Termine usato in psicanalisi per designare le azioni che provocano una “rottura” del sistema motivazionale abituale della persona.
Gli psicanalisti (che hanno la psiche “incastrata” nel paradigma del rapporto fra “normale” e “patologico”) vedono in questi comportamenti prevalentemente le forme auto- o etero-aggressive ed i segni dell’”emergere del rimosso”.
In ulteriore prospettiva, si può anche argomentare che il campo applicativo di questo “concetto significante” è più ampio.
Nella mia esperienza psicologica l’acting out si è manifestato come un comportamento attivo e, quindi, capace di contrapporsi alla statica del blocco nevrotico (lieve o grave che sia).
E, pertanto, un “fare acting out” si è dimostrato capace di innovare la vita psichica interna e, di conseguenza, anche quella relazionale.
La mattinata del pellegrinaggio “risarcitorio” per Noelle ne è un esempio concreto: queste tre ore in riva al lago sono state come una seduta di analisi o un sogno attivo. Immaginazione attiva, direbbe Jung, anche se questa volta mi sono giovato della forza del luogo.
Insomma: voglio dire che si può tenere lo sguardo più ampio ed aperto.
Interrogando il linguaggio arrivo a una definizione maggiormente integrata alla mia esperienza psicologica.
To act appartiene al campo del teatro: “to act a play“= recitare un testo teatrale; “to act a part“= recitare una parte.
La parola out apporta qualche ulteriore sfumatura: esteriorizzare, esibire ciò che si è tenuto finora per sè. Con tutto quello che di positivo ciò può comportare nei suoi risultati.
Diciamolo alla lombarda: acting out=tirar fuori. Senza implicite allusioni sessuali.
(mia libera e personale rielaborazione della voce contenuta in Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della psicanalisi, Editori Laterza, 1968, pag. 3-4)
undefined
Mi piace:
Mi piace Caricamento...