L’Assemblea dei sindaci dell’Ambito distrettuale del Cividalese ha approvato il Piano di zona, triennio 2013-2015 e il Programma attuativo annuale 2013. Consolidare e stabilizzare il sistema dei servizi esistenti Sulla base degli obiettivi generali posti dalla Regione, sono state sviluppate le linee progettuali nelle varie aree di intervento tra cui minori giovani e famiglie, anziani, disabilità, dipendenze e salute mentale, disagio e marginalità. Si è rilevata l’esigenza di consolidare e stabilizzare il sistema dei servizi esistenti, tra i quali il servizio sociale professionale, l’assistenza domiciliare e i servizi socio-educativi. È necessario, poi, porre attenzione ai processi e alla qualità del lavoro delle diverse figure professionali che compongono la Pianta organica aggiuntiva, fornire le informazioni necessarie e aggiornate ai cittadini, dotarsi di prassi e procedure burocratiche rispettose delle esigenze dei cittadini. Individuati i settori di debolezza Parallelamente, sono stati individuati i settori di debolezza, le aree di fragilità dell’attuale assetto dei servizi sociali e sociosanitari sui quali sarà opportuno agire nei prossimi anni. Sono state lanciate alcune sfide nelle aree del lavoro e del disagio sociale (povertà e nuove povertà), tematiche che oggi registrano elementi di criticità e che, pertanto, necessitano di azioni mirate.
Archivi categoria: Piani di zona
Ambito distrettuale di Varese in rete
L’Ambito distrettuale di Varese è in rete. E’ stato attivato infatti – realizzato dall’Amministrazione Comunale – il nuovo sito internet istituzionale, consultabile all’indirizzo http://www.ambitodistrettualevarese.it/
Il sito intende essere un riferimento per tutti coloro che vogliano essere informati sulle attività e sulle opportunità offerte all’interno dell’attuazione del Piano di Zona – ex Legge 328/2000.
DAI PIANI DI ZONA ALLA GESTIONE ASSOCIATA DEI SERVIZI SOCIALI | Corso SDA Bocconi
I contenuti
- I Piani di zona e le nuove reti dei servizi sociali: differenti ambiti e diverse esperienze regionali a confronto.
- Integrazione dei servizi ed integrazione delle risorse: i nuovi confini della gestione del sociale.
- Pianificazione e programmazione: il ruolo degli enti locali nell’orientare e governare i processi di cambiamento.
- Integrazione e gestione associata dei servizi: dall’uso integrato delle risorse alla costituzione di un’unica azienda sociale interistituzionale.
- Le differenti forme giuridiche a disposizione di una gestione associata.
- La valutazione dei servizi nelle gestioni associate: la “prova del nove” dell’integrazione dei servizi.
da: DAI PIANI DI ZONA ALLA GESTIONE ASSOCIATA DEI SERVIZI SOCIALI | SDA Bocconi
vai alla BROCHURE piani-zona
Ambito distrettuale del Cividalese | PdZ – Piani di Zona: “Un po’ di strada insieme: un percorso per l’affidamento familiare”
“Un po’ di strada insieme: un percorso per l’affidamento familiare”
scarica pieghevole: pieghevole_def.pdf
scarica locandina: locandina_def.pdf
scarica cartolina: cartolina_def.pdf
da Ambito distrettuale del Cividalese | PdZ – Piani di Zona.
Comune di Como – Servizi Sociali- “Bando, disciplinare di servizio e domanda di accreditamento dei fornitori di servizi per Ufficio di Coordinamento del piano di Zona, periodo 2012-14”.
Comune di Como – Servizi Sociali- “Bando, disciplinare di servizio e domanda di accreditamento dei fornitori di servizi per Ufficio di Coordinamento del piano di Zona, periodo 2012-14”.
vai a Bandi di Gara – Comune di Como – Servizi Sociali- “Bando,….
PIANO ZONALE TRIENNALE PRIMA INFANZIA: RILEVAZIONE DATI PER III^ ANNUALITA’ 2012/2013 | Azienda Sociale Cremona
PIANO ZONALE TRIENNALE PRIMA INFANZIA: RILEVAZIONE DATI PER III^ ANNUALITA’ 2012/2013
Cremona, 09.07.2012
Piano di zona — Ambito Distrettuale del Cividalese
Autorità, leadership, followership e creatività nei servizi sociali e sociosanitari, Lecco dal 15 maggio al 13 giugno 2012, da Newsletter SOS del 4.5.12
La D.ssa Anna Grande segnala un evento che si svolgerà a
Lecco dal 15 maggio al 13 giugno 2012 (4 incontri)
dal titolo “Autorità, leadership, followership e creatività nei servizi sociali e sociosanitari”.
Per scaricare il programma, accedere alla pagina http://www.servizisocialionline.it/creativit%C3%A0-nei-servizi-sociali.htm
Servizio sociale dei Comuni – Ambito distrettuale Basso Isontino. Albo dei soggetti accreditati a svolgere il servizio di assistenza domiciliare nei Comuni
Servizio sociale dei Comuni – Ambito distrettuale Basso Isontino.
Albo dei soggetti accreditati a svolgere il servizio di assistenza domiciliare nei Comuni …
<http://www.serviziosociale.bassoisontino.it/cm/ambienti/servizio_sociale/unica/allegati/struttura_portale/20124171413310.doc20120417142827.pdf>
Piano di Zona della Valle d’Aosta
COS’È IL PIANO DI ZONA
Il Piano di Zona della Valle d’Aosta è lo strumento che nasce per dare risposte ai problemi delle persone e delle comunità locali, per individuare i bisogni e le strategie di risposta più efficaci, per riqualificare le risorse disponibili e condivise tra soggetti istituzionali e comunitari, per promuovere la partecipazione delle diverse comunità locali.
documentazione dell’UFFICIO DI PIANO
Pubblicato in Ufficio di Piano |
Pubblicato in Ufficio di Piano |
Pubblicato in Ufficio di Piano |
L’Assemblea distrettuale dei Sindaci nella seduta del 29.03.2012 ha approvato il nuovo Piano di Zona 2012-2014 dell’Ambito distrettuale di Cremona | Azienda Sociale Cremona
L’Assemblea distrettuale dei Sindaci nella seduta del 29.03.2012 ha approvato il nuovo Piano di Zona 2012-2014 dell’Ambito distrettuale di Cremona
PDZ 2012-2014 approvato 29.03.2012
Accordo di Programma 2012 – 2014 per sottoscrizione
da COSTRUIAMO IL NUOVO PIANO DI ZONA | Azienda Sociale Cremona
PIANO SOCIALE DI ZONA 2012-2014, AMBITO TERRITORIALE DI COMO
ACCORDO DI PROGRAMMA TRA I COMUNI DELL’AMBITO DISTRETTUALE DI MERATE, L’AZIENDA SPECIALE RETESALUTE, LA PROVINCIA DI LECCO, L’AZIENDA SANITARIA LOCALE DELLA PROVINCIA DI LECCO, L’AZIENDA OSPEDALIERA DI LECCO PER LA REALIZZAZIONE DEL PIANO DI ZONA 2012-2014
Il futuro dei piani di zona: cosa cambia e come attrezzarsi, lunedì 23 Gennaio presso l’Auditorium La Cordata, via San Vittore 49 a Milano
lunedì 23 Gennaio prossimo si terrà presso l’Auditorium La Cordata, via San Vittore 49 a MIlano, il seminario
Il futuro dei piani di zona: cosa cambia e come attrezzarsi
Un confronto tra Regione, Ambiti, Terzo Settore e Asl per analizzare il nuovo contesto e per raccogliere idee e spunti per affrontare la prossima fase programmatoria
ore 9.00 Registrazione
ore 9.15 Interventi
Apertura Cristiano Gori – LombardiaSociale.it
Cosa insegnano gli ultimi dieci anni: apprendimenti (e attenzioni) per affrontare il cambiamento Valentina Ghetti - IRS LombardiaSociale.it
Gli obiettivi di riforma del welfare e la nuova logica dei piani di zona Rappresentante Regione Lombardia – DG Famiglia, Conciliazione, Integrazione e Solidarietà Sociale; Giovanni Fosti – Cergas Bocconi
ore 10.00 Confronto con i territori e dibattito
Come è possibile una riattivazione sociale? Angelo Stanghellini – Ufficio di Piano di Crema
Investire sulla progettazione Elena Meroni – Azienda Comuni Insieme Bollate e NeASS
Costruire nuove alleanze con il mondo dell’impresa Chiara Previdi – Comune di Monza
Conclusioni Ugo DeAmbrogio – IRS LombardiaSociale.it
ore 13.00 Chiusura lavori
L’accesso è gratuito previa registrazione tramite l’iscrizione on line al link
http://www.lombardiasociale.it/ls-eventi/pdz23gennaio/
Sono stati richiesti da Irs al CROAS Lombardia i crediti per la formazione degli assistenti sociali
Per informazioni: tel. 02/4676.4310 segreteria@irs-online.it
VI SEGNALIAMO INOLTRE:
18 Gennaio 2012 , a Lodi, dalle 14.30 alle 18, organizzato dall’Ufficio di Piano
Convegno e tavola rotonda sul tema: ”Tra Diritti e Sostenibilità. Quale welfare locale possibile: lo sguardo di insieme, sostenere e mantenere i servizi in un quadro di difficoltà”.
Programma, iscrizioni e informazioni al link: http://udpcasalelodi.altervista.org/
Sono stai attribuiti dal CROAS 25 crediti formativi per assistenti sociali alla Scuola di aggiornamento e formazione per Assistenti Sociali organizzata da IRS: programma, calendario, costi e modalità di iscrizione vi verranno inviati contattando fpicozzi@irsonline.it oppure collegandovi al sito di irs
Linee di indirizzo per i piani di zona 2012-2014, D.g.r. n. IX/2505 del 16 novembre 2011 | segnalazione di Valentina Ghetti su LombardiaSociale
Linee di indirizzo per i piani di zona 2012-2014
Linee di indirizzo per i piani di zona 2012-2014 | LombardiaSociale.
Integrazione e localizzazione delle Politiche sociali: analizzare il ruolo dei territori come punto di convergenza di programmi e di servizi diversi, di Antonio Bellicoso
Integrazione e localizzazione delle Politiche sociali: analizzare il ruolo dei territori come punto di convergenza di programmi e di servizi diversi
di Antonio Bellicoso (*)
La legislazione recente fa riferimento al “territorio” come attore delle politiche, come spazio ove circolano problemi e risorse con le quali le politiche si confrontano dando vita ad un terreno d’integrazione delle politiche stesse. Affinché i servizi “siano” (attivamente) nel territorio, lo attivino e lo trasformino, essi stessi devono a loro volta attivarsi, ridefinirsi e trasformarsi. I confini tra il territorio e i servizi devono essere più vicini al concetto di “frontiera” che a quello di “confine” di Barth. Deve realizzarsi uno spazio, che inizialmente a livello fisico c’è già, terra di accesso per entrambi (territorio e servizio) prima ed incontro dopo. Il confronto che ne seguirà darà luogo alla graduale estensione di questo spazio sotto il profilo “sociale” che all’origine era “frontiera. L’apertura reciproca consentirà la possibilità di attivare l’interazione e di definire da ambo i lati, tra interno ed esterno una sorta di propria identità, anzi, se collettiva, meglio. Senza voler disturbare Bauman, l’identità è un processo di costruzione, definizione e ridefinizione a cui le due entità non possono sottrarsi. Se tra i due soggetti (territorio e servizi) ci servissimo di un paio di muratori, un architetto, un ingegnere ed un urbanista “invisibili” per commissionare loro la realizzazione di un progetto volto a costruire un “ponte” che sia in grado di unire i due spazi, avremmo già avviato forse, un’opera di integrazione capace e pronta di generare connessioni, scambi, reti e quant’altro di necessario per favorire una comunicazione circolare, senza voler scomodare Watzlawick quando questi per l’appunto faceva riferimento alle caratteristiche della comunicazione “circolare” e in particolare ai cinque assiomi della comunicazione umana. Se pensiamo al processo di riforma della Pubblica Amministrazione che investe gli Enti Territoriali della funzione di programmare lo sviluppo locale; se pensiamo allo schema di sviluppo dello spazio europeo e allo stesso Legislatore italiano, ci vien d’obbligo constatare che le istituzioni territoriali hanno oggi il compito di analizzare, pianificare, programmare e gestire il processo di trasformazione del territorio, inteso come “spazio pensato”. Il concetto chiave è che bisogna costruire per il “divenire” di un territorio e per far “divenire” un territorio bisogna saperlo leggere, decodificare, interpretare al fine di promuovere e “governare” quel “divenire” secondo strategie di sviluppo condivise fra i vari attori, siano essi pubblici, siano essi non pubblici. Cos è un sistema locale se non il complesso delle relazioni sociali, economiche, istituzionali, urbane, ecc., sedimentate e strutturate nel tempo e nello spazio, tra gli attori sopramenzionati sul territorio stesso?
Ciò per significare che non c’è scollamento tra un sistema ambientale e un sistema sociale. Se il territorio è “pensato” in termini di spazio, vorrà dire che ogni azione umana può modificare il sistema di relazioni preesistente, o no? Certo che sì! Tornando al concetto di “ponte”, l’integrazione di un servizio evoca parole quali “accessibilità”, “soglia”, “spazi”, “pratiche”, ecc. Alla luce di quanto sopra finora riportato, potremmo cominciare a definire in modo più chiaro e marcato che il territorio può essere definito come il contesto sociale che circonda il servizio, luogo fisico e sociale “pensato” che produce socialità, relazioni. D’altro canto, cosa sono i servizi se non relazioni che producono relazioni? Il servizio è costituito di relazioni e la sua azione di fatto è “interazione” e l’interazione è costituita da comunicazioni, interscambi e legami sociali. Per estremizzare si può forse meglio definire i servizi come flussi di interazioni. I servizi, soprattutto quelli dell’assistenza sociale non creerebbero relazioni, flussi e quant’altro se la loro unica preoccupazione fosse quella di somministrare colloqui o prestazioni codificate in un contesto spaziale “modello attuale” nella stragrande maggioranza dei luoghi ove si fornisce la “prestazione” su “richiesta” dell’utente (eh si, perché nell’antiquato modello di interazione operatore – utente, il primo non da’, se il secondo non chiede), in un ambiente artificioso con un setting rigido dove il modello di comunicazione, per ridisturbare Watzlawick (d’altro canto, questi nel campo della comunicazione equivale al Polanyi degli accostamenti con il welfare), è di tipo “up-down”. I servizi devono, lo si diceva prima, ridefinirsi, riadattarsi, trasformarsi. Il servizio integrato con il territorio è il servizio che invece di “dare” e di sentirsi “chiedere”, costruisce insieme a….e con…. Se per territorio si vuole intendere quanto sopra descritto e per servizi quanto illustrato, allora, forse, abbiamo motivo di pensare e di credere che nell’ambito dell’integrazione e localizzazione delle politiche sociali, il territorio può, anzi deve essere considerato ed inteso a tutti gli effetti, un punto di convergenza di programmi e di servizi diversi. Un esempio duplice documentabile di territorio che funge da punto di convergenza in tal senso è costituito da un lato dall’eseperienza delle ludoteche del Comune di Napoli e dall’altro dalla cooperativa Olinda ubicata presso l’area dell’ex manicomio Paolo Pini a Milano. A Napoli, così come a Milano, lo spazio, sia esso fisico sia esso sociale, viene offerto e utilizzato per proporre e attivare non interventi tradizionalmente concepiti dai servizi di vecchio stampo, ma processi e flussi di interazioni i cui protagonisti non sono solo gli utenti considerati finali di una volta, cioè i bisognosi dell’intervento, e non solo gli operatori coinvolti in prima persona, ma il territorio medesimo che in questo caso può fungere da destinatario finale, poiché tutte le parti in gioco (persone, operatori, istituzioni, municipalità, ecc.) si arricchiscono. Il servizio che apre i propri confini di frontiera dell’interno e mediante il “ponte” si estende all’esterno dando vita ad un processo interattivo di mescolanze, e incontri di socialità diverse, funge da motore di integrazione territoriale i cui effetti sono la compartecipazione e compresenza di più realtà, di più entità. A Napoli le ludoteche vengono disseminate nei singoli quartieri della città e adibite a spazi di incontro, gioco e quant’altro, aperte a tutti i bambini e ragazzi e presso le quali, al fianco degli operatori collaborano attivamente i genitori dei ragazzi stessi. Il progetto “adotta una piazza” attivato da una ludoteca delle sopra menzionate, si inserisce anch’esso in questa logica di territorialità partecipata dove il territorio funge da luogo di attrazione, in questo caso la piazza viene frequentata per condividere e partecipare un evento che unisce più tipologie di destinatari, per così dire. All’ex manicomio di Milano, l’esperienza che da svariati anni si sta portando avanti è per certi versi, similare. Sono stati ridefiniti e riattivati taluni spazi, anche dal punto di vista urbanistico, interni all’area ove è situata la struttura e tramite l’implementazione di progetti alla cui stesura hanno fattivamente partecipato gli attori dei quartieri circostanti, misurandosi in un lavoro di partnership, sono stati simbolicamente divelti i confini che, in questo caso specifico, sotto forma di spettro tenevano la struttura impenetrabile allo sguardo della cittadinanza, e costruiti gli accessi per il passaggio al suo interno. Una proliferazione di processi e progetti realizzati mediante la compartecipazione degli attori di cui sopra ha consentito la realizzazione di “vivere” e “partecipare” il territorio da parte di tutti in svariate aree vitali (ludiche, gastronomiche, culturali, teatrali, ecc.) Napoli e Milano non sono le uniche realtà dove si situano esperienze similari, ne se sono altre sparse qua e là in Italia, ma la chiave di volta del successo è data dal rapporto con il territorio di reciproca costruzione dove l’utente diventa co agente e dove lo spazio diventa luogo e motore di processi di interazioni. Sulla scia degli assunti e principi in precedenza riportati e sulla base degli esempi pratici sopra menzionati, credo quindi che non si possa non connotare il territorio come il luogo “eletto” a punto di convergenza di programmi e di servizi diversi, nell’ambito dell’integrazione e localizzazione delle politiche sociali. Si tenga presente che quando parliamo di “integrazione” e “localizzazione” delle politiche sociali, mi riferisco ai due pilastri da intendersi quali orientamenti di base che sottendono proprio al processo di integrazione, dove l’uno (integrazione) impone di ricercare connessioni e sinergie tra politiche che intervengano in diverse materie sociali (lotta all’esclusione sociale, politiche di sviluppo locale, politiche di recupero di aree degradate) e l’altro (localizzazione) che impone che l’area urbana, locale, municipale conducano a sintesi la pluralità degli interventi affinché facciano sistema e generino quel tessuto sociale integrato che passa per “coesione sociale” da distinguersi dal vecchio corrispettivo termine “integrazione” dell’antico sistema di welfare. L’esclusione sociale, l’invecchiamento della popolazione, i quartieri degradati, l’immigrazione, non possono non essere trattati se non in sede locale e in modo integrato. I principi di sussidiarietà, coesione sociale, pari opportunità, empowerement che sottendono alle logiche dell’integrazione sono presenti e se non lo sono, si coltivano nel territorio e i problemi a cui facevo riferimento prima non si superano con i tradizionali sussidi, ma con politiche attive del lavoro, recuperi di aree degradate. La povertà e l’esclusione sociale non si curano con i farmaci, i colloqui o i sussidi, ma rendendo i bisogni materia di costruzione, riattivazione, facendo sì che i destinatari finali non siano necessariamente i classici “utenti”, ma il territorio nella sua globalità. Il ruolo centrale “giocato” dal “quarto livello” di governo di Donolo, definendolo prima europeo e poi “costituente” e la centralità dei programmi europei (equal, urban, ecc.) portano a sviluppare nelle aree locali politiche di valorizzazione delle risorse di ogni ordine e grado.
Poiché l’area, intesa da un punto di vista morfologico o fisico non è sufficiente da sola a far sì che si realizzino esperienze come quelle di Napoli e Milano sopracitate; la trasformazione da area così intesa a “territorio” come lo dobbiamo intendere, può avvenire tramite l’applicazione di due principali ed importanti strumenti, entrambi, introdotti dall’orientamento e dalle norme della riforma, la “partnership” e i “dispositivi”. Per partnership si intende l’azione di mettersi insieme tra attori diversi, con diverse competenze, con diverse specificità e appartenenze al fine di costruire politiche integrate, passando per il confronto, la discussione, e perche no, anche il conflitto, anzi il conflitto, secondo l’una delle due versioni contrastanti insite nel concetto di coesione sociale è considerato motore di crescita, di costruzione. Per dispositivi invece intendiamo quegli strumenti specifici mediante i quali si costruisce formalmente l’integrazione sociale. Ci riferiamo al Piano di Zona, ai Contratti di quartiere, ai livelli minimi di assistenza, ai programmi individualizzati, agli accordi di programma, ecc. Gli attori sociali coinvolti, siano essi pubblici, siano essi non pubblici, il cosiddetto “terzo settore”, sono chiamati a lavorare attorno ad un tavolo per costruire insieme le politiche. Ci sono realtà dove gli attori non pubblici vengono coinvolti sin dall’inizio della stesura del piano di zona, ci sono realtà dove invece questi vengono chiamati a redazione del piano di zona completata…..”dipende!”
Giacchè abbiamo menzionato or ora gli attori che si siedono attorno ad un tavolo per discutere e costruire, mi sono imbattuto in un articolo di Paolo Ferrario che, come tanti altri, riconosce presenti nel campo delle politiche sociali post riforma i tre ambiti (stato, mercato, famiglia) in gioco, le cui proprietà costituiscono oggetto di ispirazione da parte di Esping-Andersen quando per costruire i suoi tre modelli di welfare regimes estrapola dai lavori di Polanyi, le tre forme di integrazione (reciprocità = famiglia e parentela; redistribuzione = stato; scambio di beni = mercato). Paolo Ferrario vede tra gli ambiti di discussione queste tre entità e ci ricorda questo accostamento, facendo per l’appunto, riferimento a Polanyi. Un altro punto importante che interviene a completamento di una buona riuscita di progetti mirati all’integrazione delle politiche locali dove il territorio può costituire punto di convergenza di programmi e servizi diversi è quello relativo al seguente aspetto innovativo. Se i servizi vengono intesi non più come strutture fisiche che erogano prestazioni, ma come unità territoriali che sul territorio e con i soggetti territoriali creano processi, è lecito comprendere il perché l’orientamento attuale del governo è quello di inviare fondi a chi dimostra di intendere gli interventi di politiche sociali in tal senso. Guarda caso, i finanziamenti pubblici sono indirizzati per la maggiore proprio in quei contesti territoriali dove si programmano progetti e processi e non più sulle azioni miranti ad erogare interventi singoli settoriali (sussidi, ecc.). In altre parole, un progetto che metta in rete più soggetti territoriali facendoli convergere verso finalità e obiettivi coerenti con le nuove prospettive e bisogni emergenti (politiche di riduzione dell’esclusione sociale, degrado urbanistico, ecc.) in una logica di programmi territoriali di servizi, catalizza una maggiore attenzione e priorità. Un altro aspetto molto importante che la centralità del territorio nell’ambito dell’integrazione e localizzazione mette in evidenza e genera è il passaggio o cambiamento del destinatario, come accennavo anche in precedenza. Il destinatario finale dell’intervento è sì il territorio stesso, ma è anche il “co-agente”, il vecchio cliente che da soggetto passivo diventa soggetto attivo, ma di questo abbiamo già parlato. L’importanza del territorio si evince anche dall’orientamento in atto dell’apparato politico amministrativo che privilegia i trasferimenti monetari e al quale può essere associato ad una esternalizzazione delle prestazioni, affidate alle organizzazioni del terzo settore e da qui la nascita del mercato sociale. I concetti di partenship, di mercato sociale, di territorio stesso, non possono, nell’ambito dell’argomento che sto trattando e in relazione specifica al titolo della presente tesina, non farmi fare un collegamento (tanto per uscire un po’ fuori dal “quadrato”) con il concetto innovativo di “marketing territoriale”, ma accennerò qualcosa, a tal riguardo, alla fine se mi rimarrà ulteriore spazio. Un altro aspetto importantissimo introdotto dalla dimensione territorio in relazione al suo punto di convergenza di programmi e servizi diversi, sempre nell’ottica della integrazione e localizzazione delle politiche sociali è il processo di “decategorizzazione” degli interventi, perché l’agire nei modi sopra detti orienta gli attori a non pensare più alle categorie di utenti, ma a implementare programmi che trasversalmente attraversino i vari “cicli di vita” delle persone considerandole come totalità, come insieme. Si agisce sulla povertà od esclusione sociale mediante politiche rivolte al settore urbanistico, politiche attive del lavoro e via discorrendo. Non si risolve il problema della povertà con un sussidio. Lo stesso dicasi per i problemi dell’immigrazione. Non si può pensare di risolvere la problematica degli immigrati con i sussidi, ma di deve fare politica intorno ai problemi dell’abitare, del lavoro (sempre in termini però di politiche attive), ecc. Ciò inoltre mi consente di introdurre l’aspetto di non secondaria importanza che è quello della “qualità sociale”. La trasversalità delle azioni, gli interventi che cambiano in progetti e processi incidono positivamente sul concetto di “qualità sociale” e le politiche sociali impostate come sopra riportato diventano agli occhi di tutti, meritevoli di investimenti collettivi poiché tendono a generare contesti di qualità sociale, per l’appunto. La qualità sociale è un insieme di condizioni che si devono perseguire, quali il grado di sicurezza socio-economica, il grado di eguaglianza delle opportunità, il grado di coesione sociale, il grado di empowerment, ossia il principio della capacitazione, nonché valorizzazione delle risorse. Cosa ci resta ancora ora da prendere in considerazione per concludere questo lavoro? Direi che proporre servizi diversi applicando i principi e i concetti propri dell’integrazione e localizzazione finora trattati e alla luce delle due sintetiche esperienze territoriali sopra riportate, non è forse poi così impossibile, provare a pensare al motto “integrare è bello” purchè si abbia l’accortezza di prendere alcuni accorgimenti, quali: fare in modo che il parco non sia solo attraversato, ma vissuto; che la piazza non sia solo attraversata, ma frequentata; che il bar non sia solo un distributore automatico, ma un luogo dove barista e contesto accogliente possano non mancare; che l’escluso sociale non lo si indirizzi ad un altro posto perché il nostro quadrato mentale (frutto del patrimonio cognitivo) non ci consente di individuare e “picchettare” dei punti di appoggio per quanto meno far vedere al malcapitato quanto “profondo possa non essere il suo mare”.
Per i motivi sopradetti, per i principi sopraenunciati e per gli esempi citati, si può pertanto affermare, come più volte ribadito che il territorio nell’ambito della integrazione e localizzazione delle politiche sociali, può fungere da punto di convergenza di programmi e servizi diversi, in quanto luogo particolarmente favorevole a che ciò si verifichi.
Trovare la soluzione A o B prima di rispondere “mi scusi non è di mia competenza”, ci permetterebbe di “costruire” e non di sentirci in dovere di giustificarci con i colleghi dicendo loro “non era motivato, quindi gli ho detto di tornare più avanti…..quando si parla dell’alcoldipendente si è infatti convinti che se non è motivato non lo si può curare, certo…..col vecchio modello, tutto è possibile!!! Non c’è spazio, come supponevo per trattare in coda l’argomento del marketing territoriale, mi limito però a riportare uno slogan che recita così : “il territorio fa marketing in quanto genera scambi sia al proprio interno sia nei confronti di aree geografiche esterne, con l’obiettivo di creare valore per la comunità di riferimento”….non mi si dica che in questo assunto non calzi bene tutto il discorso dell’integrazione delle politiche sociali. L’ho estrapolato da un lavoro di Cecilia Gilodi.
Bibliografia
- L.Bifulco (a cura di), Il genius loci del welfare. Strutture e processi della qualità sociale. Roma, Officina edizioni, 2003, capitoli 1-2-3-4-6
- O.de Leonardis, “Ripensare i servizi sociali”, in un diverso welfare, Milano, Feltrinelli, 1998
- O. de Leonardis, “Povero abile povero. Il tema della povertà e le culture della giustizia
- R.Monteleone, “La contrattualizzazione delle politiche socio-sanitarie: il caso dei voucher e dei Budget di cura”, in L.Bifulco, a cura di, Le nuove politiche sociali, Roma, Carocci, in corso di stampa
- Appunti presi durante le 3 lezioni in aula della materia di insegnamento “L’integrazione delle politiche sociale, Prof.ssa Ota de Leonardis, ivi incluso il lavoro realizzato presso la cooperativa Olinda nel corso dell’ultima lezione
- Watzlawick P. e altri, La pragmatica della comunicazione umana, Edizione Astrolabio, 1971
- P.Ferrario, Condizioni per un efficace processo programmatorio dei piani di zona, in Movi Fogli di informazione e di coordinamento n. 2/3 Marzo-Giugno, Milano 2002
- Eutropia onlus & altri (a cura di), Manuale operativo per l’integrazione delle politiche sociali, Università la Sapienza – Roma 2004
- G.Cella, Le tre forme di scambio: reciprocità, politica, mercato a partire da Karl Polanyi, Il Mulino, Bologna 1997
- Appunti delle lezioni della Prof.ssa M.Giacomini relativamente agli argomenti trattati sui concetti di “confine” e “frontiera”
- Appunti delle lezioni del Prof. Benassi relativamente agli argomenti trattati su Polany e le tre forme di integrazione
- M.Serati, S.Zucchetti, Valutare e programmare le politiche di sviluppo: teoria e applicazioni, in Liuc Papers, n. 126, luglio 2003
- Cecilia Gilodi, Territorio e marketing, tra letteratura e nuovi percorsi di ricerca, in Liuc Papers, n. 149, giugno 2004
- Legge 328/00
- Bando della Regione Lombardia relativo ai contratti di quartiere
*Assistente Sociale Specialista, Direttore del Portale S.O.S. Servizi Sociali On Line – http://www.servizisocialionline.it
Welfare e Piani sociali di comunità. Fretta cattiva consigliera

IL TERZO SETTORE
“La pianificazione a livello di comunità sta muovendo i suoi primi passi”, ha osservato Silvano Deavi (intervento allegato) non solo a nome del Consolida di cui è presidente ma anche di numerosi altre associazioni non profit presenti alla consultazione. “Il quadro di indicazioni metodologiche e statistiche è ancora troppo poco definito. Il sistema informativo delle politiche sociali è in fase di cantierizzazione e, ad oggi, la base statistica su cui sviluppare l’analisi dei bisogni e dei servizi esistenti è deficitaria e disomogenea”.
Solo da poco diverse comunità hanno costituito i Tavoli necessari per realizzare l’analisi dei bisogni ed elaborare i Piani. Il lavoro di mappatura dei bisogni è quindi necessariamente parziale ed approssimativo. “L’utilità e la validità del lavoro realizzato fino ad oggi – ha proseguito Deavi – deve perciò considerare queste oggettive condizioni di limitatezza dei risultati a cui arriveranno le comunità. Considerazione necessaria se sulla base di tali risultati saranno formulate le decisioni in ordine al riparto delle risorse finanziarie ed organizzative da assicurare alle comunità nel 2012″.
IL COMUNE DI TRENTO
La stessa preoccupazione è emersa dall’assessore alle politiche sociali del comune di Trento, Violetta Plotegher. “La pianificazione sociale – ha avvertito – è un processo lungo che ha bisogno di essere partecipato e condiviso. Oggi non è quindi possibile per le comunità recentemente costituite definire una pianificazione sociale che tenga conto dei bisogni dei cittadini”. Per arrivarci “servono strumenti informativi comuni a tutti i territori”. Cio nonostante “Trento – ha assicurato – farà la sua parte con Aldeno, Cimone e Garniga, ma per un vero Piano sociale di comunità ci vorrebbe come minimo tutto l’anno prossimo”. Come i rappresentanti del Terzo settore anche Plotegher ha inoltre chiesto alla Provincia di garantire un ampio coinvolgimento dei soggetti interessati nella fase dell’elaborazione dei regolamenti attuativi della legge 13.
L’ASSESSORE ROSSI
“In questo percorso potremo sicuramente commettere degli errori ai quali assieme si dovrà porre rimedio”, ha risposto l’assessore alle politiche sociali Ugo Rossi, anch’egli intervenuto alla consultazione. Tuttavia – ha proseguito – non possiamo permetterci di fermarci ad aspettare di avere un modello ideale. Non decidere e non mettere in campo sperimentazioni potrebbe avere un effetto ancor più dirompente in questo settore”. Tre, ha concluso Rossi, sono le linee di azione che il governo provinciale è deciso a portare avanti: valorizzare le reti sociali (famiglie associazioni volontariato) per migliorare la flessibilità e personalizzazione degli interventi (qui arrivano inevitabilmente prima il privato sociale e i cittadini); pianificare con politiche diverse rispetto al passato, abituando i territori ad individuare le priorità in una fase di risorse scarse, il che vuol dire lasciare fuori ciò che serve di meno; e infine integrare pubblico e privato, comunità locali, comuni e Provincia, sanità e sociale.
IL CONTRIBUTO DEGLI ESPERTI
L’audizione della quarta commissione presieduta da Mattia Civico (introduzione allegata) è stata una sorta di convegno (per ospitare a Palazzo Trentini tutti i partecipanti, oltre alla sala Lenzi è stata aperta e attrezzata con maxischermo anche la sala di fronte), convegno voluto per approfondire la complessa questione del rapporto tra politiche e interventi sociali a tutela dei soggetti deboli, il cui costo è andato crescendo in modo esponenziale negli ultimi decenni, e l’attuale crollo delle risorse pubbliche messe a disposizione del settore. Un po’ come cercare la quadratura del cerchio, insomma. Per capire meglio i termini del problema la commissione ha chiesto una riflessione a tre studiosi esperti nel campo di protezione sociale: Franca Olivetti Manoukian del Centro Aps di Milano; Flaviano Zandonai, sociologo di Euricse; e Fabio Folgheraiter, docente all’università cattolica di Milano.
Franca Olivetti Manoukian
Manoukian ha evidenziato come l’immagine di welfare cui siamo ancora attaccati “fa parte di un mondo che non esiste più. Non si può pensare che ogni problema umano o familiare possa avere risposta, o che – come nonostante tutto i programmi politici continuano a promettere – i disagi sociali saranno risanati fino a soddisfare tutte le aspettative di benessere e felicità individuali”. Il grave è che credere in questo welfare non è senza conseguenze: moltiplica le difficoltà e impedisce di riconoscere la vera natura dei disagi, inducendo la gente a fidarsi dei primi imbonitori che trova. Anziché parlare di welfare occorre sforzarsi di comprendere la vera natura dei problemi, che vanno riconosciuti e rappresentati “in modo convergente”. I problemi non si possono eliminare o semplificare (ad esempio medicalizzandoli): vanno gestiti”. Come? “Tutelando i diritti soggettivi delle persone, che anche quando sono anziane hanno una loro storia e dignità da rispettare pienamente. Ma questo può accadere – ha concluso Manoukian – solo costruendo legami, connessioni e sinergie”. Un approccio metodologico di questo tipo permette di risparmiare risorse.
Flaviano Zandonai (sliede allegate)
Il modo di intendere il proprio ruolo e quello degli altri soggetti attivi nel welfare che si ha nell’ente pubblico e nelle imprese sociali, è stato analizzato da Fabiano Zandonai a partire da un’indagine del 2006 e tuttavia proprio per questo libera dall’assillo dell’attuale dibattito sulla riforma istituzionale. La ricerca metteva a confronto rappresentazioni e pratiche degli addetti ai lavori negli enti locali (122 i comuni sentiti) e nelle organizzazioni non profit produttive (imprese sociali, 51 interviste). Rivelando che le amministrazioni comunali si considerano in grado di gestire in modo trasparente le risorse rispettando regole e procedure (garanzia dei diritti) e vedono nel terzo settore un interlocutore capace di leggere i bisogni e pianificare interventi più flessibili. Il non profit si considera invece in possesso di competenze superiori a quelle degli enti locali (percependosi come il “sistema esperto” nel campo del welfare). Di convergente tra pubblico e Terzo Settore vi è un approccio relativamente unitario alla qualità del welfare incentrato sulla risposta ai bisogni degli utenti caso per caso, la professionalità degli operatori (formazione), la capacità di leggere i bisogni emergenti (metodo), l’integrazione degli interventi (innovazione). In conclusione, per Zandonai, i capisaldi di un possibile nuovo welfare comunitario che vedono una sostanziale concordanza tra comuni e soggetti non profit sono: la responsabilizzazione della cittadinanza, la ricerca di risorse aggiuntive, la razionalizzare della spesa e la diversificazione della domanda.
Fabio Folgheraiter
“Quando si vuole giocare la partita del welfare con una presunzione risolutiva dei problemi sociali – ha osservato Fabio Fologheraiter – l’esito non è solo negativo in termini di risorse ma si ritorce contro gli stessi operatori dei servizi erogati”. Qual è allora l’alternativa? “In una provincia come la nostra in cui i sistemi di welfare sono ben strutturati, ragionare per standard minimi vorrebbe dire battere in ritirata, significherebbe riconoscere che il nostro welfare attuale è più ricco di quello che ci si può permettere e che occorre arretrare verso linee di confine più realistiche. Il tema dello standard minimo è stato introdotto dalle politiche liberiste per le quali bisogna lasciare al mercato la gestione dei servizi più personalizzati, la care. Si tratta allora di decidere se cedere al mercato la cura e assistenza della persona è adeguato o meno. Il Trentino – ha concluso Folgheraiter – ha nel dna della propria tradizione di welfare comunitario i propri anticorpi a questa deriva. Una tradizione di esperienze di cui non siamo sufficientemente consapevoli, che ci dicono che il welfare comunitario è una possibile via d’uscita dai guai in cui ci troviamo”. In che senso? Nel senso che “il welfare non significa più affrontare le situazioni con il ‘laser’, ma favorire nelle persone l’interesse per il proprio miglioramento, affinché questo interesse trasferisca nelle situazioni l’energia tipicamente umana indispensabile perché le cose possano migliorare. Il sistema dovrebbe concentrarsi sulle preoccupazioni consapevoli delle persone, perché si rendano conto dei loro problemi e si attivino per cercare una soluzione. Questa è una risorsa fondamentale”.
GLI AMMINISTRATORI LOCALI
Numerosi gli ospiti che hanno seguito i lavori e sono intervenuti. Tra questi ultimi l’assessore alle politiche sociali del Consiglio delle autonomie locali Sergio Menapace (intervento allegato), che ha sottolineato la necessità di una ristrutturazione del welfare a fronte del problema dei costi. Per sostenere con risorse calanti la buona qualità dei servizi nella nostra provincia, occorre acquisire la consapevolezza che serve un “riequilibrio solidale delle risorse”. Fiducioso nella capacità del Trentino di affrontare questo momento difficile si è detto l’assessore della comunità delle Giudicarie Luigi Olivieri. Le comunità già strutturate hanno già maturato una certa pianificazione sociale e la Provincia non intende tagliare ma anzi aumentare le risorse per i servizi sociali. Quanto alle norme, occorre sincronizzare meglio le prospettive della legge sul welfare (13 del 2007) e la riforma sanitaria (la 16 del 2010). Serve un federalismo amministrativo asimmetrico, perché la realtà provinciale non è tutta eguale e le politiche sociali cambiano mutare dal Primiero alle Giudicarie e al comune di Trento.
ASSOCIAZIONI NON PROFIT E UPIPA
Per il comitato esecutivo del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca), Mauro Tommasini ha identificato l’obiettivo comune da perseguire in un welfare neocomunitario. Anna Michelini della Fondazione Famiglia Materna ha messo in guardia dalle trappole che nella fase di attuazione della legge 13 potrebbero presentarsi perché “è facile scivolare magari per la fretta in scelte contraddittorie rispetto al risultato al quale si voleva arrivare. Un’attenzione particolare va posta nella capacità del regolamento attuativo di valorizzare e mettere a sistema le risorse che già ci sono: risorse finanziarie ma anche intangibili come il capitale sociale, le relazioni che non si colgono perché vige ancora il vecchio modello in cui lo Stato eroga servizi e gli altri ne usufruiscono”.
Secondo Osvaldo Filosi, presidente della cooperativa sociale Villa Maria le nuove politiche sociali si possono realizzare solo grazie alla partnership fra pubblico, privato e società civile. L’Upipa è intervenuto con Graziano Bacca (Upipa), che ha concordato sulla necessità, pensando al futuro, di passare sempre più dalla logica dei posti letto a quella dell’assistenza domiciliare. Se ne parlerà giovedì – ha preannunciato – in occasione del confronto da noi organizzato alla sala della cooperazione tra gli assessori alle politiche sociali dell’Euregio Tirolo.
LINGUAGGIO COMUNE PER COESIONE SOCIALE
La parola è poi passata ai consiglieri. Sono intervenuti
- Mario Magnani del gruppo misto (“sul tema della domiciliarità può esserci l’opportunità di mobilitare il terzo settore purché questo sappia attivare nuove risorse di volontariato e non si riduca anche a causa dell’accreditamento a erogare prestazioni in termini di impresa”),
- Claudio Eccher della Lista Civica (“i 4.500 posti letto delle rsa non sono in grado di soddisfare tutte le domande in attesa di risposta: occorre utilizzare strutture intermedie”),
- Bruno Firmani dell’Idv (“la domande che dobbiamo porci rispetto ad un intervento pubblico nel sociale è quanto costa e se ce lo possiamo permettere. La compatibilità economica è essenziale. La sfida di un’amministrazione è garantire i servizi abbassando i costi. Bisogna affrontare i problemi con molto pragmatismo”),
- Walter Viola capogruppo del Pdl (“la questione della sanitarizzazione del sociale va approfondita perché se si affronta il sociale in quest’ottica alla fine la risposta rischia di essere inadeguata. Cosa significa che il welfare comunitario deve mettere al centro il territorio? L’accreditamento è un’applicazione importante della riforma? La scadenza del 31 ottobre per la consegna delle priorità dei Piani sociali di comunità: nel terzo settore c’è affanno ma sembra che la Giunta non capisca”)
- Mario Casna della Lega (“abbiamo parlato poco dei destinatari del servizio sociale. Occorrerebbe mettere in luce l’esigenza di un approccio più umano ad esempio nei confronti degli anziani”);
- Sara Ferrari del Pd (“la sostenibilità economico-finanziaria è indispensabile ma non può essere l’unico faro delle nostre scelte. Giusto ridurre gli sprechi e garantire maggiore efficienza, ma quali altri fari potranno illuminarci per individuare le priorità. Serve un approccio diverso alla questione sociale che non può essere risolta solo dal punto di vista economico-finanziario”).
RISPOSTE FINALI DEGLI ESPERTI
Fabio Folgheraiter.
“Le nuove risorse su cui portare sono quelle che si reperiscono negli stessi ambiti umani nei quali si trovano i problemi. Umanità che invece tendiamo a stigmatizzare nel momento in cui lo prendiamo in cura. Questo brucia risorse e capitale umano. Noi dobbiamo pensare che quelle stesse persone che hanno problemi possono anche avere risorse energie per migliorare la loro condizione. Per questo gli operatori e i policy maker devono mettersi nell’ottica per cui le persone e le famiglie che hanno problemi, questi destinatari possono aiutare gli operatori i servizi e le organizzazioni ad aiutare le stesse persone. L’energia maggiore viene dai problemi. Dal letame – cantava De Andrè – nascono i fiori, non dai diamanti. I diamanti sono la tecnica, la soluzione clinica; il letame sono i problemi umani. Ancora: un’organizzazione del terzo settore deve destinare almeno il 50% del suo tempo a fare attivazione sociale. Un processo di welfare comunitario (come dimostrano le esperienze avviate a Milano per sostenere famiglie multiproblematiche) che inizia tempestivamente con un approccio coordinato (conferenze di famiglia) e pluridisciplinare, superando la logica degli interventi disorganici, evita l’80% degli accompagnamenti”.
Floriano Zandonai.
“Le rappresentazioni hanno conseguenze pesanti: il terzo settore non può essere considerato come un subfornitore della pubblica amministrazione perché questo abbassa la qualità dei servizi. In Trentino vi sono attuazioni e sperimentazioni di questo welfare comunitario ci sono già e andrebbero ascoltate (come nel caso dell’esperienza di pianificazione sociale del comune di Trento, o dei punti integrati d’accesso dell’associazione Andicrea per le disabilità. Occorre sforzarsi di capire cosa ci possono insegnare queste realtà, perché i dati non sono solo le statistica ma vengono anche dall’esperienza”.
Franca Olivetti Manoukian.
“Non possiamo rimuovere tutti i mali del mondo ma cercare di tutelare i diritti evitando di escludere qualcuno apriori. La coerenza economica è un dato di realtà purtroppo molto sottovalutato nel passato. Questioni di metodo.. Non si può partire dalla rilevazione dei bisogni perché la gente vuole di tutto e di più. Occorre allora muoversi con delle ipotesi su come affrontare i fenomeni e chiedere ai rappresentanti dei cittadini e alle organizzazioni sociali cosa ne pensano. Partecipazione non vuol dire chiamare tutti a raccolta per parlare insieme di un problema, ma avere un’ipotesi rispetto alla quale si sollecita a portare ragionamenti, esperienze ed istanze. Preferisco la parola progettazione al termine pianificazione, perché implica il pensiero di chi la utilizzerà. La rilevazione delle questioni richiede un forte investimento nella elaborazione e nell’interpretazione per poter restituire alle persone qualcosa di significativo e permettere loro di capire. Chi sta peggio è meno in grado di capire di che cosa ha bisogno. Esempio: adolescenti problematici: il problema non sono loro ma il fatto che siano saltate le relazioni intergenerazionali. Da qui dipendono interventi sociali diversi. Per garantire un minimo di protezione a tutti occorre muoversi in maniera dinamica. Non fare la fotografia di tutto, ma tener d’occhio quello che succede. Il capitale sociale non è statico ma può essere accresciuto o diminuito a seconda dagli interventi che si mettono in campo. Per questo è importante rivolgersi alle famiglie e riconoscere le differenze. Nelle politiche sociali è molto più facile e utile intervenire sulle situazioni di disagio più lievi perché possano uscire rapidamente dalla tutela dei servizi e diventare a loro volta risorse per il sociale aiutando ad affrontare altre situazioni più gravi. Sotto questo profilo è forte tra gli operatori sociali la resistenza ad un cambiamento.
C’è più attenzione alle realtà legislative istituzionali che alla dimensione orizzontali, alle esperienze che ci muovono sul territorio. Un nuovo approccio al sociale è possibile a partire dalle piccole esperienze.”
CONCLUSIONI
Soddisfatto del momento di studio il presidente della quarta commissione Mattia Civico. “La questione della coesione sociale – ha detto in chiusura – è strettamente legata a quella delle rappresentazioni dei problemi, vale a dire di un linguaggio comune a tutti soggetti coinvolti. Abbiamo molto bisogno di confrontarci per puntare all’obiettivo di tutti che è la coesione sociale”.
Allegati pdf:
Paolo Ferrario, RISORSE IN RETE: STRATEGIE DI COLLABORAZIONE ED ERRORI DA EVITARE, in MOVI Movimento di Volontariato Italiano – Fogli di informazione e coordinamento n. 1 gennaio – giugno 2011, p. 11-15
Paolo Ferrario, RISORSE IN RETE: STRATEGIE DI COLLABORAZIONE ED ERRORI DA EVITARE,
pubblicato in MOVI Movimento di Volontariato Italiano – Fogli di informazione e coordinamento n. 1 gennaio – giugno 2011, p. 11-15
Piano di zona del Comune di Napoli
10 anni di 328, Convegno, Varese, 17 dicembre 2010
IL MODELLO LOMBARDO DI WELFARE. Continuità, riassestamenti, prospettive, a cura di Giuliana Carabelli e Carla Facchini, Franco Angeli, 2010
IL MODELLO LOMBARDO DI WELFARE
Continuità, riassestamenti, prospettive
A cura di Giuliana Carabelli e Carla Facchini
Franco Angeli, 2010, p. 256
Introduzione, di Giuliana Carabelli e Carla Facchini
- Il crescente rilievo delle politiche regionali
- Specificità della Lombardia
- Momenti della costruzione del modello lombardo
- I diversi sguardi disciplinari
- La struttura di contenuto del volume
- I possibili effetti di questa ricerca sulla formazione universitaria
Parte prima: La legge nel suo contesto
1. Il cambiamento della morfologia sociale come matrice di nuovi rischi. Il caso Lombardia
di Carla Facchini e Enzo Mingione
- le trasformazioni del sistema occupazionale: flessibilizzazione del lavoro e aumento dell’occupazione femminile
- l’impatto dell’immigrazione dai paesi meno sviluppati
- i mutamenti demografici e il processo di invecchiamento
- le trasformazioni delle tipologie familiari e l’incremento degli anziani soli
- la pluralizzazione dei contesti familiari e le ripercussioni sui minori
2. Quasi-mercato e sussidiarietà come pilastri del modello lombardo di welfare
di Lavinia Bifulco
- Cronistoria
- I quasi-mercati
- Sussidiarietà
- Lavori in corso: a ridosso della riforma
- Voucher: quale libertà?
- La programmazione: quale integrazione?
- Il modello di governante
3. La disciplina dei servizi sociali nella Regione Lombardia
di Lidianna Degrassi e Raffaele Mozzanica
- Da una “legge regionale di sistema” (LR 1/86) a una “legge regionale di rete” (LR 3/2008)
- Finalità e principi
- Assetto istituzionale e organizzativo
- Governo della rete: gli ambiti sociale e sociosanitario
- Assetto finanziario
4. Profili costituzionali dell’accesso ai diritti sociali nella legge regionale lombarda 3/2008
di Paolo Bonetti
- Servizi sociosanitari e servizi sociali e principi costituzionali di solidarietà e di eguaglianza
- Potestà legislativa regionale sui servizi sociali e potestà legislativa statale sui livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali
- Diverse nozioni di livelli essenziali delle prestazioni concernenti l’assistenza sociale
- Organizzazione e svolgimento delle funzioni amministrative concernenti i servizi sociali: potestà regolamentare regionale e locale e sussidiarietà orizzontale
- Rapporti tra la legge 328/2000 e la legge regionale 3/2008
- Limiti derivanti dalle norme comunitarie e statali in materia di condizione giuridica degli stranieri
- La LR 3/2008 di fronte allo statuto regionale della Lombardia e i provvedimenti attuativi della legge
- Diritti delle “persone che accedono alla rete” delle unità di offerta sociali e sociosanitarie
- Bisogni da soddisfare prioritariamente
Parte seconda: Attori e processi
5. La partecipazione alle politiche sociali in Lombardia: arene deliberative e processi di coordinamento
di Tommaso Vitale
- Società civile e costruzione del consenso in un governo monocratico
- Terzo settore e competenze critiche
- Implementazione della legge fra partecipazione e conflitto
- Debolezze delle arene deliberative a livello locale
6. Governo della rete o governo delle reti? Il nodo irrisolto dell’integrazione
di Paolo Ferrario
- Integrazione e reti
- Il sistema dell’integrazione sociosanitaria: processi istituzionali
- Il “modello lombardo” dei servizi sanitari e sociosanitari
- Il governo delle tre reti
7. L’accreditamento dei servizi sociosanitari e sociali in Lombardia
di Giuliana Carabelli
- Concetto di accreditamento: origini, contesto, trasmigrazioni
- Introduzione e cammino dell’accreditamento in Italia
- Accreditamento dei servizi sociosanitari in Lombardia
- Accreditamento dei servizi sociali tra competizione e partnership
8. Il segretariato sociale tra organizzazione e professione
di Chiara Previdi e Paolo Rossi
- Segretariato sociale tra informazione e comunicazione
- Evoluzione organizzativa e professionale
- Segretariato sociale nel sistema dei servizi: ruolo e potenzialità
- Dall’accesso alla presa in carico: tre livelli istituzionali
- Implementazione interistituzionale del segretariato sociale come elemento di innovazione
- Segretariato sociale, reti e inclusione sociale
Parte terza: Le professioni sociali a confronto con la legge
9. L’assistente sociale
di Anna Maria Campanini
10. L’educatore professionale
di Sergio Tramma
11. Lo psicologo
di Luca Vecchio
12. La dirigenza
di Maria Cacioppo e Mara Tognetti
Appendice.
I provvedimenti attuativi della legge regionale n. 3/2008
Bibliografia di riferimento
Autori
piano di zona del distretto socio-sanitario F2 della ASL RMF, ai sensi della legge n. 328/2000: disciplina operativa per l’accreditamento dei soggetti giuridici operanti nei servizi alla persona
approvato in data 03 maggio 2010, l’accordo di programma interistituzionale per l’attuazione del piano di zona del distretto socio-sanitario F2 della ASL RMF, ai sensi della legge n. 328/200
Documenti allegati: accordo_programma_piano_zona.pdf
[ ] 471 Kb piano_zona_2010.pdf
[ ] 55 Kb
U. De Ambrogio, S. Pasquinelli, Progettare nella frammentazione. Approcci, metodi e strumenti per il sociale, 2010, Prospettive Sociali e Sanitarie: i quid
U. De Ambrogio, S. Pasquinelli, Progettare nella frammentazione. Approcci, metodi e strumenti per il sociale, 2010. Perché ritornare oggi sulla progettazione sociale? Perché l’attuale, difficile fase che le politiche sociali stanno attraversando rappresenta paradossalmente il momento buono per rilanciare la progettazione in modo non idealistico, con occhi disincantati. Utilizzando ciò che l’esperienza ha messo a frutto, il capitale teorico e metodologico che nel tempo si è costruito, per consolidare strumenti di lavoro efficaci, superando i limiti passati. In questa direzione e animati da queste intenzioni proponiamo una lettura ragionata intorno alla progettazione sociale, finalizzata a consolidare la riflessione su questo tema
Prospettive Sociali e Sanitarie: i quid
U. De Ambrogio (a cura di), Piani di zona tra innovazione e fragilità, 2008, Prospettive Sociali e Sanitarie: i quid
U. De Ambrogio (a cura di), Piani di zona tra innovazione e fragilità, 2008. Il volume vuole rivedere e fare il punto, attraverso i materiali pubblicati sul tema del Piano di zona, su un processo di riforma intorno al quale si stanno giocando molte delle potenzialità di sviluppo e innovazione delle politiche sociali e sociosanitarie del nostro Paese.
Prospettive Sociali e Sanitarie: i quid
Glossario progettazione, Sito Sordelli
Glossario progettazione
Pubblicato su questo sito il glossario con la raccolta ragionata di alcune centinaia di termini di uso comune nelle attività di Progettazione. Per ogni voce è possibile trovare una spiegazione/descrizione e la fonte (con il relativo link al sito internet o documento pdf) da cui è stata tratta e in cui poter approfondire.
E’ possibile:
- selezionare il glossario (sono suddivisi per fasi progettuali o temi)
- cercare i termini con diversi metodi
Inoltre quando si cerca una parola nel sito verranno cercate anche le parole nel glossario
Scheda sul Piano di zona del Distretto di Como
- Predisporre il piano di zona triennale secondo le indicazioni dell’Assemblea dei Sindaci e le indicazioni regionali in merito;
- espletare attività di supporto all’organizzazione e supporto operativo al Coordinatore dell’Ufficio di Piano;
- provvedere alla redazione di tutta la documentazione inerente l’attività programmatoria, gestionale, organizzativa ed informativa derivante dal piano di zona e dalle progettualità ai sensi delle Leggi di settore;
- stendere di progetti specifici e studi di fattibilità stilati su mandato dell’Assemblea dei Sindaci;
- stesura di protocolli, linee guida ed accordi di programma per la definizione di attività specifiche di Ambito;
- provvedere alla raccolta, compilazione dei dati e delle informazioni riguardanti il debito informativo ed il monitoraggio delle attività connesse con il Piano di Zona ed i Progetti ai sensi delle Leggi di Settore, nei confronti di Regione Lombardia, ASL ed altri Enti Istituzionali;
- supportare l’Ente Capofila, Comune di Como, per quanto concerne tutte le attività amministrative e gestionali connesse con le attività zonali (inclusa la predisposizione di documenti e report amministrativi);
- effettuare attività di raccordo operativo tra i 25 comuni del Distretto, avvalendosi degli strumenti e delle attrezzature messe a disposizione dai Comuni dell’Ambito.
- svolgere attività di raccordo operativo con ASL, Regione Lombardia, soggetti del Terzo Settore, fungendo da punto di contatto per informazioni, documentazione, aggiornamenti in genere sull’attività programmatica dell’Ufficio di Piano, del Piano di Zona stesso e dalle progettualità ai sensi delle Leggi di settore;
- organizzare e coordinare Conferenze Tecniche, sedute di Giunta ed Assemblee dei Sindaci di Ambito, preparando ogni documentazione sia necessaria alla discussione degli argomenti all’OdG, fungendo inoltre da segreteria verbalizzante;
- organizzare e coordinare riunioni tecnico-operative su specifici progetti ed azioni di Ambito, incluse le riunioni dei Tavoli tematici d’Area;
- gestire le risorse finanziarie assegnate all’Ambito dalla Regione Lombardia e dallo Stato (Fondo nazionale politiche sociali, fondo sociale regionale, fondo intesa famiglie, fondo non autosufficienza, fondo di riequilibrio, fondo di riserva, fondo di solidarietà, fondo nidi) o provenienti da altri Enti (provincia di Como, altri enti finanziatori di progetti), e le risorse comunali erogate come cofinanziamento alle azioni da attuare (il totale delle risorse ammonta a quasi 4.000.000,00 di euro l’anno), provvedendo alla loro allocazione e/o distribuzione ai Comuni secondo le indicazioni dell’Assemblea dei Sindaci, e provvedendo all’espletamento di tutte le attività amministrative connesse;
- amministrare le risorse lasciate in capo all’ente Capofila per la gestione di titoli sociali (buoni e voucher) o di specifiche azioni, quali: inserimenti lavorativi, ricoveri di sollievo, accreditamento enti gestori servizi, ecc.;
- coordinare le attività di tutela minori ed affido per alcuni Comuni dell’Ambito attraverso due servizi specialistici (Servizio Tutela Minori e Servizio Affidi, che prevedono all’interno due psicologhe ed un Assistente Sociale);
DGR n° 157, del 26.01.2010. Nuove linee guida regionali sui Piani di Zona (DGR 157 del 26 gennaio 2010)
DGR n° 157, del 26.01.2010.
Nuove linee guida regionali sui Piani di Zona (DGR 157 del 26 gennaio 2010)La Regione del Veneto ha avviato un percorso di accompagnamento per le Aziende ULSS del Veneto sui processi di valutazione dei piani di zona. Tale attività ha fatto emergere, tra l’altro, alcune criticità legate alle linee guida regionali…
Considerato che l’adozione delle nuove linee guida richiederanno la realizzazione di azioni per la promozione e diffusione della conoscenza delle stesse, al fine di supportare i territori nelle fasi di costruzione dei nuovi piani di zona e che l’elaborazione di questi ultimi impegnerà i territori per tutto l’anno 2010, la
Giunta Regionale con provvedimento n. 1809 del 16 giugno 2009: “Piani di Zona dei servizi alla persona 2007/2009: proroga della validità al 31 dicembre 2010 ((L. n. 328/2000, LL.RR. n. 56/1994, n. 5/1996, n. 11/2001, DGR n. 1764/2004, DGR n. 1560/2006, DGR n. 3702/2006)”, ha stabilito di prorogare la validità dei piani di zona 2007/2009 al 31 dicembre 2010.
Nello specifico, le nuove linee guida, frutto del confronto attivato tra la Direzione Regionale ai Servizi Sociali, alcuni Direttori dei Servizi Sociali delle Aziende ULSS ed i Dirigenti dei Servizi Sociali dei Comuni Capoluogo della Regione Veneto, mirano a rendere il piano di zona uno strumento ancor più centrale per
programmare a livello territoriale le risposte ai problemi di salute delle persone e delle comunità locali.
Il documento, sviluppato a partire da quanto indicato nelle linee guida per la predisposizione dei piani di zona del 2006 (DGR 3702/2006) e dalle esperienze di programmazione che ne sono conseguite, presenta alcuni importanti aspetti innovativi che mirano a sostenere il processo di integrazione nella programmazione, sia tra i diversi livelli istituzionali, sia tra i diversi soggetti locali che intervengono a vario titolo nel sistema di welfare. Tra le innovazioni più rilevanti introdotte, si evidenziano in particolare le seguenti:
Veneto Sociale: il portale della Regione Veneto per le Politiche sociali
Essere genitori di Adolescenti, piani di zona, tavolo giovani, della zona che comprende i comuni di Parma, Sorbolo, Colorno, Mezzani, e Torrile, in collaborazione con l’Ufficio comunicazione e rapporti con l’Utenza dell’ Azienda USL di Parma
Titolo: “Essere genitori, oggi”
Autori: GABRIELE BALESTRAZZI Giornalista, ‘Gazzetta di Parma’,ALFONSO BELLETTINIPsicologo, psicoterapeuta, Programma Adolescenza e Giovane Età, Ausl Parma, GUSTAVO PIETROPOLLI CHARMETPsichiatra e psicoterapeuta, Presidente ‘Minotauro’ e ‘Centro aiuto alla famiglia in crisi ed al bambino maltrattato’ di Milano, FABIO VANNI Psicologo, psicoterapeuta, Resp. Psicologia Clinica Adolescenza e Giovane Età, Ausl Parma, CLAUDIA ZILIOLIPsicologa, psicoterapeuta, Resp. Modulo Psicologia clinica dell’infanzia e dell’adolescenza, Ausl Parma, A cura di Fabio Vanni.
Il libro è stato realizzato grazie al contributo dei piani di zona, tavolo giovani, della zona che comprende i comuni di Parma, Sorbolo, Colorno, Mezzani, e Torrile, in collaborazione con l’Ufficio comunicazione e rapporti con l’Utenza dell’ Azienda USL di Parma.
Il libro è interamente scaricabile, gratuitamente, al seguente link: http://www.ausl.pr.it/allegato.asp?ID=642876
vai all’intero articolo:
L’esperienza dei BSA Bilanci Sociali di Area: Milano anni ’80
L’esperienza dei BSA Bilanci Sociali di Area:
Milano anni ’80






U. De Ambrogio, S. Pasquinelli, Progettare nella frammentazione. Approcci, metodi e strumenti per il sociale, 2010. Perché ritornare oggi sulla progettazione sociale? Perché l’attuale, difficile fase che le politiche sociali stanno attraversando rappresenta paradossalmente il momento buono per rilanciare la progettazione in modo non idealistico, con occhi disincantati. Utilizzando ciò che l’esperienza ha messo a frutto, il capitale teorico e metodologico che nel tempo si è costruito, per consolidare strumenti di lavoro efficaci, superando i limiti passati. In questa direzione e animati da queste intenzioni proponiamo una lettura ragionata intorno alla progettazione sociale, finalizzata a consolidare la riflessione su questo tema
Pubblicato su questo sito il glossario con la raccolta ragionata di alcune centinaia di termini di uso comune nelle attività di Progettazione. Per ogni voce è possibile trovare una spiegazione/descrizione e la fonte (con il relativo link al sito internet o documento pdf) da cui è stata tratta e in cui poter approfondire.