaria, e da allora diventammo amici ricono scendoci in una comune fratellanza. Artista eccelso, grande mistico, personaggio raro, gli ultimi anni della sua vita dipingeva solo angeli e porte del cielo. In questo libro ripubblico anche un articolo che mi diede nel 2000 per una rivista che allora diri gevo. La prima ispirazione per la realizzazione di questo saggio la devo certamente a lui.

Poi c’è stata una lentissima incubazione finché a un incrocio tra diversi percorsi trovai l’indicazione giusta, che si presentò quando all’inizio del 2009 decisi di inserirmi in un noto social network per esplorarne le potenzialità. Sorprendentemente mi trovai quasi subito in corrispondenza con alcuni amici total mente sconosciuti, personaggi anch’essi straordinari che mi hanno riempito di curiosità e stupore, in cui cominciò presto a evidenziarsi il tema dell’angelo.
Mi sembrò una chiamata, che quando si formulò in un dise gno più preciso rivolsi a loro, rivolgendola al contempo anche agli amici conosciuti, colleghi e anche compagni di ricerca che costituirono il terreno sicuro d’elezione per la concreta realizza zione del progetto.
Ciascun autore, a cui va tutto il mio ringraziamento, ha svol to il proprio compito nella più assoluta autonomia, conoscendo dei temi trattati dagli altri autori solo una breve traccia descritti va, cosa che è stata molto apprezzata.
Questo libro non pretende di essere esaustivo su questo sog getto, sarebbe impossibile, e non era neppure nelle mie inten zioni, ma intende meditarne gli aspetti più essenziali e recondi ti, aspetti anche inaspettati e inediti, persino critici, che ciascun autore ha affrontato con l’utilizzo di codici diversi di decifrazio ne, ma con il comune sforzo di pensarlo anche al di là degli stessi, nella vita di tutti i giorni e nella realtà attuale, come icona ancorché problematica della complessità contemporanea che sottende nel beneonel male una possibile nuova prefigurazio ne umana.
Ai lettori l’invito ad accogliereidiversi contributi che com pongono il saggio come brani sincronici di un’unica partitura musicale, ascoltandone la polifonia, porta dell’ascolto del cuore, riflesso di quell’ harmonia caelestis che le più alte schiere angeli­che continuano a comporre coniloro cori e i loro liuti dall’ini zio della creazione del mondo. Poiché è solo questo concerto che lo fa esistere e ricreare.


Self-Tracking: La Vita in un Bit, in L?Espresso 15 luglio 2010

Fino a che punto conosci te stesso e sai quello che fai ogni giorno?

Se la tua reazione immediata è pensare che si tratta di una domanda banale, forse vale la pena di riflettere un attimo.

Dopo tutto, la nostra memoria è labile e la nostra capacità di autoosservazione è tutt’altro che perfetta.
Certo, si può compilare un diario, praticare una qualche forma di meditazione introspettiva, andare una volta alla settimana da uno psicanalista.

Ma se prendiamo a paragone quello che succede nelle nostre vite professionali è subito chiaro che questi sono strumenti grezzi e primitivi. Quale manager aziendale si sognerebbe mai di operare oggi nel suo lavoro senza misurare digitalmente i fenomeni, raccogliere i dati in un pc e analizzarli in modo oggettivo?

Appunto. E allora perché non dovremmo applicare una metodologia simile anche alle nostre vite private?
Dopo tutto l’esistenza è una serie infinita di comportamenti e di scelte.
Ognuna di tali scelte genera delle conseguenze. E perché dovremmo rassegnarci a navigarla alla cieca, senza archiviare informaticamente tutto proprio come facciamo per la nostra azienda?

Un’idea del genere può suonare bizzarra, forse addirittura inquietante, eppure è il postulato che accomuna un’eclettica tribù di novelli pionieri, i cosidetti “self-tracker”.

Una nuova generazione di microsensori e gadget digitali permette infatti di registrare, con facilità estrema e in modo continuativo, ogni sorta di informazioni numeriche. Sono ormai anni che chi pratica sport, anche a livello amatoriale, ha scoperto l’incredibile potenza dei microchip – inseriti ad esempio nelle scarpe da jogging o in apparecchietti da attaccare alla bicicletta – per misurare le proprie performance e analizzare i progressi. Ecco: i self-tracker vogliono allargare questa “automisurazione” a ogni comportamento quotidiano.

Il fenomeno che nasce nella Silicon Valley della California, anche se ormai sta dilagando un po’ in tutta l’America, è fatto di gente che non si accontenta di sapere la potenza e la cadenza della loro falcata. Sono convinti che valga la pena di misurare molto altro.

Le funzioni fisiologiche, naturalmente (metabolismo, pressione, ritmi del sonno), ma anche eventi non meramente fisici: il proprio livello di concentrazione e di umore, il piacere sessuale, la noia, la fatica, le risate, le interazioni sociali (chi incontrano, di che cosa parlano) e così via.

Con l’intento di correlare tutti questi dati, scambiandoseli e confrontandoli a vicenda, in una sorta di mega esperimento senza fine, di cui sono le cavie volontarie. Lo scorrere del tempo, ad esempio, è qualcosa che la nostra mente percepisce in modo incredibilmente elastico. Nella sala di attesa di un dottore i minuti non passano mai.

Ma volano velocissimi quando leggiamo un buon thriller o giochiamo a un videogame e ci accorgiamo con stupore che abbiamo fatto le tre di notte. E perché non provare allora a quantificare con precisione come lo usiamo?
Qualsiasi manuale di management aziendale ci ripete che il tempo è denaro, l’unità di misura cruciale per migliorare l’efficienza produttiva.

Ma quando Ben Lipkowitz, un programmatore californiano, ha iniziato a misurare la sua vita minuto per minuto, con un’agendina digitale giapponese, il suo obiettivo non era professionale: voleva solo dimostrare a un coinquilino un po’ pigro quanto tempo perdeva a lavare i piatti sporchi che quello lasciava nel lavello (risposta: 20 minuti al giorno).

Eppure anche partendo da finalità apparentemente banali, una volta raccolta una vasta quantità di dati, che possono essere scaricati sul computa; per poi essere visualizzati e comparati con strumenti grafici, i self-trac-ker finiscono quasi inevitabilmente per scoprire aspetti di se stessi sorprendenti e inaspettati.

Todd Becker scienziato presso una società di biotecnologie, grazie all’uso di un misuratore di glucosio per diabetici (con cui a condotto test su se stesso con identificato tante piccole modifiche nei suoi ritmi di alimentazione che gli hanno permesso di ridurre e controllare con successo il suo peso.

Sophie Barber, un’insegnante di Palo Alto, dopo aver registrato con pignoleria l’impatto di un particolare supplemento dietetico (un amminoacido) nel risolvere un problema di insonnia, si è accorta che aveva un effetto molto positivo anche sulla sua capacità di concentrazione.

Seth Roberts, un professore di Berkeley, grazie a una serie di piccoli test matematici di sua invenzione, uniti a una meticolosa documentazione della sua dieta, ha scoperto una correlazione diretta fra il consumo di una certa quantità di olio di semi di lino e un significativo miglioramento nella sua performance cognitiva.

È importante notare che i self-tracker non hanno nessuna pretesa di insegnarci come dovremmo vivere.

Sono anzi i primi a riconoscere che i risultati dei loro esperimenti non sono generalizzabili.


Ma proprio perché operano su un livello completamente diverso di quello di uno studio clinico, o di una ricerca sociologica, cercando di quantificare abitudini e fenomeni individuali invece di produrre medie statistiche da vasti campioni, sono visti da molti ricercatori e accademici come l’anteprima di un’era di terapie più personalizzate.

Nei casi più estremi, documentati sul blogQuantified-Self.com di Kevin Kelly e Gary Wolf (rispettivamente fondatore e giornalista di “Wired”), i self-tracker possono apparire come narcisisti ossessivi, gente che arriva a registrare dozzine e dozzine di flussi di dati.
Mark Carranza, un ricercatore informatico americano, ha accumulato per più di 15 anni, in un programma Dos, tutte le idee che gli sono passate per la testa, per un totale di oltre un milione di note, con sette milioni di collegamenti incrociati.

Eppure il desiderio di ricordare meglio, di comprendere cosa condiziona i nostri pensieri, il nostro umore o la nostra salute, sembra intrigare un po’ tutti.

Heather Rivers, una designer di Chicago, ha creato Monthly.info, un sito che permette di documentare il proprio ritmo mestruale, perché pensava che molte donne avrebbero trovato utile ricevere automaticamente una mail che gli ricordava quando era il caso di infilare un assorbente in borsetta.

Invece si è trovata subito subissata di richieste da parte di utenti che desideravano poter correlare il loro ciclo con altri dati (peso, umore, temperatura, appetito), magari perché desideravano un bambino, evitare una gravidanza, o anche evitare un litigio dovuto a uno sbalzo d’umore.

Qualche anno fa l’idea di una scarpa fornita di microchip suonava come una trovata da fantascienza.

Oggi la linea di sneaker Nike+, che trasmettono dati ai pc da analizzare on line e condividere con un’immensa comunità di appassionati, è utilizzata da più di due milioni e mezzo di consumatori.

Non è il caso quindi di bollare i self-tracker come dei pazzi.

Colossi tipo Nintendo, Garmin, Philips, oltre a dozzine di start-up, stanno investendo su una marea di nuovi microsensori per uso personale. Forse, i bizzarri esperimenti degli odierni self-tracker sono solo un’anteprima del nostro futuro di umani bionici.

Articolo Originale
di
Luca Neri

Modificato da filokalos – 1/9/2010, 15:47

Self-Tracking: La Vita in un Bit – Tecnologia – τεκνολογοσ.