STORIE DEL CINEMA CHE CURANO | di Luciana Quaia in Muoversi Insieme, 2012


…. il tema della potenza delle storie e delle narrazioni, sia riferendoci all’uso delle fiabe per risolvere i conflitti del bambino, sia al racconto autobiografico nei diversi passaggi dei cicli di vita, sia come possibilità di rispecchiamento e di identificazione in momenti cruciali della propria esistenza, quando diventa urgente ridefinire visioni, convinzioni e strategie operative per il futuro.
…. qui di seguito si parlerà della funzione di cura rappresentata dal grande schermo.
Il cinema, con le sue innumerevoli storie, riproduce e continua a mettere in scena tutte le potenzialità dell’essere vivente e le sue modalità di esprimerle, permettendo allo spettatore, in una durata limitata di tempo, di rivivere nella storia raccontata la propria vicenda umana …

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Luciana Quaia, LE EMOZIONI: cosa sono | in Muoversi Insieme


Inattese e impreviste, fugaci e mutevoli nelle loro variabili sfumature, fonti di impaccio o di ispirazione, nel buio degli abissi o nel celeste del sublime … stiamo parlando di emozioni, vita e colore della nostra esistenza.
E’ complicato spiegare razionalmente che cosa sono le emozioni, essendo le stesse ambivalenti per definizione. 
Se prendiamo in considerazione la radice etimologica (dal latino emovère), avremo una prima conoscenza di questa esperienza, che accanto al “sentire” affianca  lo smuovere, il trasportare fuori, lo scuotere.

Il Ventesimo secolo ha visto le varie scuole psicologiche impegnate nella costruzione di teorizzazioni idonee a spiegare che cosa accade quando ci emozioniamo …

segue ….

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Alessandro Russo, “l’immagine della nave reclinata sui bassi fondali del Giglio è destinata a rimanere a lungo nell’immaginario collettivo “, in Ponza Racconta


….

Ma a parte lo specifico isolano, l’immagine della nave reclinata sui bassi fondali del Giglio è destinata a rimanere a lungo nell’immaginario collettivo come, in diversi contesti, le immagini dell’attentato alle Torri Gemelle (11 sett. 2001), quelle dello Tsunami in Asia del 24 dicembre 2004 e di quello più recente del Giappone (marzo 2011).

E come il più emblematico e metaforico di tutti i naufragi: quello delTitanic del 15 aprile 1912 (1523 vittime dei 2223 inbarcati).

Molto si è letto in questi giorni dei  correlati profondi del naufragio di una nave con la condizione umana, e di come un evento del genere scateni interesse ed emozioni al di là del fatto in sé. Tutti coloro che hanno seguito la vicenda si sono sentiti naufraghi nella notte; come tutti hanno sentito il peso della responsabilità  del comando e — al di là delle manifestazioni di cattivo gusto — vissuto dentro di sé il profondo dramma dei responsabili, scampati al naufragio, ma con il carico di una colpa non espiabile.

Il pensiero di molti sarà andato a quel capolavoro della letteratura marinara che è Lord Jim di Joseph Conrad (1900),

“Lord Jim”: il romanzo di Joseph Conrad (1899-1900) e il film di Richard Brooks (1965)

Nel romanzo, Lord Jim è ….

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ACTING OUT, scheda di Paolo Ferrario


Termine usato in psicanalisi per designare le azioni che provocano una “rottura” del sistema motivazionale abituale della persona.

Gli psicanalisti (che hanno la psiche “incastrata” nel paradigma del rapporto fra “normale” e “patologico”) vedono in questi comportamenti prevalentemente le forme auto- o etero-aggressive ed i segni dell’”emergere del rimosso”.

In ulteriore prospettiva, si può anche argomentare che il campo applicativo di questo “concetto significante” è più ampio.

Nella mia esperienza psicologica l’acting out si è manifestato come un comportamento attivo e, quindi, capace di contrapporsi alla statica del blocco nevrotico (lieve o grave che sia).

E, pertanto, un “fare acting out” si è dimostrato capace di innovare la vita psichica interna e, di conseguenza, anche quella relazionale.

La mattinata del pellegrinaggio “risarcitorio”  per Noelle ne è un esempio concreto: queste tre ore in riva al lago sono state come una seduta di analisi o un sogno attivo. Immaginazione attiva, direbbe Jung, anche se questa volta mi sono giovato della forza del luogo.

Insomma: voglio dire che si può tenere lo sguardo più ampio ed aperto.

Interrogando il linguaggio arrivo a una definizione maggiormente integrata alla mia esperienza psicologica.

To act appartiene al campo del teatro: “to act a play“= recitare un testo teatrale; “to act a part“= recitare una parte.

La parola out apporta qualche ulteriore sfumatura: esteriorizzare, esibire ciò che si è tenuto finora per sè. Con tutto quello che di positivo ciò può comportare nei suoi risultati.

Diciamolo alla lombarda: acting out=tirar fuori. Senza implicite allusioni sessuali.

(mia libera e personale rielaborazione della voce contenuta in Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della psicanalisi, Editori Laterza, 1968, pag. 3-4)

Perchè raccontare le fiabe ai bambini | di Luciana Quaia in Muoversi Insieme, dicembre 2011


“Tanto, tanto tempo fa …”, la fiaba era di tutti.
Intere generazioni di adulti hanno amato e sono state affascinate dalla magia dei racconti fantastici che, tramandati a voce, hanno diffuso fino ai nostri giorni il patrimonio della tradizione e i contenuti dell’immaginario collettivo costruiti in secoli di narrazione.
Quando la fiaba diventa dei bambini? E perchè è altrettanto importante per la psiche adulta?

leggi l’intero articolo qui: Perchè raccontare le fiabe ai bambini | Muoversi Insieme.

Danilo Solfaroli Camillocci: Ridere, ridere, ridere ancora…


Copertina

 

 

Indice

 

  7     Presentazione di Maurizio Andolfi
 13     Introduzione
 21 1. Il riso 
        Il riso nel pensiero filosofico, 26
        Il riso nella ricerca psicologica, 37
 55 2. Riso, sesso, sacro 
        Il riso divino, 56
        Il culto di Dioniso, 63
        Il riso, il sesso e il sacro
        nei riti cristiani, 66
        Riso, sesso, sacro:
        forme di «conoscenza contattiva», 68
 77 3. Funzioni sociali del riso 
        Il riso nelle diverse culture, 78
        Aspetti sociali del riso e del comico, 79
        La differenza di genere, 83
        Codifica e decodifica dei messaggi comici, 86
        Gli aspetti triadici del riso, 87
        Un esempio: l'umorismo ebraico, 91
        Il fool, 96
 103 4. I vari modi del ridere 
        L'assurdo e il nonsense, 104
        La comicità involontaria, 106
        Storielle, barzellette, battute, tormentoni, 107
        L'ironia, 111
        La caricatura e la parodia, 112
        La satira, 114
        Il sarcasmo, 116
        L'umorismo, 116
 120 5. Riso e relazioni familiari 
        La famiglia normale, 121
        Riso e umorismo nella famiglia normale, 124
        Riso e umorismo nella famiglia disfunzionale, 136
        Il clown familiare, 140
 146 6. Riso e psicoterapia 
        L'atteggiamento del terapeuta:
        la paranoia e l'irriverenza, 148
        L'uso dell'umorismo in psicoterapia, 152
        Umorismo e terapia della famiglia, 155
 160 7. Riso e umorismo nella terapia della famiglia: un'indagine 
        La nostra indagine, 160
        Analisi dei risultati, 164
        Conclusioni, 178
 181 8. Comicità e creatività: la testimonianza di Serena Dandini 
 194 9. Considerazioni finali 

199     Appendice. Griglia di analisi del riso
        in psicoterapia della famiglia
209     Bibliografia
235     Indice dei nomi

TecaLibri: Danilo Solfaroli Camillocci: Ridere, ridere, ridere ancora….

Homo ridens è una performance pensata come esperimento su campione, un test sul pubblico-cavia chiamato a reagire a determinati stimoli che attengono al riso e ai suoi meccanismi – Teatro Sotterraneo


Homo ridens è una performance pensata come esperimento su campione, un test sul pubblico-cavia chiamato a reagire a determinati stimoli che attengono al riso e ai suoi meccanismi. Il progetto rivede e aggiorna i risultati delle proprie ricerche in ogni città e di conseguenza ne prende il nome. L’intento è quello d’indagare l’attitudine umana alla risata, misurandone i limiti e la complessità. Nel riso rinunciamo alla funzione vitale del respiro, nel riso è la parte aggressiva di noi che ci fa digrignare i denti, nel riso è l’intrattenimento del potere ma anche la rivolta popolare. Sappiamo che la coscienza di sé permette all’uomo di vedersi dall’esterno. Sappiamo che la coscienza di sé rende l’uomo consapevole della morte. Ma cosa c’è da ridere?

Homo ridens > PRODUZIONI < – Teatro Sotterraneo.

La sindrome rancorosa del beneficato – di Parsi M. Rita – Mondadori


La “sindrome rancorosa del beneficato” è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come una autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente “debito di riconoscenza” nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli “dovrebbe” spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il benefattore stesso in una persona da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare. 

Il senso della sconfitta di Claudio Risè


Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 aprile 2008, www.ilmattino.it

Che fare della sconfitta? Per ognuno di noi, si tratta di un’esperienza non evitabile. Anche la persona di maggior successo, ogni tanto subisce il gusto amaro della sconfitta. Churchill, uno dei vincitori del secolo scorso, fu sconfitto più volte. Anche i vincenti di oggi, politici, sportivi, scienziati, a volte vengono clamorosamente battuti nelle loro prove. A ben guardare, anzi, si scopre che ciò che fa di qualcuno un vincitore è proprio la sua capacità di perdere, e di rialzarsi.
Cos’è, però, che aiuta a trasformare la sconfitta in un momento di potente ricarica? Il primo fattore, indispensabile, è l’amore per la vita. Chi ama la vita in quanto tale, è aiutato nel volgere in positivo ogni esperienza, perché, dato che è la vita che gliela offre, la considera sempre un dono, di qualsiasi cosa si tratti, sconfitta compresa. Chi ama la vita così com’è non sta a discuterla in continuazione. Egli sa bene che ogni cosa se l’è meritata, e gli capita per insegnargli qualcosa. Come un generale lucido, non perde tempo ad esecrare il nemico vincitore, ma analizza con cura l’elenco dei propri errori.
La sconfitta, che arriva spesso dopo un periodo di vittorie e successi, diventa così un prezioso riequilibratore dell’umore e del senso della realtà del soggetto, che prima tendeva a sbilanciarsi dal lato dell’euforia e dell’ottimismo, camminando nelle nuvole dei propri sogni, e dimenticando di verificarli con la dura realtà.
Per amare la vita così com’è, con le sue difficoltà, e non come vorremmo che fosse, per mettere a frutto le esperienze di scacco che la vita quotidiana ci offre, è necessario uscire dal mito moderno secondo il quale la vita sarebbe una successione di acquisizioni, di vittorie, e che quando così non è ciò significa che sei soltanto un “perdente”. Teoria falsa e diseducativa (anche se molto in voga nella psicologia troppo facile), che quando va bene ti ubriaca col successo e ti fa perdere il contatto con la realtà, e quando poi arriva l’inevitabile legnata ti precipita nella depressione.
In realtà, più che le acquisizioni e le vittorie, ciò che ti tempra più saldamente sono appunto le sconfitte e le perdite. E’ nel confronto con quei momenti difficili che la personalità cresce davvero, e che le tentazioni del narcisismo (se affronti la situazione con coraggio e realismo) si sciolgono una volta per tutte. E’ allora, tra l’altro, che si costruisce una vera e salda autostima, in grado di sorreggerti stabilmente.
Da questo punto di vista, una sconfitta elaborata positivamente è molto più utile e formativa di tante terapie, con il loro rischio di farti vedere che, in fondo, sei tu che hai ragione (il che può anche essere, ma tanto è la sconfitta la vera prova di realtà), impedendoti così di cambiare e di addestrarti per bene per la prossima occasione.
Nella vita di ognuno di noi, la figura più adatta a trasmetterci il sapere della perdita è il padre, così come la madre ci trasmette il sapere opposto: quello dell’avere, dell’ottenere, di soddisfare i nostri bisogni. E’ anche per questo che, nel nostro mondo occidentale di padri assenti, o allontanati da casa dalle separazioni e divorzi, è sempre più difficile trovare chi sa trasformare la sconfitta in un’esperienza positiva.
Tuttavia, in ogni momento di sconfitte diffuse, come ad esempio il dopo elezioni, consola vedere che qualcuno che sa perdere bene c’è sempre. Come riconoscerlo? E’ chi non dà la colpa ai vincitori, o alla gente che non l’ha votato, ma, senza parlar tanto, si mette a pensare, e cerca di capire. Sono tipi così, quelli che in futuro potranno vincere.