IL TEMPO CHE RESTA – Una rassegna per riflettere. Tre film e un incontro, a cura di ACCANTO, amici dell’Hospice San Martino, Como marzo/aprile 2013


Cinema ASTRA – biglietto 5 €

Mercoledì 20 marzo: LA GUERRA E’ DICHIARATA – Un film di Valérie Donzelli – Francia 2011 – Con Valérie Donzelli e Jérémie Elkaim

Mercoledì 27 marzo: RABBIT HOLE – Un film di John Cameron Mitchell – USA 2010 – Con Nicole Kidman e Aaron Eckhart

Mercoledì 3 aprile: LA VITA AL TEMPO DELLA MORTE – Un film-documentario di Andrea Caccia – Italia 2010 – Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2010 – Con la presenza del regista

Biblioteca Comunale – Piazzetta Venosto Lucati 1 – Como:

Giovedì 11 aprile: LA VITA CHE NON HO SCELTO – Incontro-dibattito – ore 21 – Ingresso libero

” IL TEMPO CHE RESTA ” – Una rassegna per riflettere

Tre film a cura di Alberto Canu, e un incontro – dibattito

da mercoledì, 20 marzo 2013 a giovedì, 11 aprile 2013

Cinema Astra – Viale Giulio Cesare – Como ore 21

Biblioteca Comunale – Como

E’ arrivata alla settima edizione la rassegna cinematografica denominata Il tempo che resta. Come sempre, le opere cinematografiche sono state selezionate per la loro capacità di indurre riflessioni e dibattiti sulla nostra vita, sulla malattia, la morte, la perdita di persone care, sul rapporto tra società e individuo malato, l’elaborazione del lutto. Tutti argomenti su cui una società matura dovrebbe riflettere perchè non si può vivere senza morire e non si può rimanere indifferenti di fronte alla malattia e alla morte. Nel corso delle prime tre serate verranno proiettati film che saranno preceduti da un’introduzione volta a fornire chiavi di lettura e spunti di riflessione per poi approfondire l’argomento nel corso del dibattito di chiusura. La quarta serata dal titolo “La vita che non ho scelto” consentirà nuovamente di confrontarci su questi temi intimi e profondi quali la vita e la morte.

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In limine mortis, di cadavrexquis


In limine mortis

Di fronte a una malattia totalmente invalidante, di fronte a una morte incombente e rimandata di giorno in giorno solo grazie a un inefficace accanimento terapeutico, di fronte a una vita ridotta a puro fatto biologico in cui l’individuo è spogliato di ogni autonomia e volontà, l’atteggiamento popolare è molto più pragmatico e, in questo senso, più progredito – perché più aderente alla realtà – di quello dei nostri legislatori, i quali, invocando la sacralità della vita (tanto più sacra quanto sono loro a controllarla e non il soggetto che dovrebbe viverla e non può), si trasformano in interpreti ed esecutori di un presunto progetto divino. La stragrande maggioranza degli individui sceglierebbe, per sé, una morte rapida e indolore – una morte consapevole – a una prolungata agonia imposta da qualcun altro, che quell’agonia non la sperimenta nel proprio corpo e nella propria psiche, ma che estendendo quella altrui pensa forse di mondare la propria coscienza. A questo pensavo mentre, in silenzio, un paio di sere fa ascoltavo i discorsi dei parenti al di qua della barriera d’ingresso del reparto di rianimazione dell’ospedale di Gallarate dove è ricoverato anche mio padre, in condizioni gravi sì, ma – considerate le circostanze – meno gravi degli altri degenti, una delle quali era in coma vegetativo, senza alcuna speranza di recupero. Il tenore delle conversazioni era

tutto l’articolo qui   cadavrexquis: In limine mortis.

Luciana Quaia, Vicino a chi muore | Muoversi Insieme


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La malattia, quando diagnosticata come infausta, porta alla luce nel familiare che assiste non solo la difficoltà di gestire il proprio tormento, ma anche la necessità di ridefinire ruoli, funzioni, modalità relazionali e comunicative con il congiunto da assistere e con il resto della famiglia.
Si può rilevare inoltre che tale drammatico evento diventa circostanza per evidenziare il complesso intreccio di relazioni sviluppate nel corso del tempo tra malato e suoi familiari (che sicuramente condizionano le capacità di fronteggiare la nuova condizione) nonché la maturità nel pensare al proprio processo di preparazione ed elaborazione del morire. E’ assai raro, infatti, che all’interno della cerchia familiare tale tema venga affrontato ed è quindi inevitabile che ognuno di noi vi giunga impreparato.

Le reazioni difensive attraversate dal familiare nella terminalità del proprio caro non si discostano molto, se non per gradi di intensità, da quelle attivate dallo stesso malato. Troviamo perciò una prima fase legata al rifiuto della consapevolezza dell’imminenza della fine; una seconda che può essere caratterizzata da un’iperattività finalizzata a spostare l’angoscia percepita; una terza in cui si possono manifestare depressione e sensi di colpa e infine una quarta connotata da una più o meno rassegnata resa alla realtà di morte. 

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tutto l’articolo qui   Vicino a chi muore | Muoversi Insieme.

EDOARDO ALBINATI “vita e morte di un ingegnere” (Mondadori)


Vita e morte di un ingegnere” (Mondadori) di Edoardo Albinati è un libro bello e sincero, diretto, per quando direttamente si possa dire qualcosa della morte e dei suoi immediati dintorni, della vita in quella finisterre che è la malattia …che attacca e non lascia speranza.

E’ una resoconto autobiografico, scritto a pochi mesi della malattia e della morte dell’ingegner Albinati, padre dello scrittore e al tempo stesso è un’indagine a ritroso nel tentativo di capire chi sia stato quell’uomo che era suo padre.

vai all’intero post EDOARDO ALBINATI “vita e morte di un ingegnere” (Mondadori) | Soulfood.

Enrico Cazzaniga, L’APPROCCIO NARRATIVO-RELAZIONALE AL LUTTO, in Nicola Ferarri (a cura di), AD OCCHI APERTI. La relazione d’aiuto alla fine della vita e nelle esperienze di perdita, Edizioni Libreria Cortina, Verona, 2005


Enrico Cazzaniga, L’APPROCCIO NARRATIVO-RELAZIONALE AL LUTTO, in Nicola Ferrari (a cura di), AD OCCHI APERTI. La relazione d’aiuto alla fine della vita e nelle esperienze di perdita, Edizioni Libreria Cortina, Verona, 2005

Fausto Paravidino, IL DIARIO DI MARIAPIA, al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 10 al 17 Ottobre 2012


Fausto Paravidino, Il diario di Mariapia

al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 10 al 17  Ottobre 2012

Recita la sintesi proposta dal programma del Teatro Franco Parenti:

“da uno dei pochissimi italiani rappresentati dalla Comédie Francaise, una commedia che trasforma il dolore di una storia comune e personale, quella della malattia terminale di sua madre, in una vittoria sul tabù della morte.”

Una scarna scenografia riempita dallo spessore degli sguardi, dei silenzi, dei sussurri, delle esitazioni, dei sorrisi, dell’amore.

Così sul palco – al centro Mariapia che vive il suo ultimo tratto – si rincorrono i diversi protagonisti che accompagnano questa vicenda, rappresentati da Fausto Paravidino e Iris Fusetti, che oltre ad essere se stessi, diventano man mano parenti, medici, operatori che si avvicendano intorno al letto della malata.

Fausto, da figlio qual è veramente anche nella realtà, diventa lo zio Cesare, fratello di Mariapia, incapace di accostare il dolore e perennemente concentrato sull’ora dei pasti.

Inoltre, con cappello e bastone, si trasforma nel vicino di camera che, con una lapidaria battuta sottolinea alla morente, circondata dai figli in un momento di lucida ilarità, che lì “c’è gente che soffre”.

Iris, compagna di Fausto, impersonifica Marta, infantile e immatura secondogenita di Mariapia che, ancora sconvolta dalla perdita del padre, trova nell’impegno universitario il falso alibi per mantenere una non troppo coinvolgente distanza da quel letto di agonia.

Veste pure i panni della rispettata dottoressa Varese, integerrima oncologa ma rincuorante terapeuta di Mariapia alla quale spiega l’origine della sua sorprendente stanchezza: la fatigue.

Iris, ancora, gioca il ruolo dell’insulsa e svicolante fisioterapista alle prese con l’ineluttabilità di un corpo in precipitoso decadimento, di cui decanta con falsi complimenti un inesistente miglioramento.

Al centro lei, Mariapia (nella magistrale recita di Monica Samassa) e le sue parole. Una voce sommessa che cerca di catturare i pensieri sfuggenti per consentire a Fausto di scriverli e consegnarli al mondo, così come le ha suggerito l’oncologa.

Parole che si ripetono mentre sfumano nella fatigue: il rullo compressore, il mare d’ovatta,l’inutilità delle “corse” della vita, il tempo perso a studiare Rifkin, il “non sentire niente”. Ripetizioni che si accavallano, confusioni della memoria che a sprazzi ritorna e mescola nomi e ruoli delle persone amate, luoghi e sapori di tempi lontani, mentre la penna di Fausto scorre veloce sulle pagine del quaderno che si riempie giorno dopo giorno.

E se lo zio Cesare rimane interdetto e fatica a ricollocare i nomi che Mariapia rievoca, Fausto accetta e interroga la madre su ciò che sente, riconducendola lentamente dal baratro depressivo al sorriso dei riccioli delle guglie e dei rotolini dietro le orecchie.

Fausto che è lì, per se stesso, per la sorella che abbraccia e conforta, per la madre che sta morendo, per fermarsi di scrivere quando non ci sono più parole e per interrompere di dar da mangiare a quel corpo che, stando alle parole dei medici, avrebbe dovuto cessare di vivere già da tempo.

Una morte in diretta?

No, non è questo ciò che accade, quanto piuttosto la rappresentazione della rarefatta visione di una storia sprofondata nel mare d’ovatta, dove però galleggiano e riaffiorano i volti più amati, quelli che la fatigue non riesce ad annullare.

Morte in diretta? No. Il volto di Mariapia sorride mentre guarda Fausto e Marta. Ci si attenderebbe l’ultimo respiro e invece improvvisamente Mariapia si eleva con un balzo sul proscenio, tenendo per mano i figli, mentre gli spettatori , sorpresi, indugiano qualche istante prima di scoppiare in un commovente applauso che richiamerà alla ribalta per quattro volte gli attori.

Vai anche alla intervista (video ed audio)  di Daria Bignardi a Fausto Paravidino (Invasioni barbariche del 30 marzo 2012)

Testo e regia Fausto Paravidino
con Monica SamassaIris Fusetti, Fausto ParavidinoProduzione Fondazione Teatro Regionale Alessandrino

Durata 98 minuti

Fausto Paravidino
, trentasei anni, fuori classe della scena, attore, regista e autore, è uno dei pochissimi italiani rappresentati alla Comédie Française.Il diario di Maria Pia è una commedia che trasforma il dolore di una storia comune e personale, quella della malattia terminale di sua madre, in una vittoria sul tabù della morte, che ci commuove e sorprendentemente ci diverte.Una festa del teatro che comincia con Shakespeare, alla ricerca del senso della vita, e diventa una sfida alla recitazione, con Fausto Paravidino e Iris Fusetti impegnati, oltre che nel ruolo di se stessi, anche in quello di medici e parenti, e Monica Samassa, elogiatissima, in quello della madre.

Il regista Marco Bellocchio, accompagnato dagli attori Alba Rohrwacher e Pier Giorgio Bellocchio, ha presentato il film «Bella addormentata» ispirato alla vicenda di Eluana Englaro. Intervista di DANIELA LANNI (Agb)


l regista Marco Bellocchio, accompagnato dagli attori Alba Rohrwacher e Pier Giorgio Bellocchio, ha presentato il film «Bella addormentata» ispirato alla vicenda di Eluana Englaro.

Intervista di DANIELA LANNI (Agb)

LA BELLA ADDORMENTATA DI MARCO BELLOCCHIO, audio della trasmissione La bella addormentata e l’Italia clericale, a La 7 l’Infedele del 10 settembre 2012


Interventi audio della trasmissione La bella addormentata e l’Italia clericale, La7 l’Infedele del 10 settembre 2012:

  • Lella Costa legge


Caro zio,
zietto come mi piaceva chiamarti negli ultimi anni quando la malattia ha fugato il tuo naturale pudore verso la manifestazione dei sentimenti questo è il mio ultimo, intimo saluto.

Quando venerdì il tuo feretro è arrivato in Duomo la prima persona, tra i fedeli presenti, che ti è venuta incontro era un giovane in carrozzina, mi è parso affetto da Sla.
D’improvviso sono stata colta da una profondissima commozione, un’onda che saliva dal più profondo e mi diceva: «Lo devi fare per lui» e per tutti quei tantissimi uomini e donne che avevano iniziato a sfilare per darti l’estremo saluto, visibilmente carichi dei loro dolori e protesi verso la speranza.
Lo sento, Tu vorresti che parlassimo dell’agonia, della fatica di andare incontro alla morte, dell’importanza della buona morte.
Morire è certo per noi tutti un passaggio ineludibile, come d’altro canto il nascere e, come la gravidanza dà, ogni giorno, piccoli nuovi segni della formazione di una vita, anche la morte si annuncia spesso da lontano. Anche tu la sentivi avvicinare e ce lo ripetevi, tanto che per questo, a volte, ti prendevamo affettuosamente in giro.

Poi le difficoltà fisiche sono aumentate, deglutivi con fatica e quindi mangiavi sempre meno e spesso catarro e muchi, che non riuscivi più a espellere per la tua malattia, ti rendevano impegnativa la respirazione. Avevi paura, non della morte in sé, ma dell’atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede.

Ne avevamo parlato insieme a marzo e io, che come avvocato mi occupo anche della protezione dei soggetti deboli, ti avevo invitato a esprimere in modo chiaro ed esplicito i tuoi desideri sulle cure che avresti voluto ricevere. E così è stato. Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato. Se tu potessi usare oggi parole umane, credo ci diresti di parlare con il malato della sua morte, di condividere i suoi timori, di ascoltare i suoi desideri senza paura o ipocrisia.

Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l’hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato.

Seppure fisicamente non cosciente – ma il tuo spirito l’ho percepito ben presente e recettivo - l’agonia non è stata né facile, né breve. Ciò nonostante, è stato un tempo che io ho sentito necessario, per te e per noi che ti stavamo accanto, proprio come è ineludibile il tempo del travaglio per una nuova vita.

È di questo tempo dell’agonia che tanto ci spaventa, che sono certa tu vorresti dire e provo umilmente a dire per te. La chiave di volta – sia per te che per noi – è stata l’abbandono della pretesa di guarigione o di prosecuzione della vita nonostante tutto. Tu diresti «la resa alla volontà di Dio».
A parte le cure palliative di cui non ho competenza per dire è l’atmosfera intorno al moribondo che, come avevo già avuto modo di sperimentare, è fondamentale.

Chi era con te ha sentito nel profondo che era necessaria una presenza affettuosa e siamo stati insieme, nelle ultime ventiquattro ore, tenendoti a turno la mano, come tu stesso avevi chiesto. Ognuno, mentalmente, credo ti abbia chiesto perdono per eventuali manchevolezze e a sua volta ti abbia perdonato, sciogliendo così tutte le emozioni negative.

In alcuni momenti, mentre il tuo respiro si faceva, con il passare delle ore, più corto e difficile e la pressione sanguigna scendeva vertiginosamente, ho sperato per te che te ne andassi; ma nella notte, alzando gli occhi sopra il tuo letto, ho incontrato il crocefisso che mi ha ricordato come neppure il Gesù uomo ha avuto lo sconto sulla sua agonia.
Eppure quelle ore trascorse insieme tra silenzi e sussurri, la recita di rosari o letture dalla Bibbia che stava ai piedi del tuo letto, sono state per me e per noi tutti un momento di ricchezza e di pace profonda.

Si stava compiendo qualcosa di tanto naturale ed ineludibile quanto solenne e misterioso a cui non solo tu, ma nessuno di coloro che ti erano più vicini, poteva sottrarsi. Il silenzio interiore ed esteriore i movimenti misurati l’assenza di rumori ed emozioni gridate – ma soprattutto l’accettazione e l’attesa vigile – sono stati la cifra delle ore trascorse con te.
Quando è arrivato l’ultimo respiro ho percepito, e non è la prima volta che mi accade assistendo un moribondo, che qualcosa si staccava dal corpo, che lì sul letto rimaneva soltanto l’involucro fisico. Lo spirito, la vera essenza, rimaneva forte, presente seppure non visibile agli occhi. Grazie Zio per averci permesso di essere con te nel momento finale. Una richiesta: intercedi perché venga permesso a tutti coloro che lo desiderano di essere vicini ai loro cari nel momento del trapasso e di provare la dolce pienezza dell’accompagnamento.

Giulia Facchini Martini







E per non dimenticare

Qui l’intera puntata:

il MALE esiste: FRANCIA, STERMINATA FAMIGLIA: DUE BIMBE VIVE


il male esiste: FRANCIA, STERMINATA FAMIGLIA: DUE BIMBE VIVE 

inizia l’incubo quotidiano anticipato da Cormak McCarthy?

The Road The Road USA 2009, REGIA: John Hillcoat ATTORI: Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce


Una piccola, 4 anni, si è nascosta sotto i cadaveri per circa otto ore. L’altra, gravemente ferita, è ricoverata in ospedale

http://www.corriere.it/esteri/12_settembre_06/francia-strage-famiglia_35f8afe2-f7f5-11e1-a29d-c7eff3c66a96.shtml

Donare il corpo. Sangue, altruismo e bene comune | Dialoghi sull’uomo www.dialoghisulluomo.it


Donare parti del proprio corpo, scambi, reciprocità, altruismo, anonimato, bene comune. Saranno questi i temi trattati da Fabio Dei sabato 26 maggio, 16.00, sala Maggiore Palazzo Comunale, Pistoia.
http://www.dialoghisulluomo.it/it/2012/dei/donare-il-corpo-sangue-altruismo-e-bene-comune

www.dialoghisulluomo.it

Incontri, spettacoli, dialoghi per capire, conoscere e confrontarsi sul tema dell’identità, per parlare di noi e dell’altro, di razzismi e intolleranze, democrazia e giustizia, ma anche di Internet, letteratura e della nostra identità culturale. Il festival dell’antropologia contemporanea.

È nata ufficialmente oggi a Vigonza (Padova), l’associazione dei familiari degli imprenditori suicidi – Il Sole 24 ORE


È nata ufficialmente oggi a Vigonza (Padova), l’associazione dei familiari degli imprenditori suicidi. Presto sarà attivato un numero verde che metterà in contatto gli utenti con psicologi pronti ad aiutare gli imprenditori depressi dalle difficoltà economiche. La nascita dell’associazione arriva dopo una serie di tragici episodi registrati negli ultimi Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/fyg6e

leggi tutto l’articolo qui: Un altro imprenditore si uccide: gestiva un agriturismo a Fano. Nasce l’associazione familiari – Il Sole 24 ORE.

Fausto Paravidino presenta Il diario di Mariapia: storia di una famiglia normale, una donna che non vorrebbe morire, ma che non potendo fare altrimenti cerca di farlo meglio che può, Intervista a La7 / Invasioni Barbariche, 30 marzo 2012


Fausto Paravidino presenta Il diario di Mariapia

  • Testo e regia: Fausto Paravidino
  • Interpreti: Fausto Paravidino, Iris Fusetti, Monica Samassa
  • Produzione: Teatro Regionale Alessandrino

Racconta la storia di una famiglia normale, una donna che non vorrebbe morire, ma che non potendo fare altrimenti cerca di farlo meglio che può.

Il contesto, per contro, non è drammatico. Nessuno dei personaggi toccati dalla tragedia aggrotta le ciglia, la tragedia non lascia posto al formalismo, è quel che è, si ride e si piange, la vita continua anche quando sta per finire (da: Teatro regionale Alessandrino)

vai all’Audio: Paravidino-Diario di Mariapia, 30 marzo 2012

Isabel, il travaglio del lutto, di Nicola Ferrari, segnalato da Antonio Bellicoso per SOS servizi sociali online


“Isabel, il travaglio del lutto” scritto dal Dr. Nicola Ferrari. E’ un articolo davvero eccezionale sia per quello che racconta, sia per il racconto, sia per come è scritto…è Nicola, inconfondibile.

Potete scaricare l’articolo alla pagina 

http://www.servizisocialionline.it/travaglio-del-lutto-isabel.htm

FORMARE LA CRISI di Nicola Ferrari, segnalato da SOS servizi sociali online


Libro di grande interesse del nostro articolista psicopedagogista e formatore Dr. Nicola Ferrari dal titolo “Formare la crisi”.

Potete scaricare la scheda del libro alla pagina http://www.servizisocialionline.it/formare-la-crisi.htm

segnalato da SOS servizi sociali online

Nicola Ferrari, psicopedagogista, formatore, svolge attività di supporto alle persone in lutto nell’Associazione Maria Bianchi.
Ha ideato il servizio Cor-rispondenze per il sostegno nella perdita tramite mail e la metodologia della narrazione guidata per i gruppi di auto mutuo aiuto.

Ferdinando Camon su: Diego De Leo, Alberta Cimitan, Lutto traumatico: l’aiuto ai sopravvissuti


Diego De Leo, Alberta Cimitan, Kari Dyregrov, Onja Grad e Karl Andriessen, Lutto traumatico: l’aiuto ai sopravvissuti, Alpes editore, Roma 2011, pagg. XVIII-202, euro 23,00

L’angoscia più grande: perdere un figlio. Come sopravvivere

“La Stampa – Tuttolibri” 4 febbraio 2012

Non c’è situazione più angosciata di chi perde un figlio. Specialmente se lo perde d’improvviso, non per malattia ma per incidente stradale. I genitori passano di colpo dalla felicità alla disperazione, e dalla disperazione non escono più com’erano prima. Se escono. Perché non tutti ce la fanno: la perdita di un figlio apre una voragine nella famiglia, e in quella voragine può essere inghiottito qualche altro famigliare. Il sopravvivere non è continuare a vivere, perché niente continua come prima. Il non-sopravvivere, il farla finita, è anche un tornaconto, un interesse: condensa in un attimo la sofferenza che altrimenti sarebbe diluita per anni o decenni. E poi, ateo o credente che sia il genitore che la fa finita, c’è sempre in lui l’illusione, la speranza, di andare dov’è il figlio: la fine come un ricongiungimento, un nuovo inizio. Perciò la perdita di un figlio è un grande tema letterario e artistico. Malick ne fa lo spunto di partenza per il suo film The tree of life, Palma d’oro 2011: il film comincia dolce ed elegiaco, vita di campagna, paesaggi stupendi, improvvisamente una lettera informa che un figlio è morto, e subito una voce chiede ai cielo: “Cosa siamo noi per te?” e dall’alto scende una risposta raggelante: “Dov’eri tu, quand’io creavo le galassie e gli abissi?”. Come dire: sei un niente, non hai diritto di fare domande. È il tema del film La stanza del figliodi Nanni Moretti, Palma d’Oro del 2001 (ma dunque Cannes ama il lutto?). È il tema del libro luttuoso per eccellenza, Tutti i bambini tranne uno, di Philippe Forest, scritto per la morte della figlia, per la quale il padre pensò e pensa ancora ogni tanto al suicidio. A questo dolore che non ha rimedio ora un gruppo di psichiatri offre un vademecum per cercare di uscirne, una guida per ridare senso alla vita. L’idea di mettere insieme questo gruppetto di studiosi è di uno psichiatra italiano che ha patito in prima persona la perdita non di un figlio ma di due: nello stesso incidente. Precipitando così da una vita stracolma e un’esistenza deserta. I figli di Diego De Leo avevano 19 e 17 anni, erano due maschi. Se c’è un’età in cui si amano i figli di un amore privo di ambivalenza, è quella. Da genitori, si con-vive la loro vita presente e si pre-vive la loro vita futura. E questo riempie il presente e il futuro. Persi i figli, lo psichiatra Diego De Leo ha avuto una reazione umanamente sublime: fare di quella sventura una forza per l’umanità, registrare le tappe di una via d’uscita e metterle a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno. Anzitutto ha sentito, insieme con la moglie Cristina, che il lutto non cancella, ma rafforza la genitorialità. E che i figli perduti continuano a vivere con te, se tu vivi per loro, e per salvare gli altri genitori che han perso figli come i tuoi. I coniugi De Leo han cercato e trovato nel mondo psichiatri che lavorano sul lutto, si son messi insieme per sommare le esperienze, e ora stampano insieme Lutto traumatico, l’aiuto ai sopravvissuti.  È una miniera di insegnamenti. Il primo insegnamento è che si può lavorare per i figli anche se non ci sono più, risolvere all’umanità il problema che la loro morte ha lasciato. L’umanità è un cerchio, che si stringe a te con gli amici: gli amici diventano la tua nuova famiglia. È una famiglia che sa, e tutto quello che dice dipende da questo sapere: non ti può ingannare o mentire, perché nel grande dolore funzionano solo le parole autentiche. Il dolore è un crivello, che separa le parole vere da quelle false. Uscire dal lutto si può esprimendolo: l’espressione è liberatoria se rivela, se nasconde è repressiva. Il lutto porta a scartare le persone infide, a cercare quelle amiche. A volte, non di rado, porta al divorzio, perché se c’era un solco tra marito e moglie, diventa un abisso. Il lutto comprende la protesta, la ricerca, la disperazione, la depressione, si riduce quando comincia la riorganizzazione, e la riorganizzazione va insieme col senso (difficile a dirsi) di un guadagno: una più completa verità.

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potenziare la capacità di facilitare un gruppo di auto aiuto a supporto delle persone in lutto, Suzzara (MN), 10 e 11 marzo 2012, a cura di www.mariabianchi.it


Per potenziare la capacità di facilitare un gruppo di auto aiuto a supporto delle persone in lutto, è organizzato il percorso formativo di secondo livello che si terrà a Suzzara (MN) presso la nostra sede nei giorni  Sabato 10 e Domenica 11 Marzo 2012.

 

o nel sito 

 

Il percorso, riservato a facilitatori già attivi o a chi ha vissuto precedenti esperienze formative sul tema, prevede la possibilità di implementare le competenze del facilitatore secondo il nostro approccio della ‘narrazione guidata’.

Sarah Murray, Making an Exit. From the Magnificent to the Macabre. How we Dignify the Dead (Uscire di scena. Dal magnifico al macabro. Come diamo dignità ai morti), recensione di Stefano B.


Uscire di scena: il travelogue funebre di Sarah Murray

La calavera catrinaPrima o poi dobbiamo morire tutti e se, pur nelle sue varie modalità, la morte ha le stesse conseguenze per tutti, diverso è invece la maniera in cui ognuno di noi, personalmente e culturalmente, si rapporta alla propria morte e a quella dei propri cari. Diverse sono le forme di elaborazione del lutto e diversa è la relazione con ciò che resta del corpo. La giornalista inglese Sarah Murray ha scritto un libro che si occupa di questo aspetto: Making an Exit. From the Magnificent to the Macabre. How we Dignify the Dead (Uscire di scena. Dal magnifico al macabro. Come diamo dignità ai morti).

Il saggio di Sarah Murray è un ibrido azzeccato tra il genere del travelogue e quello dell’autobiografia. Lo spunto iniziale, infatti, è una riflessione sulla morte del padre che, pur parlando di ciò che sarebbe rimasto di lui come di “materia organica” e niente di più, ha invece predisposto con precisione, quando ha saputo di essere malato terminale e ha sentito la fine avvicinarsi, la dispersione delle proprie ceneri sulle colline del Dorset. Questo episodio suscita una serie di ricordi famigliari che spingono l’autrice a riflettere sulla propria mortalità e su come vorrebbe essere “trattata” e ricordata quando non ci sarà più.

Sarah Murray, però, ha anche la passione dei viaggi e durante la sua vita ha vissuto in varie località del mondo: dalla Cina all’India, fino a stabilirsi a New York. La morte del padre la spinge quindi a viaggiare nelle località più disparate, per scoprire in che modo le diverse culture e società affrontano la fine della vita e si comportano con le spoglie dei morti.

segue qui: http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2011/12/uscire-di-scena-il-travelogue-funebre-di-sarah-murray.html

il suicidio assistito dovrebbe essere legalmente permesso agli individui competenti e in grado di prendere una decisione libera e consapevole, da rapporto di ricerca commissionato dalla Royal Society of Canada, tratto da Asia


Un rapporto di ricerca commissionato dalla Royal Society of Canada e pubblicato oggi [15 novembre 2011, n.d.r.] nella rivista «Bioethics» sostiene che il suicidio assistito dovrebbe essere legalmente permesso agli individui competenti e in grado di prendere una decisione libera e consapevole, e riscontra che, invece, i piani e le politiche per la fine della vita risultano gravemente insufficienti sia a livello personale sia a livello nazionale.

La presa di decisioni sulla fine della vita è, per i Canadesi, un problema avvolto da polemiche e contraddizioni. Il rapporto ha rivelato che molte persone desiderano morire a casa, ma pochi lo fanno, e che molti credono che la pianificazione della morte sia un atto importante da intraprendere fin da quando le persone sono in salute, ma quasi nessuno la mette in pratica. Così, mentre la maggior parte dei Canadesi sostiene, di fatto, la depenalizzazione dell’eutanasia volontaria e del suicidio assistito, ai sensi del Codice Penale canadese questi continuano a restare illegali.

La Royal Society of Canada (RSC), un’organizzazione nazionale che riunisce studiosi, artisti e scienziati illustri, crede che sia giunto il momento di mobilitare un dibattito nazionale sulle decisioni della fine della vita

da Asia: Prepararsi alla morte?.

L’uomo e l’animale … l’animale e l’uomo


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scrivono su Suoni Ribelli:

Questa è una foto vera, come è vera la storia di quest’uomo ricoverato in ospedale in stato terminale, che ha chiesto ed ottenuto di avere accanto a sè
l’unico vero amico a cui importava davvero della sua vita!

da: https://www.facebook.com/SuoniRibelli

Zurigo, alla clinica della dolce morte ogni anno bussano 1500 italiani | Associazione Luca Coscioni


Il suicidio assistito di un cattivo maestro del 900 ha riaperto la convulsa discussione sul fine vita, con il solito attivismo dei religiosi di tutte le culture.

Per vicende storiche (positive) della polis europea, la Svizzera, con ottimo spirito pragmatico, ha affrontato la questione e la risolve quotidianamente con procedure semplici che interpretano le volontà individuali delle singole persone.

Lucio Magri si è battuto per tutta la vita per il “comunismo”, ma alla fine della sua individualissima vita ha scelto uno stato che fa delle libere decisioni la propria missione statuale.

Sono i paradossi degli individui dentro il flusso della storia

Paolo Ferrario

«Assistenza al suicidio» è, tecnicamente, la missione dell’Associazione Dignitas. Che si occupa di tutto: assistenza legale, documenti, colloqui consultivi, ricetta medica del cocktail di barbital che porta alla morte (si perde conoscenza e senza sofferenze nel giro di qualche minuto vengono meno la funzione respiratoria e cardiaca), cremazione del cadavere, spedizione dell’urna a domicilio, sempre che le ceneri non vengano gettate nel lago, come transfughi dell’associazione sostengono sia accaduto in passato. Una condizione: l’aspirante suicida il bicchiere letale se lo deve portare alla bocca da sé, davanti a testimoni, altrimenti l’organizzazione può essere perseguita penalmente. Suicidarsi con Dignitas però costa caro: fino a 3-4mila euro. «Personalmente non ci guadagnamo niente – precisa il fondatore e presidente Ludwig Minelli, avvocato in pensione di 76 anni – Da statuto ogni provento viene reinvestito nei nostri servizi, e se la persona non possiede la somma richiesta, sono previsti sconti o interveniamo gratis». Nel mondo l’eutanasia è legale in Belgio, Olanda, nello stato americano dell’Oregon e in Svizzera. Ci sono numerose organizzazioni che la praticano: a Losanna Exit-Suisse agisce persino all’interno dell’ospedale universitario. Ma solo Dignitas, oltre alla bernese Exinternational, accetta di aiutare il suicidio di chi ha il passaporto di un Paese dove l’eutanasia è vietata. Con successo, se così può essere definito, crescente. Dalla fondazione, nel 1998, sono state «accompagnate alla morte» più di 900 persone. I tedeschi (57,43%) sono la maggioranza assoluta, poi gli inglesi (10,40%) e i francesi (8,17%). Italiani, almeno ufficialmente, pochi: l’1,24%. Ma la situazione sta cambiando, tanto che Minnelli vorrebbe aprire una filiale di Dignitas in Canton Ticino. 

L’eutanasia in Europa: 
ITALIA – È illegale. In parlamento giacciono diverse proposte di legge sul testamento biologico, ma finora è stato impossibile arrivare ad un accordo 
INGHILTERRA – L’eutanasia e il suicidio assistito sono illegali. E Invece consentito abbreviare la vita di quei malati tenuti in vita artificialmente 
FRANCIA – Approvata una legge che non legalizza l’eutanasia, ma prevede che le cure mediche non debbano essere continuate “con ostinazione irragionevole” 
SPAGNA – Dal 1995 l’eutanasia e il suicidio assistito non sono più omicidio 
GERMANIA – Può essere autorizzata per le persone in coma irreversibile su espressa volontà del paziente e deve essere approvata dai tribunali tutori 
OLANDA – Primo paese al mondo, ha ufficialmente legalizzata l’eutanasia. Ha aperto la strada alla possibilità di autorizzare l’eutanasia anche per i bambini malati inguaribili 
SVEZIA – L’assistenza al “suicidio” è un delitto non punibile. Il medico può in casi estremi spegnere le macchine che aiutano la respirazione
DANIMARCA – In caso di malattia incurabile o incidente grave, si può chiedere di non essere tenuti in vita artificialmente con un “testamento”

l’intera scheda qui: Zurigo, alla clinica della dolce morte ogni anno bussano 1500 italiani | Associazione Luca Coscioni.

Luciana Quaia, Vivere una malattia a prognosi infausta | in Muoversi Insieme


…. Oggi, più che nel passato, nutriamo speranze nei rimedi che la scienza ci propone per ritardare la morte e già questo conforto si manifesta con l’allungamento dell’età media della vita, elemento che associa il passaggio finale alla naturalità del processo di vecchiaia.
Ma esistono circostanze in cui misurarsi con l’imminenza di una situazione del tutto sconosciuta diventa necessità: scoprirsi affetti da una malattia a prognosi infausta ci obbliga a guardare la morte negli occhi e a cercare il miglior modo per affrontare questo appuntamento improvvisamente prossimo.
La malattia inguaribile da subito impone una frattura tra ciò che il nostro corpo percepisce e ciò che invece è rappresentato dal nostro ideale di immagine corporea, un’inequivocabile minaccia che costringe a separarsi dal corpo di prima, quel corpo sano ed efficiente che ormai non esiste più, lasciando il posto alle limitazioni imposte dalla patologia e alle paure fondamentali ad essa connesse: solitudine, isolamento, angoscia, mutilazioni, menomazioni, dolore fisico e psichico.

Dal suo primo manifestarsi, la malattia costringe chi ne è colpito a doversi ricostruire una nuova identità personale ….

segue qui: Vivere una malattia a prognosi infausta | Muoversi Insieme.

l’ultima intervista a James Hillman, di Silvia Ronchey: «Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere» , in La Stampa TuttoLibri 29.10.11



«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.

«Oh, sì. Morire è l’essenza della vita».

Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

E’ una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E’ accidentale».

Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]

Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».

Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»

Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage – come la maggior parte di chi si trova nella tua condizione – oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l'atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco
«E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».

E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».

Come un risucchio che attira.
«Dev’essere così».

O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.

Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l’intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».

Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».

Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c’è la morte, e se c’è la morte non ci sei tu». «Esatto».

Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere. «Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».

In che senso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».

Certo, ma non credo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte a occhi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E’ prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia – perché la definirei così – non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]

E allora, qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»

Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuo cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non hai allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».

E’ pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi è soprattutto un’arte estrema del vivere.

«Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 29 ottobre)

Luigi Valera e la “giusta” visione del lutto, intervista di Alessandra Cicalini in Muoversi Insieme


In una società priva del senso del limite, la morte è un evento accidentale, difficile da metabolizzare. A dirlo, è Luigi Valera, psicologo-psicoterapeuta consigliere nazionale dellaSocietà italiana di psiconcologia (in sigla, SIPO), socio fondatore nonché membro del Comitato scientifico della Vidas, l’associazione nata in Lombardia nel 1982 con il principale scopo di dare una mano alle famiglie ad affrontare in maniera consapevole la malattia e la sofferenza. “Inizialmente eravamo un movimento filosofico-culturale – racconta Valera – animato da un nucleo di volontari e da alcune crocerossine che si affiancavano ai medici ospedalieri per combattere l’isolamento del malato terminale”.

 

segue qui: Luigi Valera e la “giusta” visione del lutto | Muoversi Insieme.

IL TEMPO DEL MORIRE, di M. Roncaglia, R. Biancat, L. Bidogia, F. Bordin, M. Martucci, Maggioli editore


 

IL TEMPO DEL MORIRE
IL TEMPO DEL MORIRE
Morte, speranza, emozioni, vita
Riflessioni su come accogliere e accompagnare
la persona morente alla fine della vita


“Sono ormai numerosi i libri che affrontano con finalità cliniche, narrative, esperienziali o pedagogiche le vicende della fase finale della vita.
Questa opera a più mani aggiunge agli aspetti più informativi e formativi l’apporto vivido e partecipato degli operatori che con il finire della vita si misurano quotidianamente.
Lo schema di trattazione assai opportunamente distingue, dopo una visione di quadro, i setting assistenziali della fase terminale della vita dando a ciascuno di essi (hospice, casa, ospedale, residenza sanitaria assistita) una precisa connotazione, e mette a fuoco le peculiarità, le risorse, i problemi che malati, famiglie e operatori si trovano ad affrontare in questi diversi luoghi.
Al di là dell’aspetto puramente logistico, infatti, la scelta o la necessità di un setting piuttosto che un altro, sottintende una condizione esistenziale e una rete di rapporti, presente o assente, che connota fortemente non solo i bisogni di assistenza ma anche le reazioni e i sentimenti degli operatori che si confrontano con scenari assai diversi e con aspettative a volte contraddittorie da parte di malati e famiglie.
Saper ricondurre queste diverse situazioni a una omogeneità di risposta non certo come stereotipo assistenziale, ma come livello di qualità e di attenzione, è certamente un obiettivo fondamentale.
Leggere questo libro rappresenta dunque, sia per i lettori “laici” sia per chi è coinvolto quale operatore nel campo delle cure palliative, un’utile palestra per confrontarsi a più livelli, grazie anche alla varietà dei contributi, con quanto di preoccupante e problematico ma anche di rassicurante e costruttivo attraversa il movimento delle cure palliative e offre una mano (non solo metaforica) a chi affronta l’ultimo tempo della vita, perché non si perda nella disperazione, ma sappia costruire un senso anche a una stagione tanto difficile.
Solo in questo modo le cure palliative potranno presentarsi come sostegno e rimedio efficace e portatore di cambiamento nella medicina ma, soprattutto, nella vita di tutti.”
Prefazione di Giovanni Zaninetta.

Questa la struttura dell’opera:

1.
CONTESTO SOCIO-CULTURALE
La morte nella nostra cultura.
Epoche diverse una stessa angoscia: la morte.
Cosa racchiude in sè il morire.
Perché tanta paura della morte nella nostra società?
Morire per malattia.
L’impatto della malattia grave e della morte in un contesto familiare.
Le cure palliative.
Fede e spiritualità… quale spazio vicino alla morte?

2.
MORIRE NELLA PROPRIA CASA
Quando morire è “finire la vita”: l’età involutiva.
La casa: un luogo dove poter nascere e dove poter morire.
Cosa mette in scena il morire a domicilio.

3.
MORIRE IN HOSPICE
Dove morire? Quando la struttura diventa casa.
L’arte di saper “vivere” gli ultimi giorni.
La morte e l’équipe curante. Aiutarsi per aiutare.
Mi voglio bene! Ti voglio bene! Non ti abbandono.

4.
MORIRE IN RESIDENZA
Lo spettro della casa di riposo.

5.
MORIRE IN OSPEDALE
Cura, guarigione e fine vita.
Morire in ospedale.

6.
ESPERIENZE
Alcune esperienze di familiari.
Alcune esperienze della Pastorale della salute di Alessandria.

M. Roncaglia, R. Biancat, L. Bidogia, F. Bordin, M. Martucci.

da IL TEMPO DEL MORIRE.

Steve Jobs (1955-2001), Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi


I am honored to be with you today at your commencement from one of the finest universities in the world. I never graduated from college. Truth be told, this is the closest I’ve ever gotten to a college graduation. Today I want to tell you three stories from my life. That’s it. No big deal. Just three stories.

The first story is about connecting the dots.

I dropped out ofReedCollegeafter the first 6 months, but then stayed around as a drop-in for another 18 months or so before I really quit. So why did I drop out?

It started before I was born. My biological mother was a young, unwed college graduate student, and she decided to put me up for adoption. She felt very strongly that I should be adopted by college graduates, so everything was all set for me to be adopted at birth by a lawyer and his wife. Except that when I popped out they decided at the last minute that they really wanted a girl. So my parents, who were on a waiting list, got a call in the middle of the night asking: “We have an unexpected baby boy; do you want him?” They said: “Of course.” My biological mother later found out that my mother had never graduated from college and that my father had never graduated from high school. She refused to sign the final adoption papers. She only relented a few months later when my parents promised that I would someday go to college.

And 17 years later I did go to college. But I naively chose a college that was almost as expensive as Stanford, and all of my working-class parents’ savings were being spent on my college tuition. After six months, I couldn’t see the value in it. I had no idea what I wanted to do with my life and no idea how college was going to help me figure it out. And here I was spending all of the money my parents had saved their entire life. So I decided to drop out and trust that it would all work out OK. It was pretty scary at the time, but looking back it was one of the best decisions I ever made. The minute I dropped out I could stop taking the required classes that didn’t interest me, and begin dropping in on the ones that looked interesting.

It wasn’t all romantic. I didn’t have a dorm room, so I slept on the floor in friends’ rooms, I returned coke bottles for the 5¢ deposits to buy food with, and I would walk the7 milesacross town every Sunday night to get one good meal a week at the Hare Krishna temple. I loved it. And much of what I stumbled into by following my curiosity and intuition turned out to be priceless later on. Let me give you one example:

ReedCollegeat that time offered perhaps the best calligraphy instruction in the country. Throughout the campus every poster, every label on every drawer, was beautifully hand calligraphed. Because I had dropped out and didn’t have to take the normal classes, I decided to take a calligraphy class to learn how to do this. I learned about serif and san serif typefaces, about varying the amount of space between different letter combinations, about what makes great typography great. It was beautiful, historical, artistically subtle in a way that science can’t capture, and I found it fascinating.

None of this had even a hope of any practical application in my life. But ten years later, when we were designing the first Macintosh computer, it all came back to me. And we designed it all into the Mac. It was the first computer with beautiful typography. If I had never dropped in on that single course in college, the Mac would have never had multiple typefaces or proportionally spaced fonts. And since Windows just copied the Mac, it’s likely that no personal computer would have them. If I had never dropped out, I would have never dropped in on this calligraphy class, and personal computers might not have the wonderful typography that they do. Of course it was impossible to connect the dots looking forward when I was in college. But it was very, very clear looking backwards ten years later.

Again, you can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards. So you have to trust that the dots will somehow connect in your future. You have to trust in something — your gut, destiny, life, karma, whatever. This approach has never let me down, and it has made all the difference in my life.

My second story is about love and loss.

I was lucky — I found what I loved to do early in life. Woz and I started Apple in my parents garage when I was 20. We worked hard, and in 10 years Apple had grown from just the two of us in a garage into a $2 billion company with over 4000 employees. We had just released our finest creation — the Macintosh — a year earlier, and I had just turned 30. And then I got fired. How can you get fired from a company you started? Well, as Apple grew we hired someone who I thought was very talented to run the company with me, and for the first year or so things went well. But then our visions of the future began to diverge and eventually we had a falling out. When we did, our Board of Directors sided with him. So at 30 I was out. And very publicly out. What had been the focus of my entire adult life was gone, and it was devastating.

I really didn’t know what to do for a few months. I felt that I had let the previous generation of entrepreneurs down – that I had dropped the baton as it was being passed to me. I met with David Packard and Bob Noyce and tried to apologize for screwing up so badly. I was a very public failure, and I even thought about running away from the valley. But something slowly began to dawn on me — I still loved what I did. The turn of events at Apple had not changed that one bit. I had been rejected, but I was still in love. And so I decided to start over.

I didn’t see it then, but it turned out that getting fired from Apple was the best thing that could have ever happened to me. The heaviness of being successful was replaced by the lightness of being a beginner again, less sure about everything. It freed me to enter one of the most creative periods of my life.

During the next five years, I started a company named NeXT, another company named Pixar, and fell in love with an amazing woman who would become my wife. Pixar went on to create the worlds first computer animated feature film, Toy Story, and is now the most successful animation studio in the world. In a remarkable turn of events, Apple bought NeXT, I returned to Apple, and the technology we developed at NeXT is at the heart of Apple’s current renaissance. And Laurene and I have a wonderful family together.

I’m pretty sure none of this would have happened if I hadn’t been fired from Apple. It was awful tasting medicine, but I guess the patient needed it. Sometimes life hits you in the head with a brick. Don’t lose faith. I’m convinced that the only thing that kept me going was that I loved what I did. You’ve got to find what you love. And that is as true for your work as it is for your lovers. Your work is going to fill a large part of your life, and the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work. And the only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle. As with all matters of the heart, you’ll know when you find it. And, like any great relationship, it just gets better and better as the years roll on. So keep looking until you find it. Don’t settle.

My third story is about death.

When I was 17, I read a quote that went something like: “If you live each day as if it was your last, someday you’ll most certainly be right.” It made an impression on me, and since then, for the past 33 years, I have looked in the mirror every morning and asked myself: “If today were the last day of my life, would I want to do what I am about to do today?” And whenever the answer has been “No” for too many days in a row, I know I need to change something.

Remembering that I’ll be dead soon is the most important tool I’ve ever encountered to help me make the big choices in life. Because almost everything — all external expectations, all pride, all fear of embarrassment or failure – these things just fall away in the face of death, leaving only what is truly important. Remembering that you are going to die is the best way I know to avoid the trap of thinking you have something to lose. You are already naked. There is no reason not to follow your heart.

About a year ago I was diagnosed with cancer. I had a scan at 7:30 in the morning, and it clearly showed a tumor on my pancreas. I didn’t even know what a pancreas was. The doctors told me this was almost certainly a type of cancer that is incurable, and that I should expect to live no longer than three to six months. My doctor advised me to go home and get my affairs in order, which is doctor’s code for prepare to die. It means to try to tell your kids everything you thought you’d have the next 10 years to tell them in just a few months. It means to make sure everything is buttoned up so that it will be as easy as possible for your family. It means to say your goodbyes.

I lived with that diagnosis all day. Later that evening I had a biopsy, where they stuck an endoscope down my throat, through my stomach and into my intestines, put a needle into my pancreas and got a few cells from the tumor. I was sedated, but my wife, who was there, told me that when they viewed the cells under a microscope the doctors started crying because it turned out to be a very rare form of pancreatic cancer that is curable with surgery. I had the surgery and I’m fine now.

This was the closest I’ve been to facing death, and I hope it’s the closest I get for a few more decades. Having lived through it, I can now say this to you with a bit more certainty than when death was a useful but purely intellectual concept:

No one wants to die. Even people who want to go to heaven don’t want to die to get there. And yet death is the destination we all share. No one has ever escaped it. And that is as it should be, because Death is very likely the single best invention of Life. It is Life’s change agent. It clears out the old to make way for the new. Right now the new is you, but someday not too long from now, you will gradually become the old and be cleared away. Sorry to be so dramatic, but it is quite true.

Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life. Don’t be trapped by dogma — which is living with the results of other people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out your own inner voice. And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.

When I was young, there was an amazing publication called The Whole Earth Catalog, which was one of the bibles of my generation. It was created by a fellow named Stewart Brand not far from here inMenlo Park, and he brought it to life with his poetic touch. This was in the late 1960′s, before personal computers and desktop publishing, so it was all made with typewriters, scissors, and polaroid cameras. It was sort of like Google in paperback form, 35 years before Google came along: it was idealistic, and overflowing with neat tools and great notions.

Stewart and his team put out several issues of The Whole Earth Catalog, and then when it had run its course, they put out a final issue. It was the mid-1970s, and I was your age. On the back cover of their final issue was a photograph of an early morning country road, the kind you might find yourself hitchhiking on if you were so adventurous. Beneath it were the words: “Stay Hungry. Stay Foolish.” It was their farewell message as they signed off. Stay Hungry. Stay Foolish. And I have always wished that for myself. And now, as you graduate to begin anew, I wish that for you.

Stay Hungry. Stay Foolish.

Thank you all very much.

 

Giuliano Bono, Il tempo di morire Manuale degli ultimi giorni per il medico di famiglia


cover
Giuliano Bono
Il tempo di morire
Manuale degli ultimi giorni per il medico di famiglia

“Un felice incontro di alti ideali e risposte empiriche”, ha giudicato il libro il bioeticista Sandro Spinsanti. Pagine chiare, dirette, orientate alla pratica: nato per il medico di famiglia ma prezioso sia per l’ospedaliero sia per l’infermiere.

ISBN: 978-88-490-0375-8 - Pagine: 17