LUCIANA QUAIA, INTIME ERRANZE, il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica,
in corso di pubblicazione dall’editore NODO LIBRI per il CENTRO DONATORI DEL TEMPO,
Como, 2012
- in corso di pubblicazione da Nodolibri editore, Como
LUCIANA QUAIA, INTIME ERRANZE, il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica,
in corso di pubblicazione dall’editore NODO LIBRI per il CENTRO DONATORI DEL TEMPO,
Como, 2012
Termine usato in psicanalisi per designare le azioni che provocano una “rottura” del sistema motivazionale abituale della persona.
Gli psicanalisti (che hanno la psiche “incastrata” nel paradigma del rapporto fra “normale” e “patologico”) vedono in questi comportamenti prevalentemente le forme auto- o etero-aggressive ed i segni dell’”emergere del rimosso”.
In ulteriore prospettiva, si può anche argomentare che il campo applicativo di questo “concetto significante” è più ampio.
Nella mia esperienza psicologica l’acting out si è manifestato come un comportamento attivo e, quindi, capace di contrapporsi alla statica del blocco nevrotico (lieve o grave che sia).
E, pertanto, un “fare acting out” si è dimostrato capace di innovare la vita psichica interna e, di conseguenza, anche quella relazionale.
La mattinata del pellegrinaggio “risarcitorio” per Noelle ne è un esempio concreto: queste tre ore in riva al lago sono state come una seduta di analisi o un sogno attivo. Immaginazione attiva, direbbe Jung, anche se questa volta mi sono giovato della forza del luogo.
Insomma: voglio dire che si può tenere lo sguardo più ampio ed aperto.
Interrogando il linguaggio arrivo a una definizione maggiormente integrata alla mia esperienza psicologica.
To act appartiene al campo del teatro: “to act a play“= recitare un testo teatrale; “to act a part“= recitare una parte.
La parola out apporta qualche ulteriore sfumatura: esteriorizzare, esibire ciò che si è tenuto finora per sè. Con tutto quello che di positivo ciò può comportare nei suoi risultati.
Diciamolo alla lombarda: acting out=tirar fuori. Senza implicite allusioni sessuali.
(mia libera e personale rielaborazione della voce contenuta in Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della psicanalisi, Editori Laterza, 1968, pag. 3-4)
La ricerca di Guy Brown, con una potente griglia argomentativa che spazia fra biologia cellulare e incursioni nella statistica e ancora nelle mitologie della storia umana, va oltre ciascuno di questi approcci. E ci indica i problemi: con le piccole dita della mano ci fa vedere le immensità.
Sono certo che potrà costituire un ottimo aiuto all’esercizio di compiti professionali di chi si occupa di persone anziane o disabili, ma anche un libro da comodino per chi sta invecchiando e verifica sul proprio corpo e sulla propria psiche i processi transizionali che sfumano dalla vita a quel territorio che ciascuno avrà la ventura di attraversare.
Un testo miliare e originale che va al cuore della questione:
la medicina è stata efficace nell’allontanare la morte, ma poco sa o può fare per le patologia gravemente invalidanti che – dunque – riverberano il loro peso su tipi di servizio o su famiglie non più allenate a sostenerne la quotidianità ed il passare dei giorniPaolo Ferrario
dalla prefazione di Edoardo Boncinelli:
Ogni essere vivente è come una bolla di ordine che si genera e si sostiene per qualche tempo in un mare di disordine.
Quando parte è piccola e incerta; poi cresce e si stabilizza. Dopo una breve permanenza nel suo optimum – e dopo aver dato inizio, se tutto va bene, a qualche altra avventura vitale – la bolla comincia a dare segni di instabilità ed entra in contrazione, funzionale se non strutturale. Infine finisce, progressivamente o di schianto. Nei secoli, senza remissione.
Questa potrebbe essere la parabola della vita e della morte, una parabola con il pregio della lucidità, se non della poeticità. E senza indulgenze e ammiccamenti.
Se la bolla rappresenta un animale, è tutto qui. Poiché quello non sa che finirà e non sa nemmeno che è vivo. Che alternativa esiste infatti per lui all’essere vivo? Essere vivo è l’unico suo stato possibile. Essere vivo ed essere impegnato a mantenersi tale, sempre e comunque. In barba alla morte, che è estranea alla vita vissuta.
Diverso è il caso nostro, perché noi possiamo “vivere” la morte. Se la bolla corrisponde a un essere umano, essa si anima allora di aspettative, di speranze e di timori. E qui casca l’asino! Tutti sappiamo che gli uomini muoiono, ma a nessuno appare chiarissimo che anche lui morirà. Soprattutto perché non sa quando. Perché anche noi un po’ animali siamo e l’unico stato concepibile è quello di vivente, e magari impegnatissimo. Ciononostante, “sappiamo” che prima o poi dovremo morire, con la spiacevole complicazione che dovremo invecchiare.
Che se ne parli ogni giorno o che non se ne parli mai, il pensiero della morte, e dell’invecchiamento, non ci abbandona mai, non fosse altro che perché siamo circondati da tanti altri esseri umani con i quali interagiamo a vario titolo. Forse, allora, è meglio affrontarlo direttamente l’argomento, in forma mitica, in forma poetica o dal punto di vista scientifico.
La nostra è l’epoca della scienza e della tecnologia, e anche di un certo grado di pianificazione sociale. E’ naturale, quindi, che anche della morte, dei suoi prodromi e delle sue conseguenze se ne parli scientificamente e con un occhio al sociale. Senza mai dimenticare il versante poetico e mitologico, immaginati dalla fragile bolla.
E quello che fa questo libro dove non manca nulla. Ognuno potrà trovarvi quello a cui è più interessato, dalle parole del Libro dei Morti dell’antico Egitto alle insidie della malattia di Alzheimer, dal mito di Aurora e Titone ai meccanismi dell’invecchiamento cellulare, dalla saga di Gilgames alle ragioni dell’incredibile allungamento della vita che stiamo tutti vivendo.
Eccezionalmente aggiornato dal punto di vista scientifico, dotto e ben documentato, è il libro su tutti gli aspetti della morte, almeno di quelli che si possono concepire in vita. La morte e l’invecchiamento sono girati e rigirati da tutti i lati e guardati con occhio attento e appassionato. Come dire che si tratta del meglio che si possa fare, con questo come con molti altri argomenti. Chi cerca l’”essenza” della morte, o magari della vita o di tutte le altre cose che interessano i vivi, dovrà però rinunciare. O cercarsela da sé.
Il bello della vita è che la si vive una volta sola, non ha antecedenti e va in scena senza un’ora di prove. “La morte si sconta vivendo“, ha detto Ungaretti.
INDICE
Prefazione {Edoardo Boncinelli)
1. Inizi e fini
Interludio 1
Breve storia della morte e della dannazione
2. La faccia mutevole della morte
Interludio 2
Il significato della morte
3. Un calcio al secchio
Interludio 3
La ricerca dell’immortalità
4. La morte si frantuma
Interludio 4
Gli immortali di Luggnagg
5. Perdere il senno
Interludio 3
L’anima mortale
6. L’Io digitale
Interludio 6
La paura della morte
7. La morte cellulare
Interludio 7
Quando diventiamo vecchi?
8. Invecchiamento
Interludio 8
Dobbiamo resistere alla morte?
9. Immortalità
Poscritto
Come dovremmo morire?
Boris Cyrulnik – Autobiografia di uno spaventapasseri ![]()
Autore: Boris Cyrulnik
Titolo e sottotitolo: Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare le esperienze traumatiche
Edito da: Raffaello Cortina Editore
luogo di pubblicazione: Milano
anno: 2009
pagine: 211
ISBN: 978-88-6030-285-4
Prezzo:18,50 €
“Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare le esperienze traumatiche” (Raffaello Cortina Editore) è in testa alle classifiche francesi dei libri più venduti e si sta imponendo anche altrove. Eppure il dolore – solo il dolore è il protagonista assoluto – un dolore che lo stesso Cyrulnik ha definito “meraviglioso” in un altro celebre saggio.Il libro costituisce un approfondimento sulla teoria e pratica della “resilienza” attraversando infiniti percorsi di vita di feriti nell’anima, persone che in qualche modo, anche a distanza di anni, sono riuscite a ritrovare se stesse, dopo aver superato tragedie familiari, lutti, catastrofi naturali o guerre. Una sorta di autobiografia corale.
l’intero articolo qui:
Autobiografia: il coraggio di scrivere la propria storia | Osservatorio Psicologia
Sono due i motivi per riproporre l’attenzione su “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, un libro di 35 anni fa.Il primo è biografico e riguarda la mia professione. Occuparsi di formazione con persone adulte impegnate nei servizi sociali vuol dire non solo trasferire conoscenze, ma soprattutto elaborare metodi ed atteggiamenti per vedere in modo diverso il proprio lavoro e la sua relazione con il mondo esterno ….
segue qui:
Dall’arte della motocicletta alla manutenzione di se stessi | Muoversi Insieme
… è con la vecchiaia che la resilienza diventa fragile, per molte ragioni fisiche e psicologiche, e richiede un diverso supporto dall’esterno.
Questa capacità di resistere e di non spezzarsi è personale (esperienza, educazione) ma è sempre condizionata dai rapporti interpersonali, dal contesto familiare e sociale in cui viviamo. Con l’invecchiamento le relazioni diminuiscono perché vengono a mancare le persone e le occasioni. Inoltre l’anziano perde rapidamente il suo ruolo nella società quando non è più produttivo secondo le regole di mercato. A ciò si aggiunge l’isolamento e l’abbandono in cui è lasciato soprattutto nelle grandi aree urbane. E così accade che la scarsa resilienza porti l’anziano ad una maggiore esposizione verso la depressione, la demenza o peggio …
l’intero articolo qui:
“Se non uccide, fortifica”: sviluppare la “resilienza” per trarre vantaggio dalle situazioni avverse
A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa a Roma
…. Direi che sono tutti casi di “resilienza”. Ha un bel suono questa parola, ma cosa significa? ….
il resto dell’articolo è qui:
RACCONTARE E RACCONTARSI…
FILM E LIBRO– PHILBRICK RODMAN – Basta guardare il cielo, Milano, Fabbri, 17
In ambito accademico, forse, si parlerebbe di resilienza ed enpowerment. Con la potente raffinatezza della narrazione, invece, si danno meno definizioni. Si sta soprattutto a guardare come si crea “Freak the Mighty”, lo splendido scambio di risorse che trasforma in Amicizia il contatto tra Max e Kevin, due preadolescenti fuori dal comune di una qualunque città statunitense. C’è da affrontare una crescita, e il mondo ottuso e spesso meschino del senso comune. Max vive coi nonni, deve fare i conti con un Q.I. per niente brillante, con un corpo grosso e forte, con un padre in carcere per uxoricidio. Sicuri che l’orrore non si erediti? Sì, perché c’è anche la paura e il fastidio che tutto questo comporta intorno a lui.
Kevin, invece, dovrebbe identificarsi nel padre che, appena sentite le parole “affetto da grave malformazione fisica” se la dà a gambe levate lasciandolo solo con una splendida madre-Fata Morgana… e con conoscenze e intelligenze eccezionali. È proprio nel sapere e nella sfrenata fantasia che Kevin trova rifugio. E solitudine. Attraverso le avventure urbane (quelle grottesche e quelle rocambolesche, quelle dolci e quelle epiche) Kevin e Max diventano un tutt’uno, “Freak the Mighty”, appunto. Sanno scambiarsi possibilità, cambiare e stupire le persone, fino a diventare la salvezza l’uno dell’altro. Salvezza indelebile. Da questo libro è stato tratto un bel film, coinvolgente e decisamente fedele all’originale cartaceo (si mantiene anche la narrazione in prima persona e attori ed attrici impersonano coerentemente gli eroi fuori riga di Phibrick Rodman).
Resilienza ed educazione alla salute. Teorie e metodologie educative tra cura e prevenzione
Il dolore superfluo
Da ridurre, da controllare, da “curare”Possiamo pensare a una vita senza dolore? Non è possibile e non dovremmo neppure augurarcelo. La nostra stessa sopravvivenza, in assenza del «segnale» dolore, sarebbe messa in serio pericolo. Si tratta del «dolore-sentinella», un «campanello d’allarme» che ci avverte che qualcosa non funziona nel nostro organismo. Ma molte patologie degenerative o tumorali si accompagnano alla presenza di un dolore persistente che non ha più nessuna funzione biologica, che è fine a se stesso. Un dolore superfluo, che non ha alcun senso se non quello di infliggere una pesante punizione a chi sa, tra l’altro, di non avere più tanto da vivere. Questo dolore deve essere eliminato e la stessa attenzione merita il dolore acuto, quello post-operatorio, più breve ma spesso lacerante. Queste forme di dolore, nel nostro Paese, non vengono adeguatamente curate. Siamo ultimi in Europa nell’impiego di farmaci oppiacei. Ignoranza, pregiudizi e rassegnazione hanno impedito di concepire la lotta contro il dolore come un obbligo terapeutico nelle strutture sanitarie e a casa del malato. Le ragioni di questa anomalia, molteplici e complesse, vengono esaminate in questo volume, che offre al lettore alcune prospettive non solo della medicina ma anche della bioetica, della religione, della psicologia, della filosofia e dell’antropologia culturale. Tali prospettive sono state affrontate da Simona Argentieri, Giovanni Filoramo, Antonio Guerci, Salvatore Natoli e Gianfranco Ravasi.
Nella seconda parte del libro tre conversazioni, rispettivamente con Silvio Garattini, Franco Mandelli e Vittorio Ventafridda, scandagliano a fondo il tema «dolore». Completa il volume la presentazione della «Carta dei diritti sul dolore inutile».
Edizioni Erickson > libri > Psicologia > Psicologia applicata > Il dolore superfluo
Un articolo di Aldo Romano sulla Stampa di oggi mi fa recuperare l’intenzione di rielaborare qualche idea su un grande concetto e principio orientatore del lavoro di servizio: