giornata di mobilitazione in difesa di Amina Tyler: «Il corpo è mio e non appartiene a nessun altro»


«Il nostro seno è più pericoloso delle vostre pietre». Così le Femen, movimento di protesta ucraino divenuto famoso su scala mondiale, lanciano una giornata di mobilitazione in difesa di Amina Tyler, la giovane attivista tunisina che osò postare su Facebook una sua foto a seno nudo sfidando apertamente il costume del suo Paese. «Il corpo è mio e non appartiene a nessun altro», diceva la scritta disegnata sulla pelle della diciannovenne, prima attivista araba del gruppo.

Per lei gli Imam avevano chiesto la quarantena (la «malattia»  potrebbe divenire epidemia e quindi potenzialmente coinvolgere altre ragazze), la fustigazione (magari in pubblico, per dare l’esempio), invocato la lapidazione, addirittura (rischio che però Amina non corre, poiché i tribunali della Tunisia non applicano la sha’ria). Per giorni, della ragazza non si è più saputo nulla. La famiglia ha pubblicamente condannato il gesto. Secondo alcuni siti arabi Amina sarebbe stata ricoverata in un ospedale psichiatrico della capitale, le Femen denunciavano che fosse stata sottoposta a elettrochoc. Fonti giornalistiche la danno nascosta in casa, sedata con barbiturici in attesa che le acque si calmino, per impedirle di tornare a connettersi e proseguire il suo “attivismo”.A seno nudo, nel nome di Allah | La ventisettesima ora.

Religioni e strage degli agnelli a Pasqua, da Animal Equality Italia


la fede è “argumentum non apparentium”, è cioè l’argomento che la volontà umana dà alle cose che non sono di per se stesse evidenti. 

ma la conseguenza delle fedi è anche quella di macellare in modo rituale gli animali senza stordimento e facendoli MOLTO soffrire.

Questo soprattutto e solo per stabilire il primato della specie umana su tutte le altre forme viventi

Paolo Ferrario

Sono tutti cuccioli di circa un mese, o comunque sempre di età inferiore ai 3 mesi di vita, gli agnellini che ogni anno, in occasione delle festività di Pasqua, subiscono una fine atroce, tra crudeli e spesso inutili sofferenze, solo per finire sulle tavole degli italiani. 800 mila per la precisione, come denuncia Animal Equality,

attenzione, sono immagini veramente DOLOROSE e insopportabili (tranne che per i religiosi e loro seguaci):

Ecco la strage degli agnelli a Pasqua”, la campagna shock di Animal Equality | Fanpage.

Famiglie gay. Cassazione: un “mero pregiudizio” sostenere che “sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale”


La Cassazione apre ai figli nelle coppie gay, mettendo nero su bianco che non è altro che un “mero pregiudizio” sostenere che “sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale”. In particolare, la Prima sezione civile(sentenza 601) si è espressa affrontando il caso scatenato da una causa di affidamento tra un padre di religione islamica, E.T. S., che aveva avuto un figlio con una donna italiana I.B., residente a Brescia, e che successivamente era andata a convivere con la compagna.

L’uomo, in Cassazione, ha contestato l’esclusivo affidamento del figlio accordato alla madre dalla Corte d’appello di Brescia (26 luglio 2011), sulla base del fatto che il bimbo era inserito in una famiglia gay per cui avrebero potuto esserci “ripercussioni negative sul bambino”. A suffragio di questa tesi, la difesa dell’uomo ha citato l’art.29 della Costituzione sui ‘diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

La Cassazione ha respinto il ricorso dell’uomo

vai all’intero articolo qui   Famiglie gay, la Cassazione: “Nessun pregiudizio verso i figli delle coppie omosessuali”. Arcigay: “Sentenza storica”

vedi anche:

Figli e coppie gay. Cassazione: “Nessun danno per i bambini” 
11 GEN - Secondo la Corte sostenere che “sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale” non è altro che un “mero pregiudizio”. Con una sentenza  confermato l’affidamento esclusivo di un bimbo alla madre che convive con un’altra donna. Leggi…

Approfondimenti

Chirurgia con implicazioni sociali e religiose. L’operazione di circoncisione lascia danni permanenti Medico e padre condannati – Il Giorno – Como


Una condanna a due anni per Kasem El Masri, 62 anni di Cabiate, medico chirurgo di origine Siriana specialista in Pediatria, nel luglio 2009 aveva eseguito un intervento di circoncisione in anestesia locale a un bimbo di 6 anni residente a TorinoUn anno e dieci mesi la condanna per il padre del piccolo. Il bimbo – che andò incontro a lunghe complicazioni e a danni permanenti – fu portato dal padre che avrebbe approfittato del temporaneo affidamento per fare l’intervento, nonostante più volte gli fosse stato negato il consenso durante la causa di separazione.

L’operazione non andò come avrebbe dovuto: pochi giorni dopo, il piccolo fu nuovamente operato all’ospedale di Torino, senza però riuscire a risolvere completamente la complicanza, e andò incontro a problemi depressivi e comportamentali. I due imputati erano accusati di lesioni aggravate in concorso. Il medico rispondeva anche di falso, per aver redatto un certificato medico in cui per giustificare l’intervento. Il Tribunale di Como ha accolto la richiesta del pubblico ministero Massimo Astori, inasprendo di quattro mesi la condanna per il padre: «Parliamo di un atto di chirurgia – aveva precisato il magistrato nella sua requisitoria – seppure con implicazioni sociali e religiose, ma questo è un processo per lesioni.

da   L’operazione per la circoncisione lascia danni permanenti Medico e padre condannati – Il Giorno – Como.

l’atleta iraniano che si rifiuta di stringere alla Duchessa di Cambridge la mano in quanto donna


Paralimpiadi di Londra 2012 – Vince l’oro alle paralimpiadi ma non stringe la mano alla Duchessa di Cambridge. E’ successo a Londra durante la premiazione per la gara del lancio del disco vinta dall’iraniano Mehrdad Karam Zadeh. L’atleta si porta la mano al petto invece di tenderla a Kate perché la consuetudine iraniana prevede che vengano evitati contatti, compresa la stretta di mano, fra uomini e donne.

Incinta si leva velo per caldo, marito egiziano la picchia selvaggiamente perchè “”ha disubbidito” – ANSA.it


Ha picchiato selvaggiamente la moglie – una ventenne di Porto Empedocle, figlia di un tunisino – facendola finire in ospedale solo perché la giovane, a causa del gran caldo, si era levata il velo che teneva sul volto, in mezzo alla strada.

 L’egiziano, di 19 anni, è stato denunciato alla Procura di Agrigento, dalla polizia, per lesioni personali.

la ventenne, soffocata dal gran caldo ha prima chiesto al marito se poteva levare il velo che teneva sul volto. Lui avrebbe iniziato ad urlare nella speranza, probabilmente, di intimorirla. La ventenne però – ha poi raccontato ai poliziotti – non riusciva più a respirare e si è tolta il velo. Il marito, per la mancanza di rispetto, l’ha picchiata selvaggiamente minacciando anche i passanti che nel tentativo di scongiurare il pestaggio volevano intervenire in soccorso della donna.

da Incinta si leve velo per caldo, marito la picchia – In Breve – ANSA.it.

Ramadan della fede (volontà di potenza) islamista: Francia, I quattro animatori sono stati sospesi dal servizio in quanto il loro contratto di lavoro prevedeva di alimentarsi a sufficienza per evitare casi, già successi in passato, di incidenti sul posto di lavoro dovuti alla pratica del digiuno


In Francia quattro animatori di un centro estivo per ragazzi hanno riacceso le polemiche sulla volontà di seguire le consuetudini imposte dalla religione sul posto di lavoro. La fede islamica prevede, nel corso del mese del Ramadan che quest’anno durerà fino al 18 agosto, lo stretto digiuno nelle ore di luce, lasciando però la possibilità di nutrirsi nelle ore di buio.

I quattro animatori sono stati sospesi dal servizio in quanto il loro contratto di lavoro prevedeva di alimentarsi a sufficienza per evitare casi, già successi in passato, di incidenti sul posto di lavoro dovuti alla pratica del digiuno. Nello stesso centro estivo, infatti, qualche anno prima l’autista del minibus, in seguito a un malore dovuto al digiuno, aveva provocato un incidente in cui erano rimasti feriti due bambini.
In seguito alle polemiche sulla libertà religiosa, tuttavia, la sospensione dei due lavoratori è stata revocata.

Il problema però resta, e si fa sentire specie in quei Paesi nordici dove le ore di luce sono oggettivamente poche, ad esempio in Finlandia. Talora le locali comunità islamiche usano regolarsi sull’orario della Mecca: espediente, questo, che ha comunque fatto discutere le frange più conservatrici. 

da Globalist.it | Lavoratori a digiuno: polemiche sul Ramadan.

Afghanistan: Lal Bibi è stata “disonorata” e sarà costretta a uccidersi, come afferma pubblicamente lei stessa, a meno che i suoi aguzzini verranno consegnati alla giustizia per restituirle onore e dignità


Per cinque giorni la diciottenne Lal Bibi è stata rapita, violentata, torturata e incatenata al muroda un gruppo di potenti ufficiali della polizia afgana. Ma lei ha deciso di fare quel che alle donne afgane è vietato: sta reagendo, e insieme possiamo aiutare lei e tutte le donne afgane a ottenere giustizia.

Secondo una tradizione ancestrale, come donna che ha subìto violenza, Lal Bibi è stata “disonorata” e sarà costretta a uccidersi, come afferma pubblicamente lei stessa, a meno che i suoi aguzzini verranno consegnati alla giustizia per restituirle onore e dignità. In genere il sistema giudiziario afgano non persegue casi simili e fino a questo momento i maggiori sospettati nel caso di Lal Bibi non sono stati chiamati a giudizio, probabilmente nella speranza che l’attenzione internazionale si attenui. Ogni giorno che passa senza che avvenga alcun arresto spinge sempre più Lal Bibi al suicidio, ma c’è ancora speranza.

Questo fine settimana è previsto che Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e altri importanti donatori si impegneranno a devolvere 4 miliardi di dollari all’Afghanistan, soldi destinati proprio a finanziare le stesse forze di polizia responsabili delle violenze nei confronti di Lal Bibi. Una protesta globale può però indurre i donatori ad agire, ponendo come condizione alle loro sovvenzioni un’azione forte per combattere le violenze e proteggere le donne. Non ci rimane molto tempo: clicca sotto per chiedere il cambiamento che può salvare la vita di Lal Bibi e la nostra petizione sarà consegnata proprio alla conferenza dei donatori a Tokyo: 

https://secure.avaaz.org/it/justice_for_lal_bibi_c/?bHbCHab&v=15792 

Le usanze locali in alcune zone dell’Afghanistan impongono che le donne che subiscono violenze sessuali, poiché disonorate, debbano commettere suicidio per ristabilire l’onore della loro famiglia per generazioni. Incredibilmente però Lal Bibi e la sua famiglia stanno tentando con coraggio di salvarle la vita insistendo nel voler perseguire i suoi torturatori e spostando su di loro la colpa, agli occhi della società.

Le forze di polizia afgane responsabili della violenza dipendono fortemente da finanziamenti esteri che verranno promessi questo fine settimana, quando tutti i maggiori benefattori si riuniranno a Tokyo. I paesi donatori possono e devono pretendere che i fondi non vengano spesi per potenziare forze di polizia che agiscono con vergognosa impunità e che gli ufficiali di polizia lavorino per proteggere le donne, non per aggredirle!

In tutto l’Afghanistan ci sono centinaia di donne e ragazze che sono soggette alla stessa “giustizia tribale” inflitta a Lal Bibi. Altre migliaia stannoseguendo con attenzione la vicenda per vedere in che modo il governo afgano e il mondo intero risponderanno alla ragazza che sta reagendo rifiutandosi di morire in silenzio. Sosteniamola: firma la petizione qui sotto e dillo a tutti:

https://secure.avaaz.org/it/justice_for_lal_bibi_c/?bHbCHab&v=15792 

La guerra globale alle donne è implacabile. Più volte la nostra comunità si è però unita per combatterla. Abbiamo aiutato a fermare la lapidazione illegale di Sakineh Ashtiani in Iran e combattuto perché le sopravvissute agli stupri in Libia, Marocco e Honduras ottenessero giustizia. Mostriamo il potere globale della nostra comunità per aiutare Lal Bibi e milioni di donne in Afghanistan a ottenere giustizia.

Con speranza e determinazione, 

Dalia, Emma, Alaphia, Ricken, Laura, Antonia e il resto del team di Avaaz 


Per maggiori informazioni: 

Afghanistan, la conferenza di Tokyo. I diritti delle donne prima di tutto (La Repubblica)
http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2012/07/03/news/afghanistan_la_conferenza_di_tokyo_i_diritti_delle_donne_prima_di_tutto-38453746/

Afghanistan: stupro, madre avverte, “giustizia o ci immoliamo” (Articolo Tre)
http://www.articolotre.com/2012/06/afghanistan-stupro-madre-avverte-giustizia-o-ci-immoliamo/92037 

Un caso di stupro in Afghanistan focalizza l’attenzione sulla polizia locale [EN] (New York Times)
http://www.nytimes.com/2012/06/28/world/asia/afghan-rape-case-turns-focus-on-local-police.html?pagewanted=all 

Lectio Magistralis del prof. Ratzinger al College des Bernardins di Parigi, 12 Settembre 2008


Il tema di fondo della lectio del prof. Joseph Ratzinger è esplicitato nelle righe finali:

“Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi.”

La scaletta argomentativa è particolarmente suggestiva, anche perché si snoda attorno alla immagine dei monasteri e della vita monastica per scovare le radici del pensiero riflessivo:

“Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa.”

Non appartiene al mio percorso intellettuale quello di riferire la “cultura della Parola” (custodita e sviluppata dai monaci) al “colloquio con Dio.

Tuttavia, da laico, sono molto interessato al tema della tensione fra “legame” e libertà, in quanto non posso farmi soggetto se non dentro al rapporto continuo che si instaura fra la storia (così ritraduco il tema del “legame”) e la biografia personale. E’ la libertà soggettiva, dentro le regole sociali, che mi produce ogni giorno come individuo.

Nel loro linguaggio i cattolici propongono così la questione:

“Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale.
Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio.”

Non sono indifferente a questo modo di ragionare.


Joseph Ratzinger, Lectio al al Collège des Bernardins di Parigi, 12 Settembre 2008

….
Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea. Ho ricordato all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche modo emblematico. È infatti legato alla cultura monastica, giacché qui hanno vissuto giovani monaci, impegnati ad introdursi in una comprensione più profonda della loro chiamata e a vivere meglio la loro missione. È questa un’esperienza che interessa ancora noi oggi, o vi incontriamo soltanto un mondo ormai passato? Per rispondere, dobbiamo riflettere un momento sulla natura dello stesso monachesimo occidentale. Di che cosa si trattava allora? In base alla storia degli effetti del monachesimo possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura.
Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto? Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto.
Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq : nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des lettres et le desir de Dieu, p.14). Il desiderio di Dio, le désir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola.
Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obbiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola. Per avere la piena visione della cultura della parola, che appartiene all’essenza della ricerca di Dio, dobbiamo fare un altro passo. La Parola che apre la via della ricerca di Dio ed è essa stessa questa via, é una Parola che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di ciascun singolo (cfr At 2, 37). Gregorio Magno descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per Dio (cfr Leclercq, ibid., p.35). Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede. E per questo bisogna non solo riflettere sulla Parola, ma anche leggerla in modo giusto. Come nella scuola rabbinica, così anche tra i monaci il leggere stesso compiuto dal singolo è al contempo un atto corporeo. “Se, tuttavia, legere e lectio vengono usati senza un attributo esplicativo, indicano per lo più un’attività che, come il cantare e lo scrivere, comprende l’intero corpo e l’intero spirito”, dice al riguardo Jean Leclercq (ibid., p.21).
E ancora c’è da fare un altro passo. La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con Lui. Specialmente nel Libro dei Salmi Egli ci dà le parole con cui possiamo rivolgerci a Lui, portare la nostra vita con i suoi alti e bassi nel colloquio davanti a Lui, trasformando così la vita stessa in un movimento verso di Lui. I Salmi contengono ripetutamente delle istruzioni anche sul come devono essere cantati ed accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Due canti della liturgia cristiana derivano da testi biblici che li pongono sulle labbra degli Angeli: il Gloria, che è cantato dagli Angeli alla nascita di Gesù, e il Sanctus, che secondo Isaia 6 è l’acclamazione dei Serafini che stanno nell’ immediata vicinanza di Dio. Alla luce di ciò la Liturgia cristiana è invito a cantare insieme agli Angeli e a portare così la parola alla sua destinazione più alta. Sentiamo in questo contesto ancora una volta Jean Leclercq: “I monaci dovevano trovare delle melodie che traducevano in suoni l’adesione dell’uomo redento ai misteri che egli celebra. I pochi capitelli di Cluny, che si sono conservati fino ai nostri giorni, mostrano così i simboli cristologici dei singoli toni” (cfr ibid. p.229).
In Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci vale come regola determinante la parola del Salmo: Coram angelis psallam Tibi, Domine – davanti agli angeli voglio cantare a Te, Signore (cfr 138,1). Qui si esprime la consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria in presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi esposti al criterio supremo: di pregare e di cantare in maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi, che erano considerati gli autori dell’armonia del cosmo, della musica delle sfere.
I monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una “creatività” privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità.
Per capire in qualche modo la cultura della parola, che nel monachesimo occidentale si è sviluppata dalla ricerca di Dio, partendo dall’interno, occorre finalmente fare almeno un breve cenno alla particolarità del Libro o dei Libri in cui questa Parola è venuta incontro ai monaci. La Bibbia, vista sotto l’aspetto puramente storico o letterario, non è semplicemente un libro, ma una raccolta di testi letterari, la cui stesura si estende lungo più di un millennio e i cui singoli libri non sono facilmente riconoscibili come appartenenti ad un’unità interiore; esistono invece tensioni visibili tra di essi.
Ciò vale già all’interno della Bibbia di Israele, che noi cristiani chiamiamo l’Antico Testamento. Vale tanto più quando noi, come cristiani, colleghiamo il Nuovo Testamento e i suoi scritti, quasi come chiave ermeneutica, con la Bibbia di Israele, interpretandola così come via verso Cristo. Nel Nuovo Testamento, con buona ragione, la Bibbia normalmente non viene qualificata come “la Scrittura”, ma come “le Scritture” che, tuttavia, nel loro insieme vengono poi considerate come l’unica Parola di Dio rivolta a noi. Ma già questo plurale rende evidente che qui la Parola di Dio ci raggiunge soltanto attraverso la parola umana, attraverso le parole umane, che cioè Dio parla a noi solo attraverso gli uomini, mediante le loro parole e la loro storia. Questo, a sua volta, significa che l’aspetto divino della Parola e delle parole non è semplicemente ovvio. Detto in espressioni moderne: l’unità dei libri biblici e il carattere divino delle loro parole non sono, da un punto di vista puramente storico, afferrabili. L’elemento storico è la molteplicità e l’umanità. Da qui si comprende la formulazione di un distico medioevale che, a prima vista, sembra sconcertante: “Littera gesta docet – quid credas allegoria…” (cfr Augustinus de Dacia, Rotulus pugillaris, I). La lettera mostra i fatti; ciò che devi credere lo dice l’allegoria, cioè l’interpretazione cristologica e pneumatica.
Possiamo esprimere tutto ciò anche in modo più semplice: la Scrittura ha bisogno dell’interpretazione, e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta. In essa ha la sua unità e in essa si dischiude il senso che tiene unito il tutto. Detto ancora in un altro modo: esistono dimensioni del significato della Parola e delle parole, che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta di questa Parola che crea la storia. Mediante la crescente percezione delle diverse dimensioni del senso, la Parola non viene svalutata, ma appare, anzi, in tutta la sua grandezza e dignità. Per questo il “Catechismo della Chiesa Cattolica” con buona ragione può dire che il cristianesimo non è semplicemente una religione del libro nel senso classico (cfr n. 108). Il cristianesimo percepisce nelle parole la Parola, il Logos stesso, che estende il suo mistero attraverso tale molteplicità. Questa struttura particolare della Bibbia è una sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato fondamentalismo. La Parola di Dio stesso, infatti, non è mai presente già nella semplice letteralità del testo. Per raggiungerla occorre un trascendimento e un processo di comprensione, che si lascia guidare dal movimento interiore dell’insieme e perciò deve diventare anche un processo di vita. Sempre e solo nell’unità dinamica dell’insieme i molti libri formano un Libro, si rivelano nella parola e nella storia umane la Parola di Dio e l’agire di Dio nel mondo.
Tutta la drammaticità di questo tema viene illuminata negli scritti di san Paolo. Che cosa significhi il trascendimento della lettera e la sua comprensione unicamente a partire dall’insieme, egli l’ha espresso in modo drastico nella frase: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita” (2 Cor 3,6). E ancora: “Dove c’è lo Spirito … c’è libertà” (2 Cor 3,17). La grandezza e la vastità di tale visione della Parola biblica, tuttavia, si può comprendere solo se si ascolta Paolo fino in fondo e si apprende allora che questo Spirito liberatore ha un nome e che la libertà ha quindi una misura interiore: “Il Signore è lo Spirito, e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3,17). Lo Spirito liberatore non è semplicemente la propria idea, la visione personale di chi interpreta. Lo Spirito è Cristo, e Cristo è il Signore che ci indica la strada. Con la parola sullo Spirito e sulla libertà si schiude un vasto orizzonte, ma allo stesso tempo si pone un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività, un limite che obbliga in maniera inequivocabile il singolo come la comunità e crea un legame superiore a quello della lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore.Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale.
Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio.
 Mancanza di legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua distruzione. Nella considerazione sulla “scuola del servizio divino” – come Benedetto chiamava il monachesimo – abbiamo fino a questo punto rivolto la nostra attenzione solo al suo orientamento verso la parola, verso l’ “ora”. E di fatto è a partire da ciò che viene determinata la direzione dell’insieme della vita monastica. Ma la nostra riflessione rimarrebbe incompleta, se non fissassimo il nostro sguardo almeno brevemente anche sulla seconda componente del monachesimo, quella descritta col “labora”. Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale. Paolo che, come rabbi e poi come annunciatore del Vangelo ai gentili, era anche tessitore di tende e si guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani, non costituisce un’eccezione, ma sta nella comune tradizione del rabbinismo.
Il monachesimo ha accolto questa tradizione; il lavoro manuale è parte costitutiva del monachesimo cristiano. Benedetto parla nella sua Regola non propriamente della scuola, anche se l’insegnamento e l’apprendimento – come abbiamo visto – in essa erano cose praticamente scontate. Parla però
esplicitamente del lavoro (cfr cap.48). Altrettanto fa Agostino che al lavoro dei monaci ha dedicato un libro particolare. I cristiani, che con ciò continuavano nella tradizione da tempo praticata dal giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa dalla parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, con la quale Egli difendeva il suo operare in giorno di Sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (5, 17). Il mondo greco-romano non conosceva alcun Dio Creatore; la divinità suprema, secondo la loro visione, non poteva, per così dire, sporcarsi le mani con la creazione della materia. Il “costruire” il mondo era riservato al demiurgo, una deità subordinata. Ben diverso il Dio cristiano: Egli, l’Uno, il vero e unico Dio, è anche il Creatore. Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo.
Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione. Siamo partiti dall’osservazione che, nel crollo di vecchi ordini e sicurezze, l’atteggiamento di fondo dei monaci era il quaerere Deum – mettersi alla ricerca di Dio. Potremmo dire che questo è l’atteggiamento veramente filosofico: guardare oltre le cose penultime e mettersi in ricerca di quelle ultime, vere. Chi si faceva monaco, s’incamminava su una via lunga e alta, aveva tuttavia già trovato la direzione: la Parola della Bibbia nella quale sentiva parlare Dio stesso. Ora doveva cercare di comprenderLo, per poter andare verso di Lui. Così il cammino dei monaci, pur rimanendo non misurabile nella lunghezza, si svolge ormai all’interno della Parola accolta. Il cercare dei monaci, sotto certi aspetti, porta in se stesso già un trovare.
Occorre dunque, affinché questo cercare sia reso possibile, che in precedenza esista già un primo movimento che non solo susciti la volontà di cercare, ma renda anche credibile che in questa Parola sia nascosta la via – o meglio: che in questa Parola Dio stesso si faccia incontro agli uomini e perciò gli uomini attraverso di essa possano raggiungere Dio. Con altre parole: deve esserci l’annuncio che si rivolge all’uomo creando così in lui una convinzione che può trasformarsi in vita.Affinché si apra una via verso il cuore della Parola biblica quale Parola di Dio, questa stessa Parola deve prima essere annunciata verso l’esterno. L’espressione classica di questa necessità della fede cristiana di rendersi comunicabile agli altri è una frase della Prima Lettera di Pietro, che nella teologia medievale era considerata la ragione biblica per il lavoro dei teologi: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza che è in voi” (3, 15) (Logos, la Ragionedella Speranza deve diventare apo-logia, la Paroladeve diventare risposta).
Di fatto, i cristiani della Chiesa nascente non hanno considerato il loro annuncio missionario come una propaganda, che doveva servire ad aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infine nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava tutti e che, nel loro intimo, tutti gli uomini attendono. L’universalità di Dio e l’universalità della ragione aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere dell’annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa, ma all’ambito della verità che riguarda ugualmente tutti. Lo schema fondamentale dell’annuncio cristiano “verso l’esterno” – agli uomini che, con le loro domande, sono in ricerca – si trova nel discorso di san Paolo all’Areopago. Teniamo presente, in questo contesto, che l’Areopago non era una specie di accademia, dove gli ingegni più illustri s’incontravano per la discussione sulle cose sublimi, ma un tribunale che aveva la competenza in materia di religione e doveva opporsi all’importazione di religioni straniere. È proprio questa l’accusa contro Paolo: “Sembra essere un annunziatore di divinità straniere” (At 17, 18). A ciò Paolo replica: “Ho trovato presso di voi un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (cfr 17, 23). Paolo non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere. Che all’origine di tutte le cose deve eserci non l’irrazionalità, ma la Ragionecreativa; non il cieco caso, ma la libertà. Tuttavia, malgrado che tutti gli uomini in qualche modo sappiano questo – come Paolo sottolinea nella Lettera ai Romani (1, 21) – questo sapere rimane irreale: un Dio soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se Egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui.
La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano consiste in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos – presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est (Gv 1,14): proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio. La nostra situazione di oggi, sotto molti aspetti, è diversa da quella che Paolo incontrò ad Atene, ma, pur nella differenza, tuttavia, in molte cose anche assai analoga. Le nostre città non sono più piene di are ed immagini di molteplici divinità. Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto. Ma come allora dietro le numerose immagini degli dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui. Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati.Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi.Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.

Newsletter della UAAR Unione Atei Agnostici Razionalisti


Newsletter

La newsletter dell’associazione è uno strumento utilissimo per chiunque voglia essere aggiornato, comodamente a casa propria, sull’attività dell’UAAR.

Con cadenza mensile sarà possibile essere informati sulle piccole/grandi notizie, le prese di posizione, gli appuntamenti, le manifestazioni e le iniziative organizzate dalla nostra associazione.

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In questa pagina pubblichiamo l’elenco completo delle nostre Newsletter affinché le persone interessate abbiano la possibilità di valutarne i contenuti.

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Newsletter | UAAR.

Zakia è una delle 150 vittime l’anno ustionate dai loro mariti con l’acido in Pakistan. Il chirurgo Mohammed Jawad tenta di ricostruirle il volto | La ventisettesima ora


pensando alla cultura degli islamisti tanto amati dalla sinistra massimalista italiana (perchè li pensano come il nuovo proletariato)  e da studiosi che odiano la cultura occidentale e vivono in condomini protetti da portinerie blindate

P. Ferrario

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Metà del volto di Zakia è stata cancellata dall’acido gettatole in faccia dal marito. Cio’ che resta – l’occhio destro, parte del naso, la bocca – lo nasconde il niqab. E’ una delle 150 vittime l’anno (dichiarate) di attacchi con l’acido in Pakistan. Il chirurgo Mohammed Jawad tenta di ricostruirle il volto, lei cerca giustizia in tribunale. Lo racconta Saving Face (salvare la faccia),documentario co-diretto da una regista pachistanavincitore ieri dell’Oscar per “miglior documentario cortometraggio”.

Salvare la faccia delle donne pachistane Premio Oscar. E la battaglia continua | La ventisettesima ora.

ARTHUR SCHOPENHAUER (1788-1860): Il CORANO, questo cattivo libro …


Il Corano, questo cattivo libro, fu sufficiente per fondare una religione mondiale, per soddisfare il bisogno metafisico di milioni e milioni di uomini, per definire il fondamento della loro morale – e di un  notevole disprezzo della morte, ma anche per esaltarli convolgendoli in guerre sanguinose e nelle conquiste più estese.
Nel Corano troviamo la forma più squallida e più povera di teismo…
In quest’opera, io non sono riuscito a scoprire nemmeno un pensiero dotato di valore”

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

Questo testo è stato scritto nella prima metà dell’800. Noto, per inciso, che oggi per molto meno i vittimisti perdenti radicali mettono a ferro e fuoco le democrazie occidentali e sgozzano i loro apostati

religioni e terrorismo


I nuovi terroristi religiosi non sono esclusivamente di matrice radicale islamica. Nell´attuale scenario internazionale sono attivi gruppi eversivi che si ispirano a correnti fondamentaliste cristiane, ebraiche, induiste, buddiste e sikh, nonché a determinate sette religiose apocalittiche. I militanti di tali organizzazioni percepiscono la violenza terroristica (anche quella che provoca un grande numero di vittime innocenti) come un atto sacramentale, teso a perseguire i più elevati valori morali e spirituali.
L´era del moderno “terrorismo sacro” non inizia con l´attacco al World trade center di New York, ma circa due decenni prima, all´inizio degli anni ‘80. Per buona parte del XX secolo i movimenti terroristici, sia in occidente sia nel mondo non-occidentale, erano prevalentemente di tipo laico e secolarizzato. La rivoluzione islamica in Iran nel 1979 diede un primo significativo impulso all´emergere di movimenti eversivi d´ispirazione religiosa nel mondo islamico. Successivamente, si assiste al riemergere di movimenti estremisti violenti anche nell´ambito di altre tradizioni religiose. Tra questi vanno menzionati, ad esempio, il Christian white supremacist movement negli Stati Uniti, i movimenti estremisti ebrei ispirati al pensiero del rabbino Meir Kahane in Israele, i terroristi indù e i gruppi militanti sikh in India e infine i gruppi buddisti violenti nello Sri Lanka.
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tutto l’articolo qui: Se la religione fa terrore

unità informativa connessa a:

Christopher Hitchens, DIO NON E’ GRANDE, come la religione avvelena ogni cosa, Einaudi

http://mappeser.com/?s=Christopher+Hitchens%2C+DIO+NON+E%27+GRANDE

gli islamisti e le donne: CANADA, AFGHANO UCCIDE LE TRE FIGLIE PER ONORE (Guido Olimpio, Corriere della Sera)


Volevano una vita normale, con le piccole e grandi libertà rivendicate dai giovani. Uno stile occidentale sgradito al patriarca, il severo Muhammad. Che, davanti a quella che riteneva una mancanza di rispetto e una sfida insolente, ha deciso una punizione estrema. Senza appello. 

» Leggi tutto

da CANADA, AFGHANO UCCIDE LE TRE FIGLIE PER ONORE (Guido Olimpio, Corriere della Sera).

Boko Haram, che vuol dire “l’educazione occidentale è proibita”, lotta dal 2002 per imporre in tutta la Nigeria la shari’a nella sua interpretazione più rigorosa | l’Occidentale


Sale la tensione in Nigeria dopo un nuovo comunicato minaccioso di Boko Haram, i terroristi islamici che il 2 gennaio, dopo le stragi compiute a Natale, hanno dato tre giorni di tempo ai cristiani per lasciare gli stati del nord, a maggioranza islamica. Da allora è stato un susseguirsi di attentati e di aggressioni culminati tra il 20 e il 24 in una serie di attacchi messi a segno, e rivendicati da Boko Haram, a Kano e a Bauchi, capitali degli omonimi stati settentrionali. Nella sola Kano le vittime in poche ore sono state quasi 200.

Boko Haram, che vuol dire “l’educazione occidentale è proibita”, lotta dal 2002 per imporre in tutta la Nigeria la shari’a nella sua interpretazione più rigorosa, cosa che lo ha portato a colpire talvolta anche degli islamici ritenuti poco ortodossi o troppo tolleranti nei confronti delle comunità cristiane.

vai a: In Nigeria Goodluck Jonathan è costretto a fare i conti con Boko Haram | l’Occidentale.

Giovanni Sartori: concessione della residenza permanente trasferibile ai figli, ma pur sempre revocabile – Corriere della Sera


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Inghilterra e Francia sono a oggi i Paesi più «invasi» (anche per via della loro eredità coloniale) e oramai accomodano una terza generazione di immigrati da tempo accettati come cittadini. La sorpresa è stata che una parte significativa di questa terza generazione non si è affatto «integrata». Vive in periferie ribelli e ridiventa, o sempre più diventa, islamica. Si contava di assorbirli e invece si scopre che i valori etico-politici dell’Occidente sono più che mai rifiutati.

Che senso ha, allora, trasformare automaticamente in cittadini tutti coloro che nascono in Italia, oppure, dopo qualche anno, chi risiede in Italia?
Questa è stata, finito il comunismo, la tesi della nostra sinistra, sostenuta dall’argomento che chi lavora e paga le tasse in un Paese si paga, per ciò stesso, il diritto di cittadinanza. Ma non è così. Le tasse pagano i servizi (polizia, pompieri, manutenzione delle strade e simili) dei quali qualsiasi residente usufruisce e che non paga, o meglio che paga, appunto, pagando le tasse.
E vengo alla mia idea. Da sempre il diritto di cittadinanza è fondato sui due principi del ius soli (diventi cittadino di dove nasci) oppure del ius sanguinis (mantieni la cittadinanza dei tuoi genitori). Vorrei proporre un terzo principio: la concessione della residenza permanente trasferibile ai figli, ma pur sempre revocabile. Chiunque entri in un Paese legalmente, con le carte in regola e un posto di lavoro non dico assicurato ma quantomeno promesso o credibile, diventa residente a vita (senza fastidiosi e inutili rinnovi). In attesa di scoprire quanti saremo, se li possiamo assorbire o meno, questa formula dà tempo e non fa danno.

Una soluzione di buon senso – Corriere della Sera.

minacce di gruppi integralisti cristiani allo spettacolo di Romeo Castellucci “Sul concetto di volto del figlio di Dio”, programmato al teatro Franco Parenti per il 24 gennaio


In seguito alle minacce  di  gruppi integralisti cristiani di bloccare lo spettacolo di Romeo Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio  

Sul concetto di volto del figlio di Dio,

programmato al teatro Franco Parenti per il 24 gennaio e alle polemiche che ne sono seguite, un gruppo di critici di teatro ha scritto questo appello, che riporto con le firme raccolte nel primo giorno.

Si può aderire scrivendo all’indirizzo circocritico@libero.it oppure aredazione@teatroecritica.net

Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena. Un appello
I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico. Ma quando la censura preventiva prende il posto del dissenso e diviene intimidazione, non è più questione di questa o quella interpretazione, è la libertà stessa di interpretare che viene messa in pericolo. E’ quanto sta accadendo con lo spettacolo di Romeo Castellucci “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” in programmazione al Teatro Franco Parenti di Milano: un’orchestrata campagna di minacce e di anatemi lo ha preceduto nel tentativo, sfacciatamente dichiarato, di non farlo andare in scena. Di fronte allo sconfortante avanspettacolo dell’intolleranza che si traveste da diritto di critica e dell’intimidazione che si richiama alla libertà di parola, pensiamo di non potere e di non dovere restare indifferenti. Tanto meno indifferenti nel momento in cui l’offensiva integralista contro lo spettacolo ha rivelato la sua vera natura investendo la persona della direttrice del Franco Parenti André Ruth Shammah  con le espressioni dell’antisemitismo più classico ed abietto.  Non si tratta di scegliere tra chi dice di aver scritto il suo spettacolo come una preghiera e chi, senza averlo visto, lo accusa di essere blasfemo (due cose che in molte opere d’arte del novecento si sono spesso confuse senza che questo generasse guerre di religione). Si tratta semplicemente di garantire a Romeo Castellucci la prima ed essenziale libertà di ogni arte e di ogni artista: quella di essere compreso o frainteso con cognizione di causa, di essere giudicato secondo la sua opera e non secondo il pregiudizio di un manipolo di fondamentalisti che agita la fede in Cristo come una clava identitaria. Chiediamo ai cittadini, agli intellettuali, agli artisti e a chiunque consideri la libertà dell’espressione artistica un cardine irrinunciabile della nostra esistenza civile, di non lasciare Romeo Castellucci e la sua opera nel cerchio di solitudine che l’alleanza tra il fanatismo di pochi e la reticenza di molti rischia di creargli attorno. “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” deve andare in scena.
Hanno aderito fino alle ore alle 18 del 20 gennaio 2012
Massimo Marino (critico di teatro), Attilio Scarpellini (critico di teatro), Oliviero Ponte di Pino ( critico di teatro, direttore editoriale Garzanti), Lorenzo Pavolini (scrittore), Giancarlo De Cataldo (scrittore), Marco Belpoliti (scrittore e saggista), Mario Martone (regista, direttore del Teatro Stabile di Torino), Paolo Rumiz (giornalista e scrittore), Lorenzo Cherubini Jovanotti (cantante), Carola Susani (scrittrice), Marco Martinelli (drammaturgo e regista), Ermanna Montanari (attrice), Pippo Delbono (regista e attore), Marino Sinibaldi (direttore di Rai Radio Tre), Enrico Ghezzi (Rai Tre Fuori Orario), Salvatore Veca (filosofo), Magda Poli (critico di teatro), Emma Dante (regista), Compagnia Sud Costa Occidentale, Gabriele Lavia (attore, direttore artistico Teatro di Roma), Graziano Graziani (critico di teatro), Sergio Lo Gatto (critico di teatro), Katia Ippaso (critica e scrittrice), Mariateresa Surianello (critica di teatro), Simone Nebbia (critico di teatro), Andrea Pocosgnich (critico di teatro), Marco de Marinis (docente universitario e direttore Centro la Soffitta di Bologna), Cristina Ventrucci (condirettore Festival di Santarcangelo), Armando Punzo (regista teatrale, direttore Compagnia della Fortezza), Pietro Valenti (direttore di Emilia Romagna Teatro), Silvia Bottiroli (direttore artistico Festival di Santarcangelo), Rodolfo Sacchettini (condirettore Festival di Santarcangelo), Giuseppe Liotta (presidente Associazione nazionale critici di teatro), Andrea Nanni (direttore artistico festival Inequilibrio di Castiglioncello), Paolo Nori (scrittore), Grazia Verasani (scrittrice), Antonio Scurati (scrittore), Giordano Montecchi (musicologo e critico musicale), Andrea Porcheddu (critico di teatro), Roberto Giambrone (giornalista di teatro e di danza), Renzo Francabandera (giornalista di teatro), Christian Raimo (scrittore), Silvia Fanti e Daniele Gasparinetti (Xing Perform), Nicola Viesti (critico di teatro), Antonio Tagliarini (performer), Daria Deflorian (attrice), Sonia Bergamasco (attrice), Fabrizio Gifuni (attore), Walter Malosti (attore), Stefania Scateni (giornalista), Antonio Audino (critico di teatro), Roberto Santachiara (agente letterario), Renata Colorni (direttore editoriale I Meridiani Mondadori), Angela Albanese, Rita Corli (bibliotecaria), Giuseppe Blumetti, Walter Le Moli (regista teatrale), Marinella Manicardi (attrice), Giambattista Marchetto, Leonardo Mello (direttore “Venezia Viva”), Alfredo Pirri, Jacopo Quadri (montatore cinematografico), Renato Quaglia (organizzatore teatrale), Valentina Valentini (docente alla Sapienza, Università di Roma), Gianandrea Piccioli, Sandra Bonsanti, Paola Bignami (docente Dams Bologna), Paola Quarenghi (docente presso La Sapienza, Università di Roma), Andrea Adriatico (regista di teatro e di cinema), Altre Velocità redazione intermittente sulle arti sceniche, Anna Amadori (attrice), Giovanni Ambrosetto, Giovanni Azzaroni (docente universitario), Roberta Carlotto, Stefano Casi, Masolino D’Amico (critico e docente di teatro), François Khan (attore), Lenz Rifrazioni, Alessandro Leogrande (scrittore), Teatri di Vita, Carmelo Antonio Zapparrata (critico di danza), Compagnia del Teatro dell’Argine,  Francesca De Sanctis (giornalista e critica di teatro), Luca Archibugi (scrittore e drammaturgo), Maddalena Giovannelli (critico di teatro), Sara Bertelà (attrice), Corrado d’Elia regista e attore – teatri Possibili), Monica Faggiani (Teatri Possibili), Luigi Weber (critico letterario), Barbara Regondi (Emilia Romagna Teatro), Mario Perrotta (scrittore e attore), Fanny & Alexander, Ferdinando Bruni e Elio De Capitani (direttori artistici Teatro dell’elfo), Alfredo Pirri (artista visivo), Debora Pietrobono (organizzatrice teatrale), Anna Carofiglio, Paolo di Stefano (giornalista e scrittore), Simona Bianchi (direttore artistico teatro Ambra alla Garbatella), Roberto Canziani (critico di teatro, Università di Udine), Tamara Bartolini (attrice), Filippo Vendemmiati (giornalista e regista), Matteo Antonaci (critico di teatro), Chiara Pirri (critico di teatro), OpenSpaceTeatro, Silvia Costa (attrice), Giacomo Garaffoni(attore e regista), Cira Santoro (Responsabile Teatro Comunale A. Testoni), Paola Naldi (giornalista), Emanuele Trevi (scritti), Narramondo Teatro, Nicola Bionda (Direzione Cinema Teatro Gnomo), Francesca Ballico (attrice), Paolo Bignamini (attore), Piersandra Di matteo (studiosa di teatro), Costanza Firrao (segreteria nazionale Libertà e Giustizia – Milano), Laura Landolfi (giornalista), Vincenzo Branà (giornalista e organizzatore culturale) e molti altri cittadini, artisti, intellettuali, organizzatori culturali.
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Vedi anche la pagina facebook Io sostengo Romeo Castellucci, con il video della conferenza stampa del 18 gennaio, con la notizia di un intervento del poeta Tonino Guerra che dice   “Romagnoli vi chiedo di stare accanto al nostro grande regista teatrale Romeo Castellucci”, chiedendo ai sindaci romagnoli di intervenire per sostenerlo Vedi anche la mia intervista su Doppiozero.comUn appello per Castellucci. Dal blog Controscene di Massimo Marino. Corriere di Bologna.

È morto Christopher Hitchens (1949-2011), lo scrittore e giornalista inglese assurto a fama mondiale per le sue feroci polemiche contro la religione


È morto a Houston all’età di 62 anni Christopher Hitchens, lo scrittore e giornalista inglese diventato famoso anche  per le sue feroci polemiche contro la religione. 
Ateo convinto, autore di libri come «Dio non è grande» e un pamphlet critico di Madre Teresa, Hitchens mise nel mirino i bersagli pubblici più disparati, da Henry Kissinger a Bill Clinton, definito «uno stupratore», fino alla monarchia britannica. Aveva condotte molte battaglie progressiste, compresa quella per la restituzione alla Grecia dei marmi del Partenone, ma senza mai allinearsi alla sinistra ufficiale. Spiazzando molti intellettuali «liberal», se la prese ad esempio con l’Islamofascismo (era un ammiratore di Oriana Fallaci che definì «la più coraggiosa giornalista del suo tempo») e sostenne l’intervento in Iraq.

Hitchens, che viveva negli Usa da più di 30 anni, è stato inviato di guerra e critico letterario, collaborando con numerose testate tra cui il Wall Street Journal, Vanity Fair, l’Atlantic, Slate. In patria scriveva di questioni americane per il Daily Mail e in Italia era tradotto dal Corriere della Sera. Quando aveva scoperto di avere un tumore, lo stesso di cui era morto il padre, aveva appena dato alle stampe le sue memorie intitolate «Hitch-22».

Il ricordo nei tweets di Gianni Riotta

+ E’ morto Hitchens la sinistra inglese intelligente. In guerra del Golfo viaggiavamo insieme nel deserto

+ Portai Hitchens al Corriere nel 2005 e disse “It’s a lot of fun! Hope my old buddies at Manifesto will read me now”

+ Hitchens “Mio padre affondo’ una nave di Hitler in guerra. In un giorno fece un lavoro migliore di me in tutta la vita da giornalista no?”

+ Quando beveva da inglese e si addormentava nel deserto sulla mia spalla

+ Hitchens si schiero’ contro Saddam e tanti gli tolsero il saluto. Sorrideva e se ne fregava

da Addio Hitchens, paladino dell’ateismo – LASTAMPA.it.

Presentazione del VII Rapporto annuale sulla Secolarizzazione in Italia, da Radio Radicale


Presentazione del VII Rapporto annuale sulla Secolarizzazione in Italia

Roma 12 dicembre 2011 - 2h 43′ 42″
Presentazione del VII Rapporto annuale sulla Secolarizzazione in Italia Presentazione del Primo dossier completo sulla presenza delle Chiese nei media televisivi: talk show, fiction, cerimonie religiose. Presentazione del Secondo dossier sui tempi di notizia e di parola del Papa Benedetto XVI e dei soggetti confessionali (anni 2008-2011 primo trimestre) Promosso da Fondazione Critica Liberale e da Cgil Nazionale Settore Nuovi Diritti

DIBATTITO -

Franco Garelli, Religione all’italiana, L’anima del paese messa a nudo


F. GARELLI

Religione all’italiana

L’anima del paese messa a nudo

Collana “Contemporanea”

pp. 256, € 17,00
978-88-15-23373-8
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 03/11/2011

Copertina 23373


“Secolarizzazione e voglia di sacro, crisi delle vocazioni e volontariato, bricolage religioso e potenza del carisma, fede dubbiosa e atei devoti, protagonismo della Chiesa e cattolicesimo su misura. Gli italiani tra religiosità tradizionale e ricerca di nuove spiritualità”.

Da sempre nazione cattolica per antonomasia, in tempi recenti l’Italia ha distillato un cocktail religioso in cui agli ingredienti risaputi del passato si mescolano quelli insoliti del presente: una chiesa sempre (più) attiva nell’arena pubblica, che dà battaglia sui temi della vita, della famiglia e della bioetica, ma anche molte persone che si definiscono cattoliche pur vivendo in modo del tutto secolarizzato; l’emergere di individualismi religiosi e spiritualità alternative, accanto a una fede tradizionale riscoperta grazie agli immigrati musulmani; un sentimento religioso più diffuso e una maggior presenza ai riti rispetto ad altri paesi europei, ma anche la prevalenza di una fede dubbiosa su quella certa; una nuova voglia di sacro e di figure religiose carismatiche, insieme alla crescita di un’”appartenenza senza credenza”.

Franco Garelli insegna Sociologia dei processi culturali e Sociologia della religione nell’Università di Torino. Tra i volumi pubblicati con il Mulino: “Forza della religione e debolezza della fede” (1996), “Sfide per la chiesa del nuovo secolo” (2003), “L’Italia cattolica nell’epoca del pluralismo” (2006) e “La Chiesa in Italia” (2007)

Volumi – F. GARELLI, Religione all’italiana.

I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune … presidente della Cei cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana


… è l’esibizione talora a colpire. Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre, e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva. È nota la difficoltà a innescare la marcia di uno sviluppo che riduca la mancanza di lavoro, ed è noto il peso che i provvedimenti economici hanno caricato sulle famiglie; non si può, rispetto a queste dinamiche, assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti. La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto.


Solo comportamenti congrui ed esemplari, infatti, commisurati alla durezza della situazione, hanno titolo per convincere a desistere dal pericoloso gioco dei veti e degli egoismi incrociati.

9. La questione morale, complessivamente intesa, non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un appello urgente. Non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture, ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo. Nessuno può negare la generosa dedizione e la limpida rettitudine di molti che operano nella gestione della cosa pubblica, come pure dell’economia, della finanza e dell’impresa: a costoro vanno rinnovati stima e convinto incoraggiamento. Si noti tuttavia che la questione morale, quando intacca la politica, ha innegabili incidenze culturali ed educative. Contribuisce, di fatto, a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente, quando questa dovrebbe lasciare il passo alla cultura della serietà e del sacrificio, fondamentale per imparare a prendere responsabilmente la vita. 

da Il testo integrale dell’intervento di Bagnasco - Il Messaggero

Veronica Lario e Silvio Berlusconi

da 27/09/2011 – Perché il cardinal Bagnasco adesso critica Berlusconi? di Giorgio Dell’Arti

Prima di tutto: chi è Bagnasco?

Esiste la Conferenza episcopale italiana. Che cos’è? È l’assemblea permanente dei vescovi italiani, che ha il compito di studiare i problemi che interessano la vita della Chiesa in Italia, di dare orientamento nel campo dottrinale e pastorale, di mantenere i rapporti con le pubbliche autorità italiane, di gestire direttamente il Concordato con l’Italia. Il presidente di questo organismo molto importante è appunto il cardinale Angelo Bagnasco, scelto a quella carica dallo stesso Benedetto XVI.

Che cosa ha detto esattamente, a proposito di Berlusconi, il cardinale Bagnasco?

Ribadisco che la parola “Berlusconi” non è stata mai pronunciata. Le parole in questione sono queste: «I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Mortifica dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. Non è la prima volta che ci occorre di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda. Si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rivelano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica. La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto». Bagnasco parlava al consiglio permanente dei vescovi, riuniti ieri a Roma.

Sento qualcosa dietro la frase «non è la prima volta che ci occorre di annotarlo…»

Bagnasco risponde ai tanti, cattolici e no, che hanno accusato la Chiesa di star zitta davanti alla libidine fuori controllo del premier. L’ultima a richiamare i vescovi è stata Barbara Spinelli, su Repubblica: «Che altro deve fare il capo di governo, perché i custodi del cattolicesimo dicano la nuda parola: “Ora basta”? Qualcosa succede nel loro animo quando leggono le telefonate di un Premier che traffica favori, nomine, affari, con canaglie e strozzini?». Gian Antonio Stella, sul «Corriere», ha poi scritto, in un articolo in cui si ricordano le tante volte che il premier ha preteso di essere ben più che un cattolico e un’anima pia, addirittura un santo («l’unto dal Signore»): «Il Cavaliere, oltre che il premier, fa anche il cattolico “a tempo perso”? Le autorità vaticane sembrano aver scelto di tacere, per ora, su quel pollaio di finte infermiere e squillo russe e ballerine sudamericane che emerge dalle intercettazioni». E già un anno fa Micromega aveva raccolto le dichiarazioni di undici sacerdoti, tutte dirette contro il silenzio della Chiesa.

Berlusconi commenterebbe che si tratta dei soliti preti comunisti.

Avrebbe torto, perché se prima il papa e poi Bagnasco hanno deciso di parlare significa che lo spettacolo ha superato i limiti. Del resto, ogni settimana i sondaggi segnalano una caduta di consensi per Berlusconi e per i due partiti del centro-destra. Galli della Loggia, in un editoriale sul «Corriere», ha invitato gli uomini del centro-destra a darsi una mossa, se non vogliono sparire. La mossa, appunto, sarebbe quella di procedere a un rinnovamento profondo e veloce verso una classe dirigente votabile.

Al cardinale vanno bene i magistrati che realizzano centomila intercettazioni su una vicenda che non è neanche certo abbia risvolti penali?

No, il cardinale si dichiara colpito dall’«ingente mole di strumenti di indagine messa in campo» e dalla «dovizia delle cronache a ciò dedicate». Questo però non assolve Berlusconi: «Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé»

”Ogni cinque minuti un cristiano viene ucciso a causa della sua fede. Nel 2011 si stima che saranno 105 mila le vittime della persecuzione contro i cristiani. Tra il 2000 e il 2010 le vittime sono state 160 mila all’anno, mentre nel XX secolo sono stati 45 milioni i cristiani uccisi a motivo della loro religione”.


”Ogni cinque minuti un cristiano viene ucciso a causa della sua fede. Nel 2011 si stima che saranno 105 mila le vittime della persecuzione contro i cristiani. Tra il 2000 e il 2010 le vittime sono state 160 mila all’anno, mentre nel XX secolo sono stati 45 milioni i cristiani uccisi a motivo della loro religione”. Citando queste stime, che dicono che i cristiani sono ”i piu’ perseguitati al mondo”, Massimo Introvigne, direttore Cesnur e rappresentante dell’Osce per la lotta alla discriminazione, al razzismo e alla xenofobia, ha lanciato l’allarme per quella che è diventata ”una vera e propria emergenza umanitaria, che non riguarda solo i cristiani ma tutta la società civile e le istituzioni internazionali”. L’occasione è quella del convegno ”I buoni saranno martirizzati. La persecuzione ai cristiani nel XXI secolo” promosso alla pontificia università Lateranense da ”Luci sull’Est” e a cui hanno preso parte, oltre a Introvigne, il vescovo di San Marino e Montefeltro, mons. Luigi Negri, il direttore di Asianews, padre Bernardo Cervellera e l’eurodeputato Magdi Allam. ”Se ci sono delle vittime ci sono anche degli assassini – ha spiegato Introvigne -. E proprio il Papa ce li ha indicati in un celebre discorso del 5 gennaio scorso. Il Papa ha parlato del fondamentalismo islamico in Paesi come il Pakistan e l’Egitto, aggravato nel primo caso dalla legge sulla blasfemia e nel secondo dall’errore che si fa di mettere sullo stesso piano libertà di culto e libertà religiosa; ci sono poi i regimi comunisti come la Corea del Nord; i Paesi dei nazionalismi religiosi come l’India. Infine – ha aggiunto – Benedetto XVI ci dice che la discriminazione religiosa esiste anche in Occidente” in forme diverse, come quella ”dell’intolleranza verso il Papa o dell’odio ideologico” che, ha avvertito, ”non sono meno pericolose”. 

da 2011, 105mila cristiani vittime – LASTAMPA.it.

Dati storici ed empirici: Violenza e terrorismo nascono nelle moschee – di Magdi Cristiano Allam, in ilGiornale.it


Appello fraterno da italiano che ama l’Italia ai connazionali succubi del­l’id­eologia del multi­culturalismo e folgo­rati dalla moschea­mania. Fate una semplice ricerca all’interno del sito dell’Ansa, la principale agen­zia nazionale d’informazione, inse­rendo il nome «moschea». Scoprirete che il 99 per cento delle notizie riguarda attentati terroristici e azioni violente che si verificano nelle moschee in tutti i Paesi del mondo, sia quelli dove i musulmani sono maggioranza sia quelli dove sono minoranza, sia quelli dichiaratamente integralisti islamici che consideriamo radicali sia quelli formalmente laici che definiamo moderati; mentre il restante 1 per cento riguarda l’annuncio delle nuove moschee che si vorrebbero costruire in Italia.

Ebbene, il peso della connotazione totalmente negativa delle moschee nel mondo è tale da far apparire noi italiani come chi ostinatamente e ciecamente è votato al suicidio. Mi limiterò a indicare i fatti concernenti le moschee nel mondo degli ultimi mesi. Il 3 settembre a Londra l’imam della moschea di Finsbury Park, il libanese cieco Maymoun Ghandi Zarzour, è stato assassinato all’interno della moschea. Quando nel 1998 conobbi il fondatore della moschea di Finsbury Park, l’imam egiziano Abu Hamza Al Masri, mi confessò candidamente che la moschea organizzava pubblicamente corsi ideologici e militari per la Guerra santa islamica a Crowborough, alla periferia di Londra.

Il 30 agosto a Copenaghen, all’uscita dei fedeli dalla moschea dopo la celebrazione dell’Eid al-Fitr, la festa islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan, uno di loro è stato ucciso in una sparatoria. Il 28 agosto a Bagdad un terrorista suicida si è fatto esplodere nella moschea sunnita di Oum al-Qura, uccidendo 29 persone e ferendone gravemente altre 35. La moschea colpita è diretta dall’imam Ahmed Abdel Ghafour che ha ripetutamente condannato i terroristi islamici. Il 27 agosto a Damasco le forze di sicurezza siriane hanno dato l’assalto a una moschea affollata di fedeli, provocando un morto e 20 feriti.

Il 26 agosto in Afghanistan una bomba viene fatta esplodere nel cortile di una moschea della provincia nord-occidentale di Faryab, uccidendo 4 persone e ferendone altre 14. Il 19 agosto in Pakistan un terrorista suicida di appena 16 anni si è fatto esplodere all’interno di una moschea nel distretto tribale di Khyber, provocando il massacro di 53 persone e oltre 120 feriti. Il 17 agosto in Siria nove persone vengono uccise dalle forze di sicurezza dopo aver inscenato una manifestazione di fronte alla moschea di Fatima a Homs. L’11 agosto l’artiglieria dell’esercito siriano colpisce la moschea Uthman ben Affan a Dayr az Zor, 450 km a nord-est di Damasco e capoluogo della regione confinante con l’Irak, abbattendone il minareto. Per il regime siriano l’epicentro della rivolta popolare sono proprio le moschee. Il 15 luglio nella Tunisia che sarebbe finalmente liberata dalla dittatura di Ben Ali e consegnata alla democrazia, le forze dell’ordine fanno irruzione in una moschea di Tunisi alla ricerca degli autori di attentati terroristici contro le caserme della polizia che si ripetono nel Paese.

Il 14 luglio in Afghanistan ci sono state due esplosioni nella moschea di Kandahar, mentre aveva luogo una funzione religiosa per il fratello del presidente Hamid Karzai ucciso due giorni prima, con un bilancio di 4 morti. Il 10 giugno in Afghanistan un terrorista suicida islamico si è fatto esplodere davanti ad una moschea a Kunduz City, dove si svolgeva un rito in memoria del generale della polizia Dadu Daud, colpito a fine maggio dai talebani nella provincia di Takhar, uccidendo 4 agenti di polizia. Il 3 giugno nello Yemen il presidente Ali Abdallah Saleh resta gravemente ferito in un attentato all’interno della moschea del Palazzo presidenziale dove stava pregando, costato la vita ad altre 7 persone. Il 3 giugno in Irak 17 persone sono rimaste uccise e almeno 50 ferite in un attentato a una moschea di Tikrit.

La bomba che ha provocato la strage era contenuta in un barile di benzina lasciato vicino all’ingresso della moschea durante la preghiera del venerdì. Voglio evidenziare che gli autori degli efferati crimini sono musulmani, così come sono musulmane le vittime del terrorismo islamico. Voglio ricordare che queste atrocità perpetrate all’interno delle moschee sono sempre accadute da quando esiste l’islam, che si conferma come una religione intrinsecamente violenta e storicamente conflittuale. Pensate che ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Umar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Umar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea.

Mi era già capitato in passato di fare ciò che ho appena fatto, ossia registrare gli attentati che si perpetrano nelle moschee, ed è sempre emerso lo stesso risultato: le moschee nel mondo generano violenza. Se le vogliamo significa che siamo propri votati al suicidio. 

da Violenza e terrorismo nascono nelle moschee – Esteri – ilGiornale.it.

Burka e Nudismo, da post di cadavrexquis: Burka, Niqab e “giustizieri” solitari


una ottima argomentazione dell’ottimo cadavrexquis

P.F.

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E’ vero che, come sostiene qualcuno, per ora la legge che impedisce di indossareniqab burka in pubblico non c’è – purtroppo, aggiungo io -, ma è altrettanto vero che la legge del 1975 che impedisce, per motivi di sicurezza, di girare mascherati è tuttora in vigore e può quindi essere applicata. Tanto basterebbe, in teoria, per chiedere alla forza pubblica di “smascherare” le donne che indossano quelle gabbie di tessuto, ma non ne verrebbe disinnescata la giustificazione culturale-religiosa. Io ritengo invece che un’ulteriore legge sia necessaria, proprio per stabilire una questione di principio: chi viene a vivere qui – e sceglie di stabilirsi nel nostro paese – deve accettare determinate regole di base della nostra società, tra le quali quella di mostrare il proprio volto quando si rivolge agli altri e quando è in pubblico. Sottolineo il “deve” – e non “può, se vuole”. Credo che su certe faccende occorra essere intransigenti e, da parte della legge, ci debba essere un intervento proattivo. Non è questione di libertà individuale, come ha sostenuto indignata tale Sumaya Abdel Qader, “mediatrice culturale” giordano-palestinese. Se una donna vuol proprio scegliere di andarsene in giro bardata come una mummia (perché glielo impongono le sue tradizioni culturali o religiose), può farlo tranquillamente in quei paesi dove è consentito – o, per meglio dire, obbligatorio – farlo, come l’Arabia Saudita, per esempio. Se ognuno potesse andare in giro conciato come vuole, allora potremmo cominciare a uscire nudi per strada: basterebbe invocare ilnudismo o il naturismo come articolo di fede di una nostra personalissima religione. Scommettiamo che nessuno si sognerebbe, se venissimo fermati per oltraggio al pubblico pudore, di protestare perché sono stati lesi i nostri diritti individuali?

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da: cadavrexquis: Burka, Niqab e “giustizieri” solitari.

La lezione inglese: il multiculturalismo è sbagliato


Gli episodi di violenza scatenatisi a Londra e in altre città del Regno Unito ad opera di giovani immigrati e di inglesi figli di immigrati dimostrano semplicemente un fatto: il fallimento del multiculturalismo.

Ci sono senza dubbio tante motivazioni dietro le devastazioni avvenute in vari quartieri e tra queste forse l’ultima è la religione, mentre al primo posto sta il degrado economico e sociale, un po’ come accaduto nelle banlieu parigine nel 2005. Tuttavia, la responsabilità principale ricade sul modello britannico di integrazione, fondato, per l’appunto, sul multiculturalismo, ovvero su una strutturazione della società a “compartimenti stagni”, con tanti ghetti privi di comunicazione tra loro. Una tipologia, questa, ben diversa dal semplice pluralismo, cioè la coesistenza armonica di più culture all’interno di uno stesso Stato. Insomma, un conto è la multiculturalità, che è un dato di fatto innegabile e inevitabile, altro è il multiculturalismo, che è invece un’ideologia ben precisa.

segue qui: La lezione inglese: il multiculturalismo è sbagliato.

Mini-moschee sotto casa: in dieci quartieri ci sono già – Milano – ilGiornale.it


«Pensiamo prima a tante piccole parrocchie nei quartieri e poi al duomo». Non c’è fretta per una grande moschea ha assicurato nei giorni scorsi il direttore del centro islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari. Ma Islam.it ieri traduceva bene la politica dei piccoli passi intrapresa due giorni fa intorno al tavolo di Palazzo Marino tra il vicesindaco Maria Grazia Guida e gli esponenti delle associazioni musulmane coordinate da Davide Piccardo, ex candidato di Sel da cui gli Islamici Moderati rimasti fuori dalla porta hanno già preso le distanza («non ci rappresenta e non può prendere impegni a nome nostro»). «Sembra che finalmente nel 2012 la moschea a Milano si farà – scriveva Islam.it -. Verrà costruita su un lotto già ora sede di una sala di preghiera in una zona non centrale della città. Certo non risolverà il problema degli spazi di culto a Milano, ma è un segnale importante e una prova di dialogo fra islam e istituzioni». Sarebbe la seconda dopo Roma. Un progetto c’è già e porta in via Meda, di fianco alla sala di preghiera Al Wahid, l’unica che può davvero fregiarsi del nome di moschea: è gestita dal Coreis di Yahja Pallavicini, ha tutte le autorizzazioni in ordine, è riservata solo agli associati quasi tutti italiani convertiti 

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da Mini-moschee sotto casa: in dieci quartieri ci sono già – Milano – ilGiornale.it.

diceva Oriana Fallaci:

“tre punti che considero cruciali
Punto numero uno. [...] l’immigrazione [...] il Cavallo di Troia che ha penetrato l’Occidente e trasformato l’Europa in ciò che chiamo Eurabia. [...].
Punto numero due. Non credo nella fandonia del cosiddetto pluriculturalismo. [...] E ancor meno credo nella falsità chiamata Integrazione. [...] gli immigrati mussulmani materializzano così bene l’avvertimento che nel 1974 ci rivolse all’ONU il loro leader algerino Boumedienne. «Presto irromperemo nell’emisfero Nord. E non vi irromperemo da amici, no. Vi irromperemo per conquistarvi. E vi conquisteremo popolando i vostri territori coi nostri figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria. [...].
Punto numero tre. Soprattutto non credo alla frode dell’Islam Moderato. [...] E continuerò a ripetere: «Sveglia, Occidente, sveglia! Ci hanno dichiarato la guerra, siamo in guerra! E alla guerra bisogna combattere»”
(Oriana Fallaci, Discorso in occasione della consegna dell’Annie Taylor Award, «Un tuffo sulle cascate del Niagara», in «Il Foglio», 3.12.2005)

ma come sono buoni gli islamici … ma come hanno attraversato tutte le tappe della civiltà dei diritti, dall’umanesimo, all’illuminismo, alla democrazia, alla divisione dei poteri ,,, Accecata… ma non dalla vendetta – Ameneh perdona il suo carnefice


ma come sono buoni gli islamici … ma come hanno attraversato tutte le tappe della civiltà dei diritti, dall’umanesimo, all’illuminismo, alla democrazia, alla divisione dei poteri, ma come ci portano avanti nella storia della civiltà gli islamici !!!
Dall’Iran la storia di Ameneh, una ragazza accecata e sfregiata nel 2004 da un uomo respinto. Sette anni dopo ha graziato il suo aggressore che secondo la giustizia iraniana doveva essere a sua volta accecato con l’acido. Servizio di Lucia Goracci. Tratto da Tg3 del 31/07/2011 - http://www.tg3.rai.it altro

Il potere dei cattolici: don Luigi Verzé che, costretto a lasciare il timone del San Raffaele per il miliardo di debiti accumulati, si rifugia nell’ ateneo fondato nel 1996


 Don Luigi Verzé e i suoi fedelissimi (i Sigilli) si arroccano nell’ Università Vita Salute. Con un blitz ieri nel consiglio di amministrazione dell’ ateneo il prete-manager ha proposto una modifica dello statuto che di fatto gli attribuisce tutte le prerogative di nomina. È una leva di potere fortissima sull’ ospedale e sulla scelta dei primari. È il nuovo azzardo di don Luigi Verzé che, costretto a lasciare il timone del San Raffaele per il miliardo di debiti accumulati, si rifugia nell’ ateneo fondato nel 1996. L’ obiettivo? Farlo diventare l’ ultima roccaforte del suo potere. Dopo l’ ingresso della Santa Sede nel consiglio di amministrazione della Fondazione che guida il gruppo, il prete-manager si trova emarginato dalla guida dell’ impero sanitario e dai business alternativi. Con il cambio di statuto dell’ Università non ci saranno più consiglieri nominati dalla Fondazione. D’ ora in avanti i componenti del cda dell’ ateneo saranno incaricati direttamente da don Verzé tramite l’ Associazione Monte Tabor, ovvero il ristretto entourage del sacerdote. È un modo indiretto per controllare anche la vita dell’ ospedale dal momento che i 60 docenti sono primari e clinici del complesso sanitario. In cda (nove membri, presidente don Verzé) le modifiche vengono lette nel silenzio e avallate. Del resto, sotto la cupola dal diametro di 43 metri (più grande di San Pietro), non è usanza contraddire i voleri del prete-manager.

….  segue La mossa di don Verzé per controllare l’ università.