LA STRANA POLEMICA DELLA VECCHIA SINISTRA CONTRO L’EQUILIBRIO DI BILANCIO, Newsletter Pietro Ichino – Newsletter n. 197, 2012


Dicono di difendere gli interessi dei giovani, ma si oppongono al nuovo articolo 81 della Costituzione (votato martedì scorso al Senato), che vieta alla generazione al potere di lasciare i propri debiti da pagare alle generazioni successive:

leggi il mio secondo editoriale telegrafico di oggi


LA SCUOLA DEL LAVORO Ciclo specializzazione Le nuove sfide dell’adolescenza 3 Maggio 2012 – MILANO – Via Tortona 37 PAL.1,


 
LA SCUOLA DEL LAVORO
Ciclo specializzazione Le nuove sfide dell’adolescenza
3 Maggio 2012 – MILANO – Via Tortona 37 PAL.1
 
Il lavoro va inteso per l’aspetto educante dello stesso: il ragazzo in difficoltà nel percorso scolastico, nei rapporti umani e sociali, nei rapporti intrafamiliari, trova nell’esperienza di lavoro una modalità di recupero di senso, di appartenenza a un mondo che spesso è a lui sconosciuto. Sono presentate proposte di percorsi nuovi per utenti generalmente “invisibili” e a rischio di marginalità.

Programma e scheda iscrizione sul sito
http://www.formazionesocialeclinica.it/index.php
TERMINE ISCRIZIONI 30 APRILE

17 RAGAZZE, opera prima di Delphine e Muriel Coulin: un gruppo di ragazze diciassettenni restano volontariamente incinte, tutte insieme, come forma di ribellione contro il mondo degli adulti

La locandina del film. (Foto by COMO)

Arriverà nelle sale venerdì 23 marzo, con il divieto ai 14 anni, “17 ragazze”, opera prima di Delphine e Muriel Coulin ispirata a una storia vera, quella che nel 2008 ha visto un gruppo di ragazze diciassettenni del Massachussetts restare volontariamente incinta, tutte insieme, come forma di ribellione contro il mondo degli adulti. La pellicola, già passata al Festival di Cannes, racconta come in una piccola città francese sull’Atlantico una ragazzina leader, Camille,  si ritrovi improvvisamente incinta e comunichi questo suo stato alle amiche come un forte atto di ribellione. Il film è stato accusato di apologia di “gravidanze collettive”. Per le registe, invece, è soprattutto un atto d’accusa giovanile nei confronti della pressione degli “adulti”, genitori ed educatori.

(Leggi l’intervista alle registe nell’edizione cartacea de “La Provincia” del 23 marzo)

da Adolescenti con il pancione Divieto sul film “scandalo” – Cultura e Spettacoli – La Provincia di Como – Notizie di Como e Provincia.


La Repubblica fondata sull’insicurezza di ILVO DIAMANTI

Una persona su due, infatti, si definisce “frequentemente” preoccupata  -  per sé e i propri familiari – di perdere il lavoro (gennaio 2012). Circa dieci punti in più rispetto a un anno fa. D’altronde, nel campione rappresentativo della popolazione italiana, il 35% dichiara che, nell’ultimo anno, in famiglia, qualcuno ha cercato lavoro, senza trovarlo. Il 22%, che (in famiglia) qualcuno è stato messo in mobilità o in cassa integrazione. Il 19%, infine, che qualcuno, in famiglia, ha perduto il lavoro. In definitiva, quasi una famiglia su due sta sperimentando gli effetti della crisi sul piano dell’occupazione.

 Un problema comune al resto d’Europa, dove si rileva un grado di inquietudine analogo. Con una differenza significativa. L’85% degli italiani ritiene che i giovani, nel prossimo futuro, occuperanno una posizione sociale peggiore rispetto ai genitori. Quasi 10 punti in più rispetto a Francia e Gran Bretagna, ma circa 20 più che in Germania e Spagna.

In altri termini: l’incertezza e la precarietà del lavoro si riflettono nell’incertezza e nella precarietà del futuro dei giovani. Anzi, nell’incertezza del futuro, semplicemente. D’altronde, il 56% degli italiani non vede sbocco a questa crisi. Non riesce a immaginare quando finirà. Certamente non prima di due anni.

Il lavoro  -  incerto, precario e perduto  -  alimenta l’insicurezza economica. Un sentimento che contagia il 73% degli italiani e trascina le altre dimensioni dell’insicurezza. Non a caso le paure relative alla globalizzazione e alla criminalità risultano molto più elevate fra coloro che si sentono maggiormente minacciati dalla disoccupazione.

È come se, insieme all’incertezza del lavoro, fosse cresciuto un diffuso e crescente senso di “insicurezza ontologica”, per usare il linguaggio di Zygmunt Bauman. Che, cioè, scuote alle radici il nostro sistema di riferimenti sociali e personali. Mette in dubbio la nostra identità. E ci schiaccia nel presente, lasciandoci senza ancore né legami. Da ciò la differenza da un tempo, quando il lavoro ci forniva relazioni, prospettive, senso. Anche quando era una “materia scarsa”, quanto e più di oggi.

on è un problema di “lavoro fisso”, ma di “lavoro certo”. E di professione, a cui si collegano il reddito e la posizione sociale. Ma se il mercato del lavoro e il welfare diventano “liquidi” (per echeggiare ancora Bauman), allora anche il futuro tende a liquefarsi. Allora le relazioni sociali, i valori e, a maggior ragione, i riferimenti politici e istituzionali: tutto diventa liquido e relativo.

E  la sindrome dell’insicurezza si diffonde. Non tanto fra i giovani, ma soprattutto fra le generazioni adulte e anziane. I genitori e i nonni. Gli indici più bassi di insicurezza economica, infatti, emergono tra i giovani fra 15 e 25 anni. I più elevati: tra le persone intorno ai 30 anni e, soprattutto di età centrale (45-54 anni). I fratelli maggiori e genitori. Lo stesso si osserva in relazione al futuro dei  giovani. I più pessimisti sono gli adulti e gli anziani. I meno preoccupati proprio loro: i giovani più giovani. Anche se pochi a quell’età lavorano.

Non si tratta di incoscienza giovanile. È che ormai si sono abituati all’in-certezza. All’assenza di luoghi e riferimenti certi. Si sono abituati al lavoro intermittente, assente e perfino alla transizione infinita. Senza stazioni di passaggio e senza destinazioni. Si sono abituati a fare affidamento sui genitori e la famiglia  -  finché dura. E su se stessi. Si sono abituati a un’idea del futuro senza progetti e senza percorsi programmati. Idealisti con realismo. L’angoscia, invece, è tutta nostra. Colpisce la società adulta e anziana. Coloro che hanno impostato la loro vita sul  futuro. E l’idea stessa di futuro sui giovani. Sul passaggio da una generazione all’altra. E sul lavoro  -  e il suo complemento: lo sviluppo, anch’esso sinonimo di futuro.

Ma se il lavoro diventa liquido e in-definito. Senza regole e senza prospettive. Insicuro: senza sicurezza del futuro. Senza “previdenza”. Soprattutto per i giovani, intermittenti (nel lavoro) e imprevidenti (senza pensione). Allora, rischiamo di trovarci non solo senza lavoro e senza pensione. Ma senza futuro. E senza presente. 
Il problema può, forse, apparire astratto, dal punto di vista “tecnico”.  Ma non dal punto di vista “politico”. E dal punto di vista “personale” mi inquieta molto. 

da La Repubblica fondata sull’insicurezza (ILVO DIAMANTI).


Giorgio Napolitano, sogni di ventenne, da Napoli – Repubblica.it

Noi acquistammo coscienza di noi stessi quando già si era in piena guerra, e sin dal primo giorno vedemmo le nostre possibilità ridotte al minimo, la nostra attività frenata da cento ostacoli. Iniziammo i nostri studi e il nostro lavoro quando già cominciava a diventare difficile, in Italia, trovare tutti i libri di cui si poteva avere bisogno, quando già erano soppressi gli scambi con l’estero, quando i giovani più avanzati ed esperti di noi, che avrebbero potuto guidarci illuminarci aiutare la nostra formazione, erano lontani, dispersi sui campi di battaglia, quando l’attività culturale e letteraria italiana diventava sempre più ristretta e la stampa e l’editoria sempre più limitate ed oppresse. La vita si faceva poi sempre più dura: alle privazioni materiali, col passare del tempo, si aggiunse l’orrore di mesi e mesi di bombardamento.

Non conoscemmo più calma, divenne impossibile trovare la serenità necessaria per prendere un libro tra le mani, per studiare. 

Ma questo mio racconto sarà certamente incompleto se non ricorderò l’atteggiamento da noi preso di fronte alla più complessa ed importante delle questioni che noi avemmo da affrontare: la nostra situazione nazionale. In tanto sbandamento e in tanta incertezza, sentimmo nondimeno il bisogno di prender posizione di fronte ai fatti in mezzo a cui vivevamo, di fronte agli avvenimenti che andavano decidendo della sorte del Paese e di noi tutti.

Pur non avendo allora alcun interesse per i problemi politici né alcuna preparazione specifica, tuttavia non mi fu difficile giungere alla conclusione (e a questa intelligenza della situazione mi portarono tanto la mia educazione culturale quanto gli scambi di idee con amici, giovani e non giovani, più maturi e preparati di me) che la sconfitta, la disfatta completa era l’unico mezzo che ormai ci restava per liberarci dall’oppressione volgare e spietata che aveva privato il Paese della sua dignità, che teneva l’Italia lontana da ogni forma di progresso politico sociale culturale, che l’aveva precipitata in un vergognoso abisso morale. La sconfitta, la disfatta: questa l’unica salvezza, che ci sarebbe costata — lo sapevamo — sangue, rovine, umiliazioni senza nome. … segue

tutta la lettera qui: Giorgio Napolitano, sogni di ventenne – Napoli – Repubblica.it.


La vera anomalia dell’Italia sta piuttosto nel fatto che i suoi giovani, il lavoro proprio non lo cercano. i giovani disoccupati in Italia non sono 1 su 3, ma 1 su 14, quindi il 7,1%. Questo il dato sul totale dei ragazzi con un età compresa tra 15 e 24 anni. Non certo il 33%

i dati presentati da Ricolfi: i giovani disoccupati in Italia non sono 1 su 3, ma 1 su 14, quindi il 7,1%. Questo il dato sul totale dei ragazzi con un età compresa tra 15 e 24 anni. Non certo il 33% con cui i giornali creano inutili allarmismi (ma in fondo è il loro lavoro – non creare allarmismi, ma fare notizia).  La vera anomalia dell’Italia sta piuttosto nel fatto che i suoi giovani, il lavoro proprio non lo cercano. Un giovane su quattro non ha lavoro e non lo cerca, ma non è nemmeno studente e non sta apprendendo un mestiere. Sono i cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training), ovvero i giovani completamente inattivi: secondo i dati sono 11.731.000. Mica pochi.

Non è che il lavoro non lo trovino, quindi, ma non trovano quello che gli piace. E poi questi posti di lavoro vengono occupati dagli immigrati che arrivano in Italia e si fanno carico delle occupazioni più “umili” (termine che ha una deriva semantica quanto mai negativa, ma è figlio dell’ideologia corrente). Spesso capita che questi stranieri siano perfino “costretti” ad accettare questi lavori, perché nella nostra percezione dell’immigrato non c’è spazio per giacca e cravatta ma solo per elmetto e cazzuola (vedi Linkiesta), mentre noi pensiamo che gli unici lavori degni di status siano quelli intellettuali.

da Un nuovo patto tra padri e figli.


Loro sono i non-garantiti, gli esclusi dalla politica dei salotti e delle cricche, le nuove leve sane della cittadinanza, quelli che hanno tutto da guadagnare da un cambiamento radicale del sistema politico attuale, “loro” sono: partitodeglioutsider.it

dal manifesto politico di OUTSIDER il partito degli esclusi

Facciamo nostro l’ appello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla coesione per affrontare la crisi. Come chiede il Presidente bisogna “riconoscere la complessità e gravità dei problemi che si sono accumulati e che pongono a rischio il futuro del Paese: escludere competizioni perverse sul terreno della dissimulazione, della sdrammatizzazione e del populismo demagogico, aprirsi a un confronto serio.”

Nel corso degli anni, in Italia si è consolidato il modello di società parcellizzata in tanti piccoli gruppi, assuefatti ai benefici che sono stati loro attribuiti da governi miopi e da scelte irresponsabili che hanno compromesso l’avvenire delle nuove generazioni. Al contrario, avremmo dovuto sostenere la libertà d’espressione, l’integrazione, la cooperazione, lo spirito competitivo, il gusto della novità e delle scoperta per garantirci un posto al sole in un ridisegnato panorama geopolitico mondiale che premia la capacità di differenziarsi.

Qualunque partito abbia vinto le elezioni in questi venti anni, le aspettative di riforme sono sempre state tradite, a causa delle resistenze corporative e conservatrici presenti all’interno di ogni partito.Perciò noi crediamo che la base per un’azione politica nuova, riformatrice, che riesca davvero a realizzare il cambiamento di cui questo Paese ha bisogno, non possa farsi imprigionare nei vecchi schemi. Serve tornare allo spirito costituente. Non sarà nessuno dei partiti tradizionali a salvare il Paese dalla decadenza e dalla marginalità a cui sembra avviato, perché nessuno dei partiti tradizionali ha l’energia, l’autonomia e il coraggio per rompere con gli interessi costituiti ai quali si appoggia per prendere voti, visibilità e finanziamenti e che tengono bloccato il Paese.

Solo un’innovazione politica che venga da fuori del sistema politico ha probabilità di riuscire: ma questa innovazione potrebbe poi contagiare, anche dall’interno, i vecchi partiti, trasformandoli e rendendoli più flessibili, democratici, sensibili alle nuove esigenze sociali. Per questo il nostro movimento politico esiste, perché esso mira a rafforzare, collegare e federare i soggetti sociali, i movimenti, i fermenti di cambiamento presenti nella società italiana, espressione di quelli che non sono tutelati dallo status quo e ne chiedono una riforma. Una riforma non per ottenere a loro volta una quota di tutela, ma per essere messi nelle condizioni di dar il meglio di sé e di realizzare il proprio progetto di vita in una società più libera e più giusta.

Loro sono i non-garantiti, gli esclusi dalla politica dei salotti e delle cricche, le nuove leve sane della cittadinanza, quelli che hanno tutto da guadagnare da un cambiamento radicale del sistema politico attuale, quelli che hanno studiato e che vanno avanti per merito e non hanno santi in paradiso, quelli di cui il sistema non ha ancora comprato l’accondiscendenza con qualche complice privilegio corporativo, che possono manifestare l’energia necessaria a cambiare questo sistema bloccato.

Quelli che, però, non abboccano all’anti-politica basata sul sentimento di rivalsa e di rabbia contro il sistema, perché loro la politica non la vogliono umiliata ma efficace, e sanno che della buona politica i loro figli e le loro famiglie avranno bisogno. Quelli che pensano che la speranza di cambiamento del sistema non può essere riposta in una idealizzazione tecnocratica della democrazia e nella tecno-politica, ma nella partecipazione e nell’aumento della democrazia e della libertà.

Loro, siamo noi. Siamo gli Outsider.

da www.partitodeglioutsider.it.


FRA I PAESI SVILUPPATI SIAMO AL QUART’ULTIMO POSTO PER OCCUPAZIONE. ECCO PERCHE’ E’ TANTO DIFFICILE di Luigi Ricolfi


Fate presto con la riforma del lavoro, parola di ventenni

Fate presto con la riforma del lavoro, parola di ventenni

Caro sig. Presidente del Consiglio, cara sig.ra Ministro,

in queste ore si discute ovunque della riforma del mercato del lavoro. Il contributo di noi studenti ventenni giunge in forma sincera e spontanea, il nostro non è tifo scriteriato né corporativismo generazionale: è serio interesse per il futuro, anche occupazionale, che ci vedrà giocoforza protagonisti. Riteniamo doveroso partecipare al dibattito con le nostre proposte ed osservazioni: si ragiona di diritti (che ci sono negati, si potrebbe aggiungere) e vorremmo offrire il nostro modesto punto di vista. Le idee che proviamo a riassumere in questa lettera aperta non trovano spazio nello scontro ideologico in atto, anche perché non germogliano all’interno di esperienze rigidamente consolidate; non ci riteniamo “arruolati” nello schema ottocentesco di sigle ed etichette: anzi ci spiace che le scorciatoie lessicali abbiano avuto la meglio sui contenuti. Siamo colposamente sospesi tra il vuoto di aspettative ed il miraggio di sicurezze, senza possibilità di metterci in gioco con le stesse garanzie che i nostri padri e i nostri nonni si vedono attribuite.

Proprio nelle scorse settimane Lei è intervenuto a proposito della necessità di ridare opportunità concrete a chi oggi rischia di restare senza tutela alcuna. Il mondo cui ci affacciamo ci pare follemente bipartito: da un lato i privilegi acquisiti, dall’altro le occasioni perse. Dal guado in cui rischiamo di essere intrappolati, non tolleriamo che – come troppo spesso accade – le posizioni su un argomento tanto delicato cedano alla banalizzazione del partito preso. Vorremmo essere cittadini maturi di un Paese in cui ci si rivolge ai giovani con un occhio di riguardo e siamo convinti che ora si possa realizzare la tanto agognata inversione di rotta: è tempo di premere l’acceleratore sulle riforme. È inoltre evidente che, solo se si riuscisse a puntare tutto sulla nostra generazione, anche la vicenda economica nazionale ne trarrebbe diretto vantaggio.

«Tutelare un po’ meno chi è oggi tutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce ad entrarci». Concordiamo senza dubbio con le parole del Presidente; quanto al metodo, aggiungiamo pure che, in questo momento di trattative serrate, si rischia di lasciare fuori dal tavolo della concertazione un’intera categoria di portatori di interessi: quella di noi giovani. La nostra voce è stata marginalizzata e resa afona, anche per via di nostre comprovate responsabilità: abbiamo subito le decisioni e consentito che la nostra indifferenza lasciasse ampi spazi di manovra a chi non ha avuto a cuore le nostre sorti. Nel sistema economico in cui operiamo, è richiesta la capacità di essere competitivi e dinamici: non abbiamo scritto noi le regole del gioco ma siamo tenuti a rispettarle per vincere la sfida della crescita. Anche le imprese italiane quindi, per offrire nuova occupazione e competere a livello internazionale, devono poter “stare sul mercato”.

Abbiamo forti speranze ed una notevole fiducia in questo esecutivo, crediamo insomma che sia il momento giusto per osare. Chiediamo che si rinunci definitivamente al clima di discriminazione nei confronti dei giovani. È un errore cui occorre porre rimedio, in fretta: spostare la bilancia del futuro dal privilegio al merito è l’impegno con cui vorremmo si cimentassero in questo momento le istituzioni patrie. Sappiamo che il dibattito è attorcigliato attorno a temi abusati, rinunciamo dunque a parlarne per evitare l’autoreferenzialità del già detto. Non ci scandalizza che si cominci a ragionare del cosiddetto “motivo economico o organizzativo per il licenziamento”, nell’ottica di una intelligente spinta riformatrice. Oggi imprenditore e lavoratore si muovono nella stessa direzione e condividono i medesimi obiettivi, entrambi vogliono il bene dell’azienda. Si aggiunga che il “nanismo” del settore imprenditoriale è anche cagionato da norme oggi superate, che hanno finito per imporre un regime di incertezze in cui risulta vincente il precariato come modello d’impiego, specie per i giovani.

Non ci stiamo: proprio perché crediamo di valere molto, ci diciamo pronti alla sfida. Si valutino merito, creatività e talento: si premino i più bravi attraverso un nobile sistema di incentivi economici e sociali. Quella che auspichiamo è una riforma culturale, i nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie ad un «dispetto generazionale»: siamo costretti noi tutti a soccombere rispetto alle mille garanzie che le generazioni che ci hanno preceduti si sono arbitrariamente assegnate. È tempo di ristabilire le priorità e allocare con equità i necessari sacrifici: l’egoismo dei protetti, l’ingordigia dei privilegiati sono malattie che rischiano di ammorbare il nostro avvenire. Scommettiamo senza indugio nella flessibilità e distribuiamo lealmente le tutele: sono queste le nostre richieste, in sintesi. Le sigle politiche che hanno guidato il Paese negli ultimi decenni, anche per via di un ossequio screanzato verso la propria base elettorale, hanno totalmente escluso il tema del lavoro dall’agenda di governo. Hanno prevalso le forze della conservazione, il Paese ha rinunciato alla sua anima “solida” e “solidale”.

Fate presto, vi scongiuriamo: l’unico modo per far davvero crescere una Nazione è investire, investire sul futuro. Sappiamo che la squadra di Governo è al lavoro per ridisegnare i contorni normativi della materia, ci piacerebbe tenesse conto dei nostri spunti. Signor Presidente, non neghi ai giovani la chance di ripartenza e “rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale” che hanno finito per realizzare l’attuale regime di apartheid occupazionale fra protetti e non protetti. Buon lavoro da tutti noi.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/l-agente-mormora/fate-presto-con-la-riforma-del-lavoro-parola-di-ventenni#ixzz1n0Y2T4QB

da Fate presto con la riforma del lavoro, parola di ventenni | L’agente Mormora.


Se il posto non è fisso il salario va alzato In un mondo incentrato sull’occupazione stabile il welfare lo fa la famiglia – di Alberto Alesina, Andrea Ichino in Corriere.it

I benefici del posto fisso (per chi lo ha) sono ovvi. La domanda rilevante è: quanto costa la garanzia del posto fisso al singolo e alla collettività? Un fatto spesso ignorato è che questo costo non è nullo anche per chi il posto fisso già ce l’ha. A parità di altre condizioni, per godere della protezione offerta dall’articolo 18 il lavoratore riceve una retribuzione inferiore a quella che otterrebbe se rinunciasse alla tutela contro il licenziamento. L’imprenditore, infatti, privato della possibilità di licenziare qualora il posto diventasse in futuro improduttivo, sopporta un costo potenziale aggiuntivo, oltre alla retribuzione. Se è disposto a pagare il lavoratore 100 mantenendo il diritto di licenziarlo, vorrà pagare solo, diciamo, 90 per assumerlo senza possibilità di licenziamento. La differenza è una sorta di premio di assicurazione che il lavoratore paga al datore di lavoro per correre meno rischi.

l’intero articolo qui: Se il posto non è fisso il salario va alzato – Corriere.it.


Nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per i giovani che le imprese hanno dichiarato di non essere riuscite a reperire sul mercato del lavoro, vuoi per il ridotto numero di candidati che hanno risposto alle inserzioni (pari a circa il 47,6% del totale), vuoi per l’impreparazione di chi si è presentato al colloquio di lavoro (pari al 52,4%)

Nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per i giovani che le imprese hanno dichiarato di non essere riuscite a reperire sul mercato del lavoro, vuoi per il ridotto numero di candidati che hanno risposto alle inserzioni (pari a circa il 47,6% del totale), vuoi per l’impreparazione di chi si è presentato al colloquio di lavoro (pari al 52,4%). E’ questo il principale risultato emerso da una elaborazione effettuata dalla CGIA di Mestre su dati Excelsior-Ministero del Lavoro. A livello professionale, le figure più difficili da rinvenire sono state quelle dei

commessi (quasi 5.000 posti di lavoro di difficile reperimento);

camerieri (poco più di 2.300 posti);

parrucchieri/estetiste (oltre 1.800 posti);

informatici e telematici (quasi 1.400 posti);

contabili (quasi 1.270 posti);

elettricisti (oltre 1.250)

meccanici auto (quasi 1.250 posti);

tecnici della vendita (1.100 posti);

idraulici e posatori di tubazioni (poco più di 1.000 posti);

baristi (poco meno di 1.000).

Nei prossimi mesi, quando avremo il consuntivo riferito alle assunzioni avvenute nel 2011,  vedremo se le cose sono andate proprio così. Nel frattempo, segnala la CGIA di Mestre,  è alquanto paradossale che in una fase economica in cui la disoccupazione giovanile ha toccato negli ultimi mesi il punto più alto, vi siano 45.250 posti di lavoro “inevasi” tra i giovani sino a 29 anni. Professioni che, nella  maggioranza dei casi, richiedono una grossa preparazione alla manualità.

da Si parla molto di posto fisso, ma poi manca la forza lavoro giovanile | CGIA MESTRE.


Ilvo Diamanti, La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni – Repubblica.it

non è chiaro di cosa siano, davvero, responsabili. Di quali colpe si siano macchiati. I giovani. A guardare dati e statistiche, a leggere le loro storie, molte “accuse” nei loro riguardi appaiono, francamente, prive di fondamento. 

I giovani devono scordarsi la monotonia del posto fisso, si dice. E il 30% dei giovani, in effetti, vorrebbe un lavoro sicuro (Demos-Coop, maggio 2011. Un dato analogo a quello proposto da Mannheimer ieri sul Corriere). Ciò significa, però, che il rimanente 70% antepone altri requisiti. Non ritiene il lavoro fisso una priorità. Peraltro il 65% dei giovani occupati (Demos-Coop, maggio 2011) considera il proprio lavoro “precario” oppure “temporaneo”. E il 60% pensa che, fra uno-due anni, avrà cambiato lavoro. 

D’altronde, il “posto fisso”, per loro, di fatto non esiste. Anzi, per molti giovani, non esiste neppure il lavoro. L’Istat, nelle settimane scorse, ha stimato il tasso di disoccupazione giovanile oltre il 30%. Il più alto dell’Eurozona. (Ma è molto più elevato tra le donne e sale al 50% nel Mezzogiorno). 

Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Ma il fenomeno più significativo è riassunto dai “Neet” (acronimo della definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che “non” lavorano e “non” studiano. Sono oltre 2 milioni e 200 mila. Sospesi. Sulla soglia, fra studio e lavoro. Senza riuscire a entrare né di qua né di là.

Difficile considerarli “partigiani del posto fisso”. Visto che di fisso hanno solo la precarietà. Ma anche l’indisponibilità a lasciare la famiglia e la casa di origine mi pare una leggenda. 

Tutti quelli che possono, durante il percorso universitario, se ne vanno lontano. Svolgono un periodo di studi (utilizzando il programma Erasmus) in Università straniere. Svolgono stages, dottorati, corsi di formazione e perfezionamento in diverse città italiane, europee. Americane. D’altronde, 6 persone su 10 ritengono, ragionevolmente, che per ottenere un lavoro adeguato alle proprie competenze e per fare carriera, i giovani debbano andarsene dall’Italia (Demos-Coop, maggio 2011). 

Una convinzione che cresce particolarmente fra i più giovani. Alcuni anni fa (Demos 2004), oltre quattro giovani su dieci, residenti nel Mezzogiorno, si dicevano pronti a trasferirsi nel Nord o all’estero, pur di trovare lavoro. Difficile trattare da “bamboccioni” i giovani italiani. Che, al contrario, si sono ormai abituati a una vita da precari, al lavoro “temporaneo”. Ma proprio per questo utilizzano la famiglia e la casa di famiglia come una risorsa. Un salvagente. Una stazione di passaggio. 

Peraltro, non è facile staccare i giovani da casa, allontanarli dalla famiglia, in un Paese “immobiliare” come il nostro. Dove quasi 8 famiglie su 10 hanno la casa in proprietà. E il 20% ne ha almeno due. Dove il mercato degli affitti è limitato e caro. Basti pensare al costo di un posto letto per gli studenti universitari. 

Per questo non è chiaro perché a “liberare” l’Italia dal peso del passato debbano essere proprio loro. I giovani. Quegli “sfigati”. 

Come se la società e il mercato del lavoro fossero davvero “aperti”, regolati dal merito. Non è così.  …..

vai a tutto l’articolo: La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni – Repubblica.it.


Giampaolo Pansa, Se avessi vent’anni saprei chi picchiare

Giampaolo Pansa, Se avessi vent’anni saprei chi picchiare


Saprei bene con chi prendermela, e chi picchiare, se fossi un ragazzo italiano sui venticinque anni. Uno di quelli davvero sfigati. Senza un lavoro vero. Con l’unica prospettiva di fare il precario a vita. E di mutare in peggio questa condizione diventando un disoccupato stabile. Privo di un alloggio decente. Con pochi soldi in tasca. Costretto a sperare sempre nell’aiuto economico dei miei famigliari.

  • Per primi me la prenderei proprio con loro: il papà, la mamma, forse anche i nonni. Sono cresciuti in una società dove trionfava il mito del figlio laureato. Volevano il figlio dottore, nella convinzione che un pezzo di carta sarebbe bastato a renderlo benestante per la vita.

Ero uno studente svogliato, ma a tutti i costi hanno voluto mandarmi all’università.

Mi hanno lasciato andare avanti, anche se vedevano che tardavo a dare gli esami e i miei voti erano sempre mediocri. Si consolavano dicendo che prima o poi avrei messo la testa a posto. E dopo la laurea, anche se ben poco brillante, un lavoro comunque l’avrei trovato. Sono dei disgraziati, questi miei genitori. Dei truffatori che hanno ingannato il loro amato figliolo. Quando si sono resi conto che non mi piaceva studiare, che odiavo i libri e gli esami, avrebbero dovuto prendermi per il collo e dire: adesso basta con l’università, devi imparare un mestiere che ti aiuti a campare.

Sarei stato d’accordo anch’io. C’era un lavoro che avrei fatto volentieri: il falegname che costruisce porte, finestre, mobili e li ripara quando si guastano. Quando l’ho detto in famiglia, è successo il finimondo. La mamma ha strillato: il falegname? Impossibile, è un mestiere da poveracci, sempre in mezzo al legno, alla polvere, con il rischio di tagliarsi una mano. Il papà ha aggiunto: nessuna ragazza per bene vorrai mai mettersi con un falegname, non potrai farti una famiglia. Gli ho replicato che esistevano altri mestieri che avrei provato a fare con piacere: il fabbro, l’idraulico, l’elettricista. Quelli che conoscevamo avevano sempre molto lavoro, guadagnavano bene, lo si vedeva dai conti che ci presentavano. Chiamare un antennista perché migliorasse la ricezione del nostro televisore era come convocare un chirurgo: lunghe liste d’attesa e parcelle salate. Non c’è stato verso di convincerli. I miei cari genitori mi rispondevano: prima prendi la laurea, poi vedremo. Comunque, un posto in banca o in un ufficio pubblico lo troverai.

  • Dopo aver pestato per bene papà e mamma, dovrei picchiare i capi di molte università. Hanno lasciato ingrossare corsi che servivano soltanto a mantenere delle cattedre e dei professori.

Non hanno bloccato gli studenti che correvano ad iscriversi, avvertendoli: guardate che qui fabbrichiamo soltanto disoccupati. Laurearsi in storia, lettere e filosofia, psicologia, scienze della comunicazione, sociologia, per fare soltanto qualche esempio, non vi aiuterà mai a trovare un lavoro.
È stato così che migliaia di ragazze e di ragazzi si sono iscritti a un corso qualsiasi, di solito quello che li attraeva di più. E non sono mai stati messi di fronte alla realtà brutale che oggi li schiaccia:

  • non hanno imparato nessun mestiere vero, sono usciti dall’università nudi e crudi come ci erano entrati, con la condanna a non avere niente in tasca che li aiuti a vivere in modo decente.
  • Altri soggetti da pestare di brutto sono i partiti e i sindacati. Quando vedo i loro capi gridare alla televisione che è stato rubato il futuro ai giovani, mi verrebbe voglia di aspettarli sotto casa. Quasi nessuno dei bonzi politici e sindacali si è mai occupato sul serio di noi. Vogliono soltanto il nostro voto, ma in cambio non ci danno nulla.

Non avvertono neppure i diciottenni di oggi che è meglio rifiutare l’università e scegliere qualche buon istituto tecnico che li addestri a un mestiere. Stanno tutto il giorno a rompersi le corna sull’articolo 18 sì o no. E non sprecano un po’ di fiato a spiegarci una verità che ho imparato anch’io, a mie spese. La verità è la seguente.

  • Il problema numero uno non consiste nel trovare un posto di lavoro qualsiasi, ma nel conoscere bene un mestiere.

Che può essere molto diverso: dal falegname che avrei voluto diventare, al tecnico che sa tenere i conti di un’azienda. Se possiedi al meglio una professione, puoi anche perdere il posto di lavoro. Ma prima o poi lo troverai da un’altra parte.

  • I posti di lavoro non si creano per magia, soprattutto in quest’epoca di crisi. Però se hai conquistato un mestiere e sai farlo davvero bene, nessuno te lo porterà mai via.

Avete mai incontrato un idraulico o un elettrotecnico disoccupati? Io mai. E un esperto di coltivazioni agricole, uno che sa tutto di uliveti e di vigneti, l’avete mai visto a mani vuote? Io no.

Purtroppo, i partiti e i sindacati sono vecchie cattedrali zeppe di celebranti superati: cardinali, vescovi, parroci rimasti fermi a un tempo che non esiste più. Dovrebbero spiegare ai loro iscritti e ai loro elettori che anche l’Italia, come il resto del mondo, è coinvolta in una gigantesca rivoluzione culturale. Che cambierà il senso di parole antiche: lavoro, posto fisso o mobile, pensione, titolo di studio, attitudine a svolgere una professione piuttosto che un’altra. Da quel poco che capisco alla mia giovane età, e senza sapere che cosa mi aspetta, credo che cambierà anche la scala di valori oggi dominante nella società. Un bravo falegname verrà stimato quanto un bravo avvocato, e forse sarà pure pagato di più. Un infermiere esperto avrà più mercato di un medico generico. Mio padre e mia madre sbagliano nel dire che nessuna ragazza vorrà sposare uno che costruisce porte o ripara mobili. Quando la ragazza si renderà conto che il moroso guadagna quanto tre impiegati all’anagrafe municipale, farà di tutto per portarlo all’altare o dinanzi al sindaco. Ho immaginato che potrebbe parlare così un giovane tra i venti e venticinque anni. Ma dal momento che sono ben più vecchio, ho due spiccioli di esperienza da offrire ai ragazzi di oggi. Il primo riguarda la conquista dell’eccellenza in una professione. Quasi tutti credono che ai buoni posti di lavoro, e ai buoni stipendi, di solito si arrivi per vie traverse: amicizie importanti, padrinaggi politici, raccomandazioni di vario genere. Ma non è affatto così.

L’eccellenza si conquista sin da ragazzi, con lo studio, la voglia di darsi da fare, la fatica continua, giorno per giorno. Emergere in qualsiasi professione comporta molti sacrifici anche nella vita privata. Se ti sposi o convivi in giovane età, augurati che la tua compagna sia tanto intelligente e generosa da accettare di vederti più al lavoro che in casa. E non ti mandi a quel paese nel sentirti dire: «Scusami, ma ho da fare!». L’altra esperienza rimanda alla polemica sulla battuta del premier Mario Monti, a proposito della noia del posto fisso. Il presidente del Consiglio è stato sommerso da una valanga di rimproveri. Ma non ha detto una cosa priva di senso. Nel corso di una vita bisogna sempre essere disposti a cambiare posto di lavoro, non il mestiere che si è scelto di fare. Mio padre Ernesto, operaio del telegrafo, sosteneva : «È meglio, ogni tanto, cambiare padrone». In molti decenni di giornalismo, sono passato da un editore all’altro. A tutt’oggi ne ho collezionati ben nove. Credo di essere titolare di un record. E mi è rimasto impresso quanto mi disse il primo direttore che lasciai. Era Giulio De Benedetti, che guidava la “Stampa”, un signore anziano che la sapeva lunga. Era il marzo 1964 e non avevo ancora 29 anni. Sul momento, De Benedetti si infuriò perché avevo accettato l’offerta di un quotidiano più piccolo, il “Giorno” di Italo Pietra. Quando l’incavolatura gli passò, mi disse: «Ma sì, fa bene andarsene. Non faccia come i suoi colleghi che sono sempre rimasti qui e adesso nessuno li vuole più!»


Il mito del posto fisso si ritorce sui giovani, di Elisabetta Gualmini- ItaliaFutura.it

Il mito del posto fisso si ritorce sui giovani

Sole 24 Ore

di Elisabetta Gualmini

Le parole pronunciate dal premier sulla riforma del mercato del lavoro, forse non felicissime in alcuni passaggi, hanno il merito di aver specificato senza troppi giri di parole l’obiettivo prioritario del “governo di ferro” (secondo l’icastica definizione dell’Economist).

Quello di ri-equilibrare il sistema «tutelando un po’ meno chi oggi è iper-tutelato e tutelando un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o non riesce a entrarci». Insomma, una riforma per i giovani e non contro. Sono infatti prima di tutto gli inoccupati, chi è alla ricerca del primo impiego, a scontare gli effetti perversi della “retorica” della sicurezza.

 

da Il mito del posto fisso si ritorce sui giovani – ItaliaFutura.it.


Luca Ricolfi: i giovani disoccupati non sono affatto 1 su 3, come da mesi si sente ripetere senza tregua, ma 1 su 14. Per l’esattezza: non il 33%, bensì il 7,1% della popolazione nella fascia dai 15 ai 24 anni, Da La Stampa del 05/02/2012

Disoccupazione giovanile, articolo 18. Prima di discuterne, forse bisogna ricordare alcune verità.
La prima è che

  • i giovani disoccupati non sono affatto 1 su 3, come da mesi si sente ripetere senza tregua, ma 1 su 14. Per l’esattezza: non il 33%, bensì il 7,1% della popolazione nella fascia dai 15 ai 24 anni.

Più o meno quanti erano nel 2006-2007 quando l’economia cresceva, molti di meno che negli Anni Novanta e nei primi Anni Duemila. In Spagna, i giovani disoccupati sono circa il triplo che da noi (20%), nel Regno Unito il doppio (14%), in Grecia e Portogallo sono il 12%, in Svezia e Danimarca il 10%, in Francia, Finlandia e Belgio l’8%.
Fra i Paesi con cui di solito ci compariamo, solo la Germania sta meglio di noi, con il suo 4,8% di giovani disoccupati.

Da dove salta fuori l’idea che «un giovane su tre è senza lavoro»? Deriva dal fatto che, anziché prendere come base il numero totale di giovani, si prende il numero di giovani «attivi» sul mercato del lavoro (occupati o in cerca di lavoro), che in Italia sono appena il 25% del totale, mentre in Paesi come la Germania o il Regno Unito sono più del doppio. Poi, nel fare i titoli su giornali e televisioni, ci si «dimentica» che si sta parlando di una minoranza attiva (1 giovane su 4), e si parla del tasso di disoccupazione giovanile come se descrivesse la condizione dei giovani in generale, anziché quella dei giovani che hanno scelto di lavorare.

E qui veniamo alla seconda verità che, a quanto pare, non incontra il favore dei media.

  • L’anomalia dell’Italia non è che i suoi giovani non trovano lavoro, ma il fatto che non lo cercano.

Fortunatamente non sono presidente del Consiglio, e quindi non sarò costretto a smentire quella che – detta da un politico – suonerebbe come una tremenda gaffe, ma che invece è la pura verità: nel confronto internazionale i nostri giovani si distaccano da quelli della maggior parte dei Paesi avanzati non certo perché più colpiti dalla tragedia della disoccupazione, ma precisamente per la ragione opposta:

  • perché ritardano enormemente il loro ingresso nel mercato del lavoro.

Nei Paesi normali ci si laurea intorno ai 22-23 anni, e si comincia a lavorare relativamente presto, spesso contribuendo al bilancio familiare e alle spese dell’istruzione, che non sono basse come da noi. In Italia ci si laurea tardi, spesso in prossimità dei 30 anni, e si comincia la ricerca di un lavoro a un’età in cui negli altri Paesi si è accumulata una cospicua esperienza professionale. E quel che è ancora più drammatico è che, nonostante la loro relativa assenza dal mercato del lavoro, i giovani italiani sono molto indietro nei livelli di apprendimento già a 15 anni (vedi i risultati dei test Pisa), e hanno maggiori difficoltà a conseguire una laurea, per quanto a lungo ci provino. E infatti

  • la gioventù italiana un primato ce l’ha: è quello del numero di giovani perfettamente inattivi, in quanto non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere (sono i cosiddetti Neet: Not in Education, Employment or Training).

Questo, sfortunatamente, è lo scenario sul quale si sta aprendo la discussione sul mercato del lavoro. Uno scenario di cui i giovani non sono direttamente responsabili, perché – come ha giustamente osservato Antonio Polito qualche giorno fa sul Corriere della Sera –

  • se le cose sono arrivate a questo punto lo si deve innanzitutto «a noi, la generazione dei baby boomer, la prima generazione ad aver disobbedito ai padri e la prima ad aver obbedito ai figli».
  • Siamo noi che, con i nostri partiti e sindacati, abbiamo edificato un sistema per garantire il lavoro, l’inamovibilità, la pensione ai più organizzati fra noi stessi.
  • Siamo noi che, nella scuola e nell’università, abbiamo permesso che si abbassasse drammaticamente l’asticella del livello degli studi, trasformando istituzioni un tempo funzionanti in vere e proprie fabbriche di ignoranza.
  • E siamo sempre noi che, nella famiglia, «invece di fare i genitori ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata la strada verso il nulla» (sono sempre parole di Polito).

Ed eccoci al punto. Io spero e confido che il governo Monti non perda per strada la determinazione che finora lo ha indotto a promettere una vera riforma del mercato del lavoro.

  • Ma nessuna riforma cambierà davvero le cose se anche noi, tutti noi, giovani e adulti, non ci renderemo conto che un intero modo di pensare, un’intera mentalità tipica del nostro Paese è giunta al capolinea.
  • Continuare come in passato non è più possibile. Far credere ai giovani che potranno godere degli stessi privilegi della nostra generazione significa solo prolungare l’inganno che ci ha condotto alla situazione attuale.

Una situazione retta da un patto scellerato fra due generazioni: la generazione dei padri e delle madri, iperprotettiva e per nulla esigente, e la generazione dei figli, spensierata finché l’età e le risorse familiari glielo consentono, e disperata quando deve cominciare a marciare sulle proprie gambe.

  • Il mercato del lavoro italiano, da decenni diviso fra garantiti e non garantiti, è il luogo nel quale il patto scellerato ha preso forma e si è cristallizzato. Di quel patto scellerato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è il tassello principale, ma solo il simbolo.

Farlo lentamente evaporare non potrà produrre né le devastazioni previste dai sindacati, né la crescita immaginata dagli imprenditori. E tuttavia non toccarlo per niente, oltre a mandare un segnale negativo ai mercati, rischierebbe di rimandare ancora una volta il momento in cui – finalmente – cominceremo a fare un vero bilancio e ad affrontare a viso aperto i nostri figli.

I quali hanno tutto il diritto di entrare in un mercato del lavoro più dinamico e più equo, in cui ci siano più opportunità e l’inamovibilità dei padri non sia pagata dalla precarietà dei figli. Ma hanno anche il diritto di sapere quel che finora gli abbiamo nascosto: che studiare sotto casa, poco, male, e irragionevolmente a lungo conforta le loro mamme ma non spiana loro alcuna strada.

Da La Stampa del 05/02/2012


Disoccupazione giovanile: dati più utili, di Donato Speroni | Numerus

Ritorno sul tema della disoccupazione giovanile, già affrontato in precedenti post, cercando di capire più in dettaglio come stanno le cose. L’Istat sul tema offre due fonti:

  1. comunicati mensili, che sulla base dell’indagine Forze di lavoro forniscono il dato della disoccupazione nella fascia di età 15 – 24, i cosiddetti “young young”.
  2. La banca dati I.Stat che ogni tre mesi ci fornisce anche due altri dati: quello sugli “young adults” 25 – 34 e quello intermedio, ma particolarmente significativo, nella fascia 18 – 29.

E’ evidente che il dato sugli young young è il meno importante. Come ha scritto anche Luca Ricolfi sulla Stampa del 5 febbraio, nella fascia di età 15 – 24, meno del 27% dei ragazzi intende lavorare. Ed è giusto così, considerando che in quella fascia di età gran parte dei giovani è ancora impegnato nella propria formazione. Il tasso di disoccupazione (31% a gennaio) si calcola solo sulla popolazione attiva, cioè quel 27% prima citato, ma se invece lo si riporta all’intera popolazione di quella età si ricava che solo 8 giovani su cento vorrebbero lavorare ma non trovanoUno su dodici, appunto. Ma allora perché l’Istat privilegia questo dato e lo diffonde mensilmente? La risposta che mi è stata data è che la fascia 15 – 24 corrisponde a una convenzione internazionale per definire la disoccupazione giovanile; ma non credo che ci sia bisogno di dare risalto a questo dato tutti i mesi, tanto più che i dirigenti dell’Istat, quando presentano rapporti o relazioni, privilegiano invece altri dati, (soprattutto il 18 – 29) che però sono diffusi con frequenza trimestrale.

Sugli young adults 25 – 34 sappiamo tutto ogni tre mesi grazie alla banca dati I Stat. Gli ultimi dati disponibili (terzo trimestre 2011) ci dicono che a quell’età oltre il 73% dei giovani vuole lavorare. I dati quindi sono ben più significativi! Ma quanti sono quelli che non trovano lavoro? L’11%, che diventa l’8% se rapportato all’universo della popolazione di quella età. Ancora una volta un giovane su dodici.

La fascia 25 – 34 forse è troppo acerba, quella 25 -34 troppo stagionata.Vediamo allora la fascia 18 – 29. Anche qui la banca dati I Stat viene in nostro aiuto, ma con dati incompleti perché fornisce solo i tassi ma non le cifre assolute. In ogni caso, per quella fascia di età e per il terzo trimestre 2011 indica al 50,4 di tasso di attività, e al 18,6 quello di disoccupazione. Il rapporto con l’intera popolazione ci dice ancora una volta che meno di dieci giovani su 100 cercano lavoro e non lo trovano. Un po’ più alto di quell’uno su dodici riscontrato nelle altre fasce di età, ma comunque ben lontano da uno su tre!

da Disoccupazione giovanile: vogliamo dati più utili | Numerus.


PERCHÉ CANCELLARE IL VALORE LEGALE DELLA LAUREA, di Pietro Manzini, LAVOCE.INFO

Nel governo Monti si sta discutendo una riforma dell’università che potrebbe avere effetti assai più rilevanti di tutte quelle succedutesi negli ultimi venti anni. Quattro sarebbero le questioni in discussione: 
- eliminazione del vincolo del tipo di studio per l’accesso ai concorsi pubblici
- eliminazione del valore del voto di laurea nei concorsi pubblici
- valutazione differenziata della laurea a seconda della qualità della facoltà/università di provenienza
- eliminazione o riduzione del peso della laurea nei concorsi pubblici

vai a: Lavoce.info – ARTICOLI – PERCHÉ CANCELLARE IL VALORE LEGALE DELLA LAUREA.


vecchi e giovani. Per Lazar, “La vera anomalia italiana è la gerontocrazia” | Linkiesta.it

A proposito di “gerontocrazia” pensa che i giovani interessati alla politica riusciranno a farsi largo e scardinare la vecchia classe politica che ci governa?
Penso che bisognerà arrivare ad uno scontro generazionale: i più anziani qui non vogliono lasciare il posto ai giovani e questo accade sia nel potere politico che nel potere economico o culturale o accademico ma ancora di più in politica perché ovviamente ci si può far rieleggere soprattutto con questa legge elettorale quindi credo che i giovani dovranno impegnarsi sempre di più per ottenere un vero cambiamento. Ben vengano dunque le reti online con i gruppi di Facebook, che permettono la condivisione delle idee utili a cambiare il paese. Credo che bisognerà fare una pressione forte sulle vecchie generazioni italiane che sono al potere e che questa sia una necessità per la vitalità della democrazia italiana – e lo dice uno che ha quasi sessant’anni ma che capisce benissimo questa voglia di partecipazione dei giovani – anche se potrebbe avere delle conseguenze per la gente della mia età.

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da Per Lazar, “La vera anomalia italiana è la gerontocrazia” | Linkiesta.it.

Anziani ieri e oggi, RaiNews24

Anziani ieri e oggi
Gli anziani, un ponte fra generazioni. Per parlare della ruolo degli anziani ieri e oggi, abbiamo scelto Calcata, una comunita’ alle porte di Roma che vive in equilibrio tra il vecchio e il nuovo, due concetti che si rafforzano l’uno con l’altro. In studio con Luce Tommasi, Angelo Barbieri, responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Calcata e Marijcke Van Der Maden, presidente dell’Associazione culturale “Il Granarone”, un’artista olandese che ha deciso di fare di Calcata la sua seconda patria. altro

Alessandra Augelli, Erranze. Attraversare la preadolescenza, vince la prima edizione del Premio Riccardo Massa

Alessandra Augelli, giovane pedagogista lombarda, vince la prima edizione del Premio Riccardo Massa. Il saggio, Erranze. Attraversare la preadolescenza, affronta il tema della preadolescenza con uno sguardo fenomenologico-esistenziale.

Stamattina, alla presenza, tra gli altri, della preside della Facoltà di Scienze della Formazione, Silvia Kanizsa, del direttore del Dipartimento di Scienze Umane, Mario Barenghi, del prorettore Susanna Mantovani e dei pedagogisti Duccio Demetrio,Mariangela GiustiAnna RezzaraStefania Ulivieri e Franco Cambi, si è tenuta la cerimonia di premiazione.

 «Augelli unisce un ottimo rigore scientifico a una trattazione accattivante che rinnova temi conosciuti in letteratura con la freschezza delle parole degli stessi preadolescenti incontrati durante vari laboratori – si legge nelle motivazioni del Premio -. Il periodo preadolescenziale è paragonato a un viaggio di cui il viaggiatore conosce la meta (l’età adulta) ma non il percorso; non sa a quali cambiamenti andrà incontro, quali prove dovrà affrontare per arrivarci, non sa quale sarà il risultato finale. Un altro elemento d’interesse è costituito dall’analisi di come il preadolescente vive questo periodo della vita emotiva e sociale e del confronto coi pari, nel quale è importante avere amicizie, ma anche scandagliare, analizzare, riflettere su aspetti della vita per prendere decisioni e affermare se stessi. Da qui la necessità di avere spazi e tempi che gli permettano di riflettere su di sé (oltre che con gli amici anche in solitudine) e la richiesta non sempre esplicitata, ma presente, di confrontarsi con figure adulte. Il testo termina con un capitolo denso sulla figura dell’adulto che è stimolato a porsi in ascolto e in cammino insieme al giovane così da poterlo sorreggere e aiutare nei momenti di difficoltà. Un’opera che si distingue per originalità e chiarezza e che si colloca a pieno titolo, per altro, nella scia delle ricerche di Riccardo Massa sulla condizione adolescenziale e giovanile». 

Alessandra Augelli, docente di Laboratorio “Lavoro di rete” e cultore di Pedagogia generale, Pedagogia sociale e Pedagogia della Famiglia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Sede di Piacenza, svolge attività di formazione sui temi dell’affettività e della relazionalità, privilegiando le metodologie narrative ed autobiografiche.

Pedagogia, l’Università di Milano-Bicocca ha assegnato il Premio Riccardo Massa – Università degli Studi di Milano-Bicocca.


Massimo Cacciari, I giovani sono i nuovi schiavi – in l’Espresso

Non occorre essere esperti per capire che l’eroico tempo della grande concentrazione operaia e industriale, dei grandi conflitti tra capitale e lavoro, è tramontata per sempre. almeno da noi (risorgerà, chissà in quali forme, in India, in Cina?): basta avere occhi e girare per le nostre metropoli.

Quel tempo è diventato archeologia. Ma l’inerzia delle organizzazioni sindacali e politiche è pari soltanto a quella delle nostre lingue: le loro strategie mutano con fatica e lentezza anche maggiori. Tutto l’attuale dibattito in materia di occupazione e diritti del lavoro ha l’aria di un nostalgico revival tra vecchie destre e vecchie sinistre.

qui l’intero articolo: I giovani sono i nuovi schiavi – l’Espresso.

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Sacrifici, segnali d’amore di ENZO BIANCHI da La Stampa del 11 dicembre 2011

Da anni, su queste colonne mi è parso doveroso e responsabile denunciare l’imbarbarimento e la crisi verso la quale andava la nostra società, dapprima a piccoli, poi a grandi passi. Nel frattempo è sopraggiunta la «crisi» economica – prima sottovalutata, poi tenuta nascosta o negata, infine esplosa in tutta la sua pesantezza – che però si è scoperta essere anche crisi etica, culturale. Il salmo 49, con la sua sapienza accumulata nei secoli, sottolinea come «l’uomo nel benessere non capisce, è come un animale…».

Solo ora ci stiamo incamminando verso la presa di coscienza che non è più possibile proseguire sulla strada percorsa nell’ultimo ventennio, che la mancanza di eguaglianza e di giustizia rende la nostra vita – che resta sempre «vita comune», non foss’altro perché vissuta su una stessa terra – più difficile, meno sicura, più conflittuale, più barbara. Ci stiamo rendendo conto che il vivere con il mito idolatrico del «tutto e subito», del «tutto ciò che è tecnicamente possibile va fatto» non ci garantisce un futuro buono, che il pensare solo all’oggi, solo a noi stessi come individui impoverisce la terra e fa aumentare il deserto, ci rende incapaci di lasciare alle nuove generazioni una «eredità» nel vero e nobile senso del termine.

Tuttavia oggi ci sembra di poter dire con convinzione, anche se senza alzare la voce, che si intravedono segni di speranza. Una speranza sostenuta da nuovi governanti che danno segni di voler essere «politici» nel vero senso della parola: uomini e donne al servizio della polis, della società con lo stile di chi, consapevole della sua responsabilità, non ostenta, non vuole apparire e cerca di parlare con parresia, con franchezza e sincerità, perseguendo il bene comune.

È in questo contesto che, nella comunicazione viva e fatta con tutta la sua persona da parte del ministro del Lavoro, abbiamo colto la verità della parola «sacrificio»: una commozione che ben ne ha mostrato la fatica, il costo, la necessità e la verità. Da tempo, per lo meno nel mondo occidentale, «sacrificio» non ha più l’accezione legata alla sua etimologia di impronta religiosa: «sacrum facere», «rendere sacro» un oggetto o una realtà spostandola dalla dimensione profana a quella appartenente al divino attraverso un rito o un insieme di gesti che arrivavano fino all’offerta – «sacrificale», appunto – di una vittima per ingraziarsi gli dèi o placarne l’ira. Il «capro espiatorio», così finemente analizzato anche nella sua dimensione fondativa di una cultura, ha lasciato il posto a «sacrifici» meno cruenti ma più quotidiani, legati comunque alla faticosa ricerca di una vita «migliore».

Così la mia generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, è stata educata umanamente e cristianamente a «fare sacrifici»: privarci di alcune cose, rinunciare ad altre, accontentarci di quello che c’era… Del resto, negli anni dell’immediato dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e miseria, «fare sacrifici» per molti non era un’opzione, ma la condizione toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti, creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell’ora del boom economico.

In questo senso la mia generazione ha una responsabilità nella mancata trasmissione alle generazioni successive del valore del sacrificio. E oggi, incapaci come siamo stati di comunicare la valenza umanizzante dello sforzo e della rinuncia, ci ritroviamo tutti in una cultura impossibilitata a intravedere un orizzonte di bene comune e di speranza, abbiamo assistito al rarefarsi di persone pronte a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una convivenza pacifica, per l’affermazione di valori e principi degni dell’uomo o, ancor più semplicemente, per preparare un futuro migliore per i propri figli. Mancanza davvero grave, perché il sacrificio è una cosa seria: significa privarsi di un bene, astenersi da una possibilità in vista di un bene più grande che, se è tale, riguarda tutti, concerne la communitas e non il mio interesse personale. Spendere le proprie energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà: quanti uomini e donne nella storia hanno sacrificato tempo, risorse, affetti per la realizzazione di ideali e per sconfiggere l’ingiustizia a beneficio di tutti.

Ma riscoprire il significato fecondo del sacrificio richiede un discernimento su azioni e comportamenti che da tempo abbiamo rinunciato a esercitare, assumendo senza alcuna criticità quello che il consumo, il mercato e la propaganda ci presentavano come stile di vita «normale». Così non sappiamo più distinguere tra necessario e superfluo, né riusciamo a mettere ordine nel nostro universo mentale e comportamentale tra bisogni, desideri, voglie, sogni e capricci. Si è come smarrita ogni scala di priorità: tutto pare sullo stesso piano, perché tutto attiene in positivo o in negativo al suo impatto sulle nostre sensazioni immediate. Noi abbiamo smarrito il senso della communitas tra contemporanei come di quella che ci lega con responsabilità alle generazioni future: vogliamo leggere, definire, vivere e consumare il nostro orizzonte limitandolo a un «io» narcisistico e prepotente o a un «noi» ristretto e fissato dal nostro vantaggio e non dalla realtà della polis.

Credo che questo smarrimento culturale ed etico abbia profondamente a che fare con l’affievolirsi del «senso» attribuibile ai «sacrifici»: se non ci sono principi condivisi, se non c’è un fine superiore alla momentanea soddisfazione personale, se non si percepisce alcun legame tra generazioni né responsabilità verso il futuro della collettività, sarà ben difficile rinunciare spontaneamente a qualcosa o aderire con convinzione a una rinuncia imposta dalle circostanze avverse. Se manca un orizzonte condiviso, se ogni atteggiamento è eticamente indifferente, se pretendiamo come diritto tutto ciò che è tecnicamente o economicamente possibile, allora ci troveremo impotenti di fronte a ogni avversità, le subiremo come catastrofi ineluttabili e cercheremo di sottrarci ad esse senza gli altri o addirittura contro di loro. Il sacrificio amputato della solidarietà, la rinuncia svuotata della speranza, il prezzo da pagare dissociato dal valore del bene da acquisire diventano insopportabili: nella communitas, infatti, il sacrificio è il debito che io liberamente assumo verso l’altro, altrimenti la communitas stessa cessa di esistere.

Solo un ideale altro e alto, la speranza di contribuire a un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto, la preoccupazione per il benessere di chi verrà dopo di noi, la solidarietà con chi, vicino o lontano da noi, non può accedere a beni essenziali che noi non ci rendiamo nemmeno più conto di possedere può spingerci non solo ad accettare i sacrifici ma ad affrontarli con consapevolezza e convinzione: quanti tra coloro che ci hanno preceduto avrebbero affrontato le difficoltà della vita se non avessero sperato di offrirci una condizione migliore? Perché il risultato del sacrificio non è il poterne fare finalmente a meno, bensì l’affermare con la propria vita quotidiana che un altro mondo è possibile, che l’uomo non è nemico dell’uomo e che vi sono principi di equità, di giustizia, di pace, di solidarietà che vale la pena vivere a qualunque prezzo: in fondo, il valore di ogni nostro desiderio è il prezzo che siamo disposti a pagare per raggiungerlo.

Davvero il sacrificio è iscritto nell’amore, perché nelle storie d’amore sempre accade che per il bene dell’altro io devo rinunciare a qualcosa che è solo a mio vantaggio, secondo il mio desiderio o capriccio. Allora, anche se il nostro faticoso lavorare il campo della vita non dovesse essere coronato dai frutti, ci resterà almeno la soddisfazione di aver dissodato il terreno perché altri, cui siamo legati dalla comune umanità, potranno trovarvi nutrimento e gioia.

“Sacrifici, segnali d’amore” di ENZO BIANCHI da La Stampa del 11 dicembre 2011


Pensare ai giovani è la vera equità: evidente che la riforma delle pensioni realizzata dal ministro Fornero realizza certamente una maggiore equità intergenerazionale, di Belardelli Giovanni, in Corriere della sera

se sottraiamo il discorso sull’ equità alla polemica politica spicciola, non è impossibile trovare un criterio alla luce del quale la questione dell’ equità può essere affrontata in modo utile. Se guardiamo alle vicende italiane degli ultimi decenni, sono principalmente due i fenomeni che hanno favorito una distribuzione non equa delle risorse e dei costi della vita sociale. Da un lato, l’ estensione dell’ evasione fiscale, il cui insufficiente contrasto viene solitamente addebitato soprattutto ai governi di centrodestra (ma non è che la sinistra del «tassa e spendi» non abbia avuto anch’ essa le sue colpe). Dall’ altro, la frattura intergenerazionale: sia tra giovani lavoratori precari e lavoratori maturi garantiti, sia tra porzioni della società soggette, in virtù dell’ età, a sistemi pensionistici assai diversi quanto a prestazioni e costi. In questo caso, la responsabilità nell’ aver prodotto e difeso la frattura viene imputata soprattutto alla sinistra. Se le cose stanno, sia pure assai schematicamente, così, allora possiamo ricavarne una griglia per valutare l’ equità delle misure del governo meno legata alla contingenza. In questa luce, pare evidente che la riforma delle pensioni realizzata dal ministro Fornero, nonostante le non poche persone che ne sono state danneggiate, realizza certamente una maggiore equità intergenerazionale

da Pensare ai giovani è la vera equità.


Fornero: «Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil, Luciano Lama: “Non voglio vincere contro mia figlia”. Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i nostri figli.» – Corriere della Sera

I sindacati non ci stanno a toccare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. 

«Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil, Luciano Lama: “Non voglio vincere contro mia figlia”. Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i nostri figli. Ora non voglio dire che ci sia una ricetta unica precostituita, ma anche che non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». 

da Fornero: «Sull’articolo 18 non ci sono totem E dico sì al contratto unico» – Corriere della Sera.


Fornero: «Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all’inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività» – Corriere della Sera

«Giovani e donne sono i più penalizzati perché la via italiana alla flessibilità ha riguardato solo loro, risparmiando i lavoratori più anziani e garantiti. Sono rimasta molto colpita nel sentire i pensionati che si lamentano perché devono mantenere anche i nipoti. Questo è un ciclo perverso. Non è possibile che la pensione di un nonno debba mantenere dei giovani né che questi si adagino su una prospettiva di vita bassa».

Come se ne esce? 

«Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all’inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto».

….

da Fornero: «Sull’articolo 18 non ci sono totem E dico sì al contratto unico» – Corriere della Sera.


Francesco Stoppa, La restituzione, Feltrinelli editore

Francesco  Stoppa
Francesco Stoppa presenta “La restituzione”
In occasione di SpazioEventi il 02/12/2011 alle ore 18:30 presso Spaziopensiero – Via Calatafimi, 10 a Milano.
  Vai agli altri appuntamenti
Francesco Stoppa (Ferrara, 1955) lavora presso il Dipartimento di salute mentale di Pordenone, città dove coordina il progetto di comunità “Genius loci: prove di dialogo intergenerazionale”. È analista membro della Scuola di Psicoanalisi dei Forum del Campo lacaniano e docente dell’istituto ICLeS per la formazione degli psicoterapeuti. Ha pubblicato L’offerta al dio oscuro. Il secolo dell’olocausto e la psicoanalisi (Franco Angeli, 2002) e La prima curva dopo il Paradiso. Per una poetica del lavoro nelle istituzioni (Borla, 2006).
copertina

La restituzione , Campi del sapere, € 20,00

Gli adulti di oggi accusano i giovani di mancanza di ideali e valori, di indifferenza e volubilità. I padri sembrano aver miseramente fallito il passaggio di testimone alla generazione dei figli. Ma il patto tra generazioni guarda lontano, a chi verrà dopo: potrà la nuova generazione restituire ciò che non ha ricevuto o che le è stato trasmesso in forma ambigua, svogliata, saccente?
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Giangiacomo Feltrinelli Editore – Autori – Francesco Stoppa.


“Peer education ITA-CH” che si terrà presso IL CHIOSTRO Hotel di Verbania-Intra il 1 dicembre dalle 14.00 alle 18.00

Peer education ITA-CH” che si terrà presso IL CHIOSTRO Hotel di Verbania-Intra il 1 dicembre dalle 14.00 alle 18.00.
ASL VCO  e SUPSI di Lugano, con la collaborazione dell’Associazione Contorno Viola di Verbania hanno promosso e sviluppato nei triennio 2009-2011 il Progetto Interreg “PEER EDUCATION ITALIA-SVIZZERA” che ha coinvolto circa 3000 giovani italiani e svizzeri, con l’obiettivo di implementare la pluriennale esperienza di prevenzione fra pari sviluppata nella Provincia del VCO ampliandola al Canton Ticino. A conclusione del progetto, in occasione del 1 dicembre Giornata Mondiale  della lotta all’Aids, viene proposto a Verbania l’evento “Prevenzione tra pari. Modelli, Pratiche e Processi di Valutazione”. Il programma è diviso in due sessioni, una specifica per gli studenti delle scuole secondarie superiori e uno per gli operatori dei servizi socio-sanitari e adulti coinvolti nei processi di peer education.
Nel pomeriggio si svolgera un Expert Meeting sullo stato della Peer Education In Italia, sulla prevenzione in ambito adolescenziale e sulle necessità di confronto con il nodo della valutazione di efficacia degli interventi. Con l’occasione verrà presentato il volume “Prevenzione tra pari. Modelli, pratiche e processi di valutazione” a cura di M. Croce, G. Lavanco e M. Vassura per le edizioni Franco Angeli, sul rapporto tra peer education, prevenzione e valutazione, che raccoglie alcune riflessioni significative elaborate nel corso del progetto transfrontaliero, sul tema della valutazione dei programmi di prevenzione dei comportamenti adolescenziali a rischio.
programma in formato dbf

Il nuovo testo unico in materia di apprendistato, Decreto Legislativo 14 settembre 2011, n. 167 (G.U. n. 236 del 10 ottobre 2011)

Il nuovo testo unico in materia di apprendistato

 

 

Decreto Legislativo 14 settembre 2011, n. 167 (G.U. n. 236 del 10 ottobre 2011)

di Massimo Rusconi

 

 

Il 10 ottobre 2011 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Testo Unico sull’apprendistato (d.lgs. 167/2011, che entrerà in vigore il 25 ottobre), al termine di un lungo e partecipato confronto del Governo con le regioni (mediante la Conferenza Permanente Stato-Regioni) e le più importanti Organizzazioni Sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro, dando così attuazione alla delega per la riforma dell’apprendistato originariamente contenuta nella finanziaria del 2007 e poi ribadita nella legge 183/2010 (“Collegato Lavoro”).

In primo luogo, non può che valutarsi positivamente l’effettivo coinvolgimento delle regioni e delle parti sociali nella redazione del testo definitivo, nel quale sono state in gran parte accolte le istanze dei sindacati (ed in particolare della CGIL) di correzione dello schema di decreto legislativo licenziato dal Consiglio dei Ministri il 5 maggio scorso, che aveva suscitato diverse perplessità già nei primi commentatori.

Vediamo più nel dettaglio il nuovo testo di legge, che si pone come la più importante e organica riforma di una materia su cui il legislatore è intervenuto ben 6 volte solo negli ultimi 9 anni.


A. SCHIZZEROTTO, U. TRIVELLATO, N. SARTOR (a cura di), Generazioni diseguali

A. SCHIZZEROTTO, U. TRIVELLATO, N. SARTOR (a cura di)

Generazioni diseguali

Le condizioni di vita dei giovani di ieri e di oggi: un confronto

Collana “Collana della Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali”

pp. 496, € 34,00
978-88-15-15077-6
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 27/10/2011

Copertina 15077


E’ percezione diffusa che, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, i giovani subiscano un arretramento nelle condizioni di vita e, ancor più, nelle prospettive future. Sulla gravità e sulle cause di questa situazione si confrontano opinioni diverse. Il volume fornisce articolate risposte, affrontando – da prospettive nuove rispetto a quelle fin qui esplorate – una pluralità di aspetti dell’esistenza giovanile (scolarità, lavoro, reddito, formazione della famiglia, migrazioni interne e verso l’estero, mobilità sociale ed economica). Non vengono considerati solo i giovani di oggi, ma anche i giovani di ieri, così da capire se davvero, e per quali ragioni, quelli stiano peggio di questi. Sono altresì valutati gli effetti delle politiche pubbliche e delle scelte di bilancio degli ultimi cinquant’anni sulle condizioni di vita delle nuove generazioni, passate e presenti. Il volume si caratterizza per l’ampiezza degli argomenti e per il rigore delle analisi, frutto di un’organica collaborazione tra economisti, sociologi e statistici nell’ambito del progetto pluriennale di ricerca “Osservatorio sulle disuguaglianze sociali (Ods)”.

Antonio Schizzerotto è ordinario di Sociologia nell’Università di Trento e dirige l’Istituto per la ricerca valutativa sulle politiche pubbliche (Irvapp). Tra le sue pubblicazioni più recenti, “Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, salute, abitazione” (curato con A. Brandolini e C. Saraceno, Il Mulino, 2009). Ugo Trivellato è professore emerito nell’Università di Padova, dove è stato ordinario di Statistica economica dal 1980 al 2010. E’ ricercatore senior dell’Irvapp. Tra le sue pubblicazioni più recenti, “Sono soldi ben spesi? Perché e come valutare l’efficacia delle politiche pubbliche” (con A. Martini, Marsilio, 2011). Nicola Sartor è professore di Scienza delle finanze nell’Università di Verona. E’ stato Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia dal 2006 al 2008. Tra le sue pubblicazioni più recenti, “Invecchiamento, immigrazione, economia” (Il Mulino, 2010).

 

 

da Volumi – A. SCHIZZEROTTO, U. TRIVELLATO, N. SARTOR (a cura di), Generazioni diseguali.


LA GENERAZIONE CHE PAGA PER TUTTI di Barbara Biasi , Michele Pellizzari e Rachele Poggi, LAVOCE.INFO

LA GENERAZIONE CHE PAGA PER TUTTI

PDF dell'articolo
di Barbara Biasi Michele Pellizzari Rachele Poggi
argomento Pensioni Conti Pubblici
L’enorme debito pubblico che l’Italia ha accumulato tra il 1965 e il 1995 non è stato utilizzato a fini produttivi: i soldi che abbiamo preso in prestito sono andati in impiego pubblico e pensioni. Ne hanno beneficiato soprattutto i nati nel decennio 1940-1950. A pagare il conto saranno i loro figli. Con maggiori tasse, ma anche con minori servizi. I tagli alla spesa previsti dalle recenti manovre per istruzione, sanità e trasporti colpiscono infatti di più questa generazione. Anche perché in Parlamento i padri continuano a essere sovra-rappresentati.


L’inclusione attiva dei giovani – Bologna 13 Ottobre 2011

IRS

insieme a

 

Comune di Bologna

Istituzione per l’Inclusione sociale

e comunitaria “Don Paolo Serra Zanetti”

 

Seminario

 

L’INCLUSIONE ATTIVA DEI GIOVANI

(PROGRAMMA EUROPEO CITIES FOR ACTIVE

INCLUSION EUROCITIES-NLAO)

 

13 ottobre 2011

Ore 9 – 16

 

Museo Internazionale e Biblioteca della Musica

Sala Eventi

Strada Maggiore, 34

Bologna

programma 13 ottobre.pdf programma 13 ottobre.pdf
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Stefano Dambruoso: giovani musulmani della seconda generazione, nati nel nostro Paese, figli di chi ha avuto a che fare con il terrorismo internazionale. Ragazzi di 17-18 anni che possono venir irretiti dall’estremismo

spiega Stefano Dambruoso, che da pm ha dato la caccia ai terroristi islamici ed ora dirige l’ufficio internazionale del ministero della Giustizia. «Si stanno monitorando i giovani musulmani della seconda generazione, nati nel nostro Paese, figli di chi ha avuto a che fare con il terrorismo internazionale. Ragazzi di 17-18 anni che possono venir irretiti dall’estremismo. Sono in numero sufficiente da considerarli una possibile preoccupazione» rivela Dambruoso.

da Gli insospettabili Terroristi fatti in casa (nostra) – Esteri – ilGiornale.it.


Augusto Palmonari (a cura di), Psicologia dell’adolescenza

A. PALMONARI (a cura di)

Psicologia dell’adolescenza

Collana “Strumenti”

pp. 432, DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE
978-88-15-23259-5
anno di pubblicazione 2011

in libreria dal 22/09/2011

Note: nuova edizione corredata da sito web

Copertina 23259


Questo volume fornisce un quadro complessivo delle conoscenze sull’adolescenza così come sono state elaborate dalla ricerca più avanzata. Ormai considerata un momento specifico e autonomo nello sviluppo psicosociale oltre che fisico e biologico dell’essere umano, l’età adolescenziale si caratterizza per una serie di problematiche fondamentali, relative sia ai compiti di sviluppo sia ai contesti sociali in cui l’adolescente si trova a vivere e a operare.

All’indirizzo www.mulino.it/aulaweb docenti e studenti troveranno materiale utile alla didattica e all’apprendimento.

Indice: Introduzione, di A. Palmonari. – Parte prima: I compiti di sviluppo. – I. L’adolescenza secondo gli approcci classici, di A. Palmonari. – II. Sviluppi degli studi sull’adolescenza, di A. Palmonari ed E. Crocetti. – III. Le fasi adolescenziali e giovanili nello sviluppo psicosociale, di E. Crocetti e A. Palmonari. – IV. Identità e concetto di sé, di A. Palmonari ed E. Crocetti. – V. Pubertà e sviluppo fisico, di G. Speltini. – VI. Logica, ragionamento, regole, di F. Carugati e P. Selleri. – VII. Lo sviluppo morale, di A.R. Graziani. – VIII. Gli orientamenti religiosi, di E. Crocetti e A. Palmonari. – IX. Organizzare la vita quotidiana e progettare il futuro, di P.E. Ricci Bitti e M. Zambianchi. – Parte seconda: I contesti sociali. – X. Le relazioni familiari, di B. Zani. – XI. I gruppi di coetanei, di A. Palmonari. – XII. Le relazioni affettive e sessuali, di B. Zani. – XIII. Il contesto scolastico, di L. Molinari e G. Speltini. – XIV. I rapporti con le istituzioni, di M. Rubini e S. Moscatelli. – XV. L’incontro con il lavoro, di G. Sarchielli. – XVI. La devianza, di C. Berti. – XVII. L’uso di sostanze psicoattive, di P.P. Pani. – XVIII. Diritti/doveri degli adolescenti, di L. Fadiga. – Riferimenti bibliografici. – Indice analitico.

Augusto Palmonari, professore emerito di Psicologia sociale, ha insegnato nella Facoltà di Psicologia dell’Università di Bologna. Tra le sue numerose pubblicazioni con il Mulino: “Gli adolescenti” (2001), “Psicologia sociale” (con N. Cavazza e M. Rubini, 2002), “La socializzazione flessibile. Identità e trasmissione dei valori tra i giovani” (con F. Garelli e L. Sciolla, 2006) e “Paradigmi delle rappresen-tazioni sociali. Sviluppo e prospettive teoriche” (curato con F. Emiliani, 2009).

Volumi – A. PALMONARI (a cura di), Psicologia dell’adolescenza.


prestito garantito per gli studenti meritevoli


giovani meritevoli privi dei mezzi finanziari necessari che volessero intraprendere un percorso di studi o completare la propria formazione per entrare nel mondo del lavoro, oggi possono contare sul sostegno dello Stato. Il Ministero della Gioventù, infatti, ha costituito un Fondo(dotazione attuale di 19 milioni di euro) che ha l’obiettivo di…
[Continua]


Accesso al mutuo per giovani coppie


Il Ministero della Gioventù ha lanciato una nuova iniziativa in favore di quellegiovani coppie di precari che intendono accendere un mutuo per l’acquisto della prima casa. In particolare il Fondo costituito dal Ministero con una dotazione di 50 milioni di euro, ha l’obiettivo di offrire le…
[Continua]


Sesso dei giovani in vacanza: solo un terzo usa le precauzioni – Società e Costume – La Provincia di Como

Giovani sempre più promiscui: ad agosto sale l`allerta sui rapporti sessuali non protetti. Il 64% spera di avere un`avventura occasionale in vacanza ma solo uno su 3 ha dichiarato di portare con sé i contraccettivi.

I giovani italiani, “fotografati” dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) con un sondaggio su 1.131 maturandi sono precoci (il 32% inizia l`attività sessuale prima dei 15 anni, nella metà dei casi d`estate) e cambiano spesso partner (il 42% ne ha già avuti da 2 a 5, il 10% da 6 a 10 e il 9% più di 10). Ma solo un`esigua minoranza (12%) utilizza abitualmente la doppia protezione (pillola più preservativo), il più efficace strumento contro gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili e ben una teenager su 4 ha fatto ricorso almeno una volta alla contraccezione di emergenza.

Per rispondere a questa situazione, che diventa “allarme rosso” nei mesi caldi, la Società scientifica lancia l`iniziativa “Parti sicuro con Travelsex”, che questa settimana arriva nell`aeroporto di Firenze. Fino al 27 agosto nella libreria Giunti dello scalo toscano, sarà disponibile per tutti i giovani gratuitamente il “Passaporto dell`amore”, un documento che riepiloga tutte le principali informazioni in tema di contraccezione e protezione da conoscere prima di mettersi in viaggio.

La campagna estiva è attiva anche online su www.sceglitu.it con il concorso “scrivi il tuo SMS per la prevenzione”: i migliori verranno premiati in occasione della giornata mondiale della contraccezione (26 settembre 2011).

 

I dati sull`utilizzo degli anticoncezionali nel nostro Paese sono sconfortanti, ma la Toscana si colloca al di sopra della media nazionale: la pillola è utilizzata dal 18% delle donne. “Non si può mandare in ferie il cervello – commenta il prof. Herbert Valensise, segretario nazionale SIGO -. Le minorenni sono responsabili da sole del 3,4% del totale di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza e 3 volte su 4 chi contrae un`infezione a causa di rapporti non protetti è un giovane tra i 15 e i 24 anni. Il nostro obiettivo – continua – è sensibilizzare i giovani sull`importanza della prevenzione e dell`informazione. I mesi estivi sono quelli di massima allerta: lo riscontriamo a settembre nei nostri ambulatori dove si verifica un boom di accessi (+30%), per tentare di risolvere situazioni di crisi che si sono determinate nei mesi precedenti”.

Sesso dei giovani in vacanza: solo un terzo usa le precauzioni – Società e Costume – La Provincia di Como.


Chiara A. Ripamonti, La devianza in adolescenza

La devianza in adolescenza
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La devianza in adolescenza

Autore: Chiara A. Ripamonti
Editore: Il Mulino
Anno: 2011 
Pagine: 319
ISBN: 9788815149541


Prezzo di copertina: € 24,00

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La devianza minorile è certamente un tema al centro dell’attenzione non solo di psicologi e operatori, ma anche di diversi attori sociali a partire dalle famiglie fino ad arrivare alla scuola e alla società nel suo insieme. Molti sono al riguardo i modelli che hanno cercato di spiegare la devianza adolescenziale, non sempre supportati da solide basi teoriche e scientifiche. Questo volume offre una visione della devianza minorile secondo un’ottica integrata che considera le variabili biopsicosociali implicate nel fenomeno. Dopo un’analisi delle origini del comportamento antisociale e dei fattori di rischio e protezione, vengono presentate le diverse manifestazioni del comportamento deviante, dal bullismo all’antisocialità conclamata, e una serie di modelli d’intervento che, sostenuti dai risultati delle ricerche empiriche, offrono un valido aiuto rispetto alla prevenzione e alla gestione delle situazioni di crisi. Un testo utile a tutti coloro che a vario titolo (psicologi scolastici, psicoterapeuti, insegnanti, genitori, educatori psicosociali) sono in contatto e operano con gli 


Piercing. Pediatri: “Poco igiene, complicanze per un ragazzo su 3”


29 GIU - Si rivolgono a personale non qualificato, addirittura se lo fanno da soli, anche a scuola, con aghi sterilizzati male o con graffette. A lanciare l’allarme sui rischi di infezioni legati ai piercing e sul modo in cui i giovani li sottovalutano è la Società italiana di Pediatria (Sip). Tra le consulenze di un piercing mal fatto o mal curato, sanguinamenti, infezioni, cheloidi e nei casi più gravi persino endocardite. Leggi…


Massimo Cacciari, ”Capire la generazione dei free-lance”, L’Espresso, 16 giugno 2011


capire il lavoro dei freelance | Humanitech.it

 

Da questi giovani emerge una domanda di rappresentanza sindacale e politica finalmente fuori dal Novecento. È la figura del free-lance, capace di portare innovazione, di diffonderla, di adattarsi creativamente alle domande dei committenti pubblici e privati. Ma questa figura è totalmente senza protezione, alla mercè dei committenti stessi, o costretta a rifluire negli ordini di cui sopra, arcaici residui di Stato cetuale. Ecco, allora, un buon esercizio per futuri aspiranti a governi di autentica riforma. Esercizio sollecitato dall’elemento di maggior novità, forse, del risultato elettorale recente: dar voce non solo genericamente al “precariato”, ma a queste forme di fuoriuscita dal precariato e insieme dal lavoro subordinato. Favorirne con opportuni incentivi e misure in materia di previdenza il diffondersi e lo strutturarsi sul mercato del lavoro.

Massimo Cacciari, ”Capire la generazione dei free-lance” (.PDF), L’Espresso, 16 giugno 2011.

da Valli a capire i freelance | Humanitech.it.


pensione ai giovani: trasformare il pilastro delle pensioni integrative, che è un pilastro “privato” per definizione, in “previdenza integrativa pubblica”, di Massimo Mucchetti

 

Massimo Mucchetti (Corriere di martedì 7 giugno: come si incoraggiano i giovani alla previdenza integrativa), avrebbe questa soluzione unica. Una soluzione, cioè, capace di realizzare entrambi i mezzi miracoli di arrotondare le pensioni, magre per tutti e magrissime per tanti giovani, e al tempo stesso di ridurre un po’ il deficit pubblico. La soluzione, ben argomentata, ruota attorno alla previdenza integrativa: i fondi pensione, tanto per capirci, ai quali oggi aderisce solo il 27% dei lavoratori dipendenti. A dirla in breve, la soluzione sarebbe questa: trasformare il pilastro delle pensioni integrative, che è un pilastro “privato” per definizione, in “previdenza integrativa pubblica”. Ossia, facendo destinare all’Inps i contributi (Tfr incluso) oggi versati ai fondi pensione, che sono imprese a tutti gli effetti che operano per il tramite di banche e gestori specializzati sui mercati finanziari.

E’ possibile dare una pensione ai giovani senza metterci le mani in tasca? | l’Occidentale.


Gustavo Pietropolli Charmet Il rifiuto del corpo in adolescenza, Dialoghi sull’uomo, Pistoia, audio

Gustavo Pietropolli Charmet


Nella tempesta dell’adolescenza. I consigli di un terapeuta della famiglia per superare conflitti e tensioni

Nella tempesta dell’adolescenza. I consigli di un terapeuta della famiglia per superare conflitti e tensioni.
Autori e curatori: Daniel Sampaio
Contributi: Maurizio Andolfi
Collana: Le Comete
Argomenti: Psicologia e psicoterapia della famiglia e della coppia, sistemica e relazionaleAdolescenza
Livello: Guide di autoformazione e autoaiuto
Dati: pp. 160,     1a edizione  2011  (Cod.239.222)
Nella tempesta dell'adolescenza. I consigli di un terapeuta della famiglia per superare conflitti e tensioni.
Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 19,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856836523
In breve Scritto da uno dei promotori della terapia familiare in Europa, il volume è uno strumento indispensabile per i genitori, gli educatori e chiunque abbia a che fare con i “giovani adulti”.
Presentazione
del volume:
Figli adolescenti che nemmeno ti ascoltano, o, peggio, che ti ascoltano e ti rispondono male. Ragazzi che fanno finta di essere figli modello e poi scopri che è solo una maschera che nasconde mille insicurezze. Tredicenni persi in Internet o che tornano stralunati alle 5 del mattino… I conflitti sono continui e più o meno gravi: denaro, premi, punizioni, internet, sesso, alcool, droghe…
Che fare? Continuare, sulla scia dei movimenti del ’68, a pensare che i figli sono esseri indipendenti in grado di sentire ed esprimere opinioni diverse da quelle dei propri familiari? Oppure ritornare ai metodi rigidi ed autoritari dei nostri nonni? O, ancora, considerare il proprio figlio come un caso disperato, un malato da curare, e quindi dargli una bella medicina che gli faccia passare tutto?
La soluzione, sostiene Daniel Sampaio, uno dei promotori della terapia familiare in Europa, non è nel recupero delle misure autoritarie del passato, né nel lasciare crescere i figli per conto loro. Il primo passo fondamentale è smettere di considerare gli adolescenti come esseri in transizione e trattarli come giovani adulti con diritti e doveri. Solo così si potranno superare preoccupazioni e insicurezze.
L’adolescenza è l’ultima opportunità che il genitore ha di ri-agganciare i propri figli. Deve quindi fare di tutto per riprendere il rapporto: deve promuovere una vera e propria rivoluzione comunicazionale. Deve imparare a sviluppare una empatia calorosa, in cui siano comunque sempre presenti la disciplina e il senso del prossimo. E in caso di difficoltà nella negoziazione o in questioni importanti per la salute e la sicurezza dei più giovani, deve essere il genitore a prendere le decisioni più opportune. Una famiglia democratica non è quella in cui la gerarchia si è rovesciata, ma è quella che è formata da un gruppo di persone in cui i più esperti hanno comunque l’ultima parola. 
Scritto in modo chiaro e accessibile, ricco di esempi e di suggerimenti, questo è un lavoro indispensabile per i genitori, gli educatori e chiunque abbia a che fare con i “giovani adulti”.

Daniel Sampaio medico psichiatra, è professore di Psichiatria presso la Facoltà di Medicina di Lisbona. Responsabile del Servizio di Psichiatria dell’Ospedale Santa Maria di Lisbona, si è occupato principalmente di giovani a rischio. Allievo di Carl Whitaker, è uno dei promotori della terapia familiare in Portogallo.

Indice
Maurizio Andolfi, Presentazione
Introduzione
Il concetto di adolescenza
I genitori degli adolescenti
Le origini
Conflitti quotidiani
Amore e sesso nell’adolescenza
Giochi pericolosi: alcol e droghe
Genitori e figli nell’adolescenza: una nuova idea per gestire il loro rapporto
Nota finale.

da: Nella tempesta dell’adolescenza. I consigli di un terapeuta della famiglia per superare conflitti e tensioni..


C. Faliva, TRA NORMALITA’ E RISCHIO Manuale di psicologia dello sviluppo e dell’adolescenza

NOVITA’ APRILE
2011
TRA NORMALITA' E RISCHIO
Manuale di psicologia
dello sviluppo
e dell’adolescenza

TRA NORMALITA’ E RISCHIO

Spesso enigmatico e sconcertante, il comportamento trasgressivo degli adolescenti colpisce profondamente anche per la loro apparente incapacità di prevedere le conseguenze delle azioni.

Giocare con il pericolo è qualcosa che si lega indissolubilmente con l’adolescenza.

Solo facendo i conti con questa realtà si possono dare risposte ai quesiti che l’adolescente si pone: Chi sono? Dove vado? Perché vivo?

Per rispondere a queste domande come operatori sanitari non è sufficiente ricorrere alla propria cultura scientifica ma bisogna dare spazio alla creatività terapeutica, che permette di andare oltre il pensiero cognitivo, assunto spesso come unico riferimento scientifico.

Nato da un preciso confronto di linee e aspetti teorici di riferimento, questo nuovo volume, valido strumento di studio e di lavoro per l’approfondimento della preparazione professionale, affronta il tema dell’adolescenza oggi, esaminando disturbi del comportamento alimentare (DCA) e dipendenze (alcol, tabacco e droghe), e presenta il counselling, strumento e tecnica di relazione tra l’operatore sanitario e l’adolescente:

1.
Lo sviluppo dell’individuo
Cenni storici.
Le teorie dello sviluppo.
Definizione sistemica dello sviluppo.
Le caratteristiche dello sviluppo.
I più grandi studiosi del XX secolo.
Jean Piaget.
Lev Semënovič Vygotskij.
Jerome Seymour Bruner.
John Bowlby.
Donald Woods Winnicott.

2.
I tre ambiti dello sviluppo
Lo sviluppo cognitivo.
Lo sviluppo affettivo.
Lo sviluppo sociale.

3.
Lo sviluppo nell’infanzia
Accrescimento e sviluppo nel bambino.
Le tappe principali della crescita.
La valutazione dell’accrescimento in età pediatrica.
Sviluppo e scelte alimentari.

4.
Lo sviluppo nell’adolescenza
Cenni storici.
L’età del cambiamento.
Adolescenza: evoluzione o crisi?
Adolescenza e identità.
La nuova adolescenza.

5.
L’adolescenza e il rischio
Emotività e trasgressione.
Atteggiamenti e comportamenti.
I fattori di protezione e i fattori di rischio in adolescenza.
La sindrome dei comportamenti rischiosi.
Comunicare con gli adolescenti.

6.
L’adolescenza e la sessualità
La pubertà.
Sessualità e comportamenti rischiosi.
La salute sessuale e riproduttiva: i servizi adolescent-friendly.

7.
L’adolescenza e i disturbi del comportamento alimentare (DCA)
I disturbi del comportamento alimentare: cenni introduttivi.
Il quadro diagnostico dei disturbi del comportamento alimentare.
I disturbi dell’alimentazione ad esordio infantile.
I disturbi alimentari atipici.
I DCA “in rete”.

8.
L’adolescenza e l’alcol
L’alcol etilico: cenni introduttivi.
Assorbimento ed eliminazione dell’alcol.
L’alcolemia.
Gli effetti dannosi dell’alcol.
L’alcolismo: diagnosi e tipologie alcoliche.
L’alcol, i giovani e le nuove tendenze.
Alcol e guida: aspetti normativi.
Alcol: falsi miti… e luoghi comuni.

9.
L’adolescenza e l’uso di sostanze
Tossicodipendenza: diagnosi e personalità.
Le sostanze: classificazione ed effetti.
Tossicodipendenza e aspetti normativi.
L’uso di sostanze in adolescenza: il gruppo dei pari e la famiglia.

10.
L’adolescenza e il tabagismo
E pidemiologia.
Tabacco e dipendenza.
Polidipendenza e tabagismo: elementi diagnostici.
Tabacco e comorbilità psichiatrica.
I rischi per la salute.
Tutela dei non fumatori e della salute pubblica: il quadro normativo.

11.
L’adolescenza e le nuove dipendenze
Dipendenze e nuove dipendenze: sviluppo in termini psicosociali.
Dipendenza da gioco d’azzardo.
Dipendenza da nuove tecnologie.
Dipendenza da shopping.
Dipendenza da sport (exercise addiction).

12.
Le competenze di base del counselling nella relazione con gli adolescenti in ambito sanitario
Le competenze relazionali.
L’intervento di counselling in ambito sanitario.
Le competenze di base del counselling nella relazione professionale tra operatore sanitario e adolescente.
Schema processuale dell’intervento di counselling in ambito sanitario.
La formazione dell’operatore sanitario sulle competenze di base del counselling.

A cura di C. Faliva, Psicologa e psicoterapeuta, insegna presso Università Tor Vergata, Roma, responsabile della U.O.S.D. Educazione alla salute ASL Rm C, collabora con numerosi enti tra cui ISS, ASP Lazio e MIUR, docente e direttore di corsi per la promozione della salute.


10° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 2009

L’Eurispes e il Telefono Azzurro presentano il 10° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza (2009).

Dal 2000, attraverso le dieci edizioni pubblicate con cadenza annuale, il Rapporto si pone come un valido strumento di conoscenza delle principali trasformazioni, delle linee di tendenza, delle potenzialità e dei rischi che caratterizzano l’età evolutiva nel nostro Paese. La presentazione dei risultati del Rapportorappresenta la prima di una serie di iniziative, organizzate dall’Eurispes e dal Telefono Azzurro in occasione del ventennale della Convezione ONU sui diritti dell’infanzia, volte non solo a stimolare la riflessione sui diritti dei bambini e degli adolescenti e sullo stato di attuazione di questa importante Convenzione, ma anche a promuovere una sempre maggiore diffusione della cultura dei diritti all’interno della nostra società.

Le 40 schede che compongono il Rapporto approfondiscono macro-tematiche che vanno dall’abuso e disagio alla salute, dall’utilizzo dei nuovi media ai principali cambiamenti intervenuti a modificare taluni comportamenti delle agenzie di senso e di orientamento come la famiglia e la scuola, ma anche i luoghi della cultura e della fruizione del tempo libero.

Le due grandi indagini svolte all’interno del mondo scolastico hanno interessato circa 2.500 bambini e ragazzi in 33 scuole di ogni ordine e grado. L’Identikit del bambino è stato tracciato attraverso un questionario somministrato a bambini con un’età compresa tra i 7 e gli 11 anni, frequentanti la terza, quarta e quinta classe della scuola primaria e la prima classe della scuola secondaria di primo grado. L’Identikit dell’adolescente, invece, ha raccolto gli orientamenti dei ragazzi dai 12 ai 19 anni, frequentanti la seconda e la terza classe della scuola secondaria di primo grado o una delle cinque classi della scuola secondaria di II grado. I questionari analizzati sono stati 1.090 per quanto riguarda l’infanzia e 1.373 per l’adolescenza.

da: 10° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza.


Baby mamme in aumento: 10 mila ragazze madri ogni anno

Avere un figlio a 16 anni. Quando vai ancora a scuola, e il tuo massimo problema dovrebbe essere come conquistare l’attenzione del compagno di banco ed essere invitata alla festa di fine anno scolastico da qualcuno. È quello che succede in Italia a 10 mila ragazze ogni anno. A rivelarlo è la ricerca “Piccole Mamme” contenuta nel 12esimo rapporto diffuso dalla Onlus “Save the Children”. I dati sono stati raccolti incrociando varie realtà (Caf, Onlus e simili) presenti a Milano, Roma e Napoli, e il quadro che ne emerge è preoccupante.

Di queste babymamme, il 74% ha solo la licenza media. E il babypapà? Nel 68% dei casi riconosce il bambino, ma solo nel 47% se ne occupa realmente. Solo nel 18% dei casi la coppia decide di sposarsi. Ma perchè tutte queste giovanissime mettono al mondo un bambino? Per la psicologa Anna Oliverio Ferraris «la causa principale è la scarsa educazione sessuale». E neanche telefilm espliciti come Sex & the City o alcuni programmi di Mtv in cui il sesso è l’argomento preponderante servono a creare maggior consapevolezza nelle ragazzine:

«Queste trasmissioni – ha aggiunto la psicologa – sono vissute dalle giovani spettatrici come divertissement, intrattenimento, un mondo “altro” che loro consumano da osservatrici esterne ma non vivono sulla loro pelle, con cui non si immedesimano. Tutt’altra questione è quando viene una psicologa o una sessuologa a scuola a parlare della responsabilità che comporta mettere al mondo un figlio. Con una persona estranea ma esperta si sentono anche più disposte a parlare delle loro paure e ansie in merito all’argomento».

Lo sviluppo di queste adolescenti naturalmente risente molto dellagravidanza inaspettata. «È importante che abbiano una famiglia alle spalle che le sostenga in questo periodo della loro vita, perchè psicologicamente sono ancora più figlie che madri. È vero che i bambini tendenzialmente sono contenti di avere un genitore che non abbia moltissimi anni in più di loro, ma è importante che queste mamme abbiano la disponibilità mentale ad accudire un bambino, non basta l’entusiasmo» conclude la dottoressa Ferraris.

Di tutt’altra idea è il dottor Alessandro Meluzzi: «Le donne hanno nel cuore la tensione a donare la vita, anche le giovanissime. Se trovano un compagno che non se ne va e la loro famiglia di origine è accogliente, può essere anche che questa gravidanza porti loro la felicità ». Ed essere una mamma giovane può anche avere i suoi vantaggi: «Queste ragazze hanno più freschezza, più energia, e la possibilità di essere madri ancora molte volte. Ci sono servizi sociali e strutture di volontariato che si occupano di loro, in Italia non sono abbandonate a loro stesse» osserva Meluzzi.

11 maggio 2011 | 08:18

da: Baby mamme in aumento: 10 mila ragazze madri ogni anno.


Minori – Seconde generazioni – Famiglia, bibliografia a cura di http://www.cestim.it/

Minori – Seconde generazioni – Famiglia

>Visita la Bibliografia ragionata dalla scheda “Le seconde generazioni” di Cestim on line

2010

Figli di migranti in Italia. Identificazioni, relazioni, pratiche, di Enzo Colombo, Utet Università, 2010, pp. 352, € 23,00

Italiani a metà. Giovani stranieri crescono, Roberta Ricucci, Il mulino, collana “Progetto Alfieri”, 2010, pp. 232, € 18,00

2008

Seconde generazioni all’appello. Studenti stranieri e istruzione secondaria superiore a Bologna, di Debora Mantovani, Istituto Carlo , Misure / Materiali di Ricerca dell’Istituto n° 29, 2008

Minori al lavoro. Il caso dei minori migranti, Ires, Save the Children; presentazioni di Agostino Megale e Agostino Neri, Ediesse, Collana Studi e Ricerche, 2008

Straniero a chi?, un CD con tredici brani di artisti nati in Italia o all’estero. In distribuzione gratuita, finanziato dal Ministero della Solidarioetà Soiciale, ideato dalla rete G2Recensione da Il Manifesto del 29 marzo 2008

Dall’Atlante agli Appennini, di Maria Attanasio, Orecchio Acerbo, pp. 108, € 14,50. Recensione di Francesca Lazzarato da Il Manifesto del 29/06/2008

2007

Fuori dalla linearità delle cose semplici. Migranti albanesi di prima e seconda generazione, di Ennio Pattarin, Franco Angeli, collana Politiche Migratorie, 2007

Famiglie migranti. Primo Rapporto nazionale sui processi d’integrazione sociale delle famiglie immigrate in Italia, Marta Simoni, Gianfranco Zucca, Milano, Franco Angeli, collana “Atmosfere sociali” a cura dell’Iref, 2007

Una generazione in movimento. Gli adolescenti e i giovani immigrati. Atti del Convegno Nazionale dei Centri Interculturali. Reggio Emilia, 20-21 ottobre 2005, Gloria Cacciavillani, Emma Leonardi, Franco Angeli, 2007, pp. 320, € 21,00Vai all’ archivio


La CGIL si accorge che il mercato del lavoro è cambiato: la pensione? Non bastano più neppure 40 anni di lavoro

La Cgil, assieme agli altri sindacati, è la principale responsabile del dissanguamento del risparmio previdenziale realizzato dalle baby pensioni degli anni ’60-’70

Ora si accorge che, negli stessi anni, il mercato del lavoro cambiava vertiginosamente, passando dal “lavoro di lunga carriera”  al lavoro frammentato, che ha modificato radicalmente i progetti di vita di milioni di persone, anche quarantenni e cinquantenni (e naturalmente dei giovani di oggi).

Complimenti agli autori dell’errore che ora si proclamano correttori della ingiustizia retributiva.

Non è mai troppo tardi per accorgersene.

Ora tenta il rimedio, ma nel frattempo i baby pensionati (che affollano le manifestazioni pubbliche di “opposizione”) continuano a succhiare come vampiri il sistema previdenziale di welfare.

Forse è iniziata la fase della estinzione dei dinosauri delle politiche previdenziali di fine ’800 e ’900

Paolo Ferrario,

62enne in attesa di pensione di VECCHIAIA (non di ANZIANITA’) E dunque solo alla soglia dei 65 anni, che tende sempre più a scorrere in avanti.

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Lavoratori con carriere fragili che hanno cominciato nel 2010 a versare i contributi
Dalle simulazioni effettuate sulla base di ipotesi di salari di ingresso tre volte superiori all’assegno sociale attuale e ad un andamento dell’economia per i prossimi anni con un incremento medio del Pil dell’1,5%, un lavoratore assunto nel 2010, con carriere lavorativa intermittente, che dovesse andare in pensione all’età di 60 anni, con 35 anni di contributi versati potrà avere una pensione pari al 36,4% della sua retribuzione. Solo con 40 anni di contributi versati lo stesso lavoratore potrebbe ottenere una pensione pari al 41,6% della retribuzione.

Un lavoratore nelle stesse condizioni che decidesse però di andare in pensione a 61 anni, invece di 60, per arrivare ad una pensione intorno al 42% della sua ultima retribuzione dovrebbe lavorare 40 anni consecutivi. Sempre per un lavoratore assunto nel 2010 e che versi regolarmente i contributi all’Inps, dovrebbe arrivare a 65 anni, con 40 anni di versamenti per ottenere una pensione pari al 48,5% della retribuzione.

Lavoratori parasubordinati
Una particolare preoccupazione riguarda le prospettive previdenziali dei lavoratori parasubordinati, i quali sono soggetti ad un’aliquota previdenziale significativamente inferiore di quella a carico dei dipendenti (26% versus 33%, dopo anni di contribuzione con aliquote di computo ben inferiori anche al 15%) e, più in generale, dei lavoratori discontinui, data la scarsa rilevanza nel sistema di welfare italiano di schemi di ammortizzatori sociali e contribuzione figurativa ad essi destinati. Si consideri, in aggiunta, che tali lavoratori, rispetto ai dipendenti con contratto a tempo indeterminato, sono caratterizzati, oltre che nel caso dei parasubordinati da un’aliquota contributiva inferiore e dall’assenza di contribuzione per il TFR, sono caratterizzati, generalmente, da minori salari e maggiore discontinuità della carriera. In aggiunta, poiché, trovandosi a fronteggiare elevati vincoli di liquidità, è poco probabile che tali lavoratori possano volontariamente aderire a forme pensionistiche private integrative.

Carriere miste. Da parasubordinato a dipendente
Un’altra ipotesi adottata nelle simulazioni della CGIL riguarda il passaggio dal lavoro parasubordinato al lavoro dipendente vero e proprio. Sempre come ipotesi si è adottato il caso di stipendi pari a 3 volte l’assegno sociale con una intermittenza di reddito (contributi figurativi non versati) e carriere da lavoratori dipendenti con salari pari a 4 volte l’assegno sociale. Ebbene per queste figure specifiche (tra l’altro sempre più diffuse nel mercato del lavoro attuale) per avere una pensione pari al 34,4% della retribuzione percepita si dovrà andare in pensione a 60 anni, con 35 anni di contributi versati. Questi lavoratori dipendenti (ex parasubordinati) dovranno andare in pensione a 65 anni e versare almeno 40 anni di contributi per poter avere una pensione che non raggiungerà il 50% della retribuzione (48,8% per la precisione).

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CGIL – CGIL, la pensione? Non bastano più neppure 40 anni di lavoro.


I Baby-boomers invecchiano, ma non mollano l’osso, intervista a Andrea Mancia in West – Welfare, Società e Territorio

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In queste settimane si parla dei cosiddetti baby boomers, visto che il 2011 è il primo anno in cui una parte di questa generazione va in pensione. La sensazione, però, è che nonostante il raggiungimento dell’età pensionabile, siano ancora loro a detenere di fatto le leve del potere. Non crede che questo rappresenti un vero e proprio elemento di conservazione, un freno alla necessità di introdurre importanti riforme e cambiamenti in buona parte degli occidentali?

. E questo rappresenta sicuramente un fattore di conservazione. In Europa le cose non vanno troppo meglio. La situazione, però, non è neppure lontanamente paragonabile a quella italiana. Senza fare nomi, l’ultimo direttore di giornale nominato nel nostro paese ha la bellezza di 87 anni. A quell’età, in tutto il mondo, si scrivono libri di memorie e ci si occupa di giardinaggio e nipotini, non del rilancio editoriale di una testata. In Italia il problema generazionale (un concetto che, almeno in linea di principio, mi fa inorridire) è gravissimo e apparentemente irrisolvibile.

Della società post-baby boom, sappiamo soltanto che le nuove generazioni non avranno quei vantaggi, quelle certezze dei loro genitori. Ci può dire con precisione almeno tre ulteriori aspetti che caratterizzeranno la società europea e più in particolare le nuove generazioni nei prossimi anni?

La flessibilità del lavoro è una risposta scontata ma inevitabile. Il mito del “posto fisso” è già una chimera in molti paesi del mondo, anche europei, presto lo diventerà anche nel nostro paese, dove continua ad essere giudicato (a torto) un “valore” in sé. Sul multiculturalismo, che molti analisti considerano come ineluttabile, invece non ci scommetterei troppo. I segnali che arrivano, anche dal Nord Europa, sono contrastanti: gli immigrati di seconda o terza generazione stentano sempre di più ad inserirsi nel tessuto sociale dei paesi che li ospitano. E questo sta provocando fortissime crisi di rigetto, anche in nazioni dalla secolare tradizione di tolleranza (penso alla Scandinavia e ai Paesi Bassi, per esempio). La storia non procede in maniera lineare, ma avanza per strappi, accelerazioni e passi indietro. Società globale o enclave isolate in guerra tra loro? Nessuno può predire con esattezza cosa accadrà nelle dinamiche globali  di integrazione tra nazionalità ed etnie diverse. Su una cosa, invece, possiamo essere ragionevolmente certi: i nativi digitalihanno di fronte uno spettro di opportunità e di alternative che le generazioni precedenti non hanno mai avuto a disposizione. Il moltiplicarsi e il diffondersi di strumenti informatici e telematici possono garantire un livello di penetrazione della conoscenza che l’umanità non ha mai conosciuto. Chi è partito prima, e meglio, in questo settore, avrà un vantaggio competitivo sugli altri paesi che per molti decenni resterà incolmabile.

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da: 3) I Baby-boomers invecchiano, ma non mollano l’osso [West - Welfare, Società e Territorio].


Pietro Ichino |  IL PUNTO SUL LAVORO DEI GIOVANI

Lei parla spesso di un sistema di apartheid nel mondo del lavoro che divide lavoratori protetti e lavoratori non protetti. Come si collocano i giovani in questo sistema diapartheid?
Le rispondo con quello che mi dicono i miei studenti: “Il diritto del lavoro che lei ci insegna non ci riguarda: non è quello che troviamo quando entriamo nel mercato del lavoro”. Purtroppo è così: oggi, su dieci nuovi contratti di lavoro che vengono stipulati in Italia, sette sono contratti diversi da quello regolare, a tempo pieno e indeterminato.

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La disoccupazione giovanile, in Italia, sfiora il 30 per cento. Chi è il colpevole?
Propongo di distinguere la colpa del tasso di disoccupazione complessivo e del basso tasso della nostra crescita, dalla colpa del fatto che la disoccupazione gravi soprattutto sulle nuove generazioni

Incominciamo dalla prima.
C’è un fenomeno in cui si riassumono tutte le piaghe del nostro sistema economico nazionale: l’incapacità dell’Italia di attirare investimenti stranieri, Vi contribuiscono i difetti di efficienza delle amministrazioni pubbliche, i difetti delle nostre infrastrutture, i costi troppo alti dell’energia e dei servizi alle imprese per difetto di concorrenza nei rispettivi mercati, il difetto di cultura diffusa della legalità e di senso civico, un sistema di relazioni industriali vischioso e inconcludente, una normativa nazionale ipertrofica e caotica, di difficilissima lettura. Se avessimo la stessa capacità di attrarre gli investimenti stranieri di un Paese europeo “di mezza classifica”, avremmo ogni anno un flusso aggiuntivo di poco meno di 60 miliardi di investimenti stranieri, che porterebbero domanda di lavoro, energie manageriali, piani industriali innovativi.

La colpa del fatto che a restar fuori sono soprattutto i giovani, invece?
Anche qui gli imputati sono più d’uno. Innanzitutto il grave difetto dei nostri servizi di orientamento scolastico e professionale: nei Paesi centro e nord-europei questi servizi raggiungono ogni adolescente al termine di ogni ciclo di studi, proponendogli un bilancio delle competenze ben fatto e il panorama delle possibilità effettive offerte dal sistema formativo e dal tessuto produttivo. Se anche da noi le cose funzionassero così, non avremmo tanti giovani che affollano certe facoltà universitarie scelte soltanto perché più facili, ma che comportano poi altissimi rischi di disoccupazione. Poi ci sono i gravi difetti del nostro sistema della formazione professionale, Infine c’è un diritto del lavoro che garantisce iperprotezione a chi è già dentro la cittadella, ma rende la vita  difficilissima per gli outsiders e i new entrants.

I giovani, in Italia, devono rassegnarsi alla precarietà?
Niente affatto. Anche perché questo regime di apartheid tra protetti e non protetti viola gravemente il diritto europeo: in particolare la direttiva n. 70 del 1999. I giovani devono esigere un nuovo diritto del lavoro capace di applicarsi in modo veramente universale almeno a tutti i rapporti di lavoro che si costituiranno da qui in avanti. Per questo ho presentato, con altri 54 senatori, un disegno di legge (n. 1873/2009) contenente un nuovo codice del lavoro semplificato suscettibile di applicarsi a tutti i nuovi rapporti di lavoro che si costituiranno da qui in avanti.

Come si stanno comportando i sindacati sul tema del lavoro e dei giovani?
Male, perché non li rappresentano: i sindacati rappresentano di fatto soltanto gli insiders, in particolare i lavoratori stabili e regolari del settore pubblico e delle imprese medio-grandi del centro-nord.

in Pietro Ichino |  LA VOCE DEI BERICI: FACCIAMO IL PUNTO SUL LAVORO DEI GIOVANI.