LUCIANA QUAIA, INTIME ERRANZE, il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica, in corso di pubblicazione dall’editore NODO LIBRI per il CENTRO DONATORI DEL TEMPO, Como, 2012


LUCIANA QUAIA, INTIME ERRANZE, il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica,

in corso di pubblicazione dall’editore NODO LIBRI per il CENTRO DONATORI DEL TEMPO,

Como, 2012

Per la scheda editoriale e l’acquisto via internet vai a: http://www.nodolibri.it/libro.php?lid=232

Per l’acquisto mediante uffici postali vai alla cedola cartacea: http://polser.files.wordpress.com/2012/07/cedola-02.pdf

ACTING OUT, scheda di Paolo Ferrario


Termine usato in psicanalisi per designare le azioni che provocano una “rottura” del sistema motivazionale abituale della persona.

Gli psicanalisti (che hanno la psiche “incastrata” nel paradigma del rapporto fra “normale” e “patologico”) vedono in questi comportamenti prevalentemente le forme auto- o etero-aggressive ed i segni dell’”emergere del rimosso”.

In ulteriore prospettiva, si può anche argomentare che il campo applicativo di questo “concetto significante” è più ampio.

Nella mia esperienza psicologica l’acting out si è manifestato come un comportamento attivo e, quindi, capace di contrapporsi alla statica del blocco nevrotico (lieve o grave che sia).

E, pertanto, un “fare acting out” si è dimostrato capace di innovare la vita psichica interna e, di conseguenza, anche quella relazionale.

La mattinata del pellegrinaggio “risarcitorio”  per Noelle ne è un esempio concreto: queste tre ore in riva al lago sono state come una seduta di analisi o un sogno attivo. Immaginazione attiva, direbbe Jung, anche se questa volta mi sono giovato della forza del luogo.

Insomma: voglio dire che si può tenere lo sguardo più ampio ed aperto.

Interrogando il linguaggio arrivo a una definizione maggiormente integrata alla mia esperienza psicologica.

To act appartiene al campo del teatro: “to act a play“= recitare un testo teatrale; “to act a part“= recitare una parte.

La parola out apporta qualche ulteriore sfumatura: esteriorizzare, esibire ciò che si è tenuto finora per sè. Con tutto quello che di positivo ciò può comportare nei suoi risultati.

Diciamolo alla lombarda: acting out=tirar fuori. Senza implicite allusioni sessuali.

(mia libera e personale rielaborazione della voce contenuta in Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della psicanalisi, Editori Laterza, 1968, pag. 3-4)

Guy Brown, Una vita senza fine? invecchiamento, morte, immortalità (The Living End, 2008), edizione italiana a cura di Edoardo Boncinelli, traduzione di Gianbruno Guerrerio, Raffaello Cortina, Milano 2009


La ricerca di Guy Brown, con una potente griglia argomentativa che spazia  fra biologia cellulare e incursioni nella statistica e ancora nelle mitologie della storia umana, va oltre ciascuno di questi approcci. E ci indica i problemi: con le piccole dita della mano ci fa vedere le immensità.
Sono certo che potrà costituire un ottimo aiuto all’esercizio di compiti professionali di chi si occupa di persone anziane o disabili, ma anche un libro da comodino per chi sta invecchiando e verifica sul proprio corpo e sulla propria psiche i processi transizionali che sfumano dalla vita a quel territorio che ciascuno avrà la ventura di attraversare.
Un testo miliare e originale che va al cuore della questione:
la medicina è stata efficace nell’allontanare la morte, ma poco sa o può fare per le patologia gravemente invalidanti che – dunque – riverberano il loro peso su tipi di servizio o su famiglie non più allenate a sostenerne la quotidianità ed il passare dei giorni

Paolo Ferrario


dalla prefazione di Edoardo Boncinelli:

Ogni essere vivente è come una bolla di ordine che si genera e si sostiene per qualche tempo in un mare di disordine.
Quando parte è piccola e incerta; poi cresce e si stabilizza. Dopo una breve permanenza nel suo optimum – e dopo aver dato inizio, se tutto va bene, a qualche altra avventura vitale – la bolla comincia a dare segni di instabilità ed entra in contrazione, funzionale se non strutturale. Infine finisce, progressivamente o di schianto. Nei secoli, senza remissione.
Questa potrebbe essere la parabola della vita e della morte, una parabola con il pregio della lucidità, se non della poeticità. E senza indulgenze e ammiccamenti.
Se la bolla rappresenta un animale, è tutto qui. Poiché quello non sa che finirà e non sa nemmeno che è vivo. Che alternativa esiste infatti per lui all’essere vivo? Essere vivo è l’unico suo stato possibile. Essere vivo ed essere impegnato a mantenersi tale, sempre e comunque. In barba alla morte, che è estranea alla vita vissuta.
Diverso è il caso nostro, perché noi possiamo “vivere” la morte. Se la bolla corrisponde a un essere umano, essa si anima allora di aspettative, di speranze e di timori. E qui casca l’asino! Tutti sappiamo che gli uomini muoiono, ma a nessuno appare chiarissimo che anche lui morirà. Soprattutto perché non sa quando. Perché anche noi un po’ animali siamo e l’unico stato concepibile è quello di vivente, e magari impegnatissimo. Ciononostante, “sappiamo” che prima o poi dovremo morire, con la spiacevole complicazione che dovremo invecchiare.


Che se ne parli ogni giorno o che non se ne parli mai, il pensiero della morte, e dell’invecchiamento, non ci abbandona mai, non fosse altro che perché siamo circondati da tanti altri esseri umani con i quali interagiamo a vario titolo. Forse, allora, è meglio affrontarlo direttamente l’argomento, in forma mitica, in forma poetica o dal punto di vista scientifico.
La nostra è l’epoca della scienza e della tecnologia, e anche di un certo grado di pianificazione sociale. E’ naturale, quindi, che anche della morte, dei suoi prodromi e delle sue conseguenze se ne parli scientificamente e con un occhio al sociale. Senza mai dimenticare il versante poetico e mitologico, immaginati dalla fragile bolla.
E quello che fa questo libro dove non manca nulla. Ognuno potrà trovarvi quello a cui è più interessato, dalle parole del Libro dei Morti dell’antico Egitto alle insidie della malattia di Alzheimer, dal mito di Aurora e Titone ai meccanismi dell’invecchiamento cellulare, dalla saga di Gilgames alle ragioni dell’incredibile allungamento della vita che stiamo tutti vivendo.
Eccezionalmente aggiornato dal punto di vista scientifico, dotto e ben documentato, è il libro su tutti gli aspetti della morte, almeno di quelli che si possono concepire in vita. La morte e l’invecchiamento sono girati e rigirati da tutti i lati e guardati con occhio attento e appassionato. Come dire che si tratta del meglio che si possa fare, con questo come con molti altri argomenti. Chi cerca l’”essenza” della morte, o magari della vita o di tutte le altre cose che interessano i vivi, dovrà però rinunciare. O cercarsela da sé.
Il bello della vita è che la si vive una volta sola, non ha antecedenti e va in scena senza un’ora di prove. “La morte si sconta vivendo“, ha detto Ungaretti.


INDICE


Prefazione {Edoardo Boncinelli)


1. Inizi e fini
Interludio 1
Breve storia della morte e della dannazione


2. La faccia mutevole della morte
Interludio 2
Il significato della morte


3. Un calcio al secchio
Interludio 3
La ricerca dell’immortalità


4. La morte si frantuma
Interludio 4
Gli immortali di Luggnagg


5. Perdere il senno
Interludio 3
L’anima mortale


6. L’Io digitale
Interludio 6
La paura della morte


7. La morte cellulare
Interludio 7
Quando diventiamo vecchi?


8. Invecchiamento
Interludio 8
Dobbiamo resistere alla morte?


9. Immortalità
Poscritto
Come dovremmo morire?

da Antologia del tempo che resta: Guy Brown, Una vita senza fine? invecchiamento, morte, immortalità (The Living End, 2008), edizione italiana a cura di Edoardo Boncinelli, traduzione di Gianbruno Guerrerio, Raffaello Cortina, Milano 2009

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Boris Cyrulnik – Autobiografia di uno spaventapasseri, Presentazione di Giorgio Macario, Libera Universita’ Autobiografia


Boris Cyrulnik – Autobiografia di uno spaventapasseri Stampa

Autore: Boris Cyrulnik
Titolo e sottotitolo: Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare le esperienze traumatiche
Edito da: Raffaello Cortina Editore
luogo di pubblicazione: Milano
anno: 2009
pagine: 211
ISBN: 978-88-6030-285-4
Prezzo:18,50 €

VAI ALLA PRESENTAZIONE: Libera Universita’ Autobiografia – Boris Cyrulnik – Autobiografia di uno spaventapasseri

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ROSALBA MICELI, Autobiografia: il coraggio di scrivere la propria storia, Osservatorio Psicologia


“Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare le esperienze traumatiche” (Raffaello Cortina Editore) è in testa alle classifiche francesi dei libri più venduti e si sta imponendo anche altrove. Eppure il dolore – solo il dolore è il protagonista assoluto – un dolore che lo stesso Cyrulnik ha definito “meraviglioso” in un altro celebre saggio.Il libro costituisce un approfondimento sulla teoria e pratica della “resilienza” attraversando infiniti percorsi di vita di feriti nell’anima, persone che in qualche modo, anche a distanza di anni, sono riuscite a ritrovare se stesse, dopo aver superato tragedie familiari, lutti, catastrofi naturali o guerre. Una sorta di autobiografia corale.

l’intero articolo qui:

Autobiografia: il coraggio di scrivere la propria storia | Osservatorio Psicologia

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Paolo Ferrario, La “qualità” in Robert Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Muoversi Insieme, Stannah, dicembre 2009


Sono due i motivi per riproporre l’attenzione su “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, un libro di 35 anni fa.Il primo è biografico e riguarda la mia professione. Occuparsi di formazione con persone adulte impegnate nei servizi sociali vuol dire non solo trasferire conoscenze, ma soprattutto elaborare metodi ed atteggiamenti per vedere in modo diverso il proprio lavoro e la sua relazione con il mondo esterno ….

segue qui:

Dall’arte della motocicletta alla manutenzione di se stessi | Muoversi Insieme

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Resilienza e depressione, in QuerciaBlu.it


… è con la vecchiaia che la resilienza diventa  fragile, per molte ragioni fisiche e psicologiche, e richiede un diverso supporto dall’esterno.

Questa capacità di resistere e di non spezzarsi è personale (esperienza, educazione) ma è sempre condizionata dai rapporti interpersonali, dal contesto familiare e sociale in cui viviamo. Con l’invecchiamento  le relazioni diminuiscono perché vengono a mancare le persone e le occasioni.  Inoltre l’anziano perde rapidamente  il suo ruolo nella società quando non è più produttivo secondo le regole di mercato. A ciò si aggiunge l’isolamento e l’abbandono in cui è lasciato soprattutto nelle grandi aree urbane. E così accade che la scarsa resilienza porti l’anziano ad una maggiore esposizione verso la depressione, la demenza o peggio …

l’intero articolo qui:

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Francesca Saccà, “Se non uccide, fortifica”: sviluppare la “resilienza” per trarre vantaggio dalle situazioni avverse : psicologo in famiglia


“Se non uccide, fortifica”: sviluppare la “resilienza” per trarre vantaggio dalle situazioni avverse

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa a Roma

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Fare “resilienza” per fronteggiare le crisi | Muoversi Insieme


….  Direi che sono tutti casi di “resilienza”. Ha un bel suono questa parola, ma cosa significa?  ….

il resto dell’articolo è qui:

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Basta guardare il cielo (The Mighty), un film di Peter Chelsom, con Kieran Culkin, Sharon Stone, Elden Henson, Gena Rowlands


RACCONTARE E RACCONTARSI…
FILM E LIBRO– PHILBRICK RODMAN – Basta guardare il cielo, Milano, Fabbri, 17
In ambito accademico, forse, si parlerebbe di resilienza ed enpowerment. Con la potente raffinatezza della narrazione, invece, si danno meno definizioni. Si sta soprattutto a guardare come si crea “Freak the Mighty”, lo splendido scambio di risorse che trasforma in Amicizia il contatto tra Max e Kevin, due preadolescenti fuori dal comune di una qualunque città statunitense. C’è da affrontare una crescita, e il mondo ottuso e spesso meschino del senso comune. Max vive coi nonni, deve fare i conti con un Q.I. per niente brillante, con un corpo grosso e forte, con un padre in carcere per uxoricidio. Sicuri che l’orrore non si erediti? Sì, perché c’è anche la paura e il fastidio che tutto questo comporta intorno a lui.
Kevin, invece, dovrebbe identificarsi nel padre che, appena sentite le parole “affetto da grave malformazione fisica” se la dà a gambe levate lasciandolo solo con una splendida madre-Fata Morgana… e con conoscenze e intelligenze eccezionali. È proprio nel sapere e nella sfrenata fantasia che Kevin trova rifugio. E solitudine. Attraverso le avventure urbane (quelle grottesche e quelle rocambolesche, quelle dolci e quelle epiche) Kevin e Max diventano un tutt’uno, “Freak the Mighty”, appunto. Sanno scambiarsi possibilità, cambiare e stupire le persone, fino a diventare la salvezza l’uno dell’altro. Salvezza indelebile. Da questo libro è stato tratto un bel film, coinvolgente e decisamente fedele all’originale cartaceo (si mantiene anche la narrazione in prima persona e attori ed attrici impersonano coerentemente gli eroi fuori riga di Phibrick Rodman).

tratto da: http://www.cepdi.parma.it/allegato.asp?ID=200759

Domenico Gioffrè (a cura di) Il dolore superfluo, edizioni Erickson


Domenico Gioffrè (a cura di)

Il dolore superfluo
Da ridurre, da controllare, da “curare”

Possiamo pensare a una vita senza dolore? Non è possibile e non dovremmo neppure augurarcelo. La nostra stessa sopravvivenza, in assenza del «segnale» dolore, sarebbe messa in serio pericolo. Si tratta del «dolore-sentinella», un «campanello d’allarme» che ci avverte che qualcosa non funziona nel nostro organismo. Ma molte patologie degenerative o tumorali si accompagnano alla presenza di un dolore persistente che non ha più nessuna funzione biologica, che è fine a se stesso. Un dolore superfluo, che non ha alcun senso se non quello di infliggere una pesante punizione a chi sa, tra l’altro, di non avere più tanto da vivere. Questo dolore deve essere eliminato e la stessa attenzione merita il dolore acuto, quello post-operatorio, più breve ma spesso lacerante. Queste forme di dolore, nel nostro Paese, non vengono adeguatamente curate. Siamo ultimi in Europa nell’impiego di farmaci oppiacei. Ignoranza, pregiudizi e rassegnazione hanno impedito di concepire la lotta contro il dolore come un obbligo terapeutico nelle strutture sanitarie e a casa del malato. Le ragioni di questa anomalia, molteplici e complesse, vengono esaminate in questo volume, che offre al lettore alcune prospettive non solo della medicina ma anche della bioetica, della religione, della psicologia, della filosofia e dell’antropologia culturale. Tali prospettive sono state affrontate da Simona Argentieri, Giovanni Filoramo, Antonio Guerci, Salvatore Natoli e Gianfranco Ravasi.
Nella seconda parte del libro tre conversazioni, rispettivamente con Silvio Garattini, Franco Mandelli e Vittorio Ventafridda, scandagliano a fondo il tema «dolore». Completa il volume la presentazione della «Carta dei diritti sul dolore inutile».

Edizioni Erickson > libri > Psicologia > Psicologia applicata > Il dolore superfluo

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Resilienza come abilità per attraversare i cicli della vita


 

mercoledì, 16 maggio 2007

Rodin, PensatoreUn articolo di Aldo Romano sulla Stampa di oggi mi fa recuperare l’intenzione di rielaborare qualche idea su  un grande concetto e principio orientatore del lavoro di servizio:

Resilienza

Perfino la pubblicità di un noto materasso ne parla:

“Uno strato superiore di esclusivo materiale sensibile alla temperatura viene laminato su una base in poliuretano ad alta resilienza di 8 cm. Il sistema di flusso d’aria fra lo strato e la base in espanso permette un’ulteriore resilienza in profondità e ventilazione in tutto il materasso.”

E, anche se non la chiamerebbe mai così, Pippo Delbono ha “fatto resilienza” ai suoi problemi.
Con il teatro.
Perchè ci sono molte vie di resilienza.
Come racconta in “Racconti di giugno: incontro con se stesso“.
Lui da solo sul palco. A raccontarsi con totale e perfino estrema sincerità.



Cosa significa Resilienza?

Quando una parola è poco conosciuta conviene partire dal vocabolario.

- Capacitá di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi (Lo Zingarelli, Zanichelli, Milano, 1995):

- capacità di un materiale di resistere a deformazioni o rotture dinamiche, rappresentata dal rapporto tra il lavoro occorrente per rompere un’asta di tale materiale e la sezione dell’asta stessa: indice, valore di resilienza

- capacità di un filato o di un tessuto di riprendere la forma originale dopo una deformazione (Da Dizionario De Mauro)

Se consideriamo questo concetto in rapporto alle scienze sociali, possiamo dire che la resilienza corrisponderebbe alla capacitá individuale che rende adatti ad affrontare i problemi che i cicli della vita propongono e di trovare le energie per superarli e magari uscirne anche rafforzati e cambiati in meglio.

Da questo punto di vista la parola viene associata sempre con tensione, stress, ansietá, situazioni traumatiche che ci colpiscono durante la nostra vita.

Si tratta di qualcosa che corrisponde alla natura umana, ma che non sempre si riesce a mettere in atto e, anche se a volte si attiva, non sempre si arriva a generare situazioni positive.

Questa misteriosa possibilitá ha alla sua base il fatto che gli elementi costitutivi della resilienza sono già presenti in ogni essere umano e la loro evoluzione accompagna le diverse fasi dello sviluppo o del ciclo vitale dell´uomo: è un comportamento intuitivo durante la infanzia, poi si rinforza fino ad essere attivo nella adolescenza, e dopo ancora sará completamente incorporato alla condotta propria dell´etá adulta.

Ma ci vuole educazione per farlo.

Occorrono servizi alla persona che appoggino e talvolta si sostituiscano ai vuoti della socializzazione  e della inculturazione.
Occorre ancoraggio a valori solidi, anche se questi valori hanno 2000 anni. Occorrono radici da innaffiare: perché un albero con forti radici resiste meglio alle bufere.
Occorrono decisioni nel volere ottenere questo risultato educativo. Padri “morbidi” ed impauriti e madri decisioniste come dirigenti di azienda difficilmente ci riescono. E lo si vede.

La resilienza é piú della semplice capacitá di resistere alla distruzione proteggendo il proprio io da circostanze difficili

E’ anche la possibilitá di reagire positivamente a scapito delle difficoltá e la voglia di costruire utilizzando la forza interiore propria degli essere umani.

Non é solo sopravvivere a tutti i costi, ma é anche avere la capacitá di usare l´esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro.

Si dice, si racconta, si narra che ci sono alcune caratteristiche tipiche della resilienza:

• “insight” o introspezione: la capacitá di esaminare sé stessi, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá

Indipendenza: la capacitá di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dei problemi, ma senza isolarsi

Interazione: la capacitá per stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone

Iniziativa: la capacitá di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli

Creativitá (alla cui base linguistica troviamo “creare” “azioni”: la capacitá per creare ordine, bellezza e obbiettivi partendo dal caos e dal disordine
• Allegria: disposizione dello spirito all´allegria, ci permette di allontanarci dal punto focale della tensione, relativizzare e positivizzare gli avvenimenti che ci colpiscono
(da una scheda di Aurora Fiorentini)

Anche la Teoria Sistemica (“se cambia un soggetto della relazione cambiano anche le relazioni fra i soggetti della relazione”) arriva alla conclusione che la resilienza è un fattore che entra in gioco nei processi di terapia familiare.

Il gruppo di Paolo Alto di Paul Watzlavick la chiamano “resistenza” nel capitolo “La sottile arte della ristrutturazione”

Ristrutturare significa, dunque, dare una nuova struttura alla visione del mondo concettuale e/o emozionale del soggetto e porlo in condizione di considerare i fatti che esperisce da un punto di vista tale da permettergli di affrontare la situazione anzichè eluderla, perchè il modo nuovo di guardare la realtà ne ha mutato completamente il senso … La ristrutturazione non cambia i fatti concreti ma il significato che il soggetto attribuisce alla situazione

in P. Watzlavick, J.H. Weakland, R. Fisch, Change: sulla formazione e la soluzione dei problemi(traduzione di Massimo Ferretti), Astrolabio, 1974 p. 103/104

Durante una crisi la famiglia trasforma la sua struttura, si tiene insieme per resistere la tempesta: non sa quanto puó durare quella energia. Deve trovare fattori interni ed esterni che possano aiutarla per diventare meno vulnerabile e impedire che la crisi aumenti di proporzione, in principio, e dopo superarla in modo che possa affrontare una ristrutturazione del sistema, che possa uscirne rinforzata e possa trasformarla in un elemento utile al cambiamento e alla crescita positiva.

La resilienza é un fattore che puó essere accresciuto durante l’infanzia, nelle diverse tappe dello sviluppo, per mezzo dello stimolo delle aree affettive, cognitiva e del comportamento, sempre d’accordo con l´etá e il livello di comprensione delle diverse situazioni di vita. Il periodo che va dalla nascita fino alla adolescenza sarebbe quello piú opportuno per svegliare e sviluppare questa qualitá interiore che permette di affrontare le avversitá.

Riassumendo si può dire che la resilienza é

la capacitá umana adatta ad affrontare gli avvenimenti dolorosi e a risorgere dalle situazioni traumatiche.

Principio storicamente dimostrato nei momenti di stragi mondiali e di genocidi provocati dall´uomo.

Ci sono poi possibilitá di sviluppo della resilienza che si ottengono agendo sulle risorse personali e sociali, in stato di latenza, in ogni individuo ed anche in ogni comunità .

Tra queste possiamo nominare: l´autostima positiva, i legami affettivi significativi, la creativitá naturale, il buon umore, una rete sociale e di appartenenza, una ideologia personale che consenta di dare un senso al dolore, in modo da diminuire l’aspetto negativo di una situazione carica di conflitti, permettendo il risorgere di alternative di soluzione davanti alla sofferenza.

La resilienza puó venire incontro al lavoro sociale e psicologico a livello di: prevenzione, riabilitazione, collaborazione in educazione, assistenza alle famiglie e ai diversi gruppi sociali, perché non attinge la sua forza soltanto dalle condizioni naturali degli individui, maha bisogno di un aiuto esterno e di un ambiente che faciliti e appoggi uno sviluppo personale che conduca verso un apprendimento.

L´obiettivo di questa noterella é di ricordare innanzitutto a me stesso (ottimo metodo quello di riflettere su di sé, prima di proiettare sugli altri da sé) che la pratica della resilienza è abbastanza consolante.

Non risolutiva, ma consolante.

Ogni persona possiede questa caratteristica, ma da ciascuno di noi dipende che possa essere sviluppata, se ci concediamo la possibilitá di farlo, magari scegliendoci con cura, attenzione, accudimento ed amore le persone con cui camminare.

Lo spirito di resilienza è un principio informatore ed “educatore” che può anche essere usato anche nei post e nei commenti dei blog, dove il pensiero associativo che qui si sviluppa talvolta genera tensioni, eccessi informativi, rabbia compulsiva, aggressività, depressione, proiezioni.

Riprendendo l’aurea scaletta sopra riportata:

- esaminare sé stesso, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá. Tanto  siamo in situazioni di “relazioni gratuite”

- mantenere a una certa distanza dai problemi, tuttavia senza isolarsi. Qui abbiamo già accettato di comunicare ed esporci. Occorre farlo con cautela. Adottando il metodo del “buon padre di famiglia”

- Interagire, stabilire anche rapporti intimi con le persone. Purchè siano soddisfacenti, ossia tendenzialmente benefici per la psiche. Il tempo stringe. Nessuno ci obbliga a stare qui. Perché farci del male? Ci pensano già i terroristi (nella variante culturale di “perdenti radicali”) dal 2001 a farci del male: almeno qui possiamo dire “no, grazie”

- Affrontare qualche problema, provarsi a capirlo, anche con l’aiuto delle “sfaccettature” di un problema, provare a controllarlo. Cioè vederli, questi problemi. Come lo psichiatra Hannibal Lecter quando, nel romanzo Il silenzio degli innocenti, dice a Clarice Sterling: “Rifletti … cosa osserva lui ? ….. cosa sta facendo? … hai tutti i dati in mano … cosa fa? …. Lui d e s i d e r a ….”

- Essere creativi. Come sui Blog: qui non controlla nessuno. Sì certo, si può essere assaliti da commenti lividi e cattivi. Può anche capitare che qualcuno ti aizzi addosso i suoi amici di blog (mi è capitato, non me ne sono dimenticato ed ho provveduto a difendermi). Però, con qualche cautela, puoi far lasciare andare i pensieri. Si può provare a dare ordine, partendo dal caos e dal disordine

- Dare spazio al folletto “Spirito allegro”. Buffoneggiare, anche . Una disposizione all’allegria, permette di allontanarci dalle tensioni, di relativizzare e di vedere positivo. “Penso positivo perché son vivo”, ma senza l’infinita tristezza culturale dei “newagisti” che ruminano l’ideologia del pensiero positivo. E che diventano così tetri e tristi, come i mangiatori ossessivi di cibi macrobiotici




Il tema della resilienza deve molto allo psicologo rumeno Boris Cyrulnik (figlio di deportati ad Auschwitz che riuscì a fuggire dal treno diretto ai campi di concentramento):

“Due sono le parole chiave che caratterizzeranno il modo di osservare e di comprendere il mistero di chi ha superato un trauma e, una volta adulto, riguarda le cicatrici del passato.
Le due strane parole che preparano il nostro sguardo sono «resilienza» e «ossimoro».
Il termine «resilienza» è stato coniato in fìsica per descrivere l’attitudine di un corpo a resistere a un urto. Ma tale definizione attribuiva eccessiva importanza alla sostanza.

Il termine è stato mutuato dalle scienze sociali per indicare «la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo» (Vanistendael S., Cles pour devenir: la resilience, 1998).
Come diventare umani nonostante gli scherzi del destino? Questi interrogativi pieni di ammirazione sono emersi quando si è deciso di esplorare il continente dimenticato dell’infanzia.
Il dolce Remi, in Senza famiglia, poneva il problema con parole molto chiare:

«Sono un trovatello. Ho creduto di avere una mamma, come tutti gli altri bambini…»

Due volumi dopo, una volta conosciuta l’infanzia di strada, lo sfruttamento del lavoro minorile, le percosse, il furto e la malattia, Remi si guadagna il diritto di condurre una vita socialmente accettabile a Londra e conclude con una canzone napoletana che canta le «dolci parole» e il «diritto di amare».

Il principio è esattamente lo stesso adottato da Charles Dickens che aveva attinto il tema della sofferenza e della vittoria dalla sua infanzia infelice e sfruttata.

«Non vedevo alcuna ragione per cui [...] la feccia del popolo non servisse [...] a fini morali, così come il suo fiore più fine [...] Essa comprende le più belle e le più brutte sfumature della nostra natura [...] i suoi aspetti più vili e parte dei più belli.».
Dopo aver letto Giovinezza di Lev Tolstoi, torna sempre alla mente il verso di Aragon: «È così che vivono gli uomini?» Anche Infanzia di Maksim Gorki descrive lo stesso percorso archetipico. Atto I, la desolazione: La mia infanzia (1913-1914); atto II, la riparazione: Fra la gente (1915-1916); atto III, il trionfo: Le mie università (1923).

Tutti i romanzi popolari citati sono imperniati su un’unica idea: le nostre sofferenze non sono vane, una vittoria è sempre possibile.
Un tema che viene assurto a bisogno fondamentale, a unica speranza dei disperati:

«Se sai veder distrutta l’opera della tua vita / E senza dire una sola parola rimetterti a costruire [...j / Se sai essere duro senza mai infuriarti [...] / Se sai essere coraggioso e mai imprudente [...J / Se sai ottenere la vittoria dopo la sconfitta [...] / Sarai un uomo figlio mio» (Rudyard Kipling).
Pel di carota, il bambino maltrattato, riacquista la speranza alla fine del libro; Hervé Bazin ritrova la pace quando suo padre finalmente mette a tacere Folcoche; Tarzan, bimbo indifeso in una giungla ostile, finisce per diventare l’amatissimo capo degli animali più feroci; Zorro e Superman, eroi dalla doppia vita, da un lato comuni individui e dall’altro paladini della giustizia; Francois Truffaut e Jean-Luc Lahaye raccontano il vero romanzo della loro infanzia tormentata. Ne “La città della gioia”, Dominique Lapierre descrive l’incredibile serenità dei derelitti come confermato da tutte le persone che si sono occupate dei bambini di strada”


L’articolo di Aldo Romano da cui ha preso avvio questa reminiscenza della resilienza è qui:

Ormai non ci sono dubbi, Silvio Berlusconi è dotato di acuta resilienza.
Che non è una malattia, ma la capacità di riprendere forma e vigore dopo i colpi più duri.
Non è l’unico esponente della politica italiana a godere di quella magica qualità, ma certo che gli ultimi quindici giorni hanno dato una spettacolare dimostrazione del suo primato nel settore.
La netta vittoria elettorale in Sicilia è stata interamente sua prima che della Casa delle Libertà, come gli riconoscono i meno frustrati tra gli avversari sconfitti. La sua partecipazione al Family Day ha impresso una curvatura partigiana ad un evento che voleva essere trasversale e problematico per entrambi gli schieramenti. Insomma, il Cavaliere Resiliente si è ripreso la scena. E può permettersi di tormentare i propri alleati con nuove angherie. Ora minacciando di passare il bastone del comando direttamente alla giovane outsider Michela Vittoria Brambilla, ora buttando lì la possibilità di darsi alle larghe intese, ora fantasticando di un Partito della libertà da creare dall’oggi al domani con quelli che ci volessero stare.
Il solito leader dalle sette vite, si dirà, capace di ritrovarsi alla testa delle proprie truppe sconfiggendo ogni avversità. Eppure non è detto che si tratti di una buona notizia per il centrodestra. Perché al di là dell’attivismo effettivamente miracoloso di Berlusconi, da tempo poco o niente sta accadendo dalle parti dell’opposizione al governo Prodi. Nessun segno di vitalità propriamente politica, niente che faccia pensare che in quel vasto settore del Parlamento si stia lavorando ad un’idea del Paese diversa da quella che viene espressa dalla maggioranza di centrosinistra.
Molta propaganda ma poche idee su tutti i grandi aspetti della vita politica. In economia è evidente il mutismo di uno schieramento che si limita a ripetere lo slogan del «meno tasse» – peraltro senza poter vantare alcuna sensibile riduzione del carico fiscale negli anni in cui ha governato il Paese – non riuscendo ad orientare neanche marginalmente la discussione sulla necessità di un’apertura della società italiana ai valori liberali e della concorrenza. In politica estera la brillante strategia del centrodestra è tutta nel «tanto peggio, tanto meglio», pronta ad attendere l’ennesimo scivolone internazionale di Prodi o D’Alema senza fornire alcun indizio alternativo che non sia una più tenace fedeltà all’alleato americano. Sul piano più generalmente ideologico e culturale, siamo fermi ad un anticomunismo che resiste negli anni ad ogni smentita del mondo e della stessa sinistra italiana.
E se non fosse per il nuovo protagonismo della Chiesa cattolica sui temi della vita e della famiglia, nemmeno per Berlusconi vi sarebbe alcuna occasione di sortite opportunistiche.
In sostanza, il centrodestra sta replicando la strategia della passività mostrata dal centrosinistra nella scorsa legislatura. Quando l’opportunità di metter mano ad un progetto per il Paese mentre si era opposizione fu sacrificata alla conservazione degli equilibri politici e personali su cui si reggeva la coalizione. Le conseguenze di quella scelta si vedono oggi nella stanchezza dell’azione di governo, nell’impressione di un esecutivo che resiste più per il favore delle condizioni esterne che per le proprie virtù politiche e progettuali. Ma disporre di un’opposizione che non riesce ad andare oltre la propaganda non fa certo bene al governo. Così come non giova all’Italia, che ormai è dovunque circondata da Paesi che sono riusciti a dotarsi di leadership nuove e più dinamiche. Perché l’attivismo del Cavaliere riempie di sé ogni spazio lasciato libero dall’assenza di una vera concorrenza politica nel suo campo. Ma il vuoto di idee è destinato a rimanere tale, anche quando permette l’esibizione di spettacolari capacità di rimbalzo.

In Aldo Romano, Berlusconi sta bene il Polo no, in La Stampa 16 maggio 2007