Linciaggi giornalistici impuniti? Alessandro Sallusti e la legge 194 in un articolo su Libero del 2007, dal blog di Alessandro Robecchi


per trovarlo (andate qui e leggetevelo). L’articolo (Libero, 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa:
“… ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice”
E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione.
Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi.
Il titolo, per esempio: “Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita”.
Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.
Altra frase: “Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo”.
Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre.
Ancora: “Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi”.
Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre.
E poi: “Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti”.
Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?

Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità.

Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a Libero e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo

da Alessandro Robecchi, il sito ufficiale » Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere.

Questo recupero informativo è connesso a:

Sallusti rifiuta l’accordo con il giudice e rischia il carcere: a breve la sentenza in http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/sallusti_giornale_sentenza_querela_diffamazione/notizie/221507.shtml

Rapporto Annuale su L’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA, indagine socio-demografica tra le utenti del Servizio IVG, a cura del SERVIZIO SOCIALE – DIREZIONE SANITARIA OSPEDALE dell’ANNUNZIATA di COSENZA, 2012


Ogni anno vengono abbandonati in Italia 3 mila bambini


Abbandono neonati e infanticidio. Sin: “Serve maggiore assistenza alle madri” 
11 LUG - Ogni anno vengono abbandonati in Italia 3 mila bambini. Per la Società Italiana di Neonatologia la possibilità di partorire in ospedale senza riconoscere il proprio figlio è “un passo avanti. Ma “il problema è più ampio e si articola nella prevenzione della depressione postpartum”.Leggi…

Legge 194: la Corte Costituzionale respinge la questione di legittimità costituzionale


Legge 194. Corte Costituzionale conferma diritto ad aborto 
20 GIU - Per la Consulta è inammissibile la questione di legittimità costituzionale della 194 sollevata dal giudice di Spoleto. Gallo (Ass. Coscioni) “il giudice di Spoleto invece di fare giurisprudenza, ha voluto fare politica”, per gli esponenti del Pd, Turco e Marino la 194 è equilibrata e tutela donne Leggi…

LEGGE SULL’ABORTO E MEDICI OBIETTORI. IN CORSIA ORMAI ARRIVA IL MAGISTRATO (Mario Pappagallo, Corriere della Sera)


Obiettori di coscienza in crescita. ginecologi e personale sanitario che rifiutano di prestare la loro opera a donne che richiedono di poter abortire. Così una legge dello Stato rischia un’attuazione parziale. Incompleta. 

 

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Tra cinque anni in Italia non si potrà più abortire | Blitz quotidiano


Nel 2016 in Italia non si potrà più abortite. Cinque anni e i medici non obiettori non ci saranno più. Oggi sono 150 in tutta Italia, spesso emarginati dagli altri colleghi, e quando andranno in pensione non ci saranno sufficienti nuove leve. Una fotografia drammatica che vede sempre meno applicata la legge 194, quella che regolamenta l’aborto in Italia, varata nel 1978 e confermata nel 1981 con apposito referendum.

Sempre più difficile l’aborto entro il terzo mese, quasi impossibile quello terapeutico, che si effettua fino alla ventesima settimana in caso di malformazione del feto. Questi ultimi sono gli interventi più complessi  e dolorosi. E se per le prime interruzioni di gravidanza gli ospedali possono ricorrere a personale esterno, per gli aborti terapeutici non è possibile, servono medici “strutturati”. Ecco perché questi interventi sono (e saranno) sempre più difficili.

L’obiezione di coscienza è aumentata a dismisura negli ultimi anni. I ginecologi obiettori nel 2005 erano il 59,7%, nel 2009 erano ben il 70,7.  Gli anestesisti, negli stessi anni, sono passati dal 45,7 al 51,7%. I paramedici dal 38,6 al 44,9%. Allo stesso tempo il tasso di abortività, dal 1980 a oggi, si è pressoché dimezzato, passando dal 15,3 di 30 anni fa al 8,2 del 2010.

Il fatto è che i medici non obiettori sono spesso emarginati, vessati, costretti a turni massacranti e a fare solo aborti. Una dottoressa di un ospedale pubblico delle Marche ha raccontato a Repubblica: “Otto anni senza ferie, senza potermi occupare né di parti né di altri interventi, solo e soltanto aborti. Nel gelo e nel disprezzo degli altri colleghi, come fossi una ladra. Ho avuto un esaurimento, ho detto basta. Adesso il servizio di interruzione della gravidanza è chiuso”. E le nuove leve, per paura di un trattamento simile, dichiarano subito l’obiezione per non avere intoppi di carriera e non finire “al confino”.

20 ottobre 2011 | 11:28

da Tra cinque anni in Italia non si potrà più abortire | Blitz quotidiano.

Aborto. E’ polemica su sepoltura feti. Medici della Fp Cgil: “Fermare questa violenza psicologica sulla donna”


27 LUG - L’Azienda ospedaliera S. Anna e San Sebastiano di Caserta e l’Associazione “Difendere la vita con Maria” hanno siglato un accordo per “assicurare una degna sepoltura a quelli che sono definiti tecnicamente ‘prodotti abortivi’”. Un accordo simile a quello già siglato a Cremona dal 2010. Per i medici della Fp Cgil “il servizio pubblico non dovrebbe compiere scelte ideologiche di natura religiosa a danno della salute della donna e in conflitto con la deontologia professionalità dei medici e degli operatori”. Leggi…

ANTEPRIMA. Superticket. Un decreto del ministero ricalcola gli effetti nelle regioni. E bufera – pamalteo@gmail.com – Gmail.

Paolo Ferrario, BIOPOLITICHE E INIZIO VITA: contraccezione e interruzione volontaria della gravidanza, Audio Lezione a commento della Dispensa didattica n. 19


anche tra le donne immigrate comincia a calare il tasso di abortività e questo soprattutto in quelle regioni dove sono più avanzati i programmi e le politiche di integrazione, compresi quelli interni al sistema sanitario che prevedono precisi interventi di mediazione linguistica e culturale


“Negli ultimi anni abbiamo assistito alla progressiva diminuzione del tasso di abortività tra le donne italiane a fronte della crescita del ricorso all’IVG tra le straniere. Ebbene i dati più recenti ci mostrano che anche tra le donne immigrate comincia a calare il tasso di abortività e questo soprattutto in quelle regioni dove sono più avanzati i programmi e le politiche di integrazione, compresi quelli interni al sistema sanitario che prevedono precisi interventi di mediazione linguistica e culturale”.  E’ Angela Spinelli, il direttore del Reparto salute della donna dell’Istituto superiore di sanità, a fornire il dato che conferma come il lavoro di queste figure professionali vada ben oltre quella visione volontaristica e ancellare che in molti si ostinano ad avere nei confronti dei circa 4.000 operatori della mediazione sanitaria che operano nel nostro Paese.

da: QS – Quotidiano Sanità: Regioni e Asl – Immigrazione e salute. Con il “mediatore” calano gli aborti tra le donne straniere.

ANTONIO FILICE, Rapporto Annuale IVG 2010 all’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza


DI GRAVIDANZA
-Indagine socio-demografica tra le utenti del Servizio IVG dell’Ospedale Annunziata nell’anno 2010″.
Ritenendo utile far conoscere i dati relativi al fenomeno IVG, sia pure
limitatamente alle ivg effettuate
presso l’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza, porgo cordiali saluti.

Interruzione volontaria della gravidanza: stroncatura del Tribunale amministrativo regionale, che ha dichiarato «illegittima l’intera disciplina impartita dalla Regione» per contrasto con la legge statale 194, e annullato la delibera lombarda del 22 gennaio 2008da: Edicola RCS


«Le linee guida che abbiamo adottato come Regione Lombardia non sono certo in contraddizione con la legge 194 sull’aborto, anzi diventeremo un modello per il resto d’Italia» , si diceva sicuro nel 2008 il presidente Roberto Formigoni a proposito delle disposizioni con le quali prescriveva che l’interruzione volontaria di gravidanza fuori dai primi 90 giorni, in caso di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, non potesse essere effettuata oltre la 22 ª settimana più 3 giorni (dopo la quale presumeva la possibilità di vita autonoma del feto), e imponeva al ginecologo di avvalersi di altri specialisti. Ma l’auspicio di Formigoni s’infrange ora nella stroncatura del Tribunale amministrativo regionale, che ha dichiarato «illegittima l’intera disciplina impartita dalla Regione» per contrasto con la legge statale 194, e annullato la delibera lombarda del 22 gennaio 2008. A ricorrere al Tar, facendo leva sull’articolo 117 della Costituzione che riserva alla competenza legislativa dello Stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili o sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, erano stati 8 medici con la Cgil della Lombardia, rappresentati dagli avvocati Vittorio Angiolini, Ileana D’Alesso e Marilisa D’Amico. Il Tar (presidente Giordano, estensore Celeste Cozzi) premette che la legge sull’aborto del 1978 contempera la tutela giuridica del concepito (ricompresa nell’articolo 2 della Costituzione sui diritti inviolabili dell’uomo) con i casi nei quali può essere sacrificata se collide con la necessità di evitare gravi pericoli alla salute della madre (articolo 32 della Costituzione che impone di dare assoluta prevalenza al bene-salute di una persona già nata): la legge fissa le condizioni al ricorrere delle quali le prestazioni del servizio sanitario debbono essere rese affinché i diritti di madre e nascituro possano essere tutelati. Ma «per determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni» , ragiona il Tar, «non deve intendersi esclusivamente l’individuazione degli standard strutturali e qualitativi delle prestazioni, ma anche (e prima ancora) delle condizioni cui è subordinato l’accesso a quelle prestazioni: sarebbe del tutto illogico permettere che una materia tanto sensibile» come l’aborto, che coinvolge scelte di fondo riguardanti valori essenziali quali “ vita” e “ salute”, possa essere disciplinata differentemente sul territorio nazionale, lasciando che siano le Regioni a individuare, ciascuna per il proprio territorio, le condizioni per l’accesso alle tecniche abortive» . In questa cornice il Tar boccia le linee guida di Formigoni laddove, nel caso in cui la madre non sia in pericolo di vita, ammettono l’aborto terapeutico solo se vi è impossibilità di vita autonoma del feto, e cioè se non ha raggiunto un grado di maturità tale da consentirgli, una volta estratto dal grembo materno, di completare il suo processo di formazione

l’intero articolo su

  • Domenica 2 Gennaio, 2011
  • CORRIERE NAZIONALE – CORRIERE NAZIONALE

da: Edicola RCS.

Ministero della Salute RELAZIONE DEL MINISTRO DELLA SALUTE SULLA ATTUAZIONE DELLA LEGGE CONTENENTE NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITÀ E PER L’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA (LEGGE 194/78) – DATI PRELIMINARI 2009 – DATI DEFINITIVI 2008


Vai al file pdf:

http://www.sossanita.it/Approfondimenti/Rapporto%20194%202010.pdf

Relazione del ministro sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78


E’ stata pubblicata sul sito del Ministero della salute la “Relazione del ministro sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78)”.
Il dossier contiene i dati preliminari 2009 e i  dati definitivi 2008

Il caso del feto vivo dopo l’aborto. Mons. Sgreccia: doverosa l’assistenza al di là della legge, da Radio Vaticana


Il caso del feto di 22 settimane rimasto in vita per 24 ore dopo un aborto terapeutico praticato in un ospedale calabrese e poi deceduto per mancanza di ossigeno sta scuotendo l’opinione pubblica italiana. Medici e infermieri coinvolti nell’interruzione di gravidanza hanno ricevuto un avviso di garanzia: la Procura della Repubblica di Rossano indaga per capire se siano state violate le disposizioni della legge 194. La Curia vescovile ha parlato di “arbitraria superficialità dei sanitari nell’omettere qualsiasi tipo di cura e rianimazione del bambino”.

Trecento grammi appena e un cuore che doveva morire e invece non ha voluto smettere di battere. Almeno per un altro giorno, finché ha dovuto arrendersi. Ora si è spento per sempre, ma la storia del piccolo feto mai diventato bambino ha avuto un iter di una drammaticità inusuale nemmeno per le stanze abituate agli aborti terapeutici. I fatti: lo scorso sabato mattina, una donna si presenta all’ospedale “Nicola Giannattasio” di Rossano Calabro, in provincia di Cosenza. Ha deciso di interrompere la sua prima gravidanza alla 22.ma settimana: l’ultima ecografia ha evidenziato due malformazioni al palato e al labbro del figlio che porta in grembo. I medici del reparto di Ostetricia dell’ospedale le praticano l’aborto terapeutico e depositano il feto espulso, avvolto in un lenzuolo, dentro un contenitore, in attesa che muoia. Ma il piccolo esserino non si spegne, continua a respirare anche se non ce la fa da solo, avrebbe bisogno di un aiuto che la legge non ha previsto per la sua età e che dunque non gli viene concesso anche perché nessuno è tenuto a verificare. Ma nelle ore successive, qualcuno si accorge dei timidi movimenti nel contenitore. Si reca dal cappellano dell’ospedale e nel segreto della confessione gli racconta ciò che ha visto. Ma è già domenica mattina quando don Antonio Martello verifica di persona: una terribile scena di solitudine, a 24 ore ormai dall’aborto, che più tardi si consuma con l’ultimo sussulto vitale del feto. Sulla vicenda ora indagano gli inquirenti calabresi per stabilire chi aveva il compito di verificare il decesso e se si sia configurato un caso di abbandono terapeutico. Emanuela Campanile ha raccolto il commento del vescovo Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, che riflette sui limiti di una legge che assicura l’intubazione e la ventilazione solo a feti vitali di 23 e 24 settimane:
 
“Il medico non deve guardare la data deve guardare il fatto. Quindi, se un feto viene abortito, volontariamente o accidentalmente, e lo si trova vivo anche se ai limiti della sopravvivenza, ai limiti cronologici, e però si è di fronte a un feto che, o perché vigoroso o perché non calcolate bene le date, di fatto viene fuori vivo, si è obbligati a farlo vivere. Questo venga chiarito per legge, o addirittura venga anticipata la data della vitalità. Quindi, ha fatto bene il vescovo a richiamare la massima attenzione e vigilanza, perché quello che vale di fronte alla vita umana – di fronte alla coscienza, di fronte a Dio – è uno che nasce e addirittura è già fuori dell’utero materno e si dimostra di essere vitale, deve avere tutto il soccorso per essere accompagnato”.

Il caso del feto vivo dopo l’aborto. Mons. Sgreccia: doverosa l’assistenza al di là della legge

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Cinquant’anni di Pillola non ci hanno portato la felicità, di Giuliano Ferrara, Il Foglio» del 26 aprile 2010



di Giuliano Ferrara

Ho letto un bell’articolo di Time sui cinquant’anni della pillola, anzi la Pillola. Quella che Paolo VI condannò, con grande scandalo e dolore, contro il parere della gerarchia che aveva appena chiuso il Vaticano II e voleva aprire al mondo. Quella che l’Economist definì dieci anni fa “il più importante progresso scientifico del Novecento”. Il pezzo è ben fatto, ma ideologico. Dice che la Pillola fa bene contro il cancro e il mal di cuore, e lascia al dubbio di molti le eventuali controindicazioni mediche. Stabilisce un collegamento tra la Pillola e l’esplosione delle libertà: dal razzismo, dal sessismo e patriarcalismo machista, dalla presa autoritaria dei vecchi sui giovani, dall’invadenza della chiesa in fatti della coscienza pubblica e dello stato. Pillola come bandiera. Bandiera del lavoro femminile, dell’eguaglianza delle opportunità tra i sessi a partire dall’istruzione nelle Università, di un controllo delle nascite inteso come grande guerra di valori contro un natalismo oppressivo della condizione della donna eccetera.
Va bene, va bene. E’ anche vero che non si possono attribuire alla Pillola tutti gli squilibri di cui magari ci si potrebbe perfino lamentare, a voler essere bigotti e antimoderni. Non è colpa della Pillola se si registra una certa perdita di senso della famiglia biparentale tradizionale, del matrimonio e dell’educazione come progetto di vita e di successione delle generazioni, per non parlare dell’aborto e del nostro progressivo ottundimento morale nei suoi confronti. Inutile prendersela con lei, la Pillola, per la manipolazione genetica della vita come altra faccia dell’idea che i figli sono fabbricabili, sono prodotti facoltativi, compresa la deriva dell’eugenetica e della pianificazione familiare omicida come in Asia. Insomma, facciamo finta che l’unica conseguenza della Pillola sia stato un vento di liberazione, di autonomia, di presa di possesso di sé stesse per le donne non più condannate al ruolo riproduttivo cosiddetto. Facciamo finta di niente, lasciamo che si compia il ciclo ideologico liberal, non roviniamo la festa di compleanno della Contraccezione.
Resta il fatto che il sesso senza conseguenze, avallato dal “primo medicinale assunto regolarmente per una ragione diversa dalla cura di una malattia” (Time), non ha prodotto quel mondo estatico, edonistico, eudaimonistico, quel mondo piacevole e felice che si era immaginato, e che sembrava suggellato dal sorriso stupefacente dei figli dei fiori o dalla carnalità metaconcertistica avvoltolata nel fango creativo di Woodstock. La mentalità femminista mette a buon diritto l’accento sull’angoscia del restare incinte sanata dalla Pillola insieme a molte altre preoccupazioni sociali e di sviluppo di una personalità libera. D’accordo. Ma le altre angosce? L’altro dolore?
Ernest Hemingway diceva che è moralmente cattivo un atto che non ti soddisfa, moralmente buono il suo contrario. Va bene, ammettiamo che sia così, che questo brocardo del relativismo esprima una relazione di causa ed effetto bronzea, necessaria, infallibile. Siamo soddisfatti? Cinquant’anni dopo la rivoluzione tecnomedica che ha separato il sesso dalle sue conseguenze, e l’eros dalla sua specifica virtù di carità e di amore, direi che sarebbe responsabile, e anche ragionevole, riflettere sul grado di soddisfazione media rintracciabile nelle società secolarizzate integralmente e spesso totalitariamente. Non mi sembra altissimo, francamente. I progressi ci sono stati, eppure non è l’incanto della libertà, ma il suo fantasma buñueliano, che ci segue come un’ombra. E se anche sarebbe impensabile tornare indietro, in un certo senso, ciascuno dentro di sé cerca lo spazio di coraggio e di curiosità per interrogarsi su come andare avanti. Thomas Mann diceva che l’umanità ha un “udito fine”, nonostante tutto, ed io ci credo. Si può fare di meglio, sembrerebbe, nell’ambizione di viver felici. Parecchio meglio.

«Il Foglio» del 26 aprile 2010

Editoriali & altro …: Cinquant’anni di Pillola non ci hanno portato la felicità

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ISTAT, L’interruzione volontaria di gravidanza in Italia, DATI AL 2007


Nelle tavole statistiche disponibili in download sono contenuti i dati e gli indicatori riferiti all’anno 2007 relativi alle interruzioni volontarie di gravidanza.

Sono incluse informazioni sulle caratteristiche socio-demografiche della donna (età, stato civile, titolo di studio, condizione professionale, luogo di residenza, cittadinanza), sulla storia riproduttiva pregressa (numero di nati vivi, nati morti, interruzioni volontarie e aborti spontanei precedenti) e sull’aborto (età gestazionale, rilascio della certificazione, tipo di intervento, terapia antalgica, durata della degenza).

Accanto a un’analisi temporale del fenomeno, riferita agli anni 1988-2007, i dati e gli indicatori per l’anno più recente sono presentati a livello nazionale e a livello di dettaglio regionale e provinciale.

L’interruzione volontaria di gravidanza in Italia

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Moratoria sui nuovi pagani: come nella antichità, oggi Cina e India prati – di Francesco Agnoli IL FOGLIO – 29/07/2009cano lo sterminio dei neonati. Un libro racconta la strage delle bambine


Moratoria sui nuovi pagani – di Francesco Agnoli

IL FOGLIO – 29/07/2009 [681,38 KB]

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Susanna Dolci intervista Claudio Risé su “La crisi del dono. La nascita e il no alla vita“, per “il Fondo Magazine” di Miro Renzaglia


Susanna Dolci intervista Claudio Risé su “La crisi del dono. La nascita e il no alla vita“, per “il Fondo Magazine” di Miro Renzaglia

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Il politico ex comunista e ora giornalista Giuliano Ferrara ha voluto introdurre in queste elezioni un elemento di fortissimo e cruento conflitto in tema di “difesa della vita” e di aborto, da lui equiparato all’ omicidio


Il politico ex comunista e ora giornalista Giuliano Ferrara ha voluto introdurre in queste elezioni un elemento di fortissimo e cruento conflitto in tema di “difesa della vita” e di aborto, da lui equiparato all’ omicidio.
Le parole ed i toni usati sono molto aggressivi e tipici di una persona che non conosce equilibrio e mezze misure. Con mia moglie, guardandolo e ascoltandolo alla televisione mercoledì sera, ci siamo detti: “è una grave crisi mistica da andropausa”. Aggiungerei che c’è anche un “effetto Rasputin”, dovuto alla evidente somiglianza somatica.
Sono un estimatore, a corrente alterna, di questo personaggio pubblico, che conosco in tutto il suo itinerario personale, essendo noi coetanei (1948 io, 1952 lui) ed avendo percorso – in parte – le stesse esperienze di partito.
Però questa volta i suoi argomenti sono estremanente contraddittori: verissimi per quanto riguarda l’uso eugenetico e sessista dell’aborto in Cina e India e falsissimi, invece, per quanto riguarda l’uso della interruzione volontaria di gravidanza all’interno del nostro ordinamento giuridico.
Fra il 1975 (legge sui consultori familiari) e il 1981 (referendum sulla legge 194) da militante locale ho attivamente partecipato a quella vicenda legislativa.
Faccio dunque un piccolo ripasso di storia delle istituzioni.

In tema di aborto e più precisamente di interruzione volontaria della gravidanza  si sono confrontate varie posizioni . Quella cattolica, che condanna moralmente qualsiasi aborto procurato e vieta anche la contraccezione, secondo cui l’embrione, dal concepimento, é ritenuto in possesso di   tutte le caratteristiche fondamentali dell’essere umano e quindi va trattato come una persona. Quella del Movimento per la vita, che si oppone all’aborto, ma lascia libertà di opinione sulla liceità morale della contraccezione ed ammette la possibilità dell’interruzione della gravidanza quando fosse necessario salvare la vita della donna. All’opposto di questi orientamenti, c’è la posizione per la liberalizzazione dell’aborto, sulla base della considerazione che esso è un problema privato della donna e deve essere risolto nella riservatezza del rapporto medico-paziente. Infine esiste la posizione per la legalizzazione dell’aborto, che lo ammette entro criteri, forme e procedure regolate dalla legge. Tutte le legislazioni su questo problema rientrano in tale categoria.

In Italia, il codice penale del 1932 collocava il reato di aborto nel capitolo “Dei delitti contro l’integrità e sanità della stirpe” e prevedeva le seguenti sanzioni: per l’aborto di donna consenziente da 2 a 5 anni di reclusione; per l’aborto procuratosi dalla donna da 1 a 4 anni; per l’istigazione all’aborto da 6 mesi a 2 anni. E’ da rilevare che se i fatti erano commessi “per salvare l’onore proprio e di quello di un prossimo congiunto” le pene potevano diminuire dalla metà ai due terzi. In tale contesto giuridico erano possibili solo:  a) l’aborto eseguito  in stato di necessità per “salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”; b) l’aborto clandestino, che dimostrava l’inefficacia della legge repressiva e che avveniva in condizioni sanitarie di grande insicurezza e danno alla salute.

Una prima modifica di questa legislazione è avvenuta con una sentenza della Corte Costituzionale (Sentenza Corte Costituzionale n.27/1975), nella quale (pur ribadendo che la “tutela del concepito abbia fondamento costituzionale”) si considera  che “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi é già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”. Con tale sentenza veniva sostanzialmente confermata ed ampliata la possibilità dell’aborto per motivi terapeutici cioé “quando l’ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo grave, medicalmente accertato [...]per la salute della donna”.

La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza è stata approvata, dopo vari tentativi iniziati dal 1972, con uno scarto minimo di voti: 308 alla Camera (contro 275); 160 al Senato (contro 148). I punti chiave della Legge 22 maggio 1978 n. 194, Norme per la tutela sociale della maternità e della interruzione volontaria della gravidanzasono i seguenti:

-         prevenzione : riconoscimento che l’interruzione volontaria della gravidanza (di seguito IVG) “non é mezzo per il controllo delle nascite” (art.1); rafforzamento del ruolo dei consultori che informano sui diritti spettanti alla donna, contribuiscono a “far superare le cause che potrebbero indurre la donna alla IVG” (art.2), garantiscono i necessari accertamenti medici in caso di IVG cercando anche le possibili soluzioni per i problemi connessi alla richiesta (art.5); la prescrizione  dei mezzi contraccettivi é consentita anche ai minori

 

-    caso di IVG entro i primi 90 giorni di gravidanza:

-         motivazioni: la donna si rivolge ad un consultorio, o ad una struttura socio-sanitaria abilitata dalla regione e dichiara le circostanze che inducono alla richiesta di IVG: serio pericolo per la salute fisica o psichica; condizioni economiche, o sociali o familiari; circostanze in cui è avvenuto il concepimento; previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art.4)

-         procedure di accertamento: in caso di urgenza il medico “rilascia immediatamente alla donna un certificato” che autorizza l’IVG; nei casi normali il medico “rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza”, trascorsi 7 giorni “la donna può presentarsi per ottenere la IVG” (art.5/III,IV)

-         sede dell’intervento: servizio ostetrico ginecologico dell’ospedale, case di cura autorizzate dalla regione, poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati (art.8)

-         obiezione di coscienza: il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie può sollevare obiezione di coscienza solo per le procedure connesse all’IVG ma non per “l’assistenza antecedente e conseguente l’intervento;

-    caso di IVG dopo i 90 giorni di gravidanza:

-         motivazioni: l’IVG può essere praticata solo in caso di grave pericolo per la vita della donna e per accertati processi patologici relativi al nascituro ed alla salute fisica o psichica della madre (art.6)

 

-         procedure di accertamento: effettuate dal medico del servizio ospedaliero che deve fornire documentazione sul caso ed informare il direttore sanitario; in caso di imminente pericolo di vita della donna l’intervento può essere praticato anche fuori delle strutture previste, dandone comunicazione alla USL (art.7)

-         caso di IVG di minorenni (art.12): a) entro i primi 90 giorni é richiesto l’assenso di chi esercita la potestà o la tutela, ma nei casi in cui ciò sia sconsigliabile é richiesto l’intervento e l’autorizzazione del giudice tutelare; in caso di urgenza a causa di un grave pericolo di vita, il medico rilascia certificato per ottenere l’intervento; b) dopo i 90 giorni vale la stessa normativa di cui sopra

 

-         caso di IVG di interdette (art.13): la richiesta può essere presentata oltre che da lei, anche dal tutore o dal marito non tutore; la richiesta deve essere trasmessa al giudice tutelare il cui provvedimento costituisce titolo per ottenere l’intervento

 

-         sistema informativo: ogni anno il Ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge

 

-         sanzioni penali: sono puniti le IVG che avvengono al di fuori delle procedure indicate; le pene sono aumentate se le IVG sono praticate da medici che hanno sollevato obiezione di coscienza.

 

La legge 194 é stata sottoposta nel 1981 a due referendum abrogativi: a) per la totale liberalizzazione dell’aborto (richiesto dal Partito Radicale), che é stato respinto con l’88,5% dei voti; b) per limitare l’aborto esclusivamente al tipo terapeutico (richiesto dal Movimento per la vita), che é stato respinto con il 67,9% dei voti.

Nel frattempo le IVG legalizzate sono passate da 187.752 nel 1979 a 227.809 nel 1984. E negli anni successivi è continuata la riduzione: 210.192 nel 1985; 138.354 nel 1998 (9,3 casi ogni 1000 donne residenti in età feconda).

Un particolare problema che si pone è quello della ”recidività” del ricorso all’aborto (IVG ripetute)  quale indiretto indicatore che il modello organizzativo dei servizi non funziona proprio nei confronti di questa popolazione a rischio. In particolare viene messa in discussione l’ipotizzata relazione tra l’aumento delle pratiche contraccettive e la diminuzione dell’aborto. I due fenomeni non sono meccanicamente correlabili, perché dipendono da atteggiamenti psicologici fra loro opposti: attivo e preventivo per la contraccezione, passivo e come soluzione di urgenza a posteriori per l’aborto.

In ambito clinico, questo tema é analizzabile nel quadro delle  ”resistenze alla contraccezione”. Il controllo della fecondità umana è influenzato da molti fattori di tipo socioculturale, psicologico ed affettivo. La sola informazione sui mezzi anticoncezionali spesso non é sufficiente a favorire atteggiamenti e comportamenti di tipo razionale o, come si dice, “consapevole”. In proposito la psicologa Silvia Vegetti Finzi osserva che “molte volte le ragazze non prendono sufficienti precauzioni contro la gravidanza perché inconsciamente hanno bisogno della conferma della propria identità sessuale” .

Le ricerche socio-demografiche mettono in evidenza che, a oltre 20 anni dalla legalizzazione della interruzione volontaria della gravidanza, le donne italiane considerano l’aborto indotto uno strumento di cui disporre se necessario, ma sempre con una certa cautela. In particolare si è osservato che la scelta di abortire, per una quota non irrilevante di donne, si connota comeun’esperienza molto personale e soggettiva che da un lato si aggancia a condizioni contingenti e dall’altro poggia su un sistema di valori (che potrebbe spiegare anche qualche cosa in merito al calo della fecondità nel nostro paese) che legittimano la maternità a condizione che ci sia una accettazione di fondo del nascituro da parte della madre.

Una ricerca dell’Istat  ha evidenziato queste tendenze:

-         la crescita del tasso di abortività delle minorenni

-         forte aumento delle interruzioni volontarie della gravidanza fra le donne nate all’estero residenti in Italia

-         forte riduzione dell’aborto clandestino

in : Paolo Ferrario, Politica dei servizi sociali, Carocci editore, Roma 2001, pagg. 257-261

Quanto sopra per fissare qualche criterio storico, legislativo e socio-culturale.

Ma l’aspetto più insidioso e manipolatorio è l’argomento della equiparazione, malevolmente posta da Ferrara, fra aborto ed omicidio e la conseguente divisione , da lui esasperata,  della opinione pubblica fra chi è “contro” la vita e chi è “per” l’accoglienza alla vita.

Dato che è questa una questione rilevante, faccio qui una specie di servizio culturale, riproponendo alcune pagine diLaura Conti ( l’intellettuale, la medichessa, la biologa, la storica, la politica … di cui ho spesso parlato qui) che scriveva così in un libro ormai introvabile di quegli anni:

La vita è un processo caratterizzato da una crescita invasiva.

Una modalità di organizzazione della materia che chiamiamo « vita » prese inizio circa tre miliardi di anni fa, con l’organiz­zazione di poco materiale che fluttuava a più di dieci metri sotto il livello del mare. Lentamente quel poco materiale che si era organizzato in maniera « vitale » reclutò i materiali che lo circondavano e li organizzò secondo il proprio modello. Via via che continuava questa crescita quantitativa le forme viventi si differenziarono sempre più e accanto ai modelli primitivi, si­mili ai nostri batteri, comparvero forme più grosse e comples­se, organismi ancora formati di una sola cellula ma dotati di cromosomi. Alcuni di essi si raggrupparono formando organi­smi multicellulari che via via si differenziarono lungo tre linee separate, la linea delle piante, quella dei funghi e quella degli animali che colonizzarono successivamente le terre emerse. I primi animali che tentarono la grande avventura abbandonan­do l’ambiente idrico furono gli scorpioni e alcuni molluschi, poi i pesci dotati di polmoni che dovevano dare origine agli anfibi e ai rettili. E poi dai rettili originarono due linee, quella degli uccelli e quella dei mammiferi, alla quale anche noi ap­parteniamo. A poco a poco, attraverso questa lunga storia, quantità sempre più grandi di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, fosforo, ferro, magnesio, sodio e potassio si organizza­rono in forma di organismi viventi occupando, dopo i mari e le acque dolci, estensioni sempre più vaste delle terre emerse.

Tutto questo è potuto avvenire grazie a un grande spreco di vite.

Moltissime delle alghe che furono lanciate sulle rive mo­rirono, prima che qualcuna di esse potesse abbarbicarsi e dare origine a un muschio. Moltissimi dei muschi che il vento por­tò un po’ più lontano dalla riva morirono, prima che qualcuno di essi potesse dare origine a una felce. Moltissimi dei pesci polmonati, trovatisi in pozzanghere che la siccità isolò rispetto al fiume, morirono prima che qualcuno di essi desse origine a un animale stabilmente capace di respirare aria, cioè a un ante­nato dei moderni anfibi (e nostroantenato).

La progressiva estensione del dominio della vita è stata possibile soltanto gra­zie allo spreco di vite.

Se credessimo a un Progetto, potremmo dire che il progetto globale (l’estensione del dominio della vita) ha potuto realizzarsi soltanto grazie all’interruzione precoce di molti progetti parziali (le vite degli individui che, nel passaggio da un ambiente a un altro, sono morti). Se non crediamo all’e­sistenza di un Progetto, ci esprimiamo diversamente: e dicia­mo che si sono evolute, dando origine a nuove specie viventi, soltanto quelle specie che avevano eccessi demografici da spre­care, quelle specie che avevano una tale esuberanza riprodutti­va da contare in ogni momento su un numero di nati tale da colmare tutta la nicchia ecologica d’origine e per di più da tra­boccarne al di fuori occupando nuovi ambienti e incontrando­vi — fra pochissime probabilità di vita — un’elevatissima proba­bilità di morte. Sopravvivere al di là dei limiti dell’ambiente nel quale si è avuta origine è stato sempre spaventosamente improbabile: le specie viventi vi sono riuscite solo perché ave­vano un’immensa capacità riproduttiva; il cui prezzo era sem­pre, in ogni momento, un’immensa mortalità.

Col procedere dell’evoluzione, col complicarsi degli apparati, delle funzioni organiche, delle esigenze dell’organismo, la capa­cità riproduttiva è andata diminuendo, pur rimanendo superio­re alle disponibilità dell’ambiente nel quale vive ogni specie. Gli uccelli hanno minore capacità riproduttiva degli insetti, i mammiferi ne hanno meno dei pesci. Perciò anche la morte ha un significato diverso per le diverse specie: la morte di un in­dividuo in crescita, di un uovo fecondato, è priva d’importanza per i pesci; è gravissima per gli scimpanzè e per i gorilla che hanno un potenziale riproduttivo molto basso.
La diminuzione della potenzialità riproduttiva che si è verificata lungo l’evoluzione biologica non è avvenuta per diminu­zione della potenzialità riproduttiva sia dei maschi che delle femmine, ma esclusivamente per diminuzione della potenzialità riproduttiva delle femmine. Sotto il profilo della potenzialità riproduttiva l’evoluzione biologica è un processo che coinvolge soltanto le femmine, perché l’organismo femminile è molto più impegnato dell’organismo maschile nel processo di riproduzio­ne  [ …]
Le centinaia di migliaia di uova presenti nell’ovaio umano al momento della nascita  sono  moltissime  rispetto  all’effettiva possibilità di procreazione da parte della donna, che non può portare a termine più di una ventina di gravidanze, ma sono pochissime rispetto ai miliardi di spermatozoi che si formano, lungo il ciclo vitale individuale, nell’organismo dell’uomo. È come se si manifestasse, accanto al « principio di spreco », un contrastante « principio di risparmio » (l’uovo « costa » più del­lo spermatozoo, quindi va risparmiato). Naturalmente potrem­mo parlare di « principi » solo se credessimo a un Progetto; ma se non crediamo a un Progetto (o se ci asteniamo dal supporlo,  il che forse  esprime più esattamente l’atteggiamento scientifico), allora possiamo dire che sono sopravvissute, evolvendosi, le specie capaci di spreco delle funzioni semplici e capaci di risparmio nelle funzioni complesse [ …]
Nella funzione riproduttiva il principio di risparmio non si manifesta soltanto con la diminuzione del numero delle cellule seminali lungo l’evoluzione dalle specie più semplici alle specie più complesse, e più specificamente con la diminuzione del nu­mero delle uova in confronto agli spermatozoi, ma anche in molti altri modi. In alcuni mammiferi (per esempio nel coni­glio) il principio di risparmio fa sì che la maturazione delle uova si completi soltanto dopo il coito: perché fare il lavoro di portare a termine la maturazione delle uova, se non ci sono spermatozoi in vista? Non si fanno lavori inutili…
[ …]
Anche l’aborto spontaneo è un aspetto del principio di ri­sparmio. Più o meno in tutte le specie di mammiferi, e anche nella specie umana, la maggior parte dei prodotti del concepi­mento che hanno qualche anomalia o malformazione vengono spontaneamente abortiti: molte donne hanno aborti spontanei dei quali non si accorgono perché li scambiano per  «semplici ritardi mestruali »; non si tratta di avvenimenti rari: sono invece frequentissimi. Nel caso dell’aborto spontaneo non c’è stato « risparmio » né di spermatozoi né di uova: però viene risparmiato l’organismo femminile dal peso e dal rischio di una gra­vidanza e di un parto che non sarebbero utili ai fini della specie in quanto porterebbero alla nascita di un  individuo incapace di sopravvivere. In certe specie l’aborto è una manifestazio­ne del principio di risparmio non in quanto evita la nascita di un individuo incapace di sopravvivere, e di procreare a propria volta, ma in quanto evita la nascita di individui meno adatti alla vita di altri individui che potrebbero nascere al loro posto.
[…]
Nessuna specie può servire da modello interpretativo per le altre, nemmeno fra specie piuttosto vicine nella scala evolutiva come sono gli uomini e i licaoni. Se mi sono soffermata su questi esempi di soluzioni trovate da specie diverse dalla no­stra, l’ho fatto solo per rilevare alcune poche grandi costanti che si ritrovano in tutte le specie viventi; non perché un Pro­getto le abbia dotate di alcune caratteristiche simili, ma perché sono sopravvissute soltanto le specie che le possedevano.
La grande costante fondamentale è la potenzialità riproduttiva esuberante rispetto alle risorse dell’ambiente.
Un’altra grande costante è la diminuzione della potenzialità riproduttiva che sopravviene con il complicarsi delle funzioni e degli apparati, e che nelle specie sessuate si verifica nel sesso femminile. [ …]
Dunque possiamo dire che nella specie umana un’alta frequenza di aborti – anche tre in un anno – è connessa con la mancanza di un estro vero e proprio. D’altronde alla mancanza di un estro vero e proprio è connessa, se­condo la maggior parte degli studiosi, tutta una serie di fatti che hanno portato all’homo sapiens e alle caratteristiche che gli conosciamo. Secondo questa con­cezione la continua disponibilità della donna all’accoppiamento ha creato saldi legami di coppia, il saldo legame di coppia ha reso possibile l’inibizione dell’aggressività tra maschi, e questo ha reso possibile una cooperazione più efficiente e una vita sociale più costruttiva   […] e connesso allo sviluppo di quei caratteri specifici della nostra specie che ci sembrano migliori: l’atteggiamento positivo verso i compa­gni di specie, la disponibilità all’aiuto reciproco, l’amore per il compagno ses­suale. In particolare, l’aborto provocato è un prezzo che si paga per quel preva­lere della corteccia cerebrale del quale siamo tanto orgogliosi. Ma non è un prezzo pagato dalla specie nel suo insieme: è un prezzo pagato dalle donne. Alle quali, per il fatto che pagano questo prezzo, ne vengono fatti pagare degli altri.
Le inibizioni all’ovulazione o alla fecondazione, come pure le morti di embrioni, di feti, di organismi giovani ancora incapaci di procreare, costituiscono forme diverse di diminu­zione della capacità riproduttiva. Non sembri strano parlare della morte di un bambino come di una « di­minuzione della potenzialità riproduttiva della specie ». Non significa ignorare il valore dell’esistenza individuale; significa soltanto rilevare che, tra la morte di un organismo che già si è riprodotto e la morte di un organismo che ancora non si è riprodotto, la seconda apre, a distanza di tempo, un più grande vuoto negli effettivi della specie. La vittoria sulle malattie infantili ha dato alla cresci­ta demografica un impulso molto maggiore che la vittoria su questa o quella malattia degli adulti  [ …]

Già prevedo molte delle obiezioni che verranno fatte alle pagine che ho scritto sin qui. Qualcuno dirà che mi sono rifat­ta alla biologia, all’etologia, alla socio-biologia e alle scienze af­fini; non intendo difendermi da questa accusa perché non la ritengo denigratoria. Qualcuno specificherà maggiormente e mi accuserà di aver « messo sullo stesso piano » l’uomo e gli altri animali. Ribatterò che non li ho messi sullo stesso piano ma ho cercato di studiarli col medesimo metro, perché soltan­to in questo modo si possono rilevare le differenze. Nessuno, per confrontare due lunghezze diverse, userebbe diverse unità di misura: è proprio l’impiego dell’identica misura che da con­to delle differenze. È comunque un po’ strano che, fra i molti che avversano gli etologi e i socio-biologi in nome del fatto che le determinanti della specie umana sarebbero storiche anzi­ché biologiche (se mi è lecito schematizzare così la polemica), non se ne sia levato uno solo, durante la campagna referenda­ria, a dire chiaramente che l’embrione, sul quale agiscono sol­tanto determinanti biologiche, non è da considerarsi « uomo » (altri, è chiaro, sono i motivi che inducono me a non conside­rarlo tale; gli avversari dell’etologia e della socio-biologia avrebbero dei motivi in più di quelli che ho io, ma non li han­no adoperati). Ma se a muovermi l’accusa di impiegare per  l’uomo e per gli altri animali i medesimi strumenti concettuali  sarà un cattolico, non avrò molto da ribattere: perché mi ren­do conto che, nella sua concezione, la diversità fra l’uomo e gli altri animali è fondamentalmente un diverso rapporto con Dio; il cattolico, nel confrontare al rapporto con Dio le acqui­sizioni delle scienze biologiche, psicologiche, etologiche, avrà probabilmente i suoi problemi: ma io non ne posso discutere perché i problemi miei sono altri. Aggiungerò che a tenermi lontana dal cattolicesimo è proprio soprattutto “questo, la negazione dell’unità del mondo vivente nel suo insieme, in nome di un rapporto con Dio che lo divide: di qua l’Uomo e di là il Resto.

In : Laura Conti, Il tormento e lo scudo, Mazzotta editore, Milano 1981, pagg.  9-21

Ritraduco in modo più semplice e sintetico: nel circuito della vita umana c’è un eccesso di spermatozoi e di ovuli.
Possiamo assumerci la responsabilità di governarli con giudizio.
Suggerisco degli ottimi preservativi, elastici e maneggevoli. Da usare in modo divertito, godendo della differenza sessuale.

NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITÀ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA 11.02.2006


NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITÀ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA

11.02.2006

Indagine conoscitiva sulla applicazione della legge n. 194 del 1978, recante «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza», in particolare per quanto riguarda le funzioni attribuite dalla legge ai consultori familiari

DOCUMENTO CONCLUSIVO…

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