Giuliano da Empoli, UN GRANDE FUTURO DIETRO DI NOI, i giovani e la crisi italiana, Marsilio 1996, pag. 68
dopo la mia nota sulla miserabile vicenda del video del bambino prelevato a scuola in esecuzione di una ordinanza del Tribunale Minori
la vicenda (che è giudiziaria a causa dei conflitti genitoriali della “sacra famiglia italiana”, ma che è innanzitutto psicologica per il bambino) ha avuto un ulteriore sviluppo:
Nulla cambia della mia argomentazione.
Basterebbe leggere fra le righe del comportamento della madre così come riferito da Repubblica:
Ieri sera ci sarebbe stato un momento di tensione fra i genitori, proprio quando la madre è andata a prendersi il figlio. La donna, non avendo trovato subito il bambino nella casa-famiglia di Padova dove è ospitato, si è presentata a casa del padre, fino a ieri unico affidatario, mostrando copia della sentenza dei supremi giudici che avevano cassato il decreto della Corte d’Appello di Venezia. “Lui – ha detto, riferendosi all’ex coniuge – ha richiuso subito la porta, ma il bambino ha sentito la mia voce ed è uscito dalla casa, salendo nella mia macchina”.
Titolo della storia: come distruggere il figlio in nome del dominio materno e paterno
Paolo Ferrario
Ricorda anche le annotazioni di Claudio Risè:
BAMBINO CONTESO/ Risé: ecco i danni della guerra tra genitori
Non esiste soltanto un non statuto a regolare la vita de Movimento Cinque Stelle. Esiste, come per tutti gli altri partiti, anche uno statuto vero e proprio. Così come un atto costitutivo. Con un’appendice importante. Beppe Grillo non è solo il megafono del Movimento, ne è anche il presidente. Suo nipote Enrico, invece, è socio fondatore e vice presidente di M5S. Il commercialista Enrico Maria Nadasi, è il segretario
commento inviato:
c’è un basilare concetto che spiega questa storia: il “familismo amorale” coniato da Edward Banfield (Le basi morali di una società arretrata, prima edizione 1958, ripubblicato da Il mulino nel 2010): “massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare e supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”
Ancora una volta, non è la prima e non sarà l’ultima, il terma dei minori (purtroppo e non certo per colpa loro) in difficoltà e dell’informazione (TV e quotidiani in particolare) si sono incontrati e scontrati.
Il caso del ragazzino di Cittadella (e del video riproposto ossessivamente e pornograficamente sulle tv) segue i tanti casi in cui l’intreccio famiglia-minore-servizi-giustizia sembra non trovare mai una sua ricomposizione in cui ognuna delle parti possa essere ri-conosciuta per pregi e difetti, diritti e doveri.
Non è compito di questo sito addentrarsi nella materia, ma di offire occasioni di scambio e approfondimento; lo facciamo con alcune delle cose segnalate nelle tante newsletter che la redazione legge quotidianamente, nella speranza di far comprendere meglio anche il complesso e faticoso lavoro che i servizi sociali svolgono nel delicato settore dei minori, quando spesso “testa” e “pancia” sembrano assolutamente inconciliabili.
- Fulvio Scaparro sul Corriere della sera
- Paolo Ferrario sul suo blog polser.it
- Manifesto di allarme sociale sulla condizione delle famiglie e dei minori, a cura di Franca Dente per l’Ordine Nazionale degli assistenti sociali
- Linee guida per la regolazione dei processi di sostegno e allontanamanto del minore, a cura del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli assistenti sociali
- Gli impegni dell’informazione verso i minori in cronaca: la Carta di Treviso
(fonte sito polser.it e redazione sportello sociale)
da I minori in difficoltà e l’informazione. La differenza tra vero e verosimile. | Iperbole.
Niente da fare per Kevin Carvelli: o taglia la cresta o non farà l’accademia aeronautica “Bongiovanni” dell’Istituto Casnati di Como. Il giovane di 14 anni è tornato a scuola venerdì dopo che la presidenza ha convocato il padre ricordando il regolamento che obbliga gli studenti a una pettinatura decorosa. Kevin proprio per questo motivo è già stato a casa da scuola nei giorni scorsi, ma venerdì ha tentato di rimettere piede in classe.
«Far finta di nulla non si può» Così si esprime il gestore dell’istituto Davide Discacciati: «Far finta di nulla non è la soluzione. La nostra risposta è la stessa. Non vorrei che il fatto passasse come una sfida, non ci saranno deroghe. Esiste un regolamento che tutti hanno sottoscritto e che vale anche per i compagni di Kevin. Abbiamo atteso civilmente una decisione, ora siamo a un punto di non ritorno. Va trovata subito una soluzione».

MANIFESTO DI ALLARME SOCIALE SULLA CONDIZIONE DELLE FAMIGLIE E DEI MINORI
L’Ordine Nazionale Assistenti Sociali da tempo segnala alle autorità competenti e ai media allarme per lo stato di tensione e di conflittualità nel quale versano oggi le famiglie. La fragilità delle relazioni familiari, intergenerazionali e di genere, sta causando episodi sempre più frequenti di aggressività e di violenza. Le famiglie da luogo di protezione si stanno trasformando in luoghi di sofferenza e di rischio, nei quali i più esposti e i più indifesi sono i bambini.
I servizi sociali, con forze inadeguate rispetto ai cambiamenti in atto ed alle nuove esigenze, non riescono più ad esercitare il ruolo di accoglienza del disagio, di accompagnamento, di supporto alla sofferenza. La crisi delle relazioni, la sfiducia nei servizi pubblici, spinge la famiglia all’isolamento, si che la tragedia spesso si consuma in uno scenario di apparente normalità/solitudine. Nessuno coglie i segnali della tensione che cresce e che, se intercettata nei tempi giusti, può essere contenuta e magari riassorbita.
L’aumento delle separazioni di coppie con minori spesso rende visibili scenari dove il passaggio dalla solitudine alla conflittualità sembra essere diventato un passaggio obbligato. In un clima di ricatti e di rancori l’interesse dei bambini passa in ultimo piano e la gestione del “progetto della vita del minore” viene alla fine demandata al giudice minorile, tutelare o ordinario che sia. Così che l’esecuzione coattiva di un decreto di allontanamento risulta l’unica dolorosa ratio possibile, che avrà tuttavia pesanti ricadute su quello stesso minore che si vuole tutelare.
Sono sempre più frequenti i casi, resi pubblici dai mass media, di famiglie distrutte da tensioni e rivendicazioni che se gestiti o mediati in tempo utile e in modo professionale, sicuramente non avrebbero avuto un epilogo tragico.
Ancora il logoramento delle relazioni e dei canali di comunicazione intrafamiliare ed intergenerazionale risulta tra le cause di un crescente malessere infantile e adolescenziale, quale quello ad esempio che porta a manifestazioni di bullismo, all’uso di sostanze, a comportamenti auto etero distruttivi.
Tra le difficoltà relazionali sempre più diffuse si segnalano quelle che interessano alcuni segmenti deboli del tessuto sociale, quali le madri sole, i coniugi separati e i divorziati, gli anziani, le persone celibi, nubili, vedove e i disabili.
Le tensioni all’interno del nucleo familiare investono, in modo particolare, il rapporto tra genitori e figli peraltro con effetti contrastanti. Se in alcuni casi, infatti, si sono accresciute, in maniera abnorme, le attenzioni e le aspettative dei genitori sui figli, in altri sono aumentate le distanze comunicative tra gli uni e gli altri fino al determinarsi di situazioni di abbandono, di violenza o di abuso all’interno del contesto familiare.
La professione di assistente sociale, in continuo contatto con la tensione che la sofferenza e il disagio produce, si trova ad operare nei servizi sociali e socio-sanitari spesso in condizioni di rischio, anche fisico, e di fragilità, come i suoi stessi utenti, nell’impossibilità di poter intervenire per assenza di risorse finanziarie e umane, in una condizione di ordinaria emergenza, tamponando le situazioni senza la possibilità, il più delle volte, di lavorare sulla relazione e sulla fiducia con il gruppo familiare.
La mancata emanazione dei livelli essenziali di assistenza da parte dello Stato, previsti dalla legge 328/00, spesso giustificati dalla mancanza di risorse finanziarie, e la condizione di stallo delle politiche sociali che ha di fatto disatteso le aspettative di implementazione di un sistema di rete dei servizi sociali hanno aggravato la condizione delle famiglie e dei professionisti chiamati a tutelare i diritti costituzionalmente riconosciuti.
Tutto ciò richiede necessariamente una urgente e incombente riflessione, un richiamo alla responsabilità da parte del Governo e degli Amministratori regionali e locali, a cui il CNOAS chiederà la necessaria attenzione, nell’individuare da subito interventi urgenti possibili e sostenibili che la professione di assistente sociale responsabilmente suggerisce.
Se si acquisisce come presupposto comune il ruolo fondamentale della famiglia per la formazione, il benessere delle persone, la coesione sociale, il dialogo e la solidarietà tra le generazioni; se si crede al ruolo sociale della famiglia, e se ne riconosce il valore formativo, allora è necessario pensare e ripensare a delle scelte urgenti che aiutino ad affrontare l’emergenza come quelle indicate di seguito:
A tale proposito il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali sta proponendo, di concerto con l’Associazione Magistrati, il CSM, l’Ordine Forense e i delegati Welfare dell’ANCI, l’istituzione di un tavolo tecnico diretto a costruire sinergie tra figure professionali coinvolte nella tutela di famiglie e minori, la revisione di protocolli/procedure di esecuzione coatte, la condivisione di prassi operative efficaci dirette al miglioramento delle relazioni famiglie, servizi sociali e magistratura e inoltre eventualmente e inoltre la possibilità di reperimento di fondi economici adeguati perequati per regioni, al fine di creare i presupposti di una reale, efficace, urgente cultura della vicinanza a quella che è la base della nostra società in decadimento, la famiglia.
Il Consiglio Nazionale intende infine coinvolgere le parti sociali e sindacali per un’alleanza diretta a migliorare la condizione politica, organizzativa dei servizi e promuovere azioni di maggiore tutela delle persone più fragili e dei professionisti.
Ci auguriamo che le istituzioni competenti possano appoggiarci in questo cammino.
Il presente documento è stato condiviso e sottoscritto dai componenti il Tavolo tecnico, attualmente attivo presso il Consiglio Nazionale, e da
CGIL, R. Dettori; CISL D. Volpato; SUNAS S. Poidomani, UIL C. Fiordaliso
La presidente
Franca Dente
premessa (scritta il 25 marzo 2013)
la vicenda (che è giudiziaria a causa dei conflitti genitoriali della sacra famiglia italiana me che è innanzitutto psicologica per il bambino) ha avuto un ulteriore esito:
Nulla cambia della mia successiva argomentazione.
Basterebbe leggere fra le righe del comportamento della madre così come riferito da Repubblica:
Ieri sera ci sarebbe stato un momento di tensione fra i genitori, proprio quando la madre è andata a prendersi il figlio. La donna, non avendo trovato subito il bambino nella casa-famiglia di Padova dove è ospitato, si è presentata a casa del padre, fino a ieri unico affidatario, mostrando copia della sentenza dei supremi giudici che avevano cassato il decreto della Corte d’Appello di Venezia. “Lui – ha detto, riferendosi all’ex coniuge – ha richiuso subito la porta, ma il bambino ha sentito la mia voce ed è uscito dalla casa, salendo nella mia macchina”.
Titolo della storia: come distruggere il figlio in nome del dominio materno e paterno
Paolo Ferrario,
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Non avrei mai riportato in questo Blog la miserabile vicenda del video del bambino prelevato a scuola da agenti di polizia in esecuzione di un’ordinanza della sezione Minori della Corte d’Appello di Venezia, trasmesso nel programma televisivo “Chi l’ha visto?” e rimbalzato su giornali e siti web.
Tuttavia una serie di commenti “professionali” che ho letto qua e là, mi inducono, molto a malincuore (perchè avrei preferito vedere finire nel “nulla comunicativo” sia la vicenda che il folle eco che sta avendo) a mettere per iscritto alcune annotazioni.
Il mio punto di vista su questa vicenda è ben diverso da quelli prevalenti.
La spettacolarizzazione di un simile evento è il problema.
Il visionante televisivo ignorante (nel senso letterale “che ignora”) è il problema.
Le televisioni e i giornalisti a contratto (e quindi alla ricerca dello spot) sono il problema.
Gli effetti devastanti sulla cultura dei servizi sono il problema.
La diffusione virale del video e il solito coro degli “indignati” della domenica sono il problema.
Dovrebbe essere noto nella cultura operativa dei servizi che alle spalle di provvedimenti di quel tipo ci sono – salvo eccezioni poi sanzionabili – decisioni ponderate e sofferte e condivise (servizi sociali e magistratura). E supportate da casistiche di decenni. Azioni intraprese sulla base della esperienza.
Che poi il MODO usato dai poliziotti sia da correggere ed “educare” è tutto un altro discorso e su questo (ma solo su questo) convengo. Anche se mi preme sottolineare che a trascinare il figlio oggetto del desiderio era il padre (documentato in un servizio televisivo dalla 7)
Nell’osceno video lo spettatore ignaro vede una scena di allontanamento. Ma proviamo a pensare quello che NON vede..
Vede lo spettatore cosa succedeva a quel minore nella “santa famiglia” che tutti lodano?
Vedono questo gli spettatori?
Inoltre: cosa ne sappiamo di quanto è certamente documentato nelle relazioni psicosociali di un quinquennio?
Le regole della difesa del minore ANCHE CONTRO LA SUA FAMIGLIA sono una conquista. non una regressione. e la coppia istituzionale “servizio sociale/magistratura” non prendono mai queste decisioni a freddo e a cuor leggero.
Non tutte le famiglie funzionano bene. Si chiamano famiglie disfunzionali. Sono tante, soprattutto in tempi di figli unici, Ed i trattati di psicopatologia sono zeppi di analisi di come sono fatte le relazioni al loro interno.
Mai sentito parlare di violenza psicologica?
Quella che si nasconde sotto le carezze?
Dalle poche e frammentarie informazioni che trapelano, la contesa dei due genitori, con effetti probabilmente devastanti sulla psiche del ragazzino, dura da 8 anni. Meno male che la ministra Cancellieri è donna di buon senso e dice: vediamo cosa diranno le indagini che ho chiesto sulla vicenda. C’è solo da sperare che l’esito non sia la solita litania accusatoria sui magistrati e la favoletta da bar delle “assistenti sociali che portano via i bambini”.
Non è facile andare CONTRO il senso comune (“la famiglia è sacra” , anche se rissosa e talvolta violentante: come se non ci fosse di mezzo il diritto di famiglia degli anni ’70 e successive evoluzioni). Ed è per questo che il lavoro di assistenti sociali ed educatori è così difficile.
E questo video così sadico, girato da una zia connivente con una delle parti in gioco è semplicemente disgustoso. Ma ancor più è disgustoso che una trasmissione televisiva (sempre per il fottuto share) gli dia spazio e che un giornale ormai ridotto agli spot come la Repubblica lo rilanci. Solo Fulvio Scaparro (sul Corriere della Sera) è uscito, solo parzialmente, dal coro dei finti piagnistei.,
Infine: che la gente comune inorridisca posso anche capirlo. La “televisione cattiva maestra”, di cui profeticamente parlava Karl Popper, lo ha fatto bene il suo lavoro di ineducare i cittadini ! La gente comune si accorge della importanza cruciale dei servizi alla persona solo quando ne è toccata. Per il resto del tempo biografico evade le tasse, è indifferente ai problemi, usa il telecomando per andare sui programmi con le veline, salvo poi inveire (sempre con lo schema degli “indignati” che tanto piacciono ai salottieri ) quando il sistema sociosanitario fa fatica ad essere finanziato e barcolla sotto la pressione dei bisogni.
Ma che i professionisti dei servizi non abbiano capito l’inganno, questo lo trovo davvero stupefacente. Come l’intervistina della professoressa Anna Oliverio Ferraris, che questa volta è stata lei preda della rimozione, o la letterina del professor Guido Martinotti che inveisce contro i poliziotti come un sessantottino attempato.
Sono abbastanza vecchio da ricordare il caso di Serena Cruz (*) , negli anni ’70 che diede il pretesto ad una scrittrice di valore (Natalia Ginzburg) di scrivere un pamphlet orripilante contro la cultura dei servizi ed il ruolo della magistratura. Quel libro è di certo uno dei suoi peggiori, perchè infarcito di oltraggiosi pregiudizi. Come se per lei le “famiglie” dovessero essere tutte come quelle in cui lei era vissuta. Come se una esperienza propria dovesse essere regola generale.
Mi stupisco che quell’episodio gravissimo (cioè la delegittimazione del lavoro di indagine dei servizi sociali e le connessioni con il sistema giudiziario) non abbia insegnato nulla.
Sento che il ragazzino dovrà stare (se la vandea delle manifestazioni che si stanno organizzando lo consentiranno) in comunità per almeno un anno.
Sono certo che starà meglio lì, invece che nella arena da corrida che gli hanno confezionato la madre farmacista ed il padre avvocato.
L’augurio è che le sue ferite siano perlomeno medicate, in attesa incerta delle cicatrici. E se questo succederà sarà solo per gli operatori che gli staranno intorno.
* Ferrario Paolo, “La bambina contesa: il caso Serena Cruz“, in La gazzetta di Como, 22 Aprile 1989
Informazioni connesse a questo Post:
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Raccolgo qui sotto ALCUNI DEI COMMENTI (che i lettori potranno comunque vedere per esteso cliccando qui) a beneficio soprattutto di qualche giornalista di buon carattere e voglia di apprendere e che magari vorrà “informare” e non solo “giudicare”:
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Quel video mi ha scatenato una moltitudine di reazioni, in primo luogo la sorte di quel bambino preda dei due genitori, vittima di una guerra di rancori e di ricatti proprio da parte di chi ha la responsabilità di tutelare il suo sviluppo e la sua crescita. Subito dopo ho pensato con amarezza che “al peggio non c’è mai fine”, cioè ho capito che c’era stata tanta premeditazione nel costruire/filmare quella scena.
Il gioco era fatto, tutti i canali, i programmi, i talk show si sono buttati a capofitto sul dramma, sbranando ogni brandello del caso; giornalisti esperti, opinionisti ecc pronti a giudicare, valutare, condannare, parteggiare , violando ogni angolo del privato, ogni regola di riservatezza, scavando, scrutando…e in quel momento ho pensato al bambino che si è visto sbattuto in prima pagina.
Ho pensato al suo dramma e al suo stato confusionale e poi ho pensato al difficile travaglio vissuto da operatori e magistrati nel prendere una decisione di tale portata.
Nelle attività e nei processi di sostegno alle famiglie in difficoltà messe in essere dai servizi sociali, sociosanitari e dalla magistratura l’allontanamento costituisce per fortuna un segmento residuale ed è sempre l’ultima spiaggia.
Ma la comunicazione è spietata, ha regole inconciliabili con la complessità e la delicatezza delle situazioni in cui quotidianamente gli assistenti sociali si imbattono. I servizi costituiscono ancora, nonostante tutto, una grande risorsa per il nostro paese ed è proprio vero li apprezziamo solo quando ne abbiamo bisogno.
Mi sono quindi ricordata di quanto lavoro abbiamo fatto come CNOAS su questa area, proprio per dare giustizia ad un serio impegno di molti colleghi, con repliche, denunce , incontri con l’Ordine dei giornalisti e via di seguito per giungere ad azioni più mirate.
A questo proposito voglio allegare il prodotto, così faticosamente costruito, di un tavolo tecnico su cui mi piacerebbe riaprire l’interesse , per questo motivo ho risposto alle tue sollecitazioni utilizzando la tua mail personale
Si tratta delle “Linee Guida per la regolazione dei processi di sostegno e allontanamento del minore” sottoscritte da CNOAS, CSM, Consiglio Nazionale Forense, Anci, Associazione Nazionale Magistrati, e Magistrati per i minori e per la Famiglia, ANCI, Ministero del lavoro e delle Politiche sociali —> http://mappeser.com/2012/10/14/linee-guida-per-la-regolazione-dei-processi-di-sostegno-e-allontanamento-del-minore-a-cura-del-consiglio-nazionale-dellordine-assistenti-sociali/
Questo lavoro è stato promosso dal Cnoas da me presieduto attraverso un Manifesto di allarme sociale diffuso per richiamare l’attenzione dei diversi soggetti interessati istituzionali e non sulla difficoltà dei servizi, sulla condizione degli operatori , sulla crisi delle relazioni familiari e sui drammi familiari che sempre più spesso si consumano nel silenzio —>http://mappeser.com/2012/10/14/manifesto-di-allarme-sociale-sulla-condizione-delle-famiglie-e-dei-minori-a-cura-di-franca-dente-per-lordine-nazionale-degli-assistenti-sociali/
Puntare sulla prevenzione e sulla mediazione dei conflitti doveva essere la strada per contenere le tensioni familiari, tutelare minori e prevenire tragici epiloghi.
Le linee guida volevano e voglio essere uno strumento per costruire sinergie tra servizi, magistratura, forze dell’ordine; condividere obiettivi, modalità operative. Dovevano essere promosse dai CROAS per riprodurre localmente tavoli di confronto , individuare criticità, migliorare la qualità degli interventi e evitare in maniera decisa interventi del tipo riprodotto nel video.
Su questi temi si sono diffusi percorsi di formazione continua in molte regioni con coinvolgimento congiunto di assistenti sociali, magistrati, avvocati, psicologi-
Grazie per avermi permesso di riprendere un argomento a me molto caro.
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La mancata cooperazione da parte dei familiari in casi come questo(separazioni e contesa per l’affidamento) porta a tali episodi, dove nn c’è il reale interesse per la SALUTE del bambino, ma solo la volontà di far prevalere la PROPRIA RAGIONE. Noi professionisti del sociale siamo nell’occhio del ciclone, in lotta continua, troppo spesso senza collaborazione da parte degli stessi interessati
La popolazione non è cosciente della delicatezza e della profondità con cui vengono valutate le situazioni, prese le decisioni, emanati e realizzati provvedimenti. Non si interessano neppure. E chi riporta le notizie dovrebbe almeno avere la decenza di informarsi adeguatamente sull’argomento che tratterà.
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Tutta questa vicenda mi ha fatto venire in mente (e non sarà un caso) la lunga strada che percorrono gli aspiranti genitori adottivi insieme ai tecnici, alla magistratura, agli enti preposti ecc. , prima di arrivare all’adozione.
Quando parlo con qualcuno di loro, a volte colgo il risentimento per le lungaggini dell’iter, per il peso dell’attesa, qualche volta anche per la qualità non sempre buona della relazione con i professionisti.
Oggi mi è venuto da pensare : “Spero che escano comunque da questa vicenda (quelli dichiarati idonei) con una certezza che sarà di grande aiuto a loro e al bambino. La certezza che non era un loro diritto averlo, mentre è sacrosanto il diritto di quel bambino ad avere dei genitori, e che siano “sufficientemente buoni “.
“I tuoi figli non sono figli tuoi, sono i figli e le figlie della vita stessa … Sono vicini a te ma non sono cosa tua”…(K.Gibran)
Sarebbe stato bello che da qualche penna giornalistica – anche modesta – fossero uscite poche parole, solo per ricordare questa verità sul rapporto di filiazione, di qualunque natura esso sia.
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A me tutta la vicenda però apre , o meglio rinnova ulteriori constatazioni su come i servizi e gli operatori, in particolare quelli dell’area tutela minori che da decenni si impegnano in questo campo, abbiano poco contribuito a diffondere e sviluppare una cultura dell’infanzia, una competenza diffusa e capillare ancorata ad alcuni punti cardinali su come riconoscere e trattare le situazioni di disagio familiare .
Se ci si propone realmente di tutelare i diritti dei bambini che sono i diritti soggettivi, di cittadinanza, diritti ad essere considerati a tutti gli effetti degni di usufruire di adeguate condizioni di crescita, di salvaguardia della salute, dello sviluppo fisico e psichico…… non è pensabile che questo possa avvenire soltanto attraverso interventi (repressivi, contenitivi, terapeutici.. di qualsiasi genere ..) fatti da esperti e specialisti, da autorità istituzionali più o meno forti e legittimate.
Se non si riescono a costruire degli atteggiamenti collettivi che si rifacciano a criteri meno superficiali e banali di leggere che cosa accade nei rapporti tra adulti e. bambini, tra generazioni, ma anche tra cittadini e istituzioni …. credo che sia inevitabile che si ripresentino conflittualità che finiscono per essere esacerbate, palleggiamenti, e rinvii che poi diventano valanga a cui non si riesce a porre freno o a cui si finisce per porre freno con modalità che esaperano le tensioni anzichè contenerle.
Penso che non sia possibile assumere come indiscutibile che la famiglia sia il luogo più adatto per far crescere, ma credo anche che non sia possibile assumere il contrario e cioè che ci siano genitori totalmente indegni e volontariamente assassini nei confronti dei figli
Fra l’altro ci sono in giro dei bei film che mettono in luce queste questioni: ad esempio genitori irreprensibili in Monsieur Lazar e un genitore terribile in Sapore di ruggine e ossa.
Mi domando se i servizi e gli operatori sociosanitari , ma anche scuola e tribunale, polizia compresa, si rappresentano che il loro lavoro non può consistere tanto e soltanto nel “salvare” il bambino perchè non siamo in grado di sapere esattamente che cosa gli consentirà di crescere (quando comunque è stato segnato da esperienze traumatiche) : per la loro collocazione perchè vengono a contatto diretto e ravvicinato con tante situazioni inguaiate e difficili hanno la possibilità di introdurre e far sperimentare dei modi differenti di rapportarsi tra adulti e bambini e anche tra adulti che stanno intorno ai bambini
Franca Olivetti Manoukian, sabato 13 ottobre 2012
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Con meno rabbia cerco di ripensare ai fatti di Cittadella.
Apprendo che c’è un altro video che offre una diversa lettura.
Apprendo che la zia e mi pare il nonno materno sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale…
Mi ritorna alla mente un caso di molti anni fa: separazione consensuale, bimbo affidato al padre ( e di fatto alla nonna paterna) ampia possibilità di incontri con la mamma.
Tuttavia il clan paterno si chiude a riccio sul bimbo, si appropria anche della sua mente e il piccolo rifiuta la madre.
Lottiamo con tutti gli strumenti che la giustizia ci offre, ma non vogliamo che i Carabinieri vadano a prelevare il bimbo per far valere i pur sacrosanti diritti della madre.
Risultato finale dopo anni di battaglie giudiziarie?
Una sentenza storica: la madre ottiene un “risarcimento” di € 50.000,00 per il danno ( peraltro mai incassati e depositati a favore del figlio!) ,costituzionalmente garantito, di non poter vedere suo figlio. Ma perderà alla fine ogni contatto con il bimbo, ormai divenuto ragazzo e che non la vuole più vedere,
Chi ha vinto? Chi ha perso? Credo che abbiano perso tutti e soprattutto il ragazzo, orfano di una madre viva.
La Sindrome di alienazione genitoriale esiste, eccome!
E quando si arriva a dichiararla non se ne esce più: un tessuto troppo liso non può essere ricucito.
Non bisogna arrivare a questi livelli.
Occorre pensarci prima.
Noi avvocati, che siamo in prima linea con i nostri clienti , dobbiamo evitare di fomentare il conflitto.
Invito chiunque sia interessato a qualsiasi titolo a cliccare su google : Diritto Collaborativo: scoprirà un modo nuovo di lavorare.
L’unico possibile per prevenire situazioni irrimediabili come quella di Cittadella, dove la ricerca del colpevole non porterà certamente sollievo al piccolo Leonardo.
Un’ altra riflessione: ancora più terrificante appare l’allontanamento violento da una famiglia quando “i contendenti” non sono i due genitori, che comunque accampano un giusto diritto, ma una famiglia affidataria, che ha cresciuto per anni un minore, e una nuova sconosciuta famiglia adottiva dall’altra o anche una famiglia d’origine per troppi anni assente.
Una bimba è stata scaraventata su una macchina della polizia, anni fa, e protetta neanche fosse Totò Riina per allontanarla irreversibilmente da affidatari che avevano avuto il torto di accoglierla neonata e non volerla perdere per sempre.
Risultato: una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ( Moretti Benedetti contro Italia, Cedu 2010) che ha condannato l’Italia a risarcire questi affidatari.
Ancora una volta il denaro per risarcire il danno provocato dall’incompetenza degli adulti che hanno gestito queste situazioni.
Mi domando il senso di tutto ciò-..
In commissione Giustizia Camera sonnecchia da tempo una proposta di legge ( Atti Camera 3854 e altre accorpate) che vuole proprio proteggere il diritto dei minori al rispetto dei legami d’affetto…..
Chiedo ai politici di non lasciarla morire con la fine della legislatura: affrontate il problema della continuità della vita affettiva: contribuirà a creare domani degli adulti più solidi.
Spero che, spenta la fiammella di emozioni suscitata dal caso di Cittadella, tutto non torni nel silenzio.
Grazie
Avv Lucrezia Mollica
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ho finalmente letto il tuo commento sulla triste vicenda di Padova. Sai come la penso sulla famiglia e sui figli e quanto male abbia fatto il familismo amorale per la crescita morale e culturale di questo povero Paese. Aggiungerei una noterella sull’uso distorto delle nuove tecnologie: oggi con uno smartphone tutti possono fare i giornalisti ed è così che la zia, parte in causa quanto la madre del povero bambino conteso, si è sentita in diritto di azionare la telecamerina e di inviarla a qualche giornale. Questi ultimi che cosa hanno fatto? in nome della democrazia della rete si sono limitati a rilanciarlo, mercificando ulteriormente a loro esclusivo vantaggio (il primo a postarlo è stata “La repubblica”? complimenti al faro della sinistra radical-chic italiota) tutta la vicenda.
cambiano i mezzi, in sostanza, ma la leggenda dell’assistente sociale cattivo e della magistratura crudele resta intatta. eppure il giornalista dovrebbe contribuire a sfatarle le leggende, non a tramandarle di generazione in generazione, secondo un principio tribale che non dovrebbe essere ammesso in una società figlia dell’Illuminismo.
Speriamo solo che il bambino possa recuperare un po’ di serenità in maniera che possa diventare un adulto equilibrato.
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Da ass.soc. che ieri pomeriggio ero a casa con la mia bimba malata ho potuto fare zapping tra rai 1 dove c’era il padre e canale 5 dove c’era la madre. Continuavo a “zappingare” incredula a quello che vedevo: ci credo che il giudice ha messo il piccolo in casa protetta, proteggendolo da questi “due”!
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da nonno con nipoti che vivono in famiglia separata, e che spera di non dover mai vivere situazioni analoghe, condivido in pieno il tuo saggio giudizio di esperto in materia- Hai espresso esattamente quello che in questi due giorni di artefatto clamore televisivo ho pensato anch’io.
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mi sono ritrovata più volte a parlarne con varie persone unica contro l’idea comune che ha generato un video del genere. Purtroppo siamo alle solite. Le persone hanno la brutta abitudine di credere alle notizie in tv come se fossero parole della Bibbia e di fermarsi unicamente a ciò che viene detto o mostrato. Purtroppo molti non si chiedono cosa ci sia dietro ad una certa decisione e quindi traggono le conclusioni velocemente e spesso anche sbagliate.
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fuori dal coro e soprattutto tiene conto dell’interesse del minore che in questo momento va protetto dalla contesa dei genitori. D’accordo anche sul preparare le forze dell’ordine che si sono ritrovate nella trappola degli adulti.
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come tu sai, non sono un operatore del settore, sono un “mezzemaniche” alle prese con tasse e numeri, ma nella mia trascorsa esperienza di sindaco del mio paese, purtroppo, in più occasioni, ho vissuto, coinvolto le tragedie dei minori nelle famiglie disastrate ed ho imparato che la spettacolarizzazione od anche il solo renderle di pubblico dominio, stimola la parte peggiore dello spettatore; grazie della saggezza e sobrietà.
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Dare una notizia è un conto, ma esasperare un fatto senza esaminare il contenuto è cattivo giornalismo e cattiva televisione. In questo modo si cerca di creare due fronti opposti come delle tifoserie calcistiche, lasciando il pubblico nell’ignoranza assoluta dei fatti che stanno a monte: matrimoni come società di fatto che si possono sciogliere a piacimento, procreare figli e sentirsene padroni come dei pupazzi di peluche, usare mezzi moderni per poter divulgare urbi et orbi fatti di estrema riservatezza. Le trasmissioni televisive si reggono su fatti estremi, come per esempio il caso di Avetrana provocando poi le gite domenicali per curiosi sadici vittime a loro volta di mancanza di cultura umanistica. Essendo ormai antico, mi viene quasi voglia di chiedere di fermare il mondo per poter scendere.
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Da responsabile di un servizio tutela minori non posso fare altro che sentirmi totalmente in sintonia con quello che ha scritto. E ne sono davvero rincuorato.
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Credo che su molti fronti ci sia un vero calo di professionalità e umanità. Il giornalismo vero poi, credo sia defunto. Un augurio speciale al piccolo Lorenzo, ringrazio per aver centrato il problema, dopo tanto dire e commentare sui vari Blog.
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hai toccato il “cuore” del problema, che aveva smesso di battere per un attimo (almeno il mio), di fronte all’ennesima vicenda di “cannibalismo mediatico”. Ma che dopo il tuo articolo ha ricominciato ad avere un ritmo, cadenzato da spazi e tempi diversi: il tempo della condivisione, lo spazio del confronto tra operatori e non, il tempo dell’indignazione e della riflessione sulla necessità di fermarsi per poi ripartire, trasformando in valore aggiunto, le risposte che stanno arrivando al tuo post, e sono tante, e ne sono molto felice e rassicurata.
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Concordo pienamente con quanto lei dice. Quando è stato trasmesso il video, chi stava a fianco a me mi ha chiesto cosa ne pensavo, da assistente sociale. Era evidentissimo il comportamento negativissimo della zia del bambino, al lmite dell’isteria e comunque evidentemente strumentale e plateale. Non si vedeva certo una zia che aiutava il nipotino in una situazione così particolare, quindi non si vedeva una zia “buona”….tutt’altro. Ora, che mi rendessi conto io, da professionista, che sicuramente qualcosa non aveva funzionato, e che i poliziotti non erano la “gestapo” (parole della zia), è nella norma. Così come è nella norma che i comuni cittadini/telespettatori invece vedessero il tutto come un’azione gratuitamente violenta, con poliziotti/carnefici e parenti disperati, visto che non venivano date le dovute e corrette spiegazioni. Ma non è nella norma (o forse lo è) che dei giornalisti professionisti non abbiano vagliato il video prima di mandarlo in onda, dando in pasto alla collettività poliziotti/gestapo, giudici/inumani, e assistenti sociali/rubabambini, è gravissimo. Questa continua diffamazione mediatica è sempre più dannosa e sempre meno sopportabile.
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Gli italiani sono molto bravi ad autoassolversi, e molto abili nell’attribuire tutte le responsabilità ai politici (da loro eletti). Senonché, mi sembra difficile che si possa negare che vasti strati della popolazione italiana, interi ceti sociali, hanno contribuito a scavare la fossa nella quale siamo poi precipitati. Basti pensare che nel nostro Paese, per una infinità di tempo, sono state date milioni di pensioni a persone che non avevano nemmeno sessant’anni; pensioni, naturalmente, senza adeguata copertura contributiva (dunque a carico della collettività), concesse a individui ancora vitalissimi, pronti a esercitare una nuova attività e a fare concorrenza (sleale) ai giovani sul mercato del lavoro. A tutti coloro che mettevano in guardia verso questa dissennatezza venivano dispensate le più fiere rampogne da coloro che contavano (politici, ma anche sindacalisti, opinionisti ecc.): chi metteva in discussione le «pensioni di anzianità» (questa la formula ipocrita che copriva pensioni date a persone ancora nel pieno delle loro forze) era un bieco reazionario, insensibile a tutte le ragioni dell’«equità sociale». Bisogna aggiungere che le «pensioni di anzianità» trovavano il più largo consenso nel Paese.
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tutto l’articolo qui: Noi italiani complici degli sprechi tendiamo invece ad assolverci – Corriere.it.
pensando alla cultura degli islamisti tanto amati dalla sinistra massimalista italiana (perchè li pensano come il nuovo proletariato) e da studiosi che odiano la cultura occidentale e vivono in condomini protetti da portinerie blindate
P. Ferrario
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Metà del volto di Zakia è stata cancellata dall’acido gettatole in faccia dal marito. Cio’ che resta – l’occhio destro, parte del naso, la bocca – lo nasconde il niqab. E’ una delle 150 vittime l’anno (dichiarate) di attacchi con l’acido in Pakistan. Il chirurgo Mohammed Jawad tenta di ricostruirle il volto, lei cerca giustizia in tribunale. Lo racconta Saving Face (salvare la faccia),documentario co-diretto da una regista pachistanavincitore ieri dell’Oscar per “miglior documentario cortometraggio”.

Sahar Gul è una ragazzina afghana di 15 anni che ha quasi rischiato di essere uccisa dal marito perché non voleva prostituirsi. La scorsa settimana è arrivata in un ospedale di Kabul nelle condizioni che vedete nella foto qui sopra. Gli occhi talmente gonfi di botte da essere semi-chiusi, il collo tumefatto, un orecchio bruciato da un ferro da stiro, il corpo così debilitato da essere costretto su una sedia a rotelle, le mani ricoperte di croste nere al posto delle unghie strappate dai suoi torturatori. Sahar era stata data in sposa sette mesi fa al soldato Gulam Sakhi che, con la complicità della sua famiglia, ha reso la sua vita un inferno. Quattro mesi fa la sposa-bambina era riuscita a fuggireed aveva chiesto aiuto a dei vicini di casa: “Se siete dei musulmani dovete dire alle autorità quello che mi sta succedendo – aveva detto disperata -, vogliono farmi prostituire”. La polizia di Puli Khumri, la città nella provincia di Baghlan dove è avvenuto il fatto, è stata avvisata ma non ha fatto altro che restituire la povera ragazza alla famiglia torturatrice dietro la promessa che gli abusi non sarebbero più continuati. Invece, come da copione, è accaduto l’esatto contrario. Sahar è stata chiusa in un seminterrato dove è stata picchiata e affamata per altri tre mesi finché un parente lontano arrivato a far visita non ha fatto scoppiare lo scandalo. Ma anche allora le autorità hanno cercato di trovare un accordo con il marito per evitare che la vicenda finisse sulla stampa. Un comportamento che, purtroppo, non è una novità in Afghanistan
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Andrea Accorsi – Daniela Ferro Le famiglie più malvagie della storia I delitti più celebri e i crimini più atroci commessi da famiglie, clan e dinastie Avide, cruente e spietate, le famiglie raccontate in questo libro incarnano l’essenza del male. |
Oltre il 60 per cento dei bambini in Italia è affidato ai nonni. Un esercito di oltre 12 milioni di persone, di cui circa il 44 per cento si occupa dei nipoti: li va a prendere a scuola, li fa studiare, gioca con loro. Sono i numeri di un’inchiesta pubblicata sul settimanale ‘Gentè che sarà in edicola lunedì. «I nonni italiani sono più dinamici: guidano, stanno imparando a utilizzare le tecnologie, vivono di più. Ecco i loro segreti» spiegano gli esperti, dalla psicologa Anna Oliverio Ferraris al pediatra Italo Farnetani, che evidenzia: «il 75 per cento dei nonni italiani vive nello stesso comune dei nipoti e sono in aumento quelli tra di loro che se ne occupano per più di una volta a settimana, in maniera sempre più costante».
da Famiglia, oltre il 60% dei bambini è affidato ai nonni | Online-news.
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«I parenti dei capi della Lega Nord hanno diritto come tutti di cercare e di trovare un lavoro: ma qui siamo davanti ad una vera e propria parentopoli veronese». Il Partito Democratico lancia un durissimo attacco contro il Carroccio, contro i presidenti di alcuni enti veronesi (in particolare l’Amia e le società ad esse collegate) e contro la giunta Tosi. In una conferenza stampa tenuta a Venezia, Franco Bonfante e Roberto Fasoli, affiancati dalla capogruppo Laura Puppato, hanno spiegato che «a partire dal 2007 (anno di elezione di Flavio Tosi a sindaco, ndr) a Verona si sono registrate numerose assunzioni senza selezione pubblica, senza trasparenza e senza l’imparzialità nella valutazione, previste dalla legge».
Bonfante ha snocciolato una lunga serie di nomi, tutti accompagnati dalla relativa «parentela».
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intero articolo: «Parentopoli leghista a Verona» Il Pd snocciola assunzioni e ruoli – Corriere del Veneto.
Una messicana cinquantenne ha partorito la settimana scorsa un bambino concepito col seme del proprio figlio. Non si tratta però, tecnicamente, di incesto, ma delle possibilità dell’ingegneria genetica di realizzare i desideri. Il figlio della madre-nonna, infatti, è un imprenditore trentunenne omosessuale, e il bimbo è stato concepito in provetta con il suo seme e con un ovocita donato da un’amica. La donna ha offerto il proprio utero per farlo nascere. Una storia di dono e generosità.
La nonna voleva un nipotino, e l’ha avuto. L’uomo voleva un figlio, ed è accontentato. L’amica ha donato il suo uovo con piacere. Lo scenario, molto postmoderno, è quello di una molteplicità di desideri in sé difficili, realizzati attraverso la cooperazione di persone che si vogliono bene e della sapiente ingegneria riproduttiva.
In questa fiaba tecnoscientifica, che la nonna-mamma ha detto di essere ansiosa di poter raccontare al bambino per mostrargli questa sua storia così speciale e meravigliosa, c’è però un furto. Inequivocabile, sicuro, per certi versi autonomo delle variegate obiezioni morali che molti muoveranno a questo evento, e ai suoi protagonisti. Si tratta del furto della madre.
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segue qui:
sintetizza Roger Abravanel inMeritocrazia (Garzanti editore): «La società italiana è profondamente disuguale e statica. Il destino dei figli è legato a quello dei genitori; molto di più di quanto avvenga in altri Paesi. La disuguaglianza fra ricchi e poveri continua ineluttabile». Ma se il merito inteso come risultato di un’alchimia riuscita fra talento e impegno (così lo definì alla fine degli anni Cinquanta il sociologo inglese Michael Young, inventore del termine meritocrazia) si è affermato nelle società anglosassoni, nei Paesi del Nord Europa, in Francia e in Germania, resta un sogno nel cassetto (di pochi) nel nostro Paese. Nonostante che la sua negazione, nelle grandi scelte sociali come nella vita quotidiana, sembri a molti (quasi a tutti) la causa della decadenza italiana. Ovvero della sua scarsa capacità di ideazione, delle misere opportunità di formazione e di lavoro; alla fine, della infelicità stessa degli italiani, visto che la strada sbarrata al merito genera povertà, incertezza del futuro, pessimismo, bassa fecondità, poca voglia di vivere.
Una così ostinata assenza della cultura del merito, impenetrabile ad ogni stimolo venga da un altrove, regge alla crisi e alle critiche. Perché? Probabilmente quell’assenza è riempita da riferimenti culturali differenti, altrettanto strutturati e a loro modo vincenti, una vera e propria «cultura del demerito». Basata in primo luogo sull’enorme forza della famiglia in Italia e sulla sua capacità di far prevalere la logica dell’appartenenza che detta regole spesso in contrasto con quelle della comunità, di cui cerca di limitare riconoscimenti, sia economici sia di prestigio.
l’intero articolo qui:
Perché il merito da noi non vince. Il Bel Paese del «familismo amorale».
In tempi in cui un cantante (Morgan) ha tenuto banco sui talk show televisivi sulla sua dipendenza da cocaina ed in cui è considerato un genio della musica uno che canta il demenziale “voglio una vita esagerata…“, vale le pena di leggere e stamparsi nella memoria il modo in cui questa coppi ha torturato e poi ucciso il bambimnetto di otto mesi
Paolo Ferrario
Restano in carcere Katerina Mathas, 26 anni, la madre del piccolo Alessandro, e Giovanni Antonio Rasero, 29 anni, accusati di aver ucciso il bimbo di otto mesi in una notte di sballo, fra cocaina e hashish. Il gip di Genova Vincenzo Papillo ha confermato l’arresto e la custodia in carcere richiesta dal pm Marco Airoldi ma non ha sciolto il nodo delle due versioni contrastanti, l’uomo e la donna infatti si accusano a vicenda. Il gip ritiene responsabili entrambi. I due, scrive nell’ordinanza, erano sotto l’effetto della coca e non sopportavano il pianto per fame del bambino: «in questa situazione di esasperazione gli indagati, verosimilmente in momenti successivi, con condotte e intensità crescente, delle quali non sono stati in grado di comprendere la gravità, usarono violenza nei confronti di Alessandro, dal morso al pizzicotto allo scuotimento fino ai colpi inferti alla testa, per indurlo al silenzio».
…. Mathas e Rasero sono rimasti aggrappati alle loro opposte versioni. Lei ha detto di essersi assentata da mezzanotte all’una e mezza dal residence per cercare droga, la circostanza è confermata dalle telecamere della sorveglianza ai cancelli. Indirettamente accusa l’uomo di aver ucciso il bambino in quel periodo. Rasero dichiara di essersi svegliato fra le 2 e le 2 e 15 e di aver visto la donna «in piedi davanti al divano mentre sollevava il bambino in alto con le braccia (col volto del bambino rivolto verso di lui) e quindi lo scagliava a terra». …. Solo la mattina, dopo essere uscito a fare colazione, avrebbe visto che il piccolo era «freddo e rigido».
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Una stanza di venti metri quadrati, moquette nocciola, pareti beige, un letto matrimoniale incastrato in una testiera anni Settanta, luci fioche, una finestra con tende pesanti e la porta di un piccolo bagno. E’ il monolocale adibito a «scannatoio» del residence Vittoria dove lunedì notte Alessandro Mathas, otto mesi, è stato ucciso in un crescendo di botte e sevizie, bruciature e morsi, un parossismo scatenato dal suo pianto sempre più disperato perché aveva fame. E’ così che inizia la ricostruzione della notte del 16 marzo nell’ordinanza con cui il gip Vincenzo Papillo conferma l’arresto in carcere di Aikaterini Mathas (per tutti Katerina), e Giovanni Antonio Rasero. Per concorso in omicidio volontario.
E’ verosimile, scrive il giudice che «a causa del consumo di cocaina e hashish… gli indagati si siano trovati in una condizione di stordimento e di perdita delle capacità di autocontrollo che li rendeva insofferenti al pianto e alle richieste del bambino e interessati solo a ottenere il suo silenzio. E’ da rilevare al riguardo che Alessandro non risulta aver mangiato dal pomeriggio del 15 marzo e perciò è estremamente verosimile che la mancanza di cibo lo rendesse incline al pianto». Quello che Mathas e Rasero hanno fatto ad Alessandro per farlo tacere è dettagliato nell’esame esterno e autoptico dalle «ampie aree ecchimotiche di color viola scuro al capo e al volto, estese alla quasi totalità del cuoio capelluto» a un raggelante elenco di lividi e ustioni «a stampo superficiale e recente da sigaretta» nell’orecchio e all’inguine, ai segni dei denti sul piedino destro «lesività ecchimotiche a stampo di morsicatura compatibile con uno o più morsi», fino alla violenza finale. Quando Alessandro viene afferrato e sbattuto «con un’azione contundente molto violenta con urti ripetuti, almeno due, contro superfici rigide e a margini smussi comprendendo il pavimento o le sponde del letto visionate nell’appartamento». Segni di «presa manuale» anche sulle cosce, probabilmente il piccolo è stato scrollato tenendolo per le gambe.
«Non oltre mezz’ora» scrive il medico legale per valutare quanto il bambino è rimasto agonizzante sul divano, avvolto nella copertina azzurra di pile. Ma in questa notte da sballo, di cocaina e violenza, in cui il sesso è solo fonte di frustrazione perché la donna troppo stordita si nega e l’uomo si infuria per i tentativi respinti di avere un rapporto, come si possono separare con la precisione richiesta dal codice penale le responsabilità? Entrano in gioco da una parte i testimoni dall’altra i «riscontri oggettivi» come i tabulati telefonici e le registrazioni video del residence in quella notte.
«Piangeva per fame, ucciso per zittirlo» – Corriere della Sera
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Affari di famigliaLa parentela nella letteratura e nella cultura anticaDa sempre al centro della riflessione antropologica, lo studio delle forme della parentela consente di illuminare – come dimostrano queste pagine – il cuore stesso di una società. Le regole in base alle quali si stabiliscono filiazione e matrimonio, parentela paterna e parentela materna, il modo in cui si acquisiscono gli affini, e soprattutto il modo in cui ci si comporta nei confronti dei numerosi membri di un gruppo di parentela, costituiscono altrettante manifestazioni di “umanità”. Questo volume illustra al lettore d’oggi la concezione antica, romana in particolare, della famiglia: dalla terminologia di parentela ai divieti matrimoniali, al contesto religioso, infine al ricorrere di temi parentali nella letteratura (Seneca, Ovidio, Virgilio, Sofocle), a riprova di come la parentela prenda forma, e nello stesso tempo funga da stimolo creativo, all’interno della cultura antica.Pubblicazione online: 2010
Isbn edizione digitale: 978-88-15-14307-5
DOI: 10.978.8815/143075Pubblicazione a stampa: 2009
Isbn edizione a stampa: 978-88-15-13315-1
Collana: Saggi
Pagine: 384
Darwinbooks: Affari di famiglia
… Da molti anni le statistiche ci dicono che in nessun Paese occidentale i figli restano in casa con mamma e papà così a lungo come in Italia. Perché? Per anni l’interpretazione dominante è stata che le cause sono essenzialmente economiche: poche occasioni di lavoro, mercato degli affitti congelato, proliferazione delle «università sotto casa». Da un po’ di tempo si stanno facendo largo anche letture meno economiciste, che avanzano il sospetto che c’entrino anche il familismo e il deficit di responsabilità individuale tipici della società italiana …
…. la loro preparazione media è così bassa da impedire loro l’accesso a posti di lavoro di qualità. Detto più brutalmente, siamo noi che li stiamo ingannando, è la finta istruzione che forniamo loro a renderli così deboli. Quel che è successo è che da molti anni la scuola e l’università italiane non solo rilasciano pochi diplomi e poche lauree, ma rilasciano titoli formali più alti del livello di istruzione effettivamente raggiunto. La conseguenza è che abbiamo un esercito di giovani che, per il fatto di avere un titolo di studio relativamente elevato (diploma o laurea), aspirano a un posto di lavoro di qualità, ma per il fatto di essere più ignoranti del giusto difficilmente riescono a trovare quello che cercano. …
vai all’articolo:
Cari bamboccioni impreparati – LASTAMPA.it
a Montegrano tutti i comportamenti degli individui sono family oriented.Perché, si chiede Banfield? Per delle ragioni mentali-culturali, è la risposta, a Montegrano si riscontra un’assenza di quella particolare forma di socialità detta civcness, “senso civico”, che è il nerbo della democrazia. Tale senso civico altro non è che lo spirito associativo (da Tocqueville considerato alla base della democrazia in America) di chi mette a disposizione il proprio tempo, le proprie specifiche attitudini e talvolta il proprio denaro in una organizzazione che persegua finalità che non ricadono nell’interesse immediato e diretto del singolo. Orbene, non sono i fattori strutturali, quali la miseria, l’ignoranza o la patologica diffidenza verso lo Stato che possono spiegare il comportamento dei montegranesi. «Ognuna di queste teorie contiene elementi di verità, ma nessuna basta da sola a spiegare i fatti che debbono venir presi in esame».
I Montegranesi agiscono così perché la loro base morale è il contrario del senso civico, essa si fonda cioè sul “familismo amorale”, ovvero la regola: «massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo».
Le basi morali di una società arretrata « La poesia e lo spirito
Speravo molto che nella campagna elettorale non si sarebbe usato l’argomento della “mamma”.
Invece ieri sera – in quel programma televisivo che si chiama il nido di vespe – Berlusconi, incalzato da una vespa che si lisciava le antenne (pardon le mani), ha estratto dal suo repertorio la terrificante immagine della sua mamma che torna a casa, entra nella sua camera da letto e gli dice: “devi entrare in politica”.
Da cui la sua missione.
Nella cultura italiana la “mamma” è una istituzione, non una concreta persona.
Da ancora prima del proverbiale incipit di Beniamino Gigli “Mamma son tanto felice, perchè ritorno da te” (felice un c. !) della canzone di Cherubini, Bixio, Concina (1940, inizio della seconda guerra mondiale) e naturalmente anche per i decenni e secoli seguenti la mamma italiana, con la scusa della pastasciutta al ragù e delle mutande lavate e stirate, mantiene in uno stato di sudditanza emotiva il maschio italiano e trasmette alla femmina la retorica del compito generativo al sorriso Durbans.
Il culto della “mamma” è quanto di più bipartizan ci sia: dai comunisti italiani ai papisti il consenso è unanime.
La mamma è la “mamma”.
Ci voleva uno psicanalista ebreo berlinese, che vedeva da fuori come un antropologo la cultura degli italiani, per elaborare questo preciso e fondamentale ritratto del “complesso della Grande Madre mediterranea”
Ernst Bernhard (1896-1965) in Mitobiografia, Adelphi, 1969 lo racconta così:
“La chiave che permette di schiudere l’enigma dell’anima italiana è la constatazione che in Italia regna la Grande Madre mediterranea, la quale non ha perduto nei millenni né di potenza né di influenza. Essa è la premessa archetipica che si ravviva in ogni singola donna italiana se si fa appello alle sue qualità materne.
…
Nel dominio psichico essa produce prima di tutto una specifica attitudine materna. L’istinto materno la impegna interamente alla cura e alla protezione del bambino, un atteggiamento che si estende all’infinito attraverso meccanismi di proiezione; poiché dovunque essa trovi un oggetto, qualcosa a cui attribuire il significato di ‘figlio’, ivi si fissa, per rivolgerglisi maternamente. Essa accoglie ogni moto del ‘bambino’, afferra tutto, comprende tutto, perdona tutto, sopporta tutto. Quanto più bisognoso il bambino, più sofferente, più povero, più trascurato, tanto più vicino è al suo cuore.
…
La mancanza di puntualità e di fidatezza degli italiani si fonda in parte su questa fondamentale struttura psichica, poiché a chi è dominato dalla Grande Madre mancano capacità d’astrazione e di disciplina virili, o meglio queste soccombono inesorabilmente quando vengono a conflitto con la Grande Madre. Tutto ciò che è impersonale, per principio, essa cerca di trasformarlo in rapporto personale, attraverso il quale, come è noto, in Italia si può raggiungere quasi tutto.
…
Niente è più espressivo che l’interiezione “Pazienza!” che l’italiano pronunzia in modo quasi riflessivo quando qualcosa non è andato come doveva, a mo’ di rassegnazione e di conforto insieme, secondo quanto gli suggerisce la GrandeMadre consolatrice. … Poiché la rassegnazione contenuta in quel “Pazienza!” ha infine la propria radice in una genuina fiducia nel corso delle cose, in quella sicurezza che al figlio dà protezione materna, che giunge fino a quel ‘completo abbandono alla Provvidenza’ che è uno dei pilastri naturali della religiosità cristiana in Italia.
Ma la Grande Madre mediterranea in Italia è una madre primitiva. Essa vizia per lo più i suoi figli con la massima istintività, e i figli di conseguenza sono esigenti. Ma quanto più li vizia tanto più li rende dipendenti da sé, tanto più naturale le sembra la propria pretesa sui figli e tanto più questi si sentono ad essa legati e obbligati. A questo punto la buona madre nutrice e protettiva si trasforma nel proprio aspetto negativo, nella cattiva madre che trattiene e divora e che con le sue pretese ormai egoistiche impedisce ai figlie il raggiungimento dell’indipendenza e li rende inermi e infelici.
…
Spesso sono mogli e madri energiche, ricche di meriti, capaci, con un marito per lo più debole, senza interesse o capacità per le cose concrete, che creano e mantengono la posizione della famiglia, che dirigono aziende, fabbriche, alberghi, negozi o perlomeno la carriera del marito … Oppure sono donne sofferenti, malate o malaticce, il più delle volte con un marito estroverso, che sono state impedite nella loro evoluzione spirituale e psichica … Ambedue i tipi di madre, l’attivo come il passivo, hanno un’influenza ugualmente forte sul destino dei componenti della famiglia.
Data la posizione dominante della madre nella psicologia italiana, è naturale che la maggior parte delle nevrosi sia determinata principalmente da complesso materno. Molto spesso noi troviamo nell’uomo turbe di potenza, dongiovannismo, omosessualità, disturbi del lavoro. Nella donna troviamo sfiducia nelle sue qualità femminili, mancanza di fiducia nei decorsi naturali, mestruazione, gravidanza, parto, sviluppo dei bambini con i relativi disturbi: resistenza sessuale, frigidità, lesbismo, ipercompensazione intellettuale. In generale: disturbi dei rapporti fra i sessi, difficoltà nella ricerca del compagno, matrimoni infelici, angosce, depressioni, complessi d’inferiorità e un’infinita schiera di disturbi psicosomatici, dalla frequentissima emicrania alla colite, alla nevrosi cardiaca, all’asma, fino all’ulcera gastrica.
…
In una civiltà di stampo matriarcale l’elemento maschile rappresenta per definizione il lato indifferenziato, l’Ombra. Poiché la madre rappresenta l’inconscio nel suo aspetto predominante, l’uomo italiano è facilmente esposto ai suoi influssi e dispone di fronte a esso d’un Io relativamente debole; egli si identifica più o meno con l’Anima.
L’’identità con i lato positivo materno è evidente. E’ commovente vedere come i padri italiani sanno trattare coi loro bambini, come li sanno comprendere, proteggere, curare,. Sovente ridiventano bambini essi stessi, figli della Grande Madre, perché in fondo non hanno mai cessato di esserlo, compagni di gioco delle proprie figlie e dei propri figli, proprio come avviene presso i primitivi organizzati patriarcalmente, dove il posto del padre, con i suoi diritti e doveri, è preso dal fratello della madre, dallo zio materno. …
L’elemento maschile indifferenziato tende in linea di massima a fissarsi in una condizione di “figlio di mamma”, sovente nella forma di eterno Puer, cioè in una psicologia di pubertà. Questo produce per un verso l’attaccamento e la venerazione commoventi che l’uomo italiano ha per la propria madre, e con essi il suo tradizionalismo e il suo conservatorismo in tutti i domini, naturalmente anche nei confronti della Chiesa. …
Per altro verso questa psicologia di pubertà così caratteristica per l’uomo si manifesta positivamente come ribellione, ardimento, slancio, entusiasmo, intuizione creativa e schietto impulso all’avventura, negativamente come faciloneria, esibizionismo, vanità, gallismo o disprezzo della donna, spesso con tratti manifesti o latenti di omosessualità, e come tendenza a ogni possibile eccesso”
in Ernst Bernhard, Il complesso della Grande Madre. Problemi e possibilità della psicologia analitica in Italia, in Tempo Presente dicembre 1961, ripubblicato in Mitobiografia, Adelphi. 1969, pagg. 168-174
Nel nido di vespe di ieri sera appariva in tutta la sua luce mefitica l’archetipo della Madre Mediterranea quale potente simbolo generatore del probabile esito nefasto delle elezioni del 12 e 13 aprile 2008.
Sentivo riecheggiare queste parole di Bernhard: “l’attaccamento e la venerazione commoventi che l’uomo italiano ha per la propria madre, e con essi il suo tradizionalismo e il suo conservatorismo in tutti i domini, naturalmente anche nei confronti della Chiesa”.
Che la psicologia abbia strumenti ben più raffinati della politologia, della statistica elettorale e delle regole di voto per interpretare questa congiuntura storica e i detestabili prossimi anni, lo dimostra anche quest’altro testo della psicanalista Silvia Vegetti Finzi:
Che cosa significa per un figlio ottantenne perdere la madre? «Significa prima di tutto — risponde la psicologa Silvia Vegetti Finzi, esperta di dinamiche familiari – che sei più preparato all’evento, dunque riesci a renderlo comprensibile e accettabile, perché sai che tua madre ha compiuto un percorso di vita completo e pieno». Intanto, però, hai compiuto anche tu un bel percorso. Il che significa che di fronte alla scomparsa di tua madre sei in grado di riflettere con cognizione di causa sulla caducità della vita. E magari anche della tua: «Sì, il contatto diretto, in età avanzata, con la morte della persona cara è un’occasione di riflessione anche etica. Però oggi un settantenne ha una vita ancora ben aperta al futuro». È improbabile che un evento del genere abbia conseguenze depressive? «A meno che la depressione non preesista». Non sembra il caso del Cavaliere: «A settant’anni hai una vita ben più complessa che nelle età precedenti e riesci a relatìvizzare meglio. Per esempio, il fatto di essere nonno ti mette di fronte alla nascita della vita, dunque il dolore si stempera grazie all’idea della ciclicità del tempo». Fatto sta che secondo Freud dietro un uomo di successo c’è sempre la predilezione della madre. Lo ricorda Finzi: «È come se il figlio, specie se primogenito, agisse nel mondo per mandato della madre, per cui realizzare una grande opera diventa una forma di restituzione della stima». E a settant’anni com’è che un uomo di successo può rimediare quando gli viene a mancare la figura primaria di questa stima? Morta la madre reale, rimane al Cavaliere la madre interiore: «Che sarà ancora più idealizzata, perché la figura materna nel ricordo perde gli aspetti negativi di quando era in vita». Con che conseguenze per il figlio settantenne, appunto? «È probabile che aumenti in lui il desiderio di consenso, l’ambizione di essere amato da tutti, perché la mamma ideale è più esigente e il compito di esserne all’altezza ancora più impegnativo». Specie per un uomo che ha sempre puntato molto, anche pubblicamente, sulla personalità della madre: «In personaggi come Berlusconi — prosegue Vegetti Finzi, il riferimento alla madre indica un nuovo inizio, mentre il padre rappresenta la genealogia sociale, la continuazione: se ti presenti nel nome della madre sei un capostipite, il fondatore di un progetto il cui mandato ti è stato affidato appunto da tua madre». E che madre. Un carattere molto forte, a una forte componente virile e assegnano al figlio compimento della parte di sé che non hanno poi realizzare in prima persona». C’è da scommetter la morte di donna Rosa, in un futuro più o mene prossimo, «verrà proposta in pubblico da Berlusconi come esperienza esemplare, e il lutto come sentimento universale che tutti possono condividere sul piano retorico e immaginario». A proposito di immaginario l’analisi di Silvia Vegetti Finzi si spinge aintravedere nel rapporto tra Silvio e la madre defunta una dinamica quasi medievale, come avviene per tutti i figli di successo: «La genitrice diventa la regina. La logica è quella del cavaliere che parte per grandi imprese e al ritorno porta il trofeo alla regina. Con la morte il tutto viene enfatizzato». Eppure il rapporto stretto con la madre non era mai stato così esibito in pubblico dai politici. Come si spiega? «Berlusconi sa bene che la relazione madre-figlio in Italia ha un effetto speciale grazie alla devozione diffusa per Madonna. Il richiamo frequente a sua madre ha contribuito ad avvicinarlo ai ceti più popolari e tradizionali, toccando le corde più sensibili degli affetti e delle pulsioni».
In Il Corriere della Sera 5 febbraio 2008
Conclusione: il problema politico italiano non è Berlusconi, ma sono il 25% degli italiani che lo votano, l’altro 15% che si apparentano e i restanti 60 % che , detestandolo o insultandolo, ne consolidano il dominio.
Ma ancora più nel profondo, ghigna la Madre Mediterranea.
Lettera a M.R.
avevo letto l’articolo di risè ma avevo sorvolato.
ora l’ho riletto e ti dico quello che penso. distinguendo, come si dovrebbe sempre fare sempre, fra contenuto di uno scritto (o anche di una frase orale) e giudizio sulla persona che lo ha scritto.
La tendenza è vera e chiara. Lo dice la demografia, lo dice la sociologia. e lo dicono gli psicologi. l’osservatorio di uno studio psicanalitico è straordinario: in quelle stanze c’è indubbiamente uno spaccato della società. quindi occorre prendere sul serio quanto dice:
“figli del boom economico, ben riusciti, ben nutriti, e generalmente ben vestiti”
“coscienza è identificata con un ideale di bellezza e di aproblematicità” (anche se qui ci vedo un giudizio morale che non condivido: “aproblematici”?)
“programma di bellezza, benessere ed armonia, conta molto nella decisione di queste persone di non avere figli …Continuano poi a portare con sé, oltre che fatica e preoccupazioni per i genitori, sporcizia, rischi, malattie”
“la loro decisone di non avere figli ha spesso una motivazione razionale. Quella economica c’è, ma non è la più diffusa”
“L’origine profonda della paura dei bambini è nell’intuizione che la loro presenza spodesterebbe la centralità che questa coppia bella e smagliante “
Vero, tutto (abbastanza) vero
Per esempio è vero nella scelta di avere figli conta molto la rete di supporto alla loro crescita (parenti, asili, gruppi di amici con figli cui appoggiarsi). e questa è una motivazione che il testo non prende in considerazione. Fare un figlio richiede un attimo: un amplesso senza precauzioni, nove mesi di rituali procreativi che soddisfano il sè di sè e di chi sta intorno. Ma poi c’è il costo della crescita. Il costo della conciliazione fra tempi di lavoro e tempi di vita.
Io credo che sia molto responsabile porsi anche questo problema.. Quello delle condizioni ed opportunità della crescita
il difetto dell’articolo è di vedere solo delle responsabilità individuali, quando ci sono anche condizionamenti sociali e socio-culturali altrettanto profondi.
L’articolo non dice che negli stati uniti la tendenza è opposta: si fanno figli. Perchè? perchè quella è una società che si da obiettivi generali. si cimenta con le sfide del futuro. offre un quadro entro cui anche le scelte procreative hanno un posto. Nei paesi scandinavi si fanno figli: lì le tasse toccano il 70% dei redditi e la politica vince quando si dice: più tasse per servizi migliori. lì è il welfare a offrire la chance in più
Il non investire sui figli in europa e ancor più in italia è il segnale di un continente che non ha più una missione. ed infatti sta retrocedendo davanti alla espansione della cultura islamica.
Quindi l’articolo mette in ombra le altre variabili storico-sociologiche. O meglio è un ottimo articolo che mette in evidenza lucidamente solo alcune variabili.
Poi non accetto nel modo più assoluto il giudizio morale di cui è intriso. come se i responsabili sono quelli che mettono su famiglia e fanno figli e gli altri sono tutti irresponsabili
Un bambino di un anno dovrà vedersela con gli effetti dell’aumento della temperatura e di mutazioni climatiche che altereranno l’economia. Lo stesso bambino dovrà verdersela non solo con i preti della cei ma con imam cha armano i fedeli contro gli infedeli e che insegnano l’uso del coltello. ne consigli comunali, nei consigli di quartiere.
per me è responsabile non far vivere nessuno in questo inferno prossimo e venturo.
Ma questo fa parte della mia pessimistica visione del futuro nel ciclo storico 11 settembre-? . Ciclo che sto prendendo molto sul serio.
Ma ci sono anche motivazioni personali da aggiungere a quelle della irresponsabilità di cui parla risè. Faccio il mio caso: io sarei un ottimo padre nella fase pannolini e risposta ai perchè. diciamo fino ai 10-12 anni. Ma un pessimo padre nella fase della adolescenza e dei conflitti connessi. Sono certo , conoscendomi a fondo, che vedermi in casa un quaindicenne con la coda di cavallo, le borchie i piercing attiverebbe in me la pulsione del figlicidio. Di questo sono assolutamente certo. e quindi sono fiero della responsabilità che mi sono assunto, consciamente ed inconsciamente: chiudere con i geni dei ferrario. forse il principale contributo che ho dato nella mia vita.
Insomma: l’articolo vede solo una parte. e da quella sola parte trae conclusioni generali.
E’ inaccettabile innanzitutto come metodo.
Vengo alla seconda parte del ragionamento. quello sulla persona che lo ha scritto.
Da tempo risè mostra una cosa che mi piace molto. è una persona che è molto cambiata nella vita. Ora è un devoto cattolico che stima la lega ed è iscritto a forza italia.
E questo lo fa diventare un giornalista-politico. Non il grande psicanalista che era e rimane.
Il suo articolo è intriso di quell’insopportabile fetore dei cattolici giudicanti. Di quei cattolici che si sentono interpreti unici dei “valori”.
Di quei cattolici che dicono: siamo rimasti solo noi a scopare per fare figli. Tutti gli altri scopano per edonismo.
Beh: sono vostre opinioni.
cara M. a me fa piacere chiarirmi le idee nella conversazione. Adoro il blog e i miei amici di blog con cui affilo e confronto i miei fili argomentativi proprio per questo
quindi ti ringrazio davvero molto di avermi offerto l’occasione per dirti cosa ne penso
fra l’altro il tema di oggi mi rumina dentro da tempo
ciao e grazie ancora
paolo
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 29 gennaio 2007
Tra i protagonisti della diminuzione degli italiani c’è un nuovo tipo di coppia. Silenziosa, senza grandi proclami, da non molto tempo ha un nome, anglosassone naturalmente. Sono i “childfree”, la coppia senza figli. Qualche convegno comincia ad occuparsene, come quello, a loro dedicato, appena concluso presso l’Università di Padova. Non si tratta, ricordiamolo subito, di persone che, per varie ragioni, non “possono” avere figli. No, i childfree, i figli proprio non li vogliono.
Chi sono dunque queste persone, di cui finalmente anche sociologia e demografia cominciano ad occuparsi? Ne possiamo fornire un ritratto perché, malgrado la loro intenzione di divertirsi, in realtà da anni frequentano gli studi di psicoterapia, che quindi li conoscono piuttosto bene. Un tratto evidente è la bellezza: sono figli del boom economico, ben riusciti, ben nutriti, e generalmente ben vestiti, ed al loro aspetto piacevole tengono molto. Non si tratta di una questione secondaria: i childfree sono proprio, molto spesso, degli emuli di Dorian Gray, il personaggio di Oscar Wilde che voleva rimanere per sempre giovane e bello, e che relega nella soffitta il ritratto su cui invece si imprimono le rughe ed i segni dell’invecchiamento, e dei vizi cui l’essere umano è (in misura maggiore o minore), fatalmente soggetto.
Anche loro hanno, del resto, il loro spietato ritratto, nel quale lo stesso Wilde rappresentava l’inconscio. Il loro, di inconscio, è popolato da immagini che appaiono regolarmente nei loro sogni, e sono tanto più mostruose ed inquietanti quanto più la coscienza è identificata con un ideale di bellezza e di aproblematicità.
Questo programma di bellezza, benessere ed armonia, conta molto nella decisione di queste persone di non avere figli. I figli infatti sono stupendi per chi li ama, ma ad un occhio allenato a guardare soprattutto se stesso appaiono alla nascita bruttarelli e sporchi di sangue. Continuano poi a portare con sé, oltre che fatica e preoccupazioni per i genitori, sporcizia, rischi, malattie, tutte cose ingombranti e poco desiderabili nell’universo asettico e patinato del childfree, letteralmente il: “libero da figli”.
Naturalmente, la loro decisone di non avere figli ha spesso una motivazione razionale. Quella economica c’è, ma non è la più diffusa, dato che in genere si tratta di persone che sanno amministrarsi abbastanza bene: il benessere economico è infatti un tratto importante del loro ideale di vita. Frequente è la dichiarazione di non voler contribuire alla sovrappopolazione di un mondo già affollato. L’argomento, anche quando è in buona fede, non tiene comunque conto della tendenza alla diminuzione della popolazione con l’aumentare del reddito, in atto in gran parte del mondo. In realtà, è il travestimento razionale della mancanza di un desiderio, e della presenza di una paura: quella dei figli, che i Childfree non vogliono.
L’origine profonda della paura dei bambini è nell’intuizione che la loro presenza spodesterebbe la centralità che questa coppia bella e smagliante vuole occupare nella propria vita. Le vacanze sarebbero più complicate, il tempo libero ne verrebbe sconvolto, ed anche la vita lavorativa, la carriera, le relazioni sociali, dovrebbero tenere conto di questi “nuovi arrivati”.
I due della coppia childfree sono di solito figli unici, o comunque prediletti, abituati da sempre all’attenzione esclusiva, soprattutto della madre, che ha di solito dominato la loro infanzia. Se va bene, riescono ad accudire l’altro (oltre a se stessi) come una madre attenta, un po’ pignola. Ma per i figli non rimane nulla.